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lunedì 11 marzo 2019

Westworld


Titolo: Westworld
Regia: Michael Crichton
Anno: 1973
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

In un luna park del futuro, una specie di Disneyland, si trovano robot perfettamente congegnati e programmati per far vivere i turisti nella loro epoca preferita. Ma un giorno i circuiti vanno in tilt e i robot si ribellano, massacrando i visitatori.

Ci troviamo di fronte ad uno dei film più importanti della fantascienza moderna, passata e futura. Quasi un archetipo da cui prendere e sviluppare forme e dimensioni diverse, accomunate da uno dei topoi classici della scifi.
In questo caso è stata sdoganata l'idea di giocare con universi e mondi possibili da esplorare, una delle tematiche che diventerà la più masticata dai registi successivi e dalla cinematografia in generale.
Un realtà e tre mondi differenti dove poter vivere e fare ciò che nella realtà non potremmo, in particolare relazioni sessuali e omicidi. Delos offre ai clienti, per 1000 dollari al giorno, la possibilità di vivere ed esorcizzare i loro fantasmi in tre mondi: l'antichità romana, il Medioevo e l'Ovest del 1880
E' meglio scegliere due fantastiche ragazze robot in un saloon o assaltare una banca sparando contro tutti?
Così è se vi pare..il parco divertimenti offre tutto quello che nella nostra fantasia prediligiamo.
Tanti i temi. L'allegoria sulla violenza del mondo moderno, la schiavitù dei robot trattati e visti solo come merce, la ribellione delle macchine contro l'uomo, questi e altri sono alcuni degli intenti che il film sviluppa senza contare che è stato il primo a fare riferimento alla parola “virus” riferendosi al mal funzionamento di una rete di computer ed inoltre è stato uno dei primi film ad utilizzare effetti visivi in CGI.
L'unico punto debole rimane una certo limite nella scrittura e nella costruzione degli incidenti principali come banalmente cosa sia stato a generare il virus.

Green Book


Titolo: Green Book
Regia: Peter Farrelly
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L'occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un'epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italo americano cresciuto con l'idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book non è un brutto film. Meritava l'Oscar? Forse no.
Da sempre gli Oscar rappresentano l'anti festival a priori, dove predomina la facciata e un Academy che preferisce scelte dettate dalle buone maniere. Una parata dove vincono spesso le marchette come negli anni abbiamo dimostrato anche noi italiani.
L'ultimo film di Farrelly (che ha capito che i drammi servono di più a differenza delle commedie becere girate finora) di fatto mostra un film piuttosto banale in un equilibrato rapporto tra bianco e nero visto altre migliaia di volte con altre migliaia di mezzi e cambiando di fatto pochi accessori ( A SPASSO CON DAISY non riesco nemmeno a levarmelo dalla testa)
In questo caso però sono le tematiche o meglio come esse vengono gestite a lasciare interdetti come a dire "Che diavolo gli è passato per la testa?" e soprattutto ancora siamo fermi a questo punto nel 2019, con così tanto cinema politicamente impegnato che non viene nemmeno preso in considerazione?
Sembra di sì.
Il cast è fantastico. Il ritmo per durare quasi due ore è formidabile a non far pesare mai momenti troppo sobbarcati di buoni sentimenti e scene melense.
Tutto in fondo è più che matematicamente studiato a tavolino, il finale e nessun altro momento del film godono o possono godere di colpi di scena, ma forse non servono. Si rimane così ad osservare i dialoghi e i cambi repentini di un personaggio, quello di Don, che da un lato nasconde la sua omosessualità e dall'altra esibisce un tono estremamente elegante avendo il piglio di un grande attore classico.
Tematiche sul razzismo, sulla diseguaglianza, su un nero che non può andare nei servizi pubblici dove vanno i bianchi, ma può salire come un bestia sullo stesso palco.
In tempi dove il razzismo è tornato in auge in maniera pericolosa, Green Book è un buon film ma non è la risposta al problema. Il cinema può fare di più e in maniera meno patinata

Detroit rock city


Titolo: Detroit rock city
Regia: Adam Rifkin
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cleveland, Ohio, 1978. Quattro ragazzi che compongono il gruppo musicale dei Mystery, sognano di diventare il gruppo spalla dei Kiss, band satanica per eccellenza. In occasione del concerto dei loro idoli, essi si procurano quattro biglietti ma la madre di Jam, cattolica praticante, si infuria e li brucia. Da questo momento in poi comincia una spasmodica caccia al biglietto che vede impegnati i quattro ragazzi per un' intera nottata. Non mancano disavventure, crisi di coscienza e ostacoli di vario genere che movimentano la trama del film. Oltre ai già citati protagonisti, il cast della commedia annovera i componenti della band dei Kiss che interpretano se stessi

Cosa accade quando una madre cattolica praticante scopre che il figlio ha sostituito il suo vinile di Carly Simon con quello di “Love Gun” dei Kiss, il complesso satanico per eccellenza?
Detroit rock city è quella piacevola sorpresa che scopri quando meno te lo aspetti facente parte della pletora di film i quali omaggiano gli anni'80, tantissima musica, una teen comedy con un gruppo di quattro ragazzi che a tutti i costi vogliono raggiungere il concerto dei loro beniamini Kiss.
Da qui tutto il film è una divertente e scoppiettante avventura sulle peripezie e le sfortune di questi quattro metallari con la madre religiosa che sembra seguirli ovunque, facendogliene combinare di tutti i tipi.
Le regole, le istituzioni, il coming of age, tutto viene inserito nel calderone e il film poi riesce ad essere un caloroso omaggio, un revival delle migliori soundtrack degli anni '80, dove comparirà la stessa band musicale, per non parlare dell'eccesso a cui punta senza nasconderlo la regia di Rifkin cercando di mettere i giovani di fronte alle scelte e le prove più paradossali (milf che perdono la testa e spogliarelli)


Robocop


Titolo: Robocop
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una poliziotto è catturato da una banda di gangster cui dava la caccia, torturato e ucciso. Ma qualcosa di lui rimane viva e viene innestata in un robot che il capo della polizia fa adottare dal corpo per gli incarichi più pericolosi (è invulnerabile). Ma il robot ha la memoria dell'agente ucciso e, riconosciuti i suoi carnefici, dà loro una caccia spietata, sterminandoli (e uccidendo il loro capo, un alto funzionario della polizia).

Verhoeven negli anni '90 ha girato tre film con cui verrà ricordato nella storia del cinema.
ROBOCOP, ATTO DI FORZA, STARSCHIP TROOPERS. Con questa trilogia poteva smettere di fare film e guardare quanto in futuro avrebbero saccheggiato dai suoi film.
Quando la scifi incontra il dramma, l'action, le intuizioni narrative, il tutto con un abbondante dose di violenza e di pessimismo dove le multinazionali si sostituiscono all'amministrazione pubblica, il governo e la politica sono più corrotti che mai e i criminali imperversano nelle strade come bande senza limiti e controllo spesso spalleggiati dalle forze dell'ordine.
La giustizia personale diventa uno dei motori più interessanti del film, staccandosi da una logica e una politica più reazionaria per cercare un'anarchia personale, come nel caso di Murphy, finendo per essere solo contro tutti. Sembra la versione per certi aspetti hi tech del GIUSTIZIERE DELLA NOTTE uscito nel '74.
Lo stile inconfondibile del regista appare dall'inusitato tasso di violenza, fuori e dentro le strade, di un trucco e un make up sempre ai massimi livelli grazie a Rob Bottin.
La trilogia scifi del regista si è dimostrata più intelligente e attenta che mai a scoprire e denunciare gli orrori che stavano per prendere vita, dando sempre delle idee molto valide in una matrice che non dimentica mai la politica ma la segue misurandone la temperatura in tutti i suoi film, mettendola quasi sempre alla stregua e agli intenti della psicologia criminale.


Last days


Titolo: Last Days
Regia: Kathrin Bigelow
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

'Un elefante scompare ogni 15 minuti'
Si parla sempre poco del fenomeno del bracconaggio. Forse perchè in Africa, forse perchè sembra non appartenerci, ma in fondo questa pratica ha modificato le sorti di questo pianeta.
La Bigelow è una regista molto coraggiosa che negli ultimi vent'anni ha dato uno scossone al suo cinema, già interessantissimo, interessandosi di politica, scandali, corruzione e terrorismo.
Nel 2014 si è presa a cuore l'idea di produrre questo importante corto animato realizzato in collaborazione con Annapurna Pictures e WildAid e avvalendosi della scrittura di Scott Z. Burns e realizzato in collaborazione con il concept designer Samuel Michlap
"L'anno scorso sono stata messa al corrente della reale connessione tra il bracconaggio di elefanti e il terrorismo. Per me rappresentava l'intersezione diabolica tra due problemi che sono di enorme preoccupazione, ovvero l'estinzione della specie e il terrorismo globale. Entrambi comportano la perdita di vite innocenti ed entrambi richiedono un intervento urgente. Per fare un film su un simile argomento ci vorrebbero probabilmente anni, anni in cui ancora più elefanti morirebbero, così ho invece incontrato una squadra di colleghi cineasti e abbiamo fatto Last Days come un pezzo d'animazione, idea che abbiamo pensato potrebbe presentarlo ad un pubblico più vasto (Internet è piena di immagine grafiche di elefanti macellati eppure la strage continua), ci sono cose reali che tutti noi possiamo fare per fare in modo che finisca la scomparsa degli elefanti selvatici dal nostro mondo, vedi il tagliare fondi ad alcune delle reti terroristiche più famose al mondo".

It stainds at the sands red


Titolo: It stainds at the sands red
Regia: Colin Minihan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Molly si ritrova persa nel deserto con uno zombie che le dà la caccia. La situazione si complica quando la ragazza si rende conto che il suo persecutore non ha l'esigenza di fermarsi. Lui non si stanca mai.

Anni fa uscì un film di nome FIDO dove i non morti venivano usati dagli umani grazie a dei guinzagli come servi per fare lavori di manovalanza. Dall'altra parte una fonte di ispirazione per il film potrebbe essere stata data dal recente SWISS ARMY MAN per la tematica dell'amicizia umano- non morto.
Ad un tratto, nel primo film, avverrà una ribellione contro i perbenisti aristocratici. Qui succede una cosa analoga.
Il non morto segue la protagonista per tutta la durata del film lungo un deserto per mangiarla fino a che i due non diventeranno "amici". Sicuramente Minihan ha coraggio a raccontare una storia che seppur facente parte del genere horror, è articolato in maniera diversa, quasi un survivor movie, dove vediamo alcune simpatiche scenette tra Molly e il suo inseguitore per non farsi prendere e alcune svolte hanno un'ironia drammatica di fondo.
Un film da un certo lato furbo, perchè autoriale e indipendente, costato poco avendo il deserto come location e due attori e pressochè nessun dialogo a parte i monologhi della protagonista.
It stainds at the sands red, carino il gioco di parole, è sicuramente uno dei film zombie più originali degli ultimi tempi disponendo di una storia semplice quanto funzionale.
Riesce ad essere insieme divertente, a tratti drammatico e quasi patetico (contando che si empatizzerà molto con lo zombie) per un primo atto e un finale che rimangono i momenti migliori.

Who's watching Oliver


Titolo: Who's watching Oliver
Regia: Richie Moore
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il solitario Oliver vaga di notte senza meta per le strade della città. Intrappolato in una vita umiliante e frustrante in cui riesce a reagire solo con la violenza, Oliver trova nella dolce ed ingenua Sophia un’ancora di salvezza. Con lei il triste e squilibrato killer cercherà di mantenere il controllo…

Who's watching Oliver è un altro malato film che mostra un protagonista vittima di disturbi mentali con un rapporto ossessivo compulsivo nei confronti della madre che lo guarda da uno schermo consumare rapporti e affettare ragazze per cui prova dei sentimenti.
Uno slasher splatter in parte con scene davvero esplicite nei nudi e nel sangue quando mostra sopratutto le scene di torture ai danni delle povere malcapitate.
Il fatto che la pellicola sia indipendente oltre ad essere l'esordio di Moore, di sicuro apporta alcuni piacevoli accessori al film e riesce a metterlo in scena con alcune suggestive e originali momenti, come il rapporto di Oliver con le coetanee, cogliendo i suoi stati emotivi interni quando prende le "pillole" sondando il rapporto con i problemi mentali generati dagli abusi commessi dai genitori e la loro conseguente connessione con la sfera emozionale con cui Oliver ha molta difficoltà oltre ad apparire in pubblico come un semi ritardato.
Moore riempie immagini di sangue e frattaglie, usa tanta camera a mano oltre che seguire minuziosamente il suo protagonista con tanti primi piani e mezzi busti, rendendo la fotografia sporca dando così ancora più un senso di marcio e sporcizia all'intera pellicola.
Il film purtroppo non riesce ad essere, nonostante gli sforzi originale ad andare oltre quello che ciclicamente mostra senza affossare la critica o sviluppare qualcosa che non sia solo mattanza.
L'incipit e la trama in generale sono troppo debitrici ad altri film o classici di genere.
Oliver è un incrocio tra Bateman e Bates già visto troppe volte al cinema così come l'idea di riprenderlo sempre nella sua maniacalità osservando sempre la sua routine quotidiana, che consiste nell’alzarsi la mattina, lavarsi, prepararsi, fare colazione, infine compiere un giro al mercato e al parco giochi locale prima di selezionare le vittime impasticcarle, legarle e poi ucciderle con l'eco della mamma che incita il figlio a far peggio di quanto può.


Punisher- Stagione 2


Titolo: Punisher- Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

La seconda stagione di The Punisher racconterà del conflitto tra il sempre poco incline al dialogo Frank e il suo ex migliore amico Billy Russo. Russo indosserà la maschera che lo ha reso Jigsaw per coprire il suo volto, sfigurato dallo stesso Punitore al termine della prima stagione. Uno scontro tra due personalità fortemente borderline, entrambe disposte a perseguire i propri scopi senza indugiare granché nella clemenza: l’antieroe Frank nella sua battaglia ultra-violenta alla criminalità di qualunque genere e tipo, Jigsaw (da noi conosciuto anche come Mosaico) nei suoi propositi di vendetta proprio contro Castle.

Il sequel della prima serie tv targata Netflix dell'anti eroe stelle e strisce americano, probabilmente deve aver imparato dalla prima gli errori commessi è così riesce laddove quasi ogni speranza era andata persa.
Prima di tutto gli sceneggiatori hanno avuto una bella pensata. Aggiungere un villain.
In secondo luogo hanno fatto uscire completamente fuori di testa il vilain della prima stagione.
Il risultato è quello per cui abbiamo Castle che deve difendere una ragazza da una setta, una sorta di predicatore con un passato agguerrito e tantissima azione e sparatorie.
Non era difficile ma alla fine ci sono riusciti. Castle è un personaggio fisico, farlo parlare troppo mettendolo al centro di una "disputa" femminile in ospedale non segue la realtà dei fatti.
Al di là dell'azione, la stagione a livello di tematiche affrontate affonda maggiormente la lama su diversi intrecci narrativi e rapporti tra i personaggi senza riuscire però ad avere una psicologia dietro questi, così elementare e stereotipata da renderla volgarmente stupida.
Se The Punisher porta sul piccolo schermo personaggi femminili indipendenti, allo stesso tempo rinforza la dicotomia donna-intelligente e uomo-bruto. Tutti i personaggi maschili della serie reagiscono per istinto o morale, sparando, distruggendo cose o urlando, mentre gran parte delle azioni femminili prendono vita attraverso conversazioni e meditazioni su quanto avvenuto.
Le donne sono subdole, mentre gli uomini prendono la situazione in mano e l'affrontano senza fermarsi a riflettere. Tutto troppo deprimente e tagliato con l'accetta.

Punisher- Stagione 1


Titolo: Punisher- Stagione 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Episodi: 13
Serie: 1
Giudizio: 2/5

Dopo aver vendicato la morte della moglie e dei figli, uccidendo tutti i responsabili, il pluridecorato veterano del Colpo dei Marine Frank Castle - che a differenza degli altri vigilanti a Hell's Kitchen non ha super poteri ma può contare su una enorme forza fisica, una insormontabile forza di volontà, un'ampia conoscenza delle armi ed eccellenti doti tattiche - scopre un complotto che non coinvolge soltanto la malavita di New York, ma ha radici ben più profonde. Ormai noto nella Grande Mela con l'appellativo The Punisher, Frank deve scoprire la verità su ingiustizie che non riguardano solo la sua famiglia.

Frank Castle che non spara per più di un episodio o non prende a mazzate qualcuno è un peccato.
In più non rispecchia l'indole di questo anti eroe diventato una pietra miliare tra la galleria dei personaggi più cazzuti della Marvel. La fortuna è stata anche quella di indovinare un volto che desse enfasi e sostanza al personaggio con la scelta del buon Jon Bernthal, un attore molto fisico e istintivo che in questo caso aggiunge carattere e muscoli al personaggio.
Il problema di questa prima stagione che dura la bellezza di 13 episodi da un'ora è quella di faticare a ingranare. Manca quasi del tutto l'azione. I personaggi che entrano ed escono, anche se non sono molti, non sono poi così male in particolare Russo, il quale però come lo stesso Frank, ad un tratto sembrano arrivare al capolinea per quanto l'indagine sia inconsistente e i punti deboli siano sempre maggiori. L'antagonista fatica a prendere vita e quando lo fa viene alimentato per ben due stagioni, lasciando spazio a Jigsaw quando i villain del Punitore sono tanti e aspettano solo di essere tirati fuori dalle pagine dei fumetti.
Frank Castle è stato caratterizzato di più e meglio nella seconda stagione di DAREDEVIL di cui questa è uno spin-off. Ho detto tutto.
The Punisher, si basa sul personaggio omonimo della Marvel Comics creato da Gerry Conway (testi), John Romita Sr. (disegni) e Ross Andru (disegni), e così battezzato grazie al contributo dalla leggenda dei fumetti Stan Lee, apparso per la prima volta nel 1974 sul numero 129 di The Amazing Spider-Man.

Dominatori dell'universo


Titolo: Dominatori dell'universo
Regia: Gary Goddard
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il malvagio Skeletor, despota del pianeta Eternia, vuole impadronirsi di tutti i regni delle galassie. Per raggiungere il suo scopo imprigiona la Maga Benevola. Per liberarla partono l'eroe He Man e i suoi fidi con la chiave cosmica inventata dal nano Gwildor. Ma un errore li fa precipitare sulla Terra dove incontrano Julie e il suo ragazzo Kelvin che sono entrati in possesso della chiave cosmica. Dopo un epico duello tra He Man e Skeletor, il bene trionfa.

Nemmeno da piccolo ero un fan di He Man. Dei cattivi però sì, come quasi sempre quando scopri una galleria di mostri venuti da altri pianeti. E poi c'era la tigre.
Qui dobbiamo scegliere da che punto di vista sviluppare la recensione. Goddard è stato troppo sfortunato e dopo questo flop ha girato roba ancora più misera per essere poi definitivamente abbandonato.
Allora il nostro Lundgren, uno dei padri dei film di serie b, girava in quel fortunato periodo grazie ad un fisic du role invidiabile, sotto prodotti come quello del punitore e altre tamarrate comunque da vedere e solo in alcuni casi da riscoprire.
Qui tanti limiti erano dettati dal budget, sulla scelta di un cast che mostrava e regalava interpretazioni spesso al limite del ridicolo dove forse l'unico a salvarsi, sempre nel territorio del trash, era Langella in un inquietantissimo Skeletor (merito anche del bellissimo trucco, studiato da Moebius). Il problema era che il film, quando venne sviluppato, aveva come target brufolosi adolescenti che guardavano i cartoni, anch'essi brutti, e che non avevano mai invece letto il fumetto originale da cui è tratto. I veri destinatari volevano essere gli adulti, come di nuovo in questi anni stanno dimostrando.
Combattimenti coreografati in modo molto superficiale (sembra di vedere il combattimento finale tra David Lo Pen ed Egg Chen nel tempio) e poi ridateci il mitico castello di Grayskull e la cittadella del serpente dimora del terribile Skeletor.
Qualcuno lo ha definito i dominatori del trash, un film talmente brutto e sconclusionato da fare un testa coda e diventare un capolavoro.


Bao


Titolo: Bao
Regia: Domee Shii
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Come ogni mattina una donna si alza dal letto e subito prepara il pranzo che il marito porterà a lavoro: deliziosi “sream bun” (quelli che chiamiamo ravioli al vapore) di cui è maestra indiscussa. Dopo che l’uomo è uscito, nel silenzio della casa vuota, la donna si appresta ad assaggiare la sua arte quando il bocconcino che sta per ingoiare improvvisamente prende vita, come un neonato. Spinta dal suo istinto materno, la donna inizia ad accudire il piccolo e vederlo crescere giorno dopo giorno.

Forse qualcuno avvezzo al cinema di genere, si ricorderà certo il mediometraggio girato da Chan per i THREE OF HORRORS come mediometraggio e poi il lungometraggio, l'inquietante DUMPLING.
L'idea era che i ravioli cinesi fossero in realtà dei feti e mangiarli aiutava le persone a vivere più a lungo. Qui in comune c'è solo il raviolo. La Pixar allarga come la Disney il suo controllo e chiama questa interessante regista cinese a tessere la sua appassionante storia di pochi minuti.
Tutto il corto è un'appassionante allegoria sul rapporto tra una madre e un piccolo raviolo come a sostituire il figlio ormai grande partito per gli studi.
Il piccolo che cresce, la sua voglia d'indipendenza, i legami che crea con la famiglia (in particolare con la madre) e alla fine il ricongiungimento sono i temi su cui si sviluppa il cortometraggio.
Un'opera che ancora di più segna il bisogno della Pixar di sdoganare e uscire fuori dai confini per regalare storie nuove e riuscire così ad appassionare un nuovo pubblico.
La Shii coniuga quella da lei vissuta come la Empty-nest syndrome per tutta la durata del corto; il rapporto tra la madre del corto e il piccolo raviolo va a sostituire quello che la donna aveva con il figlio che ha ormai lasciato la casa per iniziare una propria vita. Un fenomeno che soprattutto in Cina è molto sentito.

Chillerama


Titolo: Chillerama
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anche l’ultimo drive-in americano sta per chiudere i battenti. Durante la serata di chiusura, milioni di coppiette parcheggiano le loro numerose auto per assistere alla maratona cinematografica di pellicole dell’orrore talmente rare da non essere mai state proiettate. Ma se, improvvisamente, un pazzo riesumasse il corpo di una sposa cadavere e rimanesse infetto trasformandosi in zombie?

Con tutto il bene che gli voglio e per tutta la libertà e il coraggio di fregarsene altamente di tutto, Chillerama anche se mi sono divertito a vederlo, mi ha lasciato schierato tra i moderati soprattutto contando che tra i diversi episodi, nonostante il fil rouge, ci siano delle importantissime differenze.
Prima di tutto la standing ovation alla location. Il drive-in. Dimora incontrastata di Lansdale.
Poi c'è il virus e infine il trash e tante tette e cazzi che volano.
Detta così dovrebbe essere una sorta di droga per i fan di genere, una vera e propria antologia horror sulla scia di CREEPSHOW, e almeno così appariva prima di veder modificate alcune regole e godere da parte dei registi di una totale libertà che in alcuni casi è stata provvidenziale ma in altri ha siglato un totale imbarazzo.
L'omaggio ai b movie del secolo scorso può essere una possibilità enorme per cambiare le regole dei vecchi classici.
Il migliore in assoluto è il primo, quello girato dal regista del divertentissimo 2001 MANIACS remake di TWO THOUSAND MANIACS. In questo caso l'omaggio è riferito al sotto genere dei monster movie che arrivavano come missili dal Sol Levante.
Wadzilla infatti parla brevemente di un giovane che si sottopone ad una cura per incrementare la forza del proprio sperma che, ben presto, diventerà un mostro che mangia le persone.
"Lo sperma che uccide" è una log line simpatica per un corto divertente che al di là dello stile tecnico, assolutamente senza prendersi mai sul serio, esagera senza mezzi fini per arrivare al climax finale. Infine l'ultimo episodio Zom-b- movie, una parodia di tutti gli stereotipi dei film di zombie degli anni ’70 e ‘80 non esalta, ma strappa qualche risata.
Quelli che pur avendo delle idee godibili, a mio avviso, non hanno alzato la bandierina dell'ok sono stati I was a teenager werebear, orsi omosessuali sulla scia di GREASE, RAGAZZI PERDUTI e HAPPY DAYS e The diary of Anne Frankenstein dove Hitler è il dottor Frankenstein e la Cosa è un rabbino ebreo nerboruto che uccide tutti i nazisti.


Adam and Dog


Titolo: Adam and Dog
Regia: Minkyu Lee
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il paradiso terrestre visto dagli occhi di un cane. Il rapporto con l'uomo, poi con la donna, e infine i primi passi in un mondo sconosciuto e ricco di sorprese.
Minkyu Lee è il regista coreano che in 13' ha realizzato questo cortometraggio candidato agli oscar.
L'animazione è semplice ma incredibilmente funzionale per lasciare spazio alla gestualità e alla mimica facciale (d'altronde non avendo dialoghi diventa indispensabile per capire la dinamica tra i due). Un'opera emotivamente molto forte che non cede facilmente ai buoni sentimenti mostrando attraverso la diffidenza iniziale, l'instaurarsi di un rapporto di amore e fiducia.
Nell'ultima scena, Dog depone il bastone ai piedi di Adamo sorpreso.
Adamo si inginocchia dicendo ad Eva chi è Dog. Eva si inginocchia davanti a Dog e la abbraccia e lo bacia. Adamo ed Eva si allontanano insieme. Si stanno tenendo per mano e così vicini da sembrare una persona sola. Il cane cammina al loro fianco.
Adam and Dog è una metafora e una riflessione sull'amicizia, sull'aiuto e un viaggio di formazione ispirato ai temi salienti dell'antico testamento mettendoli in mano ad un regista coreano

Circo della farfalla


Titolo: Butterfly Circus
Regia: Joshua Weigel
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La storia di Vujicic è triste. Primogenito di una famiglia serba cristiana, Nick Vujicic nacque a Melbourne, Australia con un rara malattia genetica: la tetramelia ovvero privo di arti, senza entrambe le braccia, e senza gambe eccetto i suoi piccoli piedi, uno dei quali ha due dita.
Probabilmente non si aspettava che dalla sua storia nascesse un cortometraggio che ha fatto piangere le platee di diversi paesi in tutto il mondo.

The Butterfly Circus è sicuramente un ottimo cortometraggio con un cast importante, una sontuosa fotografia e una storia tutto sommato che rispecchia difficoltà e timori del protagonista.
Weigel è abile e sfrutta in particolare i sentimenti e le musiche per rendere ancora più sdolcinata e melensa una storia che non aveva bisogno di fronzoli per comunicare quello che doveva.
Il circo allora in questa galleria di freaks piuttosto originali e con un ottimo lavoro di trucco e costumi, diventa quel luogo dove ognuno, in questo caso Vujicic, trova la sua strada diventando da bruco a farfalla e abbandonando così la muta iniziale della pigrizia e dello sconforto.


Reprisal


Titolo: Reprisal
Regia: Brian A.Miller
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob chiede aiuto al vicino di casa, ex poliziotto, James di aiutarlo a rintracciare l'uomo che ha rapinato la sua banca e ha ucciso il suo collega. Il criminale però sembra essere sempre un passo avanti a loro, fino ad arrivare a rapire la moglie ed il figlio del banchiere.

Un altro film di serie b dove le due "star" sono Willis e Grillo. In realtà c'è anche il terzo qui il villain di turno, il bello e dannato Scaech che aveva esordito coi film dell'outsider Gregg Araki per poi finire anche lui in produzioni sfortunate e ruoli identici e detestabili.
Sia lui che Willis ormai campano come possono accettando qualsiasi ruolo in qualsiasi film per qualsiasi produzione. Basta essere pagati.
Grillo poteva chiamarsi fuori da questa porcheria, dal momento che è un attore che si sta costruendo una sua filmografia e si sta soprattutto specializzando nei film di azione e arti marziali.
Questo poliziesco è così brutto da lasciarmi senza parole, cercando di diventare un buddy movie che fallisce miseramente dal momento che avendo una sceneggiatura da denuncia, anzichè provare a tirar fuori un pò di ironia il film fallisce miseramente prendendosi molto sul serio.
Brian A.Miller è uno dei quei mestieranti vagamente di ispirazione ariana e reazionaria che fa film stupidi e molto ingenui dove il tasso di testosterone dovrebbe essere sostituito da sceneggiatori che non vadano a braccetto con la sua ideologia.

mercoledì 20 febbraio 2019

Small apartments


Titolo: Small Apartments
Regia: Jonas Akerlund
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Franklin suona il corno delle Alpi e sogna la Svizzera. Il suo pazzo fratello gli manda le sue unghie tagliate per posta. Uno dei suoi vicini di casa è uno smemorato strafumato, l'altro un ficcanaso burbero che non si fa mancare nulla. Dall'altra parte della strada vive una madre e la figlia quindicenne, che ama guardare dalla finestra, ma nessuno di questi sono il vero problema di Franklin. Il suo vero problema è il suo padrone di casa, che è morto, disteso sul pavimento di linoleum della sua cucina.

Ho amato molto questo film. Nella sotto cultura dell'indie e dei film che nessuno conosce, Small Apartments mi ha fatto ridere, pensare (soprattutto al non sense), viaggiare, e infine scoprire come il cinema è l'arte più incredibile e variabile che esista.
Un piccolo cult da scoprire che si aggira dalle parti di MOTIVATIONAL GROWTH e altre pellicole strampalate, indecifrabili, che raccontano ciò che vogliono prendendosi i loro tempi e regalando di fatto situazioni comico grottesche a profusione e anti eroi che sembrano uscire come palline dalle bocche degli spacciatori.
Quando un protagonista è rozzo, puzza e fa schifo in tutti i sensi siamo nella direzione giusta.
Akerlund sdogana ogni compromesso del non lecito per fare di testa sua e regalare orrore, idiozia, trash, momenti weird, momenti comici esplosivi e follia di ottimo gusto.
Con un cast magnifico che prende gente assurda che non sembra c'entrare nulla e provenendo ognuno da un mondo o una tendenza di fare cinema completamente diverso.
Matt Lucas (quello che fa schifo con le pomate in POLAR), Dolph Lungren in una parte che sembra riciclata a quella di Swayze in DONNIE DARKO, Johnny Knoxville sinonimo di garanzia, Billy Cristal che chissà dov'era finito, James Caan straordinario nella parte del vicino che non si fa i cazzi suoi, e infine Juno Temple e il prezzemolo Peter Stormare nella parte di mr.Olivetti.
Da un lato mi ha ricordato quella piccola perla di GREASY STRANGLER, film che conosceranno solo gli avvezzi al genere e che come in questo caso parla di derelitti, personaggi depressi e quanto mai soli che cercano di andare avanti e trovare un barlume di gioia e speranza negli altri. Utopia?

Taint


Titolo: Taint
Regia: Drew Bolduc, Dan Nelson
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

L’acqua è infetta. Gli uomini che la bevono si trasformano in misogini incazzati con l’unico intento di spaccare le teste alle donne a qualsiasi costo.

Per fortuna che alle volte arriva il trash. Quello devastante, parente della Troma dove tutto è lecito e consentito, quindi cazzi che vengono in faccia, volgarità, odio, violenza a profusione spesso senza un perchè da motivare, oscenità e infine la regola più folle di non fermarsi mai di fronte a nulla.
Negli ultimi anni pochi ci sono riusciti a farmi ridere e schifo allo stesso tempo come ORGAZMO, ONE EYED MONSTER, NIGHT OF THE SOMETHING STRANGE e altri su questo stampo.
L'idea alla base è semplice ma funzionale. I due registi girano un indie che definire low budget vuol dire già qualcosa stra fregandosene del risultato più che soddisfacente.
Taint fa ridere e bisogna vederlo prima di tutto per questo. L'ennesimo esempio di come con due lire si possa realizzare un prodotto indipendente, senza l’aiuto di studi o attori professionisti, che intrattenga alla grande con delle facce da schiaffi e protagonisti improvvisati che adempiono solo allo scopo di fare schifo dall'inizio alla fine. E poi la colonna sonora è subito un richiamo agli anni 80, come il film, palese richiamo alle commedie splatter di quegli anni.
Le scene indimenticabili sono tante e la quantità di cazzi che vengono spappolati, inquadrati e presi in considerazione sono forse il numero più ingente mai visto in produzioni simili.

Ultimo boy scout


Titolo: Ultimo boy scout
Regia: Tony Scott
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un investigatore privato che si crede Philip Marlowe e un ex giocatore di football con la carriera stroncata da una storia di droga si alleano - malvolentieri - per porre fine a un giro di scommesse e di partite truccate.

Il poliziesco alla maniera facilona ma per nulla stupida degli anni'90 ha avuto un discreto successo e ha decretato un suo fascino, una sua collezione di film e ha consacrato alcuni fisic du role.
Bruce Willis è da sempre uno degli attori più sopravvalutati della sua generazione, un cazzaro col mascellone che hai tempi piaceva tanto a Hollywood.
In questo caso il buddy movie siglava la coppiata con il nero che il cinema e il senso di colpa delle lobby americane doveva spammare un po ovunque. Il risultato è una coppiata che non ha fatto fuochi artificiali ma di fatto si è difesa bene, a testa bassa, riciclando luoghi comuni e dialoghi improbabili sempre al limite del consentito, senza arrivare a scrivere qualcosa come ARMA LETALE ma nemmeno film tipo 48 ORE.
Lo sbirro in fondo buono, che qualsiasi cosa deve fare la sbaglia o dimostra di essere un cazzone che fa di testa sua ma dal cuore buono, è la solita piazzata che al botteghino funziona, crea un eroe che dovrebbe essere un anti-eroe ma che in fondo è trainato da quel senso di giustizia e morale per cui si indigna quando il collega fa uso di cocaina ma poi uccide senza guardare chi ha davanti.
In questo caso il problema o il limite del film è dato dall'inconsistenza e dal fastidio che può creare Damon Wayans.
Al di là dei gusti personali e dei pareri, uno dei film più chiacchierati di Scott, rimane un solido action-movie in cui l'ironia è compagna della violenza in situazioni come sempre ai limiti dell'assurdo.


Alita


Titolo: Alita
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il dottor Dyson Ito vive ad Iron City nel 2563, trecento anni dopo la "caduta", e ripara cyborg nella propria clinica. In cerca di componenti perlustra la discarica, dove cadono i rifiuti dalla città sospesa in cielo di Zalem, e qui trova la parte centrale di una ragazza cyborg, che decide di innestare nel corpo, mai utilizzato, che aveva preparato per sua figlia Alita. La ragazza non ha memoria di sé, ma è un cyborg avanzatissimo, di una tecnologia perduta e progettata per la battaglia. È infatti combattendo che lentamente riaffiorano le sue memorie, così decide di entrare tra i cacciatori di taglie della città e poi nei ferocissimi tornei di Motorball. Si innamora inoltre di un ragazzo umano, che sogna però di raggiungere Zalem, luogo da cui una forza sinistra sembra essersi interessata ad Alita.

Alla fine ho guardato i titoli di coda e ho letto che il regista è Rodriguez. Non ci potevo credere.
Mi aspettavo Barbarella da Rodriguez ma non un prodotto senz'anima come il film in questione.
Alita è un film sci fi d'intrattenimento che cerca di cogliere alcuni importanti passi avanti della nostra società sposandoli con la robotica, il futuro distopico, qualcosa che ricorda vagamente cyber e steampunk, visto che siamo nel 557 del calendario Sputnik(2533 a.c, 26° secolo), nella Città Discarica della Terra.
Queste le premesse in un film che fin dall'inizio sembra non interessarsi alla storia, raccontando una favoletta che non si discosta molto da alcuni recenti film di genere teen e per le famiglie con produzione mega galattiche e risultati altalenanti (purtroppo anche talenti come Bloomkamp hanno appurato questa strana equazione).
Un film da cui ci si aspetta sicuramente una storia sontuosa che non venga riciclata come se fosse di fatto una porcheria per famiglie (ridateci il QUINTO ELEMENTO a questo punto) e la richiesta viene delusa forse perchè non pensavo in primis ad un antologia, forse perchè non ho mai visto Walz prendere così le distanze da un personaggio (il suo è ridicolo quando prova a fare il giustiziere in giro, il Geppetto della discarica), e ormai sdogana questa sorta di circo fumettistico dei co protagonisti (Connelly più invecchia più acquista fascino e Ali è uno dei neri del momento che bisogna spalmare ovunque) dove si cerca lo stile e la classe a discapito di una caratterizzazione spesso lacunosa e stereotipata (l'androide che perde e migliora per continuare a perdere non si può più vedere) e infine vi prego non fate più recitare Keaan Johnson che sembra il fratello minore ma più mongolo di Gosling.
Purtroppo Alita non è un grande esponente di questa sorta di contaminazione tra manga e film come è successo non molto tempo fa con il terribile GHOST IN THE SHELL o con altre baracconate come MACCHINE MORTALI.
Purtroppo questa contaminazione tra Usa e Sol levante proprio non funziona. Peccato perchè Rodriguez è uno che ci sa fare, capace di far prendere il via a progetti complessi e discutibili, ma qui sembra tutto scivolare via come se guardassimo uno show ineccepibile a livello di maestrie e computer grafica, ma che su tutto l'altro versante trasmette un vuoto cosmico che paralizza il cervello portando a interagire con il deretano e chiedere quanto tempo manca all'espulsione.



You might be the killer


Titolo: You might be the killer
Regia: Brett Simmons
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il consigliere di un campo estivo, Sam (Kranz), deve fuggire da un killer mascherato che si aggira nel luogo in cui lavora. Invece di chiamare la polizia, chiama la sua amica Chuck (Hannigan), un’esperta di film slasher, per aiutarlo a sopravvivere alla notte. Sam e Chuck lavorano così fianco a fianco per riempire gradualmente le lacune per vedere come è arrivato al punto in cui si ritrova, solo per realizzare che, proprio come suggerisce il titolo del film, Sam stesso potrebbe essere il killer!

Vi ricordate CABAL il capolavoro letterario di Barker e girato poi dallo stesso Barker.
Beh al di là di essere un cult, il film ragionava molto sulla figura del serial killer e sull'importanza della maschera. In quel caso il villain era Cronemberg in un personaggio davvero caratterizzato molto bene. Per alcuni aspetti il bisogno e il voler indossare qualcosa che porterà a liberare una parte violenta e sadica, è uno dei perchè che l'ennesima baracconata di Simmons cerca di descrivere. Il suo è un cinema difficile da sopportare e digerire come i precedenti ANIMAL e HUSK due porcherie da cui prendere subito le distanze.
In questo caso cercando di fare una satira degli slasher movie anni 80, il film cercava in primis l'ironia che fallisce malamente. Tutto il resto ha senso quasi come la collega del protagonista che dall'inizio alla fine rimane con lui al telefono a spiegargli passo per passo dove si trova e cosa sta per succedere...tremendo