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giovedì 11 aprile 2019

Bird Box



Titolo: Bird Box
Regia: Susanne Bier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Malorie, incinta al nono mese, è tra i pochi sopravvissuti a una serie di suicidi di massa che ha decimato la popolazione mondiale. Barricata in una casa insieme ad altre persone, la donna cerca di elaborare una strategia per sopravvivere in un mondo in cui basta tenere gli occhi aperti per morire. Una madre deve portare in salvo i suoi due bambini. Lo deve fare sapendo di non poter contare sulla vista, lo deve fare bendata. Anche i suoi bambini sono bendati ("Se ti levi la benda, muori. Se guardi, muori. Hai capito?"). Insieme, questi tre individui fragilissimi e ciechi devono navigare lungo un fiume, affrontarne le rapide, penetrare un bosco, combattere a colpi di remi, mazze, cazzotti, coltelli e oggetti di fortuna contro nemici naturali e sovrannaturali. Qualcos'altro? Volendo, sì. Anche se il cuore del film è tutto qui.

Negli ultimi anni il sotto genere post apocalittico è stato molto prolifico. Per gli ultimi anni intendo almeno dal 2010 ad oggi, in cui i rumori, i suoni, tutto poteva essere usato come deterrente, una reale minaccia e uccidere nel peggiore dei modi. In questo caso un virus che passa attraverso uno sguardo non è così banale come idea, come insegnava Palahniuk in Ninna Nanna, tutto può spaventare e far riflettere in fondo.
Susanne Bier, una regista che mi piace molto e di cui ho recensito diversi film, si ritrova anche lei a fare i conti con un sotto genere che diciamolo pure sta andando molto di moda ed è profetico per cercare soluzioni narrative originali. Grazie a Netflix esce Bird Box un film sicuramente non brutto, recitato bene, non amo la Bullock, che dura forse troppo scegliendo il lungo quando il materiale poteva portare anche ad una mini serie, altro espediente che negli ultimi anni va parecchio in voga.
La metafora, che non avendo letto il romanzo non posso sapere se è il punto focale, è interessante in un epoca ormai soppiantata dall'ego digitale. Guardare diventa impossibile. Questo elemento azzera i nostri ultimi processi di relazionarsi e di mostrarsi, come in parte avveniva nel Blindness tratto dal bellissimo romanzo di Saramago, portando ad un riflessione e una metafora che nella lunga durata poteva pungere di più senza limitarsi a cercare le solite sotto storie tra personaggi nemmeno così interessanti.





lunedì 11 febbraio 2019

Isola dei cani


Titolo: Isola dei cani
Regia: Wes Anderson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Giappone, 2037. Il dodicenne Atari Kobayashi va alla ricerca del suo amato cane dopo che, per un decreto esecutivo a causa di un'influenza canina, tutti i cani di Megasaki City vengono mandati in esilio in una vasta discarica chiamata Trash Island. Atari parte da solo nel suo Junior-Turbo Prop e vola attraverso il fiume alla ricerca del suo cane da guardia, Spots. Lì, con l'aiuto di un branco di nuovi amici a quattro zampe, inizia un percorso finalizzato alla loro liberazione.

Ormai Anderson, nel bene, c'è lo siamo persi su lidi ormai molto distanti dalla normalità di partorire il cinema, creando sempre di più, un suo universo e un suo codice molto elementare seppur complesso di fare cinema.
L'isola dei cani potrebbe essere uno dei cardini finali in questa sua nobile e importante ricerca di migliorare, destrutturare e cambiare sistemi, linguaggi e tecniche visive.
Anderson, dal canto suo, è sempre più avvezzo ad un cambiamento e una rigorosità nella messa in scena che ormai e inutile stare ad elencare, la sua filmografia è chiara, riuscendo in questo film almeno, chissà se volutamente, a raccontare una delle più belle metafore che si stanno manifestando nella nostra società dove di fatto, che siano migranti, stranieri, persone etnicamente o religiosamente diverse, il punto è chiaro è la formula migliore da parte di qualsiasi governo è sempre la stessa: quella di respingere.
Perchè l'isola dei cani in fondo respinge in qualche modo la solita struttura classica di far convergere la storia o di narrarla attraverso i soliti stilemi o topoi narrativi ricorrenti.
Qui l'essenziale spesso diventa profetico per cercare di mostrare quella rigidità di sicuro molto orientale, di come parte di questo respingimento culturale diventa il motore centrale per far avvicinare due mondi, due realtà, che sembrano cercare di ritrovarsi per dialogare per la prima volta senza paure.
L'altra metafora importante e su cui Anderson da sempre impronta e impermea il suo cinema è quello della scoperta e dell’accettazione dell’identità del singolo all’interno di un gruppo sociale, elemento che come il precedente riesce a sintetizzarsi ancora meglio nella terra del Sol Levante.

Macchine mortali


Titolo: Macchine mortali
Regia: Christian Rivers
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo una guerra che ha devastato il mondo in sessanta minuti, ridefinendone addirittura la geografia, Londra è diventata una città predatrice, in movimento su enormi cingoli e armata di arpioni, che ha lasciato l'Inghilterra in cerca di prede europee. Qui vive Tom, che ha trovato diversi reperti di tecnologie militari del passato e le ha nascoste, ma non resiste a mostrarle alla bella Katherine, ignaro che anche Bevis assiste al suo segreto. Il tutto mentre Londra cattura una cittadina più piccola, dove vive Hester Shaw, che intende vendicarsi per la morte di sua madre di uno dei potenti della metropoli, Thaddeus Valentine. Il fallimento del suo attentato fa esiliare lei e Tom, costringendoli a sopravvivere tra varie città, finché non incontrano Anna Fang e il suo velivolo: il Jenny Haniver.

L'uso improprio e impacciato dei mezzi porta a risultati che deflagrano nella loro inconsistenza e inutilità. Macchine mortali è l'effettiva e ormai continua risposta di come le grandi produzioni e le major più potenti, continuino a investire su un cinema "baraccone"
Vi prego non venitemi a parlare di streampunk. Perchè quell'universo che ho ammirato nei libri non ha niente a che vedere con questa porcheria. Come a dire che i film tratti dalle opere di Alan Moore hanno a che fare con i suoi fumetti.
In questo film hanno ucciso lo spirito steampunk e il post apocalittico, ferraginoso e inconsistente, privo di qualsiasi scenario che nella nostra immaginazione possa essere realistico o che soddisfi la nostra sete di curiosità e solletichi l'appetito di grandi divoratori multimediali.
L'idea di vedere il castello errante di Howl prendere vita con alcuni suoi simili era affascinante e direi anche innovativa, per quanto le recenti tecniche cinematografiche stiano rendendo possibili mondi che non potevamo nemmeno immaginare fino a più di vent'anni fa.
Ma qui è tutto sfocato dagli intenti del film, all'impossibilità di avvicinarsi ai suoi personaggi, distanti e caratterizzati malissimo, diventando subito una storia di una banalità senza eguali e cercando in alcuni sacrificabili colpi di scena un resa ormai impossibile.
Sinceramente ha fatto peggio di quello che potessi pensare, e non avevo aspettative di nessun tipo senza aver nemmeno letto il libro o andandomi ad informare, lasciando così carta bianca, ma ho trovato alcune logiche e scene macchinose, ripetitive, con dialoghi ed espressività pari a zero come ancora una volta i milioni investiti per una porcheria simile.


domenica 9 dicembre 2018

How it ends



Titolo: How it ends
Regia: David M.Rosenthal
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo una pessima serata segnata da accese discussioni a casa dei genitori della sua fidanzata Sam a Chicago, Will si sveglia nella sua stanza d'albergo pronto a prendere il prossimo volo per Seattle sollevato di poter tornare a casa e raggiungere la sua bella in dolce attesa, ma qualcosa di strano inizia ad accadere: comunicazioni interrotte e voli cancellati in tutto il paese causano l'allarme generale costringendo lui e il padre dell'amata ad intraprendere un pericoloso viaggio attraverso l'America e l'apocalisse.

Rosenthal aveva diretto qul thriller carino che credo abbiamo visto forse io e il regista.
A Single Shot aveva una bella atmosfera e Sam Rockwell in ottima forma.Ecco a proposito dell'atmosfera in questo dramma post-apocalittico o come viene anche definito disaster-survival movie, il regista sembra riprendere quell'ispirazione ma purtroppo è un attimo quando invece deraglia su percorsi già presi e verso lidi e spiaggie affollate già viste e che danno solo quella sensazione di non avere originalità con il risultato di buttare tutto alla rinfusa con una continua galleria di situazioni abbozzate e scenari già visti e sentiti.
In questa storia in un viaggio on the road con il suocero che proprio sembra non farcela a sopportare il compagno della figlia, non sembrano esserci segnali per qualcosa che riesca davvero a mantenere ritmo e attenzione e forse il fatto che la sceneggiatura sia passata di mano in mano per ben otto anni potrebbe essere una risposta.
Perchè la posta in palio è lei, la moglie, la figlia, colei che in un messaggio video al cellulare ha fatto capire che cercherà di fare in modo di mandare avanti la gravidanza.
State of emergency dove mano a mano che procediamo dobbiamo cercare di mettere da parte i buoni sentimenti e pensare solo ad andare avanti essendo più egoisti che mai perchè solo in questo modo si può sopravvivere.
E'sempre così. La regressione sembra essere l'unica condizione che spinge uomini e donne ad azioni crudeli e folli in questo caso mettendo a dura prova la psiche in fondo salvifica di Will a differenza di Tom, interpretato da un sempre bravo Forest Whitaker, che non regala niente a nessuno per via del suo passato militare e la sua abilità a premere il grilletto prima di aspettare la risposta.
Eppure proprio la regressione che negli ultimi anni ha aperto scenari come quelli distopici, ma nemmeno poi molto di Anarchia-La notte del giudizio o nei fumetti con la saga fantastica e iper violenta di Crossed. Peccato con l'aggiunta di qualche sbadiglio.

venerdì 12 ottobre 2018

Domestics


Titolo: Domestics
Regia: Mike P. Nelson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un terrificante mondo post apocalittico abitato da violente gang divise in fazioni, Nina e Mike viaggiano attraverso il paese, desolato e senza legge, in cerca di salvezza. Dopo il cataclisma pochi sono sopravvissuti, le città sono state abbandonate e i gruppi di superstiti si sono organizzati in bande in lotta tra loro. Ogni fazione rappresenta una specie di "incubo americano" e i loro membri non si fermano davanti a nulla, con il predominio come unico obiettivo. Restare vivi non sarà facile.

Domestics è un curioso wtf sulla regressione del genere post-apocalittico nonchè survival on the road con un nutrito mix di film in parte ampiamente scopiazzati.
Il risultato però non è nocivo come il gas che sparano a profusione gli aerei del governo sulla civiltà all'inizio del film.
Lo sono forse tutte le gang diverse e con l'unico scopo di uccidere e fottere, una via di mezzo tra i bifolchi trasformati in Crossed e l'universo di Miller in chiave nichilista dove la donna serve solo come suppelletto. Forse a tal proposito una delle scene più belle è proprio quella nella casa anzi nell'arena dove marito e moglie, entrambi ex, devono uccidersi a vicenda con le pistole attaccate con tanto di trapano alle mani.
Un horror d'azione dove nell'apocalittica ricerca di una salvezza dove anche qui la voce fuori campo, un dj, ci aiuta e narra cosa è successo raccontando le nefandezze di questa Sodoma ma anche la strada da percorrere per trovare la salvezza.
La profonda amarezza di The Domestics è che ci si aspettava "qualcosa" mentre invece la storia procede spedita sì ma anche inflazionata dalle scene telefonate e dalla prevedibilità dei colpi di scena. Un enorme calderone del già visto con tanti accessori notevoli e affascinanti ma che alla fine non riescono nemmeno a farti venire quella sensazione come di essersi beccati in pieno da un cazzotto nello stomaco. Qui il colpo punta sotto la cintura e come si sà non si guadagna nessun punto.
Alla fine il film di Nelson è un'operazione che si affida in maniera genuina ad un'estetica di genere, con una violenza presente ma mai estrema e gratuita con una solida componente action che, soprattutto nel rocambolesco finale, si rivela accattivante e in grado di regalare le giuste dosi, ma che non appagano mai, di quell'adrenalina che necessitano i fan del genere.

Cord


Titolo: Cord
Regia: Pablo Gonzales
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

In un mondo post -apocalittico, dove l'inverno non ha mai fine, alcuni superstiti della razza umana vivono sottoterra. A causa delle insalubri condizioni dell'ambiente in cui vivono, il contatto sessuale è diventato pericoloso. La masturbazione è quindi divenuta l'unica esperienza sessuale possibile grazie al perfezionamento di una serie di dispositivi low-tech creati appositamente a questo scopo. In questa desolante realtà, Czuperski (uno dei commercianti di questi dispositivi) e Tania (una sesso dipendente) fanno un patto: lei gli permetterà di sperimentare nuovi dispositivi sul suo corpo in cambio del piacere. Ben presto però, il loro rapporto finirà fuori dal loro controllo.

Sci-fi. Un'unica location. Tre attori. Idee. Stop
L'esordio di Gonzalez è un fantahorror post-apocalittico (sotto genere predominante negli ultimi anni nel cinema di genere anche solo per aver lanciato la possibilità di rinchiudere persone in location isolate dove al di fuori c'è qualcosa che uccide e questa semplice idea ha prodotto migliaia di pellicole spesso e volentieri grazie a budget miseri)
Dovendo dare a Gibson ciò che è di Gibson, qui ritroviamo molti elementi già scandagliati e usati a dovere che rientrano in quella fornace dove sono i dispositivi low-tech a fare da padroni e gli umani sono schiavi della realtà virtuale (scenario che in parte stiamo andando a concretizzare)
L'alienazione, vivere in spazi claustrofobici, il sesso come esperienza virtuale, l'accoppiamento come baratto, il sacrificio, la trasformazione, ci sono ovviamente tutta una serie di elementi squisitamente utilizzati e scandagliati da registi più famosi come Cronmberg e Tsukamoto ma qui il regista utilizza proprio e insisite su questo elemento quello della cavia e le apparecchiature utilizzate con cavi e liquidi che fuoriescono dalla pelle e dalla materia e dove soprattutto si sviluppa un'inquietante rapporto ossessivo tra vittima e carnefice.
Con l'accomunante che come per STRANGE DAYS dava prova che ormai l'umanità per provare esperienze che l'appaghino cerca sempre di più qualcosa di estremo dove diventiamo proprio cavie di qualcosa a cui ci sottoponiamo e che prende il sopravvento su e dentro di noi.
Qui è di nuovo il sesso alla base dove non resta che farsi aiutare da cavi elettrici tatuati nel corpo, strumenti freddi e impersonali (ma efficaci) con cui titillare le zone del cervello responsabili del piacere orgasmico. Mi ha ricordato anche se con intenti del tutto diversi I.K.U e tante altre cose. Drammatico, violento, la ricerca di toccare confini estremamente pericolosi porterà vittima e carnefice ad un epilogo che andrà e sarà del tutto fuori controllo.



giovedì 13 settembre 2018

Black Moon


Titolo: Black Moon
Regia: Louis Malle
Anno: 1975
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Alla guida della sua auto, Lily investe un tasso, resta coinvolta in una guerra tra eserciti di sessi opposti, avvista un unicorno e giunge a una fattoria. Qui incontra una vecchia signora forse moribonda, convinta che le sue esperienze siano frutto dell'immaginazione. Con qualche difficoltà, si integrerà nella strana vita della casa.

Capita spesso che i più grandi registi facciano delle incursioni in quello che potrebbe essere definito una sorta di trip, un sogno allucinato, un'esperienza onirica, un viaggio nel paese delle meraviglie.
Black Moon dalla sua ha alcune analogie con due capolavori assoluti che sono CHE di Polanski, uscito nel '72, e la CITTA'DELLE DONNE del'80 di Fellini.
Il background è assurdo quanto molto interessante per creare gli intenti che l'opera ricerca nei suoi continui rimandi filosofici e psicologici.
Una guerra tra i sessi dove a farne le spese sono in particolar modo le donne, prese e fucilate tutte in fila come nella peggiore delle esecuzioni che si possa immaginare.
Il perchè ci è sconosciuto ma Malle porta subito Lily in questa villa abbandonata dal tempo, con un unicorno parlante, la natura che vive, un gatto che suona il pianoforte, bambini nudi che corrono dietro ad un maiale enorme e un bicchiere di latte sempre pieno nel salone di casa.
Demolito dalla critica il film del noto autore in realtà ha dei meriti singolari e si spinge attraverso una metafora politica su un'amara e personalissima allegoria di come pensiamo di essere visti all'interno di una comunità quando scopriamo di non essere al centro dell'attenzione e che spesso e volentieri le parole non hanno alcun significato ma le azioni e i gesti hanno una grossa importanza.
Quando l'unicorno sentenzia a Lily di essere cattiva perchè ha strappato dei fiori che altro non erano che dei bambini, la stessa risponde all'unicorno dicendogli che lui deve cibarsi proprio degli stessi.
Tra psicoanalisi, sogno e realtà, visioni oniriche di cosa in realtà si crede e cosa no e una vecchia malata che deve essere allattata dalle proprie figlie o presunte tali.
Un film che seppur non perfetto è affascianante sotto il piano visivo ed estetico fotografato spendidamente e in grado di riassumere nella sua durata e nel fatto che tutto il film a parte i primi dieci minuti è ambientato nella villa, una satira sociopolitica forte e suggestiva dove i richiami all'opera di Carrol sono evidenti ma non così importanti, mentre invece lo sono a tutti quegli elementi legati all'esposizione enigmatica dei fatti che si prestano a varie letture psicoanalitiche ma soprattutto metaforiche per una favola senza morale, un incubo tutto sommato tranquillo, finchè si rimane nell'aura magica della villa e non si pensa che là fuori il mondo ha raggiunto ormai la fine.



giovedì 30 agosto 2018

Rakka


Titolo: Rakka
Regia: Neil Blomkamp
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

In un futuro distopico, gli alieni invadono la terra e si impongono sulla popolazione terrestre nel tentativo di controllarne le menti e ribaltare l’equilibrio del pianeta. Un gruppo di ribelli combatte l’invasione

Blomkamp dovrebbe continuare a fare di testa sua magari con studious e major pronti a dargli soldi a palate qualora servissero. L'idea dopo RAKKA continua a farsi spazio come di un artista sottovalutato con un talento enorme nel creare mostri e scenari post apocalittici.
Rakka è divino. C'è il massacro, la sopravvivenza, una nuova razza che sembra provenire dall'orrore cosmico e dalle pagine dei fumetti di Slaine, tanto sangue, assenza totale di ironia e il genere umano che si merita l'estinzione.
Il regista ha confermato che la Oats Studios - Volume 1 sarà composta da tre corti in totale, tutti della durata di 20-25 minuti: «L'obiettivo è capire se la gente sia interessata al progetto e voglia pagare per il Volume 2 in futuro» e la risposta mi pare abbastanza ovvia dopo i trascurabili Chappie

Tra i tanti meriti bisogna annoverare quello di essere in grado di aver creato un universo alternativo funzionante e funzionale oltre che affascinate e di riuscire ad instillare negli spettatori la voglia di volerne sapere di più sperando in un continuum tra le storie che porti magari ad un'altra opera come DISTRICT 9.

A quiet place


Titolo: A quiet place
Regia: John Krasinski
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Gli Abbott e i loro tre figli camminano scalzi dentro un supermercato abbandonato e lungo la via del ritorno a casa, lontano dalla città. Sono rimasti in pochi nella loro zona e devono stare attenti a non fare alcun rumore, o le terribili creature che hanno invaso il nostro pianeta li individueranno in un attimo e per loro sarà la fine. Per 472 giorni, gli Abbott sopravvivono, sfruttando il linguaggio dei segni che conoscono bene, perché la figlia maggiore è sordomuta. Ma un altro figlio è in arrivo e non fare rumore diventa sempre più difficile.
John Krasinski torna a raccontare una storia di famiglia, scegliendo però un genere completamente diverso.

A quiet place è un horror post apocalittico di quelli belli forti.
Un'atmosfera incredibile che riesce a dare e mantenere per quasi tutta la pellicola una tensione sempre in crescendo contando che il film dalla sua ha dei brevissimi dialoghi. Un film che nella sofferenza dei protagonisti e negli sforzi per sopravvivere pone le sue basi, il suo stadio binario prima che il nucleo familiare trovi un luogo in cui nascondersi.
Dal secondo atto diventa un home invasion senza lesinare però il peso drammatico anzi accentuandolo come la scena con la nascita del bambino davvero carica di pathos.
Le creature poi sono potenti e incazzate e il climax finale regge bene riuscendo a regalare qualche piccolo colpo di scena.
Un film mai scomposto ma che affina piano piano i suoi intenti per regalare alcune piacevoli sorprese assieme all'incidente scatenante duro e secco e forse un po telefonato.
Ottima la prova del giovane regista che si afferma come un grande conoscitore del sonoro e di come sfruttarlo e impiegarlo al meglio contando che tutto il film è bilanciato su questa sorta di sfida di riuscire a tenere alta l'attenzione per tutta la durata senza quasi dialoghi.
Interessante poi la metafora di fondo. La nostra società è così tanto caotica e rumorosa che deve arrivare qualcosa di esterno a porre rimedio a questo inferno senza fine.


Dead within


Titolo: Dead within
Regia: Ben Wagner
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kim e Mike viaggiano in auto con la loro figlioletta e il cane per raggiungere la baita di montagna di una coppia di amici. Ignari del destino a cui andranno incontro, si ritrovano presto come unici sopravvissuti di una misteriosa pandemia che rende il mondo esterno alla residenza un inferno popolato di assalitori famelici. Rimasta sola nella baita, Kim sarà tormentata da immagini di morti e della vita che ha conosciuto e che non tornerà mai come prima, confondendo il reale con la fantasia.

Dead within dovrebbe seguire il filone post apocalittico in uno scenario home invasion o meglio home asserragliato. Con alcuni flash back nel montaggio abbastanza disastrosi, purtroppo Wagner non sembra azzeccarne una nella pellicola. Non vediamo mai un infetto, ci saranno a questo punto, (sorge spotanea la domanda o i limiti di budget hanno portato ad una soluzione drastica) potrebbe essere una delle domande o degli elementi che cercano di spiazzare lo spettatore fino in fondo.
Il risultato è una non spiegazione dove tutto vacilla dalla recitazione a volte in parte a volte sopra le righe, un ritmo che diventa particolarmente noioso o meglio giocato quasi sempre sullo stesso gap e sull'alternarsi delle abitudini di Kim.
Psiche, dinamiche di coppia, isteria collettiva, allucinazioni miste.
Wagner sembra rincorrere un po tutti gli elementi alla disperata e quello che ne esce si fa fatica a digerirlo senza fare il conto con il climax finale in cui Mike perde la testa e quell'arrossamento degli occhi poteva forse comunicare qualcosa quando invece il film sceglie la carta più telefonata e prevedibile possibile.

mercoledì 9 maggio 2018

Nova Seed


Titolo: Nova Seed
Regia: Nick DiLiberto
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Il mondo è minacciato dal diabolico dottor Mindskull e le forze di potere pianificano di fargli affrontare un feroce campione. Strappato da una sanguinosa arena di combattimento, l’uomo-leone Nac viene ammanettato e messo al servizio di chi governa. Dopo essere stato condotto in un deserto, Nac fugge ai suoi rapitori con il premio che tutti vorrebbero nelle loro mani. Nel frattempo, uno spietato cacciatore di taglie si mette sulle tracce di Nac, senza dargli tregua.

Nova Seed è un indie d'animazione alternativo e particolare.
Un film low-budget che ho avuto la possibilità di visionare grazie al sito Film per Evolvere (dateci un'occhiata è il vero paradiso dei nerd del cinema).
Il film ha qualcosa che non vedevo da tempo.
Una chimica nello sperimentare formule, personaggi grazie anche ad un montaggio fantastico e delle musiche indimenticabili. Tante le ispirazioni da Laloux a Jo Beom-jin, Luc Besson con il Quinto Elemento in particolare tantissimi altri film non si contano davvero in tutto il film.
In Nova Seed convivono e convergono un sacco di mondi e pianeti incastrandosi perfettamente e allineandosi mostrando così una galleria di personaggi e creature ammirevole.
L'animazione non è in c.g e non è delle più recenti ma ancora una volta risponde alla domanda che quando la storia è buona puoi mettere anche un'animazione posticcia e antiquata come avevano fatto all'inizio quei geni di South Park che tanto non andrai a rovinare nulla e la macchina continuerà a funzionare.


martedì 20 febbraio 2018

Cloverfield Paradox


Titolo: Cloverfield Paradox
Regia: Julius Onah
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un team internazionale di astronauti, cercando di risolvere una disperata crisi energetica in atto sulla Terra, tenta un esperimento che si spinge ben oltre i confini. Il terrificante e contorto risultato diventerà una minaccia per le loro vite.

Forse le trilogie stanno davvero esagerando nel cercare a tutti i costi di trovare frammenti anche sconclusionati per cercare di riassumere la propria politica in tre film totalmente differenti e distanti anni luce sotto il profilo della continuità.
Cloverfield Paradox proprio come 10 Cloverfield Lane sembra di nuovo stravolgere i piani narrativi. Un primo capitolo in città con incursione del mostro, una sorta di home invasion che sembra indurci ad aver paura di ciò che sta fuori e infine questo film tutto virato sulla fantascienza con l'immancabile mostro finale che potrebbe far pensare ad un ennesimo sequel.
Apocalisse o post-apocalisse, scenario distopico, sci-fi. Tutto sembra convergere in questa diversissima trilogia di film in cui è forse proprio il primo ad essere allo stesso tempo originale per quanto fosse una specie di found footage (filone che negli ultimi anni ha esagerato con prodotti spesso e volentieri amatoriali).
A parte quindi la parola Paradox il film poteva essere uno dei soliti film sul genere capitanati da Netflix come a proliferare con il viral marketing in un'opera derivativa che esagera troppo nel finale senza riuscire a trovare quel climax avvincente e funzionale alla narrazione (il mostro sì c'è ma non basta perchè dobbiamo rosicare fino al prossimo capitolo).






mercoledì 31 gennaio 2018

Black Mirror


Titolo: Black Mirror-Season 4
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 4
Episodi: 6
Giudizio: 3/5

Spesso le serie televisive quando durano troppo rischiano di diventare meno accattivanti.
Black Mirror, serie distopica per chi non lo sapesse, riesce nonostante alcuni alti e bassi (in realtà molto più bassi che alti rispetto alle precedenti stagioni) a chiudere portando a casa secondo me almeno due episodi che lasciano il segno.
La serie che anticipa storie di fantascienza, ma di una realtà possibile e molto più vicina di quanto possiamo immaginare, continua se non altro ad avere tanti stimoli nuovi e conturbanti per quanto concerne l'universo tecnologico e alcuni strumenti che stanno arrivando e altri che sembrano usciti dalla fantascienza quando in realtà non sono poi così distanti.
A guardarla Black Mirror può apparire assurda ma alimenta e crea un pessimismo cosmico in cui la solitudine, i rapporti fluidi, l'alienazione e infine il cercare di diventare sempre più simili agli accessori che possediamo si sta rivelando niente affatto distopico.
Alcuni episodi fanno male e tanto.
Il perchè è semplice. Psicologicamente e umanamente ci stanno facendo dimenticare i legami sociali che sono alla base della sopravvivenza, senza di essi l'essere umano muore e scompare.
E' così Pleamons il capitano che controlla e decide "virtualmente "sulla vita e le sorti del suo equipaggio, la madre di Arkangel che tiene sotto controllo la figlia con una tecnica digitale rivoluzionaria per arrivare poi a Crocodile, l'episodio più crudo ma non il più bello girato da un signor regista come John Hillcoat sembrano tutti comunicarci come i rischi non siano poi così distanti.
Per qualche strano motivo l'episodio che ho amato di più è certo uno dei più distopici ma allo stesso tempo il più romantico con un happy ending (che sembra uno scherzo in una serie come questa).
Hang the Dj è alle alle prese con una rivoluzionaria dating app dalle regole molto rigide, che sceglie lei il partner e il tempo da dedicare a quest'ultimo/a. Un episodio ironico e romantico con una riflessione importante su cosa voglia dire mettersi alla ricerca dell'anima gemella oggi.


sabato 9 dicembre 2017

Worthy

Titolo: Worthy
Regia: Ali F.Mostafa
Anno: 2016
Paese: Emirati Arabi Uniti
Giudizio: 3/5

In un futuro distopico, un camionista raccoglie un autostoppista che, con il volto segnato dall'angoscia, lo invita a guardarsi bene dalle Bandiere nere prima di allontanarsi. Il conducente è Shuaib, un uomo che vive in un magazzino con i figli e con un piccolo gruppo di sopravvissuti in cerca di rifugio con l'unica fonte d'acqua pulita rimasta in zona. Quando due sconosciuti si infiltrano nel composto, Shuaib e gli altri diventano le pedine di un brutale test per la sopravvivenza, in cui solo uno di loro può essere scelto come "degno" e continuare a vivere.

La novià più interessante non è il sotto genere post-apocalittico ma la provenienza ovvero gli Emirati Arabi e quindi geopoliticamente il Medio Oriente con uno sguardo verso l'horror che negli ultimi anni sta producendo diverse pellicole con risultati abbastanza altalenanti.
The Worthy è uno di questi. Altalenante.
Mostafa predilige le regole più comuni del sotto genere con un low-budget dove tutto è concentrato in un'unica location e dove solo nella scena iniziale vediamo una strada e ascoltiamo il racconto del pater familias.
C'è una comunità di sopravvissuti, tutto è basato sulla paura e sulla sopravvivenza e fuori c'è un epidemia dal momento che e "Bandiere Nere" hanno avvelenato l'acqua.
Ovviamente la storia comincia ad ingranare quando arrivano gli ultimi sopravvissuti...
Al di là del reparto tecnico che cerca di mettercela tutta con una buona messa in scena e una fotografia funzionale, il cast cerca di fare il possibile dando delle interrpetazioni dignitose con alcuni alti e bassi e con fuoriclasse come Ali Sulliman anche qui dopo ZINZANA in una ruolo ad hoc per lui.
Il film secondo me perde parte dell'atmosfera e dei toni da thriller quando esagera nel voler diventare una sorta di mattanza con il solito pazzo che decide di mettere a ferro e fuoco il resto dei sopravvissuti. Ci sono ovviamente i retroscena legati tra le faide dei vari componenti interni e quando viene a mancare il leader tutto diventa confuso e con diatribe che aspettavano solo di venir accese.
In più la grande metafora su come queste non meglio precisate "Bandiere Nere" potrebbero essere una sorta di Isis che dove passa lascia miseria e morte, se così è stata voluta è un po troppo abbozzata senza risultare graffiante come avrebbe voluto.

Un film che soprattutto in termini di scrittura avrebbe potuto osare molto di più ma rimane comunque una novità sul tema da parte di una regione del mondo che non è proprio avvezza al genere.

domenica 4 giugno 2017

Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


domenica 28 maggio 2017

Guardians

Titolo: Guardians
Regia: Sarik Andreasyan
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Durante la guerra fredda, un'organizzazione chiamata "Patriot" ha creato una super-squadra di eroi che includevano membri di diverse repubbliche sovietiche. Per anni questi eroi hanno dovuto nascondere le loro identità, ma con l'avvento di tempi difficili ora devono uscire allo scoperto. Questi eroi sono un uomo che può manipolare la pietra, un uomo capace di mutarsi in orso, una donna che ha la capacità di manipolare e trasformare l'acqua e un teleporta massicciamente armato.

Un vero compendio del trash. Così si potrebbe riassumere il kolossal russo copia e incolla di tante nefandezze cinematografiche americane. Il film povero sui supereroi che arriva dalla grande madre Russia. Che roba strana questo Guardians. Prima di tutto perchè nel suo essere così action, tamarro, banale, fatto male, con una post-produzione in fretta e furia con le briciole che rimanevano del budget.
Comunque alla fine di tutto il film preso per quello che è non è male. Ci troviamo di fronte ad un prodotto di evasione con l'unico scopo di intrattenere e cercare di resuscitare qualche fantasma bolscevico oltre che presentare uno dei nemici più tecnologicamente inadeguati della storia del cinema moderno. Sembra un mix tra quel capolavoro orientale di tanti anni fa KYASHAN e un qualsiasi film di super eroi americano prodotto dalla Asylum e da qualche altra strana e sconosciuta casa di produzione di serie b o molto peggio.
Al di là di ammettere una certa difficoltà a far andar giù il russo nelle scene ironiche, Andreasyan non risparmia un certo tono politico nella pellicola e di certo non si fa mancare tante scene di combattimento provando ad azzardare rallenty e piani sequenza con risultati spesso altalenanti.
Sembra il Mortal Kombat russo per come soprattutto la tenebrosità e la caratterizzazione di alcuni protagonisti sembra rispecchiare anche dal punto di vista dei costumi una certa tendenza a creare personaggi dal taglio oscuro e in fuga dal passato.
Di certo questi Patriot non conoscono la fragilità, sembrano una nuova milizia russa post-contemporanea che sbaraglia il vecchio Kgb per far fronte ad un nuovo ordine globale.
Vediamo i cosacchi cos'altro tirano fuori.

Rimane il fatto che nonostante tanti dialoghi, alcuni davvero inutili, il film mi ha divertito.

martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


martedì 17 gennaio 2017

Tenemos la carne

Titolo: Tenemos la carne
Regia: Emiliano Rocha Minter
Anno: 2016
Paese: Messico
Giudizio: 3/5

Fratello e sorella si introducono in un edificio fatiscente. All'esterno, una non meglio precisata situazione post-apocalittica. A dispetto delle apparenze, i due non sono soli e ben presto si trovano a spartire la convivenza con un terzo personaggio, una mefistofelica presenza che li inizia a viaggio interiore all'insegna del piacere e della violenza più estremi.

We are the flash è l'opera prima del giovane regista messicano Emiliano Rocha Minter di ventisei anni. Tenemos la carne, il titolo originale, è un film potente, mistico ed "esoterico", messicano quanto cileno per alcuni aspetti sui guru e gli sciamani, e un film sull'iniziazione con una quantità di scene menzionabili impressionanti e allo stesso tempo quel tipico film che come per BASKIN aspettavi con ansia per rimanere invece solo parzialmente soddisfatto.
La prima impressione è quella di trovarsi di fronte ad un esordio che grida a Noè (il giovane regista ha sottolineato le sue aspirazioni e ambizioni e i punti di riferimento) in un film che trova nel lato estetico e nella forma i punti di forza, ma che quando deve confrontarsi con la trama, mostra tutti i suoi limiti. Proprio se avesse lavorato di più sulla storia e gli obbiettivi dei personaggi e non sui particolari anatomici e le scene di sesso tra fratello e sorella avrebbe giovato di più, concretizzando idee che qui sembrano solo espedienti per ingranare la marcia del politicamente scorretto.

Sono tanti i temi e sotto-temi presenti nel film: incesti, necrofilia, cannibalismo, violenza, orge, scenario post-apocalittico, un mentore luciferino che sembra di nuovo uscito da BASKIN, rituali di purificazioni, vittime sacrificali, il grembo materno (l'edificio come metafora di ciò che sta fuori anche qui per l'ennesima volta riconducibile a BASKIN) e prodotto fra gli altri da Yann Gonzaleze da Carlos Reygadas, con il sostegno di Alejandro G. Iñárritu. Secondo me il lavoro di Minter, da tenere comunque d'occhio d'ora in avanti, è troppo spesso un esercizio di stile sulla politica della violenza, ovvero detto in modo molto veloce, denunciare con la scusa del voler scandalizzare a tutti i costi, le atrocità del paese sfruttando l'horror e le sue caratteristiche. Un principio ormai ampiamente sfruttato nel genere che può portare anche, ma non in questo caso, ad importanti spunti di riflessione. Qui se le basi c'erano tutte e il prodotto è suggestivo e malato quanto basta se non di più...alla fine appare esagerato e plateale come una sorta di opera autoreferenziale. Il problema di questi film è che sono per gli amanti del genere fastidiosamente affascinanti proprio come BASKIN.

venerdì 23 settembre 2016

Invitation

Titolo: Invitation
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Will ed Eden un tempo si amavano. Dopo aver perso tragicamente il loro figlio, Eden è scomparsa prima di ripresentarsi due anni dopo, di punto in bianco, con un nuovo marito. Totalmente diversa da prima, Eden è stranamente cambiata e ha intenzione di riallacciare i rapporti con Will e con tutti coloro che si era lasciata alle spalle. Nel corso di una cena in una casa che una volta era sua, Will in preda ai tormenti si convince che Eden e i suoi nuovi amici hanno in mente un misterioso e terrificante piano.

Invitation è stato consacrato da molti come una piacevolissima sorpresa.
Mi spiace fare il bastian contrario, cioè la sufficienza se la merita per lo stile e l'arroganza e una messa in scena che prima del finale poteva significare qualcosa, pur vedendo il sosia di Tom Hardy che recita anche lui con la mascella. INVITATION come molti film che trattano le new-religion zoppica e vacilla dalla metà in avanti e gli esempi ultimamente ci sono come FAULTS e REBIRTH solo per fare due nomi.
Questo poi ha un finale esagerato che distrugge quel poco che riusciva a garantire.
Con un inizio di una lunghezza rara (parlo della scena in macchina e della bestia che rimane incastrata negli ingranaggi) e uno sviluppo non proprio esaltante, Kusama la regista che finora ha fatto solo film orribili, riesce grazie ad astute e consolidate tecniche di furbizia ha salvarsi in corner.
Per farla breve: amori che si rincontrano ognuno con il nuovo partner, qualcosa nel clima sembra strano, l'ex di lui sta con uno stronzo che è svitato e pure con la faccia da culo, bagno di sangue.
Sarà che devo smetterla di partire facendomi prendere dall'entusiasmo, eppure la locandina, la trama, tutto mi ha fatto esaltare particolarmente. E ci casco ogni volta.
Tutto è scontato...ma non in modo che te ne accorgi solo alla fine...è palesato tutto fin dall'inizio con la completa assenza di colpi di scena.
Voleva essere una dark-comedy, invito a cena con delitto, come cerco di portare a casa un film furbacchione e modaiolo puntando su un'unica location.
Un consiglio alla "promettente" a detta di molti regista americana: licenzia Phil Hay e Matt Manfredi, gli sceneggiatori, altrimenti ti sputtani alla grande.
Qualcuno considera poi INVITATION uno degli horror più riusciti del 2015...
Qualche ancora di salvezza il film comunque la possiede. Amando alla follia questo genere, il tipo di atmosfera, il centellinare i ritmi e dare spazio ai dialoghi curando la forma all'ennesima potenza. Continuo dicendo che gli attori sono bravi a stare antipatici e questo è bene contando che dall'inizio alla fine scommetti solo l'ordine con cui verranno uccisi.
E'un film sulla perdita, sul lutto, sulla miseria a cui ci costringiamo a credere per tenerci aggrappati a qualcosa. Un film sulla persuasione e su una visione sociale apocalittica (il finale è assurdo quanto allucinante).
Guardatelo anche se non vi piace, questo è il mio consiglio.
Vi lascio un pezzo di monologo del guru di turno che mischia new-age, scemology, qualche elemento di testimonianza di Geova, e alcuni rimandi alle peggiori religioni orientali.

Il dolore è soltanto un’opzione. Tutte le emozioni negative, la rabbia, la depressione, sono solo reazioni chimiche. Si tratta di fisica, siamo tutti in grado di espellerle dal nostro corpo e cominciare a vivere la vita che desideriamo. Noi stiamo benissimo, siamo felici. Non pensate a noi come a una di quelle sette religiose strambe, siamo solo un gruppo di persone unite, che si aiutano a vicenda. Siamo in tanti, siamo individui brillanti, molti di noi vengono da Los Angeles. La nostra è comunione, connessione. Noi trascendiamo. Vi abbiamo invitati a cena, oggi, per comunicarvi il nostro benessere, per trasmettervi i nostri stati d’animo, la serenità, la sicurezza che non ci sia niente da temere.” 

sabato 10 settembre 2016

Fuga da Los Angeles

Titolo: Fuga da Los Angeles
Regia: John Carpenter
Anno: 1996
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

2000: un terremoto ha staccato Los Angeles dalla terraferma. Il Presidente degli Stati Uniti ne è felice, per quanto amorale e criminale è la città. Ma proprio sua figlia ruba una potente arma e la consegna al boss ribelle della metropoli. Iena Plissken al recupero.

Carpenter è uno dei migliori registi in circolazione "in assoluto" per quanto concerne il cinema di genere. Solo lui poteva rinarrare le gesta di Jena conferendogli un'esagerazione e una strabordante dose di azione così funzionale, spaccona e divertente.
Tutta la storia è un concentrato di violenza, tamarraggine, trashate a gogò e dialoghi sboccati senza nessun bisogno di prendersi troppo sul serio.
E' vero poi, è questo con Carpenter bisogna sempre ricordarlo, che c'è sempre un risvolto politico, una presa di posizione, in questo caso sulla dittatura dei vari governi e su alcuni inquietanti cambiamenti come i chirurghi estetici per finire sul pessimismo cosmico di spegnere un mondo senza libertà.
Il cambiamento drastico, per un regista che del b-movie ha saputo tirarne fuori l'oro, è il budget che supera i 50 ml a differenza dei 7 del primo capitolo.
Infatti la c.g è prepotente in quasi tutte le scene e la color correction sparata a mille fa il resto.

Un divertissement non all'altezza di altri suoi film ma nemmeno con le stesse ambizioni e se paragonato alle schifezze che ci circondano rimane un gioiello.