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martedì 15 settembre 2020

Too old to die young


Titolo: Too old to die young
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

Un poliziotto, l'imberbe e taciturno detective Martin, si ritrova ad espiare i propri sensi di colpa dopo aver visto perire un suo collega. Decide così di diventare un giustiziere della notte decretando la vita e la morte dei delinquenti che popolano la città degli angeli. Sulla sua strada trova Jesus, narcotrafficante in ascesa, e una varietà incredibile di scarti e residui dell'umanità peggiore, quella formata da stupratori, molestatori, membri di diverse organizzazioni malavitose.

C'è qualcosa nel film lungo tredici ore definito da Refn simile in termini di narrazione e sostanza ad una recente serie tv andata in onda Zerozerozero
 di Sollima scritta da Saviano. In particolar modo la descrizione del Cartello e dei narcotrafficanti come se fossero ancora ad oggi le bestie più spietate e fuori controllo sul pianeta.
Refn e la serialità anche se come dicevo per lui rappresenta un film molto lungo. Decisamente fuori dagli schemi grazie alla collaborazione di uno scrittore che stimo da diversi anni per i suoi lavori mister Ed Brubaker asso nel ridare enfasi e spessore al noir dei comics.
La storia dei soliti anti eroi che piacciono al regista viene celebrata ed enfatizzata esplodendo in tutta la sua virulenza ancora più che in Solo Dio perdona
, il ritmo della narrazione in questo caso diventa minimale a dei livelli mai visti prima con una perizia nel cercare di portare i dialoghi ai minimi comuni termini e lasciare che le espressioni, i micro gesti dei protagonisti e i movimenti della mdp diventino i nostri punti di riferimento. Allucinato, luci al neon, colori deformati e sparati come missili nella nostra psiche, location estatiche per personaggi deviati e devianti, veri orrori post contemporanei di un mondo marcio e violento che si nasconde dietro una ricchezza squallida e superficiale. Il mood o meglio l'atmosfera dell'opera è intensa, intrisa di una morale depravata e cinica che non risparmia nessuno nemmeno i contractors che decidono di sterminare pedofili ad hoc. Tutto è marcio e squallido a partire dai poliziotti, da figli di famiglie disfunzionali, di padri che vorrebbero il controllo sul partner della propia figlia minorenne.
Ci sono sicuramente alcuni personaggi che resteranno impressi nella memoria così come alcune sequenze memorabili. Se il trono appartiene a Yaritza la misteriosa sacerdotessa della morte, la vendicatrice divina arrivata dal deserto che muoverà i suoi passi fino a diventare la vera boss.
Tutto in un crescendo criminale di supremazia totale e inarrestabile, in grado di prendere a schiaffi Janey quando sbaglia la risposta sul test della verità, per dirne una, fino a quando stermina un gruppo rivale, diventando la protettrice delle oppresse messicane messe alla mercè come prostitute e infine sodomizzando il suo uomo. Damian per altri versi pur avendo un ruolo limitante riesce ad essere un personaggio scomodo anch'esso un boss di una micro criminalità afroamericana il quale come tutti cerca di farsi strada in un sottobosco urbano criminale, malvagio e bipolare, dove tenendo per i fili il protagonista al suo soldo finisce per essere attirato in una ragnatela da cui non potrà più fuggire.
Pedofili, snuff movie, torture ai massimi livelli, Refn non si fa mancare nulla, aggiunge sotto storie e congiunge tasselli importanti di una storia tutto sommato scritta molto bene da Brubaker il quale ne approfitta per non farsi mancare davvero nulla in questa critica furibonda verso una società ormai arrivata al punto di non ritorno, spietata e sadica che gode nel masochismo e nel regalare sofferenza al prossimo.
Tanti i momenti dallo snuff movie dei fratelli Crockett, al finale tra Yaritza e le sue pratiche ai danni di Jesus, al ballo per strada della banda di Damian, all'eliminazione dei pedofili (la scena nella casa dove uccidono una coppia insospettabile è tremenda), così come tantissime scene di tortura, sopraffazione, quei pochi dialoghi tutti impostati sul controllo e sul dominio.
Refn fa centro un'altra volta con l'opera più violenta, cruda e disarmante che abbia finora avuto la possibilità di mettere in scena sublimando il suo concetto di noir al neon stilizzato e sotto steroidi.

Gangs of London


Titolo: Gangs of London
Regia: Gareth Evans
Anno: 2020
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

Londra. Città enorme e multietnica, dove vivono e convivono varie comunità, ognuna con le proprie regole e i propri rituali. Città viva e pulsante, con diverse etnie e milioni di storie, ognuna con un bagaglio storico e culturale capace di pesare addosso alle persone, condizionandone l’esistenza. In uno dei tanti quartieri popolari, si consuma l’assassinio di Finn Wallace, capo di una delle più potenti famiglie criminali della capitale. La sua morte lascia un vuoto di potere e apre una caccia che si trasforma ben presto in un bagno di sangue e in una lotta tra le varie fazioni. Sarà compito dei vari membri della dinastia, portare avanti le attività di famiglia, sopravvivendo a quanti vorrebbero sommergerli.

Sempre più spesso registi acclamati dal pubblico più che dalla critica provano a immergersi nelle serie tv, spesso con un'unica stagione auto conclusiva.
Evans lo conosciamo tutti per aver ridato enfasi al genere delle arti marziali con film tosti e particolarmente violenti. La sua peculiarità, che non fa eccezione in questa serie, è quella di arrivare subito al punto senza perdersi in dialoghi angusti ma colpendo duro e in maniera inaspettata.
Gangs of London è composta di nove episodi e dobbiamo aspettare la fine del quarto con quel cecchino impazzito per vedere un salto in avanti nel ritmo, nell'azione e nel montaggio e soprattutto nella carneficina che da quel punto in avanti sarà un massacro senza eguali.
Prima c'erano una serie di rapporti e gerarchie da incasellare mettendo insieme inglesi, albanesi, pakistani, rom, nigeriani, irlandesi e contractors. Un calderone impazzito dove per fortuna almeno un personaggio per gruppo riusciva a dare il meglio di sè con le dovute eccezioni in cui a farla da padrone rimangono Luan Dushaj, Kinney Edwards e la moglie di Liff Ansen.
Pur non amando la serialità, al di là di alcuni ingredienti che mi solleticavano la curiosità, c'era la complicità di due nomi importanti come Fabrice Du Welz e Xavier Gens.
La trama per fortuna per quanto apra una successione di porte riesce a mantenersi coerente dipanando una storia che non può essere originale ma trova la sua componente nei tradimenti, doppi giochi, sotterfugi e segreti in un crescendo che porterà ad un climax finale originale e inaspettato.
Nella sua coralità e in tutte le maestranze coinvolte per etnie e giochi di potere la serie rischiava di eccedere con tutta la carne al fuoco ma invece pur con un ritmo che nella prima parte risulta abbastanza lenta e con troppi dialoghi, dalla metà diventa azione a profusione con stragi e massacri davvero confezionati ad hoc e ora vi rimando i momenti migliori della stagione a partire dal covo di tossici omosessuali dove trascorre il tempo Billy, il genocidio al campo rom, la strage del cecchino, l'uccisione del ragazzo di Lale in Pakistan, l'attacco dei contractors nella casa in tutto il quinto episodio (il punto più alto), la tortura della moglie di Liff Ansen nell'episodio sei, la discussione con Wallace Dumati nell'episodio sette, e poi forse una citazione involontaria di Hyena con quella strage dei nigeriani a colpi di machete contro i funzionari di una banca che rappresentano il patrimonio dei Wallace e dall'altra la vendetta decisamente esagerata di Luan che da solo stermina tutto il gruppo degli stessi nigeriani come a siglare che gli albanesi sono sempre i più spietati e pericolosi ovunque si trovino.



Double World


Titolo: Double World
Regia: Teddy Chan
Anno: 2020
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Il giovane Dong Yilong vuole recare prestigio al suo clan e decide di diventare un guerriero dell'impero. Così, inizia un periglioso viaggio per partecipare a un torneo finalizzato alla selezione.

Di nuovo mitologia e folklore popolare, in questo caso tratto da un video gioco di successo.
Siamo ben distanti da Journey to the west – Demon strike oppure League of God ma gli ingredienti come l'epicità, il fantasy, il wuxia e gli intrecci politici e amorosi non mancano.
Chan conosce bene l'action avendo dimostrato in passato di sapersi confrontare con film complessi avendo buona dimestichezza dei tempi e di dove saper piazzare la mdp. In Double World muoiono in tanti, alcuni inaspettati, alzando così l'asticella dei colpi di scena e della posta in gioco.
C'è qualche mostro, scorpioni giganti, una non meglio precisata creatura a difendere l'antagonista (un cane orso troppo cresciuto) e poi un serpente drago. Ci sono molti clan, tutti del sud e tutti tenuti assieme dall'onore per difendere l'amor di patria, e poi questo trio di protagonisti a cui si appoggerà una quarta desaparecidos, a dover affrontare molteplici prove iniziatiche e di sopravvivenza andando il più delle volte contro la propria filosofia personale.
Double World al di là della trama scontata, cerca di fare il suo senza sbilanciarsi troppo dal momento che non avrebbe giovato, trovando nell'avventura, nel viaggio dell'eroe e quello iniziatico nonchè di formazione le formule per creare più pathos possibile con i protagonisti (tutti incredibilmente buoni e costretti chi più chi meno ad una vendetta personale o a cercare delle risposte sul proprio passato).
La pecca forse è l'esagerazione della c.g e dell'ipervelocità nei combattimenti, per il resto si lascia vedere molto bene nelle sue due ore senza mai abbassare ritmo e intensità.

Old Guard


Titolo: Old Guard
Regia: Gina Prince-Bythewood
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La storia è quella di gruppo di esseri umani che hanno un inspiegabile dono speciale. Una volta morti, dopo pochi secondi, tornano in vita rigenerando completamente le loro ferite. Ognuno di loro ha attraversato decenni, secoli e addirittura millenni cambiando sempre identità e affrontando alcuni degli eventi più drammatici della storia dell’umanità.

Facciamo così. Togliamo Theron, Marinelli ma soprattutto il sempre sottovalutato Schoenaerts, il migliore del gruppo. Cosa rimane. Niente.
Un film sull'identità di genere che mischia intrecci amorosi, coppie di fatto dove nelle Crociate bianchi e arabi scoprivano un amore clandestino, dove ancora prima la Theron lasciava ai tempi dell'Inquisizione una presunta strega, compagna, a perire nascosta in una gabbia sott'acqua.
Ma poi c'è il tema dell'immortalità. Sembra di vedere Eclissi letale in un coito con HIGHLANDER. Purtroppo Netflix dimostra una peculiarità nel selezionare prodotti da supermercato, semplici e banali, capaci di indirizzare il gusto del pubblico verso prodotti mainstream ingenui e spesso di una superficialità imbarazzante.
Old Guard osa e si spinge più in là, con un budget faraonico, moltissime location, scene d'azione discutibili, troppa musica, e la new entry con i super poteri davvero fuori parte.
Tratto da una grapich novel di Greg Rucka, co autore della sceneggiatura, il film non ha la benchè minima cognizione di dove andare a parare con una storia banale e scontata, l'assenza totale di colpi di scena, un cast che in alcuni momenti si chiede cosa stia succedendo e perchè ha accettato questa sorta di attacco alla propria dignità e infine dialoghi che non sembrano veri per quanto sanciscano gli stereotipi più beceri. Altro non saprei dire, un film che si lascia guardare nel senso che non è mai noioso ma non accende nulla e non incide su nessun piano se non su quello di fare un film chiaramente a favore delle coppie di fatto di entrambi i sessi.

sabato 8 agosto 2020

Time to hunt


Titolo: Time to hunt
Regia: Sung-Hyun Yoon
Anno: 2020
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Nella Corea del prossimo futuro, un gruppo di ragazzi in delle baraccopoli commettono un grave crimine.

Da questo scenario, un clima distopico in una Corea affetta da una terribile crisi economica costretta a ridurre la stragrande maggioranza della popolazione in povertà, attraverso paesaggi deserti, metropoli abbandonate e distrutte, capannoni che nascondo giri loschi, spacciatori e venditori d'armi, discoteche segrete e criminali di ogni tipo e killer spietati si svolge questa caccia all'uomo.
Il trio di ragazzi protagonisti sono già in parte corrotti, sapendo bene dal momento che il loro amico esce di prigione, che quello che succederà non potrà che portare a conseguenze inattese ed effetti imprevisti e perversi. Così inizia il conto alla rovescia, vengono dipanati gli intenti e gli obbiettivi del terzetto, con una rapina, assoldando un quarto elemento che deve dei soldi al protagonista, ad un venditore di armi fratello di un boss malavitoso che gli aiuterà e infine dei terzi che assolderanno un killer per stanare il quartetto e riportare i soldi ai legittimi proprietari.
Time to hunt nei primi due atti, ma soprattutto nel primo, ha la sua parte migliore riuscendo a creare un'atmosfera sospesa e cruenta, figlia del degenero e di quel clima distopico che sembra aver annientato tutto come l'effetto di una bomba, facendo vedere solo ceneri ed edifici distrutti e abbandonati. Grazie a questa tensione che prende piede, il film si dirama in un mix discretamente assemblato di diversi generi: il distopico appunto, l’heist movie, il bildungsroman, il thriller e il revenge-movie.
Dal punto di vista narrativo è soprattutto il terzo atto ad essere molto deludente con una semplice caccia da parte del killer che si diverte a inseguire e dare tempo per scappare alle sue prede, non riuscendo ad aprire speranze per quella che poteva essere una denuncia molto più politica sul peso del governo, sul come cambiare quella situazione o comprenderla. Sembra che l'unico obbiettivo dei personaggi all'interno sia quello di fare più soldi possibili lasciando la Corea per spiagge dorate e sogni di gloria.

Leon


Titolo: Leon
Regia: Luc Besson
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La vita del sicario di origine italiana Léon viene irrimediabilmente sconvolta quando la giovane vicina di casa di nome Mathilda, i cui genitori sono legati al traffico di stupefacenti e alla corrotta polizia di New York, viene a suonare in lacrime alla porta della sua umile stanza di motel.
La ragazza, scampata alla missione punitiva guidata dall’agente Norman Stansfield, rientrando dopo aver fatto compere, intravede attraverso la porta di casa il corpo del fratello minore, da lei molto amato, e non avendo altro posto in cui rifugiarsi, cerca asilo da Léon che, titubante decide di aiutarla.

Leon dimostrava il talento di un Besson ispiratissimo ai suoi fasti con pellicole d'azione tra le più interessanti di quegli anni. Il film invecchia benissimo, dimostrazione di un lavoro dove la tecnica e le maestranze hanno dato vita ad un mezzo miracolo per una storia semplice e già vista ma allo stesso tempo emotiva ed efficace con un ritmo incalzante e alcune scene e dialoghi indimenticabili.
Con una galleria d'attori semplicemente perfetta (Portman e Oldman su tutti) è un viaggio dell'eroe post contemporaneo, un film di formazione attuale quanto drammatico, un film che parla di fragilità, di personaggi e rapporti cinici, divertenti quanto oltraggiosi (come si impone Mathilda nella vita di Leon sconvolgendone la routine e stuzzicandolo per quanto concerne una sessualità da sempre repressa) riuscendo nel difficile compito di avere la consapevolezza di essere un racconto variopinto, citazionista con omaggi a Leone a partire dal titolo, di regalare sparatorie uniche e tecnicamente perfette e di riuscire con quei primissimi piani, quel tono scanzonato, di inserire quei dictat hollywoodiani di stampo italo-americano, la Little Italy, Danny Aiello e il suo ristorante, un killer professionista arrivato dal nulla e allevato come un figlio che viene assoldato dai mafiosi, senza avere mai cadute di tono ma riuscendo ad essere sempre ispirato e a tratti anche molto divertente.


Triple Threat


Titolo: Triple Threat
Regia: Jesse V. Johnson
Anno: 2019
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

La figlia di un milionario finisce per essere il bersaglio di una squadra di assassini professionisti, ma un piccolo team di mercenari proverà a difenderla a tutti i costi.

Triple Threat è quel tipico esempio di action parecchio confuso a partire dai produttori, dai paesi che si sono trovati coinvolti a muovere i fili di questo film muscolare e caotico, di una parata di "star" del cinema di arti marziali e una sceneggiatura molto pasticciata con alcuni colpi di scena prevedibili. Per fortuna almeno il ritmo scorre che è una bellezza e l'azione bilanciata è coinvolgente seppur con più sparatorie che combattimenti. Scott Adkins comincia davvero a far paura per quanto si prenda sul serio pur essendo un fisic du role che ha dato il suo meglio con il lottatore russo interpretando Yuri Boyka, idem il suo socio di serie b, quel Michael Jai White perso negli ultimi anni in film di serie c.
Tradimenti, vendetta, poveri derelitti costretti a subire le angherie di un plotone di contractors corrotti. Insomma l'idea di partire quasi come un war movie, per prendere subito un'altra strada e far luce sui reali intenti del plotone d'esecuzione è roba assai abusata, un futile pretesto per creare quel senso di disperazione nei tre poveri protagonisti che si metteranno assieme in trame confuse per sgominare il crudele terrorista Collins.
Bisogna però analizzare il film e l'operazione commerciale per quello che è ovvero puro intrattenimento di genere, in questa dimostrazione, certo cercando di puntare su un minimo di trama che possa funzionare in cui dal secondo atto, siglata l'alleanza del terzetto, sarà tutto un fuggi fuggi dai mercenari e la difesa della figlia del milionario cinese.
Rimane decisamente diverso e peggiore delle saghe con le maestranze inserite, pensiamo solo a Raid Redemption per fare un esempio in cui lì c'era una violenza senza eguali e i combattimenti colpivano duro mentre qui l'aria commerciale e dovendo mettere d'accordo tutti i target crea un'altro tentativo andato a male.

sabato 1 agosto 2020

A Sun


Titolo: A Sun
Regia: Chung Mong-hong
Anno: 2019
Paese: Taiwan
Giudizio: 4/5

Una famiglia di quattro persone viene distrutta quando il figlio più giovane viene mandato in un centro di detenzione minorile. Il figlio maggiore, che è sempre stato considerato la speranza della famiglia, prende una decisione che devasta i genitori.

Il quinto film di Mong-hong fa centro appieno rivelandosi un dramma famigliare, un noir che parte depistando lo spettatore con un paio di scene di amara vendetta davvero crudeli per poi rallentare e moderare i toni diventando un film che dalla strada, passa al carcere minorile, fino al cammino di redenzione, il revenge-movie e molto altro ancora.
In due ore e mezza il film si dipana su sentieri molto diversi ma tutti perfettamente collegati, rivelando parte degli intenti dei protagonisti e raccontando senza mezze misure una vicenda molto cruda e umana, un viaggio realistico di come si cerchi con tutte le difficoltà del caso di risorgere dalle ceneri senza aver fatto i conti con i debiti del passato e tutti i suoi aguzzini pronti a vendicarsi.
Le colpe che ricadono in primis sui genitori, la responsabilità di ritrovarsi ad aver messo alla luce un bambino senza saperlo, Mong-hong non abbassa mai i toni, anzi il dramma si dipana sempre in crescendo, fino ad impazzire verso il finale e dovendo trovare un climax potente per chiudere una faccenda che rischiava di far esplodere tutto. In più è incredibile notare come tutti i personaggi vengano caratterizzati e sondati fino alla radice, tra paure, invidia fraterna, scelte difficili, ricordi (la scena del figlio morto che appare al padre è commovente, oppure la rivelazione del marito nel finale a sua moglie) rendendo il film un'opera fortemente riflessiva ed emotivamente sconvolgente senza mai perdere i binari ma dimostrando una naturalezza impressionante.


Pronti a morire

Titolo: Pronti a morire
Regia: Sam Raimi
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il dispotico ras di Redemption organizza un torneo a eliminazione di sedici duelli alla pistola.

Sam Raimi è un regista che stimo molto avendo dato vita a capolavori intramontabili e cult di tutto rispetto. Come molti autori ha avuto un incursione nell'universo Marvel prendendosi le sue giuste distanze, dimostrando di saper essere un artista in grado di sguazzare perfettamente tra film d'azione e horror originali e pieni di ritmo o come in questo caso omaggi profondi e di solo intrattenimento e non così originali come darsi allo spaghetti-western.
Pronti a morire a parte essere una parata di star è un film in fondo già visto con un torneo tra pistoleri per vedere chi sia il migliore, con l'antagonista perfido e glaciale (Hackman che vola alto sopra tutti gli altri attori) facendo una sorta di ricalco parodistico sui film di Leone in primis e attingendo a piene mani dai classici stereotipi del genere, riproponendo formule già viste con tanta azione fracassona, buchi nelle teste e di fatto un ritmo che non rallenta mai dando almeno azione a profusione a raffica senza mai fermarsi per quanto i personaggi siano molto stereotipati e i dialoghi tagliati con l'accetta.
Pur non dicendo molto, riesce ad essere semplice, d'effetto e divertente, vedere così tanti buoni attori fa sempre piacere, in più era uno dei momenti in cui Sharon Stone (una delle più belle attrici del cinema di sempre) era lanciatissima in carriera arrivando a co-produrre il film di cui è protagonista assoluta.

lunedì 27 luglio 2020

Beasts Clawing At Straws


Titolo: Beasts Clawing At Straws
Regia: Kim Yong-Hoon
Anno: 2020
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

I destini di quattro miserandi si intrecciano e il colore dei soldi diventa il rosso del sangue in un puzzle di vite grottesche.

Kim Yong-Hoon al suo esordio assoluto dimostra un coraggio e una capacità notevole nel saper gestire storia e piazzare la mdp in maniera davvero formidabile. I film con una struttura a incastro non sono moltissimi e spesso viste le diverse storie e gli intrecci rimangono difficili da gestire facendo sì che alcune risultino più accattivanti rispetto alle altre.
Tra ricchi colpi di scena, deviazioni inaspettate, un ritmo e una tensione che non vacillano mai, il film tende a rendere tre storie apparentemente distinte, facendole incrociare in maniera complessa e appagante.
Donne a capo di bordelli spietate e ancora innamorate dei loro ex, boss disposti a tutto pur di ottenere questa fantomatica valigetta piena di soldi, uomini indebitati dopo che la loro ragazza è fuggita con l'incasso di uno strozzino, giovani amanti, ragazzi disposti a tutto, mariti violenti, miserandi umili che fanno pulizie o lavorano all'interno di una sauna alle dipendenze di capi spregevoli.
Una valigetta, il colore dei soldi che diventa il rosso del sangue in questo puzzle di vite grottesche con un sapore coinvolgente, cambiando toni e atmosfere di continuo, capace di coniugare le tipiche atmosfere del thriller coreano a una verve ironica caustica e spiazzante, dove grottesco e black humor convivono magnificamente. Dal secondo atto il film cresce di continuo senza mai lasciare strade aperte. L'happy ending è torbido regalando colpi di scena e momenti inattesi nonchè conseguenze impreviste inaspettate delineando un quadro sempre più chiaro e preciso nella messa in scena non cronologica dove passato e presente ballano costantemente sul filo del rasoio e questa forse è la caratteristica più interessante e originale del film.

Borghese piccolo piccolo


Titolo: Borghese piccolo piccolo
Regia: Mario Monicelli
Anno: 1977
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

Un impiegato al ministero ha un figlio ragioniere e una moglie casalinga. C'è un concorso i cui vincitori verranno assunti al ministero, però saranno uno su cinquanta. Allora l'impiegato le prova tutte, arriva persino a farsi massone. Pare abbia trovato la strada buona, quando il figlio viene ucciso da un rapinatore. Il padre riesce a trovare l'assassino, lo lega a una sedia con un fil di ferro e lo tortura giorno dopo giorno, finché quello muore

Verdone in una maschera drammatica è stata una scelta astuta per un personaggio così tipicamente italiano e corrotto nel dna come tutti i suoi simili in una borghesia piccola e viscida che cerca sempre di trovare una complicità nella raccomandazione e nel farsi i favori arrivando addirittura a diventare massoni.
Un film complesso, ottimamente recitato dalla sua galleria di comprimari e figuranti, trasfigurando la narrazione dopo l'incidente straziante dove muore il figlio, leggermente imbranato, di Giovanni Vivaldi e diventando una sorta di revenge movie con tanto di torture finali e morti una dopo l'altro (quella della moglie di Vivaldi, Amalia è forse ancora più amara e complessa).
Un film che parla di cosa ci si aspetta da questo paese quando si hanno le conoscenze giuste, del fatto che per i figli non venga presa in considerazione la meritocrazia, un servilismo mellifluo, l'inchino di fronte ai superiori per ribadire i ruoli.
Monicelli inquadra perfettamente la quotidianità di un personaggio che non sembra vedere l'Italia e i suoi cambiamenti attorno, relegato nel suo microcosmo dell'ufficio e facendo sempre le stesse cose con una rigida monotonia. Tutto questo appare ai suoi occhi come una sorta di piccola apocalisse quando il figlio muore e Vivaldi apprende che sta succedendo qualcosa nel suo paese, che esistono tensioni sociali e si sta sprofondando negli Anni di Piombo e così quella stessa politica corrotta che lui inneggia e contempla a manifesto sembra proprio per una sorta di contrappasso ritorcersi contro ciò che da sempre un padre ama di più, il proprio figlio.


lunedì 20 luglio 2020

A good woman is hard to find


Titolo: A good woman is hard to find
Regia: Abner Pastoll
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Crescere un figlio da sola non è semplice. Ne sa qualcosa Sarah, una giovane rimasta da poco vedova che vive in quartiere controllato da un crudele narcotrafficante. Suo figlio Ben non parla più dal giorno in cui ha visto il padre accoltellato a morte all'interno della loro stessa proprietà. La polizia non ha fatto nulla e Sarah è oramai sull'orlo dell'esaurimento quando un giorno uno spacciatore locale fa irruzione nella sua abitazione. Temendo per Ben, decide di aiutare l'uomo che ha bisogno di nascondere ciò che ha rubato al boss del quartiere. Così facendo, questi continua ad andare e tornare dalla sua casa e Sarah, pur non sapendo come comportarsi, sa che deve fare qualcosa prima che sia troppo tardi.

Pastoll diresse nel 2015 Road Games un thriller insolito che vantava una scrittura e una piega degli eventi abbastanza originale in un mercato ormai omologatissimo confermandosi come un indie autoriale e inserendo il regista tra quelli da tenere d'occhio. A quattro anni di distanza conferma un film meno originale nella scrittura ma che riesce a divertire (cercare le pile per il proprio vibratore può non essere così facile, ma si è disposte a tutto) a lasciare interdetti a creare sinergie assurde, in un film girato in 16 giorni che passa dal dramma famigliare all'home invasion, al noir grottesco fino alla vendetta della final girl. Un film british al 100% che alterna una forte carica ironica a scene di sorprendente brutalità senza lesinare qualche inaspettato colpo di scena.
E poi c'è lei Sarah che tiene sulle spalle tutto il film dando filo da torcere ad ogni maschio alpha della pellicola, lasciandoli tutti allo sbando e prendendo lei il controllo della situazione alternando stati d'animo molto reali e soprattutto non puntando sui soliti stereotipi della femme fatale.
Emancipazione, indipendenza, farla finalmente pagare ad un commesso di un supermercato troppo ficcanaso dopo aver demolito un boss e i suoi gregari. Il titolo del film è profetico così come la trasformazione della protagonista che arriverà a tagliare a pezzi il cadavere di Tito, estrarre da una testa mozzata una pistola, colpire a colpi in faccia armata di vibratore. Un noir spietato e mai troppo sopra le righe capace di intrattenere, far riflettere, divertire e infine stupire con una buona dose di sangue e violenza.

Sushi girl


Titolo: Sushi girl
Regia: Kern Saxton
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo sei anni di prigione, Fish è un uomo libero. Il giorno in cui viene liberato, i suoi compari organizzano una festicciola: in cinque si ritrovano a mangiare sushi sul corpo di una giapponese, stile yakuza. Sarà l'occasione per saldare i conti rimasti in sospeso.

Sushi girl è un esercizio di stile molto pulp con dialoghi e una certa scelta di cast la quale cerca di trovare la sua verve mostrando tanta violenza e scegliendo una narrazione di per sè già vista mille volte soprattutto se contiamo che è una sorta di IENE con qualche deviazione.
Candy Man, Luke Skywalker, Atreyu, Kyle Reese, Machete, l'attore feticcio di Gregg Araki e Hattori Hanzo. Queste o meglio alcune di queste solo le maestranze sedute attorno al tavolo dove sdraiata immobile si trova questa ragazza nuda vestita solo con sushi in una pratica quella chiamata Nyotaimori.
Il film infarcito di dialoghi, flashback, tante scene di tortura, complotti e raggiri, sfrutta bene l'impianto della location praticamente senza muoversi mai e alla fine ovviamente punta tutto sulla paranoia che si insisua tra i colleghi e la vendetta finale che appare abbastanza scontata e figlia di KILL BILL. La scena della rapina è forse la parte più noiosa anche se mostra un plotone di attori tutti in parte e Hamill vince a piene mani un confronto tra personaggi tutti fuori dalle righe e tagliati con l'accetta.


martedì 14 luglio 2020

Calm with horses


Titolo: Calm with horses
Regia: Nick Rowland
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Ad un uomo viene chiesto di uccidere per la prima volta. Dalla sua decisione dipenderà il futuro della famiglia.

Alcuni film te ne accorgi dal cast, dalla locandina, da qualche faccia abbruttita dai pugni o dalle sostanze, dall'atmosfera generale insidiosa e caotica. L'esordio di Rowland è un dramma sociale che picchia duro, non risparmia e non lesina la violenza ma non ne fa per questo il baluardo.
Il senso del rispetto, la famiglia Devers con tutte le sue magagne, i suoi componenti abbruttiti dalla droga e con rapporti sociali legati agli interessi economici e un'ambientazione che ci porta in luoghi bui dimenticati dall'umanità, lande desolate e campagne irlandesi dove quasi tutto sembra marcio.
Arm rappresenta pur nel suo essere un fisic du role, lo scemo da mandare avanti come un burattino seguendo ordini specifici e rimanendo l'unico in grado di avere un vero dramma personale con cui combattere per tutto il film, dovendo scegliere se fare o meno la cosa giusta, un vero bruto dal cuore tenero. Il senso di sotto pressione e difficoltà a cui viene esposto Arm, il quale anche lui lotta quotidianamente con i suoi demoni personali e un fratello che lo costringe a fare quello che vuole, mi ha ricordato un altro personaggio così intenso e chiamato a una performance gigantesca ovvero
Jacky Vanmarsenille interpretato da Matthias Schoenaerts in Bullhead.
Calm with horses alterna sempre calma e tempesta, figli disabili e cavalli contro un mondo di criminali che il cinema nonostante abbia affrontato molte volte in precedenza riesce sempre a prendere delle pieghe diverse e spesso con quei particolari intensi e originali. La violenza è brutale e la storia narra comportamenti estremi, compresa la pedofilia, ma non lesina quella ricercata dolcezza e spontaneità nei gesti che quando arriva sembra deflagrare quell'ordine e quel caos così ben costituito e mantenuto dai suoi membri.

1BR


Titolo: 1BR
Regia: David Marmor
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sarah trova una stanzetta negli Asilo Del Mar Apartments, pensa di aver fatto tombola. Situata in una strada tranquilla di Los Angeles, ha molto spazio, affittuari amichevoli, barbecue di gruppo e persino un simpatico vicino di casa. Ma trattandosi di L.A., non tutto è come sembra: forti rumori iniziano a tenerla sveglia di notte; il suo gatto scompare; tutti sembrano essere un po’ troppo disponibili e cordiali, tranne lo strano Lester. Presto, Sarah scopre di non aver scelto questo appartamento, ma di esser stata scelta.

L'esordio di Marmor prende a piene mani da Polanski e Laugier per un dramma su una ragazza in piena crisi depressiva che sceglie quello che sembra un luogo perfetto con una comunità di vicini molto uniti, ma poi..1BR è un film che ha sicuramente tanti spunti interessanti, alcuni se li gioca abbastanza velocemente e male, dando dal secondo atto un'impostazione tutta legata sul sacrificio, il martirio e la tortura. Sprazzi di thriller psicologico, splatter in alcune scene a profusione (i chiodi alle mani) lasciando la povera Sarah, aiutata da un'amica, a vedersela contro un gruppo di persone disposte a tutto pur di seguire le regole con cui vengono auto disciplinate dal loro leader.
L'aspetto più interessante di 1BR è la parte iniziale in cui vengono seminati elementi che ci portano troppo velocemente a intuire come verrà strutturato il dramma, ma la psicologia dei personaggi e il loro "leader" risultano perlomeno funzionali alla narrazione. Il film traballa quando diventa un vero e proprio horror con tanto di revenge della final girl di turno puntando tutto sulle efferatezze a cui i membri fanno ricorso per avere l'obbedienza assoluta dei propri componenti.
A parte questa confusione di voler inserire troppi elementi il film mantiene comunque un bel ritmo e sa scavare nel torbido più profondo soprattutto nei dialoghi tra alcuni personaggi. Il film è prodotto dalla Dark Sky Films, famosa per House of the devil, The Innkeepers, Stake LandDeathgasm e We are still here

sabato 16 maggio 2020

First Love


Titolo: First Love
Regia: Takashi Miike
Anno: 2019
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Leo è un pugile di poche parole ma dal pugno pesante: quando scopre di avere un tumore al cervello diviene preda dello sconforto. Monika è prigioniera della yakuza, che la obbliga a prostituirsi e l'ha resa tossicodipendente, costantemente in crisi di astinenza. I due si trovano coinvolti in un complotto che li porterà a scontrarsi con un variegato gruppo di personaggi, corrispondenti ad altrettante forme di insana bizzarria: un emissario della yakuza stessa, un poliziotto corrotto, un killer delle triadi cinesi con un braccio solo e così via, con crescente tendenza all'eccesso.

Miike Takashi ormai è in grado di padroneggiare qualsiasi tecnica e genere. Il suo cinema da sempre ha una firma che ormai dopo quasi 100 film è impossibile non riconoscere nei suoi lavori e nella sua tecnica.
Mi aspetto soltanto più un film d'animazione ultra violento e poi raggiungo la pace dei sensi.
First Love è una vera bomba, una via di mezzo tra Yakuza Apocalypse ma meno estremo e Like a Dragon ma meno fumetto. Perchè il film parte come una storia d'amore, ma poi attraversa come uno sguardo nostalgico quasi tutti i generi del maestro giapponese dove la yakuza gioca sempre un ruolo preponderante, ma stando al passo coi tempi ci sono anche i cinesi da tenere a bada. Complotti, tradimenti, voltafaccia, doppi giochi, stragi come non se ne vedevano da tempo (quella finale poi tutta girata nel magazzino sembra Free Fire ma con l'aggiunta di arti mozzati, katane, molte più donne e ogni genere di arma possibile). First Love si prende sul serio, ci parla di loser, di una fragilità nei rapporti sociali soprattutto tra i giovani, mescola e infarcisce tutto con il cocktail di trovate interessanti in un ritmo frenetico, violento, ma anche molto ironico.
Si prende qualche virtuosismo che sfocia nel paradosso con la scena della macchina finale, mostra capi yakuza ormai stanchi (forse come comincia ad esserlo Miike) cresciuti assieme all'autore che ha saputo trattare le loro gesta disperate in alcuni autentici capolavori.

lunedì 4 maggio 2020

Vfw


Titolo: Vfw
Regia: Joe Begos
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di veterani deve difendere il proprio territorio da un esercito di mutanti punk trasformati a causa di una potente droga.

Per me Joe Begos sta diventando una potente droga che rischia di darmi sempre maggior assuefazione.
I suoi film sono marci e disperati. Dotati di un pessimismo cosmico, dipinti di ignominie a cui ormai dobbiamo arrenderci a vedere il mondo sempre più popolato da derelitti e sballoni, vittime sacrificali, alcolizzati e pazzi isterici.
Ora per me Vfw è la sua summa contando che ha 32 anni, è al suo sesto film e forse se continua così potrà essere giustamente venerato dagli amanti del cinema di genere.
Ho amato i suoi precedenti film tanto Bliss, abbastanza Almost Human e in parte minore ma non per il suo corto Tales of Halloween.
Vfw è riassumibile in una log line, ha pochi e cazzuti protagonisti, un'unica location, dialoghi da brivido e tagliati con l'accetta e tutto il resto è splatter puro, budella e frattaglie sparse in ogni dove con questo esercito di mutanti che sembrano zombie pure abbastanza cazzuti, delle vere e proprie bestie da macello. Tutto andrà come non deve andare e due soli locali sembrano sopravvissuti ad una pandemia post apocalittica, uno un ritrovo di veterani di guerra, l'altro una Sodoma più piccola.
Un gruppo di vecchi che fanno il culo a tutta la saga de i Mercenari messi assieme e non parliamo di fisic du role imbolsiti ma di veterani veri di alcuni pezzi rari di di cult del cinema che riescono a interpretare e dare spessore come Stephen Lang, William Sadler, Fred Williamson, Martin Kove e David Patrick Kelly
Un b movie dove Carpenter viene spremuto e venerato come una sorta di profeta dell'apocalisse, dove trash, weird, splatter, grottesco, ironia, azione, thriller, dramma, vengono dosati e miscelati in un cocktail di Pechino che chi ha il coraggio di pipparselo vedrà demolita ogni frontiera mentale.


giovedì 16 aprile 2020

2013-La fortezza


Titolo: 2013-La fortezza
Regia: Stuart Gordon
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un prossimo futuro, negli Stati Uniti, una coppia si trova imprigionata in un carcere di massima sicurezza per aver violato le leggi relative alla natalità. I due decidono di tentare l'impossibile e fuggire.

Lambert deve solo baciare la terra sotto i piedi per la fortuna che ha avuto a poter recitare in alcuni splendidi film vista la sua totale assenza di talento ed espressività.
Gordon è uno dei quei registi che hanno saputo fare la differenza smarcandosi da produzioni low budget a piccoli blockbuster come questo, prediligendo l’horror e rimanendo sempre impantanato per fortuna nella sci fi regalando dei film indimenticabili in una limitata quanto straordinaria filmografia dove Dagon svetta inarrivabile dimostrando come in pochi hanno saputo e sapranno ricreare qualcosa che assomigli all’orrore cosmico.
B movie, sci fi, prison movie, atmosfera distopica, quasi cyberpunk ed exploitation per alcuni aspetti e in piccole dosi un pochino di splatter. Una galleria di scene d’azione davvero appaganti, un team di attori funzionali, una trama in fondo dedita alla causa raccontando poco ma mostrando con le immagini molto. Robot, AI, tecnologia d’avanguardia, e poi sono tanti i rimandi politici e sociali con cui Gordon tratteggia l’intera e unica location del film (a parte il penosissimo finale). Diventa quindi una potenza governativa, proprietà della MenTel Corporation, che può disporre in qualsiasi modo della vita dei propri prigionieri, per i quali riceve dal governo una paga giornaliera di 27 dollari cadauno, oltre a poterne disporre per le proprie attività impiegandoli nei durissimi lavori. Le regole all’interno visto il cinismo di Gordon non potevano che essere devastanti con prevaricazioni e dove vige la legge del più forte. I prigionieri di cui alcuni non si spiega cosa possano aver fatto, lavorano su turni coprendo le 24 ore, perdendo l’orientamento del giorno e della notte, sottoposti ad un durissimo condizionamento psicologico che comprende il controllo dei pensieri e dei sogni oltre ad un inibitore chiamato ‘fibrillatore gastrico’ che viene impiantato nell’organismo dei malcapitati e può indurre al dolore o alla morte a seconda della punizione da scontare. Le zone della Fortezza sono circoscritte da linee gialle o rosse in base alla gravità della limitazione, dividendo uomini e donne, mentre le prigioni hanno delle sbarre laser che bruciano i corpi dei detenuti.
Per gli amanti della sci fi alcuni ingredienti sembreranno riscaldati e presi direttamente da altro materiale cinematografico ancora più spesso, ma alla fine quella nota di cattiveria e di non lasciare proprio tutto così al caso danno al film un ritmo che mantiene un intrattenimento divertente e solo a tratti sofisticato.

venerdì 27 marzo 2020

Zerozerozero


Titolo: Zerozerozero
Regia: Stefano Sollima
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 5/5

Il traffico di droga e l'economia globale si intrecciano in tre storie del giorno d'oggi unite dal viaggio di una nave che trasporta un carico di cocaina. Sull'Aspromonte, l'anziano boss Don Minu acquista la partita di droga per rinsaldare la sua leadership, ma è tradito dal giovane e ambizioso nipote Stefano. A New Orleans, il broker dell'affare, Edward Lynwood, si ritrova nei guai quando dall'Italia non arriva il pagamento pattuito, mettendo a rischio la sua compagnia navale presso cui lavorano i figli Emma e Chris. In Messico, le forze dell'esercito cercano di fermare l'avvio della spedizione, ma al comando della squadra designata c'è il soldato 'Vampiro', anche lui al soldo del Cartello.

Sollima è il nostro Michael Mann italiano. Ormai non si può nascondere l’evidenza dei fatti. Un autore nato nel cinema e figlio del cinema che sapendo aspettare è diventato la nostra garanzia, la forza più importante nell’action nazionale e internazionale. Presentata a Venezia e ancora una volta resa così attuale e importante dalla firma di un outsider come Roberto Saviano e tutti i colleghi editor che lo hanno aiutato.
Zerozerozero è come se fosse la continuazione di un percorso intrapreso con la seconda filmografia di Sollima. Mentre la prima riguardava AcabSuburra e GOMORRA 2, la seconda più matura e definita da una politica d’autore ormai evidente nel suo modo di condurre le riprese e il ritmo ha saputo dare i suoi frutti con lo stupendo Soldado (raro caso in cui il sequel supera Sicario) e ora questa struggente serie di otto episodi che vorresti non finisse mai.
Poche storie ma con tanti intrecci e vie secondarie, scorciatoie, passaggi segreti che scelgono Italia, Messico e Usa con alcune incursioni in Africa (Marocco e Senegal)
Una messa in scena minimale, pulitissima, una scelta di cast che non poteva fare di meglio e parlo per tutte le parti coinvolte anche sugli attori secondari, che mostra la vera crudeltà e gli interessi che muovono le parti in causa e una violenza reale e mai nascosta inusitata e travolgente in grado di far abbassare la testa a tutti i precedenti lavori dell’autore e tanti film fantocci americani sul genere.
La serie spara molto in alto e in profondità, riesce ad essere sempre verosimile e reale, crea una storia che riesce a rendere interessanti e mai banali i flash forward con quel qualcosa in più nella scrittura che si faceva difficoltà a credere, incasella così tanti colpi di scena da rendere la trama un thriller, noir, giallo, dramma, poliziesco, una esamina del narcotraffico, della ndrangheta e dei nuovi imprenditori americani che vogliono inserirsi nel gioco del trasporto della droga senza sapere con cosa avranno a che fare ma imparando molto in fretta.
Emma, Manuel e Don Minu sono il triangolo della quintessenza di come vanno caratterizzati i personaggi con Emma che ha quel qualcosina in più rispetto a tutti gli altri nelle vesti di una Andrea Riseborough per cui bisogna solo godere di come riesce a dare peso e sostanza al personaggio femminile che riesce a eguagliare e superare tutti dimostrando una sofferta storia di perdite ma che riescono a farla diventare la più importante e pericolosa. Il carico, la nave e le sue mille peripezie, sono solo la traiettoria di fondo di una costosissima operazione commerciale e una lotta per il potere più che per la cocaina in sé che di fatto non vediamo mai. In questa ambiziosa operazione chi riuscirà ad uscirne vincitore e soprattutto vivo, avrà il potere assoluto. L’accordo finale tra Emma e Don Minu e poi Manuel tratteggia come le regole cambieranno perché una delle frasi che sanciscono meglio l’enorme arco narrativo è proprio che non contano le leggi (quelle sono per i deboli) ma contano solo le regole. Giochi di potere, cambi all’ultimo, personaggi sempre molto complessi e impegnativi ma mai sopra le righe che giocano sui meccanismi psicologici e umani facendo parte di un gioco gigantesco difficile da pensare che abbia portato a dei fasti e risultati di questo tipo.

Burning(2018)


Titolo: Burning(2018)
Regia: Chang-dong Lee 
Anno: 2018
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Jongsu, che per tirare avanti fa lavoretti part-time, a Seoul incontra casualmente Haemi, ragazza che non vedeva dai tempi d’infanzia, all’epoca sua vicina di casa, in un villaggio rurale dove è possibile sentire la voce dagli altoparlanti della propaganda nordcoreana. Di lì a poco lei parte per l’Africa e chiede a Jongsu se può occuparsi del suo gatto mentre è via. Al suo ritorno, Haemi è in compagnia di Ben, uomo misterioso e facoltoso, che un giorno rivela a Jongsu di avere un hobby segreto: dare fuoco alle serre abbandonate, almeno una volta ogni due mesi. E da quel momento, Haemi scompare…

Burning è un’esperienza eterea, un viaggio lungo, lento e affascinante sulle relazioni umane.
Un’opera che riesce a trattare alcuni temi con un’attenta analisi lucida sulle classi sociali, sul perbenismo, sulle maniere delicate per distruggere quello che amiamo di più. Un film elegante con un sotto strato di nefandezze, orribili segreti, il bisogno di nascondersi e far sempre buon viso a cattivo gioco.
Un film che per qualche strano motivo non riesco a togliermi dalla testa vuoi per alcuni dialoghi, per la semplicità e la fluidità dei movimenti, per le pause, i silenzi e soprattutto le atmosfere.
Un thriller che non ingrana mai in termini di ritmo e azione riuscendo in questo modo ad essere ancora più enigmatico, ossessivo nel riprendere e ripetere alcuni passaggi, un doloroso sguardo dentro di sé e verso la vita che percorriamo in un mondo che è sempre più un labirinto. Ma è anche una perfetta matrioska dove Jongsu vuole essere uno scrittore omaggiando Faulkner che allo stesso tempo è stato omaggiato da Murakami nel suo racconto da cui è stata tratta la sceneggiatura del film. Ma anche una matrioska nelle relazioni e nell’indagine con Ben e i suoi misteri, la sua ricchezza preludio di un vuoto abissale e dei misteri della bellissima Haemi.
La vera forza del film è il suo sposare fin dalle prime scene un’atmosfera volta a rimanere per tutta la sua durata nell’ombra, dipanando gli eventi in maniera mai palese ma lasciando tutto velato nel mistero e nel non detto ma che noi presumiamo di sapere o di aver capito.
Ancora una volta una lezione su come ridare enfasi ad un genere intramontabile.