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sabato 23 novembre 2019

Meat Grinder


Titolo: Meat Grinder
Regia: Tiwa Moeithaisong
Anno: 2009
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Buss è una signora ridotta al lastrico e tormentata di continuo da un passato difficile: in seguito a una manifestazione poi sedata dalla polizia, la donna trova in un angolo nascosto del suo locale un uomo morto. Una volta fatto a pezzi il cadavere e macinato, Buss lo cucina e lo serve ai suoi clienti, con risultati sorprendenti che però la obbligano a cercare vittime fresche per portare avanti il suo nuovo business culinario.

Meat Grinder come DUMPLING e altri film orientali ci ricordano come i nostri parenti lontani sappiano essere cruenti in maniere a volte a noi sconosciute, infrangendo tabù, sovvertendo le regole, distruggendo il lecito e approfondendo il proibito, annegando bimbi in bacinelle d'acqua, torture come non si vedevano da tempo e tanta carne umana da sfondo e da usare come portate per i commensali ovviamente all'oscuro di tutto in un tripudio di sangue e violenza davvero d'effetto.
Senza essere mai eccessivamente forzato come invece altri film e registi sanno essere, Meat Grinder cerca la sua vena salvifica nel dramma famigliare, nella povertà, negli stratagemmi per sopravvivere, nell'isolamento e nella solitudine, nei silenzi e nella quotidianità degli orrori ormai divenuti una componente della vita reale e perciò accettati.
La Thailandia ha vissuto un suo piccolo momento idilliaco nel cinema, sapendo giostrarsi alcuni film interessanti per poi abbandonare la nave mettendo da parte la settima arte se non con horror adolescenziali abbastanza avvilenti.
Qui non c'è humor ma il livello di gore è furibondo come la maschera della sua protagonista sempre sull'orlo dell'esasperazione è costretta a vivere a stretto contatto con gli incubi dell'infanzia, l'incesto, le molestie, gli abusi e poi un rapporto strano, perverso e complesso con la figura maschile. Buss è perfino più violenta di Dae-su Oh, ormai sembra aver abbandonato la vita reale destinata a portare a termine una vita di orrori indicibili dove ormai sembra aver azzerato ogni emozione e sentimento, diventando una sorta di automa che tortura, uccide e sacrifica per sopravvivere senza stare a dare altri sensi come l'orgoglio, la vendetta, il piacere personale.
Buss uccide e basta, guardando le vittime dopo avergli mozzato gli arti, vedendoli sanguinare appesi ad una corda senza battere ciglio per poi forse provare un minimo senso di orgoglio nelle facce dei commensali quando si cibano dei resti umani.
Meat Grinder è viscerale, pieno di sangue, di frattaglie, pieno di liquidi e di sangue, mostrando crudeltà senza fronzoli e soprattutto riesce nel difficilissimo compito di farci provare empatia per Buss giustificando le orribili mattanze dopo quello che le è stato inflitto.




sabato 16 novembre 2019

Cyber City Oedo


Titolo: Cyber City Oedo
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1992
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

OEDO (ex Tokyo), anno 2808. Sengoku, Benten, Gogul: intraprendenti cybercriminali condannati a scontare dai 295 ai 375 anni di carcere. Le alte sfere governative decidono di sospendere tutte le sentenze in cambio della loro collaborazione nella lotta contro il crimine. Riusciranno i tre neo-agenti della Cyber Police a portare a termine ogni missione con successo? Il collare esplosivo che sono costretti a indossare non lascia loro molta scelta.

Ancora l'immenso Yoshiaki Kawajiri, un regista d'animazione come non si sono quasi mai più visti che ha saputo regalare perle per quanto concerne la nutrita gamma di generi a cui il suo cinema attinge e aderisce. Un'autore in senso ampio del termine di cui credo su questo blog di aver recensito tutte le sue opere, tante, diverse, una più bella dell'altra di cui questa mini serie composta da tre Oav da quaranta minuti l'uno raggiungono i fasti più alti del suo cinema.
Sci-fi, poliziesco, thriller, horror. Cyber City Oedo è composto da tre episodi diversi ma collegati dove in ognuno è presente una storia incentrata su uno dei tre protagonisti principali.
Con una soundtrack dominante e ipnotica Kawajiri inserisce quasi tutte le sue tematiche raggiungendo e inserendo però alcune meta riflessioni filosofiche sul destino e tante altre domande e argomentazioni affrontate in passato. I complotti, il governo corrotto, le macchinazioni politiche, i collari per controllare i prigionieri e usarli come schiavi per i propri scopi, gli esperimenti militari a danno di alcuni prigionieri usati come cavie. Temi e portate che vengono inserite in maniera più che perfetta, dove il nostro autore si sbilancia affrontando anche l'horror con una storia che vede protagonista un vampiro, tantissimo sangue e un livello di violenza che rimane uno dei marchi di fabbrica del cinema di Kawajiri come in alcuni film possono esserlo le scene di sesso.Gli scenari poi sono curatissimi, il delirio cosmico e le ambientazioni cyberpunk rendono ancora più suggestivo un universo creato ad hoc per dare ancora più enfasi alla storia.
Lo stile poi ormai da tempo non ha più nulla da mettere in discussione, è rodato e ormai consolidato con alcune scene d'azione realizzate in maniera impareggiabile dando sempre una profonda riflessione sullo spirito di sacrificio, sull'enorme senso di spettacolarità e alcuni scontri che inseriscono anche un certo discorso sull'onore e sul rispetto che merita un discorso a parte.
I criminali che Kawajiri mostra, tre personaggi che come sempre si distinguono in tutto e per tutto come se fossero straordinariamente diversi nel design e nel character, sono gli stessi anti-eroi che abbiamo conosciuto in altre opere come sempre prediligendo e distinguendosi per delle storie che non prevedono dei veri e propri eroi canonici ma in fondo dei buoni che sanno sacrificarsi per la giusta causa e al tempo stesso rimangono anarchici in tutto e per tutto, odiando le regole e un sistema che gli vende e gli usa come vittime sacrificali e capri espiatori.




domenica 27 ottobre 2019

Parasite


Titolo: Parasite
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 5/5

Ki-woo vive in un modesto appartamento sotto il livello della strada. La presenza dei genitori, Ki-taek e Chung-sook, e della sorella Ki-jung rende le condizioni abitative difficoltose, ma l'affetto familiare li unisce nonostante tutto. Insieme si prodigano in lavoretti umili per sbarcare il lunario, senza una vera e propria strategia ma sempre con orgoglio e una punta di furbizia. La svolta arriva con un amico di Ki-woo, che offre al ragazzo l'opportunità di sostituirlo come insegnante d'inglese per la figlia di una famiglia ricca: il lavoro è ben pagato, e la villa del signor Park, dirigente di un'azienda informatica, è un capolavoro architettonico. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, parlando con la signora Park dei disegni del figlio più piccolo, intravede un'opportunità da cogliere al volo, creando un'identità segreta per la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica e insinuandosi ancor più in profondità nella vita degli ignari sconosciuti

Il talento indiscusso di Bong Joon-ho è cosa nota a tutti.
La sua filmografia è per ora costellata di capolavori e film che giocano su generi diversi.
HostSnowpiercerOkjia, tutti andavano oltre il genere per diventare spesso film politici e di denuncia con temi e sotto trame decisamente più complesse del normale.
Se ci mettiamo poi un incredibile talento nel saper dare i tempi giusti alla drammaturgia, in cui i coreani sono dei maestri come direi gli orientali in generale, il risultato si evolve film dopo film, o meglio opera dopo opera.
Parasite è finora il suo capolavoro. Un film che mette da parte creature e ambientazioni post-apocalittiche per tracciare una vicenda umana molto realistica, assurda in tutte le sue componenti approfondendo la riflessione sociopolitica, un grido smisurato sulla differenza di classe e sul rapporto tra i ricchi e i poveri, forse ad oggi uno dei film che meglio parlano di un capitalismo ormai sempre più sfrenato e che ha raggiunto tutti nel mondo.
Da vedere rigorosamente in lingua originale, Parasite mostra la vera faccia della borghesia, entrando proprio nella villa lussuosa dei ricchi e mettendoci a tavola con loro o girando facendo gli autisti in macchine di lusso, aiutando i figli nei compiti, diventando donna delle pulizie e molto altro ancora.
Tutti i membri della famiglia povera trovano un legame con la parte debole della famiglia ricca. Allo stesso tempo il legame in alcune situazioni si ribalta dove apprendiamo scena dopo scena, minuto dopo minuto, come un meccanismo ad orologeria, il pessimismo che investe sempre di più i personaggi, il fatto che tutti nascondano qualcosa, loro, ma gli stessi ambienti, la stessa lussuosa villa (e quello che scopriremo sarà tragicamente grottesco).
Parasite ha il cast migliore che potesse avere, una recitazione che non va nemmeno commentata per quanto sfiori la meraviglia, una scenografia che rasenta la perfezione riuscendo a dare spessore e importanza ad ogni suppelletto nella casa.
Uno dei film grotteschi più belli della storia del cinema. Bong riesce a superarsi atto dopo atto, arrivando alla tragedia finale (quella tosta che lascerà basiti) e aumentando sempre di più i toni comici e drammatici con un climax che lascerà a bocca aperta.
Tutto è così perfettamente equilibrato che lascia basiti di fronte a tanta perfezione, alla maestria di saper condurre tutta la banda senza mai stonare di una virgola, di trovare spunti deliziosi e di far esplodere la lotta di classe come non si vedeva da tempo.
Un capolavoro straordinario, finalmente posso dirlo.



Ninja Scroll


Titolo: Ninja Scroll
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Per impossessarsi di un giacimento aurifero, uno dei signori del castello di Yamashiro ordina ai propri ninja, capitanati da Himuru Gemma, di assassinare i rivali. Gemma mette poi i suoi ninja l'uno contro l'altro, ma Jubei sopravvive e decapita il diabolico leader. Cinque anni dopo, Gemma si reincarna ed entra al servizio della casa di Toyotomi. Solo Jubei potrà fermarlo...

Ninja Scroll continua la fortunata carriera e filmografia di Kawajiri, regista nipponico d'animazione immenso, che riesce a fare ciò che gli piace senza avere paletti di censure da dover rispettare.
Il suo cinema infatti è pieno di violenza, scene splatter di squartamenti, scene di sesso, dialoghi feroci e tanta tanta atmosfera di morte che impregna sempre l'ambientazione delle sue opere.
Tutti i mondi da lui sdoganati fanno paura, nessuno ci vorrebbe mai vivere, gli stessi mostri metafore degli umani, ricalcano quella perfidia e corruzione che diventa il loro modus operandi per andare avanti nella società. Intrighi, complotti, mattanze, Ninja Scroll ha una storia molto semplice per affondare la sua katana in quello che interessa sempre a Yoshiaki ovvero non avere una visione troppo manichea, ma tracciando spietati i cattivi come i buoni, puntando sempre su racconti visionari dal carattere marcatamente erotico. Gli scontri qui si superano, spettacolari e cruenti con personaggi, protagonista e demoni, caratterizzati molto bene e con un design magnifico (un altro dei meriti dei suoi film).
Come sempre essendo autore a tutti gli effetti cura anche il soggetto, lo script, il character design imprimendo come dicevo il proprio stile personale con ampia libertà di manovra.
Ninja Scroll funziona anche perchè nonostante abbia già qualche annetto invecchia molto bene, rivederlo è sempre un toccasana e se qualcuno volesse approfondire di più la materia è stata fatta anche una serie di 13 episodi, interessante ma che non ha i fasti del film.

Vampire Hunter D-Bloodlust


Titolo: Vampire Hunter D-Bloodlust
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Continuano le avventure di D, dampyr cacciatore di vampiri che, nelle lande desolate di un imprecisato futuro post-apocalittico, è stavolta assoldato dal ricco John Elbourne per salvare sua figlia, Charlotte, rapita dal vampiro Meier Link. Questa volta la missione sarà più difficile del solito, visto che deve rivaleggiare con un altro gruppo di ammazzavampiri incaricati dello stesso lavoro...

Il successo di D è legato a pochi ma squisiti fattori. Il primo è riconducibile alla regia di Kawajiri in assoluto uno degli artisti più funzionali e interessanti di quel periodo che con una piccola ma studiata filmografia è riuscito a far uscire alcune perle rare dell'animazione occupandosi spesso anche della sceneggiatura, dello storyboard e come supervisore degli effetti sonori. Opere complesse, molto violente e con scene di sesso, sci-fi, fantasy e horror.
Oltre al prestigioso artista di talento, un altro fattore è legato alla forma, all'estetica, all'aver trasformato il cacciatore di vampiri come lo conoscevamo, in groppa a un cavallo meccanico e con una lunga spada come arma mortale. Il Dampyr è stato portato al cinema nella famosa saga di BLADE con risultati discutibili fatta eccezione per il migliore che rimane il secondo capitolo diretto da Del Toro. I giapponesi per quanto concerne le ambientazioni, le epoche, riescono sempre a trovare delle immagini molto suggestive, a trovare un loro sincretismo mischiando mondi diversi, elementi antichi e tecnologici, come lo dimostra il mondo post-nucleare dove l'assetto geopolitico del pianeta è completamente cambiato, dando vita a un nuovo medioevo. Dal punto di vista tecnico è inutile stare a dire come questo lungometraggio abbia superato in tutte le fasi il suo predecessore, diventando graficamente eccellente, con dei combattimenti memorabili, scenari inquietanti e gotici e poi il castello di Carmilla che fa sempre il suo effetto.
Forse l'unica pecca, se così possiamo chiamarla, è quella ancora una volta di non aver caratterizzato in maniera un po più approfondita alcuni personaggi, anche se poi a pensarci bene D è sempre stato molto ambiguo e serrato nel suo caparbio mutismo.








lunedì 21 ottobre 2019

Jigoku-Inferno

Titolo: Jigoku-Inferno
Regia: Nobuo Nakagawa
Anno: 1960
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Un liceale stringe amicizia con un suo coetaneo che rappresenta il male assoluto. Una notte lui e il ragazzo sono in auto ed investono un ubriaco, ma lo lasciano morire senza soccorrerlo. Da quella notte la loro vita sarà una discesa all'inferno...

Capita spesso che alcuni grandi maestri soprattutto in Oriente e soprattutto in Giappone, in un preciso contesto storico e politico, non vengano distribuiti ma messi ad invecchiare in un luogo sconosciuto.
Gli artisti in questione potevano e rischiavano davvero tanto, dalla prigione, ad altre spiacevoli traversie. Nakagawa per fortuna era molto famoso e il suo cinema, almeno una parte, commercialmente aveva degli ottimi risultati.
Dispiace ancor più che un film come Jigoku,  sia rimasto intrappolato in quel limbo dove risiedono migliaia di film scomparsi. Poi per fortuna grazie ad una serie di vicende il film è riuscito ad arrivare anche da noi, attraverso rassegne coraggiose e piccole distribuzioni.
L'opera in sè raggiunge dei fasti a cui pochi sono arrivati.
Dante ripreso per dare forma ad un dramma reale che prende le direzioni più allucinate e sofferte diventando un'epopea di disgrazie, di viaggi tra realtà e immaginazione, personaggi diabolici e intenti ancor più letali e mostruosi.
Uno dei padri assoluti del j-horror (ma quello serio che non deve parte della sua fortuna ai jump scared o ad alcune mosse commerciali) deve il suo talento a diversi fattori soprattutto quelli dell'avanguardia scenica e fotografica con le luci sparate sugli attori e il campo buio che occupa il resto dello schermo, che in Oriente lasciava spiazzati per i risultati ottimali, la resa e la continua voglia di sperimentare. Inferno è una ricerca continua, estrema, azzardata, che riesce a mettere a tacere lo spettatore colto che rimarrà esterrefatto contando l'epoca in cui ci troviamo e un certo coraggio ad approfondire alcuni temi e a promuovere un taglio gore di notevole impatto emotivo.
Jigoku è uno degli horror in assoluto più belli della storia del cinema mondiale, un film ancorato nei suoi retaggi avanguardistici, che osa continuamente senza nessuna paura della censura, dove gli ultimi '40 sono un vero e proprio teatro degli orrori, un film che sembra un'insieme di quadri profetici per quello che succederà nel proseguimento della storia e dove ancora una volta gli svistamenti psichedelici fanno il resto, regalando scene a profusione di una bellezza che ormai il cinema sembra aver dimenticato.
Il film fu l'ultima produzione degli studi Shin-Toho, che si trovavano in grosse difficoltà finanziarie; Jigoku fu girato velocemente, con un bassissimo budget e si narra che molti degli attori del film abbiano partecipato all'allestimento del set dell'Inferno, pur di completare il film. Il film venne portato a termine, ma non riuscì comunque a salvare gli Studios dalla bancarotta

Manie Manie-I racconti del labirinto

Titolo: Manie Manie-I racconti del labirinto
Regia: AA,VV
Anno: 1987
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

"Labyrinth": una bambina ed il suo gatto attraversano uno specchio e si ritrovano nello strano mondo di un circo viaggiante... "The running man": è il racconto delle vicende di un pilota sopravvissuto ad un terribile incidente stradale... "The Order To cease Construction": uno sfortunato dirigente giapponese viene incaricato di mettere fine a un progetto poco redditizio di costruzioni in una foresta tropicale dominata dai robot e priva di esseri umani...

Quando lasci a briglie sciolte tre autori pazzeschi come Otomo, Rintaro e Kawajiri, il risultato non può che essere una perla rara dell'animazione, in un percorso dove l'eccentricità, la voglia di espandersi, di misurarsi e decifrare realtà e mondi lontani appartiene sempre di più agli orientali che in questo caso usano i territori inesplorati dei generis come un palcoscenico, un teatro indagatore di se stesso e dei suoi protagonisti.
Tre racconti che non possono prescindere l'uno dall'altro collegati da un sottile fil rouge con un bel prologo, che diventano poesia pura, facendoci scoprire un passato, un futuro e un presente come dei sogni ad occhi aperti, dei viaggi verso l'immaginazione più sfrenata ma sempre bilanciata, da chi di mestiere sa come affrontare il cinema con una sua maturità e una sua autorialità ormai indiscussa.
C'è tanta letteratura all'interno di questo lungo a episodi sempre molto diverso, bello, suggestivo e  allucinato, un intenso viaggio dove gli universi si trasformano e ogni autore decide di plasmarli secondo la sua volontà. Un film per alcuni aspetti anche abbastanza politico toccando come nel caso di Rintaro tematiche mature e attente, l'uso spropositato della tecnologia, distaccandosi sempre di più da un certo immaginario collettivo che pone i film d'animazione come film solo d'intrattenimento. Gli orientali e per fortuna non solo loro hanno ormai sdoganato questo pensiero puerile

Batman ninja

Titolo: Batman ninja
Regia: Junpei Mizusaki
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Mentre sta combattendo con Gorilla Grodd all'Arkham Asylum, Batman finisce inghiottito da una macchina del tempo creata dal suo avversario e si trova trasportato nel Giappone feudale. Qui viene affrontato da dei samurai alle dipendenze del Joker, anch'esso finito con l'inseparabile Harley Quinn in quell'epoca passata.

Batman ormai è stato portato al cinema in tutte la salse possibili e immaginabili.
Senza contare i film veri e propri e parlando solo dell'animazione, i lavori sono stati molteplici con tanti profili diversi arrivando spesso a cambiare i generis.
In questo caso ancora una volta si è arrivati ad un passo decisivo, cambiando e ritrasformando un universo, quello del celebre super eroe, dove ancora una volta è innegabile il talento e l'impronta degli orientali.
Siglando un accordo con la Dc comics e la Warner, Mizusaki, autore della celebre saga d'animazione LE BIZZARRE AVVENTURE DI JOJO e grazie all'animazione di Takashi Okazaki AFRO SAMURAI, riesce a mescolare sapientemente canoni e stereotipi grazie ad un estetica, vera padrona del film, che lascia basiti per la sua cura, per il suo proporre dei temi e uno stile del tutto nuovo, ridisegnando i cattivi più bizzarri di Gotham City, che si sono spartiti il Giappone feudale e unendoli al personaggio di Gorilla Grodd, la ciliegina che mancava.
Questa società segreta dei super criminali è stata riscritta, amplificata in maniera quasi sempre funzionale, una pellicola folle ed esagerata, sempre spettacolare anche quando scivola in alcuni trappoloni lasciando quasi da parte la storia per puntare tutto sui combattimenti mirabolanti. Si vede che c'è stata molta libertà in tutte le fasi del progetto, la sceneggiatura nella parte finale mischia troppi elementi, il film d'altra parte inserisce davvero tantissimi personaggi con il rischio di non riuscire a far quadrare tutto ma lo sforzo reso resta comunque innegabile.
I richiami su un certo tipo di cinema d'animazione nipponica sono evidenti ma mai disfunzionali, questo nuovo Batman potrà risultare antipatico per certi versi, ma per il sottoscritto, nonostante i limiti che ci sono e gli scivoloni che la storia prende, è un innegabile prova del fatto che questa sperimentazione ha fatto bene, regalando un'opera nuova, anarchica, originale e piena anzi straripante di azione e coinvolgimento.

domenica 29 settembre 2019

Antiporno

Titolo: Antiporno
Regia: Sion Sono
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Kyoko è un'artista eccentrica che mette la sessualità al centro delle sue opere e maltratta i propri assistenti. Ma forse Kyoko è solo il personaggio di un film e l'attrice che la interpreta ne è l'esatto opposto, timida e complessata per una serie di traumi adolescenziali. O forse ancora...

Sion Sono è da sempre un regista fuori dalle righe ritagliandosi una certa nomea nel cinema di genere e non solo. Antiporno arriva ancora una volta in maniera inaspettata, stravolgendo le regole e dimostrando ancora una volta come l'outsider nipponico sappia gestire temi e forme inusuali di idee e di messa in scena. Il film fa parte di una serie di opere commissionate ad alcuni registi con il fine di omaggiare il pinku eiga, quel tipo di pellicola con all'interno scene erotiche di qualsiasi tipo, una sorta di manifestazione anarchica di un paese che fino agli anni '70 era costretto a censurare e reprimere ad ogni costo la sfera sessuale.
Kyoko così diventa promotrice di se stessa, del suo corpo, del suo fascino, della sua sessualità sfoggiandola e facendone perno per creare il suo personaggio, un attrice porno molto famosa con tanti fantasmi nell'armadio.
Attorno a lei prendono vita fotografe affascinate dalla sua carica eversiva, in una satira di fatto costruita tutta all'interno di una stanza, in un'unica location, che Siono sfrutta cospargendola di colori, quadri e immagini e dando molto risalto alla fotografia.
Proprio in alcuni personaggi, ma di fatto è sempre la protagonista il culmine della metafora e della critica alle istituzioni, come ad esempio l'assistente/serva Noriko, vediamo quella classe dominata e costretta a subire la crudeltà e il sadismo della sua padrona senza mai provare a ribellarsi ma accettando passivamente torture e prove iniziatiche.
Antiporno ha tanti dialoghi, molta improvvisazione, divertenti scenette e quadri che capovolgono sempre il ritmo e il tono della pellicola, a tratti soffocata e limitata da una pluralità di fattori che vogliono trovare un'alchimia alle volte forzata come la perversione ai danni della stessa Noriko.
Il film rimane un grido di liberazione di chi come Kyoko sceglie di vendicarsi dei propri traumi attraverso quella stessa liberazione del corpo che sembrava intrappolarla, diventando l'ennesimo messaggio di difesa di una femminilità che non riesce a trovare un posto nella società.

lunedì 17 giugno 2019

High School Girl Rika-Zombie Hunter


Titolo: High School Girl Rika-Zombie Hunter
Regia: Fujiwara Ken'ichi
Anno: 2008
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Una studentessa normale, Rika, salta un giorno di scuola per visitare il paese di suo nonno,Ryuhei, che se ne era andato da casa di Rika due anni prima. Ma scopre che tantissimi zombie stanno assediando la città!. Rika all'inizio raggiunge la casa di nonno Ryuhei facendosi largo attraverso di loro, ma alla fine viene attaccata. Senza riuscire a capire cosa sia accaduto di preciso alla nipote, Ryuhei utilizza le sue abilità di gran chirurgo sulla nipote,trasformandola in RIKA,la stupenda guerriera! Adesso,nella veste della più grande ragazza guerriera, RIKA si confronterà con il vile capo degli zombie, Glorian, assieme ai suoi amici Takashi and Yuji.

Siamo infine arrivati al terzo film che chiude una saga abbastanza trascurabile nella produzione del sotto genere Dnotomista e Nihozombie.
Dopo Zombie self defence force e Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers arriviamo forse al capitolo più brutto o meglio quello che a differenza dei primi due ha goduto di un budget ancora più risicato portando il regista a soluzioni quanto meno improbabili ma visto il genere il tentativo può starci. Fujiwara non avendo soldi ha cercato come da sempre insegna la tradizione dei b-movie di puntare a tutti quegli accessori secondari in grado di alzare l'hype dello spettatore con tette al vento, zombie tremendi, dialoghi improvvisati, un montaggio che sembra essersi perso dei pezzi per strada, recitazione ai minimi storici e scenografie da infarto dove a confronto la carta da parati dei film porno sembrava attaccata da Dante Ferretti.
Quello che mi ha stupito sono state soprattutto le soluzioni o gli espedienti usati.
Facendo un paragone con un b-movie che è diventato un mezzo cult e parlo di un film del maestro Takashi Miike, in FUDOH ad esempio metteva ragazze che sparavano palline dalla figa, facendo ridere e al contempo creando un precedente trash assoluto, mentre qui la ragazzetta a cui amputano un braccio e gliene saldano uno nuovo, maschile, da body builder, non vale nemmeno il paragone perchè non solo non è minimamente credibile il make up ma non ha fa ridere per nulla.
Ecco la fantasia e l'estro giapponese che speravo qui emergesse senza limiti e regole assume quasi l'aria da paradosso con la comparsa di una creatura mostruosa deforme di improbabile origine finale che lascia pensare che il regista stesse girando due brutti film sullo stesso set.




mercoledì 5 giugno 2019

Zombie self defence force


Titolo: Zombie self defence force
Regia: Naoyuki Tomomatsu
Anno: 2006
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

L'onda di radiazioni irradiata da un UFO schiantatosi ai piedi del Monte Fuji resuscita i morti in tutta la regione trasformandoli in famelici zombies. Un gangster eliminato da uno yakuza, un suicida ed una donna incinta uccisa accidentalmente dal suo amante durante un alterco violento sono i primi morti viventi che diffondono il contagio azzannando chiunque attraversi il loro cammino. Un gruppo di soldati presente nella zona per una esercitazione impugna le armi contro le mostruose creature per proteggere una scolaresca in gita, salvare la propria pelle e l'intero paese. Gli zombies cadono sotto i colpi delle armi da fuoco o sono smembrati e decapitati da lame affilate, ma i nemici più insidiosi sono il feto della donna incinta che si è tramutato in un ferocissimo mostriciattolo sgattaiolante ed il mummificato eroe della seconda guerra mondiale venerato dagli abitanti come una divinità nazionale. Tra i militari, c'è anche un cyborg costruito in via sperimentale da una equipe di folli scienziati che sogna di creare un esercito di soldati imbattibili per vendicare in futuro la sconfitta subita per mano degli americani. Al termine della lunga battaglia, i dischi volanti tornano a volteggiare nel cielo profilando un nuovo pericolo...

Come per il j-horror e il sotto genere Dnotomista parliamo del "Nihozombie" in cui gli ingredienti sembrano unire elementi del cinema low budget a sotto generi con precise connotazioni cinematografiche dal trash, weird, erotico, commedia, ironico, zombie, invasioni aliene, splatter, gore, arti marziali etc. Tutto questo mischiato assieme in un gruppo di film che negli anni da parte di un certo pubblico hanno saputo diventare dei piccoli cult.
Parlo ovviamente di HIGH SCHOOL GIRL RIKA:ZOMBIE HUNTER, GIRLS REBEL FORCE OF COMPETITIVE SWIMMERS e JUNK.
La lista è ancora più fitta ma diciamo che questi sono i pezzi forti, quelli che con diverse difficoltà hanno oltrepassato il confine per giungere fino a noi sottotitolati.
Tomomatsu purtroppo ha diretto solo tre pellicole con cui l'ultimo più famoso facente parte del sotto genere Dnotomista conferma la sua passione per gli eccessi.
Infatti come per gli altri suoi film eccetto il primo, si riconferma una vena spiccata per lo splatter gore dove seppur il budget è limitato, i nipponici confermano di non fermarsi di fronte a nulla anche a ridosso di problematiche difficili da dimenticare (un set imbarazzante e alcune scenografie da capogiro). Il regista dimentica quella pacatezza che avvolgeva l'atmosfera del suo esordio per buttarsi su una galleria di scene gratuite e per certi versi tragi comiche dove purtroppo l'esito è l'assenza di violenza (non accenna mai a prendersi sul serio) e un cast composto da un gruppo di persone che fallisce miseramente il compito di portare un minimo di tono all'intera vicenda.



Vampire girl vs. Frankenstein Girl


Titolo: Vampire girl vs. Frankenstein Girl
Regia: Naoyuki Tomomatsu, Yoshihiro Nishimura
Anno: 2009
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

In un tragico triangolo amoroso, Monami/Vampire Girl dà a Mizushima per San Valentino un cioccolatino ripieno del suo stesso sangue, trasformandolo così in un immortale. Il terzo lato del tiangolo è Keiko, che vuole Mizushima tutto per sé. Ne deriva quindi un combattimento, ma quando Keiko muore inavvertitamente cadendo dal tetto, suo padre Kubuki scienziato pazzo la riporta in vita mettendole alcune parti del corpo di suoi compagni di scuola che le permetteranno di sconfiggere Monami in una battaglia all'ultimo sangue.

Tomomatsu è stato uno dei padri del "Nihozombie" e dello "Dnotomista" di fatto due sotto generi che avevano il preciso scopo di sovvertire le regole sfatando il taboo del lecito/proibito.
Sotto generi sicuramente più interessanti rispetto ai prodotti "Guinea Pig" che invece rappresentano esperimenti estremi di puro torture porn con accenni sul fenomeno dello snuff movie.
"Dnotomista" a cui questo film fa riferimento nato proprio da "Notomista" quella particolare attitudine allo smembramento dei corpi umani per veder la compositura interna di essi.
I film sono quasi tutti nipponici e vedono al timone alcuni registi mica da ridere con una loro personale e malata matrice d'identificazione.
Nishimura che firma il film assieme al sopra citato usciva dalle fila degli amanti dello splatter nipponico, un mestierante che al contempo era un visionario effettista con la fama di essere tra i più esperti macellai del settore (MEATBALL MACHINE ad esempio)
Al di là della strizzatina d'occhio sul nome della pellicola (che c'entra davvero poco) della sapiente mano di grafici esperti per rendere le locandine il più ghiotte possibili, il film ha una trama indefinib
ile, presa da un manga che dicono in patria abbia riscosso un certo successo, così come parte dello svolgimento e delle intenzioni dei protagonisti.
Un film con un'anima demenziale e surrealista che non riesce mai a rivelare il suo scopo o meglio l'intento del film apprezzandone gli sforzi e la voglia di distruggere ogni confine cinematografico. Sembra una confusa mattanza, una macelleria messicana tutta ritoccata al computer con i soliti protagonisti che sembrano camminare su una passerella di moda piuttosto che in uno scenario apocalittico dove ancora una volta l'esagerazione, che spesso ha portato a risultati più che ottimi, lascia il passo a qualcosa di irrisolto, uno spettacolo di luci e secchiate di sangue che sembra ogni volta ricominciare da capo risultando inconcludente e soprattutto irrisolto.



lunedì 3 giugno 2019

Yattaman


Titolo: Yattaman
Regia: Miike Takashi
Anno: 2009
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Yattaman 1 e Yattaman 2, quando non sono in officina a fabbricare Mecha come il prodigioso Yatta Can, sono in giro a salvare il mondo dalle mire malvagie dei servitori di Dokrobei, la bellissima Miss Dronio e i suoi due lacché, Boyakki e Tonzula. In ballo c'è il ritrovamento della Pietra Dokrostone, capace di regalare un potere immenso al suo possessore: nelle mani sbagliate comporterebbe la fine del mondo così come lo conosciamo.

Yattaman è stato un progetto ambizioso e complesso che ci ha messo tre anni prima di venire alla luce. Parlando del maestro e di come riesca a ritagliarsi una sua idea e politica di cinema in qualsiasi genere in cui graviti è una prerogativa e una peculiarità che hanno solo lui ed altri folli colleghi come Sion Sono e Tsukamoto solo per fare due nomi, ma per fortuna almeno in Oriente la lista è lunga.
Riuscire a dare vita ad un live action originale senza perdere la visionarietà, ma anzi allargandola e adattandola ad un target diverso e senza farla diventare una pattumiera trash come ultimamente è successo per Tiger Mask non era semplice.
Si ride, l'azione è folle e mai macchinosa, i personaggi sono caricature al limite rendendo spassosi i dialoghi e le slapsticks. I combattimenti poi e gli inseguimenti sono curati molto bene, riuscendo a cercare di essere all'altezza senza mai sfociare nel ridicolo e infine la fruizione e come sempre relegata ad un target che unisce bambini e adulti.
Yattaman proprio per gli argomenti di cui tratta, un cartone animato, pareva un'operazione folle.
Ed è proprio in progetti come questi che si vede l'autorialità e l'esperienza. Sembra più facile girare un kolossal ad ampio budget dove le regole da aderire sono sempre le stesse, piuttosto che mettere mano su, ripeto, un'operazione folle come il film in questione.
Miike ancora una volta ci è riuscito alla faccia di tutti gli apocalittici e i critici che aspettano un passo falso dell'outsider nipponico. Ancora una volta chapeau!



martedì 30 aprile 2019

Maison en petits cube


Titolo: Maison en petits cube
Regia: Kunio Kato
Anno: 2008
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Un uomo anziano che vive in una città completamente sommersa dalle acque non vuole abbandonare la sua casa e per questo, man mano che l'acqua sale di livello, aggiunge sul tetto delle costruzioni. Un giorno, l'uomo si immerge ed entra nella sua casa originale ormai completamente invasa dall'acqua. Inizia così a ricordare gli avvenimenti del suo passato.

Il cortometraggio d'animazione di Kato a parte aver vinto il premio oscar come miglior corto d'animazione è qualcosa di magico, una vera chicca in grado di commuovere e far ragionare dimostrando ancora una volta come gli orientali conoscano a menadito l'alfabeto dell'intimità.
Il tema della memoria, dei ricordi legati al passato, della ricerca della felicità, dell'immersione dentro se stessi.
E'così tutto il corto alterna la quotidianità di questo anziano vedovo che, dilaniato dal tempo, continua imperterrito ad aggiungere mattoni alla propria dimora, perché questa non venga totalmente sommersa dalle acque, immedesimandosi nella viscerale differenza che disgiunge vita e sopravvivenza. Da un lato costruisce per non soccombere, dall'altro è costretto ad immergersi per recuperare i ricordi del passato.
Muto, con uno stile lento e minimale in grado di farci cogliere l'essenza delle emozioni e dei sentimenti del suo vecchio protagonista. Con una tecnica grafica che simula la delicatezza degli acquerelli adagiati su un cartoncino riesce ad imbarcarci in una piccola ma colta avventura che riesce a promuovere tematiche attuali legandole in modo insistente al tema del ricordo e della memoria.



Ong Bak 2


Titolo: Ong Bak 2
Regia: Panna Rittikrai
Anno: Thailandia
Paese: 2008
Giudizio: 2/5

Thailandia, XV secolo: Lord Sihadecho e sua moglie sono uccisi durante un ammutinamento. Loro figlio, il piccolo Tien, riesce a sfuggire, ma è catturato da alcuni mercanti di schiavi. Quando cerca di ribellarsi, viene gettato in una pozza con un coccodrillo, contro cui è costretto a combattere per il solo divertimento dei ricchi. Il suo coraggio e l’intervento di Chernang, capo dei banditi della Scogliera dell’Ala di Garuda, lo sottraggono a morte certa. Sotto la protezione del formidabile guerriero, Tien sarà allevato per conoscere tutti gli stili di arti marziali: il kung fu cinese, il ninjitsu e l’arte della spada giapponesi, il muay thai tailandese. Una volta cresciuto, partirà alla ricerca degli assassini dei genitori…

Ong Bak è stata una saga di tre capitoli abbastanza interessante per farci scoprire uno stunt man come Tony Jaa e un certo tipo di cinema di arti marziali orientali. Soprattutto per il cinema thailandese questo genere rappresenta un'importante risorsa economica tale da renderlo epico il più possibile come il sequel in questione.
C'è una certa storicità in questo capitolo che lascia perlomeno sgomenti soprattutto sul taglio amatoriale con il quale pathos e cast seppur abbiano cercato di darsi da fare falliscono miseramente.
Dal punto di vista tecnico, la scenografia e il lavoro di attrezzistica rimangono forse gli aspetti migliori contando le scene d'azione e soprattutto le acrobazie che qui crescono a dismisura rispetto al precedente capitolo, anche perchè tutta la vicenda è ambientata nei paesini thailandesi a dispetto di location molto più moderne come poteva apparire Bangkok.
Tony Jaa ( a dimostrazione di quanto un attore povero appena conosca il successo perda la testa) ha fatto capricci da star, ha gonfiato il budget, si è fatto prendere da gravi crolli nervosi, ha minacciato ricatti, è addirittura scappato scomparendo nella giungla per poi ritornare, piangere in TV, e infine riuscire a concludere il tutto con l’aiuto di Panna Rittikrai, suo mentore, già sceneggiatore e coreografo del primo Ong Bak e regista dello spettacolare Born to fight


Passage to Womanhood


Titolo: Passage to Womanhood
Regia: Inaya Yusuf
Anno: 2018
Paese: Malesia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Un gruppo di donne trans musulmane si oppone all’emarginazione sociale in Malesia. Ridefinendo il ruolo femminile nell’Islam, dipingono il proprio ritratto di essere donna.

Il mediometraggio di Yusuf si concentra sulla vita di tre donne e la loro lotta per cercare di sopravvivere in una terra inospitale come quella della Malesia soprattutto per chi ha scelto di diventare trans. Difficoltà, oltre già le normali, ad essere inserite nella società ( ma non accolte), difficoltà a lavoro, per strada con la paura di essere aggredite quotidianamente, con le minacce dei familiari e infine con i propri partner.
Sembra una condanna più che una scelta. Dalle testimonianze delle donne si appura un limite culturale che non sembra voler accennare a nessun tipo di cambiamento.
Il cinema o meglio i documentari servono soprattutto a questo, esplorando terre sconosciute e portarci così alla scoperta di tabò che richiedono ancora tantissimo tempo prima di riuscire ad essere comprese e rispettare così la carta dei diritti umani per far sì che ognuno possa liberamente scegliere di fare quello che vuole con il suo corpo nel paese in cui nasce e cresce.


giovedì 18 aprile 2019

JoJo's Bizarre Adventure-Diamond Is Unbreakable Chapter I


Titolo: JoJo's Bizarre Adventure-Diamond Is Unbreakable Chapter I
Regia: Miike Takashi
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Il capitolo 1 del JoJo di Miike ripercorre i primi 2 tankobon (29 e 30 della serie completa) del manga, dividendosi piuttosto nettamente in due parti/tempi. Nella prima, conosciamo il protagonista Josuke “JoJo” Higashikata e il suo stand Crazy Diamond, un aggressivo stand adatto al combattimento ravvicinato, ai cui rapidissimi pugni è associato un particolare potere di “manipolazione” su ciò ch’egli distrugge; dunque assistiamo alla lotta di Josuke con l’assassino seriale Angelo (Anjuro Katagiri) e il suo stand Aqua Necklace, potere acquisito da costui dopo essere stato colpito da una strana freccia, scoccata da un misterioso personaggio. In perfetto stile supereroistico, tale scontro determinerà una certa svolta, che influenzerà profondamente Josuke spingendolo a impegnarsi nella difesa della sua città, Morio-cho.
La seconda parte corrisponde allo scontro con i fratelli Nijimura; al termine del quale si forma di fatto il gruppo di personaggi, Josuke in testa, che avranno l’onore e l’onere delle successive battaglie. Inoltre, intravvediamo almeno un pezzo (!) di quello che sarà il big boss finale…

Ci sono i fan e poi ci sono quelli che venerano un artista. Per Miike Takashi è così.
E'stata una fortuna averlo conosciuto, essermi fatto una rassegna vedendomi in una settimana circa 40 film e poi aver capito che riesce a farmi salire l'hype più di qualsiasi altro regista.
In più è una sorta di semi dio, ha una filmografia che levatevi tutti dalle palle, non ha quasi mai sbagliato niente e più di tutto non se la tira ma se gli chiedete come mai nel suo cinema ci sia così tanta violenza probabilmente vi risponderà a dovere tipo "E allora cosa ci fai qui a guardare i miei film" (Torino, 2006)
Ora oltre ad essere un fan del regista sapevo che da tempo ormai prova a destreggiarsi in qualsivoglia genere con risultati spesso eccezionali.
Il live action è un sotto genere strano e pericoloso capace di brutture senza eguali e fallimenti all'ordine del giorno.
Così per fortuna non è stato ma diciamo pure che Jojo per me è sacro per i fumetti come i mostri di Kentaro Miura quindi sì...ci sono rimasto male e il film devo dire che poteva essere decisamente meglio. Parliamo di colui che è stato in grado di portare sullo schermo due dei film più belli di super eroi mai visti Zebraman 2 e un altro cartone davvero singolare che al cinema poteva diventare una trashata cosmica e parlo ovviamente di YATTAMAN.
Con Jojo siamo già incasellati nella quarta stagione quindi per chi non conoscesse la storia diventa un problema più che per i film Marvel. Purtroppo manca un villain incisivo come Dio, e ho letto che ci sono stati ingenti limiti di budget.
A trent'anni dalla sua nascita, Diamond è il primo capitolo di una trilogia che si promette di trasporre la quarta serie del manga.
Un ottimo prodotto, commerciale e di maniera, con cui Miike conferma il suo talento, ma per ora nient’altro. Sarà molto interessante vedere cosa accadrà con i prossimi episodi, sperando che sia sempre l'outsider nipponico a dirigere il progetto ma sperando anche in un ritmo più concitato che fino a prova contraria è uno degli assi nella manica dell'autore.



lunedì 11 marzo 2019

Dragon Ball-Super Broly


Titolo: Dragon Ball-Super Broly
Regia: Tatsuya Nagamine
Anno: 2018
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Il re dei Saiyan Vegeta, preoccupato dalla potenza del nascituro Broly, superiore a quella del proprio figlio, spedisce Broly su un pianeta remoto e ostile, Vampa. Il padre di Broly, Paragus, lo segue su Vampa e lo addestra come un formidabile guerriero. 41 anni più tardi, dopo che Freezer ha distrutto il pianeta dei Saiyan, Broly e Paragus arrivano sulla Terra, per vendicarsi dei Saiyan superstiti.

Gli Oav di Dragon Ball soprattutto negli anni '90 avevano avuto un discreto successo.
Poi il personaggio creato da Akira Toriyama pur essendo diventato una delle icone nato nel 1986 per i nerd, venne abbandonato per essere sostituito da altri eroi venuti da altri mondi.
Questo film d'animazione dalla sua come nei due precedenti, LA RESURREZIONE DI F e Dragon Ball Z The Movie-Battle of God, regala tantissima azione (forse addirittura esagerata) finendo per essere l'ennesima rincorsa a sconfiggere il nemico di turno (che manco a farlo apposta e di famiglia) e sfruttare l'impianto di semina e raccolta per cui il protagonista incontra un nemico sempre più forte grazie al quale potenzia le sue abilità.
Anche la durata di 100' diventa disfunzionale per spiegare tutti i retrocessi familiari tale da farlo sembrare un parente lontano delle soap opera statunitensi.
Il film trova la sua componente migliore nei primi due atti mentre proprio dove dovrebbe siglare il braccio di ferro perfetto tra combattimenti e azione, diventa di una noia incredibile, in cui per '50 minuti, viene data spazio alla potenza sempre maggiore che supera subito i confini della logica, sembrando una disperata lamentela noiossima di grida e maschilismo spiccato.




Tiger Mask



Titolo: Tiger Mask
Regia: Ken Ochiai
Anno: 2013
Paese: Giappone
Giudizio: 1/5

Naoto Date, cresciuto in un orfanotrofio dopo la Seconda Guerra Mondiale, un giorno decide di fuggire dall'istituto per entrare a far parte dell'organizzazione della "Tana delle tigri", che alleva micidiali e letali lottatori mascherati e senza scrupoli, coronando così il sogno di diventare forte come una tigre. Le regole dell'organizzazione sono ferree e chi le tradisce, viene punito violentemente. Naoto però è diverso: cerca la libertà e vuole vendicare le ingiustizie subite dagli orfani come lui.

Tiger Mask è davvero una baracconata. Un film live-action così brutto che al confronto il film americano dei POWER RANGERS sembra da riscoprire.
Tiger Mask sembra la risposta al fatto di non prendere mai in giro un outsider come Miike Takashi giusto per rimanere nella stessa terra. Con due film speculari che sono Zebraman 2 e YATTAMAN, Miike, è riuscito a fare la stessa cosa creando però, soprattutto con il dittico di ZEBRAMAN, ottimi esempi di film di genere.
Qui tutto è particolarmente agghiacciante. Ochiai è inesperto e la prova, pur essendo un giocattolone, è troppo ardua per il mestierante che prova a cercare di rendere interessanti tre maschere diverse, il dottor X e la tana delle tigri.
Tutto viene brutalmente ridicolizzato e sembra di vedere un teen age movie nipponico che non solo non è violento (quando il cartone è uno dei più violenti mai realizzati) ma non intrattiene e regala alcune delle peggiori scelte estetiche viste prima con tute di lattice che rimandano ai film porno.
Nell'idiozia più totale il fatto che il film e gli attori si prendano sul serio è un altro particolare che crea l'effetto trash e al netto l'aspetto più traumatico del film.
Con tute nere e una rincorsa a trovare uno stile emo di rara bruttura, Tiger Mask nel suo avermi involontariamente messo a tappeto dalle risate, è uno dei film più brutti di sempre, dove citando prima l'outsider che considero uno dei registi più talentuosi di sempre, qui proprio nel ruolo di Jared, Mister X, troviamo uno dei suoi attori feticcio e interprete della saga cult di DEAD OR ALIVE

lunedì 11 febbraio 2019

One cut of the dead


Titolo: One cut of the dead
Regia: Shinichiro Ueda
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Una troupe sta girando uno zombie film indipendente quando viene assalita da veri zombie, risvegliati dal regista invasato per avere un effetto cinematografico più "reale". E se fosse tutto un making of?

Sono rimasto colpito dall'entusiasmo con cui è stato premiato e ha avuto incassi da capogiro l'ennesimo film di zombie con una virata strategicamente furba ma in fondo nemmeno così interessante come ci si poteva aspettare.
In un'epoca bombardata dai social, dalle serie tv, da film commerciali creati con lo stampino per essere a tutti gli effetti gregari post contemporanei di un'altra fetta di cinema, faccio davvero difficoltà a capire perchè questo film sia diventato quasi un cult soprattutto in Oriente.
L'idea di scardinare un concetto fatto e finito nel cinema di genere non è poi un elemento così raro di questi tempi. Basta saper cercare nei punti giusti ma l'universo cinematografico è onnivoro è pieno di opere bizzarre, con delle sceneggiature semplicemente aperte a cercare di essere mischiate o variegate con ciò che già si aveva.
Nel film di Ueda la struttura e il ribaltamento degli atti, aiuta a sconvolgere la psiche dello spettatore, ma essendo una tecnica di montaggio, bisogna tener conto che più di ciò non è, lasciando lo stesso i dubbi e le perplessità e la noia, di vedere in fondo la stessa azione giocata su piani e ambienti diversi, ma esasperata come solo gli orientali (o meglio i giapponesi) sanno fare.
Ho trovato il film una mossa commerciale astuta come poteva esserlo ai tempi BLAIR WITCH PROJECT, ma non per questo bello, interessante o che mi abbia trasmesso qualcosa di "originale".
Siamo di nuovo in tempi dove il genere essendo inflazionato ha bisogno di migliorie che ne cambino di poco l'assetto o la forma ma lasciando medesimo il risultato.
Tantissimo fumo a questo giro per un indie costato 20.000 dollari di budget e che (finora) ne ha incassati 27 milioni solo in patria.