Visualizzazione post con etichetta Russia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Russia. Mostra tutti i post

domenica 22 aprile 2018

Bride



Titolo: Bride
Regia: Svyatoslav Podgayevskiy
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Una giovane donna in procinto di sposarsi deve fare i conti con una famiglia che manifesta comportamenti molto strani e inquietanti.

Di solito i russi non prediligono l'horror o meglio non fanno paerte di quei paesi così affezzionati al genere. Tuttavia quando prova alcune incursioni sul tema riesce alle volte a sorprendere con alcuni film interessanti come il pasticciato remake VIY, CARGO 200 e il pesantissimo PHILOSOPHY OF A KNIFE (tuttora una delle pellicole più pesanti mai viste).
Con Bride il taglio è decisamente più commerciale. Fantasmi+Casa "stregata"+Folklore popolare e antichi rituali cristiani. Il risultato è un film che nel primo atto ha una misuratissima atmosfera con un ritmo lento e una profondità di campo con il compito di immergere lo spettatore in quella che sembra una tradizione piuttosto desueta anche in Russia.
Dal secondo atto in avanti il film velocizza il ritmo, i jump scare sono tanti e abbastanza misurati e l'idea generale è di un buon film che non ha nulla da invidiare al confronto con altre produzioni coadiuvati da budget faraonici.
Alternando sequenze ambientate nell'ottocento con una messa in scena contemporanea (il film è ambientato ai nostri giorni) narra di questa strana pratica in cui venivano fotografati i cadaveri per ricordarli e perché i loro spiriti rimanessero a vegliare sui congiunti; essi però sono catturati dall’obiettivo della macchina fotografica con le palpebre chiuse e, sopra, degli occhi disegnati.
The Bride grazie anche a delle buone prove attoriali e una messa in scena efficace è quella dark story tipicamente russa, abbastanza indipendente e sconosciuta (non avrà mai una distribuzione da noi) capace di sinistre suggestioni e di muovere qualcosa di nuovo a diffferenza della moltitudine di film sul genere che vantano numerosi sequel e prequel forse eccessivi che spesso sottolineano l'intento commerciale e non quello narrativo raccontando in fondo sempre le stesse cose.

martedì 20 marzo 2018

Loveless


Titolo: Loveless
Regia: Andrey Zvyagintsev
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 4/5

Zhenya e Boris hanno deciso di divorziare. Non si tratta però di una separazione pacifica, carica com'è di rancori, risentimenti e recriminazioni. Entrambi hanno già un nuovo partner con cui iniziare una nuova fase della loro vita. C'è però un ostacolo difficile da superare: il futuro di Alyosha, il loro figlio dodicenne, che nessuno dei due ha mai veramente amato. Il bambino un giorno scompare.

Zvyaginstev è uno dei più importanti registi russi contemporanei.
I suoi film sono drammoni molto spessi che il più delle volte agiscono sotto chiave politica diventando delle grandi metafore dei controsensi e la corruzione della Russia post-moderna.
Il suo ultimo film è un viaggio verso la deriva morale di una coppia, e al contempo una detective story sulla scomparsa di un figlio che nessuno dei due vuol tenere.
Un film molto lento, camera fissa, diversi piani sequenza come a creare una struttura e un'atmosfera malinconica e riempiendo i vuoti del melodramma che ritrare tutta quella miseria esistenziale che Zhenya e Boris, incapaci di parlarsi, ricercano disperatamente in altre relazioni.
Trovare il proprio figlio potrebbe significare ritrovare il senso delle cose, in un paese sempre più gelido nei rapporti, o ritrovare quel senso di normalità che seppur fatto di quotidiana prassi, cerca di riconfermare un ordine in una sorta di fenomeno che sembra abbracciare sempre più coppie alla deriva e in cui i figli non solo non vengono visti ma risultano impedimenti per il proprio successo e tornaconto personale.

venerdì 5 gennaio 2018

Tesnota

Titolo: Tesnota aka Closeness
Regia: Kantemir Balagov
Anno: 2017
Paese: Russia
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 4/5

Siamo a Nalchik, nel Caucaso settentrionale, l’anno è il 1998. Ilana, 24 anni, aiuta il padre nella sua officina. La sera, dopo che in casa viene festeggiato il fidanzamento del secondogenito Davis, il ragazzo viene rapito insieme alla sua amata.
La comunità ebraica di cui entrambe le famiglie fanno parte si riunisce per provare a racimolare i soldi necessari per pagare il riscatto. Ma non bastano. Che cosa è disposta a fare la famiglia di David per salvare suo figlio?

Tesnota è stata sicuramente una delle sorprese dell'ultimo TFF. I perchè sono tanti oltre ad aver un giovane mestierante alla sua prima regia sotto la benedizione di Sokurov.
Un'apparente giallo che nasconde in realtà una critica molto ampia sulle tradizioni e sulla vita in una zona rurale del Caucaso settentrionale capitale della Repubblica Autonoma di Kabardino-Balkaria, Nalchik – seppur non direttamente – osservava con molta attenzione l’intensificarsi del secondo conflitto ceceno (nel film vengono mostrati alcuni videotape a dir poco estremi di alcune uccisioni) e, seppur da sempre integrati nel tessuto sociale del posto, gli ebrei preferivano – diciamo così – non dare troppo nell’occhio.
Un paese dove se è vero che la guerra è finita (i video sulle uccisioni dei Ceceni sono a dir poco estreme, quasi degli snuff movie) dall'altro la tensione, la paura e il paradosso che alcune minoranze si trovano a dover affontare a causa di conflitti passati e di un odio e di un pregiudizio che forse non guarirà mai sono elementi che il regista non trascura mai.
Al centro della vicenda c'è lei Ilana, una giovane protagonista che sembra assorbire tutta la vicenda trasmettendo enfasi ed empatia in ogni sua espressione. Ed è proprio lei, giovane ragazza ribelle, a cercare di portare un piccolo cambiamento senza mai aver paura delle azioni e del fatto che essendo ebrea continua a non essere vista di buon occhio dagli amici del ragazzo di differente etnia.
Allo stesso tempo tutta la dinamica del rapimento e della difficoltà a riprendersi il proprio figlio, Balagov ne è interessato ma sotto un altro profilo senza seguire quasi mai l'aspetto dell'indagine ma muovendo gli attori e soprattutto Ilana verso altre destinazioni a cui il rapimento è collegato.
E' un film che mostra anche tutti i ruoli all'interno del nucleo con un padre più permissivo a differenza di una madre che detta le regole e non vede di buon occhio la vita "trasgressiva" che Ilana cerca con gli amici.
E alla fine, sarà proprio a lei, Ilana, che verrà chiesto il sacrificio maggiore per poter riabbracciare David. Ma, anche stavolta, la giovane ribelle farà la sua mossa in modo come sempre imprevedibile, sacrificando(si), certo, ma scegliendo lei in che modo.


domenica 28 maggio 2017

Guardians

Titolo: Guardians
Regia: Sarik Andreasyan
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Durante la guerra fredda, un'organizzazione chiamata "Patriot" ha creato una super-squadra di eroi che includevano membri di diverse repubbliche sovietiche. Per anni questi eroi hanno dovuto nascondere le loro identità, ma con l'avvento di tempi difficili ora devono uscire allo scoperto. Questi eroi sono un uomo che può manipolare la pietra, un uomo capace di mutarsi in orso, una donna che ha la capacità di manipolare e trasformare l'acqua e un teleporta massicciamente armato.

Un vero compendio del trash. Così si potrebbe riassumere il kolossal russo copia e incolla di tante nefandezze cinematografiche americane. Il film povero sui supereroi che arriva dalla grande madre Russia. Che roba strana questo Guardians. Prima di tutto perchè nel suo essere così action, tamarro, banale, fatto male, con una post-produzione in fretta e furia con le briciole che rimanevano del budget.
Comunque alla fine di tutto il film preso per quello che è non è male. Ci troviamo di fronte ad un prodotto di evasione con l'unico scopo di intrattenere e cercare di resuscitare qualche fantasma bolscevico oltre che presentare uno dei nemici più tecnologicamente inadeguati della storia del cinema moderno. Sembra un mix tra quel capolavoro orientale di tanti anni fa KYASHAN e un qualsiasi film di super eroi americano prodotto dalla Asylum e da qualche altra strana e sconosciuta casa di produzione di serie b o molto peggio.
Al di là di ammettere una certa difficoltà a far andar giù il russo nelle scene ironiche, Andreasyan non risparmia un certo tono politico nella pellicola e di certo non si fa mancare tante scene di combattimento provando ad azzardare rallenty e piani sequenza con risultati spesso altalenanti.
Sembra il Mortal Kombat russo per come soprattutto la tenebrosità e la caratterizzazione di alcuni protagonisti sembra rispecchiare anche dal punto di vista dei costumi una certa tendenza a creare personaggi dal taglio oscuro e in fuga dal passato.
Di certo questi Patriot non conoscono la fragilità, sembrano una nuova milizia russa post-contemporanea che sbaraglia il vecchio Kgb per far fronte ad un nuovo ordine globale.
Vediamo i cosacchi cos'altro tirano fuori.

Rimane il fatto che nonostante tanti dialoghi, alcuni davvero inutili, il film mi ha divertito.

martedì 13 dicembre 2016

Zhit

Titolo: Zhit
Regia: Vasili Sigarev
Anno: 2012
Paese: Russia
Giudizio: 4/5

Un luogo imprecisato della Russia, oggi.
Tre storie che si intrecciano. Un comune denominatore: il lutto o, meglio, il tentativo di elaborarlo. Si sa, ognuno tende a superare una tragedia a modo suo, e non sempre ci riesce. Non è mica facile. Spesso si scelgono strade impervie, sentieri non tracciati, vicoli ciechi.

Zhit aka Living è un dramma lento e straziante ambientato in una imprecisata landa desolata russa. Tre storie di cui una in particolare riesce a far provare quel senso di ingiustizia, di squallore che sembra essere il modus operandi di una popolazione in parte sessista e maschilista soprattutto nelle aree periferiche e abbandonate dallo stato.
La donna, sempre lei, si ribella, si oppone, rendendosi presto conto che la militia russa e le istituzioni non stanno dalla sua parte e quindi dovrà elaborare e farsi carico di tutta la sofferenza attorno a lei. Una disamina sull'accettazione del lutto che come la giovane protagonista investe anche altre madri senza contare il supporto del prete e il suo ruolo di mantenere alto il peso della politica e delle istituzioni.
E'un film cupo e disperato, in cui l'illusione di poter credere e affidarsi alla giustizia sembra già perso in partenza in un paese gelido e complesso negli ideali che promuove.
La scena in treno e straziante, forse la peggiore, che colpisce con una brutalità lo spettatore e lascia impunita la tragedia diventando uno dei termometri maggiori di un film che in fondo approfondisce il rapporto con la morte.
Una coralità sui generis che abbraccia altre due store, anch'esse drammatiche sviluppate su altri drammi familiari e cambiando target generazionale.

Un film minimale, poche e scarne location che come il freddo e il bianco sembra assurgere ad una sorta di limbo dove le persone cercano di dare un obbiettivo alla loro vita senza impazzire o alcolizzandosi come unico divertimento dimenticandosi così e accettando parte delle ingiustizie e delle violenze.

giovedì 21 luglio 2016

Hardcore!

Titolo: Hardcore!
Regia: Ilya Naishuller
Anno: 2015
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Henry si sveglia mutilato senza ricordare la propria identità, ma capisce ben presto di essere un cyborg, ricostruito dalla moglie scienziata dopo essere stato massacrato dal crudele Akan, uno psicopatico dotato di poteri di telecinesi. Per Henry avrà inizio una fuga a rotta di collo dagli agenti di Akan, prima di prendere consapevolezza di avere una forza sovrumana.

Hardcore è puro intrattenimento per un regista che altro non fa che girare un lungo dopo la buona prova dei video girati per i Biting Elbows.
Il film è di fatto una sorta di videogioco che non si prende troppo sul serio mischiando elementi di sci-fi, tecnologie d'avanguardia, con tanto sangue e inseguimenti mozzafiato.
Un film che cerca di correre più velocemente che può per non dare modo allo spettatore di concentrarsi sulla storia e la banalità sconvolgente con cui è stata scritta.
Di fatto il film è un action tutto in soggettiva come d'altronde è stata forse la svolta per i videogiochi sparatutto dal '92 in avanti.

Non è il primo ad usare la GoPro in modo soddisfacente, ma è il primo a convogliarla solo per l'intrattenimento fine a se stesso. Al cinema con la colonna sonora giusta diventa un'esperienza abbastanza nuova e stimolante, ludica a tutti gli effetti dove i neuroni possono tranquillamente andare in letargo

venerdì 29 gennaio 2016

Viy

Titolo: Viy
Regia: Oleg Stepchenko
Anno: 2014
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Londra, 1713, il cartografo inglese parte in viaggio per realizzare la mappa delle terre della Transilvania. Dopo aver passato i monti Carpazi, trova un piccolo villaggio isolato dal resto del mondo, i cui abitanti si nascondono dai demoni e dalle creature che controllano la zona. Non capiscono che il male ha trovato da lungo tempo casa nelle loro anime e che sta solo aspettando un'occasione per uscire nel mondo esterno. Solo un uomo può svelare questi misteri e fermare le spietate creature: l'impavido cartografo Jonathan Green.

Capita di rado di imbattersi in un kolossal russo-ceco-sino-tedesco-inglese con un budget di 26 milioni. Alla sua opera prima il regista emergente sforna una pantomima che cerca di strizzare l'occhio a più generi cinematografici, inserendo c.g e mescolando favola e horror, confezionando così un remake di un film del 1976, non che un adattamento dell’opera omonima di Nikola Gogol.
Una dark novel che punta tutto sull'enorme sforzo in fase tecnica, con un magnifico lavoro di fotografia e delle location davvero sorprendenti, con un cast funzionale e autoctono, fatta eccezione per la parte british con Fleming e pochi altri.
Dai dialoghi e dalla estenuante messa in scena è un film che arranca spesso puntando troppo sulla sottile vela di ironia russa che aleggia in tutto il film e che spesso sembra prendersi dei tempi troppo lunghi per dilatare la narrazione, dal momento che la storia è semplice e senza grosse rivelazioni.
Viy è un film che punta su alcuni momenti di puro intrattenimento davvero eccellenti, come la scena nella locanda della trasformazione, senza però riuscire ad avere un ritmo e una formula narrativa efficace e sempre coerente.

La parte in cui viene criticata la reigione come sistema simbolico organizzatore di senso a favore del positivismo moderno e scientifico è interessante ma non intelligente come ci si poteva aspettare.

lunedì 29 ottobre 2012

Philosophy of a Knife



Titolo: Philosophy of a Knife
Regia: Andrey Iskanov
Anno: 2008
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Tra documentario e fiction, il film racconta la vera storia degli orrori della Unit 731, unità dell'esercito Giapponese attiva dal 1936 al 1945, che agli ordini del generale Ishii Shiro, era incaricata di studiare e testare armi chimiche e biologiche (violando il protocollo di Ginevra dove era vietato usare queste armi). Le ricerche prevedevano test su cavie umane, e a questo scopo venivano usati Cinesi, Russi e in generale i prigionieri di guerra, ma non solo. Infatti ceppi di batteri venivano liberati sulla popolazione civile con lo scopo di far scoppiare epidemie (peste, tubercolosi, antrace, colera) per poi studiarne gli effetti e raccogliere dati utili per le ricerche. Il numero di cavie che furono coinvolte si aggira tra le 3000 e le 12.000 unità, ma si sostiene che il numero di vittime (infetti) arrivi fino alle 200.000 unità.

Annichilente.
Al di là della durata che arriva quasi a cinque ore di montato senza contare il girato, il film di Iskanov è un doloroso pugno allo stomaco.
Un viaggio nella banalità della violenza se la Arendt avesse potuto dire qualcosa.
Si parte tra facce letteralmente tolte a ragazze (previo taglio dietro la nuca), tra torture ad arti preventivamente congelati, tra insetti vivi immessi in vagine e tra ciò che dice una delle protagoniste di nazionalità russa intervistata tra una tortura e l'altra.
Ishii Shiro, l’uomo a capo dell’Unità 731, è solo uno dei tanti figli di puttana che ha abusato del suo ruolo per dare prova della sua perversione.
Sembra che per ogni paese ed epoca storica ci siano stati personaggi come questo, in un qualche modo resi tali da un governo che non si può considerare come tale.
Il consiglio è quello di andare a leggere cosa è capitato, dopo di che, per chi se la sente, si possono osservare le realtà fotografate dai dati, i risultati davvero scioccanti se si pensa che è tutto reale e preso da un fatto poco conosciuto ma che ha incredibilmente sconvolto i mass media.
A parte tutto questo l’unica pecca è quella relativa ai fondi che Iskanov ha ricevuto per girare questo film. Dal momento che un’opera come questa è davvero poco vendibile e assolutamente anti-commerciale, anche i produttori si sono sottratti sapendo che molto probabilmente ci avrebbero perso e così dal cast alle location fino ad alcune scene, pesa il fatto di dover vedere così tanto questi tagli low-budget.
Il filo del docu-film comunque alterna un sadismo spietato ad una noia mai così sovrana nel cercare di prendere un attimo fiato dopo quanto visto.

martedì 27 marzo 2012

Wolfhound


Titolo: Wolfhound
Regia: Nikolai Lebedev
Anno: 2006
Paese: Russia
Giudizio: 2/5

Wolfhound ha visto la sua famiglia massacrata dalle orde guidate da un massacratore il cui polso era tatuato con un muso di lupo. Fuggito dalle miniere in cui era stato imprigionato e divenuto adulto ora il suo unico scopo è la vendetta. Dopo aver sconfitto un malvagio guerriero che riteneva fosse il responsabile del massacro e aver liberato una fanciulla e un guaritore cieco che erano suoi prigionieri, il guerriero riprende la sua caccia. Incontrerà numerosi ostacoli ma avrà sempre accanto a sé lo spirito della madre a guidarlo. Finché un giorno incontrerà la principessa Helen, promessa sposa del guerriero Vinitar. La accompagnerà nel viaggio per raggiungere il futuro consorte e così dovrà scontrarsi finalmente con il suo avversario di sempre.

Sicuramente un encomio Lebedev in questa gigantesca produzione russa se lo merita. Eppure il paese guidato dal despota Putin si vede che non ama molto il fantasy e infatti il film incappa in tutti gli errori del genere non riuscendo, premettendo l’impegno e lo sforzo, ad avvicinarsi all’attesa dei fan e del pubblico occidentale.
Le cause sono tante dal montaggio a volte troppo frenetico per nascondere le imperfezioni sugli effetti speciali alle inquadrature irregolari, la struttura narrativa troppo monotona e lineare e poi una confusione pazzesca nel finale con la creatura e la luce divina che giunge a salvare l’eroe.
Dall’altra parte invece il cast è funzionale(peccato per il doppiaggio tremendo) le location sono buone così come i costumi e forse la cosa più carina del film ovvero ala spezzata.


lunedì 21 marzo 2011

Cargo 200

Titolo: Cargo 200
Regia: Aleksej Balabanov
Anno: 2007
Paese: Russia
Giudizio: 4/5

USSR. 1984. La fine dell'era sovietica. Una città di provincia. Dopo essere stata in discoteca la figlia del segretario distrettuale del partito comunista sparisce. Non ci sono testimoni. Nessun sospetto viene fermato. In quella stessa sera, in una casa nei dintorni della città, viene commesso un brutale assassinio. Sospettato è il proprietario della casa. Entrambe le indagini vengono affidate al capitano di polizia Zhurov.

Duro, pessimista, polemico e decisamente necessario così potrebbe essere definito l’ultimo vero film di Balabanov.
Il film cerca di rappresentare con un certo cinismo, un disordine totale che si stratifica nella fine della società sovietica, cercando di raccontare in maniera molto intima una Russia dispersa a differenza del precedente BROTHERS e dell’ottimo documentario UOMINI E MOSTRI.
Un ritratto doloroso che non regala nessuna descrizione compiacente dei personaggi ma anzi a partire dai dialoghi sboccati e dall’egoismo barbaro mostra una Russia disfatta e abbruttita dai comportamenti grotteschi di uomini, donne e giovani che non fanno altro che bere e usare la violenza come valvola di sfogo giustificata e accettata.
La storia di Zhurov che mischia anche una bella dose di necrofilia in una scena di sevizie e coprofagia che non sarà facile da cancellare, è la metafora dell’abuso di potere che nella sostanza riesce davvero ad avere un’etica terrificante e una freddezza agghiacciante, ritratta su un personaggio emblematico che potrebbe per assurdo sembrare uno dei meno squallidi quando invece mostra un comportamento barbaro da presumere la condanna che Balabanov non concede soprattutto alla imponente militia. C’è poi il professore di ateismo scientifico, Aleksey che gira con la maglietta con su scritto CCCP che contrabbanda alcolici e infine la povera Angelica.
Un film non semplice nella sua struttura, appesantito da tematiche che non vengono sviluppate fino in fondo ma rimanendo delle congetture cervellotiche nelle menti contagiate dei suoi protagonisti.
I gruz 200(Cargo) sono gli aerei che riportavano in patria le salme dei soldati russi in Afghanistan.
Violento ma mai troppo dispersivo regala più di quanto ci si possa aspettare e cogliendo la strada del realismo puro e impietoso.


domenica 20 marzo 2011

Mongol

Titolo: Mongol
Regia: Sergej Bodrov
Anno: 2007
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

La pellicola racconta la vera storia di Temugin, un giovane guerriero che, nel XII secolo, conquistò tutte le terre d'Asia con il nome di Gengis Kahn.

Mongol vuole essere l’epopea storica del grande personaggio di Gensis Khan che per tutto il film viene chiamato Temugin, suo vero nome, e che conquistò e unificò l’Asia verso la fine del 1100.
Devo dire che sotto il profilo storico mi aspettavo una serie ben più nutrita di eventi che portano Temugin alla suddetta conquista, così non è stato solo per la scelta del regista di cambiare struttura del film tenendo una voce narrante di Temugin come commento e riflessione del protagonista.
Anche se così non sembra, il film si chiude proprio su quello che è l’apogeo del condottiero mongolo più famoso che esista.
Bodrov costruisce un film con paesaggi stupendi, cerimonie e poche ma intense battaglie. Un profilo di un’umanità sconvolgente che sembra essere la più appropriata per il Khan, da cui trapela un indole da stratega e da riformatore e rivoluzionario.
Scelte da vero leader che andrebbero revisionate in chiave odierna contando che il regista russo si è potuto permettere il lusso di provocare leggermente con più di una battuta.
Ancora una grande prova per il grande Tadanobu Asano di cui non starò a parlare vista la sua ormai incontrastata fama.
Si può dire che non manca praticamente nulla in questo film biografico originale e maestoso che vanta anche una bellezza onirica e suggestiva grazie alla fotografia forse a tratti documentaristica di Rogier Stoffers e Sergei Trofimov.