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lunedì 7 ottobre 2019

C'era una volta...a Hollywood

Titolo: C'era una volta...a Hollywood
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rick Dalton, attore televisivo di telefilm western in declino, e la sua controfigura Cliff Booth cercano di ottenere ingaggi e fortuna nell’industria cinematografica al tramonto dell’età dell’oro di Hollywood.

Il nono film del regista americano, sempre sulla bocca di tutti, ci regala il film più ambizioso e meno cinematografico della sua carriera ma anzi metacinematografico.
Un film che sembra un testamento di un regista ancora in forma che racconta e si racconta omaggiando uno dei suoi generi preferiti e alcuni dei nostri autori italiani dello spaghetti western. Un genere che proprio in quegli anni ormai saturo  stava cedendo il posto alla nuova Hollywood, agli hippy riscrivendo così una generazione odiata e schifata dal protagonista, quell'anno zero della società. In quel microcosmo dove tutti cercano lo sballo bevendo e fumando, il totale disfacimento diventa uno dei simboli chiave del film, che ruota attorno a Rick come ai fantasmi nel'armadio di Booth guardando alla totale distruzione della società dove tutto è lecito e dove dietro la bellezza c'è tanto smarrimento e solitudine.
Un'opera da un lato ambiziosa, la tragedia di Sharon Tate, dall'altro nostalgica e per alcuni aspetti in più punti anche difficile da sopportare (i deliri e i monologhi di Rick Dalton sul set). L'ultimo film di Tarantino a differenza di tutto il resto del suo cinema, non sembra avere una trama vera e propria, dura moltissimo, si prende i suoi tempi allargandoli, dilatandoli e deformandoli, divertendosi a ricostruire con spirito più o meno filologico la Hollywood degli anni Sessanta e i suoi prediletti film di serie B ed è il terzo film della sua filmografia che riscrive la storia come succedeva per INGLORIOUS BASTARD e Django Unchained perchè solo in questo modo può avvenire il suo riscatto.
Tuttavia ci sono alcuni momenti che non possono essere definiti solo deliziosi ma di più, riescono a far andar fuori di testa qualsiasi amante del grande cinema e parlo ovviamente di quel finale riscritto, quell'ultima mezz'ora dove finalmente si arriva al dunque, con Cliff vero protagonista e forse del vero finale (la scena in cui Dalton viene invitato ad entrare nella Hollywood che conta) dove per un attimo ho pensato che potesse e volesse rimanere aperto per farci credere che forse accantonato un nemico, quello vero sta per arrivare.
Un regista che da sempre ha fatto quello che ha voluto ( in pochi ci sono riusciti) uccidendo il cinema, i suoi protagonisti, i suoi eroi, a volte arrivando ad uccidere il cinema che lui stesso ama e glorifica. E'forse l'opera più anomala di tutte che si distacca dai suoi precedenti lavori dove il sangue è centellinato, ma la scena finale è pregna di sanguinolenti minuti dove di nuovo le fanciulle non fanno una bella fine, così come le scene di combattimento e le linee temporali sfasate, qui tutto coincide pienamente è viene riassunto in quel fatidico '69 da febbraio ad agosto.
Se pensiamo che la parte più bella dura mezz'ora e coincide con il climax rimangono davvero tanti dubbi e forse una pretenziosità in altri momenti ormai sfuggita di mano.
L'aver preso a pugni in faccia e spappolato le facce dei componenti della Manson family è cosa grata di cui sarò sempre felice, Polanski forse per questo, trattandosi di un gioco non ha detto nulla, Tate sprecatissima dove il culmine arriva laddove lei entra in un cinema per guardarsi e lasciando tutti sgomenti per l'assoluta inconsistenza della scena, e un Brad Pitt immenso, il vero cuore pulsante del film, uno psicopatico che non si vedeva da tempo che quando entra nel covo della bestia mette tutti in riga come dei morti viventi di romeriana memoria.

Marianne-Prima stagione

Titolo: Marianne-Prima stagione
Regia: Samuel Bodin
Anno: 2019
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Una famosa scrittrice horror torna nella sua città natale e scopre che lo spirito malvagio che la perseguita in sogno sta provocando il caos nel mondo reale

I francesi nell'horror hanno sempre fatto scintille.
Marianne è un compendio di così tanti elementi mischiati che ne sanciscono variazioni su generi ormai ampiamente abusati, una trama opprimente e allo stesso tempo per un mood claustrofobico infarcito di elementi.
Un'operazione commerciale con tanti obbiettivi tra cui sicuramente quello di spezzare una monotonia di scrittura e puntare tutto sull'azione e i jump scared (davvero..davvero troppi). Un prodotto dove il soprannaturale, il disagio reale, la città che richiama demoni e segreti con i suoi inquietanti sacrifici, i personaggi (pochi ma buoni) che cercano di divincolarsi da una caratterizzazione spesso accennata e confusa.
Marianne mischia spesso i piani temporali, regala tanto di quel sangue che si fatica a credere ma allo stesso tempo, pur essendo pensata per un pubblico giovane (vietata ai minori di 14 anni) non riesce mai a far paura e inquietare davvero a causa del suo ritmo troppo accelerato e di una protagonista sfacciata che non sembra mai avere paura di nulla (nonostante quello che le succeda ha dell'incredibile). Un canovaccio con troppi elementi, spesso sbilanciati, che non sembrano dare mai una calma per soffermarsi a pensare a cosa stia succedendo, una continua burrasca, come il mare e le onde che si infrangono sugli scogli di Elden.
Sembra la risposta europea, con i tocchi classici dell'horror americano, delle Terrificanti avventure di Sabrina-Season 1 con più sangue e il taglio ancor meno teen.
In fondo i parti mentali di una scrittrice che diventano reali si sono già viste. I richiami sono tanti come le citazioni all'interno della serie.
Streghe, possessioni, sedute spiritiche con cani indemoniati, demoni che escono dal grembo materno, personaggi che svaniscono nel nulla senza più tornare se non sotto forma di fantasmi, tremendi incubi d'infanzia, un manipolo di amici fedeli che diventano a loro insaputa vittime sacrificali e per finire forse una delle cose più belle, la cittadina di Elden, con i suoi grigi paesaggi marini.
Dal punto di vista tecnico il risultato è impeccabile. Marianne, per l'enorme quantità di dettagli e formule andrebbe visto tutto insieme senza lasciare grossi buchi per non perdersi in una trama che allo stesso tempo se si fosse presa più tempo, togliendo elementi e approfondendo ancora di più quanto chiamato in causa, poteva risultare ancora più accattivante. Il risultato finale è comunque buono, averne di serie di questo tipo, e messe in scena con coraggio e tante formule narrative.

domenica 29 settembre 2019

Housewife

Titolo: Housewife
Regia: Can Evrenol
Anno: 2017
Paese: Turchia
Giudizio: 3/5

Una vecchia amica trascina Holly sotto l'influenza di una setta il cui leader sostiene di poter "navigare" nei sogni altrui. Violenti traumi infantili riemergono, realtà e fantasia si intrecciano, fino alla rivelazione di una verità sconvolgente e, forse, all'avvento dell'Apocalisse.

Evrenol ha girato uno degli horror più belli degli ultimi anni Baskin.
Il regista turco ha però un problema che non nasconde anzi sembra quasi essere un'arma a doppio taglio nel suo cinema. I suoi film, il suo cinema non deve avere per forza un percorso di significazione. Housewife, il suo secondo film ne è una prova lampante, aprendo porte senza doversi preoccupare di richiuderle. Come il film precedente Housewife è infarcito di tanti elementi, alcuni davvero molto interessanti, carichi di una violenza di matrice gore che non accenna a spegnersi.
Tante strade che portano ad un finale visivamente molto bello che cita come ormai fanno in troppi il maestro di Providence. Ci sono di nuovo le sette, ma meno interessanti rispetto a quella mostrata nel film precedente. Una sorta di Anticristo, e un universo scioccante fatto di madri isteriche che uccidono le proprie figlie, bambini incappucciati, percorsi iniziatici, la progenie maledetta dei Visitatori, il Male assoluto che emerge in tutte le sue forze, i traumi infantili e l’oscura paura latente nell’uomo che non ha una forma definita risultando inquietante.
Housewife è un film composto perlopiù da quadri molto stilizzati, dove i colori e le luci fanno da padroni infarcendo il film e facendolo di nuovo risultare scioccante sotto certi aspetti.
Evrenol dopo uno stuolo maschile predilige una protagonista caratterizzandola, lei e gli altri, a dovere senza lasciare tutto ai posteri ma scegliendo una strada per certi versi dove il sogno e l'incubo diventano i simboli di una narrazione con risvolti psicoanalitici e dove la tripartizione e lo schema matrilineare siglano un passo importante in avanti per il regista. Evrenol dimostra di saper scrivere anche se non padroneggia ancora bene alcuni risvolti come buttarla spesso nella suggestione come a sconvolgere la psiche dello spettatore e fare un passo indietro rispetto ai fasti e la furia dell'opera prima che con molte meno pretese raccontava una storiella pura e semplice.
Adottando strategie narrative non sempre funzionali come il continuo spostamento dei piani di narrazione paralleli, fra sogno e realtà, passato e presente, Housewife sancisce il talento di un regista che citando tanto cinema e letteratura non nasconde che la sua voglia di fare cinema è merito di un nostro caro regista avvezzo ai generi e alla sperimentazione: Lucio Fulci.

Jeepers Creepers 3

Titolo: Jeepers Creepers 3
Regia: Victor Salva
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La storia è incentrata su Tubbs, che guida una task force creata per distruggere il Creeper. Il film si concentra sull'ultimo giorno dei 23 giorni che scatenano la frenesia carnivora del Creeper, un evento che ricorre ogni 23 anni.

Si vede che è trascorso del tempo in tutti i sensi, che la regia è meno brillante ma più sciatta e annoiata, la stessa creatura sembra andata in pensione lasciando il furgoncino con tanto di trappole ad uccidere le vittime sacrificali e poi tanti personaggi che non servono, un montaggio in più momenti scordinato e tanti wtf.
Jeepers Creepers 3 non si capisce bene da chi sia stato voluto, ha avuto importanti problemi legati alla produzione, maestranze che non ci credevano e non ci hanno creduto, compreso il cast, Salva ai minimi storici dopo numerose polemiche scatenate dal passato per una condanna di pedofilia alla fine degli anni Ottanta, dove Victor ha ben pensato di inserire nel film una protagonista con una storia di abusi minorili e una linea di dialogo che provocatoriamente giustificava il suo carnefice.
Il polverone sollevato dal fattaccio ha generato inevitabili boicottaggi del film, che però non hanno impedito di raccogliere i frutti di una saga che ha lasciato ottimi ricordi nel pubblico, così dall’iniziale intenzione di distribuirlo solamente direct-to-video limitandolo nei cinema.
JC3 è stato incredibilmente sfortunato come dicevo per tanti e diversi fattori addirittura infilando dei problemi quando potevano benissimo non esserci e parlo di una sceneggiatura che sembra quasi improvvisata e un'ambientazione tra il primo e il secondo capitolo.
Lo stesso mostro sembra non essere più lo stesso senza regalare quelle trasformazioni, quella componente splatter in cui mangiava crani interi di giovani ragazzi e dove decorava le pareti con i corpi martoriati delle sue vittime. Rip

Jeepers Creepers 2

Titolo: Jeepers Creepers 2
Regia: Victor Salva
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il Creeper ogni 23 primavere torna a vivere per nutrirsi di carne umana. Stavolta tocca ad una squadra di basket del college di ritorno da una partita. Asserragliati nel bus, giocatori e cheerleaders resistono come possono alla creatura, in attesa che venga loro in aiuto un contadino, cui il demone alato ha rapito un figlio, assieme all'altro suo figlio.

Dopo il buon successo del primo capitolo, Salva ritorna a filmare il sequel, cambiando drasticamente di rotta, allargando il cast e lo schema corale, aggiungendo storie per tornare infine ad una strada desolata nel mezzo del nulla dove far convergere il mostro e la galleria di vittime sacrificali. Con un prologo e un incidente scatenante interessante e per nulla banale, un bambino sacrificato e portato via, passiamo al solito pulmino di giocatori di basket e  cheerleaders che dopo qualche battuta speriamo che muoiano male e in fretta. Se il Creeper del primo capitolo cercava di nascondersi senza attirare troppo l'attenzione in questo caso e un bus invasion con la creatura che uno alla volta porta via e si sazia dei predestinati.
Nonostante alcuni momenti in cui i dialoghi, l'interpretazione e il ritmo non sono così calibrati a dovere, rimane una sorta di sequel abbastanza originale che cerca di divincolarsi dal suo predecessore alzando la posta in gioco e rischiando in tanti momenti riuscendo però ad uscirne a testa alta. La violenza anche qui non manca con alcune scene notevoli e splatter come nel primo capitolo, Taggart in stato di grazia che emula Achab e infine come per la saga di Krueger il male che non si annienta mai ma viene solo rallentato dal momento che il demone, dopo essersela vista brutta, va solo in letargo, insinuando il sospetto di invulnerabilità dell'essere e uno spiraglio per una nuova minaccia in un remoto futuro.

Jeepers Creepers-Il canto del diavolo

Titolo: Jeepers Creepers-Il canto del diavolo
Regia: Victor Salva
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due giovani, stanno viaggiando su una strada periferica quando si trovano coinvolti in una serie di vicende inquietanti. Il mistero ruota attorno a "the Creeper", misteriosa creatura malvagia che appare ogni 23 anni per nutrirsi di carne umana. I due scopriranno il mistero che si cela dietro la creatura.

Il merito del film di Salva, che firmerà anche i due successivi capitoli, è quello di mettere su una storia semplice ma solida, affidandosi a pochi attori, una creatura interessante che strizza l'occhio a tanti bei mostri in particolare a Mothman Prophecies.
Un mostro che si nutre della paura, che sembra muoversi a suo piacimento per le infinite strade americane di campagna a bordo di un furgoncino che diventerà il vero protagonista del terzo capitolo. L'oracolo che rivela dettagli importanti sul mostro, una carneficina all'interno della stazione di polizia, una caverna tappezzata di corpi umani e un finale inaspettato e davvero crudo che chiude in bellezza un film che quando vidi la prima volta al cinema alla sua uscita non mi colpì particolarmente. Il giudizio non è cambiato poi molto ma il fatto che la creatura rimanga sempre in silenzio con quelle pose da creatura dei cieli e degli abissi, ricordandomi a tratti il vampiro di Night Flier per la sua eleganza e di fatto muovendosi in silenzio chi a bordo di un aereo e chi su un furgoncino.
Se la canzoncina è solo un pretesto, a conti fatti nel film non manca di certo l'azione, i richiami spielberghiani, buoni effetti speciali, la crudeltà innata del mostro che deve ricomporsi il corpo ogni 23 anni, dialoghi mai troppo banali e qualche punta d'ironia che non gusta mai.

mercoledì 10 luglio 2019

Brightburn


Titolo: Brightburn

Regia: David Yarovesky
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Brightburn, Kansas. Tori e Kyle Breyer sono una coppia che cerca invano di avere un figlio, pur dedicandosi al tentativo con impegno e convinzione. Una notte, qualcosa precipita nei pressi della loro fattoria. Detto fatto, i Breyer hanno un figlio, al quale danno il nome di Brandon. Anni dopo, Brandon ha dodici anni ed è un bambino introverso e particolare. A scuola è bravo, ma non proprio popolare tra i compagni. Inoltre, Brandon sembra attirato da qualcosa che si trova nel sotterraneo di una rimessa della fattoria di famiglia. Ma sembra anche avere una forza insospettata, di cui lui stesso si sorprende per primo. Tori comincia a preoccuparsi e cerca supporto psicologico per Brandon. In realtà, le cose sono molto più complesse: Brandon prende coscienza dei suoi super poteri e di non essere per niente normale. Comincia perciò ad agire come un super eroe, ma da ciò conseguono problemi seri per tutti.

Brightburn è lo strano caso di un film per il cinema con un super eroe votato al male violentissimo che non si farà nessuno scrupolo ad uccidere i suoi "genitori".
Anomalo, tutt'altro che scontato e soprattutto un film che non fa sconti a nessuno.
Semplicemente Brandon nel momento in cui scopre il male ne diventa succube senza provare nessun tipo di sentimento o emozione ma agendo seguendo un impulso irrefrenabile che lo porterà a stanare chiunque provi anche solo a redarguirlo.
Ci sono tante scene violentissime, il torture e lo splatter non mancano e alcune scene nelle esecuzioni del bambino fanno proprio pensare a Chronicle quando incontra Superman malvagio.
La messa in scena di Yarovesky è ottima sfruttando una fotografia molto calda e accesa dove i rossi sembrano illuminare lo schermo come luci al neon. A differenza però proprio di Chronicle dove i ragazzi usavano i poteri contro la società, qui la storia si focalizza molto di più sull'importante legame familiare. La disgraziata coppia che trova il bambino in un astronave, dovrà fare i conti con la mente malata e violenta più pericolosa degli ultimi vent'anni del cinema se contiamo l'età del suo protagonista.
Brandon diventa a tutti gli effetti il villain, l'antagonista, il super eroe del male, più tosto, cazzuto e spietato del momento. Contro ogni spoiler uccide: compagna di classe (gli spezza solo la mano), la madre della compagna (attenzione alle scena del vetro nell'occhio), il patrigno, la matrigna, la zia, lo zio, due poliziotti e poi chi lo sa...il film finisce mentre fa schiantare un aereo di linea pieno di passeggeri (ovviamente tutti morti) contro casa sua.
C'è però qualcosa nell'esordio di Yarovesky che non funziona...tutto è sparato a mille dalla regia, al montaggio che non lascia respirare un secondo e alla psicologia soprattutto della madre del ragazzino davvero troppo stereotipata dove i dialoghi alle volte appaiono per lo meno ridicoli.
E'un vero peccato. Brightburn ha uno scorrimento così veloce da far perdere d'occhio alcuni particolari e buchi di sceneggiatura abbastanza importanti.



Pledge


Titolo: Pledge
Regia: Daniel Robbins
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Justin, Ethan e David sono tre sgraziati studenti costantemente respinti dalle varie confraternite del college, finché accettano l'invito ad un party da parte dell'attraente Rachel (Erica Boozer). Convinti di essere stati presi in giro, anche per via dell'insolito indirizzo, i tre giungono invece in una splendida villa riuscendo a trascorrere una vivace nottata tra alcol, ragazze bellissime e disinibite. Al mattino non rifiutano quindi l'ulteriore invito, per quella sera stessa, fatto da Max (Aaron Dalla Villa), il padrone di casa. Questa volta, però, all'appuntamento non trovano sexy fanciulle ma un gruppo di affiliati alla Crypteia, un club elitario dal quale -a seguito di prove durissime- escono solo i migliori. Quelli cioè destinati a posti di rilievo in ogni settore socialmente significativo. Un marchio a fuoco vivo sulla pelle, intrugli disgustosi fatti ingerire a forza ed altri indicibili prove, sono solo il preambolo a torture e sevizie sempre in crescendo, e sconfinanti sino alla morte.

I film sul bullismo o meglio sulle confraternite da sempre sono una tematica cara agli americani nel thriller e nell'horror cercando di raccontare come le pratiche per diventare membri esclusivi possano essere di una violenza e di una barbarie incontrollata.
Robbins firma un teen movie dove a differenza di GOAT giusto per fare un esempio, la cattiveria gratuita porta ad una violenza anch'essa gratuita, che purtroppo svanisce ogni minima premessa o speranza per la continuità del film, sacrificando ogni azione e ogni gesto ad un'opera che diventa di un'ipocrisia fine a se stessa.
Pledge vorrebbe diventare un horror ma non lo diventa mai, cerca nell'incidente scatenante una scusa che non regge, un impianto assurdo (la villa esclusiva nascosta in mezzo al bosco pieno di modelle che fino a prova contraria sono pure abbastanza inutili nella storia tolta una scena) diversi buchi di sceneggiatura e alcune azioni che non portano a nulla di buono.
L'unico elemento positivo è dato dalla fretta con cui muoiono i protagonisti, una mattanza in fondo necessaria, infine il climax finale che non poteva che mostrare il disgraziato nerd sfigato e grassottello vincere a mazzate, in un fight club tra i più brutti mai visti, contro il leader dei bulli.



martedì 2 luglio 2019

Husk


Titolo: Husk
Regia: Brett Simmons
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di amici si trova in difficoltà proprio vicino a un campo di grano e cerca riparo nella fattoria che si trova nei pressi. Presto si accorgeranno che la dimora è il centro di un rito soprannaturale.

Tutto comincia nel 2005, quando Brett Simmons presenta al Sundance un cortometraggio di circa venticinque minuti (disponibile su Vimeo) che, pur offrendo attori diversi, tra cui lo stesso regista nella parte del protagonista Brian, condivide con questo Husk del 2011 sia il titolo sia il soggetto.
Sono tanti gli spauracchi che popolano e infestano la nutrita galleria di mostri e quant'altro nell'horror. Simmons che non è il primo e non sarà di certo l'ultimo parla di spaventapasseri, quelle figure inquietanti che da sempre hanno spaventato più le persone dei corvi.
In passato alcuni esempi ci sono stati anche se sfruttavano più la location dei campi e l'atmosfera che non lo spaventapasseri in sè che forse per evidenti ragioni non sembrava poter reggere sulle spalle tutto il film. Anche in questo caso per fortuna non viene inscenato come un semplice mostro che uccide senza pietà. Nella sua ora e venti il film, pensato a tutti gli effetti come l'opera artigianale a cui l'autore riserva tutta la pazienza del mondo, Simmons riesce a condensare paure e suggestioni che il cinema horror non ha mai approfondimento veramente mostrando il solito gruppetto di ragazzetti scemi che amiamo vedere uccisi ma dandogli un movente, una ragione per essere uccisi, non trovandosi solo lì e basta, ma violando un cerchio magico, un rituale che seppur con tutti i suoi limiti riesce a coinvolgere e dare aspetti più interessanti alla storia.


lunedì 17 giugno 2019

Basket Case 3-Progeny


Titolo: Basket Case 3-Progeny
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il terzo capitolo della trilogia si apre con le sequenze finali di "Basket case 2", con particolare attenzione all’amplesso tra Belial e la donna mostruosa simile a lui. In seguito ci troviamo in una sorta di manicomio dove Duane, con indosso una camicia di forza, è rinchiuso in una stanza imbottita mentre è intento a mangiare da una ciotola per cani. La signora Ruth, beniamina dei mostri già vista nel film precedente, lo fa uscire. Liberato Duane, l’attenzione passa alla comunità dei mostri, all'interno della quale si trova la nuova compagna di Belial, attualmente incinta: quest’ultimo non parla con il fratello nemmeno mentalmente, perché offeso a causa del comportamento irrazionale tenuto nei suoi confronti. L’allegra brigata di mostri e Duane, capeggiati dalla signora Ruth, si reca verso la casa di un loro conoscente di vecchia data, per far partorire la mostruosa compagna di Belial.

Nel terzo capitolo della trilogia di Henenlotter su Belial, il livello trash e demenziale tocca le sfere più alte con alcune scene probabilmente indimenticabili per quanto concerne il duro braccio di ferro tra lo schifo e lo schifo cosmico.
A differenza del secondo capitolo, il mood è lo stesso, anche in questo caso viene sdoganato tutto in chiave ironica, con pochissime scene di sangue (la vendetta di Belial dopo l'uccisione della moglie) e di violenza in generale, contando che l'amore è arrivato nelle vite dei protagonisti portando una minore instabilità e un senso di responsabilità diversa.
Come nel secondo capitolo qui il concetto di violenza è più legato al clima di cattività, di nascondere ciò che è diverso dalla comunità per paura e vergogna che venga escluso o maltrattato.
Basket Case 3 come il 2 e tanto cinema della Troma potrebbe essere relegato più verso l'orrido che non l'horror, giocando e saltellando da una parte all'altra, divertendo ed esagerando al contempo e regalando parte di quello schifo cosmico che come accennavo prima è una importante costola di questo filone cinematografico.

Basket Case 2


Titolo: Basket Case 2
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sopravvissuti a un drammatico incidente, Duane Bradley e il deforme fratello Belial vengono accolti da Nonna Ruth, che si prende cura di alcuni esseri mostruosi e infelici insieme alla giovane Susan. Tutto sembra andare per il meglio, ma l'inquietudine di Duane e la curiosità di alcuni giornalisti scateneranno la tragedia.

E'curioso che il sequel del primo capitolo arrivi con ben otto anni di distanza mentre a livello temporale il film cominci esattamente da dove finiva il precedente. Basket Case 2 prende letteralmente un'altra piega diventando una commedia grottesca ironica e più commovente perdendo del tutto quella precisa vena splatter che contraddistingueva il primo
Una scuola di mostri buoni (Cabal tra le righe, tra l'altro uscito lo stesso anno), anche se le analogie sono più verso la scuola Kauffman della Troma con cui Henenlotter soprattutto in questo sequel e nel successivo omaggia o sceglie in particolare un mood trash e weird che non horror splatter.
Un film piacevole, che quasi trascende l'horror, per arrivare nel suo piccolo a parlare di esclusione, l'oasi dei mostri che devono rimanere nascosti e relegati, l'invidia ma più di tutto il concetto di normalità nel dover scegliere tra gli orridi e indifesi e fragili freaks o gli esseri umani crudeli e meschini
Se il primo Basket Case era piaciuto così tanto tra i b-movie era sicuramente per la sua storia eccessiva e gli effetti speciali artigianali.
Qui gli spunti per mandare avanti un soggetto molto più deboluccio faticano ad ingranare e alla lunga il film ne soffre, anche quando cerca di trovare delle soluzioni estreme per risultare interessante come la scena di sesso tra Belial e la futura compagna e moglie.

High School Girl Rika-Zombie Hunter


Titolo: High School Girl Rika-Zombie Hunter
Regia: Fujiwara Ken'ichi
Anno: 2008
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Una studentessa normale, Rika, salta un giorno di scuola per visitare il paese di suo nonno,Ryuhei, che se ne era andato da casa di Rika due anni prima. Ma scopre che tantissimi zombie stanno assediando la città!. Rika all'inizio raggiunge la casa di nonno Ryuhei facendosi largo attraverso di loro, ma alla fine viene attaccata. Senza riuscire a capire cosa sia accaduto di preciso alla nipote, Ryuhei utilizza le sue abilità di gran chirurgo sulla nipote,trasformandola in RIKA,la stupenda guerriera! Adesso,nella veste della più grande ragazza guerriera, RIKA si confronterà con il vile capo degli zombie, Glorian, assieme ai suoi amici Takashi and Yuji.

Siamo infine arrivati al terzo film che chiude una saga abbastanza trascurabile nella produzione del sotto genere Dnotomista e Nihozombie.
Dopo Zombie self defence force e Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers arriviamo forse al capitolo più brutto o meglio quello che a differenza dei primi due ha goduto di un budget ancora più risicato portando il regista a soluzioni quanto meno improbabili ma visto il genere il tentativo può starci. Fujiwara non avendo soldi ha cercato come da sempre insegna la tradizione dei b-movie di puntare a tutti quegli accessori secondari in grado di alzare l'hype dello spettatore con tette al vento, zombie tremendi, dialoghi improvvisati, un montaggio che sembra essersi perso dei pezzi per strada, recitazione ai minimi storici e scenografie da infarto dove a confronto la carta da parati dei film porno sembrava attaccata da Dante Ferretti.
Quello che mi ha stupito sono state soprattutto le soluzioni o gli espedienti usati.
Facendo un paragone con un b-movie che è diventato un mezzo cult e parlo di un film del maestro Takashi Miike, in FUDOH ad esempio metteva ragazze che sparavano palline dalla figa, facendo ridere e al contempo creando un precedente trash assoluto, mentre qui la ragazzetta a cui amputano un braccio e gliene saldano uno nuovo, maschile, da body builder, non vale nemmeno il paragone perchè non solo non è minimamente credibile il make up ma non ha fa ridere per nulla.
Ecco la fantasia e l'estro giapponese che speravo qui emergesse senza limiti e regole assume quasi l'aria da paradosso con la comparsa di una creatura mostruosa deforme di improbabile origine finale che lascia pensare che il regista stesse girando due brutti film sullo stesso set.




venerdì 14 giugno 2019

Basket Case


Titolo: Basket Case
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il giovane Duane Bradley si aggira per New York con un'enorme cesta di vimini, che contiene il deforme fratello siamese Belial. Decisi a vendicarsi della separazione subita per volere del padre, eliminano uno a uno i responsabili, ma quando Duane si innamora della giovane Sharon, qualcosa si spezza.

Basket Case oltre ad essere una chicca davvero insolita per gli ani '80 sembra quasi prendere alcuni esperimenti usciti dai film di Cronemberg e virarli verso lo splatter . Il film funziona molto bene proprio grazie al funzionale impiego della suspance per cui vediamo soprattutto nel primo atto il meno possibile il gemello di Duane, chiedendoci chi o cosa possa essere l'autore di tali massacri soprattutto contando il rapporto molto ambiguo, proprio da gemelli siamesi, che si crea tra i due.
L'opera artistica di Henenlotter è uno dei cult indiscussi tra gli horror anni '80 creando un body horror senza precedenti.
Creare pupazzoni in stop motion, unire all'assenza di budget idee e una creatività molto esplosiva (Henenlotter, Svank Majer, Herschell Gordon Lewis, Russ Meyer) in tempi d'oro dove soprattutto il cinema incassava parecchio e i registi potevano essere liberi di dare forma e sfogo alle proprie fantasie nella maniera più folle e accattivante. Mostri, assassini mascherati oppure il corpo femminile e l'exploitation.
Basket Case sulla carta aveva tutti gli elementi per finire davvero male (stile semi amatoriale, attori non professionisti, aspetti tecnici decisamente pessimi, ma il tutto anzichè apporre un giudizio negativo proprio per la sua demenzialità di fondo, si rivelò una spinta portandolo ad essere un lavoro d'artigianato con alcune pecche ma che quando ci mostra la rabbia di Belial e i suoi omicidi sembra prendersi tutte le rivincite possibili
Anche i temi a differenza di altri horror di genere sembrano mettere qualcosa in più sulla tavola provando a disegnare una situazione in cui il rapporto malato tra due gemelli siamesi ci porta a riflettere sul lato oscuro della natura umana e quanto spesso bastino poche distrazioni per farci dimenticare i nostri obbiettivi





Wolf Creek


Titolo: Wolf Creek
Regia: Greg McLean
Anno: 2004
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Liz, Kristy e Ben sono in viaggio in auto alla scoperta dell'outback australiano. Dopo un'escursione nel parco nazionale di Wolf Creek, i tre scoprono che la loro auto non parte. Un aiuto inatteso arriva da un carro attrezzi guidato da Mick, che si offre di riparare la macchina, dopo averla condotta alla sua officina. Una volta lì i ragazzi si addormentano intorno a un falò, mentre il meccanico comincia a lavorare. Ma quando Liz si sveglia si trova legata e imbavagliata. È l'inizio dell'incubo.

Cosa ci sarà mai di così affascinante nel deserto australiano? E' la metà privilegiata per chi medita una morte rapida senza contare che i suoi resti probabilmente non verranno mai trovati.
Ci troviamo nell'outback australiano quello osannato da tanto cinema horror post contemporaneo, quello dove il tasso di persone scomparse è il più alto da sempre e dove sembrano vivere nella flora e nella fauna animali e insetti in grado di ucciderti in pochi secondi.
Un gruppo di baldi giovani, teen disposti a tutto pur di non lasciarsi scappare le bellezze della natura e un bifolco che non sa più cosa fare per intrattenere il tempo oltre ad uccidere la gente, in particolare i turisti.
McLean si è consacrato all'horror con questi due slasher cruenti e che se è pur vero che parlano del solito gruppo di ragazzi e di un killer spietato che gli segue, tra il panorama e alcuni aspetti culturali, Wolf Creek è diventata una piccola chicca non solo in patria. A fatto seguito uno slasher ancor più violento Wolf Creek 2 e una mini serie davvero brutta Wolf creek-Season 1
Senza infamia e senza gloria, il film procede co un buon ritmo, facendo incetta di stereotipi ma senza mancare l'obbiettivo ovvero l'atmosfera e la suspance che seppur con qualche scivolone, funziona alla grande. Wolf Creek poi divenne famoso per essersi basato sulle truci gesta di Ivan Milat, serial killer di saccopelisti che a quanto pare terrorizzò l'Australia negli anni '90.

Cabin Fever(2002)


Titolo: Cabin Fever(2002)
Regia: Eli Roth
Anno: 2002
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di studenti affittano un capanno nel bosco per organizzare una festa. Ma, all'improvviso, il party viene interrotto da un uomo delirante e devastato dalle piaghe. Dopo una cruenta lite l'uomo scompare, ma la misteriosa malattia da cui era affetto comincia a contagiare i ragazzi. L'arrivo degli abitanti della zona, lungi dal porre rimedio, farà precipitare la situazione.

Cabin Fever forse voleva omaggiare tanti slasher vecchia maniera unendo il tema del virus e della mattanza finale tra studenti in uno spazio buio e angusto modello Raimi.
Il risultato è stato peggio del previsto contando che Roth è stato da sempre un fan dell'horror cercando a modo suo di essere originale, forse qualcosina con HOSTEL, prima di buttarsi su film tremendi, sequel e prodotti reazionari oltre che il cinema per bambini.
Qualcuno erroneamente a parlato di enfant prodige dopo i due capitoli che omaggiavano il torture porn, ma a parte una grossa amicizia con tante personalità importanti, questo tanto atteso talento non c'è mai stato a parte l'amore sconfinato per l'horror
Un regista molto sfortunato che deve parte del suo successo alle amicizie influenti e soprattutto ultimamente per aver cercato di dare un contributo al genere con alcuni piccoli documentari dove perlomeno sentiamo parlare gente interessante come Rob Zombie, che di certo a livello cinematografico sa bene come disturbare il suo pubblico.
Qualcuno per cercare di salvare la pellicola ha sostenuto che fosse una metafora sui danni portati dall'Aids, niente di più lontano dalla realtà contando che l'idea venne in mente al regista dopo un incidente con un'infezione alla pelle.
Cabin Fever prende alcuni solidi elementi smarcatamente di genere senza riuscire a non essere palesemente prevedibile e confezionando come negli intenti del regista un prodotto commerciale che mostrasse il lato oscuro dei nerd imbranati che ci piace veder soffrire e morire nelle maniere più atroci. L'idea del regista con questa pellicola era forse quella di creare un punto di non ritorno per un certo horror teen che come una piaga stava invadendo le sale con prodotti terribili e che stavano cercando di portare il genere alla deriva.


sabato 8 giugno 2019

Goal of the dead


Titolo: Goal of the dead
Regia: Benjamin Rocher
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sabato 18 aprile 2012. A Caplongue - un piccolo villaggio nel nord-est della Francia con una centrale nucleare, un'agricoltura industrializzata, una chiesa e un basso tasso di disoccupazione - la squadra di calcio locale è riuscita a raggiungere con coraggio e talento i trentaduesimi di finale della Coppa di Francia. Tutti sono in fibrillazione per l'arrivo del Paris Olympic, formazione di massima serie con giocatori ricchi e famosi, ma allo stesso tempo non desiderano perdere la partita. L'incontro, più che una semplice formalità, rappresenta lo scontro tra la campagna e il mondo urbano, tra il calcio dilettante e quello professionista, tra una città di provincia e la capitale e tra i poveri e i ricchi. Mentre i dilettanti di Caplongue danno del filo da torcere ai professionisti, una strana epidemia trasforma lentamente giocatori, spettatori e abitanti del posto, in creature strane ed infuriate.

Ormai quando si parla di zombie movie bisognerebbe fare due precisazioni, almeno.
La prima concerne chi ancora cerca di dare originalità al genere provandoci senza per forza riuscirci ma almeno sforzandosi.
La seconda invece è quella di chi non ha bisogno di essere originale attingendo da almeno una decina di titoli che hanno a loro modo fatto la storia.
Goal of the dead fa parte della seconda precisazione.
Gli europei a volte hanno delle idee davvero bislacche. Amo Rocher e il suo Horde è stata quella perla splatter sugli zombie che tutti chiedevamo in ginocchio. Poi prima di passare a prodotti commerciali per il cinema Antigang ha pensato bene di fare un mezzo esperimento, per fortuna riuscito.
Unire gli zombie al calcio in una commedia grottesca nera e ironica che riuscisse a tenere alti entrambi gli elementi, e quindi far ridere e far schifo allo stesso tempo.
Ci è riuscito, come ci era riuscito (film con cui vedo delle profonde analogie) quella chicca british del 2009 Doghouse di West.
Come dicevo Rocher insieme ai suoi colleghi se ne frega delle regole puntando su un film difficile e stratificato, scritto da troppe persone e con una fase di gestazione complessa dove ad esempio il secondo tempo è stato diretto da un altro regista.
I francesi mostrano però ciò che vogliono come gli inglesi e parte di un cinema indipendente europeo, per cui non devono andare troppo per il sottile e se ne infischiano della censura.
Se prendiamo il manipolo di personaggi, ognuno deve prendersi da solo così tanto tempo che non abbiamo, tutti a loro modo interpretano un clichè senza però portarlo quasi mai all'eccesso che invece Rocher poteva far sperare.

Chiesa


Titolo: Chiesa
Regia: Michele Soavi
Anno: 1986
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In una cattedrale gotica nella Germania dei nostri giorni accadono fatti misteriosi. I sotterranei, aperti incautamente da un bibliotecario troppo curioso, fanno uscire un'orda di creature maligne che possiedono e contaminano tutti i visitatori. La porta della chiesa si chiude misteriosamente. Tutti gli occupanti sono uccisi o invasati. L'unico che resiste è un prete di colore che, a prezzo della vita, fa crollare la cattedrale seppellendo nuovamente tutti i suoi terribili segreti.

Soavi era l'unico erede al trono di Dario Argento. Peccato che la scarsa filmografia, i problemi con le major e altri interrogativi hanno fatto sì che del regista milanese ci rimanga meno di un pugno di film, per fortuna diversi dei quali da ricordare.
Sul filone del genere neo gotico italiano, dopo i maestri che al tempo dettarono le regole indiscusse del genere, toccò a Soavi regalarci almeno due film molto importanti per l'horror, il sottoscritto e il successivo Setta. La Chiesa ha una struttura molto più complessa, si avvale delle maestranze più in voga di allora, punta su un cast internazionale e strizza l'occhio alle opere del suo mentore.
Doveva essere diretto da Lamberto Bava e uscire come terzo capitolo della saga “Demoni”, invece Bava, già in accordi con la Fininvest per dirigere la miniserie televisiva Fantaghirò, fu rimpiazzato dal suo aiuto regista Michele Soavi.
Un film molto complesso e discusso dove il tema principale, che ritroveremo in altre opere dell'autore, sembra coincidere con la geografia di un luogo (in questo caso la chiesa) che racchiude tutto il male del mondo ed è pronto a diffonderlo come riprenderà anni più tardi Carpenter con alcune sue opere.
Soavi dimostra un talento che la maggior parte dei registi odierni si sognano e tutto passa da un'accurata cura formale di ogni singolo frame e dettaglio del film dove nulla è riposto a caso.
Come per Inferno(1980) di Argento anche in questo caso il confine tra fantasy e horror e labile aprendo le porte a diversi spunti. Dai cavalieri teutonici, il medioevo, le streghe, le rune celtiche, passaggi segreti, creature orrende, trabocchetti nascosti nella chiesa nemmeno fosse una piramide egizia.
La chiesa rappresenta uno dei migliori esempi dell’ultimo periodo del cinema horror italiano.
Seppur con qualche strafalcione nel secondo atto che ammorba un po il ritmo e il susseguirsi delle azioni, tutta la parte del gruppo di personaggi bloccata nella chiesa alle prese con le entità demoniache è perfetta, fino ad arrivare alle fosse comuni dove venivano gettati gli eretici e dove alcuni si risvegliano decisamente furibondi con la santa madre chiesa.



mercoledì 5 giugno 2019

Zombie self defence force


Titolo: Zombie self defence force
Regia: Naoyuki Tomomatsu
Anno: 2006
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

L'onda di radiazioni irradiata da un UFO schiantatosi ai piedi del Monte Fuji resuscita i morti in tutta la regione trasformandoli in famelici zombies. Un gangster eliminato da uno yakuza, un suicida ed una donna incinta uccisa accidentalmente dal suo amante durante un alterco violento sono i primi morti viventi che diffondono il contagio azzannando chiunque attraversi il loro cammino. Un gruppo di soldati presente nella zona per una esercitazione impugna le armi contro le mostruose creature per proteggere una scolaresca in gita, salvare la propria pelle e l'intero paese. Gli zombies cadono sotto i colpi delle armi da fuoco o sono smembrati e decapitati da lame affilate, ma i nemici più insidiosi sono il feto della donna incinta che si è tramutato in un ferocissimo mostriciattolo sgattaiolante ed il mummificato eroe della seconda guerra mondiale venerato dagli abitanti come una divinità nazionale. Tra i militari, c'è anche un cyborg costruito in via sperimentale da una equipe di folli scienziati che sogna di creare un esercito di soldati imbattibili per vendicare in futuro la sconfitta subita per mano degli americani. Al termine della lunga battaglia, i dischi volanti tornano a volteggiare nel cielo profilando un nuovo pericolo...

Come per il j-horror e il sotto genere Dnotomista parliamo del "Nihozombie" in cui gli ingredienti sembrano unire elementi del cinema low budget a sotto generi con precise connotazioni cinematografiche dal trash, weird, erotico, commedia, ironico, zombie, invasioni aliene, splatter, gore, arti marziali etc. Tutto questo mischiato assieme in un gruppo di film che negli anni da parte di un certo pubblico hanno saputo diventare dei piccoli cult.
Parlo ovviamente di HIGH SCHOOL GIRL RIKA:ZOMBIE HUNTER, GIRLS REBEL FORCE OF COMPETITIVE SWIMMERS e JUNK.
La lista è ancora più fitta ma diciamo che questi sono i pezzi forti, quelli che con diverse difficoltà hanno oltrepassato il confine per giungere fino a noi sottotitolati.
Tomomatsu purtroppo ha diretto solo tre pellicole con cui l'ultimo più famoso facente parte del sotto genere Dnotomista conferma la sua passione per gli eccessi.
Infatti come per gli altri suoi film eccetto il primo, si riconferma una vena spiccata per lo splatter gore dove seppur il budget è limitato, i nipponici confermano di non fermarsi di fronte a nulla anche a ridosso di problematiche difficili da dimenticare (un set imbarazzante e alcune scenografie da capogiro). Il regista dimentica quella pacatezza che avvolgeva l'atmosfera del suo esordio per buttarsi su una galleria di scene gratuite e per certi versi tragi comiche dove purtroppo l'esito è l'assenza di violenza (non accenna mai a prendersi sul serio) e un cast composto da un gruppo di persone che fallisce miseramente il compito di portare un minimo di tono all'intera vicenda.



Vampire girl vs. Frankenstein Girl


Titolo: Vampire girl vs. Frankenstein Girl
Regia: Naoyuki Tomomatsu, Yoshihiro Nishimura
Anno: 2009
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

In un tragico triangolo amoroso, Monami/Vampire Girl dà a Mizushima per San Valentino un cioccolatino ripieno del suo stesso sangue, trasformandolo così in un immortale. Il terzo lato del tiangolo è Keiko, che vuole Mizushima tutto per sé. Ne deriva quindi un combattimento, ma quando Keiko muore inavvertitamente cadendo dal tetto, suo padre Kubuki scienziato pazzo la riporta in vita mettendole alcune parti del corpo di suoi compagni di scuola che le permetteranno di sconfiggere Monami in una battaglia all'ultimo sangue.

Tomomatsu è stato uno dei padri del "Nihozombie" e dello "Dnotomista" di fatto due sotto generi che avevano il preciso scopo di sovvertire le regole sfatando il taboo del lecito/proibito.
Sotto generi sicuramente più interessanti rispetto ai prodotti "Guinea Pig" che invece rappresentano esperimenti estremi di puro torture porn con accenni sul fenomeno dello snuff movie.
"Dnotomista" a cui questo film fa riferimento nato proprio da "Notomista" quella particolare attitudine allo smembramento dei corpi umani per veder la compositura interna di essi.
I film sono quasi tutti nipponici e vedono al timone alcuni registi mica da ridere con una loro personale e malata matrice d'identificazione.
Nishimura che firma il film assieme al sopra citato usciva dalle fila degli amanti dello splatter nipponico, un mestierante che al contempo era un visionario effettista con la fama di essere tra i più esperti macellai del settore (MEATBALL MACHINE ad esempio)
Al di là della strizzatina d'occhio sul nome della pellicola (che c'entra davvero poco) della sapiente mano di grafici esperti per rendere le locandine il più ghiotte possibili, il film ha una trama indefinib
ile, presa da un manga che dicono in patria abbia riscosso un certo successo, così come parte dello svolgimento e delle intenzioni dei protagonisti.
Un film con un'anima demenziale e surrealista che non riesce mai a rivelare il suo scopo o meglio l'intento del film apprezzandone gli sforzi e la voglia di distruggere ogni confine cinematografico. Sembra una confusa mattanza, una macelleria messicana tutta ritoccata al computer con i soliti protagonisti che sembrano camminare su una passerella di moda piuttosto che in uno scenario apocalittico dove ancora una volta l'esagerazione, che spesso ha portato a risultati più che ottimi, lascia il passo a qualcosa di irrisolto, uno spettacolo di luci e secchiate di sangue che sembra ogni volta ricominciare da capo risultando inconcludente e soprattutto irrisolto.



Dog Soldiers


Titolo: Dog Soldiers
Regia: Neil Marschall
Anno: 2002
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Durante un'esercitazione sulle Highlands scozzesi, un gruppo di soldati con armi caricate a salve, viene attaccato da un branco di lupi mannari. Aiutati da una ragazza si rifugiano in una casa, pronti a trascorrere una lunga notte sotto assedio.

Il sotto genere horror sulla licantropia è sempre stato saccheggiato e razziato nel corso degli anni da ieri a oggi con risultati altalenanti, ma con il merito di aver dato vita ad uno dei mostri più affascinanti di sempre.
Unire un film di lupi mannari all'action più esplosivo con una nota politica alla base e un'invasione con conseguente assedio che mettesse militari contro le bestie assetate mancava ancora all'appello e chi meglio di Marschall poteva mandare avanti la macchina.
Un film che funziona su più piani che non dimentica l'angoscia e la disperazione e il terrore dei soldati, sfruttando sapientemente la suspance e mostrando pochissimo le creature rese goffe e funzionali dallo scarso impiego di tecniche digitali rimanendo più fedele alle creature di Joe Dante.
Marschall si è subito fatto notare dal punto di vista tecnico per saper sfruttare molto bene il montaggio, unire ironia e scene splatter/gore e non lesinare sul sangue e sulla brutalità dei combattimenti
In più parlando della nuova corrente del british horror, Marschall come per gli infetti di Boyle integra le creature con tutti i canoni moderni con scene velocissime e montaggio serrato, estremismi orientali e sparatorie gratuite.