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sabato 16 novembre 2019

Panama Papers


Titolo: Panama Papers
Regia: Steven Soderbergh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una vedova indaga su una frode assicurativa inseguendo a Panama City due soci in affari che strumentalizzano il sistema finanziario mondiale.

Laundromat letteralmente è la pratica di pulire i soldi illegalmente.
Soderbergh ovunque lo metti è quasi sempre sinonimo di garanzia. Balla da un genere all'altro girando film thriller con uno smartphone, intessendo trame corali, parlando di narcotraffico, banche, rapine, truffe, il tutto con una nutrita e solida filmografia e infine la particolarità di infilare spesso una quantità di star impressionanti.
Panama Papers in parte ha tanti di questi fattori espressi però in maniera più consolidata, seria e matura come il tema sta ad indicare. Anche in questo l'outsider americano considera un gioco l'analisi di un fenomeno tanto discusso quanto anomalo per certi versi e soprattutto attuale più che mai. Partendo proprio dalle storie, agendo come una metafora nell'affrontare alcuni dibattiti, prendendo i due protagonisti e facendoli traghettare da un paese all'altro con dei monologhi che affrontano in maniera radicale la vicenda, cercando senza moralismi e prese di posizione di analizzare quello che il potere della finanza e delle leggi di mercato ha sempre permesso ai danni di qualcun altro. Soderbergh ragiona su quanto alcune scelte, una parte del marcio del sistema fiscale americano, possa generare conseguenze impreviste, effetti perversi e inattesi ai danni di una parte di mondo che semplicemente non sa chi trama sopra di loro o per loro.
Messo in scena con un'eleganza degna del profilo e della filmografia del regista, aiutato in questo da una galleria di attori semplicemente straordinari dove ognuno riesce a cogliere al meglio le sfumature delle vittime e dei carnefici e di chi non si rende conto a cosa sta andando incontro o quale animale più grosso di lui sta ingrassando a dovere.
Con toni a volte quasi da favola, l'operazione dell'autore svela facendo voli pindarici da un paese all'altro la storia vera del 2016 dei cosiddetti Panama Papers, i dossier confidenziali creati dalla Mossack Fonseca nei quali figuravano tutti i nomi degli azionisti - capi di stato e di governo, funzionari, parenti e collaboratori di ogni sorta - che nascondevano i loro beni al controllo statale. Ancora una volta vengono esaminati anche i contorni agendo in maniera ancora più dettagliata, minuziosa e minimale andando fino in fondo per dare un'identità alla fonte anonima che ha rivelato al mondo l'archivio segreto dello studio, nella fattispecie una delle attrici più interessanti della storia del cinema

domenica 27 ottobre 2019

Trevirgolaottantasette


Titolo: Trevirgolaottantasette
Regia: Valerio Mastrandrea
Anno: 2005
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Una giornata come tante in un comune cantiere romano rischia di finire in tragedia; una realtà, quella delle morti bianche, purtroppo confermata da dati statistici allarmanti.

Mastrandrea su sceneggiatura di Vicari e con Germano, Giallini e Trinca gira questo importante corto sulla tragedia delle morti sul lavoro, le "morti bianche" e il numero di 3,87, la media delle persone che ogni giorno in Italia muoiono in seguito a un incidente sul lavoro.
13' minuti dove l'incidente scatenante arriva quasi subito ma noi lo scopriamo come climax finale facendo in modo che tutta la storia che avviene dopo sia una specie di sogno o son desto, dove capita un po di tutto, dalla fanciulla dei propri sogni fino ad una festa.
Quelli che noi vediamo all'inizio nel cantiere non hanno il materiale necessario, non hanno caschetti, i ponteggi sembrano improvvisati e l'aria che tira è stagnante, come se ognuno di loro si trascinasse per fare uno sforzo e continuare il proprio lavoro.
Forse l'unica nota dolente e di averla buttata troppo nel sentimentale, con la scena con Trinca decisamente troppo lunga e inutile dal momento che aveva già detto quello che doveva (la scena del letto andava eliminata). Tra le riprese del making of che si trova su youtube alcuni momenti sono divertenti e mostrano il caro amico di Mastrandrea, Caligari sul set a dargli consigli. La loro è stata un'amicizia importante e a Valerio bisogna sempre dare merito di aver creduto e prodotto l'ultimo lavoro del regista romano scomparso pochi anni fa.

lunedì 7 ottobre 2019

Caffè

Titolo: Caffè
Regia: Cristiano Bortone
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

In Belgio l'iracheno Ahmed ha un piccolo negozio in cui conserva una preziosa caffettiera d'argento. Durante una manifestazione dei teppisti fanno irruzione nell'esercizio e la rubano. Uno di loro però perde i documenti e Ahmed lo rintraccia con il desiderio di farsi restituire il maltolto. A Roma Renzo, un barista appassionato di aromi di caffè, viene licenziato e va a cercare lavoro a Trieste presso un'importante industria che importa il prezioso prodotto e in cui spera che le sue competenze vengano valorizzate. Ciò però non accade e il giovane, la cui compagna attende un figlio, è tentato dall'idea di compiere un furto. In Cina Fei è un manager di successo che sta per sposare la figlia del proprietario di una grande industria del settore chimico. Un giorno viene incaricato di far ripartire una fabbrica che è stata bloccata da un guasto nello Yunnan che è la sua regione di origine. Fei si accorge dei rischi che corrono la popolazione e le piantagioni di caffè che aveva abbandonato da giovane per cercare fortuna a Pechino. Deve ora decidere quale posizione prendere.

Bortone dopo alcune commedie cerca di dare più consistenza al suo cinema con un dramma corale con tre storie e ovviamente il fil rouge che le attraversa, in questo caso, il caffè.
Riesce grazie ad un cast dove spiccano alcuni attori e personaggi tra cui Ahmed e il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini qui in una delle sue ultime prove.
Tre storie apparentemente diverse, dove la fatica a tirare avanti facendo una vita di stenti colpisce in maniera dolorosa ma con disagi spesso comuni. L'insoddisfazione è un altro elemento comune dove pur sondando diversi target generazionali e location, nonchè paesi diversi, a ognuno sembra sempre mancare qualcosa, quasi sempre la felicità, cercando un sogno per sentirsi qualcuno o attaccandosi ad un ggetto del passato o pensare di fare un passo in avanti dando alla luce un bambino.
Sono storie piccole, drammi quotidiani che riescono ad essere sentiti in un pubblico che non deve sforzarsi a creare una sorta di immedesimazione, sono intimamente vissute dai suoi protagonisti chi in cerca di speranze e salvezza o cercando di riscattarsi in qualche modo facendo una scelta avventata e pericolosa. Bortone tecnicamente riesce a comporre un bel puzzle dove il ritmo riesce ad essere costante senza mai annoiare e cercando di riscattarsi con dei climax in alcuni casi forti e inaspettati.

venerdì 9 agosto 2019

Sleepers


Titolo: Sleepers
Regia: Barry Levinson
Anno: 1996
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quattro giovani ladri, finiti in riformatorio negli anni sessanta per l’uccisione accidentale di un passante, vogliono vendicarsi delle angherie subite dalle guardie.

Sleepers è prima di tutto una parata di star alcune di grande successo, altri meno e infine qualcuno che non c'è l'ha fatta. Gassman, Hoffman, De Niro, Bacon, Pitt, Patric, Crudup, Renfro.
Sleepers non è esente da difetti, anzi, ma rimane un film importante con una vicenda davvero disturbante nonostante i film sugli abusi e sul carcere siano un tema ricorrente da anni a questa parte. Quello che colpisce al di là di alcune intense interpretazioni, è l'atmosfera del film, soprattutto nella prima parte, che sembra rimandare a Scorsese ma anche ad un certo cinema di genere. Ci sono pro e contro nel film, scelte che si possono ritenere giuste o valide e altre discutibili. Uno dei pochi film in cui la voce narrante non è un punto debole ad esempio.
Come nel conte di Montecristo citato a profusione, la vendetta va preparata e infine sfruttata nella maniera più funzionale quella per le strade ma soprattutto nell'aula di tribunale. Ci sono vari stereotipi che proprio sulla parte finale e i personaggi chiamati in causa, sostengono la giustizia privata attraverso la manipolazione della legge e della fede cattolica (il giuramento del prete De Niro) dando al film pregi e momenti debolucci in un altalenarsi dove i difetti sembrano andare di pari passo con la strategia per confezionare la vendetta.
Il coraggio di Levinson non si risparmia specie nelle scene in riformatorio, Rizzo il nero come capro espiatorio, le urla dei ragazzi nei corridoi mentre vengono abusati e torturati, l'incidente scatenante iniziale..il dialogo con Bacon da parte di Tommy e John.



Villeggianti


Titolo: Villeggianti
Regia: Valeria Bruni Tedeschi
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una villa sulla riviera francese. Un luogo che sembra fuori dal tempo e anche isolato dal resto del mondo. Anna la raggiunge con la figlia per alcuni giorni di vacanza. In mezzo ai familiari, agli amici e al personale di servizio, la donna deve riuscire a gestire la recente fine del suo matrimonio e la preparazione del suo prossimo film. Dietro alle risate, alle discussioni e ai segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere.

I villeggianti è un film borghese, che non ha tanti motivi per esistere, vede la sua paladina ergersi a regina incontrastata nella modesta galleria di personaggi che popolano la villa.
Eppure pur essendo il primo film che vedo della Tedeschi come regista, stranamente viste le premesse è un film che alterna tanti stati d'animo diventando sempre di più un'antipatica riflessione sulla fragilità delle persone e delle coppie.
Un film viziato, che sembra un'autoanalisi della regista/attrice e dei mali e i vizi che la consumano, però si rimane a guardargli senza fare una piega, con l'incertezza di vedere dove vuole andare a parare, a volte da qualche parte a volte invece da nessuna in particolare.
Lo struggimento interiore, la crisi di nervi (ripetendo agli ospiti per l'ennesima volta di essere stata abusata da piccola), la rottura dei legami sentimentali, tutte queste coordinate vengono sparse durante il film in modo però molto attento e inusuale, cercando di citare un certo cinema colto, senza riuscirci ma senza nemmeno osare troppo rischiando di auto compiacersi.
Un film che sembra molto autobiografico che non annoia mai anche quando alcuni tratti sono davvero lenti e fine a se stessi. Tutti cercano di dare il loro meglio in questo film corale che come diceva qualcuno può sedurre o irritare. A tratti entrambi direi, in un rincorrersi drammatico ma poi ironico poi tragicomico peccando solo quando cerca di essere estremamente maturo.

venerdì 2 agosto 2019

Fratelli nemici


Titolo: Fratelli nemici
Regia: David Oelhoffen
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Manuel e Driss sono cresciuti come fratelli nelle banlieue parigine ma oggi tutto li oppone. Manuel gestisce traffici di droga, Driss è diventato un agente dell'antidroga. All'ombra di un assassinio che ha freddato in strada tre dei suoi compagni, Manuel è costretto a collaborare con Driss. Tra ostilità e risentimento e malgrado la loro diffidenza reciproca, i loro legami si riallacciano intorno alle radici comuni.

Il polar visto dagli occhi di un regista che finora si è confrontato con il western e il dramma della guerra. Pochi ingredienti: amicizia, spaccio, tradimenti e vendetta.
Oelhofen tratta una storia molto reale, che vede contrapposti due vecchi amici cresciuti assieme dai volti espressivi e intensi di Kateb e Schoenaerts (uno degli attori più in gamba della sua generazione). Guardia e ladri, poliziotti contro spacciatori e viceversa, bande criminali e signori della droga intoccabili che fanno il doppio gioco. Tutto sembra assumere i soliti clichè di genere portando a galla una vicenda già ampiamente nota nel cinema.
Quello che però il regista riesce bene a disegnare sono le traiettorie tra i personaggi, caratterizzati molto bene e con dei dialoghi che non risparmiano sofferenza e amarezze, scappando da vecchi errori e rincorrendo amori di una vita. Pochi momenti di action ma quando si presentano sono esplosivi, violenti, reali, come la strage iniziale dove Manuel come in Maryland vede tutto dalla sua prospettiva nascondendosi come può.
L'incidente scatenante, che arriva tardi, crea un cambiamento nella strategia dei contenuti del film, in cui il protagonista fugge, "è bruciato" come racconta a Driss e da lì in avanti il loro rapporto segue un parallelismo come quello di Costigan/Queenan.
Un film duro e marmoreo isolato in pochi spazi sfruttando e saltando da una location al'altra in un quartiere governato da regole e spacciatori tra marciapiedi che scottano, cemento armato, garage sotterranei che sembrano gallerie infinite, piazze e residence alveari, passando da un tetto all'altro sempre camminando con il viso coperto.
Nessuno sconto e la realtà dura di quartiere non potrà che portare a effetti perversi e conseguenze inattese.

Suburbicon


Titolo: Suburbicon
Regia: George Clooney
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gardner Lodge vive nella ridente Suburbicon con la moglie Rose, rimasta paralizzata in seguito ad un incidente, e il figlio Nicky. La sorella gemella di Rose, Margaret, è sempre con loro, per aiutare in casa. L'apparente tranquillità della cittadina entra in crisi quando una coppia di colore, i Meyers, con un bambino dell'età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. L'intera comunità di Suburbicon s'infiamma e si adopra per ricacciare indietro "i negri" con ogni mezzo. Intanto, due delinquenti, irrompono nottetempo nell'abitazione dei Lodge e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose.

Le commedie grottesche quando colpiscono, sanno farlo in maniera incisiva, dura e potente.
Il film di Clooney scritto dai Coen (e si vede eccome) è un perfetto esempio di ibrido che mischia i generi sposando temi ancora oggi attuali e mostrando ancora una volta il lato "nascosto" della middle class americana.
Razzismo, sangue, violenza, soprusi, minacce, complotti, ricatti, e soprattutto la parte più spaventosa, quella che avviene tra le mura di casa con un bambino costretto ad assistere ad episodi di inusitata violenza con gli stessi genitori pronti ad ucciderlo all'occorrenza per difendere i propri interessi. Ancora una volta è la descrizione dell'America a far paura, feroce, istericamente ossessionata dalla paura di un nemico esterno (possibilmente con la pelle di un altro colore) senza farsi problemi a ricorrere alla violenza più bieca, l'isterismo collettivo in fondo che porta alla rivolta contro l'unica famiglia di colore è il devastante culmine della vicenda.
Suburbicon pur essendo volutamente patinato, risulta estremamente attuale e coinvolgente, con un ritmo serrato, un cast di tutto rispetto e una caratterizzazione dei personaggi molto funzionale.
Gli ingredienti ci sono tutti: umorismo nerissimo, situazioni vomitevoli ai limiti dello splatter (la scena dell'omicidio in casa con la soda caustica su tutte), scatti di violenza estremi ed improvvisi per un film che non scopre mai le sue carte, risultando originale e con un finale imprevedibile e alcuni colpi di scena notevoli e mai scontati.
Un film maturo, importante e deliziosamente condito con tutti gli ingredienti dei Coen alla Fargo e che dimostra ancora una volta l'interesse di Clooney per scegliere soggetti scomodi e ambiziosi.


mercoledì 10 luglio 2019

Sisters brothers


Titolo: Sisters brothers
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Oregon, 1851. Eli e Charlie Sisters sono fratelli e pistoleri virtuosi al servizio del Commodore, padrino locale che li lancia sulle tracce di Herman Warm, cercatore d'oro fuggito in California. L'uomo ha messo a punto un processo chimico per separare l'oro dagli altri residui minerali su cui il Commodore vuole mettere le mani. A cavallo, i Sisters avanzano verso il loro obiettivo per torturarlo e poi piantargli una pallottola in testa. A precederli nella caccia è John Morris, investigatore umanista che ha il compito di rintracciare Warm e trattenerlo fino all'arrivo dei due sicari. Ma il chimico è pieno di sorprese e finisce per sorprendere Morris, coinvolgendolo nella sua impresa: trovare l'oro e costruire una società ideale a Dallas.

Audiard (Deephan, Profeta, Sapore di ruggine e ossa) è uno dei registi francesi contemporanei più talentuosi sulla piazza.
Tutti i suoi film hanno sempre una continuità sulle tematiche e sull'esplosione della violenza da parte dei suoi protagonisti. Da sempre nell'hinterlad francese, il suo primo film yankee con un budget incredibile, racconta e narra una storia abbastanza originale cercando di dipingere la dura vita ai tempi dei cercatori d'oro.
Con un cast che non merita presentazioni e rifuggendo la più ovvia mitologia insita nella cinematografia western, che negli ultimi anni continua a sfornare film a profusione, Audiard come sempre nel suo cinema si interessa a fare uno scavo ancor più intimistico sulla natura dei rapporti umani e suoi suoi personaggi in particolar modo il complesso rapporto tra i due fratelli e la loro devastante storia familiare.
Il risultato è un film che sin dalla prima inquadratura si mostra come deve e sarebbe stato ai tempi, ovvero uno sguardo molto violento dove i due fratelli sanno fare bene solamente una cosa: uccidere


sabato 8 giugno 2019

Proprietà privata


Titolo: Proprietà privata

Regia: Joachim LaFosse
Anno: 2006
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Thierry e François sono gemelli eterozigoti e vivono in un vecchio casale di campagna con la madre Pascale, separata e animosa col padre risposato dei suoi figli. Madre e figli sembrano convivere serenamente fino a quando Pascale, innamoratasi del vicino di casa, decide di mettere in vendita l'immobile e andare a vivere con lui. Thierry, fortemente contrariato, ostacola la relazione della madre e la sua balzana intenzione di vendere. Frustrata e incapace di sostenere le pressioni del figlio, Pascale parte. In sua assenza la situazione familiare esplode e Thierry e François finiranno col farsi male.

LaFosse è un regista belga impegnato di quelli che amano buttarsi su storie sul sociale.
Drammi che parlino di crisi economiche, coppie a pezzi, insomma uno a cui piace osservare e monitorare i fatti sociali che più ci rappresentano in questa società capitalista.
Proprietà privata è un ottimo esordio con un cast importante che sigla parte dei risultati funzionali della pellicola (la Huppert è sinonimo di garanzia oltre ad essere una delle attrici più dotate di sempre) tessendo apparentemente un nucleo familiare nemmeno così distante dalla realtà, anzi, ma tagliandone il cordone ombelicale (la madre) per vedere fino a che punto è possibile una comunione. Egoismi familiari, conflitti, l'importanza di avere un nucleo familiare compatto e almeno un genitore di riferimento, la vitale ribellione al soffocante giogo materno e sociale e per finire un matrimonio a pezzi.
C'è tanta carne al fuoco nell'esordio del regista che riesce a sistemare tutto in modo preciso, perdendo solo qualche volta di vista l'obbiettivo per rincorrere alcune sotto trame ma rimanendo sempre fedele agli intenti di base.
E'un buon cinema il suo che tenderà a maturare col tempo fino ad arrivare a drammi contemporanei meno complessi come temi portati alla luce ma ancora più lucidi nella loro analisi come l'ottimo film passato in sordina Economie du Cople




mercoledì 5 giugno 2019

Zona


Titolo: Zona
Regia: Rodrigo Plà
Anno: 2007
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Alejandro, ragazzo di buona famiglia, vive nella Zona, un quartiere di Città del Messico che è un vero e proprio ghetto per ricchi, sorvegliato da poliziotti privati. Una notte, tre giovani dei sobborghi poveri vi penetrano per compiere una rapina che finisce nel sangue. L'unico sopravvissuto viene catturato ma, invece di consegnarlo alla polizia, gli abitanti decidono di sottoporlo a un processo sommario...

Negli anni del capitalismo della sorveglianza, il film di Plà assume contorni precisi e quanto mai attuali per denunciare un sistema di giustizia sommaria e privata.
Il cittadino che diventa giustiziere aiutato e spalleggiato da un gruppo di gregari è uno scenario che il cinema indaga e attraversa per farci riflettere dal momento che quotidianamente la cronaca denuncia queste ignominie.
Un film che indaga un evento di cronaca caricandolo di pathos e ingiustizia per esplodere in uno dei finali più drammatici e disturbanti degli ultimi anni, mostrandoci ancora una volta fin dove può spingersi la regressione umana fino ad arrivare alla scelta di un capro espiatorio e di una vittima sacrificale da immolare e rendere manifesto e monito per il resto delle vittime.
Tratto da un libro scritto dalla moglie del regista, la zona diventa uno spazio geografico che possiamo individuare in ogni parte del mondo dove muri e cancelli dividono la ricchezza dalla povertà confinando l'umanità derelitta, senza contatti e aiuti tra le parti ma anzi cercando sempre di più di rimanere nella proprietà privata seguendo un codice di regole fisse che non ammettono passi indietro, pensando così di aver allontanato un problema e spendendo ingenti quantità di soldi per aumentare un sistema di difesa che porta la classe dominate ad essere ancora più ottusa e ipocrita.
Plà è un regista uruguayano che da sempre ha cercato di portare una sua precisa politica d'autore sulla denuncia dei soprusi e sulla proprietà privata che soprattutto nel Sud America ha creato e sta creando tensioni e conflitti.



Training Day


Titolo: Training Day
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jake Hoyt è un giovane poliziotto, idealista e di belle speranze, che è stato appena assegnato alla sezione narcotici del dipartimento di polizia di Los Angeles. Animato dal fuoco sacro della giustizia, Jake ha un solo giorno per dimostrare di avere la stoffa per quel lavoro. A giudicarlo è il sergente Alonzo Harris, veterano della sezione antidroga, che lavora da tredici anni nei quartieri più caldi della città, violente centrali di spaccio, animate da energumeni sudamericani a suon di rap e proiettili. Il problema è che la pratica con i criminali ha reso la pelle di Alonzo fin troppo dura. Muovendosi costantemente in bilico tra legalità e corruzione, il sergente trasforma il giorno di addestramento dell'ingenua recluta in un cinico e crudele gioco all'ultimo sangue. Dove solo i più forti vincono.

Il poliziesco, il buddy movie o buddy cops, è stato da sempre un genere molto saccheggiato nel cinema. Negli Usa in particolare dove sparare senza un preciso motivo è sempre stato motivo di dibattiti, il cinema dalla sua ha cercato di assorbirne i difetti sottolineando peculiarità ma anche disordini, giri di denaro, in almeno due parole: corruzione e razzismo.
Training Day nasce e cresce proprio per questo raccontando la storiella del poliziotto bianco che decide di diventare poliziotto per proteggere la comunità e si troverà a lavorare con l'anziano collega di colore che invece dopo anni ha cambiato intenti e segue le regole del profitto e del proprio tornaconto.
Girato con una grande capacità di renderlo attuale nelle scene d'azione, i meriti artistici e tecnici del regista superano decisamente quelli di scrittura con alcuni sotto passaggi lacunosi o incredibilmente macchinosi e telefonati.
L'addestramento e la strada come palestra, i codici criminali, le bustarelle e le maniere forti sono codici come riti d'iniziazione che in un modo o nell'altro sono destinati ad entrare nella vita personale di ogni agente sancendo una propria auto determinata morale, oppure accettando di rimanere intrappolati in un sistema dove si sceglie di diventare gregari del gruppo.
Una ventiquattro ore adrenalinica e violenta questa è la log line che il regista americano insegue e da cui viene travolto, mostrando ancora una volta i poliziotti più marci e corrotti dei delinquenti, e dove fare la cosa giusta ha spesso i contorni di un’azione sbagliata.
Nella visione manichea tra agenti buoni e cattivi, vittime e carnefici, tra bianchi e neri, a dettar legge, rimangono comunque gli intramontabili joint di Spike Lee

martedì 30 aprile 2019

Meninas Formicida


Titolo: Meninas Formicida
Regia: Joao Paulo Miranda Maria
Anno: 2017
Paese: Brasile
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 4/5

In una piccola città brasiliana, un’adolescente lavora ogni giorno in una foresta di eucalipti come disinfestatrice di formiche. Tuttavia, non è l’allontanamento degli insetti la vera sfida, bensì la sua lotta interiore.

La giovane protagonista di questo insolito cortometraggio vive in una roulotte con la sorella, la madre e un bimbo piccolo. Sono tutte povere e le condizioni di vita scarse e precarie.
La sua lotta è soprattutto interna sperimentando la sessualità e non sapendo come approcciarsi con i ragazzi (la scena in cui viene presa a schiaffi da un'altra ragazza è funzionale quanto per certi versi abbastanza gratuita). Allora forse l'unica forma di vita silenziosa, piccola e instancabile lavoratrice diventa proprio quella stessa formica che per necessità tocca quotidianamente sopprimere.
Girl, così possiamo chiamare la protagonista senza nome, viene sempre inquadrata di spalle quando è sommersa dal brusio e dal caldo soffocante delle piantagioni di eucalipti.
Sembra catapultata in un altro mondo e in un'altra realtà. In parte è così ma forse questo bisogno di estraniarsi è legittimo contando la lotta per cercare di non essere sopraffatte dalla società soffocante in cui vive.



sabato 20 aprile 2019

Dragged across concrete


Titolo: Dragged across concrete
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Brett Ridegman e Anthony Lurasetti sono due poliziotti sospesi dal servizio dopo che un video li ha immortalati e diffusi in rete mentre si accanivano con troppa brutalità su un arrestato. Le loro vite in frantumi, avare di soldi e piene di difficoltà, oltre che private del lavoro di una vita, li spingono a volersi fare giustizia da soli, nel tentativo di accaparrarsi un’illecita somma di denaro nella maniera più brutale e fuori legge possibile.

Al suo terzo film, S.Craig Zahler dimostra decisamente di essere uno dei registi più interessanti sulla piazza. Finora la sua filmografia si è rivelata unica nel suo scopo ovvero quello di darmi ripetuti cazzotti allo stomaco e ci sono delle scene di Brawl in cell block 99 che ancora sono lì pronte a tormentarmi.
Forse è il poliziesco più lungo della storia del cinema, almeno di quello che mi venga in mente facendo un sunto degli ultimi vent'anni. Un poliziesco ovviamente desaturato di quasi tutti i colori, le musiche (poche e incisive e composte dallo stesso regista), lasciando la sostanza e mettendo meno mano possibile alla forma.
Un film che nel suo silenzio è capace di trasmettere così tante cose che stento ancora a crederci come sempre anche qui ruotando intorno a uomini duri guidati da codici morali rigorosi (sceriffi, criminali, poliziotti) ma che per un verso o per un altro finiscono sempre per prendere la decisione peggiore possibile e da lì in avanti sarà solo e soltanto un lungo viaggio all'inferno.
Il cinema di Zahler è lento e doloroso, una trappola che mano a mano prosegue abbattendo ogni sfera morale, ogni valore, diventando un gioco perverso dove gli sconti non esistono e si paga sempre con la vita facendo in modo che la tragicità degli eventi sia sempre più asfissiante e ingestibile.
Ancora una volta la violenza grafica anche se in poche scene è inaudita, l'autore arriva dritto al punto, senza giri di parole ma lasciando alla fine con un senso di disorientamento che ancora fatico a credere.




giovedì 11 aprile 2019

Me Too



Titolo: Me Too
Regia: Aleksei Oktjabrinovič Balabanov
Anno: 2012
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Quattro passeggeri (Bandit, il suo amico Matvei, il vecchio padre di Matvei, Musician, e la sua bella ragazza) sfrecciano a tutta velocità a bordo di un’enorme jeep nera lungo una strada deserta in cerca del “Campanile della Felicità”. Secondo una vecchia credenza, la torre si celerebbe da qualche parte fra San Pietroburgo e la città di Uglic, non lontano da una vecchia centrale nucleare abbandonata. Il campanile fa scomparire la gente, ma non accetta chiunque. Ciascuno dei quattro passeggeri è convinto che sarà prescelto

Il viaggio alla ricerca della felicità di solito nel cinema siamo abituati a guardarlo immergendoci in location esotiche, posti affascinanti e resi tali spesso e volentieri dall'impiego di effetti speciali o per la scelta di un cast affascinante. Ora Balabanov è uno dei miei registi russi contemporanei preferiti perchè è avvezzo a scegliere temi e forme di cinema scomode e alternative e a volte ammettiamolo anche particolarmente lente e noiose.Cargo 200 è un film che quando ci penso ancora mi arrivano i pugni allo stomaco.
Me Too non tratta le vicissitudini umane portate alle estreme conseguenze ma ci parla di nuovo di rapporti umani, di solitudine, di loser, della necessità di credere in qualcosa, per non morire da soli.
Il viaggio assume dunque connotati fin da subito scomodi mostrandoci nefandezze, egoismo, una parte metafisica che rimanda a Tarkovskj, scene tragicomiche che strizzano l'occhio a Kaurismaki, toni da black comedy, fantascienza e misticismo, e in fondo tutte le difficoltà, gli assurdi, come si evince dai dialoghi, di una nazione e di un popolo ancora nomadi per certi versi e costretti a cercare una loro terra promessa in una terra che non regala nulla.
Anche qui la violenza assume un contorno e un contesto fondamentale come a dover dare una regola e prendere il comando della situazione. Il poliziotto Zurhov da questo punto di vista continua il suo obiettivo sottolineando la paralisi di un paese che ammette e sceglie la violenza e l'obbedienza per non cadere nel baratro del vuoto più totale.


lunedì 11 febbraio 2019

Favorita


Titolo: Favorita
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2018
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Inghilterra, 18esimo secolo. La regina Anna è una creatura fragile dalla salute precaria e il temperamento capriccioso. Facile alle lusinghe e sensibile ai piaceri della carne, si lascia pesantemente influenzare dalle persone a lei più vicine, anche in tema di politica internazionale. E il principale ascendente su di lei è esercitato da Lady Sarah, astuta nobildonna dal carattere di ferro con un'agenda politica ben precisa: portare avanti la guerra in corso contro la Francia per negoziare da un punto di forza - anche a costo di raddoppiare le tasse sui sudditi del Regno. Il più diretto rivale di Lady Sarah è l'ambizioso politico Robert Harley, che farebbe qualunque cosa pur di accaparrarsi i favori della regina. Ma non sarà lui a contendere a Lady Sarah il ruolo di Favorita: giunge infatti a corte Abigail Masham, lontana parente di Lady Sarah, molto più in basso nel sistema di caste inglese.

Chi è la favorita dell'ultimo film di Lanthimos?
Una, nessuna e centomila.
Perchè continuando a scardinare i generi, l'autore si presta così, in piena epoca vittoriana, a creare questo scontro tra donne spietate, uno scontro prima di caste, ma soprattutto di piani astuti e intelligenze che cercano di non soccombere mai di fronte alla realtà dei fatti ovvero una mentalità rigidamente patriarcale (la scena di Harley in cui ad ogni incontro con Abigail la prende a calci per ribadire la sua superiorità è una bella metafora nel film) e procacciarsi il proprio interesse dove come un topo in trappola, bisogna sempre cercare di anticipare le mosse della preda altrimenti si finisce in pasto ai suoi famelici ingordi (appena ci allontaniamo dal palazzo regale, scopriamo come soprattutto nelle campagne, la donna ha il solo compito di essere messa a quattro zampe come mero strumento per il dominio maschile).
Cos'è la favorita?
La favorita è quella posizione in cui la regina Anna infine decide di abbandonarsi a che gli eventi prendano una piega disfunzionale purchè ciò la lasci libera e ancor più avvezza ai piaceri frivoli, senza dover continuamente e incessantemente trovare una soluzione o un patteggiamento per il bene del proprio paese. Il senso critico, la giustizia, la nazionalità e i valori di una discendenza, per scegliere invece qualcosa che riesca ad intenerire, a far scorrere nella maniera migliore e più viziosa possibile gli ultimi anni di vita, preferendo il piacere della carne ad uno stile di vita rigido e noioso che comporta responsabilità e scelte di giudizio (la guerra in questo caso funge come elemento trasversale e perfetto per far tornare tutti i diversi piani macchiavellici sotto un unico tetto e allo stesso tempo ponendo la questione bellica come un rompicapo non semplice da decifrare)
Cosa fa la favorita?
Corre e si rincorre per tutta la sua durata, nascondendosi, perdendosi a cavallo nelle campagne, guardando e scoprendo come fuori dai muri del castello tutto faccia paura e i valori e le alleanze non esistano, dovè il vincitore o la vincitrice non può essere una sola, ma un continuo scambio dove l'intento da parte di ognuno è quello di accaparrarsi il gradino più alto del potere, approfittando dell'indole devastata e sepolta di una regina malata di gotta che rimembra i suoi 17 figli morti attraverso dei coniglietti.
Un film grottesco, delicato, erotico, ingegnoso, che grazie ad un trio di attrici che si presta in modo viscerale, troviamo tutti i risvolti per far sembrare questa commedia o dramma da camera, una metafora di come in fondo, ad oggi, continuino a funzionare le corti di tutto il mondo nelle solite maniere e appesantite dalle stesse sofferenze e difficoltà della vita.

Profezia dell'armadillo


Titolo: Profezia dell'armadillo
Regia: Emanuele Scarigni
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Zero ha ventisette anni e il talento per il disegno. La sua vita sociale si limita a Secco con cui condivide l'entusiasmo per la geek culture. Ma la sua vera passione è Camille, il suo amore di sempre traslocato a Tolosa. Camille che ama e che adesso l'anoressia ha vinto. Cercando dentro di sé le parole per dire il suo lutto, Zero oscilla tra nostalgia e proiezioni 'corazzate'. In conflitto perenne con se stesso, la sua voce interiore ha il corpo placcato di un armadillo, presenza rassicurante che lo accompagna permanentemente. Tra Rebibbia e Roma Nord, passando per il temibile centro, Zero si imbarca in un'avventura splenica e comica, specchio di un'intera generazione.

La profezia dell'armadillo è l'esordio di Emanuele Scarigni dalla grapich novel di Zerocalcare con una sceneggiatura a svariate mani tra cui Mastrandrea.
E'un film italiano all'ennesima potenza, nel suo prendersi alla leggera e psicanalizzando qualsiasi cosa, dubbi, incertezze, timori, ricordando Moretti e Pazienza, ma allo stesso tempo con la difficoltà e un linguaggio che seppur variopinto, non riesce a reggere tutta la durata del film diventando soprattutto nella fase finale abbastanza ripetitivo e acerbo sotto alcuni aspetti che rincorre senza mai raggiungere.
Ci sono molti sforzi, l'idea di cambiare linguaggio, lasciando molta improvvisazione a dei giovani attori che non sempre riescono a cogliere tutte le sfumature dei personaggi.
Se l'obbiettivo di Zerocalcare nel suo fumetto era quello di non scendere mai a compromessi soprattutto per i giovani, Zero che sembra sempre sul punto di esplodere con chiunque, riassume da solo tutti i limiti di questo film aderendo ad una serie di sequenze che si susseguono senza un disegno portante comune in grado di unirle e amalgamarle. Lo stesso elemento invece è per fortuna funziona perfettamente nel fumetto, staccato da queste regole e in grado di autodefinirsi in modi, tempi e forme diverse. Simpatiche le scelte come quelle di creare un vero armadillo, piuttosto inquietante, e di farlo interpretare da un attore, ma sono effetti che definirei quasi kitch come se basandosi su queste scelte estetiche, si possa rilanciare un elemento importante quando invece non basta, e il film nella sua timida apparizione, rimane un'esperimento simpatico ma niente di più.

mercoledì 23 gennaio 2019

Suspiria(2018)


Titolo: Suspiria
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La giovane danzatrice americana Susie Bannion arriva nel 1977 a Berlino per un'audizione presso la compagnia di danza Helena Markos nota in tutto il mondo. Riesce così ad attrarre l'attenzione della famosa coreografa Madame Blanc grazie al suo talento. Quando conquista il ruolo di prima ballerina Olga, che lo era stata fino a quel momento, accusa le dirigenti di essere delle streghe. Man mano che le prove si intensificano per l'avvicinarsi della rappresentazione, Susie e Madame Blanc sviluppano un legame sempre più stretto che va al di là della danza. Nel frattempo un anziano psicoterapeuta cerca di scoprire i lati oscuri della compagnia.

Quando ci si trova di fronte a film come questi bisogna azzerare le aspettative e godersi lo spettacolo. Guadagnino non è un regista per cui nutro una stima particolare, a parte il fatto che usa spesso la Swinton come musa che qui si fa addirittura in tre.
Un film che si ispira al cult di Argento, e che sinceramente sono rimasto colpito per come abbia saputo strutturare una scenografia così ambiziosa. Il clima politico che va di pari passo con l'indagine del dottor Josef Klemperer, un personaggio ambiguo che riesce a non deludere mai, regala al film quell'atmosfera in cui presto potrebbe esplodere qualcosa e tutti sanno e osservano in silenzio come il gruppo di donne mentre fumano nel loro salone.
Un film che mi ha fatto pensare anche all'horror di Refn e Aronofsky dove però qui il valore aggiunto apportato dalla danza e dalle coreografie raggiunge l'apice che non si era ancora visto.
Danza unita al sangue, all'atto magico e che diventa mezzo salvifico e dall'altro tortura spezzando ogni radice e lasciando il corpo in un'agonia infinita in un limbo di psicosi.
Meno fiaba, ma se come le streghe sono tornate di Iglesia, dobbiamo aspettare il sabba finale per vedere le budella, il sangue e le decapitazioni, ci troviamo di fronte ad uno scenario potentissimo, non gestito ottimamente con alcuni usi della c.g malsani a mio avviso, ma una strage e un fiume di sangue incredibile dove vengono partoriti mostri uno dopo l'altro dal sangue nero della terra.
Ecco il finale troppo, con l'ultima creatura che mi ha lasciato perplesso, il tema dell'Olocausto che non se ne può più, forse sono solo questi gli elementi che non mi hanno convinto ma per il resto ci troviamo di fronte a uno degli horror più belli degli ultimi anni, italiano fino al midollo con un cast incredibile, dove svetta Madame Blanc, ma anche il resto delle streghe anziane spaventa per come riesce ad entrare nella catarsi del personaggio, basta citare la scena in cui si divertono con i poliziotti o quelle cene bellissime, dove maestre e discepole siedono l'una accanto all'altra.






Peliculas para no dormir- Para entrar a vivir



Titolo: Peliculas para no dormir- Para entrar a vivir
Regia: Jaume Balagueró
Anno: 2006
Paese: Spagna
Stagione: 1
Episodio: 5
Giudizio: 3/5

Una coppia di giovani, attirata dal basso costo, visita un appartamento per valutarne l'acquisto: fin dall'inizio appare chiaro che l'offerta è una bufala, ma l'agente immobiliare, che insiste perché considerino i vantaggi, nasconde ben di peggio in quel condominio.

Nel 2006 complice il successo di una serie come MASTER OF HORROR e in misura minore FEAR IT SELF, in Spagna cercarono di fare un'operazione simile dando carta bianca a sei registi diversi ma noti nel panorama per siglare sei episodi di un'ora circa.
Una produzione che fin da subito dimostra i suoi punti di forza e di come, pur avendo evidenti limiti di budget rispetto agli americani, non sfigura affatto. Anzi.
Questo episodio ha tanti difettucci, la storia in parte è stra-abusata, alcuni colpi di scena risultano piuttosto telefonati e il finale è prevedibile, ma ciò che conta è la messa in scena, di come Balaguero che poi a breve girerà REC, dimostra di saper usare la macchina all'interno del palazzo in modo molto astuto e infatti il primo atto, dove non succede quasi nulla, ma la suaspance sale, è la parte migliore a differenza della escalation splatter e gore del finale.
Strizzando l'occhio a A l’interieur, il risultato rimane più che discreto senza parlare di un cast che inquadra perfettamente i personaggi, senza indagarne troppo la psicologia, ma rendendoli funzionali.

lunedì 24 dicembre 2018

Manuel


Titolo: Manuel
Regia: Dario Albertini
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Manuel, al compimento dei diciotto anni esce dall'istituto per minori privi di un sostegno familiare e deve reinserirsi in un mondo da cui è stato a lungo lontano. Sua madre, che è in carcere, può sperare di ottenere gli arresti domiciliari solo se lui accetta di prenderla in carico. Si tratta di una responsabilità non di poco conto.

Roma. Un altro film di formazione, di redenzione che pulsa attraverso il suo impegno nel sociale.
Casa famiglia, madre in carcere, maggiorenne affascinato dalle sostanze, adolescente dal cuore puro, assistenti sociali che sembrano tagliati con l'accetta, legali compassionevoli e poveracci costretti a vivere tra i rifiuti.
In meno di '90 viene narrato tutto questo, visto sempre attraverso gli occhi del suo protagonista e cercando di lavorare su cosa spinge un giovane a scegliere la strada della legalità quando tutto sembra voler prendere un'altra strada.
In più Manuel è solo e tutti i suoi demoni dovranno trovare pace grazie alle sue abilità e la scelta di perseguire un obbiettivo per realizzare se stesso e liberare sua madre.
"Spesso quando si hanno storie difficili si cresce prima" come Manuel confida all'assistente sociale.
Il merito maggiore del terzo film di Albertini è quello di non esibire ancora una volta una vittima della società che lo spettatore deve compatire dall'inizio alla fine.
L'immagine finale scandisce bene questo concetto.
Manuel è uno dei tanti che vivono una situazione al limite che sta diventando sempre più spesso una prassi comune per chi vive in determinati contesti o ha la sfortuna di dover pagare a caro prezzo gli errori dei genitori.
Lo spettatore può commuoversi solo assieme a Manuel in quel momento in cui sembra soffocare dopo aver vinto una lotta che lo ha messo di fronte ai suoi fantasmi.



sabato 15 dicembre 2018

Affido-Una storia di violenza


Titolo: Affido-Una storia di violenza
Regia: Xavier Legrand
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

Affido-Una storia di violenza è un film che fin da subito prende una piega insolita. Decide di schierarsi, di prendere una posizione puntando il dito verso le responsabilità genitoriali, l'affido, materia sempre complessa, e due genitori profondamente afflitti e consumati dalla rabbia.
La Francia da sempre tratta temi sul sociale senza dover compiacere il pubblico ma prediligendo una linea dura, come d'altronde è la realtà, in questo caso facendoci scoprire fin dove può spingersi il controllo e il comportamento coercitivo di un padre che nella scena finale deraglia completamente ogni parvenza di normalità, facendo diventare l'esordio di Legrand, un incubo in cui solo la determinazione di Miriam può fare sì di proteggere i suoi figli.
"Facciam fatti" diceva Jacopone da Todi e sembra per certi versi la regola che il regista sviluppando il cortometraggio pluripremiato, ha cercato di mantenere costante per tutta la durata del film, facendo sì che le azioni predominassero sui dialoghi e le immagini mostrassero più delle parole.
Gli intenti del regista appaiono per certi versi con una marcia in più rispetto a tanti altri film che trattano temi sociali e in particolare la famiglia. Qui come dicevo tutto viene rappresentato, in particolar modo la violenza disperata e intenzionale come potrebbero essere i comportamenti di Antoine come conseguenza dell'aver perso ormai ogni contatto con la realtà.
Vincitore del premio come miglior regista alla Mostra di Venezia, Affido, alza la posta, mostrando una violenza ancora più inesorabile e cruda rispetto ad altre manifestazioni viste in passato.
Nel climax finale la furia di Antoine sembra quella di Jack Torrance.