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giovedì 18 aprile 2019

JoJo's Bizarre Adventure-Diamond Is Unbreakable Chapter I


Titolo: JoJo's Bizarre Adventure-Diamond Is Unbreakable Chapter I
Regia: Miike Takashi
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Il capitolo 1 del JoJo di Miike ripercorre i primi 2 tankobon (29 e 30 della serie completa) del manga, dividendosi piuttosto nettamente in due parti/tempi. Nella prima, conosciamo il protagonista Josuke “JoJo” Higashikata e il suo stand Crazy Diamond, un aggressivo stand adatto al combattimento ravvicinato, ai cui rapidissimi pugni è associato un particolare potere di “manipolazione” su ciò ch’egli distrugge; dunque assistiamo alla lotta di Josuke con l’assassino seriale Angelo (Anjuro Katagiri) e il suo stand Aqua Necklace, potere acquisito da costui dopo essere stato colpito da una strana freccia, scoccata da un misterioso personaggio. In perfetto stile supereroistico, tale scontro determinerà una certa svolta, che influenzerà profondamente Josuke spingendolo a impegnarsi nella difesa della sua città, Morio-cho.
La seconda parte corrisponde allo scontro con i fratelli Nijimura; al termine del quale si forma di fatto il gruppo di personaggi, Josuke in testa, che avranno l’onore e l’onere delle successive battaglie. Inoltre, intravvediamo almeno un pezzo (!) di quello che sarà il big boss finale…

Ci sono i fan e poi ci sono quelli che venerano un artista. Per Miike Takashi è così.
E'stata una fortuna averlo conosciuto, essermi fatto una rassegna vedendomi in una settimana circa 40 film e poi aver capito che riesce a farmi salire l'hype più di qualsiasi altro regista.
In più è una sorta di semi dio, ha una filmografia che levatevi tutti dalle palle, non ha quasi mai sbagliato niente e più di tutto non se la tira ma se gli chiedete come mai nel suo cinema ci sia così tanta violenza probabilmente vi risponderà a dovere tipo "E allora cosa ci fai qui a guardare i miei film" (Torino, 2006)
Ora oltre ad essere un fan del regista sapevo che da tempo ormai prova a destreggiarsi in qualsivoglia genere con risultati spesso eccezionali.
Il live action è un sotto genere strano e pericoloso capace di brutture senza eguali e fallimenti all'ordine del giorno.
Così per fortuna non è stato ma diciamo pure che Jojo per me è sacro per i fumetti come i mostri di Kentaro Miura quindi sì...ci sono rimasto male e il film devo dire che poteva essere decisamente meglio. Parliamo di colui che è stato in grado di portare sullo schermo due dei film più belli di super eroi mai visti ZEBRAMAN e un altro cartone davvero singolare che al cinema poteva diventare una trashata cosmica e parlo ovviamente di YATTAMAN.
Con Jojo siamo già incasellati nella quarta stagione quindi per chi non conoscesse la storia diventa un problema più che per i film Marvel. Purtroppo manca un villain incisivo come Dio, e ho letto che ci sono stati ingenti limiti di budget.
A trent'anni dalla sua nascita, Diamond è il primo capitolo di una trilogia che si promette di trasporre la quarta serie del manga.
Un ottimo prodotto, commerciale e di maniera, con cui Miike conferma il suo talento, ma per ora nient’altro. Sarà molto interessante vedere cosa accadrà con i prossimi episodi, sperando che sia sempre l'outsider nipponico a dirigere il progetto ma sperando anche in un ritmo più concitato che fino a prova contraria è uno degli assi nella manica dell'autore.


lunedì 11 marzo 2019

Dragon Ball-Super Broly


Titolo: Dragon Ball-Super Broly
Regia: Tatsuya Nagamine
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Il re dei Saiyan Vegeta, preoccupato dalla potenza del nascituro Broly, superiore a quella del proprio figlio, spedisce Broly su un pianeta remoto e ostile, Vampa. Il padre di Broly, Paragus, lo segue su Vampa e lo addestra come un formidabile guerriero. 41 anni più tardi, dopo che Freezer ha distrutto il pianeta dei Saiyan, Broly e Paragus arrivano sulla Terra, per vendicarsi dei Saiyan superstiti.

Gli Oav di Dragon Ball soprattutto negli anni '90 avevano avuto un discreto successo.
Poi il personaggio creato da Akira Toriyama pur essendo diventato una delle icone nato nel 1986 per i nerd, venne abbandonato per essere sostituito da altri eroi venuti da altri mondi.
Questo film d'animazione dalla sua come nei due precedenti, LA RESURREZIONE DI F e LA BATTAGLIA DEGLI DEI, regala tantissima azione (forse addirittura esagerata) finendo per essere l'ennesima rincorsa a sconfiggere il nemico di turno (che manco a farlo apposta e di famiglia) e sfruttare l'impianto di semina e raccolta per cui il protagonista incontra un nemico sempre più forte grazie al quale potenzia le sue abilità.
Anche la durata di 100' diventa disfunzionale per spiegare tutti i retrocessi familiari tale da farlo sembrare un parente lontano delle soap opera statunitensi.
Il film trova la sua componente migliore nei primi due atti mentre proprio dove dovrebbe siglare il braccio di ferro perfetto tra combattimenti e azione, diventa di una noia incredibile, in cui per '50 minuti, viene data spazio alla potenza sempre maggiore che supera subito i confini della logica, sembrando una disperata lamentela noiosissima di grida e maschilismo spiccato.



Tiger Mask


Titolo: Tiger Mask
Regia: Ken Ochiai
Anno: 2013
Paese: Giappone
Giudizio: 1/5

Naoto Date, cresciuto in un orfanotrofio dopo la Seconda Guerra Mondiale, un giorno decide di fuggire dall'istituto per entrare a far parte dell'organizzazione della "Tana delle tigri", che alleva micidiali e letali lottatori mascherati e senza scrupoli, coronando così il sogno di diventare forte come una tigre. Le regole dell'organizzazione sono ferree e chi le tradisce, viene punito violentemente. Naoto però è diverso: cerca la libertà e vuole vendicare le ingiustizie subite dagli orfani come lui.

Tiger Mask è davvero una baracconata. Un film live-action così brutto che al confronto il film americano dei POWER RANGERS sembra da riscoprire.
Tiger Mask sembra la risposta al fatto di non prendere mai in giro un outsider come Miike Takashi giusto per rimanere nella stessa terra. Con due film speculari che sono ZEBRAMAN e YATTAMAN, Miike, è riuscito a fare la stessa cosa creando però, soprattutto con il dittico di ZEBRAMAN, ottimi esempi di film di genere.
Qui tutto è particolarmente agghiacciante. Ochiai è inesperto e la prova, pur essendo un giocattolone, è troppo ardua per il mestierante che prova a cercare di rendere interessanti tre maschere diverse, il dottor X e la tana delle tigri.
Tutto viene brutalmente ridicolizzato e sembra di vedere un teen age movie nipponico che non solo non è violento (quando il cartone è uno dei più violenti mai realizzati) ma non intrattiene e regala alcune delle peggiori scelte estetiche viste prima con tute di lattice che rimandano ai film porno.
Nell'idiozia più totale il fatto che il film e gli attori si prendano sul serio è un altro particolare che crea l'effetto trash e al netto l'aspetto più traumatico del film.
Con tute nere e una rincorsa a trovare uno stile emo di rara bruttura, Tiger Mask nel suo avermi involontariamente messo a tappeto dalle risate, è uno dei film più brutti di sempre, dove citando prima l'outsider che considero uno dei registi più talentuosi di sempre, qui proprio nel ruolo di Jared, Mister X, troviamo uno dei suoi attori feticcio e interprete della saga cult di DEAD OR ALIVE

lunedì 11 febbraio 2019

One cut of the dead


Titolo: One cut of the dead
Regia: Shinichiro Ueda
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Una troupe sta girando uno zombie film indipendente quando viene assalita da veri zombie, risvegliati dal regista invasato per avere un effetto cinematografico più "reale". E se fosse tutto un making of?

Sono rimasto colpito dall'entusiasmo con cui è stato premiato e ha avuto incassi da capogiro l'ennesimo film di zombie con una virata strategicamente furba ma in fondo nemmeno così interessante come ci si poteva aspettare.
In un'epoca bombardata dai social, dalle serie tv, da film commerciali creati con lo stampino per essere a tutti gli effetti gregari post contemporanei di un'altra fetta di cinema, faccio davvero difficoltà a capire perchè questo film sia diventato quasi un cult soprattutto in Oriente.
L'idea di scardinare un concetto fatto e finito nel cinema di genere non è poi un elemento così raro di questi tempi. Basta saper cercare nei punti giusti ma l'universo cinematografico è onnivoro è pieno di opere bizzarre, con delle sceneggiature semplicemente aperte a cercare di essere mischiate o variegate con ciò che già si aveva.
Nel film di Ueda la struttura e il ribaltamento degli atti, aiuta a sconvolgere la psiche dello spettatore, ma essendo una tecnica di montaggio, bisogna tener conto che più di ciò non è, lasciando lo stesso i dubbi e le perplessità e la noia, di vedere in fondo la stessa azione giocata su piani e ambienti diversi, ma esasperata come solo gli orientali (o meglio i giapponesi) sanno fare.
Ho trovato il film una mossa commerciale astuta come poteva esserlo ai tempi BLAIR WITCH PROJECT, ma non per questo bello, interessante o che mi abbia trasmesso qualcosa di "originale".
Siamo di nuovo in tempi dove il genere essendo inflazionato ha bisogno di migliorie che ne cambino di poco l'assetto o la forma ma lasciando medesimo il risultato.
Tantissimo fumo a questo giro per un indie costato 20.000 dollari di budget e che (finora) ne ha incassati 27 milioni solo in patria.

mercoledì 23 gennaio 2019

House


Titolo: House
Regia: Nobuhiko Obayashi
Anno: 1977
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Dopo aver scoperto che il padre vedovo ha deciso di sposarsi nuovamente, una giovane studentessa decide di passare le vacanze estive nella spettrale casa in mezzo al bosco della zia insieme alle sue compagne di scuola. La ragazza ignora però la vera natura della zia, una strega che si nutre di giovani vergini allo scopo di diventare immortale…

House aka Hausu è uno dei più importanti film sulla casa stregata, ovvero uno dei topos narrativi fondanti per la letteratura dell’orrore, oltre che essere un cult a tutti gli effetti.
Per chi come me ama alla follia Miike, Sono e Tsukamoto, soprattutto i primi due da questa nuova onda di giovani e sorprendenti registi hanno preso molto soprattutto per lo stile e le innovazioni visive.
Nella lunga conoscenza di registi folli nipponici Obayashi era un nome che mi mancava, sapevo dell'esistenza di questo progetto folle e che dicono e io confermo sia il corrispettivo della CASA di Raimi con la differenza che se quello si prendeva sul serio in America, questo ribalta tutto in chiave trash, weird e grottesca nella terra del Sol levante.
House va visto mettendo da parte ogni tipo di presunzione, serietà narrativa, logica e tutto il resto. E'un film folle, pieno di invenzioni, in grado di spingere il trash oltre le soglie del ridicolo fino a sfiorare e oltrepassare i limiti del sublime. Dall'inizio alla fine dal momento che la trama è solo un pretesto, Obayashi ha l'unico compito di bombardare lo schermo con detonazioni ultra-pop surreali e un caleidoscopio di intuizioni visive davvero fuori dalla media.
Qui siamo di fronte ad un film che non nasconde nulla della sua ironia a volte forzata, la intreccia con gli intenti famelici della zia e infine devasta tutto con un colpo di scena finale che ribalta completamente la struttura e la circolarità del film.
Esagerato e spassoso, un film che riesce ad intrattenere, crea una buona atmosfera e infine ha una sound track con quelle note di piano, capace come una nenia, di incantarti dopo pochi minuti.

mercoledì 5 dicembre 2018

Fake


Titolo: Fake
Regia: Sang-ho Hien
Anno: 2013
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Un gruppo di fedeli si lascia affascinare da una nuova Chiesa che promette miracoli. Quando i dubbi cominciano ad assalire i primi fedeli e muore improvvisamente una famiglia di persone oneste, l'equilibrio iniziale comincia a sgretolarsi e affiorano tutte le contraddizioni di un sistema religioso chiuso e troppo rigido

Fake (Falso) è un film straordinario dove il cinismo, la corruzione, gli scontri di potere, la diseguaglianza e tanto altro ancora esplode come un urlo disperato di chi non riesce più ad accettare tutti questi tumori e decide fargli vivere su grande schermo.
La metafora sulla società coreana, sempre più incattivita, spietata e pronta ad implodere e la scelta dell'animazione si sono rivelate ancora una volta due strumenti importantissimi dal momento che forse il regista a far recitare in carne ed ossa avrebbe potuto avere problemi.
Un film ancora adesso sconosciuto senza la benchè minima voglia di provare a distribuirlo da noi in Italia.
Hien aveva già esordito un anno prima con il pesantissimo KING OF PIGS dove per assurdo i protagonisti di adesso in quel film erano solo dei bambini e già dimostravano di non avere limiti alla loro brutalità. Uccidevano i gatti mentre qui uccidono i cani.
Il "pig" anzi i "pigs" di allora, diventano coloro incapaci di fare qualcosa di buono, a differenza dei forti, i bravi studenti, "i cani", come nella bellissima e onirica scena del film del 2012.
Hien cresce e come dicevo i suoi personaggi, metaforicamente parlando, diventano politici, amministratori, boss, malavitosi, buoni a nulla come il protagonista, ma ognuno di loro nel bene e nel male interpreta un ruolo all'interno della dinamica e competitiva società coreana.
Cresce in particolar modo il personaggio di Min-chui il padre che forse nessuno vorrebbe avere che rappresenta il paradosso di questa società un cattivo senza possibilità di redenzione ma allo stesso tempo dal momento che ricopre i piani più bassi della società una specie di portatore insano della verità.
Le gare d'appalto nonchè la corruzione diventano i punti di forza per un film in cui o sei carnefice fino alla fine, oppure non potrai che rimanere vittima di un sistema che non premia l'onestà e i buoni principi e dove un padre farabutto che esce di galera sperpera nel giro di pochi giorni tutti i risparmi per l'università della figlia, prendendola a botte ed etichettandola come puttana quando costei non ha fatto nulla se non provare ad arrabbiarsi.
In più in questo caso si arriva a toccare anche la sfera religiosa con un personaggio e il suo cambiamento lasciato proprio in bilico di fronte a scelte più grandi di lui, dove ci troviamo ancora una volta, di fronte ad una metafora che rappresenta le più becere illusioni e menzogne della chiesa.
Spero solo che Sang-ho Hien possa continuare a fare film perchè i risultati fanno male per quanto colpiscano dritti allo stomaco.

Bigfish e Begonia


Titolo: Bigfish e Begonia
Regia: Lian Xuan
Anno: 2016
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Al di sotto del mare esiste un universo i cui abitanti si occupano di proteggere le anime degli esseri umani e amministrare la natura del loro mondo attraverso poteri legati ai quattro elementi acqua, aria, terra e fuoco. Qui, insieme alla sua famiglia, vive Chun che, compiuti i sedici anni, secondo le leggi del suo popolo deve superare un rito di passaggio: trasformata in un delfino rosso, deve attraversare un portale che la condurrà nel mondo degli uomini. Nonostante sia vietato ogni contatto con gli esseri umani, conoscerà un ragazzo.

Lo Studio Ghibli da sempre ha avuto una sua radicale importanza nel cambiamento dei parametri e dell'importanza dell'animazione. Negli ultimi trent'anni sono stati loro a dare il contributo maggiore scavalcando diversi paesi e creando un loro mondo magico e suggestivo indimenticabile che ha fatto sognare adulti e bambini regalando tematiche mai banali ma attuali come il rispetto, l'amore, la diversità e l'importanza di salvaguardare madre natura.
Bigfish e Begonia mi è capitato tra le mani come qualcosa di cui non ero assolutamente al corrente.
L'idea fin da subito mi è sembrata curiosa soprattutto contando che si andava a parare nei miti e nelle millenarie leggende cinesi. Il che dal momento che non ha avuto poi così tanti esempi, soprattutto nell'animazione, poteva essere un elemento curioso oltre che di indubbio fascino.
Così è stato.
L'elemento che non è sfuggito alla coppia di registi cinesi è stato fin da subito lo sguardo su un tema come quello ambientale che di fatto ha sancito tutto l'impianto di scrittura creando un mondo a sè, tante metafore e l'incontro tra due diversità che riescono ad avere un'importante sodalizio come capita nelle fiabe più belle dove gli opposti sembrano incontrarsi per lasciare spazio alla magia.
Regalando sequenze visivamente incantevoli, sfrutta in maniera più corposa la c.g rispetto ai cugini nipponici, ma senza esagerare, condensandola invece nella maniera più funzionale.
Una favola acquatica che ha dovuto aspettare diversi anni per poter respirare.
Ispirato a un classico della letteratura cinese taoista, l’opera prima parla in particolare di metamorfosi e reincarnazione.
Un film che per fortuna ha avuto un successo insperato e che darà, spero, la possibilità di continuare a produrre film come questi in un paese ormai lanciatissimo nella settima arte.

Priests


Titolo: Priests
Regia: Jang Jae-hyun
Anno: 2015
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 2/5

Dopo un incidente un'adolescente inizia a manifestare strani sintomi. Convinto che si tratti di un caso di possessione, un prete, con il beneplacito della Chiesa, inizia il rito d'esorcismo. Ad aiutarlo un decano che deve inoltre verificare che tutto proceda secondo le regole.

A parte alcune eccezioni il filone sulla possessione che in America vanta una prolificità senza senso, in Oriente per fortuna non è così saccheggiato.
In più basti pensare a perle di bellezza come WAILING e allora uno prega in cuor suo che continuino a fare film su questa tematica se si incappa in risultati spiazzanti come quello citato.
Priests a differenza di WAILING è un film che affronta proprio il tema dell'esorcismo, viene chiamata in cattedra anche Roma con il Vaticano, e in fondo la rima è quella per cui un giovane prete si ritrova alle prese con un caso di possessione così potente da dover chiedere aiuto ad un decano con più esperienza di lui e con tanti fantasmi nell'armadio.
Se dal punto di vista del comparto tecnico il film non fa una piega e anche il cast devo dire che risulta funzionalissimo all'intero processo, e proprio la storia su cui i coreani di solito non sbagliano, a regalare gli sbadigli più grossi.
L'esordio di Jae-hyun sembrava quell'azzardo perfetto come rielaborazione in forma di lungometraggio del suo stesso pluri premiato corto 12TH ASSISTANT DEACON.
Uno dei macro problemi della sceneggiatura è quando si perde diventando troppo macchinosa chiamando in causa antiche leggende cristiane, complotti, i Rosa Croce, i falsi idoli, tutti tra l'altro elementi che i due preti coreani sembrano conoscere molto bene.
Seppur vero che il climax della vicenda rappresentato dalla lunga sequenza del rito come scena madre è coinvolgente e appassionante, non basta a far digerire un film che parla troppo e mostra invece meno di quanto ci si aspetti.


sabato 10 novembre 2018

Night comes for us


Titolo: Night comes for us
Regia: Timo Tjahjanto
Anno: 2018
Paese: Indonesia
Giudizio: 4/5

Ito, un ex scagnozzo della Triade, al suo ritorno a casa dopo un periodo all'estero deve proteggere una giovane ragazza. Dovrà tentare così di tenersi lontano dal mondo criminale di cui faceva parte e dalla violenta guerra che si sta combattendo tra le strade di Giacarta.

Quando ci si trova di fronte ai film action di arti marziali, in particolare indonesiani, bisogna subito aprire una parentesi. Come in questo caso e in tutti gli altri ci troviamo di fronte a qualcosa di superiore a tutto ciò che ci è capitato di vedere finora. Nemmeno se Miike Takashi si facesse aiutare dai coreografi dei film cinesi wuxia si arriverebbe mai a fasti simili.
Il perchè è semplice. Gli attori. La grandezza degli stunt man. La preparazione fisica degli attori.
La follia e non in ultimo, la potenza delle immagini che distruggono quasi tutto ciò che è stato fatto fino ad oggi.
Ora il film in questione dimostra pure come non sia nemmeno l'effetto del regista a dare così tanto valore aggiunto, da Evans si è passati a Tjahjanto, è di fatto a noi ciò che importa è il risultato, le mazzate e anche ogni tanto magari qualche dialogo non proprio così buttato in un recinto di maiali.
La storia è sempre bene o male la stessa. Che sia vendetta o redenzione, di solito sono sempre questi i due elementi principali attorno a cui si dipana la storia.
In più anche la cerchia di attori è sempre la stessa con qualche aggiunta, ma la squadra diciamo che è composta dalla maggior parte degli attori già visti in AKNEYO, HEADSHOT, KILLERS, RAID e compagnia varia.
Night comes for us è un action come quelli citati prima con un ritmo ancora più devastante, violentissimo, a volte splatter, con palle da biliardo che spaccano i crani e coltelli che eviscerano budella come se niente fosse. Un'iperbolica corsa sfrenata viscerale, che come dicevo, mette al primo posto gli indonesiani per come hanno saputo riscrivere i canoni degli scontri corpo a corpo in un turbine che non può che far esaltare lo spettatore.
Ancora a differenza degli altri, qui il livello di violenza è davvero a dei livelli quasi mai visti per il sotto genere in questione. Chissà cosa si inventeranno.




giovedì 18 ottobre 2018

Grass Labyrinth


Titolo: Grass Labyrinth
Regia: Shuji Terayama
Anno: 1983
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Akira è un giovane ragazzo che deve sfuggire alle mire di una ninfomane tentatrice. Il suo unico modo sarà quello di dare ascolto a sua madre per non lasciarsi catturare

Nell'anno della sua morte Terayama, uno degli esponenti maggiori del surrealismo cinematografico giapponese, ci lascia questo mediometraggio di una potenza visiva indimenticabile.
L'exploitaion giapponese. Un mediometraggio che registi come Miike Takashi conosceranno a memoria.
Uno scenario esteticamente delizioso e grottesco, dove le creature della mitologia nipponica, emergono in una galleria che alterna pulsioni di vita e di morte.
Una strega, una ninfomane che invece cerca con le sue armi, una melodia che rischia di far impazzire, di strappare l'umile Akira, ancora vergine, dall'unica donna in grado di salvarlo, appunto sua madre, in un rapporto dai risvolti edipici molto complessi.
Un piccolo e delizioso cult, completamente assurdo, senza una vera e propria trama, ma lasciando anche parte del cast nelle roccambolesche scene da teatro kabuki a trovare una loro complicità e forza che non manca mai di risultare visivamente estremamente complessa e affascinante.
Dal punto di vista tecnico poi la scenografia e la fotografia cercano di aumentare soprattutto i colori passando per forme naturali e artificiali che si mescolano puntando in particolare al rosso e al giallo.
C'è davvero tanta musica che insieme alle scene di sesso, folli anch'esse, aumentano quella sorta di oniricità tra sogni immersi nella confusione temporale, dove tutto accade in un'atmosfera che non viene e non deve essere mai chiarita.
Un'esperienza ancora una volta non convenzionale per un cinema anarchico fino al midollo come solo quello di alcuni artisti giapponesi.





venerdì 12 ottobre 2018

Tunnel


Titolo: Tunnel
Regia: Seong-Hun Kim
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Un uomo rimane intrappolato all'interno di un tunnel. Dovrà far ricorso a tutte le sue capacità per salvarsi la vita.

Un altro esempio di buon cinema e scrittura.
Una sfida per nulla semplice lanciata al regista al suo secondo lungometraggio.
Un protagonista che rimane per quasi due ore incastrato tra le lamiere all'interno di un tunnel non è una scelta convenzionale anzi molto temeraria contando gli inevitabili rischi o trappoloni dove si rischia di andarsi a impantanare.
Invece il regista ancora una volta vince una sfida ambiziosa che nel suo essere un disaster-movie con un taglio drammatico ma mai soporifero riesce a dare preziose sfumature al suo personaggio e sfrutta una metafora politica come il cinismo e l'indifferenza del proprio paese portando a casa un film che riesce a non essere mai lento caratterizzando molto bene il protagonista e il suo aiutante un piccolo e insopportabile cane.
35 giorni è rimasto intrappolato sotto il tunnel in cui a parte due bottigliette d'acqua e una torta alla panna non c'è nient'altro (evito spoiler) ma solo scosse sismiche e il cellulare caricato a forza con la batteria rimanente della macchina.
E poi c'è l'altra parte. Ovviamente per cercare di dare ritmo e forza al film c'è tutta la difficile battaglia del direttore delle forze della protezione civile che assieme alla moglie del protagonista sembra essere l'unico a credere fino alla fine di poter salvare Jung-Su.
Un film che piano piano si allarga come tecnica e come forma di racconto passando dalla metafora politica alla pericolosità dei media, pronti a tutto pur di proporre il loro scoop del secolo anche a costo di ostacolare le operazioni di salvataggio, per poi passare all'avidita delle multinazionali.
Alcune scene sono girate come un documentario d'inchiesta dove vengono intervistati alcuni lavorati edili, i quali sottolineano le degligenze delle ditte appaltatrici, inoltre ci viene comunicato come su 121 Tunnel, 78 non rispettano lo standard di sicurezza.

lunedì 10 settembre 2018

Parasyte


Titolo: Parasyte
Regia: Takashi Yamazaki
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

La storia è incentrata su dei misteriosi parassiti alieni, che sono in grado di penetrare, attraverso il naso o le orecchie, nei cervelli delle persone, prendendo così il controllo del loro corpo. Il protagonista Shinichi Izumi riesce a sfuggire a questo destino, indossando delle cuffie nel momento in cui un parassita lo attacca. Il parassita, " Migi ", si stabilisce nella mano destra di Shinichi e i due formano un rapporto simbiotico con entrambe le loro personalità completamente intatte. Insieme, combattono contro altri parassiti che divorano gli esseri umani come cibo.

Il primo capitolo del film, basato su un fumetto di Hitoshi Iwaaki che ha venduto 11 milioni di copie, è stato presentato al 27° Tokyo International Film Festival
Che sorpresa vedere di nuovo Yamazaki tornare a fare del buon cinema con questa saga divisa in due capitoli davvero in grado di appassionare e divertire come non capitava da tempo.
Un dittico incredibile con degli ottimi effetti speciali, dei personaggi caratterizzati bene e questi parassiti che di fatto creano una galleria di personaggi, mutazioni e trasformsazioni ininterrotte.
Un film tutt'altro che banale nel cercare di inserire anche una certa ironia nel film, e l'umorismo nipponico in questo è difficile da digerire, ma in questo caso pur non avendo letto l'anime immagino che sarà diminuito ma nemmeno così tanto il tasso di sangue e violenza.
Di fatto il film inserisce fin dall'inizio una marcia in più con un ritmo che riesce a rimanere tale nonostante tutto l'arco della storia e arrivando dalla fine del primo film ha mostrare il volto del boss degli antagonisti interpretato in modo sublime dal grandissimo Tadanobu Asano.
A differenza però del capitolo successivo, part 1 dalla sua ha il merito di rimanere subito così incisivo un po grazie all'originalità della storia e di come si trasformerrano le specie viventi e dall'altro perchè avendo diversi intenti da raccontare non ha tempo di inserie quei dialoghi che nella part 2 rovinano e stonano in generale con l'intento narrativo ovvero svelare troppo attraverso anche una retorica che storpia alcune parti rendendole noiose o meglio sfruttando quella tipica logica da blockbuster americano che invece reguisti come Takashi Miike o Sion Sono non hanno bisogno di fare.
Resta un ritorno al cinema molto forte quello di Yamazaki con questi due film in grado di ritornare a quella dimensione che forse gli appartiene di più con il grande merito di fondere horror e grottesco in quella tipica forma e dimensione che è quasi solo orientale o meglio giapponese.



Parasyte 2


Titolo: Parasyte 2
Regia: Takashi Yamazaki
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Prosecuzione delle vicende di Shinichi Izumi, l'adolescente che deve condividere il suo corpo con un parassita alieno.

Il primo capitolo si concludeva mostrandoci il volto del boss nemico interpretato dal mefistotelico Tadanobu Asano. Il secondo capitolo come dicevo scrivendo sul primo, non è purtroppo esilarante e originale come il primo. Qui i personaggi li conosciano bene e fatta eccezione per qualche new entry il film sdogana più che altro la sua parte action e pirotecnica mostrando una galleria di creature pur sempre interessanti e non negando l'indubbia capacità del regista di poter firmare altri blockbuster in futuro a patto che come spesso succede per i registi nipponici, creda più nel pubblico in generale senza dover, come questo film fa, spiegare ogni singola azione con dialoghi e altri annessi che il cinema orientale di solito, e per fortuna, evita.
Gli effetti speciali a differenza del primo capitolo sono volutamente più esagerati dando maggior risalto alle scene di combattimento, gli inseguimenti, le esplosioni senza tuttavia rovinare nulla essendo utili a rafforzare il lato grottesco e a divertire in alcuni casi anche se meno rispetto al primo soprattutto nello scambio di battute tra il protagonista e il suo parassita.

lunedì 3 settembre 2018

Journey to the west – Demon strike


Titolo: Journey to the west – Demon strike
Regia: Tsui Hark
Anno: 2017
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Tang Monk porta tre discepoli in un viaggio verso l'Occidente. All'apparenza, tutto sembra armonioso, tuttavia la tensione è presente sotto la superficie, ed i loro cuori e le loro menti non sono d'accordo. Dopo una serie di eventi demoniaci, il monaco e i suoi discepoli guadagnano una fiducia reciproca. Infine, risolvono i loro conflitti interiori lavorando insieme per diventare un team in grado di esorcizzare i demoni.

Di fatto la saga di MONKEY KING o LEAGUE OF GOD o il primo episodio sempre di JOURNEY TO THE WEST, sono tutti esempi di come le grandi produzioni cinesi pur giocando quasi sempre sulla mitologia o il folklore popolare sfruttino appieno la c.g (esasperandola il più delle volte) per creare questi kolossal che a tutti gli effetti sembrano dei blockbuster americani.
Il risultato o meglio i risultati come in questo caso sono piuttosto spiazzanti, nel senso che lo spettatore passa due ore d'intrattenimento con dialoghi spesso ironici, gag abbstanza elementari, i valori e le virtù che sono spesso le tematiche principali e molti combattimenti che mischiano il wuxia esagerandolo e portandolo ad una sorta di scontro tra divinità molto pirotecnico ed epico.
Un'esaltante spettacolo, un film coloratissimo, un'altra opera visionaria che qui è tutta sulle spalle in cabina di regia del maestro Tsui Hark supportato nella produzione e nella sceneggiatura da Stephen Chow. Un film che in alcuni punti si prende anche delle soddisfazioni come nella scena in cui uno dei tre discepoli, maiale, nonostante finisca tra le grinfie della donna ragno cerca lo stesso di portarsela a letto nonostante l'aspetto ripugnante oppure le umiliazioni e le pene a cui la scimmia deve soccombere a causa del suo monaco.


sabato 1 settembre 2018

League of God


Titolo: League of Gods
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Durante il regno di King Zhou un funzionario si introduce nella sua camera da letto e viene divorato dalle mostruose code di Daji che e la sua concubina. Nel frattempo fuori città un gruppo di guerrieri dentro un carro metallico stanno decidendo le loro strategie per liberare il popolo invisibile assieme al loro capo. Si scopre così che il re Zhou anni indietro si fece conquistare dal drago nero per compiere la sua ricerca di potere.

League of Gods, è un'epopea fantasy, un’avventura d’azione che, a partire da un’opera letteraria del XVI secolo di Xu Zhonglin, il “Fengshen Bang”, mescola elementi della storia cinese, della mitologia locale e di fantasia pura per raccontare la storia di dei, mostri, demoni e personaggi dai poteri sovrumani che si schierano da un lato e dall’altro in una guerra che contrappone lealisti e non in seguito alla deposizione con l’inganno di un re da parte di uno spirito maligno che si era finto una sua concubina.
Una risposta agli ultimi capitoli della Marvel con un budget faraonico e troppi colori sgargianti e un tripudio di c.g con la piccola differenza che almeno qui si attinge dal folklore e dalla mitologia mentre dall'altro lato dell'oceano solo dai fumetti.
Il film in questione, come tanti mega blockbuster a cui questo non fa una piega, sono un pieno concentrato di gag, di ironia, dove tra balletti e musical si assiste a combattimenti molto pirotecnici, a volte esagerati fino al midollo come la battaglia in fondo al mare. Tutti sembrano riprendere comunque glu spunti dei combattimenti dallo Scimmiotto, il romanzo capolavoro di Ch'eng-en Wu
Un film coloratissimo con un ritmo invidiabile, troppa carne al fuoco, personaggi che riescono a rimanere poco impressi e creature leggendarie e mitologiche che fino ad un decennio fa ci sognavamo di vedere su un grande schermo come purtroppo non accade da noi a causa della distribuzione e rimane così solo la carta dei festival.
D'altra parte forse gli elementi su cui uno dovrebbe andare a sindacare potrebbero essere quelli di trovarsi di fronte ad un film vuoto e inoffensivo votato al meraviglioso e continuo florilegio di scene madre ed evocazione dell’eccesso spettacolare diventando tutto ricco ma esageratamente patinato.
League of Gods intrattiene, il suo vero compito e perchè no svela qualche piccola curiosità mitologica poi ripresa da altri registi in progetti ambiziosi almeno quanto questo come l'ultimo Tsui Hark e Stephen Chow

mercoledì 1 agosto 2018

I.K.U


Titolo: I.K.U
Regia: Shu Lea Cheang
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

La Genom Corporation sta immettendo nel mercato dei chip che trasmettono dati erotici agli utilizzatori, che possono raggiungere intense forme di piacere senza alcun contatto fisico, accedendo a livello neuronale all’I.K.U. Server attraverso un Net Glass Phone. Per collezionare i biodata necessari a riempire la memoria dei chip, la Corporation produce sette donne-avatar, che insaziabili di piacere, agiscono come dei virus nei corpi delle persone con cui hanno rapporti e ne catturano emozioni da rivendere. Le donne reyko possono mutare conformazione a seconda delle preferenze e desideri di chiunque, siano essi uomini, donne o transgender.

Dnotomista, exploitation, sexploitation,weird, eccessivamente trasgeressivo, un'altra perversione divenatta cinema. E' difficile catalogare il bizzarro film di Shu Lea Cheang, media artist e film-maker nata a Taiwan (ora di passaggio a Berlino). Un film erotico particolare dove la sci-fi sembra essere il contorno su cui far girare questa galleria di sequenze erotiche.
I.K.U è un film sperimentale realizzato nel 2000 e prodotto dalla Uplink Co. di Tokyo, all'interno della vicenda si è subito proiettati in una realtà nipponico-erotico-visionaria che ricorda le atmosfere di BLADE RUNNER, ma che le trasporta in un universo psichedelico liquido in cui le protagoniste sono sette avatar-eroine. Queste, chiamate I.K.U. Coders, sono delle replicanti reyko agenti della Genom Corporation. Il film inizia finisce quello di Scott, all’interno di un ascensore in cui la prima donna reyko scatena il suo piacere. A differenza del film di Scott, qui non c’è amore, ma solo sesso, frase che accompagna parecchie scene del sf-movie (“it wasn’t love, it was sex”).
Le pecche del film riguardano lo sviluppo della sceneggiatura e le conclusioni.
La storia potenzialmente poteva essere molto originale e il metodo della regista nel trattarla appare azzeccato. Ma stiamo parlando di un'artista che sembra essere stata più attratta dall'effetto estetico della sua idea che non da quello contenutistico.
Nel film trovano spazio donne, uomini, esseri fluidi e ibridi, per una magica overdose di piacere spesso poco realistica che non vuole vittimizzare nessuno di essi. Ogni sequenza è come un frammento di digital art, i personaggi sembrano essere usciti da un libro di comics.
Il film è stato mostrato al Sundance Film Festival e in più di altri venti festival internazionali, raggiungendo l’appellativo di essere un “Pussy point of view”, mostrando la pornografia attraverso gli occhi di una donna. Il film è un valido esempio di come la donna può affermare il proprio punto di vista non lottando oppositivamente contro un potere cristallizzante, contribuendo a realizzare nuovi dualismi, ma entrando direttamente nel sistema di produzione tecnologica per inserirvi il chaos dall’interno. E poi non tutto va come dovrebbe andare. Ci sono virus e altre porcherie senza contare la voce di sottofondo che deragliano e creano spiacevoli imprevisti ai personaggi.

martedì 20 marzo 2018

Lupin III-Uno schizzo di sangue per Goemon Ishikawa


Titolo: Lupin III-Uno schizzo di sangue per Goemon Ishikawa
Regia: Takeshi Koike
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Goemon lavora come guardia del corpo per un boss della malavita giapponese. Il boss viene attaccato e ucciso mentre si trova su una nave casinò da un uomo, Hawk, denominato lo spettro delle Bermuda, un essere mostruoso e invincibile, senza che Goemon potesse evitarlo o ostacolarlo. In realtà l’obiettivo di Hawk era Lupin, che si trovava sulla stessa nave per appropriarsi, assieme a Fujiko e Jigen, di tutto il denaro del caveau.

Questo Oav punta tutto su Goemon, samurai schivo, riservato e inossidabile, un uomo legato alle tradizioni giapponesi, con un grande senso dell’onore, maestro di karate e abilissimo nel maneggiare la sua katana che seppur fedele come tradizione vuole verso il suo padrone non riesce a salvarlo dalle mani dello spettro delle Bermuda.
Tutta l'opera parte con una marcia velocissima regalando ritmo e azione in grosse quantità e scegliendo uno stile grafico e una tecnica funzionale con luci e colori che mettono ancora più in risalto i combattimenti e gli spargmenti di sangue in alcune scene che sono al limite dello splatter.
Ancora una volta la vendetta, l'onore, il sacrificio, sono i temi che il compagno storico di Lupin deve accettare e con cui confrontarsi in questo scontro terribile con quello che forse è il nemico più potente con cui la squadra si sia mai scontrata.
Uno spin-off su un personaggio sempre affasciante in questo caso posto di fronte ad un limite reale e a un processo di redenzione che esula dalle solite regole degli Oav sul ladro più famoso del mondo allargando il contesto e prediligendo una storia poetica e a tratti commovente.



giovedì 4 gennaio 2018

Firestorm

Titolo: Firestorm
Regia: Alan Yuen
Anno: 2013
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

L'ispettore Liu tenta ogni stratagemma per trovare prove che incastrino il bandito Cao e la sua gang, ma Cao anticipa sempre le sue mosse. Il duello tra i due finisce per trasformare Hong Kong in un campo di battaglia, mettendola letteralmente a ferro e fuoco.

E'da anni a questa parte che fatte piccolissime eccezioni il cinema orientale a livello tecnico ha ormai raggiunto traguardi molto importanti. Una peculiarità che solo però negli ultimi anni sta mostrando anche un limite in alcuni script facendo pensare a molti come in fondo Honk Kong stia diventando il fantasma di se stesso citando il suo stesso precedente cinema.
Sul genere gangster, crime-movie, poliziesco e thriller le opere spesso e volentieri superano il cinema americano ed europeo.
Firestorm è una perfetta via di mezzo pur essendo un film tecnicamente all'avanguardia ma che non è supportato da uno script così complesso e diramato come capita ad esempio per il cinema di John Woo, Johnnie To, Andy Lau, rimanendo meno ancorato alla realtà preferendo e richiedendo di più all'immaginazione e strizzando più l'occhio alla macchina hollywodiana dal momento che l'autore si diverte a mettere in scena una metropoli solo per distruggerla come un gigante.
Yuen punta tutto sulla messa in scena lasciando in alcuni momenti un limitato background dei personaggi ma puntando e investendo tutto sul show-down finale frenetico e a tratti esagerato e inverosimile come alcuni aspetti della trama.



giovedì 14 dicembre 2017

Bamy

Titolo: Bamy
Regia: Jun Tanaka
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 2/5

È da tempo che Ryoa vede con i propri occhi degli oscuri fantasmi: sul posto di lavoro, nelle stanze della propria casa, alle spalle della sua preoccupata ragazza. Fumiko, compagna del giovane Ryota e presto sua sposa, non riesce a comprendere l’atteggiamento distratto di quell’inquieto fidanzato, sempre con la mente volta da un’altra parte e in grado di discolparsi solamente attraverso incomprensibili scuse. Le cose per il ragazzo sembrano però cambiare grazie all’incontro con Sea Kiruma, anche lei afflitta dall’incomprensibile sciagura legata ai fantasmi e per questo occasione per Ryota di sentirsi meno incompreso. Ma i rapporti tendono ad essere fragili, e un destino superiore sembra intento a disegnare per il protagonista percorsi differenti.

L'immagine che più mi è rimasta impressa di questo film è quella d'apertura.
Per un attimo ho avuto le vertigini sperando di trovarmi di fronte a qualcosa di nuovo, un autore che nei suoi silenzi sapesse comunicare meglio di molti altri registi mischiando thriller, dramma psicologico e j-horror. Così non è stato.
Saliamo su un ascensore che sembra arrivare fino in cima al cielo. Qui sale una persona e poi l'ascensore scende e il film è un po tutto così.
A parte questo breve intro, il film del regista nipponico e alquanto strano o meglio singolare nel girare su se stesso con queste visioni che non fanno neppure paura ma anzi sembrano una sorta di strana convivenza tra fantasma e protagonista per non si sa quale strana ragione.
Ad un certo punto i personaggi attorno a lui e la ragazza cominciano a preoccuparsi...ed era ora forse...è così anche il pubblico che sembra assolutamente distante da questo film indipendente e senza degli intenti precisi o degli obbiettivi che possano risultare almeno interessanti comincia a chiedersi se non sia tutto un sogno del regista ma il piano metacinematografico qui non c'entra proprio nulla (purtroppo).
Qui predomina il vuoto in una sorta di film personale, un esercizio di stile, anche se la tecnica (ottimi alcuni movimenti di macchina) sembrano in alcuni casi amatoriali.

L'ascensore iniziale non sembra salire da nessuna parte. Ombrelli che volano da soli, poteri sovrannaturali che avvengono senza nessun motivo, la capacità di vedere i fantasmi che rischia di diventare quasi tragicomica o trash come in alcune scene (quelle sul posto di lavoro per cui Ryoa si rifiuta di salire sui container perchè lì seduto c'è il fantasma che lo fissa). Con pochissimi soldi, circa seimila euro, Tanaka ha voluto realizzare questo film molto personale, troppo forse, sul legame fra amanti predestinati in un percorso lento e noioso che non rimarrà impresso a nessuno.

venerdì 8 dicembre 2017

Tokyo Vampire Hotel-Season 1

Titolo: Tokyo Vampire Hotel-Season 1
Regia: Sion Sono
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35° Torino Film Festival
Serie: 1
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

Tokyo, 2021. Manami vorrebbe festeggiare il suo compleanno, ma la celebrazione si trasforma in una carneficina. Quel che Manami non sa è che è l'unica sopravvissuta a recare in corpo sangue dei discendenti di Dracula, estromessi dal mondo secoli prima da un'altra casata di vampiri rumeni

L'incipit della serie tv di Siono sui vampiri voluta e prodotta ad alto budget da Amazon prime Giappone risulta un compendio di svariate tematiche del regista nipponico che ovviamente vanno sempre nelle direzioni preferite dal divario tra nuove e vecchie generazioni, alla religione vista attraverso le sue diverse forme e strutture, l'identità di genere femminile, la mattanza finale e l'esagerazione gore nonchè il mondo yakuza sminuito o esageratamente pompato (al pari del cinema di Miike Takashi).
In 142' Sono prova, senza riuscirci sempre, ad omaggiare i signori delle tenebre contando che nel sollevante non sono mai andati così di moda. Dopo un recente passaggio in Romania, l'outsider ha voluto intraprendere questa ennesima sfida vincendola anche se con immancabili esagerazioni e dilungamenti nella trama che sanciscono alcuni limiti soprattutto di trama.
L'incipit è un surplus di citazioni da i J-Horror a Cronemberg a piene mani (BROOD su tutti).
Unire dunque vampiri orientali e rumeni dalla sua ha sicuramente decretato alcune scelte di fatto funzionali che hanno contribuito a rendere ancora più suggestivo il casting ma in alcuni momenti mostra le sue perle derivative soprattutto nel finale che sembra esageratamente tirato via per chiudere una mattanza che sembrava non aver fine (i vampiri non muoiono facilmente soprattutto quando gli scarichi addosso una scarica di pallottole...) e ad un certo punto liberata la vera anima della protagonista, l'unica soprtavvissuta, il film diventa exploitation puro al cento per cento.
Ancora una volta protagoniste sono loro, il genere femminile a 360°.
Le sexy teenager sono ancora una volta al centro dell'inquadratura: tartassate, desiderate, a(r)mate, mutilate, vilipese e ricoperte di sangue.
Dovevano dargli più tempo. Sono come dicevo in questa fruizione spensierata non riese purtroppo a caratterizzare molto bene i personaggi (la protagonista ad un certo punto sembra soppiantata dal suo mentore K intenta a dividersi tra i discendenti di Dracula e le origini degli Yamada del clan Corvin).
Rimane come sempre un’idea visiva molto nipponica che l'autore e la sua politica non ammette tagli e censure esagerando e mostrando tutto senza problemi e senza badare alla censura con fusioni di mitologie e look diversi , mostrando lotte di vampiri di diverse dinastie è uno scontro senza senso, che trae la sua vitalità proprio dall’esibizione della morte e dal suo annullamento (si muore e si ritorna senza troppi problemi).
TVH segna la quarantottesima regia di Sion Sono in soli trent'anni in un twist che non accenna ad esaurire la vena artistica e grandguignolesca del regista che tra massacri seriali, decapitazioni, sgozzamenti, sventramenti, amputazioni e fiumi di sangue, sembra continuare a divertirsi molto e a fare ovviamente di testa sua mischiando carte, regole clan di vampiri e clan di yakuza vampirizzati.

Ancora una volta quando ci si trova di fronte ad esperimenti simili, la sospensione d'incredulità deve andare a farsi fottere, spegnendo il cervello ma nemmeno così tanto come mi aspettavo dal momento che la metaforona politica non è affatto male come quella della Dieta e di un certo governo e politica giapponese fine a se stessa e ad auto sostenersi che è la prima ad essere odiata dai signori della notte.