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lunedì 11 marzo 2019

Gutterballs


Titolo: Gutterballs
Regia: Ryan Nicholson
Anno: 2008
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un brutale e sadico stupro porta ad una serie di omicidi bizzarri e altamente violenti durante una festa da ballo organizzata in una sala da bowling. Uno dopo l'altro, i giocatori delle due squadre muoiono per mano di un misterioso killer…

Se dovessimo fare una classifica di tutte le maschere più imbarazzanti negli slasher, il carnefice di Gutterballs si aggiudica la menzione speciale.
Il film canadese di Nicholson è un palese omaggio agli anni 80, uno splatter di serie b e infatti non differisce molto da centinaia di altre pellicole sul torture porn, trash & revenge e rape & revenge (giusto per non farsi mancare nulla). Inserisce come location il campo da bowling, quasi tutto il film è in interni, la trama è campata in aria, infilando la solita galleria di personaggi patetici ed esemplarmente idioti. Due squadre che si affrontano, qualche fanciulla degna di nota, un certo sessismo in particolare sui trans e per finire uno stupro lunghissimo, tantissimo sangue e alcuni dialoghi inconsistenti e sboccati.
Per il resto non c'è molto al di là del fatto di perdersi per strada in più momenti, la regia poteva regalare più pathos tra i personaggi al posto di inscenare troppi dialoghi resi pesanti da campi e contro campi macchinosi come un partita di ping pong.



Who's watching Oliver


Titolo: Who's watching Oliver
Regia: Richie Moore
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il solitario Oliver vaga di notte senza meta per le strade della città. Intrappolato in una vita umiliante e frustrante in cui riesce a reagire solo con la violenza, Oliver trova nella dolce ed ingenua Sophia un’ancora di salvezza. Con lei il triste e squilibrato killer cercherà di mantenere il controllo…

Who's watching Oliver è un altro malato film che mostra un protagonista vittima di disturbi mentali con un rapporto ossessivo compulsivo nei confronti della madre che lo guarda da uno schermo consumare rapporti e affettare ragazze per cui prova dei sentimenti.
Uno slasher splatter in parte con scene davvero esplicite nei nudi e nel sangue quando mostra sopratutto le scene di torture ai danni delle povere malcapitate.
Il fatto che la pellicola sia indipendente oltre ad essere l'esordio di Moore, di sicuro apporta alcuni piacevoli accessori al film e riesce a metterlo in scena con alcune suggestive e originali momenti, come il rapporto di Oliver con le coetanee, cogliendo i suoi stati emotivi interni quando prende le "pillole" sondando il rapporto con i problemi mentali generati dagli abusi commessi dai genitori e la loro conseguente connessione con la sfera emozionale con cui Oliver ha molta difficoltà oltre ad apparire in pubblico come un semi ritardato.
Moore riempie immagini di sangue e frattaglie, usa tanta camera a mano oltre che seguire minuziosamente il suo protagonista con tanti primi piani e mezzi busti, rendendo la fotografia sporca dando così ancora più un senso di marcio e sporcizia all'intera pellicola.
Il film purtroppo non riesce ad essere, nonostante gli sforzi originale ad andare oltre quello che ciclicamente mostra senza affossare la critica o sviluppare qualcosa che non sia solo mattanza.
L'incipit e la trama in generale sono troppo debitrici ad altri film o classici di genere.
Oliver è un incrocio tra Bateman e Bates già visto troppe volte al cinema così come l'idea di riprenderlo sempre nella sua maniacalità osservando sempre la sua routine quotidiana, che consiste nell’alzarsi la mattina, lavarsi, prepararsi, fare colazione, infine compiere un giro al mercato e al parco giochi locale prima di selezionare le vittime impasticcarle, legarle e poi ucciderle con l'eco della mamma che incita il figlio a far peggio di quanto può.


Punisher- Stagione 2


Titolo: Punisher- Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

La seconda stagione di The Punisher racconterà del conflitto tra il sempre poco incline al dialogo Frank e il suo ex migliore amico Billy Russo. Russo indosserà la maschera che lo ha reso Jigsaw per coprire il suo volto, sfigurato dallo stesso Punitore al termine della prima stagione. Uno scontro tra due personalità fortemente borderline, entrambe disposte a perseguire i propri scopi senza indugiare granché nella clemenza: l’antieroe Frank nella sua battaglia ultra-violenta alla criminalità di qualunque genere e tipo, Jigsaw (da noi conosciuto anche come Mosaico) nei suoi propositi di vendetta proprio contro Castle.

Il sequel della prima serie tv targata Netflix dell'anti eroe stelle e strisce americano, probabilmente deve aver imparato dalla prima gli errori commessi è così riesce laddove quasi ogni speranza era andata persa.
Prima di tutto gli sceneggiatori hanno avuto una bella pensata. Aggiungere un villain.
In secondo luogo hanno fatto uscire completamente fuori di testa il vilain della prima stagione.
Il risultato è quello per cui abbiamo Castle che deve difendere una ragazza da una setta, una sorta di predicatore con un passato agguerrito e tantissima azione e sparatorie.
Non era difficile ma alla fine ci sono riusciti. Castle è un personaggio fisico, farlo parlare troppo mettendolo al centro di una "disputa" femminile in ospedale non segue la realtà dei fatti.
Al di là dell'azione, la stagione a livello di tematiche affrontate affonda maggiormente la lama su diversi intrecci narrativi e rapporti tra i personaggi senza riuscire però ad avere una psicologia dietro questi, così elementare e stereotipata da renderla volgarmente stupida.
Se The Punisher porta sul piccolo schermo personaggi femminili indipendenti, allo stesso tempo rinforza la dicotomia donna-intelligente e uomo-bruto. Tutti i personaggi maschili della serie reagiscono per istinto o morale, sparando, distruggendo cose o urlando, mentre gran parte delle azioni femminili prendono vita attraverso conversazioni e meditazioni su quanto avvenuto.
Le donne sono subdole, mentre gli uomini prendono la situazione in mano e l'affrontano senza fermarsi a riflettere. Tutto troppo deprimente e tagliato con l'accetta.

Punisher- Stagione 1


Titolo: Punisher- Stagione 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Episodi: 13
Serie: 1
Giudizio: 2/5

Dopo aver vendicato la morte della moglie e dei figli, uccidendo tutti i responsabili, il pluridecorato veterano del Colpo dei Marine Frank Castle - che a differenza degli altri vigilanti a Hell's Kitchen non ha super poteri ma può contare su una enorme forza fisica, una insormontabile forza di volontà, un'ampia conoscenza delle armi ed eccellenti doti tattiche - scopre un complotto che non coinvolge soltanto la malavita di New York, ma ha radici ben più profonde. Ormai noto nella Grande Mela con l'appellativo The Punisher, Frank deve scoprire la verità su ingiustizie che non riguardano solo la sua famiglia.

Frank Castle che non spara per più di un episodio o non prende a mazzate qualcuno è un peccato.
In più non rispecchia l'indole di questo anti eroe diventato una pietra miliare tra la galleria dei personaggi più cazzuti della Marvel. La fortuna è stata anche quella di indovinare un volto che desse enfasi e sostanza al personaggio con la scelta del buon Jon Bernthal, un attore molto fisico e istintivo che in questo caso aggiunge carattere e muscoli al personaggio.
Il problema di questa prima stagione che dura la bellezza di 13 episodi da un'ora è quella di faticare a ingranare. Manca quasi del tutto l'azione. I personaggi che entrano ed escono, anche se non sono molti, non sono poi così male in particolare Russo, il quale però come lo stesso Frank, ad un tratto sembrano arrivare al capolinea per quanto l'indagine sia inconsistente e i punti deboli siano sempre maggiori. L'antagonista fatica a prendere vita e quando lo fa viene alimentato per ben due stagioni, lasciando spazio a Jigsaw quando i villain del Punitore sono tanti e aspettano solo di essere tirati fuori dalle pagine dei fumetti.
Frank Castle è stato caratterizzato di più e meglio nella seconda stagione di DAREDEVIL di cui questa è uno spin-off. Ho detto tutto.
The Punisher, si basa sul personaggio omonimo della Marvel Comics creato da Gerry Conway (testi), John Romita Sr. (disegni) e Ross Andru (disegni), e così battezzato grazie al contributo dalla leggenda dei fumetti Stan Lee, apparso per la prima volta nel 1974 sul numero 129 di The Amazing Spider-Man.

mercoledì 20 febbraio 2019

House that Jack Built


Titolo: House that Jack Built
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2018
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Usa Anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli.

Sbaglio o Von Trier sta piano piano diminuendo il tasso di violenza presente nei suoi film.
Sembra un assurdo ma mi sembra proprio che le storie siano sempre più indirizzate sulla descrizione del microcosmo in cui vivono i personaggi e non invece il mondo esterno da cui è meglio stare alla larga. Allora è meglio costruirsi una sorta di tana, di caverna, di rifugio fatto con i corpi delle persone dove nascondersi e raggiungere l'Ade, il centro della terra, il paradiso che forse tutti venerano perchè dimostra di non essere poi così noioso.
Le opere di Lars Von Trier non lasciano scampo. Volente o no, sono esperienza che cambiano, che ti sconvolgono, che ti lasciano qualcosa prima di dilaniarti e poi quando hai smesso di vederle dopo giorni e giorni vengono a bussarti alla porta con l'espressione da pazzo furioso che solo un attore pazzo come Dillon può regalare in questo modo.
Un'opera che si prende i suoi tempi, racconta ciò che vuole come gli pare, non ha nessuna regola da seguire ma si sviluppa con l'umore variabile del suo indiscusso autore centrando il bersaglio.
In un'epoca sempre più promotrice del remake, della mancanza di originalità, dei film fatti per piacere agli stessi registi, per compiacere il pubblico, in anni dove l'estetica ha preso il posto della storia ovvero il cuore del film, abbiamo un Jack post contemporaneo che sfugge ad ogni sorta di decifrabilità per fare semplicemente ciò che gli pare seguendo un suo iter a tratti bizzarro.
I traumi sembrano essere il vaso di Pandora del regista da cui emerge sempre tutto e in quanto tali, bisogna soffermarsi inquadrarli, guardarli attentamente, dando nomi e cercando di analizzarli rimanendo però distanti per non farsi male.
Le opere dell'autore sono dei transfert psicoanalitici, in grado di generare dubbi e paure, di ampliare fenomeni complessi e ridicolizzare i buoni costumi o la morale di una società sempre più senza valori.
Lars Von Trier è uno dei registi più capaci, violenti e complessi della sua generazione. A parte qualche deviazione non sbaglia mai e la risposta è perchè ha molto da dire al di là di come venga recepito da pubblico e critica.
Dimenticavo l'addio di Bruno Ganz in questo film davvero fondamentale
Questo film è straordinario, rigoroso, essenziale, malato, ipnotico, celebrale, stralunato, folle, maniacale, ossessivo, perciò ancora una volta la risposta è: Sì.

venerdì 8 febbraio 2019

Terrifier


Titolo: Terrifier
Regia: Damien Leone
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il sadico Art the Clown non è morto. Gira ancora per le strade deserte di Miles County con il suo vestito da pagliaccio e il suo trucco inquietante, portandosi sulle spalle un grosso sacco nero della spazzatura pieno di chissà cosa. Ogni notte di Halloween si diverte come un matto a massacrare chi incontra per strada. Questa volta è il turno di due amiche appena uscite da una festa che si ritroveranno chiuse con Art the Clown in un vecchio edificio abbandonato.

Terrifier adempie al suo scopo. Uno slasher con tanto sangue, per fortuna pochi dialoghi, e una buona messa in scena senza fronzoli o accessori particolari.
Un clown che gira squartando tutti perchè non sa come passare il tempo.
Diciamo che Leone è da tempo che insegue questo personaggio facendolo vivere all'interno di corti , poi lunghi e infine quest'ultimo, decisamente il migliore, dal momento che il film come la trama avanza senza nessuna pretesa con il risultato di non richiedere nessuno sforzo mentale allo spettatore se non quello di seguire un pagliaccio che squarta tutto e tutti.
Il trucco del film è quello di vedere brutalizzare tutte le vittime ad opera del clown assassino dandogli quell'atmosfera vintage come un film anni'80 con la solita fotografia satura e patinata tutta tendente ai colori scuri con abbondanza di nero e rosso.
Un film che ha il solo compito di intrattenere, senza guizzi di sceneggiatura o particolari colpi di scena. Il climax finale seppur telefonato risulta funzionale come tutta una serie di efferatezze estreme molto succulente per gli amanti del genere.




mercoledì 6 febbraio 2019

Devil's Reject


Titolo: Devil's Reject
Regia: Rob Zombie
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Assediati dai poliziotti nella loro fattoria, i Firefly accettano lo scontro a fuoco. La madre viene arrestata, mentre Otis e Baby riescono a scappare. I due, raggiunti da Captain Spaulding, cercano di fuggire dalla morsa dello sceriffo Wydell, che, nel frattempo, ha ingaggiato anche due brutali tagliagole.

A dimostrazione che Zombie è uno dei registi horror più interessanti e prolifici, capace di destreggiarsi abilmente tra i generi, come la pellicola in questione, una delle sue perle, sequel di un filmetto che si presta ad essere soltanto citazionista.
Devil's Reject è un western che parla di bifolchi, potere, corruzione e violenza.
Figlio di quella contaminazione estetica e musicale che riesce ad aggirare lo spettro della copiatura o del già visto per tessere ragnatele che portano il suo stile ormai pienamente riconoscibile.
L'America di Zombie è il male assoluto, costellato di personaggi di cui è difficile empatizzare non essendoci spaccature tra buoni e cattivi, mettendo sullo stesso piano e come nel caso dei protagonisti creando alleanze tra figlie e padri, rifiutando la morale dell'autorità, qui sotto il cappello di uno sceriffo spietato impossibile da dimenticare, forse uno dei villain più interessanti del cinema horror.
Con una colonna sonora in grado di creare l'effetto lacrimuccia (a questo giro si supera per immensità dei brani scelti) ci troviamo di fronte ad un film che andrebbe visto e rivisto più volte per quanto indaghi appieno l'animo umano in tutta la sua ferocia e bisogno di vendetta.
Il secondo film del regista è uno degli horror più disturbanti, esagerato in senso ampio del termine, funzionale a far salire quel senso di rabbia e stupore per come prenderanno vita gli eventi, di cui nessuno può portare a niente di buono. Nel cinema di Zombie sono sempre tutti condannati, non essendoci quasi mai, e in questo caso ancora di più, buoni e cattivi assoluti.



No morire sola


Titolo: No morire sola
Regia: Adrián García Bogliano
Anno: 2008
Paese: Argentina
Giudizio: 2/5

Carol, Yasmin, Moira e Leonor stanno attraversando in auto l’arida regione argentina di La Plata, quando notano un corpo steso sull’erba, sul ciglio della strada. Si tratta di una donna ferita gravemente, probabilmente da un manipolo di cacciatori di frodo che le ragazze scorgono poco lontano dal luogo del ritrovamento.

Pur amando l'horror, il sotto genere del rape & revenge non mi entusiasma a meno che non parliamo di film dove anche l'azione tiene alta l'atmosfera o intuizioni simili o dove la tortura è al servizio di qualcosa di più importante e immutabile.
La camera fissa che osserva torture lente e infinite le trovo spesso e volentieri gratuite e fine a se stesse non aiutando e non trasmettendo nulla allo spettatore come in parte ho appurato in questa opera low budget sentita particolarmente dal regista e dal cast.
No morire sola fin da subito, nonostante la pluralità delle protagoniste, mi ha fatto pensare ad uno dei classici del genere impossibile da non citare, I spit on your grave di Zarchi del '78.
In quel caso nel sottosuolo americano facevano la comparsa i redneck che abbiamo imparato ad amare col cinema. In questo caso siamo in Argentina dove un altro orrore legato alla povertà fa breccia nella narrazione creando una sorta di brutal shocker tutto basato sulle scene silenziose e inutilmente protratte del film.
A livello tecnico ci sono diversi elementi che non giocano a favore e che purtroppo rendono complessa e distante la visione come l'audio senza una presa diretta adeguata, un sacco di riverberi, una fotografia che spesso cambia tonalità di netto, alcune inquadrature a mano che sembrano particolarmente improvvisate e un finale che a parte la scena delle bestie feroci lascia allibiti.
Bogliano a voluto omaggiare il sotto genere con una sua versione argentina, il che poteva essere un elemento interessante, ma rimane purtroppo scandito da un ritmo che fatica a procedere, un cast che a parte le ragazze lascia a desiderare e una tecnica che probabilmente richiedeva un budget maggiore.



mercoledì 23 gennaio 2019

Suspiria


Titolo: Suspiria
Regia: Dario Argento
Anno: 1977
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

Desiderosa di perfezionarsi, Suzy, una giovane americana, vola in Germania, all'Accademia di Friburgo, la più famosa scuola europea di danza. Vi arriva in una tempestosa notte di tregenda e scorge una ragazza che ne fugge. Poi suona invano al campanello dell'Accademia: non la fanno entrare. Così deve riprendere il suo taxi e andarsene altrove per la notte. Intanto, la fuggitiva, Pat, trova rifugio da un'amica, ma è ossessionata da qualcosa che non vuole spiegare. Una mano sconosciuta sbuca da oltre la finestra del bagno e trucida la ragazza, mentre l'amica cerca invano di entrare. Il mattino dopo, Suzy ci riprova e stavolta l'algida miss Tanner la accoglie con fredda cordialità e la presenta all'insegnante, madame Blanc. Questa le rivela la tragica sorte di Pat e la ammonisce a stare attenta alle amicizie. Poi le spiega che per motivi tecnici non potrà alloggiare all'Accademia, ma in città, presso un'allieva del terzo anno, Olga. Suzy comincia a conoscere le altre allieve e nota che il clima non è sempre amichevole, ma i problemi veri saranno altri, quando inizierà a capire in quale luogo è veramente capitata.

Suspiria è uno dei più importanti horror mai realizzati.
Ci troviamo di fronte ad uno dei film più ambiziosi di Argento, dove tutte le sue caratteristiche e il suo modo di fare cinema, trova tutte le risposte e crea un'opera ancora oggi assai valida e in grado di misurarsi con tutti gli altri prodotti finora realizzati guadagnandosi il titolo di cult.
Una storia semplice con risvolti complessi e ancora una volta quel bisogno di avvicinarsi all'esoterismo e alla magia chiamando in causa le streghe, la stregoneria, le fiabe e la Regina Nera.
Sono proprio gli stravolgimenti ad avere la meglio sul plot narrativo.
Un'accademia che diventa un bosco oscuro, i bambini e le colf che diventano guardiani di segreti spaventosi e stanze magiche dove all'interno può nascondersi il male puro. Mettendo da parte l'equazione strega=male assoluto su cui la scienza non sembra avere dubbi e nel film risulta profetica nelle sue parole
Le streghe fanno il male. Nient’altro al di fuori di quello. Conoscono e praticano segreti occulti che danno il potere di agire sulla realtà e sulle persone. Ma solo in senso maligno”, il film è un percorso personale del maestro romano di grande fascino visuale e in grado di aver partorito un sacco di idee originali e di grande effetto.
Ma veniamo al dunque.
Il film è un caleidoscopio di colori che come insegnava il grande Mario Bava, proprio l'uso del colore, se impiegato ad hoc, riesce a regalare quadri di un fascino irresistibile grazie all'occhio preciso di Tovoli. Senza stare a dire quanto il talento di Bassan, le musiche dei Goblin, qui a mio avviso raggiungono l'apice, e un cast che riesce a regalare un'immedesimazione nei personaggi molto difficile e intensa.



Suspiria


Titolo: Suspiria
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La giovane danzatrice americana Susie Bannion arriva nel 1977 a Berlino per un'audizione presso la compagnia di danza Helena Markos nota in tutto il mondo. Riesce così ad attrarre l'attenzione della famosa coreografa Madame Blanc grazie al suo talento. Quando conquista il ruolo di prima ballerina Olga, che lo era stata fino a quel momento, accusa le dirigenti di essere delle streghe. Man mano che le prove si intensificano per l'avvicinarsi della rappresentazione, Susie e Madame Blanc sviluppano un legame sempre più stretto che va al di là della danza. Nel frattempo un anziano psicoterapeuta cerca di scoprire i lati oscuri della compagnia.

Quando ci si trova di fronte a film come questi bisogna azzerare le aspettative e godersi lo spettacolo. Guadagnino non è un regista per cui nutro una stima particolare, a parte il fatto che usa spesso la Swinton come musa che qui si fa addirittura in tre.
Un film che si ispira al cult di Argento, e che sinceramente sono rimasto colpito per come abbia saputo strutturare una scenografia così ambiziosa. Il clima politico che va di pari passo con l'indagine del dottor Josef Klemperer, un personaggio ambiguo che riesce a non deludere mai, regala al film quell'atmosfera in cui presto potrebbe esplodere qualcosa e tutti sanno e osservano in silenzio come il gruppo di donne mentre fumano nel loro salone.
Un film che mi ha fatto pensare anche all'horror di Refn e Aronofsky dove però qui il valore aggiunto apportato dalla danza e dalle coreografie raggiunge l'apice che non si era ancora visto.
Danza unita al sangue, all'atto magico e che diventa mezzo salvifico e dall'altro tortura spezzando ogni radice e lasciando il corpo in un'agonia infinita in un limbo di psicosi.
Meno fiaba, ma se come le streghe sono tornate di Iglesia, dobbiamo aspettare il sabba finale per vedere le budella, il sangue e le decapitazioni, ci troviamo di fronte ad uno scenario potentissimo, non gestito ottimamente con alcuni usi della c.g malsani a mio avviso, ma una strage e un fiume di sangue incredibile dove vengono partoriti mostri uno dopo l'altro dal sangue nero della terra.
Ecco il finale troppo, con l'ultima creatura che mi ha lasciato perplesso, il tema dell'Olocausto che non se ne può più, forse sono solo questi gli elementi che non mi hanno convinto ma per il resto ci troviamo di fronte a uno degli horror più belli degli ultimi anni, italiano fino al midollo con un cast incredibile, dove svetta Madame Blanc, ma anche il resto delle streghe anziane spaventa per come riesce ad entrare nella catarsi del personaggio, basta citare la scena in cui si divertono con i poliziotti o quelle cene bellissime, dove maestre e discepole siedono l'una accanto all'altra.






lunedì 24 dicembre 2018

Hannibal


Titolo: Hannibal
Regia: Ridley Scott
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sono passati sette anni dall'evasione del dottor Hannibal Lecter dall'ospedale di massima sicurezza per criminali psicotici e, mentre continua ad essere impegnata in operazioni di polizia, l'agente FBI Clarice Sterling non riesce a toglierselo dalla mente. Anche Mason Verger, magnate psichicamente instabile, non ha dimenticato Lecter: lui, vittima numero sei, è sopravvissuto, ma è rimasto orribilmente sfigurato. Deciso a vendicarsi e consapevole dia ver bisogno di un'esca, Berger cerca di mettersi in contatto con Clarice. Nel frattempo a Firenze, in Italia, anche l'ispettore Pazzi è sulle orme di Lecter, attratto dalla grossa taglia che Verger ha messo sulla sua testa, che risolverebbe ogni suo problema. Ma il serial killer non si farà sorprendere...

Hannibal è un film che nonostante sia uscito nel 2001 non mi ha mai incuriosito avendo amato, ma non alla follia IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI.
Un thriller commerciale tra i migliori di quel periodo a cui purtroppo questo sequel non riesce mai ad avvicinarsi pur avendo dalla sua un cast funzionale e Hopkins una spanna in più rispetto agli altri.
La Moore purtroppo non riesce a rendere quella maschera di paura che aveva la Foster, nonostante il focus sia tutto dalla parte di Lecter, Firenze riesce a dare atmosfera e arricchire la scenografia e le location magiche, lasciando stare il grigiore americano. Si mischiano le indagini, Fbi e ispettori locali si rincorrono con doppi giochi, dove Giannini è libero di fare ciò che vuole regalando una performance che non stona mai affianco agli attori americani (lo stesso non si può dire per altri attori italiani).
Un'indagine molto complessa, uno schema quasi corale con tanti personaggi, forse troppi, nuove sotto storie, villain e innocenti come prede e carnefici in un thriller che aggiunge tanto sangue e scene di tortura ma che alla fine sembra non dire e concludere nulla.
Per certi aspetti sembra quasi farsi beffe della precedente indagine contando che alcuni movimenti e carneficine di Lecter sono quanto di più distante dalla realtà, elemento che Demme nel film precedente cercava di non dimenticare mai.
Dall'altra parte la narrazione non riesce ad avere quella tensione del predecessore andandosi spesso a stemperare e cambiando percorso quasi a ritroso diventando un mix di generi che a volte non riesce a lasciare il segno. Troppe sono le dilungazioni a partire dai dialoghi a volte ripetitivi della Sterling e i piani malati di Verger (unico personaggio al pari di Lecter davvero impressionante e interpretato sotto il mascherone dal venerato Gary Oldman), le passeggiate di Lecter che a parte mostraci una delle città più belle del mondo sembrano prendere tempo e abbassare la suspance, elemento che in diversi casi Scott sembra essersi dimenticato.



sabato 15 dicembre 2018

Clovehitch killer


Titolo: Clovehitch killer
Regia: Duncan Skiles
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Tyler Burnside è un boy-scout, fa volontariato nella chiesa locale e si comporta come il devoto figlio di un uomo rispettabile. Solo una cosa turba la tranquilla cittadina in cui vive: gli omicidi irrisolti di dieci donne brutalmente torturate e uccise da uno psicopatico, avvenuti una decina di anni prima. Quando scopre alcune disturbanti immagini che il padre conserva in gran segreto, Tyler inizia a sospettare che l'uomo di cui si fida di più al mondo potrebbe essere il serial killer, pronto a colpire ancora.

La sfida non è facile. Parlare di serial killer è trovare una narrazione originale, lenta, ma travolgente, è una di quelle sfide che rimangono aperte.
Sul piano tecnico ormai nel 2018 sono bravi quasi tutti a realizzare un buon film, ma le storie, le sceneggiature, sempre di più rappresentano l'ostacolo principale.
E qui Christopher Ford si supera scrivendo un dramma che fin da subito mostra come c'è qualcosa che davvero non ci aspettiamo, infatti la storia è tutt'altro che convenzionale e il rapporto tra vittima/carnefice, figlio/padre, nonchè il rapporto del primo con l'amica/compagna, rimangono in assoluto i passaggi che il film sviluppa meglio soprattutto a livello di psicologia.
Una buona caratterizzazione che non toglie mai forza e atmosfera alla suspance, che seppur minimale, esaspera soprattutto verso la fine del secondo atto, per un climax finale comunque funzionale e che riesce a chiudere nella maniera migliore senza fronzoli una buona storia, drammatica all'inverosimile.
Il secondo atto in assoluto è quello che tiene lo spettatore incollato allo schermo per monitorare questo strano legame, che poi aumenta la sua drammaticità proprio perchè mette a confronto un figlio che scopre i crimini del padre e quando quest'ultimo sembra capire e collaborare con il figlio come a buttarsi indietro il passato, è proprio l'amica che ricorda al protagonista che i killer seriali non perdono mai la loro voglia o il loro bisogno di uccidere.

giovedì 18 ottobre 2018

Eat me


Titolo: Eat me
Regia: Jacqueline Wright
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna tenta il suicidio e il violento intruso che le ha salvato la vita supera i limiti della resistenza umana e i confini del perdono.

Eat me è un dramma molto colorato e ricco di ritmo e dialoghi feroci che sembrano prenderti letteralmente a cazzotti in faccia. Un indie estremo, un film da camera dove c'è forse solo una scena in esterno nel bel finale.
Un film che parte col botto, una donna vuole suicidarsi e si mangia psicofarmaci a manetta, tiene in mano vibratori, pensa alla sua vita di merda e poi sviene.
Arrivano due tipi, senza spiegare il perchè ed entrambi vogliono scoparsela anche se lei è svenuta.
Uno esce a prendere la birra e tornerà solo nel finale mentre l'altro inizia questa sfida tra sessi.
Eat Me è l’adattamento cinematografico della commedia intitolata a LA Weekly
Uno scontro tra due loser. Lei cerca di suicidarsi e lui vorrebbe stuprarla ma infine si interessa della sua storia. Una specie di VENERE IN PELLICCIA senza un palco teatrale, senza la regia di Polanski, ma con due attori inferociti che quando riescono a trovare l'enfasi e la complicità giusta sparano giù duro peggio che in un dialogo pulp. Qui non si perde un attimo, il film è sempre in crescendo senza lasciare momenti di riflessione ed è un cinema molto fisico dove i due attori combattono per contendersi la scena mettendosi continuamente le mani addosso, con scene di tortura e rape & revenge.
Lei vorrebbe che lui la uccidesse ma lui non può e non riesce nemmeno a farle male quando invece lei lo provoca continuamente ed è tutto così.
Un gioco delle parti in cui anche i ruoli di vittima e carnefice si ribaltano continuamente.
I monologhi e il climax finale sono quasi da applauso.


domenica 14 ottobre 2018

Apostolo


Titolo: Apostolo
Regia: Gareth Evans
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo cerca di salvare la sorella rapita da una setta religiosa. Ma il riscatto da pagare è molto alto.

L'ultima opera di Evans si distacca completamente dalla sua precedente filmografia dove aveva dato nuova enfasi al cinema action in particolare sulle arti marziali.
Apostolo è un film completo, lungo, che si prende il suo tempo per raccontare una storia tutto sommato gradevole anche se inflazionata da troppe citazioni tra le righe e un amore cosmico nei confronti del capolavoro THE WICKER MAN.
Apostolo è ambientato nei primi anni del '900 mette insieme molti elementi interessanti, l’isolazionismo deciso dalla comunità, il fanatismo religioso, la radicalizzazione della violenza, creature che per "proteggere" l'isola hanno bisogno di sangue (in questo caso la dea) e il declino ambientale visto sotto una chiave piuttosto originale e prendendo qualche spunto da Barker.
Gli elementi non mancano, i toni e l'atmosfera soprattutto nei due primi atti sono la parte migliore contando che verso il finale, vista la moltitudine di eventi da chiarire e da chiudere il film tende ad ingarbugliarsi un po con alcune sotto vicende destinate a concludersi troppo velocemente contando che il film dura più di due ore e su questo elemento si poteva fare di più.
Un horror di natura fanatico-religiosa dove Evans ha voluto cercare di inserire il più possibile con atmosfere venefiche un taglio soprannaturale, culti misterici e una divinità che sembra rimandare al paganesimo con una fame che da secoli sta distruggendo il mondo e le sue floride bellezze e questo forse è l'elemento più interessante del film che cerca una metafora ambientale ma anche politica per inserire i suoi codici eretici.
La location Welsh Island poi appare come una terra ormai morente grigia e scura dove tre fratelli, i primi arrivati, detengono un potere attraverso delle cerimonie in alcuni casi raccapriccianti e dove a differenza dei combattimenti qui vengono mostrate diverse volte e senza mascherare nulla scene di tortura e momenti sanguinolenti senza nessun risparmio.




venerdì 12 ottobre 2018

When black birds fly


Titolo: When black birds fly
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

When Black Birds Fly racconta un’unica storia, ambientata in una città fittizia, una società distopica dominata da un certo Caino, considerato come una divinità, un novello Messia, che ha costruito attorno alla città di Heaven un muro, al quale è severamente vietato anche solo avvicinarsi. Cosa si nasconde al di là di questo confine? Cosa c’è di così terribile dall’altro lato? Perché i cittadini di Heaven, un paese in bianco e nero, nel quale l’unica nota di colore sono i cartelli quasi propagandistici di Caino e poco altro, devono tenersi lontano da questo orribile muro? A scoprirlo saranno due bambini, il piccolo Marius e la sua compagna di scuola Eden, che per aiutare un gatto in difficoltà raggiungeranno questo territorio misterioso, attraverso un buco, ritrovandosi in un mondo delirante e disgustoso.

Dopo l'efferato WHERE THE DEAD GO TO DIE che definivo un trip allucinato, qui l'effetto delle sostanze continua diventando più politicamente scorretto, prende come chiave escatologica la religione cristiana fondendola con alcuni miti pagani e con una importante anche se eccessivamente malata lo ripeto metafora politica.
Un film difficile da guardare fino alla fine, vuoi le musiche disturbanti, il montaggio che a volte sembra un viaggio in funghetto oppure i colori e lo stile d'animazione che rischiano di far venire una crisi epilettica.
Dio, Caino, Eva, il Paradiso, l'Inferno. A questo giro ScreamerClauz sembra essersi proprio incazzato chiamando in cattedra tutti per un suo giudizio finale direi esageratamente nichilista.
Un film dove succede di tutto, perversioni, gore, scene splatter e grottesche, momenti onirici a profusione, personaggi inquietanti, animali che prendono droghe e si trasformano, allo stesso tempo però risulta indubbiamente meglio strutturato soprattutto grazie ad una struttura unitaria e non antologica che riesce ad interessare maggiormente e riesce a regalare, a sorpresa direi, dei colpi di scena niente male soprattutto nella mattanza finale.
E soprattutto la simbologia, la scenografia a compiere i maggiori passi in avanti a cominciare dal bianco e nero che viene usato per il Paradiso, un luogo fatto di ombre ed incubi, in cui tutti sono castrati dove gli sposi non possono nemmeno guardarsi nudi e per ottenere un figlio devono far parte di una grottesco rituale di auto-mutilazione da parte dei genitori in onore del dittatore Caine facendo manifestare un figlio già parzialmente cresciuto a partire da una strana larva psichedelica. All’interno del Paradiso le uniche cose colorate sono i poster di Caino e pochissimi altri elementi.
I colori fluo, d’altro canto, appartengono all’Inferno, un mix di psichedelia che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dionisiaca e violenta del luogo.
Tutto il film si pone come un’allegoria del totalitarismo e soprattutto della corruzione e dell’incoerenza nella religione cristiana.
Tutto il film continua con parti mostruosi dove a sentir dire dal regista tutto il film è stato creato e composto sotto l'effetto di sostanze e nessuno stenta a crederlo contando che andando avanti nelle creazioni malate abbiamo Dio rappresentato come un uomo tra le nuvole, con una grossa corona ed al posto del volto una sfera di vetro, un Dio incazzato che non ci metterà molto a fare stragi appena si impossessano della sua donna e poi il frutto del peccato, una bacca che crea allucinazioni a chi la mangia.
Dunque fede bigotta con conseguente senso di colpa inculcato negli esseri umani servi in più una religione estremista assieme al potere tirannico che viene esercitato sul popolo, spesso senza che questo se ne accorga. Caino sottomette il popolo senza alcun rispetto e cela a tutti la verità, mentre gli abitanti del paradiso lo reputano un salvatore e credono in lui ciecamente, senza la benchè minima ombra di dubbio.
E'una favola malata ma che ai giorni nostri assurge quasi a verità.

giovedì 19 luglio 2018

Ghostland


Titolo: Ghostland
Regia: Pascal Laugier
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

In seguito alla morte della zia, Pauline e le sue due figlie ereditano una casa. La prima sera, però, degli assassini penetrano nella residenza e Pauline è costretta a combattere per salvare le sue figlie. Dopo la notte da incubo che hanno vissuto, le due ragazze reagiscono in maniera diversa e le loro differenze di personalità si acuiscono. Mentre Beth diventa una scrittrice di letteratura horror, Vera cade vittima di una paranoia distruttiva. Sedici anni dopo quella notte, la famiglia si riunisce nella casa da cui Pauline e Vera non sono mai andate via. Strani eventi iniziano allora a susseguirsi.

Laugier è uno di quei pochi registi europei in grado di arrivare a valicare i miei limiti di tollerabilità in un film come è stato MARTYRS senza eguali nell'horror contemporaneo post 2000.
Certo ci sono stati anche altri film horror ma spesso cadevano nel ridicolo e nel patetico cercando e rivelandosi alla fine come deludenti torture-porn o schifezze che cercavano di sembrare degli snuff-movie e in cui la violenza gratuita, che non accetto, regnava sovrana.
Il merito più grande del regista francese è stato quello di mettere in scena una violenza reiterata e gratuita a danno delle sue giovani protagoniste in diversi film in maniera davvero scioccante e come non si era quasi mai vista.
Incident in a Ghost Lake, produzione franco-canadese, è sì bello ma non ha davvero niente a che vedere con MARTYRS. In più Laugier ha purtroppo sperimentato come in America le sue idee venissero semplicemente tradotte con A TALL MAN, un thriller-horror interessante ma debole per un talento come quello del regista.
Con l'ultimo film abbiamo però sempre quella natura incontaminata del ritrovarsi in un incubo senza soluzione e forse anche da questo elemento, a dispetto dell'orrore cosmico, che viene citato il grande Howard Phillips Lovecraft (che peraltro ad un certo punto si materializza dotato di mascellona) dove è palese che siamo davanti a qualcosa che ci stupirà senza però come dicevo cadere nella trappola della violenza sanguigna che non è mai appunto gratuita ma che riesce a fondersi con il mistero della trama, non sempre accattivante, rendendo impossibile l'esistenza di una fine senza l'altra.
Ancora una volta per le due protagoniste vengono varcati i limiti della realtà ma anche della tollerabilità umana e psicologica dovuti e legati alla tortura e ai danni che consegue seguendo le protagoniste negli oscuri meandri della mente e dei meccanismi di autodifesa.
Qualcuno ha identificato un nuovo sotto genere dell'horror per definire film come questi.
Vengono chiamati nerve-racking ovvero film snervanti allo stato puro.



giovedì 7 giugno 2018

Mayhem


Titolo: Mayhem
Regia: Joe Lynch
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un virus trasforma gli avvocati di uno studio legale in belve sanguinarie, portando alla luce i loro istinti primordiali

Mayhem è quella scheggia impazzita che quando arriva è destinata a fare il botto almeno facendo discutere soprattutto gli appassionati del genere.
Ci sono tanti ingredienti mescolati funzionali ad aumentare le aspettative per questo strano indie che non ha avuto distribuzione nei cinema arrivando come sempre più spesso accade direttamernte in home video.
Un po fratello di BELKO EXPERIMENT e di altri film analoghi che giocano la carta di un'unica location per un massacro senza regole. Dal punto di vista dell'intrattenimento il film funziona alla grande senza lesinare sul sangue o sulla violenza ma anzi regalando scene epiche di massacri e combattimenti con ogni tipo di arma che si possa trovare all'interno di un ufficio.
L'elemento del virus che sembra per certi versi ricordare una costola meno purulenta di CROSSED un fumetto davvero cattivo, sta nel fatto che qui gli infetti hanno solo un occhio rosso e questa epidemia è destinata a liberare la parte animalesca degli esseri umani spingendoli a ogni genere di violenza, sopruso e comportamento anti-sociale
Il cast è funzionale, il protagonista orientale con la metafora sul lavoro e sullo sfruttamento che a volte gli orientali subiscono funziona soprattutto nelle scene di sudditanza arrivando a coinvolgere varie figure dagli gli arrampicatori sociali e puntando tutto su un'atmosfera di estrema competizione.
Un film dove dentro cerca davvero di metterci tutto con una grande abilità tecnica dietro dai rallenty un po abusati ma interessanti, al montaggio frenetico e le scene di combattimento davvero fatte ad hoc.

domenica 22 aprile 2018

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



domenica 25 marzo 2018

Masks


Titolo: Masks
Regia: Andreas Marschall
Anno: 2011
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Dopo essere stata respinta da numerose accademie d"arte drammatica Stella, aspirante giovane attrice di Berlino, viene accettata alla scuola Matteusz Gdula fondata negli anni 70 da una insegnante dai metodi poco ortodossi. L"ambiente è piuttosto ostile e l"unica amica di Stella sembra essere Cecile un"allieva che non abbandona mai l"edificio in cui si trova la scuola. Stella assiste inoltre a strani avvenimenti come sparizioni, rumori inquietanti e un"ala della scuola che rimane chiusa sempre a chiave.

Masks deve molto al nostro cinema neogotico nonchè ad alcuni maestri come Fulci e Argento.
Il perchè è chiaro e il regista non lo nasconde neppure. Diventa tutto il marchingegno che porta avanti i tasselli del film, gli omicidi in particolare, abbastanza sanguinolenti e una soundtrack dalle sonorità elettroniche sempre presente e potente che conferisce maggior atmosfera e ritmo nelle scene d'azione.
Un'opera giocata in poche location e con una fotografia cupa che cerca di conferire maggior risalto all'atmosfera generale tutta giocata come dicevo su degli omicidi comunque abbastanza feroci.
Il solo limite del film tedesco è quello di richiamare troppo appunto i gialli anni '70, diventando presto un esercizio di stile che cita il nostro cinema di genere senza però riuscire a dare una sua anima e originalità al film, un pericolo sempre più presente nel cinema di genere.




martedì 27 febbraio 2018

My friend Dahmer


Titolo: My friend Dahmer
Regia: Marc Meyers
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tratto dalla graphic novel di John "Derf" Backderf. La storia, ambientata negli anni Settanta in una periferia, racconta la vita del serial killer Jeffrey Dahmer, da quando era un timido e rispettabile dodicenne fino al giorno in cui uccise la sua prima vittima, due settimane dopo la fine delle superiori. Il fumetto è raccontato dal punto di vista del suo migliore amico, Backderf, un vignettista politico nominato due volte per l'Eisner Award e vincitore del Robert F. Kennedy Journalism Award.

Marc Meyers è un nome che già potrebbe far paura. Per il suo secondo film passato in sordina, il regista ha scelto una storia che già potrebbe far storcere il naso.
Le biografie e i biopic sui serial killer sono materia saccheggiata dal cinema.
In questo caso la domanda da fare a Meyers potrebbe essere quella del perchè un personaggio come Dahmer diventato poi il cannibale che tutti conosciamo, dovrebbe interessare soprattutto nel periodo adolescenziale (quello in cui non ha commesso omicidi) quando stava cercando di capire cosa non andasse in lui (o meglio prima che lo scoprissero quelli attorno a lui).
Forse uno dei perchè potrebbe essere l'arco di tempo che il regista decide di raccontare ovvero il prima dei fatti un po come Zombie che racconta lo stesso Meyers nel remake o prequel di HALLOWEEN.
Ne esce un film tutto sommato guardabile con delle belle prove attoriali soprattutto nell'autenticità del protagonista quando per attirare l'attenzione comincia a comportarsi come un autistico e nello strano e macchinoso rapporto con il gruppo di amici che poi è il pubblico che fa la sua conoscenza e piano piano si rende conto che c'è qualcosa che non va.
Le scene violente nel film sono quasi inesistenti così come il sangue e tutto il resto, ma l'atmosfera ovvero quella sensazione terribile di cosa si nasconda nella mente del ragazzo, è tangibile e in questo bisogna dar atto al regista di aver fatto un discreto lavoro.