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giovedì 18 ottobre 2018

Eat me


Titolo: Eat me
Regia: Jacqueline Wright
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna tenta il suicidio e il violento intruso che le ha salvato la vita supera i limiti della resistenza umana e i confini del perdono.

Eat me è un dramma molto colorato e ricco di ritmo e dialoghi feroci che sembrano prenderti letteralmente a cazzotti in faccia. Un indie estremo, un film da camera dove c'è forse solo una scena in esterno nel bel finale.
Un film che parte col botto, una donna vuole suicidarsi e si mangia psicofarmaci a manetta, tiene in mano vibratori, pensa alla sua vita di merda e poi sviene.
Arrivano due tipi, senza spiegare il perchè ed entrambi vogliono scoparsela anche se lei è svenuta.
Uno esce a prendere la birra e tornerà solo nel finale mentre l'altro inizia questa sfida tra sessi.
Eat Me è l’adattamento cinematografico della commedia intitolata a LA Weekly
Uno scontro tra due loser. Lei cerca di suicidarsi e lui vorrebbe stuprarla ma infine si interessa della sua storia. Una specie di VENERE IN PELLICCIA senza un palco teatrale, senza la regia di Polanski, ma con due attori inferociti che quando riescono a trovare l'enfasi e la complicità giusta sparano giù duro peggio che in un dialogo pulp. Qui non si perde un attimo, il film è sempre in crescendo senza lasciare momenti di riflessione ed è un cinema molto fisico dove i due attori combattono per contendersi la scena mettendosi continuamente le mani addosso, con scene di tortura e rape & revenge.
Lei vorrebbe che lui la uccidesse ma lui non può e non riesce nemmeno a farle male quando invece lei lo provoca continuamente ed è tutto così.
Un gioco delle parti in cui anche i ruoli di vittima e carnefice si ribaltano continuamente.
I monologhi e il climax finale sono quasi da applauso.


domenica 14 ottobre 2018

Apostolo


Titolo: Apostolo
Regia: Gareth Evans
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un uomo cerca di salvare la sorella rapita da una setta religiosa. Ma il riscatto da pagare è molto alto.

L'ultima opera di Evans si distacca completamente dalla sua precedente filmografia dove aveva dato nuova enfasi al cinema action in particolare sulle arti marziali.
Apostolo è un film completo, lungo, che si prende il suo tempo per raccontare una storia tutto sommato gradevole anche se inflazionata da troppe citazioni tra le righe e un amore cosmico nei confronti del capolavoro THE WICKER MAN.
Apostolo è ambientato nei primi anni del '900 mette insieme molti elementi interessanti, l’isolazionismo deciso dalla comunità, il fanatismo religioso, la radicalizzazione della violenza, creature che per "proteggere" l'isola hanno bisogno di sangue (in questo caso la dea) e il declino ambientale visto sotto una chiave piuttosto originale e prendendo qualche spunto da Barker.
Gli elementi non mancano, i toni e l'atmosfera soprattutto nei due primi atti sono la parte migliore contando che verso il finale, vista la moltitudine di eventi da chiarire e da chiudere il film tende ad ingarbugliarsi un po con alcune sotto vicende destinate a concludersi troppo velocemente contando che il film dura più di due ore e su questo elemento si poteva fare di più.
Un horror di natura fanatico-religiosa dove Evans ha voluto cercare di inserire il più possibile con atmosfere venefiche un taglio soprannaturale, culti misterici e una divinità che sembra rimandare al paganesimo con una fame che da secoli sta distruggendo il mondo e le sue floride bellezze e questo forse è l'elemento più interessante del film che cerca una metafora ambientale ma anche politica per inserire i suoi codici eretici.
La location Welsh Island poi appare come una terra ormai morente grigia e scura dove tre fratelli, i primi arrivati, detengono un potere attraverso delle cerimonie in alcuni casi raccapriccianti e dove a differenza dei combattimenti qui vengono mostrate diverse volte e senza mascherare nulla scene di tortura e momenti sanguinolenti senza nessun risparmio.




venerdì 12 ottobre 2018

When black birds fly


Titolo: When black birds fly
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

When Black Birds Fly racconta un’unica storia, ambientata in una città fittizia, una società distopica dominata da un certo Caino, considerato come una divinità, un novello Messia, che ha costruito attorno alla città di Heaven un muro, al quale è severamente vietato anche solo avvicinarsi. Cosa si nasconde al di là di questo confine? Cosa c’è di così terribile dall’altro lato? Perché i cittadini di Heaven, un paese in bianco e nero, nel quale l’unica nota di colore sono i cartelli quasi propagandistici di Caino e poco altro, devono tenersi lontano da questo orribile muro? A scoprirlo saranno due bambini, il piccolo Marius e la sua compagna di scuola Eden, che per aiutare un gatto in difficoltà raggiungeranno questo territorio misterioso, attraverso un buco, ritrovandosi in un mondo delirante e disgustoso.

Dopo l'efferato WHERE THE DEAD GO TO DIE che definivo un trip allucinato, qui l'effetto delle sostanze continua diventando più politicamente scorretto, prende come chiave escatologica la religione cristiana fondendola con alcuni miti pagani e con una importante anche se eccessivamente malata lo ripeto metafora politica.
Un film difficile da guardare fino alla fine, vuoi le musiche disturbanti, il montaggio che a volte sembra un viaggio in funghetto oppure i colori e lo stile d'animazione che rischiano di far venire una crisi epilettica.
Dio, Caino, Eva, il Paradiso, l'Inferno. A questo giro ScreamerClauz sembra essersi proprio incazzato chiamando in cattedra tutti per un suo giudizio finale direi esageratamente nichilista.
Un film dove succede di tutto, perversioni, gore, scene splatter e grottesche, momenti onirici a profusione, personaggi inquietanti, animali che prendono droghe e si trasformano, allo stesso tempo però risulta indubbiamente meglio strutturato soprattutto grazie ad una struttura unitaria e non antologica che riesce ad interessare maggiormente e riesce a regalare, a sorpresa direi, dei colpi di scena niente male soprattutto nella mattanza finale.
E soprattutto la simbologia, la scenografia a compiere i maggiori passi in avanti a cominciare dal bianco e nero che viene usato per il Paradiso, un luogo fatto di ombre ed incubi, in cui tutti sono castrati dove gli sposi non possono nemmeno guardarsi nudi e per ottenere un figlio devono far parte di una grottesco rituale di auto-mutilazione da parte dei genitori in onore del dittatore Caine facendo manifestare un figlio già parzialmente cresciuto a partire da una strana larva psichedelica. All’interno del Paradiso le uniche cose colorate sono i poster di Caino e pochissimi altri elementi.
I colori fluo, d’altro canto, appartengono all’Inferno, un mix di psichedelia che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dionisiaca e violenta del luogo.
Tutto il film si pone come un’allegoria del totalitarismo e soprattutto della corruzione e dell’incoerenza nella religione cristiana.
Tutto il film continua con parti mostruosi dove a sentir dire dal regista tutto il film è stato creato e composto sotto l'effetto di sostanze e nessuno stenta a crederlo contando che andando avanti nelle creazioni malate abbiamo Dio rappresentato come un uomo tra le nuvole, con una grossa corona ed al posto del volto una sfera di vetro, un Dio incazzato che non ci metterà molto a fare stragi appena si impossessano della sua donna e poi il frutto del peccato, una bacca che crea allucinazioni a chi la mangia.
Dunque fede bigotta con conseguente senso di colpa inculcato negli esseri umani servi in più una religione estremista assieme al potere tirannico che viene esercitato sul popolo, spesso senza che questo se ne accorga. Caino sottomette il popolo senza alcun rispetto e cela a tutti la verità, mentre gli abitanti del paradiso lo reputano un salvatore e credono in lui ciecamente, senza la benchè minima ombra di dubbio.
E'una favola malata ma che ai giorni nostri assurge quasi a verità.

domenica 22 aprile 2018

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



domenica 28 maggio 2017

Hounds of Love

Titolo: Hounds of Love
Regia: Ben Young
Anno: 2016
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

La diciassettenne Vicki Malonie si imbatte in una coppia di pericolosi maniaci che la rapiscono in una strada di periferia. Osservando le dinamiche del rapporto che lega i suoi torturatori, Vicki capisce presto che, per poter restare viva, dovrà far leva su un possibile punto di rottura tra i due...

Cosa si è costretti a fare per comprare dell'erba. Ben Young è fresco, giovane e alla sua opera prima si immette in un binario che negli ultimi anni piace particolarmente ai registi esordienti vista la parentesi, unica location, quindi una produzione di fatto molto low budget.
Una coppia urbata e diabolica di maniaci sessuali diventa il punto di partenza in annate che vedono perlo più seviziatori, killer seriali, mentre di coppie se ne sono viste poche.
Ambientando la vicenda negli anni '80 Young si ispira a fatti realmente accaduti, anche se non si riferisce a nessun caso di cronaca specifico. Si tratta, più che altro, di una rielaborazione personale del regista a partire dalle testimonianze di alcune donne serial killer rinchiuse in carcere.
Il risultato è altalenante. Sembra che per quanto concerne la psicologia dei personaggi e l'attenzione di Vicki a studiare atttentamente le mosse dei suoi aguzzini il lavoro e l'atmosfera dimostrano un buon tentativo tuttavia non sempre funzionale ma rimanendo traballante in più momenti.
Il climax finale e le violenze (ho apprezzato la scelta di Young di non mostrare mai lo stupro e le violenze facendo soltanto intuire cosa succeda nello stanzino) soprattutto le grida che diventano ad un tratto insopportabili, diventando strumenti abusati e ripetuti ad oltranza.
La storia secondaria della mamma di Vicki che nonostante la rinuncia della polizia continua a portare avanti la ricerca è abbatanza interessante anche se spesso viene lasciata da parte e non sviluppata a dovere (un altro elemento a sfavore e che si piazza verso la fine del seconto atto).

Il momento in cui la madre arriva nel quartiere dove pensa si possa trovare la figlia e la conseguente scenata e una delle scene più belle del film così come la chiusura in cui guardando dallo specchietto retrovisore puoi rimanere piacevolmente stupita.

lunedì 1 maggio 2017

Gang dell'arancia meccanica

Titolo: Gang dell'arancia meccanica
Regia: Osman F.Seden
Anno: 1974
Paese: Turchia
Giudizio: 2/5

Tre psicopatici criminali vanno in giro per Istanbul a uccidere e stuprare ragazze. Col fiato della polizia sul collo, i tre irrompono in una villa e la occupano, sottoponendo gli abitanti a ogni genere di cattiveria. Il padrone di casa è un ricco medico con moglie e figlio piccolo a carico e comincia così una serie inaudita di brutalità: l'uomo viene umiliato ripetutamente, la donna picchiata e palpeggiata. Il bambino piccolo inizialmente non capisce bene la situazione e prende tutto come un gioco, ma quando i criminali lo affogano in piscina la mamma impazzisce definitivamente. I tre finiranno in galera ma la pena che riceveranno sarà breve e, all'uscita dal carcere, anche per loro ci sarà una brutta sorpresa...

Purtroppo visionato in un'edizione tagliata nel finale di almeno una quindicina di minuti, il film maledetto di Seden rimane uno dei caposaldi del sotto genere horror rape & revenge. Un titolo importante quasi quanto I SPIT ON YOUR GRAVE ovvero quelle pellicole che hanno aperto le porta al tema anche se in questo caso i riferimenti paiono più spingersi verso Craven con L'ULTIMA CASA A SINISTRA del 72' e Kubrick per ARANCIA MECCANICA del 71'.
A differenza del film del '78 di Zarchi, il film di Sedem per fortuna gioca meno sulla tortura fisica e sullo stupro per concentrarsi maggiormente sul lavoro di violenza psicologica simile per certi versi al capolavoro che Haneke disegnerà nel 97' ovvero FUNNY GAMES.
Questa operetta qui sembra semplicemente l'opera più sciocca senza concentrarsi sulla natura e l'origine del male, ma mettendo in scena sevizie e soprusi del trio ai danni del nucleo familiare.
In particolare per l'epoca ha fatto discutere l'impiego del bambino nelle scene di violenza per arrivare all'annegamento. Anche se nelle scene della piscina è chiaro che sia un bambolotto, per l'anno di uscita una tale idea di violenza non era ancora così abusata come oggi. I picchi comunque arrivano nella scena madre e forse anche la più forte e lunga dell'intero film dove la mamma del bambino viene presa a schiaffi per dieci minuti di seguito, gettata a terra, fatta rialzare e colpita nuovamente
Il leader della band poi Savas Basar con quel sorriso serafico riesce a dare davvero una grande prova attoriale ricordando il Noe Hernandez di TENEMOS LA CARNE.
"Cirkin dunya" il titolo originale che in realtà dovrebbe suonare come "Mondo Cattivo" è un home invasion con un ritmo forsennato che non si ferma mai, senza smettere mai di gridare e di mostrare un certo compiacimento tipico dei film anni ’70.


giovedì 23 marzo 2017

Brimstone

Titolo: Brimstone
Regia: Martin Koolhoven
Anno: 2016
Paese: Olanda
Giudizio: 3/5

Alla fine del XIX secolo, nel west statunitense, Liz, una giovane di vent'anni, conduce un'esistenza tranquilla con la famiglia. La sua serenità viene sconvolta il giorno in cui un sinistro predicatore le fa visita. Si tratta dello stesso uomo che sin dall'infanzia la insegue inesorabilmente.

Brimstone è un western cupo e nero intriso di una misoginia e di un'atmosfera crepuscolare e sadica. Koolhoven sembra ispirarsi ad eventi tragici che riportano al tema delle violenze sulle donne in un periodo in cui soprattutto il dovere e il potere dell'uomo e di Dio si sfidavano in un bel braccio di ferro in cui il tasso di perversione era altissimo con un capitolo sull'incesto (Genesi) davvero pesante. Le Badlands, sono da sempre una delle regioni più inospitali degli Stati Uniti d’America, in quel XIX secolo teatro dei più celebri e apprezzati western sanguinosi e non, diventando lo scenario perfetto per una storia di violenza e dannazione che parla in fondo della storia di due nuclei familiari. Il difficile lavoro di fotografia e la luce scura per tutto l'arco del film, così come l'accurata scelta dei costumi e del trucco pesante ma non eccessivo, riesce a creare una inquietante tensione ben dosata dal buon cast e da alcune importanti anche se sprecati co-protagonisti. E'un altro film in cui è di nuovo la violenza a fare da padrona con scene disturbanti e sanguinolente senza farsi mancare eviscerazioni, lingue mozzate e cadaveri dati in pasto ai maiali.
Apocalisse - Esodo - Genesi - Castigo: in quattro lunghi capitoli che strategicamente rifuggono l'ordine cronologico temporale della storia, Brimstone traballa alla ricerca di un equilibrio che non riesce a trovare portando a casa tanti bei momenti intensi e originali arrivando però a torturare troppo lo spettatore come il Reverendo fa durante tutto l'arco del film.
Come REVENANT, film sopravvalutato dal punto di vista tematico, è di nuovo la storia di un uomo (un Reverendo) che per tutto il film da la caccia a una madre del West muta e con una storia di violenza alle spalle. Un revenge-movie che usa il western e coglie alcune venature horror.



lunedì 6 marzo 2017

Handmaiden

Titolo: Handmaiden
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Corea,1930. Sotto la dominazione giapponese della Corea, Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal (falso) conte Fujiwara, che mira al patrimonio di una ricca ereditiera nippo-coreana, Hideko. Sookee diviene la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione, che rischia di compromettere il piano di Fujiwara.

C'è una frase che mi colpì di Park Chan-Wook quando al tempo diresse uno dei tre episodi di THREE EXTREMES. Il regista confidò al giornalista di essersi avvicinato solo in tarda età alla settima arte e di aver visto pochissimi film.
Senza stare a fare le presentazioni parliamo di un outsider che non ha mai sbagliato un colpo.
Sia nella trilogia della vendetta, la più conosciuta e apprezzata, ma anche in tutto il suo cinema precedente e la filmografia successiva, è un autore poliedrico che ha spaziato dal dramma, all'horror fino alla sci-fi, per arrivare con questo suo ultimo film a concludere la trilogia sull'esplorazione dell'amore proibito iniziata nel 2009 con THIRST e proseguita con STOKER.
Handmaiden approfondisce alcuni temi cari al regista e chiama in cattedra ancora una volta una scenografia inquietante per quanto rasenta la perfezione e una fotografia anch'essa molto potente in grado di restituire tutto ciò che i dialoghi e le parole non devono sforzarsi di raccontare.
Eppure a dispetto di altre sue opere appare come qualcosa di incredibilmente complesso, stratificato, un omaggio al cinema erotico e al soft-core con scene di sesso tra donne che fanno imbarazzare LA VITA DI ADELE.
Hideko, la protagonista ad esempio è costretta ad essere, lei come tutti gli altri, prigioniera del suo zio folle, un demiurgo come non si vedeva da tempo, addestrata fin dalla tenera età a interpretare reading per soli uomini di testi erotici giapponesi, di cui lo zio è un accanito e geloso collezionista, ossessionato dal sesso come esercizio di potere in modo indifferente sia nei confronti delle donne sia degli uomini.
In Handmaiden tutto viene ribaltato, i giochi e le dinamiche complesse tra i personaggi esplodono, il lento gioco della rottura delle apparenze diventa sempre più grottesco e avvincente per poi finire in un bagno di sangue come nella inquietante scena che fa da apri pista alla deriva gore, in cui i due maschi, il padre-padrone ed il mentore-lenone, gabbati e sconfitti, si fronteggiano a colpi di tortura verbale e fisica tranciando dita.
E'un omaggio agli usi e costumi di una Corea ancora schiava e repressa, dove si insinua la libertà dell'erotismo come unica valvola di sfogo "femminile" e concentrandosi su una messa in scena che a differenza di molta cinematografia di genere coreana non usa un'estetica patinata così esagerata. Ispirato ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters, il thriller di Wook, che tra i suoi registi preferiti pone Hitchcock palesandolo senza troppi problemi e tessendo come spesso capita nel suo cinema il classico concetto per cui chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato.
Handmaiden come tante opere in costume utilizza lo storytelling per creare ambiguità e per dare ancora più valore e spessore alla storia.



mercoledì 15 febbraio 2017

Gradiva

Titolo: Gradiva
Regia: Alain Robbe-Grillet
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Uno studioso di Delacroix di nome John Locke si reca a Marrakesh per tentare di risalire alle ragioni della sua svolta pittorica, testimoniata dai "Carnets du Maroc", di cui però soltanto quattro sono giunti fino a noi. Nell'appartamento che divide con la sua schiava penetrano personaggi di ogni tipo, capaci di farlo entrare in una pericolosa spirale di sesso e allucinazioni.

Che strano film questo giallo, questo viaggio nella mistery franco-marocchina con ventate di cinema di altri tempi e un'amore infinito per le Mille e una Notte e il cinema erotico. In Gradiva il fascino e l'amore per l'Oriente sono una costante con cui il regista non può fare a meno di confrontarsi.
Un indagine lenta, onirica, inquietante e allo stesso tempo romantica come un viaggio alla scoperta del piacere e di ciò che può apparire e risultare scontato solo all'apparenza.
Un'opera che sembra un dipinto, forse troppo intellettualmente ricercata, in momenti dove non sempre si riesce a sposare alla perfezione con la fotografia del film, quadri e opere per una galleria di immagini potente e suggestiva abbracciando il bondage e le pratiche di sesso estremo.
Alcune location sono di una struggente bellezza guidandoci attraverso giardini incantati e castelli che sembrano nascondere all'interno tanti gironi infernali in un'esperienza che abbraccia la realtà, la fantasia, il sogno e la veglia confondendo lo spettatore e rimescolando in crescendo fino ad arrivare al climax e all'estasi finale, all'eccitazione dei sensi. Carnalità e trascendenza, violenza e tenerezza si alternano nella coscienza di John Locke in un film d'altri tempi con una piccola critica concernente gli intenti che in alcuni momenti decollano per traiettorie surreali e metafisiche.
L'amore per un'ideale di donna, che ricopre tante sembianze e sembra essere a tutti gli effetti una dea diventa un viaggio interiore ed esteriore anomalo quanto ambiguo come appunto diversi personaggi che il nostro John Locke incontrerà nella sua ricerca.




venerdì 10 febbraio 2017

Ragazza del vagone letto

Titolo: Ragazza del vagone letto
Regia: Ferdinando Baldi
Anno: 1979
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre teppisti si scatenano su un treno. L'unico che saprà opporsi alla loro aggressione sarà un detenuto politico.

Exploitation d'annata? Per certi versi sì. Il film di Baldi conosciuto all'estero con nomi tipo "Terror Express" (che comunque è ancora più suggestivo) ci porta ad ampliare con più azione e meno caratterizzazione dei personaggi un altro esperimento di film di genere particolarmente violento e provocatorio . Le ghigne dei personaggi qui sono tutte perfette, la location si sposa a pannello (il treno è sempre suggestivo) e non mancano le perversioni e le devianze sociali che qui però hanno il pregio di non essere tutte addossate sugli antagonisti ma dal momento in cui i tre teppisti prendono il sopravvento scopriamo una galleria di elementi davvero degni di nota.
Dal politico perverso e vigliacco che fa rifornimento di riviste porno prima di salire sul treno, al padre apparentemente premuroso che ha desideri erotici nei confronti della figlia adolescente, una prostituta che batte in accordo con il capotreno, una signora borghese che non disdegna una sveltina con uno degli stupratori, una ragazzina che si innamora del suo carnefice e persino il terrorista politico che alla fine è l'unico a ribellarsi sul serio.
Tutti hanno un loro perchè, tutti se vuoi anticipano come andranno le cose nel nostro paese e soprattutto il film come l'anno in cui è uscito, meritano un discorso a parte sul politicamente scorretto. Mentre alcune scene sono davvero troppo lunghe come la scena di sesso tra uno dei tre teppisti e la ragazzina che come diceva un critico per l'anno di uscita serviva come biglietto da visita per i feticisti delle nostre nazionali starlettes del tempo che fu, dall'altra alcuni passaggi, come nel finale, sono velocissimi soprattutto quando muoiono alcuni personaggi principali.
Luigi Montefiori, noto ai più come protagonista del malatissimo ANTROPOPHAGUS, firma la sceneggiatura, divertendosi ma allo stesso tempo senza andare veramente a fondo nella natura del disagio ma lasciando lo spettatore irritato per il semplice fatto che personaggi così esistono mossi spesso senza una logica ma semplicemente per soddifare i propri bisogni fisici. Punto.




martedì 17 gennaio 2017

Pet

Titolo: Pet
Regia: Carles Torrens
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo tanto tempo Seth incontra Holly, una sua vecchia fiamma, e in breve matura un'ossessione per lei che lo condurrà a tenerla prigioniera nel rifugio per animali dove lavora. Ma non sarà lui ad essere l'unico carnefice: Holly nasconde qualcosa e potrebbe trasformarsi da vittima a boia.

Pet è uno dei quegli horror in cui devi arrivare fino alla fine se vuoi un minimo di soddisfazione. Non per altro. In questi ultimi anni le violenze a carico della donna sono aumentare nella realtà come nella settima arte. Sono loro le vittime sacrificali del momento, sono loro ad essere di nuovo il capro espiatorio preferito. Il perchè è semplice: al pubblico piace. E'vero anche che questa tendenza è stata sfruttata in maniera così massiccia da ripiegare su tutti i possibili e differenti scenari quando alla base il motivo è quasi sempre lo stesso (per esempio MARTYRS e THE WOMAN, potevano da soli aprire e chiudere il sotto genere).
Senza stare a d elencarli tutti, Pet pur partendo da un elemento anch'esso sfruttato all'ennesima potenza, il ragazzo timido e "strano" che cerca di innamorarsi della tipica bella ragazza che in passato andava a scuola con lei e che questa non si fila di striscio oltre che prenderlo in giro.
Dove però Torrens lavora di astuzia? Proprio quando si rende conto che con una ragazza chiusa letteralmente in una gabbia per cani, gli scenari sembrerebbero tutti optare verso il torture-porn, il regista invece usa la psicologia e l'intelligenza in uno scontro tra vittima e carnefice in cui le parti si scambieranno continuamente. Verso il climax finale poi si assiste ad una sorta di complicità che sfocia più volte nel sanguinolento come quando Seth uccide le vittime e da la loro carne in pasto ai cani del canile. Il finale poi solo per certi aspetti sembra voglia citare FREAKS di Browning.


giovedì 22 dicembre 2016

White Lightnin

Titolo: White Lightnin
Regia: Dominic Murhpy
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Nel cuore delle montagne Appalachian in West Virgnia, dove ogni uomo possiede una pistola e una distilleria di liquori, si tollera la leggenda vivente Jesco White. Da giovane Jesco andava avanti e indietro dal riformatorio al manicomio. Per tenerlo fuori dai guai, suo padre D-Ray gli ha insegnato l'arte della danza di montagna, una versione frenetica del tip tap con la musica country suonato col banjo. Dopo la morte di suo padre, il pazzo Jesco prende le scarpe da tip tap di suo padre e porta il suo show per la strada.

La storia di The Dancing Outlaw, il ballerino fuorilegge è una ballata travolgente e disperata.
Un viaggio nella violenza pura, di una mente deviata, instabile e complessa e di un percorso di redenzione anomalo e senza nessuna concessione.
Una vita di eccessi di droga, alcool, di autodistruzione, di un biologico benessere nella ricerca dello sballo e delle sostanze. C'è tanta musica, ritmo, un montaggio veloce e perfettamente scandito.
Una prima parte fra gli hillbillies che popolano le zone più arretrate e degradate degli Appalachi dove si vive tutti assieme e dove l'ambiente ricorda a tutti gli effetti le carovane dei bifolchi.
Una comunità dove il giovane Jesco intuisce subito, come d'altronde suo padre, quale sarà il suo destino.
Macabro, grottesco, è riuscito in diversi momenti a ricordarmi un altro film folle, BAD BOY BUBBY, il quale puntava più sul disturbo psichiatrico e il suo impatto sulla società rispetto all'esordio di Murphy dove Jesco è un pazzo almeno fino a quando non incontra l'amore e soprattutto quando tutto rischia di degenerare ancor più dopo la misteriosa morte del padre.
Lo squallore (umano ed estetico) che regna nella pellicola disturba, lascia nauseati e straniati. Funzionale a questo punto la scelta registica di puntare su un b/n che sbiadisce i colori più chiari e crea un’atmosfera ora raffinata ora sordida ora laida e sozza.

Un film che seppur non dichiaratamente un horror e un biopic rientra prendendo registi e stilemi del genere diventando un'opera sconosciuta e assurda, un debutto trascendentale che seppure un flop al botteghino, spero faccia resuscitare dalle ceneri Dominic Murphy per il quale nutro profonda stima.

martedì 13 dicembre 2016

Patient Seven

Titolo: Patient Seven
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Pazient Seven è un'antologia dell'orrore che intreccia sette cortometraggi di registi da tutto il mondo, con una storia coinvolgente ambientata in un istituto mentale negli Stati Uniti.

In quest'anno gli horror antologici o a episodi non mancano di certo.
Mancava però una produzione più low budget che si occupasse del tema della follia anche se qui l'accezione merita alcune precisazioni. Trovandosi di fronte ad una serie di storie su vari disagi di carattere puramente psichiatrico, portati comunque e sempre all'eccesso, il Dottor Marcus interpretato dal grande Michael Ironside, che finalmente ritroviamo dopo TURBO KID, si trova a intervistare alcuni pazienti che hanno avuto traumi nei quali si manifestavano veri e propri mostri (vampiri, zombie, demoni, fantasmi).
Senza spoilerare l'importante colpo di scena finale (purtroppo abbastanza ovvio) il film ha sicuramente una buona messa in scena, gli episodi non sono tutti efficaci ma cercano almeno di avere un buon ritmo con una recitazione sostenuta. Il dottor Marcus altro non fa che provocare i pazienti e metterli di fronte ai loro incubi e alle loro fobie peggiori (molto realistica a questo proposito la scena della tortura con la pellicola trasparente) quindi usando il metodo opposto che userebbe qualsiasi psichiatra per curare un paziente.
Sette i nomi e i lavori: Nicholas Peterson (segmento 'The Visitant'),(segmento 'The Body') Paul Davis,(segmento 'Undying Love') Ómar Örn Hauksson, Dean Hewison ( 'The Sleeping Plot' segmento), Erlingur Thoroddsen (segmento 'Bando';Bambino Eater), Joel Morgan (segmento 'Morte Scene'), Johannes Persson e Rasmus Wassberg ( 'evaso' segmento).

Un'altra raccolta, con un'idea originale che non riesce sempre a trovare un giusto equilibrio ma che è sostenuto dall'inizio alla fine dalla prova attoriale del suo malvagio protagonista.

martedì 15 novembre 2016

Elle

Titolo: Elle
Regia: Paul Verhoeven
Anno:2016
Paese: Francia
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 4/5

Michelle è la proprietaria di una società che produce videogiochi ed è una donna capace di giudizi taglienti sia in ambito lavorativo che nella vita privata. Vittima di un stupro nella sua abitazione non denuncia l’accaduto e continua la sua vita come se nulla fosse accaduto. Fino a quando lo stupratore non torna a manifestarsi e la donna inizia con lui un gioco pericoloso.

Il personaggio di Michelle, interpretato dalla sempre camaleontica Huppert (l'attrice feticcio di Haneke) è multisfaccettato, rivela e analizza una personalità complessa che deve fare i conti con il passato e un padre pluriomicida ora agli arresti che le crea nella sua cittadina non pochi problemi con l'opinione pubblica. E'amata da tutti ma non sa amare e questo sentimento sembra ad un certo punto esplodere diventando il gioco-forza di questa lotta-accettazione in un "gioco" perverso con uno stupratore.
Ed è proprio con uno "stupro"iniziale che il funambolico Verhoeven ci immerge fin da subito in un film complesso, teso e complicato che fa malissimo nella maniera in cui una donna accetta una condizione  di violenza e iniziale impotenza senza saperne o volerne uscire.
La psicologia con cui Elle segue minuziosamente le scene di pornografia nei videogiochi per cui lavora, il sadismo che prova a vedere il suo ex marito gongolare per lei, il piacere che prova con il marito della sua migliore amica, l'odio e allo stesso tempo il disprezzo per la moglie di suo figlio che ha avuto un bambino di colore da un altro uomo, tutto sembra poi esplodere dentro di lei sentendo il bisogno di liberarsi e offrendo il suo corpo, sacrificandosi come strumento per un carnefice che sembra rappresentare quasi una sua sorta di nemesi complessa e variegata.
Elle, diminutivo di Michelle, è un dramma psicologico, un thriller che colpisce duro e non risparmia la psiche dello spettatore e della protagonista aggiungendo un altro duro tassello su come spesso gli stupri vengano ignorati dalle donne o meglio accettati senza andare a fondo e comprenderne gli effetti collaterali, le conseguenze inattese e gli effetti perversi.

martedì 8 novembre 2016

Perfect Host

Titolo: Perfect Host
Regia: Nick Tomnay
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Warwick Wilson è un padrone di casa perfetto. Serve il tavolo impeccabilmente, prepara l'anatra alle otto e mezza precise e mette sempre gli ospiti a loro agio. John Taylor è un rapinatore che si presenta a casa di Warwick adducendo la scusa di essersi perso

Home-invasion che incontra il torture in un thriller in salsa black comedy. L'esordio di Tomnay anche se non è così male per quanto riguarda il reparto tecnico e gli attori tra cui l'iper tamarro Clayne Crawford di BAYTOWN OUTLAWS, ripiega su scelte e modalità convenzionali già viste e riviste. Se il fuggiasco entra in casa del padrone elegante e preciso e ovviamente la sceneggiatura ribalta la struttura facendo sì che proprio il ladro diventi la vittima sacrificale da torturare, non basta e a nulla servono alcune scelte e scene sicuramente funzionali dal punto di vista creativo e della costruzione dell'immagine che però nulla tolgono ad un finale prevedibile e scontato.
Anche la caratterizzazione dei personaggi, in particolare Warwick, se all'inizio ha una sua aura di mistero finisce presto e nel finale decisamente troppo, dicendo e mostrando numerosi elementi che non sono funzionali al film e abbassano la suspance.

Interessante per certi versi l'impiego degli ospiti di Wilson che sembrano comparse, spettatori, attori, fantasmi e allucinazioni, il tutto cercando di renderlo il più misterioso possibile fino all'epilogo finale.

domenica 23 ottobre 2016

Fango Bollente

Titolo: Fango Bollente
Regia: Vittorio Salerno
Anno: 1975
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Ovidio Mainardi è, all'apparenza, un tranquillo impiegato addetto ai calcolatori elettronici in una grande azienda. La monotonia del lavoro, la solitudine esistenziale di un matrimonio mal combinato, ove per la moglie, più del marito conta la carriera, spinge Ovidio, con altri due soci, a sfogarsi in atti di vandalismo e di crudele cinismo, che si manifesta in una serie di delitti, vere esplosioni di crudo sadismo.

Fango Bollente è un robusto film di genere in quello che è stato uno dei periodi cinematografici più fertili in Italia. Un'opera intensa, un noir violento e avanti con i tempi che rappresenta come per altri registi le nevrosi della società contemporanea.
I punti di forza del film sono l'ottima messa in scena, un montaggio serrato, dialoghi taglienti e interpretazioni memorabili come quella di Joe Dalessandro. Se a tutto questo uniamo le musiche elettroniche di Franco Camparino e alcune notevoli scene di violenza, come quella nel magazzino sulle due donne e della moglie del protagonista, allora si riesce ancora meglio a comprendere come in un film come questo che sembra mischiare polizziottesco e alcune citazioni al cinema di Bava come CANI ARRABBIATI, notiamo come sia l'ennesimo film che attraverso il cinema di genere denuncia lo stress della vita moderna, l'alienazione e il lavoro in catena di montaggio, tutti mali che andavano già delineandosi tra la classe operaia e esponenti di un cento medio logorato di cui ancora non si parlava tanto.



venerdì 23 settembre 2016

Mexico Barbaro

Titolo: Mexico Barbaro
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Sulla scia degli horror antologici a episodi che ultimamente stanno riscuotendo un certo successo, assieme a GERMAN ANGST e in piccola parte VHS e sequel, arriva il più feroce e cattivo di tutti in cui otto registi si ispirano alle più brutali leggende e al folklore orrorifico della loro terra: il Messico.
Che siano storie urbane, creature mostruose, troll, fantasmi, Santa Morte, il film cerca di non risparmiare nulla e portare all'efficacia tutto il suo repertorio in uno stile che alterna arty e grindhouse.
Il titolo deriva da 1908 saggio di John Kenneth Turner che ha evidenziato la situazione politica e sociale in Messico durante il crepuscolo della lunga dittatura di Porfirio Diaz.
Mexico è davvero "barbaro"diciamolo, coglie davvero di sorpresa.
E' di una cattiveria senza pari, mostra tutto (ma proprio tutto) è non si preserva mai dal dire "forse stiamo esagerando". Sembra una rincorsa a chi gira il corto più malato e noi non possiamo che essere felici e succubi di tale scelta.
Guardateveli non voglio stare a raccontare una per una le singole trame.
Accenno solo i nomi dei corti e degli autori, perchè forse, sentiremo parlare di alcuni di loro.
Isaac Ezban - "La Cosa mas preciada" (più malato e weird), Laurette Flores Bornn – "Tzompantli" (attuale e politicamente scorretto), Jorge Michel Grau – "Bambole" (nostalgico), UlisesGuzman - "Siete veces siete" (storico), Edgar Nito - "Jaral de Berrios"(soprannaturale), Lex Ortega - "Lo que importa es lo de Adentro "(disturbante), Gigi Saul Guerrero -" Día de los Muertos "(folkloristico), Aaron Soto -" Drena " (criptico)
Vi basti sapere che alcuni sono davvero bizzarri e che i temi sono: narcotraffico, troll che stuprano (letteralmente) una donna, pedofili, cannibali, uomini neri, fantasmi, obesi che maciullano donne, creature, sacrifici atztechi e il giorno dei morti.
Più in generale, c’è una visione eretica e davvero poco religiosa sui temi trattati e sulla carica eversiva su cui poggiano le storie trovando il numero magico e sposandolo sui temi prediletti: Satana, Sesso e Sangue.


sabato 10 settembre 2016

Seasoning House

Titolo: Seasoning House
Regia: Paul Hyett
Anno: 2012
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un bordello dei Balcani, le ragazze rapite dai soldati nelle zone di guerre sono costrette a prostituirsi indifferentemente con soldati e civili. La giovane sordomuta Angel è costretta a prendersi cura dei clienti che sotto effetto di droghe si intrattengono con lei ma, all'insaputa dei suoi aguzzini, pianifica la sua fuga muovendosi tra le pareti e le intercapedini della casa. Quando i responsabili del massacro della sua famiglia si presentano al bordello per soddisfare i loro contorti appetiti, per Angel arriva il momento di passare ai fatti e mettere in atto la sua brutale e ingegnosa vendetta.

Hyett è un mestierante che ha solcato molti set inglesi importanti negli ultimi anni lavorando praticamente con quasi tutti i registi della nuova generazione del cinema di genere.
Questo suo esordio è un revenge-movie dove alla base si trova l'elemento migliore del film che purtroppo poi degenera facendo perdere parte dell'atmosfera e finendo per essere come tanti simili.
L'idea della guerra come teatro feroce di una consumazione di corpi come appunto la Seasoning House è forse lo spunto migliore.
Un universo di violenza sulle donne senza pari mentre la guerra nei Balcani fa da sfondo a tutto questo orrore in cui domina lo sporco e la perversione e in cui il regista è molto attento e preparato nel disegnare questo squallore.
Grazie ad un buon cast, le vittime tra i soldati nonchè la protagonista, funzionano e per tutta la durata anche nelle scene di vendetta più efferate, non c'è autocompiacimento, basti pensare che nemmeno le donne drogate che aspettano la loro sorte vengono mai mostrate nude.


domenica 24 aprile 2016

Baskin


Titolo: Baskin
Regia: Can Evrenol
Anno: 2015
Paese: Turchia
Giudizio: 4/5

Un gruppo di poliziotti turchi, chiamati in una desolata area urbana, si ritrovano faccia a faccia con la squallida e insanguinata tana di un rituale satanico in un edificio abbandonato.

Mi ero sbagliato. La prima volta che vidi Baskin, appena uscito, ero rimasto tra i moderati, ovvero quelli che si erano esaltati ma avevano messo un po in croce la storia misera e il finale davvero enigmatico e filosofico ma soprattutto archetipico, psicanalitico e onirico, prendendo in prestito e attingendo dalle religioni orientali ma di fatto lasciando il seme del dubbio che sia stato chiaro o no almeno per chi la scritto.
Un film che però assieme a THE VOID ha decretato due grand guignol dello splatter, due filmoni in cui sette da una parte e orrore cosmico dall'altra ci hanno regalato momenti di pura estasi.
Se togliamo davvero il finale, la trama, la caratterizzazione dei personaggi (quasi tutto insomma) il film rimane comunque sporco e grezzo e vive di luce propria pur senza preoccuparsi del resto.
Un buddy movie tra poliziotti corrotti che abusano per tutto il tempo del loro potere fino a che non arrivano in questa sorta di mausoleo abbandonato dove sta succedendo il finimondo.
Anche quando entriamo nel clou della storia ovvero il punto dove convoglia tutta l'azione, di per sè quello che capita all'interno avviene in maniera piuttosto affrettata e senza metterci troppo tempo ci troviamo già nelle cantine alle prese con la tortura e il rituale.
Per non parlare poi di Mehmet Cerrahoglu che davvero risulta spaventoso, il perfetto leader freak della setta, aderendo perfettamente ad un personaggio inquietante. Qui un grandissimo merito bisogna anche darlo alla XYZ films, ovvero niente di meno che la casa di produzione creata nel 2008 con l’intento di scovare talenti registici in giro per l’Orbe terraqueo con risultati come THE RAID, DEAD SNOW 2, SPRING, FRANKENSTEIN'S ARMY, THE INVITATION.
Evrenol è un regista ebreo turco, sconosciuto ma che qui al suo esordio se ne esce con un film assolutamente indimenticabile e sorprendente per come sia stato intessuto di elementi squisitamente aderenti e funzionali al genere. Uno dei quei film in cui la messa in scena supera tutto il resto e la trama pur striminzita rimane comunque il collante giusto per far tornare quasi tutto fino al climax finale. Un film davvero grondante sangue e frattaglie, con famiglie di bifolchi che vivono in mezzo ad una strada raccogliendo rane, a incubi feroci, sogni dentro al sogno e un'aldilà a cui ognuno di noi sembra dare una spiegazione e un'importanza diversa chi aspettadolo e andandoci incontro sacrificando la vittima prescelta o chi ne ha solamente una paura fottuta e prega sperando che il suo aldilà possa essere celestiale e meraviglioso.





martedì 28 luglio 2015

Territories

Titolo: Territories
Regia: Olivier Abbou
Anno: 2010
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Cinque amici statunitensi, di ritorno da un matrimonio celebrato in Canada, stanno tornando a casa negli USA in macchina. Non lontano dal confine il loro mezzo viene fermato da due poliziotti irregolari che vogliono controllare le loro identità. Quando uno dei due poliziotti trova della marijuana tra i bagagli dei cinque ragazzi le cose peggiorano velocemente...

Territories è un film difficilmente inquadrabile.
C'è un inizio e una prima parte davvero interessanti, non squisitamente originali, ma che hanno una suspance funzionale e creano non pochi momenti di sgomento, oltre che puntare su una sorta di denuncia fin troppo esplicita alla fobia e soprattutto della paura negli Stati Uniti post undici Settembre. Come molti film che trattano l'abuso di potere, il film mostra sicuramente le carte migliori fino al momento in cui la critica su Guantanamo e le torture, nonchè l'arrivo dell'investigatore privato, ne sanciscono alcuni limiti su cui il livello del film e il finale inciampano rivelando una pochezza di idee e alcuni scelte che ne sanciscono svariati limiti.
Ed'è un peccato perchè lo scontro tra due mentalità, civiltà viene quasi da dire, tra i Canadesi e gli Statunitensi era interessante, l'interrogatorio relativo al fatto di non accettare stranieri anche se perfettamente intergrati sul suolo americano pure, ma Abbou ha voluto esagerare non riuscendo a contenere ciò di buono creato nella prima parte e investendo troppo sul lato torture piutosto che sui diaoghi che avevano delle buone premesse.