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venerdì 9 agosto 2019

Tumbbad


Titolo: Tumbbad
Regia: Rahi Anil Barve & Adesh Prasad
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 3/5

India, XIX secolo: ai margini del fatiscente villaggio di Tumbbad vive Vinayak, testardo figlio illegittimo del signore locale, ossessionato dal mitico tesoro dei suoi antenati. Il ragazzino sospetta che la bisnonna, strega vittima di una maledizione, ne conosca il segreto ed è da lei che scoprirà dell’esistenza di una divinità malvagia posta a guardia del tesoro. Quella che inizia con una manciata di monete d’oro, si trasforma in una brama vertiginosa che crescerà per decenni, un’avidità irrefrenabile che trascinerà Vinayak sino ad un epico regolamento di conti…

Tumbbad è l'horror folkloristico indiano co prodotto dalla Svezia che non ti aspetti in una mega produzione che si vedono purtroppo sempre più di rado.
Parte bene, forse troppo, infila così tanti elementi da farti gongolare estasiato, cresce di intensità, decollando per poi finire dritto dritto contro una montagna imprevista con un finale molto discutibile.
Horror folkloristico ma anche dramma storico e sulle classi sociali (l'emancipazione del paese e della donna) oltre che ovvi rimandi al fantasy.
L'esordio alla regia dei due registi tra le fonti di ispirazione, cita anche l’opera di Narayan Dharap, autore prolifico di letteratura horror.
La storia si muove aprendo e scandagliando varie tematiche dove la principale citata anche nei titoli di testa è l'egoismo umano che crescerà nel film di generazione in generazione, arrivando all'apice con la scelta e il bisogno di varcare la soglia dell'inferno per rubare monete d'oro al dio confinato dalle altre divinità nel grembo materno della grande dea.
Inoltre quello che fin da subito stupisce ancora una volta è l'altissimo livello tecnico con una qualità produttiva incredibile dove tutto sembra studiato e confezionato perfettamente dalle ambientazioni suggestive, la colonna sonora epica ma non troppo, effetti visivi a tratti esagerati (la nonna/strega maledetta incatenata all'inizio, Hastar e le creature mostruose e sanguinarie, il ventre venoso teatro dell’orrore) e ben utilizzati in un crescendo di gore, cura dei dettagli e altissima definizione fotografica.



giovedì 4 luglio 2019

Nome della Rosa(2019)


Titolo: Nome della Rosa(2019)
Regia: Giacomo Battiato
Anno: 2019
Paese: Italia
Serie: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Alpi piemontesi, fine novembre del 1327. Il frate francescano Guglielmo da Baskerville, seguito dal giovane novizio benedettino Adso da Melk, raggiunge un'isolata abbazia benedettina per partecipare ad una disputa sulla povertà apostolica tra rappresentanti dell'Ordine francescano e del papato avignonese. All'arrivo nell'abbazia i due si trovano coinvolti in una catena di morti misteriose.

Il nome dell rosa è un classico senza tempo inserito tra i 100 libri più importanti al mondo.
L'opera immortale di Eco si è aggiudicata col tempo così tanti meriti oltre la capacità di mischiare i generi superandosi con una rigorosa descrizione del medioevo oltre che delle trame degli uomini di Chiesa. Un romanzo così dettagliato era stato già materia di un film importante e inarrivabile come quello di Annaud del '86.
Per prima cosa spenderò una parola sul cast. In un'opera del genere, probabilmente è l'elemento chiamato a fare la differenza. La versione del'87 era diabolica, nel senso che aveva tirato fuori dalle tenebre alcuni caratteristi che rimarranno indimenticabili con il risultato che l'abbruttimento, la sporcizia e i segni particolari indelebili creavano un'atmosfera e una galleria di "mostri" perfetti.
Il cast della serie da questo punto di vista, pur avendo centrato appieno alcuni personaggi, nel quadro generale, non riesce ad essere così "sporco" preferendo una pulizia generale meno funzionale a chi era rimasto affascinato da uno stile meno morbido e più spaventosamente incisivo.
Il personaggio di Guglielmo è stato pensato in due maniere molto distinte.
Da ambo le parti il personaggio è orgogliosamente fiero di sè per il suo acume e il talento a risolvere l'indagine. Nel film di Annaud, Connery mostrava quello spirito francescano più da monaco che non invece da ex inquisitore come promuove invece la caratterizzazione del nuovo Guglielmo interpretato da Turturro.
Nella serie avendo 400 minuti a disposizione per otto puntate viene dato molto più spazio alle questioni teologiche e i dibattiti politico religiosi tra monaci francescani e domenicani oltre che impero e chiesa, facendolo diventare più un thriller politico per alcuni aspetti rispetto al giallo grottesco di Annaud.
Un'altra differenza riguarda la storia d'amore di Adso che mentre nel romanzo e nel film avviene in un'unica scena di notte dentro le cucine dell'abbazia, qui viene descritta e narrata allungandola e dandole maggiori informazioni oltre che incrociarla con alcune sotto storie legate ai dolciniani.
Ed è proprio per questi ultimi che la serie ha fatto un saltino in più prendendosi un bel rischio tant'è che il risultato infatti è stato molto, ahimè lacunoso. Decidere di descrivere e mettere in scena i dolciniani era un elemento che speravo di vedere dal momento che tutta la loro parte all'interno del romanzo della setta eretica rimane uno degli aspetti più interessanti e allo stesso tempo tristi della vicenda per l'epilogo che ebbero i suoi componenti.
Fra Dolcino, Margherita e tutto il seguito qui vengono qui appena accennati messi come figure a far da sfondo quando c'era il tempo per descriverli meglio sfruttando il talento di un attore come Boni a dispetto della Scarano per Anna su cui si è insistito troppo senza peraltro far nulla di buono.
I paragoni tra il film cult e la serie sono per forza di cose insensati e improponibili: due media troppo diversi, con regole e linguaggi propri ma soprattutto intenti completamente diversi e commercialmente pensati su regole differenti a dividere pubblico e critica.
Il progetto Rai cerca fin da subito di omologare il target facendo un lavoro commerciale per tutti i gusti e preferendo l'opinione e i gusti del pubblico. Annaud di tutte queste "regole" sembra essersene fregato fin da subito e il risultato è evidente.
Un conto è avere a disposizione 132 minuti e un altro averne 400 per sviluppare la storia e i personaggi e inserire anche altre parti, essenziali al libro come lo è la parte più ludica (ma sempre colta) dedicata alla detection.


giovedì 18 aprile 2019

Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot


Titolo: Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot
Regia: Robert D. Krzykowski
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Calvin Barr è un leggendario veterano della Seconda guerra mondiale che molti anni prima ha assassinato Adolf Hitler: un incredibile segreto che gli causa frustrazione e che non può condividere con il resto del mondo. Un giorno, mentre fa i conti con la sua vita, Calvin riceve la visita dell'Fbi e della polizia canadese. Hanno bisogno del suo aiuto per catturare l'altrettanto leggendario Bigfoot.

Dovrebbe essere un horror ma funziona al meglio nelle scene di rievocazione storica sull'attentato a Hitler, la storia d'amore e infine il suo lato auto ironico dove anzichè mostrare un super uomo a caccia di mostri descrive una persona umile, normale e abitudinaria.
Poi c'è Sam Elliot che tutti ricordano per tanti film ma per me, prima della voce nel film dei Coen, era il co protagonista di Swayze in il DURO DEL ROAD HOUSE con un grandissimo Ben Gazzara, filmetto abbastanza insulso che negli anni dell'adolescenza aveva il suo peso.
Titolo e nome del regista sono troppo lunghi, aggiungo che il film è davvero un esperimento fatto in fretta e furia. Alla fine ci sono così tanti buchi di sceneggiatura che si rimane basiti a vedere tale Calvin che passa da un estremo all'altro arrivando infine a cacciare una creatura che fino a prova contraria sembra essere pure particolarmente piccola per essere il mostro che tutti conosciamo (in realtà sembra un ominide fatto con dei penosi effetti speciali). Manca un filo conduttore e un senso preciso agli intenti del film. Altrimenti è un b movie tecnicamente eseguito bene ma che forse sperava di ritagliarsi un piccolo ruolo di film cult sui mostri, mischiando questo elemento con i nazi che vanno sempre di moda ma purtroppo tutto non fa che finire in un non sense incredibile che aumenta con lil susseguirsi degli atti e delle azioni improbabili del protagonista.



lunedì 11 febbraio 2019

Primo re


Titolo: Primo Re
Regia: Matteo Rovere
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Romolo e Remo, letteralmente travolti dall'esondazione del Tevere, si ritrovano senza più terre né popolo, catturati dalle genti di Alba. Insieme ad altri prigionieri sono costretti a partecipare a duelli nel fango, dove lo sconfitto viene dato alle fiamme. Quando è il turno di Remo, Romolo si offre come suo avversario e i due collaborando con astuzia riescono a scatenare una rivolta, ma è solo l'inizio del loro viaggio insieme agli altri fuggitivi e a una vestale che porta un fuoco sacro. Sapendo di avere forze nemiche sulle proprie tracce decidono di sfidare la superstizione e si avventurano nella foresta, dove Remo dà prove di valore e conquista la leadership del gruppo, mentre Romolo può fare poco altro che riprendersi da una ferita. Quando a Remo viene letto il destino dalla vestale, lui decide di sfidare il volere degli dèi.

‘Un Dio che può essere compreso non è un Dio’ (frase incipit dello scrittore drammaturgo britannico William Somerset Maugham)
Il primo re credo sia uno dei film fisici più complessi e stratificati del nostro ultimo cinema.
Un frammento di un vecchio codice che sembra portare in auge valori e sfide del passato che riescono a riscattarsi ai giorni nostri con un sapiente e importante lavoro di tutte le maestranze.
Fotografia, scenografia, make up, costumi, reparto attoriale. Il primo re è un film che non sfigura di fronte ai cugini oltre oceano, alza la testa, a volte un po troppo, e guarda senza riserve tutto ciò che gli sta attorno sicuro del suo peso reale, della sua portata e del suo valore aggiunto.
Perchè è qui che va misurato il film. Una storia primordiale che riesce a dare sfumature arcaiche, sperimentali quasi, di una nuova ricerca e un nuovo passaggio per il cinema di Rovere.
Quasi una sfida in regni diversi e periodi storici affascinanti, dove l'unico obbiettivo è sopravvivere e cercare di dare un senso o una continuità alla propria vita immersi in una natura incontaminata dell'alba della civiltà.
Un anti peplum anti storico, senza geografia, dove la storia poteva raccontarci qualsiasi cosa senza bisogno di avere quell'aderenza storica precisa poichè fa parte di un periodo troppo sconosciuto, un'altra sfida ambiziosa che ho trovato anche questa vinta senza mezzi termini
Quando si sfiora troppo il fenomeno religioso, il film infila troppi dialoghi perdendo quel fascino dove filosofia, in forma primitiva e culto cercavano di trovare una sistemazione senza per forza di cose riuscirsi.
Per tutto il resto rimane un passo avanti e un riscatto per quanto ancora ci sia il volere e il bisogno di creare qualcosa di nuovo e antico.

Favorita


Titolo: Favorita
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2018
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Inghilterra, 18esimo secolo. La regina Anna è una creatura fragile dalla salute precaria e il temperamento capriccioso. Facile alle lusinghe e sensibile ai piaceri della carne, si lascia pesantemente influenzare dalle persone a lei più vicine, anche in tema di politica internazionale. E il principale ascendente su di lei è esercitato da Lady Sarah, astuta nobildonna dal carattere di ferro con un'agenda politica ben precisa: portare avanti la guerra in corso contro la Francia per negoziare da un punto di forza - anche a costo di raddoppiare le tasse sui sudditi del Regno. Il più diretto rivale di Lady Sarah è l'ambizioso politico Robert Harley, che farebbe qualunque cosa pur di accaparrarsi i favori della regina. Ma non sarà lui a contendere a Lady Sarah il ruolo di Favorita: giunge infatti a corte Abigail Masham, lontana parente di Lady Sarah, molto più in basso nel sistema di caste inglese.

Chi è la favorita dell'ultimo film di Lanthimos?
Una, nessuna e centomila.
Perchè continuando a scardinare i generi, l'autore si presta così, in piena epoca vittoriana, a creare questo scontro tra donne spietate, uno scontro prima di caste, ma soprattutto di piani astuti e intelligenze che cercano di non soccombere mai di fronte alla realtà dei fatti ovvero una mentalità rigidamente patriarcale (la scena di Harley in cui ad ogni incontro con Abigail la prende a calci per ribadire la sua superiorità è una bella metafora nel film) e procacciarsi il proprio interesse dove come un topo in trappola, bisogna sempre cercare di anticipare le mosse della preda altrimenti si finisce in pasto ai suoi famelici ingordi (appena ci allontaniamo dal palazzo regale, scopriamo come soprattutto nelle campagne, la donna ha il solo compito di essere messa a quattro zampe come mero strumento per il dominio maschile).
Cos'è la favorita?
La favorita è quella posizione in cui la regina Anna infine decide di abbandonarsi a che gli eventi prendano una piega disfunzionale purchè ciò la lasci libera e ancor più avvezza ai piaceri frivoli, senza dover continuamente e incessantemente trovare una soluzione o un patteggiamento per il bene del proprio paese. Il senso critico, la giustizia, la nazionalità e i valori di una discendenza, per scegliere invece qualcosa che riesca ad intenerire, a far scorrere nella maniera migliore e più viziosa possibile gli ultimi anni di vita, preferendo il piacere della carne ad uno stile di vita rigido e noioso che comporta responsabilità e scelte di giudizio (la guerra in questo caso funge come elemento trasversale e perfetto per far tornare tutti i diversi piani macchiavellici sotto un unico tetto e allo stesso tempo ponendo la questione bellica come un rompicapo non semplice da decifrare)
Cosa fa la favorita?
Corre e si rincorre per tutta la sua durata, nascondendosi, perdendosi a cavallo nelle campagne, guardando e scoprendo come fuori dai muri del castello tutto faccia paura e i valori e le alleanze non esistano, dovè il vincitore o la vincitrice non può essere una sola, ma un continuo scambio dove l'intento da parte di ognuno è quello di accaparrarsi il gradino più alto del potere, approfittando dell'indole devastata e sepolta di una regina malata di gotta che rimembra i suoi 17 figli morti attraverso dei coniglietti.
Un film grottesco, delicato, erotico, ingegnoso, che grazie ad un trio di attrici che si presta in modo viscerale, troviamo tutti i risvolti per far sembrare questa commedia o dramma da camera, una metafora di come in fondo, ad oggi, continuino a funzionare le corti di tutto il mondo nelle solite maniere e appesantite dalle stesse sofferenze e difficoltà della vita.

sabato 10 novembre 2018

Overlord


Titolo: Overlord
Regia: Julius Avery
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

A poche ore dal D-Day, un battaglione americano di paracadutisti viene lanciato su un paesino della Francia occupata dai nazisti per una missione cruciale: far saltare una torre-radio, posizionata sopra una chiesa, per facilitare l'invasione alle truppe di terra. Sterminati dalla contraerea tedesca e dalla superiorità numerica delle forze naziste, i soldati americani rimangono in poche unità e trovano rifugio nella casa di una ragazza del posto, che vive sola col fratellino. Decisi a portare comunque a termine la missione, il soldato Boyce e i suoi compagni si fanno strada con uno stratagemma all'interno della torre, ma qui scoprono un vero e proprio laboratorio degli orrori e si ritrovano a combattere un nemico mostruoso, apparentemente invincibile.

Chissà come mai la scelta di Avery, il regista che aveva diretto un filmetto molto carino ma con tante imperfezioni di nome Son of a Gun. Diciamo che a differenza dell'esordio del 2014, qui Avery può contare su un budget faraonico, rispetto al precedente film, anche se per quanto concerne il cast ha sempre avuto una buona schiera di attori.
War-movie+Action+Horror+Nazisti ed esperimenti+Creature e mutazioni.
Gli ingredienti alla base sono questi e non sono pochi.
Una manciata di minuti per presentare lo squadra in aereo e poi il massacro dove si salvano in pochissimi e da lì il cambio strategico nella location principale, un paesino francese dove gli abitanti servono come cavie per gli esperimenti nazisti, e dove abbiamo tutto il tempo per conoscere i personaggi e respirare dopo il bombardamento iniziale.
Tempesta, silenzio e infine pioggia acida.
Diciamo che anche qui la carne al fuoco era molta. Anche su questo ci sono stati diversi film molto ma molto simili, primo tra tutti Frankenstein's Army che diciamo era davvero una chicca e se prendiamo in esamina l'horror era proprio un'altra cosa molto più potente e paurosa.
Questa è la versione più edulcorata, commerciale, digeribile, con molti meno mostri e di una major celeberrima, per cui i rischi erano davvero tanti, ma Avery da buon mestierante con qualche punto in più è riuscito a salvare il comando della squadra, cercando di bilanciare intrattenimento e un minimo di sostenibilità della storia.
Funziona sotto molti aspetti che sono poi quelli che riguardano il reparto tecnico, il cast, alcuni accorgimenti e soprattutto le scene d'azione. Quello che non è che non funziona, ma ci si poteva aspettare di più sicuramente, erano gli infetti nella torre che gli alleati dovranno distruggere.
Alcune fesserie riguardanti cose che fanno i personaggi come se da un momento all'altro fossero tutti killer professionisti o abili ladri che riescono a nascondersi in una base nemica piena di guardie naziste tra cunicoli infiniti senza mai farsi vedere dal nemico, sono spesso esagerati, come la ragazza francese che ad un certo punto diventa quasi un'assassina nata rubando troppo la scena.
Un finale che poteva e doveva regalare di più, la resa dei conti tra l'antagonista e il protagonista è veramente scopiazzata da tantissimi film e diciamo anche che l'aspetto che doveva più di tutti far paura, e che il regista olandese aveva usato molto bene nel film citato prima, qui è appena abbozzato senza dargli forza, un punto debole che avrebbe accresciuto tensione e ansia, elementi di cui questo film soffre in dosi massicce in più parti.




mercoledì 1 agosto 2018

Mohawk


Titolo: Mohawk
Regia: Ted Geoghegan
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quando un membro della sua tribù incendia un accampamento americano, la giovane guerriera Mohawk viene inseguita da un contingente militare di ribelli assetati di vendetta.

Mohawk è un insolito e sconosciuto horror che parla di indiani.
In realtà è un dramma con diverse scene d'azione e svariati combattimenti.
La protagonista, l'eroina che si immola, riesce bene a reggere il peso del film sulle spalle grazie anche a degli antagonisti particolarmente sporchi e cattivi. Un film insolito che deraglia dall'horror per come siamo abituati a fruirlo scegliendo un percorso diverso e diventando di fatto un film ambientato durante la guerra anglo-americana del 1812, che pur non avendo un budget molto alto riesce soprattutto nei costumi e nelle location ad essere realistico.
A distanza di due anni da We are still here, Ted Geoghegan torna dietro la macchina da presa per un revenge – thriller in costume. E lo fa cambiando completamente direzione rispetto a quanto scrissi del precedente film
"Un'opera prima di uno sconosciuto che seppur parlando di fantasmi, maledizioni, comunità chiusa, ed elaborazione di un lutto, riesce nonostante tutto ad avere un suo stile originale, citando infine dalla A alla Z gli horror più famosi, dalla vecchia scuola (italiani in testa) a quelli più moderni. "
Senza lesinare sui dettagli, il regista cerca di fare quello che può pur avendo il budget limitato, ma anche in questo caso sceglie e coglie quei dettagli truci soprattutto dal secondo atto in avanti dove arriva la vendetta della protagonista.

Mohawk con pochi mezzi e molta personalità, ci regala una propria personalissima rielaborazione dell’action drama storico incentrato sullo scontro tra Mohawk e milizie statunitensi, riuscendo a combinare carneficina e incubo ad occhi aperti con eccezionale e scabrosa inventiva, fatto per cui gli si perdonano le plurime imperfezioni.  

mercoledì 11 ottobre 2017

Inganno

Titolo: Inganno
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, le donne di diverse età che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia danno ricovero ad un soldato ferito. Dopo averlo curato e rifocillato costui resta confinato nella sua camera attraendo però, in vario modo e misura, l'attenzione di tutte. La tensione aumenterà mutando profondamente i rapporti tra loro e l'ospite

Inganno è l'ultimo film della Coppola. Per molti aspetti continua un certo discorso iniziato con IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE. Tante donne di diversa età e un solo uomo, ferito, per un soggetto che si rifà ad un film già visto con Eastwood nei panni di Farrel..
Un bel film ottimamente recitato con pochi colpi di scena, purtroppo abbastanza prevedibili, e un'atmosfera che non sempre riesce ad essere graffiante pur avendo dietro una fotografia eccelsa.
E così l'ultimo film della Coppola che ha vinto come miglior regia a Cannes è un film ben confezionato ma privo di quella psicologia che almeno nei personaggi del suo esordio trovava più spessore. Qui si poteva ottenere molto di più ad esempio giocando maggiormente sulle pulsioni delle ragazze che la società del tempo non può loro riconoscere.Alla fine diventa di nuovo l'analisi delle reazioni in un microcosmo femminile con alcuni spunti interessanti nonchè scene, tanti sguardi che lasciano intendere e volere molte cose e una cornice horror da cui noi assistiamo alla scena e una regia che si muove senza indugi architettando l'aspetto più interessante del film ovvero la geometria degli spazi, con una chiusura verso l'esterno, il cancello a simboleggiare l'oggetto netto della separazione, e infine il bosco che apre un mondo sotterraneo dove mentre raccogli i funghi puoi trovare un soldato ferito e portartelo a casa.




sabato 23 settembre 2017

Pilgrimage


Titolo: Pilgrimage
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2017
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Ambientato nell'Irlanda del 13° secolo, il film segue un piccolo gruppo di monaci mentre intraprendono un pericoloso pellegrinaggio per scortare la più santa reliquia del monastero a Roma. Man mano che il loro viaggio diventa pieno di insidie, la fede che tiene uniti gli uomini è al contempo l'unica cosa che potrà dividerli.

Tosto, nerboruto, straziante e a tratti poetico. Finalmente Muldowney sembra avercela fatta a superare l'ostacolo del suo esordio Savages, un thriller/horror con alcuni spunti interessanti ma purtroppo sconnesso su tutto il resto, portando a casa un dramma storico fra clan in guerra e conquistatori Normanni riesce ad essere molto intenso e prendersi seriamente.
Qui siamo dalle parti di Black Death pur senza avere come manifesto il fatidico scontro tra paganesimo e cristianesimo, ma lavorando insistentemente sulla materia spirituale come capita nell'assunto del film che da le coordinate su cosa andrà a succedere. Qui troviamo Innocenzo III e la reliquia di San Mattia tenuta nascosta negli abissi.
Un'epopea, un viaggio silenzioso alla scoperta di se stessi e dei propri demoni con il punto di vista esclusivamente dalla parte dei confratelli più giovani e altri decisamente più tormentati come il nostro tuttofare laico attanagliato da momenti di trance e una scelta di non proferire parola.
Un pellegrinaggio in cui le "fratellanze" sono ideologicamente schierate su piani diversi ma che trovano una via per viaggiare assieme e portare sana e salva la reliquia a Roma.
Un film che ricorda vagamente anche i dubbi religiosi che attanagliavano i protagonisti di Silence
in cui l'atmosfera riesce ad essere cupa al modo giusto rendendo tutto inquietante dalla natura ai vassalli doppiogiochisti, ai predoni locali paganeggianti e le leggende anglosassoni.

lunedì 1 maggio 2017

Taboo-Season 1

Titolo: Taboo-Season 1
Regia: Steven Knight
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Taboo racconta la storia di James Delaney, avventuriero inglese della prima metà dell’800 che, dopo essere stato a lungo lontano da casa e essere stato dato per morto da famiglia e amici, fa un gran ritorno sulle scene londinesi in occasione della morte del padre. Il suo non è un ritorno da poco: la sua comparsa manda infatti in fumo i piani di un bel po’ di gente potente, in particolare dei capoccia della Compagnia delle Indie, che aveva intenzione di mettere le mani su una striscia di terreno che la famiglia Delaney possiede negli Stati Uniti. Non è questione di speculazione: siamo nel 1814, Gran Bretagna e Stati Uniti sono in guerra e quel terreno sarebbe particolarmente importante per i commerci della compagnia. Da qui parte uno scontro a tutto campo tra il rampollo dei Delaney e i biechi affaristi, perché il nostro eroe non vuole vendere alla Compagnia il terreno. Uno scontro che è innanzitutto commerciale, ma ha anche dei risvolti patriottici, visto che c’è di mezzo una guerra. Durante la sua assenza da casa, Delaney ha girato il mondo, dal Sudamerica all’Africa, imparando riti e tradizioni antichissime e portando con sé un alone di stregoneria che nei primi episodi viene giusto buttato lì, ma mai espresso in maniera chiara.

Le serie tv di questi tempi sono tante. Troppe direi.
Conviene non guardarne nessuna o sceglierle maledettamente bene dal momento che sta uscendo praticamente di tutto, in tutte le salse e toccando tutti i generi cinematografici.
Sicuramente le brevi serie auto conclusive sono tra le mie preferite per diversi motivi tra cui in primis la lunghezza e poi la necessità di non dover tenere a mente la trama di tutte le stagioni.
Taboo da questo punto di vista potrebbe risultare la serie perfetta se non fosse che uno dei problemi più grossi è una sceneggiatura scritta di fretta con tantissimi buoni spunti ma di fatto con un senso di incompiutezza finale molto forte ammesso che non esca una seconda stagione.
Taboo è breve, interessante, inglese, concepita dal protagonista insieme con il padre Chips Hardy e prodotta da Ridley Scott. Altri elementi sono l'ambientazione (una Londra cupa, decadente, marcia e sull'orlo di un epidemia che ne sancisca la morte nera quasi una purulenza continua stampata sulla faccia di quasi tutti i personaggi). Gli attori e poi Hardy che con una sola espressione tiene sulle spalle tutta la serie. Gli elementi esoterici e magici (i poteri da stregone) e la storia che apre e chiude sipari senza spesso analizzarne bene le fondamenta riesce comunque a essere a suo modo sanguinaria nonchè complottista e parlando di un argomento poco conosciuto nella cinematografia recente ovvero la storia sanguinaria della Compagnia delle Indie.
In più narrativamente parlando la serie attinge da Cuore di Tenebra e da il Conte di Montecristo.
Knight sembra muoversi quasi come Pizzolato senza mai di fatto dirigere un episodio pur essendo il regista ma lasciando il compito a Dane Kristoffer Nyholm e Anders Engström.
Hardy in questa serie è una sorta di deus ex machina è purtroppo nel bene e nel male ha dovuto fare i conti con diverse vicende produttive tra cui ad esempio un buco nelle finanze gigantesco.
Non si sa con precisione quanto sia costata l'intera operazione, ma il tabloid britannico The Sun ha riferito che l'attore avrebbe sborsato 10,4 milioni di sterline (circa 12,7 milioni di euro), recuperandone appena 8, con un buco nel proprio bilancio corrispondente a circa 2 milioni (2,4 milioni di euro, più o meno).
Un critico ha scritto una frase perfetta per definire la serie: "Facciamo una prova, togliamo a Taboo tutti i tatuaggi, tutti i grugniti, tutte le cicatrici, tutti i flashback e le sequenze oniriche. Togliamo cioè il coniglio dal cilindro e guardiamoci dentro, cerchiamo il peso degli oggetti oltre il trucco del prestigiatore: cosa resta?"
Delaney è un personaggio molto interessante purtroppo esageratamente stilizzato in modo da renderne ogni gesta qualcosa di iniziatico e profetico, quando invece proprio il plot narrativo con la serie di domande e misteri che lascia aperti cerca un assist finale in un climax che peraltro non è neppure un colpo di scena ma l'unica strada possibile.
Taboo vuole essere, già dal nome, così misterioso, segreto, magico e strano, così dannatamente meticoloso nella ricostruzione e nel dettaglio su ogni singolo personaggio da farci dimenticare presto la storia peraltro in un'antologia di episodi brevi.
Rimane visivamente molto affascinante e l'unica delusione è solo nella scrittura dove si poteva disegnare un intreccio più complesso e meno ramificato.


Birth of a Nation


Titolo: Birth of a Nation
Regia: Nate Parker
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Fin dalla nascita Nat porta sul corpo i segni che, secondo la cultura africana, servono a designare un capo. È il 1909, e Nat vive in una piantagione di cotone in Virginia insieme alla madre e alla nonna, dopo che il padre è dovuto fuggire per aver compiuto un atto di ribellione verso un mercante di schiavi. La proprietaria della piantagione intuisce nel bambino un'intelligenza spiccata e decide di insegnargli a leggere usando come testo la Bibbia. Nat diventerà un predicatore per la comunità degli schiavi della piantagione e gli schiavisti bianchi gli affideranno il compito di predicare l'obbedienza ai sottoposti neri, tenendo a bada ogni loro eventuale velleità di insubordinazione.

Ogni anno l'America ci ricorda qualche scempio del passato tirando fuori qualche scheletro dall'armadio.
Che si parli di rapine culturali (colonizzazione), schiavitù, apartheid, etc, l'America cerca sempre il modo per cercare di pagare i propri debiti mostrando personaggi e leader carismatici di colore.
Quindi soprattutto quando ci sono gli Oscar o il Sundance, alcuni registi, ma di solito l'intenzione è delle produzioni, cercano di creare un film ad effetto perchè commuova gli Academy Awards e faccia fare bella figura al popolo bianco che si interessa delle minoranze afroamericane.
Sono diversi i film negli ultimi anni impregnati di sentimenti e valori come a cercare di invertire quello spirito reazionario e guerrafondaio che distingue la forza militare più potente del mondo.
Sembra che la buona stella di Parker non abbia brillato molto. Il giovane regista infatti alla sua opera prima riesce a dare prova di un enorme talento e di saper usare e condurre molto bene la regia in un film peraltro complesso e pieno di personaggi e location. Purtroppo proprio alla vigilia dell'uscita nella sale americane ci fu una sorta di inversione di tendenza, con la notizia dell'accusa di stupro commissionata al regista ai tempi dell'università - dalla quale peraltro l'accusato fu prosciolto con regolare processo - sufficiente a provocare la disaffezione del pubblico e soprattutto quella degli addetti ai lavori preoccupati di investire soldi e prestigio su un lungometraggio che per i motivi appena riferiti potrebbe essere escluso dalla corsa agli Oscar. Motivi questi che slegati dal contesto cinematografico, rimangono emblematici per mostrare dal punto di vista mediatico quanto alcune informazioni o notizie possano incidere sulla distribuzione e sul botteghino oltre che i festival.
Vincendo al Sundance, il film sceneggiato dallo stesso Parker cita volontariamente e per diversi motivi il capolavoro di Griffith, il kolossal innovativo ed esplicitamente razzista sul dramma familiare sullo sfondo della Guerra Civile volto a celebrare l'operato del Ku Klux Klan.
In questo caso però pur rifacendosi a quell'immaginario, il film negli intenti ne ribalta polemicamente significato e punto di vista, assegnando a NateTurner, lo schiavo che si ribella, e trovando nella parola del Cristo la legittimazione della sua vendetta, il compito di risvegliare la coscienza del suo popolo. Ma Parker rincara la dose del suo antagonismo nel momento in cui facendo di Nate il solo e unico depositario del messaggio cristologico (concetto che "The Birh of a Nation" esplicita nella sequenza in cui Nat sfida a colpi di versetti lo spregiudicato e corrotto pastore della contea) attribuisce alla rivolta degli schiavi capeggiati dal protagonista la bandiera del primato spirituale e religioso togliendolo metaforicamente ai membri del Ku Klux Clan del film di Griffith.


martedì 25 aprile 2017

In Dubious Battle

Titolo: In Dubious Battle
Regia: James Franco
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

È il 1933 e le conseguenze della Grande Depressione si fanno ancora sentire. London è uno dei tanti lavoratori che ha speso tutto quel che aveva per raggiungere un campo di mele, insieme alla figlia e alla nuora incinta. Al suo arrivo, però, il padrone della terra dimezza il salario concordato, da due dollari ad un dollaro al giorno, una cifra che rende la vita impossibile. Mac e il nuovo arrivato Jim sono attivisti del partito (marxista-leninista), pronti ad infiltrarsi tra i raccoglitori per convincerli a scioperare e a rifiutare l'assenza di diritti e i soprusi che stanno subendo. Mac, in particolare, sembra disposto a tutto per la causa in cui crede, anche a dare una spinta agli eventi, se necessario.

McCarty, Faulkner e ora Steinbeck. Ok diciamolo. A Franco piace interpretare ruoli divertenti ed esagerati mentre invece dietro la macchina da presa cerca di fare la persona seria.
Il suo ultimo film è stato accolto diciamo bene da quasi tutta la critica, adorato come se finalmente il poliedrico artista americano sia cresciuto da un momento all'altro mettendo la testa a posto.
E'ovvio che facendo migliaia di progetti contemporaneamente non tutto può venirgli bene e ultimamente anche come attore ha avuto dei colpi bassi mica da ridere (una serie nutrita di film di serie b) per non parlare poi del Franco sceneggiatore.
A parte tutto questo io ho profonda stima per James Franco. E'la mia star gay di Hollywood preferita.
Ecco In Dubious Battle era il film che aspettavo dal momento che avendo visto tutti i film dell'artista e avendoli trovati bene o male tutti abbastanza convincenti non pensavo che il passo falso arrivasse proprio dalla realizzazione del romanzo "La Battaglia" dove fondamentalmente viene mostrato lo sciopero e la rivolta dei contadini nei confronti dei loro padroni.
Il cast è stellare ma quando in un film non si riesce a far brillare un talento come quello di Vincent D'Onofrio vuol dire che qualcosa è andato storto.
Franco attore, sicuramente riesce a far meglio che non l'autistico come nel film precedente ma nomi come Cranston, Shepard, Savage e Duvall sono davvero sprecati mentre Harris riesce bene in un piccolo ruolo decisamente commovente.
L'aggettivo che forse definisce meglio le ultime gesta di Franco è melenso.

Il film non regge, troppe ripetizioni, momenti vuoti, dialoghi che spesso non sono funzionali alla narrazione e una monotonia di fondo che non sembra cogliere l'atmosfera vissuta da questi umili e onesti contadini.

Excalibur

Titolo: Excalibur
Regia: John Boorman
Anno: 1981
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Merlino è al servizio di Uther Pendragon, ambizioso nobile che vuole diventare Re. Il destino del cavaliere è però segnato dall'infatuazione per la bella Igrayne, moglie del Duca di Cornwall, con il quale aveva appena siglato un patto di pace. Aiutato da Merlino e dalla magia a possedere la donna, alla nascita del figlio originato in quella notte Uther è costretto a lasciare il pargolo alle cure del Mago che lo chiede come pegno in cambio dei suoi passati servigi. Poco dopo lo stesso Uther cade in un'imboscata lasciando la magica spada Excalibur conficcata in una roccia. Anni dopo il bambino (ormai uomo), chiamato Artù e cresciuto da Sir Hector, partecipa come scudiero per il fratello acquisito ad una competizione nella quale il vincitore potrà tentare di estrarre la spada, ormai diventata un simbolo di pellegrinaggio per chiunque aspiri al regno: la leggenda infatti sostiene che solo chi riuscirà a sradicarla dal masso potrà diventare Re. Per un imprevisto Artù si ritrova proprio egli stesso a brandirla, ottenendo di fatto il diritto al trono. Ma il suo, nonostante i consigli di Merlino, non sarà un regno "facile": e l'arrivo di Lancillotto alla Tavola Rotonda e le mire di potere della sorellastra Morgana lo metteranno di fronte ad enormi difficoltà.

Excalibur di Boorman è un cult e un capolavoro a cinque stelle. Un film epico degno di entrare a far parte della tavola rotonda e diventare così leggenda come le gesta epiche e i passaggi cruciali della leggenda arthuriana, dalla spada nella roccia al menage a trois con Ginevra e Lancillotto, dalla ricerca del Sacro Graal fino alla rivalità tra Merlino e Morgana.
Ricordo ancora la prima volta che lo vidi da piccolo e ne rimasi spaventato per la violenza e la crudeltà nei combattimenti. Erano tempi in cui il fantasy e la magia venivano quasi sempre rappresentati in modo allegro e a lieto fine senza l'atmosfera di morte assolutamente affascinante che abbraccia tutto l'arco della narrazione. Boorman come regista è stato tra i migliori di quel periodo, girando interamente in Irlanda quest'opera visionaria e accettando una sfida complessa.
Se pensiamo che il regista avrebbe dovuto girare in quegli stessi anni il Signore degli Anelli tiriamo un sospiro di sollievo. Excalibur si potrebbe definire in molti modi e il vero segreto, o la vera magia, è che al giorno d'oggi non ha perso nulla del suo fascino e della sua atmosfera mostrando un'epoca oscura di sangue e acciaio, aumentando il fascino visivo ad ogni capitolo e situazione che tocca grazie anche al perfetto contributo e il montaggio delle musiche dei Carmina Burana che aumentano il fascino e l'epicità delle gesta e dei combattimenti.
Il taglio fantasy e dark è forse ad oggi il miglior connubbio mai riuscito, rimanendo ad oggi la più potente rilettura cinematografica del ciclo arturiano, ricca di personaggi e situazioni iconoche della leggenda bretone. Excalibur e tutto e di più riuscendo a trovare un cast importante che riesce a valorizzare la caratterizzazione di ogni singolo personaggio.
Un fantasy adulto e non superficiale, sospeso tra dramma e ironia, portandoci per la prima volta, e forse l'ultima, in un'avventura senza fine dove ancora la magia e il paganesimo riuscivano ad essere gli unici strumenti simbolici organizzatori di senso.



venerdì 10 febbraio 2017

Flukt


Titolo: Flukt
Regia: Roar Uthaug
Anno: 2012
Paese: Norvegia
Giudizio: 3/5

Norvegia, 1363. Sono trascorsi dieci anni da quando la peste ha decimato la popolazione. La giovane Signe è in viaggio con i genitori e il fratello più piccolo quando vengono assaliti da un branco di banditi. Unica sopravvissuta della famiglia, la ragazzina viene presa in ostaggio dalla banda di briganti, capeggiata dalla spietata Dagmar, implacabile donna guerriera con un tragico segreto nel suo passato.

Flukt è un bel thriller con la caccia ad una bambina da parte di un manipolo di assassini in salsa nordica. Un'opera d'avventura e inseguimenti con tanti luoghi comuni e scene telefonate ma con il fascino della narrazione che rimane tale nonostante i difetti e i punti deboli.
Uthaug è il regista di Cold Prey, uno slasher che al sottoscritto non ha detto nulla, o almeno non rispetto ad altri, ma che al pubblico e i critici in generale è sembrata la sorpresa dell'anno. Probabilmente la causa è dovuta al semplice fatto che di slasher norvegesi non se ne vedono molti. Eppure Flukt ha un suo fascino che parte dalle incredibili e suggestive location oltre una fotografia calda che riflette perfettamente i contrasti tra personaggi ed ambiente.
Il cast è buono, le performance nella media, Ingrid Bolsø Berdal buca lo schermo così come la figlia acquisita e via dicendo.
Flukt sembra uno di quei film che già dall'inizio ti sembra una rivisitazione di ciò che è già stato (fatto), ma allo stesso tempo ha ritmo da vendere, alcuni colpi di scena non sono poi così scontati e si arriva fino alla fine senza troppi sbadigli. Convince meno la parte della sceneggiatura che si concentra sui personaggi e sul difficile rapporto adulta/bambina. Anche la peste è solo un pretesto senza mai farla vedere dal momento che quasi tutta l'azione del film è giocata in esterni.
Alla fine Flukt è semplice ma maledettamente efficace.

lunedì 3 ottobre 2016

Sound and the fury

Titolo: Sound and the fury
Regia: James Franco
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Siamo nel Mississippi, alle soglie della Depressione dei primi del ‘900. La storia, torbida e labirintica racconta la decadenza e la sventura dei Compson, aristocratici del Sud caduti in disgrazia. Le vicende della famiglia vengono raccontate da differenti prospettive. I coniugi Compson hanno quattro figli: Quentin, Candance, Jason e Benjamin. La giovane Caddy, unica sorella femmina, viene narrata dai suoi tre diversissimi fratelli e diventa presenza candida e rassicurante, sorella ingenerosa, madre snaturata che abbandona la figlia

“La vita non è altro che un racconto detto da un idiota, pieno di urlo e furore, che non significa nulla.”
James Franco ancora non riesco bene ad inquadrarlo. Sicuramente è un autore versatile e poliedrico, un mix strano di questa nuova generazione di filmaker, alieno per certi versi, a qualsiasi compromesso di comodo. Allo stesso tempo ho la vaga impressione che sia un incredibile paraculo furbacchione che ha capito bene come sistemarsi in mezzo alle star di successo e crearsi un certo impero e delle solide e importanti amicizie.
Qualcuno lo ha definito affetto da un delirio narcisista che ne soffoca le capacità altrove dimostrate sotto il cuscino di un ego troppo ingombrante. Bah, tuttavia lo spacciatore in SPRING BREAKERS è una delle sue prove attoriali migliori.
Sceneggiatore (qui di nuovo con Matt Roger) produttore, regista, cabarettista, attore, pittore, scrittore, scultore. L'infaticabile Franco ha addirittura 12 film in programma da qui a un anno, tra pre e post-produzione e sembra che proprio come regista scelga sempre progetti ambiziosi di scrittori importanti come Faulkner o McCarthy.

Ritorna dunque su Faulkner, facendo forse, al di là di una crescita dal punto di vista dell'impiego dei mezzi interessante, gli stessi precedenti errori risultando di nuovo marcatamente letterario nella narrazione mentre d'altro canto dimostra di saper mettere bene in scena i sentimenti, la rabbia, la solidarietà, l'empatia che fino a prova contraria ci sono tutti. E'un film in cui le emozioni la dicono lunga riuscendo ad essere dolente e disperato ma anche sardonico e crudele quanto necessita, senza trovare mai terreno fertile nell'esagerazione. Se pure si possono riscontrare ancora tante sbavature nel cinema di quello che vorrebbe essere un "enfant prodige", dall'altro c'è sempre una sottile vena malinconica che attraversa il Franco attore e soprattutto quello regista. Nel film in questione poi sceglie di interpretare Benji il figlio handicappato con una performance certo calibrata, a tratti zoppicante ma senza mai cadere nella caricatura. Alla fine ci troviamo di nuovo di fronte ad un’opera più che dignitosa e ricca di fascino.  

domenica 13 dicembre 2015

Assassin

Titolo: Assassin
Regia: Hou Hsiao-Hsien
Anno: 2015
Paese: Cina
Festival: TFF 33°
Giudizio: 4/5

Cina, IX secolo. Sotto la dinastia Tang il Paese vive e prospera. A minacciare la sua età d'oro si adoperano gli ambiziosi e corrotti governatori della provincia. L'"ordine degli assassini" è incaricato di eliminarli. Nelle sue fila serve e combatte Nie Yinniang, abile con la spada e sotto la chioma nera di inchiostro lucente. Rientrata nella sua città e nella sua provincia, dopo l'apprendistato marziale e un esilio lungo tredici anni, Nie Yinniang deve uccidere Tian Ji'an, governatore dissidente della provincia di Weibo. Cugino e sposo a cui fu promessa e poi negata, Tian Ji'an è l'oggetto del suo desiderio. Amato e mai dimenticato, Nie Yinniang lo avvicina e lo sfida senza riuscire ad affondare il fendente. Ostinata a seguire le ragioni del cuore e a vincere quelle della spada, Nie Yinniang abdicherà al suo mandato, congedandosi dall'ordine.

Assassin con una parvenza da wuxia cinese che ormai negli anni siamo stati abituati a conoscere, sfrutta solo qualche elemento del genere per arrivare a dare forma ad un film molto complesso, maturo e straordinario.
Miglior regia a Cannes, Hsiao-Hsien non ha bisogno di presentazioni e riconoscimenti.
E' un autore straordinario che non prende mai nulla sotto gamba, sondando in questa sua ultima opera, con libertà e una leggerezza disarmante, dispute politiche e giochi di potere, oltre che tornare a ribadire alcune tematiche che hanno sempre attraversato il suo cinema come le donne forti (in questo caso l'apice direi), la famiglia e il fato.
C'è una grazia dietro, una disarmante bellezza che rende il film arte a 360°, con alcune immagini e location che lasciano a bocca aperta, una direzione degli attori straordinaria e una fotografia che sembra un dipinto, catturando con una manciata di colori, metafore, sentimenti ed emozioni, il meglio di questa storia sempre in evoluzione.
Un film inaspettato, che non esplode mai, non mostra troppo, concede e centellina le sue varie espressioni e forme.
Senza dire mai più di quanto deve, il wuxiapian del maestro di Taiwan, destruttura le regole, crea una forma e quasi una corrente tutta propria e incanta per quanto sia incredibilmente realistico nella sua messa in scena, senza cercare di spettacolarizzare troppo in inutili combattimenti ma sapendo bene di essere forte di una storia originale e controcorrente.
Senza mai concedersi un primo piano ma puntando tutto su inquadrature in campo medio e lungo aprendo orizzonti e lasciando modo di innamorarci di ambienti che sembrrano comunicare quanto i personaggi, regala infine un finale che è pura e semplice estasi.


mercoledì 18 novembre 2015

Salò e le 120 giornate di Sodoma

Titolo: Salò e le 120 giornate di Sodoma
Regia: Pier Paolo Pasolini
Anno: 1975
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

Quattro Signori (il Duca, il Monsignore, Sua Eccellenza e il Presidente) al tempo della Repubblica Sociale di Salò si riuniscono in una villa assieme a 4 ex prostitute ormai non più giovani insieme a un gruppo di giovani maschi e femmine catturati con rastrellamenti dopo lunghi appostamenti. Nella villa i Signori per 120 giorni potranno assegnare loro dei ruoli e disporre, secondo un regolamento da essi stessi stilato, in modo assolutamente insindacabile dei loro corpi. La struttura del film è divisa in 4 parti: Antinferno, Girone delle Manie, Girone della Merda e Girone del Sangue.

"E' un film che i giovani non capiranno perchè ormai hanno perso quei valori imprescindibili con cui la nostra generazione è cresciuta" così a grandi linee Pasolini descriveva l'impatto che il suo ultimo film poteva avere sulle giovani generazioni in un'intervista prima del film.
Rivisto per la seconda volta in versione restaurata al cinema Massimo, la sala del film era composta per l'ottanta per cento da giovani.
Un dato che probabilmente avrebbe fatto piacere o forse sorpreso l'autore.
Un elemento che connota un interesse e una lettura del cinema come forma d'arte immortale che riesce ancora, a distanza di decenni, a risultare iconica e fondamentale per descrivere la realtà.
Il potere come forse pochi cineasti si sono presi il coraggio di mettere in scena.
Abbruttendolo nei modi più atroci e realistici possibili, cercando lo scandalo e trovandolo, insistendo a suo modo sui particolari più turpi, Pasolini firma il suo film maledetto, censurato e ritirato al tempo da numerosi cinema internazionali.
Sfruttando De Sade, l'autore riesce finalmente a coniugare il massimo dell'esagerazione sessuale, arrivando a criticare quella mercificazione dei corpi con cui spesso descriveva queste pratiche e che sotto questo punto di vista, è stato un abile precursore dei tempi a venire, in cui la falsa e apparente libertà non ci sarebbe mai stata.
"Deboli creature incatenate, destinate al nostro piacere, spero non vi siate illuse di trovare qui la ridicola libertà concessa dal mondo esterno. Siete fuori dai confini di ogni legalità. Nessuno sulla Terra sa che voi siete qui. Per tutto quanto riguarda il mondo, voi siete già morti." dice il Duca nel suo regolamento.
Un attacco alla nostra infinita sopportazione significa provocare una reazione morale alla presunta immoralità di un'opera indiscutibilmente necessaria e affascinante. Una pellicola che descrive l'abuso di potere come nessuno vorrebbe mai immaginare, ma che di fatto la storia ha dimostrato più volte essere così efferato e diabolico.
Allo stesso tempo una metafora dell'impotenza al potere come una ritualizzazione mondana della trasgressione.
Cosa significa scioccare in fondo? Dare vita a cannibal-movie o naziexploitation come il film è stato etichettato, ovvero film che si sa fin dove possono arrivare con la loro messa in scena, oppure dar vita a un incubo reale e possibile.
Io credo fortemente che Pasolini sia stato il primo ad abbattere questo muro, per la prima e forse per l'ultima volta nella storia del nostro cinema, prendendosi la responsabilità e la fermezza di dover affrontare un tumore che si stava allargando sempre più, dandogli un nome, e per questo purtroppo, ne è diventato un martire, pagando con la stessa vita l'affronto alle più alte cariche da lui prese di mira.


lunedì 29 giugno 2015

Racconto dei Racconti

Titolo: Racconto dei Racconti
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

1600. Una regina non riesce più a sorridere, consumata dal desiderio di quel figlio che non arriva. Due anziane sorelle fanno leva su un equivoco per attirare le attenzioni di un re erotomane sempre affamato di carne fresca. Un sovrano organizza un torneo per dare in sposa la figlia contando sul fatto che nessuno dei pretendenti supererà la prova da lui ideata, così la figlia non lascerà il suo fianco e i confini angusti del loro castello.

Il Racconto dei Racconti è un film ambizioso, quanto solo apparentemente semplice, che nella sua sottile linea di confine tra i generi, ne sancisce una complessità strutturata e intelligente.
Un film senza tempo come da favola seppur tratto con grande libertà creativa, da tre racconti de "Lo cunto de li cunti", la raccolta di fiabe più antica d'Europa, scritta fra il 1500 e il 1600 in lingua napoletana da Giambattista Basile.
Eros e Thanatos sono ossessioni supremamente vitali, i re come le regine diventano bambini lasciando il posto a giovani più maturi di loro.
L'amore ancora una volta è la sottile linea che lega tutte le tre storie, il fascino proviene dall'evocazione dei sentimenti più che dalla messa in scena, dalle dilatazioni temporali a dispetto di un ritmo smodato su cui probabilmente molti sono rimasti delusi.
Un fantasy anomalo, una fiaba adulta, dove orchi e draghi fanno meno paura di principi e re lunatici oppure di altri re, che non sapendo gestire i rapporti con i consanguinei crescono pulci di nascosto.
Garrone si rivela uno dei registi più controversi del suo tempo, cercando di dare al cinema italiano, una crescita e un valore che piano piano sta scomparendo come se non fosse mai esistito.
La sua scelta dunque è ancora più interessante e avvalorata da una convinzione e un credo, quello del cinema e della sua intramontabile passione, di chi cerca sempre di portare a termine scommesse difficili e scomode.
Il cast del film rende appieno questa atmosfera diviso come negli intenti per scelte e contorni, prendendo solo qualche volto noto del cinema italiano, ma senza dargli troppo risalto.
Funzionale ancor di più il carattere corale e la scelta di montare parallelamente le storie senza dividerle, ma creando ancora di più quell'intreccio che viene approfondito nella scena finale.
Garrone poi e su questo molti storceranno il naso pensando che il film abbia fallito, si sottrae all’abusato andamento di trasposizione cinematografiche di una storia non moderna, scegliendo e narrando di un medioevo distante dalle raffigurazioni e dallo stampo hollywoodiano o delle serie che negli ultimi anni hanno spopolato il cinema.

Da questo punto di vista il film è straordinariamente originale.

lunedì 22 giugno 2015

Dragon Blade

Titolo: Dragon Blade
Regia: Daniel Lee
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

48 a. C. La Via della Seta è luogo di passaggio e di contesa tra popoli differenti per etnia e costumi. Il generale Huo An, un unno adottato e cresciuto da un generale cinese, è il custode della pace e del delicato equilibrio tra le 36 nazioni. Un giorno di fronte al Cancello dell'Oca Selvaggia si presenta Lucius, un generale romano coraggioso quanto rispettoso del codice d'onore militare, che ha il compito di proteggere il piccolo Publius dal sanguinario fratello maggiore Tiberius. Tra Huo e Lucius nasce una sincera amicizia, ma l'esercito di Tiberius è alle porte.

Roma e la Cina. Un incontro che per certi versi in un "blockbuster" cinese mancava ancora dagli schermi.
Facendo attenzione a mettere da parte l'introduzione in totale disarmonia con il dispiegarsi del film, l'ultima "fatica" voluta da Jackie Chan, alla veneranda età di 61 anni, e diretta dal regista di 14 BLADES e THREE KINGDOMS affascina tecnicamente sotto molti punti di vista senza però di fatto diventare quel cult di genere che invece si pensava.
Se da un lato il target destinato ad accontentare tutti sottolinea in parte le numerose ingenuità che lo script commette e alcune scene indubbiamente melense, è ace il caso di aggiungere uno svolgimento approssimativo e i soliti sentimenti buonisti sparsi ovunque (bisogna contare che la star Jackie Chan voleva a tutti i costi alcuni paletti circa temi a lui cari).
Dall'altro lato della bilancia il make-up, i costumi, la location e la moderazione della c.g, oltre il cast in cui svetta Cusack, creano un equilibrio importante e un peplum che di certo potrà rimanere impresso solo per la sua notevole messa in scena e per un budget impressionante.
Un film che seppur non indimenticabile, sancisce una crescita di un certo cinema di genere cinese oltre che di incassi se contiamo che in patria si parla di 120 milioni di dollari.
Il wuxia, tanto amato ma lontano da squisite opere come HERO, riesce comunque a fare in modo a differenza di molti film americani, di saper essere un connubbio valido di temi e messa in scena, un sodalizio importante tra cast e tematiche e combattimenti davvero decorosi.


giovedì 4 dicembre 2014

Ultimo inquisitore

Titolo: Ultimo inquisitore
Regia: Milos Forman
Anno: 2006
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Spagna 1782. Il pittore Francisco Goya gode del suo momento di gloria grazie alla nomina di "pittore di corte", nomina che gli permette di mantenere la sua vena artistica dipingendo il desolante scenario della guerra e delle misere condizioni di vita cui è costretto il suo popolo. Un giorno, la sua musa ispiratrice - l'adolescente Ines - viene ingiustamente accusata di giudaismo e imprigionata dalla Santa Inquisizione. Durante la prigionia incontrerà fratello Lorenzo, astuto ed enigmatico membro dell'Inquisizione che abuserà della sua ingenuità per sfruttare il proprio potere ecclesiale. Ma un'incredibile vicenda costringerà l'uomo ad allontanarsi dalla Spagna, per farvi ritorno quindici anni più tardi sotto una veste completamente nuova.

Il film di Forman è intererssante contando che tratta un tema molto sentito e che ogni volta che si cimenta con la settima arte crea sempre un notevole interesse, ovvero la caccia ai fanatismi. L'elemento che dopo la visione più rimane del film, ancora una volta, è l'interpretazione di Bardem in un ruolo insolito e molto controverso come quello di Lorenzo Casamares.
Il dramma messo in scena dal regista ceco si dirama in un arco storico lungo e importante e allo stesso tempo tratta temi e personaggi molto complessi e multisfaccettati, inseguendo da un lato un'estetica formalmente impeccabile, che sfrutta gli occhi di un artista del suo tempo, appunto Goya, per raccontare la fine della caccia alle streghe e l'ascesa di Napoleone e dei presunti diritti dell'uomo che l'Illuminismo aveva sancito e che sempre di più cercavano di ribellarsi ai dogmi imperanti.
Un film che non risparmia nessuna atrocità e retorica, distrugge tutti i sistemi simbolici organizzatori di senso, sottolineando più e più volte come l'impotenza di fronte al divino è diventata l'arma di una classe di uomini che volevano sottometterne altri fantasticando su di un essere immaginario.
L'insubordinazione e i conflitti d'interesse mostrano l'intercambiabilità dei personaggi per cui basta sbagliare una parola per trovarsi dall'altra parte ed essere imputati e giudicati.
Un film che per certi aspetti mi ha ricordato LA SEDUZIONE DEL MALE che trattava seppur senza la figura di Goya e concentrandosi solo sul processo della caccia alle streghe, destrutturando alcuni simboli religiosi e mostrando una critica astuta anche se troppo teatrale.
Forman continua e non si stacca da quel filone di registi che con i loro film hanno manifestato contro l'intolleranza e il fanatismo di ogni tempo o come alcuni lo hanno definito, il comunismo del XX secolo.