Visualizzazione post con etichetta Slasher. Mostra tutti i post
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martedì 2 luglio 2019

Husk


Titolo: Husk
Regia: Brett Simmons
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di amici si trova in difficoltà proprio vicino a un campo di grano e cerca riparo nella fattoria che si trova nei pressi. Presto si accorgeranno che la dimora è il centro di un rito soprannaturale.

Tutto comincia nel 2005, quando Brett Simmons presenta al Sundance un cortometraggio di circa venticinque minuti (disponibile su Vimeo) che, pur offrendo attori diversi, tra cui lo stesso regista nella parte del protagonista Brian, condivide con questo Husk del 2011 sia il titolo sia il soggetto.
Sono tanti gli spauracchi che popolano e infestano la nutrita galleria di mostri e quant'altro nell'horror. Simmons che non è il primo e non sarà di certo l'ultimo parla di spaventapasseri, quelle figure inquietanti che da sempre hanno spaventato più le persone dei corvi.
In passato alcuni esempi ci sono stati anche se sfruttavano più la location dei campi e l'atmosfera che non lo spaventapasseri in sè che forse per evidenti ragioni non sembrava poter reggere sulle spalle tutto il film. Anche in questo caso per fortuna non viene inscenato come un semplice mostro che uccide senza pietà. Nella sua ora e venti il film, pensato a tutti gli effetti come l'opera artigianale a cui l'autore riserva tutta la pazienza del mondo, Simmons riesce a condensare paure e suggestioni che il cinema horror non ha mai approfondimento veramente mostrando il solito gruppetto di ragazzetti scemi che amiamo vedere uccisi ma dandogli un movente, una ragione per essere uccisi, non trovandosi solo lì e basta, ma violando un cerchio magico, un rituale che seppur con tutti i suoi limiti riesce a coinvolgere e dare aspetti più interessanti alla storia.


venerdì 14 giugno 2019

Wolf Creek


Titolo: Wolf Creek
Regia: Greg McLean
Anno: 2004
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Liz, Kristy e Ben sono in viaggio in auto alla scoperta dell'outback australiano. Dopo un'escursione nel parco nazionale di Wolf Creek, i tre scoprono che la loro auto non parte. Un aiuto inatteso arriva da un carro attrezzi guidato da Mick, che si offre di riparare la macchina, dopo averla condotta alla sua officina. Una volta lì i ragazzi si addormentano intorno a un falò, mentre il meccanico comincia a lavorare. Ma quando Liz si sveglia si trova legata e imbavagliata. È l'inizio dell'incubo.

Cosa ci sarà mai di così affascinante nel deserto australiano? E' la metà privilegiata per chi medita una morte rapida senza contare che i suoi resti probabilmente non verranno mai trovati.
Ci troviamo nell'outback australiano quello osannato da tanto cinema horror post contemporaneo, quello dove il tasso di persone scomparse è il più alto da sempre e dove sembrano vivere nella flora e nella fauna animali e insetti in grado di ucciderti in pochi secondi.
Un gruppo di baldi giovani, teen disposti a tutto pur di non lasciarsi scappare le bellezze della natura e un bifolco che non sa più cosa fare per intrattenere il tempo oltre ad uccidere la gente, in particolare i turisti.
McLean si è consacrato all'horror con questi due slasher cruenti e che se è pur vero che parlano del solito gruppo di ragazzi e di un killer spietato che gli segue, tra il panorama e alcuni aspetti culturali, Wolf Creek è diventata una piccola chicca non solo in patria. A fatto seguito uno slasher ancor più violento Wolf Creek 2 e una mini serie davvero brutta Wolf creek-Season 1
Senza infamia e senza gloria, il film procede co un buon ritmo, facendo incetta di stereotipi ma senza mancare l'obbiettivo ovvero l'atmosfera e la suspance che seppur con qualche scivolone, funziona alla grande. Wolf Creek poi divenne famoso per essersi basato sulle truci gesta di Ivan Milat, serial killer di saccopelisti che a quanto pare terrorizzò l'Australia negli anni '90.

domenica 28 aprile 2019

Der Todesking


Titolo: Der Todesking
Regia: Jorg Buttgereit
Anno: 1990
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Sette splendidi episodi che come filo conduttore hanno la morte:
1)La rappresentazione della vita di un uomo che conduce la sua esistenza nella totale banalità (lavoro,casa,faccende casalinghe...) ma si rende conto di trovarsi in una bolla di vetro, intrappolato, proprio come il suo pesce rosso, così renderà tremendamente e fatalmente simile il suo tipo di vita con quello del suo animale domestico
2)La visione di un film nazista (con tanto di shockante amputazione di pene ebreo!) distorce la mente di un giovane ragazzo, così quando torna la sua donna lui la uccide a sangue freddo incorniciando di materia cerebrale il muro
3)Sotto una pioggia scrosciante un uomo depresso, si sfoga di fronte ad una donna. Ella ,per commiserazione, decide di sparagli ma siccome non aveva caricato il colpo in canna fa cilecca. Lui prende la pistola e fa partire il colpo
4)Varie inquadrature e carrellate ci mostrano la struttura di un ponte, dove in ogni sequenza compaiono i nomi delle persone tuffatesi nel baratro
5)Una donna e la sua solitudine: dalla finestra riesce a vedere una felice giovane coppia che si scambia sorrisi e carezze,nella donna cresce una forte forma d'invidia e cosi' decide di tramortirli placando la visione di felicità che la tormentava nelle sue insulse giornate
6)Un ragazzo escogita una attrezzatura da ripresa per registrare in pellicola un concerto rock, quando entra nel locale(guardando sotto l'ottica soggettiva del protagonista) inizia a sparare all'impazzata sulla band e sul pubblico,poi , terminata la soggettiva, scopriamo che era il ragazzo del secondo episodio, quello influenzato dal film nazi;
7)Un forte mal di testa che stringe la sua terribile morsa sulle tempie indifese di un ragazzo. Il dolore ondeggia spinoso dentro la sua calotta cranica,lui deve placare tale martirio dando violente testate sul muro...forte...sempre più forte....

Esiste l'avanguardia nell'horror o meglio nella sub cultura del gore? Buttgereit a differenza di altri autori che in quegli anni sperimentavano questa forma di cinema, si è ritagliato una politica completamente diversa, dove l'horror rappresenta la punta più in alto dove al suo interno c'è così tanto materiale che il regista tedesco omaggia e mostra con incredibile destrezza, una visione nichilista dove la morte è liberazione da una vita insulsa e banale che non ha scopi e obbiettivi.
I personaggi dei suoi film riflettono molto questa condizione senza provare nemmeno a fare quel salto se non come nel capitolo 4 mostrandoci proprio il suicidio come scelta razionale e liberazione totale. Il fil rouge di tutto il film a episodi è proprio il corpo femminile che si sacrifica e si decompone. Un Cristo femminile inerte che si decompone agganciandosi così a tutto il sotto genere del body horror che negli anni 2000 ha avuto di nuovo un discreto successo con film ambiziosi e complessi e anch'essi d'avanguardia come Thanatomorphose

Nel suo essere brutale e a tratti eccessivo, Der Todesking alla fine si scopre agli occhi di una bambina (inquadratura conclusiva del film) strappando un candido sorriso, perchè nell'ottica fanciullesca tutto può sembrare magico e divertente come uno scheletro decomposto.




sabato 20 aprile 2019

Father's day


Titolo: Father's day
Regia: Adam Brooks, Jeremy Gillespie
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ahab è ossessionato dalla vendetta, violenta, brutale e indomabile vendetta nei confronti dell'uomo che ha ucciso suo padre. A dargli una mano arriva John, un prete e Twink. Insieme partono per un'epica avventura per trovare questo mostro, Chris Funchman, noto anche come il Killer della Festa del Papà.

Gillespie. Ricordatevi questo nome. Per me era stato già in passato un talento e una sicurezza.
Poi sono arrivate tante cose un po della Troma e altri horror indipendenti notevoli per arrivare poi al top Void, uno degli horror migliori degli ultimi dieci anni.
Si fa tanto il nome di Adam Brook ma il suo contributo rispetto a quello del collega non vale il paragone.
Father's day è tanto Troma, è tanto trash, weird, grottesco, volgare, fratelli che scopano le sorelle e altri elementi che i fan di un certo tipo di cinema ma soprattutto di genere apprezzeranno.
Si ride tantissimo e di gusto. Astron-6, lo scrittore e regista di Father's Day , è in realtà un nome composito di cinque diversi ragazzi, che probabilmente sono cresciuti affittando quei nastri Troma, e sembra che abbiano cercato di assimilare ogni ispirazione che hanno mai avuto da loro in un film.
Qui si parte da un trauma, dal famigerato serial killer Chris Fuchman (sì, pronunciato "Fuck-Man"), che ha ucciso padri per qualcosa come trent'anni nei modi più efferati possibili (alcuni omicidi citano il nostro cinema neo gotico italiano) con un mascherone di gomma tremendo e tutta una serie di accessori che forse non vedrete in nessun altro film.
Father's Day fagocita tutto, motrando senza pudore e senza remore tutto quello che la censura vorrebbe toglierci ma che invece per gli autori della Troma sono diventati il leitmotiv del loro modo di fare cinema. La festa del papà ha l'unico scopo di intrattenere con rimandi a tanto cinema e citazioni (Ahab è la variante scemotta di Plissken) alcune delle quali davvero disgustose.



giovedì 11 aprile 2019

Braid


Titolo: Braid
Regia: Mitzi Peirone
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Petula e Tilda sono due artiste che, trasferite a New York per inseguire i loro sogni, sono finite coinvolte nello spaccio e nella prostituzione. Una sera, perdono 80 mila dollari di stupefacenti e hanno solo 48 ore di tempo per ripagare il debito. Pianificano allora di mettere a segno una rapina ai danni di Daphne, una loro ricca amica d'infanzia agorafobica e schizofrenica che vive nel mondo fantastico che le tre hanno creato da bambine. Per rubarle i soldi, dovranno prendere parte al micidiale universo dell'amica, fatto di allucinazioni, giochi di ruolo, torture e omicidi.

Gli horror psicologici non vanno molto di moda, il perchè spesso è riconducibile alla trama, al modo di non essere chiari fino alla fine e non avere uno script adeguato. Braid incappa purtroppo in questo errore mostrandosi fin da subito voglioso di mostrare location e un manipolo di attrici che sembrano crederci fino in fondo. Un primo atto spavaldo, forse la parte migliore, in cui prima di rinchiuderci nella mansione abbiamo scorci delle vite delle due protagoniste tra fughe da appartamenti pieni di droga e viaggi in treno senza biglietto prostituendosi con il controllore (in realtà si fa solo leccare i piedi). Partendo dal principio vi dico che è più chiara la trama di tutto lo svolgimento del film.
I roccamboleschi switch finali per cercare di far tornare tutto in una parvenza di normalità, servono in realtà a rendere ancora più macchinoso tutto il palcoscenico. Nel terzo atto poi avviene ciò che non ti aspetti. Forse intuendo che diversi elementi non funzionano o non tornano, si punta tutto su un colpo di scena che rovina quel poco che poteva funzionare. Vi lascio con le parole di Peirone che credo non si renda forse bene conto del risultato finale della sua opera.
"Braid" rappresenta tutto ciò che temo. "Braid" è l'orribile abisso che si snoda tra realtà e sogni, tra chi siamo e chi vogliamo essere. L'oscura essenza ancestrale di noi stessi, di ciò che ci circonda, della nostra mente, delle nostre azioni e dei nostri desideri. Cosa succede quando la fantasia e la realtà diventano una cosa sola. Cosa succede quando ci rendiamo conto che tutto ciò che ci circonda è esattamente ciò che abbiamo immaginato. La realtà come estensione dei nostri pensieri, in un mondo in cui si inventa la maggior parte di tutto: società, nomi, lavoro, filosofie, religioni, confini geografici, tradizioni, tempo. Siamo adulti che giocano a fare finta. Siamo le ombre dei nostri stessi sogni. "Braid" è il viaggio metaforico da incubo di tre eroine che si avventurano nel mondo sotterraneo delle loro stesse paure, dubbi e ambizioni insoddisfatte. Questo paese delle meraviglie infernale le tiene intrappolate, proprio come lasciamo che i nostri fantasmi psicologici ci tengano prigionieri del mondo inventato che abbiamo creato strategicamente per noi stessi. Per stare al sicuro nelle nostre piccole macchinazioni. Per impedirci di immergerci nell'ignoto sconfinato, dove tutto dipende da noi. "Braid" è stato concepito per aiutare le persone a vivere meglio, cambiando la loro prospettiva sui propri sogni e il potere dell'immaginazione.



Burning



Titolo: Burning
Regia: Tony Maylam
Anno: 1981
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Uno scherzo goliardico, da parte di alcuni giovani campeggiatori ai danni di un poveraccio, si tramuta in tragedia poiché l’uomo rimane orrendamente ustionato. Ricoverato in clinica, anni dopo il disgraziato viene rimesso in libertà e, inutile dirlo, il suo primo pensiero è quello di macellare quanti più teenagers possibili in spensierata vacanza...

The Burning è quel piccolo gioiellino slasher inedito da noi con diversi elementi interessanti, tanto sangue inaspettato, alcune scene di carneficina cruenti, Tom Savini dietro tutto assieme ai Weinstein, è un'idea che sembra mescolare VENERDI'13 e NIGHTMARE
Maylam a tutti sembrerà uno sconosciuto e infatti quando girò questo slasher fu proprio così ma siete costretti a ricordarvi questo nome dal momento che anni dopo girerà quella perla di Detective Stone, b-movie che col tempo è diventato un importante film di genere.
Burning ha saputo guadagnarsi un certo successo tra gli appassionati se non altro per aver piazzato e rinsaldato alcune regole sul genere e averne cambiate altre come forse la scelta più importante di non avere una vera e propria final girl ma invece di giocare a mosca cieca con la mattanza dei protagonisti. Vengono tutti disegnati molto bene, aderiscono infatti ognuno ad uno stereotipo, il sesso non manca, le scene di nudo neppure, facendo sì che nella sua raccolta il film dimostri di aver seminato molto più di quello che per l'anno in cui è uscito ci si poteva aspettare.
Una vera sorpresa da andare a recuperare e analizzare con tutte le conoscenze soprattutto legate ad un nuovo millenio non esaltante per questa sotto categoria dell'horror.
Burning per essere del 1981 è ancora incredibilmente al passo coi tempi



lunedì 11 marzo 2019

Gutterballs


Titolo: Gutterballs
Regia: Ryan Nicholson
Anno: 2008
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un brutale e sadico stupro porta ad una serie di omicidi bizzarri e altamente violenti durante una festa da ballo organizzata in una sala da bowling. Uno dopo l'altro, i giocatori delle due squadre muoiono per mano di un misterioso killer…

Se dovessimo fare una classifica di tutte le maschere più imbarazzanti negli slasher, il carnefice di Gutterballs si aggiudica la menzione speciale.
Il film canadese di Nicholson è un palese omaggio agli anni 80, uno splatter di serie b e infatti non differisce molto da centinaia di altre pellicole sul torture porn, trash & revenge e rape & revenge (giusto per non farsi mancare nulla). Inserisce come location il campo da bowling, quasi tutto il film è in interni, la trama è campata in aria, infilando la solita galleria di personaggi patetici ed esemplarmente idioti. Due squadre che si affrontano, qualche fanciulla degna di nota, un certo sessismo in particolare sui trans e per finire uno stupro lunghissimo, tantissimo sangue e alcuni dialoghi inconsistenti e sboccati.
Per il resto non c'è molto al di là del fatto di perdersi per strada in più momenti, la regia poteva regalare più pathos tra i personaggi al posto di inscenare troppi dialoghi resi pesanti da campi e contro campi macchinosi come un partita di ping pong.



Who's watching Oliver


Titolo: Who's watching Oliver
Regia: Richie Moore
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il solitario Oliver vaga di notte senza meta per le strade della città. Intrappolato in una vita umiliante e frustrante in cui riesce a reagire solo con la violenza, Oliver trova nella dolce ed ingenua Sophia un’ancora di salvezza. Con lei il triste e squilibrato killer cercherà di mantenere il controllo…

Who's watching Oliver è un altro malato film che mostra un protagonista vittima di disturbi mentali con un rapporto ossessivo compulsivo nei confronti della madre che lo guarda da uno schermo consumare rapporti e affettare ragazze per cui prova dei sentimenti.
Uno slasher splatter in parte con scene davvero esplicite nei nudi e nel sangue quando mostra sopratutto le scene di torture ai danni delle povere malcapitate.
Il fatto che la pellicola sia indipendente oltre ad essere l'esordio di Moore, di sicuro apporta alcuni piacevoli accessori al film e riesce a metterlo in scena con alcune suggestive e originali momenti, come il rapporto di Oliver con le coetanee, cogliendo i suoi stati emotivi interni quando prende le "pillole" sondando il rapporto con i problemi mentali generati dagli abusi commessi dai genitori e la loro conseguente connessione con la sfera emozionale con cui Oliver ha molta difficoltà oltre ad apparire in pubblico come un semi ritardato.
Moore riempie immagini di sangue e frattaglie, usa tanta camera a mano oltre che seguire minuziosamente il suo protagonista con tanti primi piani e mezzi busti, rendendo la fotografia sporca dando così ancora più un senso di marcio e sporcizia all'intera pellicola.
Il film purtroppo non riesce ad essere, nonostante gli sforzi originale ad andare oltre quello che ciclicamente mostra senza affossare la critica o sviluppare qualcosa che non sia solo mattanza.
L'incipit e la trama in generale sono troppo debitrici ad altri film o classici di genere.
Oliver è un incrocio tra Bateman e Bates già visto troppe volte al cinema così come l'idea di riprenderlo sempre nella sua maniacalità osservando sempre la sua routine quotidiana, che consiste nell’alzarsi la mattina, lavarsi, prepararsi, fare colazione, infine compiere un giro al mercato e al parco giochi locale prima di selezionare le vittime impasticcarle, legarle e poi ucciderle con l'eco della mamma che incita il figlio a far peggio di quanto può.


venerdì 8 febbraio 2019

Terrifier


Titolo: Terrifier
Regia: Damien Leone
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il sadico Art the Clown non è morto. Gira ancora per le strade deserte di Miles County con il suo vestito da pagliaccio e il suo trucco inquietante, portandosi sulle spalle un grosso sacco nero della spazzatura pieno di chissà cosa. Ogni notte di Halloween si diverte come un matto a massacrare chi incontra per strada. Questa volta è il turno di due amiche appena uscite da una festa che si ritroveranno chiuse con Art the Clown in un vecchio edificio abbandonato.

Terrifier adempie al suo scopo. Uno slasher con tanto sangue, per fortuna pochi dialoghi, e una buona messa in scena senza fronzoli o accessori particolari.
Un clown che gira squartando tutti perchè non sa come passare il tempo.
Diciamo che Leone è da tempo che insegue questo personaggio facendolo vivere all'interno di corti , poi lunghi e infine quest'ultimo, decisamente il migliore, dal momento che il film come la trama avanza senza nessuna pretesa con il risultato di non richiedere nessuno sforzo mentale allo spettatore se non quello di seguire un pagliaccio che squarta tutto e tutti.
Il trucco del film è quello di vedere brutalizzare tutte le vittime ad opera del clown assassino dandogli quell'atmosfera vintage come un film anni'80 con la solita fotografia satura e patinata tutta tendente ai colori scuri con abbondanza di nero e rosso.
Un film che ha il solo compito di intrattenere, senza guizzi di sceneggiatura o particolari colpi di scena. Il climax finale seppur telefonato risulta funzionale come tutta una serie di efferatezze estreme molto succulente per gli amanti del genere.




Wolf Creek


Titolo: Wolf Creek
Regia: Peter Gawler
Anno: 2016
Paese: Australia
Stagione: 1
Episodi: 6
Giudizio: 2/5

Eve una turista diciannovenne americana è braccata dal serial killer Mick Taylor, e dopo essere sopravvissuta ad un primo attacco inizia una missione per vendicarsi.

Penso che non fosse necessario fare anche una mini serie di un dittico di slasher importanti come lo sono stati Wolf Creek. Di per sè non aggiungevano nulla al sotto genere, ma erano funzionali per mostrare i redneck nel loro territorio dediti all'anarchia più assoluta.
In parte lo spirito dei film di McLean qui viene ripreso e il messaggio sembra ribadire proprio quello. Redneck che escono dalle loro tane nell'outback arrabbiati uccidendo i turisti per il solo piacere di ucciderli. Fin qui niente di nuovo. La coppia di registi impelagati per questa serie non sembra aver avuto le idee così chiare. Il tema della mini serie sarebbe stato ottimo per un massimo 3 episodi.
La serie invece è eterna, ha un ritmo che ti sfianca peggio del sole australiano. La protagonista credo riesca a fare al massimo due espressioni e il poliziotto buono mi spiace ma era meglio quando faceva il tamarro Gannicus.
Mi ha lasciato davvero spiazzato. In alcuni casi credo che l'improvvisazione abbia preso il sopravvento. Ci sono corse per deserti inutili, momenti ripetuti in maniera indegna, personaggi assolutamente senza polso o carattere che fanno brevi comparsate in una nuvola di fumo.
Anche il villain Mick Taylor, che riesce per fortuna a fare la differenza, essendo divenuto famoso se non altro per essere la nemesi del male di Mr. Crocodile Dundee, dopo qualche episodio viene caratterizzato male senza dargli il giusto peso. Tanti elementi non tornano. L'idea è che sia stata fatta in fretta e furia per cercare di ottenere lo stesso successo dei due capitoli, del primo in particolare.
L'unico spunto ma nemmeno così interessante riguarda il passato di Mick Taylor, mai veramente preso in esame, in cui con un flashback ci viene svelato l’episodio shock che ha trasformato un ragazzino normale in uno psicopatico assassino. Nulla di originale ma almeno poteva dare qualche chance maggiore allo sviluppo.

mercoledì 6 febbraio 2019

Devil's Reject


Titolo: Devil's Reject
Regia: Rob Zombie
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Assediati dai poliziotti nella loro fattoria, i Firefly accettano lo scontro a fuoco. La madre viene arrestata, mentre Otis e Baby riescono a scappare. I due, raggiunti da Captain Spaulding, cercano di fuggire dalla morsa dello sceriffo Wydell, che, nel frattempo, ha ingaggiato anche due brutali tagliagole.

A dimostrazione che Zombie è uno dei registi horror più interessanti e prolifici, capace di destreggiarsi abilmente tra i generi, come la pellicola in questione, una delle sue perle, sequel di un filmetto che si presta ad essere soltanto citazionista.
Devil's Reject è un western che parla di bifolchi, potere, corruzione e violenza.
Figlio di quella contaminazione estetica e musicale che riesce ad aggirare lo spettro della copiatura o del già visto per tessere ragnatele che portano il suo stile ormai pienamente riconoscibile.
L'America di Zombie è il male assoluto, costellato di personaggi di cui è difficile empatizzare non essendoci spaccature tra buoni e cattivi, mettendo sullo stesso piano e come nel caso dei protagonisti creando alleanze tra figlie e padri, rifiutando la morale dell'autorità, qui sotto il cappello di uno sceriffo spietato impossibile da dimenticare, forse uno dei villain più interessanti del cinema horror.
Con una colonna sonora in grado di creare l'effetto lacrimuccia (a questo giro si supera per immensità dei brani scelti) ci troviamo di fronte ad un film che andrebbe visto e rivisto più volte per quanto indaghi appieno l'animo umano in tutta la sua ferocia e bisogno di vendetta.
Il secondo film del regista è uno degli horror più disturbanti, esagerato in senso ampio del termine, funzionale a far salire quel senso di rabbia e stupore per come prenderanno vita gli eventi, di cui nessuno può portare a niente di buono. Nel cinema di Zombie sono sempre tutti condannati, non essendoci quasi mai, e in questo caso ancora di più, buoni e cattivi assoluti.



New Year, new you-Into the dark


Titolo: New Year, new you-Into the dark
Regia: Sophia Takal
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 4
Giudizio: 2/5

Nell’era della mania della “cura di sé”, un gruppo di amici millennials si riunisce per la riunione notturna delle ragazze a Capodanno per ricollegarsi e reminiscenza. Ma mentre iniziano a ripassare vecchi ricordi e rivisitare un vecchio gioco “Never, Have I Ever”, riemergono lagnanze e segreti che stanno nascondendo in modo nefasto e sorprendente.

Al di là di qualche twist finale, il quarto episodio della saga Into the dark, di nuovo si abbassa di livello, contando che l'episodio in questione, in 80 minuti, fatica decisamente a decollare.
Quando lo fa, oltre il secondo atto, la situazione è abbastanza chiara e palese.
Il tema della vendetta reciproca non è originale, sfruttare le app e i social per i millenials invece sì, elemento che Takal non sempre però riesce a seguire in maniera astuta, attingendo così da problemi reali alcuni buoni colpi di scena.
La carneficina arriva solo nell'ultimo atto, spostando la dicotomia vittima/carnefice, e lasciando così lo spettatore, che non empatizza con nessuno dei quattro personaggi, ad assistere a questo tira e molla purtroppo già visto.
C'è da dire che anche il cast non aiuta molto a parte la high-school friend Danielle che pur di avere like e conferme chiede alle amiche di rivelare ai suoi follower i loro segreti nascosti in modo da ottenere in questo modo ancora più visualizzazioni e popolarità.
A mio avviso se la scrittura si fosse concentrata maggiormente su questi tumori sociali che rischiano di creare importante ferite nei rapporti sociali e sulla percezione dell'identità, avrebbe giovato.
In più il fatto che sia tutto in un'unica location senza azione se non nel finale diventa davvero lento e noioso.

Pooka-Into the dark


Titolo: Pooka-Into the dark
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2018
Paese: Usa
Serie: 1
Episodio: 3
Giudizio: 4/5

L'episodio di Into the Dark si concentra su un attore che pare possa dar vita a Pooka, iniziando uno strano viaggio allucinatorio e pericoloso. Quella che all'inizio è solo una distrazione innocente e un lavoro stagionale, per l'attore diventa un incubo quando Pooka inizia a prendere possesso della sua mente.

Tocca al Natale dopo Halloween e la Festa del Ringraziamento. E chi ha dare nuova linfa alla serie se non uno dei registi contemporanei più interessanti. Vigalondo lascia da parte la scifi per concentrarsi su questa storia che riesce a mettere assieme, horror puro, costumi che prendono "vita", salti temporali ed esecuzioni che non ti aspetti.
Grazie ad una buona sound track, un motivetto fastidiosissimo e un montaggio perfetto, una fotografia che esalta i colori soprattutto i rossi nelle scene di sangue, Vigalondo porta a casa l'episodio per ora più valido e accattivante.
L'elemento che più traspare nell'episodio è quello della paranoia che contagia Luke il protagonista e noi con lui che non sappiamo quando una cosa è vera o no, oppure se è stato davvero lui o il costume, il responsabile di alcune trucide mattanze.
In questo tira e molla, passando dall'orrore alla commedia con dei salti da gigante, Pooka finora si dimostra il più serio, quello che va oltre e racconta la paura che può fare un giocattolo per i bambini e soprattutto riesce ad essere un film fatto e finito. Magari qualcuno nel mascherone inquietante rivivrà gli orrori del coniglio di Kelly.
Sicuramente il più coraggioso e maturo finora visto.




Motorrad


Titolo: Motorrad
Regia: Vicente Amorim
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 2/5

Un gruppo di motociclisti decide di andare a percorrere insieme un percorso mozzafiato. Ma il viaggio si rivelerà pieno di insidie e ciò che sembrava meraviglioso si trasformerà in un incubo.

Motorrad pur essendo una sorta di slasher con le moto non riesce a regalare nulla di più.
E diciamolo in un'era dove il cinema riesce nonostante tutto ad essere la forma d'arte più dinamica e multiforme, un prodotto come questo ricicla perfettamente alcuni canoni del cinema di genere senza però riuscire ad avere qualcosa di innegabilmente suo.
A partire dal cast dove gli attori non funzionano, troppo inespressivi, per assurdo sembrano più animati la gang dei motociclisti che non tolgono mai i caschi, impazziti i quali girano con il solo gusto di uccidere anche qui senza una logica che ne descriva motivazioni o intenti.
Motorrad è basato sul lavoro del fumettista Danilo Beyruth che ha collaborato molto con la Marvel. Il risultato è un'operazione che sicuramente si presta molto di più nella grapich novel che non nel cinema, o forse è Amorim che non riesce a coglierne le potenzialità facendolo diventare presto un film trascurabile con un ottimo reparto tecnico dietro, dove a dare lo spessore maggiore è la fotografia, una palette cromatica desaturata tutta strutturata sul grigio metallico.


No morire sola


Titolo: No morire sola
Regia: Adrián García Bogliano
Anno: 2008
Paese: Argentina
Giudizio: 2/5

Carol, Yasmin, Moira e Leonor stanno attraversando in auto l’arida regione argentina di La Plata, quando notano un corpo steso sull’erba, sul ciglio della strada. Si tratta di una donna ferita gravemente, probabilmente da un manipolo di cacciatori di frodo che le ragazze scorgono poco lontano dal luogo del ritrovamento.

Pur amando l'horror, il sotto genere del rape & revenge non mi entusiasma a meno che non parliamo di film dove anche l'azione tiene alta l'atmosfera o intuizioni simili o dove la tortura è al servizio di qualcosa di più importante e immutabile.
La camera fissa che osserva torture lente e infinite le trovo spesso e volentieri gratuite e fine a se stesse non aiutando e non trasmettendo nulla allo spettatore come in parte ho appurato in questa opera low budget sentita particolarmente dal regista e dal cast.
No morire sola fin da subito, nonostante la pluralità delle protagoniste, mi ha fatto pensare ad uno dei classici del genere impossibile da non citare, I spit on your grave di Zarchi del '78.
In quel caso nel sottosuolo americano facevano la comparsa i redneck che abbiamo imparato ad amare col cinema. In questo caso siamo in Argentina dove un altro orrore legato alla povertà fa breccia nella narrazione creando una sorta di brutal shocker tutto basato sulle scene silenziose e inutilmente protratte del film.
A livello tecnico ci sono diversi elementi che non giocano a favore e che purtroppo rendono complessa e distante la visione come l'audio senza una presa diretta adeguata, un sacco di riverberi, una fotografia che spesso cambia tonalità di netto, alcune inquadrature a mano che sembrano particolarmente improvvisate e un finale che a parte la scena delle bestie feroci lascia allibiti.
Bogliano a voluto omaggiare il sotto genere con una sua versione argentina, il che poteva essere un elemento interessante, ma rimane purtroppo scandito da un ritmo che fatica a procedere, un cast che a parte le ragazze lascia a desiderare e una tecnica che probabilmente richiedeva un budget maggiore.



mercoledì 23 gennaio 2019

Suspiria(1977)


Titolo: Suspiria(1977)
Regia: Dario Argento
Anno: 1977
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

Desiderosa di perfezionarsi, Suzy, una giovane americana, vola in Germania, all'Accademia di Friburgo, la più famosa scuola europea di danza. Vi arriva in una tempestosa notte di tregenda e scorge una ragazza che ne fugge. Poi suona invano al campanello dell'Accademia: non la fanno entrare. Così deve riprendere il suo taxi e andarsene altrove per la notte. Intanto, la fuggitiva, Pat, trova rifugio da un'amica, ma è ossessionata da qualcosa che non vuole spiegare. Una mano sconosciuta sbuca da oltre la finestra del bagno e trucida la ragazza, mentre l'amica cerca invano di entrare. Il mattino dopo, Suzy ci riprova e stavolta l'algida miss Tanner la accoglie con fredda cordialità e la presenta all'insegnante, madame Blanc. Questa le rivela la tragica sorte di Pat e la ammonisce a stare attenta alle amicizie. Poi le spiega che per motivi tecnici non potrà alloggiare all'Accademia, ma in città, presso un'allieva del terzo anno, Olga. Suzy comincia a conoscere le altre allieve e nota che il clima non è sempre amichevole, ma i problemi veri saranno altri, quando inizierà a capire in quale luogo è veramente capitata.

Suspiria è uno dei più importanti horror mai realizzati.
Ci troviamo di fronte ad uno dei film più ambiziosi di Argento, dove tutte le sue caratteristiche e il suo modo di fare cinema, trova tutte le risposte e crea un'opera ancora oggi assai valida e in grado di misurarsi con tutti gli altri prodotti finora realizzati guadagnandosi il titolo di cult.
Una storia semplice con risvolti complessi e ancora una volta quel bisogno di avvicinarsi all'esoterismo e alla magia chiamando in causa le streghe, la stregoneria, le fiabe e la Regina Nera.
Sono proprio gli stravolgimenti ad avere la meglio sul plot narrativo.
Un'accademia che diventa un bosco oscuro, i bambini e le colf che diventano guardiani di segreti spaventosi e stanze magiche dove all'interno può nascondersi il male puro. Mettendo da parte l'equazione strega=male assoluto su cui la scienza non sembra avere dubbi e nel film risulta profetica nelle sue parole
Le streghe fanno il male. Nient’altro al di fuori di quello. Conoscono e praticano segreti occulti che danno il potere di agire sulla realtà e sulle persone. Ma solo in senso maligno”, il film è un percorso personale del maestro romano di grande fascino visuale e in grado di aver partorito un sacco di idee originali e di grande effetto.
Ma veniamo al dunque.
Il film è un caleidoscopio di colori che come insegnava il grande Mario Bava, proprio l'uso del colore, se impiegato ad hoc, riesce a regalare quadri di un fascino irresistibile grazie all'occhio preciso di Tovoli. Senza stare a dire quanto il talento di Bassan, le musiche dei Goblin, qui a mio avviso raggiungono l'apice, e un cast che riesce a regalare un'immedesimazione nei personaggi molto difficile e intensa.



Suspiria(2018)


Titolo: Suspiria
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La giovane danzatrice americana Susie Bannion arriva nel 1977 a Berlino per un'audizione presso la compagnia di danza Helena Markos nota in tutto il mondo. Riesce così ad attrarre l'attenzione della famosa coreografa Madame Blanc grazie al suo talento. Quando conquista il ruolo di prima ballerina Olga, che lo era stata fino a quel momento, accusa le dirigenti di essere delle streghe. Man mano che le prove si intensificano per l'avvicinarsi della rappresentazione, Susie e Madame Blanc sviluppano un legame sempre più stretto che va al di là della danza. Nel frattempo un anziano psicoterapeuta cerca di scoprire i lati oscuri della compagnia.

Quando ci si trova di fronte a film come questi bisogna azzerare le aspettative e godersi lo spettacolo. Guadagnino non è un regista per cui nutro una stima particolare, a parte il fatto che usa spesso la Swinton come musa che qui si fa addirittura in tre.
Un film che si ispira al cult di Argento, e che sinceramente sono rimasto colpito per come abbia saputo strutturare una scenografia così ambiziosa. Il clima politico che va di pari passo con l'indagine del dottor Josef Klemperer, un personaggio ambiguo che riesce a non deludere mai, regala al film quell'atmosfera in cui presto potrebbe esplodere qualcosa e tutti sanno e osservano in silenzio come il gruppo di donne mentre fumano nel loro salone.
Un film che mi ha fatto pensare anche all'horror di Refn e Aronofsky dove però qui il valore aggiunto apportato dalla danza e dalle coreografie raggiunge l'apice che non si era ancora visto.
Danza unita al sangue, all'atto magico e che diventa mezzo salvifico e dall'altro tortura spezzando ogni radice e lasciando il corpo in un'agonia infinita in un limbo di psicosi.
Meno fiaba, ma se come le streghe sono tornate di Iglesia, dobbiamo aspettare il sabba finale per vedere le budella, il sangue e le decapitazioni, ci troviamo di fronte ad uno scenario potentissimo, non gestito ottimamente con alcuni usi della c.g malsani a mio avviso, ma una strage e un fiume di sangue incredibile dove vengono partoriti mostri uno dopo l'altro dal sangue nero della terra.
Ecco il finale troppo, con l'ultima creatura che mi ha lasciato perplesso, il tema dell'Olocausto che non se ne può più, forse sono solo questi gli elementi che non mi hanno convinto ma per il resto ci troviamo di fronte a uno degli horror più belli degli ultimi anni, italiano fino al midollo con un cast incredibile, dove svetta Madame Blanc, ma anche il resto delle streghe anziane spaventa per come riesce ad entrare nella catarsi del personaggio, basta citare la scena in cui si divertono con i poliziotti o quelle cene bellissime, dove maestre e discepole siedono l'una accanto all'altra.






Peliculas para no dormir- Para entrar a vivir



Titolo: Peliculas para no dormir- Para entrar a vivir
Regia: Jaume Balagueró
Anno: 2006
Paese: Spagna
Stagione: 1
Episodio: 5
Giudizio: 3/5

Una coppia di giovani, attirata dal basso costo, visita un appartamento per valutarne l'acquisto: fin dall'inizio appare chiaro che l'offerta è una bufala, ma l'agente immobiliare, che insiste perché considerino i vantaggi, nasconde ben di peggio in quel condominio.

Nel 2006 complice il successo di una serie come MASTER OF HORROR e in misura minore FEAR IT SELF, in Spagna cercarono di fare un'operazione simile dando carta bianca a sei registi diversi ma noti nel panorama per siglare sei episodi di un'ora circa.
Una produzione che fin da subito dimostra i suoi punti di forza e di come, pur avendo evidenti limiti di budget rispetto agli americani, non sfigura affatto. Anzi.
Questo episodio ha tanti difettucci, la storia in parte è stra-abusata, alcuni colpi di scena risultano piuttosto telefonati e il finale è prevedibile, ma ciò che conta è la messa in scena, di come Balaguero che poi a breve girerà REC, dimostra di saper usare la macchina all'interno del palazzo in modo molto astuto e infatti il primo atto, dove non succede quasi nulla, ma la suaspance sale, è la parte migliore a differenza della escalation splatter e gore del finale.
Strizzando l'occhio a A l’interieur, il risultato rimane più che discreto senza parlare di un cast che inquadra perfettamente i personaggi, senza indagarne troppo la psicologia, ma rendendoli funzionali.

lunedì 24 dicembre 2018

Monster party


Titolo: Monster party
Regia: Chris von Hoffmann
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre ladri indebitati fino al collo si infiltrano in una festa dentro una villa, con il progetto di rubare i soldi dalla cassaforte. Piano piano si rendono conto però che gli invitati alla festa non sono quello che sembrano.

Monster Party è un altro di quegli horror che sulla carta appaiono interessanti con una trama furba e d'effetto ma che per qualche strano motivo ti aspetti dietro l'angolo la solita fregatura che stanne certo, prima o poi arriverà.
E così manco a dirlo è stato.
Certo meno noioso di quello che mi sarei aspettato dal momento che il sangue non manca e dal secondo atto diventa una mattanza generale con un ritmo sostenuto.
L'incidente scatenante con il padre preso in ostaggio è ai limiti della denuncia (Hoffmann voleva fare il botto ma l'esagerazione costa sempre molto se non sei capace a dosarla) e l'unico altro elemento assurdo ma che diventa funzionale alla vicenda, sembra strizzare l'occhio a Man in the Dark
e Society-The Horror , ovvero quello che la famiglia di pazzi relegata nella casa deve fare una sorta di cerimonia per festeggiare come con gli alcolisti anonimi, il fatto di non aver ucciso nessuno. Sono una famiglia di psicopatici serial killer che con il loro terapeuta stanno scontando questa sorta di accordo fino a che ovviamente i ladri di turno, teen ager con tanti sogni nel cassetto che andranno infranti per forza, fanno capolino...
Praticamente questa famiglia è tenuta sotto controllo da un uomo, l'unico a far davvero paura, il cui compito è placare la loro sete di sangue e la mancanza di un paio di giorni della settimana nella testa.

Non saprei che altro dire, se non che il finale non aggiunge molto e quello che fa lo aggiunge male, a questo punto era meglio rimanere nella casa a godersi la mattanza.

sabato 10 novembre 2018

Murder party


Titolo: Murder Party
Regia: Jeremy Saulnier
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una cena per festeggiare Halloween si trasforma in un bagno di sangue.

Facciamo un salto all'indietro. Jeremy Saulnier per gli amanti del cinema di genere è uno di quei nomi che non si può non conoscere.
Questo è il suo primo lungometraggio indie low-budget prima che il regista divenisse noto come almeno lo è ora, dal momento che comunque diversi suoi film sono indipendenti pur avendo avuto un discreto successo tra i festival e soprattutto tra il pubblico.
Questo Murder Party è una scheggia impazzita che Saulnier confeziona molto bene nella prima parte, per poi farla esplodere completamente nell'atto finale esagerato, splatter, gore e senza nessun limite. Un prodotto astuto tutto interamente girato in un magazzino e in giro per i tetti e le terrazze.
Un film nichilista dove l'alcool e le sostanze diventano ancora una volta il pretesto per combattere la noia della vita. Qui il gruppo di pazzi dove il protagonista finisce seguendo un volantino, sono davvero quanto di più assurdo possa trovarsi in una notte di Halloween, anche perchè non sono proprio cattivi, ma annoiati che non sanno come sfogare la propria frustrazione.
Nella prima parte ci viene mostrato il protagonista, questa sorta di nerd che accetta di recarsi ad una festa di cui non sa niente, ma lo capiamo fin dalle prime scene dove lo vediamo in casa depresso che parla col gatto e mangia schifezze a volontà. Insomma un personaggio patetico e abbastanza squallido come capita spesso per i nerd o gli anti-eroi che poi riescono a diventare simpatici o perchè sbottano o perchè fanno qualche azione che non ci si aspettava (ma quasi sempre negativa).
Qui diciamo che il climax finale è diverso e dovrete stabilire voi il livello di empatia con il protagonista che da una certa parte del film, nel magazzino, quasi scompare per dare spazio agli altri personaggi.
Un finale davvero truculento al massimo, dove dovete aspettarvi di tutto, e non mancherà di sorprendervi soprattutto per le frattaglie, motoseghe, linguaggio, e tante altri elementi.
Un esordio significativo, come poteva esserlo quello di Peter Jackson, dove infine passa anche un metaforone sull'arte che seppur non originale, mi rispecchia perfettamente per come anch'io forse come Saulnier, ho un'idea e un pensiero terribile riguardo la quasi totalità dell'arte contemporanea.