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sabato 9 dicembre 2017

Worthy

Titolo: Worthy
Regia: Ali F.Mostafa
Anno: 2016
Paese: Emirati Arabi Uniti
Giudizio: 3/5

In un futuro distopico, un camionista raccoglie un autostoppista che, con il volto segnato dall'angoscia, lo invita a guardarsi bene dalle Bandiere nere prima di allontanarsi. Il conducente è Shuaib, un uomo che vive in un magazzino con i figli e con un piccolo gruppo di sopravvissuti in cerca di rifugio con l'unica fonte d'acqua pulita rimasta in zona. Quando due sconosciuti si infiltrano nel composto, Shuaib e gli altri diventano le pedine di un brutale test per la sopravvivenza, in cui solo uno di loro può essere scelto come "degno" e continuare a vivere.

La novià più interessante non è il sotto genere post-apocalittico ma la provenienza ovvero gli Emirati Arabi e quindi geopoliticamente il Medio Oriente con uno sguardo verso l'horror che negli ultimi anni sta producendo diverse pellicole con risultati abbastanza altalenanti.
The Worthy è uno di questi. Altalenante.
Mostafa predilige le regole più comuni del sotto genere con un low-budget dove tutto è concentrato in un'unica location e dove solo nella scena iniziale vediamo una strada e ascoltiamo il racconto del pater familias.
C'è una comunità di sopravvissuti, tutto è basato sulla paura e sulla sopravvivenza e fuori c'è un epidemia dal momento che e "Bandiere Nere" hanno avvelenato l'acqua.
Ovviamente la storia comincia ad ingranare quando arrivano gli ultimi sopravvissuti...
Al di là del reparto tecnico che cerca di mettercela tutta con una buona messa in scena e una fotografia funzionale, il cast cerca di fare il possibile dando delle interrpetazioni dignitose con alcuni alti e bassi e con fuoriclasse come Ali Sulliman anche qui dopo ZINZANA in una ruolo ad hoc per lui.
Il film secondo me perde parte dell'atmosfera e dei toni da thriller quando esagera nel voler diventare una sorta di mattanza con il solito pazzo che decide di mettere a ferro e fuoco il resto dei sopravvissuti. Ci sono ovviamente i retroscena legati tra le faide dei vari componenti interni e quando viene a mancare il leader tutto diventa confuso e con diatribe che aspettavano solo di venir accese.
In più la grande metafora su come queste non meglio precisate "Bandiere Nere" potrebbero essere una sorta di Isis che dove passa lascia miseria e morte, se così è stata voluta è un po troppo abbozzata senza risultare graffiante come avrebbe voluto.

Un film che soprattutto in termini di scrittura avrebbe potuto osare molto di più ma rimane comunque una novità sul tema da parte di una regione del mondo che non è proprio avvezza al genere.

domenica 4 giugno 2017

Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


domenica 28 maggio 2017

Guardians

Titolo: Guardians
Regia: Sarik Andreasyan
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Durante la guerra fredda, un'organizzazione chiamata "Patriot" ha creato una super-squadra di eroi che includevano membri di diverse repubbliche sovietiche. Per anni questi eroi hanno dovuto nascondere le loro identità, ma con l'avvento di tempi difficili ora devono uscire allo scoperto. Questi eroi sono un uomo che può manipolare la pietra, un uomo capace di mutarsi in orso, una donna che ha la capacità di manipolare e trasformare l'acqua e un teleporta massicciamente armato.

Un vero compendio del trash. Così si potrebbe riassumere il kolossal russo copia e incolla di tante nefandezze cinematografiche americane. Il film povero sui supereroi che arriva dalla grande madre Russia. Che roba strana questo Guardians. Prima di tutto perchè nel suo essere così action, tamarro, banale, fatto male, con una post-produzione in fretta e furia con le briciole che rimanevano del budget.
Comunque alla fine di tutto il film preso per quello che è non è male. Ci troviamo di fronte ad un prodotto di evasione con l'unico scopo di intrattenere e cercare di resuscitare qualche fantasma bolscevico oltre che presentare uno dei nemici più tecnologicamente inadeguati della storia del cinema moderno. Sembra un mix tra quel capolavoro orientale di tanti anni fa KYASHAN e un qualsiasi film di super eroi americano prodotto dalla Asylum e da qualche altra strana e sconosciuta casa di produzione di serie b o molto peggio.
Al di là di ammettere una certa difficoltà a far andar giù il russo nelle scene ironiche, Andreasyan non risparmia un certo tono politico nella pellicola e di certo non si fa mancare tante scene di combattimento provando ad azzardare rallenty e piani sequenza con risultati spesso altalenanti.
Sembra il Mortal Kombat russo per come soprattutto la tenebrosità e la caratterizzazione di alcuni protagonisti sembra rispecchiare anche dal punto di vista dei costumi una certa tendenza a creare personaggi dal taglio oscuro e in fuga dal passato.
Di certo questi Patriot non conoscono la fragilità, sembrano una nuova milizia russa post-contemporanea che sbaraglia il vecchio Kgb per far fronte ad un nuovo ordine globale.
Vediamo i cosacchi cos'altro tirano fuori.

Rimane il fatto che nonostante tanti dialoghi, alcuni davvero inutili, il film mi ha divertito.

martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


martedì 17 gennaio 2017

Tenemos la carne

Titolo: Tenemos la carne
Regia: Emiliano Rocha Minter
Anno: 2016
Paese: Messico
Giudizio: 3/5

Fratello e sorella si introducono in un edificio fatiscente. All'esterno, una non meglio precisata situazione post-apocalittica. A dispetto delle apparenze, i due non sono soli e ben presto si trovano a spartire la convivenza con un terzo personaggio, una mefistofelica presenza che li inizia a viaggio interiore all'insegna del piacere e della violenza più estremi.

We are the flash è l'opera prima del giovane regista messicano Emiliano Rocha Minter di ventisei anni. Tenemos la carne, il titolo originale, è un film potente, mistico ed "esoterico", messicano quanto cileno per alcuni aspetti sui guru e gli sciamani, e un film sull'iniziazione con una quantità di scene menzionabili impressionanti e allo stesso tempo quel tipico film che come per BASKIN aspettavi con ansia per rimanere invece solo parzialmente soddisfatto.
La prima impressione è quella di trovarsi di fronte ad un esordio che grida a Noè (il giovane regista ha sottolineato le sue aspirazioni e ambizioni e i punti di riferimento) in un film che trova nel lato estetico e nella forma i punti di forza, ma che quando deve confrontarsi con la trama, mostra tutti i suoi limiti. Proprio se avesse lavorato di più sulla storia e gli obbiettivi dei personaggi e non sui particolari anatomici e le scene di sesso tra fratello e sorella avrebbe giovato di più, concretizzando idee che qui sembrano solo espedienti per ingranare la marcia del politicamente scorretto.

Sono tanti i temi e sotto-temi presenti nel film: incesti, necrofilia, cannibalismo, violenza, orge, scenario post-apocalittico, un mentore luciferino che sembra di nuovo uscito da BASKIN, rituali di purificazioni, vittime sacrificali, il grembo materno (l'edificio come metafora di ciò che sta fuori anche qui per l'ennesima volta riconducibile a BASKIN) e prodotto fra gli altri da Yann Gonzaleze da Carlos Reygadas, con il sostegno di Alejandro G. Iñárritu. Secondo me il lavoro di Minter, da tenere comunque d'occhio d'ora in avanti, è troppo spesso un esercizio di stile sulla politica della violenza, ovvero detto in modo molto veloce, denunciare con la scusa del voler scandalizzare a tutti i costi, le atrocità del paese sfruttando l'horror e le sue caratteristiche. Un principio ormai ampiamente sfruttato nel genere che può portare anche, ma non in questo caso, ad importanti spunti di riflessione. Qui se le basi c'erano tutte e il prodotto è suggestivo e malato quanto basta se non di più...alla fine appare esagerato e plateale come una sorta di opera autoreferenziale. Il problema di questi film è che sono per gli amanti del genere fastidiosamente affascinanti proprio come BASKIN.

venerdì 23 settembre 2016

Invitation

Titolo: Invitation
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Will ed Eden un tempo si amavano. Dopo aver perso tragicamente il loro figlio, Eden è scomparsa prima di ripresentarsi due anni dopo, di punto in bianco, con un nuovo marito. Totalmente diversa da prima, Eden è stranamente cambiata e ha intenzione di riallacciare i rapporti con Will e con tutti coloro che si era lasciata alle spalle. Nel corso di una cena in una casa che una volta era sua, Will in preda ai tormenti si convince che Eden e i suoi nuovi amici hanno in mente un misterioso e terrificante piano.

Invitation è stato consacrato da molti come una piacevolissima sorpresa.
Mi spiace fare il bastian contrario, cioè la sufficienza se la merita per lo stile e l'arroganza e una messa in scena che prima del finale poteva significare qualcosa, pur vedendo il sosia di Tom Hardy che recita anche lui con la mascella. INVITATION come molti film che trattano le new-religion zoppica e vacilla dalla metà in avanti e gli esempi ultimamente ci sono come FAULTS e REBIRTH solo per fare due nomi.
Questo poi ha un finale esagerato che distrugge quel poco che riusciva a garantire.
Con un inizio di una lunghezza rara (parlo della scena in macchina e della bestia che rimane incastrata negli ingranaggi) e uno sviluppo non proprio esaltante, Kusama la regista che finora ha fatto solo film orribili, riesce grazie ad astute e consolidate tecniche di furbizia ha salvarsi in corner.
Per farla breve: amori che si rincontrano ognuno con il nuovo partner, qualcosa nel clima sembra strano, l'ex di lui sta con uno stronzo che è svitato e pure con la faccia da culo, bagno di sangue.
Sarà che devo smetterla di partire facendomi prendere dall'entusiasmo, eppure la locandina, la trama, tutto mi ha fatto esaltare particolarmente. E ci casco ogni volta.
Tutto è scontato...ma non in modo che te ne accorgi solo alla fine...è palesato tutto fin dall'inizio con la completa assenza di colpi di scena.
Voleva essere una dark-comedy, invito a cena con delitto, come cerco di portare a casa un film furbacchione e modaiolo puntando su un'unica location.
Un consiglio alla "promettente" a detta di molti regista americana: licenzia Phil Hay e Matt Manfredi, gli sceneggiatori, altrimenti ti sputtani alla grande.
Qualcuno considera poi INVITATION uno degli horror più riusciti del 2015...
Qualche ancora di salvezza il film comunque la possiede. Amando alla follia questo genere, il tipo di atmosfera, il centellinare i ritmi e dare spazio ai dialoghi curando la forma all'ennesima potenza. Continuo dicendo che gli attori sono bravi a stare antipatici e questo è bene contando che dall'inizio alla fine scommetti solo l'ordine con cui verranno uccisi.
E'un film sulla perdita, sul lutto, sulla miseria a cui ci costringiamo a credere per tenerci aggrappati a qualcosa. Un film sulla persuasione e su una visione sociale apocalittica (il finale è assurdo quanto allucinante).
Guardatelo anche se non vi piace, questo è il mio consiglio.
Vi lascio un pezzo di monologo del guru di turno che mischia new-age, scemology, qualche elemento di testimonianza di Geova, e alcuni rimandi alle peggiori religioni orientali.

Il dolore è soltanto un’opzione. Tutte le emozioni negative, la rabbia, la depressione, sono solo reazioni chimiche. Si tratta di fisica, siamo tutti in grado di espellerle dal nostro corpo e cominciare a vivere la vita che desideriamo. Noi stiamo benissimo, siamo felici. Non pensate a noi come a una di quelle sette religiose strambe, siamo solo un gruppo di persone unite, che si aiutano a vicenda. Siamo in tanti, siamo individui brillanti, molti di noi vengono da Los Angeles. La nostra è comunione, connessione. Noi trascendiamo. Vi abbiamo invitati a cena, oggi, per comunicarvi il nostro benessere, per trasmettervi i nostri stati d’animo, la serenità, la sicurezza che non ci sia niente da temere.” 

sabato 10 settembre 2016

Fuga da Los Angeles

Titolo: Fuga da Los Angeles
Regia: John Carpenter
Anno: 1996
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

2000: un terremoto ha staccato Los Angeles dalla terraferma. Il Presidente degli Stati Uniti ne è felice, per quanto amorale e criminale è la città. Ma proprio sua figlia ruba una potente arma e la consegna al boss ribelle della metropoli. Iena Plissken al recupero.

Carpenter è uno dei migliori registi in circolazione "in assoluto" per quanto concerne il cinema di genere. Solo lui poteva rinarrare le gesta di Jena conferendogli un'esagerazione e una strabordante dose di azione così funzionale, spaccona e divertente.
Tutta la storia è un concentrato di violenza, tamarraggine, trashate a gogò e dialoghi sboccati senza nessun bisogno di prendersi troppo sul serio.
E' vero poi, è questo con Carpenter bisogna sempre ricordarlo, che c'è sempre un risvolto politico, una presa di posizione, in questo caso sulla dittatura dei vari governi e su alcuni inquietanti cambiamenti come i chirurghi estetici per finire sul pessimismo cosmico di spegnere un mondo senza libertà.
Il cambiamento drastico, per un regista che del b-movie ha saputo tirarne fuori l'oro, è il budget che supera i 50 ml a differenza dei 7 del primo capitolo.
Infatti la c.g è prepotente in quasi tutte le scene e la color correction sparata a mille fa il resto.

Un divertissement non all'altezza di altri suoi film ma nemmeno con le stesse ambizioni e se paragonato alle schifezze che ci circondano rimane un gioiello.

giovedì 4 agosto 2016

Cell

Titolo: Cell
Regia: Tod Williams
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Siamo a Boston, la vita scorre tranquilla fino al preciso istante in cui i cellulari iniziano a squillare e un misterioso impulso annienta la volontà di chi risponde al telefono, trasformando le persone in creature sanguinarie. Da Londra a Roma, da Sydney a Rio de Janeiro solo in pochi restano misteriosamente immuni alla più grande epidemia mai rappresentata sullo schermo.

Post-apocalisse, zombie, un virus che si diffonde tramite il cellulare.
Beh non è Ninna Nanna di Palahniuk ma uno dei tanti romanzi di King tradotti per il grande schermo.
Con una messa in scena che sembra strizzare l'occhio ai b-movie, l'ennesima trasposizione di King non riesce ad essere bilanciata e a suo agio come altri film hanno dimostrato, pur godendo di un ritmo apparentemente buono anche se dopo la prima parte si perde in alcune lungaggini che fanno perdere quell'efficacia e atmosfera iniziale.
La complicità tra la coppia di attori funziona come nel film precedente sempre tratto da un romanzo di King, il 1408 che non ha niente a che vedere con questa pellicola.
Il film purtroppo devia proprio quando smette di porsi delle domande, di cercare di arrivare alla radice del problema, di cercare un contatto o una causa scatenante, per lasciare il posto a pura azione fine a se stessa che non convince.
La scena più inquietante del film e anche la migliore è quella in cui i due protagonisti passano con un trattore sopra una sterminata vastità di creature sanguinarie mentre dormono. Da un lato sembra una sorta di genocidio dal momento che verranno bruciate e che non possono reagire, dall'altro la sensazione sembra quella di schiacciare migliaia di insetti che seppur morti o infettati rimangono comunque corpi umani.


mercoledì 8 giugno 2016

10 Cloverfield Lane

Titolo: 10 Cloverfield Lane
Regia: Dan Trachtenberg
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Michelle lascia il proprio compagno e mentre guida nella notte ha un incidente. Si risveglia bloccata da manette in un bunker con un tutore a una gamba e una flebo nel braccio. Un certo Howard dice di averla raccolta in strada e di averla portata lì per il suo bene. Michelle non sa che all'esterno sono accaduti eventi catastrofici e che solo rimanendo lì con lui e con il più giovane Emmett potrà sopravvivere. La ragazza ha però più di un motivo per dubitare e cerca di trovare un modo per fuggire.

Cloverfiled Lane non è originalissimo. E'un bunker-movie fatto e finito.
Una formula e un sotto genere che negli ultimi anni sta sviluppando molte idee e film interessanti.
Un dramma che alla fine accoglie il genere post-apocalittico e altre formule che non starò a spoilerare come marziani ed epidemie.
Un film tutto sommato che si regge molto su due dei tre attori principali, vittima-carnefice-gregario. Lente e sofferte psicologie che si incontrano, generazioni a confronto, una contro due da cui apprendiamo piano piano lo schema diabolico o forse no di Howard.
Tutto alla fine punta ad una domanda e ad un dubbio che fino a qualche minuto dalla fine, con qualche caduta di stile certo e alcune scelte troppo convenzionali, porterà ad un finale per certi versi duro e potente come quello di THE MIST ma sicuramente meno drammatico.
Anche rispetto ad un film spettacolare e pesante come pochi e parlo di DIVIDE, il film pur condividendo tematiche e location cambia radicalmente approccio senza contare HIDDEN.
Tutto questo porta alla conclusione che nonostante un'unica location le trame e gli spunti possano essere davvero tanti e tutti completamente diversi.
Un thriller psicologico ma soprattutto claustrofobico che sicuramente vanta un buono script, una continuità difficile da mantenere con pochi mezzi ma con un cast equilibrato e un insieme di elementi da scoprire che riescono a creare un equilibrio al film senza darne caratteri o menzioni incredibili, ma facendolo rientrare nella categoria dei film di genere interessanti e privi di banalità.
Forse sono uno degli unici che non vede una continuità con il predecessore CLOVERFIELD, questo dovrebbe essere una sorta di sequel ma è completamente diverso per tecnica, non un mockumentary finalmente, con l'unica somiglianza sul contesto post-apocalittico.
Poi qui alla produzione ci sono calibri potenti e affermati come J.J. Abrams,Matt Reeves e Drew Goddard. Con 10 milioni di dollari poche idee e una buona messa in scena, non è facile in questi film avere un ritmo che riesca a funzionare per tutta la durata. Sicuramente un attore sottovalutato ma davvero incredibile come John Goodman ha saputo prendersi sulle spalle quasi tutto il peso del film assieme alla convincente Michelle, facente parte della schiera di donne eroine uscite negli ultimi anni con le palle e coraggio da vendere.



domenica 21 febbraio 2016

Survivalist

Titolo: Survivalist
Regia: Stephen Fingleton
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

In un’epoca di carestia, il “survivalista” vive grazie a un piccolo appezzamento di terra nascosto nella foresta, proteggendo il raccolto dagli intrusi con un fucile e delle trappole improvvisate. Ma i lunghi anni di solitudine si pagano a caro prezzo e l’uomo inizia a perdere contatto con la realtà. Tutto cambia quando una donna affamata e la giovane figlia scoprono la fattoria. Alla disperata ricerca di cibo e di un tetto, la madre offre la figlia per una notte in cambio di ospitalità. Travolto dal desiderio, il survivalista infrange il suo rigido codice di autoconservazione e accoglie le due donne.

Quando hai un'idea, nemmeno tanto originale, ma la strutturi in modo atipico e con pochissimi soldi i risultati possono essere devastanti o di un realismo che cattura subito l'interesse dello spettatore.
L'opera prima di questo nuovo talento inglese, è quest'anno ho dovuto scrivere questa frase numerose volte, appartiene alla seconda categoria.
Il punto di forza di Survivalist, a parte l'ambientazione con un bosco idilliaco, il cast funzionale e il modo di sfruttare la telecamera e la luce, e proprio quello della regia secca e di uno stile molto crudo, senza mai cadere nella banalità o nella forzatura.
Tutti cercano di usare tutti, perchè in fondo l'obbiettivo è la sopravvivenza.
Il dramma post-apocalittico da questo punto di vista può davvero essere un vaso di Pandora ma più per gli effetti, le location e il make-up, per il modo di intrappolare un trio di persone attorno ad un concetto e renderli prigionieri di loro stessi in un microcosmo che sembra un limbo che ha riportato la natura ad essere di nuovo predominante.
Survivalist poi non ci comunica nulla su ciò che è successo e come mai la civiltà, o i residui, vivano in quelle condizioni. Compare solo un grafico all'inizio che mostra oscillazioni tra popolazione e petrolio. Per alcuni aspetti, Survivalist è addirittura meglio di quanto potessi aspettarmi.
Il finale solo non mi ha molto convinto, troppo prevedibile e scontato, anche se dall'altra non cede come dicevo ai compromessi ma arriva subito al punto.



sabato 9 gennaio 2016

High-Rise

Titolo: High-Rise
Regia: Ben Whitley
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Festival: TFF 33°
Giudizio: 4/5

A metà Anni Settanta, a Londra, una torre di appartamenti spicca in alto sul Tamigi, segnando l'inizio di quello che diventerà un grande quartiere della finanza. Tutti chiamano la torre "il condominio". Il più importante dei residenti è Robert Laing, un ambizioso e giovane dottore che, grazie all'incontro con l'eccentrico Wilder, viene introdotto nel luogo più oscuro della torre. Ben presto, la situazione degenera nella follia e nella violenza e Laing si ritrova tra gruppi di condomini assetati di sangue.

La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo Il condominio, scritto da James Graham Ballard e pubblicato nel 1976. Un film, a detta di molti, "infilmabile" soprattutto per la difficoltà a cogliere appieno tutti gli elementi del mosaico di cui è composto, e per quella infallibile critica al turbo capitalismo. Esiste però nella new-wave del cinema europeo, una scheggia impazzita di talento e ferocia che risponde al nome di Ben Weathley.
Un nome che cito spesso e che metto su un altarino per i cult che ha saputo regalarci finora.
Alle prese con un budget e con un cast così mastodontico e famoso, il rischio era quello che Ben dovesse in un qualche modo adattarsi a dovere, trovandosi il fiato sul collo della produzione.
Da un lato forse è stato così, ma la bravura e il talento in questa trasposizione difficilissima certo, non mancano complice nel bene e nel male la sceneggiatura scritta dalla moglie del regista.
Al di là della scelta del cast, funzionale a dovere, è proprio la parte tecnica a lasciare incantati e a muoversi con una mano sicura tra imponenti grattacieli riuscendo a cogliere anche le sfumature tra gli spazi interstiziali in mezzo alle pareti.
Grazie anche ad una alienante musica di Clint Mansell, il film decolla e plana velocemente, regalando momenti di estasi e grande cinema a un'atmosfera in bilico che sembra ancorarsi su un indecisione di fondo, come se il regista non sapesse su quale ascensore salire in una scelta forse troppo variegata e hi-tech.
È tutto basato su un equilibrio precario che sembra allo stesso tempo così fragile da essere volutamente disintegrato da parte dello stesso attore sociale che dovendo esprimere la propria natura è costretto a liberarsi dalle catene di un ordine che non gli appartiene.
E'molto suggestivo, ma in alcuni momenti troppo lasciando velati alcuni intenti senza coglierne la profondità (ma questo il regista aveva già dato modo di palesarlo con altri film soprattutto KILL LIST il suo capolavoro). Riesce sempre a fare un ottimo lavoro legato alla valorizzazione della violenza grafica ma senza mai farla esplodere come forse in alcuni capitoli uno poteva aspettarsi. Manca quella grottesca ironia di fondo che ha sempre saputo contraddistinguere il regista se non in alcuni aspetti del personaggio legato al fedifrago Wilder, giornalista dei piani bassi che cerca di farsi strada. L'odio, gli istinti primordiali che esplodono senza mezzi termini, i bambini come destabilizzatori di un'apparente calma, l'esplosività sempre a portata di mano.
In High-rise la potenza metaforica è davvero strabordante come non era mai capitato prima a Weathley, eppure il regista grazie a delle interpretazioni mirabili riesce comunque, forse diluendole un po troppo, a portare a termine il compito che gli è stato affidato.
Un altro dei problemi che ho colto è legato alla sua filmografia, di fatto erano tutti indie e lasciavano una certa libertà e spazi in cui destreggiarsi. Qui è tutto chiuso, ermetico, tanti attori e numerosi dialoghi. Un'azione e una svolta negli intenti che dopo la prima parte diventa una vera e propria anarchia post-apocalittica di guerra tra classi sociali.

Weathley alla fine lasciando da parte una sua autorialità che compariva di più nelle opere precedenti, riesce ad orchestrare una de-genereazione, una de-evoluzione, restituendoci ogni possibile sfumatura del sordido e del laido.  

domenica 20 dicembre 2015

Evolution

Titolo: Evolution
Regia: Lucile Hadzihalilovic
Anno: 2015
Paese: Francia
Festival: TFF 33°
Giudizio: 4/5

In una remota isola abitata esclusivamente da giovani donne e bambini maschi di circa 10 anni, il piccolo Nicolas e gli altri ragazzi sono sottoposti regolarmente a misteriosi trattamenti medici in un ospedale che si affaccia sull’oceano, mentre strani rituali notturni coinvolgono le madri e il mare.

Tra Lovecraft e l'Isola del dottor Moreau, bisogna ammettere che la compagna di Gaspar Noè ha saputo portare a "galla" un'opera con svariati rimandi, una storia interessante e con diversi piani di significato. Evolution è un viaggio sensoriale come lo ha definito Lucile, con un'atmosfera ansiogena che cerca di esplorare un territorio sconosciuto e una location incredibile come l'isola di Lazarote.
La vicenda di Evolution tratta di donne e bambini.
Questi ultimi sono vittime e cavie per esperimenti, in un crescendo che amplifica il grottesco rimanendo inquietante e misterioso. E inserendo elementi e alcune scene davvero amabili quanto sgradevoli per chiunque soffra a doversi confrontare con una certa anatomia.
Sono pochi i dialoghi del film, i personaggi agiscono e il protagonista perlustra prima nel mare facendo un enorme scoperta, e poi aggirandosi nell'"ospedale" in cerca di spiegazioni e soluzioni nella sua indagine personale.
Da dove vengono e che fine fanno oppure a cosa servono i bambini contando che gli adulti maschi non ci sono?
E perchè un manipolo di donne, una setta o una comunità, decidono di condurre una sorta di rituale infinito nel percorso di crescita dei loro "figli".
Donne come portatrici di vita in uno scenario in cui al tempo stesso anche l'oceano accoglie e allo stesso tempo diventa tenebroso nascondendo drammi e trasformazioni.
Gli unici aspetti minori sono negli intenti e a volte nella dilatazione dei tempi.
Volendo qualcuno potrebbe criticare anche il finale aperto che invece ho gradito particolarmente.
Evolution è un body horror, un film di fantascienza e una fiaba nera con rimandi a divinità primordiali di cui sono ricche le tradizioni antiche o a miti come quello di Ermafrodito.
Oltre alla direzione ottima degli attori, ad un regia minimale, è l'aspetto tecnico che colpisce oltre l'eccellente lavoro di sound desing di Fabiola Ordoyo, senza contare la fotografia davvero intensa e suggestiva.



domenica 13 dicembre 2015

Turbo Kid

Titolo: Turbo Kid
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 4/5

In un futuro post-apocalittico, The Kid, un orfano emarginato, incontra una ragazza misteriosa. Diventano amici fino a quando Zeus, il sadico capo della Wasteland, la rapisce. The Kid deve affrontare le sue paure, e viaggiare per liberare la Wasteland del male e salvare la ragazza.

Ogni tanto è proprio interessante lasciarsi sorprendere da alcune dolci scoperte.
Turbo Kid forse diventerà uno dei film a cui più mi affezzionerò del 2015, per tantissimi e nutritissimi elementi, dall'enorme carica vintage alle tonnellate di citazioni, agli omaggi dichiarati verso i film anni '80 e tanto, tanto altro ancora.
Gli stessi registi, un trio neozelandese da tenere sott'occhio, ha espresso come il film sia una dichiarazione d’amore ai film che li hanno più emozionati durante l’infanzia e quindi non stupisce che il risultato sia un compendio di tutto ciò che ci ha visti crescere (mangianastri e BMX) senza contare Le Matos - No Tomorrow (feat. PAWWS) come brano della colonna sonora, nostalgico quanto funzionale a far calare ancora di più lo spettatore nell'avventura e nell'empatia che prova per i due protagonisti.
Turbo Kid è il tipico viaggio dell'eroe con una storia così essenziale e telefonata da far esaltare ancora di più per come siano stati centrifugati alcuni elementi tipici del genere esaltandoli nella forma più creativa e funzionale possibile.
Senza contare che per essere un film d'avventura post-apocalittico, che si inserirebbe tranquillamente in un sotto genere come l'ozploitation dei vicini australiani, è pieno di violenza, splatter senza lesinare sul sangue che scorre a fiumi, arti, maschere e la lista andrebbe avanti all'infinito, contando poteri straordinari, e un finale esplosivo.
Davvero una sorpresona passata dal Sundance con un ritrovato e sempre incazzatissimo Michael Ironside e una bellissima Laurence Leboeuf truccata e con una parrucca favolosa, un robot di cui si fa fatica a non innamorarsi.


martedì 29 settembre 2015

Plague

Titolo: Plague
Regia: Nick Kozakis, Kosta Ouzas
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

Un piccolo gruppo di sopravvissuti cerca rifugio da un'infezione che si è diffusa come una piaga sul genere umano. Evie, con la sua compagnia di sopravvissuti, trova un rifugio nell'attesa del ritorno di suo marito John. A seguito di un attacco di infetti, Evie rifiuta di abbandonare il marito contro il volere del gruppo. I sopravvissuti si ribellano lasciando Evie ad un destino incerto. Con l'inatteso arrivo di Charlie ciò che pare essere l'occasione per un nuovo inizio si trasforma rapidamente in una minaccia tanto orribile quanto gli infetti che li inseguono.

Bisogna avere una bella faccia tosta o infinite dosi di coraggio per portare in scena vicende legate agli zombie senza avere un guizzo di originalità.
I quasi esordienti registi che si sono pagati tutto da soli sborsando trecento mila dollari, hanno portato a casa e in alcuni festival, un'idea che partendo dallo zombie come elemento destrutturante in un'ottica post-apocalittica e soprattutto di survival-movie, cerca a partire da questo elemento di fare un lavoro legato più alla riflessione sui rapporti di forza, le debolezze e le prepotenze in campo sociale piuttosto che un vero scontro vs zombie alla Romero.
Alcune scene splatter sono così esagerate che risultano un concentrato di involontaria ironia (la scena del vecchio a cui esplode la faccia dopo la fucilata o alcuni inseguimenti che sembrano improvvisati e in cui gli attori tutto fanno tranne che dare realisticità ai fatti)
Il limite più forte del film però è legato ad un plot poco originale, ad una regia asciutta e non particolarmente incisiva soprattutto nella direzione del cast.


domenica 30 agosto 2015

Children of Men

Titolo: Children of Men
Regia: Alfonso Cuaron
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

2027. In un futuro non troppo distante, in cui il mondo non può più procreare, l'Inghilterra rimane unica zona franca, per non confrontarsi con le guerriglie urbane. Theo, rapito da Julian, una donna attivista amata in passato, ha una grande responsabilità. Dovrà condurre salva una giovane donna fino a un santuario sul mare, e dare la possibilità al mondo di evitare l'estinzione.

Cuaron è tra i registi messicani più famosi e importanti della sua generazione.
E'partito con alcuni film davvero insulsi prima di arrivare al successo con il capitolo più dark di HARRY POTTER E IL PRIGIONIERO DI AZKABAN e conquistarsi così i crediti delle major che hanno scommesso su di lui dandogli la possibilità di girare due interessantissimi film come CHILDREN OF MAN e GRAVITY.
Ora c'è da vedere se il successo riuscirà a mantenere un saldo equilibrio con una buona filmografia, elemento che spesso e volentieri sfugge appena si valica la porta delle major hollywoodiane o si raggiunge l'olimpo delle star.
I pregi del film sono davvero tanti dalla scelta del cast multietnico, alle location, allo scenario di un futuro veramente credibile e tra i più reali visti nel cinema, al ritmo sempre travolgente, ai colpi di scena e ad alcuni dialoghi scritti da dio.
Pochissimi invece gli elementi che non funzionano o che lasciano pensare ad un inserimento delle major per rendere più fluida la trama e apportare alcuni stereotipi di genere.
Addirittura la storia d'amore quasi non c'è in senso figurato mentre è palese negli intenti e nella metafora generale intessuta nell'anima del film. Un'idea, tra le altre cose che pone parecchie domande e riflessioni e che lascia perplessi soprattutto contando la natura degli eventi e il soggetto accattivante e originale di P.D.James.

Il cinema di fantascienza come spesso capita, diventa un alibi per qualcosa di più articolato e complesso, dove il futuro è solo una convenzione come nel grande cinema SFX.  

Bounty Killer

Titolo: Bounty Killer
Regia: Henry Saine
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nel 2042, da oltre venti anni le multinazionali hanno preso il controllo della Terra e la loro sete insaziabile di profitto e di potere ha portato allo scoppio di una nuova guerra mondiale. Il conflitto ha permanentemente alterato la faccia del pianeta e tra le macerie si è formato il Consiglio delle nove rose, il cui unico obiettivo è individuare ogni manager responsabile - direttamente o indirettamente - di quanto accaduto. Composto da spietati assassini a sangue freddo ma anche di dilettanti, il Consiglio vuole del tutto estirpare la radice dell'apocalisse e tentare di riportare la situazione alla normalità.

Bounty Killer è il tipico esempio di come un regista con pochi soldi e mezzi, voglia a tutti i costi esagerare cercando di mischiare generi e citazioni per creare una goliardata in puro stile exploitation.
A metà tra MAD MAX, FUGA DA NEW YORK e MACHETE oltre che altre innumerevoli citazioni, dalla sua ha una forte carica di azione, inseguimenti, violenza e alcune location accattivanti, mentre purtroppo è la storia ad essere dbanale e prevedibile.
In alcune scene il trash và a pari misura con l'idiozia di alcuni dialoghi così telefonati che lo spettatore riesce quasi sempre ad anticiparli.
C'è il protagonista belloccio ma non famoso, la gnocca senza eguali, il ciccione nerd stupido e per niente divertente, e la multinazionale nemica composta di stereotipi copiati da altri film.

Il film è stato vietato ai minori di 18 anni negli Stati Uniti d'America, ed ai minori di 15 anni in Australia, per la presenza di forte violenza sanguinaria, linguaggio non adatto e contenuto sessuale con nudità....

lunedì 29 giugno 2015

Mad Max-Fury Road

Titolo: Mad Max-Fury Road
Regia: George Miller (II)
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

-Ma no vedrai che non potrà mai eguagliare l'originale con Mel Gibson
-Ti dico di sì e secondo me, anche se diverso, sarà ancora più impermeato di action e scelte funzionali al genere
-Vedrai che sarà una cazzata che si dimenticherà dopo qualche minuto.

In un futuro imprecisato post-apocalittico la Terra è in mano ai predoni. Tra questi Immortal Joe, che controlla la Cittadella con il pugno di ferro, imponendo il culto della personalità. Finché la sua compagna e "Imperatrice", Furiosa, lo tradisce, portando con sé le schiave e concubine di Immortal.

"Quello che volevo fare del film era un lungo, ininterrotto inseguimento, o una lunga, ininterrotta graphic novel."
Miller ha girato 450 ore d'immagini, ridotte a due ore di film in due anni di lavoro dalla montatrice Margaret Sixel, fate perlopiù di quelli che lo stesso regista ha definito dei frammenti:
"Le immagini del film sono brevissime, avevamo almeno 3 o 4 macchine da presa digitale per ogni scena e davo lo stop ogni pochi secondi: sicuramente deve essere stato molto difficile per i miei attori recitare in questo modo, con tempi così brevi per esprimersi; lo riconosco qui per la prima volta, forse."
Fury Road è pura adrenalina in cui i protagonisti sono gli inseguimenti, i combattimenti e il deserto.
Il resto poco conta come la trama che è solo un pretesto per accendere i motori e la scelta di alcune star e dei personaggi che fatta eccezione per Immortal Joe, non credo verranno ricordati.
L'ultimo Mad Max è un'esperienza visiva con pochi precedenti. Da vedere ovviamente solo al cinema per poter godere appieno di questa fantastica esperienza.
Miller ritorna e lo fa esagerando in modo così imprecisato da ottenere l'effetto più immediato dando vita ad una fruizione incontenibile sotto tutti i punti di vista e creativamente piena di ogni ben di dio che ci aspettava di poter vedere.
Il film è stato girato principalmente in Namibia, tra il deserto del Namib e la città di Swakopmund.
La pellicola è stata vietata ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto negli Usa per la presenza di "intense scene di violenza e immagini inquietanti". Una scelta che lascia perplessi contando che sono così finte e iper-veloci che altri film, seguendo la stessa logica, dovrebbero essere vietati a priori.
Senza contare poi le chicche, la completa libertà di creare e immaginare a proprio piacimento, dai personaggi ad alcune assurdità fenomenali come Doof Warrior, Il personaggio che spara fuoco dalla propria chitarra incitando i suoi compagni alla lotta. Oppure la maschera di Immortal Joe, i costumi di quasi tutti i personaggi, il make up e tanta altra roba.
Mad Max non sapendo quali altre parole trovare per descriverne un'esperienza unica nel suo genere e' un esplosione continua, un piacere che non accenna a scomparire e non frena mai, se non invece in un'accellerazione continua e infine due ore di totale intrattenimento con pochi rivali ed eguali in materia che ridefiniscono i canoni di spettacolarità nel cinema d'azione contemporaneo



lunedì 22 giugno 2015

Fin

Titolo: Fin
Regia: Jorge Torregrossa
Anno: 2012
Paese: Spagna
Festival: TFF 30°
Giudizio: 3/5

Alcuni amici che non si vedono da vent'anni organizzano un weekend in una località sperduta dei Pirenei. Mentre la rimpatriata si trasforma in un inquietante ritorno al passato, gli orologi e i cellulari si bloccano, le auto non si avviano.

Sebbene il film di Torregrossa incappi in diversi evidenti limiti di sceneggiatura e corre il rischio come molti film apocalittici di non spiegare la causa degli elementi, questo film spagnolo di genere, dalla sua ha diversi elementi che ne sanciscono comunque una buona riuscita.
A partire dall'incidente scatenante, alle sparizioni, ad alcuni sottotrame, come il dover apparire sempre diversi costruendo maschere e false relazioni, fino alle location forse tra le scelte più funzionali ed esteticamente interessanti del film.
In più sempre riferendosi ad alcuni schemi che credo Torregrossa abbia apprezzato molto di alcuni film, una sovrapposizione tra la fine imminente e la venuta in luce di crisi nascoste tra i protagonisti, che gli eventi finiscono per mettere in evidenza (vi ricorda qualcosa?)
Interessanti alcune scelte davvero funzionali del regista e buona la fotografia che riesce a mettere in evidenza contrasti soprattutto tra giorno e notte nelle diverse ambientazioni.
Al Tff è stato ignobilmente distrutto dalla critica che ha sottolineato in particolar modo la mancanza dei mezzi da parte della regia.
Non credo sia così.

Se proprio bisogna trovare un compromesso tra i pro e i contro della pellicola, il maggior difetto è la fuga dei protagonisti da qualcosa che fino alla fine non si sa cosa sia.

sabato 14 febbraio 2015

Remaining-Il giorno è giunto

Titolo: Remaining-Il giorno è giunto
Regia: Casey La Scala
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Alcuni amici si stanno preparando al matrimonio di Skylar e Dan quando, scatenandosi l'apocalisse sulla Terra, sono testimoni di una serie di eventi che mettono in pericolo le loro stesse vite. In cerca di un riparo, dovranno confrontarsi con un esercito di creature notturne di cui non hanno mai sentito parlare prima, capire cosa sta accadendo in loro e trovare un modo per sopravvivere al nuovo ordine mondiale.

Prendete CLOVERFIEL centrifugatelo con THE MIST e qualche altro film in chiave horror post-apocalittico e avrete un concentrato di stereotipi e luoghi comuni con poche eccezioni di nome Remaining.
Questo genere di film suscita ancora una certo interesse perlomeno per la vastità di scelte e contenuti che si possono utilizzare, soprattutto contando quanto la tecnologia e la c.g abbiano contribuito a segnare un netto miglioramento anche quando non ci sono milioni di budget.
Il cast purtroppo investe sempre e maggiormente su un manipolo di americani cretini che certo non danno spessore alla vicenda, e se ci mettiamo pure una regia anonima e con un nome alquanto improbabile, il risultato è quello che è.
Un peccato per la possibilità che la tematica poteva creare in cui forse l’unico elemento interessante è il finale anche se purtroppo non troppo coerente con la narrazione (un po l’effetto distruggo tutto così la cattiveria è assicurata) ma rimane ben distante dai film sopracitati dove c’era un soggetto interessante e in alcuni casi, che portava la firma di signori scrittori.

Senza contare infine la morale religiosa che pervade tutto il film e su cui non starò a prolungarmi.

Young Ones

Titolo: Young Ones
Regia: Jake Paltrow
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un catastrofe ha ridotto il continente Americano a un immenso deserto. I pochi pozzi d’acqua rimasti sono difesi strenuamente da chi li possiede. Seguiamo una famiglia di sopravvissuti composta da un padre e i suoi due figli che giornalmente deve difendere la sua fattoria dai banditi e lavorare per assicurarsi la preziosa acqua. Ma la figlia, Maria, si innamora del bel Flem Lever. Maria non sa che il ragazzo ha un solo scopo appropriarsi a qualsiasi costo del pozzo d’acqua di suo padre.

Sicuramente uno degli aspetti che balzano all’occhio in questo western post-apocalittico sono le distese di sabbia nel deserto di Northern Cape in South Africa, gli ambienti sporchi e la recitazione dell’immenso Shannon (definito il nuovo Cristoper Walken e forse uno tra gli unici in grado di convincere alzando solo un sopracciglio).
Young Ones è quel genere di film che funziona a tratti, girato molto bene e che cerca dal canto suo di trovare una sua originalità di fondo, mischiando diversi scenari e inserendo alcuni robot che sembrano presi dal primo capitolo di GUERRE STELLARI
Il problema del film è proprio il plot narrativo che non riesce ad essere incisivo, ma tenta la carta tentando di spezzare la narrazione e attraversarla da diversi punti di vista, mossa che non riesce però a soddisfare a pieno, privando così la storia di suspance e intrattenimento e mostrando troppo in fretta l’esito del climax finale.

Il regista è Jake Paltrow, fratello di Gwyneth, assistente alla regia di Paul Thomas Anderson e tra i produttori troviamo Spielberg. Paltrow risucirà sicuramente a condensare meglio nei prossimi film, perchè il talento c‘è, così come una cura tecnica e una fotografia di alto livello.