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domenica 29 settembre 2019

Macchine che distrussero Parigi

Titolo: Macchine che distrussero Parigi
Regia: Peter Weir
Anno: 1974
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Arthur e suo fratello George stanno guidando attraverso la campagna australiana una notte, quando improvvisamente un potente fascio di luci di un'altra auto li costringe fuori strada. George muore nello schianto, ma Arthur sopravvive e si risveglia in un ospedale della cittadina di Paris/Parigi, una città che, come egli scopre, vive grazie a quello che può essere ricavato da provocati incidenti stradali - comprese le persone ...

Weir è uno dei miei registi preferiti in primis per aver diretto uno dei miei film cult preferiti Picnic ad Hanging Rock un film ancora ad oggi in grado di lasciarmi basito di fronte a cotanto stupore. Un film in cui il cambio del finale divenne come per altre opere un elemento in grado di creare ancora più suspance e mistero in un finale aperto tra i più belli che il cinema ricordi.
Il suo primo lungometraggio non poteva essere che un film assolutamente fuori dalle righe, un Ozploitation di quelli che oggi non vediamo più, un racconto grottesco di neo-cannibalismo industriale.
L'Australia ancora una volta inquadrata nel suo degrado. Distante dal cult Wake in fright, il film è un sapiente cocktail di generi dall'horror alla fantascienza fino alla commedia e il western urbano. Un film appassionante con una miriade di spunti e di elementi che torneranno nel cinema del maestro australiano dalla sfiducia nel progresso tecnologico, l'impulso sovversivo della gioventù e infine il legame misterico tra Natura e Cultura.
Un protagonista mite e inquieto che rischia di diventare un membro di una congrega di svitati,
il medico che esegue esperimenti sulle vittime degli incidenti, trasformandoli in semi-vegetali, i giovani locali persi e alcolizzati che personalizzano le auto distrutte per creare dei veicoli con cui si aggirano per le strade.
E'un film importante, ambizioso, anarchico fino alla radice. Una versione horror del maggiolino tutto matto, un salto in avanti sulla macchina infernale, di nuovo l'outback australiano con i suoi bifolchi, la sua community freak alienata.
Un finale potente che scardina e distrugge tutto riportando ad un nuovo inizio o a una fine apocalittica dove tutti finiscono per perdere quel poco a cui rimanevano così attaccati e fedeli.

venerdì 14 giugno 2019

Wolf Creek


Titolo: Wolf Creek
Regia: Greg McLean
Anno: 2004
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Liz, Kristy e Ben sono in viaggio in auto alla scoperta dell'outback australiano. Dopo un'escursione nel parco nazionale di Wolf Creek, i tre scoprono che la loro auto non parte. Un aiuto inatteso arriva da un carro attrezzi guidato da Mick, che si offre di riparare la macchina, dopo averla condotta alla sua officina. Una volta lì i ragazzi si addormentano intorno a un falò, mentre il meccanico comincia a lavorare. Ma quando Liz si sveglia si trova legata e imbavagliata. È l'inizio dell'incubo.

Cosa ci sarà mai di così affascinante nel deserto australiano? E' la metà privilegiata per chi medita una morte rapida senza contare che i suoi resti probabilmente non verranno mai trovati.
Ci troviamo nell'outback australiano quello osannato da tanto cinema horror post contemporaneo, quello dove il tasso di persone scomparse è il più alto da sempre e dove sembrano vivere nella flora e nella fauna animali e insetti in grado di ucciderti in pochi secondi.
Un gruppo di baldi giovani, teen disposti a tutto pur di non lasciarsi scappare le bellezze della natura e un bifolco che non sa più cosa fare per intrattenere il tempo oltre ad uccidere la gente, in particolare i turisti.
McLean si è consacrato all'horror con questi due slasher cruenti e che se è pur vero che parlano del solito gruppo di ragazzi e di un killer spietato che gli segue, tra il panorama e alcuni aspetti culturali, Wolf Creek è diventata una piccola chicca non solo in patria. A fatto seguito uno slasher ancor più violento Wolf Creek 2 e una mini serie davvero brutta Wolf creek-Season 1
Senza infamia e senza gloria, il film procede co un buon ritmo, facendo incetta di stereotipi ma senza mancare l'obbiettivo ovvero l'atmosfera e la suspance che seppur con qualche scivolone, funziona alla grande. Wolf Creek poi divenne famoso per essersi basato sulle truci gesta di Ivan Milat, serial killer di saccopelisti che a quanto pare terrorizzò l'Australia negli anni '90.

giovedì 18 ottobre 2018

Boar



Titolo: Boar
Regia: Chris Sun
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

Il bestiame comincia a scomparire in una piccola città rurale e due contadini dediti all’alcol si ritrovano faccia a faccia con un gigantesco cinghiale. Dopo essersi imbattuti nei resti devastati di un camping, i due uomini – con abbondanza di bottiglie di whisky, ma con una scorta di munizioni insufficienti – devono così provare a respingere la bestia da soli, prima che questa torni a uccidere di nuovo. Nel frattempo, la famiglia Monroe arriva in città per far visita ad alcuni parenti e, mentre trascorre un idilliaco pomeriggio a nuotare nel vicino fiume, anche i suoi membri finiscono nel mirino della creatura predatrice selvatica dall’appetito insaziabile.

Boar entra a far parte di quel sotto filone creature film o monster movie.
Un b movie cresciuto nell'outback australiano figlio di un certo genere ozploitation che dalla terra dei canguri ogni tanto fa spuntare qualche pellicola di genere.
Boar però a differenza di Razorback-Oltre l'urlo del demonio o chessò Pig Hunt, non ha proprio niente a che vedere. Sun purtroppo, non parliamo solo di limiti di budget, confeziona degli errori eclatanti in fase di montaggio e in alcuni punti della narrazione.
Mai cinghiale è stato visto così poco con dei pessimi effetti speciali e con un finale dove lo prendono a fucilate, da arresto.
La storia oltre essere infarcita di luoghi comuni continua il discorso che già aveva iniziato Kotcheff con il suo capolavoro esprimendo la sua impressione sugli australiani che sono dei redneck alcolizzati. I protagonisti a parte un nonnetto simpatico e sempre arrapato già visto in due horror che con questo non hanno nulla a che fare, sono fantasmi messi lì solo per dire assurdità e morire malamente. Quando ti rendi conto che uno dei personaggi meglio caratterizzati è un ex lottatore di wrestling che fa lo stunt man, beh siamo proprio arrivati alla frutta.
Si salva davvero poco. Il cinghiale compare sempre con il tele trasporto di fronte alle sue vittime.
Alcuni, disarmati, provano anche a prenderlo a pugni con risultati direi piuttosto penosi.
Pensatela così. Campi sterminati dove non c'è nulla nemmeno un albero quindi diciamo che se non siete proprio ciechi riuscireste a vedere anche il buco del culo di un canguro a miglia di distanza.
Eppure Sun, che in questo o è stato esageratamente stupido per buttarla sull'ironia, sbam, oppure ha proprio cannato tutto dove infatti dal nulla giacchè prima non c'era nulla compare il cinghiale tra l'altro con una velocità ancora più impressionante dei quella dei velociraptor

giovedì 19 luglio 2018

Body Melt



Titolo: Body Melt
Regia: Philip Brophy
Anno: 1993
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Più vicende che vedono protagonisti alcuni personaggi legati fra loro da un unico filo conduttore: la vitamina Vimuville. Si tratta di un prodotto realizzato da un'omonima industria farmaceutica, mirato alla cura e al mantenimento del fisico. Una volta entrato in circolo nel nostro corpo, il Vimuville crea dapprima allucinazioni, per poi culminare con uno spaventoso effetto a catena che si sviluppa rabbiosamente all'interno dell'organismo, sciogliendo i corpi di chi ne ha fatto uso.

Tra i film che hanno reso interessante il sotto filone dell'horror Body bags è sicuramente il Melt Movie (film dove sono presenti liquefazioni di corpi) e figlio di quel Body Horror che tutti amiamo.
Un genere bizzarro e weird che sempre con sangue a profusione ha avuto una sua piccola filmografia dopo i successi dei primi due film di Jackson evidenti caposaldi del genere e dopo altre incursioni da parte per esempio degli orientali su tematiche simili come gli esperimenti sul corpo ad esempio in NAKED BLOOD dopo essere passati dalla lente di Tsukamoto per i suoi Body Horror.
Body Melt è un po Troma, soprattutto la parte dei bifolchi, è un po tante cose che ci raccontavano la vita e la "quotidianità" degli australiani.
Multinazionale farmaceutica, trasformazioni, palestrati impasticcati, nella galleria di elementi con cui Brophy farcisce il suo film per farlo diventare quella schifezza purulenta che tutti aspettavamo non si è davvero risparmiato niente cercando però fino all'ultimo di portare avanti anche la sua critica e la sua politica su quanto queste pasticche e gli interessi da parte di dottori e squali delle grosse aziende pensino solo ai profitti senza avere nessun tipo di riguardo nei confronti dei pazienti (la scena della donna incinta con il feto/poltiglia che attacca il marito è incredibile).
Le scene cult sono davvero troppe è inutile provare ad elencarle tutte.
Un cult con una messa in scena che ha dell'incredibile a partire dalla fotografia e dai colori sgargianti senza mai arrestare il ritmo del film ma anzi passando da uno scenario all'altro in cui le situazioni tragicomiche, quelle poche che ci sono, si susseguono senza sosta .
Un horror trash favoloso che a distanza di anni non perde nessun colpo, anzi e in cui le fantasiose scene splatter sono montate in maniera rapida e convulsa, con vorticosi ed improvvisi movimenti di macchina per sottolineare gli effetti letali della vitamina come succedeva in Baby Blood prodotto anch'esso anarchico e splatter uscito in Francia tre anni prima.

domenica 18 settembre 2016

Wake in Fright

Titolo: Wake in Fright
Regia: Ted Kotcheff
Anno: 1971
Paese: Australia
Giudizio: 5/5

John Grant, giovane insegnante australiano di discendenza britannica, viene trasferito nell'entroterra, in una comunità popolata quasi esclusivamente da gente senza morale, primitiva e derelitta. Interessati più alla macellazione dei canguri e alle depravazioni sessuali piuttosto che all'educazione e alla decenza, i nuovi concittadini fanno precipitare John in una profonda discesa verso la degenerazione personale.
Wake in Fright è diventato istantaneamente un cult.
Un film enorme, maledetto, affascinante quanto bizzarro.
Un'indagine sociologica su un male sociale accettato e diventato presto un concetto di normalità.
Di nuovo un singolo individuo che viene letteralmente schiacciato dagli eventi e dalla natura che gli sta attorno.
"La storia di Wake In Fright, un classico del cinema australiano che fu girato nel 1971 dal regista di Rambo, concorse a Cannes per la Palma d’Oro ma fu a tal punto odiato dal suo stesso paese che per 38 anni scomparve dalla circolazione prima di essere ritrovato su un camion diretto al macero, restaurato da Martin Scorsese".
"1971: l’Australia si arrabattava per creare un patrimonio cinematografico nazionale, c’era un forte desiderio di cinema patriottico da esportazione. Un film girato da un canadese, scritto da un giamaicano e con due protagonisti inglesi, che diffondeva un’immagine degli Australiani così distopica, doveva necessariamente essere boicottato. E infatti Wake In Fright, dopo un’ottima accoglienza a Cannes (in corsa per la Palma d’Oro) e poi nelle sale francesi (dove restò per cinque mesi di seguito) ed inglesi, promosso dalla critica di tutto il mondo, fu un colossale flop in patria, anche a causa della pessima promozione della United Artists. Durante una delle prime proiezioni uno spettatore balzò in piedi urlando “Quelli non siamo noi!” e Jack Thompson (Dick nel film) gli rispose “Siediti, amico. Si che siamo noi!”. Anche in tv, dopo la prima messa in onda, scivolò nelle programmazioni notturne. Il fallimento al botteghino lo scaraventò in un oblio durato più di trent’anni. Il film, letteralmente, scomparve, trasformandosi in introvabile oggetto di culto, amatissimo da Nick Cave (“Il miglior film di sempre, e il più terrificante, sull’Australia”)".
"Ted Kotcheff, prima delle riprese, passò diverse settimane a studiare il comportamento della gente, sopratutto nei pub. Intervistò l’editore di un giornale locale, che gli aprì gli occhi su un dettaglio-chiave: nell’Outback australiano ci sono tre uomini per ogni donna. “Dove sono i bordelli?”, chiese Ted. “Non ci sono bordelli”. “E cosa fanno per avere un contatto umano?”. “Fanno a botte”.
Durante le riprese, una mattina il regista si accorse che tutti gli elettricisti e gli operatori di camera avevano gli occhi pesti ed un bel mucchio di lividi. Venne a sapere che la sera prima era scoppiata una rissa, quando uno degli elettricisti aveva chiesto, al bar di un hotel, del latte. Dopo la risposta del barman “Non serviamo checche” si scatenò il finimondo.
Probabilmente, quindi, non è solo la famigerata caccia ai canguri ad aver allontanato gli australiani dal film. Forse la vera causa è l’omosessualità travestita da cameratismo che aleggia per tutta l’opera, fino ad esplodere nello stupro ai danni di John. Ted raccontò di essersi cimentato, inevitabilmente, nel two-up, il doppio testa o croce che vediamo nel film: lui, che all’epoca aveva l’aspetto di un hippie, fu tanto fortunato da ripulire le tasche di tutti i presenti. Si sentì costretto, per evitare che l’ostilità prendesse il sopravvento, ad organizzare una grande festa durante la quale pagò da bere a più di cento persone."
Un manifesto dunque di un paese. Un film nichilista che come altre opere ha il pregio di dissacrare uno spaccato di realtà, senza per questo dover essere emarginato e distrutto.
Straordinarie le interpretazioni su cui svetta quella dell'immenso Donal Pleasence.
Se vogliamo possiamo quasi definirla una descrizione di alcuni "redneck" australiani anche se la definizione non è propriamente esatta ma serve a fare da cornice.
Un film che narrativamente dura pochi giorni, di un angoscia incredibile, una discesa nell'abisso di contese e alcool, un viaggio nell'oblio e allo stesso tempo una critica feroce contro lo sterminio dei canguri (a quanto pare ne venivano massacrati di notte circa cento prima che si lottasse per una legge che vietasse tale scempio).
E'una vergogna che sia ancora inedito da noi.
Uno dei pochi film che riesce a trasmetterti l'orrore legato all'abuso di alcool, lasciandoti dopo la visione, imprigionato in una sorta di delirio allo stesso tempo così profondamente vivo e realistico.




lunedì 29 giugno 2015

Mad Max-Fury Road

Titolo: Mad Max-Fury Road
Regia: George Miller (II)
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

-Ma no vedrai che non potrà mai eguagliare l'originale con Mel Gibson
-Ti dico di sì e secondo me, anche se diverso, sarà ancora più impermeato di action e scelte funzionali al genere
-Vedrai che sarà una cazzata che si dimenticherà dopo qualche minuto.

In un futuro imprecisato post-apocalittico la Terra è in mano ai predoni. Tra questi Immortal Joe, che controlla la Cittadella con il pugno di ferro, imponendo il culto della personalità. Finché la sua compagna e "Imperatrice", Furiosa, lo tradisce, portando con sé le schiave e concubine di Immortal.

"Quello che volevo fare del film era un lungo, ininterrotto inseguimento, o una lunga, ininterrotta graphic novel."
Miller ha girato 450 ore d'immagini, ridotte a due ore di film in due anni di lavoro dalla montatrice Margaret Sixel, fate perlopiù di quelli che lo stesso regista ha definito dei frammenti:
"Le immagini del film sono brevissime, avevamo almeno 3 o 4 macchine da presa digitale per ogni scena e davo lo stop ogni pochi secondi: sicuramente deve essere stato molto difficile per i miei attori recitare in questo modo, con tempi così brevi per esprimersi; lo riconosco qui per la prima volta, forse."
Fury Road è pura adrenalina in cui i protagonisti sono gli inseguimenti, i combattimenti e il deserto.
Il resto poco conta come la trama che è solo un pretesto per accendere i motori e la scelta di alcune star e dei personaggi che fatta eccezione per Immortal Joe, non credo verranno ricordati.
L'ultimo Mad Max è un'esperienza visiva con pochi precedenti. Da vedere ovviamente solo al cinema per poter godere appieno di questa fantastica esperienza.
Miller ritorna e lo fa esagerando in modo così imprecisato da ottenere l'effetto più immediato dando vita ad una fruizione incontenibile sotto tutti i punti di vista e creativamente piena di ogni ben di dio che ci aspettava di poter vedere.
Il film è stato girato principalmente in Namibia, tra il deserto del Namib e la città di Swakopmund.
La pellicola è stata vietata ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto negli Usa per la presenza di "intense scene di violenza e immagini inquietanti". Una scelta che lascia perplessi contando che sono così finte e iper-veloci che altri film, seguendo la stessa logica, dovrebbero essere vietati a priori.
Senza contare poi le chicche, la completa libertà di creare e immaginare a proprio piacimento, dai personaggi ad alcune assurdità fenomenali come Doof Warrior, Il personaggio che spara fuoco dalla propria chitarra incitando i suoi compagni alla lotta. Oppure la maschera di Immortal Joe, i costumi di quasi tutti i personaggi, il make up e tanta altra roba.
Mad Max non sapendo quali altre parole trovare per descriverne un'esperienza unica nel suo genere e' un esplosione continua, un piacere che non accenna a scomparire e non frena mai, se non invece in un'accellerazione continua e infine due ore di totale intrattenimento con pochi rivali ed eguali in materia che ridefiniscono i canoni di spettacolarità nel cinema d'azione contemporaneo



mercoledì 19 novembre 2014

Mad Max 3-Oltre la sera del tuono

Titolo: Mad Max 3-Oltre la sera del tuono
Regia: George Miller
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il guerriero Mad Max si trova a Barteltown, dove gli abitanti sono iper tecnologici. Gli viene tesa una trappola dalla regina Auntie che lo abbandona nel deserto. Ma in suo aiuto accorrerà una banda di bambini.

Nell'ultimo capitolo della saga, meno spettacolare e incisivo rispetto ai precedenti due, Miller è stato ugualmente capace di trasmettere ancora tante idee, di sorprendere e trasformarsi, soprattutto per le scelte stilistiche e alcuni make-up, davvero funzionali per l'anno di uscita.
Lo spirito e gli intenti addolciscono un po lo spirito e la risposta e le azioni di Max, in un clima caotico, dove di nuovo regnano soprusi e leader autoritari, ma allo stesso tempo comincia a delinearsi un'idea di società più matura, anche se con tutti gli effetti collaterali del caso, con delle regole e delle norme da seguire, seguendo questa traiettoria durante tutto il primo atto, per poi ancorarsi stabilmente nella seconda parte verso un percorso e temi molto diversificati.
Il film a differenza dei due precedenti è proprio strutturato in due parti diverse ma ugualmente interessanti, anche se come accennavo, siamo distanti dai primi due per spirito anarchico e livello di violenza e spirito cinico.
Nella seconda parte, la dimensione filosofica aperta alla speranza, nonchè nel finale l'aereo come metafora di una libera scappatoia verso un futuro più armonioso, mostra una sorta di lieto fine che però fino alla fine non cede il passo alla retorica e ad una banalizzazione degli intenti.
I ragazzi e il loro cercare di ridare un nome a tutto ciò che faceva parte della società prima della tragedia nucleare, sembra una variante di quel totem simbolico che Golding tratteggiava già nel SIGNORE DELLE MOSCHE.
Qualcuno non convinto dell'ultimo capitolo lasciato in mano ad una produzione mastodontica che di fatto ne ha sancito modifiche e mutilazioni, ha fatto un paragone secondo me interessante: "è un pò come trasformare il rock in pop easy listening per adolescenti"
Tuttavia Oltre la sfera del tuono, chiude una trilogia davvero precisa e calibrata, innovativa e sperimentale, originale nella messa in scena e nell'aver elaborato delle mode e un make-up poi ripreso e riadattato negli anni.

Mad Max-Interceptor

Titolo: Mad Max-Interceptor
Regia: George Miller
Anno: 1979
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Australia. In un futuro non troppo lontano, la società com'è oggi conosciuta non esiste più. Le strade sono in balìa di criminali psicopatici che guerreggiano contro gli ormai pochi tutori dell'ordine rimasti. Il loro leader muore in uno scontro automobilistico durante un inseguimento da parte dell'agente scelto Max Rockatansky, punta di diamante a Imperia W della Main Force Patrol. Max si ritrova ora nel centro del mirino di questi pirati della strada assetati di vendetta, che presto gli uccidono il collega, la moglie e il figlio. Da questo momento pianifica la sua vendetta in attesa di trasferimento, e a bordo della più potente auto della Main Force Patrol, la V8 Interceptor Ford Falcon XB GT Coupé, parte alla ricerca degli assassini, uccidendoli uno dopo l'altro.

Interceptor, ovvero il primo capitolo della saga di Miller, più che per il soggetto, un comune revenge-movie, và tenuto in considerazione per l'ambientazione che di fatto lo classifica come uno degli iniziatori della fantascienza post-apocalittica, soprattutto per le creazioni e lo scenario visionario, che contamina fantascienza catastrofica, film di motociclette, violenza punk, e gusto dell'eccesso unito ad una fervida immaginazione.
Mad Max è il tipico esempio di film low-budget, realizzato con circa 300 mila dollari australiani, tanto da essere considerato un film di serie-b, per raggiungere in poco tempo il record d'incassi mondiale (oltre 100 milioni di dollari) entrando nel Guinness dei primati per il film a basso costo che ottenne i migliori incassi e fu superato solo nel 1999 da THE BLAIR WITCH PROJECT.
Negli annali del cinema australiano, Mad Max è tuttora il film di maggior successo di sempre, fatto che lo ha trasformato in elemento culturale, tanto che in Australia è celebrato addirittura con ritrovi, feste e parate, nonché innumerevoli tributi che ricordano Mad Max nell'immaginario collettivo australiano.
In Mad Max è proprio il livello di violenza ha creare quell'aura di cult, dal momento che la distribuzione è stata complicatissima, e tutta la fase di gestazione legata alla censura è durata anni.
Nel film l'umorismo non esiste di fatto, la violenza è meno comico-calibrata ed è ancora più selvaggia nei toni e in una messa in scena atipica per l'anno di uscita.
Se pensiamo poi alla scena in cui viene bruciato vivo un poliziotto, schiacciato dalla sua moto da parte di alcuni componenti di una banda di criminali, allora è facile comprendere la natura della sua complicata uscita e soprattutto un futuro iper-violento su cui Miller non ha accettato compromessi.
Un film diventato presto un cult per la V8 Interceptor che ha iniziato il culto delle macchine particolari, così come per l'ambientazione e l'atmosfera anch'essi presi in prestito e modellati a proprio piacimento da un universo cinematografico, di fumetti, gadget e quant'altro.

lunedì 22 settembre 2014

Rover

Titolo: Rover
Regia: David Michod
Anno: 2014
Paese: Australia
Festival: TFF 31°
Giudizio: 4/5

Dieci anni dopo il collasso dell'economia occidentale anche l'Australia si ritrova vittima di una desertificazione sociale che ha condotto tutti sulla strada della violenza. Eric è alla guida del suo fuoristrada impegnato a lasciare il suo oscuro passato alle spalle. Quando l'automezzo gli viene rubato da una banda di disperati cerca di recuperare la sua unica proprietà. Non solo, in un mondo ormai privo di remore, intende eliminarli fisicamente. Il suo percorso si incrocia con quello del disturbato e ferito Rey. Costui è il fratello di uno degli appartenenti alla banda che lo ha abbandonato, seppur controvoglia, fuggendo dalla ultima disperata rapina.

Michod promette bene. Se con ANIMAL KINGDOM era riuscito a dare un convincente affresco di una famiglia multi-problematica, in una desolata Australia, mantenendo una dilatazione dei tempi molto complessa, nella sua seconda opera, sembra concentrarsi e dare una prova di pura minimalità per tutta la durata del film.
Soprattutto quando l'assunto, che scopriamo alla fine, sembra voler dire che non è così importante il climax finale, quanto invece tutti gli elementi di riporto.
Due convincenti prove attoriali su cui spicca un Pearce, come sempre in grado di reggere tutta la baracca da solo, e un convincente Pattinson.
Michod riduce tutto all'osso, non inserisce quasi dialoghi, il clima è teso, soffocante e troppo solare. I personaggi sono sporchi, rozzi, uccidono perchè non sanno cos'altro fare, e la stessa civiltà sembra ormai agli sgoccioli.
Lo stesso sentimento che accomuna il film è di un cinismo smisurato in cui non ci sono ancore di salvataggio.
Forse l'unica è la socializzazione e Eric, scopre, proprio ormai desolato e solo come un "cane", che anche uno stralunato che gli ha fatto un torto, è sempre meglio della solitudine, perchè si sà l'uomo è prima di tutto un'animale sociale.
Un film che fa centro, difficile, tutto sommato lento e pesante ma che trova proprio nella sua difficile analisi la linfa migliore.


domenica 18 maggio 2014

Wolf Creek 2

Titolo: Wolf Creek 2
Regia: Greg McLean
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ispirato a fatti realmente accaduti. Rutger e Katarina non vogliono itinerari turistici e decidono di visitare la 'vera'Australia mettendosi in viaggio verso il desolato parco di Wolf Creek. Qui si imbattono in un cacciatore di maiali, Mick Taylor, che propone loro un passaggio in città.

Con il personaggio di Mick Taylor interpretato da un perfetto John Jarratt, Greg McLean conferma una buona linfa e tutto sommato un sequel davvero iperviolento e splatter.
A differenza del precedente film, McLean inverte tutto e forse intuisce il vero motore del film e l'elemento trainante su cui deve mettere l'accelleratore ed è proprio il personaggio bifolco di Taylor.
A pensarci bene nei film di Wolf Creek non ci interessa sapere se sono fatti realmente accaduti o se i poveri teen-ager stupidi e involontariamenti ingenui, crepano oppure no, compreso sbirrume e compagnia bella (passi la purè di canguri).
Il fattore decisivo, per questo genere di film e contando la location, come dice lo stesso regista in un'intervista è quello di creare con il personaggio di Taylor un'indagine sulla Natura dell'identità nazionale australiana.
In lui il conflitto tra passato coloniale, rancori storici e cicatrici culturali non trova risposta se non quella della vendetta spietata verso 'la specie introdotta'. Il suo agire manda all'aria tutte le convenzioni sull'impegno, l'astuzia e la bontà che hanno la meglio sull'esistenza, per concludere che il male può passarsela liscia e continuare a mietere vittime innocenti.
La crudeltà di questo serial killer diviene emblema del caos frastornante e contraddittorio in cui viviamo e al quale tentiamo invano di assegnare un ordine.
McLean però dovrebbe anche guardare l'orologio durante il montaggio e accorgersi di alcuni elementi deboli come il test con le 10 domande e dita spezzate, così come inseguire una ragazza nei boschi ormai è più una lagna che altro, e tante altre piccole e spiacevoli errori e cadute di stile su cui il film inciampa.
Un scena mi ha colpito. Ad un tratto il protagonista si nasconde in una casa dove vivono due inquietanti figure sulla terza età. Ecco succede una cosa che forse non ti aspetti o forse è proprio lì che funziona lo spunto di base del regista, ovvero inquadrare quasi tutti gli australiani come pronti a difendere la propria pellaccia e i propri confini con una risolutezza spietata.

sabato 24 settembre 2011

Razorback-Oltre l'urlo del demonio


Titolo: Razorback-Oltre l'urlo del demonio
Regia: Russel Mulchany
Anno: 1984
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Classico esempio di film in cui il protagonista subentra dopo, visto che la moglie, muore quasi all’inizio invertendo per un attimo le regole del genere.
Un b-movie curioso. RAZORBACK, associabile al filone di film beast-movie, solo per la scelta del mostro (un enorme incrocio tra un verro e un cinghiale) elemento su cui si concentra tutto il film anche se proprio come per PIG HUNT, ne approfitta per diramare altre due o tre storie parallele, entrambi comunque senza stare a prendere posizioni su come sia stata possibile la crescita a dismisura di un bestione del genere.
Il film non è male per l’atmosfera che sembra ricordare quasi per certi aspetti un film dall’atmosfera misteriosa o mistica..con delle location sporche e tendenti al rosso merito di una location fantastica e catartica come l’Australia (nel Southwest Wales, 600 km a ovest di Sidney) e di una scelta a virare proprio su quei toni color ruggine da parte del direttore della fotografia.
Il razorback è visto come una forza della natura in rapporto alla brutale violenza abitualmente praticata dai locali sugli animali delle sorte di bifolchi a cui i due fratelli pazzi danno un quadro perfetto e sulla lenta e un po’ prolissa storia che fa fatica ad accelerare nonché risparmiarsi e lesinare soprattutto nella prima parte visto che nella seconda accelera con un bel ritmo e un ottimo montaggio.
Mulchany ha girato circa 27 film o roba simile e sicuramente questo è uno dei migliori…contando tutte le impronunciabili porcherie che si è ritrovato a dover girare.

martedì 13 settembre 2011

Neurokillers


Titolo: Neurokillers
Regia: David Blith
Anno: 1985
Paese: Australia-Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

DEATH WARMED UP è un bel film di fantascienza, non eccessivamente originale ma per essere dell’85 è piuttosto catartico nell’atmosfera, nell’azione e nello svolgimento anche se con alcune cadute nel comparto della sceneggiatura. Sembra di aver a che fare per certi aspetti con l’ISOLA PERDUTA, L’ABOMINEVOLE DR.PHIBES o film di quella portata in cui uno scienziato,  Archer Howell, conduce esperimenti di manipolazione mentale nel super-tecnologico ospedale "Trans Cranial Applications".
E’proprio l’azione e il ritmo abbastanza veloce a rendere il film gradevole, con una schiera di zombie assetati di sesso e di violenza in cui non mancheranno scontri direi quasi tragi-comici come ad esempio la scena sul traghetto.
Davvero un film piacevole e interessante con alcune critiche concernenti gli abusi di potere di un singolo uomo che discerne della vita di altri esseri umani e il caro come in questo caso l’elemento che da ancora più linfa al film, della vengeance del protagonista vittima anche lui dell’esperimento e del brutale incidente scatenante.

giovedì 17 marzo 2011

Long Weekend-Nature's Grave

Titolo: Long Weekend
Regia: Jamie Blanks
Anno: 2008
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Peter e Carla sono sposati da qualche anno e la relazione comincia a mostrare crepe larghe quanto il Grand Canyon: lui è un arrogante-stronzo-affarista per il quale esiste solo il proprio desolante ego e lei, fredda e distante, è reduce da un aborto causato da certe sue leggerezze extraconiugali.

Jamie Blanks, australiano, aveva esordito con due film horror abbastanza in voga tra i più giovani qualche anno fa ovvero URBAN LEGEND e VALENTINE. Entrambi non meritavano menzioni speciali anzì si collocavano in quella cerchia di film per ragazzi che verranno o forse già lo sono rimossi perchè in fondo lanciavano solo qualche attore famoso e avevano una o due scene dignitose in tutta la pellicola.
Dimenticandosi entrambi i film ritroviamo Blanks al timone di una storia anomala che fa parte di quel filone della natura vendicatrice.
Poco sangue, molta attenzione alla storia, rimandi a stati di paranoia e ad una spiaggetta anomala e straordinariamente affascinante sono tra le componenti di questo giallo che semina bene alcuni elementi che esploderanno nel finale. Non contento Blanks punta molto anche sui silenzi, sulla difficoltà di una coppia a risanare un rapporto ma a contaminarlo ancora di più grazie alla sceneggiatura scritta in coppia con Everett De Roche, .
Il punto forte è proprio l'atmosfera a tratti inquietante e la suggestività di alcuni passaggi che regalano delle ottimescene nei paesaggi selvaggi australiani.
Il reparto tecnico è ottimo e spicca la fotografia di Karl Von Moller.
La coppia è composta da Gesù Cristo(Caviezel)attore che non amo ma che recita fondamentalmente da stronzo e in questa pellicola riesce bene e dalla fragile Claudia Karvan.
A parte alcune forzature nella storia il film funziona e risulta almeno atipico per il genere in questione.