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sabato 16 novembre 2019

All'ombra della luna


Titolo: All'ombra della luna
Regia: Jim Mickle
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nel 2024 una devastante esplosione colpisce Philadelphia. Giusto il tempo di assistere a scene di tragedia, che veniamo portati nel 1988, dove incontriamo due agenti di polizia,Lockhart e Maddo alle prese con una serie di misteriose morti che stanno devastando la notte di Philadelphia. I due piedipiatti si mettono sulle tracce della misteriosa assassina, riuscendo a intrappolarla in una fermata della metro. Nel momento topico, la donna affronta uno dei due poliziotti,Lockhart, sconvolgendolo, sin ad un tragico epilogo.

Torna Mickle, uno dei registi più interessanti del cinema di genere della sua generazione.
All'ombra della luna è il film finora più ambizioso, un poliziesco, un thriller psicologico che si intreccia con una storia di sci-fi sui viaggi del tempo e una minaccia da sventare con trame e sotto trame spesso complicate e complesse. Il concetto di convenzione del tempo apparteneva già ai salti temporali di Looper con cui il film in questione ha alcuni retaggi in comune.
E'un film procedurale che mischia tantissimi elementi, generi, smarcandosi come il regista ha sempre dimostrato nelle sue precedenti opere, con una singolare astuzia cercando di non cadere in alcuni buchi sempre dietro l'angolo che avrebbero decretato un netto appesantimento dei toni della pellicola. Parliamo di un film decisamente complesso, una caccia alla presunta assassina del futuro con un arma che come nell'incidente scatenante iniziale, fa letteralmente morire tra atroci sofferenze con fiumi di sangue che escono da ogni dove. Mickle trattiene ogni singola situazione per farla poi esplodere nel terzo atto, ti crea un'antagonista, se così possiamo chiamarla, di cui è impossibile non provare empatia con una notevole scena di inseguimento nel primo atto che finisce nella metro.
Cinque anni ci ha fatto aspettare prima di portare a casa un traguardo non esente da difetti, da intrecci e complicazioni non sempre facili da gestire, da un mix di elementi e suggestioni narrative difficili da raccordare dove non sempre viene percepito un bilanciamento e infine un'arco della storia dipanato in trentasei anni, dove un attore sempre legato a piccoli e sofferti ruoli come Boyd Holbrook cerca di mettercela tutta anche se per quanto concerne il reparto del make-up e le fasi di invecchiamento si poteva fare di più.
L'atmosfera quasi da noir è uno degli aspetti deliziosi del film sui cui la regia da sempre ha cercato di puntare in tutti i suoi film precedenti, un ritmo adeguato che riesce almeno a rendere avvincente una storia non proprio originale ma con un coro di attori che provano a mettercela tutta, alcune scene decisamente forti e un amore smisurato per la settima arte.
Il merito di Mickle ancora una volta e di non schiacciare il pedale sull'azione come quasi tutti avrebbero fatto, si prende i suoi tempi, parla di tante cose e merita un discorso a parte sull'importanza dei legami sociali e della famiglia, mischia tante carte, dosa bene i dialoghi e proprio con uno di questi termina il suo climax finale per fortuna rimanendo ancorato con i piedi per terra per non sprofondare nella sabbia come il sogno premonitore della moglie di Lockart in una fantastica scena di vita di coppia proprio all'inizio del film prima dell'incidente scatenante.



venerdì 15 novembre 2019

Stranger Things-Terza stagione


Titolo: Stranger Things-Terza stagione
Regia: Duff brothers
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

È il 1985 a Hawkins, Indiana, e il caldo estivo si fa sentire. La scuola è finita e c’è un nuovissimo centro commerciale in città. I ragazzi di Hawkins stanno crescendo e le dinamiche amorose incrinano i rapporti del gruppo, che deve imparare a crescere senza allontanarsi. Nel frattempo il pericolo si avvicina. Quando la città viene minacciata da nemici nuovi e vecchi, Undici e i suoi amici si ricordano che la minaccia è sempre dietro l’angolo e sta crescendo. Ora si dovranno unire e cercare di sopravvivere, ricordandosi che l’amicizia è più forte della paura.

E fu così che ci scappò anche la lacrimuccia. Forse era pure uno degli intenti di questa roboante terza stagione, un fulmine a ciel sereno, un arcobaleno di atmosfere e colori, un passo in avanti rispetto a tutto quello che finora era stato fatto e partorito già comunque con ottimi risultati e intenti.
In otto episodi è così tanta la carne al fuoco, gli eventi, l'azione concitata, i personaggi ancora più complessi e portatori di misteri e forse la stagione che meglio di tutte nella storia del cinema ha saputo riaffondare le sue radici sul concetto di amicizia e riassumere alcuni stereotipi e archetipi rendendoli squisitamente appetibili e deliziosi per tutti i target d'età mettendo d'accordo genitori e figli, coppie, adolescenti, amanti del cinema di genere, nostalgici e tanto altro ancora. Quanto sono importanti i legami, quanto la famiglia, il senso di sacrificio che raggiunge fasti immensi come l'ultimo episodio dimostra. La saga che dalla prima stagione mi aveva lasciato quei dubbi e quelle perplessità sul fatto che fosse così esageratamente nostalgica e fondata unicamente sul gioco cinefilo dei rimandi all’immaginario nerd e cinematografico degli anni Ottanta, lasciandomi interdetto su come potessero andare avanti misurandosi su terreni già intrapresi, luoghi comuni e immaginari già masticati mi ha colpito portandomi a riesaminare tutto l'esperimento della coppia di registi. Eppure se forse gridare al miracolo potrebbe sembrare esagerato, sospendendo l'incredulità lasciando scorrere numerose riflessioni, scene d'azione e non-sense a bizzeffe, l'atmosfera di quest'ultima stagione dimostra di regnare sovrana, creando ancora di più misteri, suggestioni, unioni, rivalità, scontri, misurandosi con personaggi a cui è impossibile non affezionarsi e che crescono in tutto e per tutto con una caratterizzazione sempre più impressionante e umanamente viva, reale e toccante. ST3 è universale per usare un termine che sappia dare senso e provare a toccare tutti i punti, in un mondo ludico dove si passa con incredibile facilità da un estremo all'altro, da una risata ad uno squartamento, da una location all'altra, misurandosi con universi paralleli, creature orrorifiche, possessioni, personaggi indimenticabili, sacrifici e tenendo i sentimenti e le emozioni sempre come capisaldi sapendo toccare importanti fasti per quanto concerne l'empatia e la potenza narrativa.
ST3 è forte quanto sincero, introduce russi simpatici quanto portatori anch'essi di segreti nel sottosuolo, di esperimenti cosmici e diventando altalenanti con la galleria di creature e mostri che non mancano di saper esprimere anche quella parte creepy e nascosta, quell'horror viscerale che tutti i fan giustamente esigono.
Sembra strano ma è una di quelle saghe che potrebbe non finire mai, continuando all'infinito, allargando quella fase di giochi che non vorremmo mai abbattere, quel muro che ci ricorda l'infanzia e con cui questa saga ci ricongiunge, quell'essere al passo coi tempi esprimendosi nel passato, senza dimenticare la crew di attori emergenti funzionalissimi, dove però i più grandi emergono con ancora più spessore, Hopper su tutti, sapendo "uscire di scena" in maniera più che memorabile.



Stranger Things-Seconda stagione


Titolo: Stranger Things-Seconda stagione
Regia: Duffer brothers
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

La seconda stagione si apre con un piccolo excursus su tutti i personaggi, dandoci una panoramica della situazione in cui versa ognuno di loro. Mike è alle prese con la dipartita di Undici, mentre Will si troverà nuovamente a dover far i conti con il sottosopra. Dustin e Lucas saranno invece occupati in un simpatico triangolo amoroso con l’arrivo di Maxime, uno dei tanti nuovi personaggi della seconda stagione.
Undici dal canto suo si troverà nuovamente segregata, una prigionia però del tutto diversa. Lo sceriffo Hopper rivestirà, almeno nella prima parte di questo secondo capitolo, il ruolo di padre ipe-rprotettivo e tal volta anche un po’ svitato. Si rinnova il dualismo Steve/Jonathan che vedrà Nancy dividersi tra i due, come visto nella scorsa stagione.
Il nuovo spaventoso nemico farà quindi convogliare l’attenzione di tutti nuovamente sul Hawkins National Laboratory. Una minaccia decisamente più pericolosa e evidente del Demogorgone che metterà a dura prova tutti i protagonisti.

Il mio rapporto con la saga diretta dai Duffer Brothers è doverosamente complessa. La prima stagione mi aveva colpito negativamente senza lasciarmi quelle scariche energetiche di nostalgia ed effetto nostalgico che forse la saga voleva provare a mettere in scena. Troppo senso di dèjà vu su come raccontare gli anni '80 assorbendoli sotto una pluralità di elementi a partire dalle musiche, location e scenari, nuclei famigliari, troppa malinconia per non citare in continuazione film e accessori, tutto in un turbinio di fattori sicuramente colorati e messi in scena alla massima potenza ma che dal punto di vista della storia, della sua complessità e originalità mi lasciavano abbastanza dubbioso.
Ora quella che a detta di tutti è la stagione peggiore delle tre trovo che sia molto ben congegnata, apportando una maturità nel saper descrivere un microcosmo e narrare con più complessità intrecci tra personalità e situazioni marginali comunque fondamentali per quanto concerne il dover sempre rimanere con diverse sotto trame in gioco senza avere mai grossi cali di ritmo.
Personaggi nuovi, un'atmosfera ancora più malsana per quanto la sci-fi appaia meno d'effetto, più calibrata e "realistica" cercando di raffazzonare alcune esigenze di ritmo e di azione della prima stagione.
Genitori adulti e adulti genitori che sembrano rincorrersi, crisi adolescenziali, le prime pulsioni sessuali, l'inibizione, l'arrivo di una nuova creatura dal sottosopra, i laboratori degli scienziati sempre più disgustosi e portatori di segreti ed esperimenti assurdi, Max e Billy.
La mitologia creata dalla coppia di registi è diventata in brevissimo tempo uno degli eventi mediatici più importanti del cinema, perchè ST è cinema, delle serie tv, dell'hype a tutti i costi, della corsa contro il tempo aspettando gongolanti di fronte allo schermo l'arrivo di una nuova pillola rossa. Le visioni di Will, quei tentacoli che rimandano all'orrore cosmico, il percorso di crescita, un complesso rapporto "padre" figlia, i poteri psichici che rimangono ancorati e che si prendono il loro tempo per assaltare lo script e condensare l'azione sviluppandola in modo feroce solo negli ultimi episodi. Il merito più grande di questa appassionate saga sono proprio i personaggi.
Caratterizzare in maniera così esemplare un nutrito gruppo di attori di diverse generazioni e target d'età è un compito difficilissimo al giorno d'oggi quando si insegue la c.g e il lavorare solo sull'azione. Saper scrivere e individuare i punti di forza e far crescere non solo fisicamente ma d'intensità i personaggi è quel merito, quella forza che decreta la maturità in campo di scrittura, sapendo commisurare al meglio attrattiva ed espedienti commerciali. Una perizia nel curare minuziosamente ogni singolo dettaglio e dialogo, senza buttare mai nulla, lasciando sulla linea dei buoni sentimenti e capovolgendo la situazione infilando mostri, creature, incubi, conflitti e poi così tanto cinema e rimandi da Reitman, Spielberg, Dante, Carpenter, King, la fantascienza anni '50 e '60 e una vastissima e ampia e colorata nonchè multiforme commistione di retaggi culturali.




domenica 27 ottobre 2019

Perfect Creature


Titolo: Perfect Creature
Regia: Glenn Standring
Anno: 2006
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Siamo in "Nuovo Zelandia" un luogo in cui le ere (quella Vittoriana e una più recente) sembrano essere entrate in commistione. In questo mondo esistono i vampiri, creature originate 300 anni prima da una mutazione genetica. Essi però hanno stretto un patto con gli umani e si sono uniti in una comunità di "Fratelli".
I vampiri fanno uso delle loro superiori conoscenze e dei poteri attribuiti loro dalla particolare conformazione fisica per aiutare gli esseri umani. I quali li ricambiano con spontanee donazioni di sangue. Tutto è sempre andato per il meglio finché un giorno Edgar, un vampiro, ha iniziato a vedere gli umani come prede. Edgar è figlio del Grande Sacerdote della comunità e fratello di Silus il quale si allea con la polizia umana per metterlo in condizione di non nuocere

Standring al suo attivo ha due film, questo è il suo esordio, un film particolarmente brutto anche se con qualche trovata simpatica L'INCONFUTABILE VERITA'SUI DEMONI.
La prima volta che vidi il film non ne rimasi affascinato, anzi, mi era sembrato abbastanza privo di forza e non trovavo particolarmente stimolante la trama e la messa in scena.
Riguardandolo però ho avuto modo di ricredermi, certo non è uno dei miei cult tra i film di vampiri, ma mette tanta carne al fuoco, in maniera abbastanza approfondita e caratterizzando bene i personaggi, caratteristiche che nel cinema d'azione-horror non sempre trovano una buona gestazione. In questo caso invece la comunità dei Fratelli, il contesto di un'era o meglio un'ambientazione steampunk che non viene perfettamente decifrata, la creazione dei vampiri che avviene geneticamente e la comunione con gli umani e lo scontro tra i due fratelli crea un bel mix di elementi che si affacciano al cinema di genere in maniera se non altro originale che parlando di vampiri non è un elemento da poco.
Action, horror, dramma, noir, poliziesco, thriller. Standring crea un suo piccolo universo da cui potrebbero trarre numerose stagioni di una serie tv nel voler anche solo ampliare la storia e parlare di come tutto è stato creato e del perchè, elementi che nel film vengono esaminati con poche battute per dover riuscire a far convergere tutto fino alla fine.




lunedì 21 ottobre 2019

Hong Kong colpo su colpo

Titolo: Hong Kong colpo su colpo
Regia: Tsui Hark
Anno: 1998
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Hong Kong, 1997, anno del passaggio di consegne della città alla Cina. Due soci in affari si trovano coinvolti in un traffico di micro bombe.

Tsui Hark, Johnnie To, John Woo. Tre nomi da ricordare e da tenere sempre presente.
Il film in questione pur essendo dichiaratamente un divertissement, un film su commissione, un action in parte esagerato dove Van Damme dopo Double Team ritorna a lavorare con l'artista cinese. Hong Kong colpo su colpo è un film che almeno rispetto al precedente prende le distanze descrivendo e cercando di portare una vena politica su traffici loschi e vaghi accenni al terrorismo. Proprio per questo lascia un po interdetti vedere una sorta di caos internazionale, dove tutto procede con un ritmo impazzito che si perde dietro scene d'azione, momenti comici che non riescono a far ridere, un ritmo vorticoso dove nei momenti in cui ci si potrebbe aspettare una presa un po più seria, il film sfugge come un'anguilla ritornando a scimmiottare come quasi tutto il cast tra balletti, inseguimenti, esplosioni e sparatorie tra Triadi Cinesi, alcuni agenti della Cia corrotti e la mafia Russa.
L'idea di partenza delle micro bombe nascoste negli abiti contraffatti poteva davvero dare spunti per confezionare un buddy movie con più polso e meno banalità.


domenica 29 settembre 2019

Last action hero

Titolo: Last action hero
Regia: John McTiernan
Anno: 1993
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il piccolo Danny assiste in anteprima alla proiezione di JACK SLATER IV, il nuovo film di Arnold Schwarzenegger. Un biglietto magico è causa di strane interferenze tra finzione e realtà…

Di fatto uno dei più importanti e il più ambizioso film di McTiernan a parte essere costato moltissimo, segna un punto di svolta nel metacinema e nel genere action riuscendo a regalare a profusione scene indimenticabili, un ritmo forsennato, personaggi memorabili, citazioni colte e altre meno, personaggi che si prendono in giro e tante risate oltre a riuscire a inserire più generi all'interno della stessa pellicola.
Tutti gli amanti di cinema da piccoli sono stati un po Danny, intrufolandosi nei cinema, godendosi estasiati maratone di film a volte vietate ai minori, avendo in testa solo e solamente il cinema.
Last action hero esagera e sembra farlo sempre di più con scene ai limiti della spettacolarità anche se l'elemento di finzione voluto e mai ignorato, è sempre dietro l'angolo in un astuto gioco di forze tra ciò che è reale e ciò che succede dentro al film. Una galleria goliardica e demenziale sarcastica, con stuntmen spericolati, botte da orbi, personaggi iconici che escono dai loro film per incrociare il destino del protagonista
Last Action Hero è diventato un cult amato in tutto il mondo: con un Arnold Schwarzenegger sempre in parte all’apice della sua popolarità. Ma soprattutto il grande merito va alla regia dal momento che in pochi al mondo sono in grado di girare un action come il cineasta di Albany e in questa occasione le scene estremamente spettacolari, che a prima vista potrebbero far storcere il naso per la loro inverosimiglianza e assurdità, in realtà sono funzionali all’obbiettivo della pellicola.
Un film che si supera, che invecchia bene, riuscendo a prendere in giro il mondo di Hollywood e gli stereotipi delle pellicole action anni Ottanta/Novanta.

mercoledì 10 luglio 2019

Destroyer


Titolo: Destroyer
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Erin Bell è un'agente dell'FBI di Los Angeles disillusa e stanca del proprio lavoro. Il ritrovamento di un cadavere la riporta agli eventi di diversi anni prima, quando con il collega Chris si era infiltrata in una gang di rapinatori guidata dal pericoloso Silas. Un colpo a una banca andato male e l'uccisione del suo partner, con il quale nel frattempo aveva avviato una relazione, avevano messo fine all'operazione e distrutto la sua carriera. Il ritorno di Silas in città è per Erin l'occasione di regolare i conti con il passato e mettere ordine nella sua vita, a cominciare dal rapporto conflittuale con la figlia adolescente.

Nicole Kidman è una sorta di macchina da guerra.
Recita sempre e ovunque in centinaia di film con i look più disparati e pazzeschi.
Destroyer sembra l'altro lato della medaglia di MONSTER del 2003 con la Theron. Entrambe bellissime sottoposte ad uno stravolgimento fisico e psicologico per arrivare ad essere dei mostri di bravura.
Destroyer è un poliziesco molto interessante e con una storia tutt'altro che semplice. Complice alla regia un nome che ormai per gli appassionati di cinema è sinonimo di garanzia, un cast perfetto ma soprattutto uno stile e una indagine tutt'altro che canonica dove Erin, spossata e appassita dalla stanchezza e dalla depressione, si muove come un fantasma essendo l'ombra di se stessa ma allo stesso tempo è letale e non sembra arrendersi mai di fronte a nessun ostacolo con il compito di dare una svolta alla spirale di violenza scatenata.
Diviso tra passato e presente con dei flash back che riescono a rendere ancora più interessante il ritmo e la narrazione, Destroyer è un duro colpo allo stomaco, senza sensazionalismi, happy ending, ma un film sporco e cattivo che fin dall'inizio colpisce per come tratteggia la sua protagonista, quasi come un'indagine di un film di Zahler dove si sa che finirà male se non malissimo per tutti.
Kusama affidandosi a una Kidman semplicemente straordinaria, infarcisce la sua storia di dettagli emotivi, di sensi di colpa e redenzione, creando qualcosa che va oltre il classico concetto di poliziesco e scontrandosi al suo interno con una pluralità di questioni e argomenti incredibili per come riescano ad essere narati singolarmente in maniera approfondita e originale.



venerdì 14 giugno 2019

Black Tide


Titolo: Black Tide
Regia: Eric Zonca
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un adolescente sparisce e François Visconti è incaricato di indagare. Comandante di polizia con figlio a carico e il vizio del bere, Visconti sospetta di Yan Bellaile, un vicino di casa del ragazzo, e si invaghisce della madre del ragazzo. Tra una bottiglia di whisky e le intemperanze del figlio, coinvolto in un traffico di droga, seduce la donna e scopre che la vittima era allievo di Bellaile. Dietro la barba e dentro la cantina, l'enigmatico professore, troppo sospetto per essere colpevole, nasconde un segreto e probabilmente non è un cadavere.

Il poliziesco è un genere sempre molto interessante. Riuscire ad essere originale quando ormai sullo schermo sembrano essere state analizzate tutte le storie e le strutture che ci sembra di conoscere non è certo facile.
La prima impressione trovandomi a guardare l'indagine di Black Tide e di avere di fronte un film girato molto di fretta dove ancora una volta il talento di Vincent Cassel se non gestito a dovere porta a uscire dal personaggio, cosa che in questo film accade dall'inizio alla fine soprattutto se parliamo di un detective non proprio avvezzo alle regole che beve whiskey durante un interrogatorio.
Tratto dal best seller "The Missing File"di Dror Mishani, Black Tide è un thriller dalle atmosfere mystery che ricalca in maniera pigra e decisamente prevedibile tutte le prerogative del genere, ingurgitando stereotipi e girando troppo attorno ai suoi tre personaggi finendo per lasciare un climax finale abbastanza semplice da intuire. Di certo non aiuta una scansione degli eventi troppo didascalica, l'incapacità di rendere misteriose le atmosfere con il risultato che la suspance viene vanificata troppe volte. Un film che soprattutto nel primo atto mostra i suoi topoi più interessanti che poi sono quelli del sotto genere, vale a dire una comunità con alcuni nuclei familiari piuttosto bizzarri su cui la sceneggiatura soccombe troppe volte. Questo cercare dentro le loro caratterizzazioni tutti gli elementi da cui dovrebbe essere composta un'inchiesta, la dice lunga sulla brevitas e su una scarsa quantità di elementi che dovrebbero alternarsi con efficacia durante l'arco della narrazione.
Black Tide è stato definito un "roman de gare", un romanzo che si compra in stazione per passare il tempo e aspettare il treno, esattamente come la sua visione e il suo scopo. Intrattenere senza dare troppi pensieri e lasciare gli attori ad auto dirigersi.


mercoledì 5 giugno 2019

Training Day


Titolo: Training Day
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2001
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jake Hoyt è un giovane poliziotto, idealista e di belle speranze, che è stato appena assegnato alla sezione narcotici del dipartimento di polizia di Los Angeles. Animato dal fuoco sacro della giustizia, Jake ha un solo giorno per dimostrare di avere la stoffa per quel lavoro. A giudicarlo è il sergente Alonzo Harris, veterano della sezione antidroga, che lavora da tredici anni nei quartieri più caldi della città, violente centrali di spaccio, animate da energumeni sudamericani a suon di rap e proiettili. Il problema è che la pratica con i criminali ha reso la pelle di Alonzo fin troppo dura. Muovendosi costantemente in bilico tra legalità e corruzione, il sergente trasforma il giorno di addestramento dell'ingenua recluta in un cinico e crudele gioco all'ultimo sangue. Dove solo i più forti vincono.

Il poliziesco, il buddy movie o buddy cops, è stato da sempre un genere molto saccheggiato nel cinema. Negli Usa in particolare dove sparare senza un preciso motivo è sempre stato motivo di dibattiti, il cinema dalla sua ha cercato di assorbirne i difetti sottolineando peculiarità ma anche disordini, giri di denaro, in almeno due parole: corruzione e razzismo.
Training Day nasce e cresce proprio per questo raccontando la storiella del poliziotto bianco che decide di diventare poliziotto per proteggere la comunità e si troverà a lavorare con l'anziano collega di colore che invece dopo anni ha cambiato intenti e segue le regole del profitto e del proprio tornaconto.
Girato con una grande capacità di renderlo attuale nelle scene d'azione, i meriti artistici e tecnici del regista superano decisamente quelli di scrittura con alcuni sotto passaggi lacunosi o incredibilmente macchinosi e telefonati.
L'addestramento e la strada come palestra, i codici criminali, le bustarelle e le maniere forti sono codici come riti d'iniziazione che in un modo o nell'altro sono destinati ad entrare nella vita personale di ogni agente sancendo una propria auto determinata morale, oppure accettando di rimanere intrappolati in un sistema dove si sceglie di diventare gregari del gruppo.
Una ventiquattro ore adrenalinica e violenta questa è la log line che il regista americano insegue e da cui viene travolto, mostrando ancora una volta i poliziotti più marci e corrotti dei delinquenti, e dove fare la cosa giusta ha spesso i contorni di un’azione sbagliata.
Nella visione manichea tra agenti buoni e cattivi, vittime e carnefici, tra bianchi e neri, a dettar legge, rimangono comunque gli intramontabili joint di Spike Lee

lunedì 3 giugno 2019

Antigang


Titolo: Antigang
Regia: Benjamin Rocher
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Serge Buren è un poliziotto leggendario, circondato da un gruppo di giovani poliziotti che usano dei metodi non convenzionali. Sfruttano qualsiasi mezzo possibile, comprese le mazze da baseball e i risultati ci sono! Ma un gruppo di rapinatori assassini entra in scena, deruba le banche e le gioiellerie della capitale con una facilità sconcertante. Di fronte a questo ingegno e a questa brutalità, Buren e la sua unità si trovano ad affrontare una situazione difficile: i loro metodi saranno sufficienti a fermare questi criminali?

Antigang fa parte di quel filone action poliziesco con una squadra speciale intenta a trovare i criminali più incalliti sempre al confine tra il lecito e il proibito.
Lontani dalle regole comuni, dotati di privilegi e guardando dall'alto in basso i colleghi, la squadra capitanata da un Jean Reno imbolsito, si trova così a dover fronteggiare un terrorista feroce che manco a farlo apposta ucciderà proprio l'amante di Serge Buren nonchè moglie dell'ispettore capo.
Gli ingredienti ci sono tutti, pure un agente che mena le mani manco fosse Bruce Lee sconfiggendo nemici che sono il doppio se non il triplo di lui.
Ma l'elemento sicuramente che rende il film un action con un buon ritmo e i colpi di scena rapidi e telefonati è la regia di Rocher che si stacca dall'horror dopo due film notevolissimi di zombie, Horde
e GOAL OF THE DEAD per accettare un film su commissione decisamente commerciale.
Ad Antigang manca solo una struttura più complessa, personaggi che si prendano decisamente sul serio e magari un po di sangue in più. E'un action poliziesco, non un hard boiled, decisamente più comico e scontato rispetto ai suoi coetanei, come sembra ormai piacere sempre di più al pubblico main stream che ormai fa fatica a stare dietro ad un'indagine complessa con la quasi totale assenza di scene d'azione o centellinate a dovere.


martedì 30 aprile 2019

Inside Man


Titolo: Inside Man
Regia: Spike Lee
Anno: 2006
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo dichiara, faccia sullo schermo, occhi puntati verso lo spettatore, che farà una rapina straordinaria. Una super-rapina. Roba da film. Dice di essere un "grande", d'averla progettata per bene, nei minimi particolari. Perché lo fa? Perché lo sa fare...

L'heist movie è un sotto genere abbastanza insolito per l'outsider americano. A dire il vero sembrerebbe in tutto e per tutto un film su commissione se pensiamo alle solite tematiche dell'autore come il razzismo, le differenze culturali, etc. In realtà il film in questione al di là dell'innegabile mano dell'autore che riesce a mettere in scena diverse storie, è quello di aver ancora una volta inserito una polemica mica da ridere chiamando in causa proprio la comunità ebraica.
Anche se è facile prendersela con ebrei e nazisti (un espediente che assicura sempre un certo successo) in questo caso la polemica è proprio sui banchieri ebraici e la responsabilità di alcuni di loro ad aver aiutato le SS a trovare e nascondere i beni preziosi di importanti e ricche famiglie ebree durante l'Olocausto.
E'così tutto il mistero del film, tutta la suspance che crea il leader della banda Clive Owen inseguito dal detective Washington, dal poliziotto Dafoe e dall'avvocato Foster diventa presto una corsa a difendere i propri e gli altrui interessi, dove in realtà a nascondersi sono proprio quelli che non ti aspetti in un film molto pianificato che cerca come un conto alla rovescia di incastrare tutto a meraviglia riuscendoci anche se con qualche forzatura e puntando tutto sul climax finale dove gli interessi del ladro non coincidono cn il denaro come qualsiasi rapina farebbe credere..



domenica 28 aprile 2019

Preda perfetta


Titolo: Preda perfetta
Regia: Scott Frank
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Matt Scudder è un ex-poliziotto con alle spalle anche un passato da alcolista. Vite entrambe archiviate, la New York che vive adesso la vede sotto gli occhi di un detective irregolare (non ha la licenza), sempre attratto dal sottobosco, in questa sua lotta costante al crimine seppur al limite della legalità. Un giorno Scudder incappa nell’efferato omicidio di una ragazza, ritrovata a pezzi in un laghetto: da quel momento parte la sua caccia al killer. Anzi, ai killer.

Il detective Matt Scudder che vanta al suo attivo diversi romanzi di genere, è l'ennesimo di una nutrita serie di detective abbastanza gregari nel comparto hollywoodiano senza guizzi di scrittura o una psicologia alla base che lo renda diverso o banalmente originale.
I punti saldi di questa scrittura sono evidenti e forzati oltre a nascondere intenti reazionari poco condivisibili. Come tanti altri cugini, diventa presto un melodramma imbracciando armi e bandiera americana risultando quasi sempre sopra le righe diventando quel thriller scialbo che commette svariati passi falsi in termini di credibilità della storia e di coesione narrativa.
Diventa metaforicamente come un videogioco in 2d dove anche a occhi chiusi dopo averci giocato tanto e averne visti troppi simili, sai bene dove saltare e dove fermarti prima di un burrone.


lunedì 22 aprile 2019

Logorama


Titolo: Logorama
Regia: AA,VV
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

La polizia insegue un criminale armato in una versione di Los Angeles composta interamente da loghi aziendali.

La critica al capitalismo, il modello economico che stanerà tutti, diventa il circuito perfetto dove il trio di registi francesi descrive il proprio microcosmo. Loghi, brand, multinazionali, tutto ormai sembra diventare status simbol con il preciso compito e dovere da parte degli autori di trasformare tutto in un enorme buco nero in grado di inglobare tutto e mettere fine alla civiltà.
Il collettivo H5 (François Alaux, Hervé de Crécy e Ludovic Houplain) ha già firmato videoclip per Alex Gopher, i Massive Attack, i Goldfrapp e i Röyksopp e conferma un acume attento e colto nel saper essere sintetici e al contempo ingranare la marcia e sfrecciare a tutta velocità.
16 minuti di pura azione da vedere rigorosamente in lingua originale, un lavoro enorme che ha comportato l'utilizzo di 2500 loghi e mascots, appartenenti a compagnie di tutto il mondo, per costruire l’intera architettura cittadina e per creare personaggi improbabili, come il cattivissimo Ronald MacDonald e ampliare così una critica feroce sugli intenti perversi della multinazionale del fast food.


sabato 20 aprile 2019

Dragged across concrete


Titolo: Dragged across concrete
Regia: S. Craig Zahler
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Brett Ridegman e Anthony Lurasetti sono due poliziotti sospesi dal servizio dopo che un video li ha immortalati e diffusi in rete mentre si accanivano con troppa brutalità su un arrestato. Le loro vite in frantumi, avare di soldi e piene di difficoltà, oltre che private del lavoro di una vita, li spingono a volersi fare giustizia da soli, nel tentativo di accaparrarsi un’illecita somma di denaro nella maniera più brutale e fuori legge possibile.

Al suo terzo film, S.Craig Zahler dimostra decisamente di essere uno dei registi più interessanti sulla piazza. Finora la sua filmografia si è rivelata unica nel suo scopo ovvero quello di darmi ripetuti cazzotti allo stomaco e ci sono delle scene di Brawl in cell block 99 che ancora sono lì pronte a tormentarmi.
Forse è il poliziesco più lungo della storia del cinema, almeno di quello che mi venga in mente facendo un sunto degli ultimi vent'anni. Un poliziesco ovviamente desaturato di quasi tutti i colori, le musiche (poche e incisive e composte dallo stesso regista), lasciando la sostanza e mettendo meno mano possibile alla forma.
Un film che nel suo silenzio è capace di trasmettere così tante cose che stento ancora a crederci come sempre anche qui ruotando intorno a uomini duri guidati da codici morali rigorosi (sceriffi, criminali, poliziotti) ma che per un verso o per un altro finiscono sempre per prendere la decisione peggiore possibile e da lì in avanti sarà solo e soltanto un lungo viaggio all'inferno.
Il cinema di Zahler è lento e doloroso, una trappola che mano a mano prosegue abbattendo ogni sfera morale, ogni valore, diventando un gioco perverso dove gli sconti non esistono e si paga sempre con la vita facendo in modo che la tragicità degli eventi sia sempre più asfissiante e ingestibile.
Ancora una volta la violenza grafica anche se in poche scene è inaudita, l'autore arriva dritto al punto, senza giri di parole ma lasciando alla fine con un senso di disorientamento che ancora fatico a credere.




Father's day


Titolo: Father's day
Regia: Adam Brooks, Jeremy Gillespie
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ahab è ossessionato dalla vendetta, violenta, brutale e indomabile vendetta nei confronti dell'uomo che ha ucciso suo padre. A dargli una mano arriva John, un prete e Twink. Insieme partono per un'epica avventura per trovare questo mostro, Chris Funchman, noto anche come il Killer della Festa del Papà.

Gillespie. Ricordatevi questo nome. Per me era stato già in passato un talento e una sicurezza.
Poi sono arrivate tante cose un po della Troma e altri horror indipendenti notevoli per arrivare poi al top Void, uno degli horror migliori degli ultimi dieci anni.
Si fa tanto il nome di Adam Brook ma il suo contributo rispetto a quello del collega non vale il paragone.
Father's day è tanto Troma, è tanto trash, weird, grottesco, volgare, fratelli che scopano le sorelle e altri elementi che i fan di un certo tipo di cinema ma soprattutto di genere apprezzeranno.
Si ride tantissimo e di gusto. Astron-6, lo scrittore e regista di Father's Day , è in realtà un nome composito di cinque diversi ragazzi, che probabilmente sono cresciuti affittando quei nastri Troma, e sembra che abbiano cercato di assimilare ogni ispirazione che hanno mai avuto da loro in un film.
Qui si parte da un trauma, dal famigerato serial killer Chris Fuchman (sì, pronunciato "Fuck-Man"), che ha ucciso padri per qualcosa come trent'anni nei modi più efferati possibili (alcuni omicidi citano il nostro cinema neo gotico italiano) con un mascherone di gomma tremendo e tutta una serie di accessori che forse non vedrete in nessun altro film.
Father's Day fagocita tutto, motrando senza pudore e senza remore tutto quello che la censura vorrebbe toglierci ma che invece per gli autori della Troma sono diventati il leitmotiv del loro modo di fare cinema. La festa del papà ha l'unico scopo di intrattenere con rimandi a tanto cinema e citazioni (Ahab è la variante scemotta di Plissken) alcune delle quali davvero disgustose.



True Detective 3


Titolo: True Detective 3
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 3
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Arkansas, piana di Ozark, 7 novembre 1980. Una comunità statica e retrograda viene scossa da un fatto terribile, uno di quegli avvenimenti a cui nessuno vorrebbe mai assistere, in grado di devastare una famiglia e di piantare nella collettività il seme del dubbio. Due bambini, fratello e sorella, scompaiono da un giorno all'altro. Tra testimonianze inconsistenti e indizi confusi si fanno strada i detective Wayne Hays e Roland West, che passano al vaglio testimonianze e ipotesi per andare a fondo di una vicenda apparentemente sempre più legata alla pedofilia.
La diffidenza dei membri della comunità cresce, scagliandosi contro i membri più isolati della società ed esasperando un clima di discriminazione e razzismo già molto delicato, che non risparmia lo stesso Hays. A raccontare i fatti avvenuti negli anni ‘80 è proprio Hays negli anni ‘90, dopo la scoperta di nuovi dettagli sul caso, e nel 2015, durante un'intervista per un programma televisivo crime. Il detective è però tormentato da ricordi sempre più evanescenti, la cui veridicità è minacciata dall'avanzare di una drammatica demenza senile.

Va bene. La frase è la seguente è la dicono un po tutti e per quanto non significhi nulla alla fine sembra avere pure un senso. La prima stagione era la migliore (in realtà perchè ha fatto nascere e non resuscitare MacConaughey e messo elementi un po a cazzo del Re Giallo), la seconda (che a me è piaciuta) la meno bella e infine questa terza che è meno bella della prima, ma migliore della seconda (che ripeto mi è piaciuta).
True Detective si dimostra ancora una volta una serie capace di portare sullo schermo un'indagine profonda dell'animo umano e l'esplorazione inquietante di personalità immerse in una società ostile prendendo bambini come merce, bifolchi come concime e corruzione come diserbante.
Dal punto di vista tecnico, questa terza stagione si riconferma un prodotto ben realizzato, dal taglio estetico cinematografico e ricco di performance eccellenti dove ovviamente svettano quelle dei due protagonisti (il buddy col migliore affiatamento in assoluto) e in sostanza diciamolo pure si respira tanta aria di "in parte è già stato visto", cambiando colore della pelle del protagonista, aggiungendo una linea temporale (quella della vecchiaia) e infine cambiando del tutto location.
La terza stagione è uno sfacciato rifacimento della prima, con la differenza che qui i finali sembravano e potevano essere tanti e diversi quando alla fine si è scelta la soluzione più semplice e ovvia. E'vero. Alla fine cambia il luogo, ma non l'ambientazione angosciosa, è diverso il crimine, ma non la sua capacità di scavare nell'animo umano per far emergere il marcio che esso nasconde.



lunedì 11 marzo 2019

Robocop


Titolo: Robocop
Regia: Paul Verhoeven
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una poliziotto è catturato da una banda di gangster cui dava la caccia, torturato e ucciso. Ma qualcosa di lui rimane viva e viene innestata in un robot che il capo della polizia fa adottare dal corpo per gli incarichi più pericolosi (è invulnerabile). Ma il robot ha la memoria dell'agente ucciso e, riconosciuti i suoi carnefici, dà loro una caccia spietata, sterminandoli (e uccidendo il loro capo, un alto funzionario della polizia).

Verhoeven negli anni '90 ha girato tre film con cui verrà ricordato nella storia del cinema.
ROBOCOP, ATTO DI FORZA, Starship Troopers. Con questa trilogia poteva smettere di fare film e guardare quanto in futuro avrebbero saccheggiato dai suoi film.
Quando la scifi incontra il dramma, l'action, le intuizioni narrative, il tutto con un abbondante dose di violenza e di pessimismo dove le multinazionali si sostituiscono all'amministrazione pubblica, il governo e la politica sono più corrotti che mai e i criminali imperversano nelle strade come bande senza limiti e controllo spesso spalleggiati dalle forze dell'ordine.
La giustizia personale diventa uno dei motori più interessanti del film, staccandosi da una logica e una politica più reazionaria per cercare un'anarchia personale, come nel caso di Murphy, finendo per essere solo contro tutti. Sembra la versione per certi aspetti hi tech del GIUSTIZIERE DELLA NOTTE uscito nel '74.
Lo stile inconfondibile del regista appare dall'inusitato tasso di violenza, fuori e dentro le strade, di un trucco e un make up sempre ai massimi livelli grazie a Rob Bottin.
La trilogia scifi del regista si è dimostrata più intelligente e attenta che mai a scoprire e denunciare gli orrori che stavano per prendere vita, dando sempre delle idee molto valide in una matrice che non dimentica mai la politica ma la segue misurandone la temperatura in tutti i suoi film, mettendola quasi sempre alla stregua e agli intenti della psicologia criminale.



Reprisal


Titolo: Reprisal
Regia: Brian A.Miller
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob chiede aiuto al vicino di casa, ex poliziotto, James di aiutarlo a rintracciare l'uomo che ha rapinato la sua banca e ha ucciso il suo collega. Il criminale però sembra essere sempre un passo avanti a loro, fino ad arrivare a rapire la moglie ed il figlio del banchiere.

Un altro film di serie b dove le due "star" sono Willis e Grillo. In realtà c'è anche il terzo qui il villain di turno, il bello e dannato Scaech che aveva esordito coi film dell'outsider Gregg Araki per poi finire anche lui in produzioni sfortunate e ruoli identici e detestabili.
Sia lui che Willis ormai campano come possono accettando qualsiasi ruolo in qualsiasi film per qualsiasi produzione. Basta essere pagati.
Grillo poteva chiamarsi fuori da questa porcheria, dal momento che è un attore che si sta costruendo una sua filmografia e si sta soprattutto specializzando nei film di azione e arti marziali.
Questo poliziesco è così brutto da lasciarmi senza parole, cercando di diventare un buddy movie che fallisce miseramente dal momento che avendo una sceneggiatura da denuncia, anzichè provare a tirar fuori un pò di ironia il film fallisce miseramente prendendosi molto sul serio.
Brian A.Miller è uno dei quei mestieranti vagamente di ispirazione ariana e reazionaria che fa film stupidi e molto ingenui dove il tasso di testosterone dovrebbe essere sostituito da sceneggiatori che non vadano a braccetto con la sua ideologia.

mercoledì 20 febbraio 2019

Small apartments



Titolo: Small Apartments
Regia: Jonas Akerlund
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Franklin suona il corno delle Alpi e sogna la Svizzera. Il suo pazzo fratello gli manda le sue unghie tagliate per posta. Uno dei suoi vicini di casa è uno smemorato strafumato, l'altro un ficcanaso burbero che non si fa mancare nulla. Dall'altra parte della strada vive una madre e la figlia quindicenne, che ama guardare dalla finestra, ma nessuno di questi sono il vero problema di Franklin. Il suo vero problema è il suo padrone di casa, che è morto, disteso sul pavimento di linoleum della sua cucina.

Ho amato molto questo film. Nella sotto cultura dell'indie e dei film che nessuno conosce, Small Apartments mi ha fatto ridere, pensare (soprattutto al non sense), viaggiare, e infine scoprire come il cinema è l'arte più incredibile e variabile che esista.
Un piccolo cult da scoprire che si aggira dalle parti di Motivational Growth e altre pellicole strampalate, indecifrabili, che raccontano ciò che vogliono prendendosi i loro tempi e regalando di fatto situazioni comico grottesche a profusione e anti eroi che sembrano uscire come palline dalle bocche degli spacciatori.
Quando un protagonista è rozzo, puzza e fa schifo in tutti i sensi siamo nella direzione giusta.
Akerlund sdogana ogni compromesso del non lecito per fare di testa sua e regalare orrore, idiozia, trash, momenti weird, momenti comici esplosivi e follia di ottimo gusto.
Con un cast magnifico che prende gente assurda che non sembra c'entrare nulla e provenendo ognuno da un mondo o una tendenza di fare cinema completamente diverso.
Matt Lucas (quello che fa schifo con le pomate in Polar), Dolph Lungren in una parte che sembra riciclata a quella di Swayze in DONNIE DARKO, Johhny Knoxville sinonimo di garanzia, Billy Cristal che chissà dov'era finito, James Caan straordinario nella parte del vicino che non si fa i cazzi suoi, e infine Juno Temple e il prezzemolo Peter Stormare nella parte di mr.Olivetti.
Da un lato mi ha ricordato quella piccola perla di Greasy Strangler, film che conosceranno solo gli avvezzi al genere e che come in questo caso parla di derelitti, personaggi depressi e quanto mai soli che cercano di andare avanti e trovare un barlume di gioia e speranza negli altri. Utopia?

Ultimo boy scout



Titolo: Ultimo boy scout
Regia: Tony Scott
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un investigatore privato che si crede Philip Marlowe e un ex giocatore di football con la carriera stroncata da una storia di droga si alleano - malvolentieri - per porre fine a un giro di scommesse e di partite truccate.

Il poliziesco alla maniera facilona ma per nulla stupida degli anni'90 ha avuto un discreto successo e ha decretato un suo fascino, una sua collezione di film e ha consacrato alcuni fisic du role.
Bruce Willis è da sempre uno degli attori più sopravvalutati della sua generazione, un cazzaro col mascellone che hai tempi piaceva tanto a Hollywood.
In questo caso il buddy movie siglava la coppiata con il nero che il cinema e il senso di colpa delle lobby americane doveva spammare un po ovunque. Il risultato è una coppiata che non ha fatto fuochi artificiali ma di fatto si è difesa bene, a testa bassa, riciclando luoghi comuni e dialoghi improbabili sempre al limite del consentito, senza arrivare a scrivere qualcosa come ARMA LETALE ma nemmeno film tipo 48 ore.
Lo sbirro in fondo buono, che qualsiasi cosa deve fare la sbaglia o dimostra di essere un cazzone che fa di testa sua ma dal cuore buono, è la solita piazzata che al botteghino funziona, crea un eroe che dovrebbe essere un anti-eroe ma che in fondo è trainato da quel senso di giustizia e morale per cui si indigna quando il collega fa uso di cocaina ma poi uccide senza guardare chi ha davanti.
In questo caso il problema o il limite del film è dato dall'inconsistenza e dal fastidio che può creare Damon Wayans.
Al di là dei gusti personali e dei pareri, uno dei film più chiacchierati di Scott, rimane un solido action-movie in cui l'ironia è compagna della violenza in situazioni come sempre ai limiti dell'assurdo.