Visualizzazione post con etichetta Sci-Fi. Mostra tutti i post
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mercoledì 1 agosto 2018

Ready player one


Titolo: Ready player one
Regia: Steven Spielberg
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Columbus, Ohio, 2045. La maggior parte dell'umanità, afflitta dalla miseria e dalla mancanza di prospettive, si rifugia in Oasis, una realtà virtuale creata dal geniale James Halliday. Quest'ultimo, prima di morire, rivela la presenza in Oasis di un easter egg, un livello segreto che consente, a chi lo trova e vince ogni sfida, di ottenere il controllo di Oasis.
Fin dalle prime anticipazioni, Ready Player One ha generato un'enorme aspettativa. La musica deliziosamente anni Ottanta e kitsch. La sfida tecnologica che vede Steven Spielberg alle prese con il digitale come mai prima d'ora.

E alla fine ci voleva un maestro come Spielberg a siglare la chiusura delle citazioni anni'80 e '90 che negli ultimi anni hanno preso piede con valanghe di film e serie tv.
E il regista lo fa infarcendolo di citazioni di cui la maggior parte le ha create proprio lui con il suo cinema per certi versi d'avanguardia nei generi soprattutto nell'avventura. Un film colto, singolare, esteticamente perfetto e con una computer grafica potente ma mai esagerata da far pedere il filo della narrazione.
Un cockatil di effetti speciali, di personaggi memorabili, di battute divertenti, colpi di scena, indovinelli, gare e sfide continue e poi combattimenti galattici e balli che non si vedevano da tempo
Tutto questo è Oasis nella dimensione virtuale e ancora una volta questo caschetto non è altro che il continuum del cellulare o di quanto l'essere umano cerchi continuamente e disperatamente per staccare dalla realtà o dalle difficoltà che oggi affrontiamo nella quotidianità.
La scena iniziale rende molto bene in questa sorta di baraccopoli dove alla gente non interessa la realtà ma in casa sono tutti dipendenti da questo caschetto e i loro avatar digitali.




I.K.U


Titolo: I.K.U
Regia: Shu Lea Cheang
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

La Genom Corporation sta immettendo nel mercato dei chip che trasmettono dati erotici agli utilizzatori, che possono raggiungere intense forme di piacere senza alcun contatto fisico, accedendo a livello neuronale all’I.K.U. Server attraverso un Net Glass Phone. Per collezionare i biodata necessari a riempire la memoria dei chip, la Corporation produce sette donne-avatar, che insaziabili di piacere, agiscono come dei virus nei corpi delle persone con cui hanno rapporti e ne catturano emozioni da rivendere. Le donne reyko possono mutare conformazione a seconda delle preferenze e desideri di chiunque, siano essi uomini, donne o transgender.

Dnotomista, exploitation, sexploitation,weird, eccessivamente trasgeressivo, un'altra perversione divenatta cinema. E' difficile catalogare il bizzarro film di Shu Lea Cheang, media artist e film-maker nata a Taiwan (ora di passaggio a Berlino). Un film erotico particolare dove la sci-fi sembra essere il contorno su cui far girare questa galleria di sequenze erotiche.
I.K.U è un film sperimentale realizzato nel 2000 e prodotto dalla Uplink Co. di Tokyo, all'interno della vicenda si è subito proiettati in una realtà nipponico-erotico-visionaria che ricorda le atmosfere di BLADE RUNNER, ma che le trasporta in un universo psichedelico liquido in cui le protagoniste sono sette avatar-eroine. Queste, chiamate I.K.U. Coders, sono delle replicanti reyko agenti della Genom Corporation. Il film inizia finisce quello di Scott, all’interno di un ascensore in cui la prima donna reyko scatena il suo piacere. A differenza del film di Scott, qui non c’è amore, ma solo sesso, frase che accompagna parecchie scene del sf-movie (“it wasn’t love, it was sex”).
Le pecche del film riguardano lo sviluppo della sceneggiatura e le conclusioni.
La storia potenzialmente poteva essere molto originale e il metodo della regista nel trattarla appare azzeccato. Ma stiamo parlando di un'artista che sembra essere stata più attratta dall'effetto estetico della sua idea che non da quello contenutistico.
Nel film trovano spazio donne, uomini, esseri fluidi e ibridi, per una magica overdose di piacere spesso poco realistica che non vuole vittimizzare nessuno di essi. Ogni sequenza è come un frammento di digital art, i personaggi sembrano essere usciti da un libro di comics.
Il film è stato mostrato al Sundance Film Festival e in più di altri venti festival internazionali, raggiungendo l’appellativo di essere un “Pussy point of view”, mostrando la pornografia attraverso gli occhi di una donna. Il film è un valido esempio di come la donna può affermare il proprio punto di vista non lottando oppositivamente contro un potere cristallizzante, contribuendo a realizzare nuovi dualismi, ma entrando direttamente nel sistema di produzione tecnologica per inserirvi il chaos dall’interno. E poi non tutto va come dovrebbe andare. Ci sono virus e altre porcherie senza contare la voce di sottofondo che deragliano e creano spiacevoli imprevisti ai personaggi.

Pacific Rim – La rivolta


Titolo: Pacific Rim – La rivolta
Regia: Steven S. DeKnight
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jake Pentecost, il figlio dell'eroico Stacker Pentecost, non è come suo padre e ha infatti lasciato il corpo speciale di piloti degli enormi robot detti jaeger per vivere alla giornata tra piccoli furti e truffe. Finisce però nei guai per colpa di una ragazzina, Amara Namani, e potrà tirarsene fuori solo se accetterà di partecipare a un programma di addestramento di nuovi piloti. Questa attività sembra diventare inutile quando Liwen Shao annuncia il suo progetto: nuovi jaeger pilotati in remoto come droni, realizzati insieme allo scienziato Newt Geiszler. Il suo ex collega Hermann Gottlieb ha invece una diversa invenzione in cantiere: propulsori a base di sangue di kaiju per rendere più rapido l'impiego dei jaeger. Nonostante tutti questi avanzamenti, i piloti e gli scienziati saranno presi in contropiede da un misterioso jaeger che attacca le industrie Shao.

La cosa peggiore del film è che nel finale (spoiler) si annuncia un altro capitolo quando il protagonista parla con l'antagonista dicendogli "la prossima volta saremo noi ad andare da loro"
Pacific Rim poteva chiudersi dopo il primo capitolo come un esperimento che sembrava impossibile, negli ultimi anni invece si sta dimostrando il contrario un po su tutto, e che invece ha saputo trasformarsi in un film molto avvincente, epico ma senza esagerare e con dei mostri memorabili e soprattutto giganteschi.
Questo era Del Toro e il suo cinema o meglio il suo universo o la sua politica d'autore che lo mette sempre a fianco degli emarginati che siano creature di questo mondo oppure no.
Guillermo Del Toro cinque anni fa aveva creato un ponte tra Giappone e Stati Uniti, un film che doveva tradurre i mecha e gli jaeger per un pubblico che poteva anche non conoscerli o apprezzarli, traducendo di conseguenza anche molta dell’etica nipponica che li anima in una storia d’azione americana
Questo sequel che aveva bisogno di essere realizzato per ragioni di marketing ancora una volta lascia sgomenti per l'impiego dei mezzi, il budget faraonico e alcune trovate che non erano poi nemmeno così male se non fosse che tutto è riciclato da qualcos'altro.
E poi il cast è imbarazzante almeno quanto i dialoghi e alcune scene di combattimento che sembrano girate da Michael Bay e che sembra a tratti di vedere quella porcheria dei TRANSFORMER.


Fahrenheit 451


Titolo: Fahrenheit 451
Regia: Ramin Bahrani
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In una società di un non lontano futuro, al fine di preservare l'armonia e la felicità della popolazione, il giovane pompiere Montag è impegnato, insieme ai suoi colleghi e sotto lo sguardo vigile del suo mentore e capitano Beatty, a dare fuoco a tutto ciò che può essere considerato come strumento di cultura. Tutti dipendono dai nuovi media che pervadono la loro vita. Gli individui stanno a casa interagendo con enormi schermi sotto la guida (e il controllo) di 'Yuxie', una sorta di assistente personale dotata di intelligenza artificiale. Un giorno però Montag, grazie all'incontro con Clarissa che fa parte del gruppo di resistenza che cerca di salvare i libri, inizia a porsi delle domande.

E'davvero confuso e senza senso il remake o meglio la nuova trasposizione del romanzo cult di Ray Bradbury dopo comunque il bel film datato di Truffaut.
L'universo distopico non poteva apparire più degradato e senza anima come di fatto è il film in cui tutti sembrano recitare il loro copione senza un minimo di pathos.
Ed è un peccato quando a questi progetti targati Netflix prendono parte attori del calibro di Shannon che bisogna ammettere che pur essendo un grande caratterista a volte sceglie dei film davvero dannosi per la sua carriera e per lo spirito reazionario.
Un film che sembra seguire di pari passo il romanzo senza mai trovare quella valvola e quello sfogo che ne giustifichino il film e non ad esempio un libro a fumetti che forse sarebbe stato più interessante.
Un film anomalo e vuoto dove il messaggio e la critica politica diventano quasi inutili dal momento che non vengono mai valorizzati.
Un peccato per uno dei film più brutti di quest'anno.

giovedì 19 luglio 2018

Body Melt


Titolo: Body Melt
Regia: Philip Brophy
Anno: 1993
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Più vicende che vedono protagonisti alcuni personaggi legati fra loro da un unico filo conduttore: la vitamina Vimuville. Si tratta di un prodotto realizzato da un'omonima industria farmaceutica, mirato alla cura e al mantenimento del fisico. Una volta entrato in circolo nel nostro corpo, il Vimuville crea dapprima allucinazioni, per poi culminare con uno spaventoso effetto a catena che si sviluppa rabbiosamente all'interno dell'organismo, sciogliendo i corpi di chi ne ha fatto uso.

Tra i film che hanno reso interessante il sotto filone dell'horror Body bags è sicuramente il Melt Movie (film dove sono presenti liquefazioni di corpi) e figlio di quel Body Horror che tutti amiamo.
Un genere bizzarro e weird che sempre con sangue a profusione ha avuto una sua piccola filmografia dopo i successi dei primi due film di Jackson evidenti caposaldi del genere e dopo altre incursioni da parte per esempio degli orientali su tematiche simili come gli esperimenti sul corpo ad esempio in NAKED BLOOD dopo essere passati dalla lente di Tsukamoto per i suoi Body Horror.
Body Melt è un po Troma, soprattutto la parte dei bifolchi, è un po tante cose che ci raccontavano la vita e la "quotidianità" degli australiani.
Multinazionale farmaceutica, trasformazioni, palestrati impasticcati, nella galleria di elementi con cui Brophy farcisce il suo film per farlo diventare quella schifezza purulenta che tutti aspettavamo non si è davvero risparmiato niente cercando però fino all'ultimo di portare avanti anche la sua critica e la sua politica su quanto queste pasticche e gli interessi da parte di dottori e squali delle grosse aziende pensino solo ai profitti senza avere nessun tipo di riguardo nei confronti dei pazienti (la scena della donna incinta con il feto/poltiglia che attacca il marito è incredibile).
Le scene cult sono davvero troppe è inutile provare ad elencarle tutte.
Un cult con una messa in scena che ha dell'incredibile a partire dalla fotografia e dai colori sgargianti senza mai arrestare il ritmo del film ma anzi passando da uno scenario all'altro in cui le situazioni tragi comiche, quelle poche che ci sono, si susseguono senza sosta .
Un horror trash favoloso che a distanza di anni non perde nessun colpo, anzi e in cui le fantasiose scene splatter sono montate in maniera rapida e convulsa, con vorticosi ed improvvisi movimenti di macchina per sottolineare gli effetti letali della vitamina come succedeva in BABY BLOOD prodotto anch'esso anarchico e splatter uscito in Francia tre anni prima.

El incidente


Titolo: El incidente
Regia: Isaac Ezban
Anno: 2014
Paese: Messico
Giudizio: 4/5

Due storie parallele hanno per protagonisti personaggi intrappolati in illogici spazi senza fine: due fratelli e un detective sono alle prese con una scala infinita mentre una famiglia deve fare i conti con una strada che non termina mai.

Interessante l'esordio indie e low budget del regista messicano Ezban. Fin da subito ci immergiamo in due storie, con un sunto finale, che seppur la seconda sia in un esterno hanno qualcosa di claustrofobico che come per i dialoghi assorbe i personaggi in un limbo senza scampo e facendoli "lottare" quasi sempre in spazi ristretti come può essere una scala di un edificio o l'interno di un auto. Scappi per poi tornare al punto di partenza.
Un monito che sembra per alcuni aspetti una delle costanti di una politica d'autore che attraverso lo sci-fi ingabbia i suoi protagonisti in scenari da incubo.
La regia è già precisa e si vede che con i mezzi a disposizione, il regista sa già quello che vuole, studiasndosi tutto alla perfezione scena per scena, inquadratura per inquadratura.
A livello tecnico il film è girato molto bene con gli stacchi al punto giusto, un buon montaggio che non annoia mai, una fotografia che riesce a mettere in luce i particolari che servono e alcuni piani sequenza importanti.
Una storia complessa che seppur scritta molto bene contiene alcuni piccoli errori da capire se fanno parte della scrittura o della realizzazione (come nella prima storia la confusione tra i piani da dove salgono e scendono i personaggi in particolare il poliziotto) ma che in fondo servono anche per far capire come sia difficile avere una visione a 360° di tutto ciò che si ha tra le mani.
Ezban si era fatto notare per uno dei corti mostruosi del bellissimo film corale a episodi MEXICO BARBARO.

Terminator 2


Titolo: Terminator 2
Regia: James Cameron
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Dieci anni dopo i fatti del primo episodio, un altro, più evoluto Terminator viene inviato sulle tracce di Sarah Connor: stavolta l'obbiettivo è il figlio John, il futuro leader della ribellione alle macchine che stanno per conquistare il mondo. Ma anche i ribelli, dal futuro, cercheranno di provvedere alla protezione del ragazzo.

Sono pochi i sequel che riescono a eguagliare o non sfigurare di fronte al primo capitolo.
Come per ALIEN la saga di Cameron, in cui manco a farlo apposta Cameron diresse ALIENS e dimostrando dunque come per entrambe le saghe riuscisse a portare il peso specifico dell'azione a profusione senza renderla fine a se stessa o stucchevole ma anzi dandole spessore e drammaticità.
Entrambi sono cult destinati negli anni a non perdere colpi ma a diventare sempre di più dei manifesti da seguire per tanti giovani registi che non riescono a dare carattere al genere.
All'interno del film c'è proprio tutto: dramma, sci-fi, azione, tanto sangue, alcune scene splatter, inseguimenti a profusione, trasformazione ed effetti in c.g allo stato di grazia e un cast tra cui il T1000 indimenticabili.
Un film che pur rivedendolo da poco veramente lascia davvero pochissimi elementi sui cui non essere d'accordo, come la caratterizzazione della Connor, che però è giusto passasse in secondo piano o alcuni scenari del futuro realizzati non proprio benissimo ma il sogno, anzi l'incubo di Sara, nel parco giochi è davvero cattivissimo e apocalittico per la razza umana.
Un film potente non può non aver dietro un mestierante in grado di tenere sotto controllo tutta la baracca senza perdersi quasi nulla, passando da una location all'altra e creando trame e sottotrame che servono ad alimentare la storia e soprattutto a proseguire il discorso dopo il primo capitolo in un continuum che dopo questo capitolo non avrà più la stessa corazza perdendo smalto e carattere e finendo per diventare una saga distrutta da giovani mestieranti, attori cretini e un incapacià di scrittura e messa in scena che lascia davvero senza parole.

sabato 14 luglio 2018

Looking Glass


Titolo: Looking Glass
Regia: Tim Hunter
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una coppia acquista un motel in un deserto. Nell'edificio c'è una stanza segreta che permette di vedere cosa succede nella camera più richiesta. Finchè ci scappa il morto.

Un bel film di fantascienza potrebbe essere quello di capire come mai Nicolas Cage giri una media di un film al mese. E' ancora messo così male? I suoi creditori sono come la setta di Scientology?
Ecco secondo me questo sarebbe un tema interessante da trattare..un road movie con Cage inseguito dai suoi creditori..
Mi chiedo. Ma come deve essere per un regista lavorare con Nicolas Cage? Ne ha di tempo o mentre l'attore legge il copione sta già trattando con il manager per conoscere la trama del successivo film?
Looking Glass aveva secondo me dei buoni spunti di partenza soprattutto nel soggetto.
Il problema del film è che parte malissimo, quasi tutte le azioni dei protagonisti hanno un non sense di base che le muove, non so bene se per cercare di renderli alternativi o particolarmente bizzarri ma il risultato è tremendo.
Cage – al settimo film in 12 mesi – pare non aver ritenuto che il materiale offertogli da Looking Glass valesse abbastanza da tentare di salvarlo con una delle sue ormai leggendarie performance sopra le righe da B-Movie.
Hunter ha diretto quasi solo episodi di serie tv o televisione per lo più e la parte tecnica a volte leggeremente amatoriale si vede così come la fotografia che poteva dare più risalto in alcune scene o illuminare di più alcuni particolari importanti dalmomento che il filmpunta motlo sulle diverse cromature a seconda della location e alcuni particolari della trama.
Invece per cercare di dare un po di ritmo si preferisce puntare su scene lesbo girate pure male e alcune scene d'effetto che ormai fanno solo più sbadigliare
Peccato perchè nel mare di film inguardabili con Cage, nuovo filone cinematografico vista la quantità a dispetto della qualità, questo sci-fi poteva davvero dare qualcosa di interessante

giovedì 7 giugno 2018

Deadpool 2


Titolo: Deadpool 2
Regia: David Leitch
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il mercenario malato di cancro e trasformato in un essere pressoché immortale, capace di rigenerarsi da ogni ferita, si gode finalmente la vita insieme alla compagna Vanessa. Ma ad accettare irresponsabilmente, com'è nel suo stile, missioni da sicario in giro per tutto il mondo si finisce per farsi dei nemici e arriva presto per Deadpool il momento di pagare il conto. Una batosta tale da ritrovarsi a casa degli X-Men, con Colosso che ancora una volta gli dà la possibilità di essere un eroe e lo porta con sé in una missione per calmare un giovanissimo e potente mutante. Prevedibilmente le cose non vanno a finir bene e Deadpool si ritrova nei guai insieme al ragazzino a cui però si sta affezionando tanto che, quando dal futuro giungerà un letale guerriero deciso a ucciderlo, il loquace ex mercenario farà tutto il possibile per proteggere il giovane.

Deadpool non è uno dei miei super eroi preferiti.
Il perchè è uno. Ryan Reynolds. Nonostante sia bruciacchiato e mascherato proprio non riesco a sopportarlo. Preferisco anche se appartiene all'universo Dc il cattivissimo e meglio caratterizzato Lobo con cui Deadpool potrebbe avere alcune affinità.
Per rimanere in casa Marvel invece rimane colui che il mercenario prende in giro all'inizio del film con la stauetta e la morte tragica dell'eroe.
Togliendo solo per un attimo l'antipatia forte verso questa specie di fantoccio mediatico che prova a fare l'attore rendendosi ancor più ridicolo, Ryan Reynolds, devo ammettere che questo secondo disastroso capitolo è davvero qualcosa di notevole per quanto riguarda l'esagerazione, la potenza dei mezzi impiegati, il cast e l'ironia ancora più blasfema e grottesca rispetto al primo capitolo.
Si ride, ci si diverte, non si prende nulla sul serio, compaiono pure bambini super cattivi e "malvagi", personaggi di supporto che funzionano benissimo anche se fanno poco più che delle comparsate e parlo di Fenomeno oppure gli X-Men coinvolti o la squadra della X-Force con alcune trovate che fanno davvero ben sperare sul futuro di un possibile sequel.
A differenza però rispetto ad altri film Marvel che hanno provato la soluzione ironica senza riuscirci e non sono pochi qui invece l'autoparodia funziona rispetto agli azzardi demenziali ad esempio di un THOR RAGNAROK davvero brutto e penoso.
Per finire il personaggio di Cable riesce a dare ancora più spessore alla storia cambiando gli schemi temporali e aggiungendo dubbi e perplessità vista tutta la storia ormai quasi un romanzo da seguire del complesso universo dei Marvel Studious, resa anche così appetibile grazie alla mimica facciale di Josh Brolin/Thanos. Se ci sarà qualche collegamento staremo a vedere, questo non mi va di spoilerarlo.
Infine sulla sceneggiatura non mi sento di dover fare la lezioncina. E' un puro divertissement dove seppur vero che la trama è deboluccia (il fattore bambini con super poteri abusati nelle comunità diventa un pretesto che a lungo andare stanca...) il film in sè non ha questo particolare compito di dover raccontare chissà cosa. Intrattiene facendolo bene e regalando due ore di divertimento e colpi bassi.

mercoledì 9 maggio 2018

Nova Seed


Titolo: Nova Seed
Regia: Nick DiLiberto
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Il mondo è minacciato dal diabolico dottor Mindskull e le forze di potere pianificano di fargli affrontare un feroce campione. Strappato da una sanguinosa arena di combattimento, l’uomo-leone Nac viene ammanettato e messo al servizio di chi governa. Dopo essere stato condotto in un deserto, Nac fugge ai suoi rapitori con il premio che tutti vorrebbero nelle loro mani. Nel frattempo, uno spietato cacciatore di taglie si mette sulle tracce di Nac, senza dargli tregua.

Nova Seed è un indie d'animazione alternativo e particolare.
Un film low-budget che ho avuto la possibilità di visionare grazie al sito Film per Evolvere (dateci un'occhiata è il vero paradiso dei nerd del cinema).
Il film ha qualcosa che non vedevo da tempo.
Una chimica nello sperimentare formule, personaggi grazie anche ad un montaggio fantastico e delle musiche indimenticabili. Tante le ispirazioni da Laloux a Jo Beom-jin, Luc Besson con il Quinto Elemento in particolare tantissimi altri film non si contano davvero in tutto il film.
In Nova Seed convivono e convergono un sacco di mondi e pianeti incastrandosi perfettamente e allineandosi mostrando così una galleria di personaggi e creature ammirevole.
L'animazione non è in c.g e non è delle più recenti ma ancora una volta risponde alla domanda che quando la storia è buona puoi mettere anche un'animazione posticcia e antiquata come avevano fatto all'inizio quei geni di South Park che tanto non andrai a rovinare nulla e la macchina continuerà a funzionare.


It cames from the desert


Titolo: It cames from the desert
Regia: Marko Mäkilaakso
Anno: 2017
Paese: Finlandia
Giudizio: 2/5

Un gruppo di formiche giganti invade il New Messico. Un gruppo di persone deve cercare di mettersi in salvo.

It cames from the desert sembra una brutta versione di qualcosa che potrebbe assomigliare ad un film della Troma mischiato con i sequel di TREMORS. Il risultato è ad un passo dall'Asylum.
Videogiochi dell'amiga, b-movie, trash e in parte exploitation sono ancora parte degli ingredienti di questo film che nonostante il divertissement che poteva dare, non riesce mai a decollare sfigurando di fronte a film come ARACK ATTACK (e credo di aver detto tutto).
Purtroppo la trama è di una banalità assurda, i protagonisti sono ad un passo dalla cretineria più pura stereotipati in maniera assurda e i non sense del film pur essendo in parte giustificati dal genere non solo non esaltano ma non divertono neppure.
Un "Creature Features" ma di quelli brutti dicevo, dove c'è così tanta povertà in tutti i campi mezzi e sensi che prima di vedere queste famigerate formiche (d'altronde lo spettatore solo quello aspetta) dobbiamo quasi arrivare al secondo atto.
Purtroppo pur essendo un film d'intrattenimento e gigioneggiando con intelligenza fra scene splatter in puro stile videloudico, non riesce nonostante gli omaggi e i riferimenti a tenere a galla il film, che risulta deficitario in molti altri aspetti.




Mazinga Z-Infinity


Titolo: Mazinga Z-Infinity
Regia: Junji Shimizu
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

C'è pace in Terra nel mondo di Mazinga Z e del Grande Mazinga dopo le battaglie del passato, ma la meravigliosa ricostruzione realizzata grazie all'energia fotonica è minacciata dal ritorno del Dottor Inferno e dei suoi alleati: l'ermafrodita Barone Ashura e il conte Blocken con la testa separata dal corpo. La loro è una misteriosa resurrezione, che coincide con il ritrovamento nelle profondità del monte Fuji di un'enorme "divinità demoniaca" simile a Mazinga e pertanto denominato Mazinga Infinity, che sarebbe proveniente dall'antica Micene ma che in modo apparentemente inspiegabile è appunto sotterrato in Giappone.

Il bello dei live action giapponesi è che riescono spesso e volentieri in 90' a raccontarti una storia, un mondo e una nutrita galleria di personaggi.
Spesso poi anche se lo spettatore non ha un retaggio o non è avvezzo alla storia riesce in un qualche modo a capire tutto lo svolgimento e non avere grossi problemi.
Shimizu senza Go Nagai si prodiga nel cercare di inserire tutti i personaggi storici e di fare moltissimo fan service ovviamente a detrimento del film che si presenta come l’opposto logico del Mazinga classico con cui tante generazioni, ormai di una certa età, sono cresciute.
Dal punto di vista tecnico è di certo un ottimo lavoro anche se le maestranze o gli intenti sono cambiati durante la lavorazione basti vedere l'alternanza tra animazione 2D e 3D (solo nella seconda parte tutti i robot sono in computer grafica, prima no) e non aggiunge niente alla mitologia dell’universo di Mazinga, inserendosi solo un’avventura autoconclusiva che va ad omaggiare il famoso robot.
Sembra infine quell'opera nostalgica e commemorativa per chi è cresciuto nell'era dei "robottoni" giapponesi in Tv, a cui non sono mai stato particolarmente legato. Sebbene ci sia lo sforzo di aggiornarne il mito all'era degli hacker, delle intelligenze artificiali e della fisica quantistica, si tratta comunque di un pretesto per rimettere in scena lo scontro tra il protagonista e i suoi vecchi nemici, che rimane comunque senza età nel suo rifiuto di ogni deriva totalitaria.

martedì 1 maggio 2018

Avengers-Infinity Wars


Titolo: Avengers-Infinity Wars
Regia: Russo
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dalla nascita dell'universo, sei gemme elementari rappresentano i vari aspetti fondamentali del cosmo e chi le possedesse tutte raggiungerebbe l'onnipotenza. È questo l'obiettivo di Thanos, il titano pazzo che ritiene se stesso come un correttivo alla sovrappopolazione universale e pensa di essere una misura necessaria e giusta, persino benevola, mentre agli altri il suo operato appare, correttamente, come una serie di genocidi. Gli Avengers e i Guardiani della Galassia dovranno cercare di fermarlo, ma come se non bastasse la sua inarrestabile potenza ci sono dalla sua armate aliene e quattro letali "figli", ognuno deciso a consegnargli le gemme dell'infinito.

Ci siamo. Ne manca solo più uno. Tra un anno sapremo come andrà a finire.
E da qui a un anno i fan cominceranno a elucubrare possibili scenari di come gli Avengers rimasti cercheranno di capire come combattere il peggior nemico di sempre ( e per fortuna, per la prima volta anche il più interessante).
Infinity Wars è davvero epico. Forse troppo. La più grande produzione di sempre superando Jackson e Lucas e tutti gli altri, stabilendo un primato in termini di record di budget e tutto il resto. C'è anche da dire che in questo film convergono proprio tutti i super eroi pur non essendo un film propriamente sugli Avengers ma su Thanos.
Già solo il fatto che a differenza degli altri film Marvel qui per godersi la scena post-credit bisogna davvero aspettare di veder sfilare tutti i titoli di coda che sembrano quasi antologici per tutto l'esercito di gente a cui questo film ha dato un lavoro mi è sembrato un buon prezzo da pagare e infatti la scena finale lo è.
Immenso con tante piccole fragilità e incrinature che di certo non ne fanno un capolavoro (difficilmente un film Marvel potrebbe mai essere un capolavoro...) ma di certo deraglia da quanto mai messo in scena prima così come deragliano gli universi e i pianeti in questo film davvero tanti cercando realmente di dare l'impressione di qualcosa di cosmico ed elevato.
I fratelli Russo hanno davvero preso in mano un progetto rivoluzionandolo a dovere e siglando di fatto il vero trauma infantile di una intera generazione dopo aver già dato prova con l'ottimo CIVIL WAR di saper trattare l'argomento inserendo più personaggi e creando delle linee narrative e delle sotto trame coinvolgenti.
Un film che seppur con alcuni piccoli rallentamenti riesce davvero a dare voce e momenti di gloria a quasi 20 super eroi. Un primato che sembrava impossibile da raggiungere.
A differenza degli altri due capitoli precedenti (che non possono proprio reggere il confronto) qui capita veramente la fine, siamo davvero di fronte all'apocalisse dei cinecomics.
Un film così smisurato da non poter essere esente da imperfezioni (ma chiunque non avrebbe potuto fare di meglio) perciò certo alcune battute, per quanto divertenti sembrano proprio inserite alle volte per allentare la tensione, alcuni momenti come quando Hulk prova paura per Thanos e non si trasforma più magari non vengono colti subito e diciamo infine che proprio i dialoghi e l'ironia a volte sembrano gli elementi più forzati oltre una trascinata storia d'amore tra Visione e Scarlet.
Per tutto il resto, credo che tutti coloro che odino profondamente l'universo MCU debbano solo fare voto di silenzio, farsi da parte, capire che parliamo di un giocattolone forse mai così colossale, e che in un cinema sempre più industria dove dominano Netflix e Amazon, la Disney (che di certo non amo) e l'universo MCU che si è comprata, sono davvero i mali minori e soprattutto fanno una cosa che Netflix e Amazon non fanno: portano di fatto la gente al cinema e di questi tempi è sempre più importante.



giovedì 26 aprile 2018

Rampage-Furia animale


Titolo: Rampage-Furia animale
Regia: Brad Peyton
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Davis Okoye è un esperto primatologo e un uomo a cui gli animali stanno più simpatici degli esseri umani. È anche un ex combattente dell'esercito americano e "uno a cui piace andare in palestra", per dirla con un personaggio del film. Il suo migliore amico è un gorilla albino, George, dotato di senso dell'umorismo e di un debito non da poco nei confronti di Davis. Ma George entra in contatto con i resti di un esperimento genetico che lo infettano, trasformandolo in una sorta di predatore invincibile, in continua crescita. E non è il solo. Ad altri animali tocca la stessa sorte. Davis dovrà fare squadra con una genetista ex galeotta e un inviato del governo per salvare il mondo e il suo amico.

Rampage ha un solo compito: intrattenere magari prendendosi almeno un pochettino sul serio nonostante una trama che seppur un giocattolone blockbuster ha dalla sua quel residuo della fantascienza che ci piace perchè fondamentalmente crea animali "mostri" giganti.
Con un budget faraonico, un Dwayne Johnson ormai lanciatissimo da tutte le grandi multinazionali del marketing e dell'intrattenimento (Disney su tutte) continuando la sua saga di film d'avventura per ragazzi dopo i tremendi VIAGGIO NELL'ISOLA MISTERIOSA e JUMANJII 2.
Almeno il film di Peyton ha azione a gogò dall'inizio alla fine senza mai lesinare scene apocalittiche con citazioni e rimandi a tanti film del passato in un climax finale davvero esagerato e tamarro.
Un film comunque piacevole dove stacchi completamente i neuroni come d'altronde la trama e soprattutto l'idea dei due fratelli di creare questo virus che ovviamente genererà terribili conseguenze.
Ovviamente del film l'elemento migliore non è da cercare nella "leggerezza" del personaggio di Davis. Qui sono tutte comparse. L'unica cosa che in questo caso conta sono le creature realizzate in maniera superba, grazie al computer, dalla Weta Digital.

domenica 22 aprile 2018

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



domenica 25 marzo 2018

Beyond Skyline


Titolo: Beyond Skyline
Regia: Liam O'Donnel
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mark è un detective della polizia di Los Angeles che si sta prendendo una pausa dalla risoluzione dei crimini dopo la morte di sua moglie. Trent è il suo problematico figlio adolescente a un passo dal finire in carcere. Quando una strana luce blu inizia a risucchiare in cielo tutti quanti, i due si uniscono a una guidatrice della metropolitana, all’ex partner di Mark e a un anziano cieco per capire cosa stia accadendo. Il loro tentativo di fuga si rivela ben presto senza speranza però, e finiscono a combattere all’interno della nave madre aliena, che dopo una breve corsa si schianta in Vietnam. Lì, Mark si trova suo malgrado a fare squadra con alcuni malviventi locali, insieme ai quali dovrà provare a trovare un modo per fermare i nemici extraterrestri e addirittura salvare gli esseri umani già ‘convertiti’.

Skyline Beyond è davvero qualcosa di esagerato. Un turbine che mischia elementi sci-fi, un certo orrore cosmico di lovecraftiana memoria (almeno per il design di alcune creature), e fonde le arti marziali marziane in un finale di combattimenti terribili con arti strappati, sangue che dilaga e una sorta di non sense generale che spegne tutte le luci per una possibile coerenza logica.
Beyond è il sequel non c'entra nulla con il precedente SKYLINE del 2010 (di una bruttezza rara).
Per assurdo questa prosecuzione a tratti riesce ad essere esilarante e dichiaratamente trash oltre che essere pasticciatissimo. E' dannatamente sporco tra astronavi che sembrano l'interno del corpo umano con liquidi e sostanze purulente che si incollano ai protagonisti.
E'un film dove la sceneggiatura prova a rendersi credibile nei titoli di testa e poi lascia il posto ad una serie di azioni alcune che potevano sembrare logiche e altre dannatamente inverosimili.
In tutto questo l'operazione di casting è importante nel cercare di capire subito cosa sottolineare dal momento che ci sono i protagonisti di THE RAID è quel tamarro cosmico di nome Frank Grillo (che dovrebbe essere il protagonista di the Raid in versione americana).
Un film con così tanti colori, esplosioni, effetti speciali alcuni decenti altri meno, con personaggi che muoiono così senza un perchè giustificato o esseri che prendono il cervello degli umani in una sorta di reincarnazione aliena.
Alla fine tutto finisce con botte da orbi, lo spettatore rimane in catalessi per non trovare un senso logico che possa appagare, rimanendo a tutti gli effetti un film d'azione più che di fantascienza per passare due ore in spensieratezza senza cercare di trovare senso laddove non potrebbe esserci.

Mute


Titolo: Mute
Regia: Duncan Jones
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel 2046, in una Berlino carica di immigrati e dove si incontrano e si scontrano Oriente e Occidente, come in una sorta di fantascientifica Casablanca, Leo Beiler è un barista muto disperatamente alla ricerca della sua amata. La donna è scomparsa e la ricerca nei bassifondi della città porta Leo in contatto con una coppia di chirurghi americani, che sembrano in qualche modo collegati al caso e di cui lui non sa se può fidarsi o meno.

Mute è un film che è stato distrutto praticamente da tutti critica e pubblico.
Invece ho trovato tantissimo pathos in questo film, un concentrato di sentimenti, senza essere melenso e banale, che soprattutto lascia un finale amaro e profondo (anche se non originale ma non è questo il punto). Il film certo non è scritto benissimo e alle volte scivola in malo modo o si dimentica nel tracciato pedine e indizi importanti.
Mute è un film d'amore molto drammatico e con alcune trovate e una messa in scena calibrata, funzionale e suggestiva. A farla da padrone nel film sono alcune caratterizzazioni e la messa in scena, tutta, dalla fotografia viola e blu, ai costumi e allo stile scenografico e stilistico.
Paul Rudd è forse la cosa che rimarrà più impressa del film. Un personaggio border che riesce a dare una svolta interessante al film diventando il vero protagonista nel senso che subisce il cambiamento più forte pur rimandendo un villain.
Jones è un regista strano e dinamico che passa da un estremo all'altro amando e prediligendo comunque la fantascienza. Questo noir sporco e difettoso è come un sistema che regala forti emozioni ma va velocemente in corto circuito.
Il regista infine cita e forse omaggia suo padre, richiamando direttamente in causa il difficile tema del rapporto padre-figlio e dedicando l’intera opera a Maron, la donna che lo ha cresciuto come un figlio pur non essendone la madre biologica.

martedì 20 marzo 2018

Seven sisters


Titolo: Seven sisters
Regia: Tommy Wirkola
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un futuro tetro, la sovrappopolazione obbliga il governo a misure estreme. Il piano di Nicolette Cayman prevede di obbligare le famiglie ad avere un solo figlio: fratelli e sorelle saranno ibernati in attesa di tempi migliori. Ma Terrence riesce ad aggirare i controlli del Child Allocation Bureau, facendo assumere alle sue sette nipotine gemelle la medesima identità. Ognuna si chiamerà come un giorno della settimana e in quello stesso giorno potrà uscire di casa. Per il mondo le sette sorelle corrispondono a un'unica persona: Karen Settman.

Seven sisters è un altro di quei film pasticciati ma piacevoli che parla di un problema che sta facendo discutere da anni ovvero la sovrappopolazione. Le stesse regole vigenti in Cina vengono usate dal resto del mondo, dove una multinazionale controlla le nascite e mette in ibernazione tutti i bimbi o le bimbe che nascono dopo il primo figlio.
Ovviamente c'è chi si ribella.
C'era un film cinese che parlava di come una coppia cerchi di eludere i controlli in Cina tenendo nascosto in casa il figlio o la figlia in più. Purtroppo non ricordo il nome ma il concetto era simile, non distopico e faceva luce su un reale problema.
C'è da dire per difendere il regista che gli intenti del film sono cambiati, così come la sceneggiatura e la regia. Progetti di questo tipo che devono per forza vedere la luce entro time line senza i tempi giusti e la riflessione che alcune scelte impongono significa rischiare di essere derivativi oppure di portare a casa quello che si può come in questo caso un finale troppo telefonato e rpevedibile.
Seven sisters è un pò così. L'attrice cerca di fare il possibile per dare carattere ed enfasi alle 7 personalità, la detective story su dove finiscono le altre sorelle inciampa alle volte ma riesce ad essere interessante.
Un film zoppicante, con alcuni spunti interessanti, una nota dolente che non vuole strizzare l'occhio all'happy ending (le gemelle muoiono...) e la solita critica alle multinazionali corrotte che nascondono le vere ambizioni.


lunedì 19 marzo 2018

Annihilation


Titolo: Annihilation
Regia: Alex Garland
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una biologa, il cui marito partecipa a missioni militari segrete, è disperata per il suo mancato rientro. L'uomo finalmente torna a casa ma non sa però spiegare cosa gli sia successo, non ricorda niente e sta misteriosamente male. La biologa verrà così a conoscenza di un'anomalia verificatasi anni fa e tenuta segreta: un'area da cui nessuno ha mai fatto ritorno tranne appunto suo marito, che sembra però prossimo a morire. Decide così di affrontare questo enigma e partecipa alla prossima spedizione, insieme ad altre quattro donne, ognuna esperta in un diverso campo scientifico.

Annihilation è uno di quei film che per forza di cose farà discutere. I motivi sono tanti a partire dal fatto che è tratto dalla trilogia di uno scrittore schizzato e originale che spero arrivi tradotto da noi per quanto concerne il resto della sua bibliografia.
Un film Netflix pubblicizzato, almeno qui a Torino, in maniera inquietante facendoti quasi passare la voglia di vederlo.
Un film che porta la Portman su un palmo della mano come a dire che effettivamente nel film esiste solo lei e Oscar Isaac che recita Isaac Oscar.
Un film molto lento con un ritmo che spesso frena ogni tensione e atmosfera soprattutto per le pedanti scene di coppia tra i due protagonisti.
Questi e altri motivi rendono difficile il giudizio per un film che probabilmente avrà due sequel ammesso che la macchina funzioni a livello di botteghino.
Ci sono stati alcuni cambiamenti drastici come la scelta delle protagoniste che nel libro non sono bianche ma di etnia differente e altri motivi che il regista di EX MACHINA ha voluto subito rivelare quasi per non essere attaccato da critiche di ogni sorta.
Rimane un film frammentato da una realizzazione che definirei veloce e sbrigativa come quando cerchiamo di capire che cosa sia realmente questa entità che prende forma. La parte filosofica del film in alcuni momenti cerca di scavalcare la narrazione diventando un esercizio di stile coadiuvato da un importante lavoro col sonoro (ma Garland non è Villeneuve) e la stessa minaccia che mi ha fatto pensare al nulla della storia infinita per quanto potente e suggestiva come idea viene messa da parte come se da un momento all'altro ci si aspettasse una reazione che di fatto avviene solo nel climax finale dalla biologa spaventata che non può o non vuole accettare questa entità.
Un film che nella parte tecnica attinge a una messa in scena senza passi falsi e con alcune scelte estetiche e una fotografia molto costosa e in alcuni momenti, quando l'azione centellinata fa capolino, qualche cosa di buono il film soprattutto con le bestie cerca di portarlo a casa (anche se il lupo parlante che chiede aiuto è sul filo del rasoio tra l'horror e la trashata dell'anno).
Forse è una di quelle operazioni complesse che il cinema per fretta e bisogno di soldi vuole veder crescere troppo in fretta senza aspettare o rispettare alcune fasi fondamentali.
Annihilation è così, ha tante cose che non funzionano ma non si può dire che è proprio brutto.

Essi vivono


Titolo: Essi vivono
Regia: John Carpenter
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

John Nada giovane disoccupato e vagabondo arriva a Los Angeles dove trova lavoro all’interno di un cantiere edile. Qui conosce Frank un altro operaio che lo fa alloggiare a Justiceville una baraccopoli situata ai margini della città. In seguito Nada, dopo che la polizia avrà sgomberato la bidonville, troverà in una scatola di cartone un paio di occhiali da sole in grado di fargli vedere il mondo in una luce completamente diversa.

Super cult o meglio capolavoro intramontabile che ancora oggi, o forse soprattutto oggi, non perde nulla del suo fascino, del suo carattere distopico e complottista smascherando con un metaforone geniale, i mali della nostra società.
Come fare per vedere il consumismo che avanza in una società inghiottita dalle pubblicità? Carpenter, uno dei più grandi registi al mondo, segna un punto importantissimo della sua già memorabile carriera e lo fa con un film che pur sembrando un giocattolone è di una cattiveria impressionante senza lesinare su stragi e omicidi.
I cari giustizieri reazionari yankees qui vengono ridicolizzati da un senza tetto che non avendo niente da perdere diventa il simbolo della ribellione contro il consumismo imperante, la corruzione, le multinazionali e tanto altro ancora.
Una metafora sulla condizione che in quegli anni si stava andando a conformare a danno di una popolazione ormai resa patologicamente dipendente da ciò che lei stessa ha contribuito a creare e veder nascere.
Essi Vivono è uno dei film manifesto della fine degli anni '80. Uno dei film di fantascienza più importanti e rivoluzionari della storia del cinema che abbracciando un formato da giocattolone diventa davvero brutale nel cercare di convertire l'umanità al dio denaro.
Straordinario e inarrivabile. Un film che a distanza di anni non perde un colpo anzi ne aggiunge diventando quasi una profezia per chi riesce a indossare gli occhiali senza sparare un colpo.
Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek ha definito il film un «capolavoro dimenticato della sinistra hollywoodiana». Secondo Zizek infatti «gli occhiali da sole fungono da critica dell’ideologia. Essi ti permettono di vedere al di la di tutta la propaganda, lo sfarzo, i poster e così via. Quando indossi gli occhiali da sole vedi la dittatura nella democrazia, l’ordine invisibile che si sorregge su una libertà apparente».