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mercoledì 1 luglio 2020

Nimic


Titolo: Nimic
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2019
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

In metropolitana, un violoncellista professionista incontra una sconosciuta: la cosa avrà conseguenze sulla sua vita.

In 12' Lanthimos riesce a creare un suggestivo viaggio nella mente umana, un corto sulla distopia sociale, sul nulla o niente come a voler tradurre il nome dell'opera, immettendo nello spettatore fin da subito tra monotonia quotidiana, fantasia borghese e lavoro, quella paura di perdere la nostra riconoscibilità e il nostro posto nel mondo come individui.
Una provocazione pungente immersa in un contesto magico (come lo era per Killing of a sacred deer) e allo stesso tempo terrificante. Il tema della ripetizione e della temporalità, un percorso ciclico che sembra proporre tre location come a creare un loop temporale in cui si alternano reale e immaginario.
La musica ha il suo peso specifico, alternando la soundtrack che scandisce la monotonia casalinga con il mestiere da violoncellista del protagonista. Lanthimos ancora una volta prova a creare uno scenario inquietante e sci-fi leggermente distopico dove le norme che regolano la nostra quotidianità vengono abbandonate o messe alla prova scontrandosi e venendo a contatto con delle paranoie tanto irrazionali, quanto spaventose da immaginare soprattutto quando è la tua famiglia a dover scegliere se rimpiazzare o meno uno dei suoi membri.



Space Truckers


Titolo: Space Truckers
Regia: Stuart Gordon
Anno: 1996
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Futuro: un “camionista spaziale” scopre che sta trasportando verso la Terra cyborg letali solo quando viene assalito dai pirati

Gordon è sempre stato un regista che si è preso molto sul serio nonostante diversi suoi film abbiano budget limitati e vengano definiti come b-movie (come se fosse un insulto). La parodia e l'ironia di fatto non sono etichette riassumibili al cinema di genere del noto regista ma questa avventura sci fi attorno alla terra è un divertissement davvero fuori dagli schemi con diversi spunti originali nella messa in scena, momenti irresistibili, tanti personaggi indimenticabili e azione e una nota grottesca alla base come a scardinare tutti i luoghi comuni della fantascienza.
Un film che fa della sua contaminazione trash uno dei marchi di fabbrica per un truck movie degno di spazi siderali e una profezia sul marcio che ci aspetterà in un futuro prossimo.
Tanto intrattenimento, momenti comici, dialoghi sempre sopra le righe come d'altronde la caratterizzazione di alcuni personaggi.
Hopper da solo traghetta tutto il film lasciando Dorff e Mazar a imparare com'è il mestiere dell'attore e lasciando porte aperte alla scelta di un villain che ormai abbiamo imparato ad amare in tanti cult come Bambino d’oro e Last action hero e parlo ovviamente di Charles Dance e il suo corpo deturpato e il suo famoso fallo ad avviamento con cui dovrà vedersela la femme fatale Mazar.
Un film che avrebbe dovuto esplodere di più nel suo essere sporco, marcio, grottesco, ironico, con scene d'azione dove la componente splatter avrebbe dovuto esagerare ancora (la strage dei cyborg nei confronti dei pirati) così come alcuni colpi di scena che potevano essere resi meglio.


sabato 16 maggio 2020

Invisible man


Titolo: Invisible man
Regia: Leigh Whannell
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cecilia si sveglia nella notte e mette in atto la sua fuga dal compagno, il ricco Adrian Griffin, con cui ha una relazione abusiva. L'uomo la insegue persino nella foresta ma la sorella riesce a portare Cecilia in salvo. La donna, traumatizzata, continua a temere che Adrian si rifaccia vivo e l'incubo sembra finire solo quando arriva la notizia della morte di Adrian. La serenità però dura pochissimo, perché inspiegabili fatti avvengono in casa di Cecilia e lei si convince di essere ancora perseguitata da Adrian, divenuto misteriosamente invisibile.

Invisible Man dovrebbe ancora una volta far intuire la capacità della Blumhouse di riuscire a sistemare pasticci difficili e puntare su opere spesso complesse e controverse.
Che Blum abbia preso le redini dei già defunti orrori della Dark Universe è stato solo un bene per tutti e soprattutto per la Universal.
Ora che cosa fa del film di Leigh Whannell un dramma contemporaneo a sfondo sci fi che appoggia le sue radici nell'horror psicologico? Prima di tutto un lavoro meticoloso per quanto concerne la scrittura, un budget modesto come a dire che l'atmosfera e lo sviluppo della storia avranno un peso notevole, una regia che dopo averci regalato Upgrade, mettete pure Whannell a fare qualsiasi cosa e poi una Elisabeth Moss sempre più brava che forse qui comincia a studiare la parte di quando dovrà scappare da Scientology e verrà inseguita dai suoi adepti. Ma il vero colpo di scena, l'idea alla base, è stata quella di invertire il punto di vista facendo in modo che sia la vittima a scappare dal suo stalker invisibile.
Invisible man parte come non me lo sarei mai aspettato e solo verso la prima parte del primo atto ti rendi veramente conto di quale sia la lente con cui il film decide di ingrandire il suo problema.
Ovvero tutto quello che Cecilia denuncerà e a cui ovviamente nessuno crederà.
Due ore di dramma intensissimo con colpi di scena mozzafiato (la morte della sorella) il peso di alcuni personaggi e i loro veri intenti, maschere continue in una galleria dove ad un certo punto non sai dove girarti o nasconderti. Le ambizioni e gli obbiettivi del villain sempre in continua crescita in un viaggio delirante in cui Cecilia vivrà degli incubi di un impatto mai così sofferto e tragico.






Matinèe


Titolo: Matinèe
Regia: Joe Dante
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel 1962, mentre infuria la crisi dei missili cubani, a Key West in Florida, Lawrence Woolsy, regista e produttore di B-movies a corto di ispirazione e di dubbio talento, tenta di rilanciare la propria carriera con "Mant", il film che racconta la mutazione di un uomo in una formica gigante per effetto delle radiazioni atomiche. Woolsy, consapevole dei propri limiti, pensa di riuscire nell'intento sostenendo l'uscita della pellicola con una trovata pubblicitaria tale da catturare il pubblico dei teenager: durante la proiezione, nel momento clou dell'avventura un figurante mascherato da uomo-formica apparirà in sala e le poltrone, scosse da un dispositvo elettrico - il "rumble-rama" - daranno una memorabile emozione agli spettatori

Negli ultimi tempi ho visto due filmoni di uno dei più grandi registi americani sottovalutati della nuova Hollywood. BURBS e questo Matinèe. Film così incredibilmente diversi ma con tanti elementi comuni dalla paura dell'invasore (In Burbs era il nuovo vicinato russo) mentre qui la paura dell'atomica o di un'altra guerra fredda sempre con i russi. Insomma quando c'è la guerra alla base Dante non riesce proprio a non buttarla su una metafora o meglio un'allegoria profonda, originale, perfetta in scelta di tempi e ritmo, dialoghi, ironia, dramma e molto altro ancora dove con uno sguardo al passato sonda le paure immortali della gente.
Un film maturo, una critica sociopolitica, che oltre tutti i temi sopracitati è un viaggio di formazione per un ragazzo, un'analisi sul cinema e tutto ciò che appartiene alle scelte di marketing, al lato oscuro di alcuni di noi, tutto come una sorta di contorno dove la base è la tribolata anteprima di un film con sottofondo un clima di psicosi anticomunista. Matinèe è cinema puro, denso e profondo, semplice quanto ingenuo in alcuni passaggi (ma è sempre una scelta dell'autore per bilanciare seriosità e intrattenimento).
Un film ispiratissimo, in bilico tra commedia adolescenziale e cinefilia sofisticata, che parla anche di sci fi, che omaggia i b movie di mostri e che chiama in cattedra William Castle e Ed Wood e dove il tema del weird e dell'horror compare più di tutti nel dialogo formidabile tra Gene e Lawrence sul bisogno di film che facciano paura e il potere e gli effetti benefici che l'horror può arrecare allo spettatore.

lunedì 4 maggio 2020

Drive in 2000


Titolo: Drive in 2000
Regia: Brian Trenchard-Smith
Anno: 1986
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Crabs, dinamico giovanotto che è riuscito a strappare un appuntamento alla bella Carmen, prende in prestito l'auto del fratello per accompagnare al Drive in la ragazza dei suoi sogni. Ma il divertimento finisce presto, non appena i due giovani, assieme ad un centinaio di altre coppie, scoprono che per disposizione del governo il parcheggio è stato sigillato e di fatto trasformato in un campo di sorveglianza dal quale è impossibile uscire. Per molti ragazzi, disadattati o privi di redditi di lavoro, quella soluzione - ancorchè inaspettata - non è così negativa, dal momento che comunque fornisce loro nutrimento e riparo più regolare di quanto godessero fuori, ma Crabs non accetta la situazione e progetta la fuga...

Nel 1988 due anni dopo l'uscita del film uscì uno dei miei libri preferiti "La notte del Drive Inn" capolavoro assoluto e istant cult dell'immenso Joe Lansdale che credo di aver letto almeno sei o sette volte. Chissà se qualcosa di questa pellicola impressionò lo scrittore nella lavorazione del suo romanzo.
Per me l'Ozploitation australiano continua ad essere un mistero, una fauna incredibile di risorse e film assolutamente straordinari. Pochi ma fondamentali esempi sono stati Macchine che distrussero ParigiBody MeltWake in frightMad Max-InterceptorRazorback-Oltre l'urlo del demonioNeurokillers. Qui parliamo di un altro film che non posso che esimermi dal definirlo cult assoluto. Vuoi l'ambientazione, l'atmosfera post atomica, la crisi economica globale, un prossimo futuro dove i drive-in diventano campi di sorveglianza dove gli internati vivono a base di junk food, new wave, droga e film di serie Z.
Dove vengono riscritte le regole, il divario sociale cresce a dismisura, dove la comunità sembra rassegnarsi toccando momenti di squallore, dove un demiurgo agisce indisturbato aiutando a far sì che tutto rimanga intrappolato in una sorta di limbo che sembra un paese dei balocchi infinito.
A differenza delle pellicola sopracitate qui l'uso della violenza è centellinato. L'azione è spostata sulla disobbedienza del protagonista e degli altri internati, nel cercare di spezzare le catene di un progetto che vuole annichilire la dignità e la libertà dell'individuo infarcendolo solo di porcherie e distrazioni.
Un film che non esula da evidenti difetti soprattutto nella parte centrale ma a differenza dei media in generale che lo hanno devastato di critiche negative, rimane un b movie puro con un budget modesto che non poteva competere con film di quel periodo, ma che cerca come può di fare della scrittura e dell'originalità del soggetto il suo pezzo forte.

lunedì 20 aprile 2020

Vivarium


Titolo: Vivarium
Regia: Lorcan Finnegan
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Una coppia rimane intrappolata in un surreale labirinto.

Negli ultimi anni la sci fi sta regalando e alternando opere colte e prodotti d’intrattenimento.
Vivarium è una riflessione profonda sugli obblighi morali che la società (ma di che tipo) sembra metterci davanti alla porta di casa come un figlio che non è nostro di cui prenderci cura, un’idea di felicità vaga ed effimera, una vita da gregari fino alla morte dove saremo sostituiti da altri non umani che come cloni di noi stessi, o provando ad esserlo, porteranno avanti una burocrazia umana grigia e senza forme e colori.
In un modello ideale dove le nuvole sono tutte uguali così come le case, i colori, ciò che si mangia, ciò che si deve pensare e fare, Eisenberg e la Poots, insieme già visti nel divertentissimo quanto malato Art of self defence, sono pedine di un quadro di intenti spaventoso e atroce. Alieni travestiti da umani impongono le loro regole per creare una specie che tra varchi e portali su altri mondi o realtà sembra sbarazzarsi di noi e prediligere una natura monotona senza danni e vivendo privi di una morale un futuro che sembra un limbo di psicosi.
E’strano apostrofare l’opera seconda di Finnegan se non con qualcosa che ci passa attraverso, una nebbia composta da un’atmosfera anomala, malsana e grottesca, perturbante, qualcosa che ci mette di fronte a diritti e doveri come un potare avanti un esistenza ripetitiva e monotona.
Un figlio che spia, urla, si nutre del vuoto e cresce spasmodicamente per trovare il suo spazio seppellendo la natura umana e clonandola per modellarla a suo piacimento.
Vivarium è un incubo dove le tenebre non si vedono mai perchè sono nascoste maledette bene.


Slugs


Titolo: Slugs
Regia: Juan Piquer Simon
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nei pressi della città di Ashton, uno stabilimento chimico si sbarazza delle scorie di lavorazione riversandole in un condotto fognario abbandonato. I rifiuti tossici innescano una spaventosa mutazione in comunissime lumache trasformandole in grosse predatrici, aggressive, assetate di sangue.

Slugs è uno di quei film che visti oggi sembrerebbero datati e fuori luogo visti i limiti di budget ed effetti speciali che cercano di fare come possono. La storia poi non ha quei fasti narrativi come ad esempio Bug-Insetto di fuoco, ma riesce ad intrattenere coinvolgendo lo spettatore e arrivando a tracciare una sorta di sci fi con eco vengeance e fanta ecologia.
Quegli stessi stabilimenti chimici responsabili della pandemia di lumache assassine rappresentano per il genere uno dei nemici di spicco, i quali “inconsapevolmente” decretano stragi a volontà. Slugs dalla sua però riesce a difendersi molto bene. Un prodotto artigianale curato dall’inizio alla fine ad opera di un autore, Simon, che si è sempre confrontato con il cinema di genere.
Alcune sequenze riescono ad essere davvero funzionali e inquietanti, l’elemento splatter non è mai troppo forzato ma riesce nel compito di creare il giusto disgusto dell’azione carnivora delle limacce che non essendo veloci, tentano agguati di nascosto alle loro vittime o agiscono in gruppi numerosissimi
Simon riesce a far apparire il film un b movie che si unisce alla galleria di film di genere su animali assassini o su insetti muta forma o qualsiasi altra etichetta possa essergli affibiata.


Altered Carbon-Resleeved


Titolo: Altered Carbon-Resleeved
Regia: Takeru Nakajima, Yoshiyuki Okada
Anno: 2020
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Takeshi Kovacs è in una differente ‘custodia’, con il compito di proteggere una tatuatrice di nome Holly mentre investiga sulla morte di un boss della potente e pericolosa Yakuza. Ad accompagnarlo in questo compito c’è Gena, una agente dai modi bruschi e risoluti CTAC che ha a sua volta una missione personale. Sul pianeta Latimer, dall’aspetto squisitamente cyberpunk, tra le strade illuminate dai neon e i vicoli brulicanti, i tre si ritroveranno a combattere contro formidabili ninja, versare sangue e, alla fine, scontrarsi nel classico duello con il grande antagonista.

Resleeved è il mio primo approccio con la serie televisiva Altered Carbon che sembra abbia avuto un considerevole successo in due stagioni della nota serie tv. Uno spin off decisamente incalzante tutto architettato sull’azione, sui combattimenti e gli inseguimenti. Trame, complotti, personaggi diventano secondari a quello che appare come un divertissement in cui giocano numerosi personaggi e la trama viene spesso lasciata da parte per dare ritmo ed enfasi all’atmosfera cyberpunk. Un prodotto valido e innovativo con uno stile d’animazione abbastanza originale e ingredienti splatter e iper violenti a cui ormai soprattutto nel sotto genere siamo sempre più esigenti.
Quello su cui si poteva puntare di più, e che appare davvero una brevitas in una dimensione a parte tra il protagonista e il suo mentore, è il taglio legato alla parte sci fi sull’immortalità ormai alla portata di tutti i ricchi, alla pila corticale immaginando il pianeta come un supermercato dove scegliersi il proprio corpo a piacimento e per finire la distopia legata ai viaggi sugli altri mondi colonizzando qualsiasi cosa e cercando un proprio paradiso personale.

Arachnid


Titolo: Arachnid
Regia: Jack Sholder
Anno: 2001
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Un'astronave aliena impegnata a prelevare specie animali dal mare si scontra con un aereo Stealth e precipita su un'isola. Un enorme ragno alieno riesce così a fuggire dal velivolo e inizia a proliferare, causando la mutazione di tutti gli aracnidi presenti nell'atollo in letali predatori. Preoccupato per la vita dei nativi dell'isola, che vengono decimati apparentemente senza motivo, un medico e la sua assistente decidono di organizzare una spedizione sull'isola, assoldando uno specialista in ragni, un pugno di mercenari e una pilota di aerei.

Arachnid è un b movie con un incidente scatenante che definirlo trash non rende l'idea.
Il tornado che preleva gli animali dall'oceano dove si va a schiantare l'aereo è di una bruttezza cosmica, ma il peggio arriva il minuto successivo quando il pilota si salva finendo sull'isola dove vede questa sorta di alieno (fatto col culo) venir ucciso dal ragno gigante. Davvero sono rimasto basito. Forse nemmeno la Asylum poteva fare peggio.
Poi il film è il classico survival movie di una banda di personaggi che devono andare sull'isola per trovare l'incognita legata al siero dei nativi x e troveranno la madre di tutti i ragni y che gli uccide uno per uno.
In mano a qualcun altro, il film avrebbe fatto ancora più schifo ma io Sholder lo ammirerò sempre anche quando gira film a basso budget come questo che sembra una parodia di Alien, Predator e Tarantula come tante altre cose, mettendo insieme tutto e male, ma il timoniere è il regista dell'Alieno e Nightmare 2-La rivincita.
Alcune scene d'azione poi non sfigurano nemmeno così tanto, la parte horror a causa di un ironia nell'impianto narrativo e di alcuni non attori, non riesce a mordere quando deve e il ragno nei limiti di budget non è nemmeno così brutto ma fa il suo dovere sterminando tutti a parte i bellocci di turno e spalmando una ragnatela che imprigionerà ogni umano sull'isola.

Justice League vs the Fatal Five


Titolo: Justice League vs the Fatal Five
Regia: Sam Liu
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La Terra è in pericolo e la Justice League deve affrontare una nuova e potente minaccia, i Fatal Five. Superman, Batman e Wonder Woman cercano di trovare soluzioni mentre i viaggiatori del tempo Mano, Persuader e Tharok tengono in scacco la città di Metropolis alla ricerca della Lanterna Verde Jessica Cruz. Attraverso l'aiuto involontario di lei cercano di liberare gli altri membri dei Fatal Five, ossia Emerald Empress e Validus, per portare a termine la loro missione. La Justice League tuttavia non è stata a guardare e ha scoperto di avere anche un valido alleato da un’altra epoca, Star Boy.

Al 34°lungometraggio d’animazione Dc continuo a rimanere sorpreso per i mezzi capolavori ancora in grado di essere sviluppati come questo, dove in particolare si punti ad una solida scrittura per una trama e una serie di intuizioni davvero interessanti che mischiano azione, colpi di scena, viaggi nel tempo, caratterizzazione dei personaggi e molto altro ancora.
Sam Liu ormai lo cito continuamente, rappresenta per l’animazione in casa Dc un mentore, un punto di riferimento, un Jason Blum dell’horror, un paladino a cui bisognerebbe affidare quasi tutti i progetti di film non d’animazione della Dc. A rigor di logica questo suo ultimo film sembra quasi la nemesi di Spider Man-Un nuovo universo per quanto riesca a mischiare così tanti elementi, eroi e villain, senza far mai mancare la materia celebrale e dando risalto alle scene d’azione con un tasso molto alto di adrenalina.
Jessica Cruz diventa la vera protagonista, esaminando così un nuovo personaggio, una lady tanto fragile quanto potente capace da sola di stravolgere le sorti di un pianeta intero, così come il personaggio di Star Boy a tratti sopra le righe, ma dai poteri anch’esso imprevedibili e in grado di pareggiare i conti con qualsiasi membro della JL.

giovedì 16 aprile 2020

To your last death


Titolo: To your last death
Regia: Jason Axinn
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In difesa dei fratelli, Miriam affronta il padre Cyrus, cinico speculatore della Dekalb Industries, e un'entità aliena nota come Gamemaster, che pone gli esseri umani in pericolose condizioni, sul cui esito mortale vengono fatte scommesse. Nel caso specifico Miriam ha possibilità di rivivere la terribile notte nella quale i suoi fratelli hanno perso la vita, avendo facoltà di agire con precognizione.

Negli ultimi anni nutrendomi molto d’animazione sono rimasto rarissime volte scioccato dalla componente horror e splatter. L’unico a disturbarmi parecchio era stato Jimmy ScreamerClauz con i suoi due film assolutamente malati e certo importanti quali Where the dead go to die e When black birds fly.
To your last death è ambizioso, prende Saw e lo strapazza con Battle Royale e molto di più. Un film dannatamente ipnotico, malato, ispiratissimo, un concentrato puro di cattiveria e violenza che riesce a entrarti nelle viscere. Angosciante, ricco di momenti splatter, azzeccato nel diventare un thriller psicologico con il gioco al massacro di un padre che decide di uccidere i propri figli. Salti temporali, divinità dell’Olimpo che si divertono a giocare con i miserabili esseri umani di sotto, Gamemaster s spadroneggiare su tutto e tutti, torture efferate e scene indimenticabili.
To your last death colpisce duro come un pugno allo stomaco lasciandoti l’amaro in bocca e facendoti soffocare per quanto non abbassi mai la guardia prendendoti sempre alla sprovvista. Tutto poi all’interno di un palazzo con pochi personaggi e quasi tutti odiosi, vi lascerà come il metodo ludovico costretti in sordina a vedere come la trama si prenderà minuto per minuto gioco dello spettatore.

Underwater


Titolo: Underwater
Regia: William Eubank
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di scienziati sta lavorando sott'acqua quando vengono travolti da un terremoto. I sopravvissuti dovranno fare delle scelte estreme per rimanere vivi.

Underwater è stato preda di un accanimento in negativo che mi ha lasciato perplesso.
Sicuramente non esente da difetti, l’opera di Eubank ci porta nelle profondità marine e quindi già per questo ha tutta la mia attenzione. E’un b movie che soprattutto nel primo atto riesce nel suo obbiettivo quello di cospargere tutto di un pessimismo cosmico all’interno della base sperimentale di perforazione, facendoci capire come tutto l’impianto rimanda al survival movie con inquadrature claustrofobiche e un buio minaccioso che soprattutto nel secondo atto sarà uno dei veri protagonisti.
Fin da subito capiamo che l’incidente scatenante avverrà subito, senza stare a prendersi troppo tempo per mostrarci i personaggi e la loro psicologia ma andando dritto al punto, la sopravvivenza ad ogni costo che richiederà sacrifici, vittime, carne da estirpare, tute che imploderanno, la pressione costante che sfinirà i protagonisti e una minaccia che aprirà le fauci immense proprio nei fondali di una natura ormai stufa di essere violentata e trivellata.
Underwater ha una bella atmosfera, una deliziosa e curata messa in scena, effetti speciali che non esagerano mai, ma arrivano precisi a fare il loro dovere e mostrarci una popolazione subacquea piena di polipi giganti e anfibi che sembrano mostri della laguna più cazzuti, esseri che sembrano materializzarsi per poi svanire come nebbia. Underwater deraglia da tante scelte che potevano apparire scontate e inverosimili, cercando di aprirsi una strada insidiosa e fatta tutta di scelte prese all’ultimo, di soluzioni che non potranno portare mai a nulla di buono sapendo bene che ciò che si è andato a risvegliare avrà la meglio.
Underwater è un film dove i personaggi a parte Norah, sembrano non esistere come se fossero tutti preda della sua immaginazione (contando che è solo lei che di fatto accende i segnali di speranza) mentre gli altri potrebbero essere una suggestione che si è creata negli abissi della sua psiche. Partendo da questa riflessione il film potrebbe aprire un’altra valvola di interpretazioni per accrescere la sua forza evocativa.

A Kite


Titolo: A Kite
Regia: Yasuomi Umetsu
Anno: 1998
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Sawa, ragazzina all'apparenza inoffensiva e Oburi, timido cassiere di un discount hanno più di una cosa in comune: sono killer professionisti e entrambi sono orfani di genitori morti in circostanze misteriose. Assoldati da due poliziotti, i due devono uccidere chiunque "sia scomodo", da attori di soap opera a uomini corrotti. Quando Oburi si rende conto che i due poliziotti vogliono toglierlo di mezzo, Sawa decide di stare dalla sua parte pur di sfuggire al suo "lavoro" e a vendicare i suoi genitori...

In poco più di un’ora Umetsu condisce con sangue, esplosioni, sesso e budella, una storiellina distopica e sci-fi davvero niente male, un noir nero controverso e anarchico con alcune incursioni nell’universo dei cyborgs di Mamoru e molto altro ancora.
Politicamente scorretto, violento quanto basta, l’opera dell’autore si contraddistingue per un’atmosfera cupa e perversa che passa dall’azione frenetica a scene romantiche e in tutto questo un ritmo che non passa certo inosservato tratteggiando dei personaggi non semplici, intrappolati in una ragnatela di accordi e disaccordi con poliziotti corrotti e uomini di potere affamati di sesso e con rimandi a stupri e pedofilia.
A Kite sa essere tante cose, cinico, commovente con una trama che lascia subito presagire come soprattutto le macchine vengano sfruttate per interessi beceri e fine a se stessi senza mai essere presi davvero in considerazione. Davvero i rimandi sono molteplici ma la storia e la messa in scena sanno sganciarsi da quanto visto finora. Ottima la scelta del tipo d’animazione, dialoghi mai scontati e una trama che riesce a infilare al punto giusto dei colpi di scena mai banali danno al film quella marcia in più e tratteggiano poi due losers, due assassini che non possono fare altro, per tirare avanti, in una realtà sottolineata da un degrado morale devastante.

2013-La fortezza


Titolo: 2013-La fortezza
Regia: Stuart Gordon
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un prossimo futuro, negli Stati Uniti, una coppia si trova imprigionata in un carcere di massima sicurezza per aver violato le leggi relative alla natalità. I due decidono di tentare l'impossibile e fuggire.

Lambert deve solo baciare la terra sotto i piedi per la fortuna che ha avuto a poter recitare in alcuni splendidi film vista la sua totale assenza di talento ed espressività.
Gordon è uno dei quei registi che hanno saputo fare la differenza smarcandosi da produzioni low budget a piccoli blockbuster come questo, prediligendo l’horror e rimanendo sempre impantanato per fortuna nella sci fi regalando dei film indimenticabili in una limitata quanto straordinaria filmografia dove Dagon svetta inarrivabile dimostrando come in pochi hanno saputo e sapranno ricreare qualcosa che assomigli all’orrore cosmico.
B movie, sci fi, prison movie, atmosfera distopica, quasi cyberpunk ed exploitation per alcuni aspetti e in piccole dosi un pochino di splatter. Una galleria di scene d’azione davvero appaganti, un team di attori funzionali, una trama in fondo dedita alla causa raccontando poco ma mostrando con le immagini molto. Robot, AI, tecnologia d’avanguardia, e poi sono tanti i rimandi politici e sociali con cui Gordon tratteggia l’intera e unica location del film (a parte il penosissimo finale). Diventa quindi una potenza governativa, proprietà della MenTel Corporation, che può disporre in qualsiasi modo della vita dei propri prigionieri, per i quali riceve dal governo una paga giornaliera di 27 dollari cadauno, oltre a poterne disporre per le proprie attività impiegandoli nei durissimi lavori. Le regole all’interno visto il cinismo di Gordon non potevano che essere devastanti con prevaricazioni e dove vige la legge del più forte. I prigionieri di cui alcuni non si spiega cosa possano aver fatto, lavorano su turni coprendo le 24 ore, perdendo l’orientamento del giorno e della notte, sottoposti ad un durissimo condizionamento psicologico che comprende il controllo dei pensieri e dei sogni oltre ad un inibitore chiamato ‘fibrillatore gastrico’ che viene impiantato nell’organismo dei malcapitati e può indurre al dolore o alla morte a seconda della punizione da scontare. Le zone della Fortezza sono circoscritte da linee gialle o rosse in base alla gravità della limitazione, dividendo uomini e donne, mentre le prigioni hanno delle sbarre laser che bruciano i corpi dei detenuti.
Per gli amanti della sci fi alcuni ingredienti sembreranno riscaldati e presi direttamente da altro materiale cinematografico ancora più spesso, ma alla fine quella nota di cattiveria e di non lasciare proprio tutto così al caso danno al film un ritmo che mantiene un intrattenimento divertente e solo a tratti sofisticato.

Bloodshot


Titolo: Bloodshot
Regia: Dave Wilson
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il marine Ray Garrison dice di essere uno che torna sempre a casa e infatti anche la sua missione a Mombasa ha avuto successo. Si gode quindi un po' di licenza in Italia, tra la base di Aviano Gentile e una gita in auto ad Amalfi (quasi fosse dietro l'angolo) con la moglie Gina. Entrambi vengono rapiti e la loro situazione sembra senza speranza, ma poi Ray si sveglia in un laboratorio ad altissima tecnologia dove scopre gli sono stati innestati dei prodigiosi naniti nel sangue, che fanno di lui un supersoldato. 

E’ difficile fare una lista di tutti i difetti o meglio i clichè di cui è costellato il film di Dave Wilson, un mestierante che aveva almeno fatto bene con uno degli episodi della saga di LOVE DEATH+ROBOTS.
Bloodshot aveva delle aspettative, creare un ibrido di tanti film ma con un budget faraonico, un cast interessante (fatta eccezione per Vin Diesel), trattare naniti e tecnologia militare, scene di combattimento che facevano presagire tanta azione e divertimento e infine magari qualche colpo di scena per una trama non scontatissima. Invece fin da subito è appurato come il meccanismo non funzioni, da quando il nostro protagonista viene incatenato nel bunker prima di essere ucciso (?), dall’incidente scatenante nella battaglia contro ipotetici avversari nella legione straniera, di come il complotto a sua insaputa sia così ridicolo da essere svelato dopo il primo atto. E’necessario andare avanti?
Qualche scena d’azione carina, quella ad esempio negli ascensori, il film la regala pure, ci mancherebbe d’altronde, ma la trama è mostruosamente banale, gli scopi e gli obbiettivi dei villain sono ormai materia così saccheggiata da sembrare scritta da un bambino, il governo cattivo che usa i suoi soldati come carnefici a loro insaputa, Pearce e Kebbell buttati nel cesso, Diesel che mantiene una sola espressione per tutto il film con la voglia di vendicare la moglie uccisa e altri luoghi comuni così manifesti e palesi da rendere il film lungo, lento e monotono per cercare nel terzo atto di cambiare quadro da un momento all’altro con il risultato di sembrare ancora più confuso e in difficoltà.

lunedì 23 marzo 2020

Outsider


Titolo: Outsider
Regia: AA,VV
Anno: 2020
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

The Outsider inizia seguendo un'indagine apparentemente semplice sull'omicidio raccapricciante di un ragazzo. Ma quando un'insidiosa forza soprannaturale si fa strada nel caso, un poliziotto esperto e un investigatore poco ortodosso sono portati a mettere in discussione tutto ciò in cui credono.

Strappo un 3/5 al pelo con un più no che sì. Una serie tv abbastanza fiacca, dell’onnipresente King ancora una volta riadattato per un pubblico di fan che vuole incessantemente che i lavori del maestro del brivido vengano sdoganati nella settima arte. Il cinema ha più volte dimostrato, a seconda anche dei talenti posti alla regia e alla scrittura, quali si siano salvati e quali no e sono tanti da entrambe le parti.
Parto con una premessa. Di solito quando scrivo le recensioni dei film di King leggo sempre anche i libri.
Si millanta tanto questa serie come se fosse finalmente quella via di mezzo che riadatta il folk-horror e la narrativa fiabesca e mitologica con funzioni apotropaiche, mischiando elementi di It e i Vampiri di Salem, Dracula di Stoker, godendo di un budget faraonico e mettendo insieme un crew di attori tutti, o quasi, in parte. Capitanati da Mendelsohn, un attore che adoro che riesce a comunicare ed essere espressivo pure con gli occhi chiusi, si scoperchiava un vaso di Pandora con elementi horror, drama, sci-fi, poliziesco, mistery e tanto altro ancora. I drammi per bambini scomparsi erano solo il segmento finale per costruire una analisi complessa sul dolore e farci finire dentro la maggior parte dei personaggi in una comunità marcia dove l’irrazionale strisciante assume diverse forme e identità. La stessa comunità divisa da una purulenta e potenziale malvagità insita in ognuno di noi dove infine il soprannaturale convive sullo stesso piano della nostra realtà e sembra questo il tema su cui la serie Hbo si concentra maggiormente ma a differenza di serie intoccabili come True Detective-Season 1 (e qui le similitudini non vanno nemmeno prese in considerazione) il bello del lavoro di Pizzolato era puntare ad un impianto di semina e raccolta dove il personaggio arrivava prima dell’evento in sé agendo in un ambiente definito da regole precise e subito individuabili mentre qui l’impianto è stato ribaltato con effetti nefasti.
Outsider parte molto bene (i primi due episodi), ha una parte centrale noiosissima e riempitiva (4-5-6) in cui i dettagli delle sotto storie vengono ampiamente sottolineate ed evidenziate da Holly nel monologo in cui mostra a tutti con cosa avranno a che fare (forse uno dei momenti più alti della serie) e finisce maluccio, mettendo l’acceleratore all’interno di quella caverna dove credo tutti si aspettassero qualcosa di più.
Outsider inquadra molto bene alcuni problemi legati alla serialità, alla mancanza di riuscire a trasformare quei non detti del romanzo, a dover spesso ripetere formule e dettagli già ampiamente trasmessi al pubblico se non in maniera palese, come dovrebbe essere il cinema, con dei dettagli per stuzzicare l’attenzione e la voglia di coinvolgersi magari prendendo qualche appunto.
La divisione bene e male non è mai stata divisa in maniera così netta, lo stesso ruolo della comunità che con maestranze diverse si stringerà al dramma successo per combattere lo straniero, questa strana calamità che chiede nutrimento prendendo le sembianze umane. “Perché i bambini?” chiede nel finale uno dei protagonisti al vampiro aka l’uomo nero aka El Cuco e la creatura risponderà “perché sono più buoni”
Fate attenzione perché il vero colpo di scena arriverà dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio.


domenica 8 marzo 2020

Dov’è il mio corpo


Titolo: Dov’è il mio corpo
Regia: Jeremy Caplin
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

A Parigi, la mano recisa di un giovane uomo evade da un laboratorio di dissezione anatomica decisa a ritrovare il corpo a cui appartiene. Il viaggio sarà funambolico e impervio ma sostenuto dalla presenza persistente di Naoufel, con cui la mano è cresciuta e a cui ripensa costantemente risalendo il tempo fino alla sua infanzia felice. Un'infanzia bruscamente interrotta da un incidente che lo ha reso orfano e lo ha affidato a un anaffettivo parente prossimo. La mano avanza lungo la strada e dentro il tempo fino a incontrare Naoufel e Gabrielle, una cliente a cui il ragazzo consegna la pizza e il cuore. Perché suo malgrado Naoufel è un corriere, impiegato in una misera pizzeria da cui vorrebbe fuggire per esistere. Ad accarezzarne il sonno e a favorirne il destino sarà la sua mano, ostinata nella ricerca e nel 'legame'.

Jeremy Caplin è un regista da tenere d’occhio. Riesce a costruire una fiaba moderna e paranormale che osa mettere in scena e rischiare in uno spartito di generi dove i sentimenti emergono in tutta la loro complessità e armonia.
Due storie parallele in tre piani temporali differenti attraversano Parigi nel caos frenetico e nel sottosuolo. Una mano e un ragazzo, due storie che si intrecciano e un obbiettivo comune: ritrovarsi e mettersi in contatto.
Il titolo del film allude ad un cammino di scoperta, un viaggio alla ricerca di se stessi e di un’anima gemella che può essere una parte del corpo come una ragazza di cui si è sentita solo la voce al citofono.
Un film di speranze per mostrare il dolore della perdita, di angosce che trovano una breccia tra le tante insidie del mondo per superare la tragedia, i pericoli che possono arrivare inaspettati, la resilienza verso una società ostica che distrugge ogni speranza e ogni sogno nel cassetto.
Alla fine il film di Caplin volge verso un finale delicato e prezioso, affascinante e condito da una colonna sonora semplicemente straordinaria da ascoltare in loop dove il bisogno di ritrovare ciò che si è perso supera ogni ostacolo.

Deep Rising


Titolo: Deep Rising
Regia: Stephen Sommers
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di mercenari raggiunge, in alto mare, la nave da crociera Argonautica, messa in avaria da un complice per permettere loro di derubare i passeggeri, ma trova solo cadaveri ed un orrendo mostro marino.

Amo i b-movie. I film poi con i mostri e soprattutto quelli acquatici sono sempre in prima linea anche quando sai benissimo che ad attenderti sarà una trashata.
Quando però ti rendi conto che tra i tanti difetti di Sommers (il quale era pure partito bene poi si è perso) il pregio in questo caso è stato riuscire a mettere in scena creature tentacolose che ti succhiano i liquidi del corpo bevendoti vivo e quindi non stavo nella pelle soprattutto contando che mostra le creature solo a metà film per creare un po’ di atmosfera prima e far conoscere i personaggi e la trama scontatissima.
Deep Rising è la perfetta via di mezzo. Un film con budget, attori dignitosi, una buona messa in scena, mostri tentacolari che fanno quello che possono per l’anno di uscita (Rob Bottin era sul pezzo ormai da tempo) e dialoghi cazzari e situazioni stereotipate che aderiscono pienamente all’action d’assedio.
Un film che mostra una sola scena se vogliamo di paura, trova l’intesa tra la Bella (Famke Jansenn) e la Bestia (Treat Williams) due attori che mi stanno simpatici perché protagonisti di due cult Faculty (ad oggi secondo me il miglior film di Rodriguez) e Sbirri oltre la vita.
A quel tempo andava molto di moda la trama per cui mercenari cattivi alla fine trovassero un male indecifrabile e si schierassero con i buoni per combattere i mostri.
Sommers che non è mai da prendere sul serio, è riuscito a creare quel miscuglio dove si spara, ci si azzuffa, molti inseguimenti, storiella d’amore, massacri a volontà, toni da maschio alfa e dialoghi scritti da un bimbo o improvvisati, zero colpi di scena e un finale che si difende bene esagerando come sempre troppo.
Deep Rising è uno di quei film che guardi mentre ti leggi Dead Sea di Tim Curran, contando che il primo è puro intrattenimento, un giocattolone, mentre il romanzo sulle creature tentacolari è di una serietà mostruosa.

Perfect


Titolo: Perfect
Regia: Eddie Alcazar
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un giovane con un passato violento entra in una misteriosa clinica dove i pazienti trasformano selvaggiamente il loro corpo e la loro mente con l'ingegneria genetica.

Perfect è un film imperfetto ma interessante che parla di ingegneria genetica rimanendo praticamente in un’unica location con attori e attrici affascinanti, piscine, modelle, una villa high tech e uno strano macchinario che sostituisce letteralmente pezzi del corpo cambiandoli a seconda dei gusti. Una madre ambivalente, un protagonista che non sembra del tutto consapevole di quello che vuole e come ottenerlo e un pianeta che si infiamma sempre di più come una sorta di scenario desolato che preannuncia qualcosa di brutto e apocalittico.
Il film punta tutto sul fascino estetico, su una grafica che si interfaccia e strizza l’occhio ai film anni ’80 con sequenze in un 3d discutibile. Purtroppo il limite più grosso del film è quello di non avere un obbiettivo chiaro avanzando con una narrazione che fagocita elementi senza indirizzarli mai verso una direzione definita e i sogni, le allucinazioni e tutto quanto il resto esondano e diventano solo un mero pretesto per mettere in scena una galleria di immagini, certo affascinanti e curate, ma a volte prive di senso.
Più che un horror è uno sci-fi che cerca di inquietare proprio nel fattore che più di tutti poteva rivelarsi interessante ovvero le parti intercambiabili del corpo e le conseguenze che poteva generare una psiche instabile come quella di Vessel 13.

mercoledì 22 gennaio 2020

Ad Astra


Titolo: Ad Astra
Regia: James Gray
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Futuro prossimo. Un astronauta parte alla volta di Nettuno alla ricerca del padre che non vede da tantissimi anni. Forse, sì, è ancora vivo…

Basterebbe già soltanto la prima scena, quella caduta dalla torretta aereo spaziale, a far subito intuire la portata e la grandiosità di alcuni momenti, del reparto tecnico, di come Gray traccia le sue coordinate nello spazio. Al suo settimo film, il regista americano decide di confrontarsi anche lui con la sci-fi, facendolo con un film minimale che abbraccia quei silenzi e quei monologhi interiori che in parte avevamo visto nel bellissimo MOON.
Con tanta passione nel gestire una storia tutt'altro che semplice, tra terra, luna, Nettuno e spazio, con un rapporto difficile tra padre e figlio e una minaccia che rischia di sterminare il genere umano.
Ancora una volta è una tragedia, un trauma infantile ad innescare il viaggio interstellare di Roy, tra avventura, paura, conoscenza e bisogno di risposte.
Un viaggio che richiede un coraggio incredibile nel voler salvare se stesso, il padre, l'umanità, da una catastrofe immediata in parte dovuta alle conseguenze dell'intero genere umano e delle strane richieste poste a Roy quando incontrerà suo padre. Il rapporto tra i due è molto intenso, sembra quasi una sorta di sogno con il dubbio che non sia solo immaginazione ma il film che non si ferma a questo porta tutto verso un climax finale di enorme impatto e potenza visiva.
Ancora civiltà perdute per Gray che possono trovarsi nei luoghi più disparati, andando incontro a distanze cosmiche e location di una bellezza irresistibile, con un duo di attori che legge molto bene la galleria di sentimenti ed emozioni vissute, di paure, responsabilità e fragilità.
Ad Astra mette insieme tante cose, forse troppe, rendendole minimali e lente, quanto profetiche di una paura di quel cosmo che sembra attirarci a se ma che allo stesso tempo ci spaventa più di ogni altra cosa. Muoversi da un pianeta all'altro in poco più di due ore è una scommessa che Gray ha vinto, a volte in maniera stucchevole, ma sempre rivolto ai personaggi, alla loro caratterizzazione, alla crescita e allo spessore nel mettersi in gioco in primo piano.
Il messaggio può anche essere che il bisogno di sapere, porta alla consapevolezza di mettersi in viaggio verso qualcosa che forse non si raggiungerà mai, ma che per forza di cose va percorso.
Il viaggio è al tempo stesso la metafora della vita di ognuno di noi.