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domenica 9 dicembre 2018

One i love


Titolo: One i love
Regia: Charlie McDowell
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ethan e Sophie non sono una coppia felicissima, perché lui una volta l’ha tradita; ma ce la mettono tutta per ricostruire il loro rapporto: per questo vanno da uno strano psicologo, che non trova di meglio che spedirli in una villa isolata per un rigenerante weekend.
Inutile dire che ci sarà ben poco di rigenerante, e che la villa isolata è l’archetipo cinematografico dei guai paranormali. Nello specifico: un altro Ethan, un’altra Sophie.

One i love è l'ennesima dimostrazione che si possono girare dei bei film con un budget limitato e con una storia interessante e abbastanza originale senza dimenticare due attori affiatati.
Cosa fareste se per risolvere i vostri problemi coniugali aveste la possibilità di andare nella casa di fronte e trovare un sosia del vostro partner ma più divertente ed energico nel sesso? ( ovviamente vale sia per l'uno che per l'altra) E se poi questa fatidica coppia decidesse di incontrarvi per parlare dei vostri problemi in uno strano menage?
Diciamo che McDowell la gioca sporca e il climax finale del film come altri macro dubbi sappiate che non vuole rivelarli (un particolare che i registi devono saper sfruttare molto bene).
Potete scervellarvi in ambito psicologico magari cercando di riflettere sul dialogo iniziale, oppure potrete fare tutte le considerazioni possibili e anche in quel caso non avrete risolto il mistero perchè in fondo è proprio nel non rivelare che il film riesce a trasmettere quell'ansia e quell'atmosfera restando comunque perfettamente bilanciato fra il lato divertente, ironico e quello misteriosamente inquietante.
Una commedia psicologica con riferimenti fantascientifici e una buona coppia di attori. Praticamente tutto girato in un'unica location.


mercoledì 5 dicembre 2018

Tito e gli alieni


Titolo: Tito e gli alieni
Regia: Paola Randi
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

C'è un professore napoletano nel deserto del Nevada che spende la vita ad ascoltare il suono dello Spazio alla ricerca di una voce. La voce cara della consorte morta diversi anni prima. Scienziato mesto a un passo dall'Area 51, segue un progetto, o almeno dovrebbe, per conto del governo degli Stati Uniti. Il suo torpore esistenziale è interrotto quotidianamente da Stella, giovane wedding planner per turisti che credono ancora agli alieni. Un pacco postale e una registrazione video gli annunciano un giorno l'arrivo di Anita e Tito, preziosa eredità del fratello morto a Napoli. Introverso e laconico, il professore si attrezza, letteralmente, per accogliere i nipoti. Anita ha sedici anni e sogna un tuffo in piscina con Lady Gaga, Tito ne ha sette e desidera sopra a ogni cosa parlare ancora col suo papà. Sorgenti formidabili di nuova energia, Anita e Tito riavvieranno il programma e il cuore dello zio.

Qualcuno ricorda L'ENIGMA DI KASPAR HAUSER il cult italiano di Davide Manuli praticamente sconosciuto al genere umano. Ecco non saprei spiegare il motivo ma il terzo film della Randi per il suo essere totalmente slegato da tutto e artisticamente molto alternativo ha qualche piccolo aspetto in comune.
Localion desertica e abbandonata, un cast tenuto in piedi da Mastrandrea e una storia abbastanza originale e di sicuro atipica.
Sembra quasi un'opera filosofica dove la speranza diventa il centro nevralgico del film.
Un'attesa nella fattispecie in cui ogni maledetto giorno potrebbe/dovrebbe arrivare o giungere un segnale dall'universo che dona il senso della durata del lutto. Ascoltare ogni notte in laboratorio la stessa traccia registrata sulla segreteria telefonica e misurare la forza della fissazione mortale.
Dalla solitudine iniziale del suo protagonista, il professore, che sembra l'unico ormai a credere in quell'assurdo progetto subisce ormai ai limiti della stanchezza e delle sopportazione l'arrivo di qualcosa che andrà a modificare la sua vita, le abitudini e gli agenti esterni con cui interagisce.
Un film che dalla metafora della ricerca degli alieni parla di sofferenza e solitudine e cerca in modo a volte ironico uno scontro generazionale tra chi ormai è abituato alla rinuncia e alla perdita e invece i giovani d'oggi che nella loro fretta e curiosità riescono a creare quel conflitto che può portare ad un cambiamento.

giovedì 18 ottobre 2018

Jurassic World-Il regno distrutto


Titolo: Jurassic World-Il regno distrutto
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

A tre anni di distanza dai fatti di Jurassic World, Isla Nublar sta per essere sommersa da lava vulcanica. Il governo deve decidere se salvare i dinosauri superstiti che la popolano o se lasciare che la natura faccia il suo corso. Eli Mills propone a Claire di coinvolgere Owen per una missione di salvataggio, che recuperi anche il Raptor super-intelligente Blue.
Dopo 25 anni l'inverosimile espediente che ha dato vita al bestseller di Crichton e alla celeberrima serie sulle lucertole terribili trova infine un suo inatteso senso ultimo nel quinto capitolo (o secondo di una nuova trilogia, a seconda dei punti di vista).

Ormai negli anni è divenuta una moda distruggere i capolavori.
Gli incassi contano più di qualsiasi storia si voglia raccontare.
Il regno distrutto, sequel di Jurassic World del 2015, è il quinto capitolo cinematografico del franchise di successo. Ormai non sanno più nemmeno che titoli dare ai film, l'importante è che siano catastrofici.
Dal momento che a parte il primo capitolo, su tutti gli altri ho quasi rimosso le trame, anche perchè sono sempre le medesime, ci troviamo di fronte forse al peggiore di tutta la saga, manco a farlo apposta. Un film lungo, noioso e stupido, che poteva risparmiarsi tutto per arrivare all'unica scena degna di menzione, ovvero il monologo finale di Goldblum, tornato in cattedra dopo quella cagata tremenda di THOR RAGNAROK, anche se a pensarci il suo era forse uno degli unici personaggi interessanti.
Qua troviamo di nuovo specie che devono superare le altre in una rincorsa alla vendita all'asta per dinosauri che poi chissà uno dove intende sistemarli, immagino non nel giardino di casa.
Un film arrogante, con dialoghi improvvisati, niente di buono e poi i due protagonisti che cercano la rivoluzione finale aiutati da due mocciosi in uno scenario che di fatto alterna spazi aperti e fuggi fuggi generale, a questa casa immensa dove per cercare lavoro e successo hanno dato pure una particina da badante alla Chaplin.
Ancora una volta vediamo le stupidaggini narrative dove il pupillo figlio del magnate del dna dei dinosauri uccide suo padre per poter così vendere a tutti gli investitori quello che fino ad allora doveva rimanere taboo.
Forse nel prossimo vedremo i dinosauri a piede libero per la città e chissà quali cagate riusciranno lo stesso a trovare per non divertire mai, a meno che non ci troviamo con una folla di persone lobotomizzate. Visto che il franchise continua, ho paura che sia così.
Addio Bayona avevi diretto quella piccola chicca di A MONSTER CALLS

domenica 14 ottobre 2018

Solo-A star wars story


Titolo: Solo-A star wars story
Regia: Ron Howard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tempi duri per la Galassia, forze oscure tramano nell'ombra e minacciano la Repubblica. Ma Ian è ancora troppo giovane per occuparsi delle cause dei grandi. L'unica cosa che desidera davvero è pilotare una nave spaziale per sfuggire l'oppressione con Qi'ra, la ragazza che ama. Intrepido e sfrontato, ha carattere da vendere e il coraggio di provarci ma nella fuga qualcosa va storto e il destino lo separa da Qi'ra. Ian si arruola come pilota, guadagna il cognome e promette di tornare a prenderla. Perché ha carattere da vendere e un amico wookiee che lo aiuta nell'impresa. Disertore per amore e poi ladro, imbroglione e contrabbandiere, vince a carte il Millennium Falcon e impara sul campo le regole del gioco.

Solo ho aspettato un po prima di vederlo. Non avevo nessuna voglia, non mi entusiasmava, non sono mai stato un fan di Star Wars e trovo che la Disney da quando ha comprato la società abbia fatto più danni che altro.
Ormai siamo ad un numero alto e notevole di sequel, prequel, reboot, capitoli originali, etc.
Solo però, forse perchè un mezzo cinefumetto venuto stranamente bene, con un taglio ironico funzionale, un ritmo esagerato che non sembra fermarsi mai e una storia tutto sommato piacevole mi è parso uno dei prodotti più validi di tutti questi ultimi capitoli a dispetto della critica e del pubblico che ne parlano invece come del peggiore.
Almeno facciamo luce su un elemento fondamentale: come per i film della Marvel questo è un segmento a parte che non prevede la conoscenza di tutti i fatti successi prima e quindi lo spettatore può piacevolmente goderselo come episodio a sè.
E poi c'è una scena pessima che però omaggia L'ARMATA DELLE TENEBRE e sancisce tra le altre cose l'incontro tra Solo e lo wookiee.
E'vero che Ron Howard sta al cinema come qualcosa di ordinario e privo di personalità, tanto suo cinema lo ha dimostrato, ma forse non avere un super nerdone che inserisse personaggi troppo complessi e strane sotto storie eviscerate poi in altri capitoli della saga credo abbia fatto bene.
Ovviamente dopo questo flop la Disney ha deciso di ridurre le produzioni della saga, "è il momento di rallentare le produzioni dei film legati all'universo Star Wars" ha commentato Bob Iger il presidente della Disney Company.
Errori di strategia? Sicuro non è chiaro cosa succederà agli altri due spin-off dell'antologia quelli su Boba Fett e Obi Wan Kenobi. Ma chi li voleva poi? E Chi diavolo è Boba Fett?

venerdì 12 ottobre 2018

Venom


Titolo: Venom
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel laboratorio dell'ambigua Life Foundation, Carlton Drake, leader senza scrupoli, tenta di innestare il simbionte che ha riportato da una missione spaziale dentro un organismo umano. Le cavie però muoiono una dopo l'altra. Il giornalista d'inchiesta Eddie Brock, che a causa del suo ultimo incontro con Drake ha perso il lavoro e la fidanzata, non può stare a guardare e s'intrufola nel laboratorio. Ma è proprio in Eddie che il parassita alieno Venom troverà l'ospite perfettamente compatibile di cui andava in cerca. Inizialmente spaventato, Eddie progressivamente impara a convivere con Venom e a formare con lui un unico individuo.

Sono pochi i film Marvel insufficienti.
Prodotti di intrattenimento studiati a tavolino e spesso fatti più che bene per soddisfare il palato degli amanti dei comics e come sottolinea l'industria Disney e poi Marvel, l'unico scopo è intrattenere e fare più soldi possibili dunque va eviscerato da un certo concetto di cinema.
Questo Venom già dall'inizio non mi convinceva e la cosa già mi infastidiva dal momento che ho sempre trovato Venom come Carnage, nemici super cool.
Un prodotto invece fatto super fast, con un cast che non voleva saperne di stare l'uno vicino all'altra e una componente nonchè uno dei più grossi limiti: l'assenza di un villain decente o meglio di un antagonista, se non pensiamo al buon Riz Ahmed qui in un ruolo davvero infarcito di cose già viste.
E'difficile parlare di un simbiota cattivo e pazzo per natura che qui cambia gli intenti arrivando a voler salvare il genere umano perchè ci si affezziona.
Sono tanti gli elementi wtf nel film dai dialoghi scritti da ubriachi in un pub, alcune scene soprattutto quelle di coppia ai limiti del sopportabile, Hardy che probabilmente vista la prova sopra le righe ho paura che sia tornato a fumarsi le bottigliette e meno che mai la totale assenza di sangue per una creatura che divora letteralmente le sue vittime.
Un film dove la narrazione si perde ancor prima di trovarsi con un intro che forse era l'unica cosa decente, anche qui ai limiti del già visto, e poi alcuni combattimenti dove esiste solo la c.g e non si capisce assolutamente niente di quello che succede con corpi liquidi che sembrano fondersi l'uno con l'altro in un sotto messaggio quasi omosessuale come in una guerra tra sessi dei simbonti e dei parassiti. Un film poi lungo dove il ritmo bizzarro e ingestibile non riesce mai ad appassionare fino in fondo perchè staccato da una struttura che come dicevo fin dall'inizo non convince e non riesce a far sì che lo spettatore riesca ad appassionarsi alla vicenda.
Come per altri flop della Marvel il tentativo di unire humor e dramma è risultato così becero e disfunzionale da lasciar basiti in alcune scene più delle facce da wtf di Hardy.
Tremendi poi gli altri aborti che si vedono nel film che cambiano di corpo in corpo passando dall'ALIENO per arrivare a squallidi finali e come in questo caso temo ma sono quasi sicuro che avverrà un sequel che proprio non ci voleva.
Qui il body horror non fa nemmeno capolino e perfino la scena post credits fa cagare

Cord


Titolo: Cord
Regia: Pablo Gonzales
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

In un mondo post -apocalittico, dove l'inverno non ha mai fine, alcuni superstiti della razza umana vivono sottoterra. A causa delle insalubri condizioni dell'ambiente in cui vivono, il contatto sessuale è diventato pericoloso. La masturbazione è quindi divenuta l'unica esperienza sessuale possibile grazie al perfezionamento di una serie di dispositivi low-tech creati appositamente a questo scopo. In questa desolante realtà, Czuperski (uno dei commercianti di questi dispositivi) e Tania (una sesso dipendente) fanno un patto: lei gli permetterà di sperimentare nuovi dispositivi sul suo corpo in cambio del piacere. Ben presto però, il loro rapporto finirà fuori dal loro controllo.

Sci-fi. Un'unica location. Tre attori. Idee. Stop
L'esordio di Gonzalez è un fantahorror post-apocalittico (sotto genere predominante negli ultimi anni nel cinema di genere anche solo per aver lanciato la possibilità di rinchiudere persone in location isolate dove al di fuori c'è qualcosa che uccide e questa semplice idea ha prodotto migliaia di pellicole spesso e volentieri grazie a budget miseri)
Dovendo dare a Gibson ciò che è di Gibson, qui ritroviamo molti elementi già scandagliati e usati a dovere che rientrano in quella fornace dove sono i dispositivi low-tech a fare da padroni e gli umani sono schiavi della realtà virtuale (scenario che in parte stiamo andando a concretizzare)
L'alienazione, vivere in spazi claustrofobici, il sesso come esperienza virtuale, l'accoppiamento come baratto, il sacrificio, la trasformazione, ci sono ovviamente tutta una serie di elementi squisitamente utilizzati e scandagliati da registi più famosi come Cronmberg e Tsukamoto ma qui il regista utilizza proprio e insisite su questo elemento quello della cavia e le apparecchiature utilizzate con cavi e liquidi che fuoriescono dalla pelle e dalla materia e dove soprattutto si sviluppa un'inquietante rapporto ossessivo tra vittima e carnefice.
Con l'accomunante che come per STRANGE DAYS dava prova che ormai l'umanità per provare esperienze che l'appaghino cerca sempre di più qualcosa di estremo dove diventiamo proprio cavie di qualcosa a cui ci sottoponiamo e che prende il sopravvento su e dentro di noi.
Qui è di nuovo il sesso alla base dove non resta che farsi aiutare da cavi elettrici tatuati nel corpo, strumenti freddi e impersonali (ma efficaci) con cui titillare le zone del cervello responsabili del piacere orgasmico. Mi ha ricordato anche se con intenti del tutto diversi I.K.U e tante altre cose. Drammatico, violento, la ricerca di toccare confini estremamente pericolosi porterà vittima e carnefice ad un epilogo che andrà e sarà del tutto fuori controllo.



lunedì 10 settembre 2018

Black hollow cage


Titolo: Black hollow cage
Regia: Sadrac González-Perellón
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Alice ha un braccio cibernetico, un padre premuroso ed un cane parlante che chiama mamma. L'apparente tranquillità del menage domestico nella villetta postmoderna immersa tra i boschi dove vivono, viene improvvisamente turbata dalla presenza di tre estranei che si introducono in casa con l'inganno e da un misterioso monolite cubico che dispensa consigli sibillini.

I film di fantascienza non sono semplici da scrivere e da girare. Hanno ancor più bisogno di idee e di una buona capacità di realizzarle senza per forza dover ricorrere a budget faraonici o a effetti speciali molto costosi.
Il film spagnolo in questione è la prima grossa possibilità concessa al regista dopo un indie di una decina di anni fa. Ci sono tanti ingredienti in questo film: intelligenza artificiale, cubi ipertecnologici in mezzo ad una foresta, bracci bionici, case con una scenografia alla EX MACHINA, salti temporali, e altro ancora.
Un film che parte moplto bene rimamendo ancorato alle regole di fantascienza mentre dal secondo atto tende a virare per cercare un thriller quasi da stanza.
Con una divisione per capitoli, forse al di là del mix di ingredienti sembra proprio questo elemento a non trovare soprattutto nel finale, diciamo tutto il terzo atto e il climax finale, una coerenza che soddisfi il pubblico senza portarlo a domandarsi più di quanto dovrebbe.
Da un lato può essere una tecnica quella di lasciare il finale aperto, ma in questo caso forse alcuni elementi non sono stati combinati al meglio nella sceneggiatura trovando delle scelte discutibili per quanto comunque rimangano molto interessanti e particolarmente efferate.
Nonostamnte tutto il film è geometricamente perfetto e minimale nella sua elegante messa in scena dove è impossibile non soffermarsi sulle atmosfere molto inquietanti, dove all'interno della casa proprio questo eterno silenzio e la paura che qualcuno possa entrare spesso danno l'impressione di trovarsi di fronte ad un home invasion
Dal punto di vista tecnico funziona tutto molto bene, così come delle interpretazioni funzionali e la fotografia, accompagnata da una colonna sonora angosciante e da paesaggi e boschi completamente deserti per dare quel senso di pace ma anche solitudine (Alice a parte il cane/mamma e il papà non ha nessuno con cui giocare)
E poi il cane chiamato madre che parla con un particolare dispositivo che sembra l'anello di Re Salomone del 21°secolo è esilarante e originale.
Black hollow cage è un film molto interessante cion alcune anomalie ma nel totale rimane una grande prova tecnica, di interpretazioni e con una sceneggiatura da livellare ma che comunque rimane notevole.

Parasyte


Titolo: Parasyte
Regia: Takashi Yamazaki
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

La storia è incentrata su dei misteriosi parassiti alieni, che sono in grado di penetrare, attraverso il naso o le orecchie, nei cervelli delle persone, prendendo così il controllo del loro corpo. Il protagonista Shinichi Izumi riesce a sfuggire a questo destino, indossando delle cuffie nel momento in cui un parassita lo attacca. Il parassita, " Migi ", si stabilisce nella mano destra di Shinichi e i due formano un rapporto simbiotico con entrambe le loro personalità completamente intatte. Insieme, combattono contro altri parassiti che divorano gli esseri umani come cibo.

Il primo capitolo del film, basato su un fumetto di Hitoshi Iwaaki che ha venduto 11 milioni di copie, è stato presentato al 27° Tokyo International Film Festival
Che sorpresa vedere di nuovo Yamazaki tornare a fare del buon cinema con questa saga divisa in due capitoli davvero in grado di appassionare e divertire come non capitava da tempo.
Un dittico incredibile con degli ottimi effetti speciali, dei personaggi caratterizzati bene e questi parassiti che di fatto creano una galleria di personaggi, mutazioni e trasformsazioni ininterrotte.
Un film tutt'altro che banale nel cercare di inserire anche una certa ironia nel film, e l'umorismo nipponico in questo è difficile da digerire, ma in questo caso pur non avendo letto l'anime immagino che sarà diminuito ma nemmeno così tanto il tasso di sangue e violenza.
Di fatto il film inserisce fin dall'inizio una marcia in più con un ritmo che riesce a rimanere tale nonostante tutto l'arco della storia e arrivando dalla fine del primo film ha mostrare il volto del boss degli antagonisti interpretato in modo sublime dal grandissimo Tadanobu Asano.
A differenza però del capitolo successivo, part 1 dalla sua ha il merito di rimanere subito così incisivo un po grazie all'originalità della storia e di come si trasformerrano le specie viventi e dall'altro perchè avendo diversi intenti da raccontare non ha tempo di inserie quei dialoghi che nella part 2 rovinano e stonano in generale con l'intento narrativo ovvero svelare troppo attraverso anche una retorica che storpia alcune parti rendendole noiose o meglio sfruttando quella tipica logica da blockbuster americano che invece reguisti come Takashi Miike o Sion Sono non hanno bisogno di fare.
Resta un ritorno al cinema molto forte quello di Yamazaki con questi due film in grado di ritornare a quella dimensione che forse gli appartiene di più con il grande merito di fondere horror e grottesco in quella tipica forma e dimensione che è quasi solo orientale o meglio giapponese.



Parasyte 2


Titolo: Parasyte 2
Regia: Takashi Yamazaki
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Prosecuzione delle vicende di Shinichi Izumi, l'adolescente che deve condividere il suo corpo con un parassita alieno.

Il primo capitolo si concludeva mostrandoci il volto del boss nemico interpretato dal mefistotelico Tadanobu Asano. Il secondo capitolo come dicevo scrivendo sul primo, non è purtroppo esilarante e originale come il primo. Qui i personaggi li conosciano bene e fatta eccezione per qualche new entry il film sdogana più che altro la sua parte action e pirotecnica mostrando una galleria di creature pur sempre interessanti e non negando l'indubbia capacità del regista di poter firmare altri blockbuster in futuro a patto che come spesso succede per i registi nipponici, creda più nel pubblico in generale senza dover, come questo film fa, spiegare ogni singola azione con dialoghi e altri annessi che il cinema orientale di solito, e per fortuna, evita.
Gli effetti speciali a differenza del primo capitolo sono volutamente più esagerati dando maggior risalto alle scene di combattimento, gli inseguimenti, le esplosioni senza tuttavia rovinare nulla essendo utili a rafforzare il lato grottesco e a divertire in alcuni casi anche se meno rispetto al primo soprattutto nello scambio di battute tra il protagonista e il suo parassita.

sabato 1 settembre 2018

Heavy Metal 2000


Titolo: Heavy Metal 2000
Regia: AA,VV
Anno: 2000
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Durante alcuni scavi su alcune rocce, a bordo di una astronave denominata Cortez, viene scoperto un coccio del Loc-Nar (la sfera verde maledetta e demoniaca del primo film); un minatore di nome Tyler ne entra a contatto e diventa posseduto da un'insaziabile fame di potere e di immortalità.
Dopo aver ucciso un suo collega, prende il controllo dell'astronave facendo fuori il comandante e tutti i potenziali ribelli ad eccezione di due navigatori, Lambert e Germain, e di un cinico scienziato, il Dr Schechter; si dirige perciò verso il pianeta Uroboris, dove è custodita la fonte dell'immortalità ma, nel tragitto, si ferma sul pianeta Eden: è convinto che qui si trovino piccolissime tracce della fonte, presenti nell'organismo dei coloni. Per poterne estrarre un siero rigenerante, uccide quindi tutti gli abitanti della colonia "Eden" tranne una, Julie.
Durante l'attacco alla colonia, Tyler rapisce la sorella di Julie, Kerrie, per poterle estrarre il siero in un secondo tempo; abbandona poi Germain, che aveva tentato inutilmente di proteggere la ragazza. Poco dopo Julie incontra proprio Germain e, costringendolo ad aiutarla, raggiungono Tyler allo spazio-porto di Neo-Calcutta per ucciderlo. Tyler però, grazie alle abilità del crudele Dr Schechter, ha già estratto dai corpi dei coloni l'acqua dell'immortalità che, se bevuta, consente di rigenerare persino le ferite mortali. Solo Kerrie viene risparmiata per essere sfruttata come scorta di emergenza. Tyler, dopo essere stato "ucciso" da Julie, resuscita e la ferisce, per poi partire verso Uroboris. Ma la ragazza non demorde, e si aggancia alla nave di Tyler nell'iperspazio. All'apertura del condotto iperspaziale, la nave perde il controllo e si schianta sul pianeta.

Il primo capitolo a distanza di anni per molti amanti dell'animazione è diventato un piccolo cult citato addirittura da saghe di cartoni animati come SOUTH PARK.
Peccato che a distanza di quasi 16 anni dopo una gestazione difficilissima ci troviamo di fronte ad un risultato e a delle storie così campate per aria e in fondo molto misere. E'aumentata la qualità video, la c.g e la fotografia, le musiche che rimandano a tutti artisti post 2000 non sono nemmeno granchè e tutto sembra riprendere le prime storie dandole qualche colore e battuta in più.
Sembra più un'opera di routine che non un film che richiede quello sforzo di creare storie originali e interessanti. Qui sei sceneggiatori non hanno fatto altro che creare un caos da cui il film non ne esce affatto bene.
Realizzato nel 1981, il film d'animazione HEAVY METAL traeva ispirazione dalle storie illustrate di un graphic magazine per adulti dal medesimo titolo (prima edizione USA del 1977).
Peccato che di quelle pagine illustrate nell'ultimo film sia rimasto ben poco

Invaders


Titolo: Invaders
Regia: Tobe Hooper
Anno: 1986
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

l piccolo David assiste, una sera, alla discesa di un disco volante nei pressi della sua abitazione. Mamma e papà, naturalmente non gli credono, ma il giorno dopo David nota un'inspiegabile trasformazione (in peggio) nel loro comportamento e in quello degli abitanti della sua città. Il fatto è che gli extraterrestri si stanno impossessando dei corpi e della mente degli uomini per agire indisturbati nelle fasi preliminari dell'invasione. Con l'aiuto di una dottoressa immune dal "contagio", David si adopera per combattere gli alieni che hanno allestito la propria base nel sottosuolo. L'incubo sembra non avere mai termine, ma poi, il bambino si sveglia e comprende di avere fatto soltanto un brutto sogno.

Remake degli INVASORI SPAZIALI del '53, credo ancora a oggi sia uno dei film più criticati di uno dei registi più importanti dell'horror americano.
Uno script forse troppo simile e per certi versi così fantascientifico da lasciare da parte quelle atmosfere più malsane e horror che conosciamo bene degli ultimi lavori di Hooper.
O forse si voleva tornare alla buona vecchia fantascienza di serie B degli anni '50, contando che nel finale quando scendiamo nei sotterranei e scopriamo le creature a tratti sono quasi ridicole con il mostro finale che sembra Krang delle tartarughe ninja.
Un thriller che non riesce e non può far paura cercando comunque di mantenere un ritmo e una trama convincente a parte alcuni attori che non riescono ad essere sfruttati a pieno.
Il finale aperto comunque resta molto ben giocato.


giovedì 30 agosto 2018

Dead space-Downfall


Titolo: Dead space-Downfall
Regia: Chuck Patton
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In un futuro (speriamo) non ancora prossimo, mentre la Terra è dominata da Unitology, una nuova forma di governo religioso, viene trovato un manufatto su di un lontano pianeta. Una colonia umana viene posta per studiare il reperto archeologico alieno, esso, infatti, potrebbe rappresentare la prova dell'esistenza di una forza superiore, in altre parole - Dio -. Improvvisamente, però, l'insediamento di umani smette di dare segni di vita, così, la nave USG Ishimura, viene inviata a recuperare il monolito, denominato il 'marcatore'. Comincia così un viaggio nell'orrore puro vissuto dai membri della Ishimura, i quali verranno assediati e braccati dai coloni morti trasformati in Necromorfi dal marcatore che a loro volta finiranno per contagiare l'equipaggio della nave spaziale...sino a quando non ne rimarrà vivo alcuno

Il pregio di Downfall è quello che si è preso Patton mettendo in scena quello che più gli andava di trattare ovvero una carneficina sci-fi che non si vedeva da tempo nell'animazione dando spazio alla crudeltà e alla ferocia delle immagini rispetto ad uno stile di animazione che non è a dei livelli altissimi. Diventa un horror, anzi un survival horror, con uno svolgimento singolare dal momento in cui l'equipaggio si trova ad avere a che fare con i Necromorfi.
Pur non conoscendo la storia, questo prequel in realtà non dice niente di sè, prendendo lo spunto funzionale a reggere tutta la battaglia che dopo il primo atto segna inequivocabilmente la strada che decide di prendere omaggiando dai vari ALIENS ad altri omonimi per una macelleria che in diverse scene diventa splatter a tutti gli effetti.


mercoledì 1 agosto 2018

Ready player one


Titolo: Ready player one
Regia: Steven Spielberg
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Columbus, Ohio, 2045. La maggior parte dell'umanità, afflitta dalla miseria e dalla mancanza di prospettive, si rifugia in Oasis, una realtà virtuale creata dal geniale James Halliday. Quest'ultimo, prima di morire, rivela la presenza in Oasis di un easter egg, un livello segreto che consente, a chi lo trova e vince ogni sfida, di ottenere il controllo di Oasis.
Fin dalle prime anticipazioni, Ready Player One ha generato un'enorme aspettativa. La musica deliziosamente anni Ottanta e kitsch. La sfida tecnologica che vede Steven Spielberg alle prese con il digitale come mai prima d'ora.

E alla fine ci voleva un maestro come Spielberg a siglare la chiusura delle citazioni anni'80 e '90 che negli ultimi anni hanno preso piede con valanghe di film e serie tv.
E il regista lo fa infarcendolo di citazioni di cui la maggior parte le ha create proprio lui con il suo cinema per certi versi d'avanguardia nei generi soprattutto nell'avventura. Un film colto, singolare, esteticamente perfetto e con una computer grafica potente ma mai esagerata da far pedere il filo della narrazione.
Un cockatil di effetti speciali, di personaggi memorabili, di battute divertenti, colpi di scena, indovinelli, gare e sfide continue e poi combattimenti galattici e balli che non si vedevano da tempo
Tutto questo è Oasis nella dimensione virtuale e ancora una volta questo caschetto non è altro che il continuum del cellulare o di quanto l'essere umano cerchi continuamente e disperatamente per staccare dalla realtà o dalle difficoltà che oggi affrontiamo nella quotidianità.
La scena iniziale rende molto bene in questa sorta di baraccopoli dove alla gente non interessa la realtà ma in casa sono tutti dipendenti da questo caschetto e i loro avatar digitali.




I.K.U


Titolo: I.K.U
Regia: Shu Lea Cheang
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

La Genom Corporation sta immettendo nel mercato dei chip che trasmettono dati erotici agli utilizzatori, che possono raggiungere intense forme di piacere senza alcun contatto fisico, accedendo a livello neuronale all’I.K.U. Server attraverso un Net Glass Phone. Per collezionare i biodata necessari a riempire la memoria dei chip, la Corporation produce sette donne-avatar, che insaziabili di piacere, agiscono come dei virus nei corpi delle persone con cui hanno rapporti e ne catturano emozioni da rivendere. Le donne reyko possono mutare conformazione a seconda delle preferenze e desideri di chiunque, siano essi uomini, donne o transgender.

Dnotomista, exploitation, sexploitation,weird, eccessivamente trasgeressivo, un'altra perversione divenatta cinema. E' difficile catalogare il bizzarro film di Shu Lea Cheang, media artist e film-maker nata a Taiwan (ora di passaggio a Berlino). Un film erotico particolare dove la sci-fi sembra essere il contorno su cui far girare questa galleria di sequenze erotiche.
I.K.U è un film sperimentale realizzato nel 2000 e prodotto dalla Uplink Co. di Tokyo, all'interno della vicenda si è subito proiettati in una realtà nipponico-erotico-visionaria che ricorda le atmosfere di BLADE RUNNER, ma che le trasporta in un universo psichedelico liquido in cui le protagoniste sono sette avatar-eroine. Queste, chiamate I.K.U. Coders, sono delle replicanti reyko agenti della Genom Corporation. Il film inizia finisce quello di Scott, all’interno di un ascensore in cui la prima donna reyko scatena il suo piacere. A differenza del film di Scott, qui non c’è amore, ma solo sesso, frase che accompagna parecchie scene del sf-movie (“it wasn’t love, it was sex”).
Le pecche del film riguardano lo sviluppo della sceneggiatura e le conclusioni.
La storia potenzialmente poteva essere molto originale e il metodo della regista nel trattarla appare azzeccato. Ma stiamo parlando di un'artista che sembra essere stata più attratta dall'effetto estetico della sua idea che non da quello contenutistico.
Nel film trovano spazio donne, uomini, esseri fluidi e ibridi, per una magica overdose di piacere spesso poco realistica che non vuole vittimizzare nessuno di essi. Ogni sequenza è come un frammento di digital art, i personaggi sembrano essere usciti da un libro di comics.
Il film è stato mostrato al Sundance Film Festival e in più di altri venti festival internazionali, raggiungendo l’appellativo di essere un “Pussy point of view”, mostrando la pornografia attraverso gli occhi di una donna. Il film è un valido esempio di come la donna può affermare il proprio punto di vista non lottando oppositivamente contro un potere cristallizzante, contribuendo a realizzare nuovi dualismi, ma entrando direttamente nel sistema di produzione tecnologica per inserirvi il chaos dall’interno. E poi non tutto va come dovrebbe andare. Ci sono virus e altre porcherie senza contare la voce di sottofondo che deragliano e creano spiacevoli imprevisti ai personaggi.

Pacific Rim – La rivolta


Titolo: Pacific Rim – La rivolta
Regia: Steven S. DeKnight
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jake Pentecost, il figlio dell'eroico Stacker Pentecost, non è come suo padre e ha infatti lasciato il corpo speciale di piloti degli enormi robot detti jaeger per vivere alla giornata tra piccoli furti e truffe. Finisce però nei guai per colpa di una ragazzina, Amara Namani, e potrà tirarsene fuori solo se accetterà di partecipare a un programma di addestramento di nuovi piloti. Questa attività sembra diventare inutile quando Liwen Shao annuncia il suo progetto: nuovi jaeger pilotati in remoto come droni, realizzati insieme allo scienziato Newt Geiszler. Il suo ex collega Hermann Gottlieb ha invece una diversa invenzione in cantiere: propulsori a base di sangue di kaiju per rendere più rapido l'impiego dei jaeger. Nonostante tutti questi avanzamenti, i piloti e gli scienziati saranno presi in contropiede da un misterioso jaeger che attacca le industrie Shao.

La cosa peggiore del film è che nel finale (spoiler) si annuncia un altro capitolo quando il protagonista parla con l'antagonista dicendogli "la prossima volta saremo noi ad andare da loro"
Pacific Rim poteva chiudersi dopo il primo capitolo come un esperimento che sembrava impossibile, negli ultimi anni invece si sta dimostrando il contrario un po su tutto, e che invece ha saputo trasformarsi in un film molto avvincente, epico ma senza esagerare e con dei mostri memorabili e soprattutto giganteschi.
Questo era Del Toro e il suo cinema o meglio il suo universo o la sua politica d'autore che lo mette sempre a fianco degli emarginati che siano creature di questo mondo oppure no.
Guillermo Del Toro cinque anni fa aveva creato un ponte tra Giappone e Stati Uniti, un film che doveva tradurre i mecha e gli jaeger per un pubblico che poteva anche non conoscerli o apprezzarli, traducendo di conseguenza anche molta dell’etica nipponica che li anima in una storia d’azione americana
Questo sequel che aveva bisogno di essere realizzato per ragioni di marketing ancora una volta lascia sgomenti per l'impiego dei mezzi, il budget faraonico e alcune trovate che non erano poi nemmeno così male se non fosse che tutto è riciclato da qualcos'altro.
E poi il cast è imbarazzante almeno quanto i dialoghi e alcune scene di combattimento che sembrano girate da Michael Bay e che sembra a tratti di vedere quella porcheria dei TRANSFORMER.


Fahrenheit 451


Titolo: Fahrenheit 451
Regia: Ramin Bahrani
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In una società di un non lontano futuro, al fine di preservare l'armonia e la felicità della popolazione, il giovane pompiere Montag è impegnato, insieme ai suoi colleghi e sotto lo sguardo vigile del suo mentore e capitano Beatty, a dare fuoco a tutto ciò che può essere considerato come strumento di cultura. Tutti dipendono dai nuovi media che pervadono la loro vita. Gli individui stanno a casa interagendo con enormi schermi sotto la guida (e il controllo) di 'Yuxie', una sorta di assistente personale dotata di intelligenza artificiale. Un giorno però Montag, grazie all'incontro con Clarissa che fa parte del gruppo di resistenza che cerca di salvare i libri, inizia a porsi delle domande.

E'davvero confuso e senza senso il remake o meglio la nuova trasposizione del romanzo cult di Ray Bradbury dopo comunque il bel film datato di Truffaut.
L'universo distopico non poteva apparire più degradato e senza anima come di fatto è il film in cui tutti sembrano recitare il loro copione senza un minimo di pathos.
Ed è un peccato quando a questi progetti targati Netflix prendono parte attori del calibro di Shannon che bisogna ammettere che pur essendo un grande caratterista a volte sceglie dei film davvero dannosi per la sua carriera e per lo spirito reazionario.
Un film che sembra seguire di pari passo il romanzo senza mai trovare quella valvola e quello sfogo che ne giustifichino il film e non ad esempio un libro a fumetti che forse sarebbe stato più interessante.
Un film anomalo e vuoto dove il messaggio e la critica politica diventano quasi inutili dal momento che non vengono mai valorizzati.
Un peccato per uno dei film più brutti di quest'anno.

giovedì 19 luglio 2018

Body Melt


Titolo: Body Melt
Regia: Philip Brophy
Anno: 1993
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Più vicende che vedono protagonisti alcuni personaggi legati fra loro da un unico filo conduttore: la vitamina Vimuville. Si tratta di un prodotto realizzato da un'omonima industria farmaceutica, mirato alla cura e al mantenimento del fisico. Una volta entrato in circolo nel nostro corpo, il Vimuville crea dapprima allucinazioni, per poi culminare con uno spaventoso effetto a catena che si sviluppa rabbiosamente all'interno dell'organismo, sciogliendo i corpi di chi ne ha fatto uso.

Tra i film che hanno reso interessante il sotto filone dell'horror Body bags è sicuramente il Melt Movie (film dove sono presenti liquefazioni di corpi) e figlio di quel Body Horror che tutti amiamo.
Un genere bizzarro e weird che sempre con sangue a profusione ha avuto una sua piccola filmografia dopo i successi dei primi due film di Jackson evidenti caposaldi del genere e dopo altre incursioni da parte per esempio degli orientali su tematiche simili come gli esperimenti sul corpo ad esempio in NAKED BLOOD dopo essere passati dalla lente di Tsukamoto per i suoi Body Horror.
Body Melt è un po Troma, soprattutto la parte dei bifolchi, è un po tante cose che ci raccontavano la vita e la "quotidianità" degli australiani.
Multinazionale farmaceutica, trasformazioni, palestrati impasticcati, nella galleria di elementi con cui Brophy farcisce il suo film per farlo diventare quella schifezza purulenta che tutti aspettavamo non si è davvero risparmiato niente cercando però fino all'ultimo di portare avanti anche la sua critica e la sua politica su quanto queste pasticche e gli interessi da parte di dottori e squali delle grosse aziende pensino solo ai profitti senza avere nessun tipo di riguardo nei confronti dei pazienti (la scena della donna incinta con il feto/poltiglia che attacca il marito è incredibile).
Le scene cult sono davvero troppe è inutile provare ad elencarle tutte.
Un cult con una messa in scena che ha dell'incredibile a partire dalla fotografia e dai colori sgargianti senza mai arrestare il ritmo del film ma anzi passando da uno scenario all'altro in cui le situazioni tragi comiche, quelle poche che ci sono, si susseguono senza sosta .
Un horror trash favoloso che a distanza di anni non perde nessun colpo, anzi e in cui le fantasiose scene splatter sono montate in maniera rapida e convulsa, con vorticosi ed improvvisi movimenti di macchina per sottolineare gli effetti letali della vitamina come succedeva in BABY BLOOD prodotto anch'esso anarchico e splatter uscito in Francia tre anni prima.

El incidente


Titolo: El incidente
Regia: Isaac Ezban
Anno: 2014
Paese: Messico
Giudizio: 4/5

Due storie parallele hanno per protagonisti personaggi intrappolati in illogici spazi senza fine: due fratelli e un detective sono alle prese con una scala infinita mentre una famiglia deve fare i conti con una strada che non termina mai.

Interessante l'esordio indie e low budget del regista messicano Ezban. Fin da subito ci immergiamo in due storie, con un sunto finale, che seppur la seconda sia in un esterno hanno qualcosa di claustrofobico che come per i dialoghi assorbe i personaggi in un limbo senza scampo e facendoli "lottare" quasi sempre in spazi ristretti come può essere una scala di un edificio o l'interno di un auto. Scappi per poi tornare al punto di partenza.
Un monito che sembra per alcuni aspetti una delle costanti di una politica d'autore che attraverso lo sci-fi ingabbia i suoi protagonisti in scenari da incubo.
La regia è già precisa e si vede che con i mezzi a disposizione, il regista sa già quello che vuole, studiasndosi tutto alla perfezione scena per scena, inquadratura per inquadratura.
A livello tecnico il film è girato molto bene con gli stacchi al punto giusto, un buon montaggio che non annoia mai, una fotografia che riesce a mettere in luce i particolari che servono e alcuni piani sequenza importanti.
Una storia complessa che seppur scritta molto bene contiene alcuni piccoli errori da capire se fanno parte della scrittura o della realizzazione (come nella prima storia la confusione tra i piani da dove salgono e scendono i personaggi in particolare il poliziotto) ma che in fondo servono anche per far capire come sia difficile avere una visione a 360° di tutto ciò che si ha tra le mani.
Ezban si era fatto notare per uno dei corti mostruosi del bellissimo film corale a episodi MEXICO BARBARO.

Terminator 2


Titolo: Terminator 2
Regia: James Cameron
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Dieci anni dopo i fatti del primo episodio, un altro, più evoluto Terminator viene inviato sulle tracce di Sarah Connor: stavolta l'obbiettivo è il figlio John, il futuro leader della ribellione alle macchine che stanno per conquistare il mondo. Ma anche i ribelli, dal futuro, cercheranno di provvedere alla protezione del ragazzo.

Sono pochi i sequel che riescono a eguagliare o non sfigurare di fronte al primo capitolo.
Come per ALIEN la saga di Cameron, in cui manco a farlo apposta Cameron diresse ALIENS e dimostrando dunque come per entrambe le saghe riuscisse a portare il peso specifico dell'azione a profusione senza renderla fine a se stessa o stucchevole ma anzi dandole spessore e drammaticità.
Entrambi sono cult destinati negli anni a non perdere colpi ma a diventare sempre di più dei manifesti da seguire per tanti giovani registi che non riescono a dare carattere al genere.
All'interno del film c'è proprio tutto: dramma, sci-fi, azione, tanto sangue, alcune scene splatter, inseguimenti a profusione, trasformazione ed effetti in c.g allo stato di grazia e un cast tra cui il T1000 indimenticabili.
Un film che pur rivedendolo da poco veramente lascia davvero pochissimi elementi sui cui non essere d'accordo, come la caratterizzazione della Connor, che però è giusto passasse in secondo piano o alcuni scenari del futuro realizzati non proprio benissimo ma il sogno, anzi l'incubo di Sara, nel parco giochi è davvero cattivissimo e apocalittico per la razza umana.
Un film potente non può non aver dietro un mestierante in grado di tenere sotto controllo tutta la baracca senza perdersi quasi nulla, passando da una location all'altra e creando trame e sottotrame che servono ad alimentare la storia e soprattutto a proseguire il discorso dopo il primo capitolo in un continuum che dopo questo capitolo non avrà più la stessa corazza perdendo smalto e carattere e finendo per diventare una saga distrutta da giovani mestieranti, attori cretini e un incapacià di scrittura e messa in scena che lascia davvero senza parole.

sabato 14 luglio 2018

Looking Glass


Titolo: Looking Glass
Regia: Tim Hunter
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una coppia acquista un motel in un deserto. Nell'edificio c'è una stanza segreta che permette di vedere cosa succede nella camera più richiesta. Finchè ci scappa il morto.

Un bel film di fantascienza potrebbe essere quello di capire come mai Nicolas Cage giri una media di un film al mese. E' ancora messo così male? I suoi creditori sono come la setta di Scientology?
Ecco secondo me questo sarebbe un tema interessante da trattare..un road movie con Cage inseguito dai suoi creditori..
Mi chiedo. Ma come deve essere per un regista lavorare con Nicolas Cage? Ne ha di tempo o mentre l'attore legge il copione sta già trattando con il manager per conoscere la trama del successivo film?
Looking Glass aveva secondo me dei buoni spunti di partenza soprattutto nel soggetto.
Il problema del film è che parte malissimo, quasi tutte le azioni dei protagonisti hanno un non sense di base che le muove, non so bene se per cercare di renderli alternativi o particolarmente bizzarri ma il risultato è tremendo.
Cage – al settimo film in 12 mesi – pare non aver ritenuto che il materiale offertogli da Looking Glass valesse abbastanza da tentare di salvarlo con una delle sue ormai leggendarie performance sopra le righe da B-Movie.
Hunter ha diretto quasi solo episodi di serie tv o televisione per lo più e la parte tecnica a volte leggeremente amatoriale si vede così come la fotografia che poteva dare più risalto in alcune scene o illuminare di più alcuni particolari importanti dalmomento che il filmpunta motlo sulle diverse cromature a seconda della location e alcuni particolari della trama.
Invece per cercare di dare un po di ritmo si preferisce puntare su scene lesbo girate pure male e alcune scene d'effetto che ormai fanno solo più sbadigliare
Peccato perchè nel mare di film inguardabili con Cage, nuovo filone cinematografico vista la quantità a dispetto della qualità, questo sci-fi poteva davvero dare qualcosa di interessante