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martedì 30 aprile 2019

Old man and the gun


Titolo: Old man and the gun
Regia: David Lowery
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Forrest Tucker è un rapinatore di banche che si potrebbe definire seriale. A 77 anni e dopo 16 evasioni, anche da carceri come San Quintino, non ha smesso, insieme a due soci, di organizzare dei colpi decisamente originali. Utilizzando il suo fascino e con tutta calma, senza mai utilizzare un'armi, continua a visitare banche e ad uscirne con borse piene di dollari. C'è però un poliziotto che ha deciso di occuparsi di lui.

Quasi nessuno ricorda Ain't them bodies saint. Un film purtroppo passato in sordina che mostrava già in maniera ineccepibile il talento di questo giovanissimo regista. Sembrava quasi di leggere tra le pagine di McCarthy un manipolo di personaggi disillusi e in cerca di qualcosa che forse non troveranno mai.
Da quel film che finora rimane la cosa più bella che ha fatto, devo dire che il talento di Lowery non è decollato come avrei immaginato. Forse sono state le scelte fallimentari, forse il fatto di non essersi ritagliato un certo tipo di cinema (come altri colleghi di recente hanno dimostrato) o forse perchè ancora una volta a decidere il futuro del regista sono state le major.
Old man and the gun è un film certo interessante, spezza una lancia ancora poco abusata nel cinema rispetto ad un modo di rapinare le banche raffinato ed elegante, e da lustro e gloria ad un grande attore come Redford che dimostra alla sua età di essere un figo della madonna.
Il problema del film è che il finale viene già rivelato durante la narrazione, il detective (Casey Affleck ormai possiamo definirlo l'attore feticcio di Lowery) conduce un'indagine con il suo classico stile pigro e scazzato, il resto della compagnia di Forest Tucker è affidato a due veterani come Danny Glover e Tom Waits e Sissy Spacek dimostra come una grande attrice a qualsiasi età avrà sempre qualcosa da dire.
Più che un film sembra il manifesto di un attore. Redford ha dichiarato che non comparirà più sul grande schermo ponendo fine di una carriera, di un'epoca, di un immaginario che lo vede ancora protagonista a 82 anni.


Inside Man


Titolo: Inside Man
Regia: Spike Lee
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo dichiara, faccia sullo schermo, occhi puntati verso lo spettatore, che farà una rapina straordinaria. Una super-rapina. Roba da film. Dice di essere un "grande", d'averla progettata per bene, nei minimi particolari. Perché lo fa? Perché lo sa fare...

L'heist movie è un sotto genere abbastanza insolito per l'outsider americano. A dire il vero sembrerebbe in tutto e per tutto un film su commissione se pensiamo alle solite tematiche dell'autore come il razzismo, le differenze culturali, etc. In realtà il film in questione al di là dell'innegabile mano dell'autore che riesce a mettere in scena diverse storie, è quello di aver ancora una volta inserito una polemica mica da ridere chiamando in causa proprio la comunità ebraica.
Anche se è facile prendersela con ebrei e nazisti (un espediente che assicura sempre un certo successo) in questo caso la polemica è proprio sui banchieri ebraici e la responsabilità di alcuni di loro ad aver aiutato le SS a trovare e nascondere i beni preziosi di importanti e ricche famiglie ebree durante l'Olocausto.
E'così tutto il mistero del film, tutta la suspance che crea il leader della banda Clive Owen inseguito dal detective Washington, dal poliziotto Dafoe e dall'avvocato Foster diventa presto una corsa a difendere i propri e gli altrui interessi, dove in realtà a nascondersi sono proprio quelli che non ti aspetti in un film molto pianificato che cerca come un conto alla rovescia di incastrare tutto a meraviglia riuscendoci anche se con qualche forzatura e puntando tutto sul climax finale dove gli interessi del ladro non coincidono cn il denaro come qualsiasi rapina farebbe credere..



domenica 28 aprile 2019

Avengers-Endgame


Titolo: Avengers-Endgame
Regia: Russo
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In seguito alle azioni di Thanos nel precedente Avengers: Infinity War la popolazione dell'intero universo è stata dimezzata e tra i caduti c'è stato anche Nick Fury. Ma prima di morire questi è riuscito a lanciare un messaggio nello spazio alla potentissima Capitan Marvel, che tornata sulla Terra e di fronte a un gruppo di Avengers afflitto dalla sconfitta e dal lutto, vuole prendere le cose in mano.

Penultimo film della terza fase dell'universo Marvel. Ultimamente siamo inondati da universi diversi nel cinema o fenomeni culturali titanici, una cultura pop sempre più intensa che come in questo caso non ha mai puntato così in alto, 11 anni di storia per 21 film e oltre 44 ore di intrecci narrativi definito dall'Hollywood Reporter come "la cosa più vicina , tra quelle create nel mondo moderno, alla mitologia greca".
Che piaccia o no, un traguardo cinematografico così imponente è senza precedenti.
Ed è in questa condizione che ritroviamo i sopravvissuti del capitolo trascorso.
Girarli ambedue contemporaneamente deve essere stato enormemente complesso soprattutto per chi non si è fatto mancare nessun collegamento con i film passati ( e non parlo solo di Avengers-Infinity Wars ) basta pensare alla scena nell'ascensore di Cap, o altre simili sparse per tutta la prima parte omaggiando svariati film nello stesso universo.
Tre atti, tre macro capitoli, tutti scanditi in maniera profondamente disparata sia per forma che per intenti.
Sconfitta/Fallimento-Rinascita-Scontro/combattimento finale. Come tutte le strutture archetipiche anche qui i temi su cui ci si sofferma di più per ovvi motivi sono quelli del sacrificio e del fallimento.
Il film apre con una famiglia, quella di Occhio di Falco, che viene divisa e finisce con un altro importante momento dove vediamo tutti assieme finalmente uniti (quella stessa grande famiglia in cui più di uno decide di sacrificarsi). Dunque la famiglia, i legami, sono l'elemento più importante su cui vengono diramate le azioni e le scelte dei personaggi, quegli stessi legami che all'inizio del film vedono gli Avengers divisi ma che non aspettano altro di tornare assieme.
I viaggi nel tempo. Era logico e scontato che ci fossero. Il Regno Quantico era già materia trattata e d'altronde era impossibile aspettarsi un'altra linea narrativa. Vengono sfruttati bene, anche se l'inghippo di come arrivarci, arriva ancora una volta in maniera piuttosto affrettata con Stark che sembra destarsi da un sogno e capire in pochi secondi come costruire il meccanismo e Cap e Peggy Carter che difficilmente hanno potuto vivere in tutti quegli anni senza alterare nessun evento.
Uno stratagemma narrativo non particolarmente originale.
I combattimenti. Sono centellinati nei primi due atti (il precedente film d'altra parte ne ha concessi tanti) per arrivare a quello finale che mette tutti a tacere, confermando abilità, gestione di troupe sofisticatissime, e l'aver inserito tutti i personaggi (ma proprio tutti)
Endgame ha sì una storia interessante, complessa, insensata, multiforme, dove dal secondo atto i gruppi si divideranno per cercare le gemme nelle location che abbiamo già scoperto nel precedente capitolo.
Cerca rispetto al primo di inserire molta più ironia soprattutto nei dialoghi e in alcune slapstick (funzionando bene in alcuni casi mentre inciampa ripetendosi troppo con altri ad esempio Thor) finendo per concentrarsi su alcuni personaggi mettendone da parte altri e senza infine spiegare alcuni dove siano finiti (Loki)
Infine cita il suo stesso universo e riprende i diktat lasciati aperti chiudendoli nella maniera più epica possibile (forse pure troppo)
Il cast. Anche qui l'operazione è stata ambiziosa per aver avuto il numero più alto di star mai viste in un film.
Ritmo. Rispetto al film precedente, seppur la materia da trattare sia molto meno concitata, non ci sono paragoni. In questo caso l'effetto stiracchiamento è palese anche se ciò non comporta un calo dell'attenzione ma di sicuro il fatto che i combattimenti e l'azione sia drasticamente diminuita si fa sentire.
Personaggi. Era ovvio che su alcuni ci si concentrasse di più, ma proprio su questi come ad esempio Captan Marvel, sfruttata pochissimo, converge in maniera disarmonica con il resto degli Avengers arrivando dalle retrovie quando ormai il peggio è passato e in maniera peraltro drastica senza nessuna spiegazione.
Tutto questo porta a più di tre ore di film che viaggiano senza ripensamenti, cali drastici o sotto storie marginali. Alla fine quello che si pensava dovesse succedere è accaduto.
Dal momento che tre dei sei Avengers originali non ci sono praticamente più, ognuno ha scelto la propria strada, il proprio destino, rimanendo attaccato ai cari del passato o scegliendo gli "Imrama", viaggiando così per il resto della propria vita a caccia di mondi diversi esplorando viaggi meravigliosi.


Donnybrook


Titolo: Donnybrook
Regia: Tim Sutton
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

L'ex marine Jarhead è un padre disperato, disposto a tutto per sfamare i suoi figli. Combattente formidabile, vede un'occasione unica per migliorare la sua vita nel Donnybrook, un torneo di pugilato che mette in palio un cospicuo premio in denaro. Angus, leggendario pugile dei combattimenti clandestini, ha invece appeso i guanti al chiodo da tempo, dedicandosi con la sorella Liz alla produzione di metanfetamina. Per entrambi, il Donnybrook rappresenterà il luogo della loro perdizione o della loro redenzione.

Donnybrook è un film che picchia duro. Per tutto il film il dramma diventa ancora più evidente della mattanza finale dove vediamo una rissa che da tempo il cinema si era presa una pausa dal voler mostrare con tanto impegno.
Un allevamento intensivo di disperati pronti a uccidersi a mani nude in una gabbia che probabilmente veniva usata per i combattimenti clandestini tra cani.
Qui ci troviamo nell'America più buia, quella fatta di camper e baracche, dove si muore per la droga o per lo spaccio ma la vita non sembra offrire altro.
Il film inizia imperniato nello squallore, in un'atmosfera che sa già di morte e si respira deserto e brutalità per tutto lo scorrimento del film.
Tim Sutton ama la tragedia e il film ne è un compendio interessante contando che il suo film precedente Dark Night pur essendo un film importante sull'uso e le conseguenze delle armi in America non mi aveva entusiasmato.
Qui per la droga e gli interessi si arriva a fare di tutto, uccidendo membri della propria famiglia, facendo prostituire la propria ragazza e allo stesso tempo annichilendola sputandole in faccia e dicendole quanto faccia schifo.
Ecco è proprio lo schifo della vita in cui Sutton ci fionda senza salvare nulla nemmeno i più piccoli. Tutti fanno una brutta fine, soprattutto chi non è in grado con le mani di difendersi, sposando per certi versi la politica nichilista di Zahler dove anche salvandosi dopo aver spaccato una mascella a mani nude per vendicare il proprio figlio, ci si rende conto che aver perso tutto il resto comporta un'ulteriore stato di morte e paralisi.
Il film è tutto sulle spalle di due attori che ultimamente stanno tornando in auge. Il protagonista Jamie Bell (un padre così disperato non si vedeva da tempo) e Frank Grillo mai così cattivo.



Preda perfetta


Titolo: Preda perfetta
Regia: Scott Frank
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Matt Scudder è un ex-poliziotto con alle spalle anche un passato da alcolista. Vite entrambe archiviate, la New York che vive adesso la vede sotto gli occhi di un detective irregolare (non ha la licenza), sempre attratto dal sottobosco, in questa sua lotta costante al crimine seppur al limite della legalità. Un giorno Scudder incappa nell’efferato omicidio di una ragazza, ritrovata a pezzi in un laghetto: da quel momento parte la sua caccia al killer. Anzi, ai killer.

Il detective Matt Scudder che vanta al suo attivo diversi romanzi di genere, è l'ennesimo di una nutrita serie di detective abbastanza gregari nel comparto hollywoodiano senza guizzi di scrittura o una psicologia alla base che lo renda diverso o banalmente originale.
I punti saldi di questa scrittura sono evidenti e forzati oltre a nascondere intenti reazionari poco condivisibili. Come tanti altri cugini, diventa presto un melodramma imbracciando armi e bandiera americana risultando quasi sempre sopra le righe diventando quel thriller scialbo che commette svariati passi falsi in termini di credibilità della storia e di coesione narrativa.
Diventa metaforicamente come un videogioco in 2d dove anche a occhi chiusi dopo averci giocato tanto e averne visti troppi simili, sai bene dove saltare e dove fermarti prima di un burrone.


lunedì 22 aprile 2019

Shazam


Titolo: Shazam
Regia: David F.Sandberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Thaddeus è un bambino trattato con freddezza dal fratello maggiore e dal padre, finché non si ritrova improvvisamente in una caverna di fronte all'antico mago Shazam, che lo mette alla prova. Si fa però tentare da sinistre presenze e fallisce il suo test, così continuerà a vivere ossessionato dall'occasione che ha perduto. Dagli anni 80 si arriva ai giorni nostri, quando Thaddeus finalmente riesce a ottenere terribili poteri, ma il mago a sua volta trova un giovane a cui donare straordinarie capacità. Quando questi dice Shazam acquisisce infatti la saggezza di Salomone, la forza di Hercules, la resistenza di Atlante, il potere di Zeus, il coraggio di Achille e la velocità di Mercurio.

Era da tempo che un film Dc non mi divertiva. I film dei super eroi quando non cercano di prendersi troppo sul serio come ultimamente sta succedendo devono assolvere questo compito, divertire. Shazam è il migliore film della Dc degli ultimi anni, decisamente superiore a tanti goffi tentativi di spolverare una casata che stava soccombendo sotto il peso titanico della Marvel.
Wonder Woman e Aquaman non valgono la metà del film di Sandberg.
La Dc ha forse capito che togliendo lo scettro del potere a Snyder si è accorta di quanti sceneggiatori in gamba, colti e straordinariamente nerd esistevano in circolazione.
Shazam deve tutto al suo saper sposare un'ironia travolgente e tantissima azione.
Dura 132 minuti e non pesa. Il protagonista deve tenere per tutto il film una smorfia da bambino e funziona, così come funziona il suo approccio ai super poteri (cerca di divertirsi e ne combina delle belle come accadeva tempo addietro a Peter Parker). Poi attenzione quando si pensa che sia solo per ragazzi. Gli sceneggiatori, abili ancora una volta, mettono in scena alcuni elementi non da poco
(il villain uccide prima il fratello e poi il padre) la violenza non manca e i dialoghi sono irriverenti, sboccati e ironici, con tante parolacce ma cercando di essere meno volgari di un Deadpool qualunque.
Sandberg arriva dall'horror e si vede proprio nelle scene più tetre e buie del film. Non mancano citazioni a profusione, evito di spoilerarle, ma alcune sono davvero succulente.
Si potrebbe quasi girare una soap opera sulle peripezie giuridiche che hanno imperversato su questo progetto infatti tratta uno storico personaggio a fumetti nato per la Fawcett Comics nel 1939 con il nome di Capitan Marvel e poi passato alla DC Comics, dove ha perso il nome originario che è finito alla Marvel Comics. Nel film non si contano le battute sul nome da supereroe di Billy una volta trasformatosi, senza che si arrivi mai a chiamarlo Capitan Marvel. Basta essere dei nerd come il sottoscritto per ricordarsi le battaglie del secolo Marvel vs Dc (che non è detto che non vedremo in futuro) per non ricordarsi l'epico scontro tra Thor vs Capitan Marvel.



sabato 20 aprile 2019

Dragged across concrete


Titolo: Dragged across concrete
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Brett Ridegman e Anthony Lurasetti sono due poliziotti sospesi dal servizio dopo che un video li ha immortalati e diffusi in rete mentre si accanivano con troppa brutalità su un arrestato. Le loro vite in frantumi, avare di soldi e piene di difficoltà, oltre che private del lavoro di una vita, li spingono a volersi fare giustizia da soli, nel tentativo di accaparrarsi un’illecita somma di denaro nella maniera più brutale e fuori legge possibile.

Al suo terzo film, S.Craig Zahler dimostra decisamente di essere uno dei registi più interessanti sulla piazza. Finora la sua filmografia si è rivelata unica nel suo scopo ovvero quello di darmi ripetuti cazzotti allo stomaco e ci sono delle scene di Brawl in cell block 99 che ancora sono lì pronte a tormentarmi.
Forse è il poliziesco più lungo della storia del cinema, almeno di quello che mi venga in mente facendo un sunto degli ultimi vent'anni. Un poliziesco ovviamente desaturato di quasi tutti i colori, le musiche (poche e incisive e composte dallo stesso regista), lasciando la sostanza e mettendo meno mano possibile alla forma.
Un film che nel suo silenzio è capace di trasmettere così tante cose che stento ancora a crederci come sempre anche qui ruotando intorno a uomini duri guidati da codici morali rigorosi (sceriffi, criminali, poliziotti) ma che per un verso o per un altro finiscono sempre per prendere la decisione peggiore possibile e da lì in avanti sarà solo e soltanto un lungo viaggio all'inferno.
Il cinema di Zahler è lento e doloroso, una trappola che mano a mano prosegue abbattendo ogni sfera morale, ogni valore, diventando un gioco perverso dove gli sconti non esistono e si paga sempre con la vita facendo in modo che la tragicità degli eventi sia sempre più asfissiante e ingestibile.
Ancora una volta la violenza grafica anche se in poche scene è inaudita, l'autore arriva dritto al punto, senza giri di parole ma lasciando alla fine con un senso di disorientamento che ancora fatico a credere.




Father's day


Titolo: Father's day
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ahab è ossessionato dalla vendetta, violenta, brutale e indomabile vendetta nei confronti dell'uomo che ha ucciso suo padre. A dargli una mano arriva John, un prete e Twink. Insieme partono per un'epica avventura per trovare questo mostro, Chris Funchman, noto anche come il Killer della Festa del Papà.

Gillespie. Ricordatevi questo nome. Per me era stato già in passato un talento e una sicurezza.
Poi sono arrivate tante cose un po della Troma e altri horror indipendenti notevoli per arrivare poi al top Void, uno degli horror migliori degli ultimi dieci anni.
Si fa tanto il nome di Adam Brook ma il suo contributo rispetto a quello del collega non vale il paragone.
Father's day è tanto Troma, è tanto trash, weird, grottesco, volgare, fratelli che scopano le sorelle e altri elementi che i fan di un certo tipo di cinema ma soprattutto di genere apprezzeranno.
Si ride tantissimo e di gusto. Astron-6, lo scrittore e regista di Father's Day , è in realtà un nome composito di cinque diversi ragazzi, che probabilmente sono cresciuti affittando quei nastri Troma, e sembra che abbiano cercato di assimilare ogni ispirazione che hanno mai avuto da loro in un film.
Qui si parte da un trauma, dal famigerato serial killer Chris Fuchman (sì, pronunciato "Fuck-Man"), che ha ucciso padri per qualcosa come trent'anni nei modi più efferati possibili (alcuni omicidi citano il nostro cinema neo gotico italiano) con un mascherone di gomma tremendo e tutta una serie di accessori che forse non vedrete in nessun altro film.
Father's Day fagocita tutto, motrando senza pudore e senza remore tutto quello che la censura vorrebbe toglierci ma che invece per gli autori della Troma sono diventati il leitmotiv del loro modo di fare cinema. La festa del papà ha l'unico scopo di intrattenere con rimandi a tanto cinema e citazioni (Ahab è la variante scemotta di Plissken) alcune delle quali davvero disgustose.



True Detective 3


Titolo: True Detective 3
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 3
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Arkansas, piana di Ozark, 7 novembre 1980. Una comunità statica e retrograda viene scossa da un fatto terribile, uno di quegli avvenimenti a cui nessuno vorrebbe mai assistere, in grado di devastare una famiglia e di piantare nella collettività il seme del dubbio. Due bambini, fratello e sorella, scompaiono da un giorno all'altro. Tra testimonianze inconsistenti e indizi confusi si fanno strada i detective Wayne Hays e Roland West, che passano al vaglio testimonianze e ipotesi per andare a fondo di una vicenda apparentemente sempre più legata alla pedofilia.
La diffidenza dei membri della comunità cresce, scagliandosi contro i membri più isolati della società ed esasperando un clima di discriminazione e razzismo già molto delicato, che non risparmia lo stesso Hays. A raccontare i fatti avvenuti negli anni ‘80 è proprio Hays negli anni ‘90, dopo la scoperta di nuovi dettagli sul caso, e nel 2015, durante un'intervista per un programma televisivo crime. Il detective è però tormentato da ricordi sempre più evanescenti, la cui veridicità è minacciata dall'avanzare di una drammatica demenza senile.

Va bene. La frase è la seguente è la dicono un po tutti e per quanto non significhi nulla alla fine sembra avere pure un senso. La prima stagione era la migliore (in realtà perchè ha fatto nascere e non resuscitare MacConaughey e messo elementi un po a cazzo del Re Giallo), la seconda (che a me è piaciuta) la meno bella e infine questa terza che è meno bella della prima, ma migliore della seconda (che ripeto mi è piaciuta).
True Detective si dimostra ancora una volta una serie capace di portare sullo schermo un'indagine profonda dell'animo umano e l'esplorazione inquietante di personalità immerse in una società ostile prendendo bambini come merce, bifolchi come concime e corruzione come diserbante.
Dal punto di vista tecnico, questa terza stagione si riconferma un prodotto ben realizzato, dal taglio estetico cinematografico e ricco di performance eccellenti dove ovviamente svettano quelle dei due protagonisti (il buddy col migliore affiatamento in assoluto) e in sostanza diciamolo pure si respira tanta aria di "in parte è già stato visto", cambiando colore della pelle del protagonista, aggiungendo una linea temporale (quella della vecchiaia) e infine cambiando del tutto location.
La terza stagione è uno sfacciato rifacimento della prima, con la differenza che qui i finali sembravano e potevano essere tanti e diversi quando alla fine si è scelta la soluzione più semplice e ovvia. E'vero. Alla fine cambia il luogo, ma non l'ambientazione angosciosa, è diverso il crimine, ma non la sua capacità di scavare nell'animo umano per far emergere il marcio che esso nasconde.



Vampires


Titolo: Vampires
Regia: John Carpenter
Anno: 1998
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Anche all'alba del terzo millennio, i vampiri continuano a sorgere dal fango delle loro tombe a caccia di preda umana. Solo pochi uomini sono in grado di affrontarli e Jack Crow è uno di questi, a capo di un gruppo chiamato Team Crow. In una fattoria Jack e l'amico Tony affrontano e distruggono un nido di vampiri, riducendoli in cenere con i raggi del sole. Ma la vittoria non può essere festeggiata, perché è mancato l'obiettivo più arduo, quello di uccidere il signore dei vampiri, il terribile Valek che ora promette una vendetta selvaggia.

Vampires non è tra i miei film preferiti di Carpenter nonostante sia sempre stato un fan dei signori della notte. In questo caso ho preferito il romanzo da cui è tratto.
L'elemento più interessante del film è sicuramente la location: l'arido deserto americano.
Così facendo l'autore trasporta la vicenda su terreni western on the road, sparatorie a gogò, i vampiri secondo il loro codice di regole (le croci non servono) e in un paio di scene di mattanza dove a farla da padrone è la strage ai danni dei cacciatori da parte del capo Jan Valek.
Vampires è decisamente più moderno, si slaccia completamente dalle atmosfere solite alla Dracula e altri, sceglie dialoghi sboccati e produce azione a tonnellate come qualche anno fa aveva fatto ancora meglio Rodriguez con DAL TRAMONTO ALL'ALBA.
E'un film dichiaratamente laico dove i preti forse non sono mai stati così malmenati come in questo film (viene pestato da Jack Crow almeno due volte), omaggia i generi, e il pessimismo sotto l'ironia sboccata e senza far mancare il legame tra vampiri e fede come a ribadire ancora una volta che i servi della chiesa servono anche altri padroni.
Nonostante sia stato ripudiato un po da tutti e annoverato tra i peggiori film di vampiri, mi sento onestamente di difenderlo a spada tratta (come tutte le opere di Carpenter) per tantissimi motivi alcuni dei quali sono riconducibili al coraggio di aver messo così tanti elementi e rimandi in questo film da farlo diventare tante cose messe assieme e tenute collegate da un'amore per il cinema assoluto volendo ridare ai vampiri i fasti che spettano senza farli sembrare dei dandy effeminati.



Triple Frontier


Titolo: Triple Frontier
Regia: J.C.Chandor
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Santiago è un militare americano con addestramento d'élite che lavora per una compagnia privata in Colombia, dove pianifica un assalto a un ricco narcotrafficante. Per realizzarlo collabora con la bella Yovanna, che svolge alcune consegne per il narcos ed è entrata nella sua villa. Inoltre, con la promessa di evitare vittime civili e di consegnare parte del bottino alla CIA, Santiago torna negli Stati Uniti per reclutare i suoi ex commilitoni, che non se la passano benissimo. William insegna alle reclute, suo fratello Ben combatte nel giro delle MMA, il pilota Francisco è nei guai con la legge e il loro leader, Tom, è divorziato e preoccupato di non poter garantire un futuro sicuro ai propri figli. Santiago avrà gioco facile nel convincerli a partecipare all'avventura.

Triple Frontier è il tipico film che ti piazza una smorfia sul viso prima di vederlo.
Partendo dagli attori: Oscar Isaac ormai è come il prezzemolo nei film (ovunque) funzionale ma nulla più, Affleck ormai è il fantasma di se stesso alcolizzato e gonfio come se lo avessero preso a cazzotti, Hunnam rimarrà sempre Jax nei cuori degli amanti della serie cult ( e finora l'unico ruolo davvero che gli è rimasto impresso), infine Hedlund che sta provando come biondino a ritagliarsi qualche ruolo importante e infine la regia di J.C.Chandor, che diciamolo pure, confeziona il suo film migliore dopo aver dato prova di saper fare del buon cinema con il survivor di All is lost
(Redford contro le forze della natura).
Qui cambia scenario, lo schema è corale, c'è tantissima azione, i cartelli, il mondo della droga, la corruzione, alcune location riprese con una fotografia splendida in grado di risaltarne i colori (parlo del confine tra Paraguay, Argentina e Brasile).
E poi quando ti aspetti l'aspetto perturbante reazionario dietro l'angolo, il film invece fa un rovescio della medaglia dimostrando come i veterani di guerra sono servi usati dal governo per i loro scopi e poi lasciati a invecchiare o morire dentro ospedali o a darsi alla droga o all'alcool.
In questo caso in mezzo ad una giungla senza aiuti e smarriti negli ideali come negli intenti e dove la bandiera a stelle e strisce non serve più, dovranno cavarsela da soli spesso scontrandosi e dovendo purtroppo sapere che mettersi contro un cartello significa morte certa.
Triple Frontier inoltre, altro elemento a favore del film, è stato scritto dallo sceneggiatore, nonchè il giornalista Mark Boal (ZERO DARK THIRTY, HURT LOCKER, DETROIT, NELLA VALLE DI ELAH) praticamente colui che ha reso possibili gli ultimi importanti film della Bigelow, la quale avrebbe dovuto dirigerlo lei inizialmente il film.




Equalizer 2-Senza perdono



Titolo: Equalizer 2-Senza perdono
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Robert McCall, in passato agente segreto, vive ora in un quartiere popolare a Boston, Massachusetts, e si guadagna da vivere facendo l'autista. La sua amica Susan viene incaricata delle indagini su un apparente omicidio-suicidio avvenuto a Bruxelles in coppia con Dave York, un tempo collega di McCall. L'investigatrice viene però attirata in un tranello e a quel punto Robert entra in azione.

Equalizer è sempre stato un progetto stupido fin dal primo capitolo.
Difficile aspettarsi un miglioramento nel sequel voluto da Washington per pagare le ville in giro per il mondo e da Fuqua per stare a galla in una filmografia mai così sbilanciata dove praticamente sta facendo solo il manovale per le grosse produzioni, eseguendo senza arbitrio il volere dei produttori finendo per scomparire come regista e autore.
Il risultato è in parte telefonato, come i personaggi tagliati con l'accetta, Robert McCall è sempre più marmoreo e ridicolo (su tutti il potere del teletrasporto con cui questi protagonisti action sono ovunque, sempre) la sua bontà d'animo che lo porta a prendersi cura di un ragazzo di colore che rischia di finire in giri sporchi (e di nuovo McCall che pulisce i muri dalle scritte omofobe supera il ridicolo) e infine alcuni accenni da film reazionario che non si possono più vedere.
Questo cinema e queste produzioni hanno un seguito importante che non credevo (mettiamo pure nel calderone tutti i suoi cugini dalla saga e i parenti di Taken 3 a Attacco al potere Attacco al Potere 2 Run all Night Gunman) che negli ultimi anni stanno avendo un notevole successo. 
Contribuisce a tale fenomeno lo spegnimento in sincrono di tutti i neuroni dal momento che sono film scritti male che prendono in prestito da un po tutto e alla fine non lasciano nulla se non un accozzaglia di luoghi comuni che sembrano essere i preferiti degli amanti dell'action moderno. In questo caso il messaggio del film è che i veri terroristi siamo noi, con le falle del sistema corrotte come gli uomini del governo, agenti speciali e vecchi commilitoni di McCall e ovviamente toccherà a lui stanarli tutti.

giovedì 18 aprile 2019

Hellboy


Titolo: Hellboy
Regia: Neil Marschall
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Giunto sulla Terra ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti prossimi alla sconfitta si sono rivolti al mago Rasputin per evocare forze infernali, Hellboy è destinato a portare la fine del mondo. Non la pensa però così il suo padre adottivo, il Professor Broom, che l'ha educato per fare di lui il principale agente del BPRD, l'organizzazione di ricerca e difesa contro le minacce soprannaturali. Eppure i presagi si accumulano e la potentissima strega Nimue, tradita da Re Artù secoli fa e ora assetata di vendetta, è prossima a tornare e per fare di Hellboy il proprio Re e regnare su un mondo invaso dai demoni.

Per Hellboy non vale provare a fare un'analisi. Conviene piuttosto dire cosa è piaciuto e cosa no.
Punti negativi: la storia di una banalità sconcertante, Re Artù e Mago Merlino in versione Transformer, i dialoghi e lo sviluppo del villain, i dialoghi in generale, la storia padre figlio e i flash back. Il cinese di Lost che continua ad avere un'espressione in tutto il film. Troppa musica.
Punti positivi: il look di Hellboy (quando prende Excalibur e diventa il signore degli inferi finalmente ci siamo), i mostri (il cinghiale), l'attacco dei mostri sul pianeta terra, la violenza e lo splatter in generale, la baba jaga e la scena in cui vediamo i cadaveri dei bambini, la Jovovich che man mano che il tempo passa si conferma una delle tope numero uno di Hollywood.
I reboot sono sempre una sfida dividendo fan e critica. Del Toro era marcatamente più fantasy e il sangue era centellinato. Ora Marschall per chi lo conosce è uno che non fa sconti.
E'abituato a maneggiare l'horror ma gestisce bene un po tutto quello che gli viene dato.
Ho letto che a livello produttivo ci sono state difficoltà importanti che hanno portato a litigi e scontri in cui si è arrivati anche alle mani. Praticamente i produttori hanno avuto molta più libertà decidendo laddove il regista avrebbe dovuto avere l'ultima parola.
Nell'insieme e soprattutto nel reparto scrittura (il peggiore del film) è palese con un risultato per niente appagante e con la nota dolente che tutto il processo sia stato concepito come una sorta di farsa ridicolizzando l'horror e il sovrannaturale. In realtà ci può anche stare ma qui i wtf superano gli aspetti ironici lasciando piuttosto basiti. Povera stirpe di Oannes!



Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot


Titolo: Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot
Regia: Robert D. Krzykowski
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Calvin Barr è un leggendario veterano della Seconda guerra mondiale che molti anni prima ha assassinato Adolf Hitler: un incredibile segreto che gli causa frustrazione e che non può condividere con il resto del mondo. Un giorno, mentre fa i conti con la sua vita, Calvin riceve la visita dell'Fbi e della polizia canadese. Hanno bisogno del suo aiuto per catturare l'altrettanto leggendario Bigfoot.

Dovrebbe essere un horror ma funziona al meglio nelle scene di rievocazione storica sull'attentato a Hitler, la storia d'amore e infine il suo lato auto ironico dove anzichè mostrare un super uomo a caccia di mostri descrive una persona umile, normale e abitudinaria.
Poi c'è Sam Elliot che tutti ricordano per tanti film ma per me, prima della voce nel film dei Coen, era il co protagonista di Swayze in il DURO DEL ROAD HOUSE con un grandissimo Ben Gazzara, filmetto abbastanza insulso che negli anni dell'adolescenza aveva il suo peso.
Titolo e nome del regista sono troppo lunghi, aggiungo che il film è davvero un esperimento fatto in fretta e furia. Alla fine ci sono così tanti buchi di sceneggiatura che si rimane basiti a vedere tale Calvin che passa da un estremo all'altro arrivando infine a cacciare una creatura che fino a prova contraria sembra essere pure particolarmente piccola per essere il mostro che tutti conosciamo (in realtà sembra un ominide fatto con dei penosi effetti speciali). Manca un filo conduttore e un senso preciso agli intenti del film. Altrimenti è un b movie tecnicamente eseguito bene ma che forse sperava di ritagliarsi un piccolo ruolo di film cult sui mostri, mischiando questo elemento con i nazi che vanno sempre di moda ma purtroppo tutto non fa che finire in un non sense incredibile che aumenta con lil susseguirsi degli atti e delle azioni improbabili del protagonista.



giovedì 11 aprile 2019

Braid


Titolo: Braid
Regia: Mitzi Peirone
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Petula e Tilda sono due artiste che, trasferite a New York per inseguire i loro sogni, sono finite coinvolte nello spaccio e nella prostituzione. Una sera, perdono 80 mila dollari di stupefacenti e hanno solo 48 ore di tempo per ripagare il debito. Pianificano allora di mettere a segno una rapina ai danni di Daphne, una loro ricca amica d'infanzia agorafobica e schizofrenica che vive nel mondo fantastico che le tre hanno creato da bambine. Per rubarle i soldi, dovranno prendere parte al micidiale universo dell'amica, fatto di allucinazioni, giochi di ruolo, torture e omicidi.

Gli horror psicologici non vanno molto di moda, il perchè spesso è riconducibile alla trama, al modo di non essere chiari fino alla fine e non avere uno script adeguato. Braid incappa purtroppo in questo errore mostrandosi fin da subito voglioso di mostrare location e un manipolo di attrici che sembrano crederci fino in fondo. Un primo atto spavaldo, forse la parte migliore, in cui prima di rinchiuderci nella mansione abbiamo scorci delle vite delle due protagoniste tra fughe da appartamenti pieni di droga e viaggi in treno senza biglietto prostituendosi con il controllore (in realtà si fa solo leccare i piedi). Partendo dal principio vi dico che è più chiara la trama di tutto lo svolgimento del film.
I roccamboleschi switch finali per cercare di far tornare tutto in una parvenza di normalità, servono in realtà a rendere ancora più macchinoso tutto il palcoscenico. Nel terzo atto poi avviene ciò che non ti aspetti. Forse intuendo che diversi elementi non funzionano o non tornano, si punta tutto su un colpo di scena che rovina quel poco che poteva funzionare. Vi lascio con le parole di Peirone che credo non si renda forse bene conto del risultato finale della sua opera.
"Braid" rappresenta tutto ciò che temo. "Braid" è l'orribile abisso che si snoda tra realtà e sogni, tra chi siamo e chi vogliamo essere. L'oscura essenza ancestrale di noi stessi, di ciò che ci circonda, della nostra mente, delle nostre azioni e dei nostri desideri. Cosa succede quando la fantasia e la realtà diventano una cosa sola. Cosa succede quando ci rendiamo conto che tutto ciò che ci circonda è esattamente ciò che abbiamo immaginato. La realtà come estensione dei nostri pensieri, in un mondo in cui si inventa la maggior parte di tutto: società, nomi, lavoro, filosofie, religioni, confini geografici, tradizioni, tempo. Siamo adulti che giocano a fare finta. Siamo le ombre dei nostri stessi sogni. "Braid" è il viaggio metaforico da incubo di tre eroine che si avventurano nel mondo sotterraneo delle loro stesse paure, dubbi e ambizioni insoddisfatte. Questo paese delle meraviglie infernale le tiene intrappolate, proprio come lasciamo che i nostri fantasmi psicologici ci tengano prigionieri del mondo inventato che abbiamo creato strategicamente per noi stessi. Per stare al sicuro nelle nostre piccole macchinazioni. Per impedirci di immergerci nell'ignoto sconfinato, dove tutto dipende da noi. "Braid" è stato concepito per aiutare le persone a vivere meglio, cambiando la loro prospettiva sui propri sogni e il potere dell'immaginazione.



Burning



Titolo: Burning
Regia: Tony Maylam
Anno: 1981
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Uno scherzo goliardico, da parte di alcuni giovani campeggiatori ai danni di un poveraccio, si tramuta in tragedia poiché l’uomo rimane orrendamente ustionato. Ricoverato in clinica, anni dopo il disgraziato viene rimesso in libertà e, inutile dirlo, il suo primo pensiero è quello di macellare quanti più teenagers possibili in spensierata vacanza...

The Burning è quel piccolo gioiellino slasher inedito da noi con diversi elementi interessanti, tanto sangue inaspettato, alcune scene di carneficina cruenti, Tom Savini dietro tutto assieme ai Weinstein, è un'idea che sembra mescolare VENERDI'13 e NIGHTMARE
Maylam a tutti sembrerà uno sconosciuto e infatti quando girò questo slasher fu proprio così ma siete costretti a ricordarvi questo nome dal momento che anni dopo girerà quella perla di Detective Stone, b-movie che col tempo è diventato un importante film di genere.
Burning ha saputo guadagnarsi un certo successo tra gli appassionati se non altro per aver piazzato e rinsaldato alcune regole sul genere e averne cambiate altre come forse la scelta più importante di non avere una vera e propria final girl ma invece di giocare a mosca cieca con la mattanza dei protagonisti. Vengono tutti disegnati molto bene, aderiscono infatti ognuno ad uno stereotipo, il sesso non manca, le scene di nudo neppure, facendo sì che nella sua raccolta il film dimostri di aver seminato molto più di quello che per l'anno in cui è uscito ci si poteva aspettare.
Una vera sorpresa da andare a recuperare e analizzare con tutte le conoscenze soprattutto legate ad un nuovo millenio non esaltante per questa sotto categoria dell'horror.
Burning per essere del 1981 è ancora incredibilmente al passo coi tempi



Dirty Shame


Titolo: Dirty Shame
Regia: John Waters
Anno: 2004
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sylvia è una donna di mezza età, sposata e totalmente assorbita dalle faccende di casa, che si nega alle gioie del sesso. L'incontro con Ray-Ray Perkins muterà radicalmente la sua apertura nei confronti della carnalità.

John Waters è uno dei registi che mi ha regalato più sensazioni e adrenalina per quanto concerne la settima arte. Facente parte della vecchia scuola, diciamo che lui, l'esercito della Troma e pochi altri registi hanno saputo essere così sfacciatamente in grado di regalare tutto ciò per cui il pubblico adora il trash. Quando da noi si parlava o aveva successo la commedia scollacciata, che non ho mai amato, non facevo che prendere le distanze per appiopparmi quelle che considero le vere commedie scollacciate dove tette, sesso e tutto il resto diventano le vere protagoniste distruggendo ogni tabù e puritanesimo e facendo incetta di eccessi e contraddizioni.
Un film divertentissimo, con un ritmo straordinario e un cast al suo meglio nel non prendersi sul serio e nel cercare pur esagerandone i toni e le maniere di continuare una battaglia che in quasi tutto il suo cinema diventa una regola e una missione, ovvero la battaglia tra puritani e sessuomani, metafora di una società che Waters da questo punto di vista ha sempre definito preistorica e dove la religione ha sempre assunto un ruolo decisivo.
Spesso la critica maggiore mossa all'autore è quella di essere esagerato nelle scelte e nella messa in scena, ma d'altronde in un paese che pone il massimo divieto, come la censura americana, il fatto che Waters sia tornato alla sua vena più dissacratoria con un'insistenza esplicita che da tempo mancava non può che aumentare e di nuovo provocare la sua idea di cinema in un America sempre più bigotta, conservatrice e moralista.


Captan Marvel


Titolo: Captan Marvel
Regia: Anna Bodek, Ryan Fleck
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Vers vive su Hala, capitale dell'impero galattico e militarista dei Kree, è bionda ma ha il sangue verde-blu e viene addestrata a combattere controllando le proprie emozioni e i propri straordinari poteri energetici da Yon-Rogg. Quando finisce catturata dagli skrull, i nemici mutaforma dei kree, questi esaminano la sua mente in cerca di risposte, facendo riaffiorare in lei ricordi perduti della sua vita sulla Terra e di una misteriosa donna, le cui fattezze sono utilizzate anche dall'intelligenza suprema dei kree quando comunica con lei. Sarà l'inizio dell'avventura che la riporterà sulla Terra, negli anni 90, dove scoprirà il suo passato come Carol Danvers e si riapproprierà della propria identità.

Captain Marvel era uno degli ultimi film Marvel phase 2 dell'anno, prima del'ultimo Avengers-Endgame con cui ovviamente il film ha diverse affinità.
Alieni, una sci-fi che strizza l'occhio visti i tempi agli universi di STAR TREK e affini, una messa in scena tecnicamente incredibile e un cast che poteva certo dare di più soprattutto per quanto concerne la scelta della protagonista.
Captan Marvel è prima di tutto abbastanza noioso, dura troppo, si perde in inutili sotto trame che non aiutano la narrazione e la rendono macchinosa e solforosa, l'azione è centellinata e quando finalmente dovrebbe dare carburante in più si perde dietro inutili inseguimenti ed esplosioni stellari.
Per essere la prima eroina solitaria dell'universo Marvel oltre ad essere, così dicono, la più forte in assoluto, devo dire che mi aspettavo molto di più. La caratterizzazione mostra intenti spiccatamente militari come per Roger e altri delle fila sui super eroi, lasciando sempre dubbi sull'intento reazionario del messaggio.
Manca quella solidità narrativa che dove dovrebbe spettacolizzare e coinvolgere mostra tanto fumo e crede di portare avanti una metafora socio-culturale, come d'altronde credeva di fare anche Black Panther, che purtroppo così non è, o forse lo è solo per chi ha una visione limitata della realtà. Gli unici momenti in cui mi sono quasi divertito sono stati quelli sull'astronave dove vediamo quasi tutti i buoni riuniti e che scappano dalle astronavi dell'impero galattico e un gatto che riesce ad essere più coivolgente di tutto il resto dei personaggi.
Gli sceneggiatori hanno di nuovo sottovalutato l'intelligenza dello spettatore per arrivare a mostrare una ragazza che lotta per dei valori e che scopre che il suo impero e corrotto e gli alieni che combatte in realtà sono i buoni.





Futureworld 2000 anni nel futuro


Titolo: Futureworld 2000 anni nel futuro
Regia: Richard T.Heffron
Anno: 1976
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due giornalisti televisivi, Chuck e Tracy, scoprono che Delos, una Disneyland animata da robot, è il centro di una cospirazione capeggiata dal dottor Schneider, che vuole rapire i potenti della Terra per sostituirli con sosia-automi da lui controllati...

Delos rimarrà iconica, un nome di quelli che gli amanti del cinema ricorderanno per la fantascienza come Midian per l'orrore o l'Orbit per la narrativa di genere.
Il sequel girato dal prolifico Heffron cerca di dare manforte al genere inserendo elementi thriller e soprattutto politici, per gli anni in cui fu girato, con la paura della cospirazione e degli attentati.
Cloni, robot, androidi, in un qualche modo sono tutti elementi che cercano di sopraffare l'essere umano togliendo o sostituendosi a lui chi per soppiantare o colonizzare, chi per sterminare oppure per sanare il nostro pianeta dalla piaga che è appunto l'uomo, il peggior virus di sempre.
Sono tanti gli elementi che funzionano all'interno del film, il ritmo, tante idee, un cast divertito e una galleria di scelte estetiche abbastanza originali.
Nel film lo stratagemma utilizzato è ottimo per rendere ancora più terribili e suggestivi gli intenti del dottor Schneider utilizzando proprio il dna, inserendo quindi un elemento nuovo e accattivante per ricamarci attorno tematiche sull'impossessamento della altrui personalità, sullo sdoppiamento, sulla dialettica tra apparenza e identità, purtroppo però lasciando un finale che sembra sistemare i colpi di scena un po troppo alla svelta.


Bird Box



Titolo: Bird Box
Regia: Susanne Bier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Malorie, incinta al nono mese, è tra i pochi sopravvissuti a una serie di suicidi di massa che ha decimato la popolazione mondiale. Barricata in una casa insieme ad altre persone, la donna cerca di elaborare una strategia per sopravvivere in un mondo in cui basta tenere gli occhi aperti per morire. Una madre deve portare in salvo i suoi due bambini. Lo deve fare sapendo di non poter contare sulla vista, lo deve fare bendata. Anche i suoi bambini sono bendati ("Se ti levi la benda, muori. Se guardi, muori. Hai capito?"). Insieme, questi tre individui fragilissimi e ciechi devono navigare lungo un fiume, affrontarne le rapide, penetrare un bosco, combattere a colpi di remi, mazze, cazzotti, coltelli e oggetti di fortuna contro nemici naturali e sovrannaturali. Qualcos'altro? Volendo, sì. Anche se il cuore del film è tutto qui.

Negli ultimi anni il sotto genere post apocalittico è stato molto prolifico. Per gli ultimi anni intendo almeno dal 2010 ad oggi, in cui i rumori, i suoni, tutto poteva essere usato come deterrente, una reale minaccia e uccidere nel peggiore dei modi. In questo caso un virus che passa attraverso uno sguardo non è così banale come idea, come insegnava Palahniuk in Ninna Nanna, tutto può spaventare e far riflettere in fondo.
Susanne Bier, una regista che mi piace molto e di cui ho recensito diversi film, si ritrova anche lei a fare i conti con un sotto genere che diciamolo pure sta andando molto di moda ed è profetico per cercare soluzioni narrative originali. Grazie a Netflix esce Bird Box un film sicuramente non brutto, recitato bene, non amo la Bullock, che dura forse troppo scegliendo il lungo quando il materiale poteva portare anche ad una mini serie, altro espediente che negli ultimi anni va parecchio in voga.
La metafora, che non avendo letto il romanzo non posso sapere se è il punto focale, è interessante in un epoca ormai soppiantata dall'ego digitale. Guardare diventa impossibile. Questo elemento azzera i nostri ultimi processi di relazionarsi e di mostrarsi, come in parte avveniva nel Blindness tratto dal bellissimo romanzo di Saramago, portando ad un riflessione e una metafora che nella lunga durata poteva pungere di più senza limitarsi a cercare le solite sotto storie tra personaggi nemmeno così interessanti.