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mercoledì 9 maggio 2018

Ash vs Evil Dead


Titolo: Ash vs Evil Dead
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

Ash e Pablo hanno aperto un negozio di ferramenta a Elk Grove dove la fama di eroe che Ash ha tra la popolazione locale gli garantisce un costante successo. Una donna trova il Necronomicon e lo porta in un programma televisivo di vendita dell'usato nella speranza di raccimolare un po' di soldi, ma quando il conduttore del programma legge le scritture del Necronomicon risveglia il male, poi arriva Ruby che lo uccide e prende il Necronomicon. Candace va da Ash per dirle che la loro figlia, Brandy, è in pericolo. Ash durante una folle notte di cui a stento ricorda, aveva sposato Candace, e a sua insaputa l'aveva messa incinta. Candace gli spiega che il male minaccia sua figlia che ora si trova al liceo di Kenward County, infatti anche Pablo conferma che il male si è risvegliato perché sul suo corpo sono ricomparsi i segni del Necronomicon. Ash, Candace e Pablo vanno al liceo di Kenward County per salvare Brandy e la sua amica Rachel, infatti il male ha preso possesso della mascotte della scuola. Ruby beve il suo stesso sangue dopo averlo usato per bagnare una pagina del Necronomicon, e dal sua ventre inizia a crescere qualcosa. Rachel, posseduta dal male, decapita Candace nel tentativo di uccidere Brandy prontamente salvata da Pablo. Ash uccide Rachel con un'arpa, poi viene aggredito dalla mascotte ma viene salvato da Kelly, appena tornata insieme a un ragazzo di nome Dalton, che appartiene a un ordine che combatte il male, i "Cavalieri di Sumeria", il quale si dimostra eccitato all'idea di conoscere il famoso Ash Williams, ed è desideroso di aiutarlo nella lotta contro il male che si è appena risvegliato.

L'idea del perchè e del per come si cerchi in tutti i modi di trovare una continuità per una storia che sin dal primo episodio della prima stagione lasciava decisamente perplessi è un mistero.
Siamo al capolinea. Tre stagioni volate con un ritmo e una quantità di sangue che non vedevo da tempo. Una serie, un cartoon in live action, che non si può dire brutta, ma che fa della sua auto ironia e della sua ingenuità le armi principali con cui il buon Bruce Campbell si confronta e ci mette tutto se stesso portando avanti da solo o comunque più degli altri l'intero progetto senza mai perdere quella sintonia che padroneggia benissimo per un personaggio cult come quello di Ash Williams.
Tanti i piani narrativi i viaggi nel tempo e tante le scelte che potranno apparire dalle più ovvie alle più scontate ma anche con quei momenti epici e quei deliri splatter che mai ti aspetteresti (la scena del bambino che entra nel corpo della donna è davvero deliziosa) trovando una forza che gli permette di goderci semplicemente quello che accade senza troppi problemi.
Ritorna Rudy (in realtà non se ne mai andata) e la sua instancabile ricerca del Neonomicon, ritorna il padre di Ash che gli rivela di questa persona uccisa per sbaglio che voleva mettersi in contatto con il figlio e che aveva le pagine mancanti del Neonomicon che si ricollegerebbe con l'incipit del film di Raimi. Poi c'è il personaggio della congrega abbastanza inutile infatti sparisce quasi subito.
Sia Pablo che Kelly vengono posseduti e il primo colpito dalla figlia di Ash, la vera new entry della serie, con il pugnale Kandariano, viene ricollegato ad un piano onirico dove sembra esserci questa sorta di rituale vodoo. Infine a chiudere i battenti abbiamo i cavalieri di Sumeria tra i buoni e gli Oscuri tra i cattivi (che ricordano non poco i Cenobiti).
Insomma elementi e ingredienti c'è ne sono a gogò. Si ride e gli episodi partono sempre con una testa sgozzata o la fuoriuscita di budella ma alla fine rimane poco su cui e con cui confrontarsi.
Rimane un prodotto commerciale e godereccio, apocalittico e anarchico come pochi osando ovunque senza limiti e termini di decenza e regalando infine uno show con un ritmo frenetico.



mercoledì 20 dicembre 2017

Jackals

Titolo: Jackals
Regia: Kevin Gruetert
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Negli anni Ottanta, il giovane Justin Powell viene rapito da due uomini e condotto in una baita isolata. Il suo non è un sequestro standard: ad attenderlo c'è infatti la sua sempre più estranea famiglia, composta dal padre Andrew, dalla madre Kathy, dal fratello Campbell e dall'ex fidanzata Samantha, che ha appena dato alla luce il frutto del loro amore. La famiglia ha intenzione di praticargli un lavaggio del cervello per allontanarlo dalle spire del culto che ha abbracciato.

Il terreno dello slasher non smette di tirare fuori film indie che giocano e toccano la tematica delle sette e delle religioni o meglio gli effetti perversi generati da entrambe le cose.
Come sempre per questi film non ci si addentra nel fenomeno della setta o della religione per usarlo invece solo come strumento da cui attingere il plot della storia: setta sanguinaria da cui scappare per non essere uccisi o uccidere per vendicare un torto subito il tutto in un home invasion così per risparmiare e inserire dentro una sola e unica location.
Con un inizio bene o male simpatico (la famiglia che sequestra il proprio figlio) il film ha poi due atti in casa abbastanza lenti e macchinosi se pensiamo a tutti i noiosi e inutili dialoghi con Justin nella mansarda e il vero non-sense della pellicola ovvero il buon Dorff che ormai passata la bella stagione del cinema è finito anche lui nel giro delle produzioni indipendenti a caratterizzare questo esperto "deprogrammatore" di culti religiosi (pensavo di aver visto tutto ma il "deprogrammatore" ancora mi mancava, una sorta di esorcista con un nome diverso).
In questi due atti a parte il personaggio interpretato da Dorff che lui stesso secondo me non ha capito bene cosa fosse, il resto degli attori è poca cosa e non ha quel talento da riuscire a trasmettere interesse, ritmo e dare risalto alla psicologia e agli intenti del personaggio. Schaec è un attore di serie b che ha sempre fatto film terribili a parte l'indie cult di Araki.
Quando "Loro" arrivano (sempre e per sempre mascherati) il film mostra tanta violenza alcuna inaspettata soprattutto se pensiamo alla carneficina e alla mattanza di questo nucleo familiare ma non basta a far perdonare al regista alcune indubbie motivazioni cretine che portano i protagonisti ad essere uccisi nella maniera peggiore che ci fosse senza trovare un modo di scappare.




domenica 3 settembre 2017

Holy ghost people

Titolo: Holy ghost people
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In questo thriller psicologico, la diciannovenne Charlotte chiede l'aiuto dell'alcolizzato ex-Marine Wayne per trovare la sorella, scomparsa nel profondo dei monti Appalachi. La loro ricerca li porta alla Chiesa del Comune Accordo e a un enigmatico predicatore che usa i serpenti, e la cui devota congregazione di reietti rischia consapevolmente di essere ferita a morte per cercare la salvezza nello Spirito Santo. Quello che Wayne e Charlotte scoprono durante il loro tempo in montagna - su se stessi e sulla natura della fede - li scuote nel profondo, mentre il mistero della sorella Charlotte e il suo destino comincia a dipanarsi...

Le sette, la religione, le comunità nutrite di bifolchi e tutto il resto che gravita attorno a questo irresistibile flusso di gente che cerca un simbolo a cui affidare la propria esistenza per me è materia di interesse; anche quando ho la certezza che mi troverò di fronte ad un pacco senza senso come mi aspettavo per questo film.
Un prodotto commerciale senza anima destinato a vendere qualcosa su straight to video e portarsi magari a casa qualche recensione positiva di qualche amante dell'horror o del suo sottogenere preferito trovando elementi originali quando invece Altieri si è impegnato a farcire il suo film di luoghi comuni banali e senza senso.
Sono tanti e troppi quindi non starò ad elencarli tutti ma posso solo dire che dal plot iniziale in realtà la storia avrebbe potuto prendere un altra piega o diventare già da subito qualcosa come 2001 MANIACS di Sullivan oppure lo stesso HAMILTONS in cui Altieri ha giocato le sue carte.
Tutto nella setta sembra proprio prendere la strada più legata a ciò che ci si potrebbe aspettare con le donne tutte chinate che prendono botte dalla mattina alla sera senza poter proferire nulla, un'equipe di uomini con delle ghigne da psicopatici, gente che si fa prendere a scudisciate per aver avuto pensieri impuri. Un prete che fa i sermoni abbracciando un serpente e il classico bifolco handicappato.
Oltre a tutti questi elementi c'è poi una messa in scena discontinua in cui tutto sembra slegato. Un film che potete tranquillamente risparmiarvi di vedere limitandovi al trailer.


giovedì 23 marzo 2017

Rosemary's Baby

Titolo: Rosemary's Baby
Regia: Roman Polanski
Anno: 1968
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Una giovane e novella sposa di provincia, Rosemary Woodhouse, va a vivere insieme a suo marito Guy a New York. I loro vicini sembrano inizialmente molto gentili ma gradualmente sembrano diventare sempre più oppressivi, in particolare in seguito all'avanzare della gravidanza di lei e in seguito anche a strani e inquietanti avvenimenti concomitanti.

A Roman Polanski potranno muovere tante accuse ma su un punto dovranno essere tutti d'accordo: è stato un precursore e questo film come pochi altri ne sono dei validi esempi.
Il genere sulla possessione e sulla gravidanza in generale che fino ad allora rimanevano temi scottanti a cui avvicinarsi con il lanternino con il regista polacco sono stati semplicemente sdoganati contando che non c'era nessun motivo per cui fino ad allora fossero rimasti tabu.
Rosemary's Baby è una metafora su tante debolezze e fragilità umane della protagonista e di chi le sta intorno. E'forse uno dei primi film in cui il dio denaro sostituisce l'amore di un padre che vende il figlio per ottenere la fama. Soddisfare insomma quel successo che in quegli anni in America non poteva essere sottovalutato perchè dava speranze all'americano medio e il sogno americano era una critica feroce che da lì a poco ha interessato diversi registi della New-Hollywood.
Forse è anche uno dei primi esempi colti di horror psicologico dove il disagio interiore diventa metafora della paura di qualcosa che si porta in grembo e da cui si è dipendenti.
L'opera inoltre è una delle più belle descrizioni di sempre sulle sette usando la simbologia a dispetto di inutili scene d'azione o rituali banalotti che sembrano prendere in giro la seriosità della funzione.
Polanski è anche il primo regista a far venire fuori il male da qualcosa di piccolo e immacolato come il bambino stesso. Infine l'occultismo insito nella società altolocata di New York come la classe colta stufa della mondanità che punta a qualcosa di meno consumistico che riesca ad appagare la sete di conoscenza e da qui il rituale diventa l'apice che darà forma e sostanza alla

suspense, alla paura, all'angoscia, a tutto ciò che un film di genere può fare per varcare diversi limiti, sono le ultime credenziali in un'opera colta, smisurata e ambiziosa.

domenica 26 febbraio 2017

Nona porta

Titolo: Nona porta
Regia: Roman Polanski
Anno: 1999
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Dean Corso svolge, con grande entusiasmo, un lavoro che esige pochi scrupoli, oltre ad una buona cultura e nervi d'acciaio. Cercatore di libri rari per collezionisti, viene ingaggiato del famoso bibliofilo Boris Balkan. La sua missione sarà scovare gli ultimi due esemplari del leggendario manuale d'invocazione satanica "Le nove porte del Regno delle Ombre", confrontarli con l'esemplare, ritenuto unico, di cui è in possesso Balkan, e giudicarne l'autenticità. Corso si dedica a tale ricerca facendo appello alle sue illimitate risorse: tutti i mezzi sono buoni perchè non è permesso fallire.

L'esoterismo, nel bene e nel male, è stato una costante nella vita, registica e non, di Roman Polanski. Dal brutale omicidio della moglie Sharon Tate ad opera degli adepti di Manson fino alla realizzazione di due capolavori, il regista polacco ha avuto a che fare con il diavolo e i suoi derivati in più occasioni.
Ma diciamo la verità. Un investigatore di libri in un contesto horror magico con richiami satanisti e un'atmosfera esoterica è quanto di meglio uno spettatore possa chiedere. In mano poi a uno dei più grandi registi della storia del cinema la risposta è ovvia.
Un cult, non un capolavoro.
The nine gate è un film complesso che cerca di prendersi leggermente meno sul serio rispetto ad altre opere del regista ma che poi controllando meglio, come nei simboli nascosti nel libro, regala più di quanto sembra.
I motivi futili e scenici per cui alcuni critici e una fetta di pubblico lo hanno cestinato è per il semplice fatto che ad un certo punto vediamo volare il demone che protegge Corso e altri momenti, chiamiamoli action, poco sfruttati nel cinema del regista polacco, ma che qui invece hanno una loro funzionalità e peculiarità di fondo.
La Nona porta parla di edizioni uniche e antiche, passate nei secoli di mano in mano, determinando tragedie immani, porte per aprire cancelli per l'inferno, l'inutilità di alcune sette, ricatti e vendette e infine un climax abbastanza avvincente se non fosse, e qui l'unica critica al film, un finale troppo sintetico come se bisognasse chiudere set e produzione da un giorno all'altro.
Deep è funzionale come in tutti i suoi film, è una maschera e nulla più, lottando a tutti i costi per essere scelto da Polanski che poi manco a farlo apposta si è trovato malissimo a lavorare con la star.
Langella e la Olin invece danno prova con personaggi potenti, ambigui e pieni di odio e potere, di dare quella inquietante impressione di come la sete di conoscenza generi mostri scambiandosi battute e infine scontrandosi proprio nel tempio dove si sta svolgendo la cerimonia di evocazione finale.
Il regno degli inferi e l'ossessione che ad un certo punto assale Corso (rapito anche lui dall'occultismo e dalla paranoia perchè il libro che custodisce venga rubato) crea diversi percorsi in cui il protagonista non sa più di chi fidarsi in questa estenuante corsa contro tutti.

Interessante anche se caratterizzato meno il personaggio della Ragazza, interpretato dalla Seigner, che potrebbe essere Lilith così come altri personaggi appartenenti a simbologie e interpretazioni delle più variegate che accompagnano l'uomo verso il suo destino, trovando prima l'estasi totale in una scena di sesso memorabile. Un'ultima nota va per le musiche sinistre di Wojciech Kilar.

martedì 15 novembre 2016

Ragazza del mondo

Titolo: Ragazza del mondo
Regia: Marco Danieli
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Giulia con tutta la sua famiglia fa parte dei Testimoni di Geova. Le regole che l'appartenenza a questo gruppo religioso le impone sono rigide e comportano una separazione nelle relazioni sentimentali con i non appartenenti alla comunità. Un giorno conosce, durante uno dei suoi impegni di proselitismo, Libero. È un ragazzo che la colpisce immediatamente e di cui si innamora ma la sorella, che li sorprende una sera, ne parla con i genitori e la comunità viene subito coinvolta. Giulia viene diffidata dal continuare a frequentarlo, pena l'allontanamento dalla Chiesa ma decide di non arrendersi.

L'esordio di Danieli pur essendo un film imperfetto sotto molti aspetti, a partire dal radicale cambiamento di Giulia in troppo poco tempo, ha la sua efficacia, punta su un tema scottante e poco conosciuto come i testimoni di Geova e la loro adattabilità al mondo.
Grazie anche ad un ottima performance di Del Bono nei panni del responsabile della congrega, Danieli costruisce e dipana una storia realistica e al contempo funzionale a far emergere i problemi e i contrasti di una chiesa con la modernità, l'ortodossi e il rigore, il concetto di obbedienza e tutte le regole ferree che limitano la socializzazione dei credenti portandoli a doversi separare dagli "uomini del mondo" ovvero i non credenti.
Un film di formazione che diventa ribellione e al contempo non commette l'errore di far passare i membri religiosi come dei fanatici anche se in alcune scene (l'interrogatorio a Giulia dopo le prime frequentazioni con Libero) i dialoghi e alcune perfomance evidenziano una curiosità e un'intrusività inquietante.



venerdì 23 settembre 2016

Invitation

Titolo: Invitation
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Will ed Eden un tempo si amavano. Dopo aver perso tragicamente il loro figlio, Eden è scomparsa prima di ripresentarsi due anni dopo, di punto in bianco, con un nuovo marito. Totalmente diversa da prima, Eden è stranamente cambiata e ha intenzione di riallacciare i rapporti con Will e con tutti coloro che si era lasciata alle spalle. Nel corso di una cena in una casa che una volta era sua, Will in preda ai tormenti si convince che Eden e i suoi nuovi amici hanno in mente un misterioso e terrificante piano.

Invitation è stato consacrato da molti come una piacevolissima sorpresa.
Mi spiace fare il bastian contrario, cioè la sufficienza se la merita per lo stile e l'arroganza e una messa in scena che prima del finale poteva significare qualcosa, pur vedendo il sosia di Tom Hardy che recita anche lui con la mascella. INVITATION come molti film che trattano le new-religion zoppica e vacilla dalla metà in avanti e gli esempi ultimamente ci sono come FAULTS e REBIRTH solo per fare due nomi.
Questo poi ha un finale esagerato che distrugge quel poco che riusciva a garantire.
Con un inizio di una lunghezza rara (parlo della scena in macchina e della bestia che rimane incastrata negli ingranaggi) e uno sviluppo non proprio esaltante, Kusama la regista che finora ha fatto solo film orribili, riesce grazie ad astute e consolidate tecniche di furbizia ha salvarsi in corner.
Per farla breve: amori che si rincontrano ognuno con il nuovo partner, qualcosa nel clima sembra strano, l'ex di lui sta con uno stronzo che è svitato e pure con la faccia da culo, bagno di sangue.
Sarà che devo smetterla di partire facendomi prendere dall'entusiasmo, eppure la locandina, la trama, tutto mi ha fatto esaltare particolarmente. E ci casco ogni volta.
Tutto è scontato...ma non in modo che te ne accorgi solo alla fine...è palesato tutto fin dall'inizio con la completa assenza di colpi di scena.
Voleva essere una dark-comedy, invito a cena con delitto, come cerco di portare a casa un film furbacchione e modaiolo puntando su un'unica location.
Un consiglio alla "promettente" a detta di molti regista americana: licenzia Phil Hay e Matt Manfredi, gli sceneggiatori, altrimenti ti sputtani alla grande.
Qualcuno considera poi INVITATION uno degli horror più riusciti del 2015...
Qualche ancora di salvezza il film comunque la possiede. Amando alla follia questo genere, il tipo di atmosfera, il centellinare i ritmi e dare spazio ai dialoghi curando la forma all'ennesima potenza. Continuo dicendo che gli attori sono bravi a stare antipatici e questo è bene contando che dall'inizio alla fine scommetti solo l'ordine con cui verranno uccisi.
E'un film sulla perdita, sul lutto, sulla miseria a cui ci costringiamo a credere per tenerci aggrappati a qualcosa. Un film sulla persuasione e su una visione sociale apocalittica (il finale è assurdo quanto allucinante).
Guardatelo anche se non vi piace, questo è il mio consiglio.
Vi lascio un pezzo di monologo del guru di turno che mischia new-age, scemology, qualche elemento di testimonianza di Geova, e alcuni rimandi alle peggiori religioni orientali.

Il dolore è soltanto un’opzione. Tutte le emozioni negative, la rabbia, la depressione, sono solo reazioni chimiche. Si tratta di fisica, siamo tutti in grado di espellerle dal nostro corpo e cominciare a vivere la vita che desideriamo. Noi stiamo benissimo, siamo felici. Non pensate a noi come a una di quelle sette religiose strambe, siamo solo un gruppo di persone unite, che si aiutano a vicenda. Siamo in tanti, siamo individui brillanti, molti di noi vengono da Los Angeles. La nostra è comunione, connessione. Noi trascendiamo. Vi abbiamo invitati a cena, oggi, per comunicarvi il nostro benessere, per trasmettervi i nostri stati d’animo, la serenità, la sicurezza che non ci sia niente da temere.” 

sabato 10 settembre 2016

Rebirth

Titolo: Rebirth
Regia: Karl Mueller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Durante un seminario sulla rinascita, un padre di famiglia viene catapultato in un turbine di violenza e seduzione.

Rebirth aveva tutte le carte in tavola per essere un thriller psicologico affascinante che tratta un tema molto attuale come quello delle new-religion.
Il cammino di auto-realizzazione per alcuni aspetti sembra avere qualche analogia con i concetti di Scientology e altre pratiche che soprattutto in questo periodo di reincanto stanno tornando di moda.
Il fatto poi di scegliere un protagonista, Kyle, come un padre di fatto tranquillo senza molta identità e senza troppe aspirazioni, funziona fino ad un certo punto per cercare di equilibrare i suoi stati emotivi e le sue reazioni di fronte al gruppo e alla "setta" che diventano mano a mano sempre più intenzionati a far parte della quotidianità di Kyle.
Quindi anche nel suo caso il percorso per cercare di scardinarne la tranquillità è per certi versi anomalo, con qualche intuizione, che però scade soprattutto nel finale troppo esagerato e che per certi versi distrugge quanto di buono era stato creato prima.
Proprio la log-line "sei libero di andartene ma non di evitarne le conseguenze" sembra profetica per quella disfatta che andrà ad assorbire la vita del protagonista e che entrerà in modo invasivo a casa sua sconvolgendo la sua vita.

Il problema grosso alla base del film è che sembra volerti far riflettere su tanti temi e situazioni che possono entrare nelle nostre vite, per curiosità, scoperta, bisogno di avere qualcuno che ci ispiri, e via dicendo, ma al contempo essere freddo e distaccato proprio da tutte le strade che vuole percorrere. Un film disordinato e caotico, che volendo muovere troppe pedine finisce con l'essere schiacciato proprio dai suoi intenti. Intenzioni che nella prima parte funzionano bene poichè portatrici di un'atmosfera e una suspance che fino alla "rivelazione" ha tutti gli elementi per tenere lo spettatore incollato allo schermo.  

lunedì 22 giugno 2015

Faults

Titolo: Faults
Regia: Riley Stearns
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Claire è stretta nella morsa di un culto misterioso. Nel tentativo di ricongiungersi a lei, i genitori stabiliscono di assumere Ansel Roth, una delle autorità più importanti al mondo in tema di controllo della mente. La specialità di Ansel, ovvero la "riprogrammazione" degli adepti per restituirli alle loro famiglie, non è una scienza esatta e, pressato dal suo editore che vorrebbe metterlo fuori gioco, l'uomo rapisce Claire, che si rivela essere un vero osso duro, dalla logica e dalle fede inattaccabili.

Peccato per il finale.
Faults è un astuta commedia nera, meglio una tragicommedia oltre un dramma da camera, che tratta di new-religion, sette e "santoni" in grado di riportare sulla retta via.
Il tutto inquadrato in modo molto austero per certi versi e recitato perfettamente in particolare da Leland Orser attore poco sfruttato, ma in grado di restituire un bagaglio di emozioni ed espressività davvero incisiva sotto molti aspetti.
Un personaggio emblematico che nella salvezza dell'altro, cerca di trovare una salvificazione di un suo fallimento personale ( un matrimonio fallito alle spalle e un agente-creditore che lo tallona da presso).
Sarà che appena sento la parola sette mi piombo a vedere qualsiasi cosa tratti il tema, quando poi sono diciamo le new-religion, a riprova di quanto la gente in generale abbia bisogno di un sistema simbolico organizzatore di senso da cui dipendere, allora mi lascio completamente investire da ogni parto e atrocità che il cinema sappia tirare fuori e negli ultimi anni c'è ne sono stati davvero di diversi alcuni interessanti e originali altri vuoti come la capacità di giudizio di alcuni uomini di potere.
Da ateo convinto mi lascio invadere da questi elementi cercando ogni volta di trovare qualche punto che giustifichi e de-strutturi la devianza di alcune persone.
Qualcosa che mi lasci comprendere i perversi meccanismi nella costruzione di un consenso che fa leva sulle debolezze e i desideri più reconditi (da quello sessuale a quello economico a quello spirituale) della cultura di massa, in particolare quella americana ma negli ultimi anni ovunque dall'Asia all'Europa.
L'unico problema di Faults e la durata e la matassa di elementi da sbrogliare in un racconto compresso ma efficace.

Ansel crede di essere padrone della propria esistenza, quando in realtà ne è schiavo, dai debiti e dai sensi di colpa e forse non vede l'ora di trovare anche lui qualcuno che l'aiuti a rimettere ordine. Claire dal canto suo ha trovato un astuto modo per entrare nella vita degli altri, assorbire le debolezze e le fragilità e portare fuori un carisma in grado di esorcizzare le paure altrui.

lunedì 2 marzo 2015

Starry Eyes

Titolo: Starry Eyes
Regia: Kevin Kolsch
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Determinata a diventare un'attrice di Hollywood, Sarah Walker passa le sue giornate a lavorare, a frequentare gli amici e a presentarsi ai numerosi casting. Dopo una serie di strani provini, Sarah viene scelta come protagonista di un nuovo film prodotto da una misteriosa società di produzione. L'opportunità ben presto avrà conseguenze bizzarre che la trasformeranno sia mentalmente che fisicamente in qualcosa di bello e al contempo terrificante.

Starry Eyes è il dramma di una aspirante attrice che violenta se stessa (poveri capelli) per accettare dei compromessi che le assicurano una fama che forse non le verrà mai riconosciuta e che la porta ad estreme conseguenze, mostrandole il vero volto malato e malvagio del volere essere famosa ad ogni costo.
Il secondo film di Kolsch, dopo il buon esordio con ABSENCE, colpisce perlopiù con il cinismo e il pessimismo con cui la coppia di registi tratteggiano la protagonista e im mondo dello spettacolo.
Recuperando temi ormai topici e aggiornandoli alle ossessioni e alle problematiche attuali, come il precariato e la flessibilità, i registi disegnano uno dei personaggi femminili più sgradevoli e, tuttavia, più forti e vividi mai apparsi in un horror. Alex Essoe assolve a pieni voti lo scopo e il suo viaggio verso la perdita di se stessa ricorda per certi versi quello di Kayden Rose di THANATOMORPHOSE.
L’unico aspetto che non funziona molto dopo im primo atto è proprio la discesa negli inferi tratteggiata in modo troppo didascalico e telefonato.

Da una prima parte in cui im male è approfondito e nasce dall’interno della protagonista, si passa da tutta la critica e la sottile ipocrisia che si nasconde in un finto perbenismo e in una morale bigotta, per diventare poi un revenge-movie in cui Sarah annienterà ogni cosa fino ad arrivare….

venerdì 9 gennaio 2015

Last Will and Testament of Rosalind Leigh

Titolo: The Last Will and Testament of Rosalind Leigh
Regia: Rodrigo Gudino
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Leon ritorna nella casa natìa dopo la morte di sua madre. L’edificio si rivela una sorta di santuario di una setta che adora gli angeli. Durante la breve permanenza l’uomo avvertirà la presenza di qualcuno o qualcosa in casa con lui. È lo spirito di sua madre che tenta di dirgli qualcosa?

Può un horror intrattenere per 72' relegando e puntando gran parte della suspance su una casa? Nel 2014 sembrerebbe di no, contando che ormai il tema della casa, infestata o meno, sembra aver quasi detto tutto. "Quasi" perchè l'opera prima di Gudino è un film davvero minimale, studiato e pensato in ogni singola inquadratura, in gradi di intrattenere contando che la storia non sembra essere il perno centrale degli intenti del regista.
Con una voce fuori campo della madre che narra la storia della casa e il rapporto con il figlio (la fede è l'incidente scatenante tra i due) e con un budget contenuto, sono soprattutto le musiche, l'attenzione per il sonoro e la fotografia e infine il taglio gotico del racconto a fare del film un'esperienza piacevole, in cui dalla metà del secondo atto interviene un elemento che potrà far storcere il naso ( parlo della creatura che scappa dal bosco).
Senza stare ad analizzare e fare luce su alcune sotto-storie (la setta degli angeli che celebra nella casa della madre di Leon) e su alcune forzature (l'angelo che apre gli occhi nel video), il lungo non soffre quasi mai la pesantezza della narrazione e dei movimenti fluidi e sinuosi della macchina da presa che in alcuni momenti sembrano ripetersi ma senza mai apparire fuori luogo o come la classica forzatura per aggiungere minuti al film.
Forse il climax finale potrà sembrare leggermente in contrasto con gli obbiettivi del protagonista e giocare tutto su un attore (purtroppo nemmeno così fotogenico) e una location, Gudino ha tutte le caratteristiche per aggiungere considerazioni e migliorare ancor di più il suo stile.

lunedì 22 settembre 2014

Ritual

Titolo: Ritual
Regia: Mickey Keating
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo aver ricevuto una concitata telefonata, un uomo arriva in un motel sull’autostrada per scoprire che sua moglie, affetta da disturbi psichici, ha appena ucciso un uomo collegato a una pericolosa setta.

Brutto e scollegato quest'ennesimo horror sulla scia del sotto-genere mockumentary.
L'incipit di maggior interesse, come specchio per le allodole, ancora una volta è la locandina.
E'difficile confrontarsi con un film anomalo e irrisolto che vola su se stesso come Ritual.
Situazioni già masticate, scene già viste e che non vorremmo rivedere, un misterioso video in cui vediamo cioè solo infiniti, estenuanti giri di pellicola in cui non si scorge nulla, per poi intravedere i soliti teschi di bovini defunti, i soliti (stracotti) coltellacci sacrificali, le solite (inutili) candele accese, e non ci é concesso neppure di assistere all'uccisione della vittima, quand'anche fosse al limite posta in un evocativo fuoricampo.
Era difficile pensare di fare qualcosa di così brutto e senza senso, quando i rimandi potevano esserci, così come il plot e il soggetto che per quanto abusati, forse messi in altre mani, avrebbero dato un differente esito.

domenica 27 luglio 2014

The Master

Titolo: The Master
Regia: Paul Thomas Anderson
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Freddy Quell è un soldato uscito dalla Seconda Guerra Mondiale con il sistema nervoso a pezzi. A poco servono le cure che l'esercito gli offre, se non a rendere esplicita un'ossessione per il sesso. A ciò si aggiunge un forte interesse per l'alcol che si traduce in misture che lui stesso si prepara e che offre agli altri con esiti non sempre positivi. Finché un giorno, in modo del tutto casuale, Freddie incontra Lancaster Dodd. Costui ha inventato un metodo di introspezione che sperimenta sul disturbato Marine, il quale sembra trarne giovamento. Da quel momento ha inizio un sodalizio che li vedrà percorrere insieme un lungo tratto di strada. Anche se il loro viaggio finirà con l'offrire loro esiti assolutamente diversi.

The Master è un film atipico e complesso che narra di uno strano rapporto tra persone con comportamenti devianti e che continua un personale discorso del regista sul tema della solitudine.
Forte di due protagonisti in ottima forma, Anderson si ispira solo in parte al fondatore di Scientology e l'autore di Dianetics, Hubbard, cercando ancora una volta di sottolineare la sua enorme e singolare personalità.
Sicuramente è il meno accessibile dei suoi film e riconferma pregi e difetti, premi e punizioni per alcuni errori nello script e alcuni dialoghi che perdono di consistenza.
Eppure il fascino in cui Anderson ci trasporta è lento, quasi soporifero, ma mai inconsistente, tanto da regalare alcune scene davvero toccanti e dotata di una strana lente, in grado di riflettere alcuni sentimenti ed emozioni che solo una coppia affiatata come Freddy e Lancaster riesce a trasmettere.
Una storia d'amore e d'amicizia tra due casi clinici che si insegue e fugge via un pò come il giudizio finale di un film che alle volte decolla, mentre il più delle volte viene da chiedersi quando la storia decide finalmente di inziare un unico discorso logico coerente.

mercoledì 14 maggio 2014

Sacrament

Titolo: Sacrament
Regia: Ti West
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un giornalista e un video operatore di Vice Media, piattaforma di produzione e distribuzione alternativa di contributi video in rete, decidono di seguire un amico e collega fotografo alla ricerca della sorella, ritiratasi in una comunità rurale, fuori dagli Stati Uniti. Nel cuore di una foresta isolata, fuori dal controllo del governo e dei mezzi di comunicazione, i tre raggiungono la parrocchia Eden, dove circa duecento persone vivono secondo le regole di un capo carismatico che chiamano “Padre”, immersi in quella che appare come un’utopia realizzata di autarchia e non violenza. Ben presto, però, alcuni segnali inquietanti portano i tre a ricredersi sulla benevolenza del leader spirituale e sulle sue reali intenzioni.

“La mia intenzione era di analizzare gli ultimi giorni di vita di un culto religioso creando un film di genere che fosse di un tenore elevato. E’ raro trovare film di questo tipo che vadano oltre il brivido dozzinale regolato sul denominatore comune più basso. Per me era importante ritrarre questi personaggi non come insensati e psicotici adepti di un culto, bensì come persone reali con cui è possibile relazionarsi, ma che, per varie ragioni, hanno scelto di affrontare la vita seguendo un percorso alternativo e controverso. Spero di aver creato un film che susciti paura e che, nel contempo, abbia un valore sociale, un film che stimoli il pubblico a riflettere profondamente sul contenuto”.
Io spero solo che Eli Roth non diventi un nuovo Luc Besson, rovinando alcuni talentuosi registi horror. Il caso di Sacrament è abbastanza imbarazzante, rispetto ad un altro film invece molto più carino e di più facili intenti e spirito splatter come AFTERSHOCK sempre prodotto da Roth.
Lo splat pack comincia a mostrare alcune crepe mica da ridere se prendiamo ad esempio questo ennesimo found footage e cerchiamo di analizzarlo più da vicino.
Ci sono almeno due imbarazzantissimi vuoti di scrittura che bombardano lo spettatore che vorrebbe sapere, ma che invece, proprio nel finale, vede cancellare tutto con un suicidio di massa, che come spesso capita per le religioni o ibridi del genere, cancella tutto rivelando l'inconsistenza e le furbizie in campo di scrittura o forse l'unico vero intento del film.
Father è uno come tanti, un guru o forse semplicemente un pazzo che non da nemmeno l'idea di credere in quello che dice e di certo non ama il prossimo.
I protagonisti sono la solita manciata di agnelli sacrificali (purtroppo nemmeno quello) che ovviamente portano la luce della ragione in una comunità assemblata alla rinfusa, in cui quasi nulla viene spiegato, se non con un incidente scatenante davvero telefonato e per nulla originale.
Senza stare a insistere sui dialoghi imbarazzanti e sull'omologazione di massa dei membri, il film non decolla mai, anzi crolla sotto il macigno del climax finale.
Lasciava presagire qualcosa di diverso o forse leggermente più originale che si aspetta per tutto l'arco del film ma che non arriva e che riuscisse a cogliere alcune reali esigenze di questi persoanggi per poter scavare di più nell'anima del fanatismo religioso.
Il fatto che nel finale venga ricordato l'elemento reale a cui il film si ispira e le solite frasi per cercare un rinforzo, non serve più, è ridondante ed è diventata ormai la scusa dei fessi.



sabato 16 novembre 2013

Conspiracy

Titolo: The Conspiracy
Regia: Cristopher MacBride
Anno: 2013
Paese: Canada
Festival: TFF 31°
Giudizio: 2/5

Due registi stanno girando un documentario su Terrange G., un teorico della cospirazione convinto che tutti i più importanti eventi mondiali - dall'assassinio di Kennedy all'11 settembre, passando per la guerra in Vietnam e la crisi bancaria mondiale del Duemila - siano riconducibili a una società segreta che controlla il corso della storia a scopo di lucro. Improvvisamente, dopo quattro settimane di costante sorveglianza, Terrance scompare e i due registi cominciano ad essere seguiti da alcuni furgoni neri. Continuando ad indagare sulle ragioni di tale scomparsa, troveranno collegamenti con il misterioso Tarsus Club, un gruppo segreto che venera le antiche divinità Mitra, e decidono malauguratamente di infiltrarvisi.

E siamo infine giunti al culto di Mitra. Negli ultimi anni come vanno di moda le new-religion allora si ritorna anche ai culti pre-cristiani e dunque a tutti i riti pagani. Quest film cerca di descrivere da una parte ipotesi di complotto e quello che verso la fine si scoprirà il disegno per un nuovo "ordine mondiale",mentre dall'altro un'astuta ricerca per cercare di esaminare cosa fanno alcuni membri di un antichissima setta.
MacBride alla sua opera prima, sfrutta il mockumentary per cercare di dare ancora più realisticità alla vicenda e nella prima parte alcune scelte e impieghi di camera sono funzionali soprattutto descrivendo le gesta di Terrange. Il problema sta proprio nella materia che il regista descrive e alle numerosissime ipotesi di complotto che si alternano una dopo l'altra senza dare il tempo allo spettatore di riuscire a stare dietro a tutto quello che succede.
Il film inciampa del tutto nella seconda parte quando MacBride spinge sull'accelleratore e punta direttamente alla setta e alla sua cerimonia. Tutto sembra troppo semplice e proprio la suspance cala perchè lo spettatore più di tutti è cosciente grazie anche all'impiego del mockumentary che quello che sta succedendo accade troppo veloce e senza una coerenza che ne giustifichi lo svolgimento.
Peccato perchè il tema della cospirazione è sempre interessante e se accomunata con alcuni culti pagani allora il tutto acquista un certo fascino e mistero.Però bisogna saperci fare...

giovedì 7 marzo 2013

Sound of My Voice

Titolo: Sound of My Voice
Regia: Zal Batmanglij
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Durante un'indagine, un giornalista e la sua compagnia si trovano a che fare con una setta il cui leader sostiene di provenire dal futuro.

Il bisogno da parte mia di dare un voto così alto ad un film che sicuramente ha i suoi piccoli difetti è la scommessa importante e più che mai attuale di mettersi a confronto con le New-religion.
A livello sociologico è molto importante così anche per chi vuole approfondire e aprire nuove tematiche nel cinema di stare al passo con i tempi e indagare e documentare come il protagonista, il progressivo bisogno da parte di una buona fetta di esseri umani di lasciarsi andare a nuove forme di re-incanto.
Il senso di mistero, a dispetto di un finale troppo tirato alla veloce lasciando come sempre aperta la domanda di fondo, sono tra gli aspetti su cui la pellicola sembra inciampare ma allo stesso tempo regalare forti emozioni. Brit Marling è già alla seconda pellicola con un ruolo per certi versi di nuovo disegnato appunto sull’attrice, dopo il bellissimo ANOTHER EARTH, che usa una storia con sfondo pseudo fantascientifico.
La sceneggiatura riesce a mantenere buono l’equilibrio sulla domanda di fondo ovvero se Maggie è una ciarlatana o una vera santona proveniente dal futuro. Con un budget molto risicato e un buon cast il film risulta minimale nella messa in scena, molto attento e calibrato nonché scandito da veri e propri capitoli che servono per spezzare alcuni piccoli atti all’interno del film.
E’vero che in fondo rimane un senso di incompletezza marginale su qualcosa che poteva essere più drammatico e meno fantascientifico, eppure la pellicola con l’incalzante avanzamento, assorbe completamente lo spettatore portandolo a fare i conti con le azioni e le scelte dei membri della setta e portandolo a riflettere sul bisogno di farsi completare.
Alcune scene non sembrano purtroppo molto realistiche (come quella in Peter deve dare prova della sua fede commettendo una cazzata memorabile) oppure la veloce sferzata con la poliziotta e quindi un momento che si distacca totalmente dall’atmosfera del film.
Un film quindi sul bisogno di credere in qualcosa come sempre più spesso sta capitando, lasciarsi andare e concedersi in un ambiente saturo di tutto e così stranamente perfetto da renderlo inquietante.
Un film intelligente che dietro le sue apparenti spoglie di documentario (come infatti lo vede e lo assurge Peter) si apre ad uno scenario che seppur poteva regalare qualcosa in più diventa perlomeno simbolico nel suo prendere visione su un fatto sociale così importante.

lunedì 24 dicembre 2012

Grano rosso sangue


Titolo: Grano rosso sangue
Regia: Fritz Kiersch
Anno: 1984
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un viaggio di trasferimento sulle autostrade del Nebraska, Burt, un giovane medico con la sua compagna Vicki investono...il cadavere di un ragazzo. Burt accerta subito che l'infelice è stato assassinato a coltellate. Del criminale nessuna traccia nella sconfinata pianura coltivata a "mais". Sulla base delle reticenti e nebulose informazioni del gestore di una pompa di benzina, la coppia arriva attraverso i campi a una desolata e vuota cittadina, quella di Gatlin, dove regna un silenzio surreale. E' qui che, poco a poco, Burt e Vicki scopriranno un’orribile verità...

Una delle migliori trasposizioni di King insieme a IT,MISERY,THE MIST,L’OMBRA DELLO SCORPIONE. Affascinante, contenutisticamente molto valido e antropologicamente parlando pieno di simboli e significati rimanda per alcuni aspetti a IL SIGNORE DELLE MOSCHE trovando un totem completamente diverso ma che assume la stessa connotazione.
Da questo punto di vista il migliore come realizzazione rimane ancora MA COME SI PUO’UCCIDERE UN BAMBINO, ma personaggi come Malachia rimarranno per sempre stampati nella mente.
Tra l’altro è l’unico film che vale la pena di menzionare di Kiersch, quasi a voler dire che con un buon soggetto non è indispensabile un’altrettanta buona regia. Anche gli attori sono validi compresa la giovane Sarah Connor. Quello che prevale è l’originalità come nella scena iniziale o nell’ambientazione della cittadina di Gatlin e anche in alcune trovate rispetto al limite di budget. Certo lo smacco più grosso rimane il finale peraltro diverso dalla descrizione di King

lunedì 30 luglio 2012

Shrine


Titolo: Shrine
Regia: Jon Knautz
Anno: 2010
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Dopo che un cittadino statunitense risulta scomparso da un viaggio in Europa, un gruppo di giornalisti indaga su una pista misterica circa la presenza di alcune sette secolari in Polonia, in particolare in una antica comunità rurale chiamata Alwainia. Le indagini, inizialmente caratterizzate da un alone di scetticismo, si rivelano avere un fondo di verità: il passato del villaggio è contornato da sparizioni, cronache di sacrifici umani e una misteriosa setta dietro tutto ciò. Quando i giornalisti approfondiscono le indagini e si avvicinano a scoprire la macabra verità che si cela dietro Alwainia e i suoi abitanti, inizia la caccia all'uomo da parte di alcuni sconosciuti, forse proprio i facinorosi settari, che porta il gruppo a scappare da ogni persona, possibile complice o appartenente alla misteriosa setta.

C’è una scena che sfrutta magistralmente la suspance a circa metà film.
Per il resto la pellicola pur non essendo originalissima (ma oramai sono poche quelle che riescano ad esserlo al 100%), brilla in alcuni momenti di luce propria.
In questa scena comunque una ragazza entra in una sorta di nebbia e precipita così in mezzo alla desolazione più totale. Ad un tratto vede una statua di pietra raffigurante una creatura spaventosa.
Non voglio fare spoiler in questo caso e quindi non dirò nulla di più ma alla fine SHRINE ha diversi fattori che gli danno quella marcia in più rispetto a tanti altri fratelli contemporanei.
Innanzitutto la regia. Knautz forse quasi nessuno lo conoscerà, aveva esordito con quella chicca sopraffina che rispondeva al nome di JACK BROOKS MONSTER SLAYER. In secondo luogo la mistura come dicevo prima di sotto-generi, passando dalla crudeltà della religione per arrivare agli orrori del soprannaturale .
Alla fine il risultato c’è. Difetta ancora di esperienza e quant’altro ma di certo Knautz è uno da tenere sott’occhio.


giovedì 14 giugno 2012

Kill List


Titolo: Kill List
Regia: Ben Wheatley
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Regno Unito. Dopo una pausa di otto mesi, Jay, un killer sposato con prole e schiacciato da problemi finanziari, decide di accettare un nuovo incarico, all'apparenza senza complicazioni. Ma si sa, le apparenze ingannano e quella che doveva essere una macabra routine diventa un crescendo di follia, fino a sfociare nell'incubo

Che bello, ancora una volta gli inglesi come i francesi dimostrano un certo modo di fare cinema che sembrava, perlomeno a partire dagli ’80 e dai ’90)solo esclusivamente un fenomeno americano.
Eppure gli europei negli ultimi anni stanno sorpassando il mercato americano. Se non a livello quantitativo, sicuramente a livello qualitativo.
A differenza però di quello francese, il cinema inglese punta spesso su commedie nere, horror con una certa satira di fondo e thriller pieni di colpi di scena.
Kill List fa parte della terza tipologia.
Un thriller che riesce a sposare diversi generi diventando una mistura tra il gangster, il noire e l’horror.
Opera seconda del regista britannico Ben Wheatley (sua la crime comedy Down Terrace del 2009).
L’originalità del film e nel suo tessuto narrativo e nel suo formidabile montaggio. La suspance sale con l’evolversi della storia, solo a tratti banale e solo a tratti convenzionale con un certo tipo di cinema noire che sfocia in qualcosa di contorto e perverso da metà film in avanti.
E’stato lodato come il miglior indi inglese del 2011. Sti gran cazzi aggiungerei, contando che il film ha meriti che purtroppo patiscono alle volte l’effetto di non avere una certa maestria e autorialità, non per questo però non bisogna dare i giusti meriti alla sceneggiatura e alla regia dell’ottimo Wheatley.
Ci sono delle fonti d’ispirazione o meglio delle scene che ricordano alcune atmosfere o alcuni brutali omicidi (THE WICKER MAN e THE SERBIAN FILM per non citare la letteratura e i fumetti).
Tutto funziona, o meglio le poche parti che sembrano avere delle forzature o essere scollegati o non avere una giustificazione in termini di sceneggiatura purtroppo ci sono, ma sono poche e i meriti su cui va evidenziato il film sono enormemente maggiori.
Dai dialoghi taglienti iniziali e gli scontri tra Jay e la moglie assolutamente attuali e quanto mai disperati per mostrare fino a che punto si può arrivare a perdere il controllo sono tra gli effetti più evidenti di una coppia in crisi, vittima del consumismo che non riesce a comunicare se non esplodendo in scenate che alle fine fanno più male di molte scene di violenza.
Recitazioni da urlo soprattutto per la coppia che deve portare a termine la missione o come il socio del protagonista o il tizio che affida loro i lavori.
Un film alle volte anomalo e straordinariamente onirico nei suoi passaggi spiazzanti. Si cerca di mescolare abusi, snuff, sette, corporation, dramma famigliare, redenzione e perdita totale del controllo (queste ultime due sembrano rispecchiare le personalità del protagonista che sfoga la rabbia e la cattiveria su pedofili e seguaci di sette per riscattare il nervosismo che cerca continuamente di somatizzare).
Qualche defezione nei colpi di scena c’è così come alcuni momenti che sembrano scollegati o incompatibili con la struttura ma il grido disperato finale inchioderà lo spettatore dandogli parecchi spunti su cui riflettere.
Finisco col dire che ci sono delle scene davvero spiazzanti e iper-violente così come la rabbia che si impossessa del protagonista o la lucidità con cui le vittime e spesso i fedeli adepti di alcune sette, accettano incondizionatamente il loro agognato destino per abbracciare la soluzione finale.