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martedì 30 aprile 2019

Mali


Titolo: Mali
Regia: Antonio Nuic
Anno: 2018
Paese: Croazia
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Dopo aver trascorso quattro anni in prigione, Franjo non è cambiato. Era, ed è tuttora, uno spacciatore. Sua moglie sta morendo e i genitori della donna vogliono far risultare l'uomo incompetente al fine di togliergli la custodia del figlio, Mali. Tuttavia, Mali ama suo padre e vuole continuare a vivere insieme a lui. I metodi genitoriali di Franjo sono poco convenzionali, ma non intende darne conto a nessuno. Inoltre non permetterà ad anima viva di portargli via suo figlio. Inaspettatamente, per il suo 40esimo compleanno, Franjo riceverà un regalo che risolverà tutti i suoi problemi.

Una commedia grottesca, un insolito dramma sul sociale. Mali è il secondo film del giovane croato Nuic che sempre su territori indipendenti inesplorati muove la sua macchina cinematografica con un film intenso che cerca di mettercela tutta per quanto concerne le carenze di budget e alcuni intenti che cercano di mescolare film di formazione e crime movie.
Come succedeva per Wild Bill anche qui abbiamo giovani/adulti e viceversa, dove cercando di dare il buon esempio ai figli spesso e volentieri si finisce con l'essere peggio dei bambini.
Da questo punto di vista il passato criminale e alcuni vizi sembrano essere i leitmotiv di Franjo e la sua banda di rovinati.
Mali cerca di farsi spazio come dicevo alternando spesso il linguaggio rendendolo ironico e volgare ma anche colto e raffinato, sempre sul piano della bilancia, offrendo uno spaccato sul sociale dove cercare di rifarsi una vita per chi è stato in prigione oggi diventa sempre più complesso, soprattutto quando a raccoglierne gli esiti diventano i bambini come nel caso del piccolo Mali.



Mazeppa


Titolo: Mazeppa
Regia: Jonathan Lago Lago
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Johan, un talentuoso e insicuro giovane pianista, sta per esibirsi in un importante concorso musicale. Sopraffatto dallo stress, inizia però a temere il palco…

Cosa fare quando avvicinandoti al palco comincia a sanguinarti il naso facendoti diventare nel giro di pochi minuti quasi una vittima di un film horror.
Lago Lago, dal cognome insolito, sembra divertirsi molto con questo interessante cortometraggio tutto girato all'interno di un'accademia musicale popolata da rampolli di una certa aristocrazia francese. Con uno stile invidiabile, il regista e soprattutto il cast tecnico promuove un uso della luce naturale, campi lunghi e carrelli per girare intorno alla personalità schizzata e travolgente di Johan.
Alla fine basta ricongiungersi con la persona amata, salire sul palco, sedersi, prendere un respiro e appoggiare le mani sui tasti del pianoforte. Fine


Meninas Formicida


Titolo: Meninas Formicida
Regia: Joao Paulo Miranda Maria
Anno: 2017
Paese: Brasile
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 4/5

In una piccola città brasiliana, un’adolescente lavora ogni giorno in una foresta di eucalipti come disinfestatrice di formiche. Tuttavia, non è l’allontanamento degli insetti la vera sfida, bensì la sua lotta interiore.

La giovane protagonista di questo insolito cortometraggio vive in una roulotte con la sorella, la madre e un bimbo piccolo. Sono tutte povere e le condizioni di vita scarse e precarie.
La sua lotta è soprattutto interna sperimentando la sessualità e non sapendo come approcciarsi con i ragazzi (la scena in cui viene presa a schiaffi da un'altra ragazza è funzionale quanto per certi versi abbastanza gratuita). Allora forse l'unica forma di vita silenziosa, piccola e instancabile lavoratrice diventa proprio quella stessa formica che per necessità tocca quotidianamente sopprimere.
Girl, così possiamo chiamare la protagonista senza nome, viene sempre inquadrata di spalle quando è sommersa dal brusio e dal caldo soffocante delle piantagioni di eucalipti.
Sembra catapultata in un altro mondo e in un'altra realtà. In parte è così ma forse questo bisogno di estraniarsi è legittimo contando la lotta per cercare di non essere sopraffatte dalla società soffocante in cui vive.



lunedì 22 aprile 2019

Lenny to the nines


Titolo: Lenny to the nines
Regia: Jeremy Puffet
Anno: 2018
Paese: Belgio
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Quando lungo il suo cammino Lenny incrocia qualcuno vestito con una divisa o un costume, viene sopraffatto da un desiderio irresistibile di urinare, ma vi è una pulsione ancora più grande e più difficile da reprimere: la necessità di appropriarsi dell’identità delle persone incontrate.

Con 15.000 di budget, Puffet tira fuori questo viaggio on the road con un ritmo incredibile.
Lenny qualsiasi cosa incrocia, madre/figlia, commesse, poliziotti o altro, ha questa profonda ossessione compulsiva di dover entrare nel personaggio, scappando subito dopo aver pisciato per far perdere le tracce (la scena con la divisa da poliziotto le batte tutte).
Con una fotografia coloratissima, un montaggio scoppiettante e tanta ironia grottesca, lasciando da parte il non sense, in 16 minuti non sembra mancare davvero nulla fino ad un finale esplosivo che non poteva che chiudere nell'unico modo possibile una vicenda destinata ad arrestare il giovane biondo protagonista nella sua corsa contro il tempo.

giovedì 18 aprile 2019

Fauve


Titolo: Fauve
Regia: Jeremy Comte
Anno: 2018
Paese: Canada
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 5/5

Due ragazzi giocano attorno a una miniera di superficie. La complicità si evolve in uno scontro in cui uno vuole prevaricare l'altro. Quando improvvisamente si impigliano nelle sabbie mobili, il dibattito finisce. Prendendo proporzioni più grandi della natura, questo gioco non si rivelerà innocuo come pensavano.

Fauve è uno dei più bei corti che abbia mai visto.
Essenziale, canadese in tutti i sensi, con un piccolo protagonista che sembra Vincent Cassel, un tema scomodo ma attuale e tanti pugni nello stomaco, doverosi per chi racconta una storia senza happy ending ma mostrando semplicemente che la vita non fa sconti a nessuno in particolar modo a ragazzi maldestri che sfidano il pericolo.
Competizione, paura, sopravvivenza, fuga. In sedici minuti l'opera di Comte è straziante senza regalare nulla allo spettatore e lasciando a riflettere sul livello di consapevolezza.
Rischiava di vincere agli Oscar per il miglior corto straniero. Peccato perchè a distanza di tempo, rimane ancora impresso nella retina con una forza e una lucidità notevole.



giovedì 11 aprile 2019

Uuquchiing


Titolo: Uuquchiing
Regia: Kevin Nogues
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Undergound Cinefest
Giudizio: 3/5

Camille è totalmente smarrito. I giorni sono seguiti da altri giorni in un tempo metronomico, che trascorre tra il suo lavoro in fabbrica e le visite regolari ai suoi nonni. Una sera, mentre sta cenando a casa loro, viene trasportato nel suo futuro, a poche ore di distanza dal presente. Camille, però, non ricorda nulla.

Nogues in sala spiegava che il titolo del suo corto gli era venuto in mente guardando un documentario sulle volpi e la citata sembra essere una delle più rare da vedere.
Più o meno è quello che succede nella vita di Camille.
Provate a immaginare come può essere svegliarsi in un posto senza sapere come ci si è arrivati, vuoti di memoria anticipati da una scossa fastidiosissima (causato da problemi neurologici forse), un padre che sta morendo di Alzheimer e la difficoltà nel non capire cosa sta succedendo nella propria vita. In tutto questo tra un lavoro alienante, una ragazza affascinante e un gruppo di amici che sembrano non prendere sul serio il problema, Camille per non impazzire dovrà prendere una scelta. Poco da dire su un corto realizzato con un incredibile attenzione tecnica, un lavoro sul sonoro in grado di ampliare la sensibilità nostra e di Camille su quanto stia succedendo e in 22' muoversi da una parte all'altra spiazzando e ribaltando luoghi e geografie e rimanendo con un espressione incredula di chi ha paura di svegliarsi magari nel luogo che meno si aspetta o con la paura di poter fare qualche gesto inusitato.


mercoledì 9 maggio 2018

Julkita


Titolo: Julkita
Regia: Humberto Busto
Anno: 2017
Paese: Messico
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Contro la violenza di ogni genere e il disonore dei politici messicani arriva Julkita e il suo ciclo mestruale....se solo fosse coraggiosa abbastanza da distruggere i suoi nemici famigliari...

Blasfemo, trasgressivo, esplosivo, assurdo, esagerato.
Il corto di Busto in 18' riesce a generare e provocare una quantità di stati d'animo a metà tra l'exploitation, lo schifo assurdo, il trash e il weird fino ad arrivare ad un finale davvero senza senso.
Fratello e sorella. Praticamente un'unica location. Sangue, lingue che si attrversano, ancora sangue ma quello mestruale. Un rapporto intimo ossessivo compulsivo, rapporti tra consanguinei, le personalità multiple di Julkita, la protagonista che si inneggia a paladina mettendo a sacrificio proprio il suo corpo e la sua femminilità.
Credo che ci troviamo di fronte al corto più feroce e frenetico del festival.
Un atto anche politico con una metafora che riesce solo in parte a raggiungere l'intento che si era dato, rimanendo troppo ancorato a qualcosa che sembra un braccio di ferro tra una sessualità deviata e un bisogno di scindere una parte di se stessi quando ci si trova lontano dalle mura domestiche.

King Kong


Titolo: King Kong
Regia: Lo Xu-Ming Tong
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Eliza e suo fratello Damian vivono a Toronto con la madre. Dopo l'incidente di quest'ultima, i due ragazzi intraprendono un viaggio alla volta di Montreal per ricongiungersi col padre.
La storia è focalizzata su Eliza, una giovane teenager. Dovendosi prendere cura di suo fratello e del loro benessere, questo viaggio rappresenta per lei il primo passo nel mondo da donna indipendente carica di responsabilità.

Il corto canadese in questione improntato su temi sociali è uno spaccato sulle nuove generazioni. Appena adolescenti alcuni giovani adulti si ritrovano responsabilità e doveri che dovrebbero appartenere solo ai genitori. Il risultato può essere una bomba ad orologeria come Eliza che oltre a dover badare al fratello (come accadeva per il lungo indie sempre del festival di questa edizione HURRY SLOWLY) ha tutta una serie di irrisolti con il padre che la porteranno ad un climax finale potente e dinamico, un urlo disperato di quanto i ragazzi abbiano bisogno di essere visti e seguiti dai loro genitori soprattutto nei momenti più bui della propria vita.
King Kong è fortemente d'impatto dal punto di vista emotivo, crea per i suoi quasi venti minuti tutta l'atmosfera che andrà ad esplodere nel finale.


lunedì 7 maggio 2018

Invisible


Titolo: Invisible
Regia: Dimitri Athanitis
Anno: 2016
Paese: Grecia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Quando Aris, un operaio trentacinquenne viene licenziato senza preavviso, diventa ossessionato dall'idea di farsi giustizia da solo. E'pronto a raggiungere il suo scopo quando l'ex-moglie gli rifila il loro figlio di sei anni.

Altro istant-cult del festival.
Insieme a Freezer i lavori più scioccanti sul mondo del lavoro. E manco a farlo apposta entrambi arrivano dalla Grecia come a ricordarci che le lancette si muovono e tutto continua a peggiorare da quelle parti.
Cinema indipendente che riflette senza meccanismi di chissà quale specie, ma sondando e raccontando un dramma realistico e attuale che dovrebbe sempre più farci riflettere su dove queste politiche europeiste stiano traghettando alcuni paesi.
Prima di tutto i personaggi sono fantastici, recitati da dio e con una psicologia mai banale ma in grado di andare a fondo nelle problematiche e nelle scelte radicali. Il protagonista poi ci ha messo così l'anima da renderlo quasi al pari di alcuni attori neorealisti per come regga e si carichi sulle spalle un dramma importante. Un elemento che ho apprezzato davvero tanto è stato quello di come il protagonista Aris reagisce al duro colpo del licenziamento. Semplicemente facendosene una ragione, essendo una persona umile, senza fare ricorso a chissà chi (e poi da chi andrebbe) finendo per portarsi dentro un male che lo annienta poco alla volta. La scena in cui riesce ad entrare nella fabbrica quando è chiusa e si mette al lavoro sulle macchine come dicevo ricorda il miglior cinema di sempre italiano di impegno come nella politica di Petri.
Qualcuno lo ha definito il film greco dell'anno. Sono d'accordo.
Il finale poi è amarissimo.






MMF


Titolo: MMF
Regia: Leonard Garner
Anno: 2017
Paese: Germania
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Una coppia di trentenni rimorchia un giovane e attraente ragazzo di colore per un menage a trois.
Mentre esaminano l'esperienza, si esplorano a vicenda mascherando le proprie insicurezze con ironia hipster e provocazioni, includendo battute omofobiche e razziste. In breve la situazione diventa per loro molto imbarazzante.

Davvero una figata questo corto sconosciutissimo per cui ancora una volta bisogna ringraziare questo piccolo ma succulento festival.
MMF in dieci minuti sembra dire proprio tutto e rispondere a tante domande sul sesso, sui pregiudizi sugli uomini di colore e le loro dimensioni, su cosa piaccia ad una donna dell'uomo di colore e soprattutto di cosa possa piacere anche all'uomo che gli venga fatto dal tipo di colore.
Insomma non si vede nessuna scena di sesso ma è come se dai dialoghi intelligenti e taglienti fossimo lì a seguirli nella loro maratona sotto le coperte.
Vengono davvero sfatati diversi miti e le risate sono d'obbligo così come qualche momento davvero imbarazzante sulla scelta dei ruoli e le prestazioni.
Questo corto fa capire ancora una volta come l'universo femminile sia qualcosa di dinamico, sempre in movimento e troppo avanti rispetto a quello maschile.



Into the Blue


Titolo: Into the Blue
Regia: Antoneta Alamat Kusijanovic
Anno: 2017
Paese: Croazia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Un'adolescente vittima di abusi desidera solo ricevere affetto, ma la crudeltà dei suoi amici risveglia in lei la violenza dalla quale ha sempre tentato di fuggire.

Quanto sanno essere crudeli in parte gli adolescenti.
In qualsiasi paese o continente i tempi sono cambiati così come i valori e peggio di tutto i sentimenti d'invidia che non facevano parte dei più giovani.
Julija grazie ad un'attrice strepitosa, riesce nel difficile compito di inquadrare la situazione di stallo psicologico di una ragazzina che senza una giusta terapia deve affrontare da sola con il mondo alcune difficili scelte. Ma quando nemmeno quelli che sembravano i migliori amici danno una mano mostrando solo competizione e indifferenza allora i gesti di follia possono emergere in tutta la loro pericolosità facendo fare a Julija delle scelte e dei gesti che se non sai cosa ti è successo vengono da subito visti come gesti di pura follia di chi ormai ha perso il senno.
La scogliera pericolosa e minacciosa, unico vero riparo dagli adulti, allora diventa quello che potrebbe essere il vero punto di non ritorno.



Hurry Slowly


Titolo: Hurry Slowly
Regia: Anders Emblem
Anno: 2018
Paese: Norvegia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

"Hurry Slowly" è un film che ritrae un tenero spaccato di vita che riguarda Fiona e il suo fratello minore Tom, del quale la ragazza si prende cura

Il film della Emblem è un indie coraggioso che tratta diversi temi sociali rimanendo però inquadrato su questo rapporto fratello sorella, in cui la seconda fa anche da caregiver.
Un film con tanti sentimenti e una voglia profonda di credere laddove i mezzi pur non essendo molti riescono a creare un buon prodotto di genere.
Fiona è un attrice straordinaria, giovane e piena di vita che riesce a cogliere tutte le sfumature di un personaggio certo attuale ma connotato da una psicologia complessa che riesce bene a mettere in luce tutte le fragilità dell'adolescenza.
Allora la musica diventa l'occasione per staccare, la chitarra e la voce della protagonista sulle note di una canzone molto bella che sentiremo almeno tre volte riesce a toccare in parte anche quelle corde dell'anima che fanno più fatica a sciogliersi.
Un film solo in alcuni momenti lento o ridondante in grado però di fuggire in maniera misurata da quei trappoloni melodrammatici o melanconici che alla fine devono creare quell'happy ending a tutti i costi.


giovedì 26 aprile 2018

Fifo


Titolo: Fifo
Regia: Sacha Ferbus
Anno: 2017
Paese: Belgio
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Fifo è una tecnica espositiva utilizzata nei supermercati. Stephan deve posizionare i prodotti più freschi dietro quelli più vecchi, mentre quelli prossimi alla data di scadenza devono essere eliminati. Nel percorso per raggiungere i bidoni nello scantinato, Stephan deve fare i conti con chi potrebbe trarre benefici da questi prodotti ma che è però escluso dal sistema, oltre che confrontarsi con se stesso e con l'uomo che era prima di questo lavoro.

Il fatto che al giorno d'oggi sempre più supermercati di grosse catene adottino sistemi per tutelarsi e cercare di dare un messaggio chiaro e forte che non prevede nulla in termini di restituzione la dice lunga su come il consumismo stia andando avanti. Cosa fare dunque con i prodotti che vanno in scadenza quando non vanno resi al rappresentante?
Un paradosso per diversi aspetti.
Più produci e più scarti senza prendere in considerazione l'idea che lo scarto che butti potresti concederlo a chi non ha nulla da mangiare.
E' così è meglio versare litri e litri di candeggina sul cibo e fare l'interesse dell'azienda piuttosto che
schierarsi politicamente dalla parte del più debole come il commesso che all'inizio del corto viene licenziato perchè passava gli alimenti ai senza tetto anzichè buttarli.
Fifo è un corto attuale e molto importante. Ha una dimensione politica (il supermercato, la riunione della dirigente, i pareri dei commessi, la scelta del protagonista che accettando l'indeterminato accetta e sposa l'interesse della multinazionale), sociale, di marketing, etc.
Il lavoro di Ferbus merita di essere visto il più possibile, nelle scuole, dappertutto.
'12 di grande lezione su come il cinema e i cortometraggi possano servire e a volte fare la differenza.

Freezer


Titolo: Freezer
Regia: Dimitris Nakos
Anno: 2017
Paese: Grecia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Tassos, un uomo di poco più di 50 anni con una carriera nella direzione marketing e della pubblicità di una grande azienda, è disoccupato ormai da tre anni. E'troppo vecchio per ricominciare tutto daccapo, ma anche troppo giovane per andare in pensione. Il rapporto con le persone a lui più vicine viene messo a dura prova, e la sua condizione psicologica è di emarginato. Il suo obbiettivo è soltanto uno: uscire dal "freezer"

Il corto di Nakos è davvero straordinario.
Ci immerge nel mondo del lavoro, nella difficoltà a reintegrarsi nel tessuto sociale e nel mercato. Parla di crisi d'identità, di umiltà e di flessibilità. Grazie ad un'intrepretazione perfetta e molto sentita, Nakos ci mostra questo personaggio umile e onesto, Tassos, uno come tanti, che di questi tempi diventa sempre più frequente incontrare, con dei sani valori e una voglia di mettersi ancora in gioco nel mondo del lavoro accettando una paga scarsa e venendo pagato meno dei colleghi più giovani.
I rapporti con la famiglia (una mamma che di nascosto gli da dei soldi) un fratello che non accetta la sua disoccupazione, una moglie esigente e una figlia che sembra compatirlo.
Freezer in '16 mostra tutto quello che deve facendolo in maniera sintetica e funzionale con dei dialoghi taglienti che arrivano subito al cuore del problema.


Rivincita di Casale Monferrato


Titolo: Rivincita di Casale Monferrato
Regia: Rosy Battaglia
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

“La rivincita di Casale Monferrato” è il titolo del documentario d’inchiesta che racconta le vicende della città simbolo nel mondo della battaglia contro l’amianto. Meglio dire che racconta le vicende di una comunità, perché a venir presentate sono le storie di donne e uomini che da decenni lottano per veder riconosciuta la nocività delle polveri create dall’azienda Eternit, la più grande fabbrica d’amianto in Europa. Storie di dolore, che sono divenute storie di resistenza prima e di speranza poi, quando Casale, dopo aver pagato un prezzo di oltre 3 mila morti - con ancora oggi decine di nuovi casi all’anno di mesotelioma pleurico e altri tumori polmonari - mano a mano è divenuta una delle città in cui il processo di eliminazione dell’asbesto dagli edifici pubblici e privati è sostanzialmente completato. Un’operazione immane, dal momento che il nostro stivale è ricoperto da nord a sud da colate di cemento-amianto ( si stimano fino a 300 mila siti contaminati).

Torino è una città che non si ferma e non ama stare zitta e seduta.
Questo documentario girato dalla Battaglia è la dimostrazione di come una rete nazionale di cittadini si mettano assieme per dare vita ad un progetto come quello del crowdfunding.
Il documentario-inchiesta prodotto dal basso, al suo debutto nazionale al Circolo della Stampa a Torino è stato reso tale anche grazie al sostegno della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), l’Associazione Stampa Subalpina, al contributo straordinario dell’Associazione Familiari e Vittime dell’amianto (AFEVA ONLUS) di Casale Monferrato, con il Patrocinio e il contributo straordinario del Comune di Casale Monferrato
Combattere per la tutela della salute, perchè alcuni errori non possano più ripetersi, credere nelle istituzioni, nella legge e nella sua applicazione? Un documentario racconta il caso degli abitanti di Casale Monferrato, che non solo non si sono arresi al dramma causato dall’amianto di Eternit, ma hanno continuato a portare avanti la lotta attraverso la cultura, la memoria, le bonifiche e la cura di chi soffre manifestando per i loro diritti, per coloro che sono morti e che meritano giustizia.


domenica 22 aprile 2018

Wall of Death


Titolo: Wall of Death
Regia: Mladen Kovacevic
Anno: 2016
Paese: Serbia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Quando Brankica aveva appena dieci anni, era lei l'attrazione principale delle fiere di paese. I suoi fratelli maggiori, delle leggende dell'ex Jugoslavia, erano acrobati sul muro della morte e lei era la principessa. Ora che i suoi fratelli non ci sono più, non rimane che lei. A 43 anni e nonna di sei nipoti, ripete gli stessi numeri correndo con la sua motocicletta lungo una pista di legno larga 6 metri. E'in bilico tra i ricordi malinconici del passato e la claustrofobica esistenza nell'ormai unico muro della morte esistente.

Istant Cult. Poco più che un mediometraggio come durata (61'20'') il lavoro di Kovacevic è molto più interessante e racconta molto di più di quanto potrebbe dire.
Entriamo nel circo, nella vita e nella quotidianità di chi ci vive dentro giorno per giorno, incontrando una famiglia di leggende acrobatiche che si confronta con un numero mortale sfidando continuamente la morte.
Il giro della morte, l'importanza di seguire un antico rituale e le tradizioni che non si possono cambiare, una promessa che sembra segnare la vita della protagonista nei confronti dei suoi fratelli e della loro morte. In fondo Brankica sembra voler convolare a nozze con il destino della sua famiglia in quel suo prolungato silenzio, quei momenti di solitudine mentre fuma spensierata e l'attenzione maniacale verso l'unica cosa che si ostina a fare.
La macchina come un documentario segue la vita di questo strano nucleo dove giovani e anziani lottano ogni giorno, sbaraccando e portando il circo e le loro attrattive di paese in paese sfidando le regole della sopravvivenza e non sembrando mai stanchi e stufi nonostante il limbo in cui sembrano essere confinati.
C'è così tanto amore in questa opera, come se il regista si fosse davvero affezzionato a queste persone e il risultato si vede eccome soprattutto dai segnali e dalle note molto personali che il regista coglie nei suoi protagonisti.
Infine uno spaccato su quello che ha prodotto la guerra tra Serbia e Croazia, un clima pesante e ancora con tanta sofferenza lasciata senza parole e senza un'adeguata soluzione per le vittime e coloro che andrebbero aiutate.
Allora i loro silenzi vanno riempiti magari sfidando proprio quel sottile confine tra la vita e la morte.


Clothes


Titolo: Clothes
Regia: Vesselin Boydev
Anno: 2016
Paese: Bulgaria
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Dopo anni di silenzio, due fratelli si riuniscono in seguito alla morte del padre.

Provate a pensare come può essere doloroso il ritorno alle origini. Non dover solamente seppellire un padre con cui non si parla da tempo e tornare in una città che può essere sinonimo di sofferenza o di strani "fantasmi" del passato che tornano alla luce ma se pensiamo che in tutto questo bisogna anche affrontare un rapporto complesso con un fratello allora possono essere diversi i motivi di scontro, di difficoltà in cui in fondo emergono tutte le fragilità.
Minimale, senza fronzoli o inutili scelte stilistiche, lo stile di Boydev sembra quasi amatoriale per la ricerca e il bisogno di concentrare solo lo stretto necessario ai fini della narrazione con alcuni dialoghi che arrivano dritto al punto senza dover stare a perdersi in inutili giri di parole.


I will crush you & go to hell


Titolo: I will crush you & go to hell
Regia: Fabio Soares
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Durante il funerale del padre, colorado e Louise Fox scoprono l'esistenza di una sola e misteriosa ereditiera: Apple Pie. Decidono così di scoprire insieme di chi si tratti intraprendono un viaggio per riappropriarsi del denaro...

Il progetto di Soares prevede di riuscire a racimolare denaro per poter continuar a finanziare il suo progetto. Per ora il corto uscito è abbastanza una bomba. Colorato, molto pulp e con evidenti richiami all'exploitation e a quel cult che ha ispirato tanto cinema con protagoniste femminili THELMA &LOUISE.
Al di là del fatto che il regista abbia scelto alcune femme fatali come Petra Silander e Lise Gardo ovvero due modelle da urlo, la storia è molto convenzionale e gli intenti non sembrano voler smuovere chissà cosa o ergersi a raccontare qualcosa che non sia già stato detto in tutte le varie forme e i vari stilemi cinematografici.
E'molto kitsh se vogliamo, elegante, stiloso, eccessivamente edulcorato con dei dialoghi tagliati con l'accetta e la scena con il poliziotto che per quanto potesse sembrare macchinosa o prevedibile in fondo dalla sua ha un cinismo che connota tutta l'atmosfera e gli intenti delle protagoniste piuttosto agguerrito.
Rimane un prodotto confezionato in maniera inattaccabile, affascinante, che lascerà impressa negli occhi dello spettatore la bellezza faraonica della Silander.

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



Course


Titolo: Course
Regia: Agustin Falco
Anno: 2017
Paese: Argentina
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Un film narrato attraverso otto riprese continue. Ariel è un giovane padre di famiglia che perde il lavoro nel pieno della crisi economica. In preda alla vergogna, decide di nascondere alla moglie e alla figli la verità, accettando di farsi coinvolgere in loschi affari.

Siamo di nuovo su una tematica attuale ovvero la crisi economica e la perdita del lavoro.
A differenza di altri film del festival che si strutturano attorno a quersta importante tematica, Falco sceglie la strada della diperazione, mettendo tutto il fardello sulle spalle di un giovane padre di famiglia dal passato turbolento (locali, vita notturna, prostitute, droga).
Ariel rappresenta quel cambiamento che di fatto sancisce una netta divisione con il passato ma che a causa proprio della difficoltà a trovare soldi diventerà purtroppo una delle uniche vie di salvezza.
Tra spacciatori, doppi giochi e carneficine sulle sponde di isolotti abbandonati, Ariel cercherà di trovare una soluzione prima di rendersi conto che alcuni errori si pagano a caro prezzo e quando vengono a bussarti in casa allora non puoi fare altro che fuggire con tua moglie.
Un film disperato che urla tutta la sua amarezza e la fragilità di un uomo che si rende conto di essere ancora troppo avvezzo ad alcuni vizi e non in grado di farcela da solo reggendo un macigno di colpi di scena davvero drammatici.
Juan Nemirovsky riesce da solo a dare enfasi al suo personaggio, caratterizzandolo in ogni singola inquadratura in un crescendo drammatico e disperato che attraverso quello sguardo riesce a sembrare un uomo qualunque a cui capitano una sere di tragedie spiacevoli.