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lunedì 21 ottobre 2019

Blue my mind

Titolo: Blue my mind
Regia: Lisa Brühlmann
Anno: 2017
Paese: Svizzera
Giudizio: 3/5

Mia ha quindici anni e si è appena trasferita con la famiglia a Zurigo, in una nuova casa e in una nuova scuola. Non è facile ambientarsi, e per Mia non lo è nemmeno nel proprio corpo, che sta cambiando rapidamente, spaventandola. Non controlla i suoi istinti, che le fanno fare cose strane, e comincia ad avere dei misteriosi problemi cutanei alle gambe. La frequentazione di Gianna e delle sue amiche, ragazze che passano il tempo a bere e a combinare incontri di sesso via smartphone, la porta a sedare con l’alcool le sue preoccupazioni, ma la trasformazione del suo corpo non si arresta e prende il sopravvento.

Le sirene al cinema negli ultimi anni hanno avuto alcuni adattamenti particolari, chi virato verso l'horror sanguinolento Siren, chi verso una forma ibrida di cinema mischiando tanti generi inserendo addirittura il musical come Lure in un perfetto film d'autore e chi cerca come in questo caso uno sguardo più terra a terra lasciando da parte una certa dimensione della paura esplorando l'horror per un'esamina più intimista e meno d'effetto.
Partendo dall'adolescenza, quel viaggio di formazione che apparentemente sembra l'ennesimo ritratto di una ragazza che inizia la sua spirale verso il degrado, scopre l'alcool, la droga, il sesso, in un quadro nemmeno così variopinto e colorato in un crescendo che impone cambiamenti implacabili come nuovi appetiti apparentemente insaziabili.
La parte del cinema sociale del film è povera, attingendo da una famiglia ambivalente nel decidere di essere onesta o no con la propria figlia circa le sue origini, un male che piano piano aumenta diventando un grido nascosto e disperato che la protagonista cerca di mettere a tacere con le sostanze o con la ricerca dello sballo a tutti i costi (la scena dove viene drogata e imbavagliata da un gruppo di ragazzi ha evidenti richiami al bellissimo Raw della Ducournau in cui anche l'elemento del corpo come luogo di cambiamento volontario/involontario viene reso in maniera abbastanza approfondita).
La malattia interna (se possiamo definirla tale) porta Mia ad essere vista come una diversa, peculiarità che la ragazza nel finale, davvero bellissimo, sposerà senza timore e paura, l'auto accettazione, come dice alla sua migliore amica nell'ultimo dialogo.
La Bruhlmann disegna così Mia nel suo disagio, nel non capire cosa stia succedendo, come lo stesso mondo attorno a lei dai medici agli psicologi, tutti increduli  senza riuscire a darle una risposta. Tutto il mondo degli adulti attorno a lei è muto, ma solo gli amici, quelli che valgono, come Gianna sanno capirla. La trasformazione finale nel terzo atto è un vero e proprio tributo alla diversità, senza mai edulcorarla o esagerarne la messa in scena, ma tratteggiandola come un essere prima di tutto umano che non vola, non ha i denti acuminati, non infila la sua delicatissima coda a punta nell'ano di qualcuno.
Mia entra nel suo mondo, esplorandolo e cercando in quella apparente diversità gli spunti per ergersi a diventare qualcosa di nuovo e molto profondo.

domenica 24 giugno 2018

Ligne Noir


Titolo: Ligne Noir
Regia: Mark Olexa, Francesca Scalisi
Anno: 2017
Paese: Svizzera
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 4/5

Una donna pesca in acque torbide, una natura sofferente, il canto spezzato del muezzin. Tutto si collega attraverso una sottile linea nera.

Ligne Noir segue la monotona quotidianità di una donna indiana che per sopravvivere è costretta a cercare in un mezzo a un fiume dalle acque torbide, qualsiasi cosa che possa essere rivenduto affinchè non muoia di fame (non sappiamo se ha marito o figli ma come spesso capita è molto probabile di sì). Attraverso delle belle carrellate seguiamo il suo pellegrinaggio in mezzo alle acque senza minimamente pensare ai rischi e ai pericoli di cosa può trovarsi sott'acqua e del pericolo di inquinamento e tossicità soprattutto dal momento che l'acqua è nera e quindi l'elemento i suspance è già dato dal fatto che nessuno sa cosa c'è lì sotto.
Un altro dramma quotidiano che dovrebbe farci riflettere sempre sul nostro modello economico e ancora una volta sottolinea l'impressionante povertà che abbraccia questo straordinario paese.

domenica 3 settembre 2017

Mia vita da zucchina

Titolo: Mia vita da zucchina
Regia: Claude Barras
Anno: 2016
Paese: Svizzera
Giudizio: 4/5

Zucchino non è un ortaggio ma un bambino (il cui vero nome era Icaro) che pensa di essersi ritrovato solo al mondo quando muore sua madre. Non sa che incontrerà dei nuovi amici nell'istituto per bambini abbandonati in cui viene accolto da Simon, Ahmed, Jujube, Alice e Béatrice. Hanno tutti delle storie di sofferenza alle spalle e possono essere sia scostanti che teneri. C'è poi Camille che in lui suscita un'attenzione diversa. Se si hanno dieci anni, degli amici e si scopre l'amore forse la vita può presentarsi in modo diverso rispetto alle attese.

A volte il cinema d'animazione ci insegna che i generi al suo interno sono sempre infiniti e veriegati e che possono abbracciare tutti i target d'età senza lesinare sulle storie drammatiche o i tortuosi viaggi di formazione.
In questo caso l'opera dello svizzero Barras è un dramma malinconico che sembra omaggiare per certi versi una certa filosofia Burtoniana e dall'altra restituire dei duri colpi come macigni su temi sociali, il viaggio di formazione e l'adolescenza come vaso di Pandora per tutti i guai e le scoperte che si verificano in quella fascia d'età.
Il film inizia con un bambino che per sbaglio uccide sua madre.
La recensione potrebbe finire qui ma il film è così scaltro e Barras ha così tanto talento da vendere che riesce a dipanare una storia con delle abili e funzionali location a partire dalla casa ma soprattutto l'istituto con una visione d'intenti davvero sorprendente per come riesce a giocare sui sentimenti e farti commuovere in diverse scene senza esagerare con il melodramma ma lasciandolo teso come una fune.
Sciamma al suo top nella scrittura, si intrufola in un viaggio dell'orrore trovando con spirito d'osservazione e una dovuta sensibilità nel genere il mix giusto tra commozione e speranza che ci ricorda quanto sia intensa la sofferenza di un bambino con un nucleo familiare devastato e devastante e la rete sociale e l'amicizia tra chi condivide la stessa sofferenza all'interno dell'istituto.

La mia vita da zucchina conferma l'artigianato in tutta la sua forma. Tutto viene ridimensionato in questa opera, tutto viene creato ad hoc e l'arte con cui viene sviluppata questa storia e la voglia di crederci fa sì che ci troviamo di nuovo di fronte ad un lavoro che si allontana dal marasma generale delle grandi major che producono "cartoni animati" in serie, con il solo scopo di incassare, svilendo il potere del sogno e dell'impossibile nascosto dietro piccoli capolavori come questo.

martedì 27 dicembre 2016

Dora or the sexual neuroses of our parents

Titolo: Dora or the sexual neuroses of our parents
Regia: Stina Werenfels
Anno: 2015
Paese: Svizzera
Giudizio: 4/5

Dora ha 18 anni e soffre di un ritardo di apprendimento. Sua madre Kristin decide di non somministrarle più le medicine che ne sedavano la vitalità. Ora Dora scopre aspetti della vita che le erano preclusi e tra essi, impellente e pervasiva, la sessualità. Incontra così Peter, un ragazzo che non ha nessuna remora nell'approfittare della sua voglia di piacere. Dora rimane incinta proprio mentre i suoi genitori stanno cercando un altro figlio che non arriva.

"Il film è basato sulla famosa opera del drammaturgo svizzero Lukas Bärfuss. L'ho vista nel 2003, e mi ha colpito per le sue qualità controverse e ambivalenti. Mi è sembrato che Lukas mettesse a nudo la nostra società occidentale e la sua ipocrisia. Sebbene viviamo in tempi permissivi e liberali e anche se si dice di dare pari diritti a chi soffre di disabilità mentale, quando si parla di sessualità - e soprattutto di gravidanza - suona il campanello d'allarme. La pièce mi ha permesso di entrare nella zona morale grigia di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, di ciò che è "normale" e ciò non lo è. Mi ha anche dato la possibilità di offrire due forti prospettive femminili sulla fertilità e sulla maternità."
La Werenfels alla sua seconda opera regala un film molto maturo, complesso e originale, uno spaccato che andrebbe consacrato tra i film che trattano il tema della disabilità e della sessualità, unendo tematiche come la gelosia e la rivendicazione del nostro vero io tra emozione e realtà.
Un film che grazie ad un'importante ricerca e analisi sui motivi e le scelte che stanno alla base di alcuni atteggiamenti riesce a staccarsi dallo stereotipo sulla disabilità e creare un'opera di forte impatto emotivo facendo entrare completamente lo spettatore nel dramma e nelle difficoltà che muovono le scelte della famiglia e di Dora.
Un'opera per alcuni con pochissimi freni inibitori e sconvolgente per quanto apre il discorso sul sesso senza essere mai gratuito ma senza neppure negare i corpi nudi e i passaggi intensi e drammatici come quando l'amico di Peter in stanza d'albergo vuole divertirsi anche lui con Dora pensandola un oggetto (Peter solo in quel momento si accorge finalmente che anche lei come qualsiasi altro essere umano è in grado di provare sentimenti veri) ed entrare così nella psicologia della protagonista mossa da una forte volontà e senso di emancipazione.
Questo la rende un personaggio, non una diagnosi, in grado di prendersi la responsabilità delle sue scelte, degli incontri fugaci con Peter in albergo, dal tentativo di vivere in una struttura assieme ad altri disabili con cui all'inizio presenta non poche difficoltà per arrivare infine alla maternità. Victoria Schulz la protagonista è straordinaria. I genitori rappresentano le paure e le nevrosi, in cui il cambiamento repentino del comportamento della figlia li obbliga a confrontarsi con la loro stessa concezione di “normalità” (che si riallaccia tanto alla vita di Dora quanto alla loro) alle gelosie e i limiti di una madre che andrà a ricercare un piacere forse negato per troppo tempo in alcuni contesti estremi e perversi pur di bilanciare lo scompenso che grava su di lei.
"Il film ha avuto una complessa e difficile produzione. Ci sono voluti sette anni, dalla scrittura alla prima alla Berlinale. I finanziamenti sono stati sicuramente la parte più difficile. Significava convincere le persone a dare soldi a un argomento tabù senza che io, come autore, smussassi gli spigoli. La sceneggiatura spaventava le film commission - ma era chiaro che rifiutarlo era più una reazione istintiva che un giudizio sulla sua qualità."
Come detto da Peter “siamo tutti handicappati”, forse non fisicamente o mentalmente come Dora ma lo siamo spesso sentimentalmente, rinchiusi in un guscio di desideri inespressi e necessità ignorate. E questo che Dora ci insegna e quello su cui Stina ci obbliga a riflettere.

Uno dei film più maturi, anarchici e realistici degli ultimi anni sulla disabilità, sulla sensibilità, sulla sessualità e sull'emancipazione.