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venerdì 10 gennaio 2020

Freaks


Titolo: Freaks
Regia: Zach Lipovsky, Adam B. Stein
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il padre della piccola Chloe, una bambina di sette anni, non vuole che lei esca dalla loro casa in rovina, perché ritiene che il mondo esterno sia troppo pericoloso per loro e soprattutto per la bambina. Cerca di nasconderla anche ai vicini, ma lei vorrebbe fare come le altre ragazzine e andare almeno a prendere il gelato dal camioncino che passa per il loro vicinato e suona una musica quasi irresistibile. Il gelataio è un vecchio dal sorriso vagamente sinistro, ma questo non turba Chloe che anzi sempre più vuole conoscere il mondo di fuori. Nulla però è davvero quello che sembra...

Freaks è un indie interessante, un'opera che strizza l'occhio chiamando a sè diversi generi, thriller, sci-fi, super-eroi (meglio chiamarli Freaks), l'isolamento come paura di essere presi in quanto diversi. Tanti segnali sembrano poi i classici di tanti film usciti negli ultimi anni, ma il film dalla sua ha una storia semplice, nel primo atto non ci dice molto ma fa presagire che da quando la piccola "Chloe" dovrà uscire dalla porta si troverà preda o predatrice di un mondo che le è stato sempre nascosto. Ci sono sicuramente alcune intuizioni interessanti come il teletrasporto qui sfruttato in maniera davvero originale, il sangue non viene lesinato ma anzi serve a far comprendere alla innocente Chloe a cosa si debba andare incontro per salvare chi si ama.
Effetti speciali e scene d'azione ottime ma mai abusate, cercando sempre di mantenere quel'atmosfera che caratterizza tutto l'arco del film e alcuni dialoghi che rivelano interessanti colpi di scena. Bruce Dern poi con quel camioncino dei gelati è allo stesso tempo salvifico quanto inquietante. Tutto il cast capitanato dalla preziosa bambina e Emile Hirsch ci credono tutti molto e la loro caratterizzazione riesce a dare manforte alla psicologia dei personaggi e la sinergia con i colleghi. Qualche piccolo intoppo c'è, ma nel finale possiamo annoverarlo tra gli esperimenti più interessanti su persone dotate di super poteri con un budget modesto ma che sa lavorare bene su quello che ha regalando molto più di quanto riescano a fare i film Marvel.

giovedì 26 dicembre 2019

Untamed-Regiòn salvaje


Titolo: Untamed-Regiòn salvaje
Regia: Amat Escalante
Anno: 2016
Paese: Messico
Giudizio: 3/5

Guanajuato, Messico. L’incontro con la misteriosa Véronica ha ripercussioni inaspettate sulla vita dei fratelli Fabián e Alejandra, ed in particolare su quest’ultima, intrappolata in un matrimonio difficile e soffocata dal machismo ipocrita del marito Angél.

Regiòn salvaje ha almeno due scene indimenticabili. Tutte e due riguardano il sesso, tutte e due sono collegate tra loro, liberando i sensi e lasciandosi andare ad amplessi o altro.
In una vediamo tante specie diverse di animali in un unico luogo "magico", un angolo del mondo dove il selvaggio domina sul civilizzato, fare sesso senza problemi, di quale altro animale stia loro accanto (magari un predatore..). La seconda scena verso il finale, anche se viene già preannunciato all'inizio del film, l'amplesso tra Alejandra e la Cosa, una sorta di ibrido tentacolare sci-fi metafisico con tanto di tentacoli che si diramano in ogni dove che riaccende pulsioni antiche e primordiali.
Il film di Escalante è molto lento, ha una trama che poteva aggiungere molto di più in termini di scrittura, colpi di scena, fatti e avvenimenti che vengono presi in esame in maniera piuttosto mediocre senza andare oltre se non nel voler essere presuntuoso e provocatorio.
Una storia malsana dove alcuni messaggi di portata fantascientifica, per fortuna solo accennati, danno risalto a quella lotta tra eros e thanatos per tutta la durata del film, denunciando come dramma sociale l'ipocrisia dell'eterosessualità e in un qualche modo mostrata nella sua fragilità e debolezza.
Le donne sono le vere protagoniste alla ricerca di profondità oscure del piacere femminile che i maschi "alfa" non riescono a dar loro, dove subiscono passivamente il sesso e l'infedeltà del marito o il disinteresse del compagno e in cui ogni divergenza dal rigido canone sociale viene nascosto con vergogna, costrette così a rifarsi su una creatura aliena dalle sembianze multi-falliche, cui è attribuito il duplice compito freudiano di seminare piacere erotico e allo stesso tempo la distruzione mortale. Un film che più dei due incidenti e fati di cronaca successi in quegli anni in Messico che il film ricalca, sembra concentrarsi maggiormente sugli istinti, spesso frustrati, abbandonati, assopiti e dimenticati.
Quando si viene incontro con questa creatura, entrambi i sessi danno inizio ad un effetto domino inarrestabile in cui entrandone in contatto, in tutti i sensi, si diventa immediatamente succubi e vogliosi di ritornarci.



Aniara


Titolo: Aniara
Regia: Pella Kågerman e Hugo Lilja
Anno: 2018
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Un'astronave che trasporta dei coloni su Marte viene buttata fuori rotta, costringendo i passeggeri ossessionati dal consumo a prendere in considerazione il loro posto nell'universo.

Dalla Svezia arriva uno sci-fi low-budget di quelli che non si dimenticano. Un vero viaggio nell'orrore, un film di un enorme impatto emotivo in grado di metterci di fronte tutte le paure sopite di fronte allo spettacolo e le incognite dell'universo. Un film disturbante e inquietante, rivelatore di un dramma profetico per l'attuale situazione in cui stiamo vivendo fregandocene del domani ma insistendo a distruggere il presente.
Un film carico di incertezze e di pessimismo cosmico che non regala nulla, senza dover fare ricorso a sensazionalismi o happy ending astuti per mettere d'accordo il pubblico. Qui la profezia è quella dell'autodistruzione, di un universo in cui sguazzare dove perdiamo completamente le nostre coordinate, azzerandoci e costretti a reinventarci attraverso pratiche, filosofie, religioni, orge, esecuzioni. Dove basta un incidente improvviso, un cambio di rotta, una fuga dal nostro idilliaco paradiso per far sì che la situazione possa degenerare nella violenza, nella perdita dei valori e di ogni inibizione. Visto che bisogna morire in una zona remota da cui è impossibile tornare indietro tanto vale lasciarsi andare in una sfrenata ricerca del piacere passionale e di ogni gratificazione possibile.
Un astronave che si perde in una rotta che sembra non finire mai, un giro attorno ad un pianeta senza poter mai attraccare, una parabola della morte, della filosofia dell'ansia che non accenna mai a fermarsi facendoci sprofondare in un limbo di psicosi.
“Aniara” nome di un poema fantascientifico scritto nel 1956 dallo svedese Harry Martinson (futuro Premio Nobel per la letteratura) si divincola dagli altri film sci-fi moderni, scegliendo una rotta più estrema, azzardando un discorso molto realistico per un ipotetico futuro, scegliendo infine una deriva claustrofobica e nichilista che sembra sondare perfettamente lo stato d'animo di alcuni passeggeri, del capitano, della protagonista e della fuga dalla realtà dove le persone possono rivivere le esperienze avute sulla terra dimenticando così l'imminente morte sul'astronave.




Star Wars: Episodio IX – L'ascesa di Skywalker


Titolo: Star Wars: Episodio IX – L'ascesa di Skywalker
Regia: J.J. Abrams
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La resistenza è ridotta a poche unità, il primo ordine dilaga sotto il comando del leader supremo Kylo Ren, ma un messaggio ha turbato la galassia. L'imperatore Palpatine giura vendetta! Ren si mette così alla ricerca dell'origine della trasmissione e arriva a confrontarsi con Palpatine, che gli offre una spaventosa flotta se saprà eliminare la ragazza Jedi, Rey. Questa combatte e si addestra seguendo gli insegnamenti del generale Organa, mentre Finn, Poe e Chewbacca ricevono messaggi da una spia nel Primo Ordine.

Nei saluti finali quando ormai i nostri guerrieri hanno vinto contro il Primo Ordine e la Reisistenza può finalmente festeggiare, tra i tanti saluti vediamo due donne baciarsi in bocca.
Un segno di coraggio della Disney? il bisogno ormai di mettersi in riga con una realtà che ormai il cinema non deve e non può più nascondere?
La scena forse rappresenta la sfida più alta dell'ultimo capitolo della trilogia che chiude o riapre i canali della forza, di una saga infinita, una tra le più enormi e ambiziose macchine da soldi che Lucas creò nel lontano '77, che si siano mai viste.
Se da un lato i toni si sono più addolciti, basta vedere quella serie tv davvero coinvolgente di nome MANDALORIAN, per capire che non vedremo più sangue, che i corpi scompaiono pur di non mostrare, che ormai per quanto sia una macchina rodata, questa saga ha sempre avuto il villain numero uno: i fan.
Perchè nell'ultimo capitolo di certo c'era una pressione di fondo nel dover chiudere tutte le trame e sotto-trame aperte in precedenza, cercando di edulcorarle il più possibile, cercando di dare pace ai tormenti infiniti di Kylo Ren, dare enfasi a Palpatine mostrando ancora gli assi nella manica che possiede e infine caratterizzare malissimo la protagonista, quella Rey che in fondo non abbiamo mai conosciuto, facendo un salto enorme rispetto al film precedente e facendole fare ogni cosa (im)possibile pensata all'interno del film come ad esempio controllare un'astronave con un gesto della mano (il povero Joda sarebbe rimasto allibito).
Al di là dei meriti tecnici di un budget smisurato e della c.g che si muove come la regia di Abrams con passo svelto senza stare a perdersi in inutili congetture, sposando ancora una volta l'avventura prima della sci-fi e dando vita ad una vaga idea di azione come se fosse un enorme giocattolo dove per assurdo i combattimenti con le spade laser passano in secondo piano per le funamboliche manovre delle astronavi.
Alcune stonature come una narrazione che si apre e chiude da sola senza la presenza di colpi di scena, di trame complesse, ma dando svago e intrattenimento in grosse quantità, risvegliando anche alcuni personaggi che non aveva senso rimettere in quel contesto (Leia su tutti) lascia l'amaro in bocca. Forse l'unico vero pregio del film è di aver cercato quanto più rispetto ai precedenti capitoli, un'atmosfera in più momenti abbastanza oscura e spettrale dove i nostri eroi verranno spesso messi di fronte alle loro debolezze e fragilità, dove le paure, i rimossi e i ricordi giocheranno una carta importante spesso buttata via velocemente ma che continua quell'idea di una morte come condizione transitoria, tanto quanto la vita o forse è proprio quest’ultima a non estinguersi mai del tutto da sempre nell'immaginario della mitologia Lucasiana



domenica 15 dicembre 2019

Tremors


Titolo: Tremors
Regia: Ron Underwood
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Mentre i due operai Valentine McKee e Earl Basset stanno battendo in lungo e in largo il deserto del Nevada in cerca di qualche lavoro redditizio, una sismologa registra strani movimenti del terreno, proprio in quelle zone.

Tremors nella classifica degli horror sui mostri, o meglio action-horror sui mostri è uno dei più belli di sempre. Un film del '90 che ancora ad oggi riesce ad essere un caposaldo, mostrando una creatura originale in un film che ha saputo dare enfasi e sfruttare un'idea niente affatto scontata.
Un orrore che arriva dalle viscere della terra in maniera atipica, inaspettata, riuscendo a condire tutti i suoi ingredienti con un'atmosfera e un ritmo impareggiabili, puntando tutto su elementi basici ed efficaci e riuscendo al contempo ad essere intelligente e scanzonato, un eco-vengeance di fantascienza preistorica che sposa l'intrattenimento puro.
Le creature poi riescono ad essere davvero sorprendenti e funzionali, mischiando riminiscenze che vanno dagli squali della sabbia di lynchani ricordi alle beetlejuiciane bartoniane.
Tremors poi ha un ritmo che decolla praticamente da subito riuscendo in una difficile missione ovvero quella di creare un appassionato cocktail di generi, mescolando tanti ingredienti dal western, all'action, la commedia, l'horror e la sci-fi.



sabato 16 novembre 2019

All'ombra della luna


Titolo: All'ombra della luna
Regia: Jim Mickle
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nel 2024 una devastante esplosione colpisce Philadelphia. Giusto il tempo di assistere a scene di tragedia, che veniamo portati nel 1988, dove incontriamo due agenti di polizia,Lockhart e Maddo alle prese con una serie di misteriose morti che stanno devastando la notte di Philadelphia. I due piedipiatti si mettono sulle tracce della misteriosa assassina, riuscendo a intrappolarla in una fermata della metro. Nel momento topico, la donna affronta uno dei due poliziotti,Lockhart, sconvolgendolo, sin ad un tragico epilogo.

Torna Mickle, uno dei registi più interessanti del cinema di genere della sua generazione.
All'ombra della luna è il film finora più ambizioso, un poliziesco, un thriller psicologico che si intreccia con una storia di sci-fi sui viaggi del tempo e una minaccia da sventare con trame e sotto trame spesso complicate e complesse. Il concetto di convenzione del tempo apparteneva già ai salti temporali di Looper con cui il film in questione ha alcuni retaggi in comune.
E'un film procedurale che mischia tantissimi elementi, generi, smarcandosi come il regista ha sempre dimostrato nelle sue precedenti opere, con una singolare astuzia cercando di non cadere in alcuni buchi sempre dietro l'angolo che avrebbero decretato un netto appesantimento dei toni della pellicola. Parliamo di un film decisamente complesso, una caccia alla presunta assassina del futuro con un arma che come nell'incidente scatenante iniziale, fa letteralmente morire tra atroci sofferenze con fiumi di sangue che escono da ogni dove. Mickle trattiene ogni singola situazione per farla poi esplodere nel terzo atto, ti crea un'antagonista, se così possiamo chiamarla, di cui è impossibile non provare empatia con una notevole scena di inseguimento nel primo atto che finisce nella metro.
Cinque anni ci ha fatto aspettare prima di portare a casa un traguardo non esente da difetti, da intrecci e complicazioni non sempre facili da gestire, da un mix di elementi e suggestioni narrative difficili da raccordare dove non sempre viene percepito un bilanciamento e infine un'arco della storia dipanato in trentasei anni, dove un attore sempre legato a piccoli e sofferti ruoli come Boyd Holbrook cerca di mettercela tutta anche se per quanto concerne il reparto del make-up e le fasi di invecchiamento si poteva fare di più.
L'atmosfera quasi da noir è uno degli aspetti deliziosi del film sui cui la regia da sempre ha cercato di puntare in tutti i suoi film precedenti, un ritmo adeguato che riesce almeno a rendere avvincente una storia non proprio originale ma con un coro di attori che provano a mettercela tutta, alcune scene decisamente forti e un amore smisurato per la settima arte.
Il merito di Mickle ancora una volta e di non schiacciare il pedale sull'azione come quasi tutti avrebbero fatto, si prende i suoi tempi, parla di tante cose e merita un discorso a parte sull'importanza dei legami sociali e della famiglia, mischia tante carte, dosa bene i dialoghi e proprio con uno di questi termina il suo climax finale per fortuna rimanendo ancorato con i piedi per terra per non sprofondare nella sabbia come il sogno premonitore della moglie di Lockart in una fantastica scena di vita di coppia proprio all'inizio del film prima dell'incidente scatenante.



venerdì 15 novembre 2019

Terminator-Dark Fate

Titolo: Terminator-Dark Fate
Regia: Tim Miller
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Grace, soldato geneticamente potenziato, viene dal futuro per salvare Dani Ramos, giovane operaia messicana impiegata in una fabbrica automobilistica. Dal futuro per ucciderla viene pure Rev-9, un Terminator evoluto, indistruttibile e proteiforme. Dal passato ritorna invece Sarah Connor che caccia e abbatte Terminator da decenni con l'aiuto di una fonte misteriosa. Unite dal destino, lottano nel presente per proteggere il futuro capo della resistenza contro l'Intelligenza Artificiale. Al di là del muro e decise a sbarcare in Texas per recuperare l'unica arma che possa fermare un Rev-9, chiedono aiuto a un vecchio amico, che integra il team femminile e le dà ancora di santa ragione.

Terminator dopo i due capitoli che sono storia del cinema sci-fi d'azione e che vanno considerati gli unici memorabili, è diventato una specie di franchise, cercando soldi a tutti i costi e facendo tre film quasi inguardabili.
Era logico che per chiudere una saga, in tempi dove si cerca di dare dei finali meritevoli facendo morire con stile personaggi iconici di film d'azione, la saga cercasse di salvarsi con qualcosa che non facesse schifo come i precedenti. Chiamato in cattedra un fanatico dell'action, si voleva concludere continuando il discorso che sembrava chiuso con Terminator 2 ad oggi secondo me il più bello della saga (come lo è Aliens rispetto al primo). Parlando di film dove l'azione supera la sci-fi, l'intrattenimento con stile è sempre stato il marchio di fabbrica.
Dark Fate è interessante anche se altalenante, fagocita tutto e troppo facendolo a tratti in maniera decorosa, in altri momenti invece no, quando cerca di rifugiarsi in delle scelte di trama davvero discutibili e patetiche o dovendo andare per forza a inserire personaggi che per forza di cose non andavano aggiunti e che dovevano morire e basta come Cameron aveva sentenziato alla fine del secondo capitolo.
Il film è una macchina che non si ferma quasi mai e quando ci prova i limiti e le forzature sono evidenti come i conti che non tornano e insisto di nuovo su alcune scelte di script davvero tremende contando che provano, senza riuscirci, a prendersi pure sul serio.
Dark Fate è donna, sceglie un manipolo di eroine con target d'età diversi, intrecciando stili di vita che sono agli opposti, dalla Connor alcolizzata e perennemente in lutto e incazzata nera, alla durissima e davvero affascinante Grace fino alla più monocorde di tutte, la prescelta Dani.
In 36 ore, l'arco di tempo su cui ruota la vicenda, in cui il film procede senza concedersi pause, perchè lo abbattono, cambia in maniera allucinata da una location all'altra cercando la carta dell'esagerazione a tutti i costi, un road movie, un survivor movie, dove alla fine per quanto tutto apparirà scontato, vince la scommessa di riuscire perlomeno a non sfigurare come gli altri tre recenti sequel. I combattimenti sono tra i momenti migliori, d'altro canto non poteva che essere così, dove in alcuni momenti il tasso di violenza è tremendo (quella testa strappata con le catene e infilata nel marchingegno) lasciando ai posteri, ma speriamo proprio di no, l'idea che probabilmente la saga continuerà più femminile che mai cercando di abbattere alcune teorie del passato come Skynet e rinforzando l'aspetto digitale della c.g
Tra operazione nostalgica, personaggi rispolverati, una trama che si aggrappa ai vetri e una dimensione ludica massiccia quanto superficiale, il sesto capitolo vale in tutto e per tutto per quanto concerne il cinema d'intrattenimento, ma rimane un'operazione commerciale così macchinosa che la sceneggiatura non poteva che lasciare tutte quelle perplessità e quelle idiozie di fondo così estremamente marcate. Una su tutte ad esempio è quella riguardo le stramberie che riguardano il T-800 e tutte le inutili banalità sui suoi collegamenti con Grace fino alla battuta marmorea che rimane la ciliegina sulla torta del film “Vedi Dani, noi del futuro mandiamo delle coordinate indietro nel tempo che poi, per non sbagliare, mi sono fatta tatuare qui sulla pancia e se non mi sbaglio vuol dire che l’indirizzo che stiamo cercando è proprio questo qui”.. chi vedrà capirà e sospendendo l'incredulità andrà avanti nella visione senza cercare di darsi un'ipotetica spiegazione che non è detto che ci sia o che sia mai stata pensata. D'altronde gli sceneggiatori sapevano che tanto il film avrebbe avuto plausi e consensi da tutte le parti. Bello e graficamente eccellente quanto banale.

Stranger Things-Seconda stagione


Titolo: Stranger Things-Seconda stagione
Regia: Duffer brothers
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

La seconda stagione si apre con un piccolo excursus su tutti i personaggi, dandoci una panoramica della situazione in cui versa ognuno di loro. Mike è alle prese con la dipartita di Undici, mentre Will si troverà nuovamente a dover far i conti con il sottosopra. Dustin e Lucas saranno invece occupati in un simpatico triangolo amoroso con l’arrivo di Maxime, uno dei tanti nuovi personaggi della seconda stagione.
Undici dal canto suo si troverà nuovamente segregata, una prigionia però del tutto diversa. Lo sceriffo Hopper rivestirà, almeno nella prima parte di questo secondo capitolo, il ruolo di padre ipe-rprotettivo e tal volta anche un po’ svitato. Si rinnova il dualismo Steve/Jonathan che vedrà Nancy dividersi tra i due, come visto nella scorsa stagione.
Il nuovo spaventoso nemico farà quindi convogliare l’attenzione di tutti nuovamente sul Hawkins National Laboratory. Una minaccia decisamente più pericolosa e evidente del Demogorgone che metterà a dura prova tutti i protagonisti.

Il mio rapporto con la saga diretta dai Duffer Brothers è doverosamente complessa. La prima stagione mi aveva colpito negativamente senza lasciarmi quelle scariche energetiche di nostalgia ed effetto nostalgico che forse la saga voleva provare a mettere in scena. Troppo senso di dèjà vu su come raccontare gli anni '80 assorbendoli sotto una pluralità di elementi a partire dalle musiche, location e scenari, nuclei famigliari, troppa malinconia per non citare in continuazione film e accessori, tutto in un turbinio di fattori sicuramente colorati e messi in scena alla massima potenza ma che dal punto di vista della storia, della sua complessità e originalità mi lasciavano abbastanza dubbioso.
Ora quella che a detta di tutti è la stagione peggiore delle tre trovo che sia molto ben congegnata, apportando una maturità nel saper descrivere un microcosmo e narrare con più complessità intrecci tra personalità e situazioni marginali comunque fondamentali per quanto concerne il dover sempre rimanere con diverse sotto trame in gioco senza avere mai grossi cali di ritmo.
Personaggi nuovi, un'atmosfera ancora più malsana per quanto la sci-fi appaia meno d'effetto, più calibrata e "realistica" cercando di raffazzonare alcune esigenze di ritmo e di azione della prima stagione.
Genitori adulti e adulti genitori che sembrano rincorrersi, crisi adolescenziali, le prime pulsioni sessuali, l'inibizione, l'arrivo di una nuova creatura dal sottosopra, i laboratori degli scienziati sempre più disgustosi e portatori di segreti ed esperimenti assurdi, Max e Billy.
La mitologia creata dalla coppia di registi è diventata in brevissimo tempo uno degli eventi mediatici più importanti del cinema, perchè ST è cinema, delle serie tv, dell'hype a tutti i costi, della corsa contro il tempo aspettando gongolanti di fronte allo schermo l'arrivo di una nuova pillola rossa. Le visioni di Will, quei tentacoli che rimandano all'orrore cosmico, il percorso di crescita, un complesso rapporto "padre" figlia, i poteri psichici che rimangono ancorati e che si prendono il loro tempo per assaltare lo script e condensare l'azione sviluppandola in modo feroce solo negli ultimi episodi. Il merito più grande di questa appassionate saga sono proprio i personaggi.
Caratterizzare in maniera così esemplare un nutrito gruppo di attori di diverse generazioni e target d'età è un compito difficilissimo al giorno d'oggi quando si insegue la c.g e il lavorare solo sull'azione. Saper scrivere e individuare i punti di forza e far crescere non solo fisicamente ma d'intensità i personaggi è quel merito, quella forza che decreta la maturità in campo di scrittura, sapendo commisurare al meglio attrattiva ed espedienti commerciali. Una perizia nel curare minuziosamente ogni singolo dettaglio e dialogo, senza buttare mai nulla, lasciando sulla linea dei buoni sentimenti e capovolgendo la situazione infilando mostri, creature, incubi, conflitti e poi così tanto cinema e rimandi da Reitman, Spielberg, Dante, Carpenter, King, la fantascienza anni '50 e '60 e una vastissima e ampia e colorata nonchè multiforme commistione di retaggi culturali.




domenica 27 ottobre 2019

Splice


Titolo: Splice
Regia: Vincenzo Natali
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Clive ed Elsa sono due scienziati che lavorano in un laboratorio di genetica. I due sono anche sentimentalmente uniti e stanno tentando di creare un gene animale ibrido da cui estrarre proteine. La coppia vorrebbe spingersi oltre nella ricerca ma il committente intende invece entrare subito sul mercato. Elsa però non si arrende e procede con l'innesto di DNA umano. Ne 'nasce' un essere (battezzato Dren) che ha in parte le caratteristiche di un corpo umano e in parte quelle di un volatile

Splice è un buon film che purtroppo quando uscì non venne capito o meglio passo inosservato.
E'una pellicola con numerosissimi difetti ma Natali per me è come Proyas.
Cerca sempre di mettercela tutta e purtroppo lo fanno lavorare poco. Splice come lo script che la sostiene ha diversi meriti come quello di trattare un argomento nella sci-fi abbastanza anomalo come lo strano rapporto che si viene a creare tra queste tre persone, due scienziati e la loro creatura appena nata con numerosissimi rimandi alla letteratura classica, Shelley, i miti greci fino alle basi della sci-fi e perchè no, mettendoci dentro anche la Bibbia.
Creare una nuova forma di vita, avere il diritto di vita o di morte, avere la presunzione di poter controllare la propria opera e infine i sentimenti che in questo film hanno un peso molto importante dal momento che la coppia di scienziati fa coppia anche nella vita condividendo praticamente tutto.
Dren è femmina e non ha ancora una natura definita per cui avverranno tutta una serie di momenti abbastanza atipici in cui Clive ed Elsa devono entrare in sintonia ed empatizzare con una creatura che ha spesso difficoltà a capire i gesti e le scelte degli umani.
Lo sci-fi thriller prodotto da Guillermo del Toro è sicuramente molto ambizioso, ha un buon budget ma non faraonico come in altre produzioni, poteva scegliere due scienziati più credibili e mette tanta carne al fuoco, con moltissime suggestioni che dal secondo atto in avanti avanzano prepotentemente forse troppo alla veloce, come l'età adulta raggiunta in poche settimane da Dren.
Natali è comunque riuscito a inserire alcuni momenti notevoli come la scena iniziale di sesso tra i due tremenda dove i corpi quasi non si avvicinano mentre invece la copulazione/zoofilia tra Clive e Dren esplode in tutta la sua carica selvaggia.




giovedì 24 ottobre 2019

Decoder

Titolo: Decoder
Regia: Muscha
Anno: 1984
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

FM (componente del gruppo Einsturzende Neubauten) scopre che all’interno della catena di fast-food “H-Burger”, viene diffusa della musica (Muzak) che condiziona fortemente i comportamenti e i gusti dei giovani avventori. Sconcertato, registra e studia le caratteristiche di questa musica ma è solo dopo gli incontri con William Burroughs e i pirati della comunicazione guidati da Genesis P.Orridge, che FM riesce a “decodificarla” e a produrre un “anti-muzak” che induca la gente a ribellarsi al potere. I servizi segreti e la stessa multinazionale degli hamburger iniziano a braccare minacciosamente il fastidioso pirata, il quale nel frattempo diffonde, aiutato dalla sua posse, la “musica della rivolta”, producendo ovunque effetti devastanti per l’ordine e la morale pubblica. E alla fine la rivoluzione…

Il sogno dell’underground è quello di fare la rivoluzione. Si tratti di rivoluzioni violente o pacifiche, concrete o simboliche, collettive o individuali, ogni controcultura nella sua evoluzione, prima o poi, manifesta il desiderio di una trasformazione radicale del vissuto.
Decoder è uno di quei film a cui sono arrivato tardi purtroppo. Un film manifesto molto importante per l'epoca, per la commistione di generi (cyber punk, dramma, un certo tipo di horror) per le tematiche, per lo stile, la forma, le voci, la musica, l'impiego praticamente di qualsiasi maestranza in maniera sperimentale e in alcuni casi precursore di un certo tipo di stile e contro cultura.
Basato approssimativamente sugli scritti di William S. Burroughs, che recita anche nel film, sembra avere diversi elementi in comune con il film di Gillian uscito l'anno successivo BRAZIL, un film anarchico con un'idea originale e una messa in scena molto atipica e interessante. La rivoluzione arriva nell'underground proprio scoprendo una musica che diffonde una strana sinfonia confondendo e condizionando i giovani. Una generazione di nuovo controllata da un governo che sembra dover monitorare usando tutti gli strumenti che possiede ma che solo una parte di noi è in grado di captare, vedere e sgominare.
Il resto come negli incubi cronemberghiani che siano occhiali o come per Palahniuk una nenia, l'obbiettivo è sempre quello di captare un intero progetto di controllo delle menti e dei corpi, un processo ben più ampio, che vuole coinvolgere tutti partendo dai livelli più bassi (l'idea del "H-Burger" è geniale).
Potrebbe essere il film manifesto di ogni complottista sul controllo mediatico e il potere delle multinazionali dove se non altro pone anche qualche base su come è nato il cyber punk, per questo precursore come film, con il sodalizio tra punk e una sottocultura industriale che mixa idee anarchiche e hackeraggio

mercoledì 2 ottobre 2019

Starfish

Titolo: Starfish
Regia: A.T.White
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ritratto unico, intimo e onesto di una ragazza in lutto per la perdita della sua migliore amica. Accade proprio nel giorno in cui il mondo così come lo conosciamo sta per finire.

L'esordio di White è associabile a tanti filoni cinematografici, ormai una consuetudine per chi è avvezzo a nuotare a stile libero tra i generi. Un film di stampo autoriale che si dipana nel primo atto come un vero e proprio dramma autoriale, con riprese a spalla, la camera che segue la sua protagonista e alcune note dolenti di una meravigliosa soundtrack che sono lì pronte a farti capire che sta per succedere qualcosa, anche se quello che veramente un certo tipo di pubblico si aspetta non arriverà mai.
Starfish può essere definito un un mystery movie, un dramma autoriale, un horror, uno sci-fi dai contorni post-apocalittici. Tutti elementi che non vengono sbattuti in faccia allo spettatore in un caos di immagini dove l'azione prevale sulla narrazione. Al contrario il film si prende i suoi tempi, ostenta quanto ci si potrebbe aspettare di vedere, lascia Aubrey a parlare quasi sempre tramite una radio venendo a conoscenza di queste creature uscite da portali spazio-temporali.
Un film criptico, lento, pienamente autoriale, ermetico e con tutta una sua simbologia di una visione di cinema e di storia complessa e non sempre decifrabile.
Mancano quelle scene madri di spessore che sono una regola in pellicole recenti e simili come Captive state o lo sconosciuto indie low budget Axiom con una trama per certi versi molto simile tolto il tema del post-apocalittico. Qui il budget è molto risicato, un indie che fin dall'inizio predilige un'altra atmosfera di spaesamento dove il dramma interiore della protagonista accompagna le sue scelte e le sue azioni, nonchè gli obbiettivi, rendendola sola e spaesata, a tratti allucinata, in un'ambiente ormai privo di vita.
Ci sono echi alla Matheson proprio quando sembra sia proprio Aubrey tra i pochi esseri viventi rimasti sulla terra, segnali che come per i simboli e la voce proveniente dalla radio ci riportano a una dimensione sconosciuta che richiama l'apocalisse.

venerdì 14 giugno 2019

Segnali dal futuro


Titolo: Segnali dal futuro
Regia: Alex Proyas
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il professore di astrofisica John Koestler non crede nel destino ma le sue convinzioni vengono scosse quando il figlio entra in possesso di un documento scritto 50 anni prima da una bambina della sua stessa scuola. Sul foglio sono indicati solo numeri uno dopo l'altro, numeri che l'occhio allenato dello scienziato comincia a decifrare per caso scoprendo che indicano giorno e numero di vittime dei principali disastri dell'ultimo mezzo secolo e di alcuni che devono ancora verificarsi.

La morte celebrale definitiva di un regista.
Segnali dal futuro sembra la genesi e l'ultimo stadio di un regista purtroppo sfortunatissimo che ho sempre stimato per il suo apporto cinico alla sci fi.
DARK CITY rimane ancora adesso il suo film più bistrattato se non altro per l'arrivo l'anno successivo di MATRIX e per aver cercato di ridare enfasi ad un genere senza sfoggiare unicamente gli effetti speciali. Il colpo finale al regista è stato sicuramente questa porcheria con alcune regole incontrovertibili (Nicolas Cage) e una scrittura alla base che non è riuscita a dare spazio a tutte le intuizioni narrative. Un film che se vogliamo possiamo definirlo il vaso di Pandora dell'artista dove tutte le sue teorie sembrano essersi dati appuntamento in un film multiforme che purtroppo per evidenti limiti non è riuscito a dare spazio a tutte le scelte e i temi trattati.
Un film disorganico che non riesce sempre, in particolare dal secondo atto in avanti, a gestire con precisione i vari aspetti contenutistici, rimanendo macchinoso, dove la complessa dialettica tra predestinazione, caos, scienza e fede (che già era un intento trattato nei suoi precedenti film) qui cede il passo ad una scelta di cause ed effetti che non hanno niente a che vedere e soprattutto vengono vanificati tutti gli sforzi di renderli materia seria su cui parlare.
Alle volte sembra più un omaggio alla mitologia ed alle suggestioni de AI CONFINI DELLA REALTA'
La storia narrata poi è incentrata a una supposta profezia ricevuta in dono (se così si può dire) da Lucinda, una giovane alunna della fine degli anni ’50, e rinchiusa in una capsula del tempo insieme ai disegni di altri bambini. Quando, mezzo secolo dopo, la scatola viene aperta, l’indecifrabile serie di numeri che la piccola aveva scritto sul foglio in dotazione finisce nelle mani di Caleb che subito lo sottopone all’attenzione del padre, John, noto luminare astrofisico. Dopo un po’ di studio, il professore capisce che quei numeri sono indicazioni riguardo alle grandi catastrofi e incidenti degli ultimi anni: le ultime righe indicano date future, per le quali c’è ancora la speranza di poter intervenire. Anche se l’ultima riga potrebbe indicare addirittura la fine del mondo.
Praticamente un cocktail in salsa ebraica, maya, Hubbardiana, etc

lunedì 3 giugno 2019

Strange Days


Titolo: Strange Days
Regia: Kathryn Bigelow
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

1999: Lenny Nero traffica illegalmente in esperienze virtuali su supporto “squid”; una prostituta gliene fornisce una che scotta, sulla polizia di Los Angeles.

Strange Days quando uscì fece molto discutere. Dal punto di vista dello scifi si è pensato ad un film rivoluzionario che al suo interno assorbisse come una calamita un nutrito mix di sotto generi tale da renderlo universalmente molto ben allargato secondo i confini cinematografici di quell'epoca.
Il film della Bigelow (come tutto il suo cinema del resto) oltre a rimanere un'esperienza sensoriale incredibile, è prima di tutto cinema politico dove l'artista mantiene un suo punto di vista sinistroide e sempre schierata (in futuro lo sarà ancora di più per evidenti ragioni geo politiche).
Strange Days dal punto di vista delle immagini sancisce di fatto alcuni apporti che dal punto di vista strettamente tecnico andavano sdoganati arrivando a costruire una messa in scena dotatissima e ispirata da molta letteratura e film di genere partendo dal futuro metropolitano apocalittico e le pieghe politiche.
Strange Days diede il suo enorme contributo anche e soprattutto per il fatto di non nascondere la violenza (che come diceva Renè Girard "è una delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo")
ma anzi mostrandola in tutta la sua disperazione dove pur di poterla sperimentare, come d'altronde il sesso, o usarle come valvole di sfogo si preferisce viverle in una realtà virtuale (ed è qui che la scenografia inserisce alcuni apporti interessanti nonchè originali)
In una società odierna iper violenta e iper reale, in particolare quella americana, Strange Days sancisce la sua assoluta modernità, uno dei film cyberpunk che nonostante abbia troppa carne al fuoco, riesce a mantenere un equilibrio di fondo fino al climax finale dove la regista esagera per fortuna riuscendoci.




giovedì 11 aprile 2019

Captan Marvel


Titolo: Captan Marvel
Regia: Anna Bodek, Ryan Fleck
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Vers vive su Hala, capitale dell'impero galattico e militarista dei Kree, è bionda ma ha il sangue verde-blu e viene addestrata a combattere controllando le proprie emozioni e i propri straordinari poteri energetici da Yon-Rogg. Quando finisce catturata dagli skrull, i nemici mutaforma dei kree, questi esaminano la sua mente in cerca di risposte, facendo riaffiorare in lei ricordi perduti della sua vita sulla Terra e di una misteriosa donna, le cui fattezze sono utilizzate anche dall'intelligenza suprema dei kree quando comunica con lei. Sarà l'inizio dell'avventura che la riporterà sulla Terra, negli anni 90, dove scoprirà il suo passato come Carol Danvers e si riapproprierà della propria identità.

Captain Marvel era uno degli ultimi film Marvel phase 2 dell'anno, prima del'ultimo Avengers-Endgame con cui ovviamente il film ha diverse affinità.
Alieni, una sci-fi che strizza l'occhio visti i tempi agli universi di STAR TREK e affini, una messa in scena tecnicamente incredibile e un cast che poteva certo dare di più soprattutto per quanto concerne la scelta della protagonista.
Captan Marvel è prima di tutto abbastanza noioso, dura troppo, si perde in inutili sotto trame che non aiutano la narrazione e la rendono macchinosa e solforosa, l'azione è centellinata e quando finalmente dovrebbe dare carburante in più si perde dietro inutili inseguimenti ed esplosioni stellari.
Per essere la prima eroina solitaria dell'universo Marvel oltre ad essere, così dicono, la più forte in assoluto, devo dire che mi aspettavo molto di più. La caratterizzazione mostra intenti spiccatamente militari come per Roger e altri delle fila sui super eroi, lasciando sempre dubbi sull'intento reazionario del messaggio.
Manca quella solidità narrativa che dove dovrebbe spettacolizzare e coinvolgere mostra tanto fumo e crede di portare avanti una metafora socio-culturale, come d'altronde credeva di fare anche Black Panther, che purtroppo così non è, o forse lo è solo per chi ha una visione limitata della realtà. Gli unici momenti in cui mi sono quasi divertito sono stati quelli sull'astronave dove vediamo quasi tutti i buoni riuniti e che scappano dalle astronavi dell'impero galattico e un gatto che riesce ad essere più coivolgente di tutto il resto dei personaggi.
Gli sceneggiatori hanno di nuovo sottovalutato l'intelligenza dello spettatore per arrivare a mostrare una ragazza che lotta per dei valori e che scopre che il suo impero e corrotto e gli alieni che combatte in realtà sono i buoni.





Futureworld 2000 anni nel futuro


Titolo: Futureworld 2000 anni nel futuro
Regia: Richard T.Heffron
Anno: 1976
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due giornalisti televisivi, Chuck e Tracy, scoprono che Delos, una Disneyland animata da robot, è il centro di una cospirazione capeggiata dal dottor Schneider, che vuole rapire i potenti della Terra per sostituirli con sosia-automi da lui controllati...

Delos rimarrà iconica, un nome di quelli che gli amanti del cinema ricorderanno per la fantascienza come Midian per l'orrore o l'Orbit per la narrativa di genere.
Il sequel girato dal prolifico Heffron cerca di dare manforte al genere inserendo elementi thriller e soprattutto politici, per gli anni in cui fu girato, con la paura della cospirazione e degli attentati.
Cloni, robot, androidi, in un qualche modo sono tutti elementi che cercano di sopraffare l'essere umano togliendo o sostituendosi a lui chi per soppiantare o colonizzare, chi per sterminare oppure per sanare il nostro pianeta dalla piaga che è appunto l'uomo, il peggior virus di sempre.
Sono tanti gli elementi che funzionano all'interno del film, il ritmo, tante idee, un cast divertito e una galleria di scelte estetiche abbastanza originali.
Nel film lo stratagemma utilizzato è ottimo per rendere ancora più terribili e suggestivi gli intenti del dottor Schneider utilizzando proprio il dna, inserendo quindi un elemento nuovo e accattivante per ricamarci attorno tematiche sull'impossessamento della altrui personalità, sullo sdoppiamento, sulla dialettica tra apparenza e identità, purtroppo però lasciando un finale che sembra sistemare i colpi di scena un po troppo alla svelta.


Uuquchiing


Titolo: Uuquchiing
Regia: Kevin Nogues
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Undergound Cinefest
Giudizio: 3/5

Camille è totalmente smarrito. I giorni sono seguiti da altri giorni in un tempo metronomico, che trascorre tra il suo lavoro in fabbrica e le visite regolari ai suoi nonni. Una sera, mentre sta cenando a casa loro, viene trasportato nel suo futuro, a poche ore di distanza dal presente. Camille, però, non ricorda nulla.

Nogues in sala spiegava che il titolo del suo corto gli era venuto in mente guardando un documentario sulle volpi e la citata sembra essere una delle più rare da vedere.
Più o meno è quello che succede nella vita di Camille.
Provate a immaginare come può essere svegliarsi in un posto senza sapere come ci si è arrivati, vuoti di memoria anticipati da una scossa fastidiosissima (causato da problemi neurologici forse), un padre che sta morendo di Alzheimer e la difficoltà nel non capire cosa sta succedendo nella propria vita. In tutto questo tra un lavoro alienante, una ragazza affascinante e un gruppo di amici che sembrano non prendere sul serio il problema, Camille per non impazzire dovrà prendere una scelta. Poco da dire su un corto realizzato con un incredibile attenzione tecnica, un lavoro sul sonoro in grado di ampliare la sensibilità nostra e di Camille su quanto stia succedendo e in 22' muoversi da una parte all'altra spiazzando e ribaltando luoghi e geografie e rimanendo con un espressione incredula di chi ha paura di svegliarsi magari nel luogo che meno si aspetta o con la paura di poter fare qualche gesto inusitato.


venerdì 19 luglio 2013

Pacific Rim

Titolo: Pacific Rim
Regia: Guillermo Del Toro
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 4/5


Da una breccia inter-dimensionale creatasi nel profondo dell'Oceano Pacifico emergono i kaiju, mostri alieni giganteschi, con il solo scopo di cancellare l'umanità dalla faccia della Terra. Al fine di sopravvivere, le varie nazioni uniscono le proprie forze, cercando di contrastare l'invasione con il progetto Jaeger, che consiste nella creazione di enormi robot in grado di combattere ad armi quasi pari i terribili invasori; a comandarli due piloti, le cui menti vengono connesse da un ponte neuronale. Dopo aver perso il proprio fratello e co-pilota in un conflitto e aver lavorato alla costruzione di una muraglia di difesa, Raleigh Becket sembra essere l'ultima risorsa per sventare una vera apocalisse.

L'apoteosi della massima resa della c.g post-moderna.
Il sottoscritto ha pure visto il film in 2d... ;-)
Con il suo ultimo film Del Toro ha finalmente concluso che siamo arrivati in un'era in cui tutto è possibile, pure far rinascere Cthulu.
Lo stato di grazia del 2013 quindi si è avverato durante il clima estivo e non potevamo che godere di ogni singolo minuto di questo film evento, figlio di una cultura pop con tanti di quei filoni da far impallidire qualsiasi serio critico di cinema sui generi.
Pacific Rim apre la porte ad un nuova Golden Army di robot, di una contaminazione di forme d'arte, di una rivisitazione che poi è citazione e lo scalzante bisogno di sintetizzare tutto ciò che a sua volta è stato fruito per così tanti anni rimandendo solo un'idea, che forse non si sarebbe mai avverata.
Pacific Rim è il cinema d'intrattenimento portato ai massimi livelli.
Qualcosa da cui è difficile sottrarsi amando la settima arte e i suoi giocattoloni con cui spesso riesce a disegnare, prima con l'immaginazione e poi con il talento, qualcosa che a noi umani sembrava solo lo scenario di un buon manga.

Ma la cosa migliore del film è quella per cui non si prende mai veramente sul serio.
Dunque un film dannatamente incisivo dal punto di vista dell'immagine che però abbandona tutto in campo di sceneggiatura e soggetto (sei il mio dio per questo Del Toro...forse era ancora più difficile vincere questa scommessa che creare dei mostri della madonna...)
Dalla stretta di mano neurale che fa veramente accapponare la pelle pensando a tutte le difficilissime idee messe a punto per i film sci-fi, ai dialoghi che fanno cagare essendo pure un pò melensi dalla lacrimuccia facile.
Le adorabili facce da cazzo come quella di Hunnam che ha avuto la fortuna di fare una serie come SONS OF ANARCHY e basta fino all'attore feticcio Perlman, Hannibal Chau, che finisce mangiato da un aborto.
Ai personaggi, bozzette, costruite e pensate per invertire la polarità della drammaticità del film.
Se uno ci pensa sembrano le caricature esatte di tutti quegli ultimi film di fantascienza costellati di personaggi di marmo e sempre troppo seri che non fanno che esprimere concetti e filosofie metafisiche. Qui sono quasi tutti dei tamarri o dei fan-cazzari come la coppia medico-matematico che rappresentano la summa della comicità del regista o il comandante che salva la scarpetta della bimba giapu, è impossibile non scassarsi dal ridere in sala...io ho riso come un matto e ho pure un pò pianto pensando a quanti ancora nel 2013 si prendono così tanto sul serio con i loro film...
Chi si aspetta dunque una presa di posizione seria del regista su questo impianto di scrittura è lontano anni luce.
Qui per farvi capire da una faglia nel punto più profondo dell’Oceano Pacifico, si apre una breccia spazio-temporale proveniente da un’altra dimensione, dalla quale escono dei mostri giganti che sono pure imparentati con i dinosauri.
Per forza che ci piace. Aspettavano la spazzatura del genere umano per ritornare sul nostro paese...ma dico ma di fronte ad un'idea così ci si può solo inginocchiare.
I Jaeger condivideranno i ricordi, le coscienza, la loro stessa vita, per poter controllare simultaneamente il robottone, sbandando fin da subito dalla regola della stretta di mano neurale.
In più i flash-back della bambina giapponese fanno tanto strizzatina d'occhio agli infiniti anime giapponesi così come alcune analogie nei combattimenti con il classicone NEO GENESIS EVANGELION.
Anche qui però la classe del regista. Lì erano angeli e dunque cazzate. Qui sono parenti dei dinosauri...
E'bello vedere di un super film americano come questo il fatto che nessuno stronzo reazionario sventoli una bandiera a stelle e strisce. E poi l'allenaza cino-russa con tutti gli stereotipi del caso fino alla costruzione di un muro per impedire ai mostri di invadere le coste del Pacifico.
Poi non per altro, ma quanti film hanno mai citato Vladivostok? Tra l'altro una città magica dal fascino inesauribile.
Un ritmo della madonna che nel giro di dieci minuti riassume tutto senza partire da lunghissime e sofferte narrazioni.

L'humus del film comunque è sempre lo stesso: l’alieno mi invade, il terrestre si ribella e dopo una prima sonora batosta, vince, a prezzo di grandi sacrifici.
E' vero, l'anima e in questo caso il canovaccio del film è sempre quello.
Ma quando un "autore" ci riesce senza essere mai retorico, ma anzi saggio perchè lui per primo è uno spettatore e dunque sfrutta tutti i meccanismi del motore della storia, saprà per forza di cose che alcuni figli di puttana come il sottoscritto pregano da anni l'arrivo di un culto come questo e infine di una nuova forma d'intrattenimento da condividere, seguire e venerare.
Se le Montagne della Follia non arrivano a Del Toro, speriamo che Del Toro arrivi alla Montagna con quella sana e fervida follia che sicuramente visti i risultati non intende esaurire.