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lunedì 21 ottobre 2019

Golem

Titolo: Golem
Regia: Paz brothers
Anno: 2019
Paese: Israele
Giudizio: 3/5

In una piccola comunità ebrea del diciassettesimo secolo, una donna crea una spaventosa creatura per difendere il villaggio da un'ostica minaccia.

Film sul Golem ne sono stati fatti tanti nel corso degli anni. Quest'ultima rivisitazione andava quindi fatta? Sì. Perchè il film in questione rivisita la storia, la riscrive per certi aspetti, cambiando punti di vista, personaggi, ambienti. Il risultato è un'opera indie sconosciuta (o almeno lo era prima di Netflix che nel bene o nel male a qualcosa dunque è pur servito) con un budget risicato che riesce ancora una volta a descrivere molto bene il folklore locale, la leggenda, il sacrificio, assaporando il gusto per la tradizione, le usanze e le leggende ebraiche sempre molto affascinanti e in alcuni casi letali per il potere di riuscire ad auto infliggersi danni collaterali pazzeschi.
Il film apre le porte ad un piccolo e sconosciuto villaggio lituano povero e pacifico che per qualche motivo ha fatto i conti con la peste uscendone integro, ma non dalle calunnie e dall'odio degli esseri umani per gli ebrei. Difatti aprendosi con un incidente scatenante di forte impatto emotivo, Hanna la protagonista, nel suo rituale per salvare chi di dovere, si scontra proprio con quei pogrom che all'epoca erano quasi la normalità nei confronti degli ebrei ritenuti quasi sempre la causa di tutti i mali (quindi la peste e il fatto di esserne scampati raggiunge i fasti di questo odio). Il Golem completamente diverso ritrasformato con una messa in scena molto interessante, in fondo nasce per questo come risposta a questo male generato in particolar modo, come in questo film, dai cristiani dove la più affascinante e oscura delle creature rigurgitate dal ricco folklore ebraico, plasmata dalla terra e animata col soffio della parola di Dio, ha il compito di difendere chiunque la evochi da attacchi e soprusi. Il film nel finale cala di ritmo rifugiandosi in scene abbastanza discutibili e con alcuni effetti in c.g non proprio perfetti mentre invece risultavano funzionali nel film precedente della coppia di registi Jeruzalem, un suggestivo mockumentary apocalittico-esoterico.
Golem ha i suoi punti di forza nella recitazione, nelle atmosfere rurali infarcite fino al midollo di arcane tradizioni ancestrali ma soprattutto nel puntare tutto sulla donna per combattere le forze nemiche. Hanna creando la creatura rivivrà proprio il suo dramma, il suo defunto bambino, rievocando le sue tristi memorie e soprattutto affondando le radici nell’interiorità di una donna troppo ostinata e forte per essere asservita alla collettività maschile.
Un film di ribellione che se non avesse fatto l'azzardo finale poteva diventare un'altra di quelle chicchè folkloristiche che mi piacciono a prescindere.

lunedì 7 ottobre 2019

Marianne-Prima stagione

Titolo: Marianne-Prima stagione
Regia: Samuel Bodin
Anno: 2019
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Una famosa scrittrice horror torna nella sua città natale e scopre che lo spirito malvagio che la perseguita in sogno sta provocando il caos nel mondo reale

I francesi nell'horror hanno sempre fatto scintille.
Marianne è un compendio di così tanti elementi mischiati che ne sanciscono variazioni su generi ormai ampiamente abusati, una trama opprimente e allo stesso tempo per un mood claustrofobico infarcito di elementi.
Un'operazione commerciale con tanti obbiettivi tra cui sicuramente quello di spezzare una monotonia di scrittura e puntare tutto sull'azione e i jump scared (davvero..davvero troppi). Un prodotto dove il soprannaturale, il disagio reale, la città che richiama demoni e segreti con i suoi inquietanti sacrifici, i personaggi (pochi ma buoni) che cercano di divincolarsi da una caratterizzazione spesso accennata e confusa.
Marianne mischia spesso i piani temporali, regala tanto di quel sangue che si fatica a credere ma allo stesso tempo, pur essendo pensata per un pubblico giovane (vietata ai minori di 14 anni) non riesce mai a far paura e inquietare davvero a causa del suo ritmo troppo accelerato e di una protagonista sfacciata che non sembra mai avere paura di nulla (nonostante quello che le succeda ha dell'incredibile). Un canovaccio con troppi elementi, spesso sbilanciati, che non sembrano dare mai una calma per soffermarsi a pensare a cosa stia succedendo, una continua burrasca, come il mare e le onde che si infrangono sugli scogli di Elden.
Sembra la risposta europea, con i tocchi classici dell'horror americano, delle Terrificanti avventure di Sabrina-Season 1 con più sangue e il taglio ancor meno teen.
In fondo i parti mentali di una scrittrice che diventano reali si sono già viste. I richiami sono tanti come le citazioni all'interno della serie.
Streghe, possessioni, sedute spiritiche con cani indemoniati, demoni che escono dal grembo materno, personaggi che svaniscono nel nulla senza più tornare se non sotto forma di fantasmi, tremendi incubi d'infanzia, un manipolo di amici fedeli che diventano a loro insaputa vittime sacrificali e per finire forse una delle cose più belle, la cittadina di Elden, con i suoi grigi paesaggi marini.
Dal punto di vista tecnico il risultato è impeccabile. Marianne, per l'enorme quantità di dettagli e formule andrebbe visto tutto insieme senza lasciare grossi buchi per non perdersi in una trama che allo stesso tempo se si fosse presa più tempo, togliendo elementi e approfondendo ancora di più quanto chiamato in causa, poteva risultare ancora più accattivante. Il risultato finale è comunque buono, averne di serie di questo tipo, e messe in scena con coraggio e tante formule narrative.

venerdì 9 agosto 2019

Midsommar


Titolo: Midsommar
Regia: Ari Aster
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dani ignora l'ennesima chiamata di aiuto della sorella bipolare, rassicurata in questo dal fidanzato Christian. Christian vorrebbe rompere con Dani, ma non sa come dirglielo. Quando purtroppo le peggiori paure sulla chiamata si rivelano fondate, è troppo tardi per intervenire. Christian decide quindi di invitare Dani a partecipare al viaggio organizzato dall'amico Pelle in un curioso villaggio svedese, per effettuare studi antropologici e insieme svagarsi nel festival che celebra il solstizio d'estate.

Ari Aster era atteso alla sua seconda prova dopo il successo di critica e di pubblico enorme e forse anche eccessivo del suo primo Hereditary-Le radici del male che a dire la verità non mi aveva fatto impazzire. Continua il suo discorso sul cammino del rituale quasi legato al finale della sua opera prima con quella corona depositata sulla testa del prescelto, il neo re, che qui ha diversi punti in comune con la neo regina che non andrò a svelare.
Essendo un appassionatissimo di folk horror (d'altronde alcuni degli horror più belli di sempre, Hardy e Weir, appartengono a questo sotto filone) cercavo di non avere aspettative, sperando però che fosse una spanna sopra il predecessore prendendo le distanze da tutto ciò che avevo già visto.
Così è stato confermando tanti buoni elementi, una maturità consolidata da una ricca prova di scrittura e soprattutto di psicoanalisi dei personaggi (il fattore in assoluto migliore che riesce in questo a staccarsi da tanti altri film già visti che prendevano però solo in analisi il contesto culturale lasciando in secondo piano i protagonisti).
Un film che parla di setta ma senza condirla di luoghi comuni ma anzi cercando di entrare nel fenomeno come campo di scoperta e di rivelazione che possa creare sentimenti ed emozioni contrastanti dove anche l'antropologia di nome e di fatto ha un evolversi importante nella struttura del film e in alcune lotte tra i personaggi. Un film che inizia con un incidente scatenante che non concerne con la setta (e si parte già col botto) dimostrando come le relazioni umane ancora una volta stiano alla base di una sapiente descrizione del racconto, in questo caso mai tradizionale ma sempre scomodo e atipico per come articola la sua poetica d'autore.
Il rituale di Aster conferma come non sia un delizioso furbetto che con un buon budget cerca il disimpegno strizzando l'occhio dove gli pare. Il soggetto è originale, la setta sa il fatto suo, la luce è sempre onnipresente come i pianti del neonato che viene allevato da tutti e le bevande a base di erbe allucinogene e per finire le rune celtiche che vanno a sostituire i sigilli demoniaci.
Sono tanti i particolari, gli elementi con cui il film viene tenuto in piedi senza lasciare buchi o importanti scene senza una giusta risposta.
Chi lo sa se il film di Aster dopo tanti tentativi non così riusciti chiude una volta per tutte il filone sul paganesimo ancestrale. Speriamo di no, ma speriamo anche di poter vedere esempi così carichi di archetipi sfruttati al meglio con impianti originali e tutto il resto e un'aura disturbante per tutto l'arco narrativo.
E poi gli attori, tutti davvero bravi e mossi da domande angoscianti, egoiste, rapporti di coppia che fanno star male anche solo in poche battute, silenzi che gelano il sangue, pianti e risa continue.
Quando Aster si avvicina alle scene più drammatiche in assoluto può diventare estremamente scomodante (come lo è stato nel mio caso) o venir preso alla leggera da un pubblico che pensa alla parodia e ride non sapendo interpretare quello che succede.
Il film inizia con un crollo definitivo psicologico di Dani e così viene portato avanti per tutto il film senza mai spostare il fuoco dal suo dramma interiore che la logora ancor più dai danni arrecati da Christian e il suo gruppo di amici.
Ma se alla fine fosse tutto un trip? Il finale non è aperto sotto questo punto di vista ma se Dani si fosse svegliata dal viaggio in funghetto scoprendo come fosse tutto un incubo? Dove i riferimenti anche ad una simbologia tutta floreale ci sono e non mancano di creare inquietudine più di molte altre scene madri del film.



Tumbbad


Titolo: Tumbbad
Regia: Rahi Anil Barve & Adesh Prasad
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 3/5

India, XIX secolo: ai margini del fatiscente villaggio di Tumbbad vive Vinayak, testardo figlio illegittimo del signore locale, ossessionato dal mitico tesoro dei suoi antenati. Il ragazzino sospetta che la bisnonna, strega vittima di una maledizione, ne conosca il segreto ed è da lei che scoprirà dell’esistenza di una divinità malvagia posta a guardia del tesoro. Quella che inizia con una manciata di monete d’oro, si trasforma in una brama vertiginosa che crescerà per decenni, un’avidità irrefrenabile che trascinerà Vinayak sino ad un epico regolamento di conti…

Tumbbad è l'horror folkloristico indiano co prodotto dalla Svezia che non ti aspetti in una mega produzione che si vedono purtroppo sempre più di rado.
Parte bene, forse troppo, infila così tanti elementi da farti gongolare estasiato, cresce di intensità, decollando per poi finire dritto dritto contro una montagna imprevista con un finale molto discutibile.
Horror folkloristico ma anche dramma storico e sulle classi sociali (l'emancipazione del paese e della donna) oltre che ovvi rimandi al fantasy.
L'esordio alla regia dei due registi tra le fonti di ispirazione, cita anche l’opera di Narayan Dharap, autore prolifico di letteratura horror.
La storia si muove aprendo e scandagliando varie tematiche dove la principale citata anche nei titoli di testa è l'egoismo umano che crescerà nel film di generazione in generazione, arrivando all'apice con la scelta e il bisogno di varcare la soglia dell'inferno per rubare monete d'oro al dio confinato dalle altre divinità nel grembo materno della grande dea.
Inoltre quello che fin da subito stupisce ancora una volta è l'altissimo livello tecnico con una qualità produttiva incredibile dove tutto sembra studiato e confezionato perfettamente dalle ambientazioni suggestive, la colonna sonora epica ma non troppo, effetti visivi a tratti esagerati (la nonna/strega maledetta incatenata all'inizio, Hastar e le creature mostruose e sanguinarie, il ventre venoso teatro dell’orrore) e ben utilizzati in un crescendo di gore, cura dei dettagli e altissima definizione fotografica.



lunedì 22 aprile 2019

Suffering Bible



Titolo: Suffering Bible
Regia: Davide Pesca
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Il film è diviso in 5 atti (dedicati, ognuno, a un comandamento). A questi si aggiunge un sesto segmento che fungerà da introduzione e anche da epilogo.

Il cinema di Davide Pesca ha evidenti limiti di budget il che comporta una messa in scena piuttosto amatoriale ma curata nei dettagli come solo un regista che ama i suoi progetti è in grado di fare.
L'autore del progetto vanta i meriti migliori sicuramente negli aspetti tecnici a dispetto di una scrittura che riserva diverse lacune e non riesce sempre ad essere pungente o funzionale alla vicenda narrata. C'è da dire che quando si intraprendono gli estremi percorsi del gore e dello splatter è difficile cercare di ritagliarsi una sceneggiatura valida dal momento che è altra la materia da promuovere. Pochi in passato ci sono riusciti e parlo di maestri come Buttgereit nel bellissimo Schramm o Der Todesking con cui il film di Pesca ha alcuni elementi in comune col secondo citato e non parlo solo della divisione in capitoli.
E'la prima volta che mi avvicino al cinema di questo outsider italiano, diversamente il cinema indipendente amatoriale italiano continua a profusione a ritagliarsi produzioni, purtroppo auto finanziate, con progetti che rischiano di non essere mai distribuiti.
All'interno del progetto non mancano alcune citazioni come quelle ad un certo tipo di cinema sempre indipendente e grottesco come quello di Cipri e Maresco oltre al già citato Buttgereit. Difficile non notare la somiglianza in un cristo grasso e laido. Poche location, ambienti malsani con una scenografia ridotta all'osso che in un qualche modo serve ad aumentare lo smarrimento fisico dei personaggi. C'è tanta voglia e ricerca di promuovere una visione dell'estasi mistica, in questo caso la tortura, il sangue e la carne diventano simboli importanti di un'ideologia religiosa malata.
Martiri ma senza chiamare in causa il capolavoro di Laugier (vi prego) qui siamo in altri territori, in lande desolate dove l'avvicinamento alla santità, alla salvezza e al divino passa attraverso il sacrificio, ma senza quella ricerca che ha portato Anna a scoprire quel passaggio segreto nel sotterraneo.



lunedì 11 marzo 2019

Khailauna


Titolo: Khailauna
Regia: Sriramm Dude
Anno: 2018
Paese: India
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

In un quartiere popolare indiano, un ragazzino musulmano subisce la fascinazione di Ganesh sotto forma di giocattolo. Lo scontro fra culture religiose e la delicatezza poetica del mondo dell’infanzia.

Khailauna è un corto molto interessante senza trattare di preciso tematiche gbl.
Il protagonista è un giovane ragazzino che corre per le strade di Mumbay e si innamora dell'immagine di Ganesh vedendolo prima come statua per le strade e poi successivamente trovando una statuetta che il bambino colora a piacimento offendendo così la divinità secondo il parere dei genitori in particolare della madre che rombe la statuetta del figlio.
Da un lato parlando di perdita casca a pennello la scelta di una divinità come Ganesh e della sua storia che nasce proprio da una ferita e dall'amputazione della testa mentre dall'altro l'elemento a farla da padrone del corto di 12' sono, come quasi sempre si ha a che fare col territorio indiano, i colori, il fascino e le musiche che rimandano a danze e rituali indù.


lunedì 11 febbraio 2019

Primo re


Titolo: Primo Re
Regia: Matteo Rovere
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Romolo e Remo, letteralmente travolti dall'esondazione del Tevere, si ritrovano senza più terre né popolo, catturati dalle genti di Alba. Insieme ad altri prigionieri sono costretti a partecipare a duelli nel fango, dove lo sconfitto viene dato alle fiamme. Quando è il turno di Remo, Romolo si offre come suo avversario e i due collaborando con astuzia riescono a scatenare una rivolta, ma è solo l'inizio del loro viaggio insieme agli altri fuggitivi e a una vestale che porta un fuoco sacro. Sapendo di avere forze nemiche sulle proprie tracce decidono di sfidare la superstizione e si avventurano nella foresta, dove Remo dà prove di valore e conquista la leadership del gruppo, mentre Romolo può fare poco altro che riprendersi da una ferita. Quando a Remo viene letto il destino dalla vestale, lui decide di sfidare il volere degli dèi.

‘Un Dio che può essere compreso non è un Dio’ (frase incipit dello scrittore drammaturgo britannico William Somerset Maugham)
Il primo re credo sia uno dei film fisici più complessi e stratificati del nostro ultimo cinema.
Un frammento di un vecchio codice che sembra portare in auge valori e sfide del passato che riescono a riscattarsi ai giorni nostri con un sapiente e importante lavoro di tutte le maestranze.
Fotografia, scenografia, make up, costumi, reparto attoriale. Il primo re è un film che non sfigura di fronte ai cugini oltre oceano, alza la testa, a volte un po troppo, e guarda senza riserve tutto ciò che gli sta attorno sicuro del suo peso reale, della sua portata e del suo valore aggiunto.
Perchè è qui che va misurato il film. Una storia primordiale che riesce a dare sfumature arcaiche, sperimentali quasi, di una nuova ricerca e un nuovo passaggio per il cinema di Rovere.
Quasi una sfida in regni diversi e periodi storici affascinanti, dove l'unico obbiettivo è sopravvivere e cercare di dare un senso o una continuità alla propria vita immersi in una natura incontaminata dell'alba della civiltà.
Un anti peplum anti storico, senza geografia, dove la storia poteva raccontarci qualsiasi cosa senza bisogno di avere quell'aderenza storica precisa poichè fa parte di un periodo troppo sconosciuto, un'altra sfida ambiziosa che ho trovato anche questa vinta senza mezzi termini
Quando si sfiora troppo il fenomeno religioso, il film infila troppi dialoghi perdendo quel fascino dove filosofia, in forma primitiva e culto cercavano di trovare una sistemazione senza per forza di cose riuscirsi.
Per tutto il resto rimane un passo avanti e un riscatto per quanto ancora ci sia il volere e il bisogno di creare qualcosa di nuovo e antico.

sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

domenica 14 ottobre 2018

Apostolo


Titolo: Apostolo
Regia: Gareth Evans
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un uomo cerca di salvare la sorella rapita da una setta religiosa. Ma il riscatto da pagare è molto alto.

L'ultima opera di Evans si distacca completamente dalla sua precedente filmografia dove aveva dato nuova enfasi al cinema action in particolare sulle arti marziali.
Apostolo è un film completo, lungo, che si prende il suo tempo per raccontare una storia tutto sommato gradevole anche se inflazionata da troppe citazioni tra le righe e un amore cosmico nei confronti del capolavoro Wicker Man.
Apostolo è ambientato nei primi anni del '900 mette insieme molti elementi interessanti, l’isolazionismo deciso dalla comunità, il fanatismo religioso, la radicalizzazione della violenza, creature che per "proteggere" l'isola hanno bisogno di sangue (in questo caso la dea) e il declino ambientale visto sotto una chiave piuttosto originale e prendendo qualche spunto da Barker.
Gli elementi non mancano, i toni e l'atmosfera soprattutto nei due primi atti sono la parte migliore contando che verso il finale, vista la moltitudine di eventi da chiarire e da chiudere il film tende ad ingarbugliarsi un po con alcune sotto vicende destinate a concludersi troppo velocemente contando che il film dura più di due ore e su questo elemento si poteva fare di più.
Un horror di natura fanatico-religiosa dove Evans ha voluto cercare di inserire il più possibile con atmosfere venefiche un taglio soprannaturale, culti misterici e una divinità che sembra rimandare al paganesimo con una fame che da secoli sta distruggendo il mondo e le sue floride bellezze e questo forse è l'elemento più interessante del film che cerca una metafora ambientale ma anche politica per inserire i suoi codici eretici.
La location Welsh Island poi appare come una terra ormai morente grigia e scura dove tre fratelli, i primi arrivati, detengono un potere attraverso delle cerimonie in alcuni casi raccapriccianti e dove a differenza dei combattimenti qui vengono mostrate diverse volte e senza mascherare nulla scene di tortura e momenti sanguinolenti senza nessun risparmio.






venerdì 12 ottobre 2018

Camping Jesus


Titolo: Camping Jesus
Regia: Becksy Fisher
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un documentario su un campus estivo per bambini "Kids On Fire School of Ministry" della comunità evangelica americana

Un fatto sociale inquietante.
Gli Evangelisti si stima che siano circa 80 milioni negli U.S.A, circa un quarto della popolazione totale
Camping Jesus è un horror travestito da documentario che parla di integralismo religioso.
E lo fa bene. Basta guardarlo. Sono le immagini che evocano più di qualsiasi scenario le gesta e la sofferenza di alcuni giovani protagonisti costretti a esprimere il loro amore per Gesù e la sofferenza per i sensi di colpa in maniera davvero drastica e spaventosa.
Tutto è ambientato all'interno di questo campus estivo del Nord Dakota riservato a bambini e ragazzi facenti parte della comunità evangelica americana. Questo campus è diretto da Becky Fischer, una predicatrice evangelista, un'obesa che manipola i bambini a cui viene fatto il lavaggio del cervello. Nè più nè meno e i messaggi nonchè i contenuti eviscerati da questo campus dell'orrore trattano argomenti in maniera anomala e controcorrente come ad esempio il discorso anti-ecologista "Cristo sta per arrivare a salvarci e ci porterà con lui, quindi perchè perdere tempo nella salvaguardia del nostro pianeta? Sfruttiamolo il più possibile!"
Oppure il fatto che questi bambini non vengono mandati a scuola, tanto meno in quelle pubbliche dove "si insegna che siamo degli animali". Vengono educati a casa, con libri di scienze creazionisti.
E dulcis in fundo viene loro inculcata l'importanza della guerra, delle armi, Bush diventa il loro leader e viene loro inculcata la militarizzazione.
Viene descritto l'aborto come omicidio, e gli vengono consegnati delle piccole figure antropomorfe con la loro età dalla creazione della cellula uovo.
Insomma un orrore dopo l'altro in cui questi poveri bambini devono provare la sofferenza che ha provato il loro leader cadendo spesso in trance mentre pregano o piangendo l'uno con l'altro come se l'apocalisse diventi davvero il loro unico grande obbiettivo
Dopo la release del documentario Becky Fischer ha deciso di chiudere il campus, per paura di ritorsioni. Insomma, missione compiuta anche se la felicità e il benessere legato a questi bambini resta un fatto imprescindibile.


When black birds fly



Titolo: When black birds fly
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

When Black Birds Fly racconta un’unica storia, ambientata in una città fittizia, una società distopica dominata da un certo Caino, considerato come una divinità, un novello Messia, che ha costruito attorno alla città di Heaven un muro, al quale è severamente vietato anche solo avvicinarsi. Cosa si nasconde al di là di questo confine? Cosa c’è di così terribile dall’altro lato? Perché i cittadini di Heaven, un paese in bianco e nero, nel quale l’unica nota di colore sono i cartelli quasi propagandistici di Caino e poco altro, devono tenersi lontano da questo orribile muro? A scoprirlo saranno due bambini, il piccolo Marius e la sua compagna di scuola Eden, che per aiutare un gatto in difficoltà raggiungeranno questo territorio misterioso, attraverso un buco, ritrovandosi in un mondo delirante e disgustoso.

Dopo l'efferato Where the dead go to die che definivo un trip allucinato, qui l'effetto delle sostanze continua diventando più politicamente scorretto, prende come chiave escatologica la religione cristiana fondendola con alcuni miti pagani e con una importante anche se eccessivamente malata lo ripeto metafora politica.
Un film difficile da guardare fino alla fine, vuoi le musiche disturbanti, il montaggio che a volte sembra un viaggio in funghetto oppure i colori e lo stile d'animazione che rischiano di far venire una crisi epilettica.
Dio, Caino, Eva, il Paradiso, l'Inferno. A questo giro ScreamerClauz sembra essersi proprio incazzato chiamando in cattedra tutti per un suo giudizio finale direi esageratamente nichilista.
Un film dove succede di tutto, perversioni, gore, scene splatter e grottesche, momenti onirici a profusione, personaggi inquietanti, animali che prendono droghe e si trasformano, allo stesso tempo però risulta indubbiamente meglio strutturato soprattutto grazie ad una struttura unitaria e non antologica che riesce ad interessare maggiormente e riesce a regalare, a sorpresa direi, dei colpi di scena niente male soprattutto nella mattanza finale.
E soprattutto la simbologia, la scenografia a compiere i maggiori passi in avanti a cominciare dal bianco e nero che viene usato per il Paradiso, un luogo fatto di ombre ed incubi, in cui tutti sono castrati dove gli sposi non possono nemmeno guardarsi nudi e per ottenere un figlio devono far parte di una grottesco rituale di auto-mutilazione da parte dei genitori in onore del dittatore Caine facendo manifestare un figlio già parzialmente cresciuto a partire da una strana larva psichedelica. 
All’interno del Paradiso le uniche cose colorate sono i poster di Caino e pochissimi altri elementi.
I colori fluo, d’altro canto, appartengono all’Inferno, un mix di psichedelia che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dionisiaca e violenta del luogo.
Tutto il film si pone come un’allegoria del totalitarismo e soprattutto della corruzione e dell’incoerenza nella religione cristiana.
Tutto il film continua con parti mostruosi dove a sentir dire dal regista tutto il film è stato creato e composto sotto l'effetto di sostanze e nessuno stenta a crederlo contando che andando avanti nelle creazioni malate abbiamo Dio rappresentato come un uomo tra le nuvole, con una grossa corona ed al posto del volto una sfera di vetro, un Dio incazzato che non ci metterà molto a fare stragi appena si impossessano della sua donna e poi il frutto del peccato, una bacca che crea allucinazioni a chi la mangia.
Dunque fede bigotta con conseguente senso di colpa inculcato negli esseri umani servi in più una religione estremista assieme al potere tirannico che viene esercitato sul popolo, spesso senza che questo se ne accorga. Caino sottomette il popolo senza alcun rispetto e cela a tutti la verità, mentre gli abitanti del paradiso lo reputano un salvatore e credono in lui ciecamente, senza la benchè minima ombra di dubbio.
E'una favola malata ma che ai giorni nostri assurge quasi a verità.

giovedì 2 agosto 2018

Hereditary- Le radici del male



Titolo: Hereditary- Le radici del male
Regia: Ari Aster
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ellen Graham muore insieme ai suoi misteri. Mentre la figlia Anne elabora il lutto di una complicata figura materna, nella casa dei Graham avvengono strani episodi, che sembrano presagire un epilogo tragico. Basta un movimento di macchina, lento e avvolgente, tra i sinistri diorami assemblati dalla protagonista Anne Graham per far capire a cosa andremo incontro con Hereditary. A un dramma angosciante sui traumi di una famiglia di rara disfunzionalità e insieme a un ambizioso debutto, che guarda ai maestri del passato per generare nuovi shock.

L'horror di cui tutti parlano.
Hereditary poteva davvero giocarsela molto bene se avesse mantenuto la promessa iniziale ovvero quella di valorizzare il thriller psicologico aggiungendo connotazioni horror.
Invece dopo un primo atto, più o meno dalla morte di una delle protagoniste, il film diventa un pasticcio con sedute spiritiche (davvero ridicole), possessioni e poi quel "colpo di scena" religioso finale che lascia davvero perplessi quando tocca i re dell'inferno per quanto il connubio religione-esoterismo mi piaccia molto nel cinema ma qui non siamo ai livelli di Kill List.
Peccato perchè la regia assieme agli attori sono la cosa meglio riuscita della pellicola.
Un reparto tecnico impressionante dove la fotografia, il sound designer, il montaggio e alcune riprese di camera senza contare delle inquadrature suggestive e funzionali, sono davvero potenti e studiate con molta attenzione.
Eppure sono proprio i jump scared a rovinare l'atmosfera e il pathos di un film che sulla carta poteva davvero promettere di più quando invece tenta di mischiare troppi elementi dell'horror in modo disordinato e palesemente esagerato dove anche la c.g ad un tratto perde la sua efficacia.
Un'ultima cosa. Ari Aster mostra davvero un talento che spero non vada sprecato, cogliendo molte sfumature e aspetti in disuso nell'horror. Tuttavia non è Lynch e i marcati riferimenti al suo cinema da un lato sono stati apprezzati mentre dall'alto alcune citazioni come quella forse un po troppo chiara e diretta di VELLUTO BLU direi che andava malleata un po di più. E poi c'è tanto Polanski e Shyamalan..


sabato 23 settembre 2017

Pilgrimage


Titolo: Pilgrimage
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2017
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Ambientato nell'Irlanda del 13° secolo, il film segue un piccolo gruppo di monaci mentre intraprendono un pericoloso pellegrinaggio per scortare la più santa reliquia del monastero a Roma. Man mano che il loro viaggio diventa pieno di insidie, la fede che tiene uniti gli uomini è al contempo l'unica cosa che potrà dividerli.

Tosto, nerboruto, straziante e a tratti poetico. Finalmente Muldowney sembra avercela fatta a superare l'ostacolo del suo esordio Savages, un thriller/horror con alcuni spunti interessanti ma purtroppo sconnesso su tutto il resto, portando a casa un dramma storico fra clan in guerra e conquistatori Normanni riesce ad essere molto intenso e prendersi seriamente.
Qui siamo dalle parti di Black Death pur senza avere come manifesto il fatidico scontro tra paganesimo e cristianesimo, ma lavorando insistentemente sulla materia spirituale come capita nell'assunto del film che da le coordinate su cosa andrà a succedere. Qui troviamo Innocenzo III e la reliquia di San Mattia tenuta nascosta negli abissi.
Un'epopea, un viaggio silenzioso alla scoperta di se stessi e dei propri demoni con il punto di vista esclusivamente dalla parte dei confratelli più giovani e altri decisamente più tormentati come il nostro tuttofare laico attanagliato da momenti di trance e una scelta di non proferire parola.
Un pellegrinaggio in cui le "fratellanze" sono ideologicamente schierate su piani diversi ma che trovano una via per viaggiare assieme e portare sana e salva la reliquia a Roma.
Un film che ricorda vagamente anche i dubbi religiosi che attanagliavano i protagonisti di Silence
in cui l'atmosfera riesce ad essere cupa al modo giusto rendendo tutto inquietante dalla natura ai vassalli doppiogiochisti, ai predoni locali paganeggianti e le leggende anglosassoni.

sabato 28 gennaio 2017

Silence

Titolo: Silence
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

1633. Due giovani gesuiti, Padre Rodrigues e Padre Garupe, rifiutano di credere alla notizia che il loro maestro spirituale, Padre Ferreira, partito per il Giappone con la missione di convertirne gli abitanti al cristianesimo, abbia commesso apostasia, ovvero abbia rinnegato la propria fede abbandonandola in modo definitivo. I due decidono dunque di partire per l'Estremo Oriente, pur sapendo che in Giappone i cristiani sono ferocemente perseguitati e chiunque possieda anche solo un simbolo della fede di importazione viene sottoposto alle più crudeli torture. Una volta arrivati troveranno come improbabile guida il contadino Kichijiro, un ubriacone che ha ripetutamente tradito i cristiani, pur avendo abbracciato il loro credo.

Cinema Fratelli Marx.
Vedo che il cassiere è simpatico e ha voglia di scambiare quattro parole prima del film.
Io "Ciao. Che tu sappia il film ha delle analogie con MISSION? cioè mi sembra di capire che tratta di scontri tra fanatismi religiosi?"
Cassiere "No in MISSION c'era più azione, questo è SILENCE"
Io "Cioè?"
Cassiere "Nel senso che è proprio SILENCE dall'inizio alla fine"

L'ultimo film di Scorsese è un'opera complessa e raffinata. Un testamento spirituale, un ricerca interiore, un film che contempla la pace dei sensi e l'avvicinamento a Dio. Per dirla con una frase: il rapporto dell'uomo con la fede.
In più è uno dei film di Scorsese che cita apertamente capolavori della cinematografia nipponica e in questo caso il parallelo con Mizogouchi più di tutti appare scontato.
Contemplativo, umile, spoglio, estremamente estenuante. Il lavoro dietro l'ambientazione, la ricostruzione storica, i gesuiti ridotti a brandelli d'ossa e la natura ostile quando selvaggia soprattutto quanto più ci avviciniamo al mare, simbolo per altro di fuga ed evasione.
Tanti sono i temi quanto l'attesa di vedere finalmente completata un'opera che annoverava inizialmente nel cast Daniel Day-Lewis e Del Toro a differenza di Liam Neeson e Garfield (attore che nonostante 99 HOMES con Shannon, non è ancora riuscito a togliersi la maschera dell'uomo ragno/adolescente, un tamarretto che gioca a fare il serio mi viene da dire).
Martin Scorsese ha impiegato quasi trent'anni per portare sul grande schermo il romanzo "Silenzio" dello scrittore giapponese di religione cristiana Shusaku Endo, basato in parte sulla storia di personaggi realmente esistiti come Padre Christovao Ferreira e il gesuita italiano Giuseppe Chiara, su cui Endo ha modellato il personaggio di Padre Rodrigues.
Uno dei film più impegnativi, un progetto quasi maledetto come sembra succedere a numerose pellicole che cercano di abbracciare/incontrare la fede.
L'arroganza occidentale, la religione di stato, il monoteismo come unicum. Quando i dialoghi tra l'inquisitore e padre Ferreira cominciano a scandagliare le differenze tra quello che al tempo poteva essere l'antenato del buddhismo primitivo, l'ateismo di allora, e la religione con il più alto numero di fedeli, il film affonda (sempre con un'umiltà di fondo) e riesce a tirare fuori alcuni momenti intensi in cui ci si rende conto di dove le ambizioni e gli intenti "religiosi" cercavano di plasmarsi.
L'incontro e la figura di Padre Ferreira sembra una sorta di redenzione nell'altro senso, una scelta come monito per i cambiamenti che lì a poco avrebbero portato mutamenti significativi e importanti nella chiesa. Il dialogo di Rodrigues e Ferreria è perfettamente in parte con l'interpretazione intensissima di Neeson (che per un attimo sembra mettere da parte i suoi ideali reazionari).
E allora come Gesù nel deserto per quaranta notti viene continuamente aizzato dal diavolo, così l'inquisitore e i suoi scagnozzi accompagnano i cristiani nel loro martirio, tra atrocità e sofferenze facendoli assistere divertiti alle atrocità nei confronti dei loro compagni o a immolarsi per redimere i giapponesi-cristiani come Padre Garupe (un sofferto e intenso Adam Driver) che ricevevano pene ancor peggiori dei preti per rinnegare il loro signore e allo stesso tempo per cercare di carpire i misteri della fede che questi padri sembrano ricevere direttamente dal signore.

In questo lungo girone infernale dove alla potenza delle onde e delle correnti si intravedono scogli pericolosi e strade irte di insidie, il viaggio interno/esterno del nostro protagonista è un viaggio dell'eroe, dove incontra i giapponesi cristiani, contadini umili destinati a calpestare l'effige del loro dio o a perdere la testa. Seguiamo le orme e lo scontro tra due civiltà, tutte e due con i loro limiti e le loro credenze, tutte e due che meritano di essere condannate e risparmiate, ascoltate e comprese.

martedì 27 dicembre 2016

A Conspiracy of Faith-Il messaggio nella bottiglia

Titolo: A Conspiracy of Faith-Il messaggio nella bottiglia
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2016
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Carl Mørck, un ex detective della omicidi costretto a lavorare sui cold case del Dipartimento Q della polizia di Copenaghen, si ritrova a dover far luce sullo strano caso di un messaggio in una bottiglia a lungo dimenticato in una stazione di polizia nella più profonda Scozia. La prima parola del messaggio è "aiuto", scritta in danese e con il sangue. Mørck e la sua squadra realizzano che proveniva da parte di due fratelli, tenuti prigionieri in una darsena in riva al mare. Individuare chi siano i due, capire perché nessuno ne ha denunciato la scomparsa e scoprire se siano ancora vivi, diventeranno i principali obiettivi di Mørck.

Facendo qualche ricerca sono venuto a sapere che questo A Conspiracy of Faith non è l'unico capitolo bensì il terzo episodio della serie Department Q di Zentropa Entertainments, tratta dai thriller di Jussi Adler-Olsen – il quale ha registrato 207.669 presenze durante il suo weekend di apertura, diventando il primo film locale nella storia a superare le 200.000, ovvero a ottenere il record di incassi in Danimarca, una buona notizia sul cinema di genere e sul noir europeo che negli ultimi anni ha saputo consolidarsi ancor più con titoli scomodi e suggestivi come Treatment con cui questo A conspiracy of Faith ha diverse analogie.
E'un noir danese cupo e sofferto, in cui niente è lasciato al caso. Gli ingredienti del film anche se non del tutto originali riescono a coinvolgere grazie ad una buona scrittura, la rigorosa messa in scena e il cast azzeccato. Ingredienti che fanno sempre breccia nella psiche dello spettatore come i rapimenti di bambini, la corsa contro il tempo, i fanatismi religiosi, un killer che non è il classico stereotipo e via dicendo, fino fascinazioni diaboliche e le ambientazioni costiere contando anche che i paesaggi del nord della Danimarca sono piattissimi
Le atmosfere nordiche è l'ottima caratterizzazione dei personaggi, dalla rodata complementarietà fra la coppia protagonista fino a dei buoni colpi di scena, danno la prova di come questo thriller insolito e inedito in Italia, riesca ad andare al di là del tipico prodotto di genere.






martedì 15 novembre 2016

Ragazza del mondo

Titolo: Ragazza del mondo
Regia: Marco Danieli
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Giulia con tutta la sua famiglia fa parte dei Testimoni di Geova. Le regole che l'appartenenza a questo gruppo religioso le impone sono rigide e comportano una separazione nelle relazioni sentimentali con i non appartenenti alla comunità. Un giorno conosce, durante uno dei suoi impegni di proselitismo, Libero. È un ragazzo che la colpisce immediatamente e di cui si innamora ma la sorella, che li sorprende una sera, ne parla con i genitori e la comunità viene subito coinvolta. Giulia viene diffidata dal continuare a frequentarlo, pena l'allontanamento dalla Chiesa ma decide di non arrendersi.

L'esordio di Danieli pur essendo un film imperfetto sotto molti aspetti, a partire dal radicale cambiamento di Giulia in troppo poco tempo, ha la sua efficacia, punta su un tema scottante e poco conosciuto come i testimoni di Geova e la loro adattabilità al mondo.
Grazie anche ad un ottima performance di Del Bono nei panni del responsabile della congrega, Danieli costruisce e dipana una storia realistica e al contempo funzionale a far emergere i problemi e i contrasti di una chiesa con la modernità, l'ortodossi e il rigore, il concetto di obbedienza e tutte le regole ferree che limitano la socializzazione dei credenti portandoli a doversi separare dagli "uomini del mondo" ovvero i non credenti.
Un film di formazione che diventa ribellione e al contempo non commette l'errore di far passare i membri religiosi come dei fanatici anche se in alcune scene (l'interrogatorio a Giulia dopo le prime frequentazioni con Libero) i dialoghi e alcune perfomance evidenziano una curiosità e un'intrusività inquietante.



domenica 18 settembre 2016

Banshee-Season 4

Titolo: Banshee-Season 4
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Usa
Stagioni: 4
Episodi: 38
Giudizio: 3/5

Il protagonista principale è un criminale, che dopo aver scontato quindici anni di prigione a seguito di un tentativo di rapina finito male, ritorna in libertà. Immediatamente si mette sulle tracce della sua ex amante e complice, Ana, mentre si ritrova braccato dagli uomini del boss criminale che aveva tentato di rapinare, Mr. Rabbit. Le sue ricerche lo conducono quindi in un luogo immaginario, ossia a Banshee, una piccola città della Pennsylvania abitata prevalentemente da una popolazione Amish. Banshee, come viene detto in una presentazione della serie, è una creatura femminile della mitologia irlandese che porta sfortuna e probabilmente ciò ha ispirato il nome della città, che è rappresentata come una località in apparenza bella, pacifica, ma in realtà abitata da alcune persone orribili, come Proctor, un potente gangster che nasconde le proprie attività criminali dietro la facciata di uomo d'affari e praticamente tiene in pugno la città. Il protagonista qui rintraccia Ana, che ha cambiato identità ed è nota come Carrie Hopewell, moglie del procuratore distrettuale. Dopo essersi ritrovato casualmente in uno scontro a fuoco tra il nuovo sceriffo appena arrivato in città, Lucas Hood, e alcuni criminali del posto, i quali finiscono tutti uccisi, decide di rubare l'identità dello sceriffo e rimanere in città, nel tentativo di convincere l'ex complice a riprendere il rapporto con lui.

Banshee ha qualcosa di infinitamente idiota ed esageratamente tamarro questo è vero.
Si prende poco sul serio o meglio quando lo fa non ci riesce comunque.
Diciamo proprio: e'una serie di ignoranza senza precedenti.
Eppure è adorabile, fantasticamente pieno di ritmo e di insensatezze che piacciono perchè incasellate in modo furbo, certo banale, ma d'effetto.
E'un telefilm di uomini duri che bevono in silenzio whisky, scopano senza un domani e fanno rapine con una facilità degna dei serial americani.
Ho deciso per limiti di tempo di essere coinciso e perchè sinceramente trovo esagerati e inutili tutti coloro che recensiscono, magari con due o tre pagine, ogni singolo episodio di tutte le lunghe e disparate serie che guardano.
Nel mio caso sarò estremamente veloce contando che provare a dare un giudizio su quattro stagioni tutte assieme per 38 episodi e opera folle come non ho quasi mai fatto.
Seppur con tante trovate, alcune davvero banali e scontate mentre altre quasi d'effetto, la serie trova nell'esagerazione, nella continua diversificazione dei personaggi l'elemento più imprevedibile e divertente. Poi senza stare a prendersi in giro, in Banshee ci sono un sacco di fighe, spogliarelli e altro che fanno capire quale è stato l'elemento in più della Cinemax, costola della HBO, ex canale sporcaccione dei porno softcore.
Veniamo per ordine. Che cosa c'è in Banshee: violenza, nudi, scopate, indiani, amish, freaks, checche che spaccano i culi, tette e culi, inseguimenti, sparatorie, religioni caratterizzate col culo, fbi, azione a gogò, mafiosi russi e ucraini, branchie del governo che appaiono e scompaiono, zii che scopano le nipoti, motociclisti, albini che sodomizzano, sceriffi senza uno scopo nella vita, tutori del disordine, nazisti e bambini malati.
In mezzo a tutto questo poi non esiste solo la città di Banshee, vero tesoro per gli scambi di identità, ma altri coloratissimi e insensati luoghi che danno e creano disordine e ovviamente uniscono i tasselli di una trama che come per molte altre serie tende a lavorare per accumulo.
Ho un problema grosso.
Ho visto questa serie qualche mese fa ma per strani, arcani e sinistri motivi non l'ho mai recensita. Quindi inserire le trame di quattro stagioni non avrebbe senso e quindi non lo farò.
La parola chiave di Banshee comunque rimane una: l'adrenalina, quella che piace perchè spegne il cervello.
Continuando sono davvero tanti i luoghi comuni che vengono buttati sullo schermo senza pensare alle conseguenze, come un giocattolone che forse si pensava non sarebbe mai andato oltre il primo episodio, ma che invece è stato addirittura ed esageratamente tirata avanti e non a caso le ultime due serie sono quelle che hanno i maggiori wtf.
Da questo punto di vista l'ultima serie infatti è forse quella campata più in aria e l'antagonista con quelle corna da minchione sembra una parodia del satanismo e delle new-religion.
L'unico aspetto politicamente scorretto (il vero colpo di genio se vogliamo), ma dubito che appartenesse negli intenti dei due creatori, è quello di dare potere ad un uomo comune tutto rapine e discutibile senso della morale. Come a dire che chiunque potrebbe fare lo sbirro o lo sceriffo in America (o forse un po ovunque...) e che tanto non bisogna sapere e capire niente sulla legge perchè in fondo basta trovare un minimo di coerenza e buon senso quando la circostanza lo ritiene.



mercoledì 25 maggio 2016

Jeruzalem

Titolo: Jeruzalem
Regia: Doron Paz, Joav Paz
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due ragazze americane in vacanza in Israele incontrano uno studente di antropologia e decidono di andare insieme a lui a Gerusalemme, durante lo Yom Kippur. La sera in cui arrivano nella città, si scatena l'apocalisse: alcune superstizioni e leggende ataviche si incrociano e innescano l'inferno.

Mancava come città tra il filone dei mockumentary Gerusalemme, una città di impressionante bellezza e costellata di minacce e tensioni. In questo caso anzichè telecamera a mano si passa ad occhiali del "futuro", Google glass, capaci di riprendere tutto al momento, scattare foto e chiamare paparino quando si vuole. Jeruzalem inizia copia e incolla come moltissimi suoi colleghi, infilando però una sorta di esorcismo che finisce male, per piombare in un apocalittico concentrato di atmosfere religiose e porte dell'inferno che si aprono facendo piombare mostri e creature nella città e dicendoci appunto che sotto la città santa come prevedeva il nostro caro Dante ci sia proprio l'inferno.
E'divertente, non cerca mai di prendersi sul serio ma alla fine mostra più di quanto deve...forse anche troppo, esagerando senza ritegno come nella scena del manicomio.
Eppure è uno dei pochi film che tratta un argomento davvero horror e seppur fagocitato di elementi ha un suo perchè.
Alla fine scorre veloce, non perde troppo tempo e arriva subito al dunque regalando qualche saltino dalla sedia.




lunedì 25 aprile 2016

Hell & Back

Titolo: Hell & Back
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il film racconta la storia di Remy, Augie e Curt, tre amici fin dalla nascita. Quando Curt finisce all'inferno a causa di un incidente, gli altri due amici faranno di tutto per salvarlo e riportarlo nel loro mondo.

Hell & Back è il tipico lungo d'animazione per adulti.
Una commedia in stop-motion capace di regalare ironia oltraggiosa e demenziale, divertendosi, giocando e prendendo in giro l'inferno e tutta la sua galleria di personaggi (demoni, anime perdute)
Con una nota di intenti spiccata nei confronti della sessualità tra angeli e demoni in un continuum di sberleffi e satira, mostra questi ultimi stanchi e costretti come unico divertimento a prendere in giro in modo infernale le anime che giungono all'inferno.
Hell & Back parte benissimo, un parco divertimenti ormai alla frutta, maledizioni e profezie, porta i nostri due protagonisti nell'antro della belva per poi, proprio dove avrebbe potuto regalare e giocare su una miriade di spunti, perdersi con una trama banalissima e a tratti noiosa.
Manca quel coraggio e quell'arroganza che i registi mostravano all'inizio del film ma che poi sembra essersi spenta, perdendo pure smalto nei dialoghi che sembrano fagocitare sempre le stesse battute e ironicamente trovando l'effetto inverso di ciò che si sperava.
Purtroppo nonostante alcuni buoni spunti e trovate, il film non riesce a mantenere un equilibrio e ottenere ritmo, intrattenimento e originalità.




venerdì 29 gennaio 2016

Dio esiste e vive a Bruxelles

Titolo: Dio esiste e vive a Bruxelles
Regia: Jaco Van Dormael
Anno: 2015
Paese: Belgio
Giudizio: 4/5

Dio esiste e vive a Bruxelles con una moglie timorosa e una figlia ribelle. Il figlio, più celebre di lui, è fuggito molti anni prima per conoscere gli uomini più da vicino, morire per loro e lasciare testimonianza e testamento ai suoi dodici apostoli. Egoista e bisbetico, Dio governa il mondo da un personal computer facendo letteralmente il bello e il cattivo tempo sugli uomini. Ostacolato da Eva, decisa a seguire le orme del fratello e a fuggire il 'suo regno', la bambina si 'confronta' con JC (Jesus Christ) ed evade dall'oblò della lavatrice. Espulsa dentro una lavanderia self-service infila la via del mondo, recluta sei apostoli e si prepara a combattere l'ira di Dio, a cui ha manomesso il computer e di cui ha denunciato il sadismo, spedendo agli uomini via sms la data del loro decesso.

Dio esiste e vive a Bruxelles è un gioiellino di comicità, amarezza, cinismo, ma soprattutto speranza.
Un film ambizioso e colorato, con un inizio sorprendente e illuminante, che non poteva mancare nel curriculum di un autore davvero singolare, che sembra voler sempre superarsi e raccontare, in questo caso grazie alla commedia, temi surreali e sempre incisivi.
Partendo dalla scrittura, dalla voce off fuori campo infantile che riesce nel delicato compito di non essere disturbante, la pellicola di Dormael spinge sempre su universalità di temi e concetti che sembrano essere allo stesso tempo delle parodie, con dialoghi ironici, ma senza mai dimenticare il dramma e la solitudine di fondo, che come una nuvola, sembra aver attanagliato l'umanità.
E'così Dio, un bastardo che tratta male moglie e figlia, nella sua terribile voglia di tacere il segreto e la fine della vita e la speranza dell'umanità, per paura che questa si rivolti contro di lui (come il suo primo figlio) scrive e dirige, bevendo e fumando, nella sua piccola stanza immortale dal tempo, una prigione di sentimenti e valori.
Chi allora se non Eva, il femminino, la donna, può spezzare questo triste e noiosissimo incantesimo?
Sicuramente scomodo e blasfemo per alcuni, ma allo stesso tempo sicuramente curioso e interessante e rassicurante, per chi sa cogliere il messaggio dietro a tutto ciò.
Un messaggio che sa essere molto più misurato e di nobili intenti come molti altri film non hanno saputo fare anche se dall'altro diventa curioso nella domanda per cui probabilmente nessuno di noi vorrebbe ricevere un sms con la data della sua morte.
Una satira che stuzzica e provoca senza mai affondare la lama ma restituendo la speranza e cercando di svegliare gli esseri umani nel loro sonno primordiale.
Un grottesco corretto originale e immortale, una vera chicca che con tante sfumature riesce a conquistare su tutti i piani senza sconvolgere ma facendo ridere e sorridere in più momenti.