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sabato 18 novembre 2017

Verba Volant

Titolo: Verba Volant
Regia: Tufan Tastan
Anno: 2017
Paese: Turchia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 5/5

Tre ragazzi cercano riparo in una libreria da un gruppo di poliziotti durante una manifestazione

Verba Volant aka Söz uçar è un film dedicato a Semih Özakça e Nuriye Gülmen, due insegnanti licenziati dopo il fallito colpo di stato, accusati di appartenere al movimento Gülen, considerato mandante del tentato golpe. In sciopero della fame dal 9 novembre 2016, sono stati incarcerati. Nuriye Gülmen è ancora in detenzione.
Notevole, veloce e dinamico. In 14' Tastan riesce a dare prova di grande empatia tra il negoziante e i tre ragazzi, pochissime parole ma un uso dell'immaginazione che diventa il colpo di scena del corto oltre ad una grande prova e metafora di libertà e cultura.
Un corto che riflette e mostra tutti gli orrori che possono scaturire da una manifestazione, l'impossibilità a dare voce al proprio dissenso e infine l'individuo che pur di credere in ciò che conta senza perdere la propria dignità decide di aiutare colui che è in difficoltà...anche nascondendolo dentro a un libro. Perchè il libro è cultura. E Se vuoi trovare quella parola all'interno del libro, sei costretto a leggerlo.



lunedì 1 maggio 2017

Gang dell'arancia meccanica

Titolo: Gang dell'arancia meccanica
Regia: Osman F.Seden
Anno: 1974
Paese: Turchia
Giudizio: 2/5

Tre psicopatici criminali vanno in giro per Istanbul a uccidere e stuprare ragazze. Col fiato della polizia sul collo, i tre irrompono in una villa e la occupano, sottoponendo gli abitanti a ogni genere di cattiveria. Il padrone di casa è un ricco medico con moglie e figlio piccolo a carico e comincia così una serie inaudita di brutalità: l'uomo viene umiliato ripetutamente, la donna picchiata e palpeggiata. Il bambino piccolo inizialmente non capisce bene la situazione e prende tutto come un gioco, ma quando i criminali lo affogano in piscina la mamma impazzisce definitivamente. I tre finiranno in galera ma la pena che riceveranno sarà breve e, all'uscita dal carcere, anche per loro ci sarà una brutta sorpresa...

Purtroppo visionato in un'edizione tagliata nel finale di almeno una quindicina di minuti, il film maledetto di Seden rimane uno dei caposaldi del sotto genere horror rape & revenge. Un titolo importante quasi quanto I SPIT ON YOUR GRAVE ovvero quelle pellicole che hanno aperto le porta al tema anche se in questo caso i riferimenti paiono più spingersi verso Craven con L'ULTIMA CASA A SINISTRA del 72' e Kubrick per ARANCIA MECCANICA del 71'.
A differenza del film del '78 di Zarchi, il film di Sedem per fortuna gioca meno sulla tortura fisica e sullo stupro per concentrarsi maggiormente sul lavoro di violenza psicologica simile per certi versi al capolavoro che Haneke disegnerà nel 97' ovvero FUNNY GAMES.
Questa operetta qui sembra semplicemente l'opera più sciocca senza concentrarsi sulla natura e l'origine del male, ma mettendo in scena sevizie e soprusi del trio ai danni del nucleo familiare.
In particolare per l'epoca ha fatto discutere l'impiego del bambino nelle scene di violenza per arrivare all'annegamento. Anche se nelle scene della piscina è chiaro che sia un bambolotto, per l'anno di uscita una tale idea di violenza non era ancora così abusata come oggi. I picchi comunque arrivano nella scena madre e forse anche la più forte e lunga dell'intero film dove la mamma del bambino viene presa a schiaffi per dieci minuti di seguito, gettata a terra, fatta rialzare e colpita nuovamente
Il leader della band poi Savas Basar con quel sorriso serafico riesce a dare davvero una grande prova attoriale ricordando il Noe Hernandez di TENEMOS LA CARNE.
"Cirkin dunya" il titolo originale che in realtà dovrebbe suonare come "Mondo Cattivo" è un home invasion con un ritmo forsennato che non si ferma mai, senza smettere mai di gridare e di mostrare un certo compiacimento tipico dei film anni ’70.


domenica 24 aprile 2016

Baskin


Titolo: Baskin
Regia: Can Evrenol
Anno: 2015
Paese: Turchia
Giudizio: 4/5

Un gruppo di poliziotti turchi, chiamati in una desolata area urbana, si ritrovano faccia a faccia con la squallida e insanguinata tana di un rituale satanico in un edificio abbandonato.

Mi ero sbagliato. La prima volta che vidi Baskin, appena uscito, ero rimasto tra i moderati, ovvero quelli che si erano esaltati ma avevano messo un po in croce la storia misera e il finale davvero enigmatico e filosofico ma soprattutto archetipico, psicanalitico e onirico, prendendo in prestito e attingendo dalle religioni orientali ma di fatto lasciando il seme del dubbio che sia stato chiaro o no almeno per chi la scritto.
Un film che però assieme a THE VOID ha decretato due grand guignol dello splatter, due filmoni in cui sette da una parte e orrore cosmico dall'altra ci hanno regalato momenti di pura estasi.
Se togliamo davvero il finale, la trama, la caratterizzazione dei personaggi (quasi tutto insomma) il film rimane comunque sporco e grezzo e vive di luce propria pur senza preoccuparsi del resto.
Un buddy movie tra poliziotti corrotti che abusano per tutto il tempo del loro potere fino a che non arrivano in questa sorta di mausoleo abbandonato dove sta succedendo il finimondo.
Anche quando entriamo nel clou della storia ovvero il punto dove convoglia tutta l'azione, di per sè quello che capita all'interno avviene in maniera piuttosto affrettata e senza metterci troppo tempo ci troviamo già nelle cantine alle prese con la tortura e il rituale.
Per non parlare poi di Mehmet Cerrahoglu che davvero risulta spaventoso, il perfetto leader freak della setta, aderendo perfettamente ad un personaggio inquietante. Qui un grandissimo merito bisogna anche darlo alla XYZ films, ovvero niente di meno che la casa di produzione creata nel 2008 con l’intento di scovare talenti registici in giro per l’Orbe terraqueo con risultati come THE RAID, DEAD SNOW 2, SPRING, FRANKENSTEIN'S ARMY, THE INVITATION.
Evrenol è un regista ebreo turco, sconosciuto ma che qui al suo esordio se ne esce con un film assolutamente indimenticabile e sorprendente per come sia stato intessuto di elementi squisitamente aderenti e funzionali al genere. Uno dei quei film in cui la messa in scena supera tutto il resto e la trama pur striminzita rimane comunque il collante giusto per far tornare quasi tutto fino al climax finale. Un film davvero grondante sangue e frattaglie, con famiglie di bifolchi che vivono in mezzo ad una strada raccogliendo rane, a incubi feroci, sogni dentro al sogno e un'aldilà a cui ognuno di noi sembra dare una spiegazione e un'importanza diversa chi aspettadolo e andandoci incontro sacrificando la vittima prescelta o chi ne ha solamente una paura fottuta e prega sperando che il suo aldilà possa essere celestiale e meraviglioso.





giovedì 12 novembre 2015

Winter Sleep-Il regno d'inverno

Titolo: Winter Sleep-Il regno d'inverno
Regia: Nure Bilge Ceylan
Anno: 2014
Paese: Turchia
Giudizio: 5/5

In un villaggio sperduto dell'Anatolia, in cui giungono turisti interessati alla struttura di antiche abitazioni che formano un tutt'uno con la roccia, Aydin è il proprietario di un piccolo ma confortevole albergo, l'Othello. L'uomo è anche il padrone di diverse case i cui inquilini non sono sempre in grado di pagare l'affitto e vengono puniti con il sequestro di televisore e frigorifero. Aydin vive con la giovane moglie Nihal e con la sorella Necla che li ha raggiunti dopo il divorzio. L'uomo è stato attore e ora sta pensando di scrivere un libro sulla storia del teatro turco.

Mi rendo conto che il cinema per me è prima di tutto evocazione.
Di stati, di sentimenti, di un bisogno di confrontarmi con le realtà più strane e diverse, luoghi e realtà delle più svariate tipologie, inquietanti e scioccanti, poetiche e commoventi, nuove e perverse.
In tutto questo senza mai disdegnare nazionalità e tipi diversi di cinema.
Realtà distanti da una messa in scena a volte come il cinema americano insegna e con dosaggi, tempi e soluzioni ben differenti.
Pur conoscendo e avendo visto alcune interessanti pellicole del cinema turco, è la prima volta che mi trovo a visionare un film di Ceylan.
E devo proprio dire che pur durando tre ore e mezza ho trovato il suo ultimo film intensamente poetico, esaustivo, indimenticabile, oltre che raffinato.
E'difficile riuscire a confezionare una tale messa in scena con un acume così profondo, un senso e una dilatazione dei tempi, una cast funzionale e un attore in stato di grazia capace di trascinarti ovunque e di rimanere ad ascoltarlo affascinato.
Con atmosfere e tempi rarefatti, in un Anatolia che forse pochi conoscono o hanno mai visto, il regista compone un poema senza mai grossi colpi di scena, ma documentando e osservando i fatti lasciando in questo modo il tempo allo spettatore di dare una spiegazione ad ogni evento e riflettere su tutte le possibili scelte e risorse.
Una realtà e un hotel in mezzo alla neve quasi inaccessibile, una prigione bianca e candida, un limbo lontano dalla società, dove nessuno e rinchiuso ma tutti a loro modo, Nihal più di tutti, si sente fragile e intrappolata.
Grazie ad una sceneggiatura colta e raffinata e con alcuni dialoghi straordinari e una compostezza delle immagini sorprendente, Ceylan aggiunge un altro importante tassello ad una cinematografia in continua evoluzione che ha bisogno e si interroga, facendo passare alcune tematiche esistenziali e universali, in un salotto scarno e minimale nella sua compostezza in cui giocano i personaggi e battute.
In più l'evolversi di Nihan, le sue mille sfaccettature, e la differenza di ideali e di età con la moglie, sembrano un saggio sulla trasformazione, sul cambiamento e sulla secolarizzazioni di tempi, religioni (lui è ateo) e infine dei metodi.
Dalla teatralità delle argomentazioni e grazie alle note di una colonna sonora evocativa ed elegante, Winter Sleep porta a dei livelli molto alti la potenza simbolica di un contesto commovente, rurale e mai scalfito dal passare del tempo di un paesaggio immortale


martedì 10 febbraio 2015

Watchtower

Titolo: Watchtower
Regia: Pelin Esmer
Anno: 2012
Paese: Turchia
Giudizio: 3/5

Un uomo e una donna cercano rifugio dal mondo circostante: Nihal, perseguitato dal senso di colpa per la morte della sua famiglia, accetta il lavoro di guardia ai fuochi in una remota torre nel deserto mentre Seher vive reclusa nella sua stanza all'interno di una stazione per gli autobus per sfuggire ad un oscuro e terribile segreto. Quando le loro vite si incrociano e Nihal subisce il fascino di Seher, si ritrovano a dover fare i conti con le proprie coscienze.

Ognuno di noi sembra portarsi addosso dei fardelli gravosi. E’quando questi fardelli vengono scoperti da altri come noi che però non conosciamo, allora ci si può trovare in situazioni molto delicate.
Watchtower è un film intenso con due grosse macro-storie da raccontare e una messa in scena molto scarna che punta tutto sulle coordinate geografiche, con cui i due protagonisti in ruoli e compiti diversi, devono continuamente dire dove sono e dove si trovano ( in un paese che sorveglia)
Un film che mette in sintonia due realtà completamente differenti che punta su due loser e che infine non accenna mai a dare una svolta decisiva.
Alcune scelte forse per problemi di budget mostrano tutti i loro limiti (la scena in cui si spezza un ramo durante la fuga di Seher nel bosco) ma giusto per intenderci a livello narrativo sembra che ci sia stata una certa frettolosità nel liquidare il momento chiave della svolta, o forse invece metterlo quasi da parte, come qualcosa che rimanda ancora di più ad un fardello che non si voleva. 
Il film di Esmer sembra sancire il bisogno di farsi forza a vicenda e credere nello spirito sociale e nell’empatia delle persone per cui dopo aver preferito a malincuore la compagnia alla solitudine, la coppia inizierà una convivenza difficile che permetterà ad entrambi di affrontare il loro tormento interiore, mai semplice e difficilmente comprensibile per ognuno di loro.


mercoledì 2 luglio 2014

Ritmo di Gezi

Titolo: Ritmo di Gezi
Regia: Michelangelo Severgnini
Anno: 2014
Paese: Turchia
Giudizio: 3/5

Quando le prime centinaia di cittadini di Istanbul sul finire del maggio 2013 si recano al parco di Gezi per impedire fisicamente che le ruspe sradichino gli alberi, una band turca di samba fa il suo ingresso nel parco diffondendo ritmo e ribellione tra le persone accorse per sostenere la protesta. Dopo il brutale sgombero del parco ad opera della polizia turca la band Sambistambul continua ad essere presente sulle barricate fino alla successiva riconquista del parco, animando con musica e pensieri quella spinta collettiva alla giustizia sociale il cui coraggio ha colpito l'attenzione di tutto il mondo.

Severgnini presenta il suo interessante e attuale documentario in tour per l'Italia cercando di fare tappa nelle capitali più funzionali per quella che sembra essere un'opera documentaristica di tutto rispetto e con una presa di posizione e un'esposizione che si spera non crei problemi al regista italiano che abita in Turchia.
Pur non presente sul territorio in alcuni passaggi caldi e fondamentali della storia, il regista ci tiene in particolar modo a raccontare la storia della band turca, presente sulle barricate per la riconquista del parco di Istanbul, lasciando il testimone al suo leader che in una lunga intervista spiega e articola la sua scelta e la sua intenzione politica pacifica che si presta e si sviluppa con la musica.
GEZI’NIN RITMI (Il ritmo di Gezi), fa parte di quella lunga marcia per cercare di ridare attualità e argomentare alcune difficili situazione che ora più che mai, il documentario, cerca di sondare e approfondire, ponendosi come uno dei sistemi di comunicazione di massa più importanti e necessari del post-modernismo.





sabato 14 gennaio 2012

Almanya-La mia famiglia va in Germania


Titolo: Almanya-La mia famiglia va in Germania
Regia: Yasemin Samdereli
Anno: 2011
Paese: Turchia
Giudizio: 3/5

Protagonista del film è Hüseyin Yilmaz, patriarca di una famiglia turca emigrata in Germania negli anni ‘60. Dopo una vita di sacrifici, ha finalmente realizzato il sogno di comprare una casa in Turchia e ora vorrebbe farsi accompagnare fin lì da figli e nipoti per risistemarla. Malgrado lo scetticismo iniziale, la famiglia al completo si mette in viaggio e alle nuove avventure nella terra d’origine s’intrecciano i ricordi tragicomici dei primi anni in Germania, quando la nuova patria sembrava un posto assurdo in cui vivere. Lungo il tragitto, però, vengono a galla molti segreti del passato e del presente e tutta la famiglia si troverà ad affrontare la sfida più ardua: quella di restare unita.

La frase più bella la dice un bambino all’altro prima che parta per la Germania dicendogli “Ho saputo che in quel paese pregano un uomo morto appeso a una croce cibandosi del suo sangue e della sua carne”.
La Samdrerelli scrive, assieme alla sorella(entrambe guarda a caso tedesche di origini turche), e dirige una commedia sull’integrazione che strizza l’occhio a EAST IS EAST ma non solo, tessendo per certi versi una struttura già vista anche in altri film americani abbastanza indipendenti come OGNI COSA E’ILLUMINATA o LITTLE MISS SUNSHINE.
Semplice, tradizionale, divertente, commovente e contemporanea.
La cosa che più stupisce di queste commedie è proprio il taglio assolutamente narrativo e con una struttura molto on the road che sa bene come intersecare le diverse parti e le diverse generazioni con dei dialoghi precisi e attenti al confronto generazionale. Samderelli racconta un viaggio, le sorti di una famiglia, le difficoltà dell’integrazione e un complesso processo di tradizioni e origini per arrivare a una sorprendente analisi del concetto d’identità soprattutto visto sotto gli occhi del nipote del nonno protagonista.
Importante il concetto finale che Yasemin insieme alla sorella dopo parecchie stesure di copioni esprime a proposito della memoria e del film che ci ricorda come questi lavoratori stranieri erano invitati dal governo tedesco e che hanno dato un enorme contributo alla stabilità economica del paese, inoltre avevano il diritto di restare e i loro figli e nipoti sono cittadini tedeschi a tutti gli effetti. Questo è quanto dice il nostro film: siamo qui e per noi è giusto così.
Yasemin insieme al buon Fatih Akin sono due tra i turchi più interessanti della nuova generazione che intrattengono, sanno far ridere ma sanno anche inquadrare i problemi dei loro paesi senza dimenticare la memoria storica dei loro predecessori.
Forse la nota che la regista espone dovrebbe essere re-interpretata dagli attuali governi, mettendo da parte la solita triste nota che qui da noi non c’è lavoro.
Guarda a caso, quelli che più lavorano, sono proprio gli stranieri.