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mercoledì 10 luglio 2019

Destroyer


Titolo: Destroyer
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Erin Bell è un'agente dell'FBI di Los Angeles disillusa e stanca del proprio lavoro. Il ritrovamento di un cadavere la riporta agli eventi di diversi anni prima, quando con il collega Chris si era infiltrata in una gang di rapinatori guidata dal pericoloso Silas. Un colpo a una banca andato male e l'uccisione del suo partner, con il quale nel frattempo aveva avviato una relazione, avevano messo fine all'operazione e distrutto la sua carriera. Il ritorno di Silas in città è per Erin l'occasione di regolare i conti con il passato e mettere ordine nella sua vita, a cominciare dal rapporto conflittuale con la figlia adolescente.

Nicole Kidman è una sorta di macchina da guerra.
Recita sempre e ovunque in centinaia di film con i look più disparati e pazzeschi.
Destroyer sembra l'altro lato della medaglia di MONSTER del 2003 con la Theron. Entrambe bellissime sottoposte ad uno stravolgimento fisico e psicologico per arrivare ad essere dei mostri di bravura.
Destroyer è un poliziesco molto interessante e con una storia tutt'altro che semplice. Complice alla regia un nome che ormai per gli appassionati di cinema è sinonimo di garanzia, un cast perfetto ma soprattutto uno stile e una indagine tutt'altro che canonica dove Erin, spossata e appassita dalla stanchezza e dalla depressione, si muove come un fantasma essendo l'ombra di se stessa ma allo stesso tempo è letale e non sembra arrendersi mai di fronte a nessun ostacolo con il compito di dare una svolta alla spirale di violenza scatenata.
Diviso tra passato e presente con dei flash back che riescono a rendere ancora più interessante il ritmo e la narrazione, Destroyer è un duro colpo allo stomaco, senza sensazionalismi, happy ending, ma un film sporco e cattivo che fin dall'inizio colpisce per come tratteggia la sua protagonista, quasi come un'indagine di un film di Zahler dove si sa che finirà male se non malissimo per tutti.
Kusama affidandosi a una Kidman semplicemente straordinaria, infarcisce la sua storia di dettagli emotivi, di sensi di colpa e redenzione, creando qualcosa che va oltre il classico concetto di poliziesco e scontrandosi al suo interno con una pluralità di questioni e argomenti incredibili per come riescano ad essere narati singolarmente in maniera approfondita e originale.



lunedì 11 marzo 2019

Green Book


Titolo: Green Book
Regia: Peter Farrelly
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L'occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un'epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italo americano cresciuto con l'idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book non è un brutto film. Meritava l'Oscar? Forse no.
Da sempre gli Oscar rappresentano l'anti festival a priori, dove predomina la facciata e un Academy che preferisce scelte dettate dalle buone maniere. Una parata dove vincono spesso le marchette come negli anni abbiamo dimostrato anche noi italiani.
L'ultimo film di Farrelly (che ha capito che i drammi servono di più a differenza delle commedie becere girate finora) di fatto mostra un film piuttosto banale in un equilibrato rapporto tra bianco e nero visto altre migliaia di volte con altre migliaia di mezzi e cambiando di fatto pochi accessori ( A SPASSO CON DAISY non riesco nemmeno a levarmelo dalla testa)
In questo caso però sono le tematiche o meglio come esse vengono gestite a lasciare interdetti come a dire "Che diavolo gli è passato per la testa?" e soprattutto ancora siamo fermi a questo punto nel 2019, con così tanto cinema politicamente impegnato che non viene nemmeno preso in considerazione?
Sembra di sì.
Il cast è fantastico. Il ritmo per durare quasi due ore è formidabile a non far pesare mai momenti troppo sobbarcati di buoni sentimenti e scene melense.
Tutto in fondo è più che matematicamente studiato a tavolino, il finale e nessun altro momento del film godono o possono godere di colpi di scena, ma forse non servono. Si rimane così ad osservare i dialoghi e i cambi repentini di un personaggio, quello di Don, che da un lato nasconde la sua omosessualità e dall'altra esibisce un tono estremamente elegante avendo il piglio di un grande attore classico.
Tematiche sul razzismo, sulla diseguaglianza, su un nero che non può andare nei servizi pubblici dove vanno i bianchi, ma può salire come un bestia sullo stesso palco.
In tempi dove il razzismo è tornato in auge in maniera pericolosa, Green Book è un buon film ma non è la risposta al problema. Il cinema può fare di più e in maniera meno patinata

venerdì 8 febbraio 2019

White boy rick


Titolo: White boy rick
Regia: Yann Demange
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Detroit, 1984: l'adolescente Rick vive con il padre, un piccolo trafficante di armi che sogna di aprire una videoteca, da quando la madre e la sorella maggiore se ne sono andate di casa. Vendendo armi a basso prezzo, Rick si guadagna il rispetto delle bande di criminali del quartiere e, in un mondo composto unicamente di neri, diventa per tutti "White Boy Rick". Ricattato dall'FBI, che avrebbe le prove per incriminare il padre, Rick accetta suo malgrado di fare l'informatore e contribuisce a smantellare una rete di spacciatori e poliziotti corrotti che arriva fino all'ufficio del sindaco. Quando però comincia a spacciare per conto proprio viene arrestato e condannato all'ergastolo, nonostante la giovane età e il lavoro svolto fino a quel momento per le autorità.

Di nuovo la storia di un anti eroe americano. Un ragazzo molto giovane che si è trovato ad essere presto molto ricco e molto importante, che negli anni di Reagan però se commerciavi armi e droga significava diventare molto pericoloso sotto tutti gli aspetti.
Finalmente torna Demange, e avercene di registi come lui, un volto interessante, purtroppo non molto prolifico che con '71, passato in sordina un po da tutti, aveva dimostrato di saperci fare.
Caratteristica che mantiene anche in questo suo secondo film, anche se continuo a preferire '71.
White boy rick, così lo chiamavano, mantiene molti traguardi, ha una parte tecnica e una scelta rigorosa delle musiche e della scenografia, nonchè dei costumi che ti riportano in quegli anni.
La storia è un viaggio di formazione nel "male" dove un giovane ragazzo impara presto e a sue spese cosa significa entrare in un sistema dove politica e mafia vanno a braccetto e quando c'è bisogno di facce pulite da spedire in prigione è facile trovare alla propria mercè, vittime sacrificali.
Il film per tutta la sua durata mantiene un bel ritmo, gli attori sono tutti ottimi, Matthew McConaughey che rischiava di ritrovarsi nel solito personaggio che interpreta molto bene, riesce invece ad essere diversificato e il cambiamento del suo personaggio è uno degli aspetti più interessanti del film, come il rapporto con la sorella e con i poliziotti che fanno fare il doppio gioco al figlio.


mercoledì 6 febbraio 2019

Motorrad


Titolo: Motorrad
Regia: Vicente Amorim
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 2/5

Un gruppo di motociclisti decide di andare a percorrere insieme un percorso mozzafiato. Ma il viaggio si rivelerà pieno di insidie e ciò che sembrava meraviglioso si trasformerà in un incubo.

Motorrad pur essendo una sorta di slasher con le moto non riesce a regalare nulla di più.
E diciamolo in un'era dove il cinema riesce nonostante tutto ad essere la forma d'arte più dinamica e multiforme, un prodotto come questo ricicla perfettamente alcuni canoni del cinema di genere senza però riuscire ad avere qualcosa di innegabilmente suo.
A partire dal cast dove gli attori non funzionano, troppo inespressivi, per assurdo sembrano più animati la gang dei motociclisti che non tolgono mai i caschi, impazziti i quali girano con il solo gusto di uccidere anche qui senza una logica che ne descriva motivazioni o intenti.
Motorrad è basato sul lavoro del fumettista Danilo Beyruth che ha collaborato molto con la Marvel. Il risultato è un'operazione che sicuramente si presta molto di più nella grapich novel che non nel cinema, o forse è Amorim che non riesce a coglierne le potenzialità facendolo diventare presto un film trascurabile con un ottimo reparto tecnico dietro, dove a dare lo spessore maggiore è la fotografia, una palette cromatica desaturata tutta strutturata sul grigio metallico.


sabato 15 dicembre 2018

Affido-Una storia di violenza


Titolo: Affido-Una storia di violenza
Regia: Xavier Legrand
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

Affido-Una storia di violenza è un film che fin da subito prende una piega insolita. Decide di schierarsi, di prendere una posizione puntando il dito verso le responsabilità genitoriali, l'affido, materia sempre complessa, e due genitori profondamente afflitti e consumati dalla rabbia.
La Francia da sempre tratta temi sul sociale senza dover compiacere il pubblico ma prediligendo una linea dura, come d'altronde è la realtà, in questo caso facendoci scoprire fin dove può spingersi il controllo e il comportamento coercitivo di un padre che nella scena finale deraglia completamente ogni parvenza di normalità, facendo diventare l'esordio di Legrand, un incubo in cui solo la determinazione di Miriam può fare sì di proteggere i suoi figli.
"Facciam fatti" diceva Jacopone da Todi e sembra per certi versi la regola che il regista sviluppando il cortometraggio pluripremiato, ha cercato di mantenere costante per tutta la durata del film, facendo sì che le azioni predominassero sui dialoghi e le immagini mostrassero più delle parole.
Gli intenti del regista appaiono per certi versi con una marcia in più rispetto a tanti altri film che trattano temi sociali e in particolare la famiglia. Qui come dicevo tutto viene rappresentato, in particolar modo la violenza disperata e intenzionale come potrebbero essere i comportamenti di Antoine come conseguenza dell'aver perso ormai ogni contatto con la realtà.
Vincitore del premio come miglior regista alla Mostra di Venezia, Affido, alza la posta, mostrando una violenza ancora più inesorabile e cruda rispetto ad altre manifestazioni viste in passato.
Nel climax finale la furia di Antoine sembra quella di Jack Torrance.


mercoledì 5 dicembre 2018

Fake


Titolo: Fake
Regia: Sang-ho Hien
Anno: 2013
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Un gruppo di fedeli si lascia affascinare da una nuova Chiesa che promette miracoli. Quando i dubbi cominciano ad assalire i primi fedeli e muore improvvisamente una famiglia di persone oneste, l'equilibrio iniziale comincia a sgretolarsi e affiorano tutte le contraddizioni di un sistema religioso chiuso e troppo rigido

Fake (Falso) è un film straordinario dove il cinismo, la corruzione, gli scontri di potere, la diseguaglianza e tanto altro ancora esplode come un urlo disperato di chi non riesce più ad accettare tutti questi tumori e decide fargli vivere su grande schermo.
La metafora sulla società coreana, sempre più incattivita, spietata e pronta ad implodere e la scelta dell'animazione si sono rivelate ancora una volta due strumenti importantissimi dal momento che forse il regista a far recitare in carne ed ossa avrebbe potuto avere problemi.
Un film ancora adesso sconosciuto senza la benchè minima voglia di provare a distribuirlo da noi in Italia.
Hien aveva già esordito un anno prima con il pesantissimo Kings of Pigs dove per assurdo i protagonisti di adesso in quel film erano solo dei bambini e già dimostravano di non avere limiti alla loro brutalità. Uccidevano i gatti mentre qui uccidono i cani.
Il "pig" anzi i "pigs" di allora, diventano coloro incapaci di fare qualcosa di buono, a differenza dei forti, i bravi studenti, "i cani", come nella bellissima e onirica scena del film del 2012.
Hien cresce e come dicevo i suoi personaggi, metaforicamente parlando, diventano politici, amministratori, boss, malavitosi, buoni a nulla come il protagonista, ma ognuno di loro nel bene e nel male interpreta un ruolo all'interno della dinamica e competitiva società coreana.
Cresce in particolar modo il personaggio di Min-chui il padre che forse nessuno vorrebbe avere che rappresenta il paradosso di questa società un cattivo senza possibilità di redenzione ma allo stesso tempo dal momento che ricopre i piani più bassi della società una specie di portatore insano della verità.
Le gare d'appalto nonchè la corruzione diventano i punti di forza per un film in cui o sei carnefice fino alla fine, oppure non potrai che rimanere vittima di un sistema che non premia l'onestà e i buoni principi e dove un padre farabutto che esce di galera sperpera nel giro di pochi giorni tutti i risparmi per l'università della figlia, prendendola a botte ed etichettandola come puttana quando costei non ha fatto nulla se non provare ad arrabbiarsi.
In più in questo caso si arriva a toccare anche la sfera religiosa con un personaggio e il suo cambiamento lasciato proprio in bilico di fronte a scelte più grandi di lui, dove ci troviamo ancora una volta, di fronte ad una metafora che rappresenta le più becere illusioni e menzogne della chiesa.
Spero solo che Sang-ho Hien possa continuare a fare film perchè i risultati fanno male per quanto colpiscano dritti allo stomaco.




giovedì 18 ottobre 2018

Gutland


Titolo: Gutland
Regia: Govinda Van Maele
Anno: 2017
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Un vagabondo di nome Jens arriva nei pressi di un villaggio lussemburghese. È di origine tedesca e non parla la lingua del posto, pertanto viene trattato con freddezza, finché non incontra la figlia del sindaco, Lucy, che se lo porta a letto. Il mattino dopo il padre della giovane accompagna Jens in giro per il villaggio, gli trova lavoro presso un fattore e presto lo invita anche a cena. La comunità sembra accoglierlo senza fare domande e fin troppo calorosamente, anche perché Jens trova nel camper dove alloggia oggetti lasciati da qualcuno prima di lui. Si tratta dello scomparso Georges, che viveva in una casa vicina e forse aveva fotografato nude le donne sposate del paese.

Gutland è l'interessante opera prima che come ormai sappiamo circola solo nei festival cinematografici. Un esordio che parla di confini, identità, integrazione, adattamento, comunità rurali, omologazione, manipolazione, regole, segreti e tante altre squisite componenti che danno un'aria da favola nera, un thriller misterioso dove il film si prende una prima parte per raccontare la location in cui Jens viene catapultato e i suoi strani personaggi.
Il film è sostenuto praticamente tutto sulle spalle da una buona prova del suo protagonista, Frederick Lau, uno degli attori più in forma della sua generazione e qui coadiuvato da un buon cast.
Cosa nasconde Schandelsmillen? Da subito sembrerebbe un luogo perfettamente naturale, ma potrebbe benissimo essere tutta una finzione.
Lo spazio occupato da questa "buona terra" è vasto, ma è difficile o impossibile per chiunque fuggire. Il villaggio sembra una prigione molto grande, seppur chiusa. E perchè Jens è l'unico che riesce a svelare il lato d'ombra della cittadina? E naturalmente gli abitanti cominceranno a scoprire qualcosa legato al suo oscuro passato.
Gutland è un film da vedere più che da scriverci, perchè in quanto thriller è studiato attentamente con gli indizi che vengono svelati piano piano e in cui lo spettatore deve fare molta attenzione. Come noir funziona per la sua atmosfera che non dice nulla, ma mostra più di quanto dovrebbe.
La scelta finale che dovrà fare il protagonista, sembra una delle scelte più attuali dei tempi i cui ci troviamo a vivere.

venerdì 12 ottobre 2018

Capsule


Titolo: Capsule
Regia: Athina Rachel Tsangari
Anno: 2012
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Sette ragazze. Una villa abbarbicata su un costone roccioso nelle Cicladi. Una serie di lezioni su disciplina, desiderio e sottomissione.

Ma che bella scoperta il cinema videoarte della Tsangari. Figlia anch'essa di tanto cinema e di tante citazioni e forme d'arte diverse che riescono in questo caso ha unirsi tutte come in un girotondo dark ed esoterico per una galleria di immagini evocative e dalla innegabile grazia.
Un fascino e una ricerca della moda, della bellezza, del desiderio in cui la regista ellenica sembra voler sancire i suoi temi più personali dalla competizione al desiderio, il dominio e non ultima la sottomissione. Lo fa confezionando una pellicola di grandissimo fascino visivo e di bellezza estetica in cui nessuna componente è lasciata al caso: tutto è molto curato e controllato dai costumi alle immagini.
Un certo simbolismo potrebbe far storcere il naso dal momento che alcuni contenuti possono risultare criptici e di certo la regista non esclude una certa ricerca non solo dell'estetismo a tutti i costi ma anche di una sotto chiave narrativa e intellettuale che inserisce toni da fiaba gotica e un certo horror che cerca di rifarsi al mito del vampirismo
Un'opera ambiziosa e criptica che in fondo tratta la magia, il rituale, la cerimonia grazie a sei discepole (o replicanti) alla corte di una dominatrice matriarcale che, costituito un'ordine improntato su un'insolita dottrina iniziatica alla (ri)scoperta della natura femminile, finisce per stabilirne i rispettivi e brevissimi cicli esistenziali.

lunedì 17 settembre 2018

Euthanizer


Titolo: Euthanizer
Regia: Teemu Nikki
Anno: 2017
Paese: Finlandia
Giudizio: 3/5

Alle soglie di un bosco fitto e scuro vive Veijo. È un uomo misterioso e non ha molti amici, ma tutti lo conoscono: è il temuto "euthanizer", che nel buio della sua officina offre un'alternativa economica all'eutanasia delle cliniche veterinarie. Veijo non ama le persone, ma ha una forte empatia per gli animali e vive seguendo un codice etico proprio.

Il film di Nikki ci porta nei boschi finlandesi dove chissà cosa può succedere o chi ti puoi trovare di fronte come in questo caso membri di organizzazioni neo-naziste.
In Euthanizer i personaggi sono quasi tutti nichilisti e misogini, a partire dal protagonista dal cuore tenero, come Veijo che preferisce gli animali agli umani. Come dargli torto quando un proprietario vuole sbarazzarsi di un cane sano e scondinzolante e portando praticamente il nostro anti eroe a dover fare la scelta che decreterà l'intento del film di diventare presto, scoperte le carte, un solido thriller con il sotto testo del revenge movie che negli ultimi anni va sempre più di moda.
Se non altro qui geograficamente i posti sono abbastanza insoliti e poco fotografati dal cinema, in più il cast è molto convincente e alcune scene sanno essere molto crude senza essere mai scontate e senza regalare nulla soprattutto per quanto riguarda la vendetta ai danni delle persone.
Veijo è un uomo affetto da molte psicosi che vive in una regione povera e periferica dove ad un tratto vive una storia assurda e solo a tratti romantica con un'infermiera molto più giovane di lui e che si alterna per tutti e tre gli atti con la ricerca dei mandanti e della vendetta del suo protagonista.
Nikki alla sua terza opera è un filmmaker autodidatta che ha diretto, scritto, montato e coprodotto, questo intenso noir che sconfina nella black comedy e nell'exploitation dove il suo protagonista, Matti Onnismaa, ha qualcosa come più di 150 film all'attivo.
Interessante come in un'intervista abbiano chiesto a Nikki che se specialmente in un film americano, qualcuno massacra un'infinità di persone, nessuno dice niente, ma se viene ucciso un cane, allora tutti protestano. Partendo da questo pretesto il regista ha detto che se vuoi rendere un personaggio davvero cattivo, devi fargli uccidere un cane così lui ha giocato con questo cliché caratterizzando un personaggio, dotato di una sua umanità, che fa qualcosa che nessuno spettatore vorrebbe mai vedere, anche se gli animali a cui toglie la vita sono malati e portandoti sempre al limite con pistole puntate contro qualche muso dolce e sorridente

giovedì 13 settembre 2018

Fidele


Titolo: Fidele
Regia: Michael R.Roskam
Anno: 2017
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Bénédicte, detta Bibi, è pilota di macchina da corsa. Quando Gino, detto Gigi, la incontra per caso, è amore a prima vista. Bibi ha una carriera e una famiglia, Gigi ha solo un grande segreto, che rischia di divorare entrambi. Fedeli al loro amore, i due andranno incontro ad un destino difficile.

Gigi e Bibi.
Voglio troppo bene al cinema di Roskam e al suo attore feticcio, Schoenaerts , per maltrattare questo pasticciato e confuso film che regala però dei momenti molto intensi e potenti che non possono mancare in un polar.
Estremo verso il finale forse esageratamente allucinato nella sua idea di raggiungere l'utopico e irraggiungibile fantasma dell'amore assoluto (l'ultima scena è quasi folle) Fidelè che da noi finalmente è arrivato anche nei cinema è un toccante ma incongruente ed eccessivo mix tra polar, noir, gangster movie, love story e adrenalinica corsa tra macchine, cani e umani.
Un film che apparentemenete ha una trama molto flebile dove però Roskam sembra inserire di tutto fino a farlo diventare straripante procedendo per accumulo ma allo stesso tempo riuscendo sempre ad avere una sua alchimia e un'armonia seppur negli eccessi che non mancano.
Un film con tante e brusche ellissi temporali che si sposta da una corsa a delle ville fatiscenti fino a delle celle minuscole o addirittura gabbie dove venir confinati.
Dal macro al micro. Tutto è così come nel cinema del regista belga.
Il merito più grosso che altrimenti avrebbe decretato un mezzo fallimento è quello dell'alchimia tra i due attori dove entrambi hanno uno spessore psicologico importante nonostante i loro segreti ci vengano rivelati fin da subito e conferisce soprattutto a Bibi un personaggio molto complesso che dopo essere stata presentata come forte e indipendente pilota finisce per diventare una sorta di martire dell’inguaribile e rovinoso stile di vita del suo Gigi, annullando la propria personalità per la salvaguardia di un amore tragicamente impossibile, sul quale la sceneggiatura fa piovere ogni sciagura possibile e immaginabile.


giovedì 7 giugno 2018

Downrange


Titolo: Downrange
Regia: Ryuhei Kitamura
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sei studenti universitari devono andare ad una gara di cross-country. Ma la gomma della loro auto si buca e i ragazzi finiscono fuori strada, scoprendo in seguito che qualcuno ha sparato alla loro macchina. Capiranno presto di essere vittime di un essere invisibile che vuole tormentarli. Per quale scopo?

Kitamura è un regista insolito per il genere horror.
E'partito facendosi un discreto curriculum con alcuni film in Giappone tra cui VERSUS, AZUMI, ALIVE, ARAGAMI, insomma tutti con la A e tutti a loro modo abbastanza insoliti e folli.
Il passaggio in America ha siglato un cambio di rotta non soltanto nella scelta del cast occidentale ma cercando di essere meno "ironico", grottesco e per certi versi weird entrando invece più nel dramma vero e proprio. Nulla da dire infatti sui suoi film seppur ancora ad oggi abbastanza sconosciuti come Prossima fermata l'inferno e No One Lives.
Con Downrange ci troviamo di fronte ad un indie low-budget che mischia volti sconosciuti, mattanza e un'unica location, insomma le tipiche condizioni di chi seppur non ha una grossa produzione dietro vuole a tutti i costi realizzare la sua opera.
E il risultato si vede perchè una caratteristica del regista è quella di non perdere di vista mai nessun dettaglio, nessuna inquadratura, un autore attentissimo a cercare di migliorare scena dopo scena a cercare l'inquadratura insolita e ha portare sempre piccole migliorie al suo cinema e alla sua filmografia.
Downrange non ha tanto da dire in termini di trama, non regala nulla e di fatto è una lenta carneficina dove un pazzo comincia a sparare a gente a caso per divertimento.
La metafora dietro c'è sempre in questa America che fa sempre più paura per tutti gli orrori che non riesce più a nascondere o forse non ha mai voluto.




martedì 20 marzo 2018

Sami Blood


Titolo: Sami Blood
Regia: Amanda Kernell
Anno: 2016
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Elle Marja ha 14 anni ma sa già di non voler seguire le tracce della famiglia. Figlia di allevatori di renne della comunità Sami nell'estremo nord svedese, la ragazzina è vittima della discriminazione etnica degli anni '30. Sottoposta alla certificazione della razza per frequentare la scuola riservata solo ai Sami, Elle Marja sogna una vita migliore in cui non sentirsi più diversa. Così, inizia a farsi chiamare Christina, a parlare svedese, trasferirsi in città, allontanandosi sempre più dalla sua famiglia e dalla cultura della sua gente.

Sami Blood è un istant cult. Uno di quei film indipendenti e di rara bellezza che ti rapisce fin da subito per traghettarti verso dei luoghi sconosciuti e ameni di quelli che forse non vedrai mai nella vita ma che almeno vuoi scoprire grazie al cinema.
Un film antropologicamente molto importante che da la possibilità di parlare di un fenomeno che almeno in Svezia ha fatto discutere molto. Sami Blood ci da la possibilità di conoscere una popolazione quella dei Sami (indigeni lapponi) e di scoprire come la discriminazione etnica è un tema presente in tutto il mondo pure nella parte europea più estrema.
Un flash back lunghissimo per un viaggio della memoria che racconta molto più di quello che sembra senza doversi arrovellare dietro troppi dialoghi ma lasciando spesso in risalto le espressioni dure e sofferte di alcune attrici scelte alla perfezione che riescono a dare il giusto risalto soltanto mostrando le loro cicatrici di vita.
Sami Blood è un'altra se vogliamo metafora del western, uno scontro, quello che il cinema non smette mai di fare, tra wilderness e civilisation.
Bisogna ricordare che nel 1909 fu fondata a Stoccolma la Società Svedese per l’Igiene razziale che, basandosi su analisi di tipo antropologico positivistico, identificava nella minoranza etnica Sami (a noi più comunemente nota come lappone) una razza inferiore. I Sami furono relegati da una parte in confini ben precisi, furono sottoposti dall’altra a processi di ‘svedesizzazione’ forzata, orientati all’annientamento della loro cultura tradizionale. Chi tra i Sami volesse integrarsi acquistando o affittando terreni agricoli o proseguendo l’elementare istruzione offerta loro (tagliata espressamente per le loro presunte limitate capacità), era costretto a cambiare identità, assumendo un nome svedese. Contemporaneamente coloni svedesi furono incentivati in vari modi a spostarsi in territorio sami, sempre nell’ottica di una violenta compressione di questa minoranza. Una legge per la selezione della razza (1935) portò addirittura alla sterilizzazione forzata di migliaia di Sami. Orrori di cui sappiamo poco o niente.



mercoledì 7 marzo 2018

Lady Macbeth


Titolo: Lady Macbeth
Regia: William Oldroyd
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d'amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

Lady Macbeth è un esordio squisitamente malvagio di uno stimato regista teatrale.
Lady Macbeth poi è uno dei personaggi femminili più completi e meglio delineati della drammaturgia shakespeariana.
Un dramma in costume potente in cui il bisogno principale non era certo quello di fare un film accomodante ma anzi rendere la natura umana il più controversa possibile alterando scenari che di fatto propongono al di là della sobria campagna inglese, quasi sempre la stessa location ovvero un maniero ottocentesco affascinante in cui la servitù viene addirittura appesa nuda ad un cappio come i maiali da parte degli stessi contadini poveri che non sanno come passare le giornate.
Crudo, minimalista, geometrico e astuto nonchè di un fascino e di una rara capacità di spostare e usare pochissimo la camera da presa grazie ad inquadrature perfette e quasi tutte ferme come a ribadirne tempi, dilatazioni e misure.
Un debutto impressionnate per un film crudele che mostra ancora una volta le differenze tra le classi sociali, la nascita dell'arroganza della dark lady ingenua che diventa perversa e di come la borghesia
non diventa solo il pretesto per il conflitto ma la rappresentazione di una battaglia tra i sessi che pone la mente algida e calcolatrice della protagonista la vera arma terribile capace di usare come pedine chiunque le capiti a tiro a partire dal sesso che quando viene finalmente sdoganato (contadino=vittima sacrificale che in quanto persona umile deve essere sacrificata e diventare il vero capro espiatorio) non diventa più un taboo ma una calamita, una droga inarrestabile che ha il solo compito per Katherine di riempire un vuoto profondo.


giovedì 14 dicembre 2017

Les Affames

Titolo: Les Affames
Regia: Robin Aubert
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 4/5

Un gruppo di sopravvissuti deve affrontare un'apocalisse zombie nelle campagne del Quebec, tra boschi, prati, e case isolate.

Les Affames è l'ennesimo film di zombie che racconta l'itinerario di un gruppo di sopravvissuti.
L'idea è praticamente quanto di più comune abbiamo visto negli ultimi anni e fin qui sembrerebbe un film come un altro se non fosse che Aubert sembra essersi studiato attentamente ogni inquadratura. Il ritmo nonchè l'azione divora letteralmente i protagonisti, gli zombie e gli spettatori. Con alcune leggere tamarrate come la mattanza di Celine che senza stare a spoilerare è pura adrenalina al femminile con un finale nel bosco che provocherà qualche lacrimuccia.
Les Affames più si narra e più assume contorni e intenti sempre più interessanti in primo luogo da un'atmosfera tesa e rarefatta, in cui sembra esserci sempre uno strato di nebbia come a lasciare tutto in uno stato di sospensione. Esistenzialista, grondante sangue e con livelli di gore molto alti, ad un tratto c'è un vero e proprio geiser di sangue, il film riesce come dicevo a non sembrare ripetitivo, visto il tema, non è un caso che sia canadese dal momento che molti registi indipendenti, soprattutto nell'horror post contemporaneo vengono proprio da quei territori inesplorati e intatti.
Dicevo che l'atmosfera ma anche il senso di sconforto prevale tra tutti, i dialoghi ridotti, il passato che non emerge se non da espressioni intrise e colme di sofferenza con diversi momenti costellati da battute sferzanti e intrise da un ferocissimo humour nero.
Il film ad un tratto, dal secondo atto in avanti, prende una piega vagamente surreale con i non morti che costruiscono un vero e proprio totem che ricorda quanto di più bello scritto dal sociologo francese Durkheim sull'argomento.


sabato 9 dicembre 2017

Crescent


Titolo: Crescent
Regia: Seth A.Smith
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Una casa grigia si erge isolata su una costa. Una donna sola e devastata dal dolore vi si è rifugiata con il suo bambino di due anni. Dipinge, cura il bambino, passeggia in riva al mare. Di notte, dall'acqua emergono figure minacciose che la chiamano. Incubi o fantasmi concreti di un passato non sepolto. Sospeso tra surrealismo lynchiano e orrore psicologico, un racconto tormentoso sulla fatica di vivere.

Quando sento che figure minacciose emergono dall'acqua penso all'orrore cosmico, ai fomori, Oannes oppure al bellissimo film di qualche anno fa al Tff e sempre nella sezione After Hours Evolution.
Crescent è un film d'atmosfera e di colori che si mischiano l'uno con l'altro per creare quelle contaminazioni che la protagonista cerca di portare avanti, in particolare la tecnica della marmorizzazione, tecnica di arte vista che ben si presta per sottolineare gli stati di sospensione spiritica dei protagonisti.
Una pausa. Un momento di riflessione per se stessi e per starsene in pace e tranquillità con il piccolo nascituro a poche ore dal funerale del marito/padre.
Ci sono luoghi però che richiamano il passato e soprattutto i fantasmi che esso provoca e in tutto ciò l'acqua, un certo tipo energia rilasciata dall'oceano, può ridare enfasi e vita a chi non c'è l'ha.
In tutto questo Beth cerca di dare una spiegazione ad alcuni strani e anomali eventi soprattutto di notte che la portano a diventare paranoica, sonnambula e mettere da parte il piccolo Lowen in quella che a tutti gli effetti risulta come un "limbo" che rischia di imprigionare le anime perse in attesa di raggiungere un luogo definitivo.
Proprio quando ci avviciniamo all'orrore che è però più legato all'inquietudine di aver paura che il bambino possa farsi del male da solo rispetto a Beth e alla ricostruzione di un passato/presente che si miscelano. Una contaminazione che proprio come i colori, trova in questa tecnica pittorica suggestiva che richiama tanto la video arte con alcuni eccessi di cura estetica davvero impressionanti oppure di questi strani ospiti tra cui una sorta di guardiano con una ghigna e una trasformazione finale funzionale e che richiama le creature degli abissi per non parlare dell'uomo pitturato o dell'uomo paguro.
Un film disturbante, minimale, che ripeto fa dei suoni e dell'atmosfera il suo punto di forza, rimanendo derivativo quando cerca di spiegare troppo o di svelare tutti coloro che emergono dall'acqua per una sorta di sacrificio finale.



sabato 23 settembre 2017

Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


domenica 10 settembre 2017

February

Titolo: February
Regia: Oz Perkins
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti..

Ci metti un po all'inizio a capire chi sono le protagoniste e quali sono i diversi nomi dal momento che sembrano essere inizialmente tre poi quattro nella storia o nelle varie storie tutte comunque collegate. Un film praticamente tutto votato al silenzio, una camera e una regia pulita e molto autoriale che cita e ricorda tanto nostro cinema del passato e un'amore sconfinato per i classici.
Perkins ci mette un po a partire lasciando dilatati i tempi, ma non troppo, per scoprire chi lo popola, mostrarci questo college isolato, spettrale e labirintico, e alcuni personaggi a partire da Bill questa sorta di prete che si prende cura del destino della protagonista visto che le ricorda la figlia standole sempre col fiato sul collo ed entrando nella sua stanza quasi di soppiatto, il direttore Gordon personaggio molto enigmatico e criptico e infine un altro tipo in una rimesssa inginocchiato davanti ad un forno enorme che si mette a pregare Satana.
Pur non scoprendo le carte e lavorando molto sulla suspance, Perkins lavora tutto di sguardi, di primi piani, segue queste ragazze anche abbastanza simili nell'aspetto, almeno le due bionde, per questi corridoi vuoti e bui con una fotografia di ghiaccio che aumenta ancora di più questa sorta di limbo temporale in cui sembrano trovarsi tutti.

I personaggi rappresentano una copertura di quello che invece è una sorta di disegno malvagio e satanico di chi abita vicino a questa struttura e forse controllano una delle tre protagoniste rivelando in realtà chi si nasconde dietro questi personaggi (donne che hanno parrucche senza sopracciglia e tutto il resto). Con un sotto filone satanico con rimandi alla possessione, il film di Perkins, figlio del celebre attore, è sicuramente tra gli horror più importanti della stagione. 

sabato 8 luglio 2017

Raw

Titolo: Raw
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Justine, giovane studentessa. In famiglia sono tutti veterinari di orientamento alimentare vegetariano. Dal suo primo giorno alla facoltà di veterinaria, Justine si distacca completamente dai valori familiari mangiando carne. Le conseguenze non tardano ad arrivare e Justine rivela la sua vera natura.

Raw è il film che aspettavo da tempo per diversi motivi tra cui la trama e il fatto che sia europeo e francese. Un circuito che quando si muove all'interno dei film di genere e soprattutto dell'horror non sbaglia quasi mai anche se negli ultimi anni ha regalato poche chicche straordinarie.
Grave è tante cose tra cui un horror cannibalistico e un dramma formativo con sotto tematiche come l'amore fraterno, la dieta e in particolare il vegetarianesimo. Infine il crudele e carnivoro rito di iniziazione, una delle scene più belle e che ha girato di più nei trailer, dove degli studenti più anziani spingono nella bocca riluttante della giovane protagonista un grosso pezzo di carne.
Justine subisce un vero e proprio calvario (ed è magnifico che il padre sia l'attore feticcio di Du Welz uno dei migliori registi in circolazione) da ragazza anestetizzata, deflorata, svezzata e cannibalizzata inizia la sua nuova redenzione, perdendo l'innocenza per indossare nuovi indumenti rosso sangue, in un circuito tra vittime, carnefici e succubi, nonchè gregari improvvisati che s'immolano come vittime sacrificali lasciandosi letteralmente divorare dalla protagonista.
Alcune scene poi vi rimarranno impresse nella psiche come la ceretta o il cat-fight tra le due sorelle a colpi di morsi. Oppure la scena dei telefonini che la filmano mentre sembra uno zombie legato che aspetta la carne da mangiare fino alle scene di autofagia e tante altre cose belle e devastanti allo stesso tempo. Un film decisamente potente, di forte impatto, che non risparmia e lesina su nulla per concentrare tutta la sua forza devastante, horrorifica ma soprattutto drammatica, di una ferocia che può avere solo il volto di una straordinaria protagonista che si abbandona al suo personaggio trasformandosi e dando forma a qualcosa di nascosto e più profondo che alberga dentro di noi.
Un dramma moderno, nemmeno poi così distante dalla realtà come i registi emergenti e quelli in gamba sanno fare, con tutti i riguardi che ci ricorda la primordiale paura di cambiare e di diventare qualcosa che non vogliamo o non possiamo accettare ed essere sotto gli occhi e lo sguardo di una poetica, quella di Ducornau, che speriamo di rivedere presto agli stessi livelli.




giovedì 15 giugno 2017

Ardenne

Titolo: Ardenne
Regia: Robin Pront
Anno: 2015
Paese: Belgio
Giudizio: 4/5

Dopo aver commesso un crimine, Dave scappa via con la fidanzata di suo fratello Kenny, Sylvie, mentre proprio Kenny viene arrestato e trascorre in prigione quattro anni. Quando Kenny torna libero, sforzandosi di restare sulla retta via, Dave e Sylvie vivono insieme ma lottano per mantenere segreta la loro relazione. Ben presto, il passato tornerà a bussare alle loro porto e, pur di fronte al diniego di Sylvie, Kenny non è disposto ad accettare che tra loro due sia finita.

A volte alcuni film soprattutto indipendenti insegnano che basta poco per lasciare il segno.
Ardenne, titolo che attendevo da molto tempo, finalmente è riuscito ad arrivare anche da noi per fortuna ancora senza doppiaggio ( almeno per ora).
Il film di Pront fin da subito non nasconde le sue fonti d'ispirazione che per quanto ci siano all'interno del film, riescono comunque a dare l'idea di uno stile e una ricerca nuova di una forma di cinema autoriale anche se non ancora completa dal punto di vista della messa in scena e della difficoltà ad avere sempre la massima coerenza all'interno degli sviluppi e degli intrecci narrativi.
Una faida familiare, un segreto che non può non portare ad una tragedia (qui i rimandi shakespiriani non si risparmiano) e una piccola galleria di personaggi che riescono subito a creare una perfetta empatia con il pubblico. Belgio, ma più precisamente Le Fiandre e l'Anversa, un luogo cupo e inospitale, un insieme di location tutta grigia e industriale tra pioggia e buio perenne.
Tutto questo, ovviamente nei territori cari al regista, servono per dare subito prova di come Pront conosca benissimo quell'hinterland culturale e il lavoro sui personaggi diventa quasi naturale.
Il pessimismo e l'immobilità di questa cittadina fiamminga porta subito alla paralisi di una cittadina che distrugge ogni tipo di prospettiva portando a enormi problemi legati alla delinquenza ma soprattutto alla tossicodipendenza.
"Il mio film è profondamente legato al territorio, altrimenti non girerei un lavoro di questo tipo. I miei personaggi sono più che reali, ogni giorno apro le pagine dei giornali in Belgio e trovo storie ancor più folli".
Storie quasi reali di vita che spesso e volentieri spaventano ancora di più perchè ci toccano nel profondo.
Il finale di Ardenne è così tragico che mette insieme il pulp tarantiniano e il grottesco dei Coen con una marcia in più.
Senza dimenticare un cast misuratissimo e dei dialoghi che in alcuni momenti lasciano alla deriva sull'impossibilità di poter cambiare vita e intenti ma magari cercando solo di rifarsi una vita e redimersi.
In alcuni casi questa possibilità l'ambiente non sembra proprio permetterlo e Ardenne sembra tastare questo terreno.




Indivisibili

Titolo: Indivisibili
Regia: Edoardo De Angelis
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno (in particolare quello di una delle due) è la normalità: un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l'altra si ubriachi... fare l'amore.

Indivisibili entra immediatamente nella galleria di quelle opere italiane post moderne da tenere a mente. Una fiaba neo melodica, uno spaccato sociale, tra kitsch estremo e sublime, mica poi tanto distante dalla realtà...anzi (il fenomeno dei finti invalidi in Italia tocca un bilancio tragico) confermando ulteriormente il momento d'oro di un cinema italiano che guarda finalmente ai generi, provando a diversificare la propria produzione con coraggio ed elevata qualità.
Sono tanti i temi, le interpretazioni, i rimandi e gli intenti di questa pellicola. Forse più di quelli che aveva pensato inizialmente De Angelis.
Un film ambizioso, che diventa uno spaccato culturale visionario ricordando per certi versi il primo Garrone su come il regista non si nasconda e non abbia paura di mostrare la natura grottesca dell'animo umano senza risparmiarsi nulla.
Un viaggio folkloristico nella terra che il regista conosce molto bene con un cast nostrano che riesce a dare realisticità alle maschere che si prestano in questo dramma contemporaneo. Lo sfondo dove avviene la vicenda diventa lo scenario perfetto per mostrare quanto spiritualità e interesse personale oppure bellezza e bruttezza diventino una lotta tra opposti, l'anima dove si gioca il fulcro della vicenda ovvero il corpo, in questo caso i corpi delle due gemelle.
Un corpo che ancora una volta diventa il bene, il miracolo, l'aspetto freak che si mischia qui con tutta la sua viscerale complessità. Tutti le cercano, le ammirano e vogliono 'toccarle', proprio lì dove c'è un lembo di pelle e carne a tenerle unite la dimensione del toccare per essere salvati quasi come una piccola Lourdes mobile con prezzi e listini molto salati.