Visualizzazione post con etichetta Storico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storico. Mostra tutti i post

giovedì 13 novembre 2014

Inferno(1911)

Titolo: Inferno(1911)
Regia: Giuseppe Berardi, Arturo Busnengo
Anno: 1911
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

I momenti e i personaggi più noti del poema dantesco vengono mostrati ripercorrendo lo schema usato da Dante nella Cantica della "Divina Commedia". Una didascalia con i versi più conosciuti del poema, a volte spiegati in prosa in maniera più semplice, introduce ogni scena.

Spesso CABIRIA viene visto come il primo film in assoluto del cinema italiano.
In parte può essere visto così, contando che Inferno della coppia di registi italiani, sembra più un mosaico di quadri a rendere omaggio al poeta più conosciuto al mondo.
Nel complesso il film può essere ancora oggi considerato il primo 'capolavoro' del cinema muto italiano, con l'intento del film chiaramente di matrice spettacolare.
Inferno rincorre un'estetica a tratti impressionante soprattutto per il gioco sulle prospettive e per quella sua intensa fotografia, tesa alla forzatura e al barocchismo, esplodendo in immagini di grande creatività.
In più se pensiamo alle tecnologie dell'epoca che sembrano nascere da quella idea della macchineria teatrale della Sacra Rappresentazione (si vede chiaramente il filo che tiene legati i vari demoni o dannati che volano, e le sovraimpressioni sono ricche di imperfezioni) ma al tempo stesso questa caratteristica, diventa anche il suo punto di forza, facendo esplodere alcune immagini in tutta la loro piena potenza immaginifica e oniricità.
Il film è uno dei capolavori del genere in costume per il quale si distinsero i produttori italiani negli anni dieci e il primo film europeo di grande impegno letterario e artistico, confermando la peculiarità italiana e francese a muovere le redini della settima arte scuotendola e dandole valore letterario, poesia e potenza immaginifica.

venerdì 18 aprile 2014

Noah

Titolo: Noah
Regia: Darren Aronofsky
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Noah, ultimo discendente della stirpe di Set, vede morire suo padre per mano dei discendenti di Caino. Diventato adulto una notte il Creatore gli parla in sogno annunciandogli la fine dell'umanità con un grande diluvio e instillando in lui lo stimolo a costruire un'arca in cui stipare tutti gli animali assieme alla moglie, i figli e le mogli dei figli. Aiutato dai giganti (antica stirpe che popola la Terra, originariamente scesa dal cielo per pietà verso gli uomini) costruisce l'arca e la difende dagli attacchi portati dal resto degli uomini quando è ormai chiaro che la fine è vicina. Tentato a sua volta da un eccesso di religiosità e adesione alla furia divina rischia di uccidere la propria discendenza e sconfigge la propria nemesi infiltratasi nell'arca fino a sopravvivere e ritrovare la Terra.

Noah è un film d'azione con la struttura della Marvel unita al Signore degli Anelli e la parvenza di un qualcosa di biblico non ben definito.
Un pasticcio davvero squallido e insulso.
Aronofsky è credente. Già questa cosa lascia perplessi soprattutto quando nel racconto sulla creazione anche lui, come quasi tutti, sceglie la facile carta del famoso "soffio" magico e il resto è risaputo. In più Aronofsky assieme allo sceneggiatore Ari Hande provengono da un'educazione ebraica(...) e questo sancisce alcune mosse con cui disegna delle imbecillità memorabili.
In Noah tutto funziona meccanicamente e didascalicamente.
Battaglie che cercano di dare un tocco fantasy al film, i Vigilanti che sono l'ennesima presa per il culo dell'Industrial Light & Magic (una specie di mangiapietra fatto incredibilmente peggio), inondazioni di citazioni tra cui compare SHINING (Noè come tutti i fanatici religiosi impazzisce e vuole sacrificare tutto e in particolar modo tutt(e) girando per l'Arca come un pazzo armato di coltello...). Le musiche di Mansell come sempre sono soporifere e indicatori di un certo pacato sentimentalismo becero, e in più verso il finale, c'è il messaggio delle major che ingannano tutti dicendo che alla fine tutto andrà bene e regnerà la pace con un dio contraddittorio che cambia idea di continuo e che resta, come nell'antico testamento, un falso baluardo nel più totale odio verso la donna.
Pochi elementi nel plot salvano il film. Quello uterino/femminino nell'Arca con riferimento alle figlie di Ila (la metafora è davvero blasfema e quindi forse unica cosa riuscita bene) e la pulsione sessuale dei figli di Noah, che come tutti gli esseri umani, hanno bisogno di fare sesso e non possono nasconderlo.
Interessante anche la postilla che sembra interrogarsi se i padri del Cristianesimo fossero vegani (l'ambientalismo di cui è cosparso il film è allarmante, ma forse una delle uniche riflessioni riuscite)
La famiglia di Noah, alcolizzato e violento (forse non è a caso la scelta finale di Crowe), è composta da Naamah, moglie, forse erborista e strega che alla fine andrà a chiedere aiuto a Matusalemme/Abramo, unico personaggio davvero anomalo e contraddittorio nelle sue scelte e nelle azioni (dotato addirittura di poteri soprannaturali) e intrepretato dal Dio Odino/Hopkins (stà decisamente rincoglionendo a tutti gli effetti).
Naamah entra in collera con Noah e quindi con Dio. Tubal-Cain, grandissimo Winstone, rappresenta colui che scardina il plot narrativo inserendo una clausola biblica alternativa e divertente.
Infine il figlio di Noah, Jaffet, è gay, ma questo il regista non lo dice.
Alla fine ciò che può salvare o affondare Noah è la veridicità che forse uno vorrebbe e che non avrà mai. La Genesi viene reinventata quasi in toto e quindi da questa operazione scatta il meccanismo di chi accetta che la Bibbia, essendo un romanzo di fantascienza, possa essere sceneggiata come si vuole, o chi come me, vorrebbe, almeno un minimo di aderenza con il meccanismo teologico falso imparando a scardinarlo senza dover usare mostri, c.g a gogò, battaglie celestiali e scene di cannibalismo becero. In più gli animali di cui si è tanto parlato, tutti in c.g, sono fatti molto male e dentro l'Arca per uno strano gioco di luci(?)praticamente non li vediamo mai.
Speriamo che la Bibbia venga violentata in modo più consapevole.


domenica 2 marzo 2014

As I Lay Dying

Titolo: As I Lay Dying
Regia: James Franco
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Basato sul romanzo del 1930 di William Faulkner, è la storia della morte di Addie Bundren e i tentativi della sua famiglia di seppellirla nella città di Jefferson, nel Mississippi.

Ultimamente alcuni giovani e promettenti attori si sono messi a fare cinema.
E' il caso di Levitt, Gosling e infine Franco. Quest'ultimo, in realtà, sembra aver diretto parecchi lavori artistici, corti e documentari commissionati.
Sembra pure aver adattato Figli di dio del buon McCarthy.
As I Lay Dying è un bellissimo film struggente e malinconico.
Un'epopea della disperazione e della putrefazione.
La sceneggiatura scritta dallo stesso regista che adatta anche il soggetto dello scrittore, non concede nulla che non sia puramente necessario al dramma, e che ne possa ampliare la disperazione di fondo. Tutto il film ruota attorno a un lutto, è con esso ci confrontiamo ascoltando i figli della madre che si confrontano in dei monologhi e narrano la loro storia.
E'un film crudele che non concede nessuna grazia e perdono. Il peso delle decisioni della famiglia li accompagnerà in questo viaggio di disperazione in cui non mancheranno alcune scene davvero originali, suggestive e drammatiche. La fede, anche in questo caso, diventa l'unica ancora di salvezza, ed è un film minimale, parlato poco, ma con tantissimi non detti che si lasciano assorbire, come la catarsi completa di alcuni personaggi.
Dal punto di vista tecnico e delle intuizioni avute da Franco, bisogna ammettere alcune trovate mica da ridere e sicuramente aver lavorato con alcuni grandi registi gli ha dato modo di avere quelle accortezze, anche nelle scelte di inquadrature, che si sono rivelate davvero funzionali.
Sullo split screen viene fatto un uso un pò eccessivo, anche se la tecnica, in alcuni passaggi, risulta evidente nello scopo di allargare l'azione è scandirla sotto due punti di vista.
Dal punto di vista delle interpretazioni alcune sono davvero eccellenti come quella di Anse interpretato dallo strepitoso Tim Blake Nelson con tutti quei tic e quello straordinario slang di cui non si capisce una parola e Beth Di Grant nel ruolo della madre.



venerdì 21 febbraio 2014

Hammer of Gods

Titolo: Hammer of Gods
Regia: Farren Blackburn
Anno: 2013
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Hammer of the Gods è ambientato in Gran Bretagna nell'870 D.C. Il re dei vichinghi Bagsecg sta combattendo una dura e sanguinosa lotta contro le forze sassoni, che stanno lentamente prendendo il sopravvento. Gravemente ferito in battaglia, il regnante decide di mandare il suo figlio minore, il giovane e coraggioso Steinar, alla ricerca del fratello, esiliato dal regno molti anni prima e ora unico in grado di poter impugnare il martello degli dei e succedere così al padre sul trono. Ma la ricerca di Steinar e dei suoi compagni è molto più complicata del previsto, tra insospettabili tradimenti e furiose battaglie per la sopravvivenza...

Spesso un film con un budget non inverosimile decide a conti fatti di specializzarsi su due o tre fattori del genere che tratta. In questo caso, trattando un'epopea sui vichinghi, se dimentichiamo alcuni ultimi film hollywoodiani recenti tipo OUTLANDER o PATHFINDER, in cui addirittura alieni e vichinghi convivevano assieme questo, almeno, ha il pregio di cercare di inquadrare la storia e quindi di non essere unicamente di matrice fantasiosa.
I meriti di Hammer of Gods sono tre: ovvero da un lato quello di esagerare con i combattimenti e l'azione. Sembra assurdo, ma andando a coglierne l'effetto, se di fatto l'avessero esclusa, il film sarebbe diventato noiosissimo.
I costumi e le location sono gli altri due elementi uniti ovviamente al trucco e una buona galleria di comparse.
Ora che i viking-movie (lo so fa ridere, ma è pure questo un sotto-genere) siano tornati di moda dopo GAMES OF THRONES si sà (anche se banalmente la serie non trattava di vichinghi). Blackburn, pur essendo un buon mestierante televisivo, è un regista attento e il film non ha mai momenti troppo sottotono. Lo aiuta la sua esperienza con serie tv da riscoprire come SURVIVORS.
Alla fine l'arte del narrare sta anche e solo in una storia di uomini in lotta contro le proprie paure, in un'epoca oscura, dominata dalla violenza. Non è poca cosa, e non ha chiamato in aiuto forze sovrannaturali o esseri straordinari.

sabato 28 dicembre 2013

Eagle

Titolo: Eagle
Regia: Kevin Macdonald
Anno: 2011
Paese: Usa/Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Marcus Aquila nel 140 d.C. giunge in Britannia come giovane comandante al suo primo importante incarico. Sulle sue spalle grava un pesante fardello. Suo padre tempo prima era alla guida della Nona Legione composta da 5.000 uomini tutti scomparsi. Insieme a loro è andato perduto anche il simbolo dell'orgoglio di Roma: il vessillo con l'aquila. Marcus, dopo aver mostrato sul campo il proprio coraggio ed essere tornato ferito a Roma ospite di uno zio, assiste a un combattimento nell'arena in cui ammira lo sprezzo del pericolo di uno schiavo britannico, Esca. Lo salva da morte certa e lo prende con sé. Insieme torneranno in Britannia alla ricerca dell'aquila.

Negli ultimi anni Hollywood si è molto interessata alle vicende dei gladiatori e dei romani quasi sempre sposati in un intreccio che da gloria e onore ad entrambe le parti.
Dopo il GLADIATORE si è passati per diverse pellicole e serie che ne hanno sancito l'interesse mondiale e un modesto fascino esercitato dalle lotte e dall'azione nonchè dalle trame e i colpi di scena come nei recenti CENTURION e la bellissima serie SPARTACUS.
In questo caso il regista inglese incentra tutto sul riscatto dell'onore di un uomo intrapreso da suo figlio, un giovane centurione, e sul rapporto tra quest'ultimo e il suo schiavo (catartica la battuta finale del protagonista come climax davvero telefonato) e l'epica storica sulla misteriosa scomparsa della IX Legione romana.
Il problema dell'ultimo film di Macdonald è davvero quello di concentrarsi solo su due personaggi ma allo stesso tempo discaccandosi emotivamente dagli stessi due per concentrasi di più sulle strepitose location e in un viaggio che non sembra finire mai.
Se è vero che un merito del film è sicuramente quello di affrontare la Leggenda senza istinti retorici, concedendo poco allo spettacolo roboante, mantenendo un'onesta di fondo come questa raccontandoci solo una delle possibile spiegazioni, dall'altra manca davvero la suggestività della vicenda, qualcosa che fatto in modo completamente diverso ma che avevo davvero apprezzato molto in VALHALLA RISING in cui l'aspetto onirico e sperimentale aveva dato una spinta propulsiva al film.
Tatum, l'attore di cui ultimamente Hollywood si è invaghita come fa un pò per tutti prima di sputarli in mezzo ad una strada quando il botteghino fa una smorfia, ultimamente sta facendo davvero di tutto, e uno belloccio come lui tutto preciso, davvero poco riesce a trasmettere come comandante romano.

lunedì 9 dicembre 2013

Spartacus-Season 4


Titolo: Spartacus
Regia: AA.VV
Anno: 2010
Paese: Usa
Stagioni: 4
Giudizio: 4/5
Prima stagione: Sangue e sabbia (13 Episodi)
La storia comincia con l’arruolamento di un trace dal nome sconosciuto nelletruppe ausiliarie romane per organizzare una campagna contro i Geti (tribù di Daci situate presso la parte meridionale del Danubio, che oggi costituisce la Bulgaria, e la parte settentrionale, l’odierna Romania) su comando del legato Claudio Glabro. Nel 72-71 a.C., il generale romano Marco Terenzio Varrone Lucullo, proconsole della provincia romana di Macedonia, marciò contro i Geti alleati del nemico di Roma, Mitridate VI del Ponto. I Geti razziavano frequentemente le terre dei Traci, quindi il legato riesce con facilità a convincerli a servire l’esercito romano come truppe ausiliarie. Glabro viene persuaso dalla moglie Ilizia a cercare una gloria ancora maggiore; abbandona quindi la campagna contro i Geti e attacca le forze di Mitridate in Asia Minore. Il trace, sentendosi tradito, diserta insieme a molti che condividono il suo pensiero, ma tornato a casa trova il suo villaggio distrutto riuscendo solo a salvare la moglie Sura. I due vengono catturati dagli uomini di Glabro il giorno seguente; lui viene condannato a morire nelle arene dei gladiatori e lei viene venduta come schiava. Il trace viene condotto su una nave a Capua, in Italia, e contraddice tutti i pronostici quando sconfigge quattro gladiatori e conquista il favore degli spettatori. Per non perdere il favore del popolo, il senatore Albinio cambia la sentenza di condanna a morte in una di schiavitù. QuintoLentulo Batiato, proprietario della scuola di gladiatori di Capua, suggerisce di assegnargli il nome “Spartacus”, perché il suo stile di combattimento gli ricordava quello dell'omonimo re trace.
Spartacus viene sottoposto ad addestramento per diventare un gladiatore dal maestro Enomao. Inizialmente ostile, Batiato riesce a guadagnarsi la sua fiducia promettendogli di ritrovare sua moglie Sura. Spartacus, intanto stringe amicizia con Varro, un romano che è diventato gladiatore spontaneamente per pagare i debiti e aiutare la sua famiglia, ma si guadagna l'odio di gladiatori veterani comeCrisso, il gallo campione di Capua, e Barca, un cartaginese. Spartacus e Crisso vengono scelti per affrontare Theokoles, un leggendario gladiatore di origine spartana. Crisso, riuscendo temporaneamente a mettere da parte l'odio verso il compagno dopo aver trovato l'amore nella schiava Naevia, permette a Spartacus di sconfiggere il nemico e di diventare il nuovo campione di Capua.
Nel frattempo, arriva da Napoli un uomo incaricato da Batiato di trasportare Sura a Capua, ma la donna è stata ferita mortalmente da alcuni banditi e muore tra le braccia del marito. In realtà è stato Batiato stesso a ordinare al suo uomo di uccidere la donna, per togliere ogni idea di una vita oltre l'arena e trasformarlo in un gladiatore che combatta per la sua gloria. Spartacus, non avendo più altro per cui vivere, accetta il suo destino di gladiatore.
Le cose cambiano quando Spartacus è costretto a uccidere il suo migliore amico Varro, in un’esibizione in onore di Numerio, figlio del magistrato di Capua. Ilizia, che odia Spartacus per aver umiliato il marito, seduce Numerio e lo convince a condannare a morte il duellante sconfitto. Devastato dal dolore per la perdita delle due persone più care, in sogno Sura e Varro gli fanno capire che qualcosa non torna nella morte della moglie. Il trace, ottenuta la verità dall'uomo di Batiato sulla fine di Sura, decide di ribellarsi e ottenere la libertà con la forza.
Spartacus riesce ad aprire gli occhi sulla verità e sulla crudeltà dei romani anche a gladiatori come Crisso, sempre in disaccordo con lui. Tutti i gladiatori si ribellano apertamente durante una celebrazione, uccidendo Batiato e facendo strage tra gli ospiti. Dopo il massacro, Spartacus giura vendetta contro Roma, intenzionato a liberare gli altri schiavi.


Seconda stagione: La vendetta (10 Episodi)
Spartacus e gli altri gladiatori e schiavi della casa di Batiato sono in fuga a seguito della rivolta. Sulle sue tracce c'è Gaio Claudio Glabro, ora divenuto pretore, che ha nella mancata cattura di Spartacus i motivi di un freno alla sua carriera politica a Roma. Giunto con la moglie Ilizia presso la villa di Batiato, scopre che la moglie di questi, Lucrezia, è ancora viva. Spartacus, Crisso e altri tentano la liberazione di Naevia nelle miniere; Naevia viene liberata ma Crisso viene catturato. Anche Enomao, che ha perso tutto quello in cui credeva, viene catturato per mano di Ashur, che offre i suoi servigi a Glabro. Crisso, Enomao e gli altri gladiatori catturati vengono condannati a morire nell'arena; tra i gladiatori selezionati per compiere l'esecuzione vi è anche Gannicus. Spartacus, con un manipolo di uomini, s'infiltra nell'arena dandole fuoco e approfittando della confusione per liberare i compagni. I ribelli fuggono in un tempio greco abbandonato alle pendici del Vesuvio. Da qui conduce alcune azioni, tra cui la liberazione di schiavi nel porto di Napoli. Successivamente Gannicus cattura Ilizia, la moglie del pretore Glabro, e offre la sua vita a Spartacus per far pareggiare i conti e far terminare la guerra. Quando il trace si rende conto che il pretore è disposto a sacrificarla pur di ucciderlo, decide di liberarla. Glabro attacca Spartacus al tempio e lo costringe a ritirarsi sul Vesuvio, assediandolo. Con i suoi più abili alleati, tuttavia, il trace si fa calare dalla parete del vulcano e attacca Glabro su due fronti, riuscendo a prevalere e a ucciderlo.


Terza stagione: La guerra dei dannati (10 Episodi)
Gaio Claudio Glabro è morto. Molti mesi sono passati da quando i romani sono stati sconfitti, e l'esercito ribelle, guidato da Spartaco e dai suoi gladiatori Crisso e Gannicus, continua ad accumulare vittorie su Roma. Con migliaia di schiavi liberati, è diventato una forza che ha cominciato a sfidare anche i potenti eserciti di Roma. Spartacus è più determinato che mai a far crollare l'intera Repubblica Romana. Dopo la morte di Ashur, Naevia e Crisso sono un tutt'uno con ritrovata forza e determinazione. E Gannicus, cercando sempre di abbracciare la vita al massimo, condivide il suo letto con Saxa, bella e pericolosa. I ribelli sono impegnati in uno scontro sanguinoso dopo l'altro e devono prepararsi per l'inevitabile: una guerra totale con Roma.
Il Senato romano si rivolge al suo ricco cittadino, Marco Licinio Crasso, per gli aiuti. Un potente, politico e stratega, che rispetta il suo avversario e si rifiuta di fare gli stessi errori dei suoi predecessori. Insieme a suo figlio Tiberio e a un giovane e fortemente competitivoGiulio Cesare come alleati, Crasso è determinato a schiacciare Spartaco e la sua ribellione. È la conclusione epica di un viaggio leggendario.


Prequel: Gli dei dell'arena (6 Episodi)
Differentemente dalla serie originale, il prequel vede come protagonisti Batiato e il gladiatore celta Gannicus, e non Spartacus, poiché gli eventi qui riportati sono antecedenti all'arrivo di Spartacus nella casa di Batiato. Crisso, l'indomito gallo, è ancora alle prime armi ed Enomao non è ancora un maestro. Gannicus è il primo gladiatore a guadagnarsi il rudio (pugnale di legno rappresentativo della libertà) dopo aver mostrato il suo valore nell'arena in una competizione tra gli uomini di Solonio e quelli di Batiato.

Lo sentite questo rumore? È il suono di centinaia di cuori che battono, sanguinano e si spezzano all’unisono fino a formare una melodia di morte sul campo di battaglia. E, in mezzo al fragore delle spade, come un secondo miracolo operato dal portatore della pioggia, nessuno di loro si perde nel suono degli altri ma ad ognuno viene concesso il suo momento da solista nell’attimo del congedo dalla vita e dalla Storia che quasi duemila anni fa ne ha decretato la triste fine. Dalla polvere dell’arena a quella del campo di battaglia, al crocevia tra mito, destino, libera scelta e necessità storica, esplode in un finale intenso come pochi l’epilogo dell’epopea del trace che riuscì a far tremare un gigante
Provate a immaginare se in uno scenario come quello del GLADIATORE ci fossero dei combattimenti alla 300 senza però averne lo spirito reazionario ma solo saturandone i colori.
Dopo tre stagioni regolari più una miniserie spin-off, il racconto moderno dello schiavo trace che osò sfidare la Repubblica romana trova la sua storica conclusione. Ed è un peccato perchè tutte e quattro le serie sono davvero interessanti, girate con stile e rigorosa determinazone.
Senza stare ovviamente a dire che SANGUE E SABBIA e DEI DELL'ARENA sono migliori dell'ultima e del prequel, bisogna soffermarsi su un pregio delle serie, ovvero la scelta dei personaggi e la loro caratterizzazione. Spartacus, Crisso, Sura, Batiato, Lucrezia, Oenomaus, Gannicus, Glabro, Agron, Illizia, Ashur, Naevia, Mira, Nasir, Solonio, Giulio Cesare, Crasso, Barca.
Spartacus: Blood and Sand mette in scena il coraggio, l'onore, il rispetto degli schiavi gladiatori in parallelo all'avidità, al cinismo e all'immoralità dei ricchi. Due micromondi che si intrecciano e parlano fra loro con il linguaggio del sesso e della violenza e con dei dialoghi e un ritmo sempre molto sostenuto.
Se l'universo delle fiction e delle serie tv fosse tutto così guarderei molte più serie americane. Questa devo dire che mi è proprio piaciuta, al di là dell'affidabilità storica che non emerge mai troppo realistica dalle trasposizioni. Per essere quattro stagioni da almeno quasi dieci episodi l'una fare un'unica recensione non è cosa facile, ma al contempo stare a scrivere di ogni serie diventerebbe lento e noioso.
Whitfield l'attore che lo interpretava nella prima serie è morto di tumore ed è stato sostituito nelle successive due da Mc Intyre.
Nel 20XX c'è ancora bisogno di un ribelle che sfida i potentati economici, guida le proteste degli indignados e ci affranca dal consumismo.
La serie tv dell'emittente Starz ha riportato di estrema attualità la vicenda storica, colpendo lo spettatore prima con un orgia grafica di sangue, violenza e corpi nudi, poi con una sceneggiatura avvincente e ricca di trovate originali.
Meravigliosa è la figura della donna che emerge da tutte le serie. Le donne sono mostrate come intelligenti, intraprendenti e consapevoli del loro ruolo ma anche del loro potere. E tuttavia il miglior omaggio alla donna è quello che viene fatto attraverso il personaggio di Saxa. Una guerriera forte, bellissima, gloriosa. Nell’ultima battaglia si abbatte come un’amazzone sui romani, seminando il terrore e non essendo da meno dei suoi compagni maschi. E tuttavia, quando anche lei cade, uccisa dalle spade nemiche, morendo tra le braccia di Gannicus rivela tutta la splendida fragilità femminile che ha tenuto nascosta e tutto l’amore di cui anche una guerriera è capace.
Spartacus non è solo un inedito (nello scenario televisivo) intrattenimento per stomaci forti, il suo creatore DeKnight si sforza, senza la pretesa di sfiorare le vette di Roma, di servire allo spettatore una trama orizzontale coerente che confluisce negli eventi storici noti, esponendo l'eziologia della rivolta degli schiavi capeggiata da Spartacus. Il dolore per la perdita della libertà e dell'identità, la ribellione nei confronti dell'autorità, il desiderio di ricongiungimento alla famiglia, la discesa nell'inferno degli incontri clandestini, il tentativo di annichilirsi rinnegando le proprie origini e abbracciando il destino del gladiatore, il rigetto della seduzione del potere e la brama di vendetta conducono inevitabilmente alla ribellione (con annessa mattanza) finale.
Infinito come l'esodo del popolo d'Israele, Spartacus è una meraviglia per gli appassionati di combattimenti e vicissitudini. Personaggi caratterizzati così bene mancavano dallo scenario da parecchio tempo e trovare soluzioni di continuità e scontri così epici e titanici non è cosa semplice.

martedì 27 marzo 2012

Black Death


Titolo: Black Death
Regia: Cristopher Smith
Anno: 2010
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

L'Inghilterra medievale è caduta sotto l'ombra della peste, un giovane monaco chiamato Osmund ha il compito di portare un cavaliere senza paura, Ulric e il suo gruppo di mercenari in una remota palude. Lo scopo del loro viaggio è rintracciare un negromante – una persona che sa riportare in vita i morti. Combattuto tra il suo amore per Dio e quello di una giovane donna, Osmund scopre che il negromante, è una bellissima donna chiamata Langiva. Dopo che la Langiva rivela la sua identità satanica e offre ad Osmund ciò che desidera il suo cuore, comincia l'orrore del suo vero viaggio

Al suo quarto film Smith regala il suo film più maturo.
CREEP è stato un buon esordio sull’horror e il retroterra urbano, poi è arrivato SEVERANCE è nella particolarità di avere a che fare con buon indi è riuscito ad avere la meglio con un risultato davvero grottesco e slasher per poi girare TRIANGLE, una storia particolare che indaga il senso di colpa con annessi richiami al cinema di genere.
Infine arriva questo particolarissimo film, una sorta di giallo storico anche se la tipologia di genere fa schifo contando che in questo caso le contaminazioni rimandano a qualcosa di ben più mistico ed esoterico.
Il film riesce in quello che in altri film è stato a mio parere non raggiunto o sviluppato con troppa enfasi in modo tale da farlo crollare proprio sotto il peso degli eccessi ovvero narrare e mostrare il necessario facendo parsimoniosamente un uso limitato di sangue e violenza.
La morte nera, la peste quindi, diventa solo il motore dell’azione per analizzare un vero e proprio scontro tra fanatismi. Smith smonta tutto senza prendere una posizione, la condanna arriva per entrambe, ma partendo dal “buon” cristiano inquisitore convinto di fare il bene (elemento che già dovrebbe far storcere il naso) si contrappone quella che per molti rappresenta una delle varianti, una sorta di rito pagano con i suoi orrori e le sue superstizioni.
Un film potente con qualche piccola incrinatura nella sceneggiatura  ma un ottimo risultato per quello che sta diventando un regista da prendere seriamente in considerazione nei film di genere.

  

lunedì 21 marzo 2011

Sebastiane

Titolo: Sebastiane
Regia: Derek Jarman
Anno: 1976
Paese:Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Sebastiano da Narbona è un soldato romano, il quale viene relegato a causa della fede cristiana e delle voglie omosessuali in un’isola. Sebastiano a causa del comportamento mite viene perseguitato da alcuni compagni e diventa l’ossessione del suo comandante Severo. Sebastiano non vuole essere di nessuno, ma viene accusato ingiustamente d’insubordinazione dal suo comandante e condannato al martirio.

Film notevole per la forma pittorica, l’attenzione alle cromature, una scenografia curatissima e suggestiva di una Sardegna calda e messa a nudo dal regista. Notevole per le tematiche che costruivano il film e la personalità di Sebastiano. Un film in cui il desiderio e la passione sono alla base di tutto oltre che una frecciata ai ruoli di potere che predominano e tiranneggiano per affermarsi. In questo caso Sebastiano diventa il vero e proprio oggetto sessuale desiderato e bramato da tutti. Il suo corpo scarno e la sua personalità umile lo rendono un santo in grado di non provare odio nei confronti di Severo.
La festa di corte iniziale con il tipo che viene metaforicamente penetrato e molto suggestiva e crea un ambiente quasi pasoliniano, oltre a servire come stimolo per alcuni film di Fassbinder che si evidenzia durante l’arco di tutto il film. Uomini con falli giganteschi e altri uomini che imitano donne creando una grottesca confusione di parti. Alcune scene invece sembrano prese dal SATYRICON di Fellini del ’69.
Un film sicuramente elaboratissimo nella messa in scena della storia, con un finale geniale e di forte impatto.
Il film è parlato in latino ed è interpretato da attori non professionisti.
Molti campi lunghi e primi piani sui volti assenti e abbandonati dei personaggi.
Lo stile non è particolarmente sperimentale. Sicuramente sono i contenuti dissacranti e in questo caso marcati da una sensibilità eclatante di Sebastiano che non sembra volersi vendicare, ma accetta il suo destino incondizionatamente. Girato a basso costo in ventiquattro giorni, non a caso edito raro video, è il primo film di Jarman.
Musiche elettroniche originali di Brian Eno.

domenica 20 marzo 2011

Mongol

Titolo: Mongol
Regia: Sergej Bodrov
Anno: 2007
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

La pellicola racconta la vera storia di Temugin, un giovane guerriero che, nel XII secolo, conquistò tutte le terre d'Asia con il nome di Gengis Kahn.

Mongol vuole essere l’epopea storica del grande personaggio di Gensis Khan che per tutto il film viene chiamato Temugin, suo vero nome, e che conquistò e unificò l’Asia verso la fine del 1100.
Devo dire che sotto il profilo storico mi aspettavo una serie ben più nutrita di eventi che portano Temugin alla suddetta conquista, così non è stato solo per la scelta del regista di cambiare struttura del film tenendo una voce narrante di Temugin come commento e riflessione del protagonista.
Anche se così non sembra, il film si chiude proprio su quello che è l’apogeo del condottiero mongolo più famoso che esista.
Bodrov costruisce un film con paesaggi stupendi, cerimonie e poche ma intense battaglie. Un profilo di un’umanità sconvolgente che sembra essere la più appropriata per il Khan, da cui trapela un indole da stratega e da riformatore e rivoluzionario.
Scelte da vero leader che andrebbero revisionate in chiave odierna contando che il regista russo si è potuto permettere il lusso di provocare leggermente con più di una battuta.
Ancora una grande prova per il grande Tadanobu Asano di cui non starò a parlare vista la sua ormai incontrastata fama.
Si può dire che non manca praticamente nulla in questo film biografico originale e maestoso che vanta anche una bellezza onirica e suggestiva grazie alla fotografia forse a tratti documentaristica di Rogier Stoffers e Sergei Trofimov.

giovedì 17 marzo 2011

Papessa

Titolo: Papessa
Regia: Sonke Wortmann
Anno: 2009
Paese: Germania/Gran Bretagna/Italia /Spagna
Giudizio: 4/5

Una giovane monaca inglese, Johanna von Ingelheim decide di travestirsi da uomo, prendere l’ identità del fratello Giovanni Angelico, morto in guerra, e poter liberamente studiare. La giovane nelle sembianze di Giovanni Angelico va a Roma dove riesce a diventare medico personale e consigliere di Papa Leone IV. Dopo la morte per avvelenamento del Papa, Johanna verrà eletta come nuovo Pontefice ma verrà scoperta durante una processione...

Pur non sapendo se realmente si tratti di leggende o altro, bisogna valutare quindi il film sulle tesi che cercano di essere dimostrate da Wortmann(regista famoso in patria) partendo dal libro di Donna Woolfolk Cross. La papessa può dirsi un film parzialmente riuscito per dei limiti che cercano da un lato di essere eccessivamente funzionali alla propedeutica cinematografica(il finale di lei e lui senza starvi a svelare altri particolari) oppure alcuni momenti eccessivamente sintetici nella narrazione(il successo di Giovanna a Roma) così come altri epidosi(il bacio tra lui e lei che è naturale che venga visto da un terzo incomodo) anche se nel totale può comunque dirsi un film riuscito pur non avendo visto il film di Anderson del'72 e capire se le tesi allora dimostrate si rispecchiano in quest'ultima trasposizione.
In più la voce off che se da un lato cerca di striminzire le pagine del romanzo dall'altro racconta i sentimenti di lei come succedeva per un altro film PROFUMO.
Sicuramente è ottimo nel descrivere i soprusi e il concetto di inferiorità attribuite alla donna che San Paolo come citano nel film dimostrava come tesi e che venivano quindi avvalorate dal clero.
Lei dal canto suo rappresenta quel coraggio che al tempo mancava per opporsi con la ragione alla stupidità dettata dalla chiesa cattolica. Aescuplapius con Platone apre le porte della mente a Johanna.
Il reparto tecnico è buono, i costumi e le location sono verosimili e aumentano il pathos in alcune scene in cui sembra quasi di vedere Giovanna D'Arco e non Johanna. Gli attori sono convincenti in cui va menzionato particolarmente Boorman nel ruolo di Papa Leone IV.
Nel finale un concetto che se anche non trova tesi che la valorizzino a livello storico, infatti ancora non è dimostrata, lancia comunque il suo messaggio e dimostra come una papessa sicuramente sarebbe meglio di un papa boy.