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sabato 14 luglio 2018

Looking Glass


Titolo: Looking Glass
Regia: Tim Hunter
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una coppia acquista un motel in un deserto. Nell'edificio c'è una stanza segreta che permette di vedere cosa succede nella camera più richiesta. Finchè ci scappa il morto.

Un bel film di fantascienza potrebbe essere quello di capire come mai Nicolas Cage giri una media di un film al mese. E' ancora messo così male? I suoi creditori sono come la setta di Scientology?
Ecco secondo me questo sarebbe un tema interessante da trattare..un road movie con Cage inseguito dai suoi creditori..
Mi chiedo. Ma come deve essere per un regista lavorare con Nicolas Cage? Ne ha di tempo o mentre l'attore legge il copione sta già trattando con il manager per conoscere la trama del successivo film?
Looking Glass aveva secondo me dei buoni spunti di partenza soprattutto nel soggetto.
Il problema del film è che parte malissimo, quasi tutte le azioni dei protagonisti hanno un non sense di base che le muove, non so bene se per cercare di renderli alternativi o particolarmente bizzarri ma il risultato è tremendo.
Cage – al settimo film in 12 mesi – pare non aver ritenuto che il materiale offertogli da Looking Glass valesse abbastanza da tentare di salvarlo con una delle sue ormai leggendarie performance sopra le righe da B-Movie.
Hunter ha diretto quasi solo episodi di serie tv o televisione per lo più e la parte tecnica a volte leggeremente amatoriale si vede così come la fotografia che poteva dare più risalto in alcune scene o illuminare di più alcuni particolari importanti dalmomento che il filmpunta motlo sulle diverse cromature a seconda della location e alcuni particolari della trama.
Invece per cercare di dare un po di ritmo si preferisce puntare su scene lesbo girate pure male e alcune scene d'effetto che ormai fanno solo più sbadigliare
Peccato perchè nel mare di film inguardabili con Cage, nuovo filone cinematografico vista la quantità a dispetto della qualità, questo sci-fi poteva davvero dare qualcosa di interessante

Totem


Titolo: Totem
Regia: Marcel Sarmiento
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo la morte in circostanze sospette della moglie, James sta faticosamente ricostruendo la sua vita insieme alla nuova compagna Robin, che decide di accogliere a vivere in casa sua insieme alle figlie Kellie e Abby. Con l’arrivo della donna nell’abitazione, l’unità familiare comincia a essere messa alla prova non soltanto dalla diffidenza di Kellie verso colei che ritiene una sostituta non all’altezza della madre, ma anche dall’insorgere di inquietanti fenomeni paranormali diretti verso la piccola di casa Abby, che a sua volta sembra in contatto con una sorta di entità spirituale.

Ormai senza guizzi di sceneggiatura e un minimo di capacità di scrittura il risultato sembra ormai scontato.
Il dramma familiare unito alla ghost story sono solo alcuni dei temi più sfruttati dalla lobby del cinema commerciale americano horror. Troppi prodotti con il risultato che i clichè e gli stereotipi fanno da protagonisti a dispetto di personaggi piatti e delle storie lacunose.
Ridicolo e scontato questo film di tal Sarmiento che dovrebbe guardarsi tanti horror per capire come dirigere e anche in questo caso come giocare meglio sui colpi di scena, dosare la suspance, etc.
In realtà la domanda più grossa del film credo che sia ancora motivo di mistero per la troupe e soprattutto per Evan Dickson che oltre ad essere lo sceneggiatore e anche uno degli attori. In più tutto il tema legato all'accettazione da parte delle due protagoniste della compagna di papà, anche se sembra proprio l'anima irrequieta della defunta moglie a non accettare la nuova arrivata, poteva essere curato di più con qualche caratterizzazione che non sembrasse così stereotipata.
L'idea che mi sono fatto visto questo pasticcio legato alla scrittura è quello che Dickson voleva forse omaggiare qualche tematica legata ai j-horror giapponesi visto che il tema sembra ricordarli molto.
Il risultato però è davvero pessimo..


domenica 24 giugno 2018

Hurricane Heist


Titolo: Hurricane Heist
Regia: Rob Cohen
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Venticinque anni dopo la morte del padre, vittima di uno dei tornado cui aveva sempre dato la caccia, Will è un meteorologo del Governo impegnato a studiare Tammy: un uragano in arrivo sull'Alabama che si preannuncia essere il più violento nella storia degli Stati Uniti. Mentre gli abitanti cominciano ad evacuare la zona, Will, suo fratello Breeze e la determinata agente del Tesoro Casey si ritrovano soli in mezzo alla furia dell'uragano e, allo stesso tempo, alle prese con un gruppo di rapinatori che vuole approfittare dell'imminente catastrofe per compiere il colpo del secolo: una rapina da 600 milioni di dollari alla Zecca dello Stato.

A volte mi avvicino ai thriller per motivi futili sapendo già che non mi troverò di fronte a chissà che storia. Proprio il soggetto in questo caso è l'elemento già pre masticato che abbiamo visto almeno una ventina di volte in altri ibridi.
Gli americani del resto, rispetto agli europei, dovendo far uscire migliaia di film in più spesso prendono questa strada che loro chiamano scorciatoia. I risultati però in termini narrativi si vedono subito. L'ultima prova che un cinefilo a volte svolge, potendosi disinteressare dalla sceneggiatura che è telefonata come poche, è quello di trovare somiglianze con altri film. In questo caso su tutti HARD RAIN, in cui per farla breve qui vengono infilati gli stessi tre ingredienti: c’è la rapina, il buddy cop e pure il disaster movie (ecco l'ultimo lì era una tempesta, qui invece uragani)
Ora Rob Cohen lo sappiamo tutti non è bravo come il fratello. Il mestiere come tecnico di certo non gli manca e infatti negli ultimi vent'anni ha firmato moltissimi blockuster anche se tra i peggiori.
Negli anni Ottanta ha prodotto roba come LE STREGHE DI EASTWICK, L'IMPALACABILE, SCUOLA DI MOSTRI e fin qui ci siamo eccome sono dei signor film, mentre nei novanta ha deciso che era giunto il momento di passare a dirigere fantasy come DRAGONHEART prima di arrivare a grattare il fondo con i film più tamarri mai visti FAST & FURIOUS e XXX
La sua parola d'ordine è intrattenimento. In questo caso appunto sembra rispondere al meglio alla domanda di partenza e per l'appunto Hurricane è sicuramente meglio dei suoi ultimi lavori se non altro perchè non cerca quel filone teen che rischia di intrappolarlo in un limbo.
Il problema grosso dell'ultimo film di Cohen jr è quello di aver messo troppa carne al fuoco, di non aver saputo sfruttare al meglio un buon cast anche se sono nomi che i più non conosceranno e lasciando più domande che risposte su tutte le sotto trame che il film sembra apriire ma poi forse aspetta che sia l'uragano a chiuderle.

giovedì 7 giugno 2018

Fire and Ice


Titolo: Fire and Ice
Regia: Ralph Bakshi
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Durante l'era glaciale, lotta selvaggia fra due tribù del Nord. Una principessa sta per essere violentata e uccisa, ma un gigantesco guerriero la salva

Fire and Ice è un film d'animazione indipendente e decisamente importante. Il suo peso è rilevante per più motivi. Il primo è che in quegli anni stava esplodendo letteralmente il fantasy di cui questo film ne è una costola importante per l'universo che crea, per il dualismo tra bene e male, fuoco e ghiaccio, perchè di lì a poco il fantasy sarebbe sdoganato dai mass media diventando molto più commerciale e industriale rispetto a queste opere incredibili.
Il perchè si riconduce subito alle tecniche utilizzate di cui il suo regista Bakshi è stato cantore e martire ineguagliato, e che con l’acidissimo SIGNORE DEGLI ANELLI e il meraviglioso AMERICAN POP ha tracciato una linea di stato dell’arte della faccenda con la quale però ha anche minato la sua carriera a causa dei costi esorbitanti non corrisposti da incassi altrettanto alti.
Una di quelle residue figure d’arte, autoriali e visionarie in un cinema d’animazione che stava semplicemente morendo sotto il botteghino Disney, schiavo del peggior buonismo.
Sensa contare poi la tecnica proprio del rotoscopio che consiste nel ridisegnare un cartone animato fotogramma per fotogramma sopra ad un girato con attori e ambientazione veri; una tecnica dispendiosa perché raddoppia le manodopera e i passaggi ma che permette momenti e soluzioni superbi per l’animazione, per quanto a volte strani.
Inoltre non bisogna dimenticare l'apporto di Franzetta che assieme a Bakshi ha rivoluzionato anche lo stile di come inserire la fotografia all'interno di questa incredibile tecnica cinematografica.

Lowlife


Titolo: Lowlife
Regia: Ryan Prows
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Le sordide vite di un tossicodipendente, di un ex detenuto e di un lottatore si scontrano tra loro.

Tra Jodorowski e Dupieux, l'indie di Ryan Prows è davvero una piccola chicca interessante.
Un film che dentro ha un'amore per il cinema e un desiderio di mettercela tutta che sembra suggerirtelo minuto dopo minuto.
Un film dove dentro c'è la passione, la voglia di creare e credere in qualcosa di difficile ma di possibile e quindi senza avere un grosso budget riesce a misurarsi bene con ciò che possiede e parlo ovviamente dei mezzi contando comunque l'ottima messa in scena.
Un film che arriva dritto dritto dai festival di quelli che stai pur certo che non ti capiterà mai di vedere a meno che tu non sia un soggetto con una dipendenza forte da cinema.
Tra ironia, scene splatter, vuoti di memoria che portano le persone a fare cose o a svegliarsi imbracciando arti di persone, inseguimenti che fanno morire dal ridere, il film corale di Prows è di sicuro qualcosa di non convenzionale intuibile già dal mix di generi passando dal Mostro, un disgraziato wrestler messicano che lavora come scagnozzo al saldo di un boss a Cystal, una tossicodipendente che è alla disperata ricerca di un rene nel mercato nero degli organi per salvare la vita di suo marito e infine Randy, appena uscito dal carcere.
Un PULP FICTION dei poveri verrebbe da dire ma averne di film del genere. Tanto di cappello

Mayhem


Titolo: Mayhem
Regia: Joe Lynch
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un virus trasforma gli avvocati di uno studio legale in belve sanguinarie, portando alla luce i loro istinti primordiali

Mayhem è quella scheggia impazzita che quando arriva è destinata a fare il botto almeno facendo discutere soprattutto gli appassionati del genere.
Ci sono tanti ingredienti mescolati funzionali ad aumentare le aspettative per questo strano indie che non ha avuto distribuzione nei cinema arrivando come sempre più spesso accade direttamernte in home video.
Un po fratello di BELKO EXPERIMENT e di altri film analoghi che giocano la carta di un'unica location per un massacro senza regole. Dal punto di vista dell'intrattenimento il film funziona alla grande senza lesinare sul sangue o sulla violenza ma anzi regalando scene epiche di massacri e combattimenti con ogni tipo di arma che si possa trovare all'interno di un ufficio.
L'elemento del virus che sembra per certi versi ricordare una costola meno purulenta di CROSSED un fumetto davvero cattivo, sta nel fatto che qui gli infetti hanno solo un occhio rosso e questa epidemia è destinata a liberare la parte animalesca degli esseri umani spingendoli a ogni genere di violenza, sopruso e comportamento anti-sociale
Il cast è funzionale, il protagonista orientale con la metafora sul lavoro e sullo sfruttamento che a volte gli orientali subiscono funziona soprattutto nelle scene di sudditanza arrivando a coinvolgere varie figure dagli gli arrampicatori sociali e puntando tutto su un'atmosfera di estrema competizione.
Un film dove dentro cerca davvero di metterci tutto con una grande abilità tecnica dietro dai rallenty un po abusati ma interessanti, al montaggio frenetico e le scene di combattimento davvero fatte ad hoc.

Downrange


Titolo: Downrange
Regia: Ryuhei Kitamura
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sei studenti universitari devono andare ad una gara di cross-country. Ma la gomma della loro auto si buca e i ragazzi finiscono fuori strada, scoprendo in seguito che qualcuno ha sparato alla loro macchina. Capiranno presto di essere vittime di un essere invisibile che vuole tormentarli. Per quale scopo?

Kitamura è un regista insolito per il genere horror.
E'partito facendosi un discreto curriculum con alcuni film in Giappone tra cui VERSUS, AZUMI, ALIVE, ARAGAMI, insomma tutti con la A e tutti a loro modo abbastanza insoliti e folli.
Il passaggio in America ha siglato un cambio di rotta non soltanto nella scelta del cast occidentale ma cercando di essere meno "ironico", grottesco e per certi versi weird entrando invece più nel dramma vero e proprio. Nulla da dire infatti sui suoi film seppur ancora ad oggi abbastanza sconosciuti come PROSSIMA FERMATA L'INFERNO e NO ONE LIVES.
Con Downrange ci troviamo di fronte ad un indie low-budget che mischia volti sconosciuti, mattanza e un'unica location, insomma le tipiche condizioni di chi seppur non ha una grossa produzione dietro vuole a tutti i costi realizzare la sua opera.
E il risultato si vede perchè una caratteristica del regista è quella di non perdere di vista mai nessun dettaglio, nessuna inquadratura, un autore attentissimo a cercare di migliorare scena dopo scena a cercare l'inquadratura insolita e ha portare sempre piccole migliorie al suo cinema e alla sua filmografia.
Downrange non ha tanto da dire in termini di trama, non regala nulla e di fatto è una lenta carneficina dove un pazzo comincia a sparare a gente a caso per divertimento.
La metafora dietro c'è sempre in questa America che fa sempre più paura per tutti gli orrori che non riesce più a nascondere o forse non ha mai voluto.



Deadpool 2


Titolo: Deadpool 2
Regia: David Leitch
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il mercenario malato di cancro e trasformato in un essere pressoché immortale, capace di rigenerarsi da ogni ferita, si gode finalmente la vita insieme alla compagna Vanessa. Ma ad accettare irresponsabilmente, com'è nel suo stile, missioni da sicario in giro per tutto il mondo si finisce per farsi dei nemici e arriva presto per Deadpool il momento di pagare il conto. Una batosta tale da ritrovarsi a casa degli X-Men, con Colosso che ancora una volta gli dà la possibilità di essere un eroe e lo porta con sé in una missione per calmare un giovanissimo e potente mutante. Prevedibilmente le cose non vanno a finir bene e Deadpool si ritrova nei guai insieme al ragazzino a cui però si sta affezionando tanto che, quando dal futuro giungerà un letale guerriero deciso a ucciderlo, il loquace ex mercenario farà tutto il possibile per proteggere il giovane.

Deadpool non è uno dei miei super eroi preferiti.
Il perchè è uno. Ryan Reynolds. Nonostante sia bruciacchiato e mascherato proprio non riesco a sopportarlo. Preferisco anche se appartiene all'universo Dc il cattivissimo e meglio caratterizzato Lobo con cui Deadpool potrebbe avere alcune affinità.
Per rimanere in casa Marvel invece rimane colui che il mercenario prende in giro all'inizio del film con la stauetta e la morte tragica dell'eroe.
Togliendo solo per un attimo l'antipatia forte verso questa specie di fantoccio mediatico che prova a fare l'attore rendendosi ancor più ridicolo, Ryan Reynolds, devo ammettere che questo secondo disastroso capitolo è davvero qualcosa di notevole per quanto riguarda l'esagerazione, la potenza dei mezzi impiegati, il cast e l'ironia ancora più blasfema e grottesca rispetto al primo capitolo.
Si ride, ci si diverte, non si prende nulla sul serio, compaiono pure bambini super cattivi e "malvagi", personaggi di supporto che funzionano benissimo anche se fanno poco più che delle comparsate e parlo di Fenomeno oppure gli X-Men coinvolti o la squadra della X-Force con alcune trovate che fanno davvero ben sperare sul futuro di un possibile sequel.
A differenza però rispetto ad altri film Marvel che hanno provato la soluzione ironica senza riuscirci e non sono pochi qui invece l'autoparodia funziona rispetto agli azzardi demenziali ad esempio di un THOR RAGNAROK davvero brutto e penoso.
Per finire il personaggio di Cable riesce a dare ancora più spessore alla storia cambiando gli schemi temporali e aggiungendo dubbi e perplessità vista tutta la storia ormai quasi un romanzo da seguire del complesso universo dei Marvel Studious, resa anche così appetibile grazie alla mimica facciale di Josh Brolin/Thanos. Se ci sarà qualche collegamento staremo a vedere, questo non mi va di spoilerarlo.
Infine sulla sceneggiatura non mi sento di dover fare la lezioncina. E' un puro divertissement dove seppur vero che la trama è deboluccia (il fattore bambini con super poteri abusati nelle comunità diventa un pretesto che a lungo andare stanca...) il film in sè non ha questo particolare compito di dover raccontare chissà cosa. Intrattiene facendolo bene e regalando due ore di divertimento e colpi bassi.

C'era una volta a Los Angeles


Titolo: C'era una volta a Los Angeles
Regia: Mark Cullen
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Steve Ford è un investigatore privato di Los Angeles il cui mondo privato entra in contatto con quello professionale dopo che il suo amorevole cane Buddy viene rapito da una famigerata gang. Una serie di folli circostanze lo porteranno a doversi guardare da due vendicativi fratelli samoani, dai sicari di un usuraio e da altri loschi individui. Steve, però, non si lascerà intimorire da nulla pur di ritrovare il suo amico a quattro zampe.

Ormai siamo alla frutta. Bruce Willis è il fantasma di vecchi personaggi da lui stesso interpretati. Momoa che non mi sta antipatico, viene spesso utilizzato come fisic du role senza dargli un minimo di caratterizzazione (non che l'attore abbia chissà quali capacità)
Il risultato è un film che cerca di strizzare l'occhio alla commedia comica e sgangherata con il fatto però che non riesca a far ridere a meno che non piaccia quell'ironia americana di bassa leva, e tutto alla fine si rivolve con le solite manovre registiche con un grosso dispendio di mezzi, sparatorie e inseguimenti a gogò. Non mancano le solite baraccate che si impiegano in film inutili come questo o come in un qualsiasi esercizio di stile, senza mai avere un benchè minimo guizzo narrativo o qualche dialogo che non ti faccia addormentare.
L'unico che sembra sforzarsi solo per qualche istante e il buon John Goodman che ultimamente è tornato in auge anche se spesso con ruoli ridicoli.

mercoledì 9 maggio 2018

Ash vs Evil Dead


Titolo: Ash vs Evil Dead
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

Ash e Pablo hanno aperto un negozio di ferramenta a Elk Grove dove la fama di eroe che Ash ha tra la popolazione locale gli garantisce un costante successo. Una donna trova il Necronomicon e lo porta in un programma televisivo di vendita dell'usato nella speranza di raccimolare un po' di soldi, ma quando il conduttore del programma legge le scritture del Necronomicon risveglia il male, poi arriva Ruby che lo uccide e prende il Necronomicon. Candace va da Ash per dirle che la loro figlia, Brandy, è in pericolo. Ash durante una folle notte di cui a stento ricorda, aveva sposato Candace, e a sua insaputa l'aveva messa incinta. Candace gli spiega che il male minaccia sua figlia che ora si trova al liceo di Kenward County, infatti anche Pablo conferma che il male si è risvegliato perché sul suo corpo sono ricomparsi i segni del Necronomicon. Ash, Candace e Pablo vanno al liceo di Kenward County per salvare Brandy e la sua amica Rachel, infatti il male ha preso possesso della mascotte della scuola. Ruby beve il suo stesso sangue dopo averlo usato per bagnare una pagina del Necronomicon, e dal sua ventre inizia a crescere qualcosa. Rachel, posseduta dal male, decapita Candace nel tentativo di uccidere Brandy prontamente salvata da Pablo. Ash uccide Rachel con un'arpa, poi viene aggredito dalla mascotte ma viene salvato da Kelly, appena tornata insieme a un ragazzo di nome Dalton, che appartiene a un ordine che combatte il male, i "Cavalieri di Sumeria", il quale si dimostra eccitato all'idea di conoscere il famoso Ash Williams, ed è desideroso di aiutarlo nella lotta contro il male che si è appena risvegliato.

L'idea del perchè e del per come si cerchi in tutti i modi di trovare una continuità per una storia che sin dal primo episodio della prima stagione lasciava decisamente perplessi è un mistero.
Siamo al capolinea. Tre stagioni volate con un ritmo e una quantità di sangue che non vedevo da tempo. Una serie, un cartoon in live action, che non si può dire brutta, ma che fa della sua auto ironia e della sua ingenuità le armi principali con cui il buon Bruce Campbell si confronta e ci mette tutto se stesso portando avanti da solo o comunque più degli altri l'intero progetto senza mai perdere quella sintonia che padroneggia benissimo per un personaggio cult come quello di Ash Williams.
Tanti i piani narrativi i viaggi nel tempo e tante le scelte che potranno apparire dalle più ovvie alle più scontate ma anche con quei momenti epici e quei deliri splatter che mai ti aspetteresti (la scena del bambino che entra nel corpo della donna è davvero deliziosa) trovando una forza che gli permette di goderci semplicemente quello che accade senza troppi problemi.
Ritorna Rudy (in realtà non se ne mai andata) e la sua instancabile ricerca del Neonomicon, ritorna il padre di Ash che gli rivela di questa persona uccisa per sbaglio che voleva mettersi in contatto con il figlio e che aveva le pagine mancanti del Neonomicon che si ricollegerebbe con l'incipit del film di Raimi. Poi c'è il personaggio della congrega abbastanza inutile infatti sparisce quasi subito.
Sia Pablo che Kelly vengono posseduti e il primo colpito dalla figlia di Ash, la vera new entry della serie, con il pugnale Kandariano, viene ricollegato ad un piano onirico dove sembra esserci questa sorta di rituale vodoo. Infine a chiudere i battenti abbiamo i cavalieri di Sumeria tra i buoni e gli Oscuri tra i cattivi (che ricordano non poco i Cenobiti).
Insomma elementi e ingredienti c'è ne sono a gogò. Si ride e gli episodi partono sempre con una testa sgozzata o la fuoriuscita di budella ma alla fine rimane poco su cui e con cui confrontarsi.
Rimane un prodotto commerciale e godereccio, apocalittico e anarchico come pochi osando ovunque senza limiti e termini di decenza e regalando infine uno show con un ritmo frenetico.



martedì 1 maggio 2018

Avengers-Infinity Wars


Titolo: Avengers-Infinity Wars
Regia: Russo
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dalla nascita dell'universo, sei gemme elementari rappresentano i vari aspetti fondamentali del cosmo e chi le possedesse tutte raggiungerebbe l'onnipotenza. È questo l'obiettivo di Thanos, il titano pazzo che ritiene se stesso come un correttivo alla sovrappopolazione universale e pensa di essere una misura necessaria e giusta, persino benevola, mentre agli altri il suo operato appare, correttamente, come una serie di genocidi. Gli Avengers e i Guardiani della Galassia dovranno cercare di fermarlo, ma come se non bastasse la sua inarrestabile potenza ci sono dalla sua armate aliene e quattro letali "figli", ognuno deciso a consegnargli le gemme dell'infinito.

Ci siamo. Ne manca solo più uno. Tra un anno sapremo come andrà a finire.
E da qui a un anno i fan cominceranno a elucubrare possibili scenari di come gli Avengers rimasti cercheranno di capire come combattere il peggior nemico di sempre ( e per fortuna, per la prima volta anche il più interessante).
Infinity Wars è davvero epico. Forse troppo. La più grande produzione di sempre superando Jackson e Lucas e tutti gli altri, stabilendo un primato in termini di record di budget e tutto il resto. C'è anche da dire che in questo film convergono proprio tutti i super eroi pur non essendo un film propriamente sugli Avengers ma su Thanos.
Già solo il fatto che a differenza degli altri film Marvel qui per godersi la scena post-credit bisogna davvero aspettare di veder sfilare tutti i titoli di coda che sembrano quasi antologici per tutto l'esercito di gente a cui questo film ha dato un lavoro mi è sembrato un buon prezzo da pagare e infatti la scena finale lo è.
Immenso con tante piccole fragilità e incrinature che di certo non ne fanno un capolavoro (difficilmente un film Marvel potrebbe mai essere un capolavoro...) ma di certo deraglia da quanto mai messo in scena prima così come deragliano gli universi e i pianeti in questo film davvero tanti cercando realmente di dare l'impressione di qualcosa di cosmico ed elevato.
I fratelli Russo hanno davvero preso in mano un progetto rivoluzionandolo a dovere e siglando di fatto il vero trauma infantile di una intera generazione dopo aver già dato prova con l'ottimo CIVIL WAR di saper trattare l'argomento inserendo più personaggi e creando delle linee narrative e delle sotto trame coinvolgenti.
Un film che seppur con alcuni piccoli rallentamenti riesce davvero a dare voce e momenti di gloria a quasi 20 super eroi. Un primato che sembrava impossibile da raggiungere.
A differenza degli altri due capitoli precedenti (che non possono proprio reggere il confronto) qui capita veramente la fine, siamo davvero di fronte all'apocalisse dei cinecomics.
Un film così smisurato da non poter essere esente da imperfezioni (ma chiunque non avrebbe potuto fare di meglio) perciò certo alcune battute, per quanto divertenti sembrano proprio inserite alle volte per allentare la tensione, alcuni momenti come quando Hulk prova paura per Thanos e non si trasforma più magari non vengono colti subito e diciamo infine che proprio i dialoghi e l'ironia a volte sembrano gli elementi più forzati oltre una trascinata storia d'amore tra Visione e Scarlet.
Per tutto il resto, credo che tutti coloro che odino profondamente l'universo MCU debbano solo fare voto di silenzio, farsi da parte, capire che parliamo di un giocattolone forse mai così colossale, e che in un cinema sempre più industria dove dominano Netflix e Amazon, la Disney (che di certo non amo) e l'universo MCU che si è comprata, sono davvero i mali minori e soprattutto fanno una cosa che Netflix e Amazon non fanno: portano di fatto la gente al cinema e di questi tempi è sempre più importante.



Outsider


Titolo: Outsider
Regia: Martin Zandvliet
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Prigioniero durante la seconda guerra mondiale, un soldato americano riesce a tornare libero solo grazie all'aiuto di un componente dell'organizzazione criminale Yakuza. Una volta uscito dalla prigione dovrà fare in modo di ripagare il debito e conquistare i favori della mafia giapponese.

Lo yakuza movie è un po come i J-horror, sono quei cavalli di battaglia orientali e che solo come tali dovrebbero e avrebbe senso farli andare avanti. I risultati sui remake, reboot, sequel e prequel fatti dagli americani hanno quasi sempre regalato risultati contrastanti ma quasi mai appaganti.
Questo Outsider è un film con polso. Lento, minimale, accurato, elegante, senza mai esagerare ma invece mostrando quel codice morale e tutti i significati che regolano l'appartenenza ad un clan.
Al di là del fatto di quali siano i veri intenti che muovano Nick Lowell a diventare un appartenente della yakuza (un particolare della trama che non viene sviluppato a dovere), per tutto il resto del film viene quasi tutto fatto intuire senza di fatto avere mai quelle esplosioni di violenza tipiche del genere che connotano tanti registi come Miike Takashi o Sion Sono (solo per fare due nomi a caso).
Il fatto che ci siano state molte polemiche sul Whitewashing, mosse alla pellicola per aver utilizzato un attore bianco in una storia sulla mafia giapponese, trovo che non abbia ragion d'essere sul nascere.
Se la scelta non funziona il film o il protagonista pagheranno con il fatto che il film o l'attore faranno schifo in quel caso. In questo caso invece Jared Leto è così inquietante e fuori di testa che offre una recitazione e un personaggio che seppur centellinato in tutte le mosse e i movimenti ha due occhi di ghiaccio che fanno quasi impallidire i capi yakuza.
La scena del giuramento così come alcune sequenze sono davvero girate con quella precisione e quella tecnica che fanno sì che Zandvliet riesca a portare a casa il suo film migliore.
Con un finale abbastanza telefonato che poteva dare di più in termini di climax e di scrittura, è uno dei rari film decenti distribuiti da Netflix.

Hap & Leonard


Titolo: Hap & Leonard
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodi: 6
Giudizio: 3/5

I due detective più improbabili del mondo, Hap Collins e il veterano del Vietnam Leonard Pine, si trovano ancora una volta in guai seri: viene ritrovato all’interno della casa dello zio di Leonard lo scheletro di un cadavere. Nonostante sia proprio l’ex soldato a denunciare il corpo alla polizia, viene inserito nel registro degli indagati ed arrestato; la situazione per i due amiconi rischia di diventare ulteriormente ingestibile perché lo scheletro rinvenuto è solo il primo di una lunga serie (le vittime sono tutti ragazzini afroamericani) ma, grazie anche all’aiuto della giovane avvocatessa di colore Florida Grange, cercheranno in tutti i modi di scoprire la verità.

Tocca ad un altro bel romanzo del famoso scrittore sceneggiato sempre dai benimini dell'horror Nick D'Amici e Jim Mickle (nonchè attore/sceneggiatore e regista di alcuni bellissimi film).
Rimanendo nell'indie non mi stupisco di come la coppia da qualche anno stia lavorando solo su queste serie tv e non su lungometraggi di cui sentiamo fortemente la mancanza.
Mucho Mojo ha dalla sua una storia accattivante, dei temi sociali e politici importanti, Lansdale è sempre una garanzia anche se negli ultimi anni si sta un po ripetendo, e alcune scene davvero crude e indimenticabili come la bambina che si appresta a vedere la sua famiglia trucidata dai membri del Ku Klux Klan.
In tutto questo la comunità nera viene sviluppata ancora meglio rispetto alla prima stagione.
Manca la Trudy di Hap delle precedenti puntate, in modo tale così da dare finalmente più risalto alla coppia di protagonisti che dimostra una chimica davvero funzionale.
Nelle sei puntate non manca l'azione, la sceneggiatura richiama il noir in tutte le sue forme, l'indagine riesce ad essere interessante e con alcuni climax finali che seppur non così inaspettati sanno dare spessore e credibilità alla storia.
Si ride di meno in questa stagione e ci si prende più sul serio.
Questi sono solo alcuni dei motivi per cui sinceramente ho preferito questa seconda stagione rispetto alla prima dove a parte la femme fatale comparivano alcuni villain di indubbio gusto.
Qui la corruzione fa da padrona rivelando tutte le falle del sistema e un tale livello di marciume che Lansdale in tutti i suoi romanzi non smette mai di tirare fuori come scheletri nell'armadio del lato nascosto dell'America.

Nella tana dei lupi


Titolo: Nella tana dei lupi
Regia: Christian Gudegast
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

«Big Nick» O'Brien dirige una squadra anticrimine a Los Angeles, la capitale mondiale del cinema e delle rapine in banca. Una rapina più sanguinosa delle altre, poliziotti abbattuti per rubare un furgone blindato vuoto, gli ha tolto il sonno. Piantato dalla moglie, che non sopporta più il suo stile di vita, O'Brien si butta a capofitto nel lavoro. Con un manipolo di uomini indaga sul crimine e incontra Donnie, gestore di un pub e chiave di accesso al mistero. In corsa contro il tempo, O'Brien deve vedersela con un cattivo professionista che ha deciso di espugnare la Federal Reserve Bank, un palazzo governativo ritenuto impenetrabile, per trafugare trenta milioni di dollari ritirati dalla circolazione e destinati al macero. Ma O'Brien ancora non lo sa.

Si è fatto un gran parlare di questo ennesimo poliziesco con richiami alla grande rapina e all'heist movie che negli ultimi anni è tornato abbastanza in voga. Il primo vero problema del film di Gudegast è che non ha niente di originale anche se a detta di molti consacra il genere sviluppandolo al meglio e inserendo tante di quelle citazioni o omaggi uno dopo l'altro che ormai a Hollyqwood sembra diventata una sorta di epidemia con il risultato che spesso e volentieri è abusata.
Come si può pensare nel 2018 che una forza speciale di polizia sia più corrotta degli stessi criminali sia un'idea originale? A me sembra che sia stata utilizzata più volte.
Gli attori sono tutti fuori parte esagerando terribilmente e uscendo troppo dalle righe (Butler su tutti), scimmiottando i soliti stereotipi sui poliziotti corrotti e la band criminale che prendono di mira. Gudegast non solo non è Michael Mann ma dovrebbe smetterla di provare a citarlo e parlo ovviamente per le copiature venute davvero male come il gunfight in autostrada che rispetto a HEAT dovrebbe solo avere la decenza di mettersi da parte senza contare l'intrigo, le sparatorie e il testosterone assoluto della pellicola figlia di un machismo moderno.
Un film adrenalinico, troppo lungo, con alcuni personaggi insopportabili e un cast che poteva dare qualche cosa di meglio.



Piccola peste


Titolo: Piccola peste
Regia: Dennis Dugan
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Junior ha sette anni e vive in un orfanotrofio retto da suore. Coppie pronte ad adottarlo non mancano, il problema è che lui è un piccolo uragano: dopo pochi giorni di affidamento i "genitori in prova" lo riportano terrorizzati. Gli ultimi a provarci sono Florence e Ben: Junior in poco tempo incendia camera sua, distrugge un supermercato, insegna parolacce al pappagallo, si azzuffa col gatto di casa, manda a monte una partitella e la festicciola di una bimba. Ma Ben riesce a fare breccia nel cuore del bambino. Sulla scia di "Mamma, ho perso l'aereo", una commediola finto-cattiva e molto zuccherosa, coi soliti bimbi hollywoodiani.

Piccola peste è un film a tratti davvero patetico e melenso, il tipico film fatto apposta per le famiglie e per far cadere qualche lacrimuccia a qualche genitore sensibile.
E' anche vero che questa commedia del 1990 ha davvero alcuni elementi comici che ancora oggi se mi capita di guardarlo rido senza farmene una ragione. I motivi sono tanti, dalla ribellione di Junior, al fatto che punisca le suore e i membri delle istituzioni, al fatto che sia affascinato dai personaggi violenti ma che alla fine in quanto bambino tema la violenza.
Al fatto che la faccia pagare ai piccoli e viziati bambini borghesi e tanti altri piccoli motivi che lo rendono un piccolo outsider, un anti eroe moderno e in fondo pure un po stronzo.
La faccia di Michael Oliver era perfetta e il ragazzo crescendo è rimasto uguale.
Il sequel e gli altri capitoli usciti dopo non valgono nemmeno l'unghia dell'originale. Tanto ritmo e veramente alcune scene davvero azzeccate che ancora adesso a distanza di quasi trent'anni fanno scassare dal ridere.

giovedì 26 aprile 2018

Rampage-Furia animale


Titolo: Rampage-Furia animale
Regia: Brad Peyton
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Davis Okoye è un esperto primatologo e un uomo a cui gli animali stanno più simpatici degli esseri umani. È anche un ex combattente dell'esercito americano e "uno a cui piace andare in palestra", per dirla con un personaggio del film. Il suo migliore amico è un gorilla albino, George, dotato di senso dell'umorismo e di un debito non da poco nei confronti di Davis. Ma George entra in contatto con i resti di un esperimento genetico che lo infettano, trasformandolo in una sorta di predatore invincibile, in continua crescita. E non è il solo. Ad altri animali tocca la stessa sorte. Davis dovrà fare squadra con una genetista ex galeotta e un inviato del governo per salvare il mondo e il suo amico.

Rampage ha un solo compito: intrattenere magari prendendosi almeno un pochettino sul serio nonostante una trama che seppur un giocattolone blockbuster ha dalla sua quel residuo della fantascienza che ci piace perchè fondamentalmente crea animali "mostri" giganti.
Con un budget faraonico, un Dwayne Johnson ormai lanciatissimo da tutte le grandi multinazionali del marketing e dell'intrattenimento (Disney su tutte) continuando la sua saga di film d'avventura per ragazzi dopo i tremendi VIAGGIO NELL'ISOLA MISTERIOSA e JUMANJII 2.
Almeno il film di Peyton ha azione a gogò dall'inizio alla fine senza mai lesinare scene apocalittiche con citazioni e rimandi a tanti film del passato in un climax finale davvero esagerato e tamarro.
Un film comunque piacevole dove stacchi completamente i neuroni come d'altronde la trama e soprattutto l'idea dei due fratelli di creare questo virus che ovviamente genererà terribili conseguenze.
Ovviamente del film l'elemento migliore non è da cercare nella "leggerezza" del personaggio di Davis. Qui sono tutte comparse. L'unica cosa che in questo caso conta sono le creature realizzate in maniera superba, grazie al computer, dalla Weta Digital.

domenica 22 aprile 2018

You Were Never Really Here


Titolo: You Were Never Really Here
Regia: Lynne Ramsay
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Joe è un veterano di guerra, sopravvissuto anche a molte altre battaglie. A casa lo aspetta solo la madre anziana a malata, con cui ha un rapporto di grande affetto e pazienza. In una New York desolata e piena di segreti, il cui profilo nobile resta sempre in lontananza, Joe fa il mercenario per chi vuole liberarsi di nemici pericolosi ma non ne ha l'abilità o il coraggio. Il suo ultimo incarico è quello di sottrarre Nina, la figlia preadolescente di un politico locale, ad un giro di prostituzione minorile: una creatura abusata e offesa che fa da specchio al passato dell'uomo. Joe appare e scompare, spesso armato di un martello, come se non fosse mai stato lì (questa la traduzione del titolo originale), menando fendenti e scacciando con la stessa allucinata intensità i ricordi devastanti, tanto della propria infanzia in balia di un padre sadico, quanto dei crimini di guerra compiuti (anche da lui) dietro la giustificazione di una divisa. Quello di Joe è un universo di bambini perduti cresciuti alla mercè degli orchi e spesso diventati come loro, un mondo in cui l'uomo si muove come un giustiziere, cercando di rattoppare la sua vita ridotta ad un puzzle di sensazioni e (brutti) ricordi.

Lynne Ramsay non so per quale strana ragione mi viene da associarla a Ana Lily Amirpour.
Entrambe sanno fare del bel cinema spesso imperfetto ma sempre affascinante anche se la Ramsay ha dalla sua quella perla di E ORA PARLIAMO DI KEVIN che è praticamente magistrale dall'inizio alla fine.
Anche questo suo ultimo film ha qualcosa di strano, di quasi esoterico per come viene mostrato quello strano edificio che sembrerebbe molto normale se non fosse per gli abusi sui minori da parte di una certa elite.
Poi per me Joacquin Phoenix è uno di quegli attori così belli e dannati che anche se non si impegna a fondo riesce comunque a fare la sua porca figura.
Un film strano con alcuni eccessi, ma non nelle scene di violenza quanto nei flash back a volte ridondanti e pesanti che rischiano di spezzare quell'atmosfera esplosiva che sembra sempre sul punto di deflagrare. Ed è proprio così l'anti eroe Joe che sembra muoversi a rilento, stanco e vittima di incubi feroci che lo assalgono continuamente da dover prendere pillole e liberare il mostro solo quando si trova degli orchi davanti.
La trama del film è tutta così piuttosto semplice con qualche piccola scintilla e un climax finale forte e qualche piccolo scivolone soprattutto quando la Ramsay mescola troppo il sogno e la realtà.



Slither


Titolo: Slither
Regia: James Gunn
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un piccolo asteroide cade nei pressi di una cittadina americana: ospita una creatura mostruosa che per crescere e riprodursi deve essere incubata da un corpo umano, corpo che stavolta ha le non troppo rassicuranti fattezze del redivivo Michael Rooker. Il contagio si diffonde e gli "eroi per caso" della situazione devono cercare di scappare dalla città. Ma non sarà facile...

Slither è un piccolo cult. Trasgressivo, accattivante pieno di ritmo, di trovate, di mostri memorabili e soluzioni tragicomiche. Un grande intrattenimento che mischia trash, weird, grottesco, splatter, qualsiasi cosa purulenta e una sovraesposizione di gore. Gunn tira fuori un film veloce, dinamico, perfettamente bilanciato e studiato nella struttura che gode e si avvale di un montaggio che non lascia mai un momento morto. Sicuramente uno degli horror più interessante degli ultimi anni che mi spiace aver recuperato solo ora. Gunn conferma il suo talento arrivando dalla scuola Troma e si vede eccome anche se il film riesce a virare anche in siatuzioni molto più complesse chiamando in cattedra Lovecraft e Yuzna.
Un film che nelle sue numerose citazioni sembra voler omaggiare quel blood & gore degli anni '80, di quegli horror estremi e ipertruculenti ormai non capita più di vedere oppure vengono esageratamente devastati dalla c.g che appare fasulla e controproducente. Qui invece si respira proprio quel marciume che risuciva ad infastidire a far provare quel senso di schifo che Michael Rooker indossa alla perfezione. Un ultima nota sull'inizio che già determina un punto in avanti nella scrittura con il vecchio pieno di soldi che sposa la giovane gnocca della città che tutti si vorrebbero fare ma che invece possono solo restare a guardare. Un inzio già col botto.

Dig two graves


Titolo: Dig two graves
Regia: Hunter Adams
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo che Jacqueline Mather perde il fratello annegato in un misterioso incidente, la ragazza riceve la visita di tre distillatori clandestini che si offrono di riportare il fratello in vita, ma ad un macabro prezzo. Quando la storia oscura del nonno, lo sceriffo Waterhouse, viene portata alla luce, anche le vere intenzioni dei distillatori clandestini vengono alla luce.

Dig two graves come per A MONSTER CALLS è di nuovo un interessante film di formazione con un target variegato che unisce adulti e ragazzi senza però riuscire ad essere fortemente d'impatto per nessuno dei due.
Un thriller sovrannaturale che parla di cammino di redenzione, viaggio di formazione e una sfida da parte di una ragazzina di spingersi al di là delle tradizionali regole per far resuscitare il fratello affidandosi a personaggi che sembrano usciti da una fiaba di Dickens.
Adams fin da subito mostra il suo mondo a metà tra realtà e mistero dove le magie si trasformano a seconda degli usi e delle tradizioni degli abitanti del luogo (i tre bifolchi rendono bene questa dimensione a metà tra il fascino e la scoperta ma soprattutto la paura del sacrificio) e Jacqueline è perfetta nel dare vita e voce alle difficoltà e alla paura di affidarsi a degli adulti sconosciuti che non siano il nonno di riferimento (un grandissimo Ted Levine).
Dig two graves è un indie anomalo, un film interessante che inciampa in alcuni momenti per forzature legate al repèarto della scrittura, qualche momento debole che rischia di annoiare soprattutto quandop ripete quanto già detto ma riesce ad essere un quadro e un racconto di formazione assolutamente anti commerciale e senza dover strizzare l'occhio a nessuno liberando Adams è mettendolo a raccontare ciò che vuole senza bisogno di cercare happy ending sensazionalistici o quant'altro.


domenica 25 marzo 2018

Beyond Skyline


Titolo: Beyond Skyline
Regia: Liam O'Donnel
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mark è un detective della polizia di Los Angeles che si sta prendendo una pausa dalla risoluzione dei crimini dopo la morte di sua moglie. Trent è il suo problematico figlio adolescente a un passo dal finire in carcere. Quando una strana luce blu inizia a risucchiare in cielo tutti quanti, i due si uniscono a una guidatrice della metropolitana, all’ex partner di Mark e a un anziano cieco per capire cosa stia accadendo. Il loro tentativo di fuga si rivela ben presto senza speranza però, e finiscono a combattere all’interno della nave madre aliena, che dopo una breve corsa si schianta in Vietnam. Lì, Mark si trova suo malgrado a fare squadra con alcuni malviventi locali, insieme ai quali dovrà provare a trovare un modo per fermare i nemici extraterrestri e addirittura salvare gli esseri umani già ‘convertiti’.

Skyline Beyond è davvero qualcosa di esagerato. Un turbine che mischia elementi sci-fi, un certo orrore cosmico di lovecraftiana memoria (almeno per il design di alcune creature), e fonde le arti marziali marziane in un finale di combattimenti terribili con arti strappati, sangue che dilaga e una sorta di non sense generale che spegne tutte le luci per una possibile coerenza logica.
Beyond è il sequel non c'entra nulla con il precedente SKYLINE del 2010 (di una bruttezza rara).
Per assurdo questa prosecuzione a tratti riesce ad essere esilarante e dichiaratamente trash oltre che essere pasticciatissimo. E' dannatamente sporco tra astronavi che sembrano l'interno del corpo umano con liquidi e sostanze purulente che si incollano ai protagonisti.
E'un film dove la sceneggiatura prova a rendersi credibile nei titoli di testa e poi lascia il posto ad una serie di azioni alcune che potevano sembrare logiche e altre dannatamente inverosimili.
In tutto questo l'operazione di casting è importante nel cercare di capire subito cosa sottolineare dal momento che ci sono i protagonisti di THE RAID è quel tamarro cosmico di nome Frank Grillo (che dovrebbe essere il protagonista di the Raid in versione americana).
Un film con così tanti colori, esplosioni, effetti speciali alcuni decenti altri meno, con personaggi che muoiono così senza un perchè giustificato o esseri che prendono il cervello degli umani in una sorta di reincarnazione aliena.
Alla fine tutto finisce con botte da orbi, lo spettatore rimane in catalessi per non trovare un senso logico che possa appagare, rimanendo a tutti gli effetti un film d'azione più che di fantascienza per passare due ore in spensieratezza senza cercare di trovare senso laddove non potrebbe esserci.