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mercoledì 10 luglio 2019

Sisters brothers


Titolo: Sisters brothers
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Oregon, 1851. Eli e Charlie Sisters sono fratelli e pistoleri virtuosi al servizio del Commodore, padrino locale che li lancia sulle tracce di Herman Warm, cercatore d'oro fuggito in California. L'uomo ha messo a punto un processo chimico per separare l'oro dagli altri residui minerali su cui il Commodore vuole mettere le mani. A cavallo, i Sisters avanzano verso il loro obiettivo per torturarlo e poi piantargli una pallottola in testa. A precederli nella caccia è John Morris, investigatore umanista che ha il compito di rintracciare Warm e trattenerlo fino all'arrivo dei due sicari. Ma il chimico è pieno di sorprese e finisce per sorprendere Morris, coinvolgendolo nella sua impresa: trovare l'oro e costruire una società ideale a Dallas.

Audiard (Deephan, Profeta, Sapore di ruggine e ossa) è uno dei registi francesi contemporanei più talentuosi sulla piazza.
Tutti i suoi film hanno sempre una continuità sulle tematiche e sull'esplosione della violenza da parte dei suoi protagonisti. Da sempre nell'hinterlad francese, il suo primo film yankee con un budget incredibile, racconta e narra una storia abbastanza originale cercando di dipingere la dura vita ai tempi dei cercatori d'oro.
Con un cast che non merita presentazioni e rifuggendo la più ovvia mitologia insita nella cinematografia western, che negli ultimi anni continua a sfornare film a profusione, Audiard come sempre nel suo cinema si interessa a fare uno scavo ancor più intimistico sulla natura dei rapporti umani e suoi suoi personaggi in particolar modo il complesso rapporto tra i due fratelli e la loro devastante storia familiare.
Il risultato è un film che sin dalla prima inquadratura si mostra come deve e sarebbe stato ai tempi, ovvero uno sguardo molto violento dove i due fratelli sanno fare bene solamente una cosa: uccidere


martedì 2 luglio 2019

Never grow old


Titolo: Never grow old
Regia: Ivan Kavanagh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un impresario irlandese trae profitto dalla conquista di alcuni fuorilegge di una pacifica città di frontiera americana, ma la sua famiglia viene minacciata e il numero delle vittime continua ad aumentare.

Ivan Kavanagh è un nome forse sconosciuto ma per gli amanti dell'horror indipendente e sinonimo di forza e coraggio. Al TFF avevo ammirato il suo primo film Canal, un interessante ibrido di tante cose suggestive e inquietanti con una messa in scena pulita e minimale. Un film che strizzava l'occhio all'horror soprannaturale con Lovecraft e il j horror in primis.
Il regista aveva dato vita ad un interessante esordio che vista la tematica, nelle mani di un qualsiasi mestierante, sarebbe diventata robetta con qualche jump scared forse d'effetto e basta.
L'atmosfera è rimasta la stessa anche in questo western, dove la narrazione procede lenta e in maniera efficace, studiando passo per passo le motivazioni che portano alla sciagura finale, al vero orrore come sempre nella politica d'autore del regista nascosto dentro ognuno di noi, anche in questo caso nella veste di un giovane padre che dovrà fare delle scelte spaventose.
Never grow old è quel western indipendente che cerca di fare il grande salto mettendosi al livello delle ultime importanti opere di genere uscite negli ultimi anni.
Da questo punto di vista il genere è una metafora perfetta per un'America sanguinaria i cui intenti non sono mai cambiati.
Il genocidio dei nativi americani è stato solo l'inizio prima di arrivare all'altro lato oscuro del "sogno americano", della "ricerca della felicità" a tutti i costi e l'ipocrisia di una città oppressiva e patriarcale, che fu costruita dopo l'espulsione violenta e assassina dei nativi americani locali.
Kavanagh però a parte inserire tutti questi temi sembra andare oltre entrando nel vivo dell'oppressione e dello sfruttamento delle donne e del loro impiego nei bordelli.
Tutta questa parte racchiude e si prende la briga di toccare il fondo per quanto le leggi del "wild west" facessero schifo oltre che essere orrendamente sessiste. Cusack finalmente dopo tanti ruoli inutili riesce a dare enfasi ad un personaggio diabolico che conferma le sue ottime doti da villain dopo la prova iconica nel bellissimo Paperboy




lunedì 17 giugno 2019

Kid


Titolo: Kid
Regia: Vincent D'Onofrio
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ragazzo, Rio, è costretto alla fuga attraverso il Southwest americano nel disperato tentativo di salvare sua sorella dal suo crudele zio. Lungo la strada, incontra lo sceriffo Pat Garrett, che sta dando la caccia al famigerato fuorilegge Billy the Kid. Rio si ritrova suo malgrado sempre più intrecciato nelle vite di queste due leggendarie figure, mentre il gioco del gatto col topo dell’ultimo anno di vita di Billy the Kid si dipana. Alla fine, Rio sarà costretto a scegliere il tipo di uomo che intende diventare, un fuorilegge oppure un uomo valoroso, e userà questa sua auto-realizzazione per un ultimo atto teso a salvare la sua famiglia.

Alcune storie non moriranno mai e ogni tanto si sente il bisogno di disotterrarle trovandone elementi nuovi o cercando di fare luce su qualche non detto. Altre volte il bisogno è dato dalla spinta a reinterpretare alcuni passaggi che sembravano storicamente sbagliati.
Billy the Kid è stato ripreso diverse volte nel corso degli anni dal cinema americano con una saga forse la più celebre di recente a fine anni '80, YOUNG GUNS, senza stare a scomodare i classici di Vidor, Penn o Peckinpah. Nel caso del regista l'idea sembra nata dopo aver collaborato con parte del cast per il bruttissimo remake dei Magnifici sette
D'Onofrio è sempre stato un buon attore, negli ultimi anni più una maschera o un caratterista.
Arriva alla sua seconda regia dopo un esordio ancora inedito da noi (un horror per giunta)
Kid come Billy the Kid, fanno parte di uno strano triangolo dove assistiamo al racconto della storia da un terzo personaggio, questo Rio, che percorrerà una parte della sua strada assieme al criminale e allo sceriffo Pat Garret. Un viaggio di formazione che come obbiettivo ha la scelta finale del protagonista che a seconda dei mentori dovrà scegliere da che parte stare (la legge o la criminalità).
Dal punto di vista della ricostruzione, del west che negli ultimi anni è tornato in auge, del fatto che il cast funzioni a parte il mefistotelico DeHaan che scimmiotta troppo nei panni del famigerato fuorilegge e un Ethan Hawke assolutamente in parte dimenticando alcuni brutti film e prove attoriali dell'ultimo periodo.

mercoledì 6 febbraio 2019

Devil's Reject


Titolo: Devil's Reject
Regia: Rob Zombie
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Assediati dai poliziotti nella loro fattoria, i Firefly accettano lo scontro a fuoco. La madre viene arrestata, mentre Otis e Baby riescono a scappare. I due, raggiunti da Captain Spaulding, cercano di fuggire dalla morsa dello sceriffo Wydell, che, nel frattempo, ha ingaggiato anche due brutali tagliagole.

A dimostrazione che Zombie è uno dei registi horror più interessanti e prolifici, capace di destreggiarsi abilmente tra i generi, come la pellicola in questione, una delle sue perle, sequel di un filmetto che si presta ad essere soltanto citazionista.
Devil's Reject è un western che parla di bifolchi, potere, corruzione e violenza.
Figlio di quella contaminazione estetica e musicale che riesce ad aggirare lo spettro della copiatura o del già visto per tessere ragnatele che portano il suo stile ormai pienamente riconoscibile.
L'America di Zombie è il male assoluto, costellato di personaggi di cui è difficile empatizzare non essendoci spaccature tra buoni e cattivi, mettendo sullo stesso piano e come nel caso dei protagonisti creando alleanze tra figlie e padri, rifiutando la morale dell'autorità, qui sotto il cappello di uno sceriffo spietato impossibile da dimenticare, forse uno dei villain più interessanti del cinema horror.
Con una colonna sonora in grado di creare l'effetto lacrimuccia (a questo giro si supera per immensità dei brani scelti) ci troviamo di fronte ad un film che andrebbe visto e rivisto più volte per quanto indaghi appieno l'animo umano in tutta la sua ferocia e bisogno di vendetta.
Il secondo film del regista è uno degli horror più disturbanti, esagerato in senso ampio del termine, funzionale a far salire quel senso di rabbia e stupore per come prenderanno vita gli eventi, di cui nessuno può portare a niente di buono. Nel cinema di Zombie sono sempre tutti condannati, non essendoci quasi mai, e in questo caso ancora di più, buoni e cattivi assoluti.



giovedì 30 agosto 2018

Generi



Titolo: Generis
Regia: Marcello Macchia
Anno: 2018
Paese: Italia
Serie: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Gianfelice Spagnagatti è il protagonista interpretato dallo stesso Capatonda, è un uomo sulla quarantina che vive la sua vita monotona e senza balzi, gli si propone una donna, Luciana, e un lavoro, che lui rifiuta per ritornare ad essere se stesso, fare la sua solita vita piena di film e serie TV. Ma all’improvviso una porta si apre e lo stesso protagonista si trova catapultato in un genere cinematografico dove dovrà salvare la pelle e cercare la porta per ritornare nel suo mondo, anche se a fine episodio lo catapulterà semplicemente in un altro genere.

Dopo la fallimentare serie del 2016 Mariottide-Season 1, Macchia torna dietro la macchina da presa per dirigere, scrivere e interpretare lo stesso personaggio in questa divertente serie a episodi.
A differenza però rispetto alle precedenti produzioni qui può beneficiare di un'attenzione maggiore dal punto di vista produttivo con la Lotus Production, società della Leone Film Group, che non ha badato a spese nel ricreare in ogni episodio un'ambientazione diversa e Now TV, della piattaforma Sky, per Sky Generation.
Ambientazioni diverse, location suggestive, una piccola galleria di figuranti speciali abbastanza noti, un'ottima colonna sonora e una fotografia e una color correction che sanno il fatto loro.
Otto episodi da '40 che passando attraverso il genere comico, demenziale e la commedia esplorano un genere cinematografico diverso:Western, horror, fantasy, commedia sexy all’italiana, super eroistico, quiz e il noir.
Di sicuro quello che brilla di più per ironia e trovate e l'episodio horror sul friggitore dove Gianfelice sembra attingere da tutto il suo repertorio comico e con alcune scelte tecniche e una messa in scena coraggiosa senza farsi mancare il teatro dell'assurdo, le gag e il non sense generale. Inoltre l'episodio è talmente ben strutturato da far ridere con poco ed è qui la vittoria e il pregio più grosso dell'ultima fatica del comico. A differenza della serie dove l'esagerazione portava all'effetto inverso della risata qui tutto assume uno spirito e un'idea propria di cinema che assieme al suo secondo film Omicidio all'italiana speriamo continui su questa strada.



giovedì 19 luglio 2018

Laissez bronzer les cadavres


Titolo: Laissez bronzer les cadavres
Regia: Hélène Cattet, Bruno Forzani
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

L'estate mediterranea: mare blu, sole cocente e... 250 kg di oro rubato da Rhino e la sua banda! Invitati da Luce, una pittrice cinquantenne, in un borgo remoto e abbandonato, riconoscono nel luogo idilliaco un nascondiglio perfetto. A mettere a rischio il loro piano arrivano due poliziotti: il paradisiaco luogo celeste si trasforma ben presto in un campo di battaglia raccapricciante.

E' vero che l'ultimo film della coppia sembra una costola maledetta di Antonioni girata sotto effetto di lsd, un deserto rosso fotografato dal protagonista di blow-up sotto funghetti.
Il risultato rimane come sempre a livello visivo e simbolico un film affascinante e caratterizzato da alcune scelte estetiche e lavori di fotografia che esaltano ancora di più il curriculum della coppia di registi francesi di cui invito a vedere tutti i loro precedenti film. La loro visione come sempre è articolata su esercizi spericolati di cinema sul tempo, dentro il tempo e fuori dal tempo.
Siamo di fronte a due pionieri del montaggio, dello studio minimale di ogni singolo frame, di una logica e una geometria delle immagini minuziosamente studiate una per una con la personale ricerca di espressione sperimentando con i limiti e le potenzialità del cinema di genere.
Rimane un film con un linguaggio personale e non proprio immediato per quanto riguarda il fluire della narrazione e rimane un lavoro che cerca ostentatamente, quando riuscendovi quando meno, un’idea di originalità o di eccentricità . Insomma un lavoro che come sempre non passa inosservato. Arriva la loro terza opera dopo due film molto belli e soprattutto confermando l'amore per il cinema di genere e il bisogno di sperimentarsi come in questo caso in una sorta di western psichedelico dove durante vari spezzoni con una musica che ricorda Morricone vediamo una venere legata e quasi crocifissa che viene presa a frustate da un gruppo di uomini prima di urinare sulle loro teste.
Sin da L’étrange couleur des larmes de ton corps eravamo di fronte a due outsider.
Quelli che prendono la settima arte e ne scrivono un loro alfabeto preciso composto da una magia potente e la forza primigenia delle cose elementari che fondano e scoprono con il loro gusto soggettivo e molto personale fatto di un amore smodato per il cinema.
Degli stregoni quasi. Un cinema maledetto ma soprattutto con alcuni rimandi esoterici fatta quasi esclusione per quest'ultimo film che è tratto da un romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid che in Italia è stato tradotto con il titolo Che i cadaveri si abbronzino.
Il loro terzo film è sicuramente il meno complesso e simbolico, il più digeribile e fuibile da parte di un pubblico medio non abituato a questo tipo di sperimentazione.






sabato 9 dicembre 2017

Outlaw and Angels

Titolo: Outlaw and Angels
Regia: J.T.Mollner
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Con un famigerato cacciatore di taglie sulle loro tracce, una banda di fuorilegge dal sangue freddo invade la casa di una famiglia di frontiera apparentemente tranquilla. La situazione diventa un gioco, precisamente quello del gatto e del topo, che porta alla seduzione, inversione di ruolo e, in ultima analisi, a una sanguinosa vendetta.

Feroce, cattivo senza nessuna redenzione per nessuno. Solo è unicamente vendetta e carneficina.
La trama di Outlaw and Angels da principio potrebbe sembrare telefonata e senza guizzi di sceneggiatura che ne decretino un plot originale o quantomeno interessante. Il soggetto in questo caso pur avendo degli scompensi per quanto riguarda il ritmo e la scrittura è l'elemento migliore e mi ha ricordato in diversi momenti Bone Tomahawk ma anche BONNIE AND CLYDE per come si costruisce il rapporto tra la protagonista e il capo dei banditi.
Molte location esterne ma una casa appunto per l'home invasion dove all'interno si dipanerà una struttura contorta che si appoggia quasi tutto sul dramma familiare e con un colpo di scena che arriva dritto dritto come un pugno allo stomaco.
Diciamo pure che il sottotesto potrebbe essere che non c'è mai un limite alle azioni criminali e gli orrori che possono scaturire tra le mura domestiche. A volte quello che si scopre fa più male di qualsiasi criminale o sconosciuto che bussa alla nostra porta.
Ancora western ma di nuovo con tantissimo sangue, sparatorie efferate, sgozzamenti, un livello di violenza che non mi aspettavo e soprattutto un lavoro sugli attori che cerca di non essere mai banale scavando a fondo e caratterizzando quasi tutti a dovere inserendo infine dei buoni colpi di scena.
Mollner non si fa davvero mancare nulla e il cambio che avviene all'interno della dimora dove vanno a rifugiarsi i criminali e un alternarsi di cambi di registri narrativi e con momenti gore e grotteschi uno dopo l'altro senza badare a danno di chi è la tortura se uomo o donna o in questo caso padre, madre o sorella che sia. L'importante è che tutti paghino per i peccati commessi.









sabato 18 novembre 2017

Torre Nera

Titolo: Torre Nera
Regia: Nikolaj Arcel
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Jake è un ragazzo della New York di oggi tormentato da sinistri sogni, in cui vede un malvagio uomo in nero, un eroico pistolero e una torre nera sotto attacco. Gli incubi gli ispirano numerosi disegni, ma a dare loro concretezza è la coincidenza tra gli attacchi alla torre e i terremoti che si verificano a New York. Dopo un ennesimo problema di condotta a scuola, il padre adottivo cerca di mandare Jake in una clinica, che lui sa però essere una trappola. Così scappa seguendo gli indizi dei propri disegni, che lo spingeranno in un altro mondo e in una incredibile avventura.

Non ci ho capito niente. La Torre Nera diventato l'ennesimo romanzo a episodi del maestro del brivido King, tra peripezie , troupe e attori cambiati, alla fine è diventata l'ennesima porcheria che niente c'entra con l'atmosfera kinghiana, davvero un mix di generi all'interno della saga letteraria. Western, post-apocalittico, sci-fi, distopia, mondi paralleli, nei libri l'universo ricreato è l'ennesima conferma della capacità immaginifica dello scrittore.
Il film invece è pura porcheria. Il cast ci crede così poco che McConaughey non si è nemmeno scomodato a dare enfasi e risalto al suo personaggio per non parlare di Idris Elba che ci crede come uno schiavo scappato dai campi di cotone, un regista sconosciuto danese trapiantato ad Hollywood che sembra un amante degli effetti speciali e della c.g che qui purtroppo inghiotte quando di poco e di buono il film voleva osare.
E'tutto tremendo, estremamente patinato, un bambino fastidiosissimo che se fossi stato in Roland lo avrei stanato subito e poi un lento e bruttissimo passaggio da un mondo all'altro senza perchè.
Quando Roland incontra l'uomo in nero i dialoghi sono assurdi e banali in modo tale da non far trasparire quasi nulla di quanto scritto sui libri.
Poi aver un sogno nel cassetto non vuol dire essere capaci di realizzarlo. Nikolaj Arcel infatti non è assolutamernte riuscito in un'impresa a cui a loro tempo avevano rinunciato nell'ultimo decennio J. J. Abrams e Ron Howard, che proprio due inesperti non sono anche se non amo il loro cinema troppo commerciale.
Ed è proprio qui il problema. Cercando di inquadrare un target che mettessse a posto tutti giovani e adulti (errore madornale) è diventato un film d'azione/avventura con la solita moda hollywoodiana di non caratterizzare bene i personaggi e la storia per finire a schiantarsi in brutti effetti speciali (i mostri non si possono vedere) e poi esplosioni a raffica con questa Torre Nera che dovrebbe reggere tutto e invece nei sogni non fa altro che crollare su se stessa.

Sintetizzare tutto in un'ora e mezza significa siglare il fallimento e così è stato per una delle trasposizioni più brutte degli ultimi anni e di sempre dai libri di Stephen King.

giovedì 23 marzo 2017

Brimstone

Titolo: Brimstone
Regia: Martin Koolhoven
Anno: 2016
Paese: Olanda
Giudizio: 3/5

Alla fine del XIX secolo, nel west statunitense, Liz, una giovane di vent'anni, conduce un'esistenza tranquilla con la famiglia. La sua serenità viene sconvolta il giorno in cui un sinistro predicatore le fa visita. Si tratta dello stesso uomo che sin dall'infanzia la insegue inesorabilmente.

Brimstone è un western cupo e nero intriso di una misoginia e di un'atmosfera crepuscolare e sadica. Koolhoven sembra ispirarsi ad eventi tragici che riportano al tema delle violenze sulle donne in un periodo in cui soprattutto il dovere e il potere dell'uomo e di Dio si sfidavano in un bel braccio di ferro in cui il tasso di perversione era altissimo con un capitolo sull'incesto (Genesi) davvero pesante. Le Badlands, sono da sempre una delle regioni più inospitali degli Stati Uniti d’America, in quel XIX secolo teatro dei più celebri e apprezzati western sanguinosi e non, diventando lo scenario perfetto per una storia di violenza e dannazione che parla in fondo della storia di due nuclei familiari.
Il difficile lavoro di fotografia e la luce scura per tutto l'arco del film, così come l'accurata scelta dei costumi e del trucco pesante ma non eccessivo, riesce a creare un'inquietante tensione ben dosata dal buon cast e da alcune importanti anche se sprecati co-protagonisti. E'un altro film in cui è di nuovo la violenza a fare da padrona con scene disturbanti e sanguinolente senza farsi mancare eviscerazioni, lingue mozzate e cadaveri dati in pasto ai maiali.
Apocalisse - Esodo - Genesi - Castigo: in quattro lunghi capitoli che strategicamente rifuggono l'ordine cronologico temporale della storia, Brimstone traballa alla ricerca di un equilibrio che non riesce a trovare portando a casa tanti bei momenti intensi e originali arrivando però a torturare troppo lo spettatore come il Reverendo fa durante tutto l'arco del film.
E' di nuovo la storia di un uomo (un Reverendo) che per tutto il film da la caccia a una madre del West muta e con una storia di violenza alle spalle. Un revenge-movie che usa il western e coglie alcune venature horror.



venerdì 18 novembre 2016

In a Valley of Violence


Titolo: In a valley of violence
Regia: Ti West
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel 1980 un vagabondo di nome Paul arriva in una piccola città per vendicarsi contro i teppisti che hanno ucciso una persona a cui lui era molto affezionato. Mary Anne ed Ellen, le sorelle che gestiscono un albergo nel paese, staranno dalla sua parte e faranno di tutto per aiutarlo nell'impresa.

Sembra che negli ultimi anni, soprattutto in America, ci sia una corsa all'oro. Come se il western post-moderno fosse diventato il petrolio, diventando un nuovo sotto-genere a cui ridare linfa e instillare codici e registri narrativi diversi e complessi. I casi di recente, fortunati e che hanno saputo dare risalto ad un genere quasi morto, sono davvero molti.
In a valley of violence purtroppo è uno di quei film che sulla carta potevano creare un certo margine di interesse, almeno per gli attori e per la regia molto action, ma che invece dimostra di essere uno dei film più fiacchi e vuoti, nonchè in diversi momenti imbarazzante, di quest'anno.
A cercare di dare una nuova linfa al genere c'è il conosciutissimo Ti West, giovane e addetto all'horror che ha saputo girare qualche interessante film, ma che probabilmente voleva dare la prova di essere in grado di cimentarsi anche con i cow-boy (pessima scelta).
Tutto non funziona nel film. Dal cast caratterizzato malissimo senza nessuno spessore ma in cui predominano gli stereotipi, Hawke non solo non ci crede ma probabilmente dopo i Magnifici sette
e avendo sperimentato molto ha deciso di regalare una performance dell'eroe solitario.
Paul arriva in un villaggio per vendicarsi di cosa...della morte del suo cane e chi trova...quattro assi di legno tenute in alto da quattro chiodi e con una popolazione che non arriva a dieci abitanti.
In più l'azione è imbarazzante, i dialoghi tra Paul e il cattivo di turno, un John Travolta patetico e che probabilmente non si rende conto dove sia finito e cosa stia facendo e la ciliegina sulla torta, senza contare i camei imbarazzanti di gente interessante come Larry Fessenden

martedì 15 novembre 2016

Magnifici Sette

Titolo: Magnifici Sette
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La piccola comunità di Rose Creek ha un problema: si trova in una valle che si rivela essere un consistente bacino minerario. Il magnate Bartholomew Bogue ha deciso di appropriarsene senza porsi alcun tipo di scrupolo, lasciando alla popolazione tre settimane per decidere se accettare un risarcimento da fame per i terreni espropriati o farsi uccidere. Emma Cullen, che si è vista uccidere dagli uomini di Bogue il marito, lascia Rose Creek con un proposito ben preciso: trovare qualcuno che accetti, dietro compenso, di difendere i suoi concittadini. Lo trova in Sam Chisolm, un funzionario statale il cui compito è rintracciare e mettere in condizione di non nuocere pericolosi criminali ricercati. Una volta accettata la proposta Chisolm progressivamente convincerà altri uomini ad unirsi a lui. Bogue è però pronto a scatenargli contro un volume di fuoco davvero imponente.

L'amarezza è cosa nota quando ci si avvicina al cinema di genere americano troppo commerciale.
I rischi sono sempre direttamente proporzionali alle delusioni.
Che siano remake, reboot, qualsiasi formula in generale se non viene data in mano a qualcuno che ci sappia fare con talento e intenti, rischia di diventare mera paccottiglia, ovvero un action movie in cui si può spegnere tranquillamente il cervello senza sforzi e non perdere nessuna delle sotto-trame che il film non riesce nemmeno a confezionare.
Fuqua è un regista che gira tanti film, quasi tutti commerciali e d'azione. Ancora non si capisce bene se il suo cinema sia dichiaratamente reazionario oppure no. Di certo siamo lontani da quel TRAINING DAY che dava risalto e brio all'estro del regista e che faceva sperare che non accettasse alcuni film dichiaratamente fastidiosi e insulsi.
I Magnifici Sette è un'altra di quelle scelte che potevano benissimo evitare di essere prodotte, non tanto perchè non abbia un senso, ma perchè il western del'60 diretto da Sturges era a sua volta un film nel film, omaggiando e strizzando l'occhio a Kurosawa e altri cineasti e senza stare a farsi pipponi sulle diversità culturali, ingranava la marcia proprio in alcuni sotto-testi che questo remake probabilmente nemmeno conosceva.
In questo caso i personaggi sono confusi e nessuno sembra far parte dello stesso gruppo.
Il film cerca di essere culturalmente variegato (un nero, un messicano, un sudcoreano e un nativo americano), ma quando non riesci a far entrare nella parte nemmeno un caratterista come D'Onofrio (il suo personaggio poteva dare risalto quando invece è più che mai imbarazzante) e la sua possente e complessa recitazione, qualche dubbio dovresti averlo. La trama è la summa dei luoghi comuni, l'intreccio è fin troppo banale. Poi alcune unioni non sono molto chiare come lo strano rapporto tra Goodnight Robicheaux e Billy Rocks (una latente omosessualità) e il simpatico Farraday che doveva avere più risalto e spessore.
Si entra al cinema sapendo dall'inizio alla fine quello che succederà senza nessun minimo colpo di scena (inclusa la carneficina finale) e andando incontro nuovamente all'ordinario più ostinato.
Quello che sinceramente mi ha lasciato deluso e vedere come sceneggiatore Nic Pizzolato che senza bisogno di presentazioni, qui firma uno dei compromessi più beceri voluti dalla Sony. Sembra di vedere un comics adattato al western con troppa azione senza senso e una povertà generale legata ad alcuni luoghi comuni davvero penosi.




venerdì 23 settembre 2016

Jane got a gun

Titolo: Jane got a gun
Regia: Gavin O'Connor
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jane Hammond, donna di carattere sposata a uno dei peggiori criminali della città, intuisce di dover prendere la situazione in mano quando il marito ritorna a casa quasi morente e con 8 pallottole sulla schiena. Per salvare la sua fattoria e difendersi dai nemici del marito intenzionati a portare a termine il lavoro cominciato, Jane decide allora di chiedere aiuto a Dan Frost, una sua fiamma del passato che non vede da oltre dieci anni e che ora fa il ladro. Insieme, Jane e Dan metteranno a punto un'intelligente strategia che porterà i rivali fuori gioco mentre i loro sentimenti assopiti ritorneranno a galla.

I western ultimamente sono davvero tanti.
Ora a parte un paio tra questi, hanno tutti una caratteristica in comune: i protagonisti sono uomini.
Gavin O'Connor è il regista di Warrior, un film che ho apprezzato molto e che aveva delle scene di MMA all'interno della gabbia davvero all'altezza. Infatti il suo modo di usare la cinepresa, ovunque lo metti, è una piccola e piacevole sorpresa.
Il film ha una sceneggiatura travagliatissima (il perchè non è chiaro) ha cambiato attori, regia ma ha tenuto la Portman come protagonista e produttrice in quello che a sua detta “È stato il progetto più difficile a cui abbia mai partecipato”
Questo western al femminile crea una storia che ha davvero tanti punti in comune con Slow West, l'assedio nella piccola fattoria, l'ambientazione agricola che diventa fortino, due contro tutti, e riesce a sfruttare bene un cast che trova una buona alchimia soprattutto tra Edgerton e la Portman.
Per alcuni modi di giocare sporco, anche se il film lo fa poco, ricorda vagamente Homesman anche se il film di Jones non solo possiede una epicità tutta sua che in alcuni punti svetta al di sopra dei film di Tarantino e cosa più importante non è mai scontato, rimanendo cinico e struggente e muovendosi su una struttura diversa.
Il film di Connor sposa i topic ma non i clichè di genere e questo bisogna ammetterlo anche se il finale unito ad una certa linea d'intenti viene svelata troppo facilmente in modo da far cadere quell'atmosfera di ipotetici colpi di scena che non avverranno.
Nei western vige sempre la legge del più forte. Che da uccidere sia uomo o donna non fa differenza, d'altronde abbiamo imparato a veder uccidere anche bambini e indiani senza alcuno scrupolo.
Alcuni momenti come la preparazione del piano di difesa, il rapporto e i dialoghi iniziali delle due vecchie fiamme e le sparatorie sono davvero buone, dall'altra ci sono, soprattutto all'inizio, troppi flash-back, la personalità intimista di Jane non è sempre all'altezza, e i nemici capitanati dallo spocchioso McGregor, sono troppo idioti e senza alcuno spessore.
Non verrà certo ricordato come il western dell'anno ma come western al femminile merita un certo riconoscimento.





Forsaken

Titolo: Forsaken
Regia: Jon Cassar
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Forsaken racconta la storia del pistolero Henry Clayton che decide di smetterla con gli spari e tornare a casa, dove cerca di recuperare il rapporto disastrato che ha con il padre. Purtroppo, anche la sua cittadina d'origine è segnata dalla violenza, a causa di una banda di farabutti che terrorizza i grandi e piccoli proprietari terrieri.

Il western che vede padre e figlio assieme sullo schermo e un'altra manciata di buoni caratteristi è principalmente un film d'interpretazioni e non di storia.
Un'opera furba voluta forse anche da Donald padre il quale afferma "abbiamo provato diverse volte a lavorare assieme, ma non è mai andata in porta. Il tempo sta passando in fretta per me, e si sa, un western è la risposta americana a qualsiasi cosa".
In questo caso Cassar era il meno azzeccato diciamolo pure.
L'originalità o un buona scrittura cede il passo all'anonimato e a qualche intuizione che non riesce ad andare oltre le normali apparenze.
Lo script è un corollario di stereotipi western in maniera priva di qualsiasi anima e perlopiù pesantemente didascalica.
Se la storia è banalotta, pur essendo un western puro e semplice (il genere rispolverato che negli ultimi anni sta ritornando di moda) il cinema e i registi, o meglio gli sceneggiatori, ci insegnano che si può fare qualcosa di buono con quel poco che si ha cercando di andare oltre le normali apparenze.
Purtroppo non è questo il caso. Un'occasione persa per un film che già dagli intenti sembrava un'operazione solo ed esclusivamente commerciale.




lunedì 11 aprile 2016

Keeping Room

Titolo: Keeping Room
Regia: Daniel Barber
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

1865. La Guerra Civile sta per finire e due sorelle, insieme alla loro schiava, lavorano da sole nella loro fattoria. Quando una di esse scende in città alla ricerca di medicine, si scontra con due soldati sbandati e violenti e dovrà difendere sè stessa, la sorella e la schiava dai loro soprusi.

Brit Marling è un attrice che sceglie spesso e volentieri film indipendenti, sperimentali e sui generi. Scelte che la incasellano in ruoli tutt'altro che facili.
In questo caso la sua Augusta sveste mano mano, letteralmente, i panni di una Venere afflitta e parzialmente repressa, per indossare quelli di un'Atena indomita che si pone a capo del suo micro esercito, senza permettere a niente e a nessuno e di difendere gli smarriti ma solidali affetti.
Sicuramente non è nell'originalità della trama il punto forte della pellicola pur citando il redneck e i soldati nordisti bifolchi.
E sicuramente non è certo un film d'azione o un western classico, ma piuttosto un affresco femminista sulla guerra e le sue ripercussioni sulle donne viste con uno sguardo differente.
Riuscendo ad essere intenso senza mai staccarsi dalle protagoniste, la regia sceglie di sfruttare la guerra civile come uno dei massimi momenti in cui il caos e l'anarchia imperversavano e le donne erano puramente oggetti e merci da poter usare a proprio piacimento distruggendone i corpi. Proprio per questo se si vuole una storia western completa e più tradizionale, la scelta e gli intenti per come vengono trattati potrebbero far storcere un po il naso.
Barber invece dopo HARRY BROWN torna al tema del revenge qui con una caratteristica più da survival movie in un western asciutto dai tempi dilatati che trova dalla sua un body count alto.






mercoledì 3 febbraio 2016

Hateful Eight

Titolo: Hateful Eight
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Lungo i sentieri rocciosi del Wyoming, una diligenza corre più forte del vento. Un vento che promette furia e tempesta. Ultima corsa per Red Rock, la diligenza si arresta davanti al Maggiore Marquis Warren, diligence stopper e cacciatore di taglie nero che ha servito la causa dell'Unione. Ospitato con riserva da John Ruth, bounty hunter che crede nella giustizia, meno negli uomini, Warren lo rassicura sulle sue buone intenzioni. Il viaggio riprende ma il caratteraccio di Daisy Domergue, canaglia in gonnella condotta alla forca, lo interrompe di nuovo. La sosta imprevista incontra e carica tra chiacchiere e scetticismo Chris Mannix, un sudista rinnegato promosso sceriffo di Red Rock. Incalzati dal blizzard, trovano rifugio nell'emporio di Minnie dove li attendono un caffè caldo e quattro sconosciuti. Interrogati a turno dal diffidente John Ruth probabilmente nessuno è chi dice di essere.

Tarantino rimarrà sempre un grande regista, su questo non si discute.
Soffre a suo malgrado della sindrome di Re Mida per cui tutto quello che tocca sembra trasformarsi sempre in oro almeno per i suoi fan e larga parte della critica.
Il suo ultimo western, ormai un genere rilanciatissimo soprattutto negli Usa, è indiscutibilmente interessante anche se lascia aperti una serie di dubbi sulla morale, sulla violenza brutale e su una deriva alquanto splatter che sembra soprattutto nel finale, connotare il film e il climax finale sulla Domergue.
Difficile non rimanere assorti da alcune grandi interpretazioni, da una messa in scena curata ed elegantemente sporca, ma si può certo strizzare un po il naso su come venga raccontato ogni singolo dettaglio della storia, senza lasciare al pubblico dei dubbi senza bisogno che tutto venga narrato e palesato a dovere.
Il problema del film che rimane comunque uno dei suoi ultimi film più importanti, non è quello legato all'intreccio. La linearità di altre sue precedenti sceneggiature è molto più semplice, mentre qui il lavoro è strutturato sugli archetipi dietro ogni personaggio, senza di fatto metterne mai nessuno su un piedistallo ma invece tutti alla berlina.
Anche se meno ovvio e immediato, per fortuna rispetto al suo predecessore, ne perde anche alcuni valori, puntando su un cinismo estremo e su una mancanza di valori tali per cui la resa non può che finire in una brutale carneficina.
Soprattutto buttando cacciatori di taglie, bounty hunter, canaglie, sudisti e sceriffi in un piccolo emporio con fuori una bufera, altre strade, il pubblico intuisce subito che non ci sono.
In 70mm con una colonna sonora originale del nostro Morricone, supportato da un cast di afecionados tarantiniani e tutto il resto, Hateful Eight è la versione sporca e grezza di Django, un film che per alcuni aspetti può sembrare più simile al suo esordio condividendo alcuni "colpi di scena"importanti che avrebbero potuto avere la lode se non venivano certo svelati prima.

Hateful Eight è di nuovo la quintessenza dell'estetica, la riprova che Tarantino continuerà sempre a fare ottimo cinema.

giovedì 12 novembre 2015

Bone Tomahawk

Titolo: Bone Tomahawk
Regia: S.Craig Zahler
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La storia segue quattro uomini - uno sceriffo, un pistolero, un anziano confuso e un cowboy - che lottano per salvare un gruppo di prigionieri accerchiati da una banda di trogloditi cannibali che vivono ai margini della civiltà.

Soprattutto gli yankee in questi ultimi anni stanno ritornando al western, genere di spicco per un ventennio per poi passare nel dimenticatoio. Forse perchè messo in scena con registri e intenti diversi, forse perchè mescola in modo maturo e mai banale alcune metafore dell'uomo bianco.
Infine perchè dietro alla cinepresa riesce ad avere della gente dotata di un acume profondo e innovativo (Eastwood,Lee Jones, Mac Lean, Von Ancken) questo genere sta piano piano portando alla luce alcuni film davvero intensi e originali.
L'opera prima dell'esordiente Zahler fa parte di questa lunga ascesa. Zahler un regista con alle spalle un percorso da scrittore e tanta gavetta proprio sul western.
Il suo primo film colpisce per originalità nel saper trattare il tema in una narrazione che non palesa troppo ma allo stesso tempo e di facile intuizione. Colpi di scena assestati come colpi d'accetta, da cui il tomahawk, da cui prende nome il film, è l'ascia da battaglia degli indiani pellerossa.
Un cast che trova un equilibrio importante e alcuni silenzi che parlano più di mille dialoghi, nonostante forse l'unico punto debole o critica al film di concedersi alle volte, soprattutto nel secondo atto, tempi lunghi e alcune divagazioni esistenziali nei dialoghi.
Una visione, poi antropologicamente parlando, dei trogloditi, diversi in tutto e per tutto dagli indiani che lo stesso medico sottolinea in una battuta al saloon "uomini come voi non sarebbero in grado di distinguerli dagli indiani” .
Un concetto e un aprirsi all'altro culturale, ad un altro tipo di selvaggio, con forme, regole e intenti diversi e in fondo nemmeno così strani (fatta forse eccezione per le pratiche di cannibalismo, uno dei veri punti di forza del film).
Bone Tomahawk ha davvero l'atmosfera di un film reale a tutti gli effetti, non dice più di quanto deve, dosa bene le tempistiche, crea dei personaggi diversi e tutti a loro modo interessanti, portando infine il rito e il sacrificio a dei livelli alti e mai banali.
Come per i bifolchi, entrare nelle terre selvagge che non si conoscono, può significare davvero scatenare una vendetta e una ribellione senza precedenti.
Zahler firma un film potentissimo, intenso, violento, barbaro e glaciale.


giovedì 22 ottobre 2015

Slow West

Titolo: Slow West
Regia: John MacLean
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Con il lento incedere dei cavalli al passo, il regista-musicista John Maclean realizza il suo primo lungometraggio e lo veste con i costumi del vecchio western. Jay Cavendish è uno smilzo sedicenne scozzese, ingenuo e senza peccato, deciso a raggiungere il lontano West per ritrovare la sua bella Rose Ross. In questo viaggio d'iniziazione è affiancato da Silas Selleck, un cowboy fuorilegge, senza rimorsi e senza passato, taciturno con il ragazzo, ma eloquente voce narrante, che si offre come guida protettiva in cambio di pochi soldi.

"In poco tempo questo mondo sarà il passato"
Slow West è probabilmente uno dei western più interessanti degli ultimi anni.
Originale, intenso, drammatico, poetico, nostalgico, malinconico, con un cast scelto ad hoc e i personaggi principali ottimamente caratterizzati.
E'un film pervaso anche da delle affascinanti location, una natura che accoglie e insieme distrugge, e come dicevo dei personaggi che si evolvono rapidamente cambiando natura e intenti.
Un viaggio nelle praterie incontro alla sofferenza e alla morte, a sopravvissuti che rincorrono solo un facile guadagno e un pretesto per uccidere.
Una strana coppia, lui timido aristocratico e mosso da buoni principi che dovrà scoprire la dura realtà che lo circonda in un "horse-movie", mentre Silas, rappresenta tutti i suoi opposti anche se con una sensibilità di fondo che rende l'interpretazione e lo sguardo di Fassbendere sofferente al punto giusto.
MacLean, pur essendo un ottimo musicista, dimostra come alcuni artisti si trovino perfettamente a loro agio dietro la macchina da presa. Il fatto che non si distinguano buoni e cattivi in modo preciso in un universo di situazioni deliranti, strambe e bizzarre, lo rende ancora più interessante e imprevedibile.
Il finale poi è qualcosa di straordinario.


giovedì 16 luglio 2015

Wild Horses

Titolo: Wild Horses
Regia: Robert Duvall
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il Texas Ranger Samantha Payne riapre un caso su una persona scomparsa 15 anni prima, scoprendo degli indizi che collegano la morte di un ragazzo del luogo a un ricco padre di famiglia, Scott Briggs. Il Texas Ranger non si fermerà davanti a nulla per scoprire la verità, anche a costo di rischiare la propria vita. Con il ritorno inaspettato del figlio estraniato Ben, Briggs deve trovare un modo per mettere a tacere per sempre la legge o cercare di capire meglio il rapporto tra Ben e il ragazzo che ha cercato di far tacere tanti anni fa.

Un dramma con l'aria da western moderno.
Wild horses ha qualcosa di epico, una buona atmosfera, fantastici paesaggi, un cast notevole e una storia che in fondo riesce a creare un buon interesse.
E'un film lento che si dipana senza alterazioni o colpi di scena degni d'effetto.
Cerca l'esatto opposto preparando e incidendo sulla trama passo per passo, cercando una riflessione sugli intenti dei personaggi e creando un intreccio famigliare, che seppur non particolarmente originale, regge in tutti casi risultando convincente, moderato e molto realistico.
Duvall era da dieci anni che non prenedeva più in mano la regia.
Con tre film alle spalle e quasi 95 da attore, ricopre il ruolo tradizionale del pater familias che alla sua veneranda età, decide di fare pace con se stesso e con i suoi fantasmi scrivendo inoltre la sceneggiatura. E'interessante scoprire come lui, Tommy Lee Jones in testa e Eastwood il reazionario, contribuiscano e diano spessore con dei film molto attenti e che riescno ad esaminare, con il senno di poi, tematiche e generi in modo sublime.
Wild Horses potrebbe essere uno di quei film in cui ci si aspettano sparatorie, zuffe, violenza a gogò, invece è un dramma famigliare denso e di una lentezza senza precedenti il più delle volte compiaciuta, crepuscolare e in fondo tragica.
Colpa e remissione.
Con diverse tematiche, di cui quella dell'accettazione di un figlio gay, in una comunità come quella texana, viene trattata senza farla diventare una macchietta, ma anzi prendendola di lato come per altri temi trattati nel film.
La quarta regia di Duvall fa centro regalando un film sofferto, molto lungo e dotato di silenzi straordinari che spessso e volentieri comunicano più dei dialoghi.
Da menzionare James Franco, il figlio gay e Josh Hartnett, purtroppo non caratterizzato a dovere.



martedì 10 febbraio 2015

Salvation

Titolo: Salvation
Regia: Kristian Levring
Anno: 2014
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Intorno al 1870, in America, il colono John uccide l'assassino della sua famiglia, scatenando la furia del famigerato capobanda Delarue. Tradito dalla comunità corrotta e vile in cui vive, John è costretto a trasformarsi in un vendicativo cacciatore, uccidere da solo i fuorilegge e purificare il cuore nero della sua città.

The Salvation è un film girato molto bene, con una seria fattura e tutti gli elementi di genere che potevano conquistare anche sul piano della scrittura, che purtroppo, risulta l’elemento discordante del film e soprattutto intriso di stereotipi.
Con un cast eterogeneo e un Mikkelsen che è perfetto anche quando è immobile, Levrig e Anders Thomas Jensen, sceneggiatore di molti tra i film danesi più conosciuti all'estero, sembrano proprio essersi divertiti a scrivere questo western che nulla toglie e nulla aggiunge al genere, ma anzi cercando di essere il più suggestivi ed essenziali possibili in tutta la struttura, nell’incidente scatenante (la tragedia che crea il dramma, sembra quasi uscito da un romanzo di Lansdale), l’autenticità delle location e alcuni caratteri archetipici che non passano mai di moda.

Un film piacevole che seppur  prevedibile, mantiene sempre un certo ritmo che non fa mai perdere elementi per strada e non annoia nemmeno per un istante.

venerdì 19 dicembre 2014

Red Hill

Titolo: Red Hill
Regia: Patrick Hughes
Anno: 2010
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Il giovane Constable Shane Cooper si trasferisce nella piccola cittadina di Red Hill con la moglie incinta al fine di iniziare una nuova famiglia. Quando la notizia di una fuga dalla prigione nella città manda nel panico gli agenti della polizia locale, il primo giorno in servizio di Shane comincia a passare di male in peggio.
Jimmy Conway, un assassino condannato a vita dietro le sbarre, ritorna nell'avamposto isolato in cerca di vendetta. Ora, preso nel mezzo di ciò che diventa rapidamente un bagno di sangue spaventoso, Shane sarà costretto a prendere la legge nelle sue mani, se vuole sopravvivere

Il problema grosso di Red Hill è la trama fin troppo scontata che lascia subito presagire al pubblico la sorte dei suoi personaggi e in particolar modo la figura di Jimmy come una vittima di sorpusi e angherie (una sorta di critica e denuncia contro ciò che l'uomo bianco ha commesso contro gli "aborigeni" del luogo).
Un regista che purtroppo dopo questa sua opera prima, mai distribuita in Italia, è finito a dirigere anonimi film d'azione come MERCENARI 3 rimanendo di fatto un impiegato delle major a tutti gli effetti.
Red Hill è il classico western che sta dalla parte degli indiani, girato molto bene, con una lenta e piacevole descrizione dei personaggi e con delle bellissime inquadrature su distese e paesaggi che trovano nell'Australia alcune location davvero insolite e magnifiche.
Sembra il classico film di genere che non accenna a dire o ad osare nulla di nuovo, rimanendo un buon prodotto dal punto di vista tecnico ed estetico, ma che non va oltre ad essere una pellicola di poche e semplici pretese.