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venerdì 27 marzo 2020

Zerozerozero


Titolo: Zerozerozero
Regia: Stefano Sollima
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 5/5

Il traffico di droga e l'economia globale si intrecciano in tre storie del giorno d'oggi unite dal viaggio di una nave che trasporta un carico di cocaina. Sull'Aspromonte, l'anziano boss Don Minu acquista la partita di droga per rinsaldare la sua leadership, ma è tradito dal giovane e ambizioso nipote Stefano. A New Orleans, il broker dell'affare, Edward Lynwood, si ritrova nei guai quando dall'Italia non arriva il pagamento pattuito, mettendo a rischio la sua compagnia navale presso cui lavorano i figli Emma e Chris. In Messico, le forze dell'esercito cercano di fermare l'avvio della spedizione, ma al comando della squadra designata c'è il soldato 'Vampiro', anche lui al soldo del Cartello.

Sollima è il nostro Michael Mann italiano. Ormai non si può nascondere l’evidenza dei fatti. Un autore nato nel cinema e figlio del cinema che sapendo aspettare è diventato la nostra garanzia, la forza più importante nell’action nazionale e internazionale. Presentata a Venezia e ancora una volta resa così attuale e importante dalla firma di un outsider come Roberto Saviano e tutti i colleghi editor che lo hanno aiutato.
Zerozerozero è come se fosse la continuazione di un percorso intrapreso con la seconda filmografia di Sollima. Mentre la prima riguardava AcabSuburra e GOMORRA 2, la seconda più matura e definita da una politica d’autore ormai evidente nel suo modo di condurre le riprese e il ritmo ha saputo dare i suoi frutti con lo stupendo Soldado (raro caso in cui il sequel supera Sicario) e ora questa struggente serie di otto episodi che vorresti non finisse mai.
Poche storie ma con tanti intrecci e vie secondarie, scorciatoie, passaggi segreti che scelgono Italia, Messico e Usa con alcune incursioni in Africa (Marocco e Senegal)
Una messa in scena minimale, pulitissima, una scelta di cast che non poteva fare di meglio e parlo per tutte le parti coinvolte anche sugli attori secondari, che mostra la vera crudeltà e gli interessi che muovono le parti in causa e una violenza reale e mai nascosta inusitata e travolgente in grado di far abbassare la testa a tutti i precedenti lavori dell’autore e tanti film fantocci americani sul genere.
La serie spara molto in alto e in profondità, riesce ad essere sempre verosimile e reale, crea una storia che riesce a rendere interessanti e mai banali i flash forward con quel qualcosa in più nella scrittura che si faceva difficoltà a credere, incasella così tanti colpi di scena da rendere la trama un thriller, noir, giallo, dramma, poliziesco, una esamina del narcotraffico, della ndrangheta e dei nuovi imprenditori americani che vogliono inserirsi nel gioco del trasporto della droga senza sapere con cosa avranno a che fare ma imparando molto in fretta.
Emma, Manuel e Don Minu sono il triangolo della quintessenza di come vanno caratterizzati i personaggi con Emma che ha quel qualcosina in più rispetto a tutti gli altri nelle vesti di una Andrea Riseborough per cui bisogna solo godere di come riesce a dare peso e sostanza al personaggio femminile che riesce a eguagliare e superare tutti dimostrando una sofferta storia di perdite ma che riescono a farla diventare la più importante e pericolosa. Il carico, la nave e le sue mille peripezie, sono solo la traiettoria di fondo di una costosissima operazione commerciale e una lotta per il potere più che per la cocaina in sé che di fatto non vediamo mai. In questa ambiziosa operazione chi riuscirà ad uscirne vincitore e soprattutto vivo, avrà il potere assoluto. L’accordo finale tra Emma e Don Minu e poi Manuel tratteggia come le regole cambieranno perché una delle frasi che sanciscono meglio l’enorme arco narrativo è proprio che non contano le leggi (quelle sono per i deboli) ma contano solo le regole. Giochi di potere, cambi all’ultimo, personaggi sempre molto complessi e impegnativi ma mai sopra le righe che giocano sui meccanismi psicologici e umani facendo parte di un gioco gigantesco difficile da pensare che abbia portato a dei fasti e risultati di questo tipo.

Burning(2018)


Titolo: Burning(2018)
Regia: Chang-dong Lee 
Anno: 2018
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Jongsu, che per tirare avanti fa lavoretti part-time, a Seoul incontra casualmente Haemi, ragazza che non vedeva dai tempi d’infanzia, all’epoca sua vicina di casa, in un villaggio rurale dove è possibile sentire la voce dagli altoparlanti della propaganda nordcoreana. Di lì a poco lei parte per l’Africa e chiede a Jongsu se può occuparsi del suo gatto mentre è via. Al suo ritorno, Haemi è in compagnia di Ben, uomo misterioso e facoltoso, che un giorno rivela a Jongsu di avere un hobby segreto: dare fuoco alle serre abbandonate, almeno una volta ogni due mesi. E da quel momento, Haemi scompare…

Burning è un’esperienza eterea, un viaggio lungo, lento e affascinante sulle relazioni umane.
Un’opera che riesce a trattare alcuni temi con un’attenta analisi lucida sulle classi sociali, sul perbenismo, sulle maniere delicate per distruggere quello che amiamo di più. Un film elegante con un sotto strato di nefandezze, orribili segreti, il bisogno di nascondersi e far sempre buon viso a cattivo gioco.
Un film che per qualche strano motivo non riesco a togliermi dalla testa vuoi per alcuni dialoghi, per la semplicità e la fluidità dei movimenti, per le pause, i silenzi e soprattutto le atmosfere.
Un thriller che non ingrana mai in termini di ritmo e azione riuscendo in questo modo ad essere ancora più enigmatico, ossessivo nel riprendere e ripetere alcuni passaggi, un doloroso sguardo dentro di sé e verso la vita che percorriamo in un mondo che è sempre più un labirinto. Ma è anche una perfetta matrioska dove Jongsu vuole essere uno scrittore omaggiando Faulkner che allo stesso tempo è stato omaggiato da Murakami nel suo racconto da cui è stata tratta la sceneggiatura del film. Ma anche una matrioska nelle relazioni e nell’indagine con Ben e i suoi misteri, la sua ricchezza preludio di un vuoto abissale e dei misteri della bellissima Haemi.
La vera forza del film è il suo sposare fin dalle prime scene un’atmosfera volta a rimanere per tutta la sua durata nell’ombra, dipanando gli eventi in maniera mai palese ma lasciando tutto velato nel mistero e nel non detto ma che noi presumiamo di sapere o di aver capito.
Ancora una volta una lezione su come ridare enfasi ad un genere intramontabile.


Hunt


Titolo: Hunt
Regia: Craig Zobel
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dodici sconosciuti si risvegliano all'interno di un parco appartenente alla cosiddetta Tenuta (the Manor), scoprendo di lì a poco di essere stati scelti per essere cacciati in un gioco ideato da un gruppo di persone della ricca. Per rendere il gioco più interessante alle prede vengono concesse delle armi che recuperano da un'enorme cassa posizionata nel bel mezzo di una radura del parco

Zobel all’attivo ha diretto l’interessante Compliance, un film che faceva luce su un fatto insolito negli Usa. Hunt sembra tante cose e ne scopiazza molte altre, un survival-movie con catfight finale senza esclusione di colpi.
Persone sconosciute che partecipano ad un gioco in cui una certa elite borghese gode nel farli fuori “perché deplorevoli” ovvero chi per la caccia, chi perché ha commesso non si sa bene cosa, chi per altri motivi. Tutti vengono scelti come vittime sacrificali per finire massacrati. Abbiamo la final girl cazzutissima che dalla scena della stazione di servizio capisce di non essere in Arkansas ma vicino alla Croazia.
Insomma un film che parte su un aereo, continua in un bosco e finisce in un campo rifugiati e infine in una villa per lo scontro finale.
Hunt di certo non annoia, ma è una tale galleria di luoghi comuni e idee prese da altri film cercando di dargli una parvenza di autorialità imbarazzante. I dialoghi sono così privi di carattere, i personaggi scontatissimi (forse l’unico aspetto positivo e che prima dell’arrivo di Crystal chiunque possa sembrare il protagonista muore malamente) e la trama come il disegno e l’intento da parte dell’elite davvero telefonata all’ennesima potenza. Tra le tante idiozie del film il piano segreto di Crystal che confida ad Athena nel dialogo finale (un gioco degli equivoci che sembra una presa in giro) il massacro della tana dove tutti i membri dell’elite si nascondono per venire sgominati dalla stessa Crystal e tanti altri fattori che cercano di dare spessore al film senza riuscirvi. L’unico motivo per cui non lo boccio completamente è perché non si prende sul serio e regala qualche timido sorriso.

lunedì 23 marzo 2020

Why Don't You Just Die


Titolo: Why Don't You Just Die
Regia: Kirill Sokolov
Anno: 2018
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Una casa in cui tutti hanno un buon motivo per vendicarsi.

L’esordio di Sokolov è un esercizio disimpegnato e divertente quasi tutto girato all’interno di una stanza (one room) dove il sangue, il noir, il crime-splatter e la tortura fanno da padroni.
Un mood grottesco tra ironia drammatica e venature pulp per cercare di dare enfasi, tono e ritmo ad un film in cui gli attori cercano di mettercela davvero tutta con un meccanismo nella messa in scena a orologeria che prova a non incepparsi mai. Certo è tutto decisamente sopra le righe, i colpi di scena, se non forse il climax finale, sono scontati e il sangue a volte esagera nel coprire scivoloni di trama e di messa in scena, ma alla fine è un prodotto gustoso e valido, visto da noi solo al THFF, in cui a farla da padrona ancora una volta è la violenza esagerata, stilizzata e coreografata in maniera incredibile con tutta una galleria di colori forti a rendere ancora più fumettoso il contesto. Dialoghi tagliati con l’accetta e momenti anche molto ironici dove forse una delle scene migliori è quella del lancio del televisore che si deflagra sulla testa e sul viso del protagonista, una sorta di Highlander perché con gambe trapanate, coltellate, e tutto il resto non muore mai, ma anzi sorride vedendo i destini degli altri personaggi

sabato 14 marzo 2020

O lobos atras da porta


Titolo: O lobos atras da porta
Regia: Fernando Coimbra
Anno: 2013
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Una bambina viene rapita. Alla stazione di polizia, Sylvia e Bernardo, i genitori della vittima, e Rosa, la principale indiziata del rapimento nonchè amante di Bernardo, forniscono testimonianze contraddittorie che rivelano un tenebroso triangolo amoroso fatto di desideri, bugie, e malvagità.

As boas maneiras e Bacurau sono state scintille in un cinema, quello brasiliano, davvero poco conosciuto e quasi senza distribuzione da noi. Entrambi prendevano tanto dal cinema di genere plasmandolo con metafore politiche e sociali attuali e interessanti.
Il film di Coimbra si accende però su un dramma davvero che lascia basiti per quanto il colpo di scena finale riveli una violenza senza eguali, un film che farà discutere, non piacerà, scioccherà senza mezzi termini.
Tra i tre però è quello più urbano, che tratta di gelosie e tradimenti portandoli quasi al paradosso e alzando l’asticella del dramma in alcune performance davvero esplosive sia per quanto concerne la violenza che nelle scene di sesso. Un film dove la disperazione della solitudine porta a fare azioni che non si credevano possibili. La gelosia, l’ambizione, il voler prendersi qualcosa a tutti i costi, sono le linee su cui il film si regge dove l’incidente scatenante lascia subito spazio ad un lungo flash back che si delinea durante tutto l’arco narrativo.
Rio de Janeiro nella sua povertà diventa lo scenario perfetto incarnando la perfetta metafora dove una macchina sportiva sembra un bene di lusso, dove il lavoro e i ritmi non lasciano tempo libero, dove tutto appare come un caos e dove il sogno di poter vivere una vita più felice e più appagante porta a sogni allucinati che straziano la realtà.
Un film con un ritmo incredibile, dove i dialoghi hanno il sopravvento, dove gli attori ci mettono quel qualcosa in più, dove è tutto un rincorrersi tra vittime e carnefici e dove la fiducia è il sentimento che paga il prezzo più forte di tutto il film.

Bad day for the cut


Titolo: Bad day for the cut
Regia: Brendan Mullin
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Donal, un contadino di mezza età, vive una vita semplice a casa con la madre. Quando questa viene uccisa, Donal va a Belfast in cerca di risposte e di vendetta, ma trova un mondo violento e un segreto sulla sua famiglia

I revenge-movie si sa sembrano aver detto tutto soprattutto quando gli si analizza in chiave action. Quando invece il dramma, i colpi di scena, i segreti famigliari, vengono esplosi in tutta la loro virulenza possiamo aspettarci storie che se non del tutto originali, riescono ad essere maledettamente interessanti.
Il film di Mullin ci porta a Belfast mostrandocela come un luogo a prima occhiata tranquillo dove ormai l’Ira a lasciato perdere non esistendo più se non in una sub-cultura criminale di poco conto, ma traffici di esseri umani vengono portati alla luce senza nemmeno il bisogno di nasconderli più di tanto.
Il concetto è la vendetta spietata di un contadino che abbraccia un fucile, cambia il colore del suo camper e si lancia in una spirale di violenza senza battere ciglio come se aspettasse solo quel momento per uscire da una quotidianità fatta di dialoghi con la mamma e bevute al pub parlando con la barista.
Donal impersonifica il buon uomo con pancetta e barba e una certa età chiamato a sacrificarsi per un dovere che non può lasciare incompiuto. Un apologo morale che nell’ultimo atto diventa cupissimo e tristissimo per le scelte che protagonisti e antagonisti dovranno sostenere. Il colpo di scena è intuibile già nel secondo atto, ma lo sforzo degli attori rende tutto l’impianto più credibile e sincero con un’empatia che tocca tutti i personaggi anche la cattivissima Frankie Pierce, la vera sorpresa del film abile nel far capire alla figlia quanto è importante finire i compiti e comportarsi bene in uno strano paradiso artificiale per poi spaccare teste e giustiziare come se fosse l’angelo della morte scesa in terra.
Condito con un black humor accattivante, prendendosi sul serio ma mai troppo, cedendo ad alcune buche nella sceneggiatura ma riprendendosi sempre in fretta, il film di Mullin è british fino alla radice. Un impianto dove fondamentalmente Donal senza rendersene conto apre porte sempre più pericolose, si trova a dover fare coppia con personaggi umili e che non riescono a portare a termine i loro compiti (la coppia di fratelli polacchi). Un film a cui ho voluto molto bene perché ha saputo creare ancora una volta una complessa analisi dei personaggi anche quelli secondari e con un finale triste quando spietato.


Occhio per occhio


Titolo: Occhio per occhio
Regia: Paco Plaza
Anno: 2019
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Il leggendario spacciatore gallicano Antonio Padín viene graziato dal carcere per motivi umanitari, dato che ha contratto una malattia terminale. Invecchiato, debole e malato, Antonio entra di sua spontanea volontà in una residenza per anziani invece di andare a casa sua dai due figli, Toño e Kiko che lui disprezza apertamente e sospetta che saranno la rovina dell'azienda di famiglia

Plaza è uno dei miei registi spagnoli preferiti che nell’arco di vent’anni prediligendo l’horror, ha saputo confrontarsi con altri generi rimanendo nel cinema di genere puro. Occhio per occhio è il suo primo thriller e lo fa scegliendo uno degli attori più malleabili sulla piazza Luis Tozar. C’è qualcosa nella struttura e nel mostrare il personaggio che mi ha fatto ricordare l’eccellente BED TIME, vuoi la semplicità del soggetto oppure il modus operandi del protagonista.
Qui c’è un rapporto che deve reggersi sulla fiducia e non sull’interesse (come invece capita per i figli delinquenti di Padin), cercare da parte di Mario di mantenere una sorta di normalità garantendo la sua professionalità millantata dai colleghi e infine iniziare la sua lenta vendetta fatta di iniezioni, la droga per inibire i sensi della vittima e un ascolto costante per cercare di avere la sua massima fiducia.
Se la struttura mostra per certi versi la lunga operazione di Mario per cercare di evitare di destare sospetti e facendo in modo che la morte arrivi senza che lui possa essere dichiarato colpevole, i gregari di Antonio comprenderanno presto l’interesse morboso di Mario. Tutto il film sembra puntare su un climax finale sempre drammatico dove il destino inevitabile e la mancanza di redenzione dei personaggi porta verso un destino segnato ma allo stesso tempo reale e mai con il dovere di regalare quello che il pubblico si aspetta. Pagherà caro Mario (o meglio ciò che ama di più), pagheranno i figli di Antonio, soprattutto uno in carcere.
Plaza senza Balaguerò, ma i tratti comuni dopo anni di complicità si vedono, conferma dando prova di sapersi cimentare perfettamente con un genere che sembra aver esaurito le idee peraltro senza scene d’azione ma studiando lentamente la mossa dei personaggi caratterizzati in maniera complessa e articolata. L’imprevedibilità di trovarsi la propria vittima tra le mani ha contorni di kinghiana memoria (MISERY) ma qui i co-protagonisti sono fondamentali anche se ancora una volta tutto è sulle spalle del semplice quanto immenso Tozar


Black Christmas(2019)


Titolo: Black Christmas(2019)
Regia: Sophia Takal
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il college di Hawthorne è da sempre un posto tranquillo. Tuttavia, con l'avvicinarsi delle feste natalizie, Riley Stone e le consorelle della Mu Kappa Epsilon dovranno vedersele con uno stalker mascherato che comincia a uccidere le ragazze una dopo l'altra. Man mano che i cadaveri aumentano, Riley e le amiche metteranno in discussione tutti gli uomini che le circondano.

Ricordo un BLACK CHRISTMAS in passato decisamente più splatter dove l’assassino non si vedeva mai.
La versione prodotta dalla Blumhouse mi ha fatto per un attimo pensare al bellissimo esordio di Oz Perkins February, dove alcuni elementi erano parecchio simili come parte dell’isolamento nel college privato (lì era di matrice cattolica) e le protagoniste. Ora mentre l’esordio di Perkins portava al sovrannaturale giocato in maniera davvero ottima e ispirata, la deriva in cui ci conduce Takal ovvero stregoneria+confraternita=liquido nero che rende catatonici e spietati i neo-membri della confraternità sembra quasi una barzelletta. In un film vietato ai minori di 13 anni dove il sangue non compare quasi mai e dove i dialoghi insistono nel ripetere cose che già sappiamo da tempo con tanto bene che posso volere alla nuova spinta di registe donne (che spesso dimostrano di avere più palle della controparte).
Se da un lato le ispirazioni, il messaggio, la carica con cui vengono montate le protagoniste, i tabù da sciogliere, il mistero da celare, poteva essere dosato con più elementi sforzandosi in fase di scrittura e nell’osare idee superiori, la confraternita viene ancora una volta ridicolizzata (come è bene che sia) ma in maniera patetica dove alla fine, mi spiace, il film sembra un poster che si scaglia contro la mascolinità difesa dalle istituzioni, dove il maschio cattivo riesce a vincere sempre e alla ragazza pura di cuore tocca diventare una vittima sacrificale o un capro espiatorio. In alcune scene che hanno quasi del patetico (il balletto dove Riley vede arrivare il suo aguzzino) questo pamphlet femminista che vuole ricordarci come alcune cose accadano e non vengano prese in considerazione purtroppo sprofonda sotto tutte le leggerezze lanciate e raccolte in un finale, un climax dove arriva questa vendetta del manipolo di fanciulle rimaste in vita (sembrava di vedere Avengers-Endgame quando il gruppo di eroine femmine combatte Thanos, ma lì almeno aveva un senso).
Un peccato perché la messa in scena, la recitazione e parte dell’atmosfera erano davvero interessati.
Ho un’idea da vendere alla Blumhouse che vale cento mila volte questa scontatissima trama ed è cazzuta all’inverosimile però trattasi di Pg 18


domenica 8 marzo 2020

And then i go


Titolo: And then i go
Regia: Vincent Grashaw
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel mondo crudele delle scuole medie, Edwin vive in un costante stato d'ansia e alienazione insieme al suo unico amico Flake. Incompresi dalle rispettive famiglie e demoralizzati dalla vita scolastica di tutti i giorni, si scatena lentamente un potente desiderio di vendetta che li porterà verso conseguenze terrificanti.

And then i go insegna che pur avendo una famiglia funzionale e non disfunzionale si può finire vittima di un malessere esterno generato dal bullismo, dalla scarsa considerazione, dalla bassa autostima, da un’ambiente ostico sempre più votato alla competizione dove le prime vittime sono adolescenti fragili.
Grashaw è giovane, ha un anno in più di me, è al suo secondo film è sembra consolidare un suo bisogno personale di confrontarsi con i fantasmi dell’America, in particolar modo le infezioni che pullulano l’ambiente dell’adolescenza tra carceri, scuole, case e ambienti dove non si riesce mai a rimanere protetti. Da qui il bisogno di combattere le proprie paure e debolezze seminando un odio interno e innaffiandolo di rabbia, frustrazione e odio indiscriminato verso un esterno alieno che diventa un’ambiente e nello specifico la scuola.
Di film sulle stragi nelle scuole americane il cinema è pieno, ma mentre il migliore rimane E ora parliamo di Kevin coraggioso nell’affrontare il dopo senza ricorrere a scene d’azione nella scuola, And then i go affronta in maniera indelebile e sintomatica la paura di due giovani in un quadro intimista solido ed efficace dove solo nel climax finale vediamo scatenarsi la tragedia fisica e scenica dopo che l’orrore che ha devastato i sentimenti dei due protagonisti è già imploso da tempo. Un film denso di una drammaticità esemplare nel saper ricondurre tutto in quello sguardo perso di un adolescente che anzichè aderire ad un amore e una purezza che cerca di mantenere vede il mondo esterno e gli adulti distruggere tutte le sue speranze condannandolo a scegliere il lato oscuro.

mercoledì 22 gennaio 2020

Nightingale


Titolo: Nightingale
Regia: Jennifer Kent
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Tasmania, 1820. Clare, giovane donna irlandese, sta scontando da tre anni una pena al servizio del tenente Hawkins, aguzzino dalla faccia d'angelo che adora sentirla cantare. In attesa della promozione a capitano, Hawkins abusa di lei e una notte per capriccio le toglie tutto: dignità, marito, bambina. Data per morta, Clare risorge dalle sue ceneri e decide di prendersi la sua vendetta. A cavallo e al fianco di Billy, aborigeno tasmaniano cacciato dalle sue terre, si mette sulle tracce di Hawkins. Il viaggio sarò lungo, i pericoli enormi, la speranza un lumicino.

«Volevo raccontare una storia di violenza. In particolare le conseguenze della violenza da una prospettiva femminile.»
Nightingale è un film affascinante e poetico quanto straziante come Kent credo non smetterà mai di deliziarci. Un'epopea amara, un viaggio dell'eroina, un revenge movie, un road trip spirituale, un western degli antipodi, una ricerca di se stessi, il tutto ambientato in un periodo storico così cupo e brutale dove la violenza sembra il pane quotidiano con cui vengono gestiti gli affari.
Una Tasmania del 1825 popolata da bifolchi, ufficiali corrotti, dominato da una società violenta, prevaricatrice, maschilista, opportunista, omofoba, razzista e misogina, una sorta di galera a cielo aperto dove vengono spediti tutti coloro che non possono più stare nella società e dove ovviamente gli indigeni sono le vittime sacrificali preferite su cui sfogare le proprie frustrazioni come lo erano i canguri nel capolavoro di Ted Kotcheff .
La trama è un pretesto per rinforzare uno stile tecnico che con il precedente Babadook conferma uno dei maggiori talenti del cinema di genere contemporaneo dal punto di vista estetico. La Kent mostra una protagonista così diversa dalla precedente, una final girl che lotta contro un cancro incurabile, quello umano che spaventa molto di più di un mostro in un libro che aspetta di diventare "mansueto".
Il film si concentra molto sul corpo ancora una volta, quello femminile costretto ad essere visto come una spugna, per un diritto legittimo che una certa parte di aristocrazia ha ritenuto doveroso puntualizzare. Da qui l'importante e radicale scontro e incontro del mentore, del radicale abisso che sembra esserci tra due culture diverse ma in realtà così simili e messe alla gogna.
Una partnership che più si fa strada, più rivela i paradossi di quel periodo, le diffidenze, i pregiudizi reciproci, che al tempo stesso si rendono sempre più conto di essere soli e di aver perso tutti i legami creando qualcosa di speciale e magico che gli indirizzerà per la vendetta finale.




Girl with balls


Titolo: Girl with balls
Regia: Olivier Afonso
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Dopo aver vinto una competizione, una squadra di pallavolo femminile sta tornando a casa a bordo di un minibus quando l'autista è costretto da un guasto a una deviazione, finendo nel territorio di caccia di un gruppo di degenerati. Ben presto, le ragazze dovranno lottare per salvare le loro vite e per testare il loro spirito di gruppo.

Quando ho scoperto che il villain di turno era Denis Lavant non ho potuto sottrarmi dall'ennesimo survival movie, una caccia spietata tra bifolchi cannibali assetati di sangue incappucciati aderenti ad un strana setta pagana e una squadra di pallavolo.
Girls with balls è un horror divertente che aggiunge poco al genere, tratta una storia più che abusata ma lo fa senza prendersi troppo sul serio e regalando scene d'azione, torture porn e ironia a gogò. Un film d'intrattenimento curato in vari aspetti con un cast dove lo stesso Lavant per quanto sia spettacolare, si ritrova a dover fare i conti con un personaggio per nulla caratterizzato a dovere come un po lo sono tutti i personaggi del film in particolare le final girls.
C'è la mattanza finale, scene splatter e slasher, tutti ma proprio tutti i clichè di genere, la caratterizzazione che come spiegavo prima è così lacunosa che non permette di empatizzare mai per nessuno, diventando mai credibile e di fatto non facendo nemmeno mai paura perchè tutto sa di gioco al massacro con il twist finale abbastanza scontato e banale.
Il film di Afonso decide di non prendersi mai sul serio giocando con gli stereotipi e promuovendo una visione divertente senza far mancare nulla nel panorama di genere spesso come in questo caso scontato e prevedibile ma allo stesso tempo ingenuo e divertente.



martedì 7 gennaio 2020

Bacurau


Titolo: Bacurau
Regia: Juliano Dornelles, Kleber Mendonça Filho
Anno: 2019
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Una vicenda che accadrà tra pochi anni...Bacurau è un piccolo villaggio situato nel nordest del Brasile nello stato di Pernambuco. Vi si piange la morte della novantaquattrenne matriarca Carmelita. Qualche giorno dopo gli abitanti scoprono che il villaggio è scomparso dalle carte geografiche e che un misterioso gruppo di 'turisti' americani è arrivato nella zona.

Il bacurau è un uccello notturno molto abile nel mimetizzarsi e non farsi prendere dai predatori che invadono la sua terra.
Potente. Così può definirsi il film brasiliano passato a Cannes che ha saputo tradurre in termini post-contemporanei ma allo stesso tempo arcaici, un conflitto di classe, la metafora perfetta delle rapine culturali a danno di paesini deserti in paesi del terzo mondo. Un film che concentra così tante metafore e riflessioni politiche, socio-culturali, in cui pur di ottenere una manciata di voti si ha il coraggio di minacciare e mettere in ginocchio una comunità molto unita e profondamente segnata da perdite e da chi ha scelto la strada del banditismo non riconoscendosi più nei valori politico-sociali del suo paese. Bacurau sembra voler dare un segnale prima di tutto a coloro che vivono in questi villaggi, la sopraffazione di coloro, i politici, che si servono di contractors stranieri, che pensano di poter giocare con le vite altrui senza dimenticare che spesso queste popolazioni pur di rivendicare la propria identità sono capaci di spingersi ad azioni estreme e disperate.
Bacurau è ancor più interessante perchè gioca bene con il cinema di genere, inserendo storicità sulla vita del villaggio, il revenge-movie, lo sci-fi fatto di droni e di una sorta di Grande Fratello che cerca di mantenere il controllo mediatico del villaggio introducendo elementi che ne destrutturalizzino l'ordine (cancellare dalla mappa la città, togliere ogni tipo di segnale nella zona, fotografare con i droni, uccidere cominciando da chi vive ai margini del villaggio fino ad entrare dentro il centro), ma ancora a tratti il genere grottesco, lo splatter e lo slasher, il western e il cangaco.
Bacurau sembra senza tempo, rimane distante da ogni altra realtà cercandone una sua e diventando una favola politica che si svolge nel futuro, aderendo perfettamente all’attuale situazione del Brasile e alle profonde disuguaglianze sociali, etniche e culturali. Potrebbe sembrare una triste metafora di quello che Bolsonaro sta facendo con gli indios.


I saw the devil


Titolo: I saw the devil
Regia: Jeen-woon Kim
Anno: 2010
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Dopo aver vissuto in diretta telefonica la morte della fidanzata per mano di un serial killer, un agente speciale si scatena in una caccia all'assassino senza esclusione di colpi, con l'intento di infliggergli le stesse sofferenze subite da troppe vittime innocenti.

Credo che di film sulla vendetta, i revenge-movie, così ispirati e con una trama così spiazzante e niente affatto scontata siano davvero pochi, la maggior parte negli ultimi anni e in particolar modo sud-coreani.
L'autore prolifico che sguazza tra i generi e che ci ha regalato perle indimenticabili, arriva al suo film più assoluto in generale, dove non esistono e non si fanno sconti, non è tollerato quel'umorismo che in altri film potevamo permetterci, ma forse l'unica risata è quella grottesca per scoprire quale brutta fine toccherà a Kyeong-Cheol.
Un noir, un poliziesco, un thriller, un horror con tante torture possiamo perfino definirlo.
Un film che mostra fino a che punto può spingersi la rabbia umana, senza arrestare o uccidere il colpevole ma costringendolo in una lunga spirale di sofferenza, un calvario prima della morte.
Il regista porta agli eccessi una coppia di personaggi così diversi ma così pronti a far emergere tutto il loro degrado e la loro eccessiva violenza e disperazione. Un protagonista che sembra una contraddizione unica, una trama che seppur semplice è montata e possiede un ritmo da farlo sembrare un meccanismo a orologeria dove ad ogni lancetta corrisponde un colpo basso al killer di turno andando a stanarlo in ogni dove dal momento che Su-Hyeon gli fa ingoiare una ricetrasmittente che gli permette di localizzarlo in ogni momento. Un film che poi oltre ad avere una storia entusiasmante ha uno stile tecnico e una regia deliziosa in grado di restituire tutti gli aspetti del cinema di genere su cui è profondamente radicato


Big Legend


Titolo: Big Legend
Regia: Justin Lin
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo e una donna si concedono qualche giorno sperduti nelle più remote foreste della costa orientale. Grandi boschi, grandi cascate e grandi montagne sono lo scenario migliore per chiedere alla donna di sposarlo. Fino a quando una notte, la donna viene risucchiata nel buio della foresta da una bestia sconosciuta. Dopo un anno di ospedale psichiatrico, l'uomo, ex soldato, torna sul luogo della sparizione per cercare vendetta.

Con una locandina così sfacciata non potevo esimermi dal vedere l'ennesimo monster-movie sul Bigfoot.
Sin da subito è chiaro che c'è qualcosa che non funziona, che l'impegno più grosso è stato messo sulla locandina tale da attrarre i gonzi come me che basta che vedano un paio di elementi e una creatura strana e misteriosa e finiscono nella trappola. Trappola ma non trappolone, il film di Lin è un low budget che prova a cavarsela buttandola tutta sull'atmosfera e sul protagonista, facendo vedere la creatura col contagocce, portando a casa un survival horror con una pessima fotografia e recitato abbastanza maluccio da un cast che sicuramente ha provato a mettercela tutta.
A parte forse un paio di elementi nel terzo atto, il film è di una banalità sconcertante.
Potete provare a tratte le conclusioni già dopo i primi venti minuti e attenzione, vincerete di sicuro, dal momento che il film non ha un solo colpo di scena e quanto incontra l'azione diventa clamorosamente una trashata pazzesca. Un piccolo manuale degli errori da non commettere potrebbe essere la log-line che accompagna il film, di cui però per qualche strano disturbo nostalgico e amore per i mostri, non ho ripudiato anche se è dura mandare giù una galleria di escamotage per cercare di dare enfasi e incrementare la tensione abbastanza loffi.
Per alcune atmosfere stranamente mi ha ricordato un film che con questo c'entra ben poco, il bel Backcountry che testimoniava in poche parole con la trama medesima quanto un orso potesse fare molta più paura rispetto ad un Bigfoot.
La filmografia sui mostri della montagna comincia ad essere abbastanza assortita anche se i risultati spesso sono davvero scadenti quando non diventano trash a tutti gli effetti.
Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot (forse tra tutti pur non trattando solamente il mostro rimane il più decoroso) mentre invece arrivano le pellicole a cui non conviene avvicinarsi come Willow CreekAbominable e Exists.


5 è il numero perfetto


Titolo: 5 è il numero perfetto
Regia: Igort
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Peppino Lo Cicero è un sicario di seconda classe della camorra in pensione, costretto a tornare in azione dopo l'omicidio di suo figlio. Questo avvenimento tragico innesca una serie di azioni e reazioni violente ma è anche la scintilla per cominciare una nuova vita.

Tra il 2017 e il 2019 ci sono stati importanti traguardi per gli esordi alla regia in Italia.
THE NEST, Go home-A casa loroCampioneEdhelMcBetterProfezia dell'armadilloKrokodyleTerra dell'abbastanzaFinchè c'è prosecco c'è speranzaMetti la nonna in freezerEnd-L'inferno fuori, tutti usciti in questi ultimi anni che confermano quasi sempre un cinema dalle idee chiare, tanti talenti e ottime maestranze e la voglia di puntare molto sul cinema di genere.
Il film di Igort, prima regia pur avendo già lavorato come sceneggiatore, è un film brillante, un noir scontato ma di lusso che a conti fatti mantiene un livello tecnico e attoriale indubbiamente sopra la media senza sfigurare di fronte ai film europei o americani.
Un noir che sembra uscito dal passato per sposare la modernità e raccontare una grapich novel senza mostrare l'ennesima storia drammatica di Camorra, cercando invece di sposare le mode visive della vignetta, mettendo tanta azione hard-boiled e cercando fino alla fine di non soffocare i ritmi action della storia con una struttura piuttosto lineare (tentativo meno riuscito).
Quindi l'azione come parodia, poche risate e toni molto seri, il bellissimo gioco di luci e ombre, i tratti fisici marcati per sottolineare alcuni personaggi e poi Toni Servillo ancora una volta immerso nel dare enfasi e caratterizzare un personaggio che si carica quasi tutto il peso del film sulle spalle.
5 è il numero perfetto fa delle sue imperfezioni i punti di forza, gioca col pubblico cercando di divertire, di regalare scene che potrebbero essere tutte delle tavole, senza avere quei fasti che hanno certi autori cinematografici, ma promuovendo comunque un tipo di cinema d'intrattenimento importante per il nostro paese in cui sempre più opere danno che la conferma che la salute generale, soprattutto nell'indie, è quella buona.

lunedì 30 dicembre 2019

Ready or not


Titolo: Ready or not
Regia: Tyler Gillett & Matt Bettinelli-Olpin
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Grace, novella sposa, decide di rispettare una bizzarra tradizione della famiglia del neomarito Alex: la notte delle sue nozze, dovrà prendere parte a un gioco. Sfortunatamente, però, scoprirà che si tratta di una sorta di nascondino e che l'obiettivo è sacrificare un essere umano. Da qui, si troverà a lottare per la sua sopravvivenza fino all'alba.

La trama sembra semplice, una famiglia borghese che deve fare un gioco tipo nascondino ogni volta che arriva un nuovo membro della famiglia per sposarsi e ovviamente tutto lascia pensare che questo gioco punti al massacro. Dicevo una trama semplice quanto in realtà ha un paio di cosucce niente male come la caratterizzazione di alcuni membri della famiglia, sentimenti contrastanti per alcuni di loro che sembrano sopportarsi solo per mandare avanti la dinastia e poi quel patto col diavolo che genererà un climax finale splatter e gore, cosa buona che ho apprezzato molto se non fosse che rende tutta la narrazione realistica in precedenza, un guazzabuglio confuso con tante infiltrazioni di generi diversi.
Poi ci sono loro Gillet & Olpin che avevano girato il corto più interessante nell'antologico
Southbound e un meno rilevante episodio di V/H/S ma soprattutto il loro primo esordio quel dimenticabilissimo Stirpe del male ennesimo film sulle possessioni demoniache che hanno invaso il cinema horror regalando quasi sempre ciofeche assurde con inutili jump scared.
Ciò che rende Ready or not delizioso e che ad un certo punto decide di smettere di prendersi sul serio, diventando auto-ironico e destrutturalizzando in parte quell'aria così seria che il film sembrava voler mantenere a tutti i costi. Facendo in questo modo, possiamo accettare tutto dal demone che strizza l'occhio alla final girls, fino a Grace che comincia con toni da revenge-movie a incazzarsi sul serio con tanto di fucile a pallettoni e qualsiasi altra arma trovi in giro (asce, pistole, balestre).
Per cui come per Babysitter la nostra Weaving vede di nuovo questa sorta di sacrificio ad una divinità luciferina con l'aggiunta che qui tale sacrificio ha lo scopo di continuare la fortuna della ricca famiglia del futuro sposo.
Si ride e tanto in diversi momenti, una delle componenti della famiglia è così fatta e stordita che uccide per errore alcune domestiche, bambini mai così stronzi che prendono troppo sul serio i giochi, una location fotografata in ogni suo più piccolo nascondiglio e tanta, ma proprio tanta azione con alcuni dialoghi e qualche colpo di scena che non manca a rendere ancora più interessante la narrazione e la messa in scena.



Furies


Titolo: Furies
Regia: Tony D'Aquino
Anno: 2019
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di donne rapite lotta per la sopravvivenza contro degli psicopatici mascherati, in un gioco mortale diretto da misteriosi committenti.

The Furies è l'esordio alla regia di tale Tony D'Aquino, uno di quei nomi che sembra promettere bene a metà tra un boss italo-americano e un'amante del trash.
Furies combina tanti elementi, cerca sensazionalismi in ogni dove, prova a lanciarsi in una sfida nella sfida quando ad esempio si gioca con il metacinematografico e per tutto il primo atto fa quello che deve senza lesinare sul sangue, infilando elementi che sembrano assai funzionali ed inizia come potrebbe finire un tipico slasher con la final girls che scappa e il killer di turno che la rincorre.
Quasi un unico ambiente, effetti speciali tutti rigorosamente artigianali e con un audio che riesce bene a esprimere il disagio e la mattanza che si sta compiendo sullo schermo.
Il problema arriva diciamo verso la fine del secondo atto e tutto il terzo dove le lacune di scrittura sono larghe come buche dove potrebbe tranquillamente sprofondare la protagonista.
A questo punto forse D'Aquino avrebbe fatto meglio a lasciare la sospensione dell'incredulità senza poi spiegare di fatto nulla, perchè soprattutto le spiegazioni, le giustificazioni e il climax finale da revenge-movie sono un limite forte per un film che strizza l'occhio all'exploitation, a tutti i serial killer in celluloide che sono passati davanti ai nostri occhi dal ’78 in poi con delle maschere davvero suggestive e funzionali, così come il cast che a parte qualche sbaglio forse voluto (l'attrice orientale è impressionante nel peggiore dei termini) ha una buona protagonista.
Furies lo si ama, ma da un certo punto produce una smorfia nello spettatore amante dei generi che vede un'ottima occasione sprecata per un esercizio di stile e forma che sorpassa il fondamentale lavoro di scrittura

giovedì 26 dicembre 2019

Terror train


Titolo: Terror train
Regia: Roger Spottiswoode
Anno: 1980
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di studenti organizza un party, durante il quale i nuovi iscritti al college dovranno pagare lo scotto della loro iniziazione. A farne le spese è un ragazzo fragile e timido, che diviene vittima di uno scherzo orribile. Qualche anno dopo, la stessa vivace comitiva noleggia un treno speciale, a bordo del quale viene organizzata una festa in maschera. Per rendere ancora più movimentata la serata è stato ingaggiato un mago con la sua assistente e entrambi dimostrano abilità strabilianti. Tutto sembra procedere per il meglio fino a quando un misterioso assassino inizia a seminare il panico tra le cuccette…

Slasher d'annata tutto ambientato all'interno di un treno con qualche maschera interessante, una strizzatina d'occhio alla magia, tanta voglia di sesso e una final girl che sconfiggerà l'antagonista.
Questi sono gli ingredienti del mediocre Terror Train, considerato da molti un cult quando in realtà non aggiunge nulla di nuovo (d'altronde è uno slasher) ma si lascia vedere senza sbadigli e con alcune scene d'effetto che per l'anno di uscita non erano cosa da poco. Il difetto più grosso rimane la mancanza di coraggio del regista che pur sapendo rendere bene l'atmosfera e soprattutto l'inquietudine e la disperazione dei ragazzi, non osa andare oltre magari con qualche omicidio più efferato e mettendo da parte qualche donnina nuda per dare più spazio al sangue.
Spoottiswoode crea a parte la giovanissima protagonista, una galleria di neofiti del college tutti sbruffoni per cui l'empatia non esiste e non vediamo l'ora di vederli morire male tutti quanti.
In più l'eco del revenge-movie e le maschere usate sapientemente dal killer per non lasciare traccia, rimangono due elementi che sembrano fare a braccio di ferro per tutto il film, con finale prevedibile ma allo stesso tempo condito da un buon ritmo. L'idea venne al soggettista praticamente mettendo un Michael Myers sfigatello che deve vendicarsi su un treno.

Sweeney Todd


Titolo: Sweeney Todd
Regia: Tim Burton
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ingiustamente arrestato ed esiliato ai lavori forzati dal giudice Turpin, interessato a sua moglie Lucy, il barbiere Benjamin Barker torna dopo 15 anni con il nome di Sweeney Todd e, scoperto che sua moglie si è avvelenata in seguito ad una violenza di Turpin, trama vendetta.

Sembra strizzare l'occhio al conte di Montecristo di Dumas il musical gotico e drammatico di Burton. Un'opera molto ambiziosa, un revenge movie dove ancora una volta il protagonista come gli anti-eroi burtoniani, non sono altro che personaggi fragili, spesso inadeguati, che non riescono mai a comunicare il loro stato d'animo se non attraverso dei gesti che spesso non vengono capiti.
Un film che si muove su poche location ma quelle che mostra del sempre presente Dante Ferretti sono vittoriane e oscure come se nascondessero orrori indicibili dietro ogni angolo della strada riuscendo al contempo a farlo diventare un thriller, un giallo, un horror passando per alcuni squarci del From Hell di Moore fino a citare senza velature Allan Poe e rendendo soprattutto la difficile gestione del musical in un palcoscenico macabro e funzionale, inquietante e profonda.
Sweeney Todd è pur sempre una fiaba gotica come ormai l'autore ci ha formati nel corso della sua importante filmografia, dove la vendetta finale si sposa con il lieto fine che tutti si aspettano.
Il film in assoluto con più sangue tra le sue opere, creando un'icona dell'insensatezza come protagonista, dove ancora una volta il discorso sulla pazzia e il concetto di normalità nella società lascia ampie riflessioni. E poi il protagonista Benjamin rappresenta il ritratto di un'anima disincantata che nasce dal buio, che torna all'oscurità, celando un incolmabile dolore espresso soltanto dai suoi straordinari occhi felini in cui è possibile scorgere, di tanto in tanto, un esile barlume riflesso dai suoi rasoi d'argento.


Paradise Beach


Titolo: Paradise Beach
Regia: Xavier Durringer
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un gruppo di ex rapinatori si è stanziato in un vero paradiso terrestre a Phuket, nel sud della Thailandia. Divenuti commercianti, vivono giorni felici fino a quando sul posto non si palesa il diavolo in persona: Mehdi, condannato a quindici anni di carcere per la rapina, vuole la sua fetta di bottino. Il problema però è uno solo: non c'è più la torta da spartirsi...

Paradise Beach è un film davvero brutto e scontato. Belle location, un cast sprecatissimo, tante belle fanciulle, rapine, guerre tra gang, revenge-movie, esecuzioni a gogò e via dicendo tutto in un crescendo che anzichè risultare funzionale alla narrazione diventa la sua maledizione sbagliando tutto quello che poteva e giocandosela davvero male nel mettere in scena almeno un tentativo di provare a dire qualcosa che non fosse stato detto in tutti questi anni. Tutti gli elementi elencati parrebbero materia interessante anche se ormai abusata dalla settima arte. In altre mani avrebbe dato qualcosa di meritevole, ma Durringer sembra non avere polso e coraggio, perdendo ogni speranza e lasciando buchi enormi nella caratterizzazione dei personaggi.
Tutto è già visto, scontato, tanti elementi della storia non tornano, alcune scene sono così imbarazzanti che uno pensa che il film la voglia buttare sull'ironico quando invece si prende maledettamente sul serio.
Una galleria infinita di luoghi comuni, scene telefonate, clichè in ogni angolo di Phuket e dialoghi a volte così banali e sconclusionati che non ci si crede.
Il film pur essendo costato una caterva di soldi lascia dunque ancora più interdetti lasciando oltre l'amaro in bocca, la rabbia per aver perso così tante premesse che potevano almeno rimanere bilanciate senza sprofondare in maniera così eccessivamente idiota.