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giovedì 11 aprile 2019

Madame Tutli Putli


Titolo: Madame Tutli Putli
Regia: Chris Lavis e Maciek Szczerbowski
Anno: 2007
Paese: Canada
Giudizio: 5/5

I passeggeri del treno (e la stessa madame Tutli-Pluti) sono anime ancora non consapevoli del loro trapasso. Continuano così a fare quello che facevano da vivi: gli appassionati di scacchi alle prese con una assurda partita, il tennista che si comporta volgarmente, il vecchio sempre addormentato. La consapevolezza (almeno per la madame) arriva quando le vengono rubati i bagagli (i ricordi della vita passata) e solo allora può avvenire il trapasso a miglior vita (la farfalla, simbolo di trasformazione e anche di rinascita).

Gli sceneggiatori di LOST avrebbero dovuto conoscere a memoria lo svolgimento di questo incredibile corto candidato agli Oscar. Un lavoro d'animazione in stop motion incredibilmente colto e in gradi di creare sentieri diversi e portare il pubblico a domandarsi se ciò che ha davvero visto sia l'intento degli autori. Un'opera singolare, non ci sono altri termini per definire ciò che vidi anni fa ma che per qualche strano motivo mi rimaneva così in mente.
A livello tecnico gli sforzi sono evidenti fin da subito. La vera forza del cortometraggio sta in una particolare innovazione apportata dove gli occhi dei personaggi sono infatti quelli di attori reali, girati dal vero e compositati in seguito sul volto dei pupazzi animati a passo uno.
Madame Tutli Putli ha impiegato più di cinque anni di lavoro, ma il risultato è impressionante anche nel suo chiamare forse involontariamente alla memoria tanti registi e tante idee di cinema già viste ma che qui attraverso un climax di forme e linguaggi trova una naturale e originale messa in scena.






lunedì 11 febbraio 2019

Isola dei cani


Titolo: Isola dei cani
Regia: Wes Anderson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato cane dopo che, per un decreto esecutivo a causa di un'influenza canina, tutti i cani di Megasaki City vengono mandati in esilio in una vasta discarica chiamata Trash Island. Atari parte da solo nel suo Junior-Turbo Prop e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo cane da guardia, Spots. Lì, con l'aiuto di un branco di nuovi amici a quattro zampe, inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione.

Ormai Anderson, nel bene, c'è lo siamo persi su lidi ormai molto distanti dalla normalità di partorire il cinema, creando sempre di più, un suo universo e un suo codice molto elementare seppur complesso di fare cinema.
L'isola dei cani potrebbe essere uno dei cardini finali in questa sua nobile e importante ricerca di migliorare, destrutturare e cambiare sistemi, linguaggi e tecniche visive.
Anderson, dal canto suo, è sempre più avvezzo ad un cambiamento e una rigorosità nella messa in scena che ormai e inutile stare ad elencare, la sua filmografia è chiara, riuscendo in questo film almeno, chissà se volutamente, a raccontare una delle più belle metafore che si stanno manifestando nella nostra società dove di fatto, che siano migranti, stranieri, persone etnicamente o religiosamente diverse, il punto è chiaro è la formula migliore da parte di qualsiasi governo è sempre la stessa: quella di respingere.
Perchè l'isola dei cani in fondo respinge in qualche modo la solita struttura classica di far convergere la storia o di narrarla attraverso i soliti stilemi o topoi narrativi ricorrenti.
Qui l'essenziale spesso diventa profetico per cercare di mostrare quella rigidità di sicuro molto orientale, di come parte di questo respingimento culturale diventa il motore centrale per far avvicinare due mondi, due realtà, che sembrano cercare di ritrovarsi per dialogare per la prima volta senza paure.
L'altra metafora importante e su cui Anderson da sempre impronta e impermea il suo cinema è quello della scoperta e dell’accettazione dell’identità del singolo all’interno di un gruppo sociale, elemento che come il precedente riesce a sintetizzarsi ancora meglio nella terra del Sol Levante.

mercoledì 6 febbraio 2019

Panico al villaggio


Titolo: Panico al villaggio
Regia: Stephane Aubier
Anno: 2009
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

C'era una volta, in un villaggio di nome Villaggio, un cavallo di nome Cavallo, che viveva con un cow-boy di nome Cow-boy e un indiano di nome Indiano. È il 21 giugno, il compleanno di Cavallo, e i suoi due compari pensano bene di ordinare 50 mattoni per costruirgli un barbecue. Peccato che, tra un gioco e una distrazione, l'ordine on line parta pieno di zeri e il Villaggio si ritrovi invaso da 50 milioni di mattoni, che fanno particolarmente gola a dei piccoli, imprendibili ladri notturni.

Panico al villaggio è una bella metafora della nostra società.
Folle e schizzato come i belgi spesso sanno essere, riesce pur sfruttando una tecnica d'animazione in stop-motion abbastanza desueta, ad avere un ritmo e una storia che assieme ai personaggi colpiscono per la loro linearità, caratterizzazione, scelte insolite, un ritmo sbalorditivo e una messa in scena che riesce a cogliere quei dettagli importanti per rafforzare la narrazione e l'impatto visivo che rimane un'esperienza visiva, prima di tutto, molto interessante.
Grazie anche ad un ottimo doppiaggio dove aiutano i cugini di SOUTHPARK, Panico al villaggio sembra partire in sordina per poi allargarsi al di là della porzione di spazio dove vivono ancorati i tre protagonisti.
Un'ambientazione per alcuni aspetti misteriosa dove i bambini non esistono, gli animali parlano, e gli esseri umani invece sembrano tornati alla fanciullezza a differenza degli animali più maturi e rigidi nelle scelte che si comportano quasi da genitori.
La casualità è il fattore di forza e che allo stesso tempo lascia inermi di fronte ad un ritmo dove tutto può succedere in qualsiasi momento e senza dover avere una causa o un nesso.
Un ritmo e una potenza inesauribile rischiano a volte di lasciare spiazzati, soprattutto per come dicevo in quanto non essendoci coordinate, al di là di qualche frase di Cavallo, il vero protagonista, a volte si fa fatica a comprendere gli intenti dei registi.
Altrimenti sembra regnare una sorta di anarchia democraticamente accettata.


giovedì 18 ottobre 2018

Krokodyle


Titolo: Krokodyle
Regia: Stefano Bessoni
Anno: 2011
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Giovane film-maker di origini polacche, Kaspar Toporski trascorre le giornate tra disegni, appunti e profonde immersioni in un mondo immaginario verso cui è sempre più attratto. Anche le frequentazioni di una fotografa ossessionata dalla morte, di un regista coetaneo incapace di superare il trauma di un brutto esordio e di un sarto più che singolare finiranno nel film che girerà su se stesso con lo scopo di mettere un po' d'ordine dentro.

Krododyle è uno dei quei film che per certi versi ti fanno proprio incazzare.
Dalla sua ha la stop motion e i pupazzetti fatti semplicemente in modo divino.
Una musica che sembra uscire da quei carillon del passato e tante altre piccole cosucce simpatiche e intime che forse fanno parte proprio di quella creatività e immaginazione che qui non ho visto.
Il problema tolte le scene d'animazione, è tutto il resto di cosa non succede nel film, o di come è studiato a tavolino per annoiare lo spettatore, riuscendoci.
Sembra voler trovare quelle atmosfere intimiste che ricordano il nostro cinema del passato, usando la forma del diario intimo per fare le sue confessioni, ma senza averne la benchè minima forza o un soggetto alla base che risultasse interessante nonostante spesso abbiamo semplicemente la telecamera di fronte al protagonista che parla e ammorba il pubblico.
E poi non è un horror quando invece è vero che è fatto di bambole e marionette, dove i coccodrilli sono in grado di controllare il tempo. Da buon outsider Bessoni cerca di ritrarre Kaspar come in fondo è lui, cercando nell'atto creativo una possibile fuga da una società che non può e non vuole includerlo. Da qui la scelta di trovare altri come lui, dalla fotografa folle, al suo amico regista intellettuale fatto e finito. Un elemento interessante anche se lasciato lì è il narratore iniziale, un omuncolo nato dagli esperimenti cripto zoologici.




martedì 25 settembre 2018

Asparagus


Titolo: Asparagus
Regia: Suzan Pitt
Anno: 1979
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una riflessione simbolica su questioni di sessualità femminile, arte e costrutti identitari. Nelle parole di Suzan Pitt, è “un poema visivo sul processo creativo” che “accompagna gli spettatori attraverso la sua ricerca dell’essenza delle forze creative che governano e guidano la nostra esistenza”.

Asparagus nella sua sinteticità approfondisce alcune tematiche sulla la situazione della donna dandole sfumature e risaltandone i desideri e il modo di comunicare.
Grazie al sapiente uso dell'animazione e della stop motion, la Pitt lavora su una tematica straziante, onirica e spiazzante attraverso soprattutto l'immaginazione e le sue rappresentazioni e andando a scandagliare tutti quei non detti o quelle paure inconsce che quasi mai i registi si prendono la briga di osservare. Un viaggio verso un continuo ed ininterrotto fantasticare in uno scenario che sembra proporre forme falliche passando da uno scenario all'altro ed arrivando fino ad un'atmosfera subacquea, tra oggetti quasi di corallo, ad una nutrita serie di immagini simboliche, fino ai tanti tragitti attraverso la città in cui i sogni s'interrompono come in apnea, tra la folla degli altri che sono dipinti diversamente. Molto femminile il tratto intimista della regista che metaforicamente e non usa una galleria di immagini evocative e potenti come a risaltarne lo scopo e il significato.
Una prigione privata di sogni confusi che portano all'incapacità di concentrazione, di un desiderio represso di espressione, del sesso interiorizzato di una donna in soli venti minuti.


lunedì 10 settembre 2018

Blood tea and red string


Titolo: Blood tea and red string
Regia: Christiane Cegavske
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Gli aristocratici Topi Bianchi commissionano alle popolane Creature-che-vivono-sotto-la-Quercia la realizzazione della bambola dei loro sogni. Quando l'opera è completata le Creature si innamorano della bambola, rifiutandosi di consegnarla. I Topi decidono allora di optare per il rapimento: alle Creature toccherà così avventurarsi in un viaggio fantastico popolato di incontri alla ricerca della loro amata.

La fiaba per adulti firmata in stop-motion dalla regista di Portland ha richiesto qualcosa come 13-15 anni per vederla realizzata. Un'opera immensa permeata da un'atmosfera esoterica, una colonna sonora sconvolgente e con tante melodie che sembrano uscite da culti pagani sconosciuti.
Cegavske crea una sua personale e surreale giostra di personaggi zoomorfi, piante, fiori, e ovviamente una bellissima bambola da cui come per l'arrivo di una donna pura e immacolata si crea lo scontro in cui le creature che vivono sotto la terra non solo non vorranno più separarsene ma arriveranno a trattarla come una dea crocifiggendola alla quercia in cui abitano.
La storia narra della lotta, all’ombra della Grande Quercia, fra il dispotico topo bianco dagli occhi rossi e i sui sudditi, uno strano incrocio fra pipistrelli, corvi e scoiattoli, per il possesso della bambola creata da questi ultimi.
Una fiaba magica, simbolica e oscura priva di dialoghi che segna un altro passo importante nell'underground dell'animazione.
Come dicevo al di là dello stile è la colonna sonora a farla da padrona con la partitura musicale composta ed eseguita da Mark Growden che non solo accompagna questo inquietante e meraviglioso sogno animato ma lo fa dandogli ancora più risalto in moltissime scene madri.
Blood tea and red string dovrebbe costituire il primo capitolo di una trilogia ancora in corso d’opera, della quale per il momento esiste solo la seconda parte intitolata SEED IN THE SAND.
Christiane Cegavske possiede un immaginario decadente, carico di simbologie e archetipi ancestrali, che richiamano l’Alice di Lewis Carroll, Alan Moore, i racconti di Angela Carter, tanto Svankmajer e sono intrisi di un mondo fiabesco delicatamente inquietante, fatto di tassidermia, merletti e porcellane.
Le sue creature animate non possono non far pensare alle opere dell’imbalsamatore vittoriano Walter Potter, complessi diorami composti con tanti animaletti vestiti minuziosamente e sistemati in posa tra i banchi di scuola, attorno a un tavolo, o assiepati allo sposalizio di due gattini.
Un cult imperdibile per gli amanti del buon cinema.

giovedì 30 agosto 2018

Streets of Crocodile


Titolo: Streets of Crocodile
Regia: Quay brothers
Anno: 1986
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Un uomo si rinchiude in una grande sala di lettura, appartandosi con una misteriosa scatola. Taglia il nastro che la chiude, liberando il pupazzo conservato al suo interno: silenziosamente, il pupazzo inizia ad esplorare le stanze buie confinanti con la grande sala.

I maestri della stop motion aggiungono questa coppia di fratelli dal talento più che mai consolidato.
Una galleria d'immagini perfette, in cui i fratelli danno vita ad un mondo di sfumature, aspetti grotteschi, un'atmosfera a tratti claustrofobica quasi kafkiana con poche luci e suggestivi colori.
Un film che sa di oscuro, un viaggio dentro se stessi in cui l'uomo sembra quasi sul punto di essere stravolto da un'alterazione psicofisica
Tratto da uno dei capolavori della letteratura polacca, Le botteghe color cannella di Bruno Schulz, i fratelli Quay si appoggiano a uno dei capitoli centrali del libro in questione, in cui viene descritta una singolare quanto misteriosa strada della vecchia Drohobycz, chiamata la Via dei Coccodrilli, piena di vecchie botteghe ricolme di meraviglie di ogni genere e di singolari sartorie nel cui retrobottega avvengono strani, nonché ambigui, traffici.
Non saprei cos'altro aggiungere contando che in soli 20 minuti ci sono così tanti dettagli e suggestioni che vederlo e rivederlo più volte non fa altro che unire come dei puntini in una geometria perfetta di immagini dove gli artisti catapultano pubblico e protagonista.




lunedì 27 aprile 2015

Fixing Luka

Titolo: Fixing Luka
Regia: Jessica Ashman
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Festival: Cinemautismo 2015
Giudizio: 4/5

Anatre di gomma allineate e perfettamente in fila . Francobolli attaccati ad una parete nella camera da letto. Una piramide di ditali buttati a terra. Queste sono solo alcune delle routine ossessive di Luka, un rituale giornaliero sotto lo sguardo ansioso di sua sorella Lucy.
Luka però ha bisogno di riparazioni ogni volta che qualcosa disturba la sua routine e così Luka cade a pezzi. Letteralmente .
Una sera - martoriata dalla impossibilità di aiutare il fratello, Lucy perde la pazienza e fugge. Inciampando nella foresta, scopre un soldato orologio, all'interno di una baracca . Quando aiutandolo, riesce a fissare la sua testa, Lucy pensa di aver trovato la soluzione ai suoi problemi a casa e per Luka.

Scritto, diretto e animato dalla regista, Fixing Luka è un corto di '12 fantastico e commovente.
Sulla base dell'esperienza personale di Jessica Ashman di crescere con un fratello autistico, Luka è una storia di speranza, determinazione e accettazione.
La Ashman è una regista con la passione e specializzata in stop- motion, cut e animazione in 2-D. Fixing Luka mescola i generi, la fiaba con storie di ordinaria quotidianità, difficoltà nell'affrontare l'autismo e la solitudine di non trovare aiuti, cercando quindi nel mondo esterno un'arma di speranza per affrontare i problemi.
Rigorosamente senza dialoghi, ma con una colonna sonora convincente, Fixing Luka è uno di quei corti necessari, che parlando di un malessere interno ed esterno, trovano quella componente per arrivare dritti al cuore ma senza momenti melensi e una certa retorica di linguaggio.


giovedì 7 marzo 2013

Frankenweenie

Titolo: Frankenweenie
Regia: Tim Burton
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dopo aver inaspettatamente perso il suo adorato cane Sparky, il giovane Victor sfrutta il potere della scienza per riportare in vita il suo amico, con qualche lieve variazione. Prova a nascondere la sua creazione cucita-in-casa, ma quando Sparky esce, i compagni di scuola di Victor, gli insegnanti e l’intera città scoprono che “tenere al guinzaglio una nuova vita” può essere mostruoso.

Finalmente ritorna il Burton che tutti aspettavano. Quello di VINCENT e di Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie. Quello che amava le fiabe e rimodernizzare i vecchi classici. Ecco per tutto questo la parola chiave è FRANKENWEENIE che i molti conosceranno anche se è stato uno dei primi corti di Burton targato ‘84 tutto stop-motion e tanta voglia di fare senza poter contare su di un budget stratosferico.
Nella celebre storia ispirata al classico di Frankenstein ritroviamo nella pellicola tutti quegli elementi in comune del cinema poetico e un po’ dark di Burton. La scelta ottima e funzionale di usare il b/n, la cura e caratterizzazione perfetta dei personaggi (che a loro volta si rifanno ad altri personaggi famosi, come il professore di scienze che assomiglia non poco a Vincent Price), le musiche del fedelissimo Danny Elfman e così via fino ad un andirivieni di citazioni saggiamente distribuite all’interno del film.
Non è solo la rivisitazione nostalgica quella che il regista propone ma un vero e proprio lungo con tanto di azione, dialoghi intensi, una storia pensata come un congegno perfetto, e un ritmo davvero notevole soprattutto contando tutta la parte finale con i mostri.
Un film che ancora una volta rimane a metà tra quel capolavoro per gli adulti e una grande favola per i bambini che riscoprono così una grande storia, inscenata da chi in quegli anni era ispirato come un grande bambino, capace di tirare fuori storie dal cilindro come un mago che si rispetti.
Ancora una volta è l’amore a trasformare l’esito della storia ma non banalizzato come spesso accade come un sentimento che troviamo dietro l’angolo, ma qualcosa di molto più poetico e intenso.







lunedì 24 dicembre 2012

Paranorman


Titolo: Paranorman
Regia: Chris Butler/Sam Fell
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In ParaNorman una piccola cittadina viene assaltata dagli zombie. A chi chiedere aiuto? L'unico è Norman, l'incompreso ragazzo del posto capace di comunicare con i morti. Per salvare le sorti della sua città colpita da una maledizione secolare, Norman sarà costretto ad affrontare, oltre agli zombie, fantasmi, streghe, come se non bastasse, adulti ottusi. Ma il rischio per questo giovane in grado di entrare in contatto con i morti è quello di spingere se stesso e la sue capacità medianiche ben al di là dei confini mondani.

Era intuibile che i produttori di Coraline non si siano trovati di fronte ad un film d’animazione con gli stessi intenti dell’opera del regista di NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS.
Paranorman è un film molto leggero e simpatico che solo nel finale si stacca un po’ dal suo filo molto ordinato della matassa, brillando per un attimo di qualcosa di leggermente più mistico e paranormale e anche adulto sotto certi aspetti.
Dal punto di vista tecnico è quasi impossibile non trovarlo meraviglioso. Il suo sguardo e le sue citazioni per i b-movie e tutto il resto (dai fumetti, al cinema horror degli anni Sessanta e Settanta, a zio Tibia, a Creepshow e Tales from the crypt, per arrivare fino alla CASA, faranno sorridere parecchi affezionati del genere) e lo stesso gruppetto di protagonisti sembra uscire da un recente zombie-movie come si deve.
E’interessante però il discorso che i due registi portano avanti e quindi facendo una doppia operazione.
Se da un lato potrebbe sembrare una comica parodia sugli horror zombie, dall’altra invece diventa un’interessante riflessione su temi che riguardano sicuramente l’adolescenza ma anche il bisogno di scontrarsi con la maturità e le responsabilità e quindi la tolleranza, la possibilità di compiere il Male, l'accettazione della morte e la strada verso il perdono, assurgono a veri temi attuali e inquadrati con uno sguardo molto lucido.

mercoledì 14 marzo 2012

Coraline e la porta magica


Titolo: Coraline e la porta magica
Regia: Henry Selick
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Il film narra la storia di una giovane donna che, passando attraverso una porta segreta della sua abitazione, scopre una versione alternativa della sua esistenza. Ad un primo esame, questa realtà parallela è stranamente molto simile alla sua vita reale – ma decisamente più interessante. Ma quando la bizzarra avventura inizia a diventare pericolosa, con una finta madre che fa di tutto per tenersi la “figlia” al suo fianco, Coraline può contare solo sulla forte determinazione e sul grande coraggio che la contraddistinguono – nonché che sull’aiuto di alcuni vicini e su un gatto nero parlante – per salvare i suoi genitori e alcuni bambini fantasma e tornare finalmente a casa.

Probabilmente ci troviamo di fronte a uno dei veri capolavori dell’animazione contemporanea. Battendo il suo predecessore NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS (di cui la regia è sempre di Henry Selick), Coraline frutto di un errore tipografico (il nome iniziale doveva essere Caroline) a parte essere il più lungo film mai girato in stop-motion vanta di riuscire a contaminare una fiaba per bambini con tutte le caratteristiche che piacciono agli adulti.
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo breve accenna poche ma rilevanti differenze rispetto al romanzo di successo di Neil Gaiman (la presenza nel film di Wybie Lovat a differenza del romanzo così come l’importanza rilevante del pozzo meno impiegato nel film).
Come la protagonista anche lo spettatore si appresta ad un viaggio di formazione che lo condurrà tra realtà ed irrealtà esaltando all’inizio gli aspetti della seconda come contrappasso rispetto alle dure e tristi noti dolenti della quotidianità (una famiglia anaffettiva assorbita dagli scritti e costretta a scrivere di ciò che non conosce). Se è vero che il viaggio e gli ostacoli mettono in alcuni casi non poca paura e anche vero che è proprio da questa catarsi con le sue anomalie che la protagonista cresce grazie anche alla sua costante curiosità nei confronti del mondo esterno e del fascino delle cose nascoste.
Parlando di fiabe viene quasi automatico il paragone con un’altra porta che conduce in un mondo altrettanto fantastico come quello di ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE. A differenza del romanzo capolavoro di Lewis Carrol, qui invece Gaiman alterna le due realtà lasciando proprio alla protagonista la scelta di cosa davvero vuole diventando dunque l’artefice reale.
Ed è così che allora tocca ad una bambina fare luce in quella che è solo mera rappresentazione (metaforicamente viene da sola la critica che Gaiman sviluppa nei confronti della contemporaneità tutta a favore della rappresentazione irreale ed idilliaca di un mondo che non corrisponde alla realtà) e così la babayaga in questione aggiunge in quanto antagonista l’obbiettivo di rapire le anime dei bambini per concedere l’agio nel mondo fittizio.
In questo caso poi è ancora più straordinaria la scelta di veicolare sugli occhi la possibilità di vendere la propria anima dal momento che i bottoni servono per rassegnasi alle circostanze e vivere senza poter avere scelta di sviluppare una qualsiasi criticità.
Il gatto poi in questo caso viene giustamente inteso come l’unico in grado di destreggiarsi nel portale tra le due realtà. D’altronde a parte il Cristianesimo che ha sempre additato il felino come animale del diavolo e compagno delle streghe, da sempre nell’antichità è stato venerato dai fenici, oltre che essere messa in risalto dall’Islam dal momento che fu proprio un  gatto a salvare Maometto dal morso di un serpente.
Il gatto, che poi compare anche in Alice, è l’unico che subisce le angherie di Coraline per poi rispondere con l’astuzia e diventando l’unico mentore e guida della piccola protagonista.
 A livello tecnico il film è assolutamente perfetto e senza precedenti. La regia in questo caso è riuscita ad unire tre dimensioni su cui il film è stato concepito (il primo in assoluto, con pupazzi in "stop-motion") mischiando tecniche artigianali e computer grafica che si sommano con la cura maniacale e  delle scenografie, la profondità di campo e via dicendo.


martedì 19 luglio 2011

Alice-Něco z Alenky


Titolo: Alice-Něco z Alenky
Regia: Jan Svankmajer
Anno: 1988
Paese: Cecoslovacchia
Giudizio: 4/5

"Alice" è un'interpretazione macabra e inquietante della fiaba di Lewis Carrol con un'unica (e qui la vera invenzione) attrice in carne ed ossa: la bravissima Krystina dal cognome impronunciabile che incarna la personalità di Alice con incredibile ingenuità e tenerezza, ma anche con cinismo e grotteschi voltafaccia.

Tradotto in varie forme come ad esempio  QUACOSA SU ALICE, il film del cineasta artista a tutto tondo (scultore, poeta, pittore, nonché padrino e precursore della stop motion nonché uno dei migliori registi al mondo d’animazione capostipite della scuola di Praga) dopo aver diretto il convincente JABBERWOCHKY nel ’77, continua con il suo interesse per Carrol unito alla sua vena macabra e grottesca della vita e soprattutto della società.
Nel suo cinema ci sono tanti nomi e tanti omaggi alla visionarietà del suo mondo come ad esempio Magritte, Kafka e Edgar Allan Po, Lunch e su tutti Bosch.

Questa Alice che noi vediamo nel film rappresenta una svolta nelle rappresentazioni dell’amatissimo libro di Carrol.
Alenska è curiosa, ambigua come l’universo che la circonda composto da qualsiasi tipo di oggetto che nell’immaginazione prende forma secondo la propria fantasia. Ma è realmente un sogno?
Svankmajer a volte provoca o cerca di lasciare un finale aperto per dare così la possibilità allo spettatore di trovare una propria rappresentazione. Il soggetto si rifà poi ad entrambi i libri dando così la possibilità al regista di attingere da più materiale inserendone poi delle parti assolutamente personali.
Il piccolo universo c’è tutto dal bianconiglio, mai così tetro e grottesco, un pupazzo che passa quasi tutto il tempo a ripetere gli stessi gesti e cercando di cucire il ventre squarciato da cui esce segatura che matematicamente si rimette in bocca. Lo stesso diventa poi qui a differenza del libro il carnefice per opera della regina che gli indica i cortigiani da uccidere.
Il cappellaio matto e la lepre marzolina così come il topo hanno una parte relativamente breve rispetto ad altre interpretazioni. Il primo qui è uno schiaccianoci di legno che passa il tempo a scambiare di posto in tavola con la lepre che senza farlo apposta segue sempre la via più lunga. Il brucaliffo dopo il bianconiglio è il più spettacolare soprattutto per la forma costituita da un calzino con gli occhiali e la dentiera.
Sono proprio i denti, le forbici, i coltelli, le carte, gli oggetti aventi lame o in grado di tagliare ad essere un elemento ricorrente nella pellicola come a voler ribadire come tutti quanti siamo spesso,  con sempre più facilità, pronti a tagliare le teste dei nostri avversari, a tagliare le comunicazioni e i rapporti tra gli individui.
In effetti tutto il film è pervaso da personaggi che non fanno altro che comportarsi in maniera inquietante soprattutto nei confronti della protagonista che come nella scena del topo che cerca di cucinargli sulla testa reagisce immediatamente come a non volersi assolutamente collocare come un essere inferiore a quel buffo teatro di personaggi sempre in corsa contro il tempo.
Il punto sta proprio qui nel dare un quadro diverso più improntato sulla fuga onirica di una bambina sola, mica tanto indifesa,curiosa e forse un po’ depressa dal momento che la scena emblematica dello schiaffo della sorella all’inizio ritorna con i remi da parte del bianconiglio come a ribadire che ci sono cose che ancora non può fare e una gerarchia di ruoli da rispettare.
L’ambiente poi gioca un altro ruolo importante isolandola continuamente, impadronendosi di lei e facendola addirittura diventare una statua da cui poi lei esce rompendo il guscio che la trattiene(scena personalissima inserita ad hoc dal regista).

Dal punto di vista tecnico il film è impeccabile. L’utilizzo della stop-motion è formidabile così come la capacità di dare una forma a qualsiasi cosa trasformando e ribaltando tutto come d’altronde un degno surrealista dovrebbe saper fare. Nel caso del regista ceco il risultato non può avere rivali.
Ritratto più oscuro con stanze asettiche e in alcuni casi una totale mancanza di musica per dare enfasi ai rumori.
Il maestro surrealista così conferma un talento visionario unico ripreso poi da tanti, citato e tenuto molto in considerazione da alcuni grandi cineasti come il signor Terry Gilliam.
Sicuramente il suo film migliore rispetto ad altri lavori ancora più sperimentali carichi e pervasi da un altro tipo di cinismo.