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sabato 10 novembre 2018

Overlord


Titolo: Overlord
Regia: Julius Avery
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

A poche ore dal D-Day, un battaglione americano di paracadutisti viene lanciato su un paesino della Francia occupata dai nazisti per una missione cruciale: far saltare una torre-radio, posizionata sopra una chiesa, per facilitare l'invasione alle truppe di terra. Sterminati dalla contraerea tedesca e dalla superiorità numerica delle forze naziste, i soldati americani rimangono in poche unità e trovano rifugio nella casa di una ragazza del posto, che vive sola col fratellino. Decisi a portare comunque a termine la missione, il soldato Boyce e i suoi compagni si fanno strada con uno stratagemma all'interno della torre, ma qui scoprono un vero e proprio laboratorio degli orrori e si ritrovano a combattere un nemico mostruoso, apparentemente invincibile.

Chissà come mai la scelta di Avery, il regista che aveva diretto un filmetto molto carino ma con tante imperfezioni di nome SONS OF A GUN. Diciamo che a differenza dell'esordio del 2014, qui Avery può contare su un budget faraonico, rispetto al precedente film, anche se per quanto concerne il cast ha sempre avuto una buona schiera di attori.
War-movie+Action+Horror+Nazisti ed esperimenti+Creature e mutazioni.
Gli ingredienti alla base sono questi e non sono pochi.
Una manciata di minuti per presentare lo squadra in aereo e poi il massacro dove si salvano in pochissimi e da lì il cambio strategico nella location principale, un paesino francese dove gli abitanti servono come cavie per gli esperimenti nazisti, e dove abbiamo tutto il tempo per conoscere i personaggi e respirare dopo il bombardamento iniziale.
Tempesta, silenzio e infine pioggia acida.
Diciamo che anche qui la carne al fuoco era molta. Anche su questo ci sono stati diversi film molto ma molto simili, primo tra tutti FRANKENSTEIN'S ARMY che diciamo era davvero una chicca e se prendiamo in esamina l'horror era proprio un'altra cosa molto più potente e paurosa.
Questa è la versione più edulcorata, commerciale, digeribile, con molti meno mostri e di una major celeberrima, per cui i rischi erano davvero tanti, ma Avery da buon mestierante con qualche punto in più è riuscito a salvare il comando della squadra, cercando di bilanciare intrattenimento e un minimo di sostenibilità della storia.
Funziona sotto molti aspetti che sono poi quelli che riguardano il reparto tecnico, il cast, alcuni accorgimenti e soprattutto le scene d'azione. Quello che non è che non funziona, ma ci si poteva aspettare di più sicuramente, erano gli infetti nella torre che gli alleati dovranno distruggere.
Alcune fesserie riguardanti cose che fanno i personaggi come se da un momento all'altro fossero tutti killer professionisti o abili ladri che riescono a nascondersi in una base nemica piena di guardie naziste tra cunicoli infiniti senza mai farsi vedere dal nemico, sono spesso esagerati, come la ragazza francese che ad un certo punto diventa quasi un'assassina nata rubando troppo la scena.
Un finale che poteva e doveva regalare di più, la resa dei conti tra l'antagonista e il protagonista è veramente scopiazzata da tantissimi film e diciamo anche che l'aspetto che doveva più di tutti far paura, e che il regista olandese aveva usato molto bene nel film citato prima, qui è appena abbozzato senza dargli forza, un punto debole che avrebbe accresciuto tensione e ansia, elementi di cui questo film soffre in dosi massicce in più parti.



Fino all'inferno


Titolo: Fino all'inferno
Regia: Roberto D'Antona
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre delinquenti, di cui un leader fumantino ma astuto, un braccio destro un po' in carne e uno smilzo incontrollabile, si ritrovano per colpa di quest'ultimo a dover saldare un debito con un boss. Rapinano così una farmacia, ma durante la fuga si fermano in una tavola calda, in cui entrano altri rapinatori decisi a svaligiare il locale. Si scatena una sparatoria che coinvolge anche un falso poliziotto, che in verità aveva preso in ostaggio una madre e suo figlio. Quando i protagonisti, per cambiare auto, prendono il suo camper, scoprono che il compare del misterioso agente è già morto e dovranno liberarsi del corpo. Successivamente incontreranno un ex poliziotto con cui il loro capo ha un rapporto di conflittuale amicizia, nel mentre l'organizzazione Crisalis è sulle loro tracce e contatta il boss con cui sono in debito perché gli tenda una trappola.

Mi sento in dovere di difendere questo film.
Ok è una trashata che prende in giro tanti generi e tanto cinema, ovviamente in alcuni momenti la recitazione come l'aspetto tecnico è palesemente amatoriale ma nonostante tanti sforzi, gli attori italiani purtroppo sono quello che sono.
Scene di indubbio gusto, durata eccessiva, dialoghi troppo lunghi e fine a se stessi per prendere tempo ( va bene le battute sul sesso ma qui rischiano di storpiare quando è troppo), scene d'azione quasi improvvisate e a tratti assai ridicole, uno stile di regia non sempre professionale e funzionale e tante altre cosucce che spero D'Antona, chissà dove prende i soldi per fare i film, affinerà col tempo.
Per il resto ci troviamo di fronte ad un film che è una parodia dei film americani (DAL TRAMONTO ALL'ALBA più di ogni altro) dove nonostante tutto, il film riesce e funziona per quanto concerne il ritmo, l'azione in alcuni casi, qualche personaggio, le musiche, l'uso del montaggio.
E'un film godereccio di quelli che cercano di esaltarti sempre di più piano piano che vai avanti.
Un'opera che punta sull'esagerazione, sul fatto che tutto debba essere di più di quello che è, con sempre il sesso e la trasgressione a farla da padrone, i valori del maschio alpha, agenti governativi e multinazionali che producono virus battereologici, infetti e altre cose ancora.
Insomma un caos dove alla fine non rimani deluso.
Fino all'inferno è puro intrattenimento dichiaratamente di stampo citazionista.

lunedì 3 settembre 2018

End-L'inferno fuori


Titolo: End-L'inferno fuori
Regia: Daniele Misischia
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Claudio è un importante uomo d'affari, cinico e narcisista. Una mattina, dopo essere rimasto imbottigliato nel traffico delle strade di Roma, arriva finalmente in ufficio nonostante il notevole ritardo, ma rimane bloccato da solo in ascensore a causa di un guasto. Subito dopo averlo bloccato per infastidire un'impiegata. Peccato sia proprio il giorno in cui Claudio deve concludere un lavoro cruciale per la sua azienda. Ma questo inconveniente sarà solo il primo di tanti altri. Mentre cerca di non farsi sopraffare dalla disperazione per aver perso l'appuntamento, si rende conto che sta succedendo qualcosa di terribile. Parlando al telefono con la moglie e consultando le news si rende conto che la città è in preda al delirio, colpita da un virus letale che sta trasformando le persone in essere disumani e aberranti. Bloccato nell'ascensore, fermo tra due piani, Claudio dovrà affidarsi al suo istinto di sopravvivenza per affrontare l'apocalisse che travolge la città eterna.

Nonostante ci siano vari fan del cinema di genere che sono ormai saturi di vedere zombie o vampiri nei film, l'opera prima di Misischia ha più di un merito e l'ambizione di riportare in sala l’horror in uno dei suoi sottogeneri più popolari e sfruttati allo stremo negli ultimi anni essenzialmente in campo televisivo e a dirla tutta con i pochi strumenti che il regista aveva il risultato non è affatto male.
Certo sulla durata si poteva togliere qualcosa dal momento che il film soprattutto dal secondo atto fatica un po a mantenere ritmo e suspance nonchè la reiterazione di eventi che finiscono col diventare prevedibili e dunque meno spaventosi che si uniscono ad alcune scelte e azioni non colte dal protagonista, ma palesemente ovvie, che sembrano fatte apposta.
Scelta ancora più difficile e ambiziosa è quella di scegliere un'unica location mentre sugli attori ci accontentiamo.
Una sfida che sembrava voler chiedere ai giovani cineasti italiani, non troppo raccomandati, se sapessero/potessero fare del buon cinema con poche idee e tanto sforzo.
La risposta è sicuramente sì anche se negli ultimi anni mi è capitato di vedere horror italiani indicibili e imbarazzantipur avendo un discreto budget.
The End non è tra questi, cerca di avere spessore e caratterizzare bene un attore moderno che incarna i valori dell'egoismo e della corruzione, che dovrà pagare sulla sua pelle se vorrà cercare di mettersi in salvo.


giovedì 30 agosto 2018

Dead space-Downfall


Titolo: Dead space-Downfall
Regia: Chuck Patton
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In un futuro (speriamo) non ancora prossimo, mentre la Terra è dominata da Unitology, una nuova forma di governo religioso, viene trovato un manufatto su di un lontano pianeta. Una colonia umana viene posta per studiare il reperto archeologico alieno, esso, infatti, potrebbe rappresentare la prova dell'esistenza di una forza superiore, in altre parole - Dio -. Improvvisamente, però, l'insediamento di umani smette di dare segni di vita, così, la nave USG Ishimura, viene inviata a recuperare il monolito, denominato il 'marcatore'. Comincia così un viaggio nell'orrore puro vissuto dai membri della Ishimura, i quali verranno assediati e braccati dai coloni morti trasformati in Necromorfi dal marcatore che a loro volta finiranno per contagiare l'equipaggio della nave spaziale...sino a quando non ne rimarrà vivo alcuno

Il pregio di Downfall è quello che si è preso Patton mettendo in scena quello che più gli andava di trattare ovvero una carneficina sci-fi che non si vedeva da tempo nell'animazione dando spazio alla crudeltà e alla ferocia delle immagini rispetto ad uno stile di animazione che non è a dei livelli altissimi. Diventa un horror, anzi un survival horror, con uno svolgimento singolare dal momento in cui l'equipaggio si trova ad avere a che fare con i Necromorfi.
Pur non conoscendo la storia, questo prequel in realtà non dice niente di sè, prendendo lo spunto funzionale a reggere tutta la battaglia che dopo il primo atto segna inequivocabilmente la strada che decide di prendere omaggiando dai vari ALIENS ad altri omonimi per una macelleria che in diverse scene diventa splatter a tutti gli effetti.


Dead within


Titolo: Dead within
Regia: Ben Wagner
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kim e Mike viaggiano in auto con la loro figlioletta e il cane per raggiungere la baita di montagna di una coppia di amici. Ignari del destino a cui andranno incontro, si ritrovano presto come unici sopravvissuti di una misteriosa pandemia che rende il mondo esterno alla residenza un inferno popolato di assalitori famelici. Rimasta sola nella baita, Kim sarà tormentata da immagini di morti e della vita che ha conosciuto e che non tornerà mai come prima, confondendo il reale con la fantasia.

Dead within dovrebbe seguire il filone post apocalittico in uno scenario home invasion o meglio home asserragliato. Con alcuni flash back nel montaggio abbastanza disastrosi, purtroppo Wagner non sembra azzeccarne una nella pellicola. Non vediamo mai un infetto, ci saranno a questo punto, (sorge spotanea la domanda o i limiti di budget hanno portato ad una soluzione drastica) potrebbe essere una delle domande o degli elementi che cercano di spiazzare lo spettatore fino in fondo.
Il risultato è una non spiegazione dove tutto vacilla dalla recitazione a volte in parte a volte sopra le righe, un ritmo che diventa particolarmente noioso o meglio giocato quasi sempre sullo stesso gap e sull'alternarsi delle abitudini di Kim.
Psiche, dinamiche di coppia, isteria collettiva, allucinazioni miste.
Wagner sembra rincorrere un po tutti gli elementi alla disperata e quello che ne esce si fa fatica a digerirlo senza fare il conto con il climax finale in cui Mike perde la testa e quell'arrossamento degli occhi poteva forse comunicare qualcosa quando invece il film sceglie la carta più telefonata e prevedibile possibile.

domenica 22 aprile 2018

Slither


Titolo: Slither
Regia: James Gunn
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un piccolo asteroide cade nei pressi di una cittadina americana: ospita una creatura mostruosa che per crescere e riprodursi deve essere incubata da un corpo umano, corpo che stavolta ha le non troppo rassicuranti fattezze del redivivo Michael Rooker. Il contagio si diffonde e gli "eroi per caso" della situazione devono cercare di scappare dalla città. Ma non sarà facile...

Slither è un piccolo cult. Trasgressivo, accattivante pieno di ritmo, di trovate, di mostri memorabili e soluzioni tragicomiche. Un grande intrattenimento che mischia trash, weird, grottesco, splatter, qualsiasi cosa purulenta e una sovraesposizione di gore. Gunn tira fuori un film veloce, dinamico, perfettamente bilanciato e studiato nella struttura che gode e si avvale di un montaggio che non lascia mai un momento morto. Sicuramente uno degli horror più interessante degli ultimi anni che mi spiace aver recuperato solo ora. Gunn conferma il suo talento arrivando dalla scuola Troma e si vede eccome anche se il film riesce a virare anche in siatuzioni molto più complesse chiamando in cattedra Lovecraft e Yuzna.
Un film che nelle sue numerose citazioni sembra voler omaggiare quel blood & gore degli anni '80, di quegli horror estremi e ipertruculenti ormai non capita più di vedere oppure vengono esageratamente devastati dalla c.g che appare fasulla e controproducente. Qui invece si respira proprio quel marciume che risuciva ad infastidire a far provare quel senso di schifo che Michael Rooker indossa alla perfezione. Un ultima nota sull'inizio che già determina un punto in avanti nella scrittura con il vecchio pieno di soldi che sposa la giovane gnocca della città che tutti si vorrebbero fare ma che invece possono solo restare a guardare. Un inzio già col botto.

martedì 27 febbraio 2018

Mom and Dad


Titolo: Mom and Dad
Regia: Brian Taylor
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una ragazza adolescente e il suo fratellino devono sopravvivere a 24 ore di terrore quando i genitori cominciano a impazzire e si rivoltano contro i figli. Molto violentemente.

I film con Nicolas Cage quando dietro non hanno un regista solido e affermato che cerchi di calmare l'estro e l'ego di Cage hanno tutti una caratteristica comune: la fretta di girarli, montarli, interpretarli e pensarli.
In questo caso Mom and Dad con una buona campagna pubblicitaria sul web cercava di fare quello che COOTIES con mezzi analoghi è riuscito a fare diventando una piccola perla per il genere.
Qui abbiamo un inizio bomba che fa sperare in un grang gruignol di sangue e frattaglie quando invece i toni grotteschi e l'impianto narrativo è solo un pretesto frettoloso per parlarci dell'ennesimo virus che fa in modo che i genitori uccidano i figli e infine ovviamente i nonni che uccidono i genitori in un giro che si morde da solo senza nessuna connessione logica.
Tutto questo poteva essere materiale interessante per esaminare tutte le possibilità che un'idea così carina meritava di far fuoriuscire. Invece il risultato è quello di aver lasciato a briglia sciolta l'intero cast che improvvisa e fugge spaventato da se stesso afferrando qualsiasi arma o accessorio alla portata di mano per colpire chi o cosa si ponga di fronte.
Genitori vs figli poi poteva avere uno humor nero assoluto che qui i dialoghi uccidono subito senza dar prova di avere capacità di scrittura o la voglia di puntare su qualcosa di un minimo originale.
Un'altra buona idea lasciata appassire così velocemente che non si ha neppure il tempo di capire che cosa sia andato storto sicuramente l'idea dell'onda radio già sfruttata nel brutto THE CELL non ha aiutato ma l'idea come insegna ad esempio il buon Palahniuk in Ninna Nanna può davvero essere interessante e originale con la logica che deve essere assimilata però anche dal regista.


mercoledì 20 dicembre 2017

Night of the something strange

Titolo: Night of the something strange
Regia: Jonathan Straiton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cinque amici adolescenti partono per le vacanze di primavera. I bei momenti però finiscono quando Carrie, una di loro, contrae una malattia mortale sessualmente trasmissibile durante una sosta in un bagno. Fermatisi per la notte in un motel, i cinque vivranno un vero incubo quando il virus inizierà a trasformare gli infetti in morti viventi.

Ci sono film che arrivano ad un livello tale di disgusto da lasciarti basito oppure farti morire dalle risate o farti vomitare o spruzzare merda dal culo. Questo film fa parte di quelli che vanno ridere e vomitare assieme con due o tre momenti weird decisamente top e dove neppure in alcune scene il trash della Troma sembra poter arrivare (e non sto esagerando).
Qui siamo di fronte al puro eccesso con badilate di sangue distillata attraverso litri di orrori e un piacere perverso che Straiton annusa dall'inizio alla fine del film immergendolo tra smembramenti, gore e umorismo demenziale che non stona mai e in questo film riesce addirittura a far ridere più che altro perchè tocca livelli di bassezza e volgarità quasi mai visti.
Virus che tolgono ogni freno inibitore, un uso esagerato di qualsiasi liquido corporeo, necrofilia, stupri, tampax ingeriti, parti intime strappate a morsi, calci alla vagina, etc.
Straiton e la banda di pazzi che hanno dato vita a questo film devono essersi divertiti un mondo e più che altro ci hanno creduto perchè il film riesce nel suo compito ovvero divertire per novanta minuti, dove gli ingredienti maggiori (splatter, trash, weird, gore) che regia e sceneggiatura combinano meglio è proprio quella di creare un turbine di cattiveria, efferatezza e disturbanti provocazioni tra il folle e il malato piacere visivo di chi ama questo sotto genere low budget.


sabato 9 dicembre 2017

Worthy

Titolo: Worthy
Regia: Ali F.Mostafa
Anno: 2016
Paese: Emirati Arabi Uniti
Giudizio: 3/5

In un futuro distopico, un camionista raccoglie un autostoppista che, con il volto segnato dall'angoscia, lo invita a guardarsi bene dalle Bandiere nere prima di allontanarsi. Il conducente è Shuaib, un uomo che vive in un magazzino con i figli e con un piccolo gruppo di sopravvissuti in cerca di rifugio con l'unica fonte d'acqua pulita rimasta in zona. Quando due sconosciuti si infiltrano nel composto, Shuaib e gli altri diventano le pedine di un brutale test per la sopravvivenza, in cui solo uno di loro può essere scelto come "degno" e continuare a vivere.

La novià più interessante non è il sotto genere post-apocalittico ma la provenienza ovvero gli Emirati Arabi e quindi geopoliticamente il Medio Oriente con uno sguardo verso l'horror che negli ultimi anni sta producendo diverse pellicole con risultati abbastanza altalenanti.
The Worthy è uno di questi. Altalenante.
Mostafa predilige le regole più comuni del sotto genere con un low-budget dove tutto è concentrato in un'unica location e dove solo nella scena iniziale vediamo una strada e ascoltiamo il racconto del pater familias.
C'è una comunità di sopravvissuti, tutto è basato sulla paura e sulla sopravvivenza e fuori c'è un epidemia dal momento che e "Bandiere Nere" hanno avvelenato l'acqua.
Ovviamente la storia comincia ad ingranare quando arrivano gli ultimi sopravvissuti...
Al di là del reparto tecnico che cerca di mettercela tutta con una buona messa in scena e una fotografia funzionale, il cast cerca di fare il possibile dando delle interrpetazioni dignitose con alcuni alti e bassi e con fuoriclasse come Ali Sulliman anche qui dopo ZINZANA in una ruolo ad hoc per lui.
Il film secondo me perde parte dell'atmosfera e dei toni da thriller quando esagera nel voler diventare una sorta di mattanza con il solito pazzo che decide di mettere a ferro e fuoco il resto dei sopravvissuti. Ci sono ovviamente i retroscena legati tra le faide dei vari componenti interni e quando viene a mancare il leader tutto diventa confuso e con diatribe che aspettavano solo di venir accese.
In più la grande metafora su come queste non meglio precisate "Bandiere Nere" potrebbero essere una sorta di Isis che dove passa lascia miseria e morte, se così è stata voluta è un po troppo abbozzata senza risultare graffiante come avrebbe voluto.

Un film che soprattutto in termini di scrittura avrebbe potuto osare molto di più ma rimane comunque una novità sul tema da parte di una regione del mondo che non è proprio avvezza al genere.

domenica 3 gennaio 2016

Hidden

Titolo: Hidden
Regia: Duffer Brothers
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una famiglia in seguito ad una catastrofe, si ritira in un rifugio sotterraneo.

Hidden pur non essendo un horror post-apocalittico completamente riuscito, ha dalla sua diversi elementi interessanti che alla fine lasciano il pubblico forse un po perplesso ma perlomeno soddisfatto di aver visto un tentativo di confezionare qualcosa di interessante ma con diverse buche.
Un bunker, "bunker invasion", è quindi un'ambientazione serratissima in cui conosciamo meglio i personaggi e in questo i registi si prendono il tempo, forse troppo, per caratterizzarli a dovere e farci capire che diavolo sta succedendo lì fuori, dilatando la gestione dei tempi con picchi di tensione attraverso immagini, rumori, e un sonoro intriso nel mistero.
Poi il film prende una piega nel terzo atto, dopo alcuni flash-back veramente terribili, tutt'altro che scontata e con alcuni buoni momenti di azione e di tensione legato a questa epidemia che si sta generando.
E'infatti è proprio nel mistero e non nell'orrore il punto di forza del film, soprattutto in un finale che seppur furbetto cerca di dare una svolta più che mai importante.
I Duffers Brothers puntano tutto su un cast funzionale e un'atmosfera claustrofobica ben rappresentata attraverso una fotografia calda, giallastra, scura e acidula come anche la scenografia.
Proprio in questo modo hanno la possibilità di utilizzare colori cupi e tenebrosi e farci sprofondare in questa realtà da cui il trio dei protagonisti si ritrova a dover fare i conti da 301 giorni.



mercoledì 18 novembre 2015

Cooties

Titolo: Cooties
Regia: Cary Murnion, Jonathan Milott
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un misterioso virus colpisce una scuola elementare isolata, trasformando i bambini in età pre-adolescenziale in selvaggi senza cervello. Un improbabile eroe deve guidare una banda di insegnanti nella lotta contro i mostruosi scolari.

Gli allevamenti intensivi sono sempre più nascosti e fanno sempre più schifo. Sapere che le carni che mangiamo vengono trattate senza nessun ritegno e rispetto è cosa nota a tutti.
Se la sofferenza degli animali, in questo caso dei polli e infatti di pollo fritto si tratta, potesse esprimersi, le conseguenze sarebbero le più oscene ed estreme.
I bambini ormai da anni sono stati presi di mira dalla cinematografia come metafora di un infanzia perduta, una vendetta contro il mondo degli adulti che non si prende più cura di loro, contro un sistema che li usa soltanto come merce e che gli abbuffa di antibiotici e tante altre schifezze.
Se pensiamo a pellicole interessanti su come i bambini prendano altre sembianze (dovute a svariati motivi) i rimandi possono essere IL VILLAGGIO DEI DANNATI, ma molto di più MA COME SI PUO' UCCIDERE UN BAMBINO del '76, vero cult e capolavoro del genere, oltre ad essere un precursore quasi assoluto sul tema.
Perchè comunque è di virus che si tratta, in cui questi bambini diventano voraci di carni umane e estremamente animaleschi, senza arrendersi di fronte a niente e nessuno.
L'opera prima della coppia di registi sponsorizzata dal protagonista Elijah Wood, è un mix di orrore e commedia, un impianto con un ritmo furibondo e tanta ironia, pieno di disgusto e violenza, oltre che mettere in atto una carneficina in cui i bambini vengono letteralmente presi, picchiati e infine maciullati.
Dosando tempi comici e uno stile colorato pastelloso, il duo firma un film divertente e violento, con un concept e una produzione azzeccata, anche se purtroppo con pochissime e risicate idee di sviluppo che fanno sì che la struttura narrativa sia ampiamente prevedibile.


lunedì 1 luglio 2013

Gerber Syndrome

Titolo: Gerber Syndrome
Regia: Maxi Dejoe
Anno: 2011
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un nuovo virus tiene in scacco l'Europa. Decisamente peggiore dell'influenza aviaria e di tutte le altre pandemie che hanno allarmato le organizzazioni sanitarie mondiali, il morbo di Gerber è una malattia a metà tra un'influenza e l'Aids. Scoperto in Germania nel 2008 e ormai diffuso in tutto il mondo, si contrae entrando in contatto con sangue o saliva infetti e si manifesta con una febbre molto alta e aggressiva. Ma ben presto la sindrome di Gerber rende gli esseri umani simili a zombie. Il virus si sta diffondendo a macchia d'olio, perché gli infetti perdono il controllo e tendono a essere violenti, attaccando chiunque capiti loro a tiro. Una volta contagiati, non c'è scampo. Il terzo stadio della malattia conduce, infatti, alla morte. Ecco perché è stato istituito un centro sanitario dedicato, il CS, in cui i malati vengono messi in quarantena e allontanati definitivamente dalla società. Una troupe televisiva decide di realizzare un documentario su questo nuovo e temibile virus, seguendo il lavoro di Luigi, un ventitreenne addetto alla sicurezza, incaricato di intercettare gli infetti segnalati e portarli al CS, e quello di un medico in prima linea, il dottor Ricardi, che si sta occupando del difficile caso di Melissa, una ragazza contagiata accidentalmente.

Ultimamente ho visionato davvero parecchi horror italiani e di questi forse uno dei primi con venature sci-fi riuscito è questo Gerber Syndrome di un giovane regista torinese.
Un film maturo, certo che soffre ancora di tutti i difetti di un'opera prima, ma che dall'altra è un bene perchè mostra comunque la voglia e l'interesse di cercare di dare una propria impronta e sapersi imporre con uno stile personale.
Dopo alcuni corti passati al TFF arriva l'esordio con il suo primo lungometraggio.
Il film è stato girato low-budget con un manipolo di attori sconosciuti ma funzionali, ed è ottimo in questo caso l'aver preso nomi non noti (penso soprattutto legato ad un problema di budget) ma che in realtà aiuta ancora di più lo spettatore nel duro lavoro dell'immedesimazione che noi viviamo e assistiamo sotto gli occhi di un medico, di una guardia e di una ragazza malata e il suo toccante dramma famigliare.
Mai banale ed evitando come la peste inutili soluzioni che debbano far versare una lacrimuccia, il film è un mockumentary quasi tutto telecamera a spalla che sembra adattarsi alla forma scenica di altri film horror recenti.
Mi è piaciuta molto l'idea di non mettere in scena zombie o creature create dallo stesso virus ma invece qualcosa di molto più reale, molto più vicino, che attaccando il sistema nervoso, porta ad una paura primordiale anche molto più sentita nello spettatore perchè fondamentalmente più vera e vicina a noi.
Un film sul contagio e sulla pandemia, tema che oggi, insieme al cinema post-apocalittico, sta diventando una delle risorse petrolifere più saccheggiate dall'industria cinematografica e dagli autori internazionali.
Per fortuna che i risultati finora visti segnano un risultato che lascia ben sperare.

giovedì 20 giugno 2013

Facility

Titolo: Facility
Regia: Ian Clark
Anno: 2012
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Un gruppo di persone accetta di testare un nuovo psicofarmaco. In attesa di studiarne gli effetti collaterali il gruppo viene lasciato nella stanza di una clinica. Qualcosa però non funziona e la formula chimica del principio attivo produce effetti imprevisti tra i sottoposti al trattamento. La notte si trasformerà in una corsa verso la salvezza per chi sembra non aver subito alterazioni psichiche e una giornalista che, unica nel gruppo, pare aver ricevuto solo un innocuo placebo.

Osservando THE FACILITY ti trovi di fronte ad uno di quegli scenari che sai che ti piacciono tanto. Ambiente isolato, un manipolo di gente etnicamente diversa che non si conosce e un farmaco da testare che però si intuisce subito che andrà a smuovere qualcos'altro.
Un film low-budget inglese comunque con dei buoni spunti, gli attori c'è la mettono tutta compreso Aneurine Barnard (CITADEL).
Quello che purtroppo manca è una storia solida che riesca a mantenere la suspance per tutta la durata del film e purtroppo nell'atto finale deraglia un pò perdendosi dei pezzi sul selciato. Soprattutto sui due personaggi che vengono colpiti per primi dagli effetti collaterali e ognuno sviluppa un contagio diverso. Per quanto riguarda la violenza e lo splatter non mancheranno alcune scene dotate di stile ma nell'insieme anche l'impianto della scelta dei personaggi risulta qualcosa di già visto. In questi ultimi tempi poi contando che l'idea da sola non sempre basta a portare a casa un buon risultato si poteva creare qualcosa di più complesso.

Bay

Titolo: Bay
Regia: Barry Levinson
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Chesapeake Bay, Maryland. È il giorno che il cinema ha raccontato innumerevoli volte e che si colloca nel profondo del sentire Americano: il 4 luglio. La città si prepara, sindaco in testa, a festeggiare con una molteplicità di iniziative, a partire dalla gara dei mangiatori di granchi. Questa atmosfera ci viene descritta, in un collegamento via Skype, da una giovane che all'epoca (qualche anno prima) conduceva un reportage per una piccola emittente televisiva. Donna Thompson, così si chiama, ci racconta come dall'atmosfera di festa si passò nell'arco di pochissimo tempo all'orrore a causa di un parassita cresciuto a dismisura ed impegnato a divorare qualsiasi tessuto vivente

L'ultimo film di Levinson si slaccia totalmente dalla precedente filmografia per andare ad abbracciare un genere assai diverso che negli ultimi quindici anni sta riscuotendo parecchio successo. Levinson però non è un ingenuo e perciò non cade nella trappola di farsi trascinare solo dietro urla agonizzanti e mostrando a tratti qualche immagine nemmeno troppo nitida.
La sua idea nasce innanzitutto da un bisogno di denunciare gli orrori che ci stanno attorno a partire dall'inquinamento ambientale come conseguenza dell'allevamento intensivo. Un danno e un pericolo maggiore di quello che si pensa contando che modificando la catena alimentare e dando da mangiare ai pesci del pollo forse si crea qualcosa che non si vorrebbe mai vedere.
La critica poi si fa ancora più spiazzante quando come spesso capita si tenta di occultare le prove cercando di nascondere la verità tramite mezzi mediatici o anche solo con una campagna elettorale dal vivo.
Solo questi due temi sviluppati con una logica che non lascia nulla al caso ma aumenta di tensione spalmando per tutto l'arco del film una tensione molto più realistica del previsto.
L'idea poi di fare un film a basso budget, di chiamare attori sconosciuti, di usare spesso la telecamera in spalla con moltissime inquadrature traballanti potranno essere elementi che faranno storcere il naso ma che invece riescono ad essere funzionali.
Un found-footage che saprà essere accolto dagli amanti della suspance anche grazie a dei buoni effetti speciali e poi l'idea semplice ma geniale di scegliere un parassita come nemico comune per essere precisi il Cymothoa Exigua. Questo parassita dei pesci entra nelle branchie degli animali, taglia la vascolarizzazione della lingua del suo ospite e si sostituisce alla stessa agganciandosi direttamente ai muscoli. Quando poi se ne vede uno lungo tre metri che si nasconde dentro un sottomarino abbandonato allora direi che ci siamo...

giovedì 27 dicembre 2012

Day




Titolo: Day
Regia: Douglas Aarniokoski
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di viaggiatori armati di fucili, asce e machete cammina per le strade di un paesaggio devastato, dove il ciclo naturale della vita è stato a lungo stentato. Una volta dodici, questi sopravvissuti si sono ridotti a cinque. Sono costantemente in movimento, ma quando uno dei loro membri si ammala e rallenta il ritmo, sono costretti a cercare rifugio in un casolare abbandonato.

The Day è strano perché non è affatto originale, non racconta quasi niente e fatica a decollare. Però poi travolge in quella parte centrale e finale molto disperata e violenta. Pur trattando un tema come quello post-apocalittico ormai abusato dal cinema, riesce comunque a mantenere un’aura propria senza assomigliare o prendere in prestito nulla da altri film usciti di recente il che già da solo vale una nota positif in più.
Alcune scene sono davvero apprezzabili come la disperazione di Adam che si accanisce sulla povera Mary in una scena di macabra e sofferente tortura e agonia.
Aarniokoski il cui nome è impronunciabile tanto quanto Shyamalaian non è un talento come regista in sé. Su sei film che ha fatto forse questo è l’unico che si salva, ma per capire parte della sua bravura bisogna vedere con chi ha lavorato (Gilliam e Rodriguez solo per fare due nomi che esigono rispetto).
Un cast interessante e variopinto in cui i cinque (quattro ma non voglio fare spoiler) vivono continuamente di contrasti, di un terrore e un’alienazione che giace dentro di loro e li porta ad essere feroci e crudeli quanto i “cattivi” della situazione. Proprio questa è la scelta congeniale del film che anziché mostrare zombie o feroci creature mostra ancora una volta come l’abominevole spietatezza umana non trova pari in natura.
E’ l’atmosfera a farla da padrona. Le location deserte canadesi unite alla scelta di usare dei colori saturati e tendenti quasi solo al blu e al grigio per la fotografia arricchiscono un film girato davvero con pochi soldi e di un nichilismo davvero spietato.

lunedì 24 dicembre 2012

Last Winter


Titolo: Last Winter
Regia: Larry Fessenden
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In una base nel Circolo polare artico è in atto lo scontro tra gli interessi di una compagnia petrolifera e quelli degli ambientalisti. Un uomo viene trovato morto, e un virus pare diffondersi nella base.

Se da un lato il taglio dell’eco-vengeance e della critica ambientalista stanno diventando, per fortuna, importanti vasi da cui anche l’horror attinge trame e sottotrame, dall’altro proprio questa particolarità di genere ha bisogno di essere regolamentata da un ritmo funzionale.
Il caso di Last Winter che ritrova dopo cinque anni d’inattività Fessenden, gioca alcune parti importanti, un buon cast e delle splendide location. Qualche paragone vorrei spenderlo con LA COSA di Carpenter.
Il regista spesso insegna che se da un lato le intenzioni e la storia sono estremamente importanti (soprattutto di questi tempi) anche l’azione e i passaggi fondamentali servono come in un’equazione in cui tutto alla fine deve tornare.
Il limite di Last Winter è proprio questo. Ed è un peccato perché tutto il film è pervaso da un’atmosfera che poteva e meritava di dare quel qualcosa di più. Quando un film di questo genere comincia a essere noioso allora c’è proprio qualcosa che non funziona. Tutto questo abbinamento e i punti deboli del film sfociano poi in un finale che riassume tutti i difetti di una narrazione che non riesce a essere incalzante.

venerdì 6 aprile 2012

Carriers


Titolo: Carriers
Regia: Alex Pastor, David Pastor
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un virus letale sta contagiando l’intero globo. Quattro giovani ragazzi percorrono vie secondarie dell’America dell’ovest per raggiungere un’utopica regione nel Golfo del Messico in cui saranno salvi. Carriers segue la loro fuga attraverso un mondo surreale e pieno di pericoli, dove regole e leggi non vengono più applicate. I loro piani vengono meno quando la loro auto ha un guasto su una strada isolata e questo sarà l’avvio di una catena di eventi che segnerà il destino di ognuno di loro.

Ancora una volta la dimostrazione di come con un budget risicato si riesca a creare le basi per un ottimo film sull’apocalisse pandemica(tema quanto mai abusato) ma che sembra uno dei veri vasi di Pandora delle ultime stagioni.
Il merito della riuscita di questo film è sicuramente nello script, nei protagonisti (finalmente dei bamboccioni che almeno riescono a far sembrare reale la sofferenza) ma soprattutto nella densa e corposa regia dei due fratelli che con delle ottime inquadrature e uno stile quanto mai efficace e un ritmo feroce se ne escono con una perla che rimaneva lì ferma dal 2007 aspettando un produttore. Aggiungendo le tinte forti della fotografia di Benoit Debie e il lavoro eccellente di post-produzione.
I quattro ragazzi non sono sticchi di santi, sopravvivono proprio sacrificando tutto a partire dal senso di perdita e della solitudine (l’abbandono della ragazza nell’area di sosta è davvero straziante).
Pochi cazzi. Anche qui di zombie se ne vedono pochissimi ma è la suspance che si mantiene per tutta la pellicola insieme alla crudeltà degli esseri umani che ritorna in auge sfruttando alcuni meccanismi davvero notevoli che fanno la differenza.
Fantastico e disperato Carriers è sicuramente uno dei migliori horror dell’anno.
I fratelli Pastor spero che verranno premiati per la loro particolare capacità di ridare enfasi al genere e alla tematica davvero molto abusata.

domenica 20 novembre 2011

Splatters


Titolo: Splatters
Regia: Peter Jackson
Anno: 1989
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 4/5

Lionel è oppresso da una madre ossessiva, che gli impedisce di avere una vita sociale e di vedere delle ragazze. Quando il giovane conosce la bella Paquita, la folle genitrice segue i due ragazzi al loro primo appuntamento, al giardino zoologico; qui, la donna viene morsa da uno strano animale. Presto, la madre di Lionel morirà e si trasformerà in uno zombie, iniziando a infettare tutti i vicini.

Uno dei veri cult in ambito di cinema splatter-trash, gli schizza cervelli è in assoluto uno dei capolavori del genere contando le venature macabre e gli incipit demenziali che lo collocano fin da subito in una determinata categoria che chiude il trittico horror del buon Jackson prima che venga rapito dalle major cui affidano produzioni iper-galattiche.
Splatters è un film che funziona perfettamente sotto tutti i punti di vista e in particolare nella semplice ma efficace sceneggiatura, sempre pronta a cogliere gli aspetti più grotteschi che dalla vita sedentaria di casa tra Lionel e la madre, si sposta poi a tutta la città. Il massacro finale così come il bambino davvero volgare sono solo alcune delle perle che attribuiscono la corona a uno dei film più raccapriccianti per l’anno in cui è stato girato e badate bene parliamo dell’89 in cui di film così (nel senso di fatti così bene) non c’è, n’erano che una manciata. E’così dai 500 litri di sangue finto (300 dei quali sono nel massacro finale con la motosega) fino alle gag assolutamente irriverenti, la madre-topo che per certi versi mi ha ricordato la mutazione finale di Samantha Eggar di BROOD come invece il film ha sicuramente influenzato molto Raimi che nel 93 gira L’ARMATA DELLE TENEBRE.

martedì 15 novembre 2011

Insanitarium


Titolo: Insanitarium
Regia: Jeff Buhler
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jack per salvare sua sorella Lily, rinchiusa in un ospedale psichiatrico dopo avere tentato il suicidio in seguito alla morte della loro madre, si finge malato di mente riuscendo a farsi ricoverare. All'interno della struttura scopre che lo strano dottor Gianetti utilizza i pazienti come cavie per la sperimentazione di un misterioso farmaco. Questo farmaco trasforma le persone in belve assetate di sangue e sembra avere subito una modificazione che rende i suoi effetti contagiosi in seguito a un morso.
Quando Jack e Lily tenteranno la fuga, la situazione degenererà e l'ospedale sarà teatro di un massacro...

L’idea di strutturare una storia di questo tipo con evidenti connotazioni horror-splatter in un ospedale psichiatrico con un virus come colonna sonora della vicenda è un’idea notevole cui si potrebbero prestare più idee interessanti e intelligenti.
Purtroppo Buhler butta tutto nel cesso sin dai primi venti minuti in cui s’intravedono già subito gli elementi discordanti della pellicola.
Prima di tutto sembra strizzare l’occhio a SHUTTER ISLAND anche se solo di rimando con l’idea da vero furbone del protagonista, il cazzone in questione, di decidere di farsi internare. Il problema del belloccio di turno è che è assolutamente incapace di dare realisticità al personaggio, di caratterizzarlo un minimo così come altri spaesati protagonisti cui si salva solo il sempre bravo Peter Stormare nel ruolo dell’antagonista che nulla aggiunge alla valanga di dottori pazzi senza apparenti motivi che supportino le loro idee.
La parte sulla psichiatria anche se quasi totalmente assente poteva essere un elemento importante cui aggrapparsi e su cui strutturare un’idea che tenesse tutto assieme invece le cavie così come i pazienti sembrano riflettere tutta un’altra condizione.
Se la fotografia fa acqua da tutte le parti e la recitazione e sotto le righe, non bisogna sottovalutare il tono serioso che comunque Buhler, forse l’unico che ci crede, riserva alla pellicola, anche se a dirla proprio tutto il film non so se volutamente, ma spero proprio di sì, alle volte sembra essere imparentato con la Troma per la demenza con cui sono trattate alcune parti.
Solo che mentre la Troma trova proprio la sua efficacia nel trash e nel black-humor, qui tutto si sgretola come le parti del corpo dei degenti che si sbranano tra di loro e del caos totale in cui sguazza il film.
Un peccato perché l’idea, anche se difficile da consolidare, era molto promettente.