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sabato 20 aprile 2019

Father's day


Titolo: Father's day
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ahab è ossessionato dalla vendetta, violenta, brutale e indomabile vendetta nei confronti dell'uomo che ha ucciso suo padre. A dargli una mano arriva John, un prete e Twink. Insieme partono per un'epica avventura per trovare questo mostro, Chris Funchman, noto anche come il Killer della Festa del Papà.

Gillespie. Ricordatevi questo nome. Per me era stato già in passato un talento e una sicurezza.
Poi sono arrivate tante cose un po della Troma e altri horror indipendenti notevoli per arrivare poi al top THE VOID, uno degli horror migliori degli ultimi dieci anni.
Si fa tanto il nome di Adam Brook ma il suo contributo rispetto a quello del collega non vale il paragone.
Father's day è tanto Troma, è tanto trash, weird, grottesco, volgare, fratelli che scopano le sorelle e altri elementi che i fan di un certo tipo di cinema ma soprattutto di genere apprezzeranno.
Si ride tantissimo e di gusto. Astron-6, lo scrittore e regista di Father's Day , è in realtà un nome composito di cinque diversi ragazzi, che probabilmente sono cresciuti affittando quei nastri Troma, e sembra che abbiano cercato di assimilare ogni ispirazione che hanno mai avuto da loro in un film.
Qui si parte da un trauma, dal famigerato serial killer Chris Fuchman (sì, pronunciato "Fuck-Man"), che ha ucciso padri per qualcosa come trent'anni nei modi più efferati possibili (alcuni omicidi citano il nostro cinema neo gotico italiano) con un mascherone di gomma tremendo e tutta una serie di accessori che forse non vedrete in nessun altro film.
Father's Day fagocita tutto, mostrando senza pudore e senza remore tutto quello che la censura vorrebbe toglierci ma che invece per gli autori della Troma sono diventati il leitmotiv del loro modo di fare cinema. La festa del papà ha l'unico scopo di intrattenere con rimandi a tanto cinema e citazioni (Ahab è la variante scemotta di Plissken) alcune delle quali davvero disgustose.


Equalizer 2-Senza perdono


Titolo: Equalizer 2-Senza perdono
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Robert McCall, in passato agente segreto, vive ora in un quartiere popolare a Boston, Massachusetts, e si guadagna da vivere facendo l'autista. La sua amica Susan viene incaricata delle indagini su un apparente omicidio-suicidio avvenuto a Bruxelles in coppia con Dave York, un tempo collega di McCall. L'investigatrice viene però attirata in un tranello e a quel punto Robert entra in azione.

Equalizer è sempre stato un progetto stupido fin dal primo capitolo.
Difficile aspettarsi un miglioramento nel sequel voluto da Washington per pagare le ville in giro per il mondo e da Fuqua per stare a galla in una filmografia mai così sbilanciata dove praticamente sta facendo solo il manovale per le grosse produzioni, eseguendo senza arbitrio il volere dei produttori finendo per scomparire come regista e autore.
Il risultato è in parte telefonato, come i personaggi tagliati con l'accetta, Robert McCall è sempre più marmoreo e ridicolo (su tutti il potere del teletrasporto con cui questi protagonisti action sono ovunque, sempre) la sua bontà d'animo che lo porta a prendersi cura di un ragazzo di colore che rischia di finire in giri sporchi (e di nuovo McCall che pulisce i muri dalle scritte omofobe supera il ridicolo) e infine alcuni accenni da film reazionario che non si possono più vedere.
Questo cinema e queste produzioni hanno un seguito importante che non credevo (mettiamo pure nel calderone tutti i suoi cugini dalla saga e i parenti di TAKEN a SHOOTER, NOVEMBER MAN, ATTACCO AL POTERE, ABDUCTION e compagnia bella) che negli ultimi anni stanno avendo un notevole successo. Contribuisce a tale fenomeno lo spegnimento in sincrono di tutti i neuroni dal momento che sono film scritti malissimi che prendono in prestito da un po tutto e alla fine non lasciano nulla se non un accozzaglia di luoghi comuni che sembrano essere i preferiti degli amanti dell'action moderno. In questo caso il messaggio del film è che i veri terroristi siamo noi, con le falle del sistema corrotte come gli uomini del governo, agenti speciali e vecchi commilitoni di McCall e ovviamente toccherà a lui stanarli tutti.

giovedì 11 aprile 2019

Burning


Titolo: Burning
Regia: Tony Maylam
Anno: 1981
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Uno scherzo goliardico, da parte di alcuni giovani campeggiatori ai danni di un poveraccio, si tramuta in tragedia poiché l’uomo rimane orrendamente ustionato. Ricoverato in clinica, anni dopo il disgraziato viene rimesso in libertà e, inutile dirlo, il suo primo pensiero è quello di macellare quanti più teenagers possibili in spensierata vacanza...

The Burning è quel piccolo gioiellino slasher inedito da noi con diversi elementi interessanti, tanto sangue inaspettato, alcune scene di carneficina cruenti, Tom Savini dietro tutto assieme ai Weinstein, è un'idea che sembra mescolare VENERDI'13 e NIGHTMARE
Maylam a tutti sembrerà uno sconosciuto e infatti quando girò questo slasher fu proprio così ma siete costretti a ricordarvi questo nome dal momento che anni dopo girerà quella perla di DETECTIVE STONE, b-movie che col tempo è diventato un importante film di genere.
Burning ha saputo guadagnarsi un certo successo tra gli appassionati se non altro per aver piazzato e rinsaldato alcune regole sul genere e averne cambiate altre come forse la scelta più importante di non avere una vera e propria final girl ma invece di giocare a mosca cieca con la mattanza dei protagonisti. Vengono tutti disegnati molto bene, aderiscono infatti ognuno ad uno stereotipo, il sesso non manca, le scene di nudo neppure, facendo sì che nella sua raccolta il film dimostri di aver seminato molto più di quello che per l'anno in cui è uscito ci si poteva aspettare.
Una vera sorpresa da andare a recuperare e analizzare con tutte le conoscenze soprattutto legate ad un nuovo millenio non esaltante per questa sotto categoria dell'horror.
Burning per essere del 1981 è ancora incredibilmente al passo coi tempi

lunedì 11 marzo 2019

Suburra-Stagione 2


Titolo: Suburra-Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 2
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Mentre Cinaglia aspetta i risultati della campagna politica, Samurai riafferma il proprio controllo su Aureliano e Lele. Spadino fa una mossa astuta per avere il potere.

L'unico problema della serie Suburra è quella per cui conosciamo già il finale avendo visto il film di Sollima. A differenza di GOMORRA infatti anticipa gli eventi che accadranno nel film.
In questo modo nonostante ci sia molto da scoprire sui personaggi e sulle questioni economiche, politiche e criminali della vicenda, Suburra tutto sommato poteva fare molto peggio essendo partita molto bene come serie targata Netflix.
Diciamo che tra quelle italiane è tra le più ambiziose, dove in particolare la produzione ha avuto maggior risalto. I fatti li conosciamo. La squadra abbandonando le "famiglie" si ritrova sola a dover dare una svolta alle loro vite, cercando di rispettare gli accordi, di riuscire a mettere le mani sul controllo della capitale, sfuggendo alle grinfie di Samurai e poi cercare di capire la più importante regola, ovvero il rapporto tra politica e criminalità organizzata.
In questo modo ognuno ha il suo torna conto personale per quanto concerne accordi, legami, vendette, malintesi tra famiglie, corruzione prima politica e poi delle forze dell'ordine e infine il Vaticano con i suoi cardinali incredibilmente accessibili da parte della criminalità organizzata.
In tutto questo calderone sposare poi alcuni scandali moderni legati alla politica e le istituzioni e parlare del dramma dei migranti come il nuovo business che abbraccia tutta la capitale sembrava abbastanza doverosa come questione per gli sceneggiatori.
In questa seconda stagione tutti sono cresciuti in particolar modo i nostri tre protagonisti.
Aureliano ha perso tutto, Spadino allarga il suo potere grazie anche alla spalla della moglie ma deve nascondere per tutti gli otto episodi un importante segreto, e infine a Lele, che ha perso il padre,spetta il giro di boa più difficile e complesso.
Su tutti e tre, con le varie aggiunte di co protagonisti che vedremo, tutto poi fa capo al più importante aspetto dove tutti quelli precedentemente segnalati confluiscono, il prezzo del potere. Tutte le più importanti vicende hanno luogo nei quindici giorni prima delle elezioni del nuovo sindaco di Roma, cruciali per il futuro della capitale, nella scelta tra il centro sinistra e il centro destra e dove i nostri criminali dovranno vedersela in primo piano con Samurai e poi con altri attori sociali come il politico Cinaglia, e i membri della altre famiglie che hanno intenti diversi dai loro.
Tanti sono i colpi di scena, l'azione aumenta, così come aumenta il peso della sceneggiatura e degli eventi affrontati, chiamando in causa molti più ruoli della trascorsa stagione e pensando ad una struttura piramidale dove le lotte di potere appunto stanno alla base del controllo della capitale.

Gutterballs


Titolo: Gutterballs
Regia: Ryan Nicholson
Anno: 2008
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un brutale e sadico stupro porta ad una serie di omicidi bizzarri e altamente violenti durante una festa da ballo organizzata in una sala da bowling. Uno dopo l'altro, i giocatori delle due squadre muoiono per mano di un misterioso killer…

Se dovessimo fare una classifica di tutte le maschere più imbarazzanti negli slasher, il carnefice di Gutterballs si aggiudica la menzione speciale.
Il film canadese di Nicholson è un palese omaggio agli anni 80, uno splatter di serie b e infatti non differisce molto da centinaia di altre pellicole sul torture porn, trash & revenge e rape & revenge (giusto per non farsi mancare nulla). Inserisce come location il campo da bowling, quasi tutto il film è in interni, la trama è campata in aria, infilando la solita galleria di personaggi patetici ed esemplarmente idioti. Due squadre che si affrontano, qualche fanciulla degna di nota, un certo sessismo in particolare sui trans e per finire uno stupro lunghissimo, tantissimo sangue e alcuni dialoghi inconsistenti e sboccati.
Per il resto non c'è molto al di là del fatto di perdersi per strada in più momenti, la regia poteva regalare più pathos tra i personaggi al posto di inscenare troppi dialoghi resi pesanti da campi e contro campi macchinosi come un partita di ping pong.



Punisher- Stagione 2


Titolo: Punisher- Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

La seconda stagione di The Punisher racconterà del conflitto tra il sempre poco incline al dialogo Frank e il suo ex migliore amico Billy Russo. Russo indosserà la maschera che lo ha reso Jigsaw per coprire il suo volto, sfigurato dallo stesso Punitore al termine della prima stagione. Uno scontro tra due personalità fortemente borderline, entrambe disposte a perseguire i propri scopi senza indugiare granché nella clemenza: l’antieroe Frank nella sua battaglia ultra-violenta alla criminalità di qualunque genere e tipo, Jigsaw (da noi conosciuto anche come Mosaico) nei suoi propositi di vendetta proprio contro Castle.

Il sequel della prima serie tv targata Netflix dell'anti eroe stelle e strisce americano, probabilmente deve aver imparato dalla prima gli errori commessi è così riesce laddove quasi ogni speranza era andata persa.
Prima di tutto gli sceneggiatori hanno avuto una bella pensata. Aggiungere un villain.
In secondo luogo hanno fatto uscire completamente fuori di testa il vilain della prima stagione.
Il risultato è quello per cui abbiamo Castle che deve difendere una ragazza da una setta, una sorta di predicatore con un passato agguerrito e tantissima azione e sparatorie.
Non era difficile ma alla fine ci sono riusciti. Castle è un personaggio fisico, farlo parlare troppo mettendolo al centro di una "disputa" femminile in ospedale non segue la realtà dei fatti.
Al di là dell'azione, la stagione a livello di tematiche affrontate affonda maggiormente la lama su diversi intrecci narrativi e rapporti tra i personaggi senza riuscire però ad avere una psicologia dietro questi, così elementare e stereotipata da renderla volgarmente stupida.
Se The Punisher porta sul piccolo schermo personaggi femminili indipendenti, allo stesso tempo rinforza la dicotomia donna-intelligente e uomo-bruto. Tutti i personaggi maschili della serie reagiscono per istinto o morale, sparando, distruggendo cose o urlando, mentre gran parte delle azioni femminili prendono vita attraverso conversazioni e meditazioni su quanto avvenuto.
Le donne sono subdole, mentre gli uomini prendono la situazione in mano e l'affrontano senza fermarsi a riflettere. Tutto troppo deprimente e tagliato con l'accetta.

Punisher- Stagione 1


Titolo: Punisher- Stagione 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Episodi: 13
Serie: 1
Giudizio: 2/5

Dopo aver vendicato la morte della moglie e dei figli, uccidendo tutti i responsabili, il pluridecorato veterano del Colpo dei Marine Frank Castle - che a differenza degli altri vigilanti a Hell's Kitchen non ha super poteri ma può contare su una enorme forza fisica, una insormontabile forza di volontà, un'ampia conoscenza delle armi ed eccellenti doti tattiche - scopre un complotto che non coinvolge soltanto la malavita di New York, ma ha radici ben più profonde. Ormai noto nella Grande Mela con l'appellativo The Punisher, Frank deve scoprire la verità su ingiustizie che non riguardano solo la sua famiglia.

Frank Castle che non spara per più di un episodio o non prende a mazzate qualcuno è un peccato.
In più non rispecchia l'indole di questo anti eroe diventato una pietra miliare tra la galleria dei personaggi più cazzuti della Marvel. La fortuna è stata anche quella di indovinare un volto che desse enfasi e sostanza al personaggio con la scelta del buon Jon Bernthal, un attore molto fisico e istintivo che in questo caso aggiunge carattere e muscoli al personaggio.
Il problema di questa prima stagione che dura la bellezza di 13 episodi da un'ora è quella di faticare a ingranare. Manca quasi del tutto l'azione. I personaggi che entrano ed escono, anche se non sono molti, non sono poi così male in particolare Russo, il quale però come lo stesso Frank, ad un tratto sembrano arrivare al capolinea per quanto l'indagine sia inconsistente e i punti deboli siano sempre maggiori. L'antagonista fatica a prendere vita e quando lo fa viene alimentato per ben due stagioni, lasciando spazio a Jigsaw quando i villain del Punitore sono tanti e aspettano solo di essere tirati fuori dalle pagine dei fumetti.
Frank Castle è stato caratterizzato di più e meglio nella seconda stagione di DAREDEVIL di cui questa è uno spin-off. Ho detto tutto.
The Punisher, si basa sul personaggio omonimo della Marvel Comics creato da Gerry Conway (testi), John Romita Sr. (disegni) e Ross Andru (disegni), e così battezzato grazie al contributo dalla leggenda dei fumetti Stan Lee, apparso per la prima volta nel 1974 sul numero 129 di The Amazing Spider-Man.

Reprisal


Titolo: Reprisal
Regia: Brian A.Miller
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob chiede aiuto al vicino di casa, ex poliziotto, James di aiutarlo a rintracciare l'uomo che ha rapinato la sua banca e ha ucciso il suo collega. Il criminale però sembra essere sempre un passo avanti a loro, fino ad arrivare a rapire la moglie ed il figlio del banchiere.

Un altro film di serie b dove le due "star" sono Willis e Grillo. In realtà c'è anche il terzo qui il villain di turno, il bello e dannato Scaech che aveva esordito coi film dell'outsider Gregg Araki per poi finire anche lui in produzioni sfortunate e ruoli identici e detestabili.
Sia lui che Willis ormai campano come possono accettando qualsiasi ruolo in qualsiasi film per qualsiasi produzione. Basta essere pagati.
Grillo poteva chiamarsi fuori da questa porcheria, dal momento che è un attore che si sta costruendo una sua filmografia e si sta soprattutto specializzando nei film di azione e arti marziali.
Questo poliziesco è così brutto da lasciarmi senza parole, cercando di diventare un buddy movie che fallisce miseramente dal momento che avendo una sceneggiatura da denuncia, anzichè provare a tirar fuori un pò di ironia il film fallisce miseramente prendendosi molto sul serio.
Brian A.Miller è uno dei quei mestieranti vagamente di ispirazione ariana e reazionaria che fa film stupidi e molto ingenui dove il tasso di testosterone dovrebbe essere sostituito da sceneggiatori che non vadano a braccetto con la sua ideologia.

lunedì 11 febbraio 2019

Down-Into the dark


Titolo: Down-Into the dark
Regia: Daniel Stamm
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 5
Giudizio: 2/5

Un paio di persone rimangono chiuse in un ascensore dentro l'edificio di lavoro

L'idea di far funzionare un lungometraggio all'interno di un'unica location è stato già uno degli intenti in questa antologia horror per la Hulu.
New year, new you, il quarto episodio, era ambientato tutto in una villa con piscina, riuscendo solo in parte a rendersi accattivante e stimolante. Down è più complesso, i due protagonisti a differenza delle ragazze della festa di Capodanno non si conoscono, sono in un ascensore dove il senso claustrofobico aumenta vertiginosamente, è sono costretti a dividere uno spazio ristretto senza niente che possa aiutarli.
Non ci vorrà molto prima che inizi una lenta carneficina che gioca tutto in un rapporto sadico e perverso tra vittima e carnefice dove vengono "scambiati" spesso i ruoli, e soprattutto nel secondo atto si cerca quel colpo di scena che in casi come questi deve essere molto incisivo e in linea con quanto prima mostrato per non risultare invece l'elemento che rischia di deflagrare tutto l'impianto costruito fino a quel momento.
In parte è così. 90' in un unico spazio risulta ancora una sfida ambiziosa. Stamm cambia completamente le carte in tavola mostrando il contrario di tutto e lasciando soprattutto il personaggio di Guy a cercare di essere carnefice, stalker, e infine un succubo che non riesce a cogliere la natura complessa e stratificata di Jennifer.
Un finale piuttosto campato in aria, dove ancora una volta si cerca di valorizzare il fatto che non esista bene o male ma un profondo egoismo di fondo.


venerdì 8 febbraio 2019

Polar


Titolo: Polar
Regia: Jonas Åkerlund
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Duncan, noto nell'ambiente dei sicari come l'infallibile Black Kaiser, è prossimo alla pensione, che vorrebbe godersi in una zona remota e innevata, lontano da tutto e da tutti. Accetta un ultimo incarico, congegnato come una trappola, ma sopravvive senza problemi e nel mentre conosce una giovane con cui inizia un'amicizia. Blut, a capo dell'organizzazione di sicari per cui Duncan ha lavorato per decenni, vuole eliminare gli agenti che come lui sono prossimi al ritiro e non hanno eredi, quindi assegna a una letale squadra il compito di farlo fuori. Ma il Black Kaiser non è affatto un bersaglio facile e lo guerra tra lui e Blut vivrà una continua escalation...

Ci sono film che vanno valorizzati per quello che sono. Prendere sul serio un film come Polar non ha molto senso dal momento che dalla locandina, dal primo frame, tutto è indirizzato verso il puro intrattenimento sdoganato a profusione.
Polar infatti è puro intrattenimento con protagonista il marmoreo Mads Mikkelesen.
Basato su un fumetto diventato poi graphic novel, Polar è un'opera abbastanza folle e affascinante che richiama tutti gli stereotipi e i luoghi comuni dell'action americano dichiarando il proprio amore per l'universo tamarro del cinema e della letteratura pulp, qui virati su una violenza colorata e sgargiante, piena di effetti kitch e tantissimo sangue.
Saturato dall'inizio alla fine con un bel gioco di colori e dei costumi bizzarri, poteva concedersi almeno qualche miglioria per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi.
Polar è così dichiaratamente di genere che fa in modo che l'ironia e l'auto ironia funzionino convivendo nel migliore dei modi, mettendo insieme dinamiche da killer professionista con tecniche più all'avanguardia e ai limiti del non sense, come ad esempio la scena in cui comanda digitalmente dei mitragliatori o dove a petto nudo in piena tundra si mette a fare il cecchino contro i nemici.



mercoledì 6 febbraio 2019

Devil's Reject


Titolo: Devil's Reject
Regia: Rob Zombie
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Assediati dai poliziotti nella loro fattoria, i Firefly accettano lo scontro a fuoco. La madre viene arrestata, mentre Otis e Baby riescono a scappare. I due, raggiunti da Captain Spaulding, cercano di fuggire dalla morsa dello sceriffo Wydell, che, nel frattempo, ha ingaggiato anche due brutali tagliagole.

A dimostrazione che Zombie è uno dei registi horror più interessanti e prolifici, capace di destreggiarsi abilmente tra i generi, come la pellicola in questione, una delle sue perle, sequel di un filmetto che si presta ad essere soltanto citazionista.
Devil's Reject è un western che parla di bifolchi, potere, corruzione e violenza.
Figlio di quella contaminazione estetica e musicale che riesce ad aggirare lo spettro della copiatura o del già visto per tessere ragnatele che portano il suo stile ormai pienamente riconoscibile.
L'America di Zombie è il male assoluto, costellato di personaggi di cui è difficile empatizzare non essendoci spaccature tra buoni e cattivi, mettendo sullo stesso piano e come nel caso dei protagonisti creando alleanze tra figlie e padri, rifiutando la morale dell'autorità, qui sotto il cappello di uno sceriffo spietato impossibile da dimenticare, forse uno dei villain più interessanti del cinema horror.
Con una colonna sonora in grado di creare l'effetto lacrimuccia (a questo giro si supera per immensità dei brani scelti) ci troviamo di fronte ad un film che andrebbe visto e rivisto più volte per quanto indaghi appieno l'animo umano in tutta la sua ferocia e bisogno di vendetta.
Il secondo film del regista è uno degli horror più disturbanti, esagerato in senso ampio del termine, funzionale a far salire quel senso di rabbia e stupore per come prenderanno vita gli eventi, di cui nessuno può portare a niente di buono. Nel cinema di Zombie sono sempre tutti condannati, non essendoci quasi mai, e in questo caso ancora di più, buoni e cattivi assoluti.



New Year, new you-Into the dark


Titolo: New Year, new you-Into the dark
Regia: Sophia Takal
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 4
Giudizio: 2/5

Nell’era della mania della “cura di sé”, un gruppo di amici millennials si riunisce per la riunione notturna delle ragazze a Capodanno per ricollegarsi e reminiscenza. Ma mentre iniziano a ripassare vecchi ricordi e rivisitare un vecchio gioco “Never, Have I Ever”, riemergono lagnanze e segreti che stanno nascondendo in modo nefasto e sorprendente.

Al di là di qualche twist finale, il quarto episodio della saga Into the dark, di nuovo si abbassa di livello, contando che l'episodio in questione, in 80 minuti, fatica decisamente a decollare.
Quando lo fa, oltre il secondo atto, la situazione è abbastanza chiara e palese.
Il tema della vendetta reciproca non è originale, sfruttare le app e i social per i millenials invece sì, elemento che Takal non sempre però riesce a seguire in maniera astuta, attingendo così da problemi reali alcuni buoni colpi di scena.
La carneficina arriva solo nell'ultimo atto, spostando la dicotomia vittima/carnefice, e lasciando così lo spettatore, che non empatizza con nessuno dei quattro personaggi, ad assistere a questo tira e molla purtroppo già visto.
C'è da dire che anche il cast non aiuta molto a parte la high-school friend Danielle che pur di avere like e conferme chiede alle amiche di rivelare ai suoi follower i loro segreti nascosti in modo da ottenere in questo modo ancora più visualizzazioni e popolarità.
A mio avviso se la scrittura si fosse concentrata maggiormente su questi tumori sociali che rischiano di creare importante ferite nei rapporti sociali e sulla percezione dell'identità, avrebbe giovato.
In più il fatto che sia tutto in un'unica location senza azione se non nel finale diventa davvero lento e noioso.

No morire sola


Titolo: No morire sola
Regia: Adrián García Bogliano
Anno: 2008
Paese: Argentina
Giudizio: 2/5

Carol, Yasmin, Moira e Leonor stanno attraversando in auto l’arida regione argentina di La Plata, quando notano un corpo steso sull’erba, sul ciglio della strada. Si tratta di una donna ferita gravemente, probabilmente da un manipolo di cacciatori di frodo che le ragazze scorgono poco lontano dal luogo del ritrovamento.

Pur amando l'horror, il sotto genere del rape & revenge non mi entusiasma a meno che non parliamo di film dove anche l'azione tiene alta l'atmosfera o intuizioni simili o dove la tortura è al servizio di qualcosa di più importante e immutabile.
La camera fissa che osserva torture lente e infinite le trovo spesso e volentieri gratuite e fine a se stesse non aiutando e non trasmettendo nulla allo spettatore come in parte ho appurato in questa opera low budget sentita particolarmente dal regista e dal cast.
No morire sola fin da subito, nonostante la pluralità delle protagoniste, mi ha fatto pensare ad uno dei classici del genere impossibile da non citare, I spit on your grave di Zarchi del '78.
In quel caso nel sottosuolo americano facevano la comparsa i redneck che abbiamo imparato ad amare col cinema. In questo caso siamo in Argentina dove un altro orrore legato alla povertà fa breccia nella narrazione creando una sorta di brutal shocker tutto basato sulle scene silenziose e inutilmente protratte del film.
A livello tecnico ci sono diversi elementi che non giocano a favore e che purtroppo rendono complessa e distante la visione come l'audio senza una presa diretta adeguata, un sacco di riverberi, una fotografia che spesso cambia tonalità di netto, alcune inquadrature a mano che sembrano particolarmente improvvisate e un finale che a parte la scena delle bestie feroci lascia allibiti.
Bogliano a voluto omaggiare il sotto genere con una sua versione argentina, il che poteva essere un elemento interessante, ma rimane purtroppo scandito da un ritmo che fatica a procedere, un cast che a parte le ragazze lascia a desiderare e una tecnica che probabilmente richiedeva un budget maggiore.



mercoledì 23 gennaio 2019

Upgrade


Titolo: Upgrade
Regia: Leigh Whannell
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Grey Trace è un meccanico vecchio stile, rimasto disoccupato quando le auto tradizionali hanno iniziato a diventare obsolete in favore di vetture dotate di intelligenza artificiale alla guida. Sua moglie invece è una donna in carriera dalle rosee prospettive. Grey la convince ad accompagnarlo quando va a riconsegnare un'auto che ha rimesso a nuovo al ricchissimo Eron Kreen, ma sulla strada del ritorno l'IA della vettura della moglie impazzisce e li conduce nei bassifondi, dove vengono aggrediti. La moglie finisce uccisa e Grey paralizzato, ma Eron prende a cuore la sua situazione e si offre di ridargli la mobilità impiantandogli un chip sperimentale, STEM, che è in grado di controllare per lui il suo corpo. Grey accetta e usa la ritrovata mobilità e le capacità del chip per avere vendetta sugli assassini di sua moglie.

La sci-fi quando è scritta bene sa ancora come stupire e intrattenere.
Essendo uno dei generi più difficili e complessi del cinema, spesso sfocia in storie pacchiane, effetti in c.g eccessivi e fuorvianti e infine scenari apocalittici.
Forse è per questo che l'alternativa in parte è diventata il genere post-apocalittico, in cui negli ultimi anni, sono usciti una cifra incredibile di film, molti dei quali validi.
Upgrade è proprio fantascienza invece. Di quella che si prende sul serio, picchia forte e non lascia tregua e finali strappa lacrime o happy ending scontati.
La scifi quasi mai regala finali a lieto fine.
Leigh Whannell è un attore e poi regista che alla seconda opera, si stacca dalla Wan factory dopo quel film insulso, come quasi tutta la saga di INSIDIOUS, libero di raccontare il mondo che più gli interessa dimostrando un talento incredibile.
Grazie anche ad un cast perfetto, Marschall-Green dopo INVITATION mette a segno un'altra grande prova, il film riesce a rimanere sempre a galla con un ritmo e un montaggio minimale, passando per una fotografia e una messa in scena che richiamano tanti bei b-movie e una voglia di raccontare una storia ribaltando, come dovrebbe capitare, tutte le regole nel climax finale.
Sintetizzato come un revenge-movie, il film è molto di più, la storia cresce, si dipana, a volte è distorta e non sempre e meccanicamente perfetta, ma averne di film del genere, in un mercato sempre più inflazionato da prodotti, in cui a farla da padrone, sono i gusti del pubblico.
Upgrade è uno dei migliori film del 2018 sia come action-movie, come revenge-movie e come film di scifi.


Black Rain


Titolo: Black Rain
Regia: Ridley Scott
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nick viene coinvolto insieme al giovane collega Charlie in un caso più grande di lui. Dagli States l'azione si sposta in Giappone ad Osaka, per indagare sulla mafia locale nota come Yakuza. Nonostante la frizione tra i metodi nipponici e dei due yankee, la sinergia darà i suoi frutti. Ma Osaka non è New York.

Black Rain non è un vero e proprio cult ma un film che mi aveva fatto conoscere allora Andy Garcia regalandogli un personaggio che è diventato leggenda, un Douglas quasi sempre fastidioso ed esagitato, e una storia che riesce a siglare "amicizia" tra due paesi in lotta da sempre.
Un poliziesco con quel taglio non proprio noir ma con un'atmosfera e una scenografia e una città, Osaka, incredibile con tutti quei fumi per le strade, quelle luci al neon e quelle moto anni 80' così come tutto il resto che riesce a dare quel tono malinconico e struggente dei film.
Venendo ai limiti che non sono pochi, ci sono a volte delle musiche pedanti, il personaggio di Nick è davvero ai limiti del ridicolo.
Il film ha dalla sua una messa in scena impeccabile, dei dialoghi che funzionano e a volte degli scivoloni quando inciampa nello stereotipo o nell'ironia che non riesce a fare quello che deve (la scena della nonnetta che insegna a Nick a mangiare con le bacchette è iconica per numerosi aspetti) e alla fine tutto si riduce alla solita vendetta con la strage finale che chiude un'indagine meno macchinosa di quanto sembri.




lunedì 24 dicembre 2018

Nuraghes – S’arena


Titolo: Nuraghes – S’arena
Regia: Mauro Aragoni
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Gli incubi perseguitano Arduè, qualcosa dall’inferno cerca di comunicare con lui. Il ricordo di sua figlia si fa vivo ogni notte e il rimorso per non averla salvata lo tormenta da troppo ormai. Una volta scoperto il nome dell’assassino, il guerriero Arduè, accompagnato dal maestro Bachis, affronta un lungo viaggio per poter partecipare a un segreto e sanguinario torneo in un’arcaica arena di sabbia in mezzo al verde, dove il bronzo si mischia alla carne e gli sciamani reclutano i migliori guerrieri dell’isola. Sarà li che Arduè affronterà ogni singolo combattente per arrivare in cima e sfidare l’uomo che gli ha tolto tutto.

“Nuraghes ci conduce in un viaggio visionario” spiega il regista “che reinterpreta alcune leggende sarde creando però una nuova mitologia. Sulla pellicola mostreremo una Sardegna come non si è mai vista. Il film prende spunto dalle nostre origini, certo, ma non sarà un documentario, non racconterà nel dettaglio la storia della nostra terra. Vogliamo, con questo lavoro, raccontare una nuova mitologia, il declino di un’epoca oscura dove gli uomini possono diventare immortali, dove gli dei esistono e i demoni possono corromperti”.
Il corto diretto da Aragoni fa tanto parlare delle scene nell'arena quando secondo me sono l'elemento più convenzionale e meno interessante della storia.
Il contorno è curioso dove sembra risorgere una mitologia, un folklore popolato da demoni, giganti e guerrieri. Un action fantasy che in 24' riesce a condensare tanti elementi, con uno spirito tamarro alla base che riesce tuttavia a non farlo mai sembrare ridicolo (mi ha ricordato il corto teaser di MORTAL KOMBAT)
Una storia di vendetta caratterizzata da location impressionanti come i nuraghi per quanto pulsano di una potente carica evocativa resa al contempo speciale proprio dai ruderi e dall'archeologia di superficie.



sabato 15 dicembre 2018

Calibre


Titolo: Calibre
Regia: Matt Palmer
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia narra le vicende di Vaughn, prossimo a divenire padre, che si dirige con l’amico Marcus verso un isolato villaggio tra le colline scozzesi per un fine settimana di caccia. Dopo una prima sera passata a bere pesantemente con gli abitanti del posto, i due si addentreranno nella vasta foresta ma, credendo di sparare a un cervo, Vaughn compie un gesto involontario. Decidendo di insabbiare il tragico incidente, finiranno lentamente risucchiati in un incubo senza fine fatto di scelte morali sempre più insopportabili e impossibili.

Calibre fa parte di quel genere di film che aveva uno dei suoi caposaldi post contemporanei nel bellissimo e inquietante KILL LIST, pietra miliare del sotto genere.
Un film che aveva di nuovo fatto emergere l'interesse per un certo tipo di paganesimo, i rituali, l'esoterismo e infine tanta, tanta violenza.
Dopo di lui hanno cominciato ad uscirne diversi, molti inglesi ma la maggior parte americani.
Alcuni di loro hanno saputo difendersi bene attaccandosi con forza al folklore locale o chiamando in cattedra leggende antiche che non devono essere dimenticate.
Palmer decide di girare un film tosto e duro, dove preferisce rimanere ancorato alla realtà parlando di persone e scelte, senza andare a chiamare in cattedra niente che non si possa trovare in un pub scozzese. Il tema dei bifolchi locali, qui con una piega diversa, riesce ad essere e rappresentare quello scontro contro due cittadini che in fondo, in particolare uno, sono solo alla ricerca di svago approfittando del fatto di essere dei perfetti sconosciuti e forestieri in terra straniera e dunque di poter approfittare della debolezza umana esercitata da un paio di donne che nemmeno a farlo apposta, come in una tragedia greca, sono alle basi dell'incidente scatenante.
Di nuovo un'indefinita e impalpabile minaccia colpisce lo sventurato turista che si avventura in una comunità liminale e isolata che arriva però alle orecchie dei due stranieri grazie ai preziosi consigli del boss locale interpretato da un Tony Curran sempre sul punto di esplodere.
Una festa locale, una battuta di caccia, l'errore che non si dovrebbe mai commettere.
Il grosso problema di Calibre è che non ha un vero colpo di scena e in fondo tutte le azioni prendono la strada che ci si aspetta. Certo rimane duro e impalcabile nella messa in scena e nelle prove attoriali funzionali e mai sopra le righe, ma se si è un fan del genere, abituati a cibarsi con queste storie e queste atmsofere, sinceramente a differenza di quasi tutta la critica che ha parlato di un quasi capolavoro, ho trovato in alcuni momenti il film anche decisamente fiacco.

mercoledì 5 dicembre 2018

Codice del babbuino


Titolo: Codice del babbuino
Regia: Davide Alfonsi, Denis Malagnino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Denis, padre e marito in ambasce, trova sul ciglio della strada il corpo abusato di una donna. Tiberio, fidanzato impetuoso della vittima, vuole vendetta e chiede aiuto a Denis, compagno di sventura nella periferia romana. Convinto in cuor suo che i responsabili siano i rom dei campi adiacenti, Tiberio vuole incendiare le loro roulotte. Denis lo dissuade e lo convince a investigare 'a freddo'. Ma le indagini amatoriali non portano a niente almeno fino a quando Denis non coinvolge il Tibetano, boss tronfio del quartiere che risolve il caso in una notte. Una notte mai così nera che conduce i suoi passeggeri dove nessuno aveva previsto.

Il cinema italiano ogni anno offre una quantità incredibile di titoli di cui nessuno quasi mai raggiunge le sale o una parvenza di distribuzione.
In particolar modo quando non c'è una produzione seria alle spalle o una casa affermata.
Il Codice del babbuino è un film indipendente, sconosciuto, che nell'era in cui ci troviamo ha un suo peso specifico soprattutto nelle dinamiche che spesso portano alla giustizia privata o alle ronde contro gli immigrati.
Un film praticamente girato quasi tutto in un'unica location, all'interno di una macchina, con tre attori, di cui due decenti, un linguaggio particolarmente fiorito e tanto lavoro di scrittura.
Vorrebbe essere una sorta di noir e i generi sono poi quelli del dramma e del crime movie, dove la coppia di registi non avendo budget puntano tutto su una ricerca dei mezzi e delle soluzioni visive semplici ma non esageratamente amatoriali come ci si poteva aspettare.
Il collettivo Amanda Flor, composto da Davide Alfonsi e Denis Malagnino, ci porta in un implacabile viaggio periferico ai confini della notte dove non c’è riscatto per nessuno e dove gli stessi protagonisti conoscono l'impossibilità di seguire la giustizia per aderire invece ai propri codici morali.



Giustiziere della notte


Titolo: Giustiziere della notte
Regia: Eli Roth
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Paul Kersey è un chirurgo che vive una vita tranquilla e coscienziosa, tenendo a bada la propria aggressività. Quando la sua famiglia viene colpita brutalmente, tutta la sua rabbia esplode e, dopo aver preso per sé la pistola di un giovane membro di una gang, inizia a fare giustizia a modo suo per le strade di Chicago. La sua prima impresa viene filmata da un testimone e il video diventa virale, facendo di lui una specie di celebrità, anche se Paul vuole solo ritrovare la pace raggiungendo i criminali che hanno distrutto la sua famiglia.

Prima di tutto devo fare una confessione: odio il cinema reazionario americano.
La scena più assurda del film avviene quando Bruce è in sala chirurgica e sta cercando di salvare la vita ad uno spacciatore che vorrebbe vedere morto.
Mentre esegue le analisi con il resto del reparto appiccicato al culo, ecco che come per magia dalla giacca della vittima, cade un ferro enorme che il nostro Bruce, senza che nessuno se ne accorga, si infila in saccoccia senza dire nulla.
Questa breve scena rappresenta il non sense generale dell'intero film.
E'un film di assurdi e scene che non tornano quello di Roth che ormai sembra aver toccato il fondo, o ci sta arrivando molto velocemente. Senza aver mai dato chissà quale merito alla settima arte, l'amico di Tarantino, aveva esordito e si era dato da fare nell'horror cercando almeno di non essere un mestierante come tanti.
Sarebbe curioso sapere il perchè di questo film. Perchè è stato fatto e soprattutto da chi è stato voluto. Seguaci di Trump? O forse la lobby delle armi. Penso la seconda.
Anche perchè "non" ci troviamo di fronte ad un remake dell'originale come invece lo stesso regista e la critica ammette. In quel caso si prendeva di punta il vigilantismo (la vendetta privata) cercando di dividere l'americano dal grilletto facile da quello democratico che invece preferisce il processo.
Al di là delle divagazioni politiche il film è girato di fretta e male.
Willis non azzecca un'espressione e mette su la stessa espressione che sta collezzionando diciamo negli ultimi imbarazzanti film. D'Onofrio lo difendo perchè sembra prendere in giro addirittura il suo ruolo per quanto è celebroleso e sembra ghignare sotto la maschera.
L'unico elemento su cui il film poteva lavorare per cercare di non sembrare così tragi comico (alcune morti sono così imbarazzanti e comiche che spero siano una scelta voluta) era quello di puntare tutto sul travaglio interiore del protagonista e muovere il film in base ad esso.


sabato 10 novembre 2018

Night comes for us


Titolo: Night comes for us
Regia: Timo Tjahjanto
Anno: 2018
Paese: Indonesia
Giudizio: 4/5

Ito, un ex scagnozzo della Triade, al suo ritorno a casa dopo un periodo all'estero deve proteggere una giovane ragazza. Dovrà tentare così di tenersi lontano dal mondo criminale di cui faceva parte e dalla violenta guerra che si sta combattendo tra le strade di Giacarta.

Quando ci si trova di fronte ai film action di arti marziali, in particolare indonesiani, bisogna subito aprire una parentesi. Come in questo caso e in tutti gli altri ci troviamo di fronte a qualcosa di superiore a tutto ciò che ci è capitato di vedere finora. Nemmeno se Miike Takashi si facesse aiutare dai coreografi dei film cinesi wuxia si arriverebbe mai a fasti simili.
Il perchè è semplice. Gli attori. La grandezza degli stunt man. La preparazione fisica degli attori.
La follia e non in ultimo, la potenza delle immagini che distruggono quasi tutto ciò che è stato fatto fino ad oggi.
Ora il film in questione dimostra pure come non sia nemmeno l'effetto del regista a dare così tanto valore aggiunto, da Evans si è passati a Tjahjanto, è di fatto a noi ciò che importa è il risultato, le mazzate e anche ogni tanto magari qualche dialogo non proprio così buttato in un recinto di maiali.
La storia è sempre bene o male la stessa. Che sia vendetta o redenzione, di solito sono sempre questi i due elementi principali attorno a cui si dipana la storia.
In più anche la cerchia di attori è sempre la stessa con qualche aggiunta, ma la squadra diciamo che è composta dalla maggior parte degli attori già visti in AKNEYO, HEADSHOT, KILLERS, RAID e compagnia varia.
Night comes for us è un action come quelli citati prima con un ritmo ancora più devastante, violentissimo, a volte splatter, con palle da biliardo che spaccano i crani e coltelli che eviscerano budella come se niente fosse. Un'iperbolica corsa sfrenata viscerale, che come dicevo, mette al primo posto gli indonesiani per come hanno saputo riscrivere i canoni degli scontri corpo a corpo in un turbine che non può che far esaltare lo spettatore.
Ancora a differenza degli altri, qui il livello di violenza è davvero a dei livelli quasi mai visti per il sotto genere in questione. Chissà cosa si inventeranno.