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giovedì 11 aprile 2019

Captan Marvel


Titolo: Captan Marvel
Regia: Anna Bodek, Ryan Fleck
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Vers vive su Hala, capitale dell'impero galattico e militarista dei Kree, è bionda ma ha il sangue verde-blu e viene addestrata a combattere controllando le proprie emozioni e i propri straordinari poteri energetici da Yon-Rogg. Quando finisce catturata dagli skrull, i nemici mutaforma dei kree, questi esaminano la sua mente in cerca di risposte, facendo riaffiorare in lei ricordi perduti della sua vita sulla Terra e di una misteriosa donna, le cui fattezze sono utilizzate anche dall'intelligenza suprema dei kree quando comunica con lei. Sarà l'inizio dell'avventura che la riporterà sulla Terra, negli anni 90, dove scoprirà il suo passato come Carol Danvers e si riapproprierà della propria identità.

Captain Marvel era uno degli ultimi film Marvel phase 2 dell'anno, prima del'ultimo END GAME con cui ovviamente il film ha diverse affinità.
Alieni, una sci-fi che strizza l'occhio visti i tempi agli universi di STAR TREK e affini, una messa in scena tecnicamente incredibile e un cast che poteva certo dare di più soprattutto per quanto concerne la scelta della protagonista.
Captan Marvel è prima di tutto abbastanza noioso, dura troppo, si perde in inutili sotto trame che non aiutano la narrazione e la rendono macchinosa e solforosa, l'azione è centellinata e quando finalmente dovrebbe dare carburante in più si perde dietro inutili inseguimenti ed esplosioni stellari.
Per essere la prima eroina solitaria dell'universo Marvel oltre ad essere, così dicono, la più forte in assoluto, devo dire che mi aspettavo molto di più. La caratterizzazione mostra intenti spiccatamente militari come per Roger e altri delle fila sui super eroi, lasciando sempre dubbi sull'intento reazionario del messaggio.
Manca quella solidità narrativa che dove dovrebbe spettacolizzare e coinvolgere mostra tanto fumo e crede di portare avanti una metafora socio-culturale, come d'altronde credeva di fare anche BLACK PANTHER, che purtroppo così non è, o forse lo è solo per chi ha una visione limitata della realtà. Gli unici momenti in cui mi sono quasi divertito sono stati quelli sull'astronave dove vediamo quasi tutti i buoni riuniti e che scappano dalle astronavi dell'impero galattico e un gatto che riesce ad essere più coinvolgente di tutto il resto dei personaggi.
Gli sceneggiatori hanno di nuovo sottovalutato l'intelligenza dello spettatore per arrivare a mostrare una ragazza che lotta per dei valori e che scopre che il suo impero e corrotto e gli alieni che combatte in realtà sono i buoni.



lunedì 11 marzo 2019

Detroit rock city


Titolo: Detroit rock city
Regia: Adam Rifkin
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cleveland, Ohio, 1978. Quattro ragazzi che compongono il gruppo musicale dei Mystery, sognano di diventare il gruppo spalla dei Kiss, band satanica per eccellenza. In occasione del concerto dei loro idoli, essi si procurano quattro biglietti ma la madre di Jam, cattolica praticante, si infuria e li brucia. Da questo momento in poi comincia una spasmodica caccia al biglietto che vede impegnati i quattro ragazzi per un' intera nottata. Non mancano disavventure, crisi di coscienza e ostacoli di vario genere che movimentano la trama del film. Oltre ai già citati protagonisti, il cast della commedia annovera i componenti della band dei Kiss che interpretano se stessi

Cosa accade quando una madre cattolica praticante scopre che il figlio ha sostituito il suo vinile di Carly Simon con quello di “Love Gun” dei Kiss, il complesso satanico per eccellenza?
Detroit rock city è quella piacevola sorpresa che scopri quando meno te lo aspetti facente parte della pletora di film i quali omaggiano gli anni'80, tantissima musica, una teen comedy con un gruppo di quattro ragazzi che a tutti i costi vogliono raggiungere il concerto dei loro beniamini Kiss.
Da qui tutto il film è una divertente e scoppiettante avventura sulle peripezie e le sfortune di questi quattro metallari con la madre religiosa che sembra seguirli ovunque, facendogliene combinare di tutti i tipi.
Le regole, le istituzioni, il coming of age, tutto viene inserito nel calderone e il film poi riesce ad essere un caloroso omaggio, un revival delle migliori soundtrack degli anni '80, dove comparirà la stessa band musicale, per non parlare dell'eccesso a cui punta senza nasconderlo la regia di Rifkin cercando di mettere i giovani di fronte alle scelte e le prove più paradossali (milf che perdono la testa e spogliarelli)


mercoledì 20 febbraio 2019

You might be the killer


Titolo: You might be the killer
Regia: Brett Simmons
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il consigliere di un campo estivo, Sam (Kranz), deve fuggire da un killer mascherato che si aggira nel luogo in cui lavora. Invece di chiamare la polizia, chiama la sua amica Chuck (Hannigan), un’esperta di film slasher, per aiutarlo a sopravvivere alla notte. Sam e Chuck lavorano così fianco a fianco per riempire gradualmente le lacune per vedere come è arrivato al punto in cui si ritrova, solo per realizzare che, proprio come suggerisce il titolo del film, Sam stesso potrebbe essere il killer!

Vi ricordate CABAL il capolavoro letterario di Barker e girato poi dallo stesso Barker.
Beh al di là di essere un cult, il film ragionava molto sulla figura del serial killer e sull'importanza della maschera. In quel caso il villain era Cronemberg in un personaggio davvero caratterizzato molto bene. Per alcuni aspetti il bisogno e il voler indossare qualcosa che porterà a liberare una parte violenta e sadica, è uno dei perchè che l'ennesima baracconata di Simmons cerca di descrivere. Il suo è un cinema difficile da sopportare e digerire come i precedenti ANIMAL e HUSK due porcherie da cui prendere subito le distanze.
In questo caso cercando di fare una satira degli slasher movie anni 80, il film cercava in primis l'ironia che fallisce malamente. Tutto il resto ha senso quasi come la collega del protagonista che dall'inizio alla fine rimane con lui al telefono a spiegargli passo per passo dove si trova e cosa sta per succedere...tremendo

lunedì 11 febbraio 2019

Goosebumps 2


Titolo: Goosebumps 2
Regia: Ari Sandel
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sonny e il suo amico Sam sono stati affidati alla sorveglianza della sorella maggiore di Sonny, Sarah, ma la eludono abilmente per dedicarsi al loro progetto extra scolastico: svuotare cantine e solai con il nome di "fratelli Cassonetto". Ed è proprio in una casa da svuotare che trovano un vecchio baule contenente un vecchio libro. Liberato dalla prigione, torna a materializzarsi così il malvagio pupazzo ventriloquo Slappy. Permaloso e vendicativo, animerà dei peggiori intenti tutte le creature esposte nei cortili e nelle case della città in occasione di Halloween, facendo passare a Sarah, Sonny e Sam la notte più avventurosa della loro vita.

Non che il primo fosse proprio un bel film, ma almeno dalla sua aveva il merito di non annoiare grazie all'utilizzo della formula, non mi fermo mai infarcendo il film di action, così almeno il pubblico non ha il tempo di sbadigliare.
Questo sequel sbaglia tutto quello si poteva. Struttura difettosa sin dalle prime immagini, dove l'intento non è chiaro. Il ritmo, ovvero i mostri, arrivano dopo la prima ora, a siglare un buco cosmico nella prima parte che ci mostra rapporti cretini tra teen ager.
Cerca di sfruttare alcuni elementi copiati alla serie dei Duffer, che non finirò mai di dire che in realtà è poca cosa, con il solo risultato di creare ancora più non sense. In più quando nel sequel vengono fatti risorgere i mostri del primo capitolo, vuol dire che quelli nuovi sono particolarmente noiosi o assenti.
Per finire mettiamoci un ragno gigante fatto coi palloncini e il cinese fastidioso di UNA NOTTE DA LEONI.
Il risultato? Lo schifo cosmico con Black nell'atto finale, palesemente assente o imbarazzato per cercare di continuare a dar vita ad un personaggio che sulla carta poteva essere sfruttato meglio.
Goosebumps non fa paura e non fa nemmeno ridere. Sembra uno di quei film con Dwayne Johnson creati appositamente per le famiglie e per portare cassa la notte di Halloween, continuando in questo modo a dimostarre di fare una tabula rasa in termini di idee o di cercare di approfondire qualsiasi cosa e prendendo ancora una volta in giro gli spettatori.


venerdì 8 febbraio 2019

Bumblebee


Titolo: Bumblebee
Regia: Travis Knight
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Infuria la guerra sul pianeta Cybertron tra Decepticons e Autobots e le cose si mettono male per questi ultimi, tanto che il loro leader Optimus Prime organizza una missione di fuga verso la Terra, dove manda in avanscoperta Bumblebee. Questi atterra sul nostro pianeta nel 1987, sfugge ai militari americani e si batte con un Decepticon, su cui riesce ad avere la meglio però non prima di perdere la voce. Ferito si trasforma in un maggiolino Volkswagen giallo e in questo stato finisce in un'officina, dove Charlie passa parecchio tempo in cerca dei pezzi di ricambio per riparare la macchina di suo padre. La ragazzina non ha ancora superato il lutto del genitore e, visto che la madre ha trovato un nuovo compagno, non vede l'ora di andarsene di casa. I suoi piani saranno stravolti quando riceverà in dono una certa Volkswagen gialla...

Ci mancava solo uno spin-off ad una delle saghe più brutte e inutili di sempre.
La saga dei Tranformers ha di nuovo un suo piccolo paladino, un gregario del bene, il braccio destro del capo dei robot buoni.
Con un incidente scatenante come sempre imbarazzante (vai a nasconderti sul pianeta Terra e fai la guardia), il protagonista obbedisce agli ordini per essere poi portato in vita da una ragazzina orfana di padre che pensa solo ai motori.
Bumblebee è ottimo per un target che non superi i 14 anni. Un film elementare, per fortuna montato meglio dei film fracassoni di Bay, con un regista che come per Wan, ha dovuto rilanciare questi giocattoloni (vedi Acquaman) con il preciso compito di far innamorare di nuovo il pubblico.
Intrattiene, richiama la lacrimuccia per i nostalgici della musica fine anni'80, mostra qualche robot segato a metà, crea dei rapporti con il governo interpretato dal militarone Cena e poi basta.
Tutta la parte di amicizia tra la ragazzina e il maggiolino è fondamentale. Magari un giorno le macchine prenderanno il sopravvento e allora non suonerà così strano vederci parlare con la nostra automobile.

sabato 15 dicembre 2018

Terrificanti avventure di Sabrina


Titolo: Terrificanti avventure di Sabrina
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Studentessa di liceo nella città di Greendale, la sedicenne Sabrina Spellman vive la quotidianità di una teenager come tante, divisa tra primi amori, amicizie di banco e piccole rivalità scolastiche. Solo che Sabrina non è una teenager come le altre: è una strega, o meglio un'apprendista strega, alle prese con poteri non ancora perfettamente controllabili. E tutto il mondo intorno a lei, fatta eccezione per l'ignaro fidanzatino Harvey Kinkle, appartiene al mondo dell'occulto: suo padre è uno stregone, le zie Hilda e Zelda sono streghe e anche il gatto nero di casa, Salem, non è propriamente un felino normale. Nata nel 1962 dalla penna del fumettista Dan Decarlo, su soggetto di George Gladir, la bionda Sabrina è stata uno dei personaggi di punta dei fumetti Archie Comics, prima di diventare, nel corso degli anni Novanta, un grande successo in tv.

Ormai Netflix è una potenza difficile da contrastare.
Anno dopo anno, il livello di serie e film, nonchè prodotti rivolti ad altre categorie e target di qualsivoglia genere è quasi illimitato con sorprese e delusioni di cui la serie in questione rimane una bella via di mezzo.
In realtà il peso specifico di questa serie è rivolto al target con cui entra in comunione, per cui verrà amato alla follia da un certo tipo di pubblico, quello teen con l'amore per le Wicca e limitato nella sua sete di sapere e su cosa dovrebbe prendere le distanze. I fan del genere come me, rimarranno colpiti dalla messa in scena, da qualche scena splatter, da Satana mostrato col contagocce in forma caprina pieno di sangue e simboli sul corpo, ma in poche parole in qualcosa che potremmo montare in tre minuti contro le quasi dieci ore della piccola mini-serie.
Per il resto è una cozzaglia di elementi che unisce, SABRINA VITA DA STREGA, BUFFY e STREGHE.
Decisa a soddisfare un pubblico più smaliziato del precedente, i millenial sono affamati nonchè saturi e allo stesso tempo lacunosi nell'essere piombati nell'era Netflix che io ribattezzo supermercato dove puoi trovare quello che vuoi ma devi saper scegliere.
I millenial non sanno scegliere. Fagocitano ciò che gli viene dato e ciò che loro vogliono vedere rompendo una regola sacra del cinema.
Roberto Aguirre-Sacasa, unica vera new entry della serie, cerca nel suo di infilare squarci dark e i dialoghi sembrano molto moderni anche quando risultano esagerare nella loro vena citazionista che parla per l'appunto di un mondo che la serie in questione non conosce (Cronemberg, Aleister Crowley, solo per fare due importanti esempi) rendendo la scelta discutibile a meno che non sia un tentativo di far emergere un interesse per i sopra citati dai millenial (che non credo funzioni)
Un altro aspetto che ho trovato disfunzionale nella narrazione e legato alla causa effetto che qui è giocata malissimo nel senso che qualsiasi mistero o dubbio viene immediatamente risolto senza enigmi o senza quella suspance che ci si potrebbe aspettare.
Il finale è troppo spiccio con l'arrivo delle 12 streghe che dovrebbero sconvolgere tutto e l'unica nota positiva è che Sabrina alla fine sceglie il male, come dimostrazione che nonostante l'happy ending che non manca, alla fine una strega (come qui viene intesa secondo la tradizione delle streghe "cattive") sceglie consapevolmente la sua vera natura.




venerdì 12 ottobre 2018

Diggers


Titolo: Diggers
Regia: Tikhon Kornev
Anno: 2016
Paese: Russia
Giudizio: 2/5

Ogni giorno migliaia di persone usano la metropolitana. Sono tantissimi quelli che prendono come tante altre volte l'ultimo treno della sera che inaspettatamente scompare tra la paura generale. Le autorità segretano tutte le informazioni sulla vicenda ma pochi giorni dopo amici e familiari degli scomparsi iniziano le loro indagini private. I tunnel sotterranei sono luogo di terrificanti leggende ma la realtà sa a volte essere semplicemente impensabile...

Questa frase accattivante creata al solo scopo di acciuffare più spettatori possibili e quasi ironica come d'altronde andrebbe presa la pellicola di Kornev.
Il sotto genere del bunker o meglio dei sotterranei non è territorio inesplorato nel cinema.
Alcune cose inguardabili sono già state fatte come CATACOMBS a differenza invece di prodotti interessanti come il tedesco URBAN EXPLORER, NON PRENDETE QUEL METRO' o ancora END OF THE LINE .
I russi quando ci provano con l'horror sono in grado di confezionare o delle porcherie cosmiche come questo oppure dei film confezionati molto belli e con una "Storia" spesso folkloristica come BRIDE.
Qui si prova a mischiare di tutto con evidenti limiti nel risultato e nella scrittura priva di un minimo tocco personale e di suspance nonchè di sangue.
Abbiamo dei Blogger (e abbiamo la post-contemporaneità con i teenager bimbi minchia e una fastidiosissima e flaccida cosplay con il bastone per i selfie che speravo morisse in maniera lunga e atroce ma così non è stato), una galleria di personaggi che si ritrovano nel treno cercando di essere al tempo stesso seri e misteriosi senza peraltro mai riuscirci, una troupe televisive che crea programmi nel sottosuolo in maniera decisamente imbarazzante, personaggi stupidi e caratterizzati così male che tutta la narrazione si perde appunto nei sotterranei e in dialoghi lunghissimi e senza senso e per finire una guida se così possiamo definirla esperta di tunnel oltre a coppiette che dicono di amarsi veramente.
E poi se mi devi far vedere un mostro dammi qualcosa che almeno a livello visivo significhi qualcosa. Questa creatura che tra l'altro si vede col contagocce è una specie di creatura rettiloide di indefinita origine.
Il migliore e decisamente il più significativo sul genere rimane ancora MIDNIGHT MEAT TRAIN di Kitamura che deve tutto al racconto totale del maestro Barker.



lunedì 17 settembre 2018

Blush


Titolo: Blush
Regia: Michal Vinik
Anno: 2015
Paese: Israele
Giudizio: 4/5

La diciassettenne Naama Barash si diverte con i suoi amici tra alcol e droga mentre in famiglia deve vedersela continuamente prima con i genitori con cui è sempre in discussione e poi con la scomparsa della sorella, arruolata in un esercito ribelle. Appena arrivata in una nuova scuola, Barash si innamora per la prima volta e l'intensità dell'esperienza la confonderà fino a dare nuovo significato alla sua esistenza.

Il manifesto dell'adolescenza femminile a pari passo con le prime esperienze sessuali e trasgressive viene scandagliato regolarmente da molti paesi immergendosi in alcune sotto tematiche o semplicemente descrivendo l'ambiente.
Mancava all'appello un film coraggioso come quello israeliano che non ha nessun tipo di velo e censura mostrando una società o soprattutto un underground giovanile, una sub cultura, composta per lo più da una ricerca costante di eccessi, dalla perdita della verginità agli effetti della droga parlando di ribellione e della ricerca adolescenziale della libertà e al bisogno di infrangere ogni tabù
Un film che cerca di scardinare dogmi e valori ormai passati o trapassati dai millenial portando le ragazzine a scappare di casa o dalle caserme come gesto di estrema indipendenza o di come non si vogliano seguire alcune regole imposte dal nucleo familiare o addirittura fregandosene del parere degli altri arrivando a farlo praticamente nei posti in ultima fila di un pullman sapendo benissimo di essere visti e quindi sdoganando infine il voyeurismo proprio da parte delle protagoniste.
Un film che non ha niente di meno rispetto a pellicole come LA VITA DI ADELE o FUCKING AMAL (le analogie con il secondo sono però più palesi), o il coraggio di MUCH LOVED, mostrando una Tel Aviv molto al passo coi tempi dove la parola d'ordine sembra essere Md.
Vinik è coraggiosa nell'avvicinarsi alle protagoniste, molto giovani e belle, nel descrivere e mostrare così tante scene dove le protagoniste si scoprono a letto e hanno questi baci a profusione intensi e lunghissimi dove le scene di sesso tra le due ragazze sono realizzate con dovizia di particolari e con molta sensibilità.
Come per Amal di Moodysson anche qui Vinik non affronta il tema dell’innamoramento tra due ragazze e tutte le sue implicazioni, ma cerca di riflettere su una gioventù annoiata e stanca di relazioni liquide e in cerca di qualcosa di nuovo o che almeno possa appagare la noia quotidiana, in questo caso le droghe dove si parte dai cannabinoidi per arrivare alla cocaina o alle droghe sintetiche è molto inquietante ma sicuramente post contemporaneo.
L'unica nota dolente al film di Vinik e che scoperte le carte il film si ripete abbastanza cercando di intraprendere il plot del thriller nella scomparsa della sorella ma non riuscendoci affatto rischiando di diventare macchinoso e superficiale.



martedì 1 maggio 2018

Piccola peste


Titolo: Piccola peste
Regia: Dennis Dugan
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Junior ha sette anni e vive in un orfanotrofio retto da suore. Coppie pronte ad adottarlo non mancano, il problema è che lui è un piccolo uragano: dopo pochi giorni di affidamento i "genitori in prova" lo riportano terrorizzati. Gli ultimi a provarci sono Florence e Ben: Junior in poco tempo incendia camera sua, distrugge un supermercato, insegna parolacce al pappagallo, si azzuffa col gatto di casa, manda a monte una partitella e la festicciola di una bimba. Ma Ben riesce a fare breccia nel cuore del bambino. Sulla scia di "Mamma, ho perso l'aereo", una commediola finto-cattiva e molto zuccherosa, coi soliti bimbi hollywoodiani.

Piccola peste è un film a tratti davvero patetico e melenso, il tipico film fatto apposta per le famiglie e per far cadere qualche lacrimuccia a qualche genitore sensibile.
E' anche vero che questa commedia del 1990 ha davvero alcuni elementi comici che ancora oggi se mi capita di guardarlo rido senza farmene una ragione. I motivi sono tanti, dalla ribellione di Junior, al fatto che punisca le suore e i membri delle istituzioni, al fatto che sia affascinato dai personaggi violenti ma che alla fine in quanto bambino tema la violenza.
Al fatto che la faccia pagare ai piccoli e viziati bambini borghesi e tanti altri piccoli motivi che lo rendono un piccolo outsider, un anti eroe moderno e in fondo pure un po stronzo.
La faccia di Michael Oliver era perfetta e il ragazzo crescendo è rimasto uguale.
Il sequel e gli altri capitoli usciti dopo non valgono nemmeno l'unghia dell'originale. Tanto ritmo e veramente alcune scene davvero azzeccate che ancora adesso a distanza di quasi trent'anni fanno scassare dal ridere.

giovedì 26 aprile 2018

Rampage-Furia animale


Titolo: Rampage-Furia animale
Regia: Brad Peyton
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Davis Okoye è un esperto primatologo e un uomo a cui gli animali stanno più simpatici degli esseri umani. È anche un ex combattente dell'esercito americano e "uno a cui piace andare in palestra", per dirla con un personaggio del film. Il suo migliore amico è un gorilla albino, George, dotato di senso dell'umorismo e di un debito non da poco nei confronti di Davis. Ma George entra in contatto con i resti di un esperimento genetico che lo infettano, trasformandolo in una sorta di predatore invincibile, in continua crescita. E non è il solo. Ad altri animali tocca la stessa sorte. Davis dovrà fare squadra con una genetista ex galeotta e un inviato del governo per salvare il mondo e il suo amico.

Rampage ha un solo compito: intrattenere magari prendendosi almeno un pochettino sul serio nonostante una trama che seppur un giocattolone blockbuster ha dalla sua quel residuo della fantascienza che ci piace perchè fondamentalmente crea animali "mostri" giganti.
Con un budget faraonico, un Dwayne Johnson ormai lanciatissimo da tutte le grandi multinazionali del marketing e dell'intrattenimento (Disney su tutte) continuando la sua saga di film d'avventura per ragazzi dopo i tremendi VIAGGIO NELL'ISOLA MISTERIOSA e JUMANJII 2.
Almeno il film di Peyton ha azione a gogò dall'inizio alla fine senza mai lesinare scene apocalittiche con citazioni e rimandi a tanti film del passato in un climax finale davvero esagerato e tamarro.
Un film comunque piacevole dove stacchi completamente i neuroni come d'altronde la trama e soprattutto l'idea dei due fratelli di creare questo virus che ovviamente genererà terribili conseguenze.
Ovviamente del film l'elemento migliore non è da cercare nella "leggerezza" del personaggio di Davis. Qui sono tutte comparse. L'unica cosa che in questo caso conta sono le creature realizzate in maniera superba, grazie al computer, dalla Weta Digital.

lunedì 19 marzo 2018

Tragedy Girls


Titolo: Tragedy Girls
Regia: Tyler MacIntyre
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Due ragazze decidono di aumentare la loro influenza sui social rapendo un famoso serial killer e facendosi insegnare da lui come si fa ad uccidere

Tragedy Girls è uno degli horror più brutti che abbia visto negli ultimi mesi.
Il perchè è riassumibile in due frasi. Storia che non ha senso esagerando sotto tutti i punti di vista e una recitazione così forzata e sopra le righe da rendere tutto inutile e scontato.
La sceneggiatura purtroppo fa acqua da tutte le parti e l'idea alla base poteva non essere così male soprattutto di questi tempi dove il potere del like porta adolescenti e adulti a fare qualsiasi cosa.
Proprio per questo motivo il plot scritto dallo stesso regista a quattro mani non riesce mai a dare una svolta ma anzi sembra rinchiudersi nel suo stesso ego provando una mossa difficilissima nell'horror che è quella di far ridere sfruttando il grottesco e lo humor nero. Qui non solo non si ride ma le due protagoniste, quasi sempre mezze nude e con dei buchi di sceneggiatura su come riescono a farla franca che meriterebbero delle riposte, sono davvero insopportabili.
Un horror brutto che cerca di essere furbetto andando oltre e arrivando a piazzare i media in un modo squallido e anti funzionale per non parlare del vero killer dell'inizio nascosto dalle due protagoniste nello stanzino...
Tragedy Girls è un film così stelle e striscie che può piacere solo ai figli di una borghesia annoiatissima che si trastulla con il sangue e lo humor che non farebbe ridere nemmeno un bifolco ma peggio. Qui i ragazzetti viziati meritano, assieme al regista che spero ritorni a scuola, di finire nel bosco in un tranquillo weekend di paura ovviamente con i cellulari alla mano

sabato 18 novembre 2017

Happy Death Day

Titolo: Happy Death Day
Regia: Christopher Landon
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tree si sveglia sempre nello stesso giorno, quello del suo compleanno, e nello stesso letto, quello di Carter, senza sapere come ci sia finita. Ma alla fine di quel giorno Tree muore, per le coltellate di un maniaco che indossa una maschera da bambino piccolo. Per spezzare l'incantesimo Tree deve individuare e fermare l'assassino.
Con un film in cui il momento di svolta è accompagnato dalle note di Confident di Demi Lovato, a sottolineare con enfasi che la nostra eroina ha deciso di affrontare di petto il nemico, occorre confrontarsi seguendo canoni critici differenti dalla norma.

E si ritorna a ripescare soggetti e trame del passato.
Qui RICOMINCIO DA CAPO che incontra l'horror anni '80 sul modello di SCREAM e altri suoi ibridi.
Un'idea che ha un elemento interessante ovvero mischiare il cinema di genere con questo schema di ripetere le giornate all'infinito a meno che non venga superata una prova o raggiunto un obbiettivo.
La parte iniziale del film è la migliore se non altro per la protagonista che a tutti gli effetti è di un'antipatia rara che seppur una bella fanciulla, diventa la solita cheerleaders bionda senza carattere e anima. In realtà non sarà poi così e uno sicuramente dei fattori positivi e proprio quello di caratterizzare bene il suo personaggio e altri coprotagonisti.
Il problema grosso del film arriva quando il regista prova una mossa azzardata e controproducente, a meno che non si abbia un talento alla scrittura che di solito non coincide mai con la regia, unendo commedia romantica e thriller slasher.

Dopo che Tree capisce che il nerd di una notte e via forse può aiutarla a risolvere il mistrero e scoprire chi c'è dietro la maschera, il film sembra riprendersi contando su un buon elemento, ma dopo poco il colpo di scena diventa assolutamente prevedibile (peraltro già a metà film) e le false piste non ottengono nulla di buono a meno che non ci troviamo di fronte all'ennesimo pubblico che fagocita qualsiasi cosa senza avere niente da dire e senza capire che la logica serve e bisogna tenerla allenata. Questo film proprio da questo punto di vista ne esce proprio male senza nessun guizzo e con un climax finale telefonato e prevedibile.  

mercoledì 15 novembre 2017

Fuck you prof 2

Titolo: Fuck you prof 2
Regia: Bora Dagtekin
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 2/5

Zeki Müller, rude ed eccentrico insegnate presso il liceo Goethe, si offre di portare i suoi studenti in viaggio d'istruzione in Thailandia quando scopre che la compagna e collega Lisi Schnabelstedt vi ha spedito in beneficenza un orsacchiotto di peluche al cui interno egli ha occultato una partita di diamanti, eredità del suo passato criminale. Partecipano alla spedizione anche i pupilli dell'istituto rivale Schiller capitanati dallo sprezzante professor Hauke, vecchia fiamma di Lisi.

Diciamo che l'ironia, le battute ad effetto, il gioco forza tra gli attori, un trama che seppur parlando di scuola e istituzioni riusciva ad essere divertente erano il corollario di fattori che hanno fatto sì che il primo capitolo diventasse un successone al botteghino.
Un film comico ed esilarante sul tema della commedia adolescenziale con qualche lezione di vita.
Tutto questo era il primo capitolo di FUCK YOU PROF!
Era purtroppo intuibile già dai limiti del primo film, aspettarsi un secondo capitolo più scialbo e meno d'impatto.
Se nel primo capitolo tutte le carte dovevano scoprirsi, qui sappiamo già tutto e il film sin dall'inizio non ha quel ritmo e quella carica che consente un'altra visione di più di due ore.
Purtroppo anche quella piccolissima premessa sul sociale che il primo capitolo aveva, qui diventa quasi una trashata (ma senza stile) per provare una comparazione.

Il primo capitolo con 60 milioni di euro al box-office aveva sbancato il botteghino tedesco puntando senza mezzi termini al formato politicamente scorretto e al linguaggio esplicito di tanta commedia americana che va dai fratelli Farrelli a Paul Feig e all'ambientazione scolastica con strizzatine d'occhio a diversi film. Purtroppo non si può dire lo stesso del secondo e una trasferta estiva non basta a far decollare una scrittura che sembra fatta appunto da dementi.

domenica 15 ottobre 2017

Pan

Titolo: Pan
Regia: Joe Wright
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nella II Guerra Mondiale, il piccolo Peter è un orfano a Londra, impegnato a scontrarsi con la mefistofelica suora direttrice, che in segreto vende bambini al pirata Barbanera. Prevelevato da una nave volante di quest'ultimo e portato sull'Isola che Non C'è, capirà di essere l'elemento fondante di una profezia che riguarda la sua stessa identità: imparerà a volare e affronterà Barbanera, in compagnia dell'avventuriero Uncino e della dinamica Giglio Tigrato .

Alla fine per essere un prequel è abbastanza onesto l'ultimo film del poliedrico Wright Joe (visto che i Wright cominciano ad essere diversi ormai). Un film d'avventura recitato bene, con stile, movimenti di camera azzeccati, un cast che svolge bene il suo ruolo (in questo il regista ha una particolare verve nel lavoro con gli attori) e forse un po troppa c.g che in più momenti stona o diventa facilmente trash (la battaglia in cielo tra aerei e galeoni volanti non si può vedere).
Ora Wright si trova ad avere un budget colossale e deve riproporre questo fenomeno dei fantasy moderni rivisitati che annientano ancora di più lo spirito della storia. MALEFICENT, BIANCANEVE E IL CACCIATORE, non facente parte delle fiabe ma simile nello svolgimento e anche IL SETTIMO FIGLIO e rischiava di arrivarci anche ALICE IN WONDERLAND di Burton che all'ultimo ha scansato questo terribile destino pur girando di fatto due semi schifezze.
Qui ci troviamo nell'universo Disney dentro un altro universo che appartiene ai classici.
Troviamo la Londra cupa e fumosa di Dickens, il mare dei caraibi di JACK SPARROW, HUNGER GAMES e una storia d'amore che poteva essere interessante ma è devastata da dei dialoghi banali e telefonati e infine le bellissime sirene. Se contiamo la flemma di Jackman che sembra uscito da ONE PIECE e Delevigne, il resto fa in fretta a scomparire lasciando dietro il sipario proprio Peter e non Pan e la sua straorduinaria storia che nulla c'entra con questo film ucciso inesorabilmente dai suoi sceneggiatori.

Il mito di Berrie è lì nascosto dietro le pagine dolorose di un autore eccezionale che ha una biografia ancora più spaventosa del destino di Peter Pan e che non è stato sufficientemente caratterizzato nel film NEVERLAND.

domenica 10 settembre 2017

Defenders-Season 1

Titolo: Defenders-Season 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il ninja cieco Daredevil, la detective strafottente Jessica Jones, l'ex detenuto a prova di proiettile Luke Cage e il miliardario esperto di Kung Fu Iron Fist, quattro eroi tanto singolari quanto solitari, sono costretti a mettere da parte i problemi personali per allearsi contro la Mano, un'organizzazione criminale guidata da una figura enigmatica che si fa chiamare Alexandra, la quale minaccia di distruggere New York City, scoprendo di essere ancora più forti quando fanno squadra.

Non era facile fare qualcosa di così brutto. Alla fine DEFENDERS che dalla sua aveva tutti gli elementi, il budget e in parte il cast, ha fatto proprio quello che non doveva fare, diventando l'ennesima serie lenta, noiosa e inconcludente che anzichè svilupparsi e crescere, diminuisce mano a mano che prosegue nella narrazione diventando alla fine l'apoteosi del non sense ponendo Iron First come protagonista a cui tutti devono inchinarsi se vogliono salvare il mondo ognuno inseguendo il suo destino. Praticamente i primi episodi servono solo a far capire che Randal sarà l'obbiettivo di tutti i nemici e solo lui, dentro di sè, ma deve ancora scoprirlo, ha l'arma per abbattere il male.
Tutte le strade portano alla Mano, e la minaccia è costituita da un’organizzazione guidata dalla misteriosa Alexandra che a sua volta resuscita Elektra che al mercato mio padre comprò.
Ecco poi premetto di non essere un appassionato di questi eroi di serie b della Marvel eccezion fatta per DAREVEDIL di cui ho visto entrambe le stagioni cosa che ovviamente non ho fatto per LUKE CAGE e ancor meno per JESSICA JONES personaggio discutibilissimo e molto antipatico, mentre invece mi sono fatto molto male guardando la prima stagione di IRON FIRST sull'ennesimo rampollo borghese, che non accadrà dovessero fare una seconda stagione come per dire che la prima è bastata eccome.
Ora l'idea di metterli tutti assieme poteva rivelarsi un'occasione spettacolare per dare vita e azione ma sembra invece che l'intento sia stato quello di fare un prodotto in piena regola che attingendo da vari aspetti, nessuno particolarmente interessante, sembra riproporre come uno stampino tutti gli errori visti nelle serie precedenti.
A differenza di DAREVEVIL dove c'erano due nemici/amici importanti e caratterizzati molto bene, qui Alexandra che comanda tutti e tutti tiene nella Mano, comincia a sbiadire dopo alcuni episodi ovviamente effetto della monotonia che non aggiunge struttura e complessità al personaggio.
I nostri protagonisti invece quasi non si possono vedere per come sono stati scritti male. I dialoghi sono sempre posticci e sembrano ripetere e sottolineare sempre le stesse cose ( e guarda caso quelle in cui dovrebbe arrivarci proprio lo spettatore) e Murdock sembra messo da parte come se a livello di follower fosse il meno interessante dei quattro.


martedì 16 maggio 2017

Iron First-Season 1

Titolo: Iron First-Season 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.



martedì 7 marzo 2017

iboy

Titolo: iboy
Regia: Adam Randall
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia di Tom, un adolescente il cui mondo viene capovolto da un violento incontro con dei delinquenti locali, durante il quale viene colpito da un iPhone, i cui frammenti s'integrano nel suo cervello. Tom conosce, vede, e può fare più di quello che potrebbe fare qualsiasi ragazzo. Con i suoi nuovi poteri si propone di vendicarsi della banda che ha aggredito Lucy, la ragazza che ama.

E se la tua realtà subisse un upgrade? iboy è la risposta girata in fretta e furia dalla Netflix, che cerca di mettere assieme giovani, nuove tendenze e tecnologie, una sorta di analisi che prendendo spunto dalla serie di BLACK MIRROR punta sui digital natives e il loro impatto coi media.
Il protagonista è un ragazzino con i poteri e il ritmo del film in alcuni momenti sembra voler ricordare quella dimensione ludica da comics contaminata con venature intelletuali sci-fi.
L'idea di partenza partendo proprio dagli spunti interessanti sul protagonista è buona.
Il problema è che viene sviluppata nel modo meno originale possibile.
Il risultato è un film che non è brutto ma sa di qualcosa di vago, inutile e poco sofisticato senza dimostrare di avere nessun guizzo intuitivo e ancor peggio nella narrazione che dal secondo atto si arrotola su se stesso senza dare continuità e regalare colpi di scena come nell'incidente scatenante.
Sembra proprio che la Netflix abbia bisogno di spendere più soldi e risorse possibili anche quando il film non è pronto così come la trama e il casting. Non lo dico per sentore ma perchè è la realtà che ci sta invadendo con prodotti che sembrano blockbuster in alcuni casi venuti pure peggio, mentre dall'altra parte ci sono titoli interessanti ma troppo "fracassoni". Iboy è un altro specchio per le allodole che promette tanto e mantiene poco senza riuscire ad approfondire tematiche distopiche.




giovedì 23 febbraio 2017

A monster calls

Titolo: A monster calls
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Conor è un ragazzino che vive una vita difficile: sua madre sta morendo di cancro terminale, a scuola è vittima di bullismo e ha una pessima relazione con la nonna e il padre e l'unica cosa che gli dà felicità è il disegno.
Una notte Conor viene visitato dal mostro, un'enorme creatura simile a un albero umanoide, che è venuto per raccontargli tre storie per avere in cambio una da Conor, legata alla sua "verità", e inizia un legame che aiuterà il bambino a riparare la sua vita infelice.

A monster calls è una fiaba strappalacrime molto bella che racconta una tragedia e il cammino di formazione di un bambino semplicemente meraviglioso. Conor sa che sta per perdere la madre.
L'autore narra gli ultimi passaggi confrontandosi con un destino doloroso che richiederà al piccolo protagonista forza e coraggio in una famiglia a pezzi con un padre che torna dal nulla e una nonna rigida che non accetta il lutto della figlia.
In questo quadro si disegna il contorno e l'elemento fantastico che giocherà nel film un elemento squisitamente formativo e al contempo destruttura i classici clichè del monster-movie.
Il terzo film del regista spagnolo che ha esordito con due film ben fatti e nulla più, ORPHANAGE e IMPOSSIBLE, trova prima di tutto una coproduzione che gli butta sul piatto tonnellate di soldi in modo da potersi permettere tutto e di più per quanto concerne il budget.
Eppure Bayona e Ness sembrano più colpiti dai dialoghi, dalla psicologia dei personaggi, dalla determinazione del bambino che non vuole lasciar andar via la madre mostrando continuamente una caratterizzazione dei personaggi funzionale ad ampliare le sorti del dramma e farlo esplodere in tutte le sue diverse forme. Connor si rifugia nel disegno, sino al giorno in cui la fantasia si trasforma in realtà e così il mostro dei suoi sogni esce dalla carta e prende vita proprio come capita con la magia e le fiabe. La creatura propone a Conor uno strano patto, prima gli racconterà tre storie poi, al termine, sarà lui a dovergli narrare la propria. Proprio come dicevo i dialoghi giocano un ruolo importante cercando un giusto equilibrio tra momenti toccanti e altri in cui gli stereotipi e i buoni sentimenti esagerano. Il cast chiama in cattedra alcune delle star del momento e altre che non hanno bisogno di presentazioni.
E'una favola cupa, dark, in cui bisogna preparare i fazzoletti perchè il tasso di lacrime e sentimenti e tale da far collassare, facendo un assolo dopo l'altro con le corde dei sentimenti dello spettatore e su questo gli spagnoli li conosciamo molto bene.
Un'opera che rimanda al PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE a SWAMP THING ma viene citato negli intenti Dickens, inoltre è l'adattamento cinematografico del romanzo Sette minuti dopo la mezzanotte (A Monster Calls) del 2011, vincitore nel 2012 come miglior libro per bambini, scritto da Patrick Ness, anche sceneggiatore del film.
Lo stile animato per i sogni poi è fantastico, non eccessivamente esagerato ma sembra tutto un gioco di pastelli e acquerelli.
La storia pur avendo qualche minuto di troppo e allungando alcune scene e i dialoghi, ha una caratteristica molto potente, pur avendo un mostro magnifico in c.g, lo lascia sempre in secondo piano mettendo al centro i sentimenti e le emozioni del suo giovane adulto.



domenica 19 febbraio 2017

Sing

Titolo: Sing
Regia: Garth Jennings
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il koala Buster Moon si è innamorato del teatro all'età di sei anni e al teatro ha dedicato la sua vita. Ha anche accumulato una discreta serie di fiaschi e di debiti e ora è ricercato dalla banca a cui ha chiesto un prestito e dai macchinisti che reclamano lo stipendio. Come salvare capra e cavoli? Buster ha un'idea geniale: un talent show. Apre quindi le porte del suo teatro ad una lunga fila di aspiranti cantanti e performer e sceglie i suoi gioielli: Rosita, maialina madre di 25 figli piccoli, Mike, topino vanitoso e vocalist d'eccezione, Ash, porcospina dal cuore rock e Johnny, scimmione dall'animo blues. Ci sarebbe anche Meena, elefantina portentosa, apparentemente troppo timida per esibirsi in pubblico...

Faccio difficoltà a trovare la giusta dose di empatia quando mi ritrovo a vedere film d'animazione per ragazzi quasi sempre al cinema con uno o più di loro affianco che si aspettano ovviamente che da un momento all'altro la risata.
Ho sempre sofferto di una rara forma di presa di distanza da alcuni personaggi troppo carichi di buoni sentimenti e dalla lacrima facile da quando sono piccolo e mi portarono a vedere la vaccata per eccellenza di nome ET, film cinematograficamente perfetto ma che a me è sempre stato in culo.
Sing muove le corde dell'anima, canta e suona senza mai fermarsi, crede in ognuno di noi, si fa portatore di sogni e speranze facendo pure una piccola critica sui nuovi talent show e le dinamiche di coppia che rischiano di saltare per una clausola del contratto discografico.
Sono così tanti e strutturati in modo diverso i personaggi da lasciare basiti per l'ottimo lavoro di caratterizzazione e performance di ognuno di loro.

Alcuni fanno più ridere di altri questo è chiaro ma Jenning che non dimentichiamoci è il regista di GUIDA GALATTICA PER AUTOSTOPPISTI è uno che sa far ridere e ragionare unendo in un mood splendido e con delle ottime canzoni ironia e temi sociali attuali e importanti come l'amicizia, l'autostima, l'empatia, il lavoro di squadra e tanto altro ancora.

venerdì 10 febbraio 2017

Occhi del parco

Titolo: Occhi del parco
Regia: John Hough
Anno: 1980
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Gli occhi del parco racconta di una famiglia composta da padre, madre e due figlie che decidono di trasferirsi in un'immensa villa ai margini di un bosco, proprietà di un'anziana signora che, dopo un'accurata selezione, cerca i coinquilini più adatti con i quali vivere.

Anche la Disney ha avuto un suo momento "horror" anche se il termine migliore è fantasy o commedia nera o mistery. Pochi esempi come RITORNO A OZ, finora il migliore in assoluto e QUALCOSA DI SINISTRO STA PER ACCADERE. Infine ma di questo non ne sono assolutamente sicuro tale DESERTO ROSSO citato da Murakami in un libro che non ricordo bene quale sia e che tutt'ora l'esistenza di questo film rimane un mistero.
Il film di Hough parla di case ma non proprio infestate anche se lo spirito della bambina morta è presente e diventa a tutti gli effetti il motore centrale per creare suspance e tensione, purtroppo però assente, così senza bisogno di dover andare oltre viene da se l'analisi di un "esperimento" venuto male dove i dialoghi diventano pedanti, il ritmo fa difficoltà ad ingranare per l'assenza di colpi di scena. Bette Davis non può da sola fare i miracoli e anche l'impiego di questo spirito risulta spesso ripetuto senza creare l'atmosfera e la suspance giusta.
Un tentativo fallito che ha il merito comunque di averci provato, contando che la Disney non è solita nel narrare questo tipo di storie.