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giovedì 26 aprile 2018

Fifo


Titolo: Fifo
Regia: Sacha Ferbus
Anno: 2017
Paese: Belgio
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Fifo è una tecnica espositiva utilizzata nei supermercati. Stephan deve posizionare i prodotti più freschi dietro quelli più vecchi, mentre quelli prossimi alla data di scadenza devono essere eliminati. Nel percorso per raggiungere i bidoni nello scantinato, Stephan deve fare i conti con chi potrebbe trarre benefici da questi prodotti ma che è però escluso dal sistema, oltre che confrontarsi con se stesso e con l'uomo che era prima di questo lavoro.

Il fatto che al giorno d'oggi sempre più supermercati di grosse catene adottino sistemi per tutelarsi e cercare di dare un messaggio chiaro e forte che non prevede nulla in termini di restituzione la dice lunga su come il consumismo stia andando avanti. Cosa fare dunque con i prodotti che vanno in scadenza quando non vanno resi al rappresentante?
Un paradosso per diversi aspetti.
Più produci e più scarti senza prendere in considerazione l'idea che lo scarto che butti potresti concederlo a chi non ha nulla da mangiare.
E' così è meglio versare litri e litri di candeggina sul cibo e fare l'interesse dell'azienda piuttosto che
schierarsi politicamente dalla parte del più debole come il commesso che all'inizio del corto viene licenziato perchè passava gli alimenti ai senza tetto anzichè buttarli.
Fifo è un corto attuale e molto importante. Ha una dimensione politica (il supermercato, la riunione della dirigente, i pareri dei commessi, la scelta del protagonista che accettando l'indeterminato accetta e sposa l'interesse della multinazionale), sociale, di marketing, etc.
Il lavoro di Ferbus merita di essere visto il più possibile, nelle scuole, dappertutto.
'12 di grande lezione su come il cinema e i cortometraggi possano servire e a volte fare la differenza.

Rivincita di Casale Monferrato


Titolo: Rivincita di Casale Monferrato
Regia: Rosy Battaglia
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

“La rivincita di Casale Monferrato” è il titolo del documentario d’inchiesta che racconta le vicende della città simbolo nel mondo della battaglia contro l’amianto. Meglio dire che racconta le vicende di una comunità, perché a venir presentate sono le storie di donne e uomini che da decenni lottano per veder riconosciuta la nocività delle polveri create dall’azienda Eternit, la più grande fabbrica d’amianto in Europa. Storie di dolore, che sono divenute storie di resistenza prima e di speranza poi, quando Casale, dopo aver pagato un prezzo di oltre 3 mila morti - con ancora oggi decine di nuovi casi all’anno di mesotelioma pleurico e altri tumori polmonari - mano a mano è divenuta una delle città in cui il processo di eliminazione dell’asbesto dagli edifici pubblici e privati è sostanzialmente completato. Un’operazione immane, dal momento che il nostro stivale è ricoperto da nord a sud da colate di cemento-amianto ( si stimano fino a 300 mila siti contaminati).

Torino è una città che non si ferma e non ama stare zitta e seduta.
Questo documentario girato dalla Battaglia è la dimostrazione di come una rete nazionale di cittadini si mettano assieme per dare vita ad un progetto come quello del crowdfunding.
Il documentario-inchiesta prodotto dal basso, al suo debutto nazionale al Circolo della Stampa a Torino è stato reso tale anche grazie al sostegno della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), l’Associazione Stampa Subalpina, al contributo straordinario dell’Associazione Familiari e Vittime dell’amianto (AFEVA ONLUS) di Casale Monferrato, con il Patrocinio e il contributo straordinario del Comune di Casale Monferrato
Combattere per la tutela della salute, perchè alcuni errori non possano più ripetersi, credere nelle istituzioni, nella legge e nella sua applicazione? Un documentario racconta il caso degli abitanti di Casale Monferrato, che non solo non si sono arresi al dramma causato dall’amianto di Eternit, ma hanno continuato a portare avanti la lotta attraverso la cultura, la memoria, le bonifiche e la cura di chi soffre manifestando per i loro diritti, per coloro che sono morti e che meritano giustizia.


domenica 22 aprile 2018

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



domenica 25 marzo 2018

Ore 15:17-Attacco al treno


Titolo: Ore 15:17-Attacco al treno
Regia: Clint Eastwood
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Spencer Stone, Alek Skarlatos e Anthony Sadler s'incontrano la prima volta dal preside, sulla panchina dell'anticamera, in attesa di un rimprovero. Saranno ancora insieme molti anni dopo, a Parigi, davanti al Presidente della Repubblica, per ricevere la legione d'onore. In mezzo c'è un'amicizia lunga una vita, la scelta di arruolarsi (per due su tre di loro), un viaggio estivo in Europa e un treno, il Thalis delle 15:17 da Amsterdam a Parigi, che cambierà le loro vite e quelle di molte altre persone.

Ore 15:17-Attacco al treno credo che sia il peggior film di Eastwood.
Dannatamente inutile e reazionario, anche se non sembrerebbe, non ci tiene a nascondere la sua sprezzante critica verso una manipolazione di contenuti e intenti davvero triste e inneggiando di nuovo i marines e l'educazione fascista militare come un valore a cui attenersi che non può che portare a gesta epiche ed esiti memorabili...
Il film è girato da uno sconosociuto, non c'è nulla del Clint che conosco, o meglio c'è ne troppo di quello che non voglio e non vogliamo conoscere e cioè quello che lo vede inneggiare a Trump e a scelte politiche inquietanti (possiamo dire che tutta una parte della sua politica e del suo credo è concentrata proprio in questa pellicola).
Tutto sembra patinato e scritto male dal momento che il film non ha nessun segreto, nessun colpo di scena. Anzi addirittura sapendo già come andrà a finire, il film nel montaggio inserisce, dal momento che è noiosissimo, pure alcune scene d'azione per farti capire cosa succederà e la piega che prenderanno i fatti che ovviamente già conosciamo.
Questo film insegna che credere nello stato paga, che la legione d'onore viene data come lode a coloro che difendono con il sangue e con la forza il proprio paese.
Eastwood purtroppo è così ma a noi piace ricordarlo per un altro tipo di cinema, quello scomodo che gioca sporco come il bellissimo MYSTIC RIVER.

lunedì 19 marzo 2018

Essi vivono


Titolo: Essi vivono
Regia: John Carpenter
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

John Nada giovane disoccupato e vagabondo arriva a Los Angeles dove trova lavoro all’interno di un cantiere edile. Qui conosce Frank un altro operaio che lo fa alloggiare a Justiceville una baraccopoli situata ai margini della città. In seguito Nada, dopo che la polizia avrà sgomberato la bidonville, troverà in una scatola di cartone un paio di occhiali da sole in grado di fargli vedere il mondo in una luce completamente diversa.

Super cult o meglio capolavoro intramontabile che ancora oggi, o forse soprattutto oggi, non perde nulla del suo fascino, del suo carattere distopico e complottista smascherando con un metaforone geniale, i mali della nostra società.
Come fare per vedere il consumismo che avanza in una società inghiottita dalle pubblicità? Carpenter, uno dei più grandi registi al mondo, segna un punto importantissimo della sua già memorabile carriera e lo fa con un film che pur sembrando un giocattolone è di una cattiveria impressionante senza lesinare su stragi e omicidi.
I cari giustizieri reazionari yankees qui vengono ridicolizzati da un senza tetto che non avendo niente da perdere diventa il simbolo della ribellione contro il consumismo imperante, la corruzione, le multinazionali e tanto altro ancora.
Una metafora sulla condizione che in quegli anni si stava andando a conformare a danno di una popolazione ormai resa patologicamente dipendente da ciò che lei stessa ha contribuito a creare e veder nascere.
Essi Vivono è uno dei film manifesto della fine degli anni '80. Uno dei film di fantascienza più importanti e rivoluzionari della storia del cinema che abbracciando un formato da giocattolone diventa davvero brutale nel cercare di convertire l'umanità al dio denaro.
Straordinario e inarrivabile. Un film che a distanza di anni non perde un colpo anzi ne aggiunge diventando quasi una profezia per chi riesce a indossare gli occhiali senza sparare un colpo.
Il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Zizek ha definito il film un «capolavoro dimenticato della sinistra hollywoodiana». Secondo Zizek infatti «gli occhiali da sole fungono da critica dell’ideologia. Essi ti permettono di vedere al di la di tutta la propaganda, lo sfarzo, i poster e così via. Quando indossi gli occhiali da sole vedi la dittatura nella democrazia, l’ordine invisibile che si sorregge su una libertà apparente».



mercoledì 31 gennaio 2018

Foreigner


Titolo: Foreigner
Regia: Martin Campbell
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

L'umile proprietario di un ristorante a Chinatown a Londra, è costretto a spingere agli estremi i suoi limiti fisici e morali per rintracciare un gruppo di malviventi irlandesi, dei terroristi responsabili della morte della sua amata figlia dopo il fallimento del sistema giudiziario.

Foreigner è il classico revenge movie dove a Chan muore la figlia e vuole a tutti i costi giustizia. Ciò che cambia in questo film rispetto alla miriade di cloni e quello di puntare sul cittadino straniero "umile" che cerca di risolvere il complotto occidentale.
Con venature da spy movie e quant'altro, il film mescola attentati e una specie di Bond cinese vista la scelta anche di far dirigere il film a Martin Campbell che ha diretto due capitoli proprio della saga di 007.
Alla fine la storia è sempre la stessa. Un uomo umile che non farebbe mai male a nessuno, appena gli viene attaccata la famiglia si scopre essere il giustiziere più forte del mondo che conosce, guardaa caso, tutte le tecniche militari, etc.
Se le scene d'azione sono intererssanti e quasi tutte a mani nude e Chan continua ad essere una garanzia sia nei movimenti che nella maschera drammatica che indossa per tutto il film, Brosnan dalla sua cerca di sfruttare al meglio un personaggio fatto su misura per lui.
Alcuni elementi politici non sono ben chiari e Campbell come dicevo ha sempre girato giocattolini e si perde tanto nella messa in scena stucchevole e particolarmente legata ad una certa estetica.
Visivamente il film non fa una pecca, c'è da dire che si poteva investire di più sul plot contando che non ha mai un vero colpo di scena e tutto è abbastanza telefonato fino al finale.
Foreigner è uno dei quei film che guardi e dimentichi molto presto ancora di più di 007.

domenica 24 dicembre 2017

Suburra

Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.

Suburra, la serie, è il prequel del film SUBURRA diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come GOMORRA (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.

10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.

mercoledì 20 dicembre 2017

Detroit

Titolo: Detroit
Regia: Kathryn Bigelow
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel 1967, in piena epoca di battaglie per i diritti civili da parte degli afroamericani (Martin Luther King sarebbe stato ucciso nel '68 sul balcone del Lorraine Motel di Memphis), nel ghetto nero di Detroit ebbe luogo una rivolta scatenata da una retata della polizia in un bar dove si vendevano alcolici senza permesso. Il governatore del Michigan inviò la Guardia Nazionale a sedare la rivolta, e il presidente Lyndon Johnson gli fece dare man forte dall'esercito. L'episodio paradigmatico di quel tumulto fu il sequestro di un gruppetto di giovani uomini neri e di due ragazze bianche all'interno del Motel Algiers: un episodio di brutalità da parte della polizia (con il fiancheggiamento di alcuni militari) che è una ferita nella coscienza.

Detroit è un film molto bello che poteva essere un capolavoro.
La Bigelow ormai sempre più irraggiungibile come forza e tenacia che mette nei suoi lavori, continua un suo percorso di cinema impegnato, non cinema sociale ma film di denuncia che in molti aspetti soprattutto in questo film mi ha ricordato la politica degli autori di Spike Lee.
Un film emotivo al massimo da cui non riesci a staccarti un attimo per la foga incredibile, per il ritmo della narrazzione in un crescendo che diventa perfetto esempio di tempi e raccordi di montaggio. In tutto ciò che è roboante cinema anche d'azione, con una telecamera sempre in movimento e praticamente mai un'inquadratura fissa, si passa 143' di sconvolgimenti e con un secondo atto, tutto girato all'interno di un hotel, che rimane un momento molto alto per il cinema post-contemporaneo con alcune scene di soprusi esemplari per la straordinaria efficacia della messa in scena.
In tutta questi elementi molto belli l'unica perplessità ma bisognerebbe capire se era negli intenti della regista e credo di sì, è quellaper cui viene un po meno la parte legata alla rilevanza storica e sociale della vicenda, elemento che forse avrebbe interessato di più altri registi come Lee, mentre invece la Bigelow scarta in fretta passando a far pronunciare le rivelazioni più scottanti proprio dai personaggi, dalla loro corruzione, dall'essere spinti solo dall'odio e di nascondere i fatti cercando di farsi giustificare dai piani alti.
Il film procede con una furia allucinata, dove davvero è impressionante il lavoro svolto dalla regista nel coordinare troupe e attori nel trovare i tempi e gli spazi perfetti e riuscire ad essere sempre coinvolgente. Un film che nonostante sia ambientato nel 67' riesce ad essere sorprendentemente reale, attuale e trascinante e far subito capire quando ascoltiamo i fatti di cronaca che continuano ad accadere oggi giorno quanto le cose non siano assolutamente cambiate da allora dove anche un poliziotto negro non riesce sempre a fare la differenza (tra l'altro Denzel Washington da giovane è davvero bravo).



domenica 3 settembre 2017

Michael Moore in TrumpLand

Titolo: Michael Moore in TrumpLand
Regia: Michael Moore
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il documentario è la ripresa dal vivo di uno degli show tenuti da Michael Moore in Ohio nelle ultime settimane, durante i quali ha cercato di "incontrare a metà strada" l'elettorato di Donald Trump in uno degli stati più conservatori del Midwest americano. La performance è stata ripresa nel Murphy Theatre di Wilmington, Ohio, nella contea di Clinton, dove ci sono 25mila votanti registrati e solamente 500 di questi sono democratici. Da qui il titolo del film: più che alludere al candidato repubblicano, "TrumpLand" indica esattamente i luoghi visitati da Moore, la terra di Trump.

"Lo so, oggi Donald Trump è la molotov umana che siete pronti a lanciare contro il sistema. Volete trasformare l'8 novembre nel più grande "Fuck Off day" della storia: e forse vi sentirete benissimo il 9. Un po' meno la settimana dopo. Ed entro un mese farete come gli inglesi dopo Brexit: raccoglierete firme per chiedere di tornare indietro. Quando sarà troppo tardi".
Più che un documentario, TrumpLand è un monologo, un docu-show, dall'inzio alla fine in cui il regista da sempre schierato vomita senza sosta un monologo teatrale di '72 contro i sostenitori di Trump e i democratici riluttanti appoggiando senza riserve la candidata democratica.
Ci sono tanti argomenti e tante aree di scontro, alcune interessanti attuali e che condivido con altre che ho trovato forse un po troppo frettolose e con quell'ironia di fondo che non riesce ad essere così intellettualmente stimolante e pungente anche per uno dal talento di Moore che da sempre si è imposto come documentarista scoperchiando temi e vicende socialmente ed economicamente rilevanti.
Il monologo è stato registrato ovviamente prima delle elezioni presidenziali e i fatti successivi li conosciamo tutti, quindi vuol dire che nemmeno Moore c'è l'ha fatta o forse invece è riuscito a far cambiare idea a qualche migliaio di persone che di certo non sono bastate a togliere la vittoria all'attuale presidente degli Stati Uniti d'America.
Moore come sempre non ha provocato con le parole ma con la scelta della location, lo stato e la forma con cui ha dato vita a questo docu-show. Infatti quel martedì mattina prima delle elezioni, a sorpresa il regista ha invitato il suo pubblico all'Ifc Center di New York, il celebre cinema d'essai sulla Sesta Avenue a pochi passi dalla New York University, offrendo biglietti gratis per i primi arrivati. Una proposta che ha subito scatenato il popolo di Moore: che già alle 4 del pomeriggio ha dato il via a un lungo serpentone che 5 ore dopo, ad apertura del botteghino, affollava la vicina West 4 Street e girava su per Cornelia mentre davanti al cinema la folla si accalcava davanti a un Trump di cartapesta pronto a leggere il futuro con frasi lapidarie come "I don't care of Obamacare", me ne frego della riforma sanitaria di Obama.
Girato due settimane fa in due serate a Wilmington, Ohio - uno di quegli ex stati operai del Midwest dove oggi Trump è fortissimo, Moore riesce con una formula di botta e risposta a dare vita e valore ad una cronologia di temi e attuali conseguenze che il nuovo presidente approverebbe senza la minima esitazione e così dalla riforma Obama, alle guerre di conquista, ad aumentare i poteri alle lobby delle industrie delle armi, al me ne frego del G20 e degli accordi ambientali, vediamo una dopo l'altra alcune scelte e profezie che forse nessuno pensava potessero attualizzarsi.




domenica 2 luglio 2017

Young Pope

Titolo:Young Pope
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La vicenda di Lenny Belardo, salito al soglio pontificio con il nome di Pio XIII, primo papa americano della storia. La sua elezione sembra utilissima per avviare un'efficace strategia mediatica. Ma non è così facile piegarlo, né ai voleri della Curia né di chiunque tenti di manipolarlo.

"Se il Vaticano la guarderà, capirà che questa serie non è contro nessuno"
E'interessante vedere il rapporto che si crea tra un autore come Sorrentino e la serialità.
I motivi di interesse appaiono fin da subito numerosi e legati indubbiamente al talento e alla voglia di saper narrare, elemento che nell'ultima parte della filmografia dell'autore è stato criticato dai media e dal pubblico. Young Pope può essere vista sotto diversi piani e profili.
Una serie distopica credo sia la targetta migliore per definire i toni apocalittici e implausibili con cui si plasma l'intera vicenda. Prima di tutto accade un fenomeno strano nella politica autoriale dell'outsider italiano ovvero l'ironia: i discorsi su Dio, la morte, la vita, la celebrità, l’amore, il sesso, la politica, la filosofia e l’umanità, tutti vengono trasformati da valori giganteschi in frasi a effetto, slogan vuoti, aforismi da condividere su Facebook depotenziando e riducendo ad accidente ogni snodo narrativo della vicenda. Lenny incarna tutte le contraddizioni e tutti i valori prima di tutto di un uomo e poi di un "servo"di dio. Proprio il padre del Cristianesimo viene continuamente criticato. Dio esiste? Dio non esiste? Questa frase verrà pronunciata e ripetuta come un mantra.
Il dialogo con il presidente del consiglio, Accorsi nei panni del premier Renzi anche se non dichiarato è una vera goduria per intenti e portata dei contenuti.
Lo strano rapporto tra il cardinal Voiello e Suor Mary, la passione per le donne del cardinal Dussolier che lo porterà a scontrarsi con una realtà devastante, il cardinal Caltanissetta sempre a proteggere le azioni imprevedibili del suo Lenny e così via per una galleria di personaggi meravigliosa, caratterizzata a dovere e in grado di far luce su alcune vicende e tematiche che pur non incontrando mai reali vicende di cronaca sembrano viaggiare su un terreno analogo e parallelo che suona già come una sorta di profezia sui mali reali ed eterni della santa sede.

La serie è stata spesso vista come virtuosistica e vuota (elementi già fortemente criticati nella GRANDE BELLEZZA e YOUTH) i quali tuttavia non devono per forza essere limiti ma possono avere ampie zone di interesse. Il vuoto che spesso viene criticato a Sorrentino è un vuoto esistenziale in cui l'individuo si ritrova per depressione, noia o apatia, tutte condizioni e malesseri generazionali che in fondo ci appartengono più di quanto pensiamo e che diventavano l'assist perfetto tra i dialoghi di Fred e Mick. Di nuovo una società desolata e divorata dal di dentro che proprio all'interno delle mura vaticane sembra essere ancora più devastata e innegabilmente divorata da opulenza e populismo.
Dal punto di vista della coerenza narrativa la serie riesce ad avere un buon collante nelle sue dieci ore a parte alcuni momenti in cui anche la regia sembra perdersi per qualche sconosciuta ragione come nell'episodio tre dove vediamo i genitori di Lenny partire da Venezia abbandonandolo poi all'educazione di Suor Mary. Il lavoro sul cast merita un'attenzione particolare. Jude Law per la prima volta riesce ad aderire perfettamente ai canoni e al personaggio di Belardo riuscendo a coglierne sfumature, sguardi e toni veramente in stato di grazia e regalando, grazie a Sorrentino, la sua miglior performance. Il suo personaggio si è lentamente trasfigurato, da severo si è poi addolcito e le sue parole sono state influenzate da quello che Sorrentino indica come unico, possibile miracolo umano: l’amore I suoi collaboratori da Orlando alla Keaton, Sheperd, Camara, Cromwell, Bertorelli, sono tutti semplicemente splendidi in grado di dare risalto e umanità a ognuno dei personaggi.

venerdì 10 febbraio 2017

Nel più alto dei cieli

Titolo: Nel più alto dei cieli
Regia: Silvano Agosti
Paese: Italia
Anno: 1976
Giudizio: 4/5

Un gruppo di persone che hanno ottenuto un'udienza dal papa resta bloccato nell'ascensore del Vaticano. Prima c'è fastidio, poi stupore, poi paura; poi ognuno si abbandona ai propri istinti: violenze, stupri, uccisioni, cannibalismo. Rimane viva solo una suora. Ma è stato solo un incubo; quando l'ascensore si apre tutti ne scendono.

Che strano outsider Silvano Agosti. E che meraviglia scoprire e guardare questa fantastica rappresentazione dell'animo umano che a volte può diventare nero come il petrolio.
Nel più alto dei cieli è stato immediatamente ritirato dal commercio e sequestrato per la bellezza di quasi 14 anni. E'un film con moltissimi limiti soprattutto per quanto concerne il reparto tecnico. Montaggio, fotografia, sonoro, recitazione, tutto assume un aspetto molto low budget di quelli che fanno pensare oltre ai limiti dettati dalla produzione, al fatto che l'autore voglia concentrarsi sui dialoghi, il senso, gli intenti e il ritmo che nel secondo atto comincia ad essere frenetico citando tra le righe Ballard e tanta distopia.
All’interno dell’ascensore c'è ne veramente per tutti i gusti: varie classi sociali medio-alte tra cui un politico, un insegnante, un intellettuale e un sindacalista, ma anche uomini di fede come suore e sacerdoti.
La metafora nel momento dell'incidente scatenante si amplia e assume forme nuove e diverse.
Nel ventre del Vaticano, gli agnelli di un dio sconosciuto (l’ascensore sale all’infinito) si scannano a vicenda senza pietà. La critica acidissima sembra voler suggerire l’inadeguatezza religiosa e politica che di fronte al degrado morale si rifugia dietro a sterili massime proverbiali.
Il risultato è qualcosa di straziante e disomogeneo. Il finale lascerà basiti per come Agosti non cerchi solo una critica, comunque efficace, e non punta solo a cercare di mettere in imbarazzo la Chiesa Cattolica (che dal momento in cui il film venne ritirato si è risposta da sola come sempre censurando senza poter dare possibilità di discussioni e analisi) ma prendendo dentro l'ascensore tutte le stereotipie istituzionali.

Un film prezioso, sperimentale, grottesco, cinico e scomodo. Un film di denuncia che sfrutta la claustrofobia dell'ascensore come salita per l'inferno di ognuno di noi, o meglio di chi brama nascondendosi dietro simboli e fanatismi religiosi e politici.

Porno & Libertà

Titolo: Porno & Libertà
Regia: Carmine Amoroso
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

E'un oggetto indeterminato Porno e libertà, il documentario di Carmine Amoroso che getta uno sguardo sommario sull'Italia degli anni Settanta e sulla genesi del porno nostrano, dai giornali allo schermo, dalla censura all'elezione di Ilona Staller, la prima porno diva a diventare membro del Parlamento. Lo è perché affronta la liberazione sessuale e la caduta di ogni velo sul sesso senza interrogarsi troppo sul desiderio, sulla complessità del desiderio e su quanto abbia giovato al desiderio la 'contestazione' avviata col '68. Lo è ancora perché anacronistico, isolato, separato. Concentrato su un'epoca e un gesto di rottura, morale, politica e sociale, che sperimentò la pornografia e la circolazione di prodotti pornografici, Porno e libertà non riesce a stabilire un dialogo col presente.

Suona come qualcosa di datato, antico, che ha fatto il suo tempo il documentario di Amoroso.
Però non è così. Infatti pur essendo ovviamente un excursus negli anni in cui sviluppa e concentra maggiormente le tematiche, il documentario a parte essere confuso nella strada da prendere, parte più di una volta su una tangente per poi finire in tutt'altri luoghi. Allo stesso tempo nonostante i limiti si scoprono un sacco di cose. Anzichè leggere libri di storia sul tema della nascita del porno in Italia (che comunque gioverebbero), per chi preferisce la settima arte in 90' si rimane piacevolmente sorpresi. Come ad esempio scoprire che in Italia è stato girato il primo film porno. Sarà vero? In caso aumenterebbe la mole di primati del nostro paese.
Il problema del documentario è legato allo sdoganamento. Per troppi minuti e con troppi ospiti si parla del problema dei tabooe e della censura.

Tutti ma soprattutto Amoroso, vuole per forza sdoganare il porno in Italia in modo spesso gratuito o fine a se stesso. Ho sempre pensato che chi voglia vedersi i porno è libero di farlo. Certo a metà degli anni'60 non era così facile, mancava la rete, però le occasioni c'erano e di fatto si faceva l'amore molto di più di oggi o meglio il senso pudico aveva delle ragioni che oggi sembrano ormai dover essere sovvertite per strani totem consumistici e per soddisfare infine i piaceri trasformando l'eros in una consumazione di corpi.

venerdì 18 novembre 2016

Io, Daniel Blake

Titolo: Io, Daniel Blake
Regia: Ken Loach
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Newcastle. Daniel Blake è sulla soglia dei sessant'anni e, dopo aver lavorato per tutta la vita, ora per la prima volta ha bisogno, in seguito a un attacco cardiaco, dell'assistenza dello Stato. Infatti i medici che lo seguono certificano un deficit che gli impedisce di avere un'occupazione stabile. Fa quindi richiesta del riconoscimento dell'invalidità con il relativo sussidio ma questa viene respinta. Nel frattempo Daniel ha conosciuto una giovane donna, Daisy, madre di due figli che, senza lavoro, ha dovuto accettare l'offerta di un piccolo appartamento dovendo però lasciare Londra e trovandosi così in un ambiente e una città sconosciuti. Tra i due scatta una reciproca solidarietà che deve però fare i conti con delle scelte politiche che di sociale non hanno nulla.

Commovente. Io, Daniel Blake parla di Dignità e di diritti, di rispetto, empatia, amore per la vita e tanto altro ancora.
L'ultimo film di Loach, paladino del cinema sociale inglese, è la summa della critica ad un sistema burocratico ormai inetto e superato, un inno di ribellione ai tagli alla spesa sociale, dove gli stessi funzionari che debbono applicarli si rendono conto della crudeltà e delle regole che debbono applicare schierandosi anche loro dalla parte delle istituzioni dimenticando la componente umana e lasciando nuclei e persone anziane in mezzo ad una strada.
Un altro film manifesto, per certi versi anarchico e potente che come un termometro misura la complessità del welfare (o ciò che ne è rimasto) diventando un inno alla ribellione allora dal basso, da un anziano che non si arrende ma che capisce come la pazienza e allo stesso tempo la rabbia diventano gli unici strumenti per farsi avanti e chiedere aiuto senza vergogna.

L'io del cittadino non si può mettere a tacere in nessuno modo. Solo con la morte. Si può provare con la burocrazia, con la chiusura mentale e politica, con le forze dell'ordine, con le minacce e le ritorsioni ma qui un'altra lezione che il regista ci insegna e quella proprio di non sottovalutare la componente umana. Allora quell'io cittadino quando diventa il grido di tanti, organizzati e con le idee chiare riesce a diventare uno strumento nelle mani del popolo. Un grande messaggio in una società capitalista e consumista che sembra aver perso la maggior parte dei valori.

lunedì 3 ottobre 2016

Made in France

Titolo: Made in France
Regia: Nicolas Boukhrief
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Sam, giornalista indipendente, approfitta della sua cultura musulmana per infiltrarsi nei circoli fondamentalisti islamici nella periferia di Parigi. Avvicina così un gruppo di quattro giovani che hanno avuto il compito di creare una cellula jihadista, e compiere devastazioni nel cuore di Parigi.

Il film di Boukhrief è un thriller insolito e originale che cerca di comprendere le ragioni che portano un gruppo di musulmani a diventare jihadisti. Come mai? Il problema è solo legato ai valori, alla diversità, oppure le cause sono ancora più profonde? Il regista sembra scegliere la prima strada come dimostra il discorso iniziale della moschea ancor prima che il gruppo di protagonisti incontri il leader Hassan. Nel film riescono ad essere evidenziate bene tutte le fasi, la nascita, i problemi, gli scontri, tutto passa attraverso l'occhio del protagonista, un giornalista che ad un certo punto si ritrova da solo a non poter contare neppure sull'aiuto della polizia. Il ritmo, i dialoghi, la messa in scena, tutto riesce ad essere di un certo notevole spessore. Il film forse perchè anticipa la lunga serie di attentati che dilanieranno la Francia, anche se non vengono mai citati come alcuni riportano
Charlie Hebdo e il Bataclan, ma invece gli Champ Elisee, è stato rinviato e non ha avuto quasi nessun contributo dallo Stato e dalle maggiori case di produzioni.
E'sintomatico di un problema e di una paura che sta alla radice e che forse nessuno a colto nell'intenso film del regista. Made in France in fondo promuove i valori della cultura islamica, quella solida e pacifica mostrando come solo i fanatismi e altre realtà, che troviamo in diverse religioni, possono nuocere e minacciare l'individuo e la comunità.
L'unico punto debole è un finale difficile da chiudere con alcune forzature che ne danneggiano intenti e obbiettivi.
Per il resto soprattutto i dialoghi e il ritmo sono ottimi e danno uno squarcio e una piccola profezia su quello che avverrà. In particolar modo quando Hassan chiede ai suoi seguaci, tra cui il giornalista sotto copertura, di comportarsi proprio come gli occidentali, quindi bere e fumare, per non destare sospetti "Insomma siate come loro".



lunedì 11 aprile 2016

Virunga

Titolo: Virunga
Regia: Olando von Einsiedel
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Festival: Cinemambiente
Giudizio: 4/5

Il custode di gorilla André Bauma, il capo guardaparco Rodrigue Mugaruka Katembo, il capo guardiano Emmanuel de Merode e la giornalista francese Mélanie Gouby cercano di proteggere il Parco nazionale di Virunga, nella Repubblica Democratica del Congo, casa degli ultimi gorilla di montagna del mondo, dalla guerra, dal bracconaggio e dalla minaccia dell'esplorazione petrolifera. La bellezza naturale e la biodiversità di Virunga si fondo e si intrecciano con le complesse questioni politiche ed economiche riguardanti l'esplorazione di petrolio e con il conflitto armato in corso nella regione.

Virunga accenna e tratta di diversi problemi ponendosi delle ottime domande e facendo luce su un problema e una causa di cui i giornali non sembrano parlare.
E lo fa, in questo caso Eisiedel, interrogando e recandosi proprio nel parco del Virunga, per cercare di delineare una indagine e un percorso conoscitivo sui personaggi e le vicende viste e vissute dal loro proprio punto di vista.
Collaborando ad esempio con i funzionari del parco e con la giornalista, per indagare sul ruolo della compagnia petrolifera britannica Soco International, il regista e la troupe mostrano i rappresentanti della Soco offrire tangenti ai guardaparco, immagini su cui La Soco International ha comunque sempre fortemente negato.
L'11 giugno 2014, la Soco International e il WWF hanno annunciato una dichiarazione congiunta nella quale la compagnia petrolifera si impegnava a «non intraprendere o commissionare nessuna attività esplorativa o altra perforazione all'interno del Parco Nazionale di Virunga a meno che l'UNESCO e il governo della Repubblica Democratica del Congo concordino sul fatto che tali attività non sono incompatibili con il suo status di patrimonio dell'umanità»
Tuttavia, come il documentario esplora, sembra che tutto ciò non basti, ponendo diversi dubbi sulla continuità o sugli organi di controllo in un'area così sconfinata.
Soprattutto contando che ad esempio i ranger conducono una lotta impari contro le milizie ribelli dell’M23, finanziate dai colossi del petrolio e appoggiate da alcuni esponenti del governo congolese.
Lo stesso governo poi che permette alla Soco plc di considerare carta straccia la legge nazionale che proibisce qualsiasi attività di sondaggio e di estrazione nelle aree naturalistiche protette.
Il parco, tra l’altro, è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1975
La produzione del film è iniziata nel 2012, quando von Einsiedel è arrivato al Virunga, e i cui nello stesso aprile 2012, è iniziata la ribellione dell'M23, in questo modo misurando la temperatura del luogo si è spostato il focus del film, così da coprire anche il conflitto in corso.
Virunga non è solo un documentario naturalistico e videogiornalismo d'inchiesta.
Diventa in più un lavoro di straziante tenerezza, trattando e mostrando, l'amore dei custodi per i gorilla durante la loro crescita e tutto il bene e la felicità che arriva da chi decide di dare affetto e coraggio per dare un senso alla propria vita.





venerdì 29 gennaio 2016

Spotlight

Titolo: Spotlight
Regia: Thomas McCarthy
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Al “Boston Globe” nell’estate del 2001 arriva da Miami un nuovo direttore, Marty Baron. E’ deciso a far sì che il giornale torni in prima linea su tematiche anche scottanti, liberando dalla routine il team di giornalisti investigativi che è aggregato sotto la sigla di ‘Spotlight’. Il primo argomento di cui vuole che il giornale si occupi è quello relativo a un sacerdote che nel corso di trent’anni ha abusato numerosi giovani senza che contro di lui venissero presi provvedimenti drastici. Baron è convinto che il cardinale di Boston fosse al corrente del problema ma che abbia fatto tutto quanto era in suo potere perché la questione venisse insabbiata. Nasce così un’inchiesta che ha portato letteralmente alla luce un numero molto elevato di abusi di minori in ambito ecclesiale.

Alcuni film non sembrano fermarsi di fronte a nulla.
Spotlight non è proprio uno di questi, ma ha un grosso bisogno di esprimere i fatti senza una grossa morale dietro che avrebbe potuto farlo diventare meno incisivo.
Dalla sua ha tutto ciò di cui un film americano ha bisogno per ottenere consensi: un tema spinoso e più che mai attuale, un grande cast anche quando i veri eroi sono i giornalisti e non gli attori, e un'inchiesta per fortuna senza strafalcioni sentimentali o forzate scene d'azione, ma puramente e genuinamente d'inchiesta con tanti dialoghi e un ritmo sempre serrato.
Con una trama piena di nomi e di personaggi forse il rischio del film, soprattutto in lingua originale, è quello di non riuscire a cogliere sempre appieno tutti i passaggi e i collegamenti.
Sicuramente il punto di forza maggiore è quello di non voler regalare grossi trionfi o soddisfazioni intermedie, ma lasciando nel climax finale, l'unica vera rivincita.
L'inchiesta, grazie ai fantasmi nell'armadio di alcuni personaggi, diventa il termometro per sondare le abitudini e la ragione che alberga dietro alcuni giornalisti e direttori, senza quasi mai nascondere gli interessi della diocesi e di chi cerca di proteggerla.
La pedofilia diventa quindi, e quasi per fortuna, il fanalino di coda, dove il male non è nel singolo prete, ma nel sistema che protegge e sposta da un paese all'altro i propri carnefici.
Anche da questo punto di vista il film non cerca facili scorciatoie come puntare sul dramma di alcune sconvolgenti rivelazioni.
Avrebbe potuto grazie al racconto delle vittime degli abusi e delle sindromi post-traumatiche da stress generate, diventare più accattivante e fare da ago della bilancia alle testimonianze del cardinale e dei suoi sottoposti.
Invece continua senza telecamere e registratori a indagare, block-notes alla mano, tutti gli spiragli per cercare di esssere più obbiettivi e oggettivi possibili.



domenica 10 gennaio 2016

Hot Girls Wanted

Titolo: Hot Girls Wanted
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film racconta ciò che si nasconde dietro al mondo del porno amatoriale e delle webcam hot. Le ragazze coinvolte sono spesso giovani di 18 o 19 anni.

Presentato al Sundance e costruito come una sorta di "talent" e con un doppiaggio a dir poco orribile, il documentario della coppia di registi continua, come altri hanno fatto prima di loro, un'analisi sul mondo del porno.
Grazie alla sceneggiatrice e produttrice del documentario si cerca, riuscendoci però in maniera sempre altalenante, a guardare a questo settore dell'enetertainment con occhio critico, sondando da parte delle protagoniste e dei produttori, la mercificazione operata dall'industria del porno che negli ultimi anni, vuoi la crisi o i siti on-line gratuiti, sta consumando nel vero senso della parola, corpi e speranze con delle offerte al limite dell'osceno, come “farsi scopare da 50 uomini per 200 euro”.
Tutto poi e ormai si sviluppa su internet, dove i siti porno ottengono sempre molti più accessi rispetto a qualunque altro sito.
"Siamo più diffuse di McDonald's" dice soddisfatta una delle protagoniste.
La parola più cercata nei motori di ricerca per adulti è "Teen". E' quello che la gente vuole. Come dice uno dei menager nel documentario: " ogni giorno migliaia di ragazze diventano maggiorenni, e molte di loro possono entrare nel porno".
Quindi cosa succede? I produttori cercano sempre nuove ragazze, e le ragazze che vogliono scappare dalla loro realtà appena vedono un pò di soldi abboccano in men che non si dica.
800 dollari per una scena, soldi facili.
Ma non è tutto oro quel che luccica, specialmente in questo ambiente; e molte delle ragazze lo capiranno presto.
Volti poco noti del porno come Stella May, Ava Taylor, Ava Kelly, Lucy Tyler, Brooklyn Daniels, Farrag Abraham, Belle Knox cercano di dare un quadro sulla loro quotidianità in un'era di social-marketing che sembra aver perso ogni tipo di valore mettendosi loro in prima linea a promuovere se stesse sui social network.
Il problema del documentario al di là di alcuni dati e interviste davvero interessanti e che non sembra aver capito quale strada prendere in un confine che lascia sempre disorientati e scontenti al limite tra la denuncia e mitomania.


Taxi Teheran

Titolo: Taxi Teheran
Regia: Jafar Panahi
Anno: 2015
Paese: Iran
Giudizio: 4/5

Un taxi attraversa le strade di Teheran in un giorno qualsiasi. Passeggeri di diversa estrazione sociale salgono e scendono dalla vettura. Alla guida non c'è un conducente qualsiasi ma Jafar Panahi stesso impegnato a girare un altro film 'proibito'.

Cinema neorealista e militante. La settima arte come strumento di conoscenza e di lotta.
Così verrebbe da definire il lavoro di Pananhi che merita due righe soprattutto per cercare di capire gli intenti di questa insolita opera.
Panahi è stato condannato dalla 'giustizia' iraniana a 20 anni di proibizione di girare film, scrivere sceneggiature e rilasciare interviste, pena la detenzione per sei anni.
Ma non c'è sentenza che possa impedire ad un artista di essere se stesso, ed ecco allora che il regista ha deciso di continuare a sfidare il divieto e ancora una volta ci propone un'opera destinata a rimanere quale testimonianza di un cinema in un paese in cui le contraddizioni si fanno sempre più stridenti.
I passeggeri che salgono sul taxi non sono moltissimi.
Per target d'età e la differente condizione economica, riescono tutte a dare un quadro e un'idea di come sta la gente a Teheran, di cosa la preoccupa, di quale può essere il senso di giustizia, captando chi più chi meno la profondità della società.
Il film ci mette un po a decollare ma dal momento in cui entrano in gioco l'avvocatessa dei diritti umani, amica del regista, la nipotina fastidiosa che vuol fare la regista e perfettamente in linea con l'educazione del regime e l'omuncolo che vende dvd pirata da altri paesi, il film indossa tutta la sua forza drammaturgica e il bisogno di dare testimonianza del termometro di una capitale.
Panahi dopo due film, anch'essi clandestini, sfrutta grazie alle più recenti tecnologie, il modo per contrattaccare i divieti dal momento che è sempre più difficile per i regimi impedire agli individui di fare testimonianza di quanto accade
Il finale è profetico e allarmante.

Due poliziotti in borghese penetrano violentemente nella macchina momentaneamente abbandonata da Panahi e dalla nipote, alla ricerca di un “girato” da distruggere o di cui servirsi contro il regista  

domenica 20 dicembre 2015

Sin Nombre

Titolo: Sin Nombre
Regia: Cary Fukunaga
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In cerca del sogno americano, una giovane ragazza honduregna intraprende una vera a propria Odissea attraverso l'America Latina insieme al padre e allo zio sperando di raggiungere gli Stati Uniti. Durante il viaggio incrocia la sua strada con quella di El Casper adolescente membro di una gang messicana in fuga dai suoi soci e da un passato fatto di violenza. Insieme cercheranno di sormontare di tutti i pericoli che li separano da una nuova vita...

Sin Nombre è un film crudo e toccante che tocca un tema trattato poche volte al cinema.
Su un argomento così duro e delicato, la sceneggiatura si concentra maggiormente su Caesar, facendo una breve ma intensa descrizione delle gang criminali e portandolo infine ad un esilio forzato. Proprio sulle gang, il regista oltre ad avvalersi durante la scrittura di due frequentatori di quei posti, ha proposto un discorso sull'appartenenza facendo un'analisi attendibile nei rituali, nei gesti e soprattutto nella violenza.
L'emigrazione e la criminalità come le facce di un male comune che ha diversi intrecci purtroppo in Messico e lascia cadaveri senza nome in mezzo a strade dove non troveranno mai una degna sepoltura. Attuale e soprattutto importante, Fukunaga, regista da continuare a tenere d'occhio, si è documentato molto, trascorrendo del tempo con questi "clandestini".
La parte tecnica come sempre è curatissima.
Vengono mostrati alcuni scorci molto interessanti del Messico, lo stile tecnico è impeccabile con alcune riprese notevoli e originali.
Vincitore del Premio per la miglior regia, Cary Fukunaga, e per la miglior fotografia, Adriano Goldman, nella sezione Film drammatici al Sundance Festival 2009 non è un caso, soprattutto quando si parla di cinema veritè ribadendo il concetto che il sistema criminale vince sempre.
L'unica stonatura del film rimane la storia d'amore, ma se guardiamo l'enorme portata e realisticità di concetti che emergono dal film, rimane un'opera compiuta, fatta e finita, che continua un percorso, quello di Fukunaga, atipico e alternativo.


mercoledì 18 novembre 2015

Monsters: Dark Continent

Titolo: Monsters: Dark Continent
Regia: Tom Green
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Sono passati sette anni dopo gli eventi di Monsters, e le 'zone infette' si sono diffuse in tutto il mondo. Gli esseri umani sono stati buttati giù dalla cima della catena alimentare, con comunità disparate che lottano per la sopravvivenza. I soldati americani sono stati inviati all'estero per proteggere gli interessi degli Stati Uniti dai mostri, ma la guerra è lontana dall'essere vinta.

La guerra è sempre stata e sarà sempre il più grande mostro e male dell'umanità.
A distanza di quattro anni dall'esordio di Gareth Edwards MONSTERS, Green alla sua opera prima, firma un sequel interessante e originale, un war-movie solido e spietato, con un analisi e una critica all'occupazione dei territori medio orientali che più attuale di così non poteva essere.
Girato in Giordania e allargato su alcune aree di confine non meglio precisate, Dark Continent mostra dei mostri che di fatto non attaccano mai l'uomo, ma avanzano inesorabili verso una terra promessa senza nome.
Allo stesso tempo come in una delle scene iniziali che segna profondamente la psiche dello spettatore, l'incontro tra un cane e una delle piccole creature, diventa l'esempio perfetto della spettacolarità e l'uso gratuito della violenza che non conosce confine e chiama in ballo mostri di ogni tipo.
I mostri sono reali ma soprattutto delle comparse, in una guerra incessante che richiama e segue un manipolo di soldati esagitati che vogliono solo avere successo e disintegrare la zona rossa per obbedire alle regole ferree del loro paese, un'America sempre più lacerata dai sensi di colpa che proprio grazie all'uso di una copiosa violenza gratuita e psicologica, cerca di cancellare i ricordi senza riuscirci.
E'un film lungo, a volte lento da seguire, in alcune scene non sembra succedere nulla, però Green deraglia continuamente, alternando un ritmo minimale ad uno più action e solo in alcuni momenti con delle punte e dei momenti quasi poetici come la scena in cui il bambino tira fuori dalla scatoletta una creatura appena nata e la lascia prendere il volo prima che questa a sua volta si disperda in un effetto che sembra ricordare le meduse.
Il film di Green non è sicuramente perfetto, anche se non bisogna dimenticare che rimane comunque un esordio, ha molti elementi discutibili, ma crea una metafora originale e interessante senza essere mai banale e ridando spessore e forza ai mostri in tutta la loro gigantesca potenza.