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lunedì 22 aprile 2019

Logorama


Titolo: Logorama
Regia: AA,VV
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

La polizia insegue un criminale armato in una versione di Los Angeles composta interamente da loghi aziendali.

La critica al capitalismo, il modello economico che stanerà tutti, diventa il circuito perfetto dove il trio di registi francesi descrive il proprio microcosmo. Loghi, brand, multinazionali, tutto ormai sembra diventare status simbol con il preciso compito e dovere da parte degli autori di trasformare tutto in un enorme buco nero in grado di inglobare tutto e mettere fine alla civiltà.
Il collettivo H5 (François Alaux, Hervé de Crécy e Ludovic Houplain) ha già firmato videoclip per Alex Gopher, i Massive Attack, i Goldfrapp e i Röyksopp e conferma un acume attento e colto nel saper essere sintetici e al contempo ingranare la marcia e sfrecciare a tutta velocità.
16 minuti di pura azione da vedere rigorosamente in lingua originale, un lavoro enorme che ha comportato l'utilizzo di 2500 loghi e mascots, appartenenti a compagnie di tutto il mondo, per costruire l’intera architettura cittadina e per creare personaggi improbabili, come il cattivissimo Ronald MacDonald e ampliare così una critica feroce sugli intenti perversi della multinazionale del fast food.


sabato 15 dicembre 2018

Io, Dio e Bin Laden


Titolo: Io, Dio e Bin Laden
Regia: Larry Charles
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Gary Faulkner è disoccupato, ha alle spalle qualche condanna per reati minori e davanti a sé forse qualche birra di troppo, quando riceve la "chiamata" divina per una missione a cui non può sottrarsi: partire per il Pakistan e catturare Osama Bin Laden. Armato di una spada da samurai comprata tramite una televendita e della convinzione, risalente all'infanzia, di dover fare qualcosa di grande, Faulkner, malato di reni ma psichiatricamente dichiarato sano, lascia la donna che lo ama e lo sopporta per inseguire il suo destino. Ci proverà ben undici volte, ma il film se ne fa bastare tre o quattro, che rendono perfettamente l'idea.

Terribile. L'idea di sviluppare una farsa, un film ironico che prendesse in giro una vicenda che ha fatto il giro del mondo fino a prova contraria sulla carta poteva essere una buona idea.
La satira come la sci fi sono materia difficile da destreggiare se non si è capaci.
Larry Charles sicuramente ha esperienza con la demenzialità e tutto il suo universo. Ha lanciato e ha fatto fortuna con diversi film con protagonista Sacha Baron Cohen, pellicole che sinceramente ho sempre trovato abbastanza ingenue e subdole nel cercare di inventarsi una nuova comicità spingendo su alcuni personaggi politici e una satira ignorante e mai incalzante.
Ma questa sua ultima opera fa acqua da tutte le parti, non si può reggere come Nicolas Cage che seppur in ottima forma con un nuovo e travolgente look di capelli, rimane dall'inizio alla fine senza freni e limiti come se fosse tornato giovane e tamarro per le strade di CUORE SELVAGGIO senza un autore dietro che gli dica cosa fare.
Ed è proprio la strada che qui sembra portare ovunque tranne che nel nascondiglio di Bin Laden.
Tutto è scombussolato, senza un filo che unisca niente, Russel Brand a fare Dio proprio non si può vedere per quanto è fastidioso e per finire delle scene poi ai limiti del ridicolo e del cattivo gusto come quando Gary cammina per le strade del Pakistan imbracciando una katana e con crisi allucinatorie che gli fanno vedere Bin Laden ovunque. Il finale baci perugina poi è da denuncia.
Mi chiedo se avessero messo Trey Parker o Kevin Smith cosa sarebbe successo.

mercoledì 5 dicembre 2018

Fake


Titolo: Fake
Regia: Sang-ho Hien
Anno: 2013
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Un gruppo di fedeli si lascia affascinare da una nuova Chiesa che promette miracoli. Quando i dubbi cominciano ad assalire i primi fedeli e muore improvvisamente una famiglia di persone oneste, l'equilibrio iniziale comincia a sgretolarsi e affiorano tutte le contraddizioni di un sistema religioso chiuso e troppo rigido

Fake (Falso) è un film straordinario dove il cinismo, la corruzione, gli scontri di potere, la diseguaglianza e tanto altro ancora esplode come un urlo disperato di chi non riesce più ad accettare tutti questi tumori e decide fargli vivere su grande schermo.
La metafora sulla società coreana, sempre più incattivita, spietata e pronta ad implodere e la scelta dell'animazione si sono rivelate ancora una volta due strumenti importantissimi dal momento che forse il regista a far recitare in carne ed ossa avrebbe potuto avere problemi.
Un film ancora adesso sconosciuto senza la benchè minima voglia di provare a distribuirlo da noi in Italia.
Hien aveva già esordito un anno prima con il pesantissimo Kings of Pigs dove per assurdo i protagonisti di adesso in quel film erano solo dei bambini e già dimostravano di non avere limiti alla loro brutalità. Uccidevano i gatti mentre qui uccidono i cani.
Il "pig" anzi i "pigs" di allora, diventano coloro incapaci di fare qualcosa di buono, a differenza dei forti, i bravi studenti, "i cani", come nella bellissima e onirica scena del film del 2012.
Hien cresce e come dicevo i suoi personaggi, metaforicamente parlando, diventano politici, amministratori, boss, malavitosi, buoni a nulla come il protagonista, ma ognuno di loro nel bene e nel male interpreta un ruolo all'interno della dinamica e competitiva società coreana.
Cresce in particolar modo il personaggio di Min-chui il padre che forse nessuno vorrebbe avere che rappresenta il paradosso di questa società un cattivo senza possibilità di redenzione ma allo stesso tempo dal momento che ricopre i piani più bassi della società una specie di portatore insano della verità.
Le gare d'appalto nonchè la corruzione diventano i punti di forza per un film in cui o sei carnefice fino alla fine, oppure non potrai che rimanere vittima di un sistema che non premia l'onestà e i buoni principi e dove un padre farabutto che esce di galera sperpera nel giro di pochi giorni tutti i risparmi per l'università della figlia, prendendola a botte ed etichettandola come puttana quando costei non ha fatto nulla se non provare ad arrabbiarsi.
In più in questo caso si arriva a toccare anche la sfera religiosa con un personaggio e il suo cambiamento lasciato proprio in bilico di fronte a scelte più grandi di lui, dove ci troviamo ancora una volta, di fronte ad una metafora che rappresenta le più becere illusioni e menzogne della chiesa.
Spero solo che Sang-ho Hien possa continuare a fare film perchè i risultati fanno male per quanto colpiscano dritti allo stomaco.




Team America



Titolo: Team America
Regia: Trey Parker
Anno: 2004
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il Team America, una forza di polizia internazionale che mantiene la stabilità nel mondo, scopre che un dittatore assetato di potere procura armi di distruzione di massa a un gruppo di terroristi. Per infiltrarsi nella rete criminale, il Team recluta Gary Johnston, astro nascente di Hollywood, perché agisca in incognito. Dapprima riluttante, Gary si rende ben presto conto che il proprio talento di attore può servire una nobile causa...

E'inutile stare a presentare Trey Parker. Se non lo conoscete crocifiggetevi.
Solo per fare un esempio la serie SOUTH PARK è stata creata da lui e il suo socio.
Poi ha fatto altra roba come Orgazmo, film indipendentissimo, e se non lo avete visto, fatelo.
Dissacratore, gay, comico, eretico, praticamente distrugge qualsiasi cosa abbia a che fare con le religioni e le ideologie con una semplicità incredibile per lo più quando decide di parlare delle mille contraddizioni degli Usa, una potenza esportatrice di democrazia e guerra al tempo stesso che si affida ad un divo hollywoodiano per salvare il mondo.
Team America è uno dei suoi progetti più costosi che come sempre non ha raggiunto nessun successo ma dalla sua ha così tanti aspetti magnifici e dissacratori che ho riso dall'inizio alla fine divertendomi per come nessuno alla fine venga salvato dal comico.
Il sogno americano distrutto in tutto e per tutto, in questo caso grazie all'animazione che permette più libertà, l'artista ha avuto la possibilità di aumentare lo scenario dove collocare la vicenda e scrivendo dei dialoghi che prendono in giro tutti i film reazionari americani dagli anni'80 ad oggi in un film che sottolineo si fa beffe dell'ansia del politically correct e tutti i suoi parametri rigidi da controllare.
Un film che non nasconde nulla nella sua battaglia contro le apparenze, contro la falsità di un paese che cerca nemici immaginari per aumentare la sua sete di potere.
Senza farsi mancare stragi sanguinolente, scene di sesso, il fatto stesso di aver usato dei personaggi che richiamano le barbie e i ken non poteva rivelarsi scelta più azzeccata.
Esplode/dono tutti nel film. Terroristi, Michael Moore, Kim Jong II, l'amministrazione Bush, etc.
Nessuno si salva o meglio chiunque finga di promuovere valori e inneggiando a ideali in cui non crede o dove vende se stesso e ciò che gli sta intorno viene letterallmente silurato.


sabato 10 novembre 2018

Soldado


Titolo: Soldado
Regia: Stefano Sollima
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sempre meno redditizio, il traffico di droga viene convertito dai cartelli in traffico di essere umani. Lungo il confine messicano e in mezzo ai clandestini si insinuano terroristi islamici che minacciano la sicurezza degli Stati Uniti. Un attentato-suicida in un supermercato texano provoca una reazione forte del governo americano che incarica l'agente Matt Graver di seminare illegalmente il caos ristabilendo una parvenza di giustizia. Graver fa appello ancora una volta ad Alejandro, battitore libero guidato da una vendetta che incontra vantaggiosamente le ragioni di Stato. Alejandro, che se ne infischia della legalità, rapisce la figlia di un potente barone della droga prima di diventare oggetto di una partita di caccia orchestrata dalla polizia messicana corrotta e da differenti gruppi criminali desiderosi di mettere le mani sull'infante. Diventata un rischio potenziale, bisogna liberarsene. Ma davanti a una scelta infame, Alejandro rimette in discussione tutto quello per cui si batte e tutto quello che lo consuma da anni.

Senza voler fare una comparazione a tutti i costi, ho trovato il film di Sollima leggermente superiore alla costruzione di Villeneuve, regista che stimo tantissimo ma che secondo me trova il suo meglio in altri generi.
Sollima dirige qualcosa di potente e maestoso, senza farsi prendere dal panico trovandosi di fronte ad una monumentale macchina produttiva come quella americana e con due attoroni ormai inarrivabili come Del Toro e Brolin (che fino a prova contraria è uno degli attori ritrovati del momento)
Un film che si divide come sempre in tre atti ma che racconta due storie diverse dove la prima mostra l'intelligence delle forze speciali e di come la lotta al narcotraffico fra Stati Uniti e Messico si è inasprita, dall'altra una storia umana di gente che cerca di attraversare il confine, di sopravvivere, di una relazione tra un sicario e una bambina, un rapimento, e un finale che spero dia conferma che deve rimanere Sollima a dirigere il terzo capitolo.
Un film di uno spessore e di una violenza impressionante da tutte le parti attraverso cui noi la guardiamo. Che siano i bambini, gli adolescenti, gli adulti, gli agenti del governo, lo stesso presidente, tutto sembra nichilismo puro e caos dove la parola d'ordine è uccidere senza regole e senza remore. Un crocevia di morte, che richiama soprattutto nella seconda storia il western, dove l'essere umano è la vera merce di scambio e dove ormai anche trattare è diventato quasi inutile, la giustizia e la vendetta sono invece i soli strumenti a fare da padroni (vedi Graver dopo quello che succede a Alejandro).
Un film bomba geometricamente che non fa una piega, con scene d'azione esaltanti e minimali, scenari pirotecnici che si aprono e sembrano farti catapultare da un bus pieno di messicani, al deserto più sanguinario di sempre e spazi angusti dove avviene il peggio.
Un film disperatamente cinico e drammatico che non regala e non vuole esaltare nulla, ma chiude tutte le porte massacrandole sul nascere, senza dare modo di redimersi a meno che non contiamo la deliziosa scena finale che apre le porte per un sequel che spero tanto di poter vedere.



giovedì 13 settembre 2018

Black Moon


Titolo: Black Moon
Regia: Louis Malle
Anno: 1975
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Alla guida della sua auto, Lily investe un tasso, resta coinvolta in una guerra tra eserciti di sessi opposti, avvista un unicorno e giunge a una fattoria. Qui incontra una vecchia signora forse moribonda, convinta che le sue esperienze siano frutto dell'immaginazione. Con qualche difficoltà, si integrerà nella strana vita della casa.

Capita spesso che i più grandi registi facciano delle incursioni in quello che potrebbe essere definito una sorta di trip, un sogno allucinato, un'esperienza onirica, un viaggio nel paese delle meraviglie.
Black Moon dalla sua ha alcune analogie con due capolavori assoluti che sono CHE di Polanski, uscito nel '72, e la CITTA'DELLE DONNE del'80 di Fellini.
Il background è assurdo quanto molto interessante per creare gli intenti che l'opera ricerca nei suoi continui rimandi filosofici e psicologici.
Una guerra tra i sessi dove a farne le spese sono in particolar modo le donne, prese e fucilate tutte in fila come nella peggiore delle esecuzioni che si possa immaginare.
Il perchè ci è sconosciuto ma Malle porta subito Lily in questa villa abbandonata dal tempo, con un unicorno parlante, la natura che vive, un gatto che suona il pianoforte, bambini nudi che corrono dietro ad un maiale enorme e un bicchiere di latte sempre pieno nel salone di casa.
Demolito dalla critica il film del noto autore in realtà ha dei meriti singolari e si spinge attraverso una metafora politica su un'amara e personalissima allegoria di come pensiamo di essere visti all'interno di una comunità quando scopriamo di non essere al centro dell'attenzione e che spesso e volentieri le parole non hanno alcun significato ma le azioni e i gesti hanno una grossa importanza.
Quando l'unicorno sentenzia a Lily di essere cattiva perchè ha strappato dei fiori che altro non erano che dei bambini, la stessa risponde all'unicorno dicendogli che lui deve cibarsi proprio degli stessi.
Tra psicoanalisi, sogno e realtà, visioni oniriche di cosa in realtà si crede e cosa no e una vecchia malata che deve essere allattata dalle proprie figlie o presunte tali.
Un film che seppur non perfetto è affascianante sotto il piano visivo ed estetico fotografato spendidamente e in grado di riassumere nella sua durata e nel fatto che tutto il film a parte i primi dieci minuti è ambientato nella villa, una satira sociopolitica forte e suggestiva dove i richiami all'opera di Carrol sono evidenti ma non così importanti, mentre invece lo sono a tutti quegli elementi legati all'esposizione enigmatica dei fatti che si prestano a varie letture psicoanalitiche ma soprattutto metaforiche per una favola senza morale, un incubo tutto sommato tranquillo, finchè si rimane nell'aura magica della villa e non si pensa che là fuori il mondo ha raggiunto ormai la fine.



giovedì 2 agosto 2018

Miracolo


Titolo: Miracolo
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Durante l'irruzione nel covo di un boss della 'ndrangheta, viene ritrovata una statuetta di plastica della Madonna che piange sangue. Al mistero non c'è risposta, ma la potenza di quell'enigma farà impazzire e deragliare le vite di tutti quelli che entreranno in contatto con questo evento.

Devo ammettere che non sono mai stato un grosso fruitore delle serie tv.
Questo non significa che non sia un ammiratore ma trovo che ci sia davvero troppa carne al fuoco con risultati poco più che mediocri e pochissimi casi di prodotti interessanti.
Ecco forse il Miracolo riesce a staccarsi, nello spettro italiano che delle serie ha davvero tanta paura soprattutto quando tratta il cinema di genere, superando quel confine invisibile che divideva la serialità italiana fatta per lo più di carabinieri, ispettori, polizia e preti, cercando come in questo caso di sconfinare e di catturare quello che tutti vogliono ovvero un pubblico mainsteram.
Il Miracolo è quella cosa scritta da Ammaniti, la sua prima storia originale per la televisione dopo sette romanzi di successo
Il viaggio di Ammaniti inizia da una suggestione classica in quanto a miracoli, quella di una statua della Madonna che piange sangue.
L'immagine della Madonna che emette grandi quantità di sangue è potente, sia dal punto di vista concettuale che visivo e gli autori che accompagnano lo scrittore la depongono con una piscina coperta e abbandonata, vuota e opprimente. Ma la sua funzione è solo di detonatore, di avviare una reazione a catena che li metterà di fronte a ragionamenti, domande, decisioni e scelte.
Gli otto episodi non sono solo un affascinante dramma, noir e visionario, avvolto nel mistero e in costante equilibrio tra sacro e profano, ma riescono a dare prova che una serialità da noi può esserci sfruttando il folklore e le nostre infinite leggende mischiando come in questo caso politica, mistero, thriller, mafia, scienza e chiesa e riuscendo anche a raccontare dei nuclei familiari e dei rapporti tra personaggi enormemente fragili e complessi.
Alla fine la serie è una grandissima metafora: davanti al mistero di una Madonna che lacrima sangue (nove litri l’ora, che non si sa come stoccare, salvo poi avere l’idea geniale di congelare la statuina per fermarne il deflusso), diventiamo tutti instabili se non schizofrenici.

mercoledì 1 agosto 2018

Loro2


Titolo: Loro2
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

È il momento dei confronti: fra Silvio ed Ennio, imprenditore del nordest testimone della prima ascesa di Berlusconi, tra Silvio e Sergio Morra, fra Silvio e Cupa Caiafa, fra Silvio e Veronica. Al centro c'è sempre Lui, proiezione delle speranze di riscatto di quelli (e quelle) che lo circondano, incarnazione materiale (e impudentemente materialista) dei sogni di (quasi) tutti.
Loro2 si conferma superficie eternamente riflettente, come il font cromato in cui è inciso il titolo sulle locandine. E la sua estetica inane veicola visivamente un vuoto così pieno di sé da apparire come un intero perfetto, pura materia deprivata di ogni parvenza di spirito.

Ritorna la corte attorno a uno degli uomini più influenti e potenti d'Italia.
Ancora una volta Sorrentino/Servillo danno prova di poter e voler lasciare il segno disegnando una cornice attorno a cui transitano tutta la galleria, tutto il sontuoso circo del regista.
La sua nemesi, il suo attore feticcio, il suo asso nella manica si supera ancora una volta dando prova di essere un attento osservatore e un imitatore dalle svariate sfaccettature.
E'il momento dei confronti tra Silvio e tutta la sua corte.
La più importante è sempre lei Veronica. Moglie, mamma, dea, compagna, amica e alleata.
Un film che chiude pur lasciando aperte molte domande su quanto invece il film abbia voluto raccontare. Penso non fosse alla base degli intenti del regista che ancora una volta promuove i rapporti e crea dei quadri stupendi fotografando lo sfarzo e l'apoteosi di un impero senza invece ritagliarsi quella parte politica e critica che in tanti avrebbero voluto vedere.
Ognuno sceglie di fare ciò che vuole e Sorrentino da sempre fa quello che gli pare e come gli pare.

giovedì 19 luglio 2018

Red Sparrow


Titolo: Red Sparrow
Regia: Francis Lawrence
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dominika Egorova è la prima ballerina del Bolshoi e la figlia di una donna sola e ammalata, di cui si prende cura con affetto e devozione. Quando un brutto incidente pone bruscamente fine alla sua carriera sulle punte, minacciando la sussistenza economica della madre, Dominika accetta la proposta dello zio Vanja, potente vicedirettore del SVR, di servire il governo di Mosca divenendo una Sparrow: un'agente pronta a tutto, un'arma di seduzione letale. Dentro di sé, però, la ragazza disprezza i metodi del governo e coltiva un piano segreto.

Red Sparrow è un noiosissimo film molto lungo di spionaggio ambientato in Russia con un cast americano. Un film fatto e confezionato per far vedere quanto è bella e di ghiaccio Jennifer Lawrence. Quando il regista di una saga ridicola come HUNGER GAMES decide visto che è innamorato della sua musa di buttarsi su del materiale che non sa assolutamente come gestire il risultato non può che essere uno solo: imbarazzante.
L'imbarazzo di avere un budget faraonico e non saperlo gestire con attori del calibro di Schoenaerts e Irons, ambienti maestosi, regali ma in pratica fumosi vista l'inutilità dello sfoggio fine a se stesso e snaturato dalla bellezza che in fondo si dovrebbe provare a guardare alcuni teatri e alcuni palazzi sovietici e infine le eroine che cercano di ribaltare i potenti e il sistema con doppi giochi che alla fine non tornano e scelte nonchè buchi di sceneggiatura che ad un tratto rischiano di farti perdere quel poco di dignitoso che il film grazie ad alcuni attori cercava di ottenere.
I tempi dilatati cercano di essere smorzati da un nudo della protagonista dove guardando in faccia il carnefice che ha cercato di violentarla sotto la doccia lo provoca dicendogli:
"Vediamo se hai il coraggio di scoparmi guardandomi in faccia?" il tipo non riesce e questo è per certi versi il film di Lawrence..un regista che ama la sua musa ma sul più bello fa cilecca

giovedì 26 aprile 2018

Fifo


Titolo: Fifo
Regia: Sacha Ferbus
Anno: 2017
Paese: Belgio
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Fifo è una tecnica espositiva utilizzata nei supermercati. Stephan deve posizionare i prodotti più freschi dietro quelli più vecchi, mentre quelli prossimi alla data di scadenza devono essere eliminati. Nel percorso per raggiungere i bidoni nello scantinato, Stephan deve fare i conti con chi potrebbe trarre benefici da questi prodotti ma che è però escluso dal sistema, oltre che confrontarsi con se stesso e con l'uomo che era prima di questo lavoro.

Il fatto che al giorno d'oggi sempre più supermercati di grosse catene adottino sistemi per tutelarsi e cercare di dare un messaggio chiaro e forte che non prevede nulla in termini di restituzione la dice lunga su come il consumismo stia andando avanti. Cosa fare dunque con i prodotti che vanno in scadenza quando non vanno resi al rappresentante?
Un paradosso per diversi aspetti.
Più produci e più scarti senza prendere in considerazione l'idea che lo scarto che butti potresti concederlo a chi non ha nulla da mangiare.
E' così è meglio versare litri e litri di candeggina sul cibo e fare l'interesse dell'azienda piuttosto che
schierarsi politicamente dalla parte del più debole come il commesso che all'inizio del corto viene licenziato perchè passava gli alimenti ai senza tetto anzichè buttarli.
Fifo è un corto attuale e molto importante. Ha una dimensione politica (il supermercato, la riunione della dirigente, i pareri dei commessi, la scelta del protagonista che accettando l'indeterminato accetta e sposa l'interesse della multinazionale), sociale, di marketing, etc.
Il lavoro di Ferbus merita di essere visto il più possibile, nelle scuole, dappertutto.
'12 di grande lezione su come il cinema e i cortometraggi possano servire e a volte fare la differenza.

Rivincita di Casale Monferrato


Titolo: Rivincita di Casale Monferrato
Regia: Rosy Battaglia
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

“La rivincita di Casale Monferrato” è il titolo del documentario d’inchiesta che racconta le vicende della città simbolo nel mondo della battaglia contro l’amianto. Meglio dire che racconta le vicende di una comunità, perché a venir presentate sono le storie di donne e uomini che da decenni lottano per veder riconosciuta la nocività delle polveri create dall’azienda Eternit, la più grande fabbrica d’amianto in Europa. Storie di dolore, che sono divenute storie di resistenza prima e di speranza poi, quando Casale, dopo aver pagato un prezzo di oltre 3 mila morti - con ancora oggi decine di nuovi casi all’anno di mesotelioma pleurico e altri tumori polmonari - mano a mano è divenuta una delle città in cui il processo di eliminazione dell’asbesto dagli edifici pubblici e privati è sostanzialmente completato. Un’operazione immane, dal momento che il nostro stivale è ricoperto da nord a sud da colate di cemento-amianto ( si stimano fino a 300 mila siti contaminati).

Torino è una città che non si ferma e non ama stare zitta e seduta.
Questo documentario girato dalla Battaglia è la dimostrazione di come una rete nazionale di cittadini si mettano assieme per dare vita ad un progetto come quello del crowdfunding.
Il documentario-inchiesta prodotto dal basso, al suo debutto nazionale al Circolo della Stampa a Torino è stato reso tale anche grazie al sostegno della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), l’Associazione Stampa Subalpina, al contributo straordinario dell’Associazione Familiari e Vittime dell’amianto (AFEVA ONLUS) di Casale Monferrato, con il Patrocinio e il contributo straordinario del Comune di Casale Monferrato
Combattere per la tutela della salute, perchè alcuni errori non possano più ripetersi, credere nelle istituzioni, nella legge e nella sua applicazione? Un documentario racconta il caso degli abitanti di Casale Monferrato, che non solo non si sono arresi al dramma causato dall’amianto di Eternit, ma hanno continuato a portare avanti la lotta attraverso la cultura, la memoria, le bonifiche e la cura di chi soffre manifestando per i loro diritti, per coloro che sono morti e che meritano giustizia.


domenica 22 aprile 2018

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



domenica 25 marzo 2018

Ore 15:17-Attacco al treno


Titolo: Ore 15:17-Attacco al treno
Regia: Clint Eastwood
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Spencer Stone, Alek Skarlatos e Anthony Sadler s'incontrano la prima volta dal preside, sulla panchina dell'anticamera, in attesa di un rimprovero. Saranno ancora insieme molti anni dopo, a Parigi, davanti al Presidente della Repubblica, per ricevere la legione d'onore. In mezzo c'è un'amicizia lunga una vita, la scelta di arruolarsi (per due su tre di loro), un viaggio estivo in Europa e un treno, il Thalis delle 15:17 da Amsterdam a Parigi, che cambierà le loro vite e quelle di molte altre persone.

Ore 15:17-Attacco al treno credo che sia il peggior film di Eastwood.
Dannatamente inutile e reazionario, anche se non sembrerebbe, non ci tiene a nascondere la sua sprezzante critica verso una manipolazione di contenuti e intenti davvero triste e inneggiando di nuovo i marines e l'educazione fascista militare come un valore a cui attenersi che non può che portare a gesta epiche ed esiti memorabili...
Il film è girato da uno sconosociuto, non c'è nulla del Clint che conosco, o meglio c'è ne troppo di quello che non voglio e non vogliamo conoscere e cioè quello che lo vede inneggiare a Trump e a scelte politiche inquietanti (possiamo dire che tutta una parte della sua politica e del suo credo è concentrata proprio in questa pellicola).
Tutto sembra patinato e scritto male dal momento che il film non ha nessun segreto, nessun colpo di scena. Anzi addirittura sapendo già come andrà a finire, il film nel montaggio inserisce, dal momento che è noiosissimo, pure alcune scene d'azione per farti capire cosa succederà e la piega che prenderanno i fatti che ovviamente già conosciamo.
Questo film insegna che credere nello stato paga, che la legione d'onore viene data come lode a coloro che difendono con il sangue e con la forza il proprio paese.
Eastwood purtroppo è così ma a noi piace ricordarlo per un altro tipo di cinema, quello scomodo che gioca sporco come il bellissimo MYSTIC RIVER.

lunedì 19 marzo 2018

Essi vivono


Titolo: Essi vivono
Regia: John Carpenter
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

John Nada giovane disoccupato e vagabondo arriva a Los Angeles dove trova lavoro all’interno di un cantiere edile. Qui conosce Frank un altro operaio che lo fa alloggiare a Justiceville una baraccopoli situata ai margini della città. In seguito Nada, dopo che la polizia avrà sgomberato la bidonville, troverà in una scatola di cartone un paio di occhiali da sole in grado di fargli vedere il mondo in una luce completamente diversa.

Super cult o meglio capolavoro intramontabile che ancora oggi, o forse soprattutto oggi, non perde nulla del suo fascino, del suo carattere distopico e complottista smascherando con un metaforone geniale, i mali della nostra società.
Come fare per vedere il consumismo che avanza in una società inghiottita dalle pubblicità? Carpenter, uno dei più grandi registi al mondo, segna un punto importantissimo della sua già memorabile carriera e lo fa con un film che pur sembrando un giocattolone è di una cattiveria impressionante senza lesinare su stragi e omicidi.
I cari giustizieri reazionari yankees qui vengono ridicolizzati da un senza tetto che non avendo niente da perdere diventa il simbolo della ribellione contro il consumismo imperante, la corruzione, le multinazionali e tanto altro ancora.
Una metafora sulla condizione che in quegli anni si stava andando a conformare a danno di una popolazione ormai resa patologicamente dipendente da ciò che lei stessa ha contribuito a creare e veder nascere.
Essi Vivono è uno dei film manifesto della fine degli anni '80. Uno dei film di fantascienza più importanti e rivoluzionari della storia del cinema che abbracciando un formato da giocattolone diventa davvero brutale nel cercare di convertire l'umanità al dio denaro.
Straordinario e inarrivabile. Un film che a distanza di anni non perde un colpo anzi ne aggiunge diventando quasi una profezia per chi riesce a indossare gli occhiali senza sparare un colpo.
Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek ha definito il film un «capolavoro dimenticato della sinistra hollywoodiana». Secondo Zizek infatti «gli occhiali da sole fungono da critica dell’ideologia. Essi ti permettono di vedere al di la di tutta la propaganda, lo sfarzo, i poster e così via. Quando indossi gli occhiali da sole vedi la dittatura nella democrazia, l’ordine invisibile che si sorregge su una libertà apparente».



mercoledì 31 gennaio 2018

Foreigner


Titolo: Foreigner
Regia: Martin Campbell
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

L'umile proprietario di un ristorante a Chinatown a Londra, è costretto a spingere agli estremi i suoi limiti fisici e morali per rintracciare un gruppo di malviventi irlandesi, dei terroristi responsabili della morte della sua amata figlia dopo il fallimento del sistema giudiziario.

Foreigner è il classico revenge movie dove a Chan muore la figlia e vuole a tutti i costi giustizia. Ciò che cambia in questo film rispetto alla miriade di cloni e quello di puntare sul cittadino straniero "umile" che cerca di risolvere il complotto occidentale.
Con venature da spy movie e quant'altro, il film mescola attentati e una specie di Bond cinese vista la scelta anche di far dirigere il film a Martin Campbell che ha diretto due capitoli proprio della saga di 007.
Alla fine la storia è sempre la stessa. Un uomo umile che non farebbe mai male a nessuno, appena gli viene attaccata la famiglia si scopre essere il giustiziere più forte del mondo che conosce, guardaa caso, tutte le tecniche militari, etc.
Se le scene d'azione sono intererssanti e quasi tutte a mani nude e Chan continua ad essere una garanzia sia nei movimenti che nella maschera drammatica che indossa per tutto il film, Brosnan dalla sua cerca di sfruttare al meglio un personaggio fatto su misura per lui.
Alcuni elementi politici non sono ben chiari e Campbell come dicevo ha sempre girato giocattolini e si perde tanto nella messa in scena stucchevole e particolarmente legata ad una certa estetica.
Visivamente il film non fa una pecca, c'è da dire che si poteva investire di più sul plot contando che non ha mai un vero colpo di scena e tutto è abbastanza telefonato fino al finale.
Foreigner è uno dei quei film che guardi e dimentichi molto presto ancora di più di 007.

domenica 24 dicembre 2017

Suburra-Season 1

Titolo: Suburra-Season 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.

Suburra, la serie, è il prequel del film SUBURRA diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come GOMORRA (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.

10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.

mercoledì 20 dicembre 2017

Detroit

Titolo: Detroit
Regia: Kathryn Bigelow
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel 1967, in piena epoca di battaglie per i diritti civili da parte degli afroamericani (Martin Luther King sarebbe stato ucciso nel '68 sul balcone del Lorraine Motel di Memphis), nel ghetto nero di Detroit ebbe luogo una rivolta scatenata da una retata della polizia in un bar dove si vendevano alcolici senza permesso. Il governatore del Michigan inviò la Guardia Nazionale a sedare la rivolta, e il presidente Lyndon Johnson gli fece dare man forte dall'esercito. L'episodio paradigmatico di quel tumulto fu il sequestro di un gruppetto di giovani uomini neri e di due ragazze bianche all'interno del Motel Algiers: un episodio di brutalità da parte della polizia (con il fiancheggiamento di alcuni militari) che è una ferita nella coscienza.

Detroit è un film molto bello che poteva essere un capolavoro.
La Bigelow ormai sempre più irraggiungibile come forza e tenacia che mette nei suoi lavori, continua un suo percorso di cinema impegnato, non cinema sociale ma film di denuncia che in molti aspetti soprattutto in questo film mi ha ricordato la politica degli autori di Spike Lee.
Un film emotivo al massimo da cui non riesci a staccarti un attimo per la foga incredibile, per il ritmo della narrazzione in un crescendo che diventa perfetto esempio di tempi e raccordi di montaggio. In tutto ciò che è roboante cinema anche d'azione, con una telecamera sempre in movimento e praticamente mai un'inquadratura fissa, si passa 143' di sconvolgimenti e con un secondo atto, tutto girato all'interno di un hotel, che rimane un momento molto alto per il cinema post-contemporaneo con alcune scene di soprusi esemplari per la straordinaria efficacia della messa in scena.
In tutta questi elementi molto belli l'unica perplessità ma bisognerebbe capire se era negli intenti della regista e credo di sì, è quellaper cui viene un po meno la parte legata alla rilevanza storica e sociale della vicenda, elemento che forse avrebbe interessato di più altri registi come Lee, mentre invece la Bigelow scarta in fretta passando a far pronunciare le rivelazioni più scottanti proprio dai personaggi, dalla loro corruzione, dall'essere spinti solo dall'odio e di nascondere i fatti cercando di farsi giustificare dai piani alti.
Il film procede con una furia allucinata, dove davvero è impressionante il lavoro svolto dalla regista nel coordinare troupe e attori nel trovare i tempi e gli spazi perfetti e riuscire ad essere sempre coinvolgente. Un film che nonostante sia ambientato nel 67' riesce ad essere sorprendentemente reale, attuale e trascinante e far subito capire quando ascoltiamo i fatti di cronaca che continuano ad accadere oggi giorno quanto le cose non siano assolutamente cambiate da allora dove anche un poliziotto negro non riesce sempre a fare la differenza (tra l'altro Denzel Washington da giovane è davvero bravo).



sabato 18 novembre 2017

Codice Unlocked- Londra sotto attacco

Titolo: Codice Unlocked- Londra sotto attacco
Regia: Michel Apted
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Alice è un'agente della CIA che non lavora sul campo: camuffata da assistente sociale, aiuta a individuare tipi sospetti e potenziali terroristi. In passato era la migliore, ma ha scelto di stare in disparte perché non riesce a perdonarsi per un attentato a Parigi che non è riuscita a sventare. Quando dei falsi agenti la contattano per interrogare un sospetto, però, deve necessariamente impugnare la pistola: per salvare se stessa e impedire che qualcosa di terribile avvenga.

Codice Unlocked è il classico thriller di spionaggio che vede da una parte un'America sofferente che piange, abbracciando i fedeli sostenitori inglesi, e dall'altra le cellule jhadiste e i loro piani per far scoppiare altri attentati.
C'è una protagonista dal passato oscuro, autodidatta in tutto, che per non aver sventato un attentato rimane coi sensi di colpa fino a dover dar prova di sventare l'ennesimo complotto.
In più diventa il capro espiatorio perfetto affinchè tutte le intelligences le diano la caccia o la baccaglino per ottenere i suoi servigi.
C'è Orlando Bloom che recita Orlando Bloom che se la tira in un personaggio che ha più riprese è davvero così insopportabile da far ridere e basta senza stare a dare importanza al suo ruolo, tra l'altro il tipico doppio giochista. Poi abbiamo il nero che si sacrifica e John Malkovich che almeno cerca di restituire un minimo di dignità ad un film imbolsito, reazionario e tamarro e con tanti difettucci anche di trama che per quanto cerchino di mascherare emergono fuori come i sensi di colpa dello sceneggiatore.
Infine esce dalla tomba pure Michael Douglas che a parte le moine alla Noomi Rapace protagonista (paladina di questi film di spionaggio e fisic du role a tutti gli effetti) si vede già dalla seconda inquadratura che è un traditore (purtroppo non sei più bravo a mascherare nulla).

Mi spiace per Apted finito a dirigere questi blockbusteroni americani che non sembrano finire mai. La sua filmografia, soprattutto nei primi anni, ha regalato diversi film interessanti e che di certo non strizzavano così tanto l'occhio a una certa politica yankee.

domenica 3 settembre 2017

Michael Moore in TrumpLand

Titolo: Michael Moore in TrumpLand
Regia: Michael Moore
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il documentario è la ripresa dal vivo di uno degli show tenuti da Michael Moore in Ohio nelle ultime settimane, durante i quali ha cercato di "incontrare a metà strada" l'elettorato di Donald Trump in uno degli stati più conservatori del Midwest americano. La performance è stata ripresa nel Murphy Theatre di Wilmington, Ohio, nella contea di Clinton, dove ci sono 25mila votanti registrati e solamente 500 di questi sono democratici. Da qui il titolo del film: più che alludere al candidato repubblicano, "TrumpLand" indica esattamente i luoghi visitati da Moore, la terra di Trump.

"Lo so, oggi Donald Trump è la molotov umana che siete pronti a lanciare contro il sistema. Volete trasformare l'8 novembre nel più grande "Fuck Off day" della storia: e forse vi sentirete benissimo il 9. Un po' meno la settimana dopo. Ed entro un mese farete come gli inglesi dopo Brexit: raccoglierete firme per chiedere di tornare indietro. Quando sarà troppo tardi".
Più che un documentario, TrumpLand è un monologo, un docu-show, dall'inzio alla fine in cui il regista da sempre schierato vomita senza sosta un monologo teatrale di '72 contro i sostenitori di Trump e i democratici riluttanti appoggiando senza riserve la candidata democratica.
Ci sono tanti argomenti e tante aree di scontro, alcune interessanti attuali e che condivido con altre che ho trovato forse un po troppo frettolose e con quell'ironia di fondo che non riesce ad essere così intellettualmente stimolante e pungente anche per uno dal talento di Moore che da sempre si è imposto come documentarista scoperchiando temi e vicende socialmente ed economicamente rilevanti.
Il monologo è stato registrato ovviamente prima delle elezioni presidenziali e i fatti successivi li conosciamo tutti, quindi vuol dire che nemmeno Moore c'è l'ha fatta o forse invece è riuscito a far cambiare idea a qualche migliaio di persone che di certo non sono bastate a togliere la vittoria all'attuale presidente degli Stati Uniti d'America.
Moore come sempre non ha provocato con le parole ma con la scelta della location, lo stato e la forma con cui ha dato vita a questo docu-show. Infatti quel martedì mattina prima delle elezioni, a sorpresa il regista ha invitato il suo pubblico all'Ifc Center di New York, il celebre cinema d'essai sulla Sesta Avenue a pochi passi dalla New York University, offrendo biglietti gratis per i primi arrivati. Una proposta che ha subito scatenato il popolo di Moore: che già alle 4 del pomeriggio ha dato il via a un lungo serpentone che 5 ore dopo, ad apertura del botteghino, affollava la vicina West 4 Street e girava su per Cornelia mentre davanti al cinema la folla si accalcava davanti a un Trump di cartapesta pronto a leggere il futuro con frasi lapidarie come "I don't care of Obamacare", me ne frego della riforma sanitaria di Obama.
Girato due settimane fa in due serate a Wilmington, Ohio - uno di quegli ex stati operai del Midwest dove oggi Trump è fortissimo, Moore riesce con una formula di botta e risposta a dare vita e valore ad una cronologia di temi e attuali conseguenze che il nuovo presidente approverebbe senza la minima esitazione e così dalla riforma Obama, alle guerre di conquista, ad aumentare i poteri alle lobby delle industrie delle armi, al me ne frego del G20 e degli accordi ambientali, vediamo una dopo l'altra alcune scelte e profezie che forse nessuno pensava potessero attualizzarsi.




domenica 2 luglio 2017

Young Pope-Season 1

Titolo:Young Pope-Season 1
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La vicenda di Lenny Belardo, salito al soglio pontificio con il nome di Pio XIII, primo papa americano della storia. La sua elezione sembra utilissima per avviare un'efficace strategia mediatica. Ma non è così facile piegarlo, né ai voleri della Curia né di chiunque tenti di manipolarlo.

"Se il Vaticano la guarderà, capirà che questa serie non è contro nessuno"
E'interessante vedere il rapporto che si crea tra un autore come Sorrentino e la serialità.
I motivi di interesse appaiono fin da subito numerosi e legati indubbiamente al talento e alla voglia di saper narrare, elemento che nell'ultima parte della filmografia dell'autore è stato criticato dai media e dal pubblico. Young Pope può essere vista sotto diversi piani e profili.
Una serie distopica credo sia la targetta migliore per definire i toni apocalittici e implausibili con cui si plasma l'intera vicenda. Prima di tutto accade un fenomeno strano nella politica autoriale dell'outsider italiano ovvero l'ironia: i discorsi su Dio, la morte, la vita, la celebrità, l’amore, il sesso, la politica, la filosofia e l’umanità, tutti vengono trasformati da valori giganteschi in frasi a effetto, slogan vuoti, aforismi da condividere su Facebook depotenziando e riducendo ad accidente ogni snodo narrativo della vicenda. Lenny incarna tutte le contraddizioni e tutti i valori prima di tutto di un uomo e poi di un "servo"di dio. Proprio il padre del Cristianesimo viene continuamente criticato. Dio esiste? Dio non esiste? Questa frase verrà pronunciata e ripetuta come un mantra.
Il dialogo con il presidente del consiglio, Accorsi nei panni del premier Renzi anche se non dichiarato è una vera goduria per intenti e portata dei contenuti.
Lo strano rapporto tra il cardinal Voiello e Suor Mary, la passione per le donne del cardinal Dussolier che lo porterà a scontrarsi con una realtà devastante, il cardinal Caltanissetta sempre a proteggere le azioni imprevedibili del suo Lenny e così via per una galleria di personaggi meravigliosa, caratterizzata a dovere e in grado di far luce su alcune vicende e tematiche che pur non incontrando mai reali vicende di cronaca sembrano viaggiare su un terreno analogo e parallelo che suona già come una sorta di profezia sui mali reali ed eterni della santa sede.

La serie è stata spesso vista come virtuosistica e vuota (elementi già fortemente criticati nella GRANDE BELLEZZA e YOUTH) i quali tuttavia non devono per forza essere limiti ma possono avere ampie zone di interesse. Il vuoto che spesso viene criticato a Sorrentino è un vuoto esistenziale in cui l'individuo si ritrova per depressione, noia o apatia, tutte condizioni e malesseri generazionali che in fondo ci appartengono più di quanto pensiamo e che diventavano l'assist perfetto tra i dialoghi di Fred e Mick. Di nuovo una società desolata e divorata dal di dentro che proprio all'interno delle mura vaticane sembra essere ancora più devastata e innegabilmente divorata da opulenza e populismo.
Dal punto di vista della coerenza narrativa la serie riesce ad avere un buon collante nelle sue dieci ore a parte alcuni momenti in cui anche la regia sembra perdersi per qualche sconosciuta ragione come nell'episodio tre dove vediamo i genitori di Lenny partire da Venezia abbandonandolo poi all'educazione di Suor Mary. Il lavoro sul cast merita un'attenzione particolare. Jude Law per la prima volta riesce ad aderire perfettamente ai canoni e al personaggio di Belardo riuscendo a coglierne sfumature, sguardi e toni veramente in stato di grazia e regalando, grazie a Sorrentino, la sua miglior performance. Il suo personaggio si è lentamente trasfigurato, da severo si è poi addolcito e le sue parole sono state influenzate da quello che Sorrentino indica come unico, possibile miracolo umano: l’amore I suoi collaboratori da Orlando alla Keaton, Sheperd, Camara, Cromwell, Bertorelli, sono tutti semplicemente splendidi in grado di dare risalto e umanità a ognuno dei personaggi.