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venerdì 9 agosto 2019

Midsommar


Titolo: Midsommar
Regia: Ari Aster
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dani ignora l'ennesima chiamata di aiuto della sorella bipolare, rassicurata in questo dal fidanzato Christian. Christian vorrebbe rompere con Dani, ma non sa come dirglielo. Quando purtroppo le peggiori paure sulla chiamata si rivelano fondate, è troppo tardi per intervenire. Christian decide quindi di invitare Dani a partecipare al viaggio organizzato dall'amico Pelle in un curioso villaggio svedese, per effettuare studi antropologici e insieme svagarsi nel festival che celebra il solstizio d'estate.

Ari Aster era atteso alla sua seconda prova dopo il successo di critica e di pubblico enorme e forse anche eccessivo del suo primo Hereditary-Le radici del male che a dire la verità non mi aveva fatto impazzire. Continua il suo discorso sul cammino del rituale quasi legato al finale della sua opera prima con quella corona depositata sulla testa del prescelto, il neo re, che qui ha diversi punti in comune con la neo regina che non andrò a svelare.
Essendo un appassionatissimo di folk horror (d'altronde alcuni degli horror più belli di sempre, Hardy e Weir, appartengono a questo sotto filone) cercavo di non avere aspettative, sperando però che fosse una spanna sopra il predecessore prendendo le distanze da tutto ciò che avevo già visto.
Così è stato confermando tanti buoni elementi, una maturità consolidata da una ricca prova di scrittura e soprattutto di psicoanalisi dei personaggi (il fattore in assoluto migliore che riesce in questo a staccarsi da tanti altri film già visti che prendevano però solo in analisi il contesto culturale lasciando in secondo piano i protagonisti).
Un film che parla di setta ma senza condirla di luoghi comuni ma anzi cercando di entrare nel fenomeno come campo di scoperta e di rivelazione che possa creare sentimenti ed emozioni contrastanti dove anche l'antropologia di nome e di fatto ha un evolversi importante nella struttura del film e in alcune lotte tra i personaggi. Un film che inizia con un incidente scatenante che non concerne con la setta (e si parte già col botto) dimostrando come le relazioni umane ancora una volta stiano alla base di una sapiente descrizione del racconto, in questo caso mai tradizionale ma sempre scomodo e atipico per come articola la sua poetica d'autore.
Il rituale di Aster conferma come non sia un delizioso furbetto che con un buon budget cerca il disimpegno strizzando l'occhio dove gli pare. Il soggetto è originale, la setta sa il fatto suo, la luce è sempre onnipresente come i pianti del neonato che viene allevato da tutti e le bevande a base di erbe allucinogene e per finire le rune celtiche che vanno a sostituire i sigilli demoniaci.
Sono tanti i particolari, gli elementi con cui il film viene tenuto in piedi senza lasciare buchi o importanti scene senza una giusta risposta.
Chi lo sa se il film di Aster dopo tanti tentativi non così riusciti chiude una volta per tutte il filone sul paganesimo ancestrale. Speriamo di no, ma speriamo anche di poter vedere esempi così carichi di archetipi sfruttati al meglio con impianti originali e tutto il resto e un'aura disturbante per tutto l'arco narrativo.
E poi gli attori, tutti davvero bravi e mossi da domande angoscianti, egoiste, rapporti di coppia che fanno star male anche solo in poche battute, silenzi che gelano il sangue, pianti e risa continue.
Quando Aster si avvicina alle scene più drammatiche in assoluto può diventare estremamente scomodante (come lo è stato nel mio caso) o venir preso alla leggera da un pubblico che pensa alla parodia e ride non sapendo interpretare quello che succede.
Il film inizia con un crollo definitivo psicologico di Dani e così viene portato avanti per tutto il film senza mai spostare il fuoco dal suo dramma interiore che la logora ancor più dai danni arrecati da Christian e il suo gruppo di amici.
Ma se alla fine fosse tutto un trip? Il finale non è aperto sotto questo punto di vista ma se Dani si fosse svegliata dal viaggio in funghetto scoprendo come fosse tutto un incubo? Dove i riferimenti anche ad una simbologia tutta floreale ci sono e non mancano di creare inquietudine più di molte altre scene madri del film.



Dead end


Titolo: Dead end
Regia: Jean-Baptiste Andre & Fabrice Canepa
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il Natale dovrebbe essere un giorno di festa da passare coi propri cari, come è sempre stato negli ultimi vent'anni, per la famiglia Harrington, ma quest'anno qualcosa cambierà...
In viaggio con la famiglia per raggiungere la suocera, Frank Harrington decide di prendere una scorciatoia. L'incubo inizia. Una misteriosa donna in bianco vaga nel bosco, lasciando un alone di terrore al suo passaggio. Una strana auto scura, con un conducente invisibile, porta gli Harrington in una spirale di morte e follia verso una inquietante destinazione...

Dead end è un piccolo cult che purtroppo ho scoperto tardi. Una favola nera condita da humor, dialoghi taglienti, insoliti e sboccati, falcia ogni luogo comune solito dell'horror e riesce a fare un mezzo miracolo con il limitato budget messo tutto come cachet della coppia di genitori, infatti le prove di Lin Shaye e Ray Wise fanno il braccio di ferro per chi è più bravo.
Deliziosamente girato da una coppia di registi che poi non si è più vista lavorare, il film si prende tutto il tempo, ma nemmeno molto, per lasciar intuire quali potrebbero essere i pericoli facendo quasi e solo ricorso alle interpretazioni (quasi tutte all'interno di una macchina) e al contesto narrativo che seppur abbastanza abusato (le riprese notturne, la strada deserta, gli angoscianti rumori e le strane presenze che vengono dai boschi) riesce ad ottenere risultati insperati.
L'incubo familiare, i personaggi misteriosi, la macchina infernale e poi la scia di morti porta a galla, nella disperazione più totale dei componenti del nucleo, segreti che forse dovevano rimanere tali e con questo il film riesce dove tanti hanno fallito spiazzando fino al climax finale delizioso.
Tra i migliori horror natalizi di sempre.

Captive state


Titolo: Captive state
Regia: Rupert Wyatt
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una famiglia cerca di fuggire dalla Chicago occupata dagli alieni ma non ha fortuna e sopravvivono solo i due giovani fratelli Rafe e Gabriel. Nove anni dopo, nel 2025, Rafe è scomparso, dato per morto si è in realtà unito alla resistenza, mentre Gabriel lavora a chip di cellulari da cui vengono estratti dati per gli archivi degli occupanti alieni. Trova il modo di farci su anche qualche soldo sul mercato nero e insieme a un amico prepara una barca per la fuga dalla città, ma i suoi piani sono stravolti dal ritorno di Rafe e dalle azioni terroristiche della resistenza. Sulle quali indaga anche il detective William Mulligan, che vuole proteggere il quartiere di Pilsen dalla rappresaglia aliena.

I film sugli alieni devono essere cattivi o lasciare delle forti domande come a dire "vi siete fatti vivi, ma non abbiamo saputo comprendere il vostro messaggio" giusto per citare Arrival
Lo diceva la sci fi degli anni '60 e '70, la nuova Hollywood, MARS ATTACK, la letteratura e poi ci sono i film che hanno cercato di fare l'opposto come E.T che non smetterò mai di odiare.
In questo caso Wyatt affina la sua esperienza su un film distopico, post apocalittico, tra i migliori degli ultimi anni contando che il genere rimane tutt'ora molto prolifico anche se lo stesso dimostra un altalenarsi nei risultati che dimostrano ancora una volta come non basti il budget.
Gli alieni si vedono poco ma sono onnipresenti con i loro droni, attuano una vera e propria democratura totalitarista, colonizzando e sfruttando le risorse del nostro pianeta.
Come sempre ci sarà una sorta di eletto e una resistenza che si muove per cercare di stanare l'invasione aliena, ma più strutturata e articolata di come negli ultimi film si è vista, dove in risalto venivano messe le esplosioni e gli alieni mentre in questo caso, anche per evidenti motivi di budget, si vede poco e quello che si vede è stato fatto proprio bene più raccolto in un'invasione claustrofobica tra edifici distrutti e una scenografia tra le cose più belle del film (i monumenti alieni gettati come piloni in mare sostituiscono la statua della libertà.
E'uno scenario inquietante ma nemmeno così lontano dalla realtà se metaforicamente sostituiamo gli alieni con una forma di governo dove l’antagonista non è tanto l’alieno invasore del tuo pianeta, bensì l’alieno invasore del tuo corpo fatta di microchip intessuti nel corpo.
Creare un villaggio di lobotomizzati, avere dei gregari perfetti da usare come cavie, uccidere quando lo si deve fare senza la minima esitazione. Forse tra gli ultimi usciti insieme alla prima politica di Blomkamp e il cult maledetto di Proyas, è quello più anarchico di tutti.



Sleepers


Titolo: Sleepers
Regia: Barry Levinson
Anno: 1996
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quattro giovani ladri, finiti in riformatorio negli anni sessanta per l’uccisione accidentale di un passante, vogliono vendicarsi delle angherie subite dalle guardie.

Sleepers è prima di tutto una parata di star alcune di grande successo, altri meno e infine qualcuno che non c'è l'ha fatta. Gassman, Hoffman, De Niro, Bacon, Pitt, Patric, Crudup, Renfro.
Sleepers non è esente da difetti, anzi, ma rimane un film importante con una vicenda davvero disturbante nonostante i film sugli abusi e sul carcere siano un tema ricorrente da anni a questa parte. Quello che colpisce al di là di alcune intense interpretazioni, è l'atmosfera del film, soprattutto nella prima parte, che sembra rimandare a Scorsese ma anche ad un certo cinema di genere. Ci sono pro e contro nel film, scelte che si possono ritenere giuste o valide e altre discutibili. Uno dei pochi film in cui la voce narrante non è un punto debole ad esempio.
Come nel conte di Montecristo citato a profusione, la vendetta va preparata e infine sfruttata nella maniera più funzionale quella per le strade ma soprattutto nell'aula di tribunale. Ci sono vari stereotipi che proprio sulla parte finale e i personaggi chiamati in causa, sostengono la giustizia privata attraverso la manipolazione della legge e della fede cattolica (il giuramento del prete De Niro) dando al film pregi e momenti debolucci in un altalenarsi dove i difetti sembrano andare di pari passo con la strategia per confezionare la vendetta.
Il coraggio di Levinson non si risparmia specie nelle scene in riformatorio, Rizzo il nero come capro espiatorio, le urla dei ragazzi nei corridoi mentre vengono abusati e torturati, l'incidente scatenante iniziale..il dialogo con Bacon da parte di Tommy e John.



Tutti i soldi del mondo


Titolo: Tutti i soldi del mondo
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Luglio 1973. John Paul Getty III, nipote sedicenne del magnate del petrolio Jean Paul Getty, viene rapito a Roma da una banda di criminali calabresi che chiede alla famiglia un riscatto di 17 milioni di dollari. Gail, la madre del ragazzo, si rivolge a nonno Jean Paul, il quale rifiuta categoricamente di pagare. Da quel momento inizia una triangolazione fra Gail che insiste per portare in salvo suo figlio, il miliardario che non cede alle richieste dei rapitori, e un ex agente della CIA, Fletcher Chase, negoziatore esperto nel recuperare uomini e cose.

Film con una gestazione molto particolare, per la scelta iniziale di Kevin Spacey ad interpretare Getty senior ma che poi per i presunti scandali sessuali hanno dovuto scegliere Christopher Plummer (scelta devo dire che ha messo tutti d'accordo e la prova dell'attore è perfetta) facendo un vero e proprio miracolo nel rigirare in nove giorni le sequenze che vedono protagonista l'attore, e che sono molte più di quelle che immaginavamo.
Il film è un thriller, ma anche un giallo, un film mezzo politico dove i protagonisti sono un gruppo di persone che girano attorno al denaro, quello di famiglia, quello che nonostante ci sia di mezzo la vita di un nipote, lascia interdetti e che come dice Getty "è una quantità di potere che permette di acquistare tutto senza spendere nulla".
Getty senior è un personaggio così ambizioso e importante da rubare la scena a tutto il resto del cast, mettendo proprio al centro di questa favola nera ispirata ad eventi reali, l'uomo più ricco della storia del mondo per una scelta legata al petrolio che si rivelò premonitrice del più grande patrimonio economico. L'intera vicenda ruota tutta attorno al particolare rapporto fra il denaro e il sangue inteso come legame famigliare. Il film riesce comunque e in più parti a risultare originale senza essere troppo ambizioso o pieno di stereotipi. Scott nonostante questo rimanga debole rispetto alla sua filmografia, conferma l'ottimo stato di salute del regista.


Night Watchmen


Titolo: Night Watchmen
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre inetti guardiani notturni, aiutati da una giovane e bellissima giornalista senza paura, combattono una battaglia epica per salvare le loro vite. Una ronda sbagliata scatena infatti un'orda di vampiri affamati e all'improbabile gruppo spetterà il compito di fermare un flagello che non minaccia solo loro ma l'intera città di Baltimora

Night Watchmen esce direttamente dal panorama indie e distribuito grazie all'onnipresente Midnight factory. Tanto gore e tanta azione per un risultato tuttavia deludente e noioso nonchè ripetitivo come non si vedeva da un pezzo. Troppo facile giocare a carte scoperte come in questo caso dove horror + clown + vampiri + splatter e gore + ironia voleva o poteva portare ad un buon risultato.
L'ultimo film di Altieri non riesce a far ridere, i personaggi scimmiottano tante cose già viste, i dialoghi sono molto superficiali e sempre privi di un minimo di spessore drammatico e infine alcune riprese sembrano quasi amatoriali per quanto facciano venire le vertigini.
E'un peccato perchè gli indie vanno difesi quasi sempre. Il film è certamente una spanna sopra tanti altri film distanti da una piena maturità, Altieri rimane un buon mestierante che ha già dato prova con l'horror con alcuni risultati altalenanti ma ripeto tutti da vedere come Violent Kind e Holy ghost people o Hamiltons.
Mancano però quei particolari, chessò una scintilla di originalità, qualche scena che non sia scontata, trattare il tema in maniera atipica senza fare i doverosi ricorsi a citare numerosissimi film.


Fast & Furious - Hobbs & Shaw


Titolo: Fast & Furious - Hobbs & Shaw
Regia: David Leitch
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un'agente dell'MI6, per impedire il furto di un micidiale virus che potrebbe decimare l'intera razza umana, si inietta le capsule della malattia e si dà alla fuga, seminando il micidiale superuomo Brixton. La CIA, per impedire che il virus venga diffuso, si affida agli irruenti ma efficaci Luke Hobbs e Deckard Shaw. I due si detestano, ma il primo non è uno che lascia un caso a metà, soprattutto se ne va del destino del mondo, mentre il secondo è coinvolto negli affetti, visto che l'agente MI6 in fuga è Hattie Shaw, sua sorella minore, inoltre con Brixton ha un conto in sospeso. Luke, Deckard e Hattie stringeranno così una traballante alleanza per sgominare i piani dell'organizzazione Eteon.

Fast & Furious - Hobbs & Shaw è un brutto film ma decisamente migliore di tutti gli ultimi capitoli della saga messi assieme.
E'un film con un altissimo livello di intrattenimento, testosterone, salti, combattimenti, inseguimenti, insomma tutti gli ingredienti che la saga deve mantenere dove le macchine si vedono sempre di meno e arrivano addirittura le moto dei transformer.
Tanti scenari rubacchiati di qua e di là. Konchalovsky nell'aria (il film era ben altra cosa però), battute prese da vari film, Tolkien, la saga del trono di spade, tutto questo per confermare come i dialoghi debbano essere sempre più funzionali a vendere un'altra fetta di cinema e quando non è così vediamo Dwayne scimmiottare con battute su Nietzsche e Bruce Lee nel non sense più totale.
La struttura narrativa muore in partenza con un pretesto davvero imbarazzante per la pochezza di script ( è vero che parliamo di una saga tamarra ma almeno qualche minimo sforzo di Hattie che poteva nascondere il virus anzichè impiantarselo ).
Tutto l'impegno è stato messo sulle scene d'azione come peraltro ci si aspettava, tutti fanno il gioco delle parti dove l'unico che si salva dimostrando di sapere recitare è Idris Elba (purtroppo sempre più inflazionato da scelte e ruoli sbagliati che non gli permettono di tirare fuori il suo talento) qui nel villain di turno, una sorta di terminator anzì per sua stessa ammissione Superman nero.
Uno spin off che a differenza degli altri sembra aver trovato sicuramente una coppiata funzionale con due attori ormai che godono di ampia fama tra il pubblico dove Dwayne è attualmente uno degli attori più pagati al mondo.
Il film non risparmia nulla, è confezionato in maniera impeccabile, ha delle scene soprattutto a Samoa di inseguimenti con un tasso adrenalinico sfrenato eppure anche quando le macchine sono sul promontorio della paura in scenari bellissimi, la c.g purtroppo ci mostra come sia così tutto finto e mascherato da non creare quell'ansia che potevano dare i vecchi film d'azione.
Il film è maledettamente scontato, sappiamo già tutto dai primi minuti, potremmo chiedere la trama ad un bimbo e risponderebbe portando a galla particolari che nemmeno il regista conosceva.
E'un film dove non bisogna farsi domande come ad esempio perchè i samoani hanno l'accento russo e cose di questo tipo ( la guerra fredda d'altronde non è mai finita). Quello che però ancora una volta mi lascia attratto per l'immensa idiozia e la corporation nemica, che sembra un gruppo terroristico, anzi una setta tecnologica che vuole distruggere i deboli come dice Brixton e come in maniera leggermente diversa diceva Thanos.
Leitch dopo un passato da stunt man e si vede avrà fatto il botto con questo film ma siamo distanti anni luce da ATOMICA BIONDA o Deadpool 2 o addirittura John Wick 2 il più deludente della saga ma comunque migliore di questo spin off che ha rilanciato una saga ormai fiacca.


Welcome home


Titolo: Welcome home
Regia: George Ratliff
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Bryan e Cassie partono dagli Stati Uniti per una vacanza da sogno nella campagna umbra. A prima vista sembrano la coppia ideale: giovani, attraenti e innamorati. Ma è subito evidente che "c'è del marcio in Danimarca": Cassie si spaventa troppo facilmente e ha continui flashback di una relazione violenta; Ryan invece non riesci a togliersi dalla testa l'immagine di Cassie che lo tradisce con un collega di lavoro - cosa effettivamente accaduta, e che i due stanno cercando di superare proprio attraverso la loro idilliaca vacanza in Italia. Appena arrivati nello splendido casale in provincia di Todi i due però si imbattono in Federico, un vicino di casa esperto di computer, che ha le fattezze seducenti di Riccardo Scamarcio e la sua capacità di comunicare ambiguità e minaccia. Naturalmente Federico non tarderà a mostrare il suo lato oscuro, nonché a manifestare un'attrazione irresistibile verso la procace Cassie, interpretata da quella Emily Ratajkowski le cui fattezze sono spesso e abbondantemente esibite sui social.

Un thriller erotico che non accenna mai al sesso o alle scene di nudo integrale prendendone le distanze. Sembra un paradosso quando invece è un elemento a mio avviso poteva essere interessante. Ogni volta che la coppia sembra essere sull'orlo di doverlo fare (la scena nella piscina ad esempio) vengono riportati a galla i legami sessuali precedenti di Cassie e pur trovando nella mansione del viagra non si riesce proprio a superare il passato di lei.
Il film però non può giocare solo su questo elemento e un triangolo dove il villain/antagonista gira in balia di se stesso per tutto il film ( ci sono alcuni non sense davvero troppo marcati) con dei dialoghi che rasentano tutti gli stereotipi già visti cercando di aggrapparsi solo ad un twist finale non così scontato quando lo stesso purtroppo non lo si può dire del resto del film.
Tanti elementi sprecati, un irrisorio lavoro in fase di scrittura che annoia ancor prima di partire, attori che cercano di fare quello che possono apparendo già annoiati da una caratterizzazione che non sembra mai evolversi se non in un finale che vorrebbe essere inaspettato quando in realtà è solo marcato dal suo eccessivo non sense.
Le video installazioni per spiare gli ospiti, l'airbnb che da paradiso si trasforma in un inferno, le roccambolesche comparsate di alcune escort chiamate per inscenare la solita farsa, il misterioso passato di Federico e infine un lento thriller ascrivibile al filone degli home invasion con echi da trap movie
Alla fine l'unico elemento funzionale è la gelosia di Bryan che con una Emily Ratajkowski, conosciuta su Tinder, tra le mani, risulta davvero in panne appena lei si gira dall'altra parte.


venerdì 2 agosto 2019

Shining


Titolo: Shining
Regia: Stanley Kubrick
Anno: 1980
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Jack Torrance è uno scrittore in crisi in cerca dell'ispirazione perduta. Per trovarla e sbarcare il lunario accetta la proposta di rintanarsi con la famiglia per l'inverno all'interno di un gigantesco e lussuoso albergo, l'Overlook Hotel, solitario in mezzo alle Montagne Rocciose. L'albergo chiude per la stagione invernale e il compito di Jack sarà quello di custodirlo in attesa della riapertura. Nel frattempo, pensa Jack, lui potrà anche lavorare al suo nuovo romanzo. Con lui, la devota mogliettina Wendy e il figlioletto Danny, per nulla entusiasta della prospettiva

«Il “fanciullo”, mentre è consegnato inerme a nemici strapotenti(…),dispone di forze che superano di gran lunga ogni misura umana. (…)ha una forza superiore e riesce a farsi valere ad onta di ogni pericolo e minaccia. Egli rappresenta la tendenza più forte e più irriducibile di ogni esistente: quella di realizzare se stesso. (…)La tendenza e il bisogno dell’auto-realizzazione è una legge di natura ed è quindi una forza invincibile»
C.G. Jung, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, 1941, con K.Kerényi

Shining è un cult che a distanza di decenni non perde una minima parte del suo fascino, risultando sempre simbolicamente e stilisticamente un quadro perfetto e un miscuglio di generi complesso e stratificato.
Kubrick rilegge a modo suo il romanzo di King, infarcendolo di elementi e virandolo verso l'horror e il mistery. Un film enormemente complesso con una lunga serie di geometrie simmetriche e tecniche che si deformano all'interno dell'hotel diventato forse uno dei più famosi al mondo insieme a quello di Bates.
Una paura e una pazzia figli dell'isolamento e della claustrofobia. Nicholson a briglie sciolte seppur esagerando il personaggio confeziona un villain di quelli indimenticabili. Uno studio incentrato sull'
organizzazione dello spazio e del tempo che ancora prima di mostrarlo, accenna e fa riferimento all’immagine del labirinto. Un hotel vuoto che appare gigantesco, privo di qualsiasi punto di riferimento: corridoi lunghi, ognuno uguale all’altro, porte chiuse, ascensori minacciosi, quella steadycam che segue o precede i personaggi, risucchiandoli in uno spazio oscuro.
Il film come l'hotel è una trappola senza uscita dove i fantasmi del passato emergono per dare sfondo alla follia più totale che prevalica il personaggio sprofondando il film verso un incubo angosciante dove a farne le spese sono proprio la moglie e il bambino.
Un film maledetto, ambizioso, allucinato e esoterico, pieno di metafore e citazioni letterarie, dove il regista riafferma ancora una volta come le radici del male sono insite nell'uomo.
In più proprio le metafore e le simbologie qui rappresentano altre due importanti tasselli della poetica di Kubrick, utilizzate per illustrare i tormentati pensieri del protagonista, un scrittore in crisi dal temperamento eccessivamente volubile.

Drive


Titolo: Drive
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Driver (non ha un nome) ha più di un lavoro. È un esperto meccanico in una piccola officina. Fa lo stuntmen per riprese automobilistiche e accompagna rapinatori sul luogo del delitto garantendo loro una fuga a tempo di record. Ora Driver avrebbe anche una nuova opportunità : correre in circuiti professionistici. Ma le cose vanno diversamente. Driver conosce e si innamora di Irene, una vicina di casa, e diventa amico di suo figlio Benicio. Irene però è sposata e quando il marito, Standard, esce dal carcere la situazione precipita. Perché Standard ha dei debiti con dei criminali i quali minacciano la sua famiglia. Driver decide allora di fargli da autista per il colpo che dovrebbe sistemare la situazione. Le cose però non vanno come previsto.

Drive è il miglior film di Refn. Un cult che seppur debitore di tanti altri film e con un plot abbastanza scontato, riesce a fuggire da tutti i clichè e gli stereotipi risultando un film estremamente affascinante, maturo, violento (caratteristica del regista) e patinato.
Ha lo stesso effetto di un incidente in un cocktatil di generi e citazioni, un mix di emozioni contrastanti in un film potente dall'inizio alla fine.
Un film che sembra un miscuglio guidando tra gli anni '80 e il post moderno, con un cast brillante di grandi nomi, una regia attenta e tanti preziosi particolari e scene madri indimenticabili.
Refn andrà ricordato come l'unico grande regista in grado di far recitare in maniera passionale e muta un attore inespressivo come Gosling.
La trama di Drive come dicevo è semplice, la sinossi non nasconde nessun plot twist fra le sue pieghe, una sceneggiatura che probabilmente lasciata nelle mani di altri registi sarebbe diventato l'ennesimo film già visto ma che Refn dimostra ancora una volta la sua bravura dietro la macchina da presa, mettendo il suo stile al servizio della trama. Ecco quindi che lo spettatore si ritrova una pellicola con pochi dialoghi e lunghi sguardi, dove le riprese sono sempre curate in maniera maniacale senza lasciare mai nulla al caso.
Il ritmo è lento, risultando proprio come un punto di forza soprattutto nel genere che poi rimanda in tutto e per tutto all'action pronto ad esplodere in attimi di violenza inusitata.
Senza contare una colonna sonora curata da Cliff Martinez che è subito entrata nella playlist delle soundtrack più belle di sempre.



Willow


Titolo: Willow
Regia: Ron Howard
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Una regina cattiva vuol uccidere tutte le neonate per sfatare una leggenda sulla fine del suo regno. Ma una neonata si salva grazie al nano Willow, che con l'aiuto di un giovane guerriero sconfiggerà la regina cattiva.

Willow rimarrà sempre un cult, uno dei fantasy più belli di tutti i tempi. Lucas e Howard.
Il risultato è una fiaba virata verso i toni cupi e oscuri, mettendo sulla bilancia scontri tra streghe, spadaccini, troll, draghi a due teste, folletti, popolazione di nani veri, magie, scontri, trasformazioni.
Con alcuni personaggi diventati leggenda come Madmartigan o la crudele strega Bavmorda, Willow regala intrattenimento senza sosta, risultando stucchevole nelle parti romantiche soprattutto tra i nani, ma inserendosi nella galleria dei cult per l'enorme impatto visivo (per quegli anni) il coraggio di osare con battaglie epiche (l'ultima nel castello) e senza lesinare sangue e scene di massacri (come il sacrificio iniziale per salvare Eloradana).
Willow non è esente da imperfezioni, gli stessi effetti speciali soprattutto quando vediamo il drago risultano datati ma la forza del film è un'altra trattando la magia in maniera mai superficiale anche se gli effetti speciali, a cura della “Industrial Light & Magic”, lanciavano definitivamente la tecnica del morphing, fino ad allora solo sperimentata in modo occasionale.
Ci sono tutti gli elementi della fiaba, del film epico, dell'avventura, dell'azione, senza davvero far mancare nulla. L’eroe-Willow che deve compiere un viaggio di formazione, l’aiutante-Madmartigan che lo spalleggerà, il saggio-Raziel che lo guiderà, il nemico-Bavmorda che li cercherà di fermare e le spalle comiche-folletti che devono rendere il tutto child friendly. Inutili e gratuiti nonchè scontati i continui rimandi o paragoni alla saga di Tolkien. Willow gode di vita propria inventandosi un suo mondo con le sue regole.
Willow è un classico senza risultare mai un'opera mediocre nonostante non ami Howard come regista ma vedendolo più come un mestierante senza immaginazione.

Suburbicon


Titolo: Suburbicon
Regia: George Clooney
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gardner Lodge vive nella ridente Suburbicon con la moglie Rose, rimasta paralizzata in seguito ad un incidente, e il figlio Nicky. La sorella gemella di Rose, Margaret, è sempre con loro, per aiutare in casa. L'apparente tranquillità della cittadina entra in crisi quando una coppia di colore, i Meyers, con un bambino dell'età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. L'intera comunità di Suburbicon s'infiamma e si adopra per ricacciare indietro "i negri" con ogni mezzo. Intanto, due delinquenti, irrompono nottetempo nell'abitazione dei Lodge e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose.

Le commedie grottesche quando colpiscono, sanno farlo in maniera incisiva, dura e potente.
Il film di Clooney scritto dai Coen (e si vede eccome) è un perfetto esempio di ibrido che mischia i generi sposando temi ancora oggi attuali e mostrando ancora una volta il lato "nascosto" della middle class americana.
Razzismo, sangue, violenza, soprusi, minacce, complotti, ricatti, e soprattutto la parte più spaventosa, quella che avviene tra le mura di casa con un bambino costretto ad assistere ad episodi di inusitata violenza con gli stessi genitori pronti ad ucciderlo all'occorrenza per difendere i propri interessi. Ancora una volta è la descrizione dell'America a far paura, feroce, istericamente ossessionata dalla paura di un nemico esterno (possibilmente con la pelle di un altro colore) senza farsi problemi a ricorrere alla violenza più bieca, l'isterismo collettivo in fondo che porta alla rivolta contro l'unica famiglia di colore è il devastante culmine della vicenda.
Suburbicon pur essendo volutamente patinato, risulta estremamente attuale e coinvolgente, con un ritmo serrato, un cast di tutto rispetto e una caratterizzazione dei personaggi molto funzionale.
Gli ingredienti ci sono tutti: umorismo nerissimo, situazioni vomitevoli ai limiti dello splatter (la scena dell'omicidio in casa con la soda caustica su tutte), scatti di violenza estremi ed improvvisi per un film che non scopre mai le sue carte, risultando originale e con un finale imprevedibile e alcuni colpi di scena notevoli e mai scontati.
Un film maturo, importante e deliziosamente condito con tutti gli ingredienti dei Coen alla Fargo e che dimostra ancora una volta l'interesse di Clooney per scegliere soggetti scomodi e ambiziosi.


Point Blank


Titolo: Point Blank
Regia: Joe Lynch
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'infermiere Paul si trova in ospedale quando la moglie incinta viene rapita sotto i suoi occhi. Quando scopre che un pericoloso criminale, Mateo, è proprio il responsabile del crimine. Se vuole rivedere la moglie viva, l'infermiere dovrà sconfiggere il criminale nel suo perfido gioco.

Joe Lynch è il mestierante addetto all'ennesimo remake di un action che ha due film in questione entrambi validi e notevoli. La scelta non poteva che rivelarsi più funzionale dal momento che Lynch gira perfettamente le scene d'azione alternando montaggio e immagini in una formula già rassodata con i suoi precedenti film: Everly, Mayhem, Chillerama e Knight of Badassdom.
Il film poteva essere un unico piano sequenza action tra inseguimenti, sparatorie, scene d'azione, regolamenti di conti, doppio gioco, poliziotti corrotti e altro in un buddy dramedy d'azione.
Pochi elementi, una chiavetta usb, due fratelli delinquenti dal cuore tenero, un infermiere e una moglie incinta tenuta in ostaggio per tutto il film.
Fila via veloce, con un ritmo esagerato, tanta carne al fuoco, insegue stereotipi a gogò e infatti il talento e le scelte di script e una sceneggiatura molto stereotipata sono gli unici elementi deboli di un film che rimane puro intrattenimento ma è molto lontano dai film del regista in cui non opera per commissione.
Grillo è funzionale anche se in più riprese sembra Chev di Crank, meno forse Mackie, su tutto però pesa un particolare difficile da mettere da parte ovvero la scarsa caratterizzazione, gli obbiettivi e gli intenti soprattutto del protagonista che rendono piatti e inconsistenti i ruoli e il loro modus operandi a volte davvero anomalo come Paul che non sembra soffrire particolarmente per le sorti della moglie incinta. In più anche l'incidente scatenante con il fratello criminale che sceglie Paul sembra davvero senza senso.



Coffee and Cigarettes


Titolo: Coffee and Cigarettes
Regia: Jim Jarmush
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Undici brevi incontri si consumano intorno al tavolino di un bar, tra chiacchiere surreali, silenzi imbarazzati e schermaglie condite da una dose extra di nicotina e caffeina.

Jarmush è da sempre uno di quei registi della New Hollywood in grado spesso di spiazzare con film molto diversificati per generi, codici e narrazione.
Il film in questione è un divertissement fatto di piccoli schetch, non tutti riusciti e alcuni anche abbastanza noiosi, un film che sembra quasi e molto improvvisato, dove non sempre il filone narrativo o meglio i dialoghi acquistano un senso ben preciso, rimandando spesso a incontri fugaci e apparizioni perlopiù divertenti dal momento che il film avendo un impianto corale mostra un cast di tutto rispetto.
Ancora una volta è l'autore che disegna la sua parabola ironica underground componendo la sua discontinua sinfonia, vagamente esistenzialista, dove tutti i personaggi ricreano o rivivono esperienze passate, fasti perduti, una celebrazione nostalgica della gioia di vivere e della vita stessa nel momento in cui se ne và (si passa da strane apparecchiature per i White Stripes, le innovazioni introdotte da Nikola Tesla, fino alla preparazione di un té all'inglese o l'appuntamento di un dentista). Coffee and Cigarettes riunisce alcuni corti girati dal regista in diversi anni (il più vecchio, protagonista Roberto Benigni, risale al 1986, l'epoca di DOWN BY LAW) scorrendo via leggero e piacevole, risultando a tratti divertente e ironico, a tratti estremamente sconclusionato, tutto tecnicamente fotografato in b/n con ambienti essenziali e camera fissa.



Escape Plan 3


Titolo: Escape Plan 3
Regia: John Herzfeld
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La figlia di un magnate di Hong Kong viene rapita e Ray Breslin, incaricato di salvarla, riceve una minaccia da Lester Clark jr., figlio del precedente socio in affari di Ray, che gli promette vendetta. Ray riceve anche l'aiuto di due esperti di sicurezza di Hong Kong, ossia Bao Yung che si sente in colpa per non essere riuscito a salvare la donna, e il misterioso Shen Lo, formidabile artista marziale che ha un interesse molto personale verso la vittima del rapimento. Ray poco dopo è a sua volta colpito negli affetti da Lester e così, insieme al sodale e massiccio Trent DeRosa, è deciso più che mai a portare a termine la missione.

Escape Plan 3 chiude una brutta trilogia, inutile più che mai dal momento che copia e riprende stilemi di altri brutti film che non possono nemmeno essere considerati prison movie.
Arti marziali, cinesi fortissimi, Bautista, Stallone in difficoltà e la prigione del diavolo, questa volta nei paesi dell'est, vicino Tallin tra l'altro, una capitale bellissima e piena di gente interessante.
Il villain è il figlio di un vecchio cattivo che si vendica, c'è un cinese miliardario a cui hanno rapito la figlia e la squadra come dicevo è composta da 4 elementi di cui due cinesi che non fanno però una bella figura dal momento che sono i mercenari a dover fare il figurone.
Escape Plan 3 poteva almeno regalare qualche interessante scena d'azione, ma purtroppo sembra scritto da un celebroleso che ha cercato di fare meno schifo del secondo capitolo, ma di fatto rimane un prodotto inutile, stupido, vagamente reazionario e con un corollario di scene che sembrano montate malissimo senza continuità.
Herzfeld aveva dimostrato se non altro di saperci fare come mestierante. Qui tra location fasulle, scenografie da denuncia, combattimenti pacchiani, recitazione ai minimi storici e una storia noiosa, sembra aver fatto peggio di quanto ci si potesse aspettare. Fortuna che è finita!


Axiom


Titolo: Axiom
Regia: Nicolas Woods
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Grazie a Leonard,conosciuto via internet, McKenzie, accompagnata dal fratello e altri tre amici, decide di raggiungere il Cinder Pak, un parco nazionale chiuso al pubblico, all'interno del quale è scomparsa la sorella Marylyn. Ottenuto da Leonard indicazioni sul percorso e un pass per accedere all'interno della enorme foresta, il gruppo procede in direzione dell'avamposto del viaggiatore: una baita abbandonata con un registro degli ospiti, fermo al 1957. Quando, giunta la mezzanotte, il sole è ancora alto, i ragazzi impauriti decidono di tornare indietro ma uno di loro, Edgar, manifesta un comportamento aggressivo ed assale brutalmente Darcy. È l'inizio di un incubo in una realtà sfuggente, animata da creature (i Pallidi) impressionanti, in grado di giocare con la percezione sensoriale degli ospiti nel parco.

Axiom aveva tutte le carte in regola per regalare intrattenimento, paura e soprattutto mostri.
Perchè di questo parla, aprendo porte per mondi paralleli dominati da creature inquietanti e spaventose e forze oscure non meglio precisate. Peccato perchè di mostri in tutto il film se ne vedono solo due, i Pallidi e una creatura verso il finale se non contiamo le solite ragazzine dai lunghi capelli neri modello Sadako (in quanto a make up, costruzione e fattezze siamo purtroppo in un deserto di miseria).
Woods però gira bene ed è un peccato vedere una tecnica così sprecata. La parte iniziale, quella nel bosco, i riferimenti a Raimi e l'intero cast composto perlopiù da quel manipolo di giovani che vogliamo vedere morti subito, sono a tratti convincenti.
Anche un paio di scene come l'uccisione tra fratelli e un paio di jumped scared funzionano benino.
Per il resto purtroppo a differenza di un impianto tecnico valido e gradevole, il film inciampa in dei colossali e madornali errori dal secondo atto in avanti con un finale piuttosto approssimativo e buttato lì alla veloce.
Woods meritava di insistere di più su uno script che diventa disarticolato proprio per il continuo rimandare a promesse che poi il film, per motivi di budget, non riesce a mantenere.

giovedì 18 luglio 2019

Relaxer


Titolo: Relaxer
Regia: Joel Potrykus
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Con l'arrivo imminente dell'apocalisse, Abbie si trova di fronte all'ultima sfida: l'imbattibile livello 256 su Pac-Man. Non riesce quindi a muoversi dal divano e cerca di sopravvivere dal salotto

Potrykus (ALCHEMIST COOKBOOK, BUZZARD, APE) è un pazzo. Appena ha due lire ne approfitta per fare un film. Anche quando non ne ha come in questo caso.
Due attori, un salotto e un divano e poi lo schifo cosmico.
Altri ingredienti nella sua ultima opera non sembrano esserci. E'stato distrutto da critica e pubblico ancora una volta perchè secondo me il film nel suo incessante bisogno di crederci e darsi forza a tutti i costi diventa sempre più surreale e onirico, a tratti grottesco e con un finale exploitation a tutti gli effetti che alza il ritmo e il valore del film, anche se come un tallone d'Achille ne rivela i suoi innegabili buchi o momenti di non sense in una sceneggiatura molto bizzarra che va opportunamente presa per quello che è.
Si parte da un dialogo che sembra infinito tra due fratelli di cui il protagonista spacca letteralmente lo schermo, non la quarta parete, con una ghigna incredibile che lo relega ad essere uno dei nerd floccidi più interessanti della storia del cinema.
Si vomita tanto in questo film, si bevono urine, litri e litri di latte rancido, esplodono teste, avvengono incontri inusuali, il divano diventa sempre più protagonista, ma più di tutto ci sono regole incontrovertibili da rispettare.
L’ultima e definitiva, per la quale Abbie è disposto a tutto: raggiungere e superare il 256º livello di Pac-Man, ottenendo il record mondiale e 100.000$ (somma realmente messa in palio da Billy Mitchell, campione dei videogiochi arcade, ma che per un assurdo una delle persone che fanno capolino a casa sua gli dice con molta pena che in realtà non si può raggiungere, che è stato ancora una volta preso in giro dal fratello).
Il finale è una delle cose più belle viste negli ultimi anni




Noi


Titolo: Noi
Regia: Jordan Peele
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In Tv uno spot pubblicizza l'iniziativa di beneficenza "Hands Across America", siamo infatti nel 1986, quando sei milioni e mezzo di americani si tennero per mano e fecero donazioni per combattere fame e miseria. Un'immagine che colpisce la piccola Adelaide e che colpirà anche il suo doppio, incontrato una notte in una casa degli specchi in un Luna Park. Ai giorni nostri Adelaide è cresciuta, ha più o meno superato il trauma, e ha una famiglia, ma di nuovo una vacanza alla spiaggia scatena minacciosi doppi e questa volta non solo suoi, bensì di tutta la sua famiglia.

Peele è sicuramente un nome ormai conosciuto tra i seguaci dell'horror per la sua astuzia, la sua maturità nello scrivere e nel dirigere, nell'essere assolutamente al passo coi tempi e per riuscire a coniugare spirito indie e main stream con risultati finora molto convincenti.
Certo la metafora sociale di Get Out rimane un binario a parte, che forse il regista non riuscirà più a ripetere. Noi è un film molto maturo che a differenza dell'esordio infila una quantità di elementi di genere che rischiavano di creare quel caos o quel cocktail mal dosato.
Invece grazie ad un cast di tutto rispetto (come lo era anche il film precedente) Lupita Nyong'o strepitosa con una mimica facciale e un uso della voce davvero inquietante, dove dai traumi senza parole vissuti sin dall'incidente scatenante iniziale, si arriva ad un uso della voce lugubre e deforme, passando poi da un registro all'altro in tempi molto veloci pur senza perdere di vista gli elementi importanti della storia.
Anche Noi è un horror politico sulle disparità e le specularità americane (“Ma voi cosa siete?”
– “Siamo americani”) dove ad un certo punto viene fatto riferimento a quest'anomala invasione da da parte di un’indefinita massa di persone, vestite di rosso e armate di forbici affilate… (“Si dice che provengano dalle fogne”) essendo di fatto più ambizioso e allegorico, appunto più stratificato e complesso per cui vale la pena riguardarlo più volte per coglierne tutte le sfaccettature e le complessità.
Doppelgänger e home-invasion, svirgolate di violino ed espressioni di pura paura.
Noi di diritto entra nella cerchia dei migliori e più intelligenti horror del 2019, ancora una volta a dimostrare come il genere possa servire a far luce in alcuni inquietanti misteri come quello scambio
iniziale della piccola Adelaide.




Morti non muoiono


Titolo: Morti non muoiono
Regia: Jim Jarmush
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film è ambientato nella tranquilla cittadina di Centreville, dove qualcosa non va come dovrebbe. La luna splende grande e bassa nel cielo, le ore di luce del giorno diventano imprevedibili e gli animali iniziano a mostrare comportamenti insoliti. Nessuno sa bene perché. Le notizie che circolano sono spaventose e gli scienziati sono preoccupati. Ma nessuno prevede la conseguenza più strana e più pericolosa che inizierà presto a tormentare Centerville: I morti non muoiono - escono dalle loro tombe e iniziano a nutrirsi di esseri viventi, e gli abitanti della cittadina dovranno combattere per la loro sopravvivenza.

Dopo la parentesi vampiri riuscita perfettamente, uno dei maestri della nuova Hollywood ci riprova con gli zombie inserendo alcune critiche alla società e a tante altre cose come aveva fatto in passato il padre dei non morti.
Si ride, ci si prende anche sul serio, si muore, ci sono alieni, astronavi, momenti splatter, un cast corale da far venire la bava alla bocca, una recitazione che sembra quella a scenette di COFFEE AND CIGARETTES e poi tanti altri particolari per gli amanti del cinema horror e del cinema politico di Jarmush.
Una commedia molto più semplice del previsto anche se poi analizzandola bene l'intento più grosso è proprio quello di mostrare dopo il film manifesto del '68, come tutto da allora sia persino peggiorato, a partire dalle mode, dai giovani, dalla futilità della vita, dall'egoismo, dalle regole e infine dalla coscienza di ognuno di noi sempre più radicata nel profondo malessere dell'egoismo (l'incidente iniziale della gallina scomparsa è perfetta così come il capro espiatorio interpretato da uno stralunato Waits).
Qui gli zombie potevano essere tranquillamente sostituiti da un'invasione aliena, da una minaccia incombente, dagli effetti del riscaldamento globale, invece l'autore ha voluto dire la sua in un film che omaggia più di quanto si pensi e sceglie in maniera accurata le location delle vittime e dei sopravvissuti. Infine i dialoghi sono intrisi di un cinismo e di una visione così limitata della vita che porta la Swinton aliena (in tutti i sensi) ad andarsene lasciando il genere umano a morire decimato dagli zombie. Boom!



Dark Crystal


Titolo: Dark Crystal
Regia: Frank Oz
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Due gruppi ben distinti: i Cattivi e i Buoni. L'ultimo superstite dei buoni parte alla ricerca di un frammento di Cristallo Nero dal quale dipende la vita. Fra avventure di ogni genere, farà amicizia con una giovane che lo aiuterà nella ricerca. Essa morirà, ma grazie al Cristallo Nero rivivrà e lo aiuterà a sconfiggere i cattivi.

Quando parliamo di fiabe, parliamo di fantasy, di Animatronic, di pupazzi, di tutto ciò che hanno regalato gli anni '80 con alcuni cult indimenticabili che ancora oggi non sfigurano di fronte alle mega produzioni hollywoodiane. Oz è un nome che almeno nella prima parte della sua filmografia aveva le idee chiare su quale tipo di cinema rappresentare diventando famoso con la serie e i personaggi dei Muppets.
Magia, avventura, sacrificio, viaggio dell'eroe, mentori, aiutanti magici e tutti i caratteri tipici della struttura narrativa, tutti quegli archetipi necessari trovano in questo affascinante film, alcuni momenti e tratti originali scanditi da una musica ipnotica, uno stile lento e arricchito da tutti quei particolari con cui vengono mosse le marionette (interessante la modalità con cui il gheflin protagonista parla senza aprire bocca, quasi una voce narrante di se stesso).
Il Dark Crystal narra di una profezia come spesso capita nel genere riuscendo tuttavia a far rientrare diversi temi e sotto testi anche rilevanti e in chiave politica diventando una favola al contempo decadente e sfarzosa, intrisa di una lotta per il potere, di un popolo schiavizzato, diventando colto in diversi momenti e in altri semplicemente lo specchio dei tempi vissuto su un altro universo gemellato al nostro.
Insieme a WILLOW, LABYRINTH, Legend(1985), Ultimo unicorno, il film di Oz forma la cinquina dei formidabili e più bei fantasy degli anni '80