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lunedì 7 ottobre 2019

C'era una volta...a Hollywood

Titolo: C'era una volta...a Hollywood
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rick Dalton, attore televisivo di telefilm western in declino, e la sua controfigura Cliff Booth cercano di ottenere ingaggi e fortuna nell’industria cinematografica al tramonto dell’età dell’oro di Hollywood.

Il nono film del regista americano, sempre sulla bocca di tutti, ci regala il film più ambizioso e meno cinematografico della sua carriera ma anzi metacinematografico.
Un film che sembra un testamento di un regista ancora in forma che racconta e si racconta omaggiando uno dei suoi generi preferiti e alcuni dei nostri autori italiani dello spaghetti western. Un genere che proprio in quegli anni ormai saturo  stava cedendo il posto alla nuova Hollywood, agli hippy riscrivendo così una generazione odiata e schifata dal protagonista, quell'anno zero della società. In quel microcosmo dove tutti cercano lo sballo bevendo e fumando, il totale disfacimento diventa uno dei simboli chiave del film, che ruota attorno a Rick come ai fantasmi nel'armadio di Booth guardando alla totale distruzione della società dove tutto è lecito e dove dietro la bellezza c'è tanto smarrimento e solitudine.
Un'opera da un lato ambiziosa, la tragedia di Sharon Tate, dall'altro nostalgica e per alcuni aspetti in più punti anche difficile da sopportare (i deliri e i monologhi di Rick Dalton sul set). L'ultimo film di Tarantino a differenza di tutto il resto del suo cinema, non sembra avere una trama vera e propria, dura moltissimo, si prende i suoi tempi allargandoli, dilatandoli e deformandoli, divertendosi a ricostruire con spirito più o meno filologico la Hollywood degli anni Sessanta e i suoi prediletti film di serie B ed è il terzo film della sua filmografia che riscrive la storia come succedeva per INGLORIOUS BASTARD e Django Unchained perchè solo in questo modo può avvenire il suo riscatto.
Tuttavia ci sono alcuni momenti che non possono essere definiti solo deliziosi ma di più, riescono a far andar fuori di testa qualsiasi amante del grande cinema e parlo ovviamente di quel finale riscritto, quell'ultima mezz'ora dove finalmente si arriva al dunque, con Cliff vero protagonista e forse del vero finale (la scena in cui Dalton viene invitato ad entrare nella Hollywood che conta) dove per un attimo ho pensato che potesse e volesse rimanere aperto per farci credere che forse accantonato un nemico, quello vero sta per arrivare.
Un regista che da sempre ha fatto quello che ha voluto ( in pochi ci sono riusciti) uccidendo il cinema, i suoi protagonisti, i suoi eroi, a volte arrivando ad uccidere il cinema che lui stesso ama e glorifica. E'forse l'opera più anomala di tutte che si distacca dai suoi precedenti lavori dove il sangue è centellinato, ma la scena finale è pregna di sanguinolenti minuti dove di nuovo le fanciulle non fanno una bella fine, così come le scene di combattimento e le linee temporali sfasate, qui tutto coincide pienamente è viene riassunto in quel fatidico '69 da febbraio ad agosto.
Se pensiamo che la parte più bella dura mezz'ora e coincide con il climax rimangono davvero tanti dubbi e forse una pretenziosità in altri momenti ormai sfuggita di mano.
L'aver preso a pugni in faccia e spappolato le facce dei componenti della Manson family è cosa grata di cui sarò sempre felice, Polanski forse per questo, trattandosi di un gioco non ha detto nulla, Tate sprecatissima dove il culmine arriva laddove lei entra in un cinema per guardarsi e lasciando tutti sgomenti per l'assoluta inconsistenza della scena, e un Brad Pitt immenso, il vero cuore pulsante del film, uno psicopatico che non si vedeva da tempo che quando entra nel covo della bestia mette tutti in riga come dei morti viventi di romeriana memoria.

Marianne-Prima stagione

Titolo: Marianne-Prima stagione
Regia: Samuel Bodin
Anno: 2019
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Una famosa scrittrice horror torna nella sua città natale e scopre che lo spirito malvagio che la perseguita in sogno sta provocando il caos nel mondo reale

I francesi nell'horror hanno sempre fatto scintille.
Marianne è un compendio di così tanti elementi mischiati che ne sanciscono variazioni su generi ormai ampiamente abusati, una trama opprimente e allo stesso tempo per un mood claustrofobico infarcito di elementi.
Un'operazione commerciale con tanti obbiettivi tra cui sicuramente quello di spezzare una monotonia di scrittura e puntare tutto sull'azione e i jump scared (davvero..davvero troppi). Un prodotto dove il soprannaturale, il disagio reale, la città che richiama demoni e segreti con i suoi inquietanti sacrifici, i personaggi (pochi ma buoni) che cercano di divincolarsi da una caratterizzazione spesso accennata e confusa.
Marianne mischia spesso i piani temporali, regala tanto di quel sangue che si fatica a credere ma allo stesso tempo, pur essendo pensata per un pubblico giovane (vietata ai minori di 14 anni) non riesce mai a far paura e inquietare davvero a causa del suo ritmo troppo accelerato e di una protagonista sfacciata che non sembra mai avere paura di nulla (nonostante quello che le succeda ha dell'incredibile). Un canovaccio con troppi elementi, spesso sbilanciati, che non sembrano dare mai una calma per soffermarsi a pensare a cosa stia succedendo, una continua burrasca, come il mare e le onde che si infrangono sugli scogli di Elden.
Sembra la risposta europea, con i tocchi classici dell'horror americano, delle Terrificanti avventure di Sabrina-Season 1 con più sangue e il taglio ancor meno teen.
In fondo i parti mentali di una scrittrice che diventano reali si sono già viste. I richiami sono tanti come le citazioni all'interno della serie.
Streghe, possessioni, sedute spiritiche con cani indemoniati, demoni che escono dal grembo materno, personaggi che svaniscono nel nulla senza più tornare se non sotto forma di fantasmi, tremendi incubi d'infanzia, un manipolo di amici fedeli che diventano a loro insaputa vittime sacrificali e per finire forse una delle cose più belle, la cittadina di Elden, con i suoi grigi paesaggi marini.
Dal punto di vista tecnico il risultato è impeccabile. Marianne, per l'enorme quantità di dettagli e formule andrebbe visto tutto insieme senza lasciare grossi buchi per non perdersi in una trama che allo stesso tempo se si fosse presa più tempo, togliendo elementi e approfondendo ancora di più quanto chiamato in causa, poteva risultare ancora più accattivante. Il risultato finale è comunque buono, averne di serie di questo tipo, e messe in scena con coraggio e tante formule narrative.

mercoledì 2 ottobre 2019

Boys-Prima stagione

Titolo: Boys-Prima stagione
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

I supereroi che vivono nel mondo moderno, fra social network e grandi società, sono seguiti da una multinazionale che ne gestisce immagine, merchandising, apparizioni e collocazioni nei vari stati del nord-america. Ma i "super" non sono sempre quello che sembrano: hanno vizi, più o meno accettabili dall'opinione pubblica, e commettono errori. La Vought-American si occupa di nascondere al mondo i difetti dei loro assistiti e di gestire le loro eroiche azioni, arrivando anche ad organizzare finti crimini, affinché aumentino la loro popolarità. In base al gradimento del pubblico, ai Super vengono dati incarichi più o meno importanti, diventano star del cinema e testimonial commerciali di prodotti che sponsorizzano la Vought-American.
Il gruppo di Super più famoso sono i Sette, capitanati dal Patriota, il perfetto eroe americano. Con la dipartita di Jack da Giove, viene inserita nel gruppo la giovane eroina Starlight, molto amata dal pubblico perché incarna lo stereotipo della brava ragazza del sud. Ma subito i colleghi si rivelano cinici e tutt'altro che eroici come pensava.
Il giovane Hugie è insieme alla sua ragazza quando A-Train la travolge in piena corsa, disintegrandola. Il Super si scusa spaventato e scappa. Questo fatto e la richiesta di Hugie di avere giustizia, fanno sì che venga avvicinato da Billy Butcher che vuole riformare la squadra di ex-agenti incaricati di punire i Super per i loro crimini: i "Boys".

Invasi ormai dall'universo Marvel e in parte minore dai prodotti Dc, le produzioni da tempo stanno intuendo come la materia possa cercare di osare di più andando oltre la visione del super-eroe beniamino di tutti quando potrebbe essere tranquillamente uno stronzo egoista.
E chi scomodare allora se non il prolifico Garth Ennis che dopo il successo della serie di Preacher-Season 1 viene di nuovo chiamato in causa per una delle sue opere più famose appunto The Boys dove il nome sta ad indicare gli antagonisti dei cattivi e corrotti super-eroi.
La prima stagione non fa sconti mettendo nel calderone tutto lo schifo che possiamo pensare di credere da chi in realtà dovrebbe proteggere i deboli ma in realtà e al soldo di un'importante multinazionale che controlla tutto per i propri profitti.
Con un incidente scatenante davvero gustoso e splatter gli episodi fin da subito intuiscono l'elemento più importante quello dissacratorio dove ad essere presente sempre e manifesta per lo spettatore è la scorrettezza di fondo di tutti buoni e cattivi in un girotondo perverso dove la carica di violenza e irriverenza travolge tutti facendo uscire il peggio dalle persone comuni come Hugie.
La corruzione e il cinismo sono gli elementi che più corrispondono agli intenti dello scrittore lasciando come sempre un'amara condanna sulle scelte dei singoli individui e del mondo che ci circonda sempre più avvezzo a portare a termine i suoi tornaconti.
Il modo in cui conosciamo i Super con la scena in cui Starlight viene costretta come in un battesimo del male a fare un pompino a The Deep è magistrale e in un attimo riesce ad essere un compendio di tutti i sentimenti e i rancori nonchè l'onnipotenza di questi strani impostori. Sembra quasi la parodia del movimento #metoo dove alla fine Starlight accetta.
Svettano sicuramente alcuni personaggi rispetto ad altri, non tutti riescono sempre ad essere caratterizzati a dovere.
I Super altro non sono e rimangono che lo specchio della società che si nasconde dietro uomini e donne forti che riescono ad avere follower a dismisura e trasformare l'opinione pubblica. Investiti di così tante responsabilità che alla fine diventando super problemi e dando loro personalità a dir poco disturbate, maniacali, egoiste e qualsiasi altro difetto possa venire in mente, incluso lo sfruttamento della schiavitù sessuale e persino la pedofilia.
L'opera cult di Ennis racconta quindi in sostanza un fenomeno culturale che riesce ad essere estremamente funzionale e attuale dove tutto è all'opposto di ciò che sembra basato su continue fake news, dove la manipolazione dell'opinione pubblica è la chiave per arrivare al potere.

venerdì 2 agosto 2019

Drive


Titolo: Drive
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Driver (non ha un nome) ha più di un lavoro. È un esperto meccanico in una piccola officina. Fa lo stuntmen per riprese automobilistiche e accompagna rapinatori sul luogo del delitto garantendo loro una fuga a tempo di record. Ora Driver avrebbe anche una nuova opportunità : correre in circuiti professionistici. Ma le cose vanno diversamente. Driver conosce e si innamora di Irene, una vicina di casa, e diventa amico di suo figlio Benicio. Irene però è sposata e quando il marito, Standard, esce dal carcere la situazione precipita. Perché Standard ha dei debiti con dei criminali i quali minacciano la sua famiglia. Driver decide allora di fargli da autista per il colpo che dovrebbe sistemare la situazione. Le cose però non vanno come previsto.

Drive è il miglior film di Refn. Un cult che seppur debitore di tanti altri film e con un plot abbastanza scontato, riesce a fuggire da tutti i clichè e gli stereotipi risultando un film estremamente affascinante, maturo, violento (caratteristica del regista) e patinato.
Ha lo stesso effetto di un incidente in un cocktatil di generi e citazioni, un mix di emozioni contrastanti in un film potente dall'inizio alla fine.
Un film che sembra un miscuglio guidando tra gli anni '80 e il post moderno, con un cast brillante di grandi nomi, una regia attenta e tanti preziosi particolari e scene madri indimenticabili.
Refn andrà ricordato come l'unico grande regista in grado di far recitare in maniera passionale e muta un attore inespressivo come Gosling.
La trama di Drive come dicevo è semplice, la sinossi non nasconde nessun plot twist fra le sue pieghe, una sceneggiatura che probabilmente lasciata nelle mani di altri registi sarebbe diventato l'ennesimo film già visto ma che Refn dimostra ancora una volta la sua bravura dietro la macchina da presa, mettendo il suo stile al servizio della trama. Ecco quindi che lo spettatore si ritrova una pellicola con pochi dialoghi e lunghi sguardi, dove le riprese sono sempre curate in maniera maniacale senza lasciare mai nulla al caso.
Il ritmo è lento, risultando proprio come un punto di forza soprattutto nel genere che poi rimanda in tutto e per tutto all'action pronto ad esplodere in attimi di violenza inusitata.
Senza contare una colonna sonora curata da Cliff Martinez che è subito entrata nella playlist delle soundtrack più belle di sempre.



mercoledì 10 luglio 2019

Destroyer


Titolo: Destroyer
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Erin Bell è un'agente dell'FBI di Los Angeles disillusa e stanca del proprio lavoro. Il ritrovamento di un cadavere la riporta agli eventi di diversi anni prima, quando con il collega Chris si era infiltrata in una gang di rapinatori guidata dal pericoloso Silas. Un colpo a una banca andato male e l'uccisione del suo partner, con il quale nel frattempo aveva avviato una relazione, avevano messo fine all'operazione e distrutto la sua carriera. Il ritorno di Silas in città è per Erin l'occasione di regolare i conti con il passato e mettere ordine nella sua vita, a cominciare dal rapporto conflittuale con la figlia adolescente.

Nicole Kidman è una sorta di macchina da guerra.
Recita sempre e ovunque in centinaia di film con i look più disparati e pazzeschi.
Destroyer sembra l'altro lato della medaglia di MONSTER del 2003 con la Theron. Entrambe bellissime sottoposte ad uno stravolgimento fisico e psicologico per arrivare ad essere dei mostri di bravura.
Destroyer è un poliziesco molto interessante e con una storia tutt'altro che semplice. Complice alla regia un nome che ormai per gli appassionati di cinema è sinonimo di garanzia, un cast perfetto ma soprattutto uno stile e una indagine tutt'altro che canonica dove Erin, spossata e appassita dalla stanchezza e dalla depressione, si muove come un fantasma essendo l'ombra di se stessa ma allo stesso tempo è letale e non sembra arrendersi mai di fronte a nessun ostacolo con il compito di dare una svolta alla spirale di violenza scatenata.
Diviso tra passato e presente con dei flash back che riescono a rendere ancora più interessante il ritmo e la narrazione, Destroyer è un duro colpo allo stomaco, senza sensazionalismi, happy ending, ma un film sporco e cattivo che fin dall'inizio colpisce per come tratteggia la sua protagonista, quasi come un'indagine di un film di Zahler dove si sa che finirà male se non malissimo per tutti.
Kusama affidandosi a una Kidman semplicemente straordinaria, infarcisce la sua storia di dettagli emotivi, di sensi di colpa e redenzione, creando qualcosa che va oltre il classico concetto di poliziesco e scontrandosi al suo interno con una pluralità di questioni e argomenti incredibili per come riescano ad essere narati singolarmente in maniera approfondita e originale.



A Vigilante


Titolo: A Vigilante
Regia: Sarah Daggar-Nickson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo essere stata lei stessa vittima di abusi, Sadie dedica la sua esistenza ad aiutare le donne a liberarsi dagli abusi domestici mentre dà la caccia al marito, che deve uccidere per sentirsi veramente libera.

Il revenge movie da sempre è uno dei sotto generi più sfruttati nel cinema. Non sempre però i risultati sono soddisfacenti oppure ottimali. La regista qui al suo esordio cerca di continuare un percorso in cui sempre più spesso sono le donne e non più solo gli uomini ad essere protagonisti.
Il cambio di timone è quando il film a differenza di alcuni prodotti molto più commerciali e divertenti, cerca di fare il salto diventando una riflessione sul lato crudele della società.
Sadie diventa l'emblema di una vendetta femminista dove le scene d'azione anche se centellinate sono piuttosto brutali e connotati da un'azione lenta ed esplosiva a differenza dei sensazionalismi a cui siamo soliti assistere.
Anche dal punto di vista degli accessori, il film è bilanciatissimo senza ricorrere troppo alle musiche, alle coreografie, agli stunt man e soprattutto alla c.g
La sfida di Sadie è sinonimo di una rabbia sociale contro la vessatoria autorità patriarcale che non ha nulla a che vedere con gli ultimi film usciti come Revenge o KILL BILL ma si muove più dalle parti di Perfection o M.F.A



giovedì 4 luglio 2019

It(1990)


Titolo: It(1990)
Regia: Tommy Lee Wallace
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In una piccola città di provincia, sette ragazzini, esplorando le fogne, risvegliano una forza malefica sotto le sembianze di un clown che semina morte e distruzione. Quando trent'anni dopo la forza si sveglia di nuovo, quegli stessi sette amici, diventati ormai adulti e disseminati in diversi stati, abbandonano famiglia e lavoro e si rimettono insieme nella città natia per affrontare per la seconda volta le loro devastanti paure.

A conti fatti le versioni tratte dai libri di King negli anni '90 sono state decisamente le migliori rispetto a questi remake moderni troppo patinati e pieni di c.g.
IT e L'OMBRA DELLO SCORPIONE come mini serie televisive seppur con i limiti del caso, riuscivano a infondere l'atmosfera giusta che si respirava nei romanzi.
Wallace poi aveva esordito con uno degli horror più interessanti degli anni '80, Halloween 3, purtroppo demolito da critica e pubblico.
IT conserva come dicevo nei suoi limiti di budget un'aura mistica e magica che sembra far rivivere come l'album di fotografie di Mike Hanlon i tragici eventi di Derry grazie alla fortuna di aver un manipolo di giovani attori in stato di grazia a differenza dei giovani/adulti della seconda parte (sempre funzionali ma non indimenticabili).
Questo adattamento tiene conto di molti aspetti suggestivi del romanzo mettendone purtroppo da parte altri come quelli che ancora una volta andavano a rompere dei tabù importanti per uno scrittore che demoliva le regole del lecito e proibito. In questo caso la comparazione con Pet Sematary, il libro ovviamente, sembra doveroso ( nel romanzo quando Gage diventa quello che deve diventare, trasformato dal cimitero, e parla con la voce di Norma prima di uccidere Jud, scopriamo che l'anziana moglie malata in passato era solita farsi sodomizzare dagli abitanti del posto ridendo durante l'amplesso ai danni del povero marito. In IT nel romanzo Beverly prima di affrontare il mostro, quando sono piccoli, decide di darsi a ognuno dei membri del Club dei perdenti in una sorta di gang bang) come se l'aspetto sessuale fosse stato ignorato in entrambi i casi.
IT poi ebbi la fortuna/sfortuna di vederlo negli anni giusti tra infanzia ed adolescenza come per l'horror cult di Coppola e il terrore che entrambi mi generarono servì a farmi capire di cosa avrei avuto bisogno di cibarmi per il resto della mia vita.
IT faceva leva nelle paure ancora di più rispetto ai colleghi come Freddy Krueger (altro mostro leggendario e importantissimo per il cinema e per il contributo al genere) ma senza averne le stesse disposizioni slasher più tendenti al massacro e alla carneficina e questa assenza in IT era ancora più funzionale proprio perchè ti terrorizzava senza darti il colpo finale.
Pennywise è diventato leggenda grazie alla Leggenda performativa di Curry (Legend, ROCKY HORROR PICTURE SHOW) riuscendo ad essere mostro, lupo mannaro, ragno, mummia, ma soprattutto e più di tutto un clown distruggendo così un altra figura che avrebbe dovuto migliorare l'infanzia dei piccoli anzichè distruggerla (discorso analogo per Santa Claus che come per Bob Gray mangiava i bambini).
Superando la parentesi del clown, il mostro più grosso descritto da King è però la comunità di Derry che come Krueger nasce dall'odio degli abitanti della città. In quel caso veniva ucciso per vendetta dai suoi stessi concittadini e ottenne, dopo la morte, la capacità di manifestarsi nei sogni altrui, che sfruttò per tormentare ed uccidere i figli dei responsabili della sua morte, mentre nel romanzo di King agisce nella realtà in carne e ossa prima di andare in letargo.
Sempre di società ostile si parla, di quegli adulti che anzichè proteggere preferivano nascondere sacrificando quasi per un patto invisibile i loro stessi figli alla bestia piuttosto che affrontarla.
Da questo punto di vista le colpe sui padri e il senso di responsabilità diventano nel lavoro di Wallace fondamentali per descrivere il microcosmo di efferati delitti e le precise ragioni che portano un manipolo di ragazzini a combattere qualcosa di spaventoso e più grande di loro.
Pennywise, Bob Gray, non è diventato il villain principale di King, quello sarà sempre Randall Flagg, ma ha costruito un personaggio immortale e ancora oggi in grado di spaventare intere generazioni senza ricorrere come nella recente versione di Muschietti a un ritmo iper veloce e tanta c.g. Ancora una volta la maschera di Curry conferma che il terrore più alto e ispirato arriva sempre dalla mimica facciale e dalle azioni degli esseri umani che fanno più paura di qualsiasi mostro.
La produzione al tempo fu molto complicata e travagliata: tre mesi di riprese, il passaggio di testimone da George A. Romero a Tommy Lee Wallace e tagli decisi alla sceneggiatura (si passò da otto ore di durata, a sei per finire poi con due episodi che dureranno, nel complesso, poco più di tre ore)
Peccato per quel ragno finale...



Perfection


Titolo: Perfection
Regia: Richard Shepard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Charlotte, fenomenale ma problematica strumentista ossessionata dalla ricerca della perfezione, si mette sulle tracce del suo mentore avvicinandosi a Elizabeth, la sua nuova pupilla, per uno scopo tanto enigmatico quanto sinistro. L'incontro farà scivolare i due prodigi della musica in una sinistra spirale con conseguenze scioccanti.

Perfection è il thriller che non ti aspetti. Un film sfacciato con le palle.
Un paio di attrici di cui una è la protagonista dell'esordio di Peele e dunque la bella e indimenticabile Allison Williams.
Musica, revenge movie, thriller psicologico, individui talentuosi, saffismo a profusione, rivalità striscianti, arti mozzati, salti temporali, doppelanger e una chiusura prevedibile ma decisamente efficace.
Il problema dei thriller d'oggi a differenza dei maestri della nuova Hollywood che hanno saputo ridare enfasi al genere, è quello di mettere troppa carne al fuoco con il risultato che spesso il finale soffre di lacune e sotto trame che non venivano risolte a dovere il che però non significa non regalare finali aperti o libere interpretazioni.
Perfection prima di tutto sceglie una storia originale dove il climax finale ovviamente non potrà esimersi dall'aver puntato anche lui sull'inverosimilità nelle mosse finali e nel tentativo di incastrare perfettamente tutti i tasselli su un paio di tematiche abusatissime come lo stupro e l'omosessualità. Rimane invece davvero d'effetto e con una profondità negli intenti che in questo caso possiamo citare Aronosfky nel devastare fisicamente e psicologicamente le sue protagoniste e la mutilazione in questo rimane un'arma infallibile.
Qui l'occhiatina è proprio su uno dei maestri della nuova Hollywood, De Palma su tutti, dove però Shepard sembra aver messo una marcia più veloce e più spinta per unire sotto generi apparentemente inconciliabili e esplodere con tanti elementi e non accessori di decoro che aiutano a rendere dominante il conto finale.
Perfection disturba, ha un ritmo fondamentale per la sua riuscita, non perde mai un minuto ma rimane sempre sui binari giusti per l'intrattenimento e riesce a far ragionare ponendo dubbi e colpendo forte allo stomaco con alcune scene indimenticabili.



martedì 2 luglio 2019

Never grow old


Titolo: Never grow old
Regia: Ivan Kavanagh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un impresario irlandese trae profitto dalla conquista di alcuni fuorilegge di una pacifica città di frontiera americana, ma la sua famiglia viene minacciata e il numero delle vittime continua ad aumentare.

Ivan Kavanagh è un nome forse sconosciuto ma per gli amanti dell'horror indipendente e sinonimo di forza e coraggio. Al TFF avevo ammirato il suo primo film Canal, un interessante ibrido di tante cose suggestive e inquietanti con una messa in scena pulita e minimale. Un film che strizzava l'occhio all'horror soprannaturale con Lovecraft e il j horror in primis.
Il regista aveva dato vita ad un interessante esordio che vista la tematica, nelle mani di un qualsiasi mestierante, sarebbe diventata robetta con qualche jump scared forse d'effetto e basta.
L'atmosfera è rimasta la stessa anche in questo western, dove la narrazione procede lenta e in maniera efficace, studiando passo per passo le motivazioni che portano alla sciagura finale, al vero orrore come sempre nella politica d'autore del regista nascosto dentro ognuno di noi, anche in questo caso nella veste di un giovane padre che dovrà fare delle scelte spaventose.
Never grow old è quel western indipendente che cerca di fare il grande salto mettendosi al livello delle ultime importanti opere di genere uscite negli ultimi anni.
Da questo punto di vista il genere è una metafora perfetta per un'America sanguinaria i cui intenti non sono mai cambiati.
Il genocidio dei nativi americani è stato solo l'inizio prima di arrivare all'altro lato oscuro del "sogno americano", della "ricerca della felicità" a tutti i costi e l'ipocrisia di una città oppressiva e patriarcale, che fu costruita dopo l'espulsione violenta e assassina dei nativi americani locali.
Kavanagh però a parte inserire tutti questi temi sembra andare oltre entrando nel vivo dell'oppressione e dello sfruttamento delle donne e del loro impiego nei bordelli.
Tutta questa parte racchiude e si prende la briga di toccare il fondo per quanto le leggi del "wild west" facessero schifo oltre che essere orrendamente sessiste. Cusack finalmente dopo tanti ruoli inutili riesce a dare enfasi ad un personaggio diabolico che conferma le sue ottime doti da villain dopo la prova iconica nel bellissimo Paperboy




venerdì 14 giugno 2019

Cane di paglia


Titolo: Cane di paglia
Regia: Sam Peckinpah
Anno: 1971
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Campagna scozzese. Un professore americano viene ad abitarvi con la giovane moglie, che è nata lì. Lui studia e lei si annoia. Alcuni vecchi amici della ragazza, sollecitati dalla sua civetteria, la violentano. Rabbiosa reazione del marito, creduto un pavido.

C'era una volta LA FONTANA DELLA VERGINE il primo film sul filone revenge movie uscito l'anno precedente a firma di un grande autore come lo era Ingmar Bergman.
Il vecchio film in b/n del regista svedese ragionava su un tema semplice ma che fino a prova contraria sarebbe stato uno degli elementi più abusati nel cinema a venire come quello della violenza.
Trattare un tema come quello della giustizia personale e sommaria era materia complessa, ostica, perchè tirava fuori il peggio dell'animo umano e lo riversava sulle vittime come sfogo in una violenza senza pari fondamentalmente rispondendo al quesito che ogni persona sembra dal cuore d'oro finchè non gli toccano la famiglia.
Rispetto ad una filmografia improntata sul western con film dai toni molto più crepuscolari, Cane di paglia sembra essere una scheggia impazzita, un film molto più violento, un'opera minore dal punto di vista delle maestranze impiegate sul set e per la scenografia (un home invasion) e il budget volgendo questa sua creazione su un evento drammatico che sembra oggi giorno preso da un qualsiasi evento di cronaca diventando ormai routine nella globalizzazione dell'indifferenza che ci vede al giorno d'oggi tutti complici silenziosi.
Il cinema riflette alla base dell'ideologia presente nel film su tanti aspetti, uno dei quali ho apprezzato di più e che grazie ad un attore come Hoffman è stato possibile e parlo di quel cambiamento, insito in ognuno di noi, che ci porta a trasformarci in killer spietati o carnefici disposti a fare di tutto per poi, fatta giustizia, tornare a piangere e a dispiacerci per quanto successo come se fosse qualcosa che in fondo non ci appartiene. Lavorare su questi elementi e portare alla pazzia una persona comune, colta e raffinata, rappresentava proprio in quegli anni, uno studio sociale importante e interessante che il cinema non ha mai smesso di osservare e indagare.

Crying Freeman


Titolo: Crying Freeman

Regia: Critstophe Gans
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

C'è un assassino che terrorizza tutti, soprattutto i cattivi della Yakuza, la mafia giapponese. È crudelissimo ma si commuove di fronte alla bellissima che dovrebbe uccidere. Anche i killer hanno dunque un cuore

Crying Freeman uscì l'anno successivo a Corvo. Forse cercando di sfruttare il successo ottenuto dal film di Proyas, Gans regista troppo altalenante, si è buttato su questo action atipico di una bruttezza rara e indiscusso esempio di ironia drammatica e tante altre cose assurde, etc.
Fino a quel momento trasporre a livello cinematografico un comic, anzi manga, di successo non era un'operazione facile contando che proprio in quegli anni venivano tentati i primi esperimenti così come anche per i live action in maggior numero per fortuna in Oriente.
Cercando di dare vita ad un assassino che non fosse quello già visto fino fino ad allora e cercando di approntare delle migliorie dal punto di vista dei movimenti e del linguaggio, i risultati furono clamorosamente quasi tutti indigesti per un pubblico abituato a fisic du role sullo schermo dei soliti muscolosi attori americani.
L'indagine è banale, i nemici sembrano già visti e ancora una volta siamo distanti dalla Yakuza inquadrata da Scott o Cappello, qui sembra più un espediente come unico strumento da sfoggiare per la rabbia di Hinomura cercando di aderire più a quello stile action del cinema di Hong Kong che non ad una indagine vera e propria.
Qui proprio i dogmi del cinema delle arti marziali sembrano prendere in prestito da Woo e Lee passando per il wuxia anche se spesso in maniera poco delicata e tutt'altro che elegante come invece accade con il cinema orientale.
Un mix di mode, forme e colori, nonchè linguaggi che di sicuro era anomalo per quegli anni ma bisogna contare che la storia così come lo svolgimento non vanno oltre una banalissima mediocrità.




sabato 8 giugno 2019

Corvo


Titolo: Corvo
Regia: Alex Proyas
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Alla vigilia di Halloween, il musicista dark Eric Draven è brutalmente assassinato con la sua fidanzata da una banda di drogati. Esattamente un anno dopo Eric risorge, pallido, nero vestito e accompagnato da un misterioso corvo. Immortale, dà la caccia agli assassini e al loro capo, Dollar, ma questi, grazie all'amante, esperta di occultismo, lo mette in difficoltà.

Ci sono dei film che rimarranno maledetti per sempre..
Il corvo diretto dal mestierante Alex Proyas è certamente uno di questi. Brandon Lee ucciso sul set fu una tragedia che non venne dimenticata facilmente, come d'altronde era il destino ineluttabile e drammatico dei membri della famiglia Lee.
Un revenge movie dove il nostro eroe decide di andare contro gli assassini della sua fidanzata facendo pulizia e agendo come una sorta di eroe solitario e tenebroso.
Il fascino dell'attore, i dialoghi tagliati con l'accetta ("non può piovere per sempre"), la scenografia scura che anticipava le belle atmosfere di DARK CITY, attori tutti in parte e alcuni combattimenti resi epici proprio dalla disperazione che portava Eric a seguire la sua sete di vendetta, hanno fatto sì che l'opera venne accolta dai fan del genere come una piccola pietra miliare.
Quando uscì al cinema avevo 12 anni e fu un evento che segnò diversi adolescenti della mia generazione.
Un film americano come in quegli anni ne uscivano a bizzeffe, dotato dalla sua di un concentrato di rabbia, tristezza e malinconia che sembrava il manifesto del disagio dei giovani adolescenti di allora (impossibile non empatizzare con Eric). Il corvo aveva tutti quei diktat della filosofia dark e politica di un autore molto sfortunato che dopo aver diretto un paio di buoni film, tra cui questo, è diventato un mestierante al soldo delle major dirigendo per lo più immondizia.
Il trucco nero di Eric e il costume, i suoi pianti , le sue lacrime, la pioggia insistente, la tortura e il sangue, lo stupro collettivo, di certo Proyas ha cercato di mantenere il più possibile le atmosfere del fumetto in tre puntate ideato e realizzato da James O'Barr. Grazie poi ad una sound track da urlo, il film anche nelle sue ripetizioni e in un finale telefonato, è diventato un cult incredibile soprattutto per la morte tragica del suo eroe.


Giustiziere della notte(1974)


Titolo: Giustiziere della notte(1974)
Regia: Michael Winner
Anno: 1974
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Paul Kersey è un architetto cui alcuni balordi, penetrati nella sua abitazione, uccidono la moglie e violentano la figlia. Nell'animo dell'uomo esploderà un furore vendicativo che si rivolgerà verso chiunque ai suoi occhi rappresenti un pericolo per la società. Prende l'abitudine di girare armato in luoghi pericolosi e nel cuore della notte. Non gli è difficile fare brutti incontri, che risolverà quasi sempre uccidendo chi tenta di rapinarlo o importunarlo. La polizia è sulle sue tracce, non per fini di giustizia, ma per una mal riposta inaccettabilità del sovvertimento dei ruoli. Ma Paul Kersey riuscirà a eludere il pericolo di essere arrestato e si trasferirà in un'altra località, dove potrà proseguire la sua discutibile opera di giustizia. Campione di incassi e di quella che viene definita la maggioranza silenziosa.

Ci troviamo di fronte ad uno dei padri del revenge movie.
La società americana attaccata tra le proprie quattro mura in uno scenario che grida giustizia quando lo Stato è debole, allora di fatto si auto proclama giudice e angelo sterminatore.
Puzo scriveva che quando lo Stato è debole viene aiutato dai cittadini e in tal modo nasce il fenomeno mafioso. L'America ha origini diverse essendo nata sul sangue e vede direttamente l'uomo qualunque a farsi giustizia.
Un'opera di denuncia sociale che cominciava a scandagliare tutti quei temi poi abusati nel periodo successivo come la violenza urbana, l'incapacità dello Stato di dare una sicurezza ai propri cittadini, la giustizia sommaria privata.
Il film di Winner divenne una vera e propria icona del genere superando il successo di tre anni prima CANE DI PAGLIA, film ancora più assoluto nella sua esamina sul tema della violenza e della giustizia.
Il film di Winner è una cupa storia di vendetta che si rifaceva alle indagini dell'ispettore Callaghan e dove come come accadeva per il capolavoro di Lang, M, i cittadini, spronati dalle azioni del giustiziere, iniziano a far anche loro qualcosa per difendersi dalla criminalità.

mercoledì 5 giugno 2019

Fist of the North Star


Titolo: Fist of the North Star
Regia: Tony Randel
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo una catastrofe nucleare, il mondo è caduto nel caos e nell’anarchia. Shin, maestro della Croce del Sud, decide di assumere il potere, uccidendo sia i suoi colleghi, sia i maestri nemici del Pugno del Nord. Ma uno sopravvive, è Kenshiro, che vaga nel deserto, rifiutando però di vendicarsi, nonostante Shin tenga prigioniera la sua amata Julia.
Arriverà in un paese, Paradise Valley, che sta per essere invaso dalle truppe di Shin, e questa volte non potrà scappare dal suo destino…

Il film in questione è il primo e unico live action sulle gesta del famoso lottatore diventato famoso per la saga animata. Low budget, un mestierante con poca esperienza, un cast improvvisato dove spuntano alcuni attoroni, uno scenario post apocalittico anch'esso reso il più realistico possibile ma a guardar bene risulta tutto palesemente finto dove la credibilità dobbiamo sforzarci noi di ricrearla.
E poi botte da orbi, effetti in c.g dove grava l'assenza di soldi, trucco e costumi inguardabili a partire dal vestiario e dalle cicatrici di Ken, tanta voglia di crederci per un film che negli anni ha saputo diventare un piccolo cult trash tra gli amanti del genere e al contempo è stato uno dei pochi ad aver avuto il coraggio di inscenare le gesta di Ken almeno nella prima parte delle sue avventure.
Il problema di Randel era quello di credere in ciò che faceva senza rendersi conto che se almeno l'intento fosse stato quello di renderlo una parodia allora ci sarebbe riuscito, ma invece il film sin dall'inizio si prende maledettamente sul serio fino all'incontro con Shin altalenando momenti clamorosamente comici e girati malissimo come la morte di Bart o alcuni incontri dove la coreografia è ridicola soprattutto se pensiamo all'incontro finale tra Ken e Shin. (che finisce a calci nei maroni e testate) Per finire poi altri spiacevoli incontri dove anzichè usare le tecniche di Hokuto si passa direttamente alle armi da fuoco sparando ai nemici.


Shooter


Titolo: Shooter
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Bob Lee Swagger, marine pluridecorato e cecchino infallibile, vive in esilio dopo una missione militare andata male. La sua ricerca di pace e serenità viene bruscamente interrotta quando si trova ad essere ingiustamente accusato di aver complottato contro la Presidenza degli Stati Uniti d'America. Ferito gravemente e braccato, Swagger dovrà cercare di sopravvivere e capire chi ha cercato di incastrarlo...

Shooter è un film stupido e reazionario degno per tutti gli amanti del genere action incline a servire i valori della patria americana, restituire proiettili ai propri nemici e raccontare la più grossa bugia di tutte ovvero che le guerre yankee sono servite a portare la democrazia nel mondo.
Ora Shooter è tamarro e per questo viene ingaggiato uno dei number one del momento, ovvero Mark Wahlberg, attore che piace tanto in patria e tutto sommato al di là delle sue tesi politiche a saputo dare enfasi e caratterizzare bene alcuni personaggi (Four Brothers, Departed)
Il tema dell'eroe solitario, onesto e sfruttato dai potenti di turno, che cerca e ottiene vendetta, è stato abusato numerose volte in passato e lo sarà sempre di più nel presente.
Il bisogno di un film dove tutto è risaputo, l'eroe alla fine si salverà e i potenti moriranno ma senza essere mai davvero debellati, è uno dei motti del cinema action anni '80 e che ancora oggi è drammatico vedere così preponderante nel cinema americano.
Gli stilemi sono sempre gli stessi dove a cambiare in questo caso è il timone alla regia di un regista sempre più intrappolato tra il cercare di fare qualcosa di suo e invece l'assolvimento da puro manovale di cinema per le major che gli impongono la loro personale filosofia.
Un film brutto, anche per certi versi noioso, dove l'unica nota positiva sono le belle location innevate e il solito aspetto tecnico di Fuqua che dimostra un talento sprecato.

lunedì 3 giugno 2019

Cruel


Titolo: Cruel
Regia: Eric Cherrière
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Pierre Tardieu è un lavoratore part time che vive in una vecchia casa insieme al padre malato. Nessuno sembra accorgersi della sua esistenza ma Pierre è in realtà un serial killer, le cui vittime sono persone comuni dalla vita ordinaria: uomini e donne che vivono, lavorano e soffrono fianco a fianco nella grande città.

Cherriere al suo esordio punta su un film con una trama piuttosto abusata e i soliti dettami del genere (la routine di un serial killer) inserendo però all'interno delle dinamiche e dei rapporti con le vittime piuttosto insoliti e particolari dove Pierre anzichè accanirsi sulle vittime preferisce mantenere un profilo più elegante chiacchierando e offrendo loro la cena.
Partendo dal fatto che la messa in scena è pulita, precisa in ogni dettaglio riuscendo a dare importanti segnali anche solo illuminando un anfratto di una cantina grazie ad una sontuosa fotografia che trova alcuni momenti sublimi e di inusitata violenza come la strage nella villa a danno di un gruppo di borghesi e in particolare del giovane festeggiato e la sua passione per il bondage.
Innegabile e colta la citazione non solo al celebre dialogo tratto da "The Wild Bunch" di Sam Peckinpah, ma anche in altri squisiti momenti dove Pierre sembra tormentato dai dubbi e dalle angosce come un serial killer malinconico perseguitato dagli immancabili traumi infantili.
L'aspetto decisamente più interessante al di là dell'ottima caratterizzazione del personaggio di Pierre, interpretato da Jean-Jacques Lelté, è quello di interrogarsi continuamente e dare una caratterizzazione molto intimista e dal tipico folle che riesce però a gestire la sua pazzia con precisione senza mai lasciare una prova dietro di sè fino all'epilogo finale, colto ed emozionante.



Uomo tranquillo


Titolo: Uomo tranquillo
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nels Coxman è un uomo tranquillo, abituato a guidare uno spazzaneve "dritto per dritto" attraverso i tunnel ghiacchiati del Colorado. Ma la sua vita orientata in una direzione viene bruscamente deragliata dalla morte del figlio Kyle, liquidata dalle autorità come un'overdose di eroina e invece causata da una gang di spacciatori di droga. Da quel momento Nels procederà con rinnovata determinazione monodirezionale verso la sua vendetta.

Mi sono chiesto perchè pur odiandoli, film del genere non manco mai di vederli.
Perchè sono proiettili veloci, vaganti che forse nuocciono solo al cervello, essendo film reazionari, scorrendo in sordina, lasciando solo nebbia, regalando solo alle volte alcune menzionabili scene d'azione.
Fanno parte poi di una sotto categoria dell'action sviluppato in maniera massiccia negli ultimi vent'anni che in questo caso ha come protagonista Liam Neeson, personaggio tosto tutto d'un pezzo che ricorda forse i vecchi grandi attori americani.
Il risultato non merita molti approfondimenti essendo materia girata e confezionata per piacere e soprattutto per il pubblico mainstream e il cinema.
Di diverso forse c'è la location immersa nelle nevi con gli spargitori di sale, un villain alto locato, giovane rampollo di una ricca famiglia criminale e dunque destinato ad essere odiato in primis per la vita da lusso che può permettersi. Infine ho sorriso quando ho visto un caratterista come Michael Eklund qui invece sottoposto a dover digerire il ruolo di infima macchietta facendo il braccio destro del villain.
La parte migliore di un film altalenante come questo rimane l'aspetto tecnico parlando appunto di un buon regista che alterna film interessanti e indipendenti come A somewhat gentle man film anticonvenzionale e divertente, a polizieschi atipici e con un taglio nordico come A Conspiracy of Faith-Il messaggio nella bottiglia
Moland non è stupido ma ha fatto un'operazione che prima di lui è successa a molti altri candidati anche con nomi decisamente prestigiosi, Haneke ad esempio, facendo un remake di un altro film da lui diretto tre anni fa proprio in Norvegia IN ORDINE DI SPARIZIONE con il suo attore feticcio Stellan Skarsgard e riscritto per l’occasione e dato in mano ad una produzione che ha sminuito tutti i cardini del film di genere per renderlo il film che è.


sabato 20 aprile 2019

Father's day


Titolo: Father's day
Regia: Adam Brooks, Jeremy Gillespie
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ahab è ossessionato dalla vendetta, violenta, brutale e indomabile vendetta nei confronti dell'uomo che ha ucciso suo padre. A dargli una mano arriva John, un prete e Twink. Insieme partono per un'epica avventura per trovare questo mostro, Chris Funchman, noto anche come il Killer della Festa del Papà.

Gillespie. Ricordatevi questo nome. Per me era stato già in passato un talento e una sicurezza.
Poi sono arrivate tante cose un po della Troma e altri horror indipendenti notevoli per arrivare poi al top Void, uno degli horror migliori degli ultimi dieci anni.
Si fa tanto il nome di Adam Brook ma il suo contributo rispetto a quello del collega non vale il paragone.
Father's day è tanto Troma, è tanto trash, weird, grottesco, volgare, fratelli che scopano le sorelle e altri elementi che i fan di un certo tipo di cinema ma soprattutto di genere apprezzeranno.
Si ride tantissimo e di gusto. Astron-6, lo scrittore e regista di Father's Day , è in realtà un nome composito di cinque diversi ragazzi, che probabilmente sono cresciuti affittando quei nastri Troma, e sembra che abbiano cercato di assimilare ogni ispirazione che hanno mai avuto da loro in un film.
Qui si parte da un trauma, dal famigerato serial killer Chris Fuchman (sì, pronunciato "Fuck-Man"), che ha ucciso padri per qualcosa come trent'anni nei modi più efferati possibili (alcuni omicidi citano il nostro cinema neo gotico italiano) con un mascherone di gomma tremendo e tutta una serie di accessori che forse non vedrete in nessun altro film.
Father's Day fagocita tutto, motrando senza pudore e senza remore tutto quello che la censura vorrebbe toglierci ma che invece per gli autori della Troma sono diventati il leitmotiv del loro modo di fare cinema. La festa del papà ha l'unico scopo di intrattenere con rimandi a tanto cinema e citazioni (Ahab è la variante scemotta di Plissken) alcune delle quali davvero disgustose.



Equalizer 2-Senza perdono



Titolo: Equalizer 2-Senza perdono
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Robert McCall, in passato agente segreto, vive ora in un quartiere popolare a Boston, Massachusetts, e si guadagna da vivere facendo l'autista. La sua amica Susan viene incaricata delle indagini su un apparente omicidio-suicidio avvenuto a Bruxelles in coppia con Dave York, un tempo collega di McCall. L'investigatrice viene però attirata in un tranello e a quel punto Robert entra in azione.

Equalizer è sempre stato un progetto stupido fin dal primo capitolo.
Difficile aspettarsi un miglioramento nel sequel voluto da Washington per pagare le ville in giro per il mondo e da Fuqua per stare a galla in una filmografia mai così sbilanciata dove praticamente sta facendo solo il manovale per le grosse produzioni, eseguendo senza arbitrio il volere dei produttori finendo per scomparire come regista e autore.
Il risultato è in parte telefonato, come i personaggi tagliati con l'accetta, Robert McCall è sempre più marmoreo e ridicolo (su tutti il potere del teletrasporto con cui questi protagonisti action sono ovunque, sempre) la sua bontà d'animo che lo porta a prendersi cura di un ragazzo di colore che rischia di finire in giri sporchi (e di nuovo McCall che pulisce i muri dalle scritte omofobe supera il ridicolo) e infine alcuni accenni da film reazionario che non si possono più vedere.
Questo cinema e queste produzioni hanno un seguito importante che non credevo (mettiamo pure nel calderone tutti i suoi cugini dalla saga e i parenti di Taken 3 a Attacco al potere Attacco al Potere 2 Run all Night Gunman) che negli ultimi anni stanno avendo un notevole successo. 
Contribuisce a tale fenomeno lo spegnimento in sincrono di tutti i neuroni dal momento che sono film scritti male che prendono in prestito da un po tutto e alla fine non lasciano nulla se non un accozzaglia di luoghi comuni che sembrano essere i preferiti degli amanti dell'action moderno. In questo caso il messaggio del film è che i veri terroristi siamo noi, con le falle del sistema corrotte come gli uomini del governo, agenti speciali e vecchi commilitoni di McCall e ovviamente toccherà a lui stanarli tutti.

giovedì 11 aprile 2019

Burning



Titolo: Burning
Regia: Tony Maylam
Anno: 1981
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Uno scherzo goliardico, da parte di alcuni giovani campeggiatori ai danni di un poveraccio, si tramuta in tragedia poiché l’uomo rimane orrendamente ustionato. Ricoverato in clinica, anni dopo il disgraziato viene rimesso in libertà e, inutile dirlo, il suo primo pensiero è quello di macellare quanti più teenagers possibili in spensierata vacanza...

The Burning è quel piccolo gioiellino slasher inedito da noi con diversi elementi interessanti, tanto sangue inaspettato, alcune scene di carneficina cruenti, Tom Savini dietro tutto assieme ai Weinstein, è un'idea che sembra mescolare VENERDI'13 e NIGHTMARE
Maylam a tutti sembrerà uno sconosciuto e infatti quando girò questo slasher fu proprio così ma siete costretti a ricordarvi questo nome dal momento che anni dopo girerà quella perla di Detective Stone, b-movie che col tempo è diventato un importante film di genere.
Burning ha saputo guadagnarsi un certo successo tra gli appassionati se non altro per aver piazzato e rinsaldato alcune regole sul genere e averne cambiate altre come forse la scelta più importante di non avere una vera e propria final girl ma invece di giocare a mosca cieca con la mattanza dei protagonisti. Vengono tutti disegnati molto bene, aderiscono infatti ognuno ad uno stereotipo, il sesso non manca, le scene di nudo neppure, facendo sì che nella sua raccolta il film dimostri di aver seminato molto più di quello che per l'anno in cui è uscito ci si poteva aspettare.
Una vera sorpresa da andare a recuperare e analizzare con tutte le conoscenze soprattutto legate ad un nuovo millenio non esaltante per questa sotto categoria dell'horror.
Burning per essere del 1981 è ancora incredibilmente al passo coi tempi