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sabato 14 marzo 2020

Zan



Titolo: Zan
Regia: Shinya Tsukamoto
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

A metà Ottocento, in un piccolo villaggio del Giappone, la quotidianità viene messa a soqquadro dall'arrivo della guerra.

I ritorni quella con la R maiuscola. Tsukamoto per me come Miike Takashi, Sion Sono, rappresentano i più prolifici outsider nipponici mai visti negli ultimi anni. Capaci di rendere omaggio a tutto il cinema di genere e di fatto facendo ciò che vogliono rimanendo fuori dalle regole.
Tsukamoto ha davvero una filmografia intensa, sperimentale, precursore di un certo tipo di sci-fi cyber punk, dimostrando anche come attore di avere enorme talento.
Per la prima volta si confronta con il genere samurai o meglio dire ronin erranti. A differenza dei cinesi non gioca sul wuxia, rimanendo come per Miike fedele ad una storia semplice quanto attenta ad individuare nuovi intenti e obbiettivi da raggiungere sondando come un diapason le pulsioni primordiali dell’animo umano e lasciando in secondo piano la violenza raggiungendola solo in alcune scene catartiche come quella con la banda dei ronin fuorilegge nella caverna e il finale che acquista un sapore magico oltre ad essere una caccia inaspettata. Il jidai-geki messo in scena dall’autore è minimale, catartico nel cogliere una natura e farla esplodere con tutti i suoi colori e lasciarla selvaggia in comunione con coloro che la amano, la popolano e la rispettano.
La narrazione è scarna ed essenziale, tutto il vecchio sapore di un montaggio allucinato, di azioni imprevedibili che scattano come molle da parte di personaggi mai bilanciati come invece appaiono maestro e discepolo nel film sembrano messi da parte. Un lento studio, un incontro con un popolo contadino semplice e rispettoso, l’onore e la fedeltà, insomma tanti preziosi fattori che non vengono mai lesinati o sciorinati solo per dare prova di un esercizio estetico portato a livelli molto alti. Pochi dialoghi, tantissimi sguardi, posture, costumi, semplicità, il nuovo Tsukamoto sembra aver passato settimane sotto cascate di umiltà prima di arrivare a calpestare un altro scenario che dimostra di saper giostrare con un’armonia assoluta.
In soli ’80 minuti il maestro riesce ancora una volta a dare dimostrazione di un talento oltre confine, dove l'autorialità e l’indi possono esprimersi soltanto per mezzo di un controllo artigianale e completo della macchina filmica sapendola gestire, comprendere e dando infine il valore aggiunto come attore.

domenica 8 marzo 2020

Les Garcons sauvages


Titolo: Les Garcons sauvages
Regia: Bertrand Mandico
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Un gruppo di ragazzi commette un orribile crimine. Un capitano si prende carico di loro ma il rapporto diventa sempre più difficile.

«Volevo provare a fare un film marittimo, con scene di tempesta, scene ambientate in una giungla con dei ragazzi. Scene difficili da filmare nell’ambito di un cinema d’autore che non è troppo fortunato, perché a basso budget. È il tipo di riprese che si può trovare nella grande produzione americana. Ma mi piaceva molto l’idea di riuscire a farcela.»
Les garcon sauvages è un film estremo per stomaci forti e per chi è avvezzo al cinema di genere, l’exploitation, il queer portato all’estremo. Una fiaba provocatoria e costipata di simbolismi fallici.
Un film gigantesco che al tempo stesso produce sentimenti ed emozioni contrastanti, con questi ragazzi alle prese con un mondo sconosciuto in cui la Natura comincia a trasformarli letteralmente in altro, nei loro opposti sciogliendo ogni tabù e travolgendoli tra amori allucinati e prove iniziatiche.
Un film perverso, volgare, romantico, che trova un suo registro specifico, una politica d’autore che verrà condannata per l’estrema libertà e provocazione di cui il film è costellato in ogni suo frame.
Un film fuori dal tempo, magico ed erotico come non capitava da tempo di vedere sullo stesso asse due elementi di questo tipo. Un film mutaforma che mi è rimasto così impresso forse perché innovativo, sperimentale ed estraneo a schemi e tendenze di tanto cinema indipendente con cui faccio i conti quotidianamente. L’opera di Mandico che dopo svariati cortometraggi presentati ai più prestigiosi festival internazionali, esplode come un vaso di Pandora tra suggestioni, scene ipnotiche e oniriche, diventando un sogno surrealista, una prova difficile da inquadrare e comprendere del tutto dopo una sola visione.
Un film che sembra un trip andato a male che genera turbolente allucinazioni visive e sensoriali, difficilissimo da catalogare per tutti i registri e i generi utilizzati soprattutto per questo immaginario sfrenato che coglie e cita così tanti universi letterari e cinematografici che bisognerebbe studiarlo a fondo per elencarli tutti.

Gerontophilia


Titolo: Gerontophilia
Regia: Bruce LaBruce
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

l giovane Lake viene licenziato dalla piscina in cui lavora come bagnino perché durante un’operazione di salvataggio di un anziano cliente ha avuto un’erezione. Grazie alla madre trova un impiego come portantino in una casa di cura, dove fa amicizia con Melvin, un ex-attore di teatro abbandonato lì dal figlio. Lake, che ha una relazione con la coetanea Desirée, appassionata cultrice delle rivoluzionarie femministe, si innamora ben presto di Melvin, e vorrebbe esaudire il suo ultimo desiderio, quello di rivedere l’Oceano Pacifico

Spero tanto che il cinema di Bruce LaBruce cresca come questo film senza paralizzarsi troppo sul dover mostrare e cercare di scandalizzare in un epoca in cui non ci scandalizza più di nulla. Forse questo prematuro film è un inizio mettendo da parte i suoi primi indie dove zombie gay si inchiappettavano.
Vedere comunque un’ottantenne che si slingua con un adolescente non è un elemento da poco.
A volte l’omosessualità di alcuni registi non esita a mostrarsi in tutta la propria spregiudicatezza. Questo è un vantaggio e un’arma nel cinema quanto ti chiami Gregg Araki o Dolan. LaBruce deve affinare questa tecnica cercando di lavorare di più sul plot, sulla storia, quando invece dal punto di vista tecnico ormai è abile nel saper condurre una sua idea di cinema e inquadrarlo a dovere.
Sembra che il regista canadese in mancanza di idee o di storie affascinanti vada alla continua ricerca dei pochi tabù rimasti in un film che per fortuna ha una storia anche se prematura e asciutta che parte con lingue tra giovani per finire con quelle date ai vecchi. Per fortuna sembra e forse in questo l’età che avanza è un fattore importante che cominci a cercare di essere meno provocatorio almeno nel fatto di celare ciò che prima era orgogliosamente esibito. Se il protagonista del film è inesistente per espressività e coinvolgimento, è la sua curiosità prima intrappolata e poi sdoganata quando si rende conto di essere da sempre passivo e intrappolato tra due donne che decidono per lui e fanno di lui ciò che vogliono a venir fuori e sentire quel bisogno di rendersi autonomo e provare senza i consigli di nessuno.

mercoledì 22 gennaio 2020

Nightingale


Titolo: Nightingale
Regia: Jennifer Kent
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Tasmania, 1820. Clare, giovane donna irlandese, sta scontando da tre anni una pena al servizio del tenente Hawkins, aguzzino dalla faccia d'angelo che adora sentirla cantare. In attesa della promozione a capitano, Hawkins abusa di lei e una notte per capriccio le toglie tutto: dignità, marito, bambina. Data per morta, Clare risorge dalle sue ceneri e decide di prendersi la sua vendetta. A cavallo e al fianco di Billy, aborigeno tasmaniano cacciato dalle sue terre, si mette sulle tracce di Hawkins. Il viaggio sarò lungo, i pericoli enormi, la speranza un lumicino.

«Volevo raccontare una storia di violenza. In particolare le conseguenze della violenza da una prospettiva femminile.»
Nightingale è un film affascinante e poetico quanto straziante come Kent credo non smetterà mai di deliziarci. Un'epopea amara, un viaggio dell'eroina, un revenge movie, un road trip spirituale, un western degli antipodi, una ricerca di se stessi, il tutto ambientato in un periodo storico così cupo e brutale dove la violenza sembra il pane quotidiano con cui vengono gestiti gli affari.
Una Tasmania del 1825 popolata da bifolchi, ufficiali corrotti, dominato da una società violenta, prevaricatrice, maschilista, opportunista, omofoba, razzista e misogina, una sorta di galera a cielo aperto dove vengono spediti tutti coloro che non possono più stare nella società e dove ovviamente gli indigeni sono le vittime sacrificali preferite su cui sfogare le proprie frustrazioni come lo erano i canguri nel capolavoro di Ted Kotcheff .
La trama è un pretesto per rinforzare uno stile tecnico che con il precedente Babadook conferma uno dei maggiori talenti del cinema di genere contemporaneo dal punto di vista estetico. La Kent mostra una protagonista così diversa dalla precedente, una final girl che lotta contro un cancro incurabile, quello umano che spaventa molto di più di un mostro in un libro che aspetta di diventare "mansueto".
Il film si concentra molto sul corpo ancora una volta, quello femminile costretto ad essere visto come una spugna, per un diritto legittimo che una certa parte di aristocrazia ha ritenuto doveroso puntualizzare. Da qui l'importante e radicale scontro e incontro del mentore, del radicale abisso che sembra esserci tra due culture diverse ma in realtà così simili e messe alla gogna.
Una partnership che più si fa strada, più rivela i paradossi di quel periodo, le diffidenze, i pregiudizi reciproci, che al tempo stesso si rendono sempre più conto di essere soli e di aver perso tutti i legami creando qualcosa di speciale e magico che gli indirizzerà per la vendetta finale.




Ad Astra


Titolo: Ad Astra
Regia: James Gray
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Futuro prossimo. Un astronauta parte alla volta di Nettuno alla ricerca del padre che non vede da tantissimi anni. Forse, sì, è ancora vivo…

Basterebbe già soltanto la prima scena, quella caduta dalla torretta aereo spaziale, a far subito intuire la portata e la grandiosità di alcuni momenti, del reparto tecnico, di come Gray traccia le sue coordinate nello spazio. Al suo settimo film, il regista americano decide di confrontarsi anche lui con la sci-fi, facendolo con un film minimale che abbraccia quei silenzi e quei monologhi interiori che in parte avevamo visto nel bellissimo MOON.
Con tanta passione nel gestire una storia tutt'altro che semplice, tra terra, luna, Nettuno e spazio, con un rapporto difficile tra padre e figlio e una minaccia che rischia di sterminare il genere umano.
Ancora una volta è una tragedia, un trauma infantile ad innescare il viaggio interstellare di Roy, tra avventura, paura, conoscenza e bisogno di risposte.
Un viaggio che richiede un coraggio incredibile nel voler salvare se stesso, il padre, l'umanità, da una catastrofe immediata in parte dovuta alle conseguenze dell'intero genere umano e delle strane richieste poste a Roy quando incontrerà suo padre. Il rapporto tra i due è molto intenso, sembra quasi una sorta di sogno con il dubbio che non sia solo immaginazione ma il film che non si ferma a questo porta tutto verso un climax finale di enorme impatto e potenza visiva.
Ancora civiltà perdute per Gray che possono trovarsi nei luoghi più disparati, andando incontro a distanze cosmiche e location di una bellezza irresistibile, con un duo di attori che legge molto bene la galleria di sentimenti ed emozioni vissute, di paure, responsabilità e fragilità.
Ad Astra mette insieme tante cose, forse troppe, rendendole minimali e lente, quanto profetiche di una paura di quel cosmo che sembra attirarci a se ma che allo stesso tempo ci spaventa più di ogni altra cosa. Muoversi da un pianeta all'altro in poco più di due ore è una scommessa che Gray ha vinto, a volte in maniera stucchevole, ma sempre rivolto ai personaggi, alla loro caratterizzazione, alla crescita e allo spessore nel mettersi in gioco in primo piano.
Il messaggio può anche essere che il bisogno di sapere, porta alla consapevolezza di mettersi in viaggio verso qualcosa che forse non si raggiungerà mai, ma che per forza di cose va percorso.
Il viaggio è al tempo stesso la metafora della vita di ognuno di noi.



venerdì 10 gennaio 2020

Marriage story


Titolo: Marriage story
Regia: Noah Baumbach
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Charlie Barber è un regista teatrale d'avanguardia di New York e Nicole è stata negli ultimi dieci anni la sua compagna, la sua musa e la sua prima attrice. Insieme hanno un bambino di otto anni, Henry. La donna, nativa di Los Angeles, ha abbandonato una carriera appena avviata grazie a una teen-comedy di successo, stabilendosi nella Grande Mela per amore e, avendo ora l’opportunità di interpretare il pilot di una serie tv, decide di ritornare a casa portando con sé il figlio, mentre Charlie prepara il suo debutto a Broadway.

Con questa interpretazione la Johansson per me si è aggiudicata il premio come miglior attrice del 2019. Marriage story mi ha fatto venire in mente un altro film molto simile che mi aveva commosso Blue Valentine ma anche KRAMER CONTRO KRAMER. Anche in quel caso c'era un matrimonio che si stava sgretolando con tutti i problemi e le conseguenze che ne derivano. 
Baumbach è uno che i drammi riesce a renderli molto bene in scena. Non a caso tra il palco teatrale e il palco di casa c'è un confine molto labile come se spesso i dialoghi tra la coppia non avessero muri entrambi troppo egoisticamente concentrati su se stessi e i loro impegni. C'è la casa con il figlio, il teatro dove lavorano assieme, le sedute dal terapeuta che non sembrano funzionare, almeno per Nicole, e poi la famiglia, i nonni che cercano come lo spettatore di capirci qualcosa spesso senza riuscirci e pensando esclusivamente a limitare i danni.
La scena con cui il film si apre è da applausi dimostrando in poche battute quanto pathos riesce a trasmettere, un'apocalisse di sentimenti e lacrime che vedremo scorrere in un uragano emotivo che non accenna a fermarsi mai. Il tutto raccontato attraverso un'empatia straziante che dimostra quanto i personaggi di questa storia, fatta eccezione per alcuni avvocati, siano vivi e abbiano bisogno di essere continuamente stimolati. Anche il finale come l'inizio riesce davvero ad essere molto bello, insistendo sul concetto che Charlie e Nicole si vogliono troppo bene per arrivare a farsi male l'uno con l'altra.



lunedì 30 dicembre 2019

Sposa cadavere


Titolo: Sposa cadavere
Regia: Tim Burton
Anno: 2005
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Nell'Europa dell'Ottocento un giovane e talentuoso pianista, infila, senza saperlo, un anello di fidanzamento al dito di una donna morta. Quando questa si risveglia, conduce Victor nel mondo dell'aldilà.

La sposa cadavere è un'altra perla dell'animazione che il noto regista ci regala dopo aver già sfornato due piccoli capolavori e aspettando il 2012 con il bellissimo Frankenweenie(2012).
The Corpse bride sempre molto malinconico, prende la struttura di un'antica storia folkloristica ebrea del XVI secolo, aggiornandola e dandole uno spirito più auto-ironico in alcuni momenti e immettendone all'interno una suggestiva storia di fantasmi e l'immancabile storia d'amore.
Per essere il terzo film in stop-motion, il film ha una storia complessa essendo stato pensato inizialmente come un titolo in carne e ossa. All'ultimo minuto si pensò però di sperimentare una nuova tecnologia, rendendolo la prima produzione d'animazione ad essere girata tramite ripresa con camere fisse e in digitale.
L'atmosfera sempre malinconica e macabra con toni cupi, la presenza importante delle noti dolenti dell'immancabile Elfman, il romanticismo dark al massimo, rendono il film una vera e propria favola nera di cui il nostro regista e autore e un poeta riuscendo a creare il target perfetto per tutte le età.
Il film riesce divertendo e struggendo al tempo stesso, ad essere efficace sotto tutti i piani, con personaggi caratterizzati molto bene in grado e dotati di un'enorme umanità in alcuni casi soprattutto quando sono i morti (come succedeva per il cult Beetlejuice-Spiritello porcello) confermando di come Burton ami e tratti il mondo dei morti con una vena divertita e dandole una mitologia tutta sua, molto classica che per certi aspetti sembra aderire ad alcune simbologie religiose messicane o dell'America latina.

giovedì 26 dicembre 2019

Untamed-Regiòn salvaje


Titolo: Untamed-Regiòn salvaje
Regia: Amat Escalante
Anno: 2016
Paese: Messico
Giudizio: 3/5

Guanajuato, Messico. L’incontro con la misteriosa Véronica ha ripercussioni inaspettate sulla vita dei fratelli Fabián e Alejandra, ed in particolare su quest’ultima, intrappolata in un matrimonio difficile e soffocata dal machismo ipocrita del marito Angél.

Regiòn salvaje ha almeno due scene indimenticabili. Tutte e due riguardano il sesso, tutte e due sono collegate tra loro, liberando i sensi e lasciandosi andare ad amplessi o altro.
In una vediamo tante specie diverse di animali in un unico luogo "magico", un angolo del mondo dove il selvaggio domina sul civilizzato, fare sesso senza problemi, di quale altro animale stia loro accanto (magari un predatore..). La seconda scena verso il finale, anche se viene già preannunciato all'inizio del film, l'amplesso tra Alejandra e la Cosa, una sorta di ibrido tentacolare sci-fi metafisico con tanto di tentacoli che si diramano in ogni dove che riaccende pulsioni antiche e primordiali.
Il film di Escalante è molto lento, ha una trama che poteva aggiungere molto di più in termini di scrittura, colpi di scena, fatti e avvenimenti che vengono presi in esame in maniera piuttosto mediocre senza andare oltre se non nel voler essere presuntuoso e provocatorio.
Una storia malsana dove alcuni messaggi di portata fantascientifica, per fortuna solo accennati, danno risalto a quella lotta tra eros e thanatos per tutta la durata del film, denunciando come dramma sociale l'ipocrisia dell'eterosessualità e in un qualche modo mostrata nella sua fragilità e debolezza.
Le donne sono le vere protagoniste alla ricerca di profondità oscure del piacere femminile che i maschi "alfa" non riescono a dar loro, dove subiscono passivamente il sesso e l'infedeltà del marito o il disinteresse del compagno e in cui ogni divergenza dal rigido canone sociale viene nascosto con vergogna, costrette così a rifarsi su una creatura aliena dalle sembianze multi-falliche, cui è attribuito il duplice compito freudiano di seminare piacere erotico e allo stesso tempo la distruzione mortale. Un film che più dei due incidenti e fati di cronaca successi in quegli anni in Messico che il film ricalca, sembra concentrarsi maggiormente sugli istinti, spesso frustrati, abbandonati, assopiti e dimenticati.
Quando si viene incontro con questa creatura, entrambi i sessi danno inizio ad un effetto domino inarrestabile in cui entrandone in contatto, in tutti i sensi, si diventa immediatamente succubi e vogliosi di ritornarci.



sabato 23 novembre 2019

Joker


Titolo: Joker
Regia: Todd Phillips
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Arthur Fleck vive con l'anziana madre in un palazzone fatiscente e sbarca il lunario facendo pubblicità per la strada travestito da clown, in attesa di avere il giusto materiale per realizzare il desiderio di fare il comico. La sua vita, però, è una tragedia: ignorato, calpestato, bullizzato, preso in giro da da chiunque, ha sviluppato un tic nervoso che lo fa ridere a sproposito incontrollabilmente, rendendolo inquietante e allontanando ulteriormente da lui ogni possibile relazione sociale. Ma un giorno Arthur non ce la fa più e reagisce violentemente, pistola alla mano. Mentre la polizia di Gotham City dà la caccia al clown killer, la popolazione lo elegge a eroe metropolitano, simbolo della rivolta degli oppressi contro l'arroganza dei ricchi.

Joker è un bel film ma non è affatto un capolavoro (d'altronde non doveva e non poteva esserlo).
Il film sulla bocca di tutti che ha vinto a Venezia che ha creato eventi mediatici, attentati nei cinema, la nuova maschera di Halloween per un pubblico mai così omologato, ha dal canto suo ancora una volta una bella interpretazione del Figlio di Dio, quel Joe in fondo già visto qualche anno fa in grado di sapersi portare sulle spalle e con poche ma convincenti espressioni un intero film.
Il merito di questo intenso comics è che deraglia completamente dai soliti stilemi, rifugge tanta azione, costumi, combattimenti. E'la parabola sull'ascesa di un povero pazzo e della sua lenta agonia, del rapporto complesso con la madre, della paranoia che si insinua nei suoi sempre più dibattuti pensieri, e tante altre cose ancora. Senza esagerazioni, senza troppe complessità e voli pindarici, senza inseguire per forza complotti o quanto esperti, critici abbiano provato a tirar fuori dal cilindro o dovendo individuare a tutti i costi nella pellicola.
Joker è molto più semplice del previsto, lascia quello strano senso di dèja vu per quanto concerne l'ambientazione, la scenografia, le location, l'uso di importanti mezzi e anche se così non è stato (Scorsese come produttore) lascia in più momenti alcuni aloni del suo cinema.
In fondo la critica degli sceneggiatori è molto funzionale quanto necessaria e in fondo la solita, ovvero la lotta di classe, i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Così tra tagli a reparti psichiatrici, sciopero della nettezza urbana, caos che imperversa e immondizia praticamente ovunque, Arthur come risposta tira fuori una delle risate malate più contagiose e drammatiche del cinema, una vittima solitaria di un mondo che si sbarazza dei rifiuti abbandonandoli a loro stessi, alla loro miseria e ad una vita che non potrà che essere un sogno andato a male.



sabato 16 novembre 2019

Panama Papers


Titolo: Panama Papers
Regia: Steven Soderbergh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una vedova indaga su una frode assicurativa inseguendo a Panama City due soci in affari che strumentalizzano il sistema finanziario mondiale.

Laundromat letteralmente è la pratica di pulire i soldi illegalmente.
Soderbergh ovunque lo metti è quasi sempre sinonimo di garanzia. Balla da un genere all'altro girando film thriller con uno smartphone, intessendo trame corali, parlando di narcotraffico, banche, rapine, truffe, il tutto con una nutrita e solida filmografia e infine la particolarità di infilare spesso una quantità di star impressionanti.
Panama Papers in parte ha tanti di questi fattori espressi però in maniera più consolidata, seria e matura come il tema sta ad indicare. Anche in questo l'outsider americano considera un gioco l'analisi di un fenomeno tanto discusso quanto anomalo per certi versi e soprattutto attuale più che mai. Partendo proprio dalle storie, agendo come una metafora nell'affrontare alcuni dibattiti, prendendo i due protagonisti e facendoli traghettare da un paese all'altro con dei monologhi che affrontano in maniera radicale la vicenda, cercando senza moralismi e prese di posizione di analizzare quello che il potere della finanza e delle leggi di mercato ha sempre permesso ai danni di qualcun altro. Soderbergh ragiona su quanto alcune scelte, una parte del marcio del sistema fiscale americano, possa generare conseguenze impreviste, effetti perversi e inattesi ai danni di una parte di mondo che semplicemente non sa chi trama sopra di loro o per loro.
Messo in scena con un'eleganza degna del profilo e della filmografia del regista, aiutato in questo da una galleria di attori semplicemente straordinari dove ognuno riesce a cogliere al meglio le sfumature delle vittime e dei carnefici e di chi non si rende conto a cosa sta andando incontro o quale animale più grosso di lui sta ingrassando a dovere.
Con toni a volte quasi da favola, l'operazione dell'autore svela facendo voli pindarici da un paese all'altro la storia vera del 2016 dei cosiddetti Panama Papers, i dossier confidenziali creati dalla Mossack Fonseca nei quali figuravano tutti i nomi degli azionisti - capi di stato e di governo, funzionari, parenti e collaboratori di ogni sorta - che nascondevano i loro beni al controllo statale. Ancora una volta vengono esaminati anche i contorni agendo in maniera ancora più dettagliata, minuziosa e minimale andando fino in fondo per dare un'identità alla fonte anonima che ha rivelato al mondo l'archivio segreto dello studio, nella fattispecie una delle attrici più interessanti della storia del cinema

domenica 27 ottobre 2019

Trevirgolaottantasette


Titolo: Trevirgolaottantasette
Regia: Valerio Mastrandrea
Anno: 2005
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Una giornata come tante in un comune cantiere romano rischia di finire in tragedia; una realtà, quella delle morti bianche, purtroppo confermata da dati statistici allarmanti.

Mastrandrea su sceneggiatura di Vicari e con Germano, Giallini e Trinca gira questo importante corto sulla tragedia delle morti sul lavoro, le "morti bianche" e il numero di 3,87, la media delle persone che ogni giorno in Italia muoiono in seguito a un incidente sul lavoro.
13' minuti dove l'incidente scatenante arriva quasi subito ma noi lo scopriamo come climax finale facendo in modo che tutta la storia che avviene dopo sia una specie di sogno o son desto, dove capita un po di tutto, dalla fanciulla dei propri sogni fino ad una festa.
Quelli che noi vediamo all'inizio nel cantiere non hanno il materiale necessario, non hanno caschetti, i ponteggi sembrano improvvisati e l'aria che tira è stagnante, come se ognuno di loro si trascinasse per fare uno sforzo e continuare il proprio lavoro.
Forse l'unica nota dolente e di averla buttata troppo nel sentimentale, con la scena con Trinca decisamente troppo lunga e inutile dal momento che aveva già detto quello che doveva (la scena del letto andava eliminata). Tra le riprese del making of che si trova su youtube alcuni momenti sono divertenti e mostrano il caro amico di Mastrandrea, Caligari sul set a dargli consigli. La loro è stata un'amicizia importante e a Valerio bisogna sempre dare merito di aver creduto e prodotto l'ultimo lavoro del regista romano scomparso pochi anni fa.

lunedì 7 ottobre 2019

Caffè

Titolo: Caffè
Regia: Cristiano Bortone
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

In Belgio l'iracheno Ahmed ha un piccolo negozio in cui conserva una preziosa caffettiera d'argento. Durante una manifestazione dei teppisti fanno irruzione nell'esercizio e la rubano. Uno di loro però perde i documenti e Ahmed lo rintraccia con il desiderio di farsi restituire il maltolto. A Roma Renzo, un barista appassionato di aromi di caffè, viene licenziato e va a cercare lavoro a Trieste presso un'importante industria che importa il prezioso prodotto e in cui spera che le sue competenze vengano valorizzate. Ciò però non accade e il giovane, la cui compagna attende un figlio, è tentato dall'idea di compiere un furto. In Cina Fei è un manager di successo che sta per sposare la figlia del proprietario di una grande industria del settore chimico. Un giorno viene incaricato di far ripartire una fabbrica che è stata bloccata da un guasto nello Yunnan che è la sua regione di origine. Fei si accorge dei rischi che corrono la popolazione e le piantagioni di caffè che aveva abbandonato da giovane per cercare fortuna a Pechino. Deve ora decidere quale posizione prendere.

Bortone dopo alcune commedie cerca di dare più consistenza al suo cinema con un dramma corale con tre storie e ovviamente il fil rouge che le attraversa, in questo caso, il caffè.
Riesce grazie ad un cast dove spiccano alcuni attori e personaggi tra cui Ahmed e il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini qui in una delle sue ultime prove.
Tre storie apparentemente diverse, dove la fatica a tirare avanti facendo una vita di stenti colpisce in maniera dolorosa ma con disagi spesso comuni. L'insoddisfazione è un altro elemento comune dove pur sondando diversi target generazionali e location, nonchè paesi diversi, a ognuno sembra sempre mancare qualcosa, quasi sempre la felicità, cercando un sogno per sentirsi qualcuno o attaccandosi ad un ggetto del passato o pensare di fare un passo in avanti dando alla luce un bambino.
Sono storie piccole, drammi quotidiani che riescono ad essere sentiti in un pubblico che non deve sforzarsi a creare una sorta di immedesimazione, sono intimamente vissute dai suoi protagonisti chi in cerca di speranze e salvezza o cercando di riscattarsi in qualche modo facendo una scelta avventata e pericolosa. Bortone tecnicamente riesce a comporre un bel puzzle dove il ritmo riesce ad essere costante senza mai annoiare e cercando di riscattarsi con dei climax in alcuni casi forti e inaspettati.

venerdì 9 agosto 2019

Sleepers


Titolo: Sleepers
Regia: Barry Levinson
Anno: 1996
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quattro giovani ladri, finiti in riformatorio negli anni sessanta per l’uccisione accidentale di un passante, vogliono vendicarsi delle angherie subite dalle guardie.

Sleepers è prima di tutto una parata di star alcune di grande successo, altri meno e infine qualcuno che non c'è l'ha fatta. Gassman, Hoffman, De Niro, Bacon, Pitt, Patric, Crudup, Renfro.
Sleepers non è esente da difetti, anzi, ma rimane un film importante con una vicenda davvero disturbante nonostante i film sugli abusi e sul carcere siano un tema ricorrente da anni a questa parte. Quello che colpisce al di là di alcune intense interpretazioni, è l'atmosfera del film, soprattutto nella prima parte, che sembra rimandare a Scorsese ma anche ad un certo cinema di genere. Ci sono pro e contro nel film, scelte che si possono ritenere giuste o valide e altre discutibili. Uno dei pochi film in cui la voce narrante non è un punto debole ad esempio.
Come nel conte di Montecristo citato a profusione, la vendetta va preparata e infine sfruttata nella maniera più funzionale quella per le strade ma soprattutto nell'aula di tribunale. Ci sono vari stereotipi che proprio sulla parte finale e i personaggi chiamati in causa, sostengono la giustizia privata attraverso la manipolazione della legge e della fede cattolica (il giuramento del prete De Niro) dando al film pregi e momenti debolucci in un altalenarsi dove i difetti sembrano andare di pari passo con la strategia per confezionare la vendetta.
Il coraggio di Levinson non si risparmia specie nelle scene in riformatorio, Rizzo il nero come capro espiatorio, le urla dei ragazzi nei corridoi mentre vengono abusati e torturati, l'incidente scatenante iniziale..il dialogo con Bacon da parte di Tommy e John.



Villeggianti


Titolo: Villeggianti
Regia: Valeria Bruni Tedeschi
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una villa sulla riviera francese. Un luogo che sembra fuori dal tempo e anche isolato dal resto del mondo. Anna la raggiunge con la figlia per alcuni giorni di vacanza. In mezzo ai familiari, agli amici e al personale di servizio, la donna deve riuscire a gestire la recente fine del suo matrimonio e la preparazione del suo prossimo film. Dietro alle risate, alle discussioni e ai segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere.

I villeggianti è un film borghese, che non ha tanti motivi per esistere, vede la sua paladina ergersi a regina incontrastata nella modesta galleria di personaggi che popolano la villa.
Eppure pur essendo il primo film che vedo della Tedeschi come regista, stranamente viste le premesse è un film che alterna tanti stati d'animo diventando sempre di più un'antipatica riflessione sulla fragilità delle persone e delle coppie.
Un film viziato, che sembra un'autoanalisi della regista/attrice e dei mali e i vizi che la consumano, però si rimane a guardargli senza fare una piega, con l'incertezza di vedere dove vuole andare a parare, a volte da qualche parte a volte invece da nessuna in particolare.
Lo struggimento interiore, la crisi di nervi (ripetendo agli ospiti per l'ennesima volta di essere stata abusata da piccola), la rottura dei legami sentimentali, tutte queste coordinate vengono sparse durante il film in modo però molto attento e inusuale, cercando di citare un certo cinema colto, senza riuscirci ma senza nemmeno osare troppo rischiando di auto compiacersi.
Un film che sembra molto autobiografico che non annoia mai anche quando alcuni tratti sono davvero lenti e fine a se stessi. Tutti cercano di dare il loro meglio in questo film corale che come diceva qualcuno può sedurre o irritare. A tratti entrambi direi, in un rincorrersi drammatico ma poi ironico poi tragicomico peccando solo quando cerca di essere estremamente maturo.

venerdì 2 agosto 2019

Fratelli nemici


Titolo: Fratelli nemici
Regia: David Oelhoffen
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Manuel e Driss sono cresciuti come fratelli nelle banlieue parigine ma oggi tutto li oppone. Manuel gestisce traffici di droga, Driss è diventato un agente dell'antidroga. All'ombra di un assassinio che ha freddato in strada tre dei suoi compagni, Manuel è costretto a collaborare con Driss. Tra ostilità e risentimento e malgrado la loro diffidenza reciproca, i loro legami si riallacciano intorno alle radici comuni.

Il polar visto dagli occhi di un regista che finora si è confrontato con il western e il dramma della guerra. Pochi ingredienti: amicizia, spaccio, tradimenti e vendetta.
Oelhofen tratta una storia molto reale, che vede contrapposti due vecchi amici cresciuti assieme dai volti espressivi e intensi di Kateb e Schoenaerts (uno degli attori più in gamba della sua generazione). Guardia e ladri, poliziotti contro spacciatori e viceversa, bande criminali e signori della droga intoccabili che fanno il doppio gioco. Tutto sembra assumere i soliti clichè di genere portando a galla una vicenda già ampiamente nota nel cinema.
Quello che però il regista riesce bene a disegnare sono le traiettorie tra i personaggi, caratterizzati molto bene e con dei dialoghi che non risparmiano sofferenza e amarezze, scappando da vecchi errori e rincorrendo amori di una vita. Pochi momenti di action ma quando si presentano sono esplosivi, violenti, reali, come la strage iniziale dove Manuel come in Maryland vede tutto dalla sua prospettiva nascondendosi come può.
L'incidente scatenante, che arriva tardi, crea un cambiamento nella strategia dei contenuti del film, in cui il protagonista fugge, "è bruciato" come racconta a Driss e da lì in avanti il loro rapporto segue un parallelismo come quello di Costigan/Queenan.
Un film duro e marmoreo isolato in pochi spazi sfruttando e saltando da una location al'altra in un quartiere governato da regole e spacciatori tra marciapiedi che scottano, cemento armato, garage sotterranei che sembrano gallerie infinite, piazze e residence alveari, passando da un tetto all'altro sempre camminando con il viso coperto.
Nessuno sconto e la realtà dura di quartiere non potrà che portare a effetti perversi e conseguenze inattese.

Suburbicon


Titolo: Suburbicon
Regia: George Clooney
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gardner Lodge vive nella ridente Suburbicon con la moglie Rose, rimasta paralizzata in seguito ad un incidente, e il figlio Nicky. La sorella gemella di Rose, Margaret, è sempre con loro, per aiutare in casa. L'apparente tranquillità della cittadina entra in crisi quando una coppia di colore, i Meyers, con un bambino dell'età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. L'intera comunità di Suburbicon s'infiamma e si adopra per ricacciare indietro "i negri" con ogni mezzo. Intanto, due delinquenti, irrompono nottetempo nell'abitazione dei Lodge e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose.

Le commedie grottesche quando colpiscono, sanno farlo in maniera incisiva, dura e potente.
Il film di Clooney scritto dai Coen (e si vede eccome) è un perfetto esempio di ibrido che mischia i generi sposando temi ancora oggi attuali e mostrando ancora una volta il lato "nascosto" della middle class americana.
Razzismo, sangue, violenza, soprusi, minacce, complotti, ricatti, e soprattutto la parte più spaventosa, quella che avviene tra le mura di casa con un bambino costretto ad assistere ad episodi di inusitata violenza con gli stessi genitori pronti ad ucciderlo all'occorrenza per difendere i propri interessi. Ancora una volta è la descrizione dell'America a far paura, feroce, istericamente ossessionata dalla paura di un nemico esterno (possibilmente con la pelle di un altro colore) senza farsi problemi a ricorrere alla violenza più bieca, l'isterismo collettivo in fondo che porta alla rivolta contro l'unica famiglia di colore è il devastante culmine della vicenda.
Suburbicon pur essendo volutamente patinato, risulta estremamente attuale e coinvolgente, con un ritmo serrato, un cast di tutto rispetto e una caratterizzazione dei personaggi molto funzionale.
Gli ingredienti ci sono tutti: umorismo nerissimo, situazioni vomitevoli ai limiti dello splatter (la scena dell'omicidio in casa con la soda caustica su tutte), scatti di violenza estremi ed improvvisi per un film che non scopre mai le sue carte, risultando originale e con un finale imprevedibile e alcuni colpi di scena notevoli e mai scontati.
Un film maturo, importante e deliziosamente condito con tutti gli ingredienti dei Coen alla Fargo e che dimostra ancora una volta l'interesse di Clooney per scegliere soggetti scomodi e ambiziosi.


mercoledì 10 luglio 2019

Sisters brothers


Titolo: Sisters brothers
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Oregon, 1851. Eli e Charlie Sisters sono fratelli e pistoleri virtuosi al servizio del Commodore, padrino locale che li lancia sulle tracce di Herman Warm, cercatore d'oro fuggito in California. L'uomo ha messo a punto un processo chimico per separare l'oro dagli altri residui minerali su cui il Commodore vuole mettere le mani. A cavallo, i Sisters avanzano verso il loro obiettivo per torturarlo e poi piantargli una pallottola in testa. A precederli nella caccia è John Morris, investigatore umanista che ha il compito di rintracciare Warm e trattenerlo fino all'arrivo dei due sicari. Ma il chimico è pieno di sorprese e finisce per sorprendere Morris, coinvolgendolo nella sua impresa: trovare l'oro e costruire una società ideale a Dallas.

Audiard (Deephan, Profeta, Sapore di ruggine e ossa) è uno dei registi francesi contemporanei più talentuosi sulla piazza.
Tutti i suoi film hanno sempre una continuità sulle tematiche e sull'esplosione della violenza da parte dei suoi protagonisti. Da sempre nell'hinterlad francese, il suo primo film yankee con un budget incredibile, racconta e narra una storia abbastanza originale cercando di dipingere la dura vita ai tempi dei cercatori d'oro.
Con un cast che non merita presentazioni e rifuggendo la più ovvia mitologia insita nella cinematografia western, che negli ultimi anni continua a sfornare film a profusione, Audiard come sempre nel suo cinema si interessa a fare uno scavo ancor più intimistico sulla natura dei rapporti umani e suoi suoi personaggi in particolar modo il complesso rapporto tra i due fratelli e la loro devastante storia familiare.
Il risultato è un film che sin dalla prima inquadratura si mostra come deve e sarebbe stato ai tempi, ovvero uno sguardo molto violento dove i due fratelli sanno fare bene solamente una cosa: uccidere


sabato 8 giugno 2019

Proprietà privata


Titolo: Proprietà privata

Regia: Joachim LaFosse
Anno: 2006
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Thierry e François sono gemelli eterozigoti e vivono in un vecchio casale di campagna con la madre Pascale, separata e animosa col padre risposato dei suoi figli. Madre e figli sembrano convivere serenamente fino a quando Pascale, innamoratasi del vicino di casa, decide di mettere in vendita l'immobile e andare a vivere con lui. Thierry, fortemente contrariato, ostacola la relazione della madre e la sua balzana intenzione di vendere. Frustrata e incapace di sostenere le pressioni del figlio, Pascale parte. In sua assenza la situazione familiare esplode e Thierry e François finiranno col farsi male.

LaFosse è un regista belga impegnato di quelli che amano buttarsi su storie sul sociale.
Drammi che parlino di crisi economiche, coppie a pezzi, insomma uno a cui piace osservare e monitorare i fatti sociali che più ci rappresentano in questa società capitalista.
Proprietà privata è un ottimo esordio con un cast importante che sigla parte dei risultati funzionali della pellicola (la Huppert è sinonimo di garanzia oltre ad essere una delle attrici più dotate di sempre) tessendo apparentemente un nucleo familiare nemmeno così distante dalla realtà, anzi, ma tagliandone il cordone ombelicale (la madre) per vedere fino a che punto è possibile una comunione. Egoismi familiari, conflitti, l'importanza di avere un nucleo familiare compatto e almeno un genitore di riferimento, la vitale ribellione al soffocante giogo materno e sociale e per finire un matrimonio a pezzi.
C'è tanta carne al fuoco nell'esordio del regista che riesce a sistemare tutto in modo preciso, perdendo solo qualche volta di vista l'obbiettivo per rincorrere alcune sotto trame ma rimanendo sempre fedele agli intenti di base.
E'un buon cinema il suo che tenderà a maturare col tempo fino ad arrivare a drammi contemporanei meno complessi come temi portati alla luce ma ancora più lucidi nella loro analisi come l'ottimo film passato in sordina Economie du Cople




mercoledì 5 giugno 2019

Zona


Titolo: Zona
Regia: Rodrigo Plà
Anno: 2007
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Alejandro, ragazzo di buona famiglia, vive nella Zona, un quartiere di Città del Messico che è un vero e proprio ghetto per ricchi, sorvegliato da poliziotti privati. Una notte, tre giovani dei sobborghi poveri vi penetrano per compiere una rapina che finisce nel sangue. L'unico sopravvissuto viene catturato ma, invece di consegnarlo alla polizia, gli abitanti decidono di sottoporlo a un processo sommario...

Negli anni del capitalismo della sorveglianza, il film di Plà assume contorni precisi e quanto mai attuali per denunciare un sistema di giustizia sommaria e privata.
Il cittadino che diventa giustiziere aiutato e spalleggiato da un gruppo di gregari è uno scenario che il cinema indaga e attraversa per farci riflettere dal momento che quotidianamente la cronaca denuncia queste ignominie.
Un film che indaga un evento di cronaca caricandolo di pathos e ingiustizia per esplodere in uno dei finali più drammatici e disturbanti degli ultimi anni, mostrandoci ancora una volta fin dove può spingersi la regressione umana fino ad arrivare alla scelta di un capro espiatorio e di una vittima sacrificale da immolare e rendere manifesto e monito per il resto delle vittime.
Tratto da un libro scritto dalla moglie del regista, la zona diventa uno spazio geografico che possiamo individuare in ogni parte del mondo dove muri e cancelli dividono la ricchezza dalla povertà confinando l'umanità derelitta, senza contatti e aiuti tra le parti ma anzi cercando sempre di più di rimanere nella proprietà privata seguendo un codice di regole fisse che non ammettono passi indietro, pensando così di aver allontanato un problema e spendendo ingenti quantità di soldi per aumentare un sistema di difesa che porta la classe dominate ad essere ancora più ottusa e ipocrita.
Plà è un regista uruguayano che da sempre ha cercato di portare una sua precisa politica d'autore sulla denuncia dei soprusi e sulla proprietà privata che soprattutto nel Sud America ha creato e sta creando tensioni e conflitti.



Training Day


Titolo: Training Day
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jake Hoyt è un giovane poliziotto, idealista e di belle speranze, che è stato appena assegnato alla sezione narcotici del dipartimento di polizia di Los Angeles. Animato dal fuoco sacro della giustizia, Jake ha un solo giorno per dimostrare di avere la stoffa per quel lavoro. A giudicarlo è il sergente Alonzo Harris, veterano della sezione antidroga, che lavora da tredici anni nei quartieri più caldi della città, violente centrali di spaccio, animate da energumeni sudamericani a suon di rap e proiettili. Il problema è che la pratica con i criminali ha reso la pelle di Alonzo fin troppo dura. Muovendosi costantemente in bilico tra legalità e corruzione, il sergente trasforma il giorno di addestramento dell'ingenua recluta in un cinico e crudele gioco all'ultimo sangue. Dove solo i più forti vincono.

Il poliziesco, il buddy movie o buddy cops, è stato da sempre un genere molto saccheggiato nel cinema. Negli Usa in particolare dove sparare senza un preciso motivo è sempre stato motivo di dibattiti, il cinema dalla sua ha cercato di assorbirne i difetti sottolineando peculiarità ma anche disordini, giri di denaro, in almeno due parole: corruzione e razzismo.
Training Day nasce e cresce proprio per questo raccontando la storiella del poliziotto bianco che decide di diventare poliziotto per proteggere la comunità e si troverà a lavorare con l'anziano collega di colore che invece dopo anni ha cambiato intenti e segue le regole del profitto e del proprio tornaconto.
Girato con una grande capacità di renderlo attuale nelle scene d'azione, i meriti artistici e tecnici del regista superano decisamente quelli di scrittura con alcuni sotto passaggi lacunosi o incredibilmente macchinosi e telefonati.
L'addestramento e la strada come palestra, i codici criminali, le bustarelle e le maniere forti sono codici come riti d'iniziazione che in un modo o nell'altro sono destinati ad entrare nella vita personale di ogni agente sancendo una propria auto determinata morale, oppure accettando di rimanere intrappolati in un sistema dove si sceglie di diventare gregari del gruppo.
Una ventiquattro ore adrenalinica e violenta questa è la log line che il regista americano insegue e da cui viene travolto, mostrando ancora una volta i poliziotti più marci e corrotti dei delinquenti, e dove fare la cosa giusta ha spesso i contorni di un’azione sbagliata.
Nella visione manichea tra agenti buoni e cattivi, vittime e carnefici, tra bianchi e neri, a dettar legge, rimangono comunque gli intramontabili joint di Spike Lee