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giovedì 24 ottobre 2019

Afro Samurai

Titolo: Afro Samurai
Regia: Fuminori Kizaki
Anno: 2007
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 5
Giudizio: 3/5

In un Giappone futuristico con in vigore ancora il sistema feudale, si dice che colui che brandirà la fascia chiamata Numero 1 sarà il combattente più fiero al mondo e avrà tra le sue mani un potere al pari di quello degli dei. Il solo modo per ottenere tale fascia è quello di sfidare il possessore attuale in un combattimento. Tuttavia, soltanto chi possiede la fascia Numero 2 può permettersi di sfidare il possessore di Numero 1, mentre chiunque può fronteggiare chi tiene con sé la Numero 2, rendendo il possessore di questi condannato ad affrontare continue lotte. Tra le montagne, il combattente Justice, indossante la fascia Numero 2, duella con il possessore di Numero 1, Rokutaro, il quale rimane decapitato durante la lotta prima che l'avversario entri in possesso della sua fascia. Afro Samurai, figlio di Rokutaro, è testimone del combattimento e giura vendetta contro Justice, che gli dice di cercarlo solo quando sarà "pronto per fronteggiare un dio".

L'incidente scatenante di questa breve mini serie di cinque episodi mi ha ricordato il duello tra Roland e O'Dim, diciamo lo scontro tra il bene e il male che il cinema in modi diversi ci ripete sovente sotto profili diversi.
Western post-apocalittico con sprazzi di universi conosciuti e in parte bazzicati.
Duelli e scontri che sembrano ricordarci a partire dai film di Kurosawa, lo stile di Mahiro Maeda visto nella clip del film di Tarantino, e tante altre maestranze e una libertà che riescono a dare quel tocco di personalità ad un soggetto che è un pretesto per un revenge-movie dove Numero 2 dovrà affrontare tutti i nemici per diventare il Numero 1.
Afro Samurai ha avuto una gestazione molto importante, illustrato da Takashi Okazaki, uscito nel 2000 per la Panini Comics come manga, nel 2007 , grazie alla produzione dello studio giapponese Gonzo è finalmente uscita la miniserie anime divisa in cinque puntate con musiche del rapper e produttore Rza del Wu-Tang Clan.
Violenza a profusione, sentimenti pari a zero come quasi i dialoghi, un ritmo adrenalinico, invenzioni visive interessanti, personaggi stilizzati al massimo con alcune contaminazioni funzionali (come il protagonista afro con lo slang tipico dei gangster e dei rapper statunitensi) il taglio spettacolare dei disegni, Samuel Jackson e Ron Perlman al doppiaggio, l'ambientazione e l'uso di improbabili ed elementi tipici e non dello steampunk (armi da fuoco come le granate e le pistole oltre che i telefoni cellulari) il puro cinismo, un viaggio mistic e infine un crossover che sa il fatto suo.
Afro Samurai è un diversivo interessante, un cartone che esce dai soliti binari per aderire ad un filone molto violento, con alcuni sprazzi di originalità ma che di fondo lascia aperti molti canali per come la storia potesse aggiungere qualcosa senza essere così banale e semplice.

lunedì 21 ottobre 2019

Manie Manie-I racconti del labirinto

Titolo: Manie Manie-I racconti del labirinto
Regia: AA,VV
Anno: 1987
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

"Labyrinth": una bambina ed il suo gatto attraversano uno specchio e si ritrovano nello strano mondo di un circo viaggiante... "The running man": è il racconto delle vicende di un pilota sopravvissuto ad un terribile incidente stradale... "The Order To cease Construction": uno sfortunato dirigente giapponese viene incaricato di mettere fine a un progetto poco redditizio di costruzioni in una foresta tropicale dominata dai robot e priva di esseri umani...

Quando lasci a briglie sciolte tre autori pazzeschi come Otomo, Rintaro e Kawajiri, il risultato non può che essere una perla rara dell'animazione, in un percorso dove l'eccentricità, la voglia di espandersi, di misurarsi e decifrare realtà e mondi lontani appartiene sempre di più agli orientali che in questo caso usano i territori inesplorati dei generis come un palcoscenico, un teatro indagatore di se stesso e dei suoi protagonisti.
Tre racconti che non possono prescindere l'uno dall'altro collegati da un sottile fil rouge con un bel prologo, che diventano poesia pura, facendoci scoprire un passato, un futuro e un presente come dei sogni ad occhi aperti, dei viaggi verso l'immaginazione più sfrenata ma sempre bilanciata, da chi di mestiere sa come affrontare il cinema con una sua maturità e una sua autorialità ormai indiscussa.
C'è tanta letteratura all'interno di questo lungo a episodi sempre molto diverso, bello, suggestivo e  allucinato, un intenso viaggio dove gli universi si trasformano e ogni autore decide di plasmarli secondo la sua volontà. Un film per alcuni aspetti anche abbastanza politico toccando come nel caso di Rintaro tematiche mature e attente, l'uso spropositato della tecnologia, distaccandosi sempre di più da un certo immaginario collettivo che pone i film d'animazione come film solo d'intrattenimento. Gli orientali e per fortuna non solo loro hanno ormai sdoganato questo pensiero puerile

Sound & fury

Titolo: Sound & fury
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un personaggio misterioso viaggia attraverso un mondo post-apocalittico, alla ricerca di una violenta resa dei conti.

Quaranta minuti di immagini in una ruota furibonda di terrore e distruzione, devastazione e stragi violentissime. Sembra il corto di KILL BILL unito al post-apocalittico di MAD MAX citato almeno all'inizio in maniera palese, spostandosi di epoche come il tremendo IZO di Miike Takashi. Un mediometraggio antologico coloratissimo prodotto dal cantante di musica country Sturgill Simpson il quale impermea tutta la soundtrack del suo prossimo album, intitolato Sound & Fury e lasciando così in modo che siano solo le note musicali a imporsi nella visione senza alcun tipo di dialogo. Tante sono le maestranze coinvolte, tutte funzionali e con nomi che risaltano per la loro importanza dai vecchi sperimentatori che miscelano scelte che rimandano ad un certo passato, AKIRA ad esempio, a nuovi autori abbastanza prestigiosi come Mizusaki e quel Takashi Okazaki di SAMURAI AFRO.
Un cocktail frenetico quasi impossibile da recensire visto che passa tutta come un'esperienza visiva e uditiva coinvolgente con tante epoche e contesti differenti, stili d'animazione all'avanguardia, un ritmo che è una furia e alcune scene splendide di una violenza sconvolgente ma a tratti straordinaria.

mercoledì 2 ottobre 2019

Starfish

Titolo: Starfish
Regia: A.T.White
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ritratto unico, intimo e onesto di una ragazza in lutto per la perdita della sua migliore amica. Accade proprio nel giorno in cui il mondo così come lo conosciamo sta per finire.

L'esordio di White è associabile a tanti filoni cinematografici, ormai una consuetudine per chi è avvezzo a nuotare a stile libero tra i generi. Un film di stampo autoriale che si dipana nel primo atto come un vero e proprio dramma autoriale, con riprese a spalla, la camera che segue la sua protagonista e alcune note dolenti di una meravigliosa soundtrack che sono lì pronte a farti capire che sta per succedere qualcosa, anche se quello che veramente un certo tipo di pubblico si aspetta non arriverà mai.
Starfish può essere definito un un mystery movie, un dramma autoriale, un horror, uno sci-fi dai contorni post-apocalittici. Tutti elementi che non vengono sbattuti in faccia allo spettatore in un caos di immagini dove l'azione prevale sulla narrazione. Al contrario il film si prende i suoi tempi, ostenta quanto ci si potrebbe aspettare di vedere, lascia Aubrey a parlare quasi sempre tramite una radio venendo a conoscenza di queste creature uscite da portali spazio-temporali.
Un film criptico, lento, pienamente autoriale, ermetico e con tutta una sua simbologia di una visione di cinema e di storia complessa e non sempre decifrabile.
Mancano quelle scene madri di spessore che sono una regola in pellicole recenti e simili come Captive state o lo sconosciuto indie low budget Axiom con una trama per certi versi molto simile tolto il tema del post-apocalittico. Qui il budget è molto risicato, un indie che fin dall'inizio predilige un'altra atmosfera di spaesamento dove il dramma interiore della protagonista accompagna le sue scelte e le sue azioni, nonchè gli obbiettivi, rendendola sola e spaesata, a tratti allucinata, in un'ambiente ormai privo di vita.
Ci sono echi alla Matheson proprio quando sembra sia proprio Aubrey tra i pochi esseri viventi rimasti sulla terra, segnali che come per i simboli e la voce proveniente dalla radio ci riportano a una dimensione sconosciuta che richiama l'apocalisse.

Waterworld

Titolo: Waterworld
Regia: Kevin Reynolds
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo lo scioglimento dei ghiacciai, il mondo è ricoperto dalle acque e la società sprofonda nella barbarie. Un eroe solitario, tormentato dalla propria diversità legata a mutazioni genetiche che privilegiano l'adattamento alla nuova situazione ambientale) difende una giovane donna e la figlia di questa dalla tribù degli Smokers: sulla schiena della bambina è infatti tracciata la mappa per raggiungere la terra promessa di Dryland.

Il MAD MAX degli oceani. Waterworld aveva sicuramente dei pregi evidenti trattando una materia per certi versi atipica e originale, un Medioevo nel XXI secolo frutto di un cataclisma che ha causato l’innalzamento delle temperature e lo scioglimento delle calotte polari, portando all'inghiottimento di tutti i continenti e di buona parte della popolazione.
Waterworld è un film distopico costato 175 milioni. Il più grande flop commerciale del cinema degli anni Novanta, un film fantastico-avventuroso spettacolare e fumettistico con una trama di un'ingenuità rara, ma in fondo solo un pretesto per raccontare l'ennesimo viaggio dell'eroe di un meta-umano con le branchie, solo contro tutti, che si lancerà alla ricerca della terra perduta con la bambina che ha tatuato sulla schiena la mappa della terra promessa.
C'è il popolo d'Israele, i sacrifici, le prove, i nemici "Smokers"rubati alla meno peggio dai film di Miller, l'insopportabile Kostner e per fortuna, anche se dosate con il contagocce, alcune creature marine decisamente affascinanti. Per fortuna il film non ha quel contorno e quella natura romantica che con un eroe solitario come Kostner ci si poteva aspettare.
Non macina e trasuda sangue come i film di Miller, ma dal canto suo prova a mettersi in gioco con alcune scene e momenti decisamente gradevoli, ad esempio legato ai freaks che tramite legami di sangue nascono mezzi deformi.
Un film distopico che a distanza di anni riesce comunque ad essere molto gradevole, dal taglio e dalle intenzioni forse troppo epiche e un finale prevedibilissimo come alcuni ostacoli che Mariner dovrà affrontare. Presenta comunque delle sequenze e delle scene d’azione sull’acqua che hanno fatto scuola dal punto di vista tecnico e che restano insuperate da un lato e punti di riferimento insostituibili per realizzarne di nuove dall’altro.

venerdì 9 agosto 2019

Captive state


Titolo: Captive state
Regia: Rupert Wyatt
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una famiglia cerca di fuggire dalla Chicago occupata dagli alieni ma non ha fortuna e sopravvivono solo i due giovani fratelli Rafe e Gabriel. Nove anni dopo, nel 2025, Rafe è scomparso, dato per morto si è in realtà unito alla resistenza, mentre Gabriel lavora a chip di cellulari da cui vengono estratti dati per gli archivi degli occupanti alieni. Trova il modo di farci su anche qualche soldo sul mercato nero e insieme a un amico prepara una barca per la fuga dalla città, ma i suoi piani sono stravolti dal ritorno di Rafe e dalle azioni terroristiche della resistenza. Sulle quali indaga anche il detective William Mulligan, che vuole proteggere il quartiere di Pilsen dalla rappresaglia aliena.

I film sugli alieni devono essere cattivi o lasciare delle forti domande come a dire "vi siete fatti vivi, ma non abbiamo saputo comprendere il vostro messaggio" giusto per citare Arrival
Lo diceva la sci fi degli anni '60 e '70, la nuova Hollywood, MARS ATTACK, la letteratura e poi ci sono i film che hanno cercato di fare l'opposto come E.T che non smetterò mai di odiare.
In questo caso Wyatt affina la sua esperienza su un film distopico, post apocalittico, tra i migliori degli ultimi anni contando che il genere rimane tutt'ora molto prolifico anche se lo stesso dimostra un altalenarsi nei risultati che dimostrano ancora una volta come non basti il budget.
Gli alieni si vedono poco ma sono onnipresenti con i loro droni, attuano una vera e propria democratura totalitarista, colonizzando e sfruttando le risorse del nostro pianeta.
Come sempre ci sarà una sorta di eletto e una resistenza che si muove per cercare di stanare l'invasione aliena, ma più strutturata e articolata di come negli ultimi film si è vista, dove in risalto venivano messe le esplosioni e gli alieni mentre in questo caso, anche per evidenti motivi di budget, si vede poco e quello che si vede è stato fatto proprio bene più raccolto in un'invasione claustrofobica tra edifici distrutti e una scenografia tra le cose più belle del film (i monumenti alieni gettati come piloni in mare sostituiscono la statua della libertà.
E'uno scenario inquietante ma nemmeno così lontano dalla realtà se metaforicamente sostituiamo gli alieni con una forma di governo dove l’antagonista non è tanto l’alieno invasore del tuo pianeta, bensì l’alieno invasore del tuo corpo fatta di microchip intessuti nel corpo.
Creare un villaggio di lobotomizzati, avere dei gregari perfetti da usare come cavie, uccidere quando lo si deve fare senza la minima esitazione. Forse tra gli ultimi usciti insieme alla prima politica di Blomkamp e il cult maledetto di Proyas, è quello più anarchico di tutti.



Hotel Artemis


Titolo: Hotel Artemis
Regia: Drew Pearce
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

2028. Sherman e Lev rapinano una banca durante il giorno dell'annunciata rivolta di Los Angeles, scoppiata in seguito alla privatizzazione dell'acqua. Dopo una sparatoria con la polizia Lev rimane gravemente ferito e per salvargli la vita non resta che Hotel Artemis, la clinica segreta riservata a una ristretta cerchia di fuorilegge. Ben presto la collisione tra la tensione interna all'Artemis e quella sulle strade di Los Angeles porterà a una escalation di violenza.

La cosa più bella del film è lo sfondo esterno dove non si capisce bene cosa stia accadendo ma tutti ne hanno paura e vediamo aerei precipitare senza capire cosa gli abbia colpiti.
Tutto invece quello che capita dentro l'hotel, dopo 7 sconosciuti a El Royale, anche quello incasinato e sconclusionato ma meno peggio di questo, è di una noia e di una banalità che non pensavo davvero che con così tanti elementi a favore scadesse in un centrifugato di stereotipi.
L'elemento peggiore al di là della storia è proprio la profondità dei personaggi, tutti macchiette sopra le righe, che gigioneggiano con i personaggi rendendoli solo pretenziosi e fastidiosi.
Con dei buchi di sceneggiatura e dei dubbi grossi come una casa, il film purtroppo parte male per finire peggio, con un climax che rischia pure di essere ridicolo e un Goldblum che prende in giro il suo stesso personaggio.
E'davvero un peccato perchè gli elementi c'erano tutti forse avrei fatto delle scelte diverse su parte del cast che risulta confuso con combattimenti che non andavano fatti e dialoghi che sfiorano il ridicolo. Una premessa come film a tratti post apocalittico sfumata, che promette tanto e mantiene poco o nulla, dove il ritmo dal secondo atto in avanti rallenta vertiginosamente facendo così in modo che il film non riesca mai ad assumere nessun genere preciso confondendosi da solo senza avere mai un'identità chiara nello script.
La regia di Pearce è buona a livello tecnico, forse troppo, sbilanciato su una regia patinata e riprese colorate ed eleganti ed esteticamente perfette ma dimenticando tutto il resto.



mercoledì 10 luglio 2019

Ombra dello scorpione


Titolo: Ombra dello scorpione
Regia: Mick Garris
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La classica lotta tra il bene e il male scaturita da una mortale epidemia. Il pianeta è in pericolo e due personaggi rappresentano il bene e il male: la buona Abigail e il cattivo signor Flagg.

L'Ombra dello scorpione è una piccola serie televisiva che come per It(1990) o TOMMYKNOCKERS (la prima sì la seconda decisamente no) cercava a dispetto di un budget limitato di creare un prodotto che non sfigurasse di fronte al romanzo cult del maestro del brivido.
Seppur con tante buche e alcuni difetti innegabili, a parte scene tagliate di netto in un montaggio piuttosto complesso e travagliato, la mini sere televisiva riesce comunque a regalare o far assaporare quel clima post apocalittico creato da King e mostrare per la prima volta il villain più cattivo dei suoi romanzi quel Randall Flagg che tutti conosciamo.
L'adattamento di the Stand è stato odiato da tutti come odiato è il mestierante Garris che purtroppo con tutto il suo amore per King non ha fatto altro che danni con gli adattamenti delle sue opere (SHINING poi è qualcosa di mostruoso, nonostante abbia seguito a menadito il romanzo a differenza del capolavoro di Kubrick)
Eppure funziona. Funzionano i personaggi, alcune loro psicologie, l'atmosfera davvero spaventosa soprattutto quella ricreata nella Los Angeles dove il prezzo del potere si paga a caro prezzo.
Le situazioni, alcune delle quali davvero inaspettate che riescono a regalare alcuni interessanti colpi di scena, delle stesse deviazioni e debolezze dei personaggi in fondo votati a dover scegliere tra il bene e il male, in una sfida che per quanto sembri scontata qui è segmentata in modo mai banale ma con interessanti cambi di rotta.
Purtroppo alcuni limiti nella messa in scena rendono la visione alle volte quasi trash, in particolar modo gli effetti speciali, la regia piatta e banale priva di mordente e a tratti ridicola, senza contare l'effetto finale con un'esplosione che sembra una sorta di incubo per gli addetti alla c.g






venerdì 14 giugno 2019

Cloverfield


Titolo: Cloverfield
Regia: Matt Reeves
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York, una sera come tante altre. Un gruppo di amici organizza una festa a sorpresa, tutto sembra tranquillo, finché un boato fa tremare le pareti della casa in cui si svolge il party ed il cielo si illumina a causa di forti esplosioni. Non è un terremoto, né un attentato ma qualcosa di molto meno prevedibile...

Tra i mockumentary o found footage menzionabili nel corso degli anni dopo quelli che al livello di pubblico e critica lanciarono il fenomeno CANNIBAL HOLOCAUST(1980) BLAIR WITCH PROJECT(1999), seppur ne siano usciti molti da varie parti del pianeta, i risultati sono spesso stati mediocri senza mai parlare di qualcosa di nuovo o originale. Il film di Matt Reeves deve tutto alla collaborazione con un asso nella manica di nome Drew Goddard in grado di dare enfasi e pathos ad una scatoletta di sardine e ad Abrahms dietro le fila che dopo il successo di LOST aveva porte spalancate ovunque e qualsiasi cosa dicesse o facesse aveva un seguito.
Come ha dimostrato in altre opere, unire la paura che all'epoca di internet era sempre più social diventando virale come virali erano le fake news, inglobava da solo questa temutissima paura per l'Altro culturale, le Torri Gemelle, attacchi che potevano arrivare da cielo e aria, da un momento all'altro in una New York mai così devastata dal cinema negli ultimi anni.
Unire queste paure condendole con qualcosa di assolutamente esagerato come un drago o un lucertolone, facendo slittare così il concetto di realisticità verso assurdi mai visti, ma soprattutto facendolo vedere il meno possibile il mostro, si rivelò un ottimo espediente non solo di marketing ma soprattutto per creare un'atmosfera nuova più post contemporanea che facesse meno ricorso al sangue e agli squartamenti.
L'idea di una creatura che possa devastare quanto ci è più vicino lasciandoci come formiche nude in degli spazi angusti come lo possono essere gli edifici metropolitani della grande mela, è stato indubbiamente un passo in avanti per cogliere a mio avviso alcuni sotto effetti di una devastante alienazione consumista in atto nel mondo e puntare su una scenografia e una location almeno non abusata che di questi tempi è già un grosso vantaggio.

Termination Salvation


Titolo: Termination Salvation
Regia: McG
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Anno 2003. Marcus Wright è detenuto nel Braccio della Morte in attesa di ricevere l'iniezione letale. Ha ucciso suo fratello e due poliziotti e vuole soltanto farla finita ma la dottoressa Serena Kogan ha deciso per lui un altro destino. Firmato un documento legale che consegna il suo corpo alla scienza e gli promette una seconda opportunità, Marcus viene 'terminato'. Anno 2018. John Connor, leader ideale e carismatico del genere umano, partecipa alla Resistenza contro Skynet, il network di intelligenze artificiali, e il suo esercito di Terminator indistruttibili. Efficace e intraprendente, è deciso a sferrare un attacco mortale al nemico, a trovare suo padre Kyle Reese e a garantire un futuro all'umanità dopo l'apocalisse nucleare scatenata dalle macchine. Lo aiuterà Marcus, galeotto venuto dal passato e portatore di un segreto. Diffidenti ma determinati a vincere la loro battaglia, collaboreranno e troveranno la verità nel cuore.

Togliere il timone ha un importante saga che col tempo è diventata un business e un merchandising di successo ha dato i suoi effetti. Senza James Cameron, si è subito visto il binario diventato quasi subito ingestibile da tutta la sfilata di tecnici e sceneggiatori che si sono "appassionati" al progetto.
Il risultato ha raggiunto i livelli più bassi previsti, confezionando prodotti per il cinema, senza un filo conduttore, personaggi scialbi e una totale assenza di approfondimento nella psicologia dei protagonisti. In più usare come deterrente lo spazio tempo con viaggi avanti e indietro e catapultando la psiche dello spettatore in un vuoto cosmico è stato il colpo finale su una saga che nei primi due capitoli ha modificato sostanzialmente il livello del genere sci fi mischiandolo con una vendetta personale, trasformazioni come in Terminator 2 ancora di altissimo livello, robot dannatamente cattivi, un personaggio iconico come Sarah Connor, Schwarzenegger in uno dei suoi ruoli cult da sempre, e tanti altri elementi che spero porranno fine nel migliore dei modi con l'ultimo, si spera, capitolo della saga DARK FATE
McG è un mestierante con una carriera altalenante e tanti brutti film sui cui svetta il film che non ti aspetti Babysitter horror Netflix capace di far scorrere tanto sangue e al contempo farti rotolare a terra dalle risate.
Qui l'unico elemento che funziona è la scenografia, cupa e tutta ingrigita (d'altronde c'è stato l'ennesimo olocausto atomico, gli attori sono troppo distanti dal progetto e tutta l'azione sembra destinata più alle saghe spaziali come STAR TREK o STAR WARS.


domenica 2 giugno 2019

Bushwick


Titolo: Bushwick
Regia: Cary Murnion & Jonathan Milot
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Lucy esce dalla metropolitana di Brooklyn e trova il suo quartiere sotto attacco. Decide di attraversare i cinque insidiosi isolati di Bushwick - disseminati di saccheggiatori, milizie locali, forze d'invasione, e un cugino pazzo - per tornare a casa e riunirsi con la nonna.

A volte ti chiedi dove sono finiti.
Nick Damici è un artista (attore, sceneggiatore, scrittore) a cui sono e resto molto legato.
Le sue creazioni e la sua collaborazione con Jim Mickle ha portato a film molto interessanti sul genere horror spaziando dai vampiri agli zombie al tema del cannibalismo con una forza e una necessità che sembrava spenta al giorno d'oggi.
Stake Land, Mulberry Street, Cold in July, hanno contribuito a ridare enfasi al genere e in più lo stesso Damici è un amico dello scrittore Lansdale avendo curato come produttore e sceneggiatore le stagioni di Hap & Leonard-Season 1, Hap & Leonard-Season 2, Hap & Leonard-Season 3, oltre ad aver recitato in horror indipendenti e di ottima fattura come Dark was the night.
Ma ora veniamo al dunque in questa piccola perla che non fa sconti a nessuno, in primis allo spettatore.
Ci troviamo catapultati fin dall'inizio in una scena magnifica nella stazione della metropolitana in un adrenalinico action underground tutto girato tra edifici che sembrano dover crollare da un momento all'altro e un clima di guerriglia urbana che mancava con una tale violenza e mattanza.
Un film con una messa in scena live a tutti gli effetti facendo del ritmo il suo punto di forza (ma non solo, anche la scrittura e il cast) e girando alcune scene come se fossero dei piani sequenza alla Victoria in uno scenario per certi versi quasi post apocalittico o meglio di state of emergency.
Il bello del film e che riesce a creare una squisita suspance, è il fatto di non avere idea di cosa stia realmente succedendo (in questa continua corsa, non c'è il tempo per fermarsi a ragionare), del perchè cittadini ed esercito lottino ad un gioco al massacro, ma ponendolo allo stesso tempo come uno dei film più anticonformisti e politicamente ribelli degli ultimi anni, senza avere il benchè minimo stampo reazionario.
Con un finale bomba estremamente disperato, Bushwick è un film grezzo e crudo che colpisce allo stomaco e che non concede nulla allo spettatore ponendo Baustista come l'unico ex wrestler in grado di risultare convincente sul grande schermo.
Una parola ancora per gli autori che fanno parte dei duetti più interessanti nel supermercato cinematografico americano avendo firmato quell'indie sconosciuto ma estremamente divertente per l'horror sugli infetti che risponde al nome di Cooties



giovedì 11 aprile 2019

Bird Box



Titolo: Bird Box
Regia: Susanne Bier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Malorie, incinta al nono mese, è tra i pochi sopravvissuti a una serie di suicidi di massa che ha decimato la popolazione mondiale. Barricata in una casa insieme ad altre persone, la donna cerca di elaborare una strategia per sopravvivere in un mondo in cui basta tenere gli occhi aperti per morire. Una madre deve portare in salvo i suoi due bambini. Lo deve fare sapendo di non poter contare sulla vista, lo deve fare bendata. Anche i suoi bambini sono bendati ("Se ti levi la benda, muori. Se guardi, muori. Hai capito?"). Insieme, questi tre individui fragilissimi e ciechi devono navigare lungo un fiume, affrontarne le rapide, penetrare un bosco, combattere a colpi di remi, mazze, cazzotti, coltelli e oggetti di fortuna contro nemici naturali e sovrannaturali. Qualcos'altro? Volendo, sì. Anche se il cuore del film è tutto qui.

Negli ultimi anni il sotto genere post apocalittico è stato molto prolifico. Per gli ultimi anni intendo almeno dal 2010 ad oggi, in cui i rumori, i suoni, tutto poteva essere usato come deterrente, una reale minaccia e uccidere nel peggiore dei modi. In questo caso un virus che passa attraverso uno sguardo non è così banale come idea, come insegnava Palahniuk in Ninna Nanna, tutto può spaventare e far riflettere in fondo.
Susanne Bier, una regista che mi piace molto e di cui ho recensito diversi film, si ritrova anche lei a fare i conti con un sotto genere che diciamolo pure sta andando molto di moda ed è profetico per cercare soluzioni narrative originali. Grazie a Netflix esce Bird Box un film sicuramente non brutto, recitato bene, non amo la Bullock, che dura forse troppo scegliendo il lungo quando il materiale poteva portare anche ad una mini serie, altro espediente che negli ultimi anni va parecchio in voga.
La metafora, che non avendo letto il romanzo non posso sapere se è il punto focale, è interessante in un epoca ormai soppiantata dall'ego digitale. Guardare diventa impossibile. Questo elemento azzera i nostri ultimi processi di relazionarsi e di mostrarsi, come in parte avveniva nel Blindness tratto dal bellissimo romanzo di Saramago, portando ad un riflessione e una metafora che nella lunga durata poteva pungere di più senza limitarsi a cercare le solite sotto storie tra personaggi nemmeno così interessanti.





lunedì 11 febbraio 2019

Isola dei cani


Titolo: Isola dei cani
Regia: Wes Anderson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato cane dopo che, per un decreto esecutivo a causa di un'influenza canina, tutti i cani di Megasaki City vengono mandati in esilio in una vasta discarica chiamata Trash Island. Atari parte da solo nel suo Junior-Turbo Prop e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo cane da guardia, Spots. Lì, con l'aiuto di un branco di nuovi amici a quattro zampe, inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione.

Ormai Anderson, nel bene, c'è lo siamo persi su lidi ormai molto distanti dalla normalità di partorire il cinema, creando sempre di più, un suo universo e un suo codice molto elementare seppur complesso di fare cinema.
L'isola dei cani potrebbe essere uno dei cardini finali in questa sua nobile e importante ricerca di migliorare, destrutturare e cambiare sistemi, linguaggi e tecniche visive.
Anderson, dal canto suo, è sempre più avvezzo ad un cambiamento e una rigorosità nella messa in scena che ormai e inutile stare ad elencare, la sua filmografia è chiara, riuscendo in questo film almeno, chissà se volutamente, a raccontare una delle più belle metafore che si stanno manifestando nella nostra società dove di fatto, che siano migranti, stranieri, persone etnicamente o religiosamente diverse, il punto è chiaro è la formula migliore da parte di qualsiasi governo è sempre la stessa: quella di respingere.
Perchè l'isola dei cani in fondo respinge in qualche modo la solita struttura classica di far convergere la storia o di narrarla attraverso i soliti stilemi o topoi narrativi ricorrenti.
Qui l'essenziale spesso diventa profetico per cercare di mostrare quella rigidità di sicuro molto orientale, di come parte di questo respingimento culturale diventa il motore centrale per far avvicinare due mondi, due realtà, che sembrano cercare di ritrovarsi per dialogare per la prima volta senza paure.
L'altra metafora importante e su cui Anderson da sempre impronta e impermea il suo cinema è quello della scoperta e dell’accettazione dell’identità del singolo all’interno di un gruppo sociale, elemento che come il precedente riesce a sintetizzarsi ancora meglio nella terra del Sol Levante.

Macchine mortali


Titolo: Macchine mortali
Regia: Christian Rivers
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo una guerra che ha devastato il mondo in sessanta minuti, ridefinendone addirittura la geografia, Londra è diventata una città predatrice, in movimento su enormi cingoli e armata di arpioni, che ha lasciato l'Inghilterra in cerca di prede europee. Qui vive Tom, che ha trovato diversi reperti di tecnologie militari del passato e le ha nascoste, ma non resiste a mostrarle alla bella Katherine, ignaro che anche Bevis assiste al suo segreto. Il tutto mentre Londra cattura una cittadina più piccola, dove vive Hester Shaw, che intende vendicarsi per la morte di sua madre di uno dei potenti della metropoli, Thaddeus Valentine. Il fallimento del suo attentato fa esiliare lei e Tom, costringendoli a sopravvivere tra varie città, finché non incontrano Anna Fang e il suo velivolo: il Jenny Haniver.

L'uso improprio e impacciato dei mezzi porta a risultati che deflagrano nella loro inconsistenza e inutilità. Macchine mortali è l'effettiva e ormai continua risposta di come le grandi produzioni e le major più potenti, continuino a investire su un cinema "baraccone"
Vi prego non venitemi a parlare di streampunk. Perchè quell'universo che ho ammirato nei libri non ha niente a che vedere con questa porcheria. Come a dire che i film tratti dalle opere di Alan Moore hanno a che fare con i suoi fumetti.
In questo film hanno ucciso lo spirito steampunk e il post apocalittico, ferraginoso e inconsistente, privo di qualsiasi scenario che nella nostra immaginazione possa essere realistico o che soddisfi la nostra sete di curiosità e solletichi l'appetito di grandi divoratori multimediali.
L'idea di vedere il castello errante di Howl prendere vita con alcuni suoi simili era affascinante e direi anche innovativa, per quanto le recenti tecniche cinematografiche stiano rendendo possibili mondi che non potevamo nemmeno immaginare fino a più di vent'anni fa.
Ma qui è tutto sfocato dagli intenti del film, all'impossibilità di avvicinarsi ai suoi personaggi, distanti e caratterizzati malissimo, diventando subito una storia di una banalità senza eguali e cercando in alcuni sacrificabili colpi di scena un resa ormai impossibile.
Sinceramente ha fatto peggio di quello che potessi pensare, e non avevo aspettative di nessun tipo senza aver nemmeno letto il libro o andandomi ad informare, lasciando così carta bianca, ma ho trovato alcune logiche e scene macchinose, ripetitive, con dialoghi ed espressività pari a zero come ancora una volta i milioni investiti per una porcheria simile.


domenica 9 dicembre 2018

How it ends



Titolo: How it ends
Regia: David M.Rosenthal
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo una pessima serata segnata da accese discussioni a casa dei genitori della sua fidanzata Sam a Chicago, Will si sveglia nella sua stanza d'albergo pronto a prendere il prossimo volo per Seattle sollevato di poter tornare a casa e raggiungere la sua bella in dolce attesa, ma qualcosa di strano inizia ad accadere: comunicazioni interrotte e voli cancellati in tutto il paese causano l'allarme generale costringendo lui e il padre dell'amata ad intraprendere un pericoloso viaggio attraverso l'America e l'apocalisse.

Rosenthal aveva diretto qul thriller carino che credo abbiamo visto forse io e il regista.
A Single Shot aveva una bella atmosfera e Sam Rockwell in ottima forma.Ecco a proposito dell'atmosfera in questo dramma post-apocalittico o come viene anche definito disaster-survival movie, il regista sembra riprendere quell'ispirazione ma purtroppo è un attimo quando invece deraglia su percorsi già presi e verso lidi e spiaggie affollate già viste e che danno solo quella sensazione di non avere originalità con il risultato di buttare tutto alla rinfusa con una continua galleria di situazioni abbozzate e scenari già visti e sentiti.
In questa storia in un viaggio on the road con il suocero che proprio sembra non farcela a sopportare il compagno della figlia, non sembrano esserci segnali per qualcosa che riesca davvero a mantenere ritmo e attenzione e forse il fatto che la sceneggiatura sia passata di mano in mano per ben otto anni potrebbe essere una risposta.
Perchè la posta in palio è lei, la moglie, la figlia, colei che in un messaggio video al cellulare ha fatto capire che cercherà di fare in modo di mandare avanti la gravidanza.
State of emergency dove mano a mano che procediamo dobbiamo cercare di mettere da parte i buoni sentimenti e pensare solo ad andare avanti essendo più egoisti che mai perchè solo in questo modo si può sopravvivere.
E'sempre così. La regressione sembra essere l'unica condizione che spinge uomini e donne ad azioni crudeli e folli in questo caso mettendo a dura prova la psiche in fondo salvifica di Will a differenza di Tom, interpretato da un sempre bravo Forest Whitaker, che non regala niente a nessuno per via del suo passato militare e la sua abilità a premere il grilletto prima di aspettare la risposta.
Eppure proprio la regressione che negli ultimi anni ha aperto scenari come quelli distopici, ma nemmeno poi molto di Anarchia-La notte del giudizio o nei fumetti con la saga fantastica e iper violenta di Crossed. Peccato con l'aggiunta di qualche sbadiglio.

venerdì 12 ottobre 2018

Domestics


Titolo: Domestics
Regia: Mike P. Nelson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un terrificante mondo post apocalittico abitato da violente gang divise in fazioni, Nina e Mike viaggiano attraverso il paese, desolato e senza legge, in cerca di salvezza. Dopo il cataclisma pochi sono sopravvissuti, le città sono state abbandonate e i gruppi di superstiti si sono organizzati in bande in lotta tra loro. Ogni fazione rappresenta una specie di "incubo americano" e i loro membri non si fermano davanti a nulla, con il predominio come unico obiettivo. Restare vivi non sarà facile.

Domestics è un curioso wtf sulla regressione del genere post-apocalittico nonchè survival on the road con un nutrito mix di film in parte ampiamente scopiazzati.
Il risultato però non è nocivo come il gas che sparano a profusione gli aerei del governo sulla civiltà all'inizio del film.
Lo sono forse tutte le gang diverse e con l'unico scopo di uccidere e fottere, una via di mezzo tra i bifolchi trasformati in Crossed e l'universo di Miller in chiave nichilista dove la donna serve solo come suppelletto. Forse a tal proposito una delle scene più belle è proprio quella nella casa anzi nell'arena dove marito e moglie, entrambi ex, devono uccidersi a vicenda con le pistole attaccate con tanto di trapano alle mani.
Un horror d'azione dove nell'apocalittica ricerca di una salvezza dove anche qui la voce fuori campo, un dj, ci aiuta e narra cosa è successo raccontando le nefandezze di questa Sodoma ma anche la strada da percorrere per trovare la salvezza.
La profonda amarezza di The Domestics è che ci si aspettava "qualcosa" mentre invece la storia procede spedita sì ma anche inflazionata dalle scene telefonate e dalla prevedibilità dei colpi di scena. Un enorme calderone del già visto con tanti accessori notevoli e affascinanti ma che alla fine non riescono nemmeno a farti venire quella sensazione come di essersi beccati in pieno da un cazzotto nello stomaco. Qui il colpo punta sotto la cintura e come si sà non si guadagna nessun punto.
Alla fine il film di Nelson è un'operazione che si affida in maniera genuina ad un'estetica di genere, con una violenza presente ma mai estrema e gratuita con una solida componente action che, soprattutto nel rocambolesco finale, si rivela accattivante e in grado di regalare le giuste dosi, ma che non appagano mai, di quell'adrenalina che necessitano i fan del genere.

Cord


Titolo: Cord
Regia: Pablo Gonzales
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

In un mondo post -apocalittico, dove l'inverno non ha mai fine, alcuni superstiti della razza umana vivono sottoterra. A causa delle insalubri condizioni dell'ambiente in cui vivono, il contatto sessuale è diventato pericoloso. La masturbazione è quindi divenuta l'unica esperienza sessuale possibile grazie al perfezionamento di una serie di dispositivi low-tech creati appositamente a questo scopo. In questa desolante realtà, Czuperski (uno dei commercianti di questi dispositivi) e Tania (una sesso dipendente) fanno un patto: lei gli permetterà di sperimentare nuovi dispositivi sul suo corpo in cambio del piacere. Ben presto però, il loro rapporto finirà fuori dal loro controllo.

Sci-fi. Un'unica location. Tre attori. Idee. Stop
L'esordio di Gonzalez è un fantahorror post-apocalittico (sotto genere predominante negli ultimi anni nel cinema di genere anche solo per aver lanciato la possibilità di rinchiudere persone in location isolate dove al di fuori c'è qualcosa che uccide e questa semplice idea ha prodotto migliaia di pellicole spesso e volentieri grazie a budget miseri)
Dovendo dare a Gibson ciò che è di Gibson, qui ritroviamo molti elementi già scandagliati e usati a dovere che rientrano in quella fornace dove sono i dispositivi low-tech a fare da padroni e gli umani sono schiavi della realtà virtuale (scenario che in parte stiamo andando a concretizzare)
L'alienazione, vivere in spazi claustrofobici, il sesso come esperienza virtuale, l'accoppiamento come baratto, il sacrificio, la trasformazione, ci sono ovviamente tutta una serie di elementi squisitamente utilizzati e scandagliati da registi più famosi come Cronmberg e Tsukamoto ma qui il regista utilizza proprio e insisite su questo elemento quello della cavia e le apparecchiature utilizzate con cavi e liquidi che fuoriescono dalla pelle e dalla materia e dove soprattutto si sviluppa un'inquietante rapporto ossessivo tra vittima e carnefice.
Con l'accomunante che come per STRANGE DAYS dava prova che ormai l'umanità per provare esperienze che l'appaghino cerca sempre di più qualcosa di estremo dove diventiamo proprio cavie di qualcosa a cui ci sottoponiamo e che prende il sopravvento su e dentro di noi.
Qui è di nuovo il sesso alla base dove non resta che farsi aiutare da cavi elettrici tatuati nel corpo, strumenti freddi e impersonali (ma efficaci) con cui titillare le zone del cervello responsabili del piacere orgasmico. Mi ha ricordato anche se con intenti del tutto diversi I.K.U e tante altre cose. Drammatico, violento, la ricerca di toccare confini estremamente pericolosi porterà vittima e carnefice ad un epilogo che andrà e sarà del tutto fuori controllo.



giovedì 13 settembre 2018

Black Moon


Titolo: Black Moon
Regia: Louis Malle
Anno: 1975
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Alla guida della sua auto, Lily investe un tasso, resta coinvolta in una guerra tra eserciti di sessi opposti, avvista un unicorno e giunge a una fattoria. Qui incontra una vecchia signora forse moribonda, convinta che le sue esperienze siano frutto dell'immaginazione. Con qualche difficoltà, si integrerà nella strana vita della casa.

Capita spesso che i più grandi registi facciano delle incursioni in quello che potrebbe essere definito una sorta di trip, un sogno allucinato, un'esperienza onirica, un viaggio nel paese delle meraviglie.
Black Moon dalla sua ha alcune analogie con due capolavori assoluti che sono CHE di Polanski, uscito nel '72, e la CITTA'DELLE DONNE del'80 di Fellini.
Il background è assurdo quanto molto interessante per creare gli intenti che l'opera ricerca nei suoi continui rimandi filosofici e psicologici.
Una guerra tra i sessi dove a farne le spese sono in particolar modo le donne, prese e fucilate tutte in fila come nella peggiore delle esecuzioni che si possa immaginare.
Il perchè ci è sconosciuto ma Malle porta subito Lily in questa villa abbandonata dal tempo, con un unicorno parlante, la natura che vive, un gatto che suona il pianoforte, bambini nudi che corrono dietro ad un maiale enorme e un bicchiere di latte sempre pieno nel salone di casa.
Demolito dalla critica il film del noto autore in realtà ha dei meriti singolari e si spinge attraverso una metafora politica su un'amara e personalissima allegoria di come pensiamo di essere visti all'interno di una comunità quando scopriamo di non essere al centro dell'attenzione e che spesso e volentieri le parole non hanno alcun significato ma le azioni e i gesti hanno una grossa importanza.
Quando l'unicorno sentenzia a Lily di essere cattiva perchè ha strappato dei fiori che altro non erano che dei bambini, la stessa risponde all'unicorno dicendogli che lui deve cibarsi proprio degli stessi.
Tra psicoanalisi, sogno e realtà, visioni oniriche di cosa in realtà si crede e cosa no e una vecchia malata che deve essere allattata dalle proprie figlie o presunte tali.
Un film che seppur non perfetto è affascianante sotto il piano visivo ed estetico fotografato spendidamente e in grado di riassumere nella sua durata e nel fatto che tutto il film a parte i primi dieci minuti è ambientato nella villa, una satira sociopolitica forte e suggestiva dove i richiami all'opera di Carrol sono evidenti ma non così importanti, mentre invece lo sono a tutti quegli elementi legati all'esposizione enigmatica dei fatti che si prestano a varie letture psicoanalitiche ma soprattutto metaforiche per una favola senza morale, un incubo tutto sommato tranquillo, finchè si rimane nell'aura magica della villa e non si pensa che là fuori il mondo ha raggiunto ormai la fine.



giovedì 30 agosto 2018

Rakka


Titolo: Rakka
Regia: Neil Blomkamp
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

In un futuro distopico, gli alieni invadono la terra e si impongono sulla popolazione terrestre nel tentativo di controllarne le menti e ribaltare l’equilibrio del pianeta. Un gruppo di ribelli combatte l’invasione

Blomkamp dovrebbe continuare a fare di testa sua magari con studious e major pronti a dargli soldi a palate qualora servissero. L'idea dopo RAKKA continua a farsi spazio come di un artista sottovalutato con un talento enorme nel creare mostri e scenari post apocalittici.
Rakka è divino. C'è il massacro, la sopravvivenza, una nuova razza che sembra provenire dall'orrore cosmico e dalle pagine dei fumetti di Slaine, tanto sangue, assenza totale di ironia e il genere umano che si merita l'estinzione.
Il regista ha confermato che la Oats Studios - Volume 1 sarà composta da tre corti in totale, tutti della durata di 20-25 minuti: «L'obiettivo è capire se la gente sia interessata al progetto e voglia pagare per il Volume 2 in futuro» e la risposta mi pare abbastanza ovvia dopo i trascurabili Chappie

Tra i tanti meriti bisogna annoverare quello di essere in grado di aver creato un universo alternativo funzionante e funzionale oltre che affascinate e di riuscire ad instillare negli spettatori la voglia di volerne sapere di più sperando in un continuum tra le storie che porti magari ad un'altra opera come DISTRICT 9.

A quiet place


Titolo: A quiet place
Regia: John Krasinski
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Gli Abbott e i loro tre figli camminano scalzi dentro un supermercato abbandonato e lungo la via del ritorno a casa, lontano dalla città. Sono rimasti in pochi nella loro zona e devono stare attenti a non fare alcun rumore, o le terribili creature che hanno invaso il nostro pianeta li individueranno in un attimo e per loro sarà la fine. Per 472 giorni, gli Abbott sopravvivono, sfruttando il linguaggio dei segni che conoscono bene, perché la figlia maggiore è sordomuta. Ma un altro figlio è in arrivo e non fare rumore diventa sempre più difficile.
John Krasinski torna a raccontare una storia di famiglia, scegliendo però un genere completamente diverso.

A quiet place è un horror post apocalittico di quelli belli forti.
Un'atmosfera incredibile che riesce a dare e mantenere per quasi tutta la pellicola una tensione sempre in crescendo contando che il film dalla sua ha dei brevissimi dialoghi. Un film che nella sofferenza dei protagonisti e negli sforzi per sopravvivere pone le sue basi, il suo stadio binario prima che il nucleo familiare trovi un luogo in cui nascondersi.
Dal secondo atto diventa un home invasion senza lesinare però il peso drammatico anzi accentuandolo come la scena con la nascita del bambino davvero carica di pathos.
Le creature poi sono potenti e incazzate e il climax finale regge bene riuscendo a regalare qualche piccolo colpo di scena.
Un film mai scomposto ma che affina piano piano i suoi intenti per regalare alcune piacevoli sorprese assieme all'incidente scatenante duro e secco e forse un po telefonato.
Ottima la prova del giovane regista che si afferma come un grande conoscitore del sonoro e di come sfruttarlo e impiegarlo al meglio contando che tutto il film è bilanciato su questa sorta di sfida di riuscire a tenere alta l'attenzione per tutta la durata senza quasi dialoghi.
Interessante poi la metafora di fondo. La nostra società è così tanto caotica e rumorosa che deve arrivare qualcosa di esterno a porre rimedio a questo inferno senza fine.