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mercoledì 15 novembre 2017

Alena

Titolo: Alena
Regia: Daniel Di Grado
Anno: 2015
Paese: Svezia
Giudizio: 3/5

La vita di Alena è tutt'altro che facile. Dal minuto in cui arriva nella sua nuova scuola, Filippa e alcune delle altre ragazze si divertono a prenderla di mira incessantemente. Josefin, la sua migliore amica, non sopporta di vederla soffrire e si prepara a prendere misure drastiche, nonostante sia morta da oltre un anno.

L'esordio di Di Grado è un adattamento di un celebre graphic novel di Kim W. Andersson oltre che essere un piccolo horror indie che tratta molti argomenti. Dal bullismo in questo caso femminile "ben peggiore di quello maschile", alla competizione, alla bisessualità, alla paura di rivelarsi per ciò che si è veramente. Con un bel piano sequenza il regista ci mostra questo nuovo collegio dove Alena sembra già dall'inizio nascondere un segreto spaventoso.
Pur non avendo molti elementi originali, il film regge per un buon impianto di suspance e un'atmosfera che grazie ad una buona fotografia riesce a trovare alcuni jump scared interessanti.
Un film dove la recitazione non è mai sopra le righe e riesce a scorgere alcune caratterizzazioni interessanti che sanno dare spessore al personaggio. Il flashforward iniziale non è male ma diventa prevedibile alla fine del primo atto e il climax finale anche se arriva come un pugno allo stomaco è abbastanza telefonato.
Bella e originale nei titoli di coda, l'idea di continuare a lasciar recitare l'amica della protagonista. Ancora una nota sul fenomeno del bullismo trattato nel film, bisogna ammettere che la scrittura è riuscita a non rendere banale questo fenomeno ma incastrarlo in una fitta rete di personaggi facendo scontrare la giovane mentalità adolescenziale borghese con la regola imposta dalla preside e altri personaggi che costruiscono la galleria funzionale dove far combaciare le storie.
Infine il personaggio di Josefin sembra esssersi ispirato ai J-horror nipponici ma ricorda anche l'horror inglese, sotto certi aspetti, NINA FOREVER.



domenica 20 dicembre 2015

Forza Maggiore

Titolo: Forza Maggiore
Regia: Ruben Ostlund
Anno: 2015
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Tomas e Ebba sono i genitori di Vera e Harry. Tomas lavora molto, dunque questa vacanza sulle Alpi, hotel di lusso e giornate dedicate allo scii tutti insieme, parte con grandi aspettative. Ma accade un imprevisto. Mentre siedono per pranzo ai tavoli all'aperto di un ristorante panoramico, una valanga si dirige a grande velocità verso di loro e pare destinata a travolgerli. L'istinto di Tomas è quello di mettersi in salvo il più in fretta possibile, l'istinto di Ebba è quello di proteggere i figli ed eventualmente morire con loro. La valanga si arresta prima e i quattro rientrano sani e salvi. Ma qualcosa nella coppia si è incrinato ed è una crepa che è destinata ad aprirsi sempre di più.

"Ha preso i guanti e l'iphone" questa potrebbe essere la log-line del film, la frase che meglio lo sintetizza e che Ebba non si stanca di far notare a Tomas come a volerlo etichettare di un egoismo primordiale.
Un film minimale, astuto, con dei dialoghi eccessivamente monotoni e una location fantastica che riesce a far emergere i contrasti tra la vita borghese e la difficoltà a gestire una relazione e a sapersi prendere delle responsabilità. L'ultimo film di Ostlund è disturbante che mette al muro e mina profondamente alcune certezze maschili.
Nessuno dei due per certi aspetti ne esce fuori bene.
Lui sbaglia e preferisce mettere tutto a tacere, lei invece ha bisogno di affondare la lama e cercare spiegazioni sul gesto del marito parlandone con tutti quelli che li circondano dal momento che se l'uonione fa la forza i non detti rischiano di degenerare velocemente.
La suggestione di un incidente scatenante diventa il motore con cui la sceneggiatura trova un binario da sfruttare al massimo. In questo forse i rimandi ad un certo cinema di Bergman ci sono soprattutto nel mettere a nudo le pulsioni profonde dell'uomo a differenza della donna.
Incompatibilità, noia e stress sono elementi che nel film tornano praticamente sempre, sottolineati da alcuni elementi come il lavaggio dei denti e la cura minimale prima di indossare gli sci e iniziare le discese lungo le piste nonchè l'ordine a tavola.
Ostlund, un talento svedese che sembra sfruttare al meglio alcuni strumenti ed elementi del cinema,
è rimasto colpito dai risultati di una serie di ricerche che osservavano un incremento dei divorzi nelle coppie sopravvissute ad un'esperienza fortemente drammatica.
Se poi cerchiamo per un attimo di vedere questi giovani adulti dal punto di vista dei bambini allora il risultato è davvero interessante.





giovedì 22 ottobre 2015

Bikes vs Cars

Titolo: Bikes vs Cars
Regia: Fredrik Gertten
Anno: 2015
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Bikes vs Cars descrive una crisi globale di cui tutti abbiamo il dover di parlare. Il clima, le risorse del pianeta, le città la cui l'intera superficie è consumata dalle automobili, un traffico caotico, in crescita continua, sporco e rumoroso. La bicicletta sarebbe un ottimo strumento per cambiare la situazione, ma i poteri che lucrano sul traffico privato investono ogni anno miliardi in azioni di lobbying e pubblicità per proteggere i loro affari. Nel film incontriamo attivisti e pensatori che lottano per città migliori e che rifiutano di smettere di pedalare nonostante il crescente numero di ciclisti uccisi nel traffico.

Bikes vs Cars: è una guerra o una città? O una guerra quotidiana che attivisti paladini compiono senza mezzi termini lasciandoci anche la vita come spesso capita soprattutto in Brasile.
Bikes vs Cars è un documentario intelligente che approfondisce molto bene il discorso legato a coloro che non possono rinunciare alla bicicletta.
Saggio e mai banale, è un film che prima di tutto ci regala un sacco di preziose informazioni.
Un docu che spazia molto in termini geografici, portandoci da un estremo all'altro, in uno schema corale di racconti e scoperte davvero entusiasmanti.
I temi sono tanti, troppi forse, tutti ancorati grazie ad un credo straordinario che muove i suoi protagonisti a cercare sempre più di scommettere su questo prezioso mezzo.
Il traffico, i problemi climatici legati all'inquinamento, la scarsa pianificazione urbana, una lotta contro una industria automobilistica inarrestabile, sono solo alcuni dei temi sviluppati, certo con molta enfasi e sentimento uniti da una colonna sonora che cerca sempre di emozionare il suo pubblico, a sensibilizzarci su tanti problemi che si nascondono dietro l'industria dell'automobile come ad esempio il fatto che oggi ci sono un miliardo di automobili nel mondo ed entro il 2020, tale numero raddoppierà.
Allo stesso tempo pensare al rovescio della medaglia, ovvero che grazie agli ingorghi nasce la spinta a pensare politiche di mobilità diverse e infine scoprire alcuni luoghi simbolo come Copenaghen o Amsterdam dove il quaranta per cento i pendolari in bicicletta tutti i giorni e dove uno spassoso e autentico taxista che odia i ciclisti, ovvero la maggioranza, cerca di farsene una ragione quotidianamente, sono le strategie su cui il popolo muove il proprio attivismo, le proprie ragioni e i diritti.

Il film di Gertten forse meriterebbe una visualizzazione più vasta, non solo all'interno del Festival di Cinemambiente, ma all'interno anche di prestigiosi festival internazionali.

giovedì 16 luglio 2015

Sound of Noise

Titolo: Sound of Noise
Regia: Ola Simmonson, Johannes Stjärne Nilsson
Anno: 2010
Paese: Svezia
Giudizio: 3/5

Tutto ha origine da due fratelli. Il primo molto dotato, già bambino prodigio, oggi è stimato direttore d'orchestra, il secondo, stonato cronico e insofferente nei confronti della musica (anche a causa di un'infanzia all'ombra del fratellino dotato), è poliziotto. Proprio a lui viene affidato il caso di alcuni misteriosi crimini collegato ad un gruppo di persone che si presentano in ambienti convenzionali per smontarli e letteralmente "farli suonare" utilizzando tutto quello che trovano.

Sound of Noise è un film bizzarro e originale che nonostante il tono spesso sconclusionato credo possa essere menzionato tra i film sul tema musicale più originali mai visti finora.
Con una storia interessante è provocatoria, vuole essere ricordato come una sinfonia anarchica di pace e libertà, tutta dettata da registri musicali senza puntare troppo sui dialoghi.
E'insieme una critica al rumore che ci circonda ogni giorno, all'egoismo e alla tediosa rigidità di alcuni musicisti svedesi e della seriosità che si nasconde dietro la musica colta.
Seppur pervaso da un umorismo solo a tratti veramente comico, come capita spesso per divesi paesi la cui comicità il più delle volte riscontra l'effetto opposto, l'opera prima della coppia di registi è una commedia irrorata da sterzate di freschezza e alcune trovate davvero innovative come le stravaganze legate ai quattro brani di cui il primo e in una sala operatoria in cui i batteristi suonano letteralmente su un paziente oppure il finale con i trattori che devastano la piazza davanti all'Opera.
Il problema però di Sound of Noise è legato in particolare al ritmo che spesso diventa ripetitivo e stancante. Alcune scelte di sceneggiatura proprio perchè non palesate al pubblico, diventano di difficile fruizione e comprensione.
Il cast c'è la mette tutta, contando che gli stessi protagonisti erano quelli del precedente corto della coppia di registi.
Uscito a Cannes, sicuramente farà parlare e sorridere, non verrà ricordato come un filmone, ma allo stesso tempo è un peccato che non raggiungerà mai le sale nei nostri cinema.


Kung Fury

Titolo: Kung Fury
Regia: Dadiv Sandberg
Anno: 2015
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Kung fury, detective della polizia di Miami ed esperto di arti marziali, viaggia indietro nel tempo, dagli anni Ottanta alla Seconda guerra mondiale, per uccidere Adolf Hitler, alias Kung Führer, e vendicare in tal modo la morte del suo miglior amico avvenuta per mano del leader nazista. Un errore nella macchina del tempo lo spedisce però in piena epoca vichinga.

C'è ne fossero di mediometraggi così...
Il fatto che sia stato girato grazie ad una campagna di raccolta fondi sulla piattaforma Kickstarter, credo che sia già sinonimo delle difficoltà produttive per lavori di questo tipo.
E pensare che sono stati raccolti più di 600.000$, questo per dire quanto i nerd e gli amanti in generale dei b-movie e di tutto l'universo che gravita attorno al fantasy, abbiano voluto che questo medio si facesse, assumendosi le responsabilità che potesse diventare una porcata come purtroppo tanti infedeli alla materia lo hanno definito.
Sandberg poi è uno sconosciuto ma di quelli che sanno il fatto suo, mischiando e creando un vaso di Pandora gigantesco che in '30 farebbe allibire molti registi contemporanei soprattutto le produzioni hollywoodiane che con milioni e milioni e centinaia di milioni creano puttanate meno credibili di Kung Fury (tipo TRANSFORMERS o boiate del genere la lista è lunga...)
Il fatto poi di aver attinto alla cultura nordica con un Thor decisamente antiestetico, delle tettone tettesche provocanti, dinosauri, un nerd e un poliziotto Triceratopo contro i nazisti è evidente di un divertimento e di una totale assenza di cercare di prendersi sul serio, ma creando un prodotto divertentissimo e funzionale alla parodia di generi.
Si potrebbe continuare citando un’estetica che rimanda ai film anni ottanta, videogiochi arcade, una computer grafica più che credibile che ha permesso al regista di girare il 90% del film nel suo studio grazie all’uso massiccio di greenscreen.
Non è un caso che abbia ottenuto oltre 10 milioni di visualizzazioni in meno di 4 giorni.

Chissà se Sandberg, con un budget più solido, cosa potrebbe essere in grado di creare...

venerdì 20 febbraio 2015

Racconti da Stoccolma

Titolo: Racconti da Stoccolma
Regia: Anders Nillson
Anno: 2006
Paese: Svezia
Giudizio: 2/5

Quando scende la notte Stoccolma si scopre intollerante e violenta. Dentro le case e fuori, sulle strade, esplode l'odio incontrollato di padri, mariti, fratelli. In una di queste notti si incrociano i destini di Leyla, figlia di una numerosa famiglia mediorientale, cresciuta secondo un rigido codice morale e religioso, Carina, madre generosa e giornalista di talento, umiliata dalle parole e dalle percosse di un marito meschino e geloso, e Aram, giovane proprietario di un locale, innamorato di uno degli uomini della sicurezza. Con modi e tempi diversi, Leyla, Carina e Aram impareranno a difendersi e a reagire ai soprusi. Il mondo è duro con tutte le donne che cercano di adattarlo alle proprie esigenze e alle proprie inclinazioni invece di lasciarsi condizionare dai genitori, dai mariti, dai fratelli o dalla persona amata. 

Che la violenza è una delle cose nascoste fin dalla creazione del mondo c’è lo diceva Rene Girard, probabilmente il massimo studioso mondiale sul tema. 
Ora che la violenza è presente anche in Svezia, non mi stupisce, mentre invece mi stupisce, purtroppo, l’analisi molto macchinosa e piena di elementi squisitamente già visti, con cui il giovane regista sceglie di narrare gli episodi drammatici.
E’ un film che in svariate scene e scelte, mostra purtroppo, una staticità e una ridondanza a sottolineare ed esplicitare alcuni particolari che secondo me andavano messi da parte per puntare verso altri settori. 
Da questo punto di vista ne esce un film che seppur tecnicamente ben fatto, appare insipido (potrebbe sembrare un paradosso vista la crudeltà intenzionale espressa dai personaggi in diverse scene) ma che manca “l’obbiettivo” di descrivere un malessere sociale presente ovunque.

Alla fine mostrando una violenza interna, annidata dentro la comunità come un male inestirpabile e incurabile, Nillson ci dice che non per questo è destinata ad avere il sopravvento sulle sue vittime, eppure, per qualche strana ragione, non sembra convincere la sua presa di posizione.

giovedì 13 novembre 2014

We are the beast

Titolo: We are the beast
Regia: Lukas Moodysson
Anno: 2013
Paese: Svezia/Danimarca
Giudizio: 4/5

Stoccolma, 1982. Bobo, Klara e Edvige sono tre tredicenni che vagano per le strade. Coraggiose e forti ma al tempo stesso deboli e confuse, le ragazze imparano troppo presto dall'assenza dei genitori a prendersi cura di loro stesse e, seppur senza mezzi, decidono di mettere in piedi un gruppo punk in un momento in cui tutti danno il punk per morto.

Lukas Moodysson è in assoluto il regista più interessante che arriva dalla Svezia contemporanea.
Una mente, un regista colto, sempre interessante, un anticonformista che spesso è volentieri scommette sulle ragazze come simbolo di protesta, e che ha dato alla luce dei piccoli capolavori che almeno per il sottoscritto, sono diventati dei piccoli cult.
E'uno dei pochi a riuscire ad intessere di poesia dei drammi lucidi e reali, senza mai compiacimenti e ponendosi sempre dal punto di vista dei personaggi e mai del pubblico.
Dopo una filmografia quasi esclusivamente drammatica e potente, che tratta temi decisamente attuali e significativi nei paesi scandinavi, arriva ad una commedia davvero riuscita in cui il trio delle protagoniste è così funzionale, e loro sono così belle e cariche di quella voglia post-punk che le colloca tra le eroine degli anni '80, a cercare di riscattarsi con la musica dalle piccole-grandi angherie sopportate a scuola.
Ebbene sì la musica, la piena catarsi come insegnava Aristotele.
Sulle note di "Hate the sport", Moodysson converge su un binario gentile e nostalgico, basato su una graphic-novel di sua moglie, e che come sempre vede nell'adolescenza quella serie incredibile di difficoltà e innamoramenti con uno stile toccante e mai così lucido.


lunedì 23 giugno 2014

Microtopia

Titolo: Microtopia
Regia: Jesper Wachtmeister
Anno: 2013
Paese: Svezia
Festival: Cinemambiente
Giudizio: 3/5

Microtopia è un documentario che tratta di micro abitazioni, downsizing e vivere fuori dagli schemi

Per molti di noi, e da secoli a questa parte, il concetto di casa è legato all’idea di stabilità, sicurezza e permanenza. Ma in un’epoca sempre più caratterizzata dalla sovrappopolazione e dal rapido avanzamento tecnologico, si fa sempre più pressante la domanda di abitazione portatile o comunque di nuovi modelli abitativi. Scopriamo così come architetti, artisti o semplici cittadini stiano cercando di esaudire, a volte in modo assolutamente sorprendente, questo desiderio di flessibilità radicale, grazie anche agli esempi concreti di chi ha scelto una moderna alternativa nomade o chi si è trovato costretto, magari suo malgrado, a escogitare diversi modi di abitare.

Strutturato in diversi paesi, Microtopia sonda le nuove tecniche di alcuni architetti e designer che cercano, studiano e approfondiscono il desiderio e il bisogno di trovare nuovi soluzioni abitative.
Dal Messico si parte con un'idea davvero interessante come quella di legare buste di plastica contenente immondizia e legata sotto un pallet in acqua e muovendosi senza regole tra i mari, oppure costruirsi una sacca di ferro portatile e che si lega facilmente ad un albero rimanendo così sospesi per aria (ottima l'idea se non fosse che la struttura pesa 100kg) e continuando così sperimentando idee a volte un pò troppo fuori portata ma assolutamente interessanti come quella della casa camper con cui andarsene in giro per il mondo.
Microtopia infine esplora come gli architetti, artisti e ordinarie problem-solver, stanno spingendo i limiti per trovare risposte ai loro sogni di portabilità, flessibilità - e della creazione di indipendenza dalla "rete".

martedì 15 marzo 2011

A Hole in my heart

Titolo: A Hole in my heart
Regia: Lukas Moodysson
Anno: 2004
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Un padre deve girare un film porno con l’amico. Quindi contatta un’attrice amatoriale senza prestare attenzione al fatto che in casa abita anche il figlio adolescente.

Visionato durante la retrospettiva sul regista al cinema Massimo di Torino, A hole in my heart è un analisi su un rapporto quasi inesistente in cui padre e figlio sembrano solo condividere uno spazio in una casa cercando di evitarsi il più possibile.
Naturalmente il figlio a differenza del padre rappresenta quel mondo incontaminato in cui vive solo per la musica minimal eccessiva. Il figlio purtroppo ha anche una malformazione all’orecchio che lo rende incapace per il suo aspetto di avvicinarsi alle ragazze e proprio in questa circostanza il ragazzo cercherà di instaurare un rapporto umano con la porno diva che abiterà a casa sua per la durata del film.
Lukas Moodysson è un regista interessantissimo che ha girato ottimi film tutti molto personali e drammatici come FUCKING AMAL, TOGETHER, LILJA 4EVER che trattano di problemi attuali come la prostituzione, la difficoltà a non accettarsi e problematiche simili anche in questi casi legati per la maggior parte ad outsider.
Moodysson ha girato anche degli ottimi documentari in particolare THE TERRORIST su come la polizia nei paesi nordici tratta i giovani no-global.
Il film è come sempre un’analisi sociologica sui rapporti tra individui, sul disagio con cui vivono la quotidianità vista in molti casi come un sacrificio e come una lotta in cui l’importante è riuscire a sopravvivere.
Allucinanti i passaggi come quello in cui il figlio dichiara al padre che scopare in due una donna e in realtà un modo per poter toccare il pene dell’altro e quindi un tipico gesto omosessuale così come è davvero toccante l’amicizia che si instaura tra lei e il ragazzo.
Parecchie scene sono decisamente forti,dure,audaci e assolutamente eccessive nonché necessarie per approfondire il panorama dello squallore non per altro il suo cinema esce da tutti i possibili canoni commerciali e si colloca su un binario indi soprendente che cresce di pellicola in pellicola.
Moodysson attualmente è uno dei migliori registi svedesi che oltre a dirigere, sceneggia con quella profondità che lascerà di certo il segno.