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mercoledì 1 luglio 2020

Gangster the Cop the Devil


Titolo: Gangster the Cop the Devil
Regia: Won-Tae Lee
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Per le strade gira un serial killer dal metodo ricorrente: sceglie la propria vittima, la tampona con l'auto e poi la uccide, quando questa è scesa dal veicolo. Tuttavia, quando la vittima scelta è il boss della malavita Jang Dong-soo, il killer non riesce a terminare il proprio compito. Jang e il detective della polizia Jung Tae-suk stringeranno quindi un patto segreto per catturare l'assassino.

Il secondo film di Won-Tae Lee è un noir action strampalato, con una trama tutt'altro che originale ma come spesso capita in Corea, il risultato è meglio di quanto ci si aspetti.
Una crime story che punta su un killer (il Diavolo) smilzo e psicopatico, un poliziotto che fa come gli pare e il gangster Ma Dong-seok, star indiscussa del film. Action, dark humor, poliziesco e gangster movie in un film che non arriva al dramma per lasciarsi andare a scenari da City of violence o meglio BUONO, MATTO E IL CATTIVO che per qualche istante incontra I saw the devil. Intrattenimento allo stato puro per un film che non si dimentica dei personaggi esplorandoli a dovere (almeno il boss) e rendendoli umani e non privi d'etica.
L'apice appunto arriva nelle roboanti scene d'azione, negli inseguimenti come nelle scene action di combattimenti dove tutto sembra essere concesso.
Per essere un thriller coreano, il film di Lee è abbastanza atipico nel senso che esplora un territorio quello della buddy commedy sugli opposti, sulla morale ambigua, sui tradimenti senza lesinare colpi di scena efficaci e un finale davvero divertente diventando quel giocattolone autoironico che esalta i suoi protagonisti e richiede fin da subito abbondanti dosi di sospensione dell'incredulità




Fatal Fury – The motion picture


Titolo: Fatal Fury – The motion picture
Regia: Masami Obari
Anno: 1994
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

L'ambizioso Laocom Gaudemaus, insieme ai suoi tre seguaci Penny, Hauer e Jamin, mira a recuperare l'armatura di Marte, capace di dotare d'immani poteri colui che la indossa. Sulia, sorella di Laocom e preoccupata per le mire oscure intraprese dal fratello, si rivolge a Terry Bogard, che in passato aveva sconfitto avversari come Geese Howard e il suo fratellastro Wolfgang Krauser, per porre fine alle ambizioni di dominio del fratello. Terry non si lascia pregare e grazie all'aiuto di suo fratello Andy e degli amici Joe e Mai, si recano nei luoghi in cui sono dispersi i pezzi dell'armatura prima che se ne impadronisca il gruppo di Laocom.

Fatal Fury è sempre stato un picchiaduro di serie b, rispetto a saghe ben più epiche e affascinanti.
Gli anni 90' per l'animazione giapponese, quella che prende spunto dai videogiochi, sono stati i più intensi e memorabili parlando ovviamente di film di genere e mettendo questo film insieme a
STREET FIGHTERS come i due prodotti d'intrattenimento tratti dai videogiochi migliori, in un decennio dove c'erano degli artisti inarrivabili e pazzeschi come tutto il cinema di Yoshiaki Kawajiri, Mamoru Oshii, Katsuhiro Ōtomo, Satoshi Kon e Miyazaki.
La saga di Fatal Fury, di cui sono stati prodotti tre film dalla sua ha un'anima avventuriera davvero strategica giocando con l’archeologia, le leggende, gli artefatti o le pergamene dotati di mistici poteri, e la storia dell’armatura sacra, nonostante paghi un pesante pegno ai CAVALIERI DELLO ZODIACO, è davvero molto affascinante. Vedere i personaggi spostarsi da un capo all’altro del mondo per recuperarne i pezzi permette agli spettatori di visitare diverse location di grande appeal e splendidamente ritratte, spesso e volentieri anche dotate di un fascino esotico che ben si confà all’avventura archeologica.
In forma semplificata e senza prendersi mai sul serio, il film non si fa mancare nulla, c’è avventura, mistero, umorismo, qualche corpo nudo, ci sono i combattimenti a base di arti marziali e c’è il sentimento, che non manca mai nelle produzioni dedicate a Fatal Fury e qui viene ben esemplificato dalle love stories tra Andy e Mai tra Terry e Sulia mentre lo stesso non si può dire nei villain
che sono dei personaggi unicamente “stilosi” a livello estetico.
Curiosa la leggenda alla base del film. 2300 anni fa, un uomo di nome Godamas minacciò lo sconfinato impero di Alessandro il Grande grazie ai poteri dell’Armatura di Marte. In uno scontro che spazzò via Babilonia, Godamas venne sconfitto e l’armatura venne smembrata in sei parti che furono disperse in luoghi remoti.

sabato 16 maggio 2020

First Love


Titolo: First Love
Regia: Takashi Miike
Anno: 2019
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Leo è un pugile di poche parole ma dal pugno pesante: quando scopre di avere un tumore al cervello diviene preda dello sconforto. Monika è prigioniera della yakuza, che la obbliga a prostituirsi e l'ha resa tossicodipendente, costantemente in crisi di astinenza. I due si trovano coinvolti in un complotto che li porterà a scontrarsi con un variegato gruppo di personaggi, corrispondenti ad altrettante forme di insana bizzarria: un emissario della yakuza stessa, un poliziotto corrotto, un killer delle triadi cinesi con un braccio solo e così via, con crescente tendenza all'eccesso.

Miike Takashi ormai è in grado di padroneggiare qualsiasi tecnica e genere. Il suo cinema da sempre ha una firma che ormai dopo quasi 100 film è impossibile non riconoscere nei suoi lavori e nella sua tecnica.
Mi aspetto soltanto più un film d'animazione ultra violento e poi raggiungo la pace dei sensi.
First Love è una vera bomba, una via di mezzo tra Yakuza Apocalypse ma meno estremo e Like a Dragon ma meno fumetto. Perchè il film parte come una storia d'amore, ma poi attraversa come uno sguardo nostalgico quasi tutti i generi del maestro giapponese dove la yakuza gioca sempre un ruolo preponderante, ma stando al passo coi tempi ci sono anche i cinesi da tenere a bada. Complotti, tradimenti, voltafaccia, doppi giochi, stragi come non se ne vedevano da tempo (quella finale poi tutta girata nel magazzino sembra Free Fire ma con l'aggiunta di arti mozzati, katane, molte più donne e ogni genere di arma possibile). First Love si prende sul serio, ci parla di loser, di una fragilità nei rapporti sociali soprattutto tra i giovani, mescola e infarcisce tutto con il cocktail di trovate interessanti in un ritmo frenetico, violento, ma anche molto ironico.
Si prende qualche virtuosismo che sfocia nel paradosso con la scena della macchina finale, mostra capi yakuza ormai stanchi (forse come comincia ad esserlo Miike) cresciuti assieme all'autore che ha saputo trattare le loro gesta disperate in alcuni autentici capolavori.

lunedì 20 aprile 2020

Ip Man 4


Titolo: Ip Man 4
Regia: Wilson Yip
Anno: 2019
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Il maestro di Kung Fu si reca negli Stati Uniti dove il suo studente ha sconvolto la comunità locale di arti marziali aprendo una scuola di Wing Chun.

Ip Man 4 poteva cadere nel ridicolo clamoroso, diventando una sorta di Karate Kid con Ip che insegna l’arte sacra del Wing Chun ad una ragazza figlia di un’importante maestro di Tai Chi.
Invece il film è una carrellata di momenti straordinari, combattimenti a non finire, scuole contro scuole contro altre scuole che cercano di essere messe sotto dal governo americano, dai marines capitanati da Scott, ad un certo punto vi ammazzo di botte tutti, Adkins.
C’è così tanta roba nel film, così tanta storia che a volte si inceppa e stroppia ma il risultato è forse uno dei migliori sequel dei sequel di sempre per un film di arti marziali se non contiamo l’esagerato quanto assolutamente spavaldo e meraviglioso John Wick 3.
Parte con Bruce Lee che poi ad un certo punto scompare per lasciare spazio ad un’altra storia ancora con maestranze a non finire, complotti, vendette e sacrifici e discriminazione razziale.
C’è Donnie Yen che invecchia bene pronto a immolarsi come paladino della giustizia passando da un cortile di una scuola a salvare una ragazzina fino a salire sull’arena per prendere a calci in culo il boss del karate.
I suoi apostoli che cercano di portare il Wing Chun tra i soldati finiscono per vedere al rogo il manichino di legno. Sembra non mancare proprio nulla a questo ultimo capitolo finale di una saga che a parte qualche sbadiglio è diventata una delle prove più importanti del cinema sulle arti marziali cinesi contemporaneo e post moderno.


Altered Carbon-Resleeved


Titolo: Altered Carbon-Resleeved
Regia: Takeru Nakajima, Yoshiyuki Okada
Anno: 2020
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Takeshi Kovacs è in una differente ‘custodia’, con il compito di proteggere una tatuatrice di nome Holly mentre investiga sulla morte di un boss della potente e pericolosa Yakuza. Ad accompagnarlo in questo compito c’è Gena, una agente dai modi bruschi e risoluti CTAC che ha a sua volta una missione personale. Sul pianeta Latimer, dall’aspetto squisitamente cyberpunk, tra le strade illuminate dai neon e i vicoli brulicanti, i tre si ritroveranno a combattere contro formidabili ninja, versare sangue e, alla fine, scontrarsi nel classico duello con il grande antagonista.

Resleeved è il mio primo approccio con la serie televisiva Altered Carbon che sembra abbia avuto un considerevole successo in due stagioni della nota serie tv. Uno spin off decisamente incalzante tutto architettato sull’azione, sui combattimenti e gli inseguimenti. Trame, complotti, personaggi diventano secondari a quello che appare come un divertissement in cui giocano numerosi personaggi e la trama viene spesso lasciata da parte per dare ritmo ed enfasi all’atmosfera cyberpunk. Un prodotto valido e innovativo con uno stile d’animazione abbastanza originale e ingredienti splatter e iper violenti a cui ormai soprattutto nel sotto genere siamo sempre più esigenti.
Quello su cui si poteva puntare di più, e che appare davvero una brevitas in una dimensione a parte tra il protagonista e il suo mentore, è il taglio legato alla parte sci fi sull’immortalità ormai alla portata di tutti i ricchi, alla pila corticale immaginando il pianeta come un supermercato dove scegliersi il proprio corpo a piacimento e per finire la distopia legata ai viaggi sugli altri mondi colonizzando qualsiasi cosa e cercando un proprio paradiso personale.

giovedì 16 aprile 2020

A Kite


Titolo: A Kite
Regia: Yasuomi Umetsu
Anno: 1998
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Sawa, ragazzina all'apparenza inoffensiva e Oburi, timido cassiere di un discount hanno più di una cosa in comune: sono killer professionisti e entrambi sono orfani di genitori morti in circostanze misteriose. Assoldati da due poliziotti, i due devono uccidere chiunque "sia scomodo", da attori di soap opera a uomini corrotti. Quando Oburi si rende conto che i due poliziotti vogliono toglierlo di mezzo, Sawa decide di stare dalla sua parte pur di sfuggire al suo "lavoro" e a vendicare i suoi genitori...

In poco più di un’ora Umetsu condisce con sangue, esplosioni, sesso e budella, una storiellina distopica e sci-fi davvero niente male, un noir nero controverso e anarchico con alcune incursioni nell’universo dei cyborgs di Mamoru e molto altro ancora.
Politicamente scorretto, violento quanto basta, l’opera dell’autore si contraddistingue per un’atmosfera cupa e perversa che passa dall’azione frenetica a scene romantiche e in tutto questo un ritmo che non passa certo inosservato tratteggiando dei personaggi non semplici, intrappolati in una ragnatela di accordi e disaccordi con poliziotti corrotti e uomini di potere affamati di sesso e con rimandi a stupri e pedofilia.
A Kite sa essere tante cose, cinico, commovente con una trama che lascia subito presagire come soprattutto le macchine vengano sfruttate per interessi beceri e fine a se stessi senza mai essere presi davvero in considerazione. Davvero i rimandi sono molteplici ma la storia e la messa in scena sanno sganciarsi da quanto visto finora. Ottima la scelta del tipo d’animazione, dialoghi mai scontati e una trama che riesce a infilare al punto giusto dei colpi di scena mai banali danno al film quella marcia in più e tratteggiano poi due losers, due assassini che non possono fare altro, per tirare avanti, in una realtà sottolineata da un degrado morale devastante.

venerdì 27 marzo 2020

Burning(2018)


Titolo: Burning(2018)
Regia: Chang-dong Lee 
Anno: 2018
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Jongsu, che per tirare avanti fa lavoretti part-time, a Seoul incontra casualmente Haemi, ragazza che non vedeva dai tempi d’infanzia, all’epoca sua vicina di casa, in un villaggio rurale dove è possibile sentire la voce dagli altoparlanti della propaganda nordcoreana. Di lì a poco lei parte per l’Africa e chiede a Jongsu se può occuparsi del suo gatto mentre è via. Al suo ritorno, Haemi è in compagnia di Ben, uomo misterioso e facoltoso, che un giorno rivela a Jongsu di avere un hobby segreto: dare fuoco alle serre abbandonate, almeno una volta ogni due mesi. E da quel momento, Haemi scompare…

Burning è un’esperienza eterea, un viaggio lungo, lento e affascinante sulle relazioni umane.
Un’opera che riesce a trattare alcuni temi con un’attenta analisi lucida sulle classi sociali, sul perbenismo, sulle maniere delicate per distruggere quello che amiamo di più. Un film elegante con un sotto strato di nefandezze, orribili segreti, il bisogno di nascondersi e far sempre buon viso a cattivo gioco.
Un film che per qualche strano motivo non riesco a togliermi dalla testa vuoi per alcuni dialoghi, per la semplicità e la fluidità dei movimenti, per le pause, i silenzi e soprattutto le atmosfere.
Un thriller che non ingrana mai in termini di ritmo e azione riuscendo in questo modo ad essere ancora più enigmatico, ossessivo nel riprendere e ripetere alcuni passaggi, un doloroso sguardo dentro di sé e verso la vita che percorriamo in un mondo che è sempre più un labirinto. Ma è anche una perfetta matrioska dove Jongsu vuole essere uno scrittore omaggiando Faulkner che allo stesso tempo è stato omaggiato da Murakami nel suo racconto da cui è stata tratta la sceneggiatura del film. Ma anche una matrioska nelle relazioni e nell’indagine con Ben e i suoi misteri, la sua ricchezza preludio di un vuoto abissale e dei misteri della bellissima Haemi.
La vera forza del film è il suo sposare fin dalle prime scene un’atmosfera volta a rimanere per tutta la sua durata nell’ombra, dipanando gli eventi in maniera mai palese ma lasciando tutto velato nel mistero e nel non detto ma che noi presumiamo di sapere o di aver capito.
Ancora una volta una lezione su come ridare enfasi ad un genere intramontabile.


lunedì 23 marzo 2020

A taxi driver


Titolo: A taxi driver
Regia: Hun Jang
Anno: 2017
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Corea del Sud, 1980. Un cronista occidentale e il tassista che lo accompagna arrivano a Gwangju: qui è in corso una rivolta contro il governo guidata dagli studenti. A spingerli è il bisogno di libertà. Un momento epocale, a cui i due guardano con occhi diversi…

Ogni paese ha i suoi scheletri nell’armadio. Quando si parla di regime, i fantasmi diventano molteplici.
Jang è solito preferire temi di guerra, complotti, trame mai scontate e portatrici di contesti storici complessi che spesso si sceglie di non far vedere. La strage o meglio la repressione di Gwangju è stata trattata nel cinema in diverse opere ma A taxi driver sceglie un percorso pieno di ostacoli e si prende il coraggio e il rischio di strutturare l’arco narrativo dividendolo in parti nette. Dramedy, comicità, tragedia, commedia, dramma puro, azione, indagine, Jang mescola tutto con spensieratezza come lo sguardo di Kim e le gag di una commedia road movie che predilige soprattutto nel primo atto le differenze culturali con simpatici dialoghi che condiscono le incomprensioni linguistiche soprattutto le “minacce” di Kim nei confronti di Jurgen. Tutti ingredienti che riescono a trovare un connubio che seppur con qualche buca qua e là non appassisce mai e non appare mai scontato preferendo seguire Kim Man-seob in tutti i suoi cambiamenti, riuscendo nel compito più difficile ovvero caratterizzare un uomo comune e trasformarlo a seconda di come cambiano gli eventi sotto i suoi occhi portandolo a fare doverose riflessioni.
In questo il giornalista tedesco Jurgen ‘Peter’ Hinzpeter appare come una sorta di Virgilio che lo conduce negli abissi dell’inferno, nelle strade dove muoiono i manifestanti e l’esercito usa tutta la violenza possibile per fare una strage senza mezzi termini. A taxi driver devia le sue coordinate da facilonerie o manierismi, evitando i sensazionalismi e cercando di rimanere più umano possibile contando che si passa veramente negli atti da un registro all’altro. Formidabili le interpretazioni e veramente azzeccate le scene dove i protagonisti vengono accolti da famiglie comuni che sanno che l’apocalisse è alle porte ma scelgono di difendere, mettendo a repentaglio la loro libertà, quel bisogno di denunciare e far luce su un episodio così carico di inusitata violenza.

sabato 14 marzo 2020

Zan



Titolo: Zan
Regia: Shinya Tsukamoto
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

A metà Ottocento, in un piccolo villaggio del Giappone, la quotidianità viene messa a soqquadro dall'arrivo della guerra.

I ritorni quella con la R maiuscola. Tsukamoto per me come Miike Takashi, Sion Sono, rappresentano i più prolifici outsider nipponici mai visti negli ultimi anni. Capaci di rendere omaggio a tutto il cinema di genere e di fatto facendo ciò che vogliono rimanendo fuori dalle regole.
Tsukamoto ha davvero una filmografia intensa, sperimentale, precursore di un certo tipo di sci-fi cyber punk, dimostrando anche come attore di avere enorme talento.
Per la prima volta si confronta con il genere samurai o meglio dire ronin erranti. A differenza dei cinesi non gioca sul wuxia, rimanendo come per Miike fedele ad una storia semplice quanto attenta ad individuare nuovi intenti e obbiettivi da raggiungere sondando come un diapason le pulsioni primordiali dell’animo umano e lasciando in secondo piano la violenza raggiungendola solo in alcune scene catartiche come quella con la banda dei ronin fuorilegge nella caverna e il finale che acquista un sapore magico oltre ad essere una caccia inaspettata. Il jidai-geki messo in scena dall’autore è minimale, catartico nel cogliere una natura e farla esplodere con tutti i suoi colori e lasciarla selvaggia in comunione con coloro che la amano, la popolano e la rispettano.
La narrazione è scarna ed essenziale, tutto il vecchio sapore di un montaggio allucinato, di azioni imprevedibili che scattano come molle da parte di personaggi mai bilanciati come invece appaiono maestro e discepolo nel film sembrano messi da parte. Un lento studio, un incontro con un popolo contadino semplice e rispettoso, l’onore e la fedeltà, insomma tanti preziosi fattori che non vengono mai lesinati o sciorinati solo per dare prova di un esercizio estetico portato a livelli molto alti. Pochi dialoghi, tantissimi sguardi, posture, costumi, semplicità, il nuovo Tsukamoto sembra aver passato settimane sotto cascate di umiltà prima di arrivare a calpestare un altro scenario che dimostra di saper giostrare con un’armonia assoluta.
In soli ’80 minuti il maestro riesce ancora una volta a dare dimostrazione di un talento oltre confine, dove l'autorialità e l’indi possono esprimersi soltanto per mezzo di un controllo artigianale e completo della macchina filmica sapendola gestire, comprendere e dando infine il valore aggiunto come attore.

domenica 8 marzo 2020

Destruction babies


Titolo: Destruction babies
Regia: Tetsuya Mariko
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Mitsuhama, una noiosa cittadina portuale in Giappone. Abbandonati dai genitori, Taira e Shouta Ashiwara, due fratelli adolescenti, abitano in un cantiere navale in prossimità del mare. Taira si azzuffa spesso con studenti provenienti da altre parti della città, ma un giorno ha la peggio e scompare. Mentre Shouta lo cerca dappertutto, Taira, spinto dal proprio ego ostinato che rifiuta la sconfitta, si imbarca in un viaggio di violenza attraverso le strade della città, alla ricerca di altri contendenti da battere

Il film sembra una costola impazzita di Crow Zero II oppure Agitator, insomma quei missili disobbedienti e cult istantanei del maestro nipponico Mike Takashi che venero da ormai circa trent’anni avendo visto praticamente tutto tra rassegne e avendo avuto modo di conoscere di persona il maestro. Il cinema giapponese tra i primi in assoluto ha saputo consolidare l’arte di saper fare cinema che viene alle mani e che sa come picchiare e rendere realistiche scorribande giovanili e massacri tra appartenenti alla yakuza.
Tetsuya Mariko che non so in quali rapporti sia con Takashi, crea un suo mondo ibrido desolato dove l’esistenza sembra ormai una piaga e la noia e la disillusione diventano importanti scenari in cui imbastire e proliferare il proprio caos esistenziale interno. Il vuoto assoluto del protagonista, della società, che in Giappone assume proporzioni estreme, si esprime in un grido disperato verso il bisogno di essere vivi e Taira sceglierà di esprimere il suo disagio in una lotta impari contro chiunque attraversi la sua strada prima di impazzire del tutto e inquadrare un altro nemico “ovvero la donna“. Destruction babies è la deriva anche dei social dove tutto viene filmato e condiviso, dove il bisogno di mostrarsi passa sempre di più attraverso imprese ai limiti della legalità e del buon senso. Dove ormai i like richiedono prove estreme di sacrificio o di brutalità e in questo caso la seconda parte del film, quando interviene quello che poi diventa il co-protagonista, il suo seguace Yuya che impazzirà del tutto, allarga la metafora del film inquadrando altri obbiettivi e diventando ancora più brutale nella sua desamina di un vuoto culturale e di un abbandono fisico e sociale in cui il governo è il primo responsabile.
Il germe della follia una volta che attecchisce può portare altri individui repressi ad esplodere? Ebbene sì e il cinema nipponico c’è lo ricorda di continuo.


martedì 7 gennaio 2020

I saw the devil


Titolo: I saw the devil
Regia: Jeen-woon Kim
Anno: 2010
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Dopo aver vissuto in diretta telefonica la morte della fidanzata per mano di un serial killer, un agente speciale si scatena in una caccia all'assassino senza esclusione di colpi, con l'intento di infliggergli le stesse sofferenze subite da troppe vittime innocenti.

Credo che di film sulla vendetta, i revenge-movie, così ispirati e con una trama così spiazzante e niente affatto scontata siano davvero pochi, la maggior parte negli ultimi anni e in particolar modo sud-coreani.
L'autore prolifico che sguazza tra i generi e che ci ha regalato perle indimenticabili, arriva al suo film più assoluto in generale, dove non esistono e non si fanno sconti, non è tollerato quel'umorismo che in altri film potevamo permetterci, ma forse l'unica risata è quella grottesca per scoprire quale brutta fine toccherà a Kyeong-Cheol.
Un noir, un poliziesco, un thriller, un horror con tante torture possiamo perfino definirlo.
Un film che mostra fino a che punto può spingersi la rabbia umana, senza arrestare o uccidere il colpevole ma costringendolo in una lunga spirale di sofferenza, un calvario prima della morte.
Il regista porta agli eccessi una coppia di personaggi così diversi ma così pronti a far emergere tutto il loro degrado e la loro eccessiva violenza e disperazione. Un protagonista che sembra una contraddizione unica, una trama che seppur semplice è montata e possiede un ritmo da farlo sembrare un meccanismo a orologeria dove ad ogni lancetta corrisponde un colpo basso al killer di turno andando a stanarlo in ogni dove dal momento che Su-Hyeon gli fa ingoiare una ricetrasmittente che gli permette di localizzarlo in ogni momento. Un film che poi oltre ad avere una storia entusiasmante ha uno stile tecnico e una regia deliziosa in grado di restituire tutti gli aspetti del cinema di genere su cui è profondamente radicato


domenica 15 dicembre 2019

Witch-Part 1


Titolo: Witch-Part 1
Regia: Park Hoon-Jung
Anno: 2018
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Ja-yoon sembra una ragazza dotata per gli studi come per il canto, un piccolo prodigio camuffato da timida adolescente. Almeno finché il suo passato misterioso e losco non arriva a casa dei suoi genitori adottivi. Un'azione che scatenerà la natura nascosta di Ja-yoon, quella che le è valso il soprannome di "Piccola strega".

Park Hoon-Jung sceneggiatore di I SAW THE DEVIL e regista di Daeho aka The Tiger: An Old Hunter's Tale, firma il primo kolossal sui super eroi coreano. Praticamente distrugge quasi tutta la filmografia Marvel in poco più di due ore, facendo quello che tutti si aspettavano, ovvero un film poco modaiolo, assolutamente imperfetto, uno sci-fi young adult occidentale cattivissimo che non lesina mai sul sangue e altri aspetti come il torture porn.
Seppur la trama sembra solo un pretesto, il film ha tantissimi clichè con una struttura e tanti sviluppi abbastanza ormai rodati nel genere, senza per forza dover compiere guizzi originali di alcun tipo se non nelle scene d'azione. Un altro esempio per mostrare come sempre l'avanguardia in questo campo di un paese che non smetterà mai di stupirci, che continua a schierare registi capaci e con una messa in scena minimale, minuziosa e in grado di saper muoversi nel cinema di genere. Witch-Part 1 sembra il primo capitolo di una trilogia che speriamo venga distribuita anche da noi dal momento che seppur la tematica commerciale, ancora per quanto concerne la distribuzione non è stato detto nulla.
Il perchè è riassumibile in poche parole: violenza e sangue a profusione. Soprattutto quando a farla da padrone sono dei ragazzi ancor più indemoniati degli stessi mandanti adulti, in un giro perverso di codici prestabiliti, una gerarchia di vittime e carnefici che avrà alcuni colpi di scena più che altro legati a come verranno sbudellati o fatti letteralmente esplodere alcuni personaggi di punta.
Un film amaro che parla di esperimenti, redenzione, sembra strizzare l'occhio agli X-Men ma senza addolcire nulla e soprattutto lasciando la fisionomia umana senza connotarla in alcun modo ma invece sapendo diventare brutale ed esplicito quando i ragazzi dotati devono uccidere o prevalere su qualcuno. Una caccia alla predestinata, un road movie, un survival movie, dove l'esitazione non esiste, tutto accade e succede in maniera frenetica con una carneficina che non risparmia nessuno.
Witch sembra portare al logoramento mentale e poi fisica la sua protagonista, sottoponendola a strazi continui per vedere cosa sia realmente. Quando la sua vera essenza esploderà, trasformandola in una macchina spietata e sanguinaria, tutto il resto sarà semplicemente carta da parati, in una strage all'interno dei laboratori segreti, dove Ja-yoon annienterà tutto e tutti in pochi nano secondi.



Daeho aka The Tiger: An Old Hunter's Tale


Titolo: Daeho aka The Tiger: An Old Hunter's Tale
Regia: Park Hoon-Jung
Anno: 2015
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Corea, 1925, alle pendici del monte Jirisan. Durante l'occupazione giapponese della penisola coreana, l'ufficiale dell'esercito nipponico Maenojo, collezionista di trofei di caccia impagliati, intende sconfiggere a tutti i costi dae-ho, ossia la tigre, altrimenti detta il Re della Montagna, e spezzare così un simbolo dell'indipendenza del popolo coreano. Dopo i fallimenti dei cacciatori assoldati per il compito, Maenojo mobilita anche l'artiglieria dell'esercito e bombarda la foresta dove la tigre è solita cacciare. Ma forse solo Man-duk, solitario cacciatore che conosce il luogo in cui l'animale si rintana, è in grado di catturarla.

A volte si intraprendono strade che possono portare a risultati inaspettati come è il caso di Park Hoon-Jung uno sceneggiatore che ha saputo distinguersi con film del calibro di I SAW THE DEVIL per poi mettersi in prima linea dietro la macchina da presa dimostrando di essere un ottimo mestierante ma allo stesso tempo lasciando dietro di se una storia quantomeno prevedibile sotto quasi tutti i punti di vista.
La lotta metaforica di un uomo, un anti-eroe come Man-duk contro Daeho, la tigre, il Re della montagna, acquisisce diversi significati diventando una sorta di divinità, anche lui un sopravvissuto come il protagonista, ad un destino avverso senza più legami affettivi e ormai privo di stimoli e dunque un obbiettivo per cui continuare a vivere, prigioniero di una missione da compiere di cui solo in parte è consapevole.
Un film che mostra i lati feroci e disumani della caccia, abbraccia l'amore e il senso dell'onore che intercorre tra gli umani come soprattutto in Daeho, promuove un approccio uomo-bestia, un legame mentale tra i due protagonisti che condividono più di una legatura segreta, promuovendo e facendo luce su diversi aspetti della cultura coreana, su tutti il sacrificio, e allo stesso tempo crea i villain di turno che altri non sono che l'esercito militare giapponese nel compito di stanare a tutti i costi Daeho.
Dal punto di vista tecnico questa grande produzione sudcoreana conferma come ormai
sia nel comparto computer grafica e post-produzione (anche se a volte eccessiva) sia in quello della fotografia e della cura dei dettagli, siano ormai ai fasti.





Hwayi a monster boy


Titolo: Hwayi a monster boy
Regia: Jang Joon-hwan
Anno: 2013
Paese: Corea del sud
Giudizio: 2/5

Hwayi è stato allevato da una banda di criminali, i quali lo hanno istruito sin da piccolo alle tecniche di arti marziali e all’utilizzo delle armi. Seok-tae, il capo del gruppo, decide di sottoporre il ragazzo al battesimo del fuoco ordinandogli di eliminare Im Hyung-taek, un attivista che si oppone a un piano di riqualificazione edilizia. L’assassinio, però, porterà Hwayi a scoprire una sconvolgente verità sul suo passato.

Come spesso capita con il cinema orientale, in particolar modo in quello coreano, le cose non sono mai quelle che sembrano, le storie mano a mano che il film prosegue mutano e le radici si diversificano trasformando i generi e sapendo diventare quella mistura che abbraccia un po di tutto.
Thriller, poliziesco, action-movie, dramma, noir, in parte anche qualche pennellata horror, Jang Joon-hwan riesce e affina la sua seconda opera con un film complesso, solo apparentemente semplice nell'idea di trama che si espande nel primo atto, per poi cambiare rotta diventando sempre di più uno sguardo sul passato, sulla psicologia per cercare di fare luce su tutti i fantasmi che nel film appaiono e di cui vogliamo sapere la storia e la provenienza.
Purtroppo pur riconoscendo tanti sforzi e alcune capacità notevoli il film soprattutto nel terzo atto, per porre fine a sotto storie e personaggi, incappa in una quantità di errori di scrittura davvero inusuale per questo tipo di cinema e per una storia che già aveva tanti di quegli elementi senza bisogno di aggiungerne altri o renderli ancora più complessi.
Il film prende tante direzioni, non riesce a imbroccarle tutte, ma ha quel bisogno e fa quello sforzo di cercare di dire quanto più possibile, grazie ad un cast funzionale, una messa in scena impeccabile e alcune intuizioni davvero niente male come i continui colpi di scena (basti vedere la scena iniziale e l'incidente scatenante).

sabato 23 novembre 2019

Meat Grinder


Titolo: Meat Grinder
Regia: Tiwa Moeithaisong
Anno: 2009
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Buss è una signora ridotta al lastrico e tormentata di continuo da un passato difficile: in seguito a una manifestazione poi sedata dalla polizia, la donna trova in un angolo nascosto del suo locale un uomo morto. Una volta fatto a pezzi il cadavere e macinato, Buss lo cucina e lo serve ai suoi clienti, con risultati sorprendenti che però la obbligano a cercare vittime fresche per portare avanti il suo nuovo business culinario.

Meat Grinder come Dumplings e altri film orientali ci ricordano come i nostri parenti lontani sappiano essere cruenti in maniere a volte a noi sconosciute, infrangendo tabù, sovvertendo le regole, distruggendo il lecito e approfondendo il proibito, annegando bimbi in bacinelle d'acqua, torture come non si vedevano da tempo e tanta carne umana da sfondo e da usare come portate per i commensali ovviamente all'oscuro di tutto in un tripudio di sangue e violenza davvero d'effetto.
Senza essere mai eccessivamente forzato come invece altri film e registi sanno essere, Meat Grinder cerca la sua vena salvifica nel dramma famigliare, nella povertà, negli stratagemmi per sopravvivere, nell'isolamento e nella solitudine, nei silenzi e nella quotidianità degli orrori ormai divenuti una componente della vita reale e perciò accettati.
La Thailandia ha vissuto un suo piccolo momento idilliaco nel cinema, sapendo giostrarsi alcuni film interessanti per poi abbandonare la nave mettendo da parte la settima arte se non con horror adolescenziali abbastanza avvilenti.
Qui non c'è humour ma il livello di gore è furibondo come la maschera della sua protagonista sempre sull'orlo dell'esasperazione è costretta a vivere a stretto contatto con gli incubi dell'infanzia, l'incesto, le molestie, gli abusi e poi un rapporto strano, perverso e complesso con la figura maschile.
Buss è perfino più violenta di Dae-su Oh, ormai sembra aver abbandonato la vita reale destinata a portare a termine una vita di orrori indicibili dove ormai sembra aver azzerato ogni emozione e sentimento, diventando una sorta di automa che tortura, uccide e sacrifica per sopravvivere senza stare a dare altri sensi come l'orgoglio, la vendetta, il piacere personale.
Buss uccide e basta, guardando le vittime dopo avergli mozzato gli arti, vedendoli sanguinare appesi ad una corda senza battere ciglio per poi forse provare un minimo senso di orgoglio nelle facce dei commensali quando si cibano dei resti umani.
Meat Grinder è viscerale, pieno di sangue, di frattaglie, pieno di liquidi e di sangue, mostrando crudeltà senza fronzoli e soprattutto riesce nel difficilissimo compito di farci provare empatia per Buss giustificando le orribili mattanze dopo quello che le è stato inflitto.




sabato 16 novembre 2019

Cyber City Oedo


Titolo: Cyber City Oedo
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1992
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

OEDO (ex Tokyo), anno 2808. Sengoku, Benten, Gogul: intraprendenti cybercriminali condannati a scontare dai 295 ai 375 anni di carcere. Le alte sfere governative decidono di sospendere tutte le sentenze in cambio della loro collaborazione nella lotta contro il crimine. Riusciranno i tre neo-agenti della Cyber Police a portare a termine ogni missione con successo? Il collare esplosivo che sono costretti a indossare non lascia loro molta scelta.

Ancora l'immenso Yoshiaki Kawajiri, un regista d'animazione come non si sono quasi mai più visti che ha saputo regalare perle per quanto concerne la nutrita gamma di generi a cui il suo cinema attinge e aderisce. Un'autore in senso ampio del termine di cui credo su questo blog di aver recensito tutte le sue opere, tante, diverse, una più bella dell'altra di cui questa mini serie composta da tre Oav da quaranta minuti l'uno raggiungono i fasti più alti del suo cinema.
Sci-fi, poliziesco, thriller, horror. Cyber City Oedo è composto da tre episodi diversi ma collegati dove in ognuno è presente una storia incentrata su uno dei tre protagonisti principali.
Con una soundtrack dominante e ipnotica Kawajiri inserisce quasi tutte le sue tematiche raggiungendo e inserendo però alcune meta riflessioni filosofiche sul destino e tante altre domande e argomentazioni affrontate in passato. I complotti, il governo corrotto, le macchinazioni politiche, i collari per controllare i prigionieri e usarli come schiavi per i propri scopi, gli esperimenti militari a danno di alcuni prigionieri usati come cavie. Temi e portate che vengono inserite in maniera più che perfetta, dove il nostro autore si sbilancia affrontando anche l'horror con una storia che vede protagonista un vampiro, tantissimo sangue e un livello di violenza che rimane uno dei marchi di fabbrica del cinema di Kawajiri come in alcuni film possono esserlo le scene di sesso.Gli scenari poi sono curatissimi, il delirio cosmico e le ambientazioni cyberpunk rendono ancora più suggestivo un universo creato ad hoc per dare ancora più enfasi alla storia.
Lo stile poi ormai da tempo non ha più nulla da mettere in discussione, è rodato e ormai consolidato con alcune scene d'azione realizzate in maniera impareggiabile dando sempre una profonda riflessione sullo spirito di sacrificio, sull'enorme senso di spettacolarità e alcuni scontri che inseriscono anche un certo discorso sull'onore e sul rispetto che merita un discorso a parte.
I criminali che Kawajiri mostra, tre personaggi che come sempre si distinguono in tutto e per tutto come se fossero straordinariamente diversi nel design e nel character, sono gli stessi anti-eroi che abbiamo conosciuto in altre opere come sempre prediligendo e distinguendosi per delle storie che non prevedono dei veri e propri eroi canonici ma in fondo dei buoni che sanno sacrificarsi per la giusta causa e al tempo stesso rimangono anarchici in tutto e per tutto, odiando le regole e un sistema che gli vende e gli usa come vittime sacrificali e capri espiatori.




domenica 27 ottobre 2019

Parasite


Titolo: Parasite
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 5/5

Ki-woo vive in un modesto appartamento sotto il livello della strada. La presenza dei genitori, Ki-taek e Chung-sook, e della sorella Ki-jung rende le condizioni abitative difficoltose, ma l'affetto familiare li unisce nonostante tutto. Insieme si prodigano in lavoretti umili per sbarcare il lunario, senza una vera e propria strategia ma sempre con orgoglio e una punta di furbizia. La svolta arriva con un amico di Ki-woo, che offre al ragazzo l'opportunità di sostituirlo come insegnante d'inglese per la figlia di una famiglia ricca: il lavoro è ben pagato, e la villa del signor Park, dirigente di un'azienda informatica, è un capolavoro architettonico. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, parlando con la signora Park dei disegni del figlio più piccolo, intravede un'opportunità da cogliere al volo, creando un'identità segreta per la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica e insinuandosi ancor più in profondità nella vita degli ignari sconosciuti

Il talento indiscusso di Bong Joon-ho è cosa nota a tutti.
La sua filmografia è per ora costellata di capolavori e film che giocano su generi diversi.
HostSnowpiercerOkjia, tutti andavano oltre il genere per diventare spesso film politici e di denuncia con temi e sotto trame decisamente più complesse del normale.
Se ci mettiamo poi un incredibile talento nel saper dare i tempi giusti alla drammaturgia, in cui i coreani sono dei maestri come direi gli orientali in generale, il risultato si evolve film dopo film, o meglio opera dopo opera.
Parasite è finora il suo capolavoro. Un film che mette da parte creature e ambientazioni post-apocalittiche per tracciare una vicenda umana molto realistica, assurda in tutte le sue componenti approfondendo la riflessione sociopolitica, un grido smisurato sulla differenza di classe e sul rapporto tra i ricchi e i poveri, forse ad oggi uno dei film che meglio parlano di un capitalismo ormai sempre più sfrenato e che ha raggiunto tutti nel mondo.
Da vedere rigorosamente in lingua originale, Parasite mostra la vera faccia della borghesia, entrando proprio nella villa lussuosa dei ricchi e mettendoci a tavola con loro o girando facendo gli autisti in macchine di lusso, aiutando i figli nei compiti, diventando donna delle pulizie e molto altro ancora.
Tutti i membri della famiglia povera trovano un legame con la parte debole della famiglia ricca. Allo stesso tempo il legame in alcune situazioni si ribalta dove apprendiamo scena dopo scena, minuto dopo minuto, come un meccanismo ad orologeria, il pessimismo che investe sempre di più i personaggi, il fatto che tutti nascondano qualcosa, loro, ma gli stessi ambienti, la stessa lussuosa villa (e quello che scopriremo sarà tragicamente grottesco).
Parasite ha il cast migliore che potesse avere, una recitazione che non va nemmeno commentata per quanto sfiori la meraviglia, una scenografia che rasenta la perfezione riuscendo a dare spessore e importanza ad ogni suppelletto nella casa.
Uno dei film grotteschi più belli della storia del cinema. Bong riesce a superarsi atto dopo atto, arrivando alla tragedia finale (quella tosta che lascerà basiti) e aumentando sempre di più i toni comici e drammatici con un climax che lascerà a bocca aperta.
Tutto è così perfettamente equilibrato che lascia basiti di fronte a tanta perfezione, alla maestria di saper condurre tutta la banda senza mai stonare di una virgola, di trovare spunti deliziosi e di far esplodere la lotta di classe come non si vedeva da tempo.
Un capolavoro straordinario, finalmente posso dirlo.



Ninja Scroll


Titolo: Ninja Scroll
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Per impossessarsi di un giacimento aurifero, uno dei signori del castello di Yamashiro ordina ai propri ninja, capitanati da Himuru Gemma, di assassinare i rivali. Gemma mette poi i suoi ninja l'uno contro l'altro, ma Jubei sopravvive e decapita il diabolico leader. Cinque anni dopo, Gemma si reincarna ed entra al servizio della casa di Toyotomi. Solo Jubei potrà fermarlo...

Ninja Scroll continua la fortunata carriera e filmografia di Kawajiri, regista nipponico d'animazione immenso, che riesce a fare ciò che gli piace senza avere paletti di censure da dover rispettare.
Il suo cinema infatti è pieno di violenza, scene splatter di squartamenti, scene di sesso, dialoghi feroci e tanta tanta atmosfera di morte che impregna sempre l'ambientazione delle sue opere.
Tutti i mondi da lui sdoganati fanno paura, nessuno ci vorrebbe mai vivere, gli stessi mostri metafore degli umani, ricalcano quella perfidia e corruzione che diventa il loro modus operandi per andare avanti nella società. Intrighi, complotti, mattanze, Ninja Scroll ha una storia molto semplice per affondare la sua katana in quello che interessa sempre a Yoshiaki ovvero non avere una visione troppo manichea, ma tracciando spietati i cattivi come i buoni, puntando sempre su racconti visionari dal carattere marcatamente erotico. Gli scontri qui si superano, spettacolari e cruenti con personaggi, protagonista e demoni, caratterizzati molto bene e con un design magnifico (un altro dei meriti dei suoi film).
Come sempre essendo autore a tutti gli effetti cura anche il soggetto, lo script, il character design imprimendo come dicevo il proprio stile personale con ampia libertà di manovra.
Ninja Scroll funziona anche perchè nonostante abbia già qualche annetto invecchia molto bene, rivederlo è sempre un toccasana e se qualcuno volesse approfondire di più la materia è stata fatta anche una serie di 13 episodi, interessante ma che non ha i fasti del film.

Vampire Hunter D-Bloodlust


Titolo: Vampire Hunter D-Bloodlust
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Continuano le avventure di D, dampyr cacciatore di vampiri che, nelle lande desolate di un imprecisato futuro post-apocalittico, è stavolta assoldato dal ricco John Elbourne per salvare sua figlia, Charlotte, rapita dal vampiro Meier Link. Questa volta la missione sarà più difficile del solito, visto che deve rivaleggiare con un altro gruppo di ammazzavampiri incaricati dello stesso lavoro...

Il successo di D è legato a pochi ma squisiti fattori. Il primo è riconducibile alla regia di Kawajiri in assoluto uno degli artisti più funzionali e interessanti di quel periodo che con una piccola ma studiata filmografia è riuscito a far uscire alcune perle rare dell'animazione occupandosi spesso anche della sceneggiatura, dello storyboard e come supervisore degli effetti sonori. Opere complesse, molto violente e con scene di sesso, sci-fi, fantasy e horror.
Oltre al prestigioso artista di talento, un altro fattore è legato alla forma, all'estetica, all'aver trasformato il cacciatore di vampiri come lo conoscevamo, in groppa a un cavallo meccanico e con una lunga spada come arma mortale. Il Dampyr è stato portato al cinema nella famosa saga di BLADE con risultati discutibili fatta eccezione per il migliore che rimane il secondo capitolo diretto da Del Toro. I giapponesi per quanto concerne le ambientazioni, le epoche, riescono sempre a trovare delle immagini molto suggestive, a trovare un loro sincretismo mischiando mondi diversi, elementi antichi e tecnologici, come lo dimostra il mondo post-nucleare dove l'assetto geopolitico del pianeta è completamente cambiato, dando vita a un nuovo medioevo. Dal punto di vista tecnico è inutile stare a dire come questo lungometraggio abbia superato in tutte le fasi il suo predecessore, diventando graficamente eccellente, con dei combattimenti memorabili, scenari inquietanti e gotici e poi il castello di Carmilla che fa sempre il suo effetto.
Forse l'unica pecca, se così possiamo chiamarla, è quella ancora una volta di non aver caratterizzato in maniera un po più approfondita alcuni personaggi, anche se poi a pensarci bene D è sempre stato molto ambiguo e serrato nel suo caparbio mutismo.








lunedì 21 ottobre 2019

Jigoku-Inferno

Titolo: Jigoku-Inferno
Regia: Nobuo Nakagawa
Anno: 1960
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Un liceale stringe amicizia con un suo coetaneo che rappresenta il male assoluto. Una notte lui e il ragazzo sono in auto ed investono un ubriaco, ma lo lasciano morire senza soccorrerlo. Da quella notte la loro vita sarà una discesa all'inferno...

Capita spesso che alcuni grandi maestri soprattutto in Oriente e soprattutto in Giappone, in un preciso contesto storico e politico, non vengano distribuiti ma messi ad invecchiare in un luogo sconosciuto.
Gli artisti in questione potevano e rischiavano davvero tanto, dalla prigione, ad altre spiacevoli traversie. Nakagawa per fortuna era molto famoso e il suo cinema, almeno una parte, commercialmente aveva degli ottimi risultati.
Dispiace ancor più che un film come Jigoku,  sia rimasto intrappolato in quel limbo dove risiedono migliaia di film scomparsi. Poi per fortuna grazie ad una serie di vicende il film è riuscito ad arrivare anche da noi, attraverso rassegne coraggiose e piccole distribuzioni.
L'opera in sè raggiunge dei fasti a cui pochi sono arrivati.
Dante ripreso per dare forma ad un dramma reale che prende le direzioni più allucinate e sofferte diventando un'epopea di disgrazie, di viaggi tra realtà e immaginazione, personaggi diabolici e intenti ancor più letali e mostruosi.
Uno dei padri assoluti del j-horror (ma quello serio che non deve parte della sua fortuna ai jump scared o ad alcune mosse commerciali) deve il suo talento a diversi fattori soprattutto quelli dell'avanguardia scenica e fotografica con le luci sparate sugli attori e il campo buio che occupa il resto dello schermo, che in Oriente lasciava spiazzati per i risultati ottimali, la resa e la continua voglia di sperimentare. Inferno è una ricerca continua, estrema, azzardata, che riesce a mettere a tacere lo spettatore colto che rimarrà esterrefatto contando l'epoca in cui ci troviamo e un certo coraggio ad approfondire alcuni temi e a promuovere un taglio gore di notevole impatto emotivo.
Jigoku è uno degli horror in assoluto più belli della storia del cinema mondiale, un film ancorato nei suoi retaggi avanguardistici, che osa continuamente senza nessuna paura della censura, dove gli ultimi '40 sono un vero e proprio teatro degli orrori, un film che sembra un'insieme di quadri profetici per quello che succederà nel proseguimento della storia e dove ancora una volta gli svistamenti psichedelici fanno il resto, regalando scene a profusione di una bellezza che ormai il cinema sembra aver dimenticato.
Il film fu l'ultima produzione degli studi Shin-Toho, che si trovavano in grosse difficoltà finanziarie; Jigoku fu girato velocemente, con un bassissimo budget e si narra che molti degli attori del film abbiano partecipato all'allestimento del set dell'Inferno, pur di completare il film. Il film venne portato a termine, ma non riuscì comunque a salvare gli Studios dalla bancarotta