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mercoledì 11 ottobre 2017

Inganno

Titolo: Inganno
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, le donne di diverse età che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia danno ricovero ad un soldato ferito. Dopo averlo curato e rifocillato costui resta confinato nella sua camera attraendo però, in vario modo e misura, l'attenzione di tutte. La tensione aumenterà mutando profondamente i rapporti tra loro e l'ospite

Inganno è l'ultimo film della Coppola. Per molti aspetti continua un certo discorso iniziato con IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE. Tante donne di diversa età e un solo uomo, ferito, per un soggetto che si rifà ad un film già visto con Eastwood nei panni di Farrel..
Un bel film ottimamente recitato con pochi colpi di scena, purtroppo abbastanza prevedibili, e un'atmosfera che non sempre riesce ad essere graffiante pur avendo dietro una fotografia eccelsa.
E così l'ultimo film della Coppola che ha vinto come miglior regia a Cannes è un film ben confezionato ma privo di quella psicologia che almeno nei personaggi del suo esordio trovava più spessore. Qui si poteva ottenere molto di più ad esempio giocando maggiormente sulle pulsioni delle ragazze che la società del tempo non può loro riconoscere.Alla fine diventa di nuovo l'analisi delle reazioni in un microcosmo femminile con alcuni spunti interessanti nonchè scene, tanti sguardi che lasciano intendere e volere molte cose e una cornice horror da cui noi assistiamo alla scena e una regia che si muove senza indugi architettando l'aspetto più interessante del film ovvero la geometria degli spazi, con una chiusura verso l'esterno, il cancello a simboleggiare l'oggetto netto della separazione, e infine il bosco che apre un mondo sotterraneo dove mentre raccogli i funghi puoi trovare un soldato ferito e portartelo a casa.




venerdì 8 settembre 2017

Mummia

Titolo: Mummia
Regia: Alex Kurtzman
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nick Morton è un mercenario che collabora con l'esercito, ruba all'archeologa Jenny Halsey le indicazioni per trovare un'antica tomba e, nel tentativo di salvarla dagli integralisti islamici, finisce per farla bombardare dai droni. Questo apre l'accesso a una enorme grotta in Mesopotamia, dove si trova il sarcofago della principessa egizia Ahmanet, che ha voluto portare il Dio della morte Set sul nostro mondo, ma fu fermata e mummificata prima di completare il rituale. Nick vi entra insieme a Jenny e all'amico Chris, quindi i tre liberano il sarcofago di Ahmanet e lo caricano su un aereo militare, che però i poteri della principessa fanno precipitare su una chiesa in Inghilterra. Jenny si salva dalla caduta, ma Nick dovrebbe sfracellarsi, invece si risveglia in obitorio misteriosamente senza un graffio e con forti allucinazioni che lo attraggono irresistibilmente verso il sarcofago. Basteranno i mezzi dell'organizzazione segreta per cui lavora il dottor Henry Jekyll a spezzare la maledizione della risvegliata e potente principessa Ahmanet?

La Mummia è l'ennesimo remake senza senso. L'obbiettivo è quello di riportare in auge alcuni classici dell'horror. Il risultato è spiazzante e bizzarro.
La regia di Kurtzman è piatta e non sembra prendere mai il timone della situazione lasciando tutta la messa in scena arida e senz'anima.
Gli effetti speciali sono davvero esagerati e la c.g fa tutto quello che non dovrebbe fare a riprova che lo script è davvero striminziato è sembra essere l'ennesimo soggetto copia incolla di tanti altri film re soprattutto remake. Mana qualsiasi guizzo o novità. Gli stessi attori sono ormai imbolsiti, stanchi e affannati, Cruise ormai si vede che per quanto esibisca ancora un fisico curatissimo e ridicolo quando salta da una parte all'altra.
La sospensione di incredulità poi qua scompare del tutto. La scena dell'aereo davvero è un erroraccio che non mi apsettavo e non giustifica assolutamnte la scelta nella scena successiva.
Purtroppo non si salva nulla di questo ennesimo remake, dalla fotografia patinata che anzichè aumentare la suspance, rovina e stona con un'atmosfera troppo lucida e sparata che poco si adatta.
A questo punto era meglio o divertiva di più il film di Sommers del LA MUMMIA con quell'altro poco di buono di Fraser come protagonista. Almeno il film del '99 non si prendeva tanto sul serio ma contribuiva al ritmo del film con un umorismo becero ogni tanto almeno divertente.


sabato 8 luglio 2017

Spider Man-Homecoming

Titolo: Spider Man-Homecoming
Regia: Jon Watts
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Peter Parker non riesce a scrollarsi di dosso quanto sia stata incredibile la sua esperienza con gli Avengers in Captain America: Civil War, l'aver conosciuto Tony Stark e avere mantenuto con lui un rapporto speciale, tanto da avere un contatto diretto attraverso il suo assistente Happy Hogan e da aver ricevuto in dono un super-costume. Peter è così innamorato dell'idea di diventare un Avenger da lasciar scivolare in secondo piano anche la ragazza che gli fa battere il cuore, la bella Liz, per andare dietro ai criminali e mostrarsi pronto per la posizione in squadra. Le cose però non vanno come previsto, perché il suo avversario, l'Avvoltoio, una squadra ce l'ha e opera in modo organizzato e all'occorrenza spietato, motivato dalla rabbia per un grande e onesto affare che proprio gli Avengers gli hanno "sottratto".

Un nuovo uomo ragno. Una nuova saga dopo le due precedenti.
Partiamo con ordine. Homecoming, sui cui non avevo nessun tipo di aspettativa, manco a farlo apposta si è rivelato come il miglior capitolo delle saghe. I motivi sono svariati, dalla tecnica, all'impiego della c.g, la storia misurata senza troppi momenti strappalacrime (e ancora difficile dimenticare la faccia da fesso di Tobey Maguire).
La scelta poi della regia mi ha fatto pensare. Certo Raimi era stato il migliore senza dubbio ma l'ultimo regista dalla sua ha due film abbastanza anomali come il divertentissimo COP CAR e il quasi riuscito CLOWN. Tempi comici, tanza azione, cambi repentini di location, mega produzione, un cast semi-stellare dove si inseriscono alcuni personaggi dell'universo Marvel, senza stare a citarli tutti basta il ruolo (forse uno dei migliori) di Favreau già regista dei primi IRON-MAN.
Certo 133' sono tanti da digerire e i tempi allungati nel college e gli inseguimenti con la banda dei malviventi di Avvoltoio a volte sfiancano e annoiano non poco. Periodo d'oro per Michael Keaton risorto dalle ceneri e qui di nuovo a starnazzare come nel bellissimo film di Inarritu.

Aerei, navi, grattacieli, costruzioni antiche...stavolta Parker dovrà fare proprio i salti mortali. Un'altro degli aspetti che ho apprezzato del film concerne il bagaglio dell'eroe. Peter in questo film viene a conoscenza del suo costume e impara a sfruttarne al meglio tutti gli accessori come nella scena in cui è confinato dentro un bunker militare. Non so se ne usciranno altri e dopo la scena in cui vediamo gli Avengers prima e dopo, la scelta finale di Parker potrà far storcere il naso a chi sta attendendo INFINITY WARS e forse non ha colto il collegamento.

martedì 27 giugno 2017

King Arthur

Titolo: King Arthur
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando il re di Camelot Uther viene tradito e ucciso da suo fratello Vortigern, suo figlio Pendragon si salva per miracolo, venendo poi cresciuto da prostitute in quel di Londinium. L'adulto Artù è uno scaltro delinquente di strada, abile a farsi rispettare e ad arricchirsi, ma la sua vita sta per cambiare: Vortigern sa che è sopravvissuto e sta obbligando tutti i maschi del regno a provare la fatidica estrazione della Spada dalla Roccia. Quando verrà il turno di Artù, saprà abbracciare il suo destino di legittimo re?

Guy Ritchie è un piccolo Re Mida del gangster-movie.
Finchè si rimane incollati alla realtà, i risultati sono spesso buoni o addirittura ottimi come ROCKNROLLA in cui l'eccesso diventa di fatto un valore aggiunto. Ora però bisogna anche ammettere che con il fantasy o con le vicende epiche il nostro amico ha non poche difficoltà a non far presto diventare un giocattolone il gioco d'intenti del suo lavoro. Come per i precedenti capitoli di SHERLOCK HOLMES i quali non li ho graditi affatto, il problema diventa proprio coniugare il fantasy e le gesta epiche con una messa in scena tamarra e fracassona, regole e in parte politica d'autore sempre voluta e ricercata dal regista con risultati buoni sfruttando al massimo alcune idee di cinema che gigioneggiano compiaciute con il montaggio, la saturazione sensoriale, l'otto volante sul frame rate e i movimenti di macchina continui e roccamboleschi.
Hunnam purtroppo dopo SONS OF ANARCHY ha confermato che a parte qualche smorfia è un attore fisico come tanti altri senza nessuna menzione speciale (il che mi dispiace alquanto).
Law non fa altro che divertirsi riproponendo le gesta e le espressioni del suo personaggio più maturo come nella nostra serie italiana e per quanto concerne il resto del film al di là di qualche soluzione registica carina e funzionale appare a tutti gli effetti come un blockbuster meno epico del previsto e con alcune brutte scelte come il nemico finale e l'ennesimo trionfo del cinema mainstream.
Il re del nuovo gangster movie britannico fa un altro piccolo passo indietro dopo l'insuccesso al botteghino del misuratissimo e delizioso OPERAZIONE U.N.C.L.E una sorta di divertissement che prende in giro il noto James Bond.



martedì 11 aprile 2017

Ghost in the Shell

Titolo: Ghost in the Shell
Regia: Rupert Sanders
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

In un futuro prossimo uomini e macchine saranno sempre più vicini e pressochè inscindibili. Le intelligenze artificiali e i corpi umani si fondono creando degli ibridi, o umanoidi, con capacità straordinarie mentre i loro corpi e le loro menti sono costantemente legate alla rete, ad Internet. In questo futuro tutto è digitale, tutto passa attraverso internet e la realtà virtuale e sempre più vicina e simile a quella vera

Sanders come mestierante non è male. Si vede che mette in campo parecchie risorse cercando forse un'estetica troppo complessa e pixellata. Purtroppo come tanti è finito nella ragnatela delle major finendo a dirigere film beceri come BIANCANEVE E IL CACCIATORE.
Scarlett Johansson al pari di tante sue colleghe dovrebbe riflettere su un punto. Lei come soprattutto Felicity Jones e altre che adesso non starò ad elencare, sempre di più rappresentano corpi vuoti, svuotati della loro essenza.
I loro corpi sempre più servono solo per evidenziare l'apparenza e non valorizzarle per ciò che sono soprattutto in queste produzioni gigantesche e milionarie come può essere il GHOST IN THE SHELL di turno ma anche una saga come STAR WARS in cui negli ultimi capitoli, anche lì la protagonista Felicity Jones praticamente non recita seguendo un ruolo da esecutrice.
Al di là di questa non facile precisazione su dove sta andando anche un certo tipo di ideologia cinematografica americana (o forse semplicemente come non è mai cambiata ancora oggi), non c'è niente che si salvi nel film di Sanders a parte un uso spropositato della c.g e un cast sprecato in cui nessuno viene davvero valorizzato se non qualche timida e significativa frase uscita dalle labbra del Kuze della situazione, un Michael Pitt risorto dalle ceneri per dare carattere al "villain" di turno.
Manca l'atmosfera che un maestro come Mamoru Oshii aveva costruito riuscendo perfettamente a coniugare animazione e sci-fi con il risultato di aver creato uno dei capolavori assieme ad AKIRA.
Era il '95 e quando uscì era già un precursore di tante idee e scene originali particolarmente interessanti citate e prese in prestito dai Wachowsky nel loro successivo MATRIX.
Anche la realtà in cui vive la storia appare davvero scontata e sfruttata in un modo già visto in cui è davvero ridondante mostrare una pubblicità così datata. Gli abitanti di questo futuro, aumentati con componenti cibernetiche poteva dare spazio ad una galleria di scelte interessanti cosa che Sanders non fa mostrando praticamente niente se non pochissime scene d'azione che possiamo dividere in due parti; quella iniziale dove c'è lei al rallenty che spara alla Matrix e la seconda parte in cui arrivano astronavi e succede il finimondo con ragni meccanici tra l'altro bruttissimi.
Ghost in the Shell non evoca nulla e spiega tutto, fin dall’inizio e in ogni scena rovinando così tutta la trama, che tra l'altro non appartiene neppure all’anime e ogni elemento altrove fascinoso qui sembra mostrare i propri limiti.



mercoledì 15 febbraio 2017

Mechanic Resurrection

Titolo: Mechanic Resurrection
Regia: Dennis Gansel
Anno: 2016
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Arthur Bishop, uno dei sicari più esperti nell'uccidere facendo sembrare le morti accidentali, ha deciso di mettersi a riposo. Benché abbia rifiutato una richiesta di ingaggio, viene costretto ad accettare nel momento in cui la donna di cui si è innamorato viene sequestrata. Dovrà compiere tre omicidi se vuole sperare di rivederla viva.

E'stato davvero un colpo leggere Gansel come regista per un sequel di un film con Jason Statham. L'autore tedesco è colui che ha portato sul grande schermo L'ONDA e WE ARE THE NIGHT un film di vampiri al femminile davvero ben fatto e violento.
Quindi fa strano vederlo dirigere un fisic du role che recita con la mascella cercando di essere carismatico e interpretando film d'azione tutti uguali fatti con lo stampino.
E nonostante tutto come sequel "Resurrrection" non aggiunge molto, inserisce Jessica Alba a fare quello che le riesce meglio e Tommy Lee Jones a fare la marionetta in una performance simpatica e nulla più. Certo a livello tecnico si vede la differenza e il film a parte le esagerazioni, che superano il primo capitolo, si avvale di scene pirotecniche e funamboliche divertenti quanto impossibili puntando sul dinamismo, gli scontri a fuoco e passando dai tetti di Rio de Janeiro, nel prologo in cui il nostro si lancia su un deltaplano per sfuggire ai nemici, passando per il carcere malesiano, i grattacieli di Sidney e infine la roccaforte bulgara compiendo missioni diverse e sempre più pericolose a metà tra MISSION IMPOSSIBLE e OCEAN'S ELEVEN
Un divertissement senza un minimo di complessità, il rapporto e il confronto psicologico tra mentore e discepolo del primo capitolo qui non esiste e il contributo dell'amica thailandese del nostro "eroe" è abbastanza noioso e ridondante quasi quanto gli intenti del nemico di turno per costringere Bishop a fare i colpi.


martedì 14 febbraio 2017

Shin Godzilla

Titolo: Shin Godzilla
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Il Giappone precipita anel caso a seguito della comparsa di un mostruoso lucertolone gigante.

A ogni paese spetta la sua leggenda e il suo fantasma del passato.
Ridiamo dunque Godzilla ai suoi legittimi proprietari senza bisogno di doverlo più estradare in occidente. Siamo infine arrivati al 31° film dal '54 ad oggi (il 29°prodotto dalla Toho), contando che purtroppo la stessa casa giapponese aveva messo da parte alcuni progetti e trilogie sul re dei mostri che purtroppo dopo i fallimentari predecessori, parlo in particolare del vergognoso film di Emmerich, si erano tutti arenati.
Mettendo da parte il danno e la beffa di un paese che oltre ad aver creato le basi perchè si generasse il mito (le bombe su Hiroshima e Nagasaki), troviamo qui una coppia di registi talentuosi in ottima forma.
Il risultato è davvero una piccola chicca che chiude in maniera ottimale un anno peraltro che ha saputo regalare diverse opere importanti.
Resurgence (tit internazionale) sembra ripartire da zero cancellando la filmografia precedente o meglio inserendosi in quel filone che apparteneva ai monster-movie ma anche ai film di denuncia con diverse chiavi ideologiche che rispecchiano la politica e i limiti burocratici del paese.
Complesso, dinamico, puntuale nella sua critica. Questo ultimo Godzilla richiama gran parte delle paure e del vecchio cinema sci-fi nipponico. C'è il concetto della mutazione ed evoluzione della creatura, c'è il ruolo chiave dell'opinione pubblica che salvaguarda i suoi interessi.
I registi fanno subito in modo che dopo nemmeno venti minuti si arrivi ad empatizzare con il lucertolone mischiando al di là del perfetto connubio di generi, cg, motion-capture e miniature alla vecchia maniera che si produce più volte nel suo famoso ‘grido’ e nell’altrettanto noto raggio atomico con scene lunghissime in cui il lucertolone spara raggi dalla bocca e dalla schiena distruggendo qualsiasi cosa per poi scaricare le energie e addormentarsi accanto ad un grattacielo. Shin sbaraglia nel giro di pochi istanti tutta la concorrenza yankee riuscendo al contempo ad essere nostalgico, innovativo, sperimentale e sapendo unire generi e sottotesti.
Ipnotico quanto straordinario e suggestivo, il nuovo Godzilla spacca e distrugge.


martedì 15 novembre 2016

Leggenda di Tarzan

Titolo: Leggenda di Tarzan
Regia: David Yates
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Lord Greystoke vive a Londra, nell'elegante dimora di famiglia, con la moglie Jane. Quando il governo lo invita a tornare in Congo, rifiuta: Tarzan, dice, non c'è più. Il suo nome, ora, è John Clayton III. Saranno le pressioni dell'afroamericano George Washington Williams, deciso a provare la colpevolezza del Belgio in materia di schiavitù, e la richiesta di Jane, a farlo decidere per un ripensamento. In Africa, lo aspettano gli amici animali, ma anche vecchi e nuovi nemici.

Nel 2016 qualcuno sente ancora il bisogno di adattare un film su Tarzan. Parliamone....
L'harry pottiano Yates continua a cimentarsi tra avventura, fantasy e tutto il resto, trovando la sua vena come mestierante senza aggiungere molto e ricoprendo un ruolo di tecnico senza anima all'interno della macchina hollywodiana, puntando sempre sulla superiorità della grafica rispetto alla scrittura, come in questo caso, in un film noioso e pasticciato che non si capisce bene cosa voglia dire o dimostrare.
Forse gli sceneggiatori volevano riprendere GREYSTOKE del'84 e dargli una sorta di sequel.
In quel caso però la scelta si era rivelata funzionale almeno con dei passaggi nella giungla e scontri tra uomo e scimmia che riuscivano a lasciare una loro impronta specifica.
Qui ancora una volta il meccanismo di costruzione della storia e gli obbiettivi che si diramano sembrano deboli già in partenza senza capire in alcuni casi alcune scelte e il perchè di alcune azioni.

Il film è semplice, condiscendente e inerte, volendo essere sia moderno che tradizionale, finendo per sbagliare fin da subito con un protagonista Alexander Skarsgard, che sembra uscito da TWILIGHT, troppo belloccio e curato minuziosamente in ogni dettaglio (cosa che non si può dire per le sorti del film). Sprecatissimo il resto del cast in particolare Waltz che meritava di giocare un ruolo più complesso e non la solita macchietta costellata di stereotipi.

Magnifici Sette

Titolo: Magnifici Sette
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La piccola comunità di Rose Creek ha un problema: si trova in una valle che si rivela essere un consistente bacino minerario. Il magnate Bartholomew Bogue ha deciso di appropriarsene senza porsi alcun tipo di scrupolo, lasciando alla popolazione tre settimane per decidere se accettare un risarcimento da fame per i terreni espropriati o farsi uccidere. Emma Cullen, che si è vista uccidere dagli uomini di Bogue il marito, lascia Rose Creek con un proposito ben preciso: trovare qualcuno che accetti, dietro compenso, di difendere i suoi concittadini. Lo trova in Sam Chisolm, un funzionario statale il cui compito è rintracciare e mettere in condizione di non nuocere pericolosi criminali ricercati. Una volta accettata la proposta Chisolm progressivamente convincerà altri uomini ad unirsi a lui. Bogue è però pronto a scatenargli contro un volume di fuoco davvero imponente.

L'amarezza è cosa nota quando ci si avvicina al cinema di genere americano troppo commerciale.
I rischi sono sempre direttamente proporzionali alle delusioni.
Che siano remake, reboot, qualsiasi formula in generale se non viene data in mano a qualcuno che ci sappia fare con talento e intenti, rischia di diventare mera paccottiglia, ovvero un action movie in cui si può spegnere tranquillamente il cervello senza sforzi e non perdere nessuna delle sotto-trame che il film non riesce nemmeno a confezionare.
Fuqua è un regista che gira tanti film, quasi tutti commerciali e d'azione. Ancora non si capisce bene se il suo cinema sia dichiaratamente reazionario oppure no. Di certo siamo lontani da quel TRAINING DAY che dava risalto e brio all'estro del regista e che faceva sperare che non accettasse alcuni film dichiaratamente fastidiosi e insulsi come ATTACCO AL POTERE, SHOOTER e L'ULTIMA ALBA.
I Magnifici Sette è un'altra di quelle scelte che potevano benissimo evitare di essere prodotte, non tanto perchè non abbia un senso, ma perchè il western del'60 diretto da Sturges era a sua volta un film nel film, omaggiando e strizzando l'occhio a Kurosawa e altri cineasti e senza stare a farsi pipponi sulle diversità culturali, ingranava la marcia proprio in alcuni sotto-testi che questo remake probabilmente nemmeno conosceva.
In questo caso i personaggi sono confusi e nessuno sembra far parte dello stesso gruppo.
Il film cerca di essere culturalmente variegato (un nero, un messicano, un sudcoreano e un nativo americano), ma quando non riesci a far entrare nella parte nemmeno un caratterista come D'Onofrio (il suo personaggio poteva dare risalto quando invece è più che mai imbarazzante) e la sua possente e complessa recitazione, qualche dubbio dovresti averlo. La trama è la summa dei luoghi comuni, l'intreccio è fin troppo banale. Poi alcune unioni non sono molto chiare come lo strano rapporto tra Goodnight Robicheaux e Billy Rocks (una latente omosessualità) e il simpatico Farraday che doveva avere più risalto e spessore.
Si entra al cinema sapendo dall'inizio alla fine quello che succederà senza nessun minimo colpo di scena (inclusa la carneficina finale) e andando incontro nuovamente all'ordinario più ostinato.
Quello che sinceramente mi ha lasciato deluso e vedere come sceneggiatore Nic Pizzolato che senza bisogno di presentazioni, qui firma uno dei compromessi più beceri voluti dalla Sony. Sembra di vedere un comics adattato al western con troppa azione senza senso e una povertà generale legata ad alcuni luoghi comuni davvero penosi.


venerdì 23 settembre 2016

Kickboxer Vengeance

Titolo: Kickboxer Vengeance
Regia: John Stockwell
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kurt Sloan è un talentuoso artista delle arti marziali che si reca in Thailandia, dove dovrà imparare i segreti del kickboxer per vendicare la morte del fratello avvenuta per mano di Tong Po.

Stockwell è un regista di serie B che almeno ci aveva provato con il simpatico TURISTAS.
Per il resto ha sempre girato robetta action da quattro soldi. Il suo approccio alle arti marziali è di infimo gusto, al di là di qualche bella location e basta. Pure i combattimenti sono girati e montati con così tanti stacchi da non capirci quasi niente.
Sulla storia non mi pronuncio perchè è così banale che già la striminzita trama rivela fin troppo e poi questi film non hanno bisogno di trama ma di doverose mazzate e quando c'è è sempre la stessa.
Da fan delle arti marziali dovevo guardarlo per forza, era troppa la mole di non-sense e attori improbabili da Bautista che sembra un monaco venerato da discepoli che non si sa bene cosa cerchino, Van Damme che recita con gli occhiali e fa delle mosse e si atteggia in modo alquanto imbarazzante, la Carano che ormai si è sputtanata e per finire alcune facce nuove che dimenticherete troppo velocemente.
E'un film brutto che poteva essere ancora peggio, nel senso che a tratti pur essendo la summa del già visto, almeno fa quello che deve mischiando mazzate, inseguimenti e allenamenti.

Vi prego per chi riesce a guardarlo fino alla fine, non perdetevi i titoli di coda con Van Damme che balla da giovane sculettando e il protagonista che pure lui ci mette la sua improvvisandosi in un balletto anch'esso inguardabile.

domenica 18 settembre 2016

Point Break

Titolo: Point Break
Regia: Ericson Core
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Johnny Utah, giovane agente dell'Fbi, riceve l'incarico di infiltrarsi in una banda di atleti estremi guidata da Bodhi, sospettato di aver commesso una serie di sofisticati attacchi senza precedenti ai danni di molte imprese. Nella sua pericolosa missione sotto copertura, Utah dovrà battersi non solo per la sua stessa vita, impegnandosi negli sport più estremi ma anche per salvare i mercati finanziari globali, fortemente minacciati da un uomo capace di architettare crimini sempre più folli.

Potevano fare un documentario sullo sport estremo e bene o male avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Point Break c'era da aspettarselo... Nessuno ne sentiva la necessità dopo il cult del '91, ma Hollywood, ancora una volta la pensa in modo diverso.
Stessi nomi, diversi attori, sport a gogò, azione come non mai e una storia banalotta che poco si differenzia dall'originale se non per una classica e stereotipata nota da furbetti new-age e vagamente filosofica sul portare a compimento le "otto prove di Ozaki", un percorso verso l'illuminazione spirituale che spinge la sfida fisica oltre gli umani limiti.
Al di là di questo il film è uguale al classico ma con meno forza, gli attori sembrano pendere da stereotipie ormai solidificate dall'industria del cinema e senza avere quella carica eversiva e anarchica dell'originale.
Nonostante tutto non sono proprio riuscito a compararlo con l'originale.
Ho visto un film d'azione come tanti che vanta alcune tra le più riuscite scene sullo sport estremo mai viste e mai girate finora come quella della tuta alare che già da sola basta la visione.
Forse è stato proprio azzerando le aspettative, ma ormai spesso e volentieri il potenziale del film lo si intuisce dalla locandina, che in fin dei conti mi sono divertito senza pensare troppo ai fronzoli inutili dei dialoghi, ma godendomi un ritmo che merita certo di più rispetto alle centinaia di coetanei che vengono sfornati ogni anno dall'industria.


Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra

Titolo: Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombra
Regia: Dave Green
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Le tartarughe ninja sono degli eroi. Hanno salvato la città ma nessuno lo sa, non possono stare sotto i riflettori, devono nascondersi e così continuano a vivere nell’ombra. Questo va bene solo a parte di loro però. La tentazione di essere come gli altri si fa strada quando scoprono l’esistenza di un liquido in grado di trasformare gli umani in animali antropomorfi come loro e (manipolato da Donatello) fare anche il contrario. In tutto questo il clan del piede è più vivo che mai e, al comando dall’alieno Krang, sta mettendo a punto un nuovo piano, ancora più rischioso e gigantesco del precedente, uno che spetta alle Tartarughe Ninja fermare.

Il film sulle tartarughe ninja non può che essere stupido e noioso, regalando solo in alcuni secondi uno spaccato d'azione girata almeno come si deve.
Un film voluto da Bay che come Splinter, è il vero topo che sta dietro la macchina e gli intenti. Fuori dall'ombra esaurisce quasi subito un repertorio di idee scarse per una saga che forse nessuno voleva ma che al botteghino, come spesso succede con il cinema commerciale, ha dimostrato il contrario.
Ho anche pensato che forse è l'unica possibilità per Megan Fox di recitare, visto che non la vuole più nessuno.
Innocuo, tamarro, esagerato, in fondo cerca di portare avanti un misero messaggio sociale come quello che l'unione fa la forza e viva il lavoro di squadra, che alla fine altro non è che uno specchio per le allodole.
Se è pur vero che è superiore al primo capitolo è pur vero che è sempre una merda.
Fa quasi venire da rimpiangere i vecchi film degli anni '90 che almeno a loro detta avevano una sorta di trama e coerenza narrativa. Qui in più di due ore ci sono vecchie conoscenze, facoceri e cinghiali, Krang che fa solo schifo, e altre decorazioni davvero prive di significato.

Alla fine ci troviamo di fronte ad un franchise sostanzialmente animato dove le sequenze sono finte, dagli ambienti fino ai personaggi, tutte tra l'altro con effettoni in digitale e solo qualche attore in carne ed ossa.  

giovedì 21 luglio 2016

A Bigger splash

Titolo: A Bigger Splash
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Una rockstar in convalescenza e il suo compagno consumano le loro giornate a bordo piscina o lungo le cale di Pantelleria. Marianne ha subito un intervento alle corde vocali, Paul è sopravvissuto al suicidio. Eccitati dal sale e accarezzati dal vento, Marianne e Paul ricevono la visita di Harry, ex iperbolico e logorroico che si accompagna a Penelope, figlia ventenne emersa dal passato. L'equilibrio e la 'riabilitazione' della coppia sono interrotti dall'uomo, deciso a riprendersi Marianne. Penelope intanto è attratta da Paul e dalle sue cicatrici che dicono fisicamente della sua inquietudine. Lo scirocco, vento anormalmente caldo, si alza sulle emozioni trattenute e i desideri puniti, riscaldando l'aria e il clima.

Remake del film francese LA PISCINE del '68, il nuovo film del nostrano Guadagnino purtroppo commette gli stessi errori e alla fine sortisce lo stesso effetto del film originale. Un plot che sembra soddisfare tutti i requisiti di un dramma polanskiano ma che esaurisce presto e troppo in fretta i suoi colpi migliori.
Una storia annacquata, banale e in fondo inconsistente che poteva fare molto di più senza risultare banalotta a tutti gli effetti come di fatto avviene dopo il primo atto.
Il regista è vero che non ha Delon nel cast, ma qui è ancora più stellare se pensiamo ad attori come Fiennes, Swinton, Schoenaerts e una parte minore, quasi un cameo per il nostro Guzzanti.
Con nomi simili è davvero difficile sbagliare e infatti tutto il cast, anche se Fiennes gigioneggia un po troppo, sembra mettercela tutta per dare tono e ritmo alla commedia con risvolti drammatici.
Le location forse sono gli aspetti migliori del film e Pantelleria non è mai stata così bella.
Se però visivamente il film è stimolante, l'intreccio è destinato a spegnersi dopo poco e il film soprattutto dalla seconda metà in avanti, quando avrebbe dovuto lasciarsi andare, diventa una storiellina banalotta e con un finale che lascia l'amaro in bocca.


lunedì 18 luglio 2016

Libro della giungla

Titolo: Libro della giungla
Regia: Jon Favreau
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il cucciolo d'uomo Mowgli è cresciuto con il branco di lupi di Akela e mamma Raksha, nel rispetto della legge della Giungla. Al termine della tregua dell'acqua, però, la tigre Shere Khan torna a cercarlo: lei non ha rispetto del territorio altrui e finché non avrà Mowgli tutti i lupi saranno in pericolo. Il bambino decide allora di lasciare il branco, per proteggerlo, e la pantera Bagheera, che per prima lo portò ai lupi quando era piccolissimo, s'impegna a condurlo là da dove è venuto: al villaggio degli uomini.

Ormai è scontato che ogni anno escano una quantità incredibile tra remake e reboot.
Alcuni hanno una ragione d'essere sfruttando al meglio l'attuale tecnica della c.g o perchè in chiave post moderna aggiornano le tematiche di vent'anni fa.
Favvreau è bravo a dirigere avventura e azione e ha sensibilità per quanto concerne le pellicole per ragazzi. Dunque riesce ad accontentare e mettere d'accordo diversi target d'età in questa nuova affascinante avventura sul piccolo Mowgli rimanendo fedele al film della Disney del 1967.
Gli animali sono in una buna c.g come ultimamente capita per quasi tutte le scelte legate alle grosse produzioni americane. Tra una comparsata e l'altra Shere Khan e Re Louie risultano paurosi e sanno farsi rispettare, al film non manca quel senso legato alla solitudine, alla perdita e alla sofferenza sapendo allo stesso tempo unirla con scenari epici e un'atmosfera affascinante.

mercoledì 8 giugno 2016

Alice attraverso lo specchio

Titolo: Alice attraverso lo specchio
Regia: James Bobin
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo molto tempo passato a bordo della nave Wonderland, il capitano Alice Kingsleigh torna sulla terra ferma londinese, rigida e ottusa.

Diciamo che negli ultimi anni i fantasy hanno cercato di accaparrarsi pubblico e cercare di sfruttare al massimo la c.g. In parte questa operazione è riuscita. In altri casi, come Alice & company, i progetti sono sempre stati controllati dalla Disney senza però riuscire a trovare una formula che convincesse e potesse dare enfasi e sostanza ad un soggetto così incredibilmente interessante (parlando sempre per il doppio pubblico).
Il marketing e i budget esagerati hanno purtroppo la tendenza a diventare una parata di CGI pacchiana piena di bizzarrie inutili, dimostrandosi, questo rispetto al suo già brutto predecessore, come un tentativo frettoloso ancora più frenetico e irritante.
Alla fine è tutta un'odissea spazio-temporale estenuante, passando da un piano temporale all'altro in un caleidoscopio confuso di immagini e colori.
La didascalica insistenza sul tema del paradosso temporale conduce a un climax prevedibile e poco sorprendente che può sicuramente fare la gioia degli occhi- grazie anche a un 3D raro a vedersi, in molti momenti - ma non altro e infatti non stupisce che forse il momento migliore è quello dove compare Tempo, personaggio ambiguo, forse il meglio rappresentato da Sacha Baron Cohen.

Alla fine tutta la storia di quest'ultima Alice nasce da una bugia della strega bianca per nascondere una marachella combinata in gioventù quando si era mangiata uun biscotto attribuendo la colpa alla regina rossa.  

mercoledì 25 maggio 2016

Miami Vice

Titolo: Miami Vice
Regia: Michael Mann
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dopo il fallimento di un'operazione che ha portato alla morte di tre agenti, i detective Rico Tubbs e Sonny Crockett s'infiltrano in un traffico di armi e droga che fa capo a un pezzo grosso della mala ispanica.

Mann si riconosce subito. E'una garanzia e tutti i suoi film sono quasi sempre dei capolavori.
Miami Vice non fa eccezione. Cool e intelligente, raffinato e violento, elegante e sporco allo stesso tempo. Contrasti che appaiono e scompaiono come i volti dei due protagonisti e il colore della pelle. Loro come anche dello spagnolo Luis Tosar e della bella Gong Li.
Uno degli elementi ancora una volta affascinanti è come sempre la fotografia che riesce a sporcare e rendere inquietanti alcune importanti città.
Gira con un digital impressionante che non si stacca mai dai personaggi e riesce a farci entrare ancora di più all'interno della storia. La scrittura è complessa, tante situazioni e nomi da gestire molto in fretta, diventando complessi e a volte si rischia di perdersi qualche pezzo per strada.
Le gesta di Sonny e Rico sono incredibili, si spostano velocemente usando qualsiasi mezzo e cambiando città e paese in tempo record.
Sembrano in grado di poter fare qualsiasi cosa dimostrando di superare per intelletto gli stessi capi che gli dirigono. In 134' Mann decolla senza fermarsi mai e senza tante sparatorie, ma quelle che ci sono come sempre portano un marchio di qualità in più, riuscendo a creare ritmo e azione senza mai fermarsi.




lunedì 11 aprile 2016

Cabin Fever (2016)

Titolo: Cabin Fever (2016)
Regia: Travis Zariwny
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La trama ripercorre lo script originale del film del 2002 in cui un gruppo di studenti universitari decide affittare una capanna nel bosco per fare baldoria. I giovani tuttavia inizieranno a morire a causa di un misterioso virus mangia-carne che scatenerà l’inferno nei boschi.

Continuo ad essere dell'idea che i remake debbano avere qualche ragione d'essere solo se trasmettono qualcosa di nuovo, se riescono a dare smalto o enfasi in più o sfruttare elementi che nell'originale non erano possibili o presenti per determinate caratteristiche.
Dunque un conto era parlare di prequel e sequel come è stato per CABIN FEVER 2 o CABIN FEVER:PATIENT ZERO che apportavano qualche novità intoducendo aspetti funzionali.
Ora il contributo di Zariwny è quello di replicare l'originale, in quello che a tutti gli effetti appare come uno dei remake più fedeli che si ricordino (gran parte delle scene sono replicate, e persino alcuni dialoghi riprendono quelli originali), infatti la sceneggiatura è scritta dallo stesso Randy Pearlstein, co-sceneggiatore dell'originale del 2002.
Qualche scena di nudo e sesso in più il film la inserisce ma solo perchè sennò anche il ritmo avrebbe cessato di mantenere la suspance. La struttura poi sembra essere vagamente più yankee e con un infarcitura di “ragazzi nel bosco” vs bifolchi di turno maggiore, eppure fin da subito purtroppo la mancanza di originalità si sente come una denuncia piuttosto insignificante.
Se già il primo in fondo prendeva e mescolava due o tre elementi di genere già sfruttati, un remake di un film già sopravvalutato di suo, non si trova un motivo per giustificarlo.
Le scene clou poi del primo come se non bastasse, giocavano sulla sospensione di incredulità e originalità nei confronti del doveroso pubblico.

Qui lo spettatore le conosce già e dunque è ancora più inutile. Il gioco non vale la candela.

giovedì 24 marzo 2016

Lupin 3

Titolo: Lupin 3
Regia: Ryuhei Kitamura
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Lupin III, nipote del celebre Arsenio Lupin, è universalmente riconosciuto come uno dei ladri più famosi del mondo, tanto da far parte dell’organizzazione The Works. A capo di questo gruppo di ladri, c'è il veterano Dawson, che viene ucciso da una banda di criminali nel corso di una rapina, che ha come obiettivo un'antica collana, che a sua volta un tempo conteneva la preziosa pietra "Cuore rosso cremisi di Cleopatra". A breve, il rubino e la collana si ricongiungeranno, per formare un unico gioiello dal valore inestimabile. Lupin e i suoi amici - l'infallibile pistolero Jigen, il maestro della spada Goemon e l'affascinante Fujiko - dovranno espugnare "L’Arca di Navarone", la gigantesca cassaforte di massima sicurezza in cui il gioiello è custodito. Il loro ingegnoso piano sarà ostacolato dall’instancabile ispettore Zenigata, pronto a tutto pur di arrestare Lupin, che continua a prendersi gioco di lui e dei suoi sforzi per consegnarlo alla giustizia.

Kitamura è un regista che seppur folle e non sempre consapevole del risultato, si butta su alcuni delicati esperimenti talvolta con successo, talvolta no.
Ecco Lupin 3 nella sua impressionante durata sfiora troppi eccessi senza avere mai una coerenza per tutto il film, mancando più volte il bersaglio e il bottino che viste le aspettative di critica e pubblico dovevano essere molte.
Sembra un film girato troppo velocemente, scegliendo una trama che poteva essere molto più ambiziosa e invece è parte del fallimento del film che tra scene d’azione super cinetiche e un montaggio ultra frenetico finisce per essere uno di quei live-action persino noiosi.
Il doppiaggio e le voci dei protagonisti, poi, sono le stesse che siamo abituati a sentire nei cartoni animati. Tadanobu Asano per quanto risulti sempre carismatico diventa una macchietta e alla fine non viene da empatizzare con nessuno dei personaggi soprattutto il protagonista.
Alla fine rimane un film leggero e poco incisivo.

Nonostante la presenza di tutti gli stilemi del film d’azione, regia e sceneggiatura sono più che mai dimenticabili. Più un film per nuovi adepti, forse, che per gli aficionados storici del ladro gentiluomo. Ma è di scarso valore e soprattutto sembra fatto apposta per accontentare e soddisfare il palato di pochi nerd insaziabili.

venerdì 29 gennaio 2016

Viy

Titolo: Viy
Regia: Oleg Stepchenko
Anno: 2014
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Londra, 1713, il cartografo inglese parte in viaggio per realizzare la mappa delle terre della Transilvania. Dopo aver passato i monti Carpazi, trova un piccolo villaggio isolato dal resto del mondo, i cui abitanti si nascondono dai demoni e dalle creature che controllano la zona. Non capiscono che il male ha trovato da lungo tempo casa nelle loro anime e che sta solo aspettando un'occasione per uscire nel mondo esterno. Solo un uomo può svelare questi misteri e fermare le spietate creature: l'impavido cartografo Jonathan Green.

Capita di rado di imbattersi in un kolossal russo-ceco-sino-tedesco-inglese con un budget di 26 milioni. Alla sua opera prima il regista emergente sforna una pantomima che cerca di strizzare l'occhio a più generi cinematografici, inserendo c.g e mescolando favola e horror, confezionando così un remake di un film del 1976, non che un adattamento dell’opera omonima di Nikola Gogol.
Una dark novel che punta tutto sull'enorme sforzo in fase tecnica, con un magnifico lavoro di fotografia e delle location davvero sorprendenti, con un cast funzionale e autoctono, fatta eccezione per la parte british con Fleming e pochi altri.
Dai dialoghi e dalla estenuante messa in scena è un film che arranca spesso puntando troppo sulla sottile vela di ironia russa che aleggia in tutto il film e che spesso sembra prendersi dei tempi troppo lunghi per dilatare la narrazione, dal momento che la storia è semplice e senza grosse rivelazioni.
Viy è un film che punta su alcuni momenti di puro intrattenimento davvero eccellenti, come la scena nella locanda della trasformazione, senza però riuscire ad avere un ritmo e una formula narrativa efficace e sempre coerente.

La parte in cui viene criticata la reigione come sistema simbolico organizzatore di senso a favore del positivismo moderno e scientifico è interessante ma non intelligente come ci si poteva aspettare.

giovedì 12 novembre 2015

Walk

Titolo: Walk
Regia: Robert Zemeckis
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il 7 agosto del 1974 il funambolo francese Philippe Petit realizza il suo sogno, qualcosa di impossibile, qualcosa che nessuno farà mai più. Per quasi un'ora cammina avanti e indietro su un cavo teso tra le torri gemelle di New York, a più di 400 metri d'altezza, senza alcuna protezione. Lo guardano la sua donna, gli amici che lo hanno aiutato, la polizia che aspetta di arrestarlo, la città e poi il mondo. Lo guardano le nuvole. Philippe Petit cambia il modo in cui New York guarda ai suoi nuovi simboli negli anni '70, li ammanta della magia dell'arte e dell'incredibile, realizza il sogno nella terra dei sogni. Poi, nel 2001, un incubo riscriverà quello sguardo e quello spazio, con un altro, definitivo, "per sempre".

Ero scettico su questa trasposizione dopo il bel documentario MAN ON WIRE.
Petit era bello da vedere dal vivo e conoscere le sue straordinarie imprese commentate da lui stesso erano ben altra cosa. Però al timone di questo film delle major americane, voluto per ovvi motivi prima di finire nel dimenticatoio, ha avuto almeno l'accortezza di mettere un nome di spicco come quello di Zemeckis, quasi come se fosse un premio a trent'anni di distanza da BACK TO THE FUTURE.
Il film non si innalza mai come dovrebbe per quanto concerne il plot narrativo, questo Zemeckis lo sa, ma compie un'unica impresa che il documentario di Marsch non poteva, ovvero rendere l’ebrezza e la follia di quei momenti sospesi tra le due torri e la parte legata all'heist-movie in cui vediamo i passaggi che hanno portato Petit a poter realizzare la propria traversata.
Levitt a tratti sembra divertirsi un po troppo e forse poteva essere truccato un po di meno, il resto del cast è sfuggevole, c'è tanta c.g, crane e droni e alla fin fine rimane per certi aspetti un'esercizio di stile che punta su mezzi artistici e tecnici che prima non si avevano e che prima del climax finale, raggiunge il culmine proprio quando è coi piedi per terra, durante gli spettacoli a Parigi di Petit, quando conosce Charlotte in quel bellissimo cerchio disegnato per terra.
The Walk è la dimostrazione di come il documentario possa impressionare di più del film con un budget enorme e purtroppo, rispetto a MAN ON WIRE, pur essendo diverso ha stupito meno sotto molti aspetti, per vincerne altri anche se trainati più dagli effetti speciali che non dalla sostanza e dal pathos sprigionato dal funambolo.