Visualizzazione post con etichetta Revenge-Movie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Revenge-Movie. Mostra tutti i post

martedì 7 gennaio 2020

Bacurau


Titolo: Bacurau
Regia: Juliano Dornelles, Kleber Mendonça Filho
Anno: 2019
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Una vicenda che accadrà tra pochi anni...Bacurau è un piccolo villaggio situato nel nordest del Brasile nello stato di Pernambuco. Vi si piange la morte della novantaquattrenne matriarca Carmelita. Qualche giorno dopo gli abitanti scoprono che il villaggio è scomparso dalle carte geografiche e che un misterioso gruppo di 'turisti' americani è arrivato nella zona.

Il bacurau è un uccello notturno molto abile nel mimetizzarsi e non farsi prendere dai predatori che invadono la sua terra.
Potente. Così può definirsi il film brasiliano passato a Cannes che ha saputo tradurre in termini post-contemporanei ma allo stesso tempo arcaici, un conflitto di classe, la metafora perfetta delle rapine culturali a danno di paesini deserti in paesi del terzo mondo. Un film che concentra così tante metafore e riflessioni politiche, socio-culturali, in cui pur di ottenere una manciata di voti si ha il coraggio di minacciare e mettere in ginocchio una comunità molto unita e profondamente segnata da perdite e da chi ha scelto la strada del banditismo non riconoscendosi più nei valori politico-sociali del suo paese. Bacurau sembra voler dare un segnale prima di tutto a coloro che vivono in questi villaggi, la sopraffazione di coloro, i politici, che si servono di contractors stranieri, che pensano di poter giocare con le vite altrui senza dimenticare che spesso queste popolazioni pur di rivendicare la propria identità sono capaci di spingersi ad azioni estreme e disperate.
Bacurau è ancor più interessante perchè gioca bene con il cinema di genere, inserendo storicità sulla vita del villaggio, il revenge-movie, lo sci-fi fatto di droni e di una sorta di Grande Fratello che cerca di mantenere il controllo mediatico del villaggio introducendo elementi che ne destrutturalizzino l'ordine (cancellare dalla mappa la città, togliere ogni tipo di segnale nella zona, fotografare con i droni, uccidere cominciando da chi vive ai margini del villaggio fino ad entrare dentro il centro), ma ancora a tratti il genere grottesco, lo splatter e lo slasher, il western e il cangaco.
Bacurau sembra senza tempo, rimane distante da ogni altra realtà cercandone una sua e diventando una favola politica che si svolge nel futuro, aderendo perfettamente all’attuale situazione del Brasile e alle profonde disuguaglianze sociali, etniche e culturali. Potrebbe sembrare una triste metafora di quello che Bolsonaro sta facendo con gli indios.


I saw the devil


Titolo: I saw the devil
Regia: Jeen-woon Kim
Anno: 2010
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Dopo aver vissuto in diretta telefonica la morte della fidanzata per mano di un serial killer, un agente speciale si scatena in una caccia all'assassino senza esclusione di colpi, con l'intento di infliggergli le stesse sofferenze subite da troppe vittime innocenti.

Credo che di film sulla vendetta, i revenge-movie, così ispirati e con una trama così spiazzante e niente affatto scontata siano davvero pochi, la maggior parte negli ultimi anni e in particolar modo sud-coreani.
L'autore prolifico che sguazza tra i generi e che ci ha regalato perle indimenticabili, arriva al suo film più assoluto in generale, dove non esistono e non si fanno sconti, non è tollerato quel'umorismo che in altri film potevamo permetterci, ma forse l'unica risata è quella grottesca per scoprire quale brutta fine toccherà a Kyeong-Cheol.
Un noir, un poliziesco, un thriller, un horror con tante torture possiamo perfino definirlo.
Un film che mostra fino a che punto può spingersi la rabbia umana, senza arrestare o uccidere il colpevole ma costringendolo in una lunga spirale di sofferenza, un calvario prima della morte.
Il regista porta agli eccessi una coppia di personaggi così diversi ma così pronti a far emergere tutto il loro degrado e la loro eccessiva violenza e disperazione. Un protagonista che sembra una contraddizione unica, una trama che seppur semplice è montata e possiede un ritmo da farlo sembrare un meccanismo a orologeria dove ad ogni lancetta corrisponde un colpo basso al killer di turno andando a stanarlo in ogni dove dal momento che Su-Hyeon gli fa ingoiare una ricetrasmittente che gli permette di localizzarlo in ogni momento. Un film che poi oltre ad avere una storia entusiasmante ha uno stile tecnico e una regia deliziosa in grado di restituire tutti gli aspetti del cinema di genere su cui è profondamente radicato


Big Legend


Titolo: Big Legend
Regia: Justin Lin
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo e una donna si concedono qualche giorno sperduti nelle più remote foreste della costa orientale. Grandi boschi, grandi cascate e grandi montagne sono lo scenario migliore per chiedere alla donna di sposarlo. Fino a quando una notte, la donna viene risucchiata nel buio della foresta da una bestia sconosciuta. Dopo un anno di ospedale psichiatrico, l'uomo, ex soldato, torna sul luogo della sparizione per cercare vendetta.

Con una locandina così sfacciata non potevo esimermi dal vedere l'ennesimo monster-movie sul Bigfoot.
Sin da subito è chiaro che c'è qualcosa che non funziona, che l'impegno più grosso è stato messo sulla locandina tale da attrarre i gonzi come me che basta che vedano un paio di elementi e una creatura strana e misteriosa e finiscono nella trappola. Trappola ma non trappolone, il film di Lin è un low budget che prova a cavarsela buttandola tutta sull'atmosfera e sul protagonista, facendo vedere la creatura col contagocce, portando a casa un survival horror con una pessima fotografia e recitato abbastanza maluccio da un cast che sicuramente ha provato a mettercela tutta.
A parte forse un paio di elementi nel terzo atto, il film è di una banalità sconcertante.
Potete provare a tratte le conclusioni già dopo i primi venti minuti e attenzione, vincerete di sicuro, dal momento che il film non ha un solo colpo di scena e quanto incontra l'azione diventa clamorosamente una trashata pazzesca. Un piccolo manuale degli errori da non commettere potrebbe essere la log-line che accompagna il film, di cui però per qualche strano disturbo nostalgico e amore per i mostri, non ho ripudiato anche se è dura mandare giù una galleria di escamotage per cercare di dare enfasi e incrementare la tensione abbastanza loffi.
Per alcune atmosfere stranamente mi ha ricordato un film che con questo c'entra ben poco, il bel Backcountry che testimoniava in poche parole con la trama medesima quanto un orso potesse fare molta più paura rispetto ad un Bigfoot.
La filmografia sui mostri della montagna comincia ad essere abbastanza assortita anche se i risultati spesso sono davvero scadenti quando non diventano trash a tutti gli effetti.
Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot (forse tra tutti pur non trattando solamente il mostro rimane il più decoroso) mentre invece arrivano le pellicole a cui non conviene avvicinarsi come Willow CreekAbominable e Exists.


5 è il numero perfetto


Titolo: 5 è il numero perfetto
Regia: Igort
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Peppino Lo Cicero è un sicario di seconda classe della camorra in pensione, costretto a tornare in azione dopo l'omicidio di suo figlio. Questo avvenimento tragico innesca una serie di azioni e reazioni violente ma è anche la scintilla per cominciare una nuova vita.

Tra il 2017 e il 2019 ci sono stati importanti traguardi per gli esordi alla regia in Italia.
THE NEST, Go home-A casa loroCampioneEdhelMcBetterProfezia dell'armadilloKrokodyleTerra dell'abbastanzaFinchè c'è prosecco c'è speranzaMetti la nonna in freezerEnd-L'inferno fuori, tutti usciti in questi ultimi anni che confermano quasi sempre un cinema dalle idee chiare, tanti talenti e ottime maestranze e la voglia di puntare molto sul cinema di genere.
Il film di Igort, prima regia pur avendo già lavorato come sceneggiatore, è un film brillante, un noir scontato ma di lusso che a conti fatti mantiene un livello tecnico e attoriale indubbiamente sopra la media senza sfigurare di fronte ai film europei o americani.
Un noir che sembra uscito dal passato per sposare la modernità e raccontare una grapich novel senza mostrare l'ennesima storia drammatica di Camorra, cercando invece di sposare le mode visive della vignetta, mettendo tanta azione hard-boiled e cercando fino alla fine di non soffocare i ritmi action della storia con una struttura piuttosto lineare (tentativo meno riuscito).
Quindi l'azione come parodia, poche risate e toni molto seri, il bellissimo gioco di luci e ombre, i tratti fisici marcati per sottolineare alcuni personaggi e poi Toni Servillo ancora una volta immerso nel dare enfasi e caratterizzare un personaggio che si carica quasi tutto il peso del film sulle spalle.
5 è il numero perfetto fa delle sue imperfezioni i punti di forza, gioca col pubblico cercando di divertire, di regalare scene che potrebbero essere tutte delle tavole, senza avere quei fasti che hanno certi autori cinematografici, ma promuovendo comunque un tipo di cinema d'intrattenimento importante per il nostro paese in cui sempre più opere danno che la conferma che la salute generale, soprattutto nell'indie, è quella buona.

lunedì 30 dicembre 2019

Ready or not


Titolo: Ready or not
Regia: Tyler Gillett & Matt Bettinelli-Olpin
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Grace, novella sposa, decide di rispettare una bizzarra tradizione della famiglia del neomarito Alex: la notte delle sue nozze, dovrà prendere parte a un gioco. Sfortunatamente, però, scoprirà che si tratta di una sorta di nascondino e che l'obiettivo è sacrificare un essere umano. Da qui, si troverà a lottare per la sua sopravvivenza fino all'alba.

La trama sembra semplice, una famiglia borghese che deve fare un gioco tipo nascondino ogni volta che arriva un nuovo membro della famiglia per sposarsi e ovviamente tutto lascia pensare che questo gioco punti al massacro. Dicevo una trama semplice quanto in realtà ha un paio di cosucce niente male come la caratterizzazione di alcuni membri della famiglia, sentimenti contrastanti per alcuni di loro che sembrano sopportarsi solo per mandare avanti la dinastia e poi quel patto col diavolo che genererà un climax finale splatter e gore, cosa buona che ho apprezzato molto se non fosse che rende tutta la narrazione realistica in precedenza, un guazzabuglio confuso con tante infiltrazioni di generi diversi.
Poi ci sono loro Gillet & Olpin che avevano girato il corto più interessante nell'antologico
Southbound e un meno rilevante episodio di V/H/S ma soprattutto il loro primo esordio quel dimenticabilissimo Stirpe del male ennesimo film sulle possessioni demoniache che hanno invaso il cinema horror regalando quasi sempre ciofeche assurde con inutili jump scared.
Ciò che rende Ready or not delizioso e che ad un certo punto decide di smettere di prendersi sul serio, diventando auto-ironico e destrutturalizzando in parte quell'aria così seria che il film sembrava voler mantenere a tutti i costi. Facendo in questo modo, possiamo accettare tutto dal demone che strizza l'occhio alla final girls, fino a Grace che comincia con toni da revenge-movie a incazzarsi sul serio con tanto di fucile a pallettoni e qualsiasi altra arma trovi in giro (asce, pistole, balestre).
Per cui come per Babysitter la nostra Weaving vede di nuovo questa sorta di sacrificio ad una divinità luciferina con l'aggiunta che qui tale sacrificio ha lo scopo di continuare la fortuna della ricca famiglia del futuro sposo.
Si ride e tanto in diversi momenti, una delle componenti della famiglia è così fatta e stordita che uccide per errore alcune domestiche, bambini mai così stronzi che prendono troppo sul serio i giochi, una location fotografata in ogni suo più piccolo nascondiglio e tanta, ma proprio tanta azione con alcuni dialoghi e qualche colpo di scena che non manca a rendere ancora più interessante la narrazione e la messa in scena.



Furies


Titolo: Furies
Regia: Tony D'Aquino
Anno: 2019
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di donne rapite lotta per la sopravvivenza contro degli psicopatici mascherati, in un gioco mortale diretto da misteriosi committenti.

The Furies è l'esordio alla regia di tale Tony D'Aquino, uno di quei nomi che sembra promettere bene a metà tra un boss italo-americano e un'amante del trash.
Furies combina tanti elementi, cerca sensazionalismi in ogni dove, prova a lanciarsi in una sfida nella sfida quando ad esempio si gioca con il metacinematografico e per tutto il primo atto fa quello che deve senza lesinare sul sangue, infilando elementi che sembrano assai funzionali ed inizia come potrebbe finire un tipico slasher con la final girls che scappa e il killer di turno che la rincorre.
Quasi un unico ambiente, effetti speciali tutti rigorosamente artigianali e con un audio che riesce bene a esprimere il disagio e la mattanza che si sta compiendo sullo schermo.
Il problema arriva diciamo verso la fine del secondo atto e tutto il terzo dove le lacune di scrittura sono larghe come buche dove potrebbe tranquillamente sprofondare la protagonista.
A questo punto forse D'Aquino avrebbe fatto meglio a lasciare la sospensione dell'incredulità senza poi spiegare di fatto nulla, perchè soprattutto le spiegazioni, le giustificazioni e il climax finale da revenge-movie sono un limite forte per un film che strizza l'occhio all'exploitation, a tutti i serial killer in celluloide che sono passati davanti ai nostri occhi dal ’78 in poi con delle maschere davvero suggestive e funzionali, così come il cast che a parte qualche sbaglio forse voluto (l'attrice orientale è impressionante nel peggiore dei termini) ha una buona protagonista.
Furies lo si ama, ma da un certo punto produce una smorfia nello spettatore amante dei generi che vede un'ottima occasione sprecata per un esercizio di stile e forma che sorpassa il fondamentale lavoro di scrittura

giovedì 26 dicembre 2019

Terror train


Titolo: Terror train
Regia: Roger Spottiswoode
Anno: 1980
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di studenti organizza un party, durante il quale i nuovi iscritti al college dovranno pagare lo scotto della loro iniziazione. A farne le spese è un ragazzo fragile e timido, che diviene vittima di uno scherzo orribile. Qualche anno dopo, la stessa vivace comitiva noleggia un treno speciale, a bordo del quale viene organizzata una festa in maschera. Per rendere ancora più movimentata la serata è stato ingaggiato un mago con la sua assistente e entrambi dimostrano abilità strabilianti. Tutto sembra procedere per il meglio fino a quando un misterioso assassino inizia a seminare il panico tra le cuccette…

Slasher d'annata tutto ambientato all'interno di un treno con qualche maschera interessante, una strizzatina d'occhio alla magia, tanta voglia di sesso e una final girl che sconfiggerà l'antagonista.
Questi sono gli ingredienti del mediocre Terror Train, considerato da molti un cult quando in realtà non aggiunge nulla di nuovo (d'altronde è uno slasher) ma si lascia vedere senza sbadigli e con alcune scene d'effetto che per l'anno di uscita non erano cosa da poco. Il difetto più grosso rimane la mancanza di coraggio del regista che pur sapendo rendere bene l'atmosfera e soprattutto l'inquietudine e la disperazione dei ragazzi, non osa andare oltre magari con qualche omicidio più efferato e mettendo da parte qualche donnina nuda per dare più spazio al sangue.
Spoottiswoode crea a parte la giovanissima protagonista, una galleria di neofiti del college tutti sbruffoni per cui l'empatia non esiste e non vediamo l'ora di vederli morire male tutti quanti.
In più l'eco del revenge-movie e le maschere usate sapientemente dal killer per non lasciare traccia, rimangono due elementi che sembrano fare a braccio di ferro per tutto il film, con finale prevedibile ma allo stesso tempo condito da un buon ritmo. L'idea venne al soggettista praticamente mettendo un Michael Myers sfigatello che deve vendicarsi su un treno.

Sweeney Todd


Titolo: Sweeney Todd
Regia: Tim Burton
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ingiustamente arrestato ed esiliato ai lavori forzati dal giudice Turpin, interessato a sua moglie Lucy, il barbiere Benjamin Barker torna dopo 15 anni con il nome di Sweeney Todd e, scoperto che sua moglie si è avvelenata in seguito ad una violenza di Turpin, trama vendetta.

Sembra strizzare l'occhio al conte di Montecristo di Dumas il musical gotico e drammatico di Burton. Un'opera molto ambiziosa, un revenge movie dove ancora una volta il protagonista come gli anti-eroi burtoniani, non sono altro che personaggi fragili, spesso inadeguati, che non riescono mai a comunicare il loro stato d'animo se non attraverso dei gesti che spesso non vengono capiti.
Un film che si muove su poche location ma quelle che mostra del sempre presente Dante Ferretti sono vittoriane e oscure come se nascondessero orrori indicibili dietro ogni angolo della strada riuscendo al contempo a farlo diventare un thriller, un giallo, un horror passando per alcuni squarci del From Hell di Moore fino a citare senza velature Allan Poe e rendendo soprattutto la difficile gestione del musical in un palcoscenico macabro e funzionale, inquietante e profonda.
Sweeney Todd è pur sempre una fiaba gotica come ormai l'autore ci ha formati nel corso della sua importante filmografia, dove la vendetta finale si sposa con il lieto fine che tutti si aspettano.
Il film in assoluto con più sangue tra le sue opere, creando un'icona dell'insensatezza come protagonista, dove ancora una volta il discorso sulla pazzia e il concetto di normalità nella società lascia ampie riflessioni. E poi il protagonista Benjamin rappresenta il ritratto di un'anima disincantata che nasce dal buio, che torna all'oscurità, celando un incolmabile dolore espresso soltanto dai suoi straordinari occhi felini in cui è possibile scorgere, di tanto in tanto, un esile barlume riflesso dai suoi rasoi d'argento.


Paradise Beach


Titolo: Paradise Beach
Regia: Xavier Durringer
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un gruppo di ex rapinatori si è stanziato in un vero paradiso terrestre a Phuket, nel sud della Thailandia. Divenuti commercianti, vivono giorni felici fino a quando sul posto non si palesa il diavolo in persona: Mehdi, condannato a quindici anni di carcere per la rapina, vuole la sua fetta di bottino. Il problema però è uno solo: non c'è più la torta da spartirsi...

Paradise Beach è un film davvero brutto e scontato. Belle location, un cast sprecatissimo, tante belle fanciulle, rapine, guerre tra gang, revenge-movie, esecuzioni a gogò e via dicendo tutto in un crescendo che anzichè risultare funzionale alla narrazione diventa la sua maledizione sbagliando tutto quello che poteva e giocandosela davvero male nel mettere in scena almeno un tentativo di provare a dire qualcosa che non fosse stato detto in tutti questi anni. Tutti gli elementi elencati parrebbero materia interessante anche se ormai abusata dalla settima arte. In altre mani avrebbe dato qualcosa di meritevole, ma Durringer sembra non avere polso e coraggio, perdendo ogni speranza e lasciando buchi enormi nella caratterizzazione dei personaggi.
Tutto è già visto, scontato, tanti elementi della storia non tornano, alcune scene sono così imbarazzanti che uno pensa che il film la voglia buttare sull'ironico quando invece si prende maledettamente sul serio.
Una galleria infinita di luoghi comuni, scene telefonate, clichè in ogni angolo di Phuket e dialoghi a volte così banali e sconclusionati che non ci si crede.
Il film pur essendo costato una caterva di soldi lascia dunque ancora più interdetti lasciando oltre l'amaro in bocca, la rabbia per aver perso così tante premesse che potevano almeno rimanere bilanciate senza sprofondare in maniera così eccessivamente idiota.




domenica 15 dicembre 2019

Daeho aka The Tiger: An Old Hunter's Tale


Titolo: Daeho aka The Tiger: An Old Hunter's Tale
Regia: Park Hoon-Jung
Anno: 2015
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Corea, 1925, alle pendici del monte Jirisan. Durante l'occupazione giapponese della penisola coreana, l'ufficiale dell'esercito nipponico Maenojo, collezionista di trofei di caccia impagliati, intende sconfiggere a tutti i costi dae-ho, ossia la tigre, altrimenti detta il Re della Montagna, e spezzare così un simbolo dell'indipendenza del popolo coreano. Dopo i fallimenti dei cacciatori assoldati per il compito, Maenojo mobilita anche l'artiglieria dell'esercito e bombarda la foresta dove la tigre è solita cacciare. Ma forse solo Man-duk, solitario cacciatore che conosce il luogo in cui l'animale si rintana, è in grado di catturarla.

A volte si intraprendono strade che possono portare a risultati inaspettati come è il caso di Park Hoon-Jung uno sceneggiatore che ha saputo distinguersi con film del calibro di I SAW THE DEVIL per poi mettersi in prima linea dietro la macchina da presa dimostrando di essere un ottimo mestierante ma allo stesso tempo lasciando dietro di se una storia quantomeno prevedibile sotto quasi tutti i punti di vista.
La lotta metaforica di un uomo, un anti-eroe come Man-duk contro Daeho, la tigre, il Re della montagna, acquisisce diversi significati diventando una sorta di divinità, anche lui un sopravvissuto come il protagonista, ad un destino avverso senza più legami affettivi e ormai privo di stimoli e dunque un obbiettivo per cui continuare a vivere, prigioniero di una missione da compiere di cui solo in parte è consapevole.
Un film che mostra i lati feroci e disumani della caccia, abbraccia l'amore e il senso dell'onore che intercorre tra gli umani come soprattutto in Daeho, promuove un approccio uomo-bestia, un legame mentale tra i due protagonisti che condividono più di una legatura segreta, promuovendo e facendo luce su diversi aspetti della cultura coreana, su tutti il sacrificio, e allo stesso tempo crea i villain di turno che altri non sono che l'esercito militare giapponese nel compito di stanare a tutti i costi Daeho.
Dal punto di vista tecnico questa grande produzione sudcoreana conferma come ormai
sia nel comparto computer grafica e post-produzione (anche se a volte eccessiva) sia in quello della fotografia e della cura dei dettagli, siano ormai ai fasti.





Attacco al potere 3


Titolo: Attacco al potere 3
Regia: Ric Roman Waugh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Mike Banning inizia a sentire il peso degli anni e gli acciacchi delle molte concussioni subite nella sua carriera di salvatore di Presidenti degli Stati Uniti. Ma questo è un lavoro che non conosce soste e così, proprio mentre gli sta venendo offerto un più tranquillo incarico d'alta responsabilità, ecco che uno stormo di droni esplosivi scende in picchiata sul Presidente in vacanza di pesca al lago. Il capo di Stato finisce in coma e Banning si ritrova incastrato come capro espiatorio per la congiura. In fuga sia dai cospiratori che vogliono metterlo a tacere, sia dall'FBI che lo ritiene colpevole, non ha che una persona a cui chiedere aiuto: suo padre, survivalista armato pesantemente che fa l'eremita paranoico tra i boschi e disprezza la tecnologia informatica.

Di nuovo come per il secondo capitolo si parte con un attacco di droni, poi per qualche motivo idiota si scambia il protagonista per il colpevole, lui scappa, chiede aiuto al padre Nolte che vive come un eremita ed è il più grande esperto spia in grado di piazzare anche una mina nel culo di una mosca e infine la vendetta dove il cattivo è ovviamente la prima scelta che possa venirvi in mente.
Con una trama così didascalica e idiota, naturalmente avendo visto anche i due precedenti capitoli, non potevo esimermi dall'evitare pure questo squallido terzo sequel di una saga che non solo non aveva senso di esistere se non per dare vita a quel senso reazionario americano che fabbisogna di prodotti conservatori come questo. Ma la cosa più stupida come dicevo del film è quella di trovare proprio in uno dei migliori amici di Banning il villain di turno, senza nemmeno provare chessò a creare quel minimo colpo di scena.
Angel Has Fallen è riassumibile in poche righe con una guardia del corpo ormai imbolsita come Butler che spara le sue ultime cartucce in film beceri e grossolani come questo quando ancora viene scelto per qualche film decente come Keepers o quando non esaspera il suo personaggio come Nella tana dei lupi.
Ric Roman Waugh è specializzato in brutture esemplari come Shot Caller-La fratellanza, SNITCH, Felon (il meno imbarazzante), entrando nella galleria dei peggiori registi americani sulla piazza.


sabato 23 novembre 2019

Meat Grinder


Titolo: Meat Grinder
Regia: Tiwa Moeithaisong
Anno: 2009
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Buss è una signora ridotta al lastrico e tormentata di continuo da un passato difficile: in seguito a una manifestazione poi sedata dalla polizia, la donna trova in un angolo nascosto del suo locale un uomo morto. Una volta fatto a pezzi il cadavere e macinato, Buss lo cucina e lo serve ai suoi clienti, con risultati sorprendenti che però la obbligano a cercare vittime fresche per portare avanti il suo nuovo business culinario.

Meat Grinder come Dumplings e altri film orientali ci ricordano come i nostri parenti lontani sappiano essere cruenti in maniere a volte a noi sconosciute, infrangendo tabù, sovvertendo le regole, distruggendo il lecito e approfondendo il proibito, annegando bimbi in bacinelle d'acqua, torture come non si vedevano da tempo e tanta carne umana da sfondo e da usare come portate per i commensali ovviamente all'oscuro di tutto in un tripudio di sangue e violenza davvero d'effetto.
Senza essere mai eccessivamente forzato come invece altri film e registi sanno essere, Meat Grinder cerca la sua vena salvifica nel dramma famigliare, nella povertà, negli stratagemmi per sopravvivere, nell'isolamento e nella solitudine, nei silenzi e nella quotidianità degli orrori ormai divenuti una componente della vita reale e perciò accettati.
La Thailandia ha vissuto un suo piccolo momento idilliaco nel cinema, sapendo giostrarsi alcuni film interessanti per poi abbandonare la nave mettendo da parte la settima arte se non con horror adolescenziali abbastanza avvilenti.
Qui non c'è humour ma il livello di gore è furibondo come la maschera della sua protagonista sempre sull'orlo dell'esasperazione è costretta a vivere a stretto contatto con gli incubi dell'infanzia, l'incesto, le molestie, gli abusi e poi un rapporto strano, perverso e complesso con la figura maschile.
Buss è perfino più violenta di Dae-su Oh, ormai sembra aver abbandonato la vita reale destinata a portare a termine una vita di orrori indicibili dove ormai sembra aver azzerato ogni emozione e sentimento, diventando una sorta di automa che tortura, uccide e sacrifica per sopravvivere senza stare a dare altri sensi come l'orgoglio, la vendetta, il piacere personale.
Buss uccide e basta, guardando le vittime dopo avergli mozzato gli arti, vedendoli sanguinare appesi ad una corda senza battere ciglio per poi forse provare un minimo senso di orgoglio nelle facce dei commensali quando si cibano dei resti umani.
Meat Grinder è viscerale, pieno di sangue, di frattaglie, pieno di liquidi e di sangue, mostrando crudeltà senza fronzoli e soprattutto riesce nel difficilissimo compito di farci provare empatia per Buss giustificando le orribili mattanze dopo quello che le è stato inflitto.




Ma


Titolo: Ma
Regia: Tate Taylor
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Maggie e sua mamma Erica si trasferiscono in una cittadina dell'Ohio. Le aspettano rispettivamente una nuova scuola e un nuovo lavoro. Maggie si fa subito degli amici a scuola e con loro, a bordo di un furgoncino, si ferma a un supermercato per comperare degli alcolici in modo da fare festa la sera. Ma sono tutti minorenni e perciò hanno bisogno di un adulto che li comperi per loro. Tutte le persone interpellate rifiutano sin quando proprio Maggie riesce a impietosire una donna di mezza età, Sue Ann. I ragazzi contenti se ne vanno con i liquori a fare baldoria. Ma Sue Ann, al lavoro (è l'assistente di una veterinaria), studia i loro profili su Facebook. La volta successiva, invece di limitarsi a comperare gli alcolici, Sue Ann offre ai ragazzi la possibilità di fare baldoria nello scantinato di casa sua, così staranno comodi e non rischieranno niente. I ragazzi accettano. Sue Ann spiega che ci sono solo poche regole da osservare, tra cui non andare mai al piano superiore. I ragazzi se la spassano e sembra tutto perfetto, ma ben presto si devono accorgere che le cose sono ben lontane dalla perfezione.

"Ma" ho scoperto da poco che è stato praticamente distrutto da critica e pubblico. Il perchè sinceramente non mi è chiaro dato che ci troviamo di fronte ad un thriller con alcune cadute di stile, un finale prevedibile e dei momenti che non sempre tornano ma che porta a casa numerose scene malsane e disturbanti, di quelle che sono così a stretto contatto con la realtà da farti vivere una sorta di disagio intuendo subito che non è affatto così distante dalla realtà (almeno quella americana).
Era da anni che non vedevo un così strano e perverso rapporto tra un'adulta e un gruppo di stronzetti antipatici. "Ma" scopre le carte in maniera abbastanza grossolana e fin qui, se uno pensava di trovarsi di fronte ad un film che facesse della scrittura il suo baluardo, si sbaglia di grosso.
Convince invece in maniera atipica e profonda quando indaga sui rapporti personali, sulla complicità, sul saper comprendere i disagi e andare oltre il confine del lecito, sull'effetto perverso dei social, sul disturbo generato dall'invasività dei messaggi, dei video, di tutti quelli che sono gli strumenti moderni per fare anche del male se usati a tale fine.
Un psycho-thriller che vira nell'horror psicopatologico così è stato definito l'ultimo film di un regista per niente capace come Taylor che qui aveva budget e un cast di attori funzionali per riuscire a fare quel qualcosa di più che invece non avviene.
Un revenge-movie, un capovolgimento del plot alla Craven dove i figli devono pagare per le colpe dei padri, dove il disagio dilaga, la voglia di sballarsi è sempre più consolidata, dove il sotto testo sociale di denuncia al bullismo non sempre convince, ma alla fine forse uno dei meriti più grossi del film. Forse è uno degli unici che a parte regalare alcune buone scene ha tanto ritmo e l'atmosfera all'interno della casa tra cantina e aria di festa dove è lecito andare ed è quasi impossibile resistere aggiungerei e i piani superiori, dove è proibito inoltrarsi si crea quell'alchimia degli opposti funzionale, almeno a non sbadigliare mai e questo, visto l'enorme tasso di horror adolescenziali idioti e ingenui è un passo in avanti.


Gomorra-Quarta stagione


Titolo: Gomorra-Quarta stagione
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 4
Episodi: 12
Giudizio: 4/5

Genny Savastano, dopo la morte di Ciro, prova a cambiare vita, per il bene della sua famiglia, arrivando fino a Londra e inserendosi nel mondo dell’imprenditoria, per lasciare un futuro diverso al figlio Pietro. La moglie Azzurra inizia, a poco a poco, a conquistare un ruolo predominante nelle finanze familiari.
La guerra non è affatto finita. Il panorama si sposta così tra Scampia e Secondigliano, con Genny che convoca Nicola e Patrizia, esprime loro la sua preoccupazione sui fratelli Capaccio (ultimi due Confederati sopravvissuti) che non hanno intenzione di rispettare le condizioni poste loro da Savastano e Sangueblù e vogliono una nuova guerra.
Genny, però, spinto dalla moglie Azzurra che lo implora di sistemare le cose e di pensare al futuro del figlio Pietro, prova a cambiare vita, andando fino a Londra. Il suo regno resta nelle mani di Patrizia e Savastano riallaccia i rapporti con i Levante, un ramo della famiglia di Donna Imma.
E’ lo zio di Genny ad offrirsi di aiutarlo, ma potrà dargli fiducia e cosa chiederà in cambio?
A sostenere i fratelli Capaccio c'è Don Aniello, ma loro sembrano essere gli unici a volere la guerra. Enzo e il suo clan non la vogliono. E Genny approfitta di questo momento per lanciarsi nell’imprenditoria, per disegnare un futuro diverso al figlio a Londra.

A conti fatti non avrei mai pensato che una quarta stagione potesse essere non solo qualitativamente la migliore ma soprattutto la più matura, capovolgendo fronti, uscendo con idee e decisioni inaspettate, rifuggendo dai clichè, mostrando così tanti personaggi di spessore e finendo nell'ultimo episodio con un ritorno alle origini, tanta cattiveria e forse il monito più importante ovvero quello per cui in quei territori quando sei affiliato alla Camorra non puoi fuggire dal tuo destino.
Abbandonando l'insopportabile Ciro interpretato da Marco d'Amore un attore semplicemente detestabile oltre ogni limite, gli sceneggiatori hanno fatto una specie di ritorno alle origini muovendo tasselli nuovi, investendo sulle nuove dinamiche tra clan, aggiungendo importanti fattori contemporanei come l'importanza dell'imprenditoria, la politica, lasciando sempre aperta la porta degli inganni, dei compromessi e dei doppi giochi che in questa stagione diventando fondamentali.
Donna Patrizia che ottiene il controllo, una specie di tregua imposta da Genny nei primi episodi, le due famiglie che presto si sa come andranno a finire, quella dei Levante (vero colpo di scena) e i fratelli Capaccio.
Genny è però di nuovo il protagonista. Anche se la parentesi londinese lasciava qualche dubbio sulla velocità con cui si svolge l'atto, il nostro vero protagonista ha infine capito come dicevo che non si può fuggire dalle proprie origini diventando imprenditore e lasciando il caos a Secondigliano, scommettere su un aeroporto piuttosto che cercare di farsi amico il magistrato non è compito suo, almeno per ora. Genny Ha tradito il padre, ucciso il migliore amico e la boss di Secondigliano da lui stesso scelto. Finisce per chiudersi in un bunker, aspettando che le acque si calmino, senza poter vedere Pietro crescere e la moglie che sicuramente avrà un suo peso più avanti dal momento che in questa stagione ha deciso anche lei di avere un peso nelle trattative del marito. Mi sarei aspettato qualcosa di più da Sangue Blu che rimane il personaggio più in ombra della serie, cercando di mantenere un controllo a Forcella, intuendo compagni e traditori tra le sue stesse fila e in fondo mantenendo un codice morale che gli altri personaggi della serie sembrano aver cancellato per ovvi motivi.
Gomorra riparte più forte che mai, Saviano come gli sceneggiatori sanno bene dove aggredire il pubblico con scelte affinate dall'esperienza e una storia in fondo mai banale.
Il finale della stagione si apre con una delle faide più cruente che vedremo senza risparmiare nessuno, colpendo tutti e uccidendo alcuni protagonisti principali della stagione nell'ultimo episodio.



venerdì 15 novembre 2019

Scary stories to tell in the dark


Titolo: Scary stories to tell in the dark
Regia: André Øvredal
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mill Valley, Pennsylvania, 1968. Si approssima la notte di Halloween. Stella, giovane studentessa solitaria con ambizioni di scrittrice, si lascia convincere dai suoi due soli amici, Auggie e Chuck, ad andare a fare pazzie durante la notte. Come prima cosa tirano un brutto scherzo al bulletto Tommy, che se lo merita, ma reagisce con vendicativa determinazione. In precipitosa fuga, i tre vengono salvati da Ramon, di passaggio in città. Fatta amicizia, Stella propone a Ramon e agli altri di andare nella vecchia casa infestata della famiglia Bellows, dove una volta viveva la leggendaria Sarah, una ragazza che, tenuta segregata dai familiari nello scantinato per motivi misteriosi, raccontava storie orrorifiche attraverso le pareti ai bambini che venivano ad ascoltarle e che poi, si dice, facevano una brutta fine. Stella trova il libro dei racconti di Sarah e le cose volgono subito al peggio.

Succedono tante cose in quello che sembrava un trittico di storie dell'orrore ma che invece ha mantenuto una base solida narrando una storia organica con svariate vicende, tante location diverse e piani narrativi che sembrano rincorrersi a mosca cieca.
Il film voluto da Del Toro non era affatto facile. Coniugare racconti dell'orrore per ragazzi, micro storie alcune lunghe un paio di pagine e inserirle in un contesto come quello del '68 in cui succedevano vicende complesse come la guerra del Vietnam mentre nella settima arte Romero scardinava le regole con il suo film più celebre. Un film che rientra perfettamente in un quadro di racconto di formazione fantastico con quella che viste le premesse sembrava una sorta di operazione nostalgica e che solo in parte possiamo dire sia stato così.
Ovredal dopo Troll Hunter e Autopsy of Jane Doe dimostra il suo incredibile talento, con il suo film più ambizioso, complesso, difficile da gestire vista la moltitudine di maestranze coinvolte, il cast allargato, un insolito cocktail di generi che mescola ghost stories, mostri, spauracchi, trasformazioni, enigmi, complotti e segreti da custodire nonchè il bisogno di gridare la verità e riscattare vittime innocenti.
L'aver coniugato tutto in un unico film dandogli un target che mettesse d'accordo diverse fasce d'età, senza lesinare sulla paura, rimanendo creepy al punto giusto e con un paio di scelte congeniali che per gli amanti del genere saranno difficili da dimenticare rimane un'operazione non facile e non alla portata di tutti.
Alvin Schwartz che ha scritto le storie da cui il film è tratto andrò subito a reperirlo.
Delle storie che sembrano strutturate in maniera diversa quando poi il fil rouge è lo stesso, assorbite da tutti i fruitori con effetti diversi, jump scared che però finalmente non sono gettati via giusto perchè la produzione lo impone, qui tutto è molto più articolato, curato in ogni singolo fotogramma, minimale quando deve e spaventoso quando ci regala alcuni mostri per fortuna abbastanza originali (l'ospedale e la cella).
Schwartz, Ovredal e Del Toro sembrano interessati alla scoperta dell'ignoto che per un ragazzino potrebbe davvero risultare molto più profondo di quanto sembri per un adulto, c'è poco sangue, ma l'orrore resta come un'ironia di fondo che in alcune scene smorza i toni senza trascurare un'atmosfera perfetta che piomba lo spettatore in alcuni incubi innocenti spostandoli da una parte all'altra muovendoli sulle corde dei suoi giovani protagonisti, facendogli vivere alcuni dei più importanti scenari che da sempre il cinema horror si è impegnato a farci scoprire.



domenica 27 ottobre 2019

Rambo-Last Blood


Titolo: Rambo-Last Blood
Regia: Adrian Grunberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

John Rambo si è ritirato in Arizona, presso la tenuta di famiglia dove vive con la domestica e amica Maria e con la nipote Gabrielle, entrambe di origini messicane. L'uomo è più integrato che mai, tanto che aiuta anche la forestale nel corso di una alluvione, ma è sempre tormentato dai fantasmi della guerra, infatti vive in un ampio labirinto di tunnel che ha scavato sotto il terreno del ranch. Gabrielle sta per andare al college, ma un'amica trasferitasi in Messico le ha detto di aver trovato suo padre e la ragazza vorrebbe conoscerlo. John e Maria non sono d'accordo, ma Gabrielle non si lascerà convincere e finirà in grave pericolo, obbligando lo zio a imbracciare ancora una volta le armi.

Prima erano i vietcong ora i cartelli del narcotraffico, che fino a prova contraria fanno molta più paura. Da sempre comunque facevo il tifo per i Vietcong.
D'altronde per un film che è un revenge-movie che punta tutto sullo splatter bisognava trovare qualcosa di più squallido e quindi trafficanti della prostituzione erano il top visto che i pedofili erano difficili da inserire vista la trama della storia. In questo modo John ha trovato il nemico perfetto su cui sfogare tutta la sua frustrazione, visto che i poveri Vietcong evidentemente non avevano fatto niente di male, ma forse questo John lo ha capito con gli anni e ha capito anche che ha ucciso centinaia di persone innocenti.
Rambo-Last Blood è un fenomeno che torna quasi a dover chiudere capitoli di saghe discutibili in cui sembra che il finale debba essere il più triste e malinconico possibile (oltre che il più violento).
Così è successo anche per Logan ad esempio da cui secondo me viene ripresa tanta di quella atmosfera urbana da western moderno che ultimamente è tornata in auge.
La trama di Last Blood è così sintetica che è inutile soffermarsi. Così come è inutile stare a capire un nucleo molto strano tra Rambo-vecchia messicana alias donna delle pulizie e la nipote. Un triangolo tra l'altro sospeso in una casa nel mezzo del nulla a pochi km dal confine messicano (sembra fatto apposta come a provocare la nipote ad andarci).
Ma il bisogno di avere risposte sulle proprie origini è così forte da sfidare il rischio.
Altro non c'è molto da dire. Il film è violentissimo. Il Messico, almeno quell'anfratto che vediamo controllato dai narcotrafficanti, è un vero incubo in terra dove bisogna avere paura pure dei lampioni per strada e di notte non mettono il naso fuori nemmeno i vampiri dal tasso di negatività e bisogno di uccidere che si annusa nell'aria.
John prima le prende con tanto di sfregio sulla guancia. Questo causa la vendetta dei cattivi che così drogheranno e uccideranno la nipote dopo avergli fatto di tutto, per cui John ritorna ancora a farsi vendetta e infine il fratello del narcotrafficante ucciso tornerà per vendicarsi ma la casa di John sarà come la casa dei 1000 corpi o come la macchina assassina più letale dell'America e John ha fatto una promessa: deve strappargli il cuore. Una premessa: se John non fosse andato, la nipote probabilmente sarebbe ancora viva.
Qualche difettuccio di forma e altro c'è. Ad esempio le macchine nel finale che vanno a trovare John se uno calcola i posti a sedere si renderà conto che i numeri non tornano e i nemici sono almeno il doppio (ma d'altronde essendo tutte vittime sacrificali servivano sulla carta i numeri per far vedere tutte le trappole e i tracobbetti di John).
Alla fine John si siede sulla sdraio fuori a contemplare il panorama. Tutti quelli prima di lui e con lui sono morti tranne Maria, la donna delle pulizie messicana, che a questo punto, morti tutti, decide di andarsene.
Menzione a parte sui tunnel nel film, bisognerebbe aprire una caccia al tesoro per vedere cosa c'è nascosto lì sotto.
Last Blood è un action di serie b, che punta tutto sulla mattanza finale, sugli stratagemmi, sulla forza fisica e presenza del fisic du role Stallone e infine continua un percorso anche vagamente reazionario su come gli americani vedono il resto del mondo o si sentono i padroni o soprattutto debbano sistemare alcune faccende come strappare il cuore dal corpo.



giovedì 24 ottobre 2019

Afro Samurai

Titolo: Afro Samurai
Regia: Fuminori Kizaki
Anno: 2007
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 5
Giudizio: 3/5

In un Giappone futuristico con in vigore ancora il sistema feudale, si dice che colui che brandirà la fascia chiamata Numero 1 sarà il combattente più fiero al mondo e avrà tra le sue mani un potere al pari di quello degli dei. Il solo modo per ottenere tale fascia è quello di sfidare il possessore attuale in un combattimento. Tuttavia, soltanto chi possiede la fascia Numero 2 può permettersi di sfidare il possessore di Numero 1, mentre chiunque può fronteggiare chi tiene con sé la Numero 2, rendendo il possessore di questi condannato ad affrontare continue lotte. Tra le montagne, il combattente Justice, indossante la fascia Numero 2, duella con il possessore di Numero 1, Rokutaro, il quale rimane decapitato durante la lotta prima che l'avversario entri in possesso della sua fascia. Afro Samurai, figlio di Rokutaro, è testimone del combattimento e giura vendetta contro Justice, che gli dice di cercarlo solo quando sarà "pronto per fronteggiare un dio".

L'incidente scatenante di questa breve mini serie di cinque episodi mi ha ricordato il duello tra Roland e O'Dim, diciamo lo scontro tra il bene e il male che il cinema in modi diversi ci ripete sovente sotto profili diversi.
Western post-apocalittico con sprazzi di universi conosciuti e in parte bazzicati.
Duelli e scontri che sembrano ricordarci a partire dai film di Kurosawa, lo stile di Mahiro Maeda visto nella clip del film di Tarantino, e tante altre maestranze e una libertà che riescono a dare quel tocco di personalità ad un soggetto che è un pretesto per un revenge-movie dove Numero 2 dovrà affrontare tutti i nemici per diventare il Numero 1.
Afro Samurai ha avuto una gestazione molto importante, illustrato da Takashi Okazaki, uscito nel 2000 per la Panini Comics come manga, nel 2007 , grazie alla produzione dello studio giapponese Gonzo è finalmente uscita la miniserie anime divisa in cinque puntate con musiche del rapper e produttore Rza del Wu-Tang Clan.
Violenza a profusione, sentimenti pari a zero come quasi i dialoghi, un ritmo adrenalinico, invenzioni visive interessanti, personaggi stilizzati al massimo con alcune contaminazioni funzionali (come il protagonista afro con lo slang tipico dei gangster e dei rapper statunitensi) il taglio spettacolare dei disegni, Samuel Jackson e Ron Perlman al doppiaggio, l'ambientazione e l'uso di improbabili ed elementi tipici e non dello steampunk (armi da fuoco come le granate e le pistole oltre che i telefoni cellulari) il puro cinismo, un viaggio mistic e infine un crossover che sa il fatto suo.
Afro Samurai è un diversivo interessante, un cartone che esce dai soliti binari per aderire ad un filone molto violento, con alcuni sprazzi di originalità ma che di fondo lascia aperti molti canali per come la storia potesse aggiungere qualcosa senza essere così banale e semplice.

lunedì 21 ottobre 2019

Jigoku-Inferno

Titolo: Jigoku-Inferno
Regia: Nobuo Nakagawa
Anno: 1960
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Un liceale stringe amicizia con un suo coetaneo che rappresenta il male assoluto. Una notte lui e il ragazzo sono in auto ed investono un ubriaco, ma lo lasciano morire senza soccorrerlo. Da quella notte la loro vita sarà una discesa all'inferno...

Capita spesso che alcuni grandi maestri soprattutto in Oriente e soprattutto in Giappone, in un preciso contesto storico e politico, non vengano distribuiti ma messi ad invecchiare in un luogo sconosciuto.
Gli artisti in questione potevano e rischiavano davvero tanto, dalla prigione, ad altre spiacevoli traversie. Nakagawa per fortuna era molto famoso e il suo cinema, almeno una parte, commercialmente aveva degli ottimi risultati.
Dispiace ancor più che un film come Jigoku,  sia rimasto intrappolato in quel limbo dove risiedono migliaia di film scomparsi. Poi per fortuna grazie ad una serie di vicende il film è riuscito ad arrivare anche da noi, attraverso rassegne coraggiose e piccole distribuzioni.
L'opera in sè raggiunge dei fasti a cui pochi sono arrivati.
Dante ripreso per dare forma ad un dramma reale che prende le direzioni più allucinate e sofferte diventando un'epopea di disgrazie, di viaggi tra realtà e immaginazione, personaggi diabolici e intenti ancor più letali e mostruosi.
Uno dei padri assoluti del j-horror (ma quello serio che non deve parte della sua fortuna ai jump scared o ad alcune mosse commerciali) deve il suo talento a diversi fattori soprattutto quelli dell'avanguardia scenica e fotografica con le luci sparate sugli attori e il campo buio che occupa il resto dello schermo, che in Oriente lasciava spiazzati per i risultati ottimali, la resa e la continua voglia di sperimentare. Inferno è una ricerca continua, estrema, azzardata, che riesce a mettere a tacere lo spettatore colto che rimarrà esterrefatto contando l'epoca in cui ci troviamo e un certo coraggio ad approfondire alcuni temi e a promuovere un taglio gore di notevole impatto emotivo.
Jigoku è uno degli horror in assoluto più belli della storia del cinema mondiale, un film ancorato nei suoi retaggi avanguardistici, che osa continuamente senza nessuna paura della censura, dove gli ultimi '40 sono un vero e proprio teatro degli orrori, un film che sembra un'insieme di quadri profetici per quello che succederà nel proseguimento della storia e dove ancora una volta gli svistamenti psichedelici fanno il resto, regalando scene a profusione di una bellezza che ormai il cinema sembra aver dimenticato.
Il film fu l'ultima produzione degli studi Shin-Toho, che si trovavano in grosse difficoltà finanziarie; Jigoku fu girato velocemente, con un bassissimo budget e si narra che molti degli attori del film abbiano partecipato all'allestimento del set dell'Inferno, pur di completare il film. Il film venne portato a termine, ma non riuscì comunque a salvare gli Studios dalla bancarotta

Golem

Titolo: Golem
Regia: Paz brothers
Anno: 2019
Paese: Israele
Giudizio: 3/5

In una piccola comunità ebrea del diciassettesimo secolo, una donna crea una spaventosa creatura per difendere il villaggio da un'ostica minaccia.

Film sul Golem ne sono stati fatti tanti nel corso degli anni. Quest'ultima rivisitazione andava quindi fatta? Sì. Perchè il film in questione rivisita la storia, la riscrive per certi aspetti, cambiando punti di vista, personaggi, ambienti. Il risultato è un'opera indie sconosciuta (o almeno lo era prima di Netflix che nel bene o nel male a qualcosa dunque è pur servito) con un budget risicato che riesce ancora una volta a descrivere molto bene il folklore locale, la leggenda, il sacrificio, assaporando il gusto per la tradizione, le usanze e le leggende ebraiche sempre molto affascinanti e in alcuni casi letali per il potere di riuscire ad auto infliggersi danni collaterali pazzeschi.
Il film apre le porte ad un piccolo e sconosciuto villaggio lituano povero e pacifico che per qualche motivo ha fatto i conti con la peste uscendone integro, ma non dalle calunnie e dall'odio degli esseri umani per gli ebrei. Difatti aprendosi con un incidente scatenante di forte impatto emotivo, Hanna la protagonista, nel suo rituale per salvare chi di dovere, si scontra proprio con quei pogrom che all'epoca erano quasi la normalità nei confronti degli ebrei ritenuti quasi sempre la causa di tutti i mali (quindi la peste e il fatto di esserne scampati raggiunge i fasti di questo odio). Il Golem completamente diverso ritrasformato con una messa in scena molto interessante, in fondo nasce per questo come risposta a questo male generato in particolar modo, come in questo film, dai cristiani dove la più affascinante e oscura delle creature rigurgitate dal ricco folklore ebraico, plasmata dalla terra e animata col soffio della parola di Dio, ha il compito di difendere chiunque la evochi da attacchi e soprusi. Il film nel finale cala di ritmo rifugiandosi in scene abbastanza discutibili e con alcuni effetti in c.g non proprio perfetti mentre invece risultavano funzionali nel film precedente della coppia di registi Jeruzalem, un suggestivo mockumentary apocalittico-esoterico.
Golem ha i suoi punti di forza nella recitazione, nelle atmosfere rurali infarcite fino al midollo di arcane tradizioni ancestrali ma soprattutto nel puntare tutto sulla donna per combattere le forze nemiche. Hanna creando la creatura rivivrà proprio il suo dramma, il suo defunto bambino, rievocando le sue tristi memorie e soprattutto affondando le radici nell’interiorità di una donna troppo ostinata e forte per essere asservita alla collettività maschile.
Un film di ribellione che se non avesse fatto l'azzardo finale poteva diventare un'altra di quelle chicchè folkloristiche che mi piacciono a prescindere.

Sound & fury

Titolo: Sound & fury
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un personaggio misterioso viaggia attraverso un mondo post-apocalittico, alla ricerca di una violenta resa dei conti.

Quaranta minuti di immagini in una ruota furibonda di terrore e distruzione, devastazione e stragi violentissime. Sembra il corto di KILL BILL unito al post-apocalittico di MAD MAX citato almeno all'inizio in maniera palese, spostandosi di epoche come il tremendo IZO di Miike Takashi. Un mediometraggio antologico coloratissimo prodotto dal cantante di musica country Sturgill Simpson il quale impermea tutta la soundtrack del suo prossimo album, intitolato Sound & Fury e lasciando così in modo che siano solo le note musicali a imporsi nella visione senza alcun tipo di dialogo. Tante sono le maestranze coinvolte, tutte funzionali e con nomi che risaltano per la loro importanza dai vecchi sperimentatori che miscelano scelte che rimandano ad un certo passato, AKIRA ad esempio, a nuovi autori abbastanza prestigiosi come Mizusaki e quel Takashi Okazaki di SAMURAI AFRO.
Un cocktail frenetico quasi impossibile da recensire visto che passa tutta come un'esperienza visiva e uditiva coinvolgente con tante epoche e contesti differenti, stili d'animazione all'avanguardia, un ritmo che è una furia e alcune scene splendide di una violenza sconvolgente ma a tratti straordinaria.