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sabato 8 giugno 2019

Proprietà privata


Titolo: Proprietà privata

Regia: Joachim LaFosse
Anno: 2006
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Thierry e François sono gemelli eterozigoti e vivono in un vecchio casale di campagna con la madre Pascale, separata e animosa col padre risposato dei suoi figli. Madre e figli sembrano convivere serenamente fino a quando Pascale, innamoratasi del vicino di casa, decide di mettere in vendita l'immobile e andare a vivere con lui. Thierry, fortemente contrariato, ostacola la relazione della madre e la sua balzana intenzione di vendere. Frustrata e incapace di sostenere le pressioni del figlio, Pascale parte. In sua assenza la situazione familiare esplode e Thierry e François finiranno col farsi male.

LaFosse è un regista belga impegnato di quelli che amano buttarsi su storie sul sociale.
Drammi che parlino di crisi economiche, coppie a pezzi, insomma uno a cui piace osservare e monitorare i fatti sociali che più ci rappresentano in questa società capitalista.
Proprietà privata è un ottimo esordio con un cast importante che sigla parte dei risultati funzionali della pellicola (la Huppert è sinonimo di garanzia oltre ad essere una delle attrici più dotate di sempre) tessendo apparentemente un nucleo familiare nemmeno così distante dalla realtà, anzi, ma tagliandone il cordone ombelicale (la madre) per vedere fino a che punto è possibile una comunione. Egoismi familiari, conflitti, l'importanza di avere un nucleo familiare compatto e almeno un genitore di riferimento, la vitale ribellione al soffocante giogo materno e sociale e per finire un matrimonio a pezzi.
C'è tanta carne al fuoco nell'esordio del regista che riesce a sistemare tutto in modo preciso, perdendo solo qualche volta di vista l'obbiettivo per rincorrere alcune sotto trame ma rimanendo sempre fedele agli intenti di base.
E'un buon cinema il suo che tenderà a maturare col tempo fino ad arrivare a drammi contemporanei meno complessi come temi portati alla luce ma ancora più lucidi nella loro analisi come l'ottimo film passato in sordina Economie du Cople




A spasso con Daisy


Titolo: A spasso con Daisy
Regia: Bruce Beresford
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Stati Uniti, Georgia, 1953. Miss Daisy è una settantaduenne ebrea vedova che vive in una grande villa con una cameriera di colore. Suo figlio Boolie, dopo che lei è finita nel prato dei vicini in seguito a una semplice manovra con la sua Packard, non vuole che continui a guidare e le impone uno chauffeur. Si tratta del sessantenne Hook, saggio uomo di colore che dovrà sopportare le intemperanze verbali della signora.

Trattare il tema di un'amicizia tra una burbera signora ebrea e il suo autista di colore in tempi bui e difficili dal 1948 al 1973 è stata un'idea ottima per cercare di parlare di amicizia quando tutto faceva presagire il contrario in un'epoca di grosse mutazioni sociali.
L'opera di Bresford, mestierante di Hollywood che firma qui il suo miglior film, parla di colore della pelle, schiavitù, diritti e doveri, ruoli all'interno della società, tutti temi che devono molto della loro riuscita dalla scrittura e dalla stesura della piece teatrale che vinse addirittura un premio Pulitzer.
La Tandy e Freeman abbelliscono due ruoli molto lontani ma uniti dai sentimenti e da quella che seppur contagia il film per tutta la sua durata, una certa melassa sentimentale, non esagera tirando fuori tutti gli scheletri dell'armadio di un lungo dialogo sul razzismo e sulle minoranze etniche tutti i mali di un paese che si è sempre detto democratico e aperto al dialogo. Un film che riuscì a vincere molto al di là delle ottime e splendide caratterizzazioni dei due protagonisti, di aver predicato virtù e tolleranza riuscendo a trattare i sentimenti giusti per un film che ha conquistato ogni tipo di target e pubblico.



Giardino delle vergini suicide


Titolo: Giardino delle vergini suicide
Regia: Sofia Coppola
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cinque sorelle fra i quindici e i diciannove anni vivono infelici, tormentate da genitori che credono di fare il loro bene. La madre è integralista e cieca: costringe una delle sorelle, per punizione, a bruciare i dischi più cari. Il padre è molle e latitante, tutto preso a costruire i suoi modellini. Certo, ci sono i ragazzi che le corteggiano e le stimano, ma non basta. La prima muore gettandosi sulle punte del cancello di casa. Le altre quattro organizzano uno struggente suicidio collettivo.

I film che trattino del suicidio razionale e volontario (come dovrebbe sempre essere chiamato) non sono moltissimi. Alcuni parlano di questa disgrazia come di un elemento superfluo da apporre alla narrazione ma quasi mai come unico tema centrale.
L'esordio della Coppola invece segue una tragedia familiare e la allarga sempre di più fino allo strazio finale. Un film che probabilmente rivedranno in pochi per diverse ragioni.
Per cercare di attirare l'attenzione non poteva scegliere una trama migliore.
I temi sembrano prediligere fin da subito le imposizioni, i dogmi, i contrasti e gli elementi di non sense tra la purezza cattolica e una sensualità decisamente più pagana (anche se non viene mai accennata). I tabù in questo caso convergono verso un ritratto dell'adolescenza niente affatto consolatorio, con l'analisi di interpretare il dolore a danno dei familiari e lavorando innegabilmente verso la persistenza del desiderio e il doverlo relegare solo a fantasia come succedeva nel film turco molto meglio riuscito Mustang


martedì 30 aprile 2019

Maison en petits cube


Titolo: Maison en petits cube
Regia: Kunio Kato
Anno: 2008
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Un uomo anziano che vive in una città completamente sommersa dalle acque non vuole abbandonare la sua casa e per questo, man mano che l'acqua sale di livello, aggiunge sul tetto delle costruzioni. Un giorno, l'uomo si immerge ed entra nella sua casa originale ormai completamente invasa dall'acqua. Inizia così a ricordare gli avvenimenti del suo passato.

Il cortometraggio d'animazione di Kato a parte aver vinto il premio oscar come miglior corto d'animazione è qualcosa di magico, una vera chicca in grado di commuovere e far ragionare dimostrando ancora una volta come gli orientali conoscano a menadito l'alfabeto dell'intimità.
Il tema della memoria, dei ricordi legati al passato, della ricerca della felicità, dell'immersione dentro se stessi.
E'così tutto il corto alterna la quotidianità di questo anziano vedovo che, dilaniato dal tempo, continua imperterrito ad aggiungere mattoni alla propria dimora, perché questa non venga totalmente sommersa dalle acque, immedesimandosi nella viscerale differenza che disgiunge vita e sopravvivenza. Da un lato costruisce per non soccombere, dall'altro è costretto ad immergersi per recuperare i ricordi del passato.
Muto, con uno stile lento e minimale in grado di farci cogliere l'essenza delle emozioni e dei sentimenti del suo vecchio protagonista. Con una tecnica grafica che simula la delicatezza degli acquerelli adagiati su un cartoncino riesce ad imbarcarci in una piccola ma colta avventura che riesce a promuovere tematiche attuali legandole in modo insistente al tema del ricordo e della memoria.



Meninas Formicida


Titolo: Meninas Formicida
Regia: Joao Paulo Miranda Maria
Anno: 2017
Paese: Brasile
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 4/5

In una piccola città brasiliana, un’adolescente lavora ogni giorno in una foresta di eucalipti come disinfestatrice di formiche. Tuttavia, non è l’allontanamento degli insetti la vera sfida, bensì la sua lotta interiore.

La giovane protagonista di questo insolito cortometraggio vive in una roulotte con la sorella, la madre e un bimbo piccolo. Sono tutte povere e le condizioni di vita scarse e precarie.
La sua lotta è soprattutto interna sperimentando la sessualità e non sapendo come approcciarsi con i ragazzi (la scena in cui viene presa a schiaffi da un'altra ragazza è funzionale quanto per certi versi abbastanza gratuita). Allora forse l'unica forma di vita silenziosa, piccola e instancabile lavoratrice diventa proprio quella stessa formica che per necessità tocca quotidianamente sopprimere.
Girl, così possiamo chiamare la protagonista senza nome, viene sempre inquadrata di spalle quando è sommersa dal brusio e dal caldo soffocante delle piantagioni di eucalipti.
Sembra catapultata in un altro mondo e in un'altra realtà. In parte è così ma forse questo bisogno di estraniarsi è legittimo contando la lotta per cercare di non essere sopraffatte dalla società soffocante in cui vive.



Off Broom


Titolo: Off Broom
Regia: Roald Zom
Anno: 2018
Paese: Olanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Rein è il portiere transgender di una squadra di Quidditch, lo sport emergente inventato da Harry Potter. Mentre la squadra si prepara a partecipare ai giochi europei in Italia, Rein racconta il suo processo di autodeterminazione.

La storia di Rein ci porta in Olanda per conoscere questo "ragazzo" ormai nel pieno di una cura ormonale con il preciso compito di cambiare sesso.
E'la sua determinazione a rendere paradossale, quanto curioso, tutto il palcoscenico costruito affianco alla sua vita dove il Quidditch (non sapevo ma esistono davvero tornei europei e mondiali) diventa l'arma per immolarsi e dare così un senso e una continuità alla propria vita.
Lo sport non si gioca da solo. Rein infatti in questa avventura è attorniato da ragazzi e ragazze che come lui stanno cercando di cambiare sesso oppure hanno in comune il gioco creato dalla Rowling.
Il risultato per quanto assurdo (vengono spiegate le regole del gioco) e per quanto innaturale possa essere (vedere maschi e femmine che si rincorrono a cavallo di una scopa può risultare a tratti abbastanza ridicolo) alla fine tutto acquista un senso nella maniera in cui serve a dare speranze.


Passage to Womanhood


Titolo: Passage to Womanhood
Regia: Inaya Yusuf
Anno: 2018
Paese: Malesia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Un gruppo di donne trans musulmane si oppone all’emarginazione sociale in Malesia. Ridefinendo il ruolo femminile nell’Islam, dipingono il proprio ritratto di essere donna.

Il mediometraggio di Yusuf si concentra sulla vita di tre donne e la loro lotta per cercare di sopravvivere in una terra inospitale come quella della Malesia soprattutto per chi ha scelto di diventare trans. Difficoltà, oltre già le normali, ad essere inserite nella società ( ma non accolte), difficoltà a lavoro, per strada con la paura di essere aggredite quotidianamente, con le minacce dei familiari e infine con i propri partner.
Sembra una condanna più che una scelta. Dalle testimonianze delle donne si appura un limite culturale che non sembra voler accennare a nessun tipo di cambiamento.
Il cinema o meglio i documentari servono soprattutto a questo, esplorando terre sconosciute e portarci così alla scoperta di tabò che richiedono ancora tantissimo tempo prima di riuscire ad essere comprese e rispettare così la carta dei diritti umani per far sì che ognuno possa liberamente scegliere di fare quello che vuole con il suo corpo nel paese in cui nasce e cresce.


sabato 20 aprile 2019

Euforia


Titolo: Euforia
Regia: Valeria Golino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Matteo è un giovane imprenditore di successo, spregiudicato, affascinante e dinamico. Suo fratello Ettore vive ancora nella piccola cittadina di provincia dove entrambi sono nati e dove insegna alle scuole medie. È un uomo cauto, integro, che per non sbagliare si è sempre tenuto un passo indietro, nell'ombra. La scoperta di una malattia grave che ha colpito Ettore (della quale lo si vuole tenere all'oscuro) spinge Matteo a tornare a frequentarlo e ad occuparsi di lui.
Nelle note di regia è la stessa Golino ad offrire una definizione del termine che dà il titolo al film: "Si tratta di quella bella e pericolosa sensazione sperimentata dai subacquei nelle grandi profondità: un sentimento di assoluta felicità e di libertà totale".

Al suo secondo film la Golino fa centro con un film solido, maturo e carico di sentimenti ed emozioni.
Pur non essendo un estimatore della commedia italiana degli ultimi anni, non posso esimermi dal definire questo dramma un importante segnale di vita e di cinema del nostro paese.
Euforia parla di ricongiungimenti, dolore, malattia, rapporti frivoli e una sorta di malessere generazionale. Tutto attraverso lo sguardo di due fratelli, uno in particolare Matteo e la sua famiglia borghese romana cercando di tenere tutto sotto controllo socialmente ed economicamente in un precario equilibrio tra auto giustificazioni professionali (i nuovi campi profughi) e un'insoddisfazione di fondo tacitata con sesso e droghe.
Il film della Golino è infarcito di empatia, di sguardi, di smorfie, sorrisi, tristezza, malinconia e solitudine. Sembrano voler vincere l'angoscia e lo smarrimento ma alla fine quello che più si apprezza e la volontà nonostante le difficoltà da parte di tutti di andare avanti. L'affiatamento tra Scamarcio e Mastrandrea strano a credere ma funziona, coinvolge e a volte fa pure sorridere.
Euforia è un toccasana per i malati, per gli indomiti depressi. La scelta delle scene e dei momenti sono semplici senza troppe costruzioni o scenografie gratuite per mostrare come spendere i soldi del budget. Le poche scene madri presenti nel film, che vedono sempre faccia a faccia Matteo ed Ettore riescono a mantenersi credibili. L'aspetto che ho apprezzato di più essendo un diario del dolore e dell'attesa, è stata la scelta della Golino di fare a meno del pietismo o della commozione come invece capita in tantissime altre commedie nostrane.
In più l'amicizia con la Tedeschi e il film I VILLEGGIANTI deve aver contribuito nel saper gestire l'improvvisazione degli attori e creare tanti momenti involontariamente ironici.

giovedì 18 aprile 2019

Fauve


Titolo: Fauve
Regia: Jeremy Comte
Anno: 2018
Paese: Canada
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 5/5

Due ragazzi giocano attorno a una miniera di superficie. La complicità si evolve in uno scontro in cui uno vuole prevaricare l'altro. Quando improvvisamente si impigliano nelle sabbie mobili, il dibattito finisce. Prendendo proporzioni più grandi della natura, questo gioco non si rivelerà innocuo come pensavano.

Fauve è uno dei più bei corti che abbia mai visto.
Essenziale, canadese in tutti i sensi, con un piccolo protagonista che sembra Vincent Cassel, un tema scomodo ma attuale e tanti pugni nello stomaco, doverosi per chi racconta una storia senza happy ending ma mostrando semplicemente che la vita non fa sconti a nessuno in particolar modo a ragazzi maldestri che sfidano il pericolo.
Competizione, paura, sopravvivenza, fuga. In sedici minuti l'opera di Comte è straziante senza regalare nulla allo spettatore e lasciando a riflettere sul livello di consapevolezza.
Rischiava di vincere agli Oscar per il miglior corto straniero. Peccato perchè a distanza di tempo, rimane ancora impresso nella retina con una forza e una lucidità notevole.



New city maps


Titolo: New City Maps
Regia: Giorgia Dal Bianco
Anno: 2018
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Nel documentario gli spostamenti delle persone migranti ridisegnano e trasformano le coordinate del paesaggio urbano di Roma a partire dalle relazioni che stabiliscono con lo spazio pubblico

Giorgia Dal Bianco non è una regista, tanto meno una documentarista. E'un'architetta che si è trovata in mezzo a questo notevole e sperimentale progetto a Roma contribuendo a renderla un'opera video. In questo modo è riuscita a far diffondere questo esperimento condotto da lei e l'equipe, con l'intento di fare in modo che magari altri possano prendere spunto da questo progetto e adoperarsi per aiutare a rendere la capitale un posto migliore per i migranti.
Il breve documentario racconta dello spostamento dei profughi di diversi paesi monitorando il fenomeno dei rifugiati e altre tipologie in transito da Roma e le relazioni che questi stabiliscono con lo spazio pubblico.
L’obiettivo è quello di attivare un percorso di riflessione sul fenomeno e diffondere tramite una app e altre tipologie la possibilità di usufruire di un servizio gratuito e fondamentale soprattutto per i nuovi arrivati che muovono i primi passi nella capitale italiana.
New city maps analizza e descrive una geografia dei luoghi frequentati per soddisfare i bisogni primari. Questo flusso, anche attraverso la proliferazione di insediamenti informali nei luoghi dismessi di Roma, genera per forza di cose pratiche adattati (ovviamente va sempre aggiornato), New city maps ci mostra ancora una volta i mezzi e le risorse di chi non smette di mettersi al servizio dei cittadini.

lunedì 11 marzo 2019

Green Book


Titolo: Green Book
Regia: Peter Farrelly
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L'occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall'Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un'epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italo americano cresciuto con l'idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book non è un brutto film. Meritava l'Oscar? Forse no.
Da sempre gli Oscar rappresentano l'anti festival a priori, dove predomina la facciata e un Academy che preferisce scelte dettate dalle buone maniere. Una parata dove vincono spesso le marchette come negli anni abbiamo dimostrato anche noi italiani.
L'ultimo film di Farrelly (che ha capito che i drammi servono di più a differenza delle commedie becere girate finora) di fatto mostra un film piuttosto banale in un equilibrato rapporto tra bianco e nero visto altre migliaia di volte con altre migliaia di mezzi e cambiando di fatto pochi accessori ( A SPASSO CON DAISY non riesco nemmeno a levarmelo dalla testa)
In questo caso però sono le tematiche o meglio come esse vengono gestite a lasciare interdetti come a dire "Che diavolo gli è passato per la testa?" e soprattutto ancora siamo fermi a questo punto nel 2019, con così tanto cinema politicamente impegnato che non viene nemmeno preso in considerazione?
Sembra di sì.
Il cast è fantastico. Il ritmo per durare quasi due ore è formidabile a non far pesare mai momenti troppo sobbarcati di buoni sentimenti e scene melense.
Tutto in fondo è più che matematicamente studiato a tavolino, il finale e nessun altro momento del film godono o possono godere di colpi di scena, ma forse non servono. Si rimane così ad osservare i dialoghi e i cambi repentini di un personaggio, quello di Don, che da un lato nasconde la sua omosessualità e dall'altra esibisce un tono estremamente elegante avendo il piglio di un grande attore classico.
Tematiche sul razzismo, sulla diseguaglianza, su un nero che non può andare nei servizi pubblici dove vanno i bianchi, ma può salire come un bestia sullo stesso palco.
In tempi dove il razzismo è tornato in auge in maniera pericolosa, Green Book è un buon film ma non è la risposta al problema. Il cinema può fare di più e in maniera meno patinata

Transit


Titolo: Transit
Regia: Mariam El Marakeshy
Anno: 2018
Paese: Grecia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Potenti storie di giovani rifugiat* che hanno rischiato la vita attraversando il mare Egeo verso l’Europa, per rimanere intrappolat* nell’isola greca di Lesbo. Piccole forme di resistenza aprono spiragli di speranza

Co finanziato da un canale televisivo turco, Transit è un documentario scomodo, indipendente e low budget che ha il merito di cogliere alcune testimonianze di tutti coloro che si sono trovati intrappolati nell’isola greca di Lesbo senza aiuti dall'Europa in accampamenti che spesso non hanno nemmeno i servizi principali.
Un luogo che "dovrebbe essere" di transito, dal momento che tanti rifugiati non vedono la Grecia e l'Italia come quella Europa che dovrebbe ospitarli e sistemarli, ma una via di mezzo per l'Europa che significa invece Germania o paesi più industrializzati.
Emergono dettagli inquietanti come i salvagenti consegnati dagli scafisti ai rifugiati che in realtà non sono omologati a norma, ai traumi senza parole delle testimonianze di persone e famiglie semplicemente lasciate lì, in mezzo ad un'isola con sogni, rabbia, delusioni e intenti su un futuro che sembra sempre più abbandonato e reso inconsistente da una politica che si dimentica di loro.

Tombes & Manages



Titolo: Tombes & Manages
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel suo isolato cimitero, un becchino piuttosto rozzo cerca di divertire suo figlio in un modo piuttosto sciocco ...

Perché alcune delle migliori storie per bambini sono così deliziosamente macabre.
Sembra di continuare un discorso aperto nell'82 da Burton con il suo Vincent ma prima ancora di lui da tanta importante narrativa senza contare il peso della fiaba.
In sette minuti il Team di ISART Digital School composto da Nicolas Albrecht, Jérémie Auray, Alexandre Garnier, Antoine Giuliani, Sandrine Normand, Ambre Pochet, Marc Visintin, riesce a fare un mezzo miracolo.
Una storia drammatica di una perdita, quella di un figlio. La notte come un momento magico che in un parco divertimenti/circo, riesce a far rivivere come una benedizione/maledizione una piccola anima permettendole notte dopo notte di stare a fianco del padre e vivere come se fosse la prima una nuova entusiasmante avventura.
Straziante per certi versi. Muto e con dei colori fantastici, l'impiego dell'animazione digitale sembra in alcuni casi stop motion pura e semplice, usata dal team francese che si compone di tanti elementi e una maniacalità a far in modo che tutto converga verso la perfezione.
In particolar modo come nel lungometraggio capolavoro Coraline e la porta magica sono proprio i dettagli del corto a farla da padrona, dai paesaggi, alle giostre, alle impronte digitali negli stampi dei personaggi, fino alle scenografie gotiche e barocche su cui svetta un cimitero grigio macabro e inquietante come d'altronde dovrebbe essere una fiera di tombe.


Bao



Titolo: Bao
Regia: Domee Shii
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Come ogni mattina una donna si alza dal letto e subito prepara il pranzo che il marito porterà a lavoro: deliziosi “sream bun” (quelli che chiamiamo ravioli al vapore) di cui è maestra indiscussa. Dopo che l’uomo è uscito, nel silenzio della casa vuota, la donna si appresta ad assaggiare la sua arte quando il bocconcino che sta per ingoiare improvvisamente prende vita, com un neonato. Spinta dal suo istinto materno, la donna inizia ad accudire il piccolo e vederlo crescere giorno dopo giorno.

Forse qualcuno avvezzo al cinema di genere, si ricorderà certo il mediometraggio girato da Chan per i THREE OF HORRORS come mediometraggio e poi il lungometraggio, l'inquietante Dumplings.
L'idea era che i ravioli cinesi fossero in realtà dei feti e mangiarli aiutava le persone a vivere più a lungo. Qui in comune c'è solo il raviolo. La Pixar allarga come la Disney il suo controllo e chiama questa interessante regista cinese a tessere la sua appassionante storia di pochi minuti.
Tutto il corto è un'appassionante allegoria sul rapporto tra una madre e un piccolo raviolo come a sostituire il figlio ormai grande partito per gli studi.
Il piccolo che cresce, la sua voglia d'indipendenza, i legami che crea con la famiglia (in particolare con la madre) e alla fine il ricongiungimento sono i temi su cui si sviluppa il cortometraggio.
Un'opera che ancora di più segna il bisogno della Pixar di sdoganare e uscire fuori dai confini per regalare storie nuove e riuscire così ad appassionare un nuovo pubblico.
La Shii coniuga quella da lei vissuta come la Empty-nest syndrome per tutta la durata del corto; il rapporto tra la madre del corto e il piccolo raviolo va a sostituire quello che la donna aveva con il figlio che ha ormai lasciato la casa per iniziare una propria vita. Un fenomeno che soprattutto in Cina è molto sentito.

Circo della farfalla


Titolo: Butterfly Circus
Regia: Joshua Weigel
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La storia di Vujicic è triste. Primogenito di una famiglia serba cristiana, Nick Vujicic nacque a Melbourne, Australia con un rara malattia genetica: la tetramelia ovvero privo di arti, senza entrambe le braccia, e senza gambe eccetto i suoi piccoli piedi, uno dei quali ha due dita.
Probabilmente non si aspettava che dalla sua storia nascesse un cortometraggio che ha fatto piangere le platee di diversi paesi in tutto il mondo.

The Butterfly Circus è sicuramente un ottimo cortometraggio con un cast importante, una sontuosa fotografia e una storia tutto sommato che rispecchia difficoltà e timori del protagonista.
Weigel è abile e sfrutta in particolare i sentimenti e le musiche per rendere ancora più sdolcinata e melensa una storia che non aveva bisogno di fronzoli per comunicare quello che doveva.
Il circo allora in questa galleria di freaks piuttosto originali e con un ottimo lavoro di trucco e costumi, diventa quel luogo dove ognuno, in questo caso Vujicic, trova la sua strada diventando da bruco a farfalla e abbandonando così la muta iniziale della pigrizia e dello sconforto.


Florido & Carlotta


Titolo: Florido & Carlotta
Regia: Rossella Bergo
Anno: 2018
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Festival
Giudizio: 2/5

Florindo è un poeta disabile che va a ritirare un premio di poesia in un villaggio dimenticato dal mondo. Carlotta è una prostituta che lavora su una delle strade infinite di questi luoghi desolati e vive in un’antica fattoria con collegh*, personaggi stravaganti e artisti falliti. Il loro incontro cambierà le loro vite.

Il cortometraggio della Bergo sembra una slapstick chapliniana in b/n dove i due attori cercano, mettendoci forza e coraggio, di rendere in tono ironico e dare semplicità e profondità al sentimento dell'amore e della diversità.
Cosicchè i poveri e gli smarriti possano godere della vita in semplicità senza doversi preoccupare di noiose problematiche. Florido & Carlotta inseguono la libertà, occupandosi di stabili abbandonati e cercando di sopravvivere come possono in una società che mette da parte i miserabili per fare posto a realtà che non sembrano possedere nessuna virtù e qualità empatica che i nostri protagonisti non smettono mai di perdere e regalare al prossimo.

mercoledì 6 febbraio 2019

Bomb city


Titolo: Bomb city
Regia: Jameson Brooks
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: Seeyousound
Giudizio: 4/5

Nell'inverno del 1997 ad Amarillo in Texas, zona di mucche, petrolio, football e terre sconfinate, Brian Deneke è noto per i suoi capelli verdi, il collare per cani al collo e la sua passione per la musica punk, che suona insieme agli amici in un locale di bassa lega noto come Bomb City. Come molti punk della zona, si rifiuta di conformarsi alla cultura conservatrice che li circonda e spesso finisce con lo scontrarsi con i giovani come Cody Cates, giocatore di football maldestro e alla ricerca continua di guai. Dopo una partita di football, gli alterchi tra i punk e Cody e i suoi amici accendono una violenta notte di strada, destinata a divenire tristemente famosa.

Seeysound è stata una rassegna dove il cinema e la musica avevano davvero bisogno di comunicare qualcosa andando quasi sempre a braccetto. I risultati sono stati molto altalenanti, ma questo film, un esordio tra le altre cose, è un pugno allo stomaco di rara ed estrema lucidità, nel saper narrare un fatto di cronaca avvenuto ma raccontato come se fosse il figlio sporco di Walter Hill.
Il più bel film sul fenomeno del punk, sui suoi protagonisti, sugli ambienti, sul Texas e sulle mode e il messaggio sociale della società rivolto a questi strani "anticonformisti" in contrapposizione con i joks, fazioni diverse ma facenti parte entrambi della stessa provenienza sociale ovvero la middle class americana.
Un film molto intelligente che si discosta da molti coetanei prendendo subito una deriva legata alla critica di una società con un perverso sistema giudiziario-penale.
La tecnica tutta a telecamera a mano ricorda il primo Montiel, creando e aumentando quel senso di caoticità con dialoghi onnipresenti e una sound track di quelle che restano impresse.
Uno dei migliori film dell'anno, non un cult ma quasi, nel non prendersi mai alla leggera creando un forte dramma sociale interpretato in maniera ottima e diventando un film che per forza di cose ha fatto discutere e forse lo farà ancora.
Bomb city è un viaggio emotivo intenso e per alcuni versi straziante soprattutto nella crudele mezz'ora finale.

mercoledì 23 gennaio 2019

Incredibili 2


Titolo: Incredibili 2
Regia: Brad Bird
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Mr Incredibile, Elastigirl e Siberius ci hanno provato a farsi riamare dalla gente, a dimostrare la propria utilità alle istituzioni, ma non c'è stato niente da fare: fuorilegge erano e fuorilegge rimangono. Non la pensa così, però, il magnate Winston Deavor, da sempre grandissimo fan dei Super, che intende perorare la loro causa e ha scelto Elastigirl come frontwoman per l'impresa. Convinto che il problema sia di percezione, grazie alle invenzioni della sorella Evelyn vuole dotare Helen di una telecamera per mostrare alla gente il suo punto di vista.

Incredibili 2 è un film che stento a credere sia riuscito ad avermi fatto godere come spesso solo l'animazione sa fare. Un concentrato di idee, una risaputa capacità nel trasmetterle sotto forma di sceneggiatura e darle carburante, infine un sequel che batte l'originale, che già era molto bello, credo sia il massimo.
Certo parliamo di Pixar, di super eroi che mai come in questi anni sono saliti sul podio (nel bene e nel male), rincretinendo un po tutti ma regalando anche intrattenimento a profusione a volte come in questo caso, dove il cervello deve rimanere attento e godersi tutti i dettagli, sotto storie, colpi di scena e ribaltoni che come in questo caso funzionano a dare imprevedibilità alla storia.
Incredibili 2 è un film che si prende dannatamente sul serio, cosa che non si può dire per cugini non animati di recente uscita, risultando sofisticato e complesso, nel quale è facile perdersi nei dettagli, e in tutte quelle difficoltà esistenziali, adolescenziali, di scoperta e dove ancora una volta i valori della famiglia sono più reali che mai.
Un film critico ma mostruosamente ironico, delicato e con tantissime straordinarie scene d'azione, che mette e trasmette tutta la sua politica sui super eroi in diversi dialoghi e in uno in particolare dice la sua, mettendo in chiara correlazione l’ossessione per il super eroismo con un più grande desiderio di scarico di responsabilità.
Che sia vero o meno, il talento e la messa in scena della grande Pixar e del suo beniamino Bird fanno ancor più sperare che nei prossimi anni continueremo a vederne delle belle.

lunedì 24 dicembre 2018

Manuel


Titolo: Manuel
Regia: Dario Albertini
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Manuel, al compimento dei diciotto anni esce dall'istituto per minori privi di un sostegno familiare e deve reinserirsi in un mondo da cui è stato a lungo lontano. Sua madre, che è in carcere, può sperare di ottenere gli arresti domiciliari solo se lui accetta di prenderla in carico. Si tratta di una responsabilità non di poco conto.

Roma. Un altro film di formazione, di redenzione che pulsa attraverso il suo impegno nel sociale.
Casa famiglia, madre in carcere, maggiorenne affascinato dalle sostanze, adolescente dal cuore puro, assistenti sociali che sembrano tagliati con l'accetta, legali compassionevoli e poveracci costretti a vivere tra i rifiuti.
In meno di '90 viene narrato tutto questo, visto sempre attraverso gli occhi del suo protagonista e cercando di lavorare su cosa spinge un giovane a scegliere la strada della legalità quando tutto sembra voler prendere un'altra strada.
In più Manuel è solo e tutti i suoi demoni dovranno trovare pace grazie alle sue abilità e la scelta di perseguire un obbiettivo per realizzare se stesso e liberare sua madre.
"Spesso quando si hanno storie difficili si cresce prima" come Manuel confida all'assistente sociale.
Il merito maggiore del terzo film di Albertini è quello di non esibire ancora una volta una vittima della società che lo spettatore deve compatire dall'inizio alla fine.
L'immagine finale scandisce bene questo concetto.
Manuel è uno dei tanti che vivono una situazione al limite che sta diventando sempre più spesso una prassi comune per chi vive in determinati contesti o ha la sfortuna di dover pagare a caro prezzo gli errori dei genitori.
Lo spettatore può commuoversi solo assieme a Manuel in quel momento in cui sembra soffocare dopo aver vinto una lotta che lo ha messo di fronte ai suoi fantasmi.



sabato 15 dicembre 2018

Affido-Una storia di violenza


Titolo: Affido-Una storia di violenza
Regia: Xavier Legrand
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

Affido-Una storia di violenza è un film che fin da subito prende una piega insolita. Decide di schierarsi, di prendere una posizione puntando il dito verso le responsabilità genitoriali, l'affido, materia sempre complessa, e due genitori profondamente afflitti e consumati dalla rabbia.
La Francia da sempre tratta temi sul sociale senza dover compiacere il pubblico ma prediligendo una linea dura, come d'altronde è la realtà, in questo caso facendoci scoprire fin dove può spingersi il controllo e il comportamento coercitivo di un padre che nella scena finale deraglia completamente ogni parvenza di normalità, facendo diventare l'esordio di Legrand, un incubo in cui solo la determinazione di Miriam può fare sì di proteggere i suoi figli.
"Facciam fatti" diceva Jacopone da Todi e sembra per certi versi la regola che il regista sviluppando il cortometraggio pluripremiato, ha cercato di mantenere costante per tutta la durata del film, facendo sì che le azioni predominassero sui dialoghi e le immagini mostrassero più delle parole.
Gli intenti del regista appaiono per certi versi con una marcia in più rispetto a tanti altri film che trattano temi sociali e in particolare la famiglia. Qui come dicevo tutto viene rappresentato, in particolar modo la violenza disperata e intenzionale come potrebbero essere i comportamenti di Antoine come conseguenza dell'aver perso ormai ogni contatto con la realtà.
Vincitore del premio come miglior regista alla Mostra di Venezia, Affido, alza la posta, mostrando una violenza ancora più inesorabile e cruda rispetto ad altre manifestazioni viste in passato.
Nel climax finale la furia di Antoine sembra quella di Jack Torrance.