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mercoledì 22 gennaio 2020

Lighthouse


Titolo: Lighthouse
Regia: Robert Eggers
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Thomas Wake è il guardiano stagionale di un faro sperduto nel nulla, su un'isola battuta da venti e tempeste, nella Nuova Scozia di fine Ottocento, mentre Ephraim Winslow è il suo giovane aiutante, propostosi volontario per le quattro settimane del turno. L'accanirsi del maltempo costringerà i due uomini ad una permanenza ben più lunga del previsto e ad una convivenza forzata che porterà in superficie demoni personali, timori ancestrali e nuove, tormentate pulsioni, in un crescendo di follia e claustrofobia.

Eggers dopo il bellissimo VVitch sceglie un'altra storia insolita, condita da alcuni ingredienti che cominciano a diventare la sua politica di genere, ovvero unire e stravolgere miti, usanze, religioni, profezie, rituali e culti fino a portarci con la bellissima scena iniziale dove i due protagonisti guardano in camera come ad invitarci nel loro personale delirio. Un film completamente allucinato, stratificato e complesso in grado di alzare le vele e dimostrare l'incredibile talento dell'autore coadiuvato da due attori che ci mettono l'anima.
Dafoe come la Swinton d'altronde sono i due attori più poliedrici e camaleontici sulla piazza.
Lighthouse è un horror psichico sulla crescente paranoia che si impossessa dell'animo umano con rimandi kubrickiani sulla solitudine (Shining su tutti), un dramma grottesco che alza sempre di più la posta complice anche l'isolamento e l'alcool che scorre a fiumi e a cui è impossibile sottrarsi, che deraglia, assorbe, limita, esagera, un film pieno e ricco di elementi, di riferimenti letterari (Melville, Woolf, Poe, Lovecraft, Coleridge) di ambienti, suggestioni e luoghi che nella loro solitudine nascondono segreti e significati.
Un film in b/n che sembra bisognoso di citare tantissimi autori che hanno fatto la storia del cinema, nel suo ergersi ad un'estetica d'epoca, espressionista, minimale, in cui la scelta anti-moderna di utilizzare per le riprese il formato 35 mm in b/n accentua ancora di più le somiglianze con il cinema espressionista muto di inizio '900.
Faro come visione, ossessione, ricerca della luce, scontro tra due maschi alfa di cui si sente il bisogno di dominare ed essere dominati, dove in questo scontro avviene una lucida e drammatica analisi delle parti più nere dell'animo umano, della meschinità, dei segreti non detti, e soprattutto dell'impossibilità di redimersi o di salvarsi
Il linguaggio poi assume risonanze molto particolari, suoni misteriosi, accenti che sembravano affondati negli abissi del tempo con un dialetto da contadino canadese nel caso di Ephraim e una pronuncia ed un lessico marinareschi per Tom.
La solitudine, l'alcool, la stretta vicinanza ad un uomo più anziano che detiene il potere portano
Ephraim ad impazzire lentamente in una parabola discendente scegliendo come vittime sacrificali i gabbiani con le dovute conseguenze che diventano visioni mostruose (sirene, tentacoli lovecraftiani, Nettuno) che ad un certo punto diventano quasi caleidoscopiche intrappolando il personaggio in deliranti complotti cercando una via di fuga peraltro impossibile.



Report


Titolo: Report
Regia: Scott Z. Burns
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un uomo indaga sui metodi che la CIA ha adottato dopo l'11 settembre.

I film d'inchiesta schierati dalla parte della carta dei diritti umani ormai cominciano ad essere un fenomeno importante nonchè una ricca galleria di punti di vista per mostrare alcuni lati orrendi della politica americana. Il cinema poi si sa di questi tempi è difficile da nascondere o bruciare come poteva succedere in passato per testimonianze, carte e video ripresi durante le torture.
Burns prima di essere un regista al suo secondo lungometraggio, ma di cui questo è il suo vero esordio, è uno sceneggiatore formidabile che ha scritto Panama Papers e Informant. Report però è un film maggiormente complesso che si basa su un realismo e un’asciuttezza narrativa ridotta ai minimi termini senza mettere in scena spazi larghi, ma sempre uffici angusti e bunker dove avvengono le peggiori efferatezze ai danni di presunti terroristi quando il film dimostrerà ben altro. La tortura, la ricerca della sottomissione, percosse, musica ad alto volume, isolamento, deprivazione fisica, tecnica del waterboarding, quella della tortura diventa una pratica che da sempre interessa gli uomini della Cia, alcuni convinti della sua funzionalità, altri costretti solamente a rimanere spettatori inermi.
Report sceglie una storia, quella di Daniel Jones che all'apparenza non sembra aver timore di nulla pur di cercare la verità e dare una nuova spinta verso un processo di giustizia e una inchiesta durata diversi anni che ha portato a qualcosa come 7.600 pagine di rapporto, condensate in poco più di cinquecento per essere rese note al pubblico.
Richiami al cinema di denuncia della Bigelow, Driver sempre in forma straordinaria come se fosse un alunno attento e sempre molto concentrato, una messa in scena che non cerca sensazionalismi disponendo di una storia macabra quanto attuale. Un film necessario, un'opera che dimostra il coraggio di voler far luce su un fenomeno assorbito dai media e dai sostenitori di una certa politica americana reazionaria che dimostra le falle e il potere delle fake news.
La più grande democrazia, come spesso si auto definiscono gli Usa viene ancora una volta messa in discussione come a sostenere la tesi che smettendo solo per un attimo di mentire acquisterebbero dignità.
Un film che non è mai scontato o prevedibile, che non cerca manierismi o inquadrature eleganti, che sfugge da tutta una serie di esercizi di stile di cui di fatto il film non ha bisogno e per questo non scende a compromessi se non quello di offrire uno scorcio limpido su una ferita ancora aperta della recente storia americana.

Ad Astra


Titolo: Ad Astra
Regia: James Gray
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Futuro prossimo. Un astronauta parte alla volta di Nettuno alla ricerca del padre che non vede da tantissimi anni. Forse, sì, è ancora vivo…

Basterebbe già soltanto la prima scena, quella caduta dalla torretta aereo spaziale, a far subito intuire la portata e la grandiosità di alcuni momenti, del reparto tecnico, di come Gray traccia le sue coordinate nello spazio. Al suo settimo film, il regista americano decide di confrontarsi anche lui con la sci-fi, facendolo con un film minimale che abbraccia quei silenzi e quei monologhi interiori che in parte avevamo visto nel bellissimo MOON.
Con tanta passione nel gestire una storia tutt'altro che semplice, tra terra, luna, Nettuno e spazio, con un rapporto difficile tra padre e figlio e una minaccia che rischia di sterminare il genere umano.
Ancora una volta è una tragedia, un trauma infantile ad innescare il viaggio interstellare di Roy, tra avventura, paura, conoscenza e bisogno di risposte.
Un viaggio che richiede un coraggio incredibile nel voler salvare se stesso, il padre, l'umanità, da una catastrofe immediata in parte dovuta alle conseguenze dell'intero genere umano e delle strane richieste poste a Roy quando incontrerà suo padre. Il rapporto tra i due è molto intenso, sembra quasi una sorta di sogno con il dubbio che non sia solo immaginazione ma il film che non si ferma a questo porta tutto verso un climax finale di enorme impatto e potenza visiva.
Ancora civiltà perdute per Gray che possono trovarsi nei luoghi più disparati, andando incontro a distanze cosmiche e location di una bellezza irresistibile, con un duo di attori che legge molto bene la galleria di sentimenti ed emozioni vissute, di paure, responsabilità e fragilità.
Ad Astra mette insieme tante cose, forse troppe, rendendole minimali e lente, quanto profetiche di una paura di quel cosmo che sembra attirarci a se ma che allo stesso tempo ci spaventa più di ogni altra cosa. Muoversi da un pianeta all'altro in poco più di due ore è una scommessa che Gray ha vinto, a volte in maniera stucchevole, ma sempre rivolto ai personaggi, alla loro caratterizzazione, alla crescita e allo spessore nel mettersi in gioco in primo piano.
Il messaggio può anche essere che il bisogno di sapere, porta alla consapevolezza di mettersi in viaggio verso qualcosa che forse non si raggiungerà mai, ma che per forza di cose va percorso.
Il viaggio è al tempo stesso la metafora della vita di ognuno di noi.



Them that follow


Titolo: Them that follow
Regia: Britt Poulton, Dan Madison Savage
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Immerso nelle terre selvagge degli Appalachi, dove i credenti uccidono i serpenti per mettersi alla prova davanti a Dio, il film racconta la storia della figlia di un pastore che detiene un segreto che minaccia di distruggere la sua comunità

Quando sento parlare di piccole comunità nascoste, di pastori, di credenze e rituali particolari quanto assurdi, immediatamente come una calamita ne vengo attratto.
Nell'esordio della coppia di registi ci sono poi due attori che meritano una menzione speciale.
Walton Goggins nel ruolo del pastore che seppur prendendo parte a film tremendi rimane un ottimo caratterista e poi lei Olivia Colman che non merita nemmeno presentazioni, trattandosi di una dea.
E bisogna subito ammettere che se non fosse stato per queste interessanti performance, il film sarebbe sprofondato ancora più in basso. Ci sono delle parti molto affascinanti soprattutto durante il rituale con i serpenti, strumenti del diavolo che decidono loro se punire o meno il fedele, mostrando così la propria prova di fede nei confronti della confraternita.
Un thriller drammatico con una difficile storia d'amore, con un segreto che non riesce a rimanere nascosto, dipanandosi e costruendo tutta una galleria di complici e non detti che porteranno ovviamente alla tragedia nel climax finale.
Un film che ha un difetto enorme legato al ritmo, alla narrazione, ai tempi troppo lunghi, ad alcune scene o schemi ripetuti. Una comunità che sembra avere diversi punti in comune con i Testimoni di Geova, staccandosi dalle regole comuni, sfidando la legge, decidendo che sia il corpo umano come prova di fede a sopravvivere dopo il morso del serpente senza andare in ospedale o scegliendo la medicina tradizionale. Un'ambientazione comunque post-moderna nella scenografia, nelle case, costumi, auto, che però allo stesso tempo sembra avere qualche analogia complessa le linee di sangue dei mormoni.
La coppia di registi sceglie di criticare apertamente il fanatismo religioso e una certa cultura patriarcale senza avere guizzi o colpi di scena d'affetto ma rimanendo sempre attento a non uscire fuori dai binari creando soprattutto dalla metà del secondo atto, un'atmosfera vagamente ipnotica che sembra trascinare tutti i membri della comunità verso un pozzo senza fondo.

History of horror


Titolo: History of horror
Regia: Ely Roth
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 7
Giudizio: 3/5

E'un progetto complesso, didascalico, citazionista, un compendio di tutto quel vocabolario horror che i fan di genere conoscono a memoria e di cui questi episodi contengono quelle rare prelibatezza che in parte ci erano sfuggite.
Siamo di fronte a AMC Visionaries: Eli Roth’s History of Horror, docu-serie tv in 7 puntate facente parte di un nuovo show della AMC, che Roth ha voluto fare a tutti i costi come una sorta di banca della memoria di alcuni grandi maestri, delle loro testimonianze viventi con interviste ai più grandi rimasti e le loro storie, esperienze e curiosità e soprattutto retroscena.
Tanti gli ospiti, da quelli a lungo termine come alle comparse. Nomi sulla bocca di tutti che prevedono scrittori, registi, sceneggiatori, attori, produttori. King, Tarantino, Peele, Blum, Englund, Blair, Zombie, Nicotero, Curtis, Elijah Wood, Landis, Linda Blair, Jack Black, Hedren, etc.
7 episodi per sette tematiche differenti che vanno dallo slasher in due puntate, possessioni demoniache, mostri, vampiri e fantasmi.
History of horror è una sfida in parte vinta se contiamo che progetti di questo tipo sono atipici, quanto allo stesso tempo una carrellata di notizie che tutti i fanatici dell'horror conoscono quasi a memoria fatta eccezione per le curiosità legate a particolari sul set a detta degli autori.
Resta comunque una visione molto convincente, con tanti spezzoni di cult dell'horror, dell'analisi di un sotto genere che piace più alle donne che agli uomini, l'impatto che i singoli aspetti hanno avuto sulla società e sull'immaginario collettivo e che negli ultimi anni è diventato un fenomeno di massa con produttori assatanati e saghe interminabili e opinabili con tanto tempo rubato da saghe come TWILIGHT o THE WALKIND DEAD e in tutto questo, tantissimo cinema che rimane fuori, ai posteri, e che avrebbe dovuto chiamarsi forse History of American horror.
Se si pensa che proprio Roth che ama il cinema di genere italiano e avendo fatto dei remake molto discutibili tenga fuori Bava, Argento, Fulci, Deodato e tanti altri senza stare a pensare al cinema europeo come quello orientale, l'operazione fa storcere il naso sperando che se ci sarà un futuro, verrà analizzato anche un altro continente e il peso specifico che ha comportato in parte per la nascita del cinema horror americano.
Gli episodi hanno comunque un buon ritmo alternando sketch, frasi memorabili, scene indimenticabili e diventate cult per alcuni film, il tutto in una durata di 40'.


Morris from America


Titolo: Morris from America
Regia: Chad Hartigan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Morris Gentry è un 13enne afroamericano che da poco si è trasferito con il padre Curtis nella città di Heidelberg, in Germania. Oltre ai normali disagi legati alla pubertà, il ragazzo ha problemi di sovrappeso e di ambientamento ma, appassionato di musica hip-hop, sogna di diventare il nuovo Notorious B.I.G. Grazie alla complicità di suo padre, con cui condivide la passione per la musica, e all'aiuto di Inka, la sua tutor di lingua tedesca, Morris riesce ad andare avanti fino all'arrivo dell'estate, quando viene mandato a frequentare delle lezioni in un centro estivo per ragazzi

Morris from America è un film leggero e smaliziato, un joint alla Lee, tutto afro che combina bene commedia e dramma in un coming of age pieno di battute ironiche e dialoghi che funzionano e trasmettono molto in termini di pathos e contenuti.
Due target d'età diversa, un padre e un figlio che ci provano, con il primo che nonostante le difficoltà di essere solo e di cambiare mondo passando dall'America all'Europa, a conti fatti non smette mai di darsi delle colpe, di stare sempre dietro alle vicissitudini e alle difficoltà di un figlio che cresce cercando dei valori e una rete a cui aggrapparsi.
La musica come legame per creare rapporti amicali e non, la voglia di continuare a credere di poter essere qualcuno. Hartigan alla sua seconda opera sceglie un film squisitamente complesso nella sua semplicità, toccando un tema caro al cinema, ma che riesce vista la perfetta empatia e alchimia tra gli attori, a non apparire mai scontato o superficiale, ma solido e ironico anche in alcuni momenti intensi dove prevale il dramma puro inteso come elaborazione del lutto e della perdita

Justice League vs Teen Titans


Titolo: Justice League vs Teen Titans
Regia: Sam Liu
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una misteriosa presenza demoniaca s’intromette in uno scontro tra la Justice League e la Legion of Doom che si conclude con l’ennesimo intervento sconsiderato di Robin, alias Damian Wayne, figlio di Batman. Nel tentativo di rimetterlo in riga ed insegnargli a fare gioco di squadra, il padre lo costringe ad unirsi ai Teen Titans. Mentre Damian cerca di integrarsi, la sua nuova compagna di squadra Raven è perseguitata dal padre, il demone Trigon.

Ancora una volta alla regia c'è l'instancabile Sam Liu e se non è lui è Jay Oliva.
Di nuovo un ottimo film d'animazione della Dc che come dico spesso dimostra di saper gestire molto bene i lungometraggi d'animazione a differenza di altre opere.
Libertà, violenza, combattimenti sempre ad un livello molto alto, scene truculente, distruzioni di massa, dialoghi mai banali e con un linguaggio a volte volgare. Il film è incentrato sui Teen Titans dopo vari film legati al nuovo Robin alias Damian Wayne e al suo cambio d'intenti mostrando un'altro volto e temperamento legato alle sue origini dopo Son of BatmanBatman vs Robin e Batman: Bad Blood. Dunque il primo della serie di film d’animazione direct-to-video DC Universe ad essere dedicato al giovane super gruppo che ha già al suo attivo una serie animata durata cinque stagioni. La Justice League ha un ruolo molto marginale ed è spinta nella storia a forza con scene di fatto che più che vederli contro i giovani ragazzi gli vedono alle prese soprattutto nel terzo atto con il demone Trigon e il suo obbiettivo di distruggere il pianeta assumendo una forza e grandezza senza eguali.


venerdì 10 gennaio 2020

Under the silver lake


Titolo: Under the silver lake
Regia: David Gordon Mitchell
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sam è una delle tante anime perse di Los Angeles: non ha un lavoro, non ha un quattrino, sta per essere sfrattato dal suo appartamento e passa il tempo a fare sesso distratto con un'aspirante attrice che si presenta a casa sua abbigliata come i ruoli che interpreta. L'altro suo passatempo è spiare dal balcone le vicine con il canocchiale: è così che intercetta lo sguardo di Sarah, una bella ragazza bionda che sembra disposta ad intraprendere con lui una relazione. "Ci vediamo domani", promette lei, ma il giorno dopo scompare. Lungo la sua ricerca della ragazza scomparsa Sam scoprirà molti altri misteri metropolitani, con la guida di un autore di graphic novel che sembra saperne molto più di lui.

David Gordon Mitchell ha diretto quell'horror atipico di nome It Follows, un vero traguardo per un genere che cerca sempre di evolversi e cercare di apportare quella spinta in più captando tutti i mali di questo mondo malato.
Under the silver lake è un thriller, un noir urbano, un giallo dove un ragazzo qualsiasi si improvvisa detective dopo aver perso la testa per l'ennesima bionda di turno.
Partendo da un'idea che il protagonista Sam è uno che vive nel lusso senza però pagare l'affitto al proprietario che minaccia di sfrattarlo, non si capisce che lavoro faccia eppure i soldi non gli mancano e ad ogni occasione buona si imbuca a feste e party di lusso incontrando vecchi amici e collezionando figure di merda.
Passa il tempo a fare cose tra cui guardare col binocolo le vicine di casa hyppie che escono nude in balcone. Sembra sempre in attesa Sam come se dovesse succedere qualcosa da un momento all'altro e scegliere proprio lui come una sorta di predestinato.
L'arrivo di Sarah è una brutta scottatura soprattutto quando lei sparisce nel nulla e da quel momento il film per ben 140' si riproduce all'infinito, senza seguire una pista precisa ma mostrando una processione interminabile di sotto trame, alcune per nulla funzionali, portando Sam ovunque anche in mezzo al deserto se necessario. Verso il finale finalmente veniamo a sapere cosa sta succedendo e il messaggio è davvero allucinante parlando di poteri forti e di quell'1% dei veri ricchi che si nascondo in ville iper lusso sottoterra dove si portano belle ragazze da scopare fino alla morte.
Qualche indizio prima c'era ma era subliminale, con questa ossessione di Sam per provare a risolvere grattacapi con strumenti ai limiti della follia e del non-sense.
Il vero mandante e ideatore finale con cui si confronta Sam, quello che controlla tutto e ha sempre avuto l'ultima parola, per certi versi è una metafora di Weinstein, in una scena memorabile che da sola basta a far perdonare almeno 90' precedenti di seghe mentali ma fatte bene.



Knives and Skin


Titolo: Knives and Skin
Regia: Jennifer Reeder
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La storia della scomparsa di una ragazza e le conseguenze che ne derivano.

C'è tanto e nulla dentro il secondo film della Reeder che ha mandato in delirio svariati festival. 
Un po del Mendes di American Beauty e poi Kelly che incontra Refn.
Un film minimale, un coming of age con una tecnica che rasenta un livello di perfezione estetica in particolare per quanto concerne le luci e alcuni dettaglia della mdp. Peccato che lo stesso non si evinca da una storia tutto sommato interessante ma che sembra sciogliersi mano a mano che il film procede annullando i colpi di scena. Un film affascinante, lento, morboso, sessuale, anarchico.
Il ritratto di questa piccola città americana suggerisce che di fatto abbiano preso il sopravvento le famiglie disfunzionali e i figli fanno come possono per imparare da se o facendo le esperienze più disparate ed eccentriche. Presentato come un horror, il film è un dramma interiore di una generazione, un film corale che si prende tutti i suoi tempi fregandosene del pubblico ma disquisendo di ciò che più gli piace fare. Sicuramente qualche strizzatina d'occhio ad Araki e Clark per quel bisogno di mostrare la distruzione di ogni tabù, mostrando cose che i ragazzi fanno che gli adulti nemmeno immaginano, come ad esempio vendere la biancheria intima sporca della propria madre ad un professore in cambio di soldi, oppure per due ragazze che scoprono di amarsi, passano il tempo in bagno a scambiarsi regali una all'altra togliendoseli dalla figa.
Ad un tratto sembra che tutto il film cerchi in assoluto di disturbare e ammaliare lo spettatore.
Il risultato è interessante almeno per diverse scene e svolgimenti abbastanza originali, ma il film è tutto così, una galleria di immagini senza una storia solida alla base.

Marriage story


Titolo: Marriage story
Regia: Noah Baumbach
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Charlie Barber è un regista teatrale d'avanguardia di New York e Nicole è stata negli ultimi dieci anni la sua compagna, la sua musa e la sua prima attrice. Insieme hanno un bambino di otto anni, Henry. La donna, nativa di Los Angeles, ha abbandonato una carriera appena avviata grazie a una teen-comedy di successo, stabilendosi nella Grande Mela per amore e, avendo ora l’opportunità di interpretare il pilot di una serie tv, decide di ritornare a casa portando con sé il figlio, mentre Charlie prepara il suo debutto a Broadway.

Con questa interpretazione la Johansson per me si è aggiudicata il premio come miglior attrice del 2019. Marriage story mi ha fatto venire in mente un altro film molto simile che mi aveva commosso Blue Valentine ma anche KRAMER CONTRO KRAMER. Anche in quel caso c'era un matrimonio che si stava sgretolando con tutti i problemi e le conseguenze che ne derivano. 
Baumbach è uno che i drammi riesce a renderli molto bene in scena. Non a caso tra il palco teatrale e il palco di casa c'è un confine molto labile come se spesso i dialoghi tra la coppia non avessero muri entrambi troppo egoisticamente concentrati su se stessi e i loro impegni. C'è la casa con il figlio, il teatro dove lavorano assieme, le sedute dal terapeuta che non sembrano funzionare, almeno per Nicole, e poi la famiglia, i nonni che cercano come lo spettatore di capirci qualcosa spesso senza riuscirci e pensando esclusivamente a limitare i danni.
La scena con cui il film si apre è da applausi dimostrando in poche battute quanto pathos riesce a trasmettere, un'apocalisse di sentimenti e lacrime che vedremo scorrere in un uragano emotivo che non accenna a fermarsi mai. Il tutto raccontato attraverso un'empatia straziante che dimostra quanto i personaggi di questa storia, fatta eccezione per alcuni avvocati, siano vivi e abbiano bisogno di essere continuamente stimolati. Anche il finale come l'inizio riesce davvero ad essere molto bello, insistendo sul concetto che Charlie e Nicole si vogliono troppo bene per arrivare a farsi male l'uno con l'altra.



3 from hell


Titolo: 3 from hell
Regia: Rob Zombie
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo essere sopravvissuto a malapena a una brutale sparatoria della polizia, il clan Firefly demente scatenato scatena una nuova ondata di omicidi, follia e caos.

Davvero non capisco come mai ci sia stato un tale accanimento negativo sull'ultimo film di Rob Zombie che chiude una interessante trilogia dove Devil's Reject era la ciliegina ma questo sicuramente è più interessante della CASA DEI 1000 CORPI.
Gli ingredienti sono evidenti, senza Sid Haig (rip) che però nei pochi minuti regala un bel monologo, ma inserendo il buon Richard Brake del bellissimo 31.
La matrice è sempre la stessa, sporcizia in tutti i sensi, sudore, iper-violenza, un pò b-movie, molto grindhouse celebrando ancora una volta l'amore di Robert Bartleh Cummings per i fumetti porno-horror, l'industrial e tutta una serie di elementi squisitamente yankee senza stare a citare tutti i fim che sembra voler omaggiare.
E'vero che il finale del film precedente chiudeva in bellezza le danze, portando ai massimi livelli una lotta anarchica tra criminali e forze dell'ordine con tutte le dovute descrizioni del caso.
Qui si vede che la trama è flebile e l'omicidio di Danny Trejo per portare agli intenti e gli obbiettivi criminali è molto debole e flaccida ma funzionale a riportare tutto al confine messicano, mostrando una carneficina che sembra un horror girato da Rodriguez.
Maschere, rituali, puttane, alcool e sfide a lanciar coltelli, una scenografia ottima in grado di dare valore ad ogni location, con nani che si accingono a diventare partner inaspettati della family maledetta, traditori, famiglie innocenti che vengono fatte a pezzi, sono tutti gli elementi che come sempre fanno parte dell'orgia finale, prima del bagno di sangue dove i vilain altro non sono che criminali forse legati a qualche cartello del narcotraffico.
La mattanza finale è squisitamente girata bene con tanta azione e un finale molto prevedibile.
3 from Hell è il film più sanguinolento della filmografia del regista. Il primo e ultimo della saga sulla famiglia Firefly che immette pochi accenni di trama per concentrarsi solo sull'azione e alcuni dialoghi lasciati ai posteri giacchè i protagonisti sono tutti e tre pazzi furiosi.
Infatti dopo aver liberato Baby i tre riprendono la loro fuga verso territori inesplorati americani, vivendo di stenti e uccidendo chi gli capita a tiro.



Freaks


Titolo: Freaks
Regia: Zach Lipovsky, Adam B. Stein
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il padre della piccola Chloe, una bambina di sette anni, non vuole che lei esca dalla loro casa in rovina, perché ritiene che il mondo esterno sia troppo pericoloso per loro e soprattutto per la bambina. Cerca di nasconderla anche ai vicini, ma lei vorrebbe fare come le altre ragazzine e andare almeno a prendere il gelato dal camioncino che passa per il loro vicinato e suona una musica quasi irresistibile. Il gelataio è un vecchio dal sorriso vagamente sinistro, ma questo non turba Chloe che anzi sempre più vuole conoscere il mondo di fuori. Nulla però è davvero quello che sembra...

Freaks è un indie interessante, un'opera che strizza l'occhio chiamando a sè diversi generi, thriller, sci-fi, super-eroi (meglio chiamarli Freaks), l'isolamento come paura di essere presi in quanto diversi. Tanti segnali sembrano poi i classici di tanti film usciti negli ultimi anni, ma il film dalla sua ha una storia semplice, nel primo atto non ci dice molto ma fa presagire che da quando la piccola "Chloe" dovrà uscire dalla porta si troverà preda o predatrice di un mondo che le è stato sempre nascosto. Ci sono sicuramente alcune intuizioni interessanti come il teletrasporto qui sfruttato in maniera davvero originale, il sangue non viene lesinato ma anzi serve a far comprendere alla innocente Chloe a cosa si debba andare incontro per salvare chi si ama.
Effetti speciali e scene d'azione ottime ma mai abusate, cercando sempre di mantenere quel'atmosfera che caratterizza tutto l'arco del film e alcuni dialoghi che rivelano interessanti colpi di scena. Bruce Dern poi con quel camioncino dei gelati è allo stesso tempo salvifico quanto inquietante. Tutto il cast capitanato dalla preziosa bambina e Emile Hirsch ci credono tutti molto e la loro caratterizzazione riesce a dare manforte alla psicologia dei personaggi e la sinergia con i colleghi. Qualche piccolo intoppo c'è, ma nel finale possiamo annoverarlo tra gli esperimenti più interessanti su persone dotate di super poteri con un budget modesto ma che sa lavorare bene su quello che ha regalando molto più di quanto riescano a fare i film Marvel.

Zombieland-Doppio colpo


Titolo: Zombieland-Doppio colpo
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Da dieci anni Tallahassee, Columbus, Wichita e Little Rock affrontano zombie armati di fucili d'assalto. In dieci anni hanno imparato a intendersi e a condividere il quotidiano. Insieme formano una 'sacra famiglia' che vive alla Casa Bianca, bonificata dagli zombie e creativamente personalizzata. Tra lo studio ovale e la camera da letto di Lincoln, Columbus vorrebbe sposare Wichita, che esita, e Tallahassee trattenere Little Rock, che vuole lasciare il nido. Fuori intanto gli zombie evolvono per sopravvivere agli uomini. Ma sono i conflitti familiari la sfida più ardua da vincere.

Sono passati dieci anni e l'unico ad invecchiare bene è Bill Murray nel solito fantastico cameo.
Era davvero così atteso questo sequel di un film che mostrava gente che ammazza zombie cercando di far ridere? I sequel sono una sfida molto dura quando non si ha una storia solida tra le mani.
Non basta aggiungere una biondina sociopatica e ninfomane per aspettarsi che gli esiti cambino a favore del film. Certo qualche intuizione c'è, gli scontri sono sempre più terribili e con quel rallenty che li rende ancor più fastidiosi, e in tutto questo il meglio se lo portano a casa le scene di contrasti famigliari tra questo nucleo di persone improvvisato. Si aggiungono ancora al coro l'hyppie di turno che scappa con Little Rock sognando paradisi in cui cazzeggiare e ad un tratto esce fuori proprio senza nessun senso Rosario Dawson che si porta a letto Tallahassee. Una nuova grande famiglia per un viaggio on the road prevedibile e scontato con personaggi banali e superficiali e caratterizzati in maniera fin troppo macchiettistica.


Heretics


Titolo: Heretics
Regia: Chad Archibald
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una ragazza viene rapita da un uomo sconosciuto che sostiene di volerla proteggere, fino all’alba, da una pericolosa setta che le sta dando la caccia. Durante le ore con il suo rapitore però la giovane si ammala gravemente. Solo il trascorrere del tempo rivelerà la vera origine della sua malattia il cui ultimo stadio non è la morte ma la mutazione.

Con tutto il bene che voglio ad Archibald, alla sua coraggiosa filmografia, al suo amore per l'indie horror e al suo sodalizio con la Black Fawn Films, ho trovato il suo ultimo film una sorta di ripetizione su tante trame che vedono protagoniste sette sataniche o neo-pagane o come vogliono chiamarsi che hanno l'obbiettivo di far resuscitare un demone o il diavolo stesso (cambiano spesso i nomi ma la sostanza è la stessa in questo caso Abaddon). Di fatto deve esserci una predestinata che ha sogni e allucinazioni che non riesce a capire, un mentore che rapendola deve spiegarle qual'è lo scopo della sua vita e cosa vogliono da lei quelli della setta, per finire una persona a lei cara che in realtà rema contro.
I luoghi comuni per dirla tutta, sono gli elementi dominanti di una storia che a parte il climax finale è pienamente prevedibile sotto ogni punto di vista. Archibald e soci sono coraggiosi nello sfruttare alcuni personaggi, al di là della caratterizzazione, in modo molto funzionale come la ragazza di Gloria, Joan, che per arrivare al suo scopo uccide chiunque le si ponga davanti senza la benchè minima esitazione (poliziotti, la mamma della protagonista). Il problema grosso del film al di là di alcune scene d'effetto, ma che parlando di folk-horror è impossibile non annettere, è il vuoto cosmico che dalla seconda metà del secondo atto la sceneggiatura diventa veramente una sequela di luoghi comuni tutti indirizzati al rituale finale e alla scena della mattanza. Un body horror sulla possessione, un thriller esoterico, una lenta trasformazione verso il male assoluto con qualche ingenuità di troppo. Sembra esserci stata molta fretta per la pre-produzione del film e gli esiti sono dietro l'angolo senza nascondere qualche scena che si ripete dando quel senso di noia durante la visione.



Men in black-International


Titolo: Men in black-International
Regia: F.Gary Gray
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il film inizia nel 1996. La futura agente M non è che una bambina quando assiste per caso a una scena destinata a cambiare il corso della sua vita. Un cucciolo di alieno in fuga si è nascosto nella sua stanza. I genitori incontrano gli agenti dei Men In Black, prontamente spara-flashati perché dimentichino l’accaduto. Ma la piccola Molly vede tutto dalla finestra. E da quel momento, il suo unico desiderio sarà entrare in quella segretissima agenzia, delegata a gestire la presenza aliena sulla terra.

L'ultimo MIB è stupido ma non così tanto come mi aspettavo. La coppiata purtroppo non funziona ma diversi elementi o accessori riescono a regalare inaspettatamente un piccolo sorriso che a dirla tutta in due ore sembrava proprio il minimo.
L'universo di MIB non poteva finire, bisognava riadattarlo, renderlo ancora più malizioso, prendere gli attori che vuole il pubblico e regalare ancora più spavalderie, buffonate e risate in grosse dosi per chi mastica un certo tipo di ironia.
La trama è appena un pretesto per fare un gioco nuovo che gli americani con le grosse produzioni piace continuare a fare. Una moda quella di cambiare location da un momento all'altro come per spara-flashare il pubblico e far loro dimenticare cosa stavano guardando fino a un attimo prima. Perchè poi alla fine è così. Il primo film del '97 aveva almeno un Sonnenfeld dietro che prima di finire a morire con pellicole per la happy family aveva almeno diretto il duo decente della FAMIGLIA ADDAMS e con MIB cercava di scimmiottare con la sci-fi con un film innovativo, dirompente che allo stesso tempo avesse qualche scena creepy, ma dotato di una comicità demenziale e in questo la coppia di attori era davvero funzionale nel mischiare generazioni diverse a confronto. Gary Gray è un mestierante che non ha idee o innovazione nel suo cinema, fa quello che gli dicono di fare senza polemiche.
Il problema ancora una volta di operazioni così costose e che servono solo ad intrattenere in un franchise che era meglio non allungare, è il ruolo della donna che come in questo caso, o negli ultimi film della Marvel e della Dc, dovrebbe dare forza e carattere alle eroine femminili, sembra invece a mio avviso sentenziarne delle macchine da guerra e basta fedeli al loro codice di regole da seguire.



martedì 7 gennaio 2020

Death of Dick Long


Titolo: Death of Dick Long
Regia: Daniel Scheinert
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dick è morto da poche ore, ma Zeke e Earl non vogliono che nessuno scopra come. Purtroppo in una piccola città dell'Alabama le notizie corrono veloci.

Death of Dick Long è quella chicca che non ti aspetti. Un raggio di luce nella via lattea della settima arte. Un film che con pochi e astuti mezzi, ma un grosso impiego e sforzo degli attori, riesce a fare un mezzo miracolo di fatto nascondendo un segreto per tutto il film e regalare un climax finale capace di farti brillare gli occhi.
Cinema indie, una commedia nera, grottesca, che rivela e nasconde pregi e difetti di persone qualsiasi, attaccate ad una quotidianità che ormai ci ha sfinito e allora di nascosto si cercano piaceri o divertimenti atipici e pericolosi, quelle bravate che si fanno solo tra amici di nascosto senza far sapere nulla alle mogli.
Scheinert parliamone è quello che tre anni fa ci ha regalato quel film meraviglioso che era Swiss Army Man ma con questa sua ultima opera si distacca completamente dalle scelte e soluzioni visive del suo primo film per racchiudersi in una piccola città dell'Alabama che per alcune atmosfere e scelte di come condurre le indagini strizza l'occhio ai Coen di FARGO.
Un film davvero capace di intrattenere alla grande, di voler sapere a tutti i costi cos'è successo a Dick e come sia potuto succedere con gli altri gregari attorno a lui che fino all'ultimo non ci si rende conto quanto siano stati complici.
Un thriller noir tutto di suspance, dialoghi, atmosfera, caratterizzazione dei personaggi davvero magnifici, una trama che seppur potrebbe sembrare così scarna, in realtà si concentra prettamente sui rapporti famigliari, le amicizie, il lecito e il proibito, la coerenza e la sincerità dei bambini che spaventa gli adulti perchè dicono sempre la verità.



Guava Island


Titolo: Guava Island
Regia: Hiro Murai
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sull'Isola di Guava un musicista locale è intenzionato a organizzare un festival per tutta la popolazione.

Guava Island è un film che sprigiona così tanto amore, umanità, colori, freschezza, danze e bellezza che fa quasi commuovere nella sua breve durata di un'ora scarsa. Una fiaba metropolitana con sognatori, amori che non finiscono mai, leggende folkloristiche, boss locali e tanta, tanta musica e finalmente il concetto di musical che riesce a configurarsi perfettamente con alcune canzoni di Childish Gambino potenti e frenetiche che poi altro non è che il nome d'arte dell'attore che interpreta il protagonista.
Il film è di un regista americano di origine giapponese in una località tutta africana e con attori del luogo più alcune star che non hanno bisogno di presentazioni. Una combo strana di elementi che si rivela frizzante e funzionale, di fatto regalando un film squisitamente acceso e politicamente schierato. Un film che parte con una favola folkloristica locale d'animazione per poi prendere una piega che dalla quotidianità tira fuori tutta la vitalità e la voce di chi crede strimpellando una chitarra di poter cambiare le cose e creare un mondo migliore.
Deni è il vero protagonista della vicenda il quale sceglie e non potrebbe vivere in un altro luogo, nonostante il regime dittatoriale del boss dell'isola che detiene e controlla tutto. Deni è parte così attiva e integrante della comunità, conoscendo tutti, essendo amico di quasi tutti, con una vitalità contagiosa in una non meglio specificata isola esotica che sembra esteticamente e tecnologicamente rimasta fuori dal tempo. Tutto sembra convergere sul protagonista il quale deve barcamenarsi tra un impiego al porto e una trasmissione radiofonica propagandistica, nella quale è costretto - sempre col sorriso, sempre con le buone maniere - a tessere le lodi e osannare il leader di Guava Island, il boss Red Cargo. Il mediometraggio assume così un contesto socio-politico più ambizioso e complesso che se è vero viene affrontato con una certa facilità e forse prevedibilità degli scenari riesce ad essere sempre calzante nel ritmo e funzionale sia dal punto di vista narrativo che formale.
«Guava Island è il risultato finale di quattro incredibili settimane trascorse a Cuba con alcuni dei più creativi talenti che abbia mai incontrato», ha dichiarato il regista in una nota, «Designer, artisti, musicisti e attori si sono uniti da tutto il mondo per creare questo folle sogno»


Mandalorian


Titolo: Mandalorian
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Ambientata nell'universo di Star Wars, la serie si inserisce in un periodo storico compreso tra la caduta dell'Impero e l'ascesa del regno del terrore del Primo Ordine. In questo vuoto di potere viene raccontata la storia del protagonista, un guerriero appartenente al popolo combattente dei mandaloriani, come si evince dalla sua armatura che ha caratterizzato altri personaggi di Guerre stellari come Jango e Boba Fett. The Mandalorian segue le avventure del pistolero solitario, che come cacciatore di taglie si muove negli angoli più remoti della galassia ancora distanti dall'autorità della Nuova Repubblica. Nella sua nuova veste, il Mandaloriano si ritrova in un bar per catturare una delle sue prede, consegnandola poi al suo datore di lavoro, Greef Karga, il quale gestisce un gruppo di cacciatori che include la grintosa e ribelle Cara Dune.
Ben presto, Greef affida una nuova missione ad Mandaloriano: ritrovare un oggetto o una creatura ritenuta molto importante dal facoltoso e misterioso cliente, un potente sostenitore del decaduto Impero ancora protetto dai soldati imperiali. Quando i due si incontrano, l'uomo paga subito il guerriero e gli consegna un localizzatore al fine di poter individuare il suo obiettivo, senza però svelargli cosa sia. Ciò che il Mandaloriano ancora ignora è che il ritrovamento dell'obiettivo non è stato affidato solo a lui, ma anche a un droide, IG-11, che incontra durante l'assalto all'edificio dove si trova nascosto. Raggiunto, i due scoprono finalmente di cosa si tratta, o meglio, di chi si tratta: un neonato... particolare. I due hanno reazioni opposte - il robot vuole uccidere la creatura, mentre il Mandaloriano vuole salvarla.

Mandalorian si affida quasi esclusivamente ad un concetto molto importante e interessante per la sci-fi come per il franchise in generale. Un universo da scoprire pieno di pianeti, razze e culture.
Partendo da questo presupposto la trama è semplice quanto assai funzionale e adatta al contesto: un cacciatore di taglie che fa il suo lavoro stanando criminali in giro per gli universi e che si troverà a fare una scelta importante che cambierà il corso della sua vita e i suoi obbiettivi.
Eppure c'è più Star Wars in Mandalorian che non nell'ultima trilogia uscita.
La mini serie di otto episodi è stata scelta dalla Disney per inaugurare il suo servizio di streaming online Disney+. Dato l’intento manifesto di andarsi a scontrare con i giganti di Netflix e Amazon Prime Video e Hubu, la discesa in campo non poteva che essere guidata da una serie che avesse un pubblico già scritto. Se la paura dei fandom o della setta che si muove dietro Star Wars poteva storcere il naso pensando ad un prodotto di puro intrattenimento che piacesse soprattutto ai più giovani, dovrà ricredersi perchè il vocabolario di Mandalorian è universale, tradotto significa che piacerà a tutti, ma proprio tutti.
E non parlo solo della bella abitudine di partire aprendo e chiudendo gli episodi, facendoli durare poco più di mezz'ora, inserendo tanta roba di qualità ma non troppa da farla precipitare male.
Tutta l'operazione è stata gestita da quel pazzo di Jon Favreau, che seppur come regista appare poco più che un mestierante, come ideatore e produttore sa muoversi molto bene disponendo delle conoscenze giuste avendo un piede nella Disney e un altro nell'universo Marvel che poi sono la stessa cosa.
Mandalorian si sapeva ed è giusto che abbia avuto il suo meritato successo, giocando e puntando tanto sull'avventura, sul non sapere cosa succederà ma volerlo scoprire perché si è sicuri che sarà qualcosa che valeva la pena aspettare, caratteristica che ormai con la saga di successo abbiamo quasi dimenticato.
E poi c'è il protagonista che come Dredd non si toglie mai l'elmo, una creaturina a cui è impossibile non affezionarsi, una banda di criminali su una navicella capitanata da Mark Boone Junior, un villain come Herzog, Clancy Brown e tanti altri splendidi attori che trovano i loro spazi per essere caratterizzati a dovere.
Le storie sono molto semplici, ma proprio questa semplicità permette alla serie di procedere indisturbata e silenziosa, mettendo tutti d'accordo, promuovendo valori e ideali, non mostrando mai una goccia di sangue, ma facendo vedere letteralmente corpi che scompaiono o deflagrano a contatto con armi laser.

Big Legend


Titolo: Big Legend
Regia: Justin Lin
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo e una donna si concedono qualche giorno sperduti nelle più remote foreste della costa orientale. Grandi boschi, grandi cascate e grandi montagne sono lo scenario migliore per chiedere alla donna di sposarlo. Fino a quando una notte, la donna viene risucchiata nel buio della foresta da una bestia sconosciuta. Dopo un anno di ospedale psichiatrico, l'uomo, ex soldato, torna sul luogo della sparizione per cercare vendetta.

Con una locandina così sfacciata non potevo esimermi dal vedere l'ennesimo monster-movie sul Bigfoot.
Sin da subito è chiaro che c'è qualcosa che non funziona, che l'impegno più grosso è stato messo sulla locandina tale da attrarre i gonzi come me che basta che vedano un paio di elementi e una creatura strana e misteriosa e finiscono nella trappola. Trappola ma non trappolone, il film di Lin è un low budget che prova a cavarsela buttandola tutta sull'atmosfera e sul protagonista, facendo vedere la creatura col contagocce, portando a casa un survival horror con una pessima fotografia e recitato abbastanza maluccio da un cast che sicuramente ha provato a mettercela tutta.
A parte forse un paio di elementi nel terzo atto, il film è di una banalità sconcertante.
Potete provare a tratte le conclusioni già dopo i primi venti minuti e attenzione, vincerete di sicuro, dal momento che il film non ha un solo colpo di scena e quanto incontra l'azione diventa clamorosamente una trashata pazzesca. Un piccolo manuale degli errori da non commettere potrebbe essere la log-line che accompagna il film, di cui però per qualche strano disturbo nostalgico e amore per i mostri, non ho ripudiato anche se è dura mandare giù una galleria di escamotage per cercare di dare enfasi e incrementare la tensione abbastanza loffi.
Per alcune atmosfere stranamente mi ha ricordato un film che con questo c'entra ben poco, il bel Backcountry che testimoniava in poche parole con la trama medesima quanto un orso potesse fare molta più paura rispetto ad un Bigfoot.
La filmografia sui mostri della montagna comincia ad essere abbastanza assortita anche se i risultati spesso sono davvero scadenti quando non diventano trash a tutti gli effetti.
Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot (forse tra tutti pur non trattando solamente il mostro rimane il più decoroso) mentre invece arrivano le pellicole a cui non conviene avvicinarsi come Willow CreekAbominable e Exists.


Blade II


Titolo: Blade II
Regia: Gulliermo Del Toro
Anno: 2002
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Blade, un uomo per metà vampiro, si vede costretto a schierarsi con un team di vampiri molto potenti per sconfiggere un nuovo tipo di super-vampiro che nessuno di loro ha mai affrontato prima. È l'unica possibilità per scongiurare l'eliminazione della razza umana e di quella dei vampiri.

Del Toro conferma ancora una volta il suo buon gusto e il tocco da Re Mida nel saper gestire qualsiasi genere con cui si cimenta.
Blade II riesce a coniugare molto bene horror e azione, con un ritmo adrenalinico, mostra una metropoli e il sotto suolo (le fogne per intendersi) putride e anarchiche oltre che malsane, prende alcuni suoi fedelissimi come Perlman e Goss e riesce a sfornare un sequel che non è solo il migliore del primo, ma di tutta la saga.
Blade II è il b-movie di puro intrattenimento, l'occasione per l'autore prima di girare il duo di film Hellboy(2004) Hellboy 2-The Golden Army di dimostrare ancora una volta un'enorme fantasia e creatività, dando i giusti ritmi all'azione ma senza mai perdere di vista la storia e la sua fondamentale importanza.
In più l'idea di raccontare i vampiri poteva concludersi con nessuna ricetta innovativa ma Goyer confeziona una storia originale dove incontriamo i mietitori, mostruosi mutanti succhia sangue che si nutrono di umani e di vampiri, ma soprattutto sarà difficile non provare empatia per il villain di turno Jared Normak il vero jolly del film.
Peccato per Wesley Snipes, sempre più insopportabile nel ruolo da protagonista e alcuni combattimenti decisamente troppo veloci.