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venerdì 27 marzo 2020

Jojo Rabbit


Titolo: Jojo Rabbit
Regia: Taika Waititi
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nella Germania del 1945, Johannes Betzler detto “Jojo” ha dieci anni ed è un fanatico nazista, al punto di avere come amico immaginario e consigliere Adolf Hitler. Con il padre apparentemente disperso al fronte, vive solo con la madre, attiva nella resistenza. Le sue convinzioni, infatti, gradualmente muteranno, attraverso il classico “coming of age”, quando scopre che la madre nasconde in casa Elsa, una ragazza ebrea.

Jojo Rabbit è un film molto furbo e diciamolo subito, una marchetta perfetta per uno dei registi e autori più furbi della nuova Hollywood che però in fin dei conti pensava di brillare agli Oscar quando così per fortuna non è stato. Taika Waititi lo seguo dai suoi esordi e con quel mockumentary di What we do in the shadows mi ero divertito davvero molto e facevo il tifo per lui. E’un abile scrittore da commedie scanzonate, uno a cui la battuta riesce bene ed è abile a districarsi coi generi. Quello che l’ha fatto diventare un mestierante è stato il suo ingresso alla Disney/Marvel con il tremendo Thor-Ragnarok quando invece l’anno prima a briglie sciolte aveva diretto l’amabile Hunt for the Wilderpeople.
Jojo Rabbit tratta una materia che passa di default nel filone (deve essere visto e non si può attaccare per nessun motivo) è scritto in maniera discreta, cerca di fare una summa che non era mai stata fatta, ironia e olocausto, fuga dal mondo dei sogni e nazismo, coming of age e storia d’amore, condendo tutto con una messa in scena perfetta, una galleria di attori estremamente funzionale e un ritmo che riesce ad alternare abilmente dramma e azione, comicità e tragedia. Un film di opposti però sapientemente bilanciati, un film che sembra fatto e pensato per accrescere il successo di un autore che ormai nel giro di pochi anni è diventato potentissimo e continuerà ad esserlo, un film che strizza l’occhio agli Academy e agli Oscar ma che di fatto si è portato via solo una statuetta e tanti, tanti sentimenti e qualche lacrimuccia facile.
Jojo Rabbit è un film che è stato pubblicizzato troppo, che ha voluto far parlare tanto di sé con il risultato che al botteghino è andato bene ma allo stesso tempo conferma come Waititi secondo me dia il suo meglio nell’indie, nell’autorialità profonda dove non sono le maestranze a dettar legge o la produzione.

lunedì 23 marzo 2020

Papi Chulo


Titolo: Papi Chulo
Regia: John Butler
Anno: 2018
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Sean è un trentenne gay, fa il presentatore meteo per una stazione televisiva di Los Angeles ed è in crisi per una relazione terminata di recente. Dopo una crisi di pianto in diretta TV, viene costretto dalla direzione dell’emittente a prendersi dei giorni di vacanza e, con il pretesto di dover ridipingere il parquet del suo balcone di casa, arruola Ernesto, manovale messicano di mezza età sposato e con figli. Da qui inizia un rapporto d’amicizia alquanto improbabile tra i due

Papi Chulo è un film che in parte tratta la tematica queer e della gerontofilia in maniera approfondita, intensa, originale, ironica, drammatica e mai banale. Come potrebbe essere visto un rapporto tra un bell’uomo sportivo, giovane, elegante e ricco e un tuttofare messicano decisamente più anzianotto, di umili origini che sbarca il lunario come può?
C’è una scena che sembra gridare tutta la sua complessità e in parte anche il disagio. Un momento in cui da entrambe le parti vengono analizzate molto bene le reazioni dei due protagonisti ed è la festa gay dove Ernesto si guarda attorno incredulo parlando con ragazzi e uomini ma non sapendo l’inglese quindi annuendo ad ogni cosa che gli viene detta trovandosi come un pesce fuor d’acqua. Allo stesso tempo però per i soldi accetta qualsiasi cosa, ma Butler non cade mai nel patetico o nella faciloneria, dimostrando di non essere mai scontato intessendo sempre quella carica in più legata al rapporto tra i due, all’amicizia per superare il dolore e i monologhi di Sean che di fatto cerca qualcuno che non abbia per forza delle aspettative da lui. Papi Chulo è una piacevole sorpresa, fotografata magnificamente con paesaggi e una messa in scena molto limpida e pulita, senza macchie se non interiori come la scena in cui Sean ubriaco invita un uomo conosciuto sulla chat a casa sua per fare sesso non essendo assolutamente nella condizione per riuscirci.
Interessante poi il nome del film che gioca su un doppio significato tra pappone e papà.
I protagonisti sono straordinari riuscendo e dimostrando una sinergia attoriale che se non ci fosse stata da subito avrebbe sancito di fatto il fallimento di tutto il film. Butler poi si vede che conosce molto bene la commedia giocando molto sui tabù ma di fatto ponendo e vincendo la sfida più grande ovvero quella di non essere mai volgare.

sabato 14 marzo 2020

O lobos atras da porta


Titolo: O lobos atras da porta
Regia: Fernando Coimbra
Anno: 2013
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Una bambina viene rapita. Alla stazione di polizia, Sylvia e Bernardo, i genitori della vittima, e Rosa, la principale indiziata del rapimento nonchè amante di Bernardo, forniscono testimonianze contraddittorie che rivelano un tenebroso triangolo amoroso fatto di desideri, bugie, e malvagità.

As boas maneiras e Bacurau sono state scintille in un cinema, quello brasiliano, davvero poco conosciuto e quasi senza distribuzione da noi. Entrambi prendevano tanto dal cinema di genere plasmandolo con metafore politiche e sociali attuali e interessanti.
Il film di Coimbra si accende però su un dramma davvero che lascia basiti per quanto il colpo di scena finale riveli una violenza senza eguali, un film che farà discutere, non piacerà, scioccherà senza mezzi termini.
Tra i tre però è quello più urbano, che tratta di gelosie e tradimenti portandoli quasi al paradosso e alzando l’asticella del dramma in alcune performance davvero esplosive sia per quanto concerne la violenza che nelle scene di sesso. Un film dove la disperazione della solitudine porta a fare azioni che non si credevano possibili. La gelosia, l’ambizione, il voler prendersi qualcosa a tutti i costi, sono le linee su cui il film si regge dove l’incidente scatenante lascia subito spazio ad un lungo flash back che si delinea durante tutto l’arco narrativo.
Rio de Janeiro nella sua povertà diventa lo scenario perfetto incarnando la perfetta metafora dove una macchina sportiva sembra un bene di lusso, dove il lavoro e i ritmi non lasciano tempo libero, dove tutto appare come un caos e dove il sogno di poter vivere una vita più felice e più appagante porta a sogni allucinati che straziano la realtà.
Un film con un ritmo incredibile, dove i dialoghi hanno il sopravvento, dove gli attori ci mettono quel qualcosa in più, dove è tutto un rincorrersi tra vittime e carnefici e dove la fiducia è il sentimento che paga il prezzo più forte di tutto il film.

Zan



Titolo: Zan
Regia: Shinya Tsukamoto
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

A metà Ottocento, in un piccolo villaggio del Giappone, la quotidianità viene messa a soqquadro dall'arrivo della guerra.

I ritorni quella con la R maiuscola. Tsukamoto per me come Miike Takashi, Sion Sono, rappresentano i più prolifici outsider nipponici mai visti negli ultimi anni. Capaci di rendere omaggio a tutto il cinema di genere e di fatto facendo ciò che vogliono rimanendo fuori dalle regole.
Tsukamoto ha davvero una filmografia intensa, sperimentale, precursore di un certo tipo di sci-fi cyber punk, dimostrando anche come attore di avere enorme talento.
Per la prima volta si confronta con il genere samurai o meglio dire ronin erranti. A differenza dei cinesi non gioca sul wuxia, rimanendo come per Miike fedele ad una storia semplice quanto attenta ad individuare nuovi intenti e obbiettivi da raggiungere sondando come un diapason le pulsioni primordiali dell’animo umano e lasciando in secondo piano la violenza raggiungendola solo in alcune scene catartiche come quella con la banda dei ronin fuorilegge nella caverna e il finale che acquista un sapore magico oltre ad essere una caccia inaspettata. Il jidai-geki messo in scena dall’autore è minimale, catartico nel cogliere una natura e farla esplodere con tutti i suoi colori e lasciarla selvaggia in comunione con coloro che la amano, la popolano e la rispettano.
La narrazione è scarna ed essenziale, tutto il vecchio sapore di un montaggio allucinato, di azioni imprevedibili che scattano come molle da parte di personaggi mai bilanciati come invece appaiono maestro e discepolo nel film sembrano messi da parte. Un lento studio, un incontro con un popolo contadino semplice e rispettoso, l’onore e la fedeltà, insomma tanti preziosi fattori che non vengono mai lesinati o sciorinati solo per dare prova di un esercizio estetico portato a livelli molto alti. Pochi dialoghi, tantissimi sguardi, posture, costumi, semplicità, il nuovo Tsukamoto sembra aver passato settimane sotto cascate di umiltà prima di arrivare a calpestare un altro scenario che dimostra di saper giostrare con un’armonia assoluta.
In soli ’80 minuti il maestro riesce ancora una volta a dare dimostrazione di un talento oltre confine, dove l'autorialità e l’indi possono esprimersi soltanto per mezzo di un controllo artigianale e completo della macchina filmica sapendola gestire, comprendere e dando infine il valore aggiunto come attore.

domenica 8 marzo 2020

Gerontophilia


Titolo: Gerontophilia
Regia: Bruce LaBruce
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

l giovane Lake viene licenziato dalla piscina in cui lavora come bagnino perché durante un’operazione di salvataggio di un anziano cliente ha avuto un’erezione. Grazie alla madre trova un impiego come portantino in una casa di cura, dove fa amicizia con Melvin, un ex-attore di teatro abbandonato lì dal figlio. Lake, che ha una relazione con la coetanea Desirée, appassionata cultrice delle rivoluzionarie femministe, si innamora ben presto di Melvin, e vorrebbe esaudire il suo ultimo desiderio, quello di rivedere l’Oceano Pacifico

Spero tanto che il cinema di Bruce LaBruce cresca come questo film senza paralizzarsi troppo sul dover mostrare e cercare di scandalizzare in un epoca in cui non ci scandalizza più di nulla. Forse questo prematuro film è un inizio mettendo da parte i suoi primi indie dove zombie gay si inchiappettavano.
Vedere comunque un’ottantenne che si slingua con un adolescente non è un elemento da poco.
A volte l’omosessualità di alcuni registi non esita a mostrarsi in tutta la propria spregiudicatezza. Questo è un vantaggio e un’arma nel cinema quanto ti chiami Gregg Araki o Dolan. LaBruce deve affinare questa tecnica cercando di lavorare di più sul plot, sulla storia, quando invece dal punto di vista tecnico ormai è abile nel saper condurre una sua idea di cinema e inquadrarlo a dovere.
Sembra che il regista canadese in mancanza di idee o di storie affascinanti vada alla continua ricerca dei pochi tabù rimasti in un film che per fortuna ha una storia anche se prematura e asciutta che parte con lingue tra giovani per finire con quelle date ai vecchi. Per fortuna sembra e forse in questo l’età che avanza è un fattore importante che cominci a cercare di essere meno provocatorio almeno nel fatto di celare ciò che prima era orgogliosamente esibito. Se il protagonista del film è inesistente per espressività e coinvolgimento, è la sua curiosità prima intrappolata e poi sdoganata quando si rende conto di essere da sempre passivo e intrappolato tra due donne che decidono per lui e fanno di lui ciò che vogliono a venir fuori e sentire quel bisogno di rendersi autonomo e provare senza i consigli di nessuno.

mercoledì 22 gennaio 2020

Report


Titolo: Report
Regia: Scott Z. Burns
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un uomo indaga sui metodi che la CIA ha adottato dopo l'11 settembre.

I film d'inchiesta schierati dalla parte della carta dei diritti umani ormai cominciano ad essere un fenomeno importante nonchè una ricca galleria di punti di vista per mostrare alcuni lati orrendi della politica americana. Il cinema poi si sa di questi tempi è difficile da nascondere o bruciare come poteva succedere in passato per testimonianze, carte e video ripresi durante le torture.
Burns prima di essere un regista al suo secondo lungometraggio, ma di cui questo è il suo vero esordio, è uno sceneggiatore formidabile che ha scritto Panama Papers e Informant. Report però è un film maggiormente complesso che si basa su un realismo e un’asciuttezza narrativa ridotta ai minimi termini senza mettere in scena spazi larghi, ma sempre uffici angusti e bunker dove avvengono le peggiori efferatezze ai danni di presunti terroristi quando il film dimostrerà ben altro. La tortura, la ricerca della sottomissione, percosse, musica ad alto volume, isolamento, deprivazione fisica, tecnica del waterboarding, quella della tortura diventa una pratica che da sempre interessa gli uomini della Cia, alcuni convinti della sua funzionalità, altri costretti solamente a rimanere spettatori inermi.
Report sceglie una storia, quella di Daniel Jones che all'apparenza non sembra aver timore di nulla pur di cercare la verità e dare una nuova spinta verso un processo di giustizia e una inchiesta durata diversi anni che ha portato a qualcosa come 7.600 pagine di rapporto, condensate in poco più di cinquecento per essere rese note al pubblico.
Richiami al cinema di denuncia della Bigelow, Driver sempre in forma straordinaria come se fosse un alunno attento e sempre molto concentrato, una messa in scena che non cerca sensazionalismi disponendo di una storia macabra quanto attuale. Un film necessario, un'opera che dimostra il coraggio di voler far luce su un fenomeno assorbito dai media e dai sostenitori di una certa politica americana reazionaria che dimostra le falle e il potere delle fake news.
La più grande democrazia, come spesso si auto definiscono gli Usa viene ancora una volta messa in discussione come a sostenere la tesi che smettendo solo per un attimo di mentire acquisterebbero dignità.
Un film che non è mai scontato o prevedibile, che non cerca manierismi o inquadrature eleganti, che sfugge da tutta una serie di esercizi di stile di cui di fatto il film non ha bisogno e per questo non scende a compromessi se non quello di offrire uno scorcio limpido su una ferita ancora aperta della recente storia americana.

venerdì 10 gennaio 2020

Marriage story


Titolo: Marriage story
Regia: Noah Baumbach
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Charlie Barber è un regista teatrale d'avanguardia di New York e Nicole è stata negli ultimi dieci anni la sua compagna, la sua musa e la sua prima attrice. Insieme hanno un bambino di otto anni, Henry. La donna, nativa di Los Angeles, ha abbandonato una carriera appena avviata grazie a una teen-comedy di successo, stabilendosi nella Grande Mela per amore e, avendo ora l’opportunità di interpretare il pilot di una serie tv, decide di ritornare a casa portando con sé il figlio, mentre Charlie prepara il suo debutto a Broadway.

Con questa interpretazione la Johansson per me si è aggiudicata il premio come miglior attrice del 2019. Marriage story mi ha fatto venire in mente un altro film molto simile che mi aveva commosso Blue Valentine ma anche KRAMER CONTRO KRAMER. Anche in quel caso c'era un matrimonio che si stava sgretolando con tutti i problemi e le conseguenze che ne derivano. 
Baumbach è uno che i drammi riesce a renderli molto bene in scena. Non a caso tra il palco teatrale e il palco di casa c'è un confine molto labile come se spesso i dialoghi tra la coppia non avessero muri entrambi troppo egoisticamente concentrati su se stessi e i loro impegni. C'è la casa con il figlio, il teatro dove lavorano assieme, le sedute dal terapeuta che non sembrano funzionare, almeno per Nicole, e poi la famiglia, i nonni che cercano come lo spettatore di capirci qualcosa spesso senza riuscirci e pensando esclusivamente a limitare i danni.
La scena con cui il film si apre è da applausi dimostrando in poche battute quanto pathos riesce a trasmettere, un'apocalisse di sentimenti e lacrime che vedremo scorrere in un uragano emotivo che non accenna a fermarsi mai. Il tutto raccontato attraverso un'empatia straziante che dimostra quanto i personaggi di questa storia, fatta eccezione per alcuni avvocati, siano vivi e abbiano bisogno di essere continuamente stimolati. Anche il finale come l'inizio riesce davvero ad essere molto bello, insistendo sul concetto che Charlie e Nicole si vogliono troppo bene per arrivare a farsi male l'uno con l'altra.



giovedì 26 dicembre 2019

Aniara


Titolo: Aniara
Regia: Pella Kågerman e Hugo Lilja
Anno: 2018
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Un'astronave che trasporta dei coloni su Marte viene buttata fuori rotta, costringendo i passeggeri ossessionati dal consumo a prendere in considerazione il loro posto nell'universo.

Dalla Svezia arriva uno sci-fi low-budget di quelli che non si dimenticano. Un vero viaggio nell'orrore, un film di un enorme impatto emotivo in grado di metterci di fronte tutte le paure sopite di fronte allo spettacolo e le incognite dell'universo. Un film disturbante e inquietante, rivelatore di un dramma profetico per l'attuale situazione in cui stiamo vivendo fregandocene del domani ma insistendo a distruggere il presente.
Un film carico di incertezze e di pessimismo cosmico che non regala nulla, senza dover fare ricorso a sensazionalismi o happy ending astuti per mettere d'accordo il pubblico. Qui la profezia è quella dell'autodistruzione, di un universo in cui sguazzare dove perdiamo completamente le nostre coordinate, azzerandoci e costretti a reinventarci attraverso pratiche, filosofie, religioni, orge, esecuzioni. Dove basta un incidente improvviso, un cambio di rotta, una fuga dal nostro idilliaco paradiso per far sì che la situazione possa degenerare nella violenza, nella perdita dei valori e di ogni inibizione. Visto che bisogna morire in una zona remota da cui è impossibile tornare indietro tanto vale lasciarsi andare in una sfrenata ricerca del piacere passionale e di ogni gratificazione possibile.
Un astronave che si perde in una rotta che sembra non finire mai, un giro attorno ad un pianeta senza poter mai attraccare, una parabola della morte, della filosofia dell'ansia che non accenna mai a fermarsi facendoci sprofondare in un limbo di psicosi.
“Aniara” nome di un poema fantascientifico scritto nel 1956 dallo svedese Harry Martinson (futuro Premio Nobel per la letteratura) si divincola dagli altri film sci-fi moderni, scegliendo una rotta più estrema, azzardando un discorso molto realistico per un ipotetico futuro, scegliendo infine una deriva claustrofobica e nichilista che sembra sondare perfettamente lo stato d'animo di alcuni passeggeri, del capitano, della protagonista e della fuga dalla realtà dove le persone possono rivivere le esperienze avute sulla terra dimenticando così l'imminente morte sul'astronave.




sabato 16 novembre 2019

Wind(2018)


Titolo: Wind(2018)
Regia: Emma Tammi
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna si trasferisce in un luogo isolato in cerca di una nuova vita. Per lei la realtà si trasformerà in incubo.

Il fatto che negli ultimi anni l'horror abbia come protagoniste personaggi femminili è un fatto innegabile. Una fortuna direi..
La Tammi sembra volerci dire che l'orrore può arrivare dappertutto, anche in lande desolate dove non sembrano quasi esserci nemmeno alberi e anima viva, fatta eccezione per una coppia da poco arrivata, qualche animale della fattoria, un prete e un branco di lupi.
Tammi gira un western horror, un thriller psicologico sospeso tra allucinazioni e presenze soprannaturali, tra fobie e credenze, ritagliato su pochi personaggi portandoli all'isteria, in particolare le donne perchè loro sanno, credono e sentono mentre i maschi no.
Con una resa visiva coinvolgente e attenta, il film parte in maniera minimale cercando i dettagli e gli sguardi profondi di Lizzy vera protagonista della pellicola, su cui il film si concentra, la quale inizierà un vero e proprio calvario, un viaggio nell'orrore cercando di raccapezzarsi e cercando di capire chi sono veramente le persone che gli stanno attorno.
Demons of the Prayer, libri, entità oscure che poi diventano quattro tipologie di demoni differenti, tutto lascia ben sperare nell'inserire nuovamente questo calderone ai giorni nostri visto che la maggior parte degli horror moderni e commerciali trattano l'argomento come se fossero mele ad un bancone della frutta.
La Tammi deliziosamente non ci fa vedere quasi niente ma ci porta a comprendere il dramma che sta avvenendo. Porta a casa una scena squisita, nel primo atto, che ricorda il finale di VVitch dove presumiamo di vedere quella cosa anche quando la visione è coperta e celata. Il tempo, vero fattore che mette i bastoni tra le ruote, non segue un percorso lineare o razionale con salti temporali che però non sono nemmeno così complessi ma che incidono sul ritmo e sull'immedesimazione legata a quanto sta succedendo. Qualche elemento sconclusionato c'è, lo script per quanto accattivante compie alcune ingenuità, ma senza esagerare mai, tenendosi il fucile sempre vicino.
Wind abbatte alcune porte, cerca un sodalizio nel genere con protagoniste per lo più femminili e ha qualcosa, nel suo essere estremamente indipendente e autoriale che fa sempre piacere visionare.
Un film che parte molto lentamente concentrandosi sulle scene partorite come veri e propri quadri con pochissima e centellinata azione, puntando molto sulla suggestione con alcuni momenti decisamente notevoli e qualche colpo di scena abbastanza inaspettato.





Panama Papers


Titolo: Panama Papers
Regia: Steven Soderbergh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una vedova indaga su una frode assicurativa inseguendo a Panama City due soci in affari che strumentalizzano il sistema finanziario mondiale.

Laundromat letteralmente è la pratica di pulire i soldi illegalmente.
Soderbergh ovunque lo metti è quasi sempre sinonimo di garanzia. Balla da un genere all'altro girando film thriller con uno smartphone, intessendo trame corali, parlando di narcotraffico, banche, rapine, truffe, il tutto con una nutrita e solida filmografia e infine la particolarità di infilare spesso una quantità di star impressionanti.
Panama Papers in parte ha tanti di questi fattori espressi però in maniera più consolidata, seria e matura come il tema sta ad indicare. Anche in questo l'outsider americano considera un gioco l'analisi di un fenomeno tanto discusso quanto anomalo per certi versi e soprattutto attuale più che mai. Partendo proprio dalle storie, agendo come una metafora nell'affrontare alcuni dibattiti, prendendo i due protagonisti e facendoli traghettare da un paese all'altro con dei monologhi che affrontano in maniera radicale la vicenda, cercando senza moralismi e prese di posizione di analizzare quello che il potere della finanza e delle leggi di mercato ha sempre permesso ai danni di qualcun altro. Soderbergh ragiona su quanto alcune scelte, una parte del marcio del sistema fiscale americano, possa generare conseguenze impreviste, effetti perversi e inattesi ai danni di una parte di mondo che semplicemente non sa chi trama sopra di loro o per loro.
Messo in scena con un'eleganza degna del profilo e della filmografia del regista, aiutato in questo da una galleria di attori semplicemente straordinari dove ognuno riesce a cogliere al meglio le sfumature delle vittime e dei carnefici e di chi non si rende conto a cosa sta andando incontro o quale animale più grosso di lui sta ingrassando a dovere.
Con toni a volte quasi da favola, l'operazione dell'autore svela facendo voli pindarici da un paese all'altro la storia vera del 2016 dei cosiddetti Panama Papers, i dossier confidenziali creati dalla Mossack Fonseca nei quali figuravano tutti i nomi degli azionisti - capi di stato e di governo, funzionari, parenti e collaboratori di ogni sorta - che nascondevano i loro beni al controllo statale. Ancora una volta vengono esaminati anche i contorni agendo in maniera ancora più dettagliata, minuziosa e minimale andando fino in fondo per dare un'identità alla fonte anonima che ha rivelato al mondo l'archivio segreto dello studio, nella fattispecie una delle attrici più interessanti della storia del cinema

mercoledì 2 ottobre 2019

Styx

Titolo: Styx
Regia: Wolfgang Fischer
Anno: 2018
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Una dottoressa decide di prendersi una pausa dal lavoro e di salpare in solitaria sulla sua barca a vela da Gibilterra ad un’isola incontaminata nell’Oceano Pacifico. Il suo viaggio sembra scorrere serenamente finché, dopo una brutta tempesta, si imbatte in un peschereccio arenato pieno di profughi africani in grave difficoltà. Alcuni di loro provano a raggiungerla, ma solo un giovane ragazzo ce la fa. Insieme cercano di chiamare i soccorsi che tardano ad arrivare, mentre la situazione si fa sempre più drammatica. La donna si troverà quindi ad un bivio: provare ad aiutare gli uomini e le donne bloccati sull’imbarcazione oppure farsi da parte ed aspettare aiuti adeguati.

"Volevo fare un film che parlasse di noi stessi, di chi siamo, di come viviamo oggi e di chi vogliamo essere domani. Ma soprattutto desideravo aprire un dialogo con il pubblico e creare un impatto emotivo sullo spettatore, in modo che alla fine si chiedesse: 'Cosa avrei fatto al posto della protagonista?'"
Styx come lo erano alcuni film di Carpignano è un film con una forte impronta sul sociale.
Un'opera e un cinema di denuncia che parla di argomenti quanto mai attuali come in questo caso il dramma dei migranti. L'esordio di Fisher non è mai banale con alcune scene potentissime come i profughi che scappano dalla loro imbarcazione o la lotta tra Rike e il ragazzino con quella scena indimenticabile in cui lui per ribellarsi al fatto che la protagonista non possa e non riesca a salvare altre vite, butta tutte le bottiglie d'acqua in mare.
Fischer parte con un film che è un missile, con tanti silenzi che in realtà comunicano più di molti dialoghi, sguardi sofferti, scelte emblematiche e la realtà che sembra superare la fantasia come quando Rike chiede aiuto ma le viene imposto di farsi da parte e di lasciare che siano Altri a salvare la nave e recuperare i dispersi.
Un film commovente ma solido che non cerca sensazionalismi ma è impermeato nella più tragica realtà senza bisogno di edulcorare i fattori e la sostanza drammatica.
E'un film sulla volontà di prendere delle decisioni anche quando ci viene negato, una cartina sul presente, sul bisogno di far luce e raccontare quello che sta accadendo, l'epopea dei migranti, la solitudine,  il dilemma della responsabilità collettiva,  il dubbio morale, la gestione dell'accoglienza e del soccorso in mare, raccontati attraverso lo sguardo profondo della sua protagonista.
Styx è stato girato quasi interamente in mare aperto, eccetto qualche scena nel primo atto prima che Rike salga sulla nave. Il merito più grande del film a parte non avere forzature è proprio quello di non voler "approfittare" dell'epoca storica per catturare facili eroismi, ma invece una lotta contro se stessi e le istituzioni, seguendo e perseverando il proprio dovere morale, quello che molti di noi stanno perdendo.

mercoledì 10 luglio 2019

Destroyer


Titolo: Destroyer
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Erin Bell è un'agente dell'FBI di Los Angeles disillusa e stanca del proprio lavoro. Il ritrovamento di un cadavere la riporta agli eventi di diversi anni prima, quando con il collega Chris si era infiltrata in una gang di rapinatori guidata dal pericoloso Silas. Un colpo a una banca andato male e l'uccisione del suo partner, con il quale nel frattempo aveva avviato una relazione, avevano messo fine all'operazione e distrutto la sua carriera. Il ritorno di Silas in città è per Erin l'occasione di regolare i conti con il passato e mettere ordine nella sua vita, a cominciare dal rapporto conflittuale con la figlia adolescente.

Nicole Kidman è una sorta di macchina da guerra.
Recita sempre e ovunque in centinaia di film con i look più disparati e pazzeschi.
Destroyer sembra l'altro lato della medaglia di MONSTER del 2003 con la Theron. Entrambe bellissime sottoposte ad uno stravolgimento fisico e psicologico per arrivare ad essere dei mostri di bravura.
Destroyer è un poliziesco molto interessante e con una storia tutt'altro che semplice. Complice alla regia un nome che ormai per gli appassionati di cinema è sinonimo di garanzia, un cast perfetto ma soprattutto uno stile e una indagine tutt'altro che canonica dove Erin, spossata e appassita dalla stanchezza e dalla depressione, si muove come un fantasma essendo l'ombra di se stessa ma allo stesso tempo è letale e non sembra arrendersi mai di fronte a nessun ostacolo con il compito di dare una svolta alla spirale di violenza scatenata.
Diviso tra passato e presente con dei flash back che riescono a rendere ancora più interessante il ritmo e la narrazione, Destroyer è un duro colpo allo stomaco, senza sensazionalismi, happy ending, ma un film sporco e cattivo che fin dall'inizio colpisce per come tratteggia la sua protagonista, quasi come un'indagine di un film di Zahler dove si sa che finirà male se non malissimo per tutti.
Kusama affidandosi a una Kidman semplicemente straordinaria, infarcisce la sua storia di dettagli emotivi, di sensi di colpa e redenzione, creando qualcosa che va oltre il classico concetto di poliziesco e scontrandosi al suo interno con una pluralità di questioni e argomenti incredibili per come riescano ad essere narati singolarmente in maniera approfondita e originale.



lunedì 11 marzo 2019

Green Book


Titolo: Green Book
Regia: Peter Farrelly
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L'occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un'epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italo americano cresciuto con l'idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book non è un brutto film. Meritava l'Oscar? Forse no.
Da sempre gli Oscar rappresentano l'anti festival a priori, dove predomina la facciata e un Academy che preferisce scelte dettate dalle buone maniere. Una parata dove vincono spesso le marchette come negli anni abbiamo dimostrato anche noi italiani.
L'ultimo film di Farrelly (che ha capito che i drammi servono di più a differenza delle commedie becere girate finora) di fatto mostra un film piuttosto banale in un equilibrato rapporto tra bianco e nero visto altre migliaia di volte con altre migliaia di mezzi e cambiando di fatto pochi accessori ( A SPASSO CON DAISY non riesco nemmeno a levarmelo dalla testa)
In questo caso però sono le tematiche o meglio come esse vengono gestite a lasciare interdetti come a dire "Che diavolo gli è passato per la testa?" e soprattutto ancora siamo fermi a questo punto nel 2019, con così tanto cinema politicamente impegnato che non viene nemmeno preso in considerazione?
Sembra di sì.
Il cast è fantastico. Il ritmo per durare quasi due ore è formidabile a non far pesare mai momenti troppo sobbarcati di buoni sentimenti e scene melense.
Tutto in fondo è più che matematicamente studiato a tavolino, il finale e nessun altro momento del film godono o possono godere di colpi di scena, ma forse non servono. Si rimane così ad osservare i dialoghi e i cambi repentini di un personaggio, quello di Don, che da un lato nasconde la sua omosessualità e dall'altra esibisce un tono estremamente elegante avendo il piglio di un grande attore classico.
Tematiche sul razzismo, sulla diseguaglianza, su un nero che non può andare nei servizi pubblici dove vanno i bianchi, ma può salire come un bestia sullo stesso palco.
In tempi dove il razzismo è tornato in auge in maniera pericolosa, Green Book è un buon film ma non è la risposta al problema. Il cinema può fare di più e in maniera meno patinata

venerdì 8 febbraio 2019

White boy rick


Titolo: White boy rick
Regia: Yann Demange
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Detroit, 1984: l'adolescente Rick vive con il padre, un piccolo trafficante di armi che sogna di aprire una videoteca, da quando la madre e la sorella maggiore se ne sono andate di casa. Vendendo armi a basso prezzo, Rick si guadagna il rispetto delle bande di criminali del quartiere e, in un mondo composto unicamente di neri, diventa per tutti "White Boy Rick". Ricattato dall'FBI, che avrebbe le prove per incriminare il padre, Rick accetta suo malgrado di fare l'informatore e contribuisce a smantellare una rete di spacciatori e poliziotti corrotti che arriva fino all'ufficio del sindaco. Quando però comincia a spacciare per conto proprio viene arrestato e condannato all'ergastolo, nonostante la giovane età e il lavoro svolto fino a quel momento per le autorità.

Di nuovo la storia di un anti eroe americano. Un ragazzo molto giovane che si è trovato ad essere presto molto ricco e molto importante, che negli anni di Reagan però se commerciavi armi e droga significava diventare molto pericoloso sotto tutti gli aspetti.
Finalmente torna Demange, e avercene di registi come lui, un volto interessante, purtroppo non molto prolifico che con '71, passato in sordina un po da tutti, aveva dimostrato di saperci fare.
Caratteristica che mantiene anche in questo suo secondo film, anche se continuo a preferire '71.
White boy rick, così lo chiamavano, mantiene molti traguardi, ha una parte tecnica e una scelta rigorosa delle musiche e della scenografia, nonchè dei costumi che ti riportano in quegli anni.
La storia è un viaggio di formazione nel "male" dove un giovane ragazzo impara presto e a sue spese cosa significa entrare in un sistema dove politica e mafia vanno a braccetto e quando c'è bisogno di facce pulite da spedire in prigione è facile trovare alla propria mercè, vittime sacrificali.
Il film per tutta la sua durata mantiene un bel ritmo, gli attori sono tutti ottimi, Matthew McConaughey che rischiava di ritrovarsi nel solito personaggio che interpreta molto bene, riesce invece ad essere diversificato e il cambiamento del suo personaggio è uno degli aspetti più interessanti del film, come il rapporto con la sorella e con i poliziotti che fanno fare il doppio gioco al figlio.


mercoledì 6 febbraio 2019

Motorrad


Titolo: Motorrad
Regia: Vicente Amorim
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 2/5

Un gruppo di motociclisti decide di andare a percorrere insieme un percorso mozzafiato. Ma il viaggio si rivelerà pieno di insidie e ciò che sembrava meraviglioso si trasformerà in un incubo.

Motorrad pur essendo una sorta di slasher con le moto non riesce a regalare nulla di più.
E diciamolo in un'era dove il cinema riesce nonostante tutto ad essere la forma d'arte più dinamica e multiforme, un prodotto come questo ricicla perfettamente alcuni canoni del cinema di genere senza però riuscire ad avere qualcosa di innegabilmente suo.
A partire dal cast dove gli attori non funzionano, troppo inespressivi, per assurdo sembrano più animati la gang dei motociclisti che non tolgono mai i caschi, impazziti i quali girano con il solo gusto di uccidere anche qui senza una logica che ne descriva motivazioni o intenti.
Motorrad è basato sul lavoro del fumettista Danilo Beyruth che ha collaborato molto con la Marvel. Il risultato è un'operazione che sicuramente si presta molto di più nella grapich novel che non nel cinema, o forse è Amorim che non riesce a coglierne le potenzialità facendolo diventare presto un film trascurabile con un ottimo reparto tecnico dietro, dove a dare lo spessore maggiore è la fotografia, una palette cromatica desaturata tutta strutturata sul grigio metallico.


sabato 15 dicembre 2018

Affido-Una storia di violenza


Titolo: Affido-Una storia di violenza
Regia: Xavier Legrand
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

Affido-Una storia di violenza è un film che fin da subito prende una piega insolita. Decide di schierarsi, di prendere una posizione puntando il dito verso le responsabilità genitoriali, l'affido, materia sempre complessa, e due genitori profondamente afflitti e consumati dalla rabbia.
La Francia da sempre tratta temi sul sociale senza dover compiacere il pubblico ma prediligendo una linea dura, come d'altronde è la realtà, in questo caso facendoci scoprire fin dove può spingersi il controllo e il comportamento coercitivo di un padre che nella scena finale deraglia completamente ogni parvenza di normalità, facendo diventare l'esordio di Legrand, un incubo in cui solo la determinazione di Miriam può fare sì di proteggere i suoi figli.
"Facciam fatti" diceva Jacopone da Todi e sembra per certi versi la regola che il regista sviluppando il cortometraggio pluripremiato, ha cercato di mantenere costante per tutta la durata del film, facendo sì che le azioni predominassero sui dialoghi e le immagini mostrassero più delle parole.
Gli intenti del regista appaiono per certi versi con una marcia in più rispetto a tanti altri film che trattano temi sociali e in particolare la famiglia. Qui come dicevo tutto viene rappresentato, in particolar modo la violenza disperata e intenzionale come potrebbero essere i comportamenti di Antoine come conseguenza dell'aver perso ormai ogni contatto con la realtà.
Vincitore del premio come miglior regista alla Mostra di Venezia, Affido, alza la posta, mostrando una violenza ancora più inesorabile e cruda rispetto ad altre manifestazioni viste in passato.
Nel climax finale la furia di Antoine sembra quella di Jack Torrance.


mercoledì 5 dicembre 2018

Fake


Titolo: Fake
Regia: Sang-ho Hien
Anno: 2013
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Un gruppo di fedeli si lascia affascinare da una nuova Chiesa che promette miracoli. Quando i dubbi cominciano ad assalire i primi fedeli e muore improvvisamente una famiglia di persone oneste, l'equilibrio iniziale comincia a sgretolarsi e affiorano tutte le contraddizioni di un sistema religioso chiuso e troppo rigido

Fake (Falso) è un film straordinario dove il cinismo, la corruzione, gli scontri di potere, la diseguaglianza e tanto altro ancora esplode come un urlo disperato di chi non riesce più ad accettare tutti questi tumori e decide fargli vivere su grande schermo.
La metafora sulla società coreana, sempre più incattivita, spietata e pronta ad implodere e la scelta dell'animazione si sono rivelate ancora una volta due strumenti importantissimi dal momento che forse il regista a far recitare in carne ed ossa avrebbe potuto avere problemi.
Un film ancora adesso sconosciuto senza la benchè minima voglia di provare a distribuirlo da noi in Italia.
Hien aveva già esordito un anno prima con il pesantissimo Kings of Pigs dove per assurdo i protagonisti di adesso in quel film erano solo dei bambini e già dimostravano di non avere limiti alla loro brutalità. Uccidevano i gatti mentre qui uccidono i cani.
Il "pig" anzi i "pigs" di allora, diventano coloro incapaci di fare qualcosa di buono, a differenza dei forti, i bravi studenti, "i cani", come nella bellissima e onirica scena del film del 2012.
Hien cresce e come dicevo i suoi personaggi, metaforicamente parlando, diventano politici, amministratori, boss, malavitosi, buoni a nulla come il protagonista, ma ognuno di loro nel bene e nel male interpreta un ruolo all'interno della dinamica e competitiva società coreana.
Cresce in particolar modo il personaggio di Min-chui il padre che forse nessuno vorrebbe avere che rappresenta il paradosso di questa società un cattivo senza possibilità di redenzione ma allo stesso tempo dal momento che ricopre i piani più bassi della società una specie di portatore insano della verità.
Le gare d'appalto nonchè la corruzione diventano i punti di forza per un film in cui o sei carnefice fino alla fine, oppure non potrai che rimanere vittima di un sistema che non premia l'onestà e i buoni principi e dove un padre farabutto che esce di galera sperpera nel giro di pochi giorni tutti i risparmi per l'università della figlia, prendendola a botte ed etichettandola come puttana quando costei non ha fatto nulla se non provare ad arrabbiarsi.
In più in questo caso si arriva a toccare anche la sfera religiosa con un personaggio e il suo cambiamento lasciato proprio in bilico di fronte a scelte più grandi di lui, dove ci troviamo ancora una volta, di fronte ad una metafora che rappresenta le più becere illusioni e menzogne della chiesa.
Spero solo che Sang-ho Hien possa continuare a fare film perchè i risultati fanno male per quanto colpiscano dritti allo stomaco.




giovedì 18 ottobre 2018

Gutland


Titolo: Gutland
Regia: Govinda Van Maele
Anno: 2017
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Un vagabondo di nome Jens arriva nei pressi di un villaggio lussemburghese. È di origine tedesca e non parla la lingua del posto, pertanto viene trattato con freddezza, finché non incontra la figlia del sindaco, Lucy, che se lo porta a letto. Il mattino dopo il padre della giovane accompagna Jens in giro per il villaggio, gli trova lavoro presso un fattore e presto lo invita anche a cena. La comunità sembra accoglierlo senza fare domande e fin troppo calorosamente, anche perché Jens trova nel camper dove alloggia oggetti lasciati da qualcuno prima di lui. Si tratta dello scomparso Georges, che viveva in una casa vicina e forse aveva fotografato nude le donne sposate del paese.

Gutland è l'interessante opera prima che come ormai sappiamo circola solo nei festival cinematografici. Un esordio che parla di confini, identità, integrazione, adattamento, comunità rurali, omologazione, manipolazione, regole, segreti e tante altre squisite componenti che danno un'aria da favola nera, un thriller misterioso dove il film si prende una prima parte per raccontare la location in cui Jens viene catapultato e i suoi strani personaggi.
Il film è sostenuto praticamente tutto sulle spalle da una buona prova del suo protagonista, Frederick Lau, uno degli attori più in forma della sua generazione e qui coadiuvato da un buon cast.
Cosa nasconde Schandelsmillen? Da subito sembrerebbe un luogo perfettamente naturale, ma potrebbe benissimo essere tutta una finzione.
Lo spazio occupato da questa "buona terra" è vasto, ma è difficile o impossibile per chiunque fuggire. Il villaggio sembra una prigione molto grande, seppur chiusa. E perchè Jens è l'unico che riesce a svelare il lato d'ombra della cittadina? E naturalmente gli abitanti cominceranno a scoprire qualcosa legato al suo oscuro passato.
Gutland è un film da vedere più che da scriverci, perchè in quanto thriller è studiato attentamente con gli indizi che vengono svelati piano piano e in cui lo spettatore deve fare molta attenzione. Come noir funziona per la sua atmosfera che non dice nulla, ma mostra più di quanto dovrebbe.
La scelta finale che dovrà fare il protagonista, sembra una delle scelte più attuali dei tempi i cui ci troviamo a vivere.

venerdì 12 ottobre 2018

Capsule


Titolo: Capsule
Regia: Athina Rachel Tsangari
Anno: 2012
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Sette ragazze. Una villa abbarbicata su un costone roccioso nelle Cicladi. Una serie di lezioni su disciplina, desiderio e sottomissione.

Ma che bella scoperta il cinema videoarte della Tsangari. Figlia anch'essa di tanto cinema e di tante citazioni e forme d'arte diverse che riescono in questo caso ha unirsi tutte come in un girotondo dark ed esoterico per una galleria di immagini evocative e dalla innegabile grazia.
Un fascino e una ricerca della moda, della bellezza, del desiderio in cui la regista ellenica sembra voler sancire i suoi temi più personali dalla competizione al desiderio, il dominio e non ultima la sottomissione. Lo fa confezionando una pellicola di grandissimo fascino visivo e di bellezza estetica in cui nessuna componente è lasciata al caso: tutto è molto curato e controllato dai costumi alle immagini.
Un certo simbolismo potrebbe far storcere il naso dal momento che alcuni contenuti possono risultare criptici e di certo la regista non esclude una certa ricerca non solo dell'estetismo a tutti i costi ma anche di una sotto chiave narrativa e intellettuale che inserisce toni da fiaba gotica e un certo horror che cerca di rifarsi al mito del vampirismo
Un'opera ambiziosa e criptica che in fondo tratta la magia, il rituale, la cerimonia grazie a sei discepole (o replicanti) alla corte di una dominatrice matriarcale che, costituito un'ordine improntato su un'insolita dottrina iniziatica alla (ri)scoperta della natura femminile, finisce per stabilirne i rispettivi e brevissimi cicli esistenziali.

lunedì 17 settembre 2018

Euthanizer


Titolo: Euthanizer
Regia: Teemu Nikki
Anno: 2017
Paese: Finlandia
Giudizio: 3/5

Alle soglie di un bosco fitto e scuro vive Veijo. È un uomo misterioso e non ha molti amici, ma tutti lo conoscono: è il temuto "euthanizer", che nel buio della sua officina offre un'alternativa economica all'eutanasia delle cliniche veterinarie. Veijo non ama le persone, ma ha una forte empatia per gli animali e vive seguendo un codice etico proprio.

Il film di Nikki ci porta nei boschi finlandesi dove chissà cosa può succedere o chi ti puoi trovare di fronte come in questo caso membri di organizzazioni neo-naziste.
In Euthanizer i personaggi sono quasi tutti nichilisti e misogini, a partire dal protagonista dal cuore tenero, come Veijo che preferisce gli animali agli umani. Come dargli torto quando un proprietario vuole sbarazzarsi di un cane sano e scondinzolante e portando praticamente il nostro anti eroe a dover fare la scelta che decreterà l'intento del film di diventare presto, scoperte le carte, un solido thriller con il sotto testo del revenge movie che negli ultimi anni va sempre più di moda.
Se non altro qui geograficamente i posti sono abbastanza insoliti e poco fotografati dal cinema, in più il cast è molto convincente e alcune scene sanno essere molto crude senza essere mai scontate e senza regalare nulla soprattutto per quanto riguarda la vendetta ai danni delle persone.
Veijo è un uomo affetto da molte psicosi che vive in una regione povera e periferica dove ad un tratto vive una storia assurda e solo a tratti romantica con un'infermiera molto più giovane di lui e che si alterna per tutti e tre gli atti con la ricerca dei mandanti e della vendetta del suo protagonista.
Nikki alla sua terza opera è un filmmaker autodidatta che ha diretto, scritto, montato e coprodotto, questo intenso noir che sconfina nella black comedy e nell'exploitation dove il suo protagonista, Matti Onnismaa, ha qualcosa come più di 150 film all'attivo.
Interessante come in un'intervista abbiano chiesto a Nikki che se specialmente in un film americano, qualcuno massacra un'infinità di persone, nessuno dice niente, ma se viene ucciso un cane, allora tutti protestano. Partendo da questo pretesto il regista ha detto che se vuoi rendere un personaggio davvero cattivo, devi fargli uccidere un cane così lui ha giocato con questo cliché caratterizzando un personaggio, dotato di una sua umanità, che fa qualcosa che nessuno spettatore vorrebbe mai vedere, anche se gli animali a cui toglie la vita sono malati e portandoti sempre al limite con pistole puntate contro qualche muso dolce e sorridente