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domenica 9 dicembre 2018

Mowgli


Titolo: Mowgli
Regia: Andy Serkis
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Mowgli è un cucciolo d'uomo cresciuto da un branco di lupi nella giungla indiana. Il bimbo impara le dure regole della giungla grazie agli insegnamenti dell'orso Baloo e di una pantera di nome Bagheera. In questo modo si fa accettare da tutti, o quasi tutti. La tigre Shere Khan non lo ha mai visto di buon occhio. Ma non è l'unico pericolo che dovrà affrontare Mowgli: presto si troverà faccia a faccia con le sue origini umane.

Che Serkis volesse a tutti i costi girare l'ennesimo remake de Il libro della giungla sinceramente mi ha sorpreso. Il risultato mi ha convinto più di quanto mi aspettassi per un semplice motivo che secondo me sancisce la riuscita del film.
Sporcarlo. Rendere gli animali goffi e pieni di ferite con l'orso mezzo cieco e per certi versi sempre ubriaco e altri animali che non sembrano passarsela molto bene. Una vione più cupa e dark, meno fantastica ma più grezza come se la vita e le scelte portino davvero a scenari drastici. E infine renderli più animali di quanto non abbia mai fatto nessuno (Bagheera che esita prima di mangiarsi il cucciolo d'uomo) e non è poco.
Per il resto la storia non cambia ma rimane la stessa che al tempo che ci raccontò la Disney e che tutti in un modo o nell'altro conosciamo.
Kipling è il suo celebre racconto tornano per l'ennesima volta sfoggiando una natura e una foresta che seppur ricostruita in parte in c.g è forse la cosa più bella e riuscita del film unita ad un protagonista quanto mai perfetto nella parte e alcuni colpi di scena non così banali.
Il racconto sembra tessuto più per gli adulti che non per i bambini e alcune scene di combattimento riescono dove al tempo bisognava bloccarsi per trasformare tutto in petali di rosa.
L'unico eccesso ho trovato sia l'uso del capture motion, di cui ovviamente Serkis è tra i più bravi, che a lungo andare appesantisce la naturalezza degli animali trasformandoli in brutti effetti speciali.

mercoledì 5 dicembre 2018

Giustiziere della notte


Titolo: Giustiziere della notte
Regia: Eli Roth
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Paul Kersey è un chirurgo che vive una vita tranquilla e coscienziosa, tenendo a bada la propria aggressività. Quando la sua famiglia viene colpita brutalmente, tutta la sua rabbia esplode e, dopo aver preso per sé la pistola di un giovane membro di una gang, inizia a fare giustizia a modo suo per le strade di Chicago. La sua prima impresa viene filmata da un testimone e il video diventa virale, facendo di lui una specie di celebrità, anche se Paul vuole solo ritrovare la pace raggiungendo i criminali che hanno distrutto la sua famiglia.

Prima di tutto devo fare una confessione: odio il cinema reazionario americano.
La scena più assurda del film avviene quando Bruce è in sala chirurgica e sta cercando di salvare la vita ad uno spacciatore che vorrebbe vedere morto.
Mentre esegue le analisi con il resto del reparto appiccicato al culo, ecco che come per magia dalla giacca della vittima, cade un ferro enorme che il nostro Bruce, senza che nessuno se ne accorga, si infila in saccoccia senza dire nulla.
Questa breve scena rappresenta il non sense generale dell'intero film.
E'un film di assurdi e scene che non tornano quello di Roth che ormai sembra aver toccato il fondo, o ci sta arrivando molto velocemente. Senza aver mai dato chissà quale merito alla settima arte, l'amico di Tarantino, aveva esordito e si era dato da fare nell'horror cercando almeno di non essere un mestierante come tanti.
Sarebbe curioso sapere il perchè di questo film. Perchè è stato fatto e soprattutto da chi è stato voluto. Seguaci di Trump? O forse la lobby delle armi. Penso la seconda.
Anche perchè "non" ci troviamo di fronte ad un remake dell'originale come invece lo stesso regista e la critica ammette. In quel caso si prendeva di punta il vigilantismo (la vendetta privata) cercando di dividere l'americano dal grilletto facile da quello democratico che invece preferisce il processo.
Al di là delle divagazioni politiche il film è girato di fretta e male.
Willis non azzecca un'espressione e mette su la stessa espressione che sta collezzionando diciamo negli ultimi imbarazzanti film. D'Onofrio lo difendo perchè sembra prendere in giro addirittura il suo ruolo per quanto è celebroleso e sembra ghignare sotto la maschera.
L'unico elemento su cui il film poteva lavorare per cercare di non sembrare così tragi comico (alcune morti sono così imbarazzanti e comiche che spero siano una scelta voluta) era quello di puntare tutto sul travaglio interiore del protagonista e muovere il film in base ad esso.


mercoledì 1 agosto 2018

Fahrenheit 451


Titolo: Fahrenheit 451
Regia: Ramin Bahrani
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In una società di un non lontano futuro, al fine di preservare l'armonia e la felicità della popolazione, il giovane pompiere Montag è impegnato, insieme ai suoi colleghi e sotto lo sguardo vigile del suo mentore e capitano Beatty, a dare fuoco a tutto ciò che può essere considerato come strumento di cultura. Tutti dipendono dai nuovi media che pervadono la loro vita. Gli individui stanno a casa interagendo con enormi schermi sotto la guida (e il controllo) di 'Yuxie', una sorta di assistente personale dotata di intelligenza artificiale. Un giorno però Montag, grazie all'incontro con Clarissa che fa parte del gruppo di resistenza che cerca di salvare i libri, inizia a porsi delle domande.

E'davvero confuso e senza senso il remake o meglio la nuova trasposizione del romanzo cult di Ray Bradbury dopo comunque il bel film datato di Truffaut.
L'universo distopico non poteva apparire più degradato e senza anima come di fatto è il film in cui tutti sembrano recitare il loro copione senza un minimo di pathos.
Ed è un peccato quando a questi progetti targati Netflix prendono parte attori del calibro di Shannon che bisogna ammettere che pur essendo un grande caratterista a volte sceglie dei film davvero dannosi per la sua carriera e per lo spirito reazionario.
Un film che sembra seguire di pari passo il romanzo senza mai trovare quella valvola e quello sfogo che ne giustifichino il film e non ad esempio un libro a fumetti che forse sarebbe stato più interessante.
Un film anomalo e vuoto dove il messaggio e la critica politica diventano quasi inutili dal momento che non vengono mai valorizzati.
Un peccato per uno dei film più brutti di quest'anno.

domenica 25 marzo 2018

Kickboxer: Retaliation


Titolo: Kickboxer: Retaliation
Regia: Dimitri Logothetis
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kurt Sloan non vorrebbe tornare in Thailandia ma, durante un allenamento, viene catturato, sedato e rinchiuso in una prigione. In cambio di 2 milioni di dollari dovrà affrontare un temibile sfidante e, solo nel caso di vittoria, verrà liberato.

Alle volte è troppa la tentazione per il trash. Quando poi è il sequel di un'altra trashata le aspettative, essendo ancor più basse, non possono che portare a tante risate e divertimento assicurato nel non sense generale di un film che non sta in piedi.
Ritorniamo ad una saga che già segna il suo limite più grosso dal momento che KICKBOXER, tra l'altro non credo neppure di averli visti tutti, erano già un film da non ricordare.
Qui non hanno fatto altro che inserire più attori possibili con il risultato di non far altro che una parata di "star" dove ovviamente l'oscar non può che meritarselo Van Damme.
Quando parlo di parata di "star" bisogna però almeno citarne qualcuna: Ronaldinho, non parla, non dice nulla, tira solo pallonate alla gente; Myke Tyson, che tira pugni a destra e a manca scimmiottando se stesso e ridendo come un cretino; Christopher Lambert che fa davvero paura per quanto è inquietante ed è invecchiato davvero male, altro che immortale; infine Hafþór Júlíus Björnsson alias Mongkut, un altro gigante smisurato dopo l'episodio precedente con Dave Bautista.
Il problema più grosso del film al di là delle difficoltà produttive, sceneggiature scritte da gente improvvisata al momento e soprattutto quello di avere una durata eterna per quasi due ore.
Cos'altro dire di questo film che ho praticamente già rimosso. Brutto, a volte dannatamente comico e l'apoteosi del trash quando ascoltiamo alcune gag tra gli attori per non parlare dei dialoghi assurdi che rasentano i luoghi comuni più ambiti per i film di serie b sulle arti marziali e che in fondo non possono che ammettere il lato meno nascosto del film: qualcosa di vergognosamente tragicomico

martedì 20 marzo 2018

Sangue di Cristo


Titolo: Sangue di Cristo
Regia: Spike Lee
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quando al dottor Hess Green viene introdotto un misterioso artefatto maledetto da un curatore d'arte, Lafayette Hightower, viene incontrollabilmente attirato da una nuova sete per il sangue che travolge la sua anima. Tuttavia, non è un vampiro. Lafayette soccombe rapidamente alla natura vorace di questa sofferenza che trasforma Hess. Presto la moglie di Lafayette, Ganja Hightower, va in cerca del marito e viene coinvolta in una pericolosa storia d'amore con Hess che mette in discussione la natura stessa dell'amore, della dipendenza, del sesso, e dello stato della nostra società apparentemente sofisticata.

L'ultimo Spike Lee Joint è stranamente un horror. Un thriller, un dramma con risvolti erotici.
Un'opera abbastanza fuori dagli schemi per quanto concerne l'approccio che l'autore disegna e a cui fa sfondo la vicenda. Un altro film molto bello è uscito negli ultimi anni che parla di vampiri in salsa black, l'indie TRANSFIGURATION.
Un altro film black che tratta quindi il vampirismo come metafora dell'integrazione razziale. Mentre nell'altro film il protagon era un ragazzino qui sono gli adulti.
GANJA & HESS è, infatti, un oscuro film horror della Blacksploitation datato 1973 che il nostro ha deciso di “rifare”, con il titolo Da Sweet Blood of Jesus (Il sangue di Cristo).
Film a bassissimo budget girato in due settimane e supportato dalla tecnica del crowdfunding.
Premetto che quando ho sentito parlare del pugnale di Ashanti non ho resistito a quella monumetale scena dove veniamo a conoscenza di questocoltello nel film IL BAMBINO D'ORO e dove Eddie Murphy prendeva in giro la spiritualità tibetana.
Tantissima musica molto diversa e con temi e atmosfere che cambiano di scena in scena senza di fatto lasciare quasi mai il film senza qualche brano che lo caratterizzi. Una scelta singolare dal momento che diverse scene giocano sull'atmosfera e sulla suspence sospendendola così in alcuni casi o dandole un intento diverso proprio a causa di questo cocktail di generi musicali.
Elegante e raffinato, dai costumi alle scenografie, Lee dimostra una scelta estetica di ampio gusto che riesce ad essere funzionale in tutta quanta l'opera.
Un'opera che cerca di essere onirica, con rimandi per alcuni versi alla cultura e alcune profezie vodoo, l'ipnosi, cercando spesso di deviare sul surreale, riuscendoci, ma non sempre soprattutto nell'ultimo atto, leggermente approssimativo e chiudendosi come fa con il triangolo di personaggi in un circolo vizioso da cui ne uscirà trascinandosi in una pozza di sangue tra presunta disperazione e un’insistita vena erotica glamour che non riesce così bene a gestire.



martedì 20 febbraio 2018

2001 Maniacs


Titolo: 2001 Maniacs
Regia: Tim Sullivan
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Alcuni studenti universitari, in occasione delle vacanze estive, decidono di recarsi a Daytona Beach, ma un imprevisto gli costringe a fermarsi in una piccola cittadina a mala pena segnata sulla mappa. Gli abitanti, impegnati nei preparativi per la loro festa annuale gli accolgono molto bene, invitandoli a fermarsi ancora con loro, ma i ragazzi non sanno che in realtà la festa é solo una scusa per porre in atto un macabro rituale...

2001 è un remake del classico TWO THOUSAND MANIACS di quel pazzo di nome Herschell Gordon Lewis che contribui a dare vita al filone dello "slasher movie".
A differenza del film originale qui il target e i protagonisti riprendono il filone del teen horror, con dei giovani che diventano carne da macello risultando celebrolesi solo in cerca di divertimento e sesso.
Ci sono remake di cui non si sente il bisogno o meglio non riescono mai ad azzeccare quasi nulla rispetto all'originale. Il film di Sullivan pur come dicevo aderendo ai canoni del filone teen-comedy è un remake coi fiocchi che non sfigura di certo rispetto all'originale.
C'è tantissimo sangue, frattaglie e budella come a sottolineare gli aspetti che prevalgono del sotto-genere.
C'è poi una metafora politica relativa ai contrasti tra nord e sud e quasi tutto il primo atto e parte del secondo mostra culi e tette in grandi quantità come a distrarre la carne da macello e noi spettatori su alcune lacune nella sceneggiatura dall'arrivo degli ospiti a Pleasentville.
Inoltre Sullivan che deve essere un mestierante, ha cercato di infarcire il film il più possibile con un ritmo che non stacca un attimo e buttandosi su trovate e scene ad effetto che se pur non riescono mai a far paura a causa anche dell'impianto ironico del film, giocano bene le loro carte tra evirazioni e sbudellamenti.
2001 come gli abitanti della cittadina sudista capeggiata da un Englund in gran forma e con tutti i bifolchi gregari che come sempre fanno paura più di qualsiasi mostro.
Un film tutto sommato divertente, passato purtroppo in sordina o solo straight to video, creato dal trio composto da Tim Roth, Tim Sullivan e Scott Spiegel.



Assassinio sull'Orient Express


Titolo: Assassinio sull'Orient Express
Regia: Kenneth Branagh
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sullo sfondo degli anni Trenta, dell'Art déco e del turismo esotico, Hercule Poirot scova colpevoli e sonda con perizia le sottili meccaniche criminali. Atteso a Londra con urgenza, trova sistemazione, lusso e conforto sull'Orient Express. Ma una valanga e un omicidio interrompono presto i suoi piccoli piaceri, la lettura di Dickens e la simmetria delle uova la mattina. Mister Bouc, il direttore del treno preoccupato della polizia e dello scandalo, chiede a Poirot di risolvere il caso. Bloccato con tredici passeggeri, tutti sospettati, il celebre detective improvvisa un'indagine che lo condurrà dove nemmeno lui aveva previsto.

L'ultimo film di Branagh (artista indiscusso che riesce a prevalere e portare i fasti maggiori nel teatro a differenza del cinema, finendo a dirigere prodotti commerciali come il primo film di THOR).
Ora lo shakesperiano per antonomasia del cinema gira questo film su commissione ad omaggiare (in un epoca di voluti e non voluti omaggi) Agatha Christie.
Ne esce un film tutto sommato con poche debolezze, un nutrito cast, una regia patinata e stucchevole e il nostro regista/protagonista che gigioneggia con il ruolo di Poirot che ama definirsi il miglior investigatore del mondo.
Certo senza nulla togliere il film è un altro remake del cult di Sidney Lumet (il migliore in assoluto) del quale non riesce a ad andare così a fondo contando che il film del '74 dalla sua aveva anche un buon impianto ironico elemento che qui praticamente è assente costringendo tutto il cast ad essere centellinato nei movimenti e nei dialoghi senza riuscire a divertire e allo stesso tempo a creare quell'atmosfera che solo in alcuni momenti sembra riuscire a ritrovare.
Il film in un aparola è piatto senza riuscire mai a caratterizzare bene nessuno die personaggi tant'è che nessuno rimarrà nella mente dello spettatore per piùdi cinque minuti.
Branagh infine non riesce a stupire o meglio a trovare i suoi strumenti soliti con i quali a omaggiato così tante volte Shakespeare. Qui il personaggio è tagliato con l'accetta, non diverte e affascina poco a causa del suo narcisismo preponderante che l'attore/regista non riesce a nascondere.
Inoltre tutto quel senso claustrofobico che la Christie e Lumet hanno fatto pervenire dai loro lavori qui è snaturato dalla presenza in blocco di una c.g e una post-produzione che camuffano troppo gli scenarui innevati.
Una lezione di stile e forma (i pianisequenza non mancano) per un film che sembra essere stato fatto molto di fretta e forse di cui nessuno sentiva davvero il bisogno.

domenica 24 dicembre 2017

It

Titolo: It
Regia: Andy Muschietti
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Ottobre 1988, nella cittadina di Derry. Il piccolo Georgie esce di casa nella pioggia per far navigare la barchetta di carta preparatagli dal fratello maggiore Billy, costretto a casa dall'influenza. La barchetta scorre per i rivoli lungo i marciapiedi, ma finisce in uno scolo che conduce alla rete fognaria. Georgie, contrariato, si china a guardare nella feritoia e incontra lo sguardo del bizzarro clown che abita nelle fogne, Pennywise. Per quanto strano sia trovare un clown in quel luogo, Georgie si intrattiene con lui sin quando il clown non lo addenta e lo cattura portandolo giù con sé. Giugno 1989. A Derry vige il coprifuoco a causa delle numerose sparizioni di persone, soprattutto bambini.

E arriviamo ad uno dei film più attesi dell'anno destinato a dividere critica e pubblico.
Un altro remake o come sostengono in molti, la prima vera trasposizione del romanzo dopo trent'anni. Un'operazione che la mia generazione non voleva ma il marketing dello spettacolo sì ( la scelta di inserire tra i protagonisti Finn Wolfhard, STRANGER THINGS, per intenderci la dice lunga)
Cosa si può dire di un'opera che ha cambiato intenti e obbiettivi per cercare di dare visibilità pura ad uno dei mostri "cult" dell'horror: un alieno vestito da pagliaccio.
Visto ovviamente al cinema, ero curioso sapendo già che il film avrebbe avuto un sequel come per celebre miniserie.
Curioso vedere come Muschietti e soci (parliamo di un progetto che se lo sono trovati tra le mani in tanti con passaggi di regia e cambi all'ultimo e che dopo l'addio di Fukunaga faceva presagire qualcosa di non buono) avrebbero creato quel mondo mica così distante dalla realtà con protagonisti un gruppetto di fragili adolescenti.
Due errori sacrosanti sono stati commessi.
Pennywise rappresentava o meglio ha sempre rappresentato quell'orrore da cui non ci si poteva difendere che ti attaccava direttamente la psiche per rimanerci impresso come per Freddy Krueger. In questo caso il clown arriva sempre con dei jump scare che ancora ad oggi servono per il nuovo cinema horror a voler e dover essere spaventosi per pochi secondi a differenza invece di quelle espressioni di Curry che erano pura inquietudine. Con il primo intento si urla e poi si dimentica, con il secondo si prova paura, si rimane in silenzio e non si dimentica.
Questo It del 2017 spaventa facendo piombare il clown da un momento all'altro senza però stare a spiegare o approfondire alcuni intenti o alcune scelte ( avolte piomba così da un momento all'altro) e purtroppo tocca vedere Pennywise ne esce peggio di tutti pure dei ragazzini (mi spiace per l'ennesimo Skarsgard di turno).
La miniserie del '90 di Wallace era semplicemente disturbante, infatti il sangue e tanti elementi più horror erano centellinati per cercare di sforzarsi il più possibile sull'atmosfera e concentrarsi sulle storie e le paure reali dei bambini.
Il problema del romanzo (che non ho letto) è che è inadattabile per la nutrita serie di elementi e temi che lo scrittore racconta. La miniserie ci ha provato pur non riuscendoci del tutto ma almeno, soprattutto nella prima parte, qualcosa di veramente brutto sulla citta di Derry come per Twin Peaks c'è l'ha fatta annusare, oltre che regalarci la performance che ancora adesso non può conoscere rivali che è quella del mefistotelico Tim Curry segnando in maniera profonda l'immaginario collettivo della mia generazione.
It prima di tutto è il racconto di alcuni "losers", un gruppetto di ragazzini a cavallo tra l'infanzia e l'età adulta che si trovano di fronte a quella cosa indefinita che è il male del mondo dalle sue mille facce dal pagliaccio al ragno ai genitori e via dicendo. Qualcosa che a lungo hanno potuto ignorare ma che ora, che stan diventando grandi, devono affrontare e metabolizzare in qualche modo.
Vorrebbe essere un film di formazione, a tutti gli effetti, dove a differenza di Nightmare le colpe e il male erano generati dagli stessi genitori, qui anche se in forma meno diretta anche loro attraverso i bambini è come se non riuscissero a vedere i mali di Derry che sono poi i mali di ognuno di noi.
Il secondo errore sacrosanto è che in alcuni momenti Pennywise ha paura dei ragazzi, delle loro reazioni e allora in quel piccolo preciso punto, il film muore sotto ogni punto di vista.


mercoledì 11 ottobre 2017

Inganno

Titolo: Inganno
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, le donne di diverse età che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia danno ricovero ad un soldato ferito. Dopo averlo curato e rifocillato costui resta confinato nella sua camera attraendo però, in vario modo e misura, l'attenzione di tutte. La tensione aumenterà mutando profondamente i rapporti tra loro e l'ospite

Inganno è l'ultimo film della Coppola. Per molti aspetti continua un certo discorso iniziato con IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE. Tante donne di diversa età e un solo uomo, ferito, per un soggetto che si rifà ad un film già visto con Eastwood nei panni di Farrel..
Un bel film ottimamente recitato con pochi colpi di scena, purtroppo abbastanza prevedibili, e un'atmosfera che non sempre riesce ad essere graffiante pur avendo dietro una fotografia eccelsa.
E così l'ultimo film della Coppola che ha vinto come miglior regia a Cannes è un film ben confezionato ma privo di quella psicologia che almeno nei personaggi del suo esordio trovava più spessore. Qui si poteva ottenere molto di più ad esempio giocando maggiormente sulle pulsioni delle ragazze che la società del tempo non può loro riconoscere.Alla fine diventa di nuovo l'analisi delle reazioni in un microcosmo femminile con alcuni spunti interessanti nonchè scene, tanti sguardi che lasciano intendere e volere molte cose e una cornice horror da cui noi assistiamo alla scena e una regia che si muove senza indugi architettando l'aspetto più interessante del film ovvero la geometria degli spazi, con una chiusura verso l'esterno, il cancello a simboleggiare l'oggetto netto della separazione, e infine il bosco che apre un mondo sotterraneo dove mentre raccogli i funghi puoi trovare un soldato ferito e portartelo a casa.




venerdì 8 settembre 2017

Mummia

Titolo: Mummia
Regia: Alex Kurtzman
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Nick Morton è un mercenario che collabora con l'esercito, ruba all'archeologa Jenny Halsey le indicazioni per trovare un'antica tomba e, nel tentativo di salvarla dagli integralisti islamici, finisce per farla bombardare dai droni. Questo apre l'accesso a una enorme grotta in Mesopotamia, dove si trova il sarcofago della principessa egizia Ahmanet, che ha voluto portare il Dio della morte Set sul nostro mondo, ma fu fermata e mummificata prima di completare il rituale. Nick vi entra insieme a Jenny e all'amico Chris, quindi i tre liberano il sarcofago di Ahmanet e lo caricano su un aereo militare, che però i poteri della principessa fanno precipitare su una chiesa in Inghilterra. Jenny si salva dalla caduta, ma Nick dovrebbe sfracellarsi, invece si risveglia in obitorio misteriosamente senza un graffio e con forti allucinazioni che lo attraggono irresistibilmente verso il sarcofago. Basteranno i mezzi dell'organizzazione segreta per cui lavora il dottor Henry Jekyll a spezzare la maledizione della risvegliata e potente principessa Ahmanet?

La Mummia è l'ennesimo remake senza senso. L'obbiettivo è quello di riportare in auge alcuni classici dell'horror. Il risultato è spiazzante e bizzarro.
La regia di Kurtzman è piatta e non sembra prendere mai il timone della situazione lasciando tutta la messa in scena arida e senz'anima.
Gli effetti speciali sono davvero esagerati e la c.g fa tutto quello che non dovrebbe fare a riprova che lo script è davvero striminziato è sembra essere l'ennesimo soggetto copia incolla di tanti altri film re soprattutto remake. Mana qualsiasi guizzo o novità. Gli stessi attori sono ormai imbolsiti, stanchi e affannati, Cruise ormai si vede che per quanto esibisca ancora un fisico curatissimo e ridicolo quando salta da una parte all'altra.
La sospensione di incredulità poi qua scompare del tutto. La scena dell'aereo davvero è un erroraccio che non mi apsettavo e non giustifica assolutamnte la scelta nella scena successiva.
Purtroppo non si salva nulla di questo ennesimo remake, dalla fotografia patinata che anzichè aumentare la suspance, rovina e stona con un'atmosfera troppo lucida e sparata che poco si adatta.
A questo punto era meglio o divertiva di più il film di Sommers del LA MUMMIA con quell'altro poco di buono di Fraser come protagonista. Almeno il film del '99 non si prendeva tanto sul serio ma contribuiva al ritmo del film con un umorismo becero ogni tanto almeno divertente.


sabato 8 luglio 2017

Spider Man-Homecoming

Titolo: Spider Man-Homecoming
Regia: Jon Watts
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Peter Parker non riesce a scrollarsi di dosso quanto sia stata incredibile la sua esperienza con gli Avengers in Captain America: Civil War, l'aver conosciuto Tony Stark e avere mantenuto con lui un rapporto speciale, tanto da avere un contatto diretto attraverso il suo assistente Happy Hogan e da aver ricevuto in dono un super-costume. Peter è così innamorato dell'idea di diventare un Avenger da lasciar scivolare in secondo piano anche la ragazza che gli fa battere il cuore, la bella Liz, per andare dietro ai criminali e mostrarsi pronto per la posizione in squadra. Le cose però non vanno come previsto, perché il suo avversario, l'Avvoltoio, una squadra ce l'ha e opera in modo organizzato e all'occorrenza spietato, motivato dalla rabbia per un grande e onesto affare che proprio gli Avengers gli hanno "sottratto".

Un nuovo uomo ragno. Una nuova saga dopo le due precedenti.
Partiamo con ordine. Homecoming, sui cui non avevo nessun tipo di aspettativa, manco a farlo apposta si è rivelato come il miglior capitolo delle saghe. I motivi sono svariati, dalla tecnica, all'impiego della c.g, la storia misurata senza troppi momenti strappalacrime (e ancora difficile dimenticare la faccia da fesso di Tobey Maguire).
La scelta poi della regia mi ha fatto pensare. Certo Raimi era stato il migliore senza dubbio ma l'ultimo regista dalla sua ha due film abbastanza anomali come il divertentissimo COP CAR e il quasi riuscito CLOWN. Tempi comici, tanza azione, cambi repentini di location, mega produzione, un cast semi-stellare dove si inseriscono alcuni personaggi dell'universo Marvel, senza stare a citarli tutti basta il ruolo (forse uno dei migliori) di Favreau già regista dei primi IRON-MAN.
Certo 133' sono tanti da digerire e i tempi allungati nel college e gli inseguimenti con la banda dei malviventi di Avvoltoio a volte sfiancano e annoiano non poco. Periodo d'oro per Michael Keaton risorto dalle ceneri e qui di nuovo a starnazzare come nel bellissimo film di Inarritu.

Aerei, navi, grattacieli, costruzioni antiche...stavolta Parker dovrà fare proprio i salti mortali. Un'altro degli aspetti che ho apprezzato del film concerne il bagaglio dell'eroe. Peter in questo film viene a conoscenza del suo costume e impara a sfruttarne al meglio tutti gli accessori come nella scena in cui è confinato dentro un bunker militare. Non so se ne usciranno altri e dopo la scena in cui vediamo gli Avengers prima e dopo, la scelta finale di Parker potrà far storcere il naso a chi sta attendendo INFINITY WARS e forse non ha colto il collegamento.

martedì 27 giugno 2017

King Arthur

Titolo: King Arthur
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando il re di Camelot Uther viene tradito e ucciso da suo fratello Vortigern, suo figlio Pendragon si salva per miracolo, venendo poi cresciuto da prostitute in quel di Londinium. L'adulto Artù è uno scaltro delinquente di strada, abile a farsi rispettare e ad arricchirsi, ma la sua vita sta per cambiare: Vortigern sa che è sopravvissuto e sta obbligando tutti i maschi del regno a provare la fatidica estrazione della Spada dalla Roccia. Quando verrà il turno di Artù, saprà abbracciare il suo destino di legittimo re?

Guy Ritchie è un piccolo Re Mida del gangster-movie.
Finchè si rimane incollati alla realtà, i risultati sono spesso buoni o addirittura ottimi come ROCKNROLLA in cui l'eccesso diventa di fatto un valore aggiunto. Ora però bisogna anche ammettere che con il fantasy o con le vicende epiche il nostro amico ha non poche difficoltà a non far presto diventare un giocattolone il gioco d'intenti del suo lavoro. Come per i precedenti capitoli di SHERLOCK HOLMES i quali non li ho graditi affatto, il problema diventa proprio coniugare il fantasy e le gesta epiche con una messa in scena tamarra e fracassona, regole e in parte politica d'autore sempre voluta e ricercata dal regista con risultati buoni sfruttando al massimo alcune idee di cinema che gigioneggiano compiaciute con il montaggio, la saturazione sensoriale, l'otto volante sul frame rate e i movimenti di macchina continui e roccamboleschi.
Hunnam purtroppo dopo SONS OF ANARCHY ha confermato che a parte qualche smorfia è un attore fisico come tanti altri senza nessuna menzione speciale (il che mi dispiace alquanto).
Law non fa altro che divertirsi riproponendo le gesta e le espressioni del suo personaggio più maturo come nella nostra serie italiana e per quanto concerne il resto del film al di là di qualche soluzione registica carina e funzionale appare a tutti gli effetti come un blockbuster meno epico del previsto e con alcune brutte scelte come il nemico finale e l'ennesimo trionfo del cinema mainstream.
Il re del nuovo gangster movie britannico fa un altro piccolo passo indietro dopo l'insuccesso al botteghino del misuratissimo e delizioso OPERAZIONE U.N.C.L.E una sorta di divertissement che prende in giro il noto James Bond.



martedì 11 aprile 2017

Ghost in the Shell

Titolo: Ghost in the Shell
Regia: Rupert Sanders
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

In un futuro prossimo uomini e macchine saranno sempre più vicini e pressochè inscindibili. Le intelligenze artificiali e i corpi umani si fondono creando degli ibridi, o umanoidi, con capacità straordinarie mentre i loro corpi e le loro menti sono costantemente legate alla rete, ad Internet. In questo futuro tutto è digitale, tutto passa attraverso internet e la realtà virtuale e sempre più vicina e simile a quella vera

Sanders come mestierante non è male. Si vede che mette in campo parecchie risorse cercando forse un'estetica troppo complessa e pixellata. Purtroppo come tanti è finito nella ragnatela delle major finendo a dirigere film beceri come BIANCANEVE E IL CACCIATORE.
Scarlett Johansson al pari di tante sue colleghe dovrebbe riflettere su un punto. Lei come soprattutto Felicity Jones e altre che adesso non starò ad elencare, sempre di più rappresentano corpi vuoti, svuotati della loro essenza.
I loro corpi sempre più servono solo per evidenziare l'apparenza e non valorizzarle per ciò che sono soprattutto in queste produzioni gigantesche e milionarie come può essere il GHOST IN THE SHELL di turno ma anche una saga come STAR WARS in cui negli ultimi capitoli, anche lì la protagonista Felicity Jones praticamente non recita seguendo un ruolo da esecutrice.
Al di là di questa non facile precisazione su dove sta andando anche un certo tipo di ideologia cinematografica americana (o forse semplicemente come non è mai cambiata ancora oggi), non c'è niente che si salvi nel film di Sanders a parte un uso spropositato della c.g e un cast sprecato in cui nessuno viene davvero valorizzato se non qualche timida e significativa frase uscita dalle labbra del Kuze della situazione, un Michael Pitt risorto dalle ceneri per dare carattere al "villain" di turno.
Manca l'atmosfera che un maestro come Mamoru Oshii aveva costruito riuscendo perfettamente a coniugare animazione e sci-fi con il risultato di aver creato uno dei capolavori assieme ad AKIRA.
Era il '95 e quando uscì era già un precursore di tante idee e scene originali particolarmente interessanti citate e prese in prestito dai Wachowsky nel loro successivo MATRIX.
Anche la realtà in cui vive la storia appare davvero scontata e sfruttata in un modo già visto in cui è davvero ridondante mostrare una pubblicità così datata. Gli abitanti di questo futuro, aumentati con componenti cibernetiche poteva dare spazio ad una galleria di scelte interessanti cosa che Sanders non fa mostrando praticamente niente se non pochissime scene d'azione che possiamo dividere in due parti; quella iniziale dove c'è lei al rallenty che spara alla Matrix e la seconda parte in cui arrivano astronavi e succede il finimondo con ragni meccanici tra l'altro bruttissimi.
Ghost in the Shell non evoca nulla e spiega tutto, fin dall’inizio e in ogni scena rovinando così tutta la trama, che tra l'altro non appartiene neppure all’anime e ogni elemento altrove fascinoso qui sembra mostrare i propri limiti.



mercoledì 15 febbraio 2017

Mechanic Resurrection

Titolo: Mechanic Resurrection
Regia: Dennis Gansel
Anno: 2016
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Arthur Bishop, uno dei sicari più esperti nell'uccidere facendo sembrare le morti accidentali, ha deciso di mettersi a riposo. Benché abbia rifiutato una richiesta di ingaggio, viene costretto ad accettare nel momento in cui la donna di cui si è innamorato viene sequestrata. Dovrà compiere tre omicidi se vuole sperare di rivederla viva.

E'stato davvero un colpo leggere Gansel come regista per un sequel di un film con Jason Statham. L'autore tedesco è colui che ha portato sul grande schermo L'ONDA e WE ARE THE NIGHT un film di vampiri al femminile davvero ben fatto e violento.
Quindi fa strano vederlo dirigere un fisic du role che recita con la mascella cercando di essere carismatico e interpretando film d'azione tutti uguali fatti con lo stampino.
E nonostante tutto come sequel "Resurrrection" non aggiunge molto, inserisce Jessica Alba a fare quello che le riesce meglio e Tommy Lee Jones a fare la marionetta in una performance simpatica e nulla più. Certo a livello tecnico si vede la differenza e il film a parte le esagerazioni, che superano il primo capitolo, si avvale di scene pirotecniche e funamboliche divertenti quanto impossibili puntando sul dinamismo, gli scontri a fuoco e passando dai tetti di Rio de Janeiro, nel prologo in cui il nostro si lancia su un deltaplano per sfuggire ai nemici, passando per il carcere malesiano, i grattacieli di Sidney e infine la roccaforte bulgara compiendo missioni diverse e sempre più pericolose a metà tra MISSION IMPOSSIBLE e OCEAN'S ELEVEN
Un divertissement senza un minimo di complessità, il rapporto e il confronto psicologico tra mentore e discepolo del primo capitolo qui non esiste e il contributo dell'amica thailandese del nostro "eroe" è abbastanza noioso e ridondante quasi quanto gli intenti del nemico di turno per costringere Bishop a fare i colpi.


martedì 14 febbraio 2017

Shin Godzilla

Titolo: Shin Godzilla
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Il Giappone precipita anel caso a seguito della comparsa di un mostruoso lucertolone gigante.

A ogni paese spetta la sua leggenda e il suo fantasma del passato.
Ridiamo dunque Godzilla ai suoi legittimi proprietari senza bisogno di doverlo più estradare in occidente. Siamo infine arrivati al 31° film dal '54 ad oggi (il 29°prodotto dalla Toho), contando che purtroppo la stessa casa giapponese aveva messo da parte alcuni progetti e trilogie sul re dei mostri che purtroppo dopo i fallimentari predecessori, parlo in particolare del vergognoso film di Emmerich, si erano tutti arenati.
Mettendo da parte il danno e la beffa di un paese che oltre ad aver creato le basi perchè si generasse il mito (le bombe su Hiroshima e Nagasaki), troviamo qui una coppia di registi talentuosi in ottima forma.
Il risultato è davvero una piccola chicca che chiude in maniera ottimale un anno peraltro che ha saputo regalare diverse opere importanti.
Resurgence (tit internazionale) sembra ripartire da zero cancellando la filmografia precedente o meglio inserendosi in quel filone che apparteneva ai monster-movie ma anche ai film di denuncia con diverse chiavi ideologiche che rispecchiano la politica e i limiti burocratici del paese.
Complesso, dinamico, puntuale nella sua critica. Questo ultimo Godzilla richiama gran parte delle paure e del vecchio cinema sci-fi nipponico. C'è il concetto della mutazione ed evoluzione della creatura, c'è il ruolo chiave dell'opinione pubblica che salvaguarda i suoi interessi.
I registi fanno subito in modo che dopo nemmeno venti minuti si arrivi ad empatizzare con il lucertolone mischiando al di là del perfetto connubio di generi, cg, motion-capture e miniature alla vecchia maniera che si produce più volte nel suo famoso ‘grido’ e nell’altrettanto noto raggio atomico con scene lunghissime in cui il lucertolone spara raggi dalla bocca e dalla schiena distruggendo qualsiasi cosa per poi scaricare le energie e addormentarsi accanto ad un grattacielo. Shin sbaraglia nel giro di pochi istanti tutta la concorrenza yankee riuscendo al contempo ad essere nostalgico, innovativo, sperimentale e sapendo unire generi e sottotesti.
Ipnotico quanto straordinario e suggestivo, il nuovo Godzilla spacca e distrugge.


martedì 15 novembre 2016

Leggenda di Tarzan

Titolo: Leggenda di Tarzan
Regia: David Yates
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Lord Greystoke vive a Londra, nell'elegante dimora di famiglia, con la moglie Jane. Quando il governo lo invita a tornare in Congo, rifiuta: Tarzan, dice, non c'è più. Il suo nome, ora, è John Clayton III. Saranno le pressioni dell'afroamericano George Washington Williams, deciso a provare la colpevolezza del Belgio in materia di schiavitù, e la richiesta di Jane, a farlo decidere per un ripensamento. In Africa, lo aspettano gli amici animali, ma anche vecchi e nuovi nemici.

Nel 2016 qualcuno sente ancora il bisogno di adattare un film su Tarzan. Parliamone....
L'harry pottiano Yates continua a cimentarsi tra avventura, fantasy e tutto il resto, trovando la sua vena come mestierante senza aggiungere molto e ricoprendo un ruolo di tecnico senza anima all'interno della macchina hollywodiana, puntando sempre sulla superiorità della grafica rispetto alla scrittura, come in questo caso, in un film noioso e pasticciato che non si capisce bene cosa voglia dire o dimostrare.
Forse gli sceneggiatori volevano riprendere GREYSTOKE del'84 e dargli una sorta di sequel.
In quel caso però la scelta si era rivelata funzionale almeno con dei passaggi nella giungla e scontri tra uomo e scimmia che riuscivano a lasciare una loro impronta specifica.
Qui ancora una volta il meccanismo di costruzione della storia e gli obbiettivi che si diramano sembrano deboli già in partenza senza capire in alcuni casi alcune scelte e il perchè di alcune azioni.

Il film è semplice, condiscendente e inerte, volendo essere sia moderno che tradizionale, finendo per sbagliare fin da subito con un protagonista Alexander Skarsgard, che sembra uscito da TWILIGHT, troppo belloccio e curato minuziosamente in ogni dettaglio (cosa che non si può dire per le sorti del film). Sprecatissimo il resto del cast in particolare Waltz che meritava di giocare un ruolo più complesso e non la solita macchietta costellata di stereotipi.

Magnifici Sette

Titolo: Magnifici Sette
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La piccola comunità di Rose Creek ha un problema: si trova in una valle che si rivela essere un consistente bacino minerario. Il magnate Bartholomew Bogue ha deciso di appropriarsene senza porsi alcun tipo di scrupolo, lasciando alla popolazione tre settimane per decidere se accettare un risarcimento da fame per i terreni espropriati o farsi uccidere. Emma Cullen, che si è vista uccidere dagli uomini di Bogue il marito, lascia Rose Creek con un proposito ben preciso: trovare qualcuno che accetti, dietro compenso, di difendere i suoi concittadini. Lo trova in Sam Chisolm, un funzionario statale il cui compito è rintracciare e mettere in condizione di non nuocere pericolosi criminali ricercati. Una volta accettata la proposta Chisolm progressivamente convincerà altri uomini ad unirsi a lui. Bogue è però pronto a scatenargli contro un volume di fuoco davvero imponente.

L'amarezza è cosa nota quando ci si avvicina al cinema di genere americano troppo commerciale.
I rischi sono sempre direttamente proporzionali alle delusioni.
Che siano remake, reboot, qualsiasi formula in generale se non viene data in mano a qualcuno che ci sappia fare con talento e intenti, rischia di diventare mera paccottiglia, ovvero un action movie in cui si può spegnere tranquillamente il cervello senza sforzi e non perdere nessuna delle sotto-trame che il film non riesce nemmeno a confezionare.
Fuqua è un regista che gira tanti film, quasi tutti commerciali e d'azione. Ancora non si capisce bene se il suo cinema sia dichiaratamente reazionario oppure no. Di certo siamo lontani da quel TRAINING DAY che dava risalto e brio all'estro del regista e che faceva sperare che non accettasse alcuni film dichiaratamente fastidiosi e insulsi come ATTACCO AL POTERE, SHOOTER e L'ULTIMA ALBA.
I Magnifici Sette è un'altra di quelle scelte che potevano benissimo evitare di essere prodotte, non tanto perchè non abbia un senso, ma perchè il western del'60 diretto da Sturges era a sua volta un film nel film, omaggiando e strizzando l'occhio a Kurosawa e altri cineasti e senza stare a farsi pipponi sulle diversità culturali, ingranava la marcia proprio in alcuni sotto-testi che questo remake probabilmente nemmeno conosceva.
In questo caso i personaggi sono confusi e nessuno sembra far parte dello stesso gruppo.
Il film cerca di essere culturalmente variegato (un nero, un messicano, un sudcoreano e un nativo americano), ma quando non riesci a far entrare nella parte nemmeno un caratterista come D'Onofrio (il suo personaggio poteva dare risalto quando invece è più che mai imbarazzante) e la sua possente e complessa recitazione, qualche dubbio dovresti averlo. La trama è la summa dei luoghi comuni, l'intreccio è fin troppo banale. Poi alcune unioni non sono molto chiare come lo strano rapporto tra Goodnight Robicheaux e Billy Rocks (una latente omosessualità) e il simpatico Farraday che doveva avere più risalto e spessore.
Si entra al cinema sapendo dall'inizio alla fine quello che succederà senza nessun minimo colpo di scena (inclusa la carneficina finale) e andando incontro nuovamente all'ordinario più ostinato.
Quello che sinceramente mi ha lasciato deluso e vedere come sceneggiatore Nic Pizzolato che senza bisogno di presentazioni, qui firma uno dei compromessi più beceri voluti dalla Sony. Sembra di vedere un comics adattato al western con troppa azione senza senso e una povertà generale legata ad alcuni luoghi comuni davvero penosi.


venerdì 23 settembre 2016

Kickboxer Vengeance

Titolo: Kickboxer Vengeance
Regia: John Stockwell
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kurt Sloan è un talentuoso artista delle arti marziali che si reca in Thailandia, dove dovrà imparare i segreti del kickboxer per vendicare la morte del fratello avvenuta per mano di Tong Po.

Stockwell è un regista di serie B che almeno ci aveva provato con il simpatico TURISTAS.
Per il resto ha sempre girato robetta action da quattro soldi. Il suo approccio alle arti marziali è di infimo gusto, al di là di qualche bella location e basta. Pure i combattimenti sono girati e montati con così tanti stacchi da non capirci quasi niente.
Sulla storia non mi pronuncio perchè è così banale che già la striminzita trama rivela fin troppo e poi questi film non hanno bisogno di trama ma di doverose mazzate e quando c'è è sempre la stessa.
Da fan delle arti marziali dovevo guardarlo per forza, era troppa la mole di non-sense e attori improbabili da Bautista che sembra un monaco venerato da discepoli che non si sa bene cosa cerchino, Van Damme che recita con gli occhiali e fa delle mosse e si atteggia in modo alquanto imbarazzante, la Carano che ormai si è sputtanata e per finire alcune facce nuove che dimenticherete troppo velocemente.
E'un film brutto che poteva essere ancora peggio, nel senso che a tratti pur essendo la summa del già visto, almeno fa quello che deve mischiando mazzate, inseguimenti e allenamenti.

Vi prego per chi riesce a guardarlo fino alla fine, non perdetevi i titoli di coda con Van Damme che balla da giovane sculettando e il protagonista che pure lui ci mette la sua improvvisandosi in un balletto anch'esso inguardabile.

domenica 18 settembre 2016

Point Break

Titolo: Point Break
Regia: Ericson Core
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Johnny Utah, giovane agente dell'Fbi, riceve l'incarico di infiltrarsi in una banda di atleti estremi guidata da Bodhi, sospettato di aver commesso una serie di sofisticati attacchi senza precedenti ai danni di molte imprese. Nella sua pericolosa missione sotto copertura, Utah dovrà battersi non solo per la sua stessa vita, impegnandosi negli sport più estremi ma anche per salvare i mercati finanziari globali, fortemente minacciati da un uomo capace di architettare crimini sempre più folli.

Potevano fare un documentario sullo sport estremo e bene o male avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Point Break c'era da aspettarselo... Nessuno ne sentiva la necessità dopo il cult del '91, ma Hollywood, ancora una volta la pensa in modo diverso.
Stessi nomi, diversi attori, sport a gogò, azione come non mai e una storia banalotta che poco si differenzia dall'originale se non per una classica e stereotipata nota da furbetti new-age e vagamente filosofica sul portare a compimento le "otto prove di Ozaki", un percorso verso l'illuminazione spirituale che spinge la sfida fisica oltre gli umani limiti.
Al di là di questo il film è uguale al classico ma con meno forza, gli attori sembrano pendere da stereotipie ormai solidificate dall'industria del cinema e senza avere quella carica eversiva e anarchica dell'originale.
Nonostante tutto non sono proprio riuscito a compararlo con l'originale.
Ho visto un film d'azione come tanti che vanta alcune tra le più riuscite scene sullo sport estremo mai viste e mai girate finora come quella della tuta alare che già da sola basta la visione.
Forse è stato proprio azzerando le aspettative, ma ormai spesso e volentieri il potenziale del film lo si intuisce dalla locandina, che in fin dei conti mi sono divertito senza pensare troppo ai fronzoli inutili dei dialoghi, ma godendomi un ritmo che merita certo di più rispetto alle centinaia di coetanei che vengono sfornati ogni anno dall'industria.


Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra

Titolo: Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra
Regia: Dave Green
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Le tartarughe ninja sono degli eroi. Hanno salvato la città ma nessuno lo sa, non possono stare sotto i riflettori, devono nascondersi e così continuano a vivere nell’ombra. Questo va bene solo a parte di loro però. La tentazione di essere come gli altri si fa strada quando scoprono l’esistenza di un liquido in grado di trasformare gli umani in animali antropomorfi come loro e (manipolato da Donatello) fare anche il contrario. In tutto questo il clan del piede è più vivo che mai e, al comando dall’alieno Krang, sta mettendo a punto un nuovo piano, ancora più rischioso e gigantesco del precedente, uno che spetta alle Tartarughe Ninja fermare.

Il film sulle tartarughe ninja non può che essere stupido e noioso, regalando solo in alcuni secondi uno spaccato d'azione girata almeno come si deve.
Un film voluto da Bay che come Splinter, è il vero topo che sta dietro la macchina e gli intenti. Fuori dall'ombra esaurisce quasi subito un repertorio di idee scarse per una saga che forse nessuno voleva ma che al botteghino, come spesso succede con il cinema commerciale, ha dimostrato il contrario.
Ho anche pensato che forse è l'unica possibilità per Megan Fox di recitare, visto che non la vuole più nessuno.
Innocuo, tamarro, esagerato, in fondo cerca di portare avanti un misero messaggio sociale come quello che l'unione fa la forza e viva il lavoro di squadra, che alla fine altro non è che uno specchio per le allodole.
Se è pur vero che è superiore al primo capitolo è pur vero che è sempre una merda.
Fa quasi venire da rimpiangere i vecchi film degli anni '90 che almeno a loro detta avevano una sorta di trama e coerenza narrativa. Qui in più di due ore ci sono vecchie conoscenze, facoceri e cinghiali, Krang che fa solo schifo, e altre decorazioni davvero prive di significato.

Alla fine ci troviamo di fronte ad un franchise sostanzialmente animato dove le sequenze sono finte, dagli ambienti fino ai personaggi, tutte tra l'altro con effettoni in digitale e solo qualche attore in carne ed ossa.