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sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

domenica 14 ottobre 2018

Father and Daughter


Titolo: Father and Daughter
Regia: Michaël Dudok de Wit
Anno: 2000
Paese: Olanda
Giudizio: 5/5

Un padre dice addio alla sua giovane figlia...

Credo che ci troviamo di fronte ad uno dei più toccanti cortometraggi mai realizzati.
Fazzoletti alla mano e via.
In una circolarità sorprendente De Wit in maniera minimale, silenziosa ma accompagnata da note struggenti ci mostra il rapporto intimo e speciale di un padre con la figlia che insieme percorrono, giorno dopo giorno, una lunga strada circolare pedalando.
Essenziale, evocativo di una certa malinconia, un viaggio nei ricordi, un fascino per un racconto umano e toccante che riesce a colpire proprio nei sentimenti e nelle emozioni.
Un tema che comincia a tratteggiarsi come quello della separazione e della mancanza, con pochi sapienti tocchi.
Le stagioni altro non sono che foglie al vento e campi di grano; le stagioni emotive, invece, girano coi raggi di una bicicletta
Un finale aperto e toccante raggiunge l'apice e sancisce in 9' un corollario perfetto di immagini con un'animazione semplice che riesce a far risaltare ancora di più l'atmosfera nostalgica di questa squisita opera.

giovedì 13 settembre 2018

As boas maneiras


Titolo: As boas maneiras
Regia: Marco Dutra E Juliana Rojas
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Clara, infermiera dalla periferia di São Paulo, viene assunta dalla misteriosa e ricca Ana come bambinaia, ancor prima che nasca il suo bambino. Presto le due donne sviluppano un forte legame, ma una notte fatale cambia i loro piani

In Brasile esiste una tradizione di storie legate alla licantropia, che di villaggio in villaggio si tramandano e si trasformano (come gli zombi ad Haiti).
Ma che bella sorpresa questo dramma con venature horror sui licantropi.
Il duo del collettivo "Film to caixote" hanno avuto sicuramente tanta voglia e tanto coraggio per scoperchiare una bella metafora politica attraverso un film di genere.
Dramma, horror, musical e in parte fantasy. Con una netta divisione in tre atti che ne sancisce una narrazione mai banale ma anzi continuamente supportata da una costruzione e alcuni colpi di scena e passaggi di testimone molto colti e funzionali, passando da un primo atto più intimista ed erotico agli ultimi due decisamente più ritmati e violenti per finire con un esplosione di fatti che riescono ad essere essenziali nella loro descrizione di un fenomeno tutt'altro che conosciuto.
I registi riescono a farcire il film di un'eroticità molto potente con diverse scene lesbo davvero tenere e molto dolci, presentando due protagoniste assolute che riescono nella loro diversità e situazione economica, ha convolare in una storia d'amore che vive di contrasti e di spaccature legate al misterioso passato di Ana.
Il merito essenziale è quello di scardinare i generi cambiando registro narrativo di atto in atto con un crescendo nell'ultimo e un climax finale esplosivo che riescono a mantenere una grande coerenza narrativa alternando stupore paura e pathos
Un film profondamente politico e in alcune scene volutamente sanguinolento senza mai eccedere che per alcuni versi potrebbe essere ricondotto ad una sorta di ROSEMARY'S BABY ambientato a San Paolo con pochissime scene in esterno e un'ottimo impianto tecnico con dei dialoghi che riescono a non essere mai banali ma invece profondamente incisivi.


Blind Loves


Titolo: Blind Loves
Regia: Juraj Lehotsky
Anno: 2008
Paese: Slovacchia
Giudizio: 3/5

Slovacchia, 2005. Il film segue tre anni nella vita di quattro persone cieche: Peter, insegnante di musica e compositore che condivide la sua vita con Iveta; Miro, un playboy della Roma che vive a casa con sua madre e frequenta Monika nonostante la disapprovazione dei suoi genitori; Elena, che sta aspettando con ansia il suo primo figlio e infine Zuzana, che ha appena iniziato una scuola integrata ma si trova in cerca di amore e amicizia online.

L’amore può essere dolce, stupido, e, a volte, può anche essere cieco… Trovare il proprio posto in questo mondo non è cosa facile per nessuno, ma quanto è più difficile quando si è non-vedenti? La “visione” delle persone cieche è pura ed essenziale, e spesso anche spiritosa. Fa scoprire una nuova dimensione sul senso della felicità.
Originale, così andrebbe definito il documentario del regista slovacco.
Un'opera con vari aspetti e scene surreali (basti pensare alla citazione dell'ATALANTE di Jean Vigò) in quella scena onirica e bellissima in cui Peter scende nei fondali marini e trova una piovra gigante.
Un film che spesso lascia disorientati proprio per la materia che tratta ovvero di come i cechi percepiscono il mondo. L'idea di aver fatto un film corale con diversi siparietti e descrivendo microcosmi molto diversi ma accomunati dalla cecità è un'idea valida e molto profonda che trova vari aspetti su cui fermarsi a riflettere.
Ad esempio una scena che identifica l'ansia e la paura ma allo stesso tempo diventa un aspetto della quotidianità della vita di questi protagonisti è quella della discoteca dove lei viene invitata a ballare da uno sconosciuto e il compagno per un attimo teme che possa succederle qualcosa, chiedendosi in maniera del tutto pertinente perchè mai uno che vede dovrebbe chiedere di ballare ad una non vedente. Un'opera che fa luce su degli aspetti per noi completamente nuovi dove la percezione del mondo vista dalla loro parte spesso è più essenziale e intuitiva di quanto si pensi soprattutto se può dar luce e forma ad una nuova dimensione di realtà.
Dei quattro capitoli o delle quattro storie è solo l'ultima a esprimere e descrivere la solitudine e la tristezza mentre nelle altre il bisogno o l'urgenza è forse proprio quella di concepire l'ironia alla base dei rapporti di coppia o quelli madre/figlio che esprimono tenerezza ed empatia e forse una delle uniche armi che noi tutti abbiamo per vivere sereni la nostra esistenza.



lunedì 10 settembre 2018

Ava


Titolo: Ava
Regia: Léa Mysius
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Ava, tredici anni. Durante l’estate, in vacanza al mare, scopre che sta perdendo la vista sempre più rapidamente. La madre ha deciso che questa dovrà essere l’estate più bella della vita di sua figlia, ma Ava affronta il problema, la vita e l’estate a modo suo. Un giorno, Ava ruba un grosso cane nero a un ragazzo gitano…

Vincitore del Grand Prix della Giuria e del premio SACD alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2017, Ava segna l'esordio di Mysius dietro la macchina da presa portando di fatto l'ingresso nella settima arte di un artista molto eclettica, colorata e con una sua personalissima idea di cinema.
Un'opera densa e complessa ricca di sfaccettature e significati, metafore e interpretazioni, disegnando un ritratto realista dell'adolescenza e tutti i suoi numerosi problemi volando verso visioni oniriche (come il segno di lei abbastanza inquietante) senza mai distaccarsi troppo dalla realtà.
Con una protagonista semplicemnete fantastica, una venere d'argilla, la regista ci mostra il suo mondo quello intrappolato da una malattia che sembra rubarle quello sguardo sul mondo e sul futuro che lei ancora tredicenne vuole scoprire in questo viaggio d'iniziazione e soprattutto emancipazione dagli adulti (rapporto spesso di competizione con la madre, le forze dell'ordine da attaccare e i nudisti ricchi da derubare in spiaggia)
E allora è proprio dalla paura di una disgrazia imminente che Ava trova la forza per mettersi in viaggio con un insolito compagno che vive di espedienti e il suo cane nero che svolge un ruolo da mediatore famigliare tra i due giovani protagonisti.
Tra furti sulla spiaggia, matrimoni clandestini, scontri con la madre ancora in cerca di gigolò che la possano sorpendere, Ana è tutto, un'idea di cinema che va oltre la semplice narrazione e capace di saper narrare tante tappe con moltissime scene e monmenti originali ricchi di quella freschezza di chi ha dalla sua una miriade di idee da sviluppare. E poi i suoni, le musiche straordinarie capaci di farti mettere in pausa la pellicola e metterti a ballare intorno alla stanza "Sabali"di Amaduo & Mariam, una canzone capace rimane in testa e poi la scoperta della sessualità in modo molto dolce e innocente come spesso nei film di formazione i francesi sanno descrivere molto bene.


mercoledì 1 agosto 2018

Io sono tempesta


Titolo: Io sono tempesta
Regia: Daniele Lucchetti
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Il finanziere Numa Tempesta sta per avviare un grande progetto immobiliare in Kazakistan.
Ma proprio al momento di chiudere le trattative con gli investitori internazionali i suoi avvocati lo informano che dovrà scontare una condanna per frode fiscale: non in carcere, che gli avvocati sono riusciti ad evitargli, ma prestando servizi sociali presso un centro di accoglienza. Passaporto e cellulare gli vengono ritirati da Angela, che gestisce il centro, e Numa è adibito a vari compiti di assistenza - compreso quello di tenere puliti i bagni comuni.
La parabola di Tempesta è dichiaratamente ispirata a quella di Silvio Berlusconi, ma lo sviluppo del personaggio ha più a vedere con la commedia all'italiana che con l'attualità politica (anche se nella realtà spesso le due si sovrappongono).

Terribile l'ultimo film di Lucchetti.
Un regista su cui faccio difficoltà ad esprimermi dal momento che la sua filmografia è piuttosto variegata e sono pochi i suoi film ad avermi convinto.
Io sono Tempesta, la campagna promozionale dove gli attori dicevano di essere tutti tempesta, è davvero un film che si smonta piano piano andando avanti in una confusione che a volte si perde i personaggi per le strade di Roma facendoli rincontrare senza un nesso logico .
Una trama confusa, un cast che sembra voler omaggiare uno degli attori più richiesti romani (ma non dei più bravi dal momento che recita se stesso) e poi Germano a fare il senzatetto che alla fine finisce a letto con una modella è davvero il top del non sense.
Un film brutto che non arriva da nessuna parte, trasmette poco e comunica quasi nulla.
Un film confezionato anche molto bene, costato moltissimo con tante location e un abbellimento che lasciava sperare in qualcosa di almeno sopportabile.
E poi è noiosissimo per quanto il gruppo di senzatetto cerchi di commuovere con il risultato che tutto è forzato, niente appare realistico ma è invece quanto di più distante dalla realtà.



sabato 14 luglio 2018

Ladies First


Titolo: Ladies First
Regia: Uraaz Bahl
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 4/5

Nata nel villaggio di Ratu, in India, tra povertà e pochi diritti per le donne, Deepika Kumari a 18 anni è diventata l'arciere donna migliore del mondo.

Emozionante. Davvero in 40' Bahl riesce a cogliere i passaggi fondamentali di questa storia che come per altre spesso nel contesto indiano sa di miracolo.
Il miracolo però non sta nella fortuna ma nella continua lotta per voler a tutti i costi ottenere qualcosa per se stessi e perchè dia per la protgonista una ragione di vita. Che siano uomini o donne, spesso gli emarginati nei paesi del terzo mondo, devono tirare fuori una forza d'animo che dovrebbe scuotere tutte le nostre fragilità e capire che si può ottenere quello che si vuole lottando dal basso con gli strumenti che si hanno grazie ad una profonda forza d'animo.
Deepika racconta un'altra lotta con cui lei si è vista chiudere quasi ogni porta per poi raggiungere i fasti in quello che è un documentario sportivo e anche biografico molto bello dove anche la tematica del tiro con l'arco è originale e poco vissuta nel cinema come nei documentari.

giovedì 7 giugno 2018

Desierto


Titolo: Desierto
Regia: Jonas Cuaron
Anno: Messico
Paese: 2015
Giudizio: 3/5

Moises viaggia con un gruppo di immigrati attraverso l'infernale deserto di Sonora nel tentativo di attraversare il confine con gli Stati Uniti quando improvvisamente si imbatte in Sam, un vigilante squilibrato che detta legge alla frontiera. Inizia così una caccia, durante la quale Moises dovrà cercare di vincere in astuzia il suo rivale per sopravvivere e non diventare l'ennesima vittima di una terra abbandonata da tutti.

Nel 2014 è uscito un film per alcuni aspetti simile. Si chiama BEYOND THE REACH, americano, c'era Michael Douglas ha fare il cecchino, era pure lui ambientato nel deserto ma la trama era diversa meno politicamente e socialmente interessante del film del figlio del celebre regista.
Qui i confini sono fatti apposta per dividere e provocare tensioni, scontri e morti in una fascia desertica dove non solo non cresce nulla ma anche i confini sembrano labili senza nessuno a pattugliare ma lasciando mercenari liberi di fare ciò che vogliono.
In questo senso l'elemento più incredibile del film è proprio dato dal fatto che questa gente potrebbe morire e nessuno mai lo verrebbe a sapere dando così un'occasione ghiotta a tutti gli psicopatici (di cui l'America ne è piena).
Molto meglio dunque rispetto al film di Leonetti, qui l'intento e l'idea seppur abbastanza elementare e con alcuni copi di scena abbastanza telefonati (pensando soprattutto al finale) il ritmo è formidabile, il cast è perfetto, e l'ansia e l'atmosfera da incubo sotto un sole famelico fanno tutto il resto.
Un film anche questo senza una distribuzione ma passato direttamente in home video.

Giornata


Titolo: Giornata
Regia: Pippo Mezzapesa
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

La storia di Paola Clemente, bracciante pugliese di quarantanove anni morta di fatica sotto il sole nei campi del Sud, viene raccontata con le parole tratte dagli atti dell’inchiesta sui caporali che la sfruttavano e dalle compagne di lavoro che viaggiavano tutti i giorni in pullman con lei.

I corti servono anche a questo.
A ricordarci attraverso uno schema corale in undici minuti la vita e la tragedia di una donna, di una mamma che lascia marito e figli senza un perchè.
Un'altra storia di orrore sul lavoro dove Paola è morta ancor prima che arrivasse l'ambulanza a prenderla. E'morta lì accasciata su un campo assieme alle altre braccianti che già dal primo mattino denunciavano che la donna non si sentiva bene.
Un dramma incredibile e indimenticabile. La Giornata è la storia non di una ma di tutte quelle donne che non dimenticheremo mai e che hanno tutte dei nomi.
Oggi la fiaccolta è per lei: Paola Clemente.


Fratello aglio


Titolo: Fratello aglio
Regia: Andrea Parena
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 3/5

Severino, continuando un'antica tradizione agricola, coltiva l'aglio su una collina chiamata "Monfrina", nel piccolo villaggio di Mombello in Piemonte.

In circa 24' Parena con famiglia e parenti al seguito ci mostra l'antica tradizione agricola di come si coltiva l'aglio. Seppur in alcuni momenti un po troppo lento nel seguire tutti gli spostamenti e le manovre del trattore, il corto documentario del giovane autore riesce a cogliere la tradizione che sta dietro questi passaggi che potrebbero sembrare quasi medioevali ma che invece come ha fatto presente uno spettatore duranten la proiezione al cinema, possono essere utili per mostare il perchè, l'uso e la funzione di alcune tecniche e soprattutto come adoperare alcuni strumenti.
Alla fine è una lezione ancora una volta su come i nostri nonni, la vecchia scuola, aveva tutta una serie di regole e dogmi che hanno portato ad esempio la nonnina della Monfrina a vincere per ben 23 anni di seguito la festa paesana dell'aglio.



Doctor


Titolo: Doctor
Regia: Yavuz Ucer
Anno: 2017
Paese: Turchia
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 4/5

La storia di Beşir e dei suoi sogni spezzati dalla brutalità della guerra a causa della quale è costretto, insieme alla sua famiglia, a fuggire dalla Siria e raggiungere la Turchia. La vita ricomincia a fatica, alla ricerca di una nuova identità.

Besir raccoglie i cartoni per guadagnare denaro e poter raggiungere il resto della sua famiglia in Turchia. Ciò che lo spaventa è l'esame del Dna che se non corrisponde sigla definitivamente la perdita della sua identità culturale.
Mentre racconta la sua vita e la sua quotidianità lo osserviamo da dietro questo carretto costruito a modi baracchetta dove con un bastone di ferro aggancia i cartoni dai cassonetti infilandoli nel sacco.
Quando finisce il suo lavoro stanco e affaticato, Besir si concede un riposo guardando il mare, lasciando le preoccupazioni da un'altra parte, ascoltando le onde e sorridendo quando il regista gli chiede quale sia il suo sogno.


Con el tiempo

Titolo: Con el tiempo
Regia: Nicole Vanden Broeck Macias
Anno: 2017
Paese: Messico
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

Don Mateo e Doña Francisca: una coppia di anziani che ha vissuto lavorando la terra con ciò che la natura forniva loro. L’esperienza di una vita che oggi si fa invito all’uso responsabile delle risorse e a una produzione alimentare capace di dare spazio ai produttori locali, favorendo la sostenibilità.

Sembra quasi uno spot della Lavazza con quelle foto che ritraggono i coltivatori nelle loro terre natie. Da quegli spot sembra quasi che questa gente venga aiutata dalle multinazionali.
Ecco quando vedrete questo corto, in un attimo intuirete subito come vanno realmente le cose, i rischi, il capitalismo sempre più imperante, la lotta per la sopravvivenza, l'agricoltura vera, il futuro del pianeta, lo sviluppo sostenibile, il concetto di km 0 che qui viene mostrato nel modo più semplice e diretto che possa esistere.
E se non si fa qualcosa per aiutarli, rischiano come nella scena finale di scomparire sotto gli occhi di un mercato che non tollera i piccoli agricoltori.

Bhagwani-A girl in pursuit of dreams


Titolo: Bhagwani-A girl in pursuit of dreams
Regia: Ziauddin Zia
Anno: 2017
Paese: Pakistan
Festival: Cinemabiente 21°
Giudizio: 5/5

Bhagwani vive in un piccolo villaggio del Tharparker nella provincia del Sindh in Pakistan. È una ragazzina di dodici anni che ogni giorno impiega circa nove ore per andare a prendere l’acqua per la sua famiglia. Nella sua vita non c’è spazio per il gioco, né la speranza di poter frequentare la scuola.

9 ore al giorno solo per andare a raccogliere l'acqua per la propria famiglia, rischiando la vita nel tragitto a causa delle bestie feroci, serpenti e scorpioni.
In più l'acqua del fiume è così inquinata che nemmeno le bestie la bevono mentre Bhagwani e la sua famiglia non hanno alternative.
Un racconto disperato e crudo che dovrebbe far riflettere sulla dura condizione di centinaia di migliaia di famiglie in Pakistan.
E'pensare che tutte quelle ore potrebbero essere impiegate per dare un'istruzione o insegnare ai giovani un mestiere. Invece sistemato il vaso sopra la testa iniziano la loro estenuante marcia per la sopravvivenza...

A butcher's hearth


Titolo: A butcher's hearth
Regia: Marijn Frank
Anno: 2017
Paese: Olanda
Festival: Cinemabiente 21°
Giudizio: 3/5

Per tradizione famigliare il tredicenne Wessel sta imparando il mestiere di macellaio dal nonno. Sullo sfondo di una vita agreste, il ragazzo però si interroga sul presente e sul suo destino, pensando che forse preferirebbe lavorare con animali vivi.

Interessante questo piccolo scorcio sui dubbi che un ragazzino in un contesto carnivoro ben preciso, decide di elaborare forse perchè stanco di una pratica così metodica e che non sembra avere mai fine. Dal padre severo al nonno che sceglie di spiegare al nipote i segreti su come disossare i conigli, tagliare punti ben precisi per togliere la pelle di alcuni animali e così dicendo, fino all'orario di chiusura dove Wessel insieme al suo gruppo di amici monta in sella ai propri motorini e per finire si concede wurstel cucinati nella friggitrice della loro casettina in legno.
Il regista ci mostra una parte di Olanda che come per alcune zone della Germania non può fare a meno di spezzare questo circuito legato all'allevamento intensivo e la mattanza quotidiana di centinaia di animali.
Sembra quella condizione che debba essere per forza di cose accettate perchè inserita in un contesto culturale di appartenenza.

mercoledì 9 maggio 2018

Julkita


Titolo: Julkita
Regia: Humberto Busto
Anno: 2017
Paese: Messico
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Contro la violenza di ogni genere e il disonore dei politici messicani arriva Julkita e il suo ciclo mestruale....se solo fosse coraggiosa abbastanza da distruggere i suoi nemici famigliari...

Blasfemo, trasgressivo, esplosivo, assurdo, esagerato.
Il corto di Busto in 18' riesce a generare e provocare una quantità di stati d'animo a metà tra l'exploitation, lo schifo assurdo, il trash e il weird fino ad arrivare ad un finale davvero senza senso.
Fratello e sorella. Praticamente un'unica location. Sangue, lingue che si attrversano, ancora sangue ma quello mestruale. Un rapporto intimo ossessivo compulsivo, rapporti tra consanguinei, le personalità multiple di Julkita, la protagonista che si inneggia a paladina mettendo a sacrificio proprio il suo corpo e la sua femminilità.
Credo che ci troviamo di fronte al corto più feroce e frenetico del festival.
Un atto anche politico con una metafora che riesce solo in parte a raggiungere l'intento che si era dato, rimanendo troppo ancorato a qualcosa che sembra un braccio di ferro tra una sessualità deviata e un bisogno di scindere una parte di se stessi quando ci si trova lontano dalle mura domestiche.

King Kong


Titolo: King Kong
Regia: Lo Xu-Ming Tong
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Eliza e suo fratello Damian vivono a Toronto con la madre. Dopo l'incidente di quest'ultima, i due ragazzi intraprendono un viaggio alla volta di Montreal per ricongiungersi col padre.
La storia è focalizzata su Eliza, una giovane teenager. Dovendosi prendere cura di suo fratello e del loro benessere, questo viaggio rappresenta per lei il primo passo nel mondo da donna indipendente carica di responsabilità.

Il corto canadese in questione improntato su temi sociali è uno spaccato sulle nuove generazioni. Appena adolescenti alcuni giovani adulti si ritrovano responsabilità e doveri che dovrebbero appartenere solo ai genitori. Il risultato può essere una bomba ad orologeria come Eliza che oltre a dover badare al fratello (come accadeva per il lungo indie sempre del festival di questa edizione HURRY SLOWLY) ha tutta una serie di irrisolti con il padre che la porteranno ad un climax finale potente e dinamico, un urlo disperato di quanto i ragazzi abbiano bisogno di essere visti e seguiti dai loro genitori soprattutto nei momenti più bui della propria vita.
King Kong è fortemente d'impatto dal punto di vista emotivo, crea per i suoi quasi venti minuti tutta l'atmosfera che andrà ad esplodere nel finale.


lunedì 7 maggio 2018

Invisible


Titolo: Invisible
Regia: Dimitri Athanitis
Anno: 2016
Paese: Grecia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 5/5

Quando Aris, un operaio trentacinquenne viene licenziato senza preavviso, diventa ossessionato dall'idea di farsi giustizia da solo. E'pronto a raggiungere il suo scopo quando l'ex-moglie gli rifila il loro figlio di sei anni.

Altro istant-cult del festival.
Insieme a FREEZER i lavori più scioccanti sul mondo del lavoro. E manco a farlo apposta entrambi arrivano dalla Grecia come a ricordarci che le lancette si muovono e tutto continua a peggiorare da quelle parti.
Cinema indipendente che riflette senza meccanismi di chissà quale specie, ma sondando e raccontando un dramma realistico e attuale che dovrebbe sempre più farci riflettere su dove queste politiche europeiste stiano traghettando alcuni paesi.
Prima di tutto i personaggi sono fantastici, recitati da dio e con una psicologia mai banale ma in grado di andare a fondo nelle problematiche e nelle scelte radicali. Il protagonista poi ci ha messo così l'anima da renderlo quasi al pari di alcuni attori neorealisti per come regga e si carichi sulle spalle un dramma importante. Un elemento che ho apprezzato davvero tanto è stato quello di come il protagonista Aris reagisce al duro colpo del licenziamento. Semplicemente facendosene una ragione, essendo una persona umile, senza fare ricorso a chissà chi (e poi da chi andrebbe) finendo per portarsi dentro un male che lo annienta poco alla volta. La scena in cui riesce ad entrare nella fabbrica quando è chiusa e si mettte al lavoro sulle macchine come dicevo ricorda il miglior cinema di sempre italiano di impegno come nella politica di Petri.
Qualcuno lo ha definito il film greco dell'anno. Sono d'accordo.
Il finale poi è amarissimo.




Into the Blue


Titolo: Into the Blue
Regia: Antoneta Alamat Kusijanovic
Anno: 2017
Paese: Croazia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Un'adolescente vittima di abusi desidera solo ricevere affetto, ma la crudeltà dei suoi amici risveglia in lei la violenza dalla quale ha sempre tentato di fuggire.

Quanto sanno essere crudeli in parte gli adolescenti.
In qualsiasi paese o continente i tempi sono cambiati così come i valori e peggio di tutto i sentimenti d'invidia che non facevano parte dei più giovani.
Julija grazie ad un'attrice strepitosa, riesce nel difficile compito di inquadrare la situazione di stallo psicologico di una ragazzina che senza una giusta terapia deve affrontare da sola con il mondo alcune difficili scelte. Ma quando nemmeno quelli che sembravano i migliori amici danno una mano mostrando solo competizione e indifferenza allora i gesti di follia possono emergere in tutta la loro pericolosità facendo fare a Julija delle scelte e dei gesti che se non sai cosa ti è successo vengono da subito visti come gesti di pura follia di chi ormai ha perso il senno.
La scogliera pericolosa e minacciosa, unico vero riparo dagli adulti, allora diventa quello che potrebbe essere il vero punto di non ritorno.



Hurry Slowly


Titolo: Hurry Slowly
Regia: Anders Emblem
Anno: 2018
Paese: Norvegia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

"Hurry Slowly" è un film che ritrae un tenero spaccato di vita che riguarda Fiona e il suo fratello minore Tom, del quale la ragazza si prende cura

Il film della Emblem è un indie coraggioso che tratta diversi temi sociali rimanendo però inquadrato su questo rapporto fratello sorella, in cui la seconda fa anche da caregiver.
Un film con tanti sentimenti e una voglia profonda di credere laddove i mezzi pur non essendo molti riescono a creare un buon prodotto di genere.
Fiona è un attrice straordinaria, giovane e piena di vita che riesce a cogliere tutte le sfumature di un personaggio certo attuale ma connotato da una psicologia complessa che riesce bene a mettere in luce tutte le fragilità dell'adolescenza.
Allora la musica diventa l'occasione per staccare, la chitarra e la voce della protagonista sulle note di una canzone molto bella che sentiremo almeno tre volte riesce a toccare in parte anche quelle corde dell'anima che fanno più fatica a sciogliersi.
Un film solo in alcuni momenti lento o ridondante in grado però di fuggire in maniera misurata da quei trappoloni melodrammatici o melanconici che alla fine devono creare quell'happy ending a tutti i costi.


martedì 1 maggio 2018

Come un gatto in tangenziale


Titolo: Come un gatto in tangenziale
Regia: Riccardo Milani
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Giovanni lavora per una think tank che si propone di riqualificare le periferie italiane. La sua ex moglie Luce coltiva lavanda in Provenza, convinta di essere francese. Giovanni e Luce hanno allevato la figlioletta tredicenne Agnese secondo i principi dell'uguaglianza sociale, anche se vivono al caldo nel loro privilegio. E quando Agnese rivela a Giovanni la sua cotta per Alessio, un quattordicenne della borgata romana Bastogi tristemente nota per il suo degrado, papà, terrorizzato, segue la ragazzina fino alla casa dove Alessio abita insieme alla mamma Monica e alle due zie Pamela e Sue Ellen (sì, come le protagoniste di Dallas). Giovanni scoprirà che Monica è altrettanto atterrita all'idea che suo figlio frequenti una ragazzina dei quartieri alti: "Non siamo uguali", Monica avverte Alessio. "Inutile farsi illusioni".

Milani è quel regista ormai assoldato per la commedia all'italiana che non ha niente a che vedere con le vecchie commedie all'italiana poichè il cinema di oggi ha perso quella stoffa e quella voglia di prendersi sul serio come capitava una volta. Un mestierante che gira filmetti furbetti che incassano, con un buon tasso di ironia, dei dialoghi quasi sempre mediocri senza mai nessun guizzo e cercando di sposare la post contemporaneità.
Tra i suoi ultimi film forse questa commedia appare la meno sdolcinata, un film con alcuni buoni momenti, che cerca di strizzare l'occhio alle differenze sociali e ai quartieri dividendo poveracci e borghesi e uno scontro generazionale tra adulti e bambini che non guasta mai come ingrediente.
Il risultato è un film di splapstick, alcune riuscite altre meno, con la solita lezioncina morale nel finale (Claudio Amendola mandatelo in pensione vi prego non si può più vedere in questi ruoli dove sembra auto reciclarsi da solo) e una coppia di attori che riesce a dare sempre ritmo anche in alcuni momenti dove il film inciampa pesantemente.