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sabato 16 novembre 2019

Cyber City Oedo


Titolo: Cyber City Oedo
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1992
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

OEDO (ex Tokyo), anno 2808. Sengoku, Benten, Gogul: intraprendenti cybercriminali condannati a scontare dai 295 ai 375 anni di carcere. Le alte sfere governative decidono di sospendere tutte le sentenze in cambio della loro collaborazione nella lotta contro il crimine. Riusciranno i tre neo-agenti della Cyber Police a portare a termine ogni missione con successo? Il collare esplosivo che sono costretti a indossare non lascia loro molta scelta.

Ancora l'immenso Yoshiaki Kawajiri, un regista d'animazione come non si sono quasi mai più visti che ha saputo regalare perle per quanto concerne la nutrita gamma di generi a cui il suo cinema attinge e aderisce. Un'autore in senso ampio del termine di cui credo su questo blog di aver recensito tutte le sue opere, tante, diverse, una più bella dell'altra di cui questa mini serie composta da tre Oav da quaranta minuti l'uno raggiungono i fasti più alti del suo cinema.
Sci-fi, poliziesco, thriller, horror. Cyber City Oedo è composto da tre episodi diversi ma collegati dove in ognuno è presente una storia incentrata su uno dei tre protagonisti principali.
Con una soundtrack dominante e ipnotica Kawajiri inserisce quasi tutte le sue tematiche raggiungendo e inserendo però alcune meta riflessioni filosofiche sul destino e tante altre domande e argomentazioni affrontate in passato. I complotti, il governo corrotto, le macchinazioni politiche, i collari per controllare i prigionieri e usarli come schiavi per i propri scopi, gli esperimenti militari a danno di alcuni prigionieri usati come cavie. Temi e portate che vengono inserite in maniera più che perfetta, dove il nostro autore si sbilancia affrontando anche l'horror con una storia che vede protagonista un vampiro, tantissimo sangue e un livello di violenza che rimane uno dei marchi di fabbrica del cinema di Kawajiri come in alcuni film possono esserlo le scene di sesso.Gli scenari poi sono curatissimi, il delirio cosmico e le ambientazioni cyberpunk rendono ancora più suggestivo un universo creato ad hoc per dare ancora più enfasi alla storia.
Lo stile poi ormai da tempo non ha più nulla da mettere in discussione, è rodato e ormai consolidato con alcune scene d'azione realizzate in maniera impareggiabile dando sempre una profonda riflessione sullo spirito di sacrificio, sull'enorme senso di spettacolarità e alcuni scontri che inseriscono anche un certo discorso sull'onore e sul rispetto che merita un discorso a parte.
I criminali che Kawajiri mostra, tre personaggi che come sempre si distinguono in tutto e per tutto come se fossero straordinariamente diversi nel design e nel character, sono gli stessi anti-eroi che abbiamo conosciuto in altre opere come sempre prediligendo e distinguendosi per delle storie che non prevedono dei veri e propri eroi canonici ma in fondo dei buoni che sanno sacrificarsi per la giusta causa e al tempo stesso rimangono anarchici in tutto e per tutto, odiando le regole e un sistema che gli vende e gli usa come vittime sacrificali e capri espiatori.




domenica 27 ottobre 2019

Perfect Creature


Titolo: Perfect Creature
Regia: Glenn Standring
Anno: 2006
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Siamo in "Nuovo Zelandia" un luogo in cui le ere (quella Vittoriana e una più recente) sembrano essere entrate in commistione. In questo mondo esistono i vampiri, creature originate 300 anni prima da una mutazione genetica. Essi però hanno stretto un patto con gli umani e si sono uniti in una comunità di "Fratelli".
I vampiri fanno uso delle loro superiori conoscenze e dei poteri attribuiti loro dalla particolare conformazione fisica per aiutare gli esseri umani. I quali li ricambiano con spontanee donazioni di sangue. Tutto è sempre andato per il meglio finché un giorno Edgar, un vampiro, ha iniziato a vedere gli umani come prede. Edgar è figlio del Grande Sacerdote della comunità e fratello di Silus il quale si allea con la polizia umana per metterlo in condizione di non nuocere

Standring al suo attivo ha due film, questo è il suo esordio, un film particolarmente brutto anche se con qualche trovata simpatica L'INCONFUTABILE VERITA'SUI DEMONI.
La prima volta che vidi il film non ne rimasi affascinato, anzi, mi era sembrato abbastanza privo di forza e non trovavo particolarmente stimolante la trama e la messa in scena.
Riguardandolo però ho avuto modo di ricredermi, certo non è uno dei miei cult tra i film di vampiri, ma mette tanta carne al fuoco, in maniera abbastanza approfondita e caratterizzando bene i personaggi, caratteristiche che nel cinema d'azione-horror non sempre trovano una buona gestazione. In questo caso invece la comunità dei Fratelli, il contesto di un'era o meglio un'ambientazione steampunk che non viene perfettamente decifrata, la creazione dei vampiri che avviene geneticamente e la comunione con gli umani e lo scontro tra i due fratelli crea un bel mix di elementi che si affacciano al cinema di genere in maniera se non altro originale che parlando di vampiri non è un elemento da poco.
Action, horror, dramma, noir, poliziesco, thriller. Standring crea un suo piccolo universo da cui potrebbero trarre numerose stagioni di una serie tv nel voler anche solo ampliare la storia e parlare di come tutto è stato creato e del perchè, elementi che nel film vengono esaminati con poche battute per dover riuscire a far convergere tutto fino alla fine.




giovedì 24 ottobre 2019

Goku midnight eye

Titolo: Goku midnight eye
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1989
Paese: Giappone
Serie: 1
Episodi: 2
Giudizio: 4/5

Goku Furinji è un abilissimo investigatore privato, tra i migliori nel suo mestiere. Presto però deve  indagare su Genji Hyakuryu, noto mercante d'armi, e durante uno scontro con i suoi uomini si salva a stento perdendo l'occhio sinistro. Aiutato da un misterioso individuo, si risveglierà scoprendo di poter vedere ancora: il bulbo oculare gli è stato sostituito con uno cibenetico avanzatissimo che, permettendogli di connettersi a qualsiasi sistema informatico del mondo, lo rende ipoteticamente un Dio...

Sempre dall'Oriente con un'altra perla nipponica. Due episodi per un perfetto cocktail
poliziesco, sci-fi, action, cyber-punk, thriller, ed action movie con tante scene violente e alcune scene di sesso abbastanza spinte per l'anno di uscita.
L'idea alla base permette a Kawajiri di potersi avvalere di una sceneggiatura davvero ben strutturata, piena di ritmo, di riflessioni interessanti, in grado per tutta la sua durata (due episodi da 45')di coinvolgere lo spettatore facendolo passare da una situazione all'altra in un quadro noir e quasi spettrale dove dalle scelte di look e di forma notevoli, il film dalla sua per fortuna non ha particolari regole o target da rispettare inserendo sparatorie, squartamenti, scontri violentissimi e un linguaggio che non nasconde la sua vena esplicita. Kawajiri ha sempre uno stile molto tetro, scuro e macabro che si ricollega ad altri suoi film d'animazione da vedere assolutamente come MANIE-MANIE (l'episodio dell'uomo che correva), CITTA' DELLE BESTIE INCANTATRICI, NINJA SCROLL, VAMPIRE HUNTER D-BLOODLUST, ANIMATRIX, Highlander(2007).
Nei suoi due episodi Kawajiri fa un salto in avanti rispetto ai suoi precedenti lavori, affinando meglio la tecnica, ma soprattutto dando alla storia quel tratto da noir urbano che complice anche le raffinate inquadrature, riesce a dare equilibrio e ritmo a tutti i generis inseriti.

lunedì 17 giugno 2019

In Bruges


Titolo: In Bruges
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2008
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Ray e Ken , due killer, sono costretti dal loro capo a riparare a Bruges. La loro ultima missione è andata storta: Ray ha ucciso per sbaglio un bambino.

In Bruges è un film particolare da definire come la carriera del regista che al suo attivo vanta tre pellicole che devo ammettere funzionano tutte e tre seppur molto diverse, trovando un paragone tra questo e il successivo. In Bruges adotta una strategia particolare e non è così facile da definire proprio per le vicende narrate e come vengono trattate. Una coppia di killer che si trova in terra straniera a doversi quasi scontrare in un bel finale (forse la parte più tesa e ritmata dell'intera pellicola) dopo aver passato tutto il resto del film a girare per le strade e i musei, incontrare brutti ceffi e ragionare su cosa è andato storto nella vita. E' un film che parla di killer che non vediamo quasi mai con una pistola in mano, un film malinconico che sembra voler interessarsi, come per la città, di troppe cose, perdendone di vista alcune e invece dall'altra parte avendo delle buone intuizioni quasi tutte rese al meglio dall'ottima scelta di cast.
Come per 7 psicopatici tutti cercano pace e riposo nella loro vita travagliata, tra redenzione, riposo e tranquillità. Elementi assurdi e in totale contrapposizione con le vite di chi ha deciso di privarne altre per soldi. Un film che mano a mano apre altri spiragli, alcuni tragici come il senso di colpa legato all'omicidio di un bambino, ma soprattutto inserisce una donna come metafora e simbolo della speranza e dell'amore. Per certi versi un noir che non è propriamente un noir e altri generi che soprattutto nel cinema di McDonagh sembrano rincorrersi e unirsi al contempo.


lunedì 3 giugno 2019

Arrivederci amore ciao


Titolo: Arrivederci amore ciao
Regia: Michele Soavi
Anno: 2006
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Giorgio è un terrorista di sinistra condannato all'ergastolo e rifugiato in un avamposto guerrigliero nel Centro America. Nel 1989, col crollo del muro di Berlino e successive smobilitazioni, Giorgio decide di rientrare in Italia ma soltanto per tornare ad essere un uomo normale. Consegnatosi alla polizia italiana, come da copione e su suggerimento del vice questore della Digos, Anedda, l'ex-terrorista "canta", rivelando i tanti nomi dei suoi vecchi compagni. Scontata una pena minima in carcere, il Codice Penale prevede cinque anni di buona condotta per ottenere la riabilitazione e Giorgio la vuole ad ogni costo e con ogni mezzo. La strada verso la reintegrazione sociale abbatterà vite colpevoli e innocenti. Giorgio non ripara, non risarcisce, non si pone interrogativi morali e i suoi delitti restano senza castigo

Soavi è uno dei registi contemporanei più interessati e capaci sul territorio.
Bastano pochi film per capire che il regista nostrano abbia i numeri come Dellamorte dellamore
In questo caso particolare parliamo di un film molto complesso che deve dalla sua una scrittura che ha avuto diverse mani da cui trarre materiale del romanzo di Massimo Carlotto che non ho letto.
Mi ha ricordato per certi versi nella messa in scena il film di Incerti Complici del silenzio
Soavi continua a prediligere il cinema di genere inserendo tutto il suo cinismo e la sua violenza all'interno della pellicola, facendo fare i salti mortali ad un cast funzionale dove Boni può togliersi le catene e urlare tutto il suo disagio espresso con la sua carica fisica ed emotiva.
La volontà e il bisogno di fare cinema per Soavi si vede fin dalle prime inquadrature per un autore purtroppo relegato ad essere un mestierante per fiction italiane imbarazzanti dove l'esperienza si nota subito. Qui gli esiti estetici sono per fortuna meno televisivi rispetto alla porcheria che gli tocca girare per la Rai, come addetto ai lavori, cercando di andare oltre, sovvertendo le regole dell'appiattimento stilistico e cercando di osare qualcosa di nuovo che il nostro cinema sembra aver dimenticato.



venerdì 8 febbraio 2019

Piercing


Titolo: Piercing
Regia: Nicolas Pesce
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Reed, marito e padre finge con la moglie una trasferta di lavoro ma in realtà si prepara meticolosamente a una serata sadomaso, che prevede di concludere con l'eliminazione fisica della prostituta con cui ha appuntamento, Jackie, già dotata di spiccate tendenze autolesioniste. Nella camera d'albergo in cui si incontrano, infatti, il programma non procede come previsioni.

Piercing è il classico film indie che quando cominci a vederlo pensi alle furbizie del regista, al fatto che la storia in fondo non è così enigmatica come sembra e poi arrivi alla fine, qualcosa non torna e tu dici, wtf? Ma nel frattempo quello che hai visto ti è piaciuto. Molto pure.
E'un film strano, un'opera che cerca di provocare e ci riesce, spiazzandoti proprio dove credi di essere particolarmente abituato.
Pesce è un regista che sa fare il suo mestiere, lo ha dimostrato con la sua opera prima, un horror atipico, e con questo film, dimostrando di saperci fare, è stato rapito dalle lobby che lo vogliono per il remake di THE GRUDGE.
Ok sperando di non essercelo perso, questo film tratto da un'opera del malatissimo Ryu Murakami, ha dalla sua dei cliffangher clamorosi anche se rischiano di diventare macchinosi per l'uso che il regista ne fa, ricorrendo spesso allo spiazzamento (quello che sta succedendo è davvero reale?)
La particolarità dei personaggi è come in Venere in pelliccia di mostrare piano piano ognuno il loro reale potenziale, destrutturando in un attimo quanto abbiamo appena visto.
Il primo atto diciamo che è semplicemente perfetto. Abbott con la sua mimica centra perfettamente il protagonista e lo rende vittima e carnefice in un gioco sadomaso che non mi era mai capitato di vedere così bene e allo stesso tempo così ironico pur tagliando e sanguinando apertamente.
Piercing è un gioiellino squisito, che spero venga assorbito come deve dai fan del cinema di genere e spero infine che Pesce, a parte questa entrata nell'olimpo della merda, riesca a rimanere coi piedi per terra.
E'vero che nel film le citazioni sono tante e importanti ma al di là di questo fattore, la storia c'è, non ha bisogno di fronzoli per renderla funzionale, ma invece approfitta del pervasivo e poderoso contributo del music supervisor Randall Poster omaggiando tanti film degli anni '70, dove il film di Argento fa da padrone.




sabato 10 novembre 2018

Hap & Leonard


Titolo: Hap & Leonard-Season 3
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 6
Giudizio: 4/5

In questa nuova avventura Hap e Leonard vanno a Grovetown, una città che più razzista non si può, a cercare Florida, fidanzata del loro amico poliziotto Marvin Hanson ed ex di Hap. Florida si è recata lì per indagare sul suicidio di un ragazzo di colore avvenuto in carcere ma da giorni non dà notizie di sé.

La terza e ho paura ultima stagione di Hap & Leonrad manco a dirsi è la più straziante.
Sundance Tv ha detto che questa è l'ultima, ma io spero nei miracoli e chi lo sa magari Lansdale, Mickle e D'Amici, riusciranno a trovare qualche folle che produca le gesta dei due anti eroi più interessanti degli ultimi anni.
Bisogna fare una premessa. E'difficile condensare il pulp e l'azione di Lansdale su cellulosa.
Prego sempre Satana che prima o poi vedrò su grande schermo LA NOTTE DEL DRIVE-IN ma comincio a pensare che rimarrà solo un sogno, oppure nella malaugurata ipotesi che diventi un trappolone commerciale, spero che rimanga il best seller che è.
Hap & Leonard vivono ormai da anni in qualcosa come svariati romanzi e appunto per chi non fosse un fan accanito dello scrittore texano come me, la serie potrebbe rivelarsi abbastanza noiosa anche se parlo per le prime due stagioni, mentre questa merita davvero un encomio particolare per la gestione di tutta la matassa, per come viene dipanata la storia e soprattutto della spinta propulsiva che dimostra.
Innanzitutto la coppia di attori qui è rodata più che mai, ma soprattutto non manca nulla, dall'azione (che nelle precedenti stagioni a volte era proprio poca), al noir, al dramma, al mistery, al grottesco, al tema sempre scottante del razzismo, e a tanti altri elementi favorevoli, dove finalmente gli antagonisti e i villain riescono ad essere credibili.
Il Mambo degli orsi è un libro stronzo con una storia avvincente che ci porta a calci in culo nella Gomorra degli xenofobi. Una città, nella sempre più inquietante America, dove davvero bisogna avere paura dal momento che si rischia di avere tutti, ma proprio tutti, contro se il colore della tua pelle non è a stelle e strisce.
Narrata per la quasi totalità come un lungo flashback, questa terza stagione non nasconde proprio nulla, partendo con una storiella niente male che richiama alcuni racconti dello scrittore sui musicisti jazz, sul voodoo (D'Amici che interpreta il Diavolo mi ha fatto sorridere) e su tante storie che ci piace sentire per poi accostare il tutto con il romanzo sopra citato.
Il finale è davvero disperato ma l'elemento che più mi ha colpito e che come dimostrano i primi frame degli episodi, la coppia di amici piange, si dispera. Davvero ha visto l'abisso dell'odio razziale e non solo. Sono stati tirati dentro e sputati fuori a calci in culo con le ossa e le costole rotte.



Sweet Virginia


Titolo: Sweet Virginia
Regia: Jamie M.Dagg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In una piccola cittadina dell'Alaska, un ex star del mondo del rodeo fa amicizia con un ragazzo. Non sa che è proprio lui il responsabile di un omicidio che ha scosso la comunità.

Sweet Virginia è un film con John Bernthal.
Parto citando il nome dell'attore, che di solito non faccio mai, perchè è lui l'epicentro della storia o meglio è colui che riesce a portarsi sulle spalle tutto il peso del film come ha dimostrato in altre pellicole dal momento che qui nonostante le buone intenzioni ci sono degli sbadigli importanti.
Un attore molto fisico, un fisic du role, ma anche un attore molto drammatico che ha saputo caratterizzare e dare spessore a personaggi che altri attori avrebbero interpretato alla solita maniera.
Siamo di nuovo in America, quella selvaggia, dove la giustizia è affar proprio e la vendetta personale o i killer spietati (contractors) si muovono all'interno di locali notturni uccidendo a sangue freddo.
Il secondo film di M.Dagg, pur senza trovarci di fronte a niente di impressionante e suggestivo, ha comunque dei lati essenziali che danno prova di come nell'intricata matassa narrativa, la vicenda procede per frammenti diegetici, mostrando diversi personaggi e diverse storie in un'alternanza che non convince sempre ma che alla fine funziona.
Una violenza senza fine, quasi misteriosa e nascosta o taciuta, in cui non tutto riesce a quadrare perfettamente, dimostrando la volontà, ma non la completa riuscita di un noir di stampo indie che cerca di procedere per accumulo e finire con un climax finale di violenza e di scontro a fuoco tra due personaggi che seppur sulla carta sembrino molto distanti, in realtà hanno diversi fattori in comune e la loro battaglia dipende anche da questo.



lunedì 17 settembre 2018

Euthanizer


Titolo: Euthanizer
Regia: Teemu Nikki
Anno: 2017
Paese: Finlandia
Giudizio: 3/5

Alle soglie di un bosco fitto e scuro vive Veijo. È un uomo misterioso e non ha molti amici, ma tutti lo conoscono: è il temuto "euthanizer", che nel buio della sua officina offre un'alternativa economica all'eutanasia delle cliniche veterinarie. Veijo non ama le persone, ma ha una forte empatia per gli animali e vive seguendo un codice etico proprio.

Il film di Nikki ci porta nei boschi finlandesi dove chissà cosa può succedere o chi ti puoi trovare di fronte come in questo caso membri di organizzazioni neo-naziste.
In Euthanizer i personaggi sono quasi tutti nichilisti e misogini, a partire dal protagonista dal cuore tenero, come Veijo che preferisce gli animali agli umani. Come dargli torto quando un proprietario vuole sbarazzarsi di un cane sano e scondinzolante e portando praticamente il nostro anti eroe a dover fare la scelta che decreterà l'intento del film di diventare presto, scoperte le carte, un solido thriller con il sotto testo del revenge movie che negli ultimi anni va sempre più di moda.
Se non altro qui geograficamente i posti sono abbastanza insoliti e poco fotografati dal cinema, in più il cast è molto convincente e alcune scene sanno essere molto crude senza essere mai scontate e senza regalare nulla soprattutto per quanto riguarda la vendetta ai danni delle persone.
Veijo è un uomo affetto da molte psicosi che vive in una regione povera e periferica dove ad un tratto vive una storia assurda e solo a tratti romantica con un'infermiera molto più giovane di lui e che si alterna per tutti e tre gli atti con la ricerca dei mandanti e della vendetta del suo protagonista.
Nikki alla sua terza opera è un filmmaker autodidatta che ha diretto, scritto, montato e coprodotto, questo intenso noir che sconfina nella black comedy e nell'exploitation dove il suo protagonista, Matti Onnismaa, ha qualcosa come più di 150 film all'attivo.
Interessante come in un'intervista abbiano chiesto a Nikki che se specialmente in un film americano, qualcuno massacra un'infinità di persone, nessuno dice niente, ma se viene ucciso un cane, allora tutti protestano. Partendo da questo pretesto il regista ha detto che se vuoi rendere un personaggio davvero cattivo, devi fargli uccidere un cane così lui ha giocato con questo cliché caratterizzando un personaggio, dotato di una sua umanità, che fa qualcosa che nessuno spettatore vorrebbe mai vedere, anche se gli animali a cui toglie la vita sono malati e portandoti sempre al limite con pistole puntate contro qualche muso dolce e sorridente

venerdì 5 gennaio 2018

Permesso-48 ore fuori

Titolo: Permesso-48 ore fuori
Regia: Claudio Amendola
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Dal carcere di Civitavecchia escono con un permesso di 48 ore 4 detenuti: Rossana, 25 anni, arrestata in aeroporto per traffico di cocaina; il cinquantenne Luigi condannato per duplice omicidio che ha già scontato 17 anni di pena; Angelo, venticinquenne finito in prigione per una rapina compiuta con complici che non ha mai denunciato; Donato, 35 anni, condannato pur essendo innocente. Le due giornate verranno utilizzate da ognuno di loro per cercare di ritrovare e ritrovarsi nelle realtà che hanno lasciato da tempo.

Secondo voi vendetta ed espiazione secondo la politica di Amendola cosa vogliono o possono dire?
Poco o nulla. 48 ore fuori pur avendo uno schema corale con ben quattro storie non ne azzecca una, o meglio forse quella di Angelo o Rossana non saprei.
Sicuramente le storie di Argentero e lo stesso Amendola paiono avvolte nel fumo di un noir che non riesce a crescere con una storia che è un luogo comune in tutte le sue parti.
Il problema più grosso al di là di una prova attoriale che non sempre risulta bilanciata (Argentero in versione Fight Club può piacere giusto allo stuolo di fan ma è inguardabile dal punto di vista della realisticità del personaggio) è proprio la sceneggiatura scritta con Roberto Jannone e con Giancarlo De Cataldo due nomi interessanti ma che sembrano puntare sull'effetto lacrimuccia e altri espedienti davvero insopportabili.
E'un peccato perchè lo sforzo si vede anche se è un film che vuole essere troppo marcatamente americano ma Amendola non è Placido e il risultato si vede subito girando come i Vanzina dei tempi d'oro. Un film di genere dovrebbe calarsi meno sugli attori cercando di lavorare di rarefazione, ambienti, atmosfera e un senso di perdizione onnipresente.


venerdì 8 dicembre 2017

Al massimo ribasso

Titolo: Al massimo ribasso
Regia: Riccardo Jacopino
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: 35° Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Uno spregiudicato quarantenne vive garantendo l'assegnazione delle aste alla malavita. Non si sa come, ma conosce sempre l'offerta più bassa, il che inquina il mercato e manda in rovina cooperative e piccoli imprenditori. Ma un giorno si trova di fronte alla questione, squisitamente etica, della scelta. Cinema civile, coraggiosamente prodotto da una cooperativa sociale torinese, con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte.

Al massimo ribasso è il secondo lungometrgio prodotto dalla cooperativa Arcobaleno di Torino con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte e Rai Cinema dopo l'indie e l'esordio di 40%.
Un noir o meglio un fanta-noir con un piede nella critica alle gare d'appalto truccate e con una realisticità che abbraccia il cinema d'autore e una sotto-storia che strizza l'occhio al cinema di genere senza però renderlo esageratamente inverosimile ma dotandolo di una metafora di fondo importante.
Il risultato del secondo film di Jacopino è per certi versi bizzarro. Di sicuro a livello tecnico il film vanta un salto di qualità in avanti notevole per quanto concerne la messa in scena, la fotografia, il montaggio e la post produzione. Anche per quanto concerne il cast il film ha voluto puntare su volti leggermente più noti anche se sempre presi dall'hinterland dell'indie torinese.
Eppure se da un lato 40 % aveva quella vena e quel taglio così indipendente e quasi "amatoriale" vinceva sicuramente sotto il punto di vista empatico, elemento che questo film sembra dimenticare pur appartenendo e rispettando le regole del noir che di fatto non abbracciano appieno sentimenti ed emozioni per rendere quel taglio più cupo e freddo.
In fondo sono scelte e così anche i raccoglitori della Cartesio vengono sostituiti con attori improvvisati o figuranti che seppur in gamba (ma non tutti di certo) non lasciano quelle emozioni e quel senso di realisticità e amatorialità che hanno saputo rendere al meglio mostrando tutte le loro fragilità in momenti di cinema popolare molto forte e toccante.
Al massimo ribasso è la condizione o meglio la metafora che per chi lavora come il sottoscritto e tanti altri all'interno delle cooperative, scoprendo di giorno in giorno quanto queste realtà spesso rischino di venir sostituite da società senza più avere quello spirito umano con cui è nata l'idea stessa di cooperativa.
Arcobaleno-Segnali di senso aggiunge un'altra tacca al panorama del cinema indipendente italiano, dimostrando coraggio, mettendosi in gioco con un film forte, duro nel suo voler essere politico e di genere, vincendo sicuramente alcune sfide come ad esempio una maturità tecnica, perdendo però quella semplicità e armonia che ha fatto diventare 40% una piccola chicca dell'indie italiano tutto virato al sociale.




domenica 3 settembre 2017

City of Tiny Lights

Titolo: City of Tiny Lights
Regia: Pete Travis
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La pellicola è ambientata nella multiculturale e contemporanea Londra, dove niente è quello che sembra. Tommy Akhtar è un fan del cricket, un figlio devoto e un investigatore privato fannullone. Il suo ufficio si trova sopra una ditta taxi di taxi, gli piacciono l'alcol e le sigarette, ed è fortemente cinico. Tommy, una mattina, trova una prostituta di alta classe, Melody, in cerca di aiuto. Vuole che trovi la sua amica Natasha, che è stata vista l'ultima volta mentre incontrava un nuovo cliente al bar Mayfair. Non ha molta fortuna nella ricerca di Natascia, ma trova il cadavere di un uomo d'affari pakistano Usman Rana, e prima di rendersene conto, viene coinvolto nel pericoloso e sinistro mondo del fanatismo religioso e degli intrighi politici.

L'ultimo film di Travis dopo alcuni esordi non proprio gratificanti e un paio di film azzeccati, trova qui di nuovo nell'indi e nella produzione low-budget, i canoni e i criteri per sviluppare il suo ultimo poliziesco quasi tutto in esterni per i quartieri di Londra.
Un'opera artigianale, un noir con un'atmosfera cupa e contemporanea dove il nostro improvvisato investigatore deve in due ore di film risolvere un caso di quelli scomodi e con intenti politici alle spalle e una corruzione che come sempre abbraccia parte delle proprie amicizie.
Il risultato è una regia tecnicamente mediocre che cerca di inquadrare al meglio le mille sfumature in cui il film s'addentra quando più si avvicina al climax. Una fotografia che cerca di fare il possibile senza colpi di genio ma con quei rallenty forzati e cambi di luce repentini anche se lavora con due colori freddi molto accesi per quasi tutto l'arco della narrazione. Un finale abbastanza scontato e un manipolo di attori che cercano di fare il possibile con Riz Ahmed in un ruolo da protagonista, non facile, ma che cerca di convincere il più possibile.
Interessi, capitali, amicizie, tutto piano piano emerge nel film, con i flussi di ricordi e i tasselli che si incastrano con una facilità disarmante accompagnati da una colonna sonora a tratti interessante.
Basato sul romanzo omonimo del co-sceneggiatore Patrick Neate, il film è un ritratto unico di una Londra contemporanea narrata come una brulicante metropoli multiculturale dove nulla è come sembra. Nel finale pur avendo alti e bassi soprattutto legati al ritmo e alcuni dialoghi della sceneggiatura, avrebbe forse giovato qualche colpo di scena in più e un secondo atto più sintentico.


giovedì 3 agosto 2017

Ugly

Titolo: Ugly
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2013
Paese: India
Giudizio: 4/5

Shalini è sposata con Shoumik, violento e autoritario capo della polizia, che detesta il precedente marito Rahul, attore squattrinato. Un giorno in cui la piccola Kali, figlia di Shalini e Rahul, è con il padre, questi la lascia da sola in macchina; quando torna la bambina è scomparsa. Si scatena la caccia al rapitore, ma rispetto alla volontà di ritrovare Kali sembrano prevalere le vendette personali e i conti in sospeso da risolvere.

Ugly è un thriller indiano passato in sordina alcuni anni fa e proiettato infine al TFF.
Un film controverso e disturbante che parla del lato nascosto dell'India, o meglio di alcuni lati oscuri e del livello ormai inquietante di corruzione che attanaglia la città ponendo in primis l'inefficenza delle forze dell'ordine indiane.
Proprio le istituzioni vengono criticate in una galleria di personaggi tutti in fondo meschini, scelte e ambientazioni degradate quanto lussuose ponendo come fatto sociale rilevante la disuguaglianza che affligge questo paese.
Un thriller vitale e dinamico che nelle sue due ore di durata non si ferma mai, in un viaggio alla scoperta di se stessi, di un paese che finalmente racconta anche storie cruente abbandonando per un attimo il contesto e l'ironia bollywoodiana. Kashyap va ancora oltre con una messa in scena ottima, un gran ritmo, un montaggio attento e delle buone scelte di camera oltre che prediligere il cinema di genere in un crime story che non si vedeva da tempo. Lo stesso cast vede alcuni attori affermati nel vasto panorama delle produzioni indiane. La critica come dicevo non si limita solo ai rapimenti di bambini (una realtà scioccante se qualcuno ha voglia di interessarsi alla vicenda) trattando però tutte quelle dinamiche che sembrano proprio nascere dal contesto culturale, in cui vediamo le forze dell'ordine che sembrano alimentate da una profonda diffidenza per i cittadini, le donne lasciate in casa a bere che non sanno come passare le giornate, una cultura in fondo sempre più misogina e in tutto questo amici che rischiano la propria vita e la propria dignità per aiutare il prossimo e un finale davvero pesante che conferma l'ottimo lavoro di sceneggiatura, nonostante alcune piccole defezioni durante l'arco temporale della storia.



giovedì 15 giugno 2017

Ardenne

Titolo: Ardenne
Regia: Robin Pront
Anno: 2015
Paese: Belgio
Giudizio: 4/5

Dopo aver commesso un crimine, Dave scappa via con la fidanzata di suo fratello Kenny, Sylvie, mentre proprio Kenny viene arrestato e trascorre in prigione quattro anni. Quando Kenny torna libero, sforzandosi di restare sulla retta via, Dave e Sylvie vivono insieme ma lottano per mantenere segreta la loro relazione. Ben presto, il passato tornerà a bussare alle loro porto e, pur di fronte al diniego di Sylvie, Kenny non è disposto ad accettare che tra loro due sia finita.

A volte alcuni film soprattutto indipendenti insegnano che basta poco per lasciare il segno.
Ardenne, titolo che attendevo da molto tempo, finalmente è riuscito ad arrivare anche da noi per fortuna ancora senza doppiaggio ( almeno per ora).
Il film di Pront fin da subito non nasconde le sue fonti d'ispirazione che per quanto ci siano all'interno del film, riescono comunque a dare l'idea di uno stile e una ricerca nuova di una forma di cinema autoriale anche se non ancora completa dal punto di vista della messa in scena e della difficoltà ad avere sempre la massima coerenza all'interno degli sviluppi e degli intrecci narrativi.
Una faida familiare, un segreto che non può non portare ad una tragedia (qui i rimandi shakespiriani non si risparmiano) e una piccola galleria di personaggi che riescono subito a creare una perfetta empatia con il pubblico. Belgio, ma più precisamente Le Fiandre e l'Anversa, un luogo cupo e inospitale, un insieme di location tutta grigia e industriale tra pioggia e buio perenne.
Tutto questo, ovviamente nei territori cari al regista, servono per dare subito prova di come Pront conosca benissimo quell'hinterland culturale e il lavoro sui personaggi diventa quasi naturale.
Il pessimismo e l'immobilità di questa cittadina fiamminga porta subito alla paralisi di una cittadina che distrugge ogni tipo di prospettiva portando a enormi problemi legati alla delinquenza ma soprattutto alla tossicodipendenza.
"Il mio film è profondamente legato al territorio, altrimenti non girerei un lavoro di questo tipo. I miei personaggi sono più che reali, ogni giorno apro le pagine dei giornali in Belgio e trovo storie ancor più folli".
Storie quasi reali di vita che spesso e volentieri spaventano ancora di più perchè ci toccano nel profondo.
Il finale di Ardenne è così tragico che mette insieme il pulp tarantiniano e il grottesco dei Coen con una marcia in più.
Senza dimenticare un cast misuratissimo e dei dialoghi che in alcuni momenti lasciano alla deriva sull'impossibilità di poter cambiare vita e intenti ma magari cercando solo di rifarsi una vita e redimersi.
In alcuni casi questa possibilità l'ambiente non sembra proprio permetterlo e Ardenne sembra tastare questo terreno.




martedì 16 maggio 2017

Que dios nos perdone

Titolo: Que dios nos perdone
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Madrid, estate 2011. Nel pieno della crisi economica, il movimento 15-M e un milione e mezzo di pellegrini convivono in attesa dell'arrivo del Papa in una città calda, violenta e caotica più che mai. In questo contesto, gli ispettori di polizia Alfaro e Velarde devono trovare quello che sembra essere un serial killer nel più breve tempo possibile e senza far rumore. Una caccia all'uomo che li costringe a fare qualcosa che non avrebbero mai immaginato: pensare e agire come l'assassino.

Sorogoyen arriva al suo terzo film con un'opera ambiziosa destinata a far parlare di sè almeno all'interno dei festival internazionali. Il perchè è molto semplice. Senza stare a ribadire l'ottima condizione del cinema spagnolo attuale questo intrigante thriller poliziesco, un buddy movie sporco e realistico, narra di una vicenda all'interno di una piccola rivoluzione nella città di Madrid.
Il papa e i fedeli, un serial killer che stupra donne anziane dopo averle uccise e delle dinamiche tra i protagonisti affiatate quanto complesse e drammatiche.
Sorogoyen si concentra prima di tutto sui personaggi regalando splendide caratterizzazioni in cui cerca sempre la complessità per denunciare e cercare di far comprendere l'inferno in cui vivono alcune forze dell'ordine e la loro difficoltà ad accettare le regole e stare nei meccanismi.
Tutto questo viene concepito con uno sguardo appunto rivolto alle personalità che conducono la vicenda, i loro stati d'animo, i loro conflitti interni ed esterni e infine un'amore per tanti autori contemporanei cercando di omaggiarli al meglio.
L'opera di Sorogoyen è un thriller che lascia il segno per la cura in ogni dettaglio. Certo la struttura del thriller è abbastanza canonica con un climax d'affetto ma prevedibile. Il valore aggiunto al di là delle fantastiche location e di un cast misuratissimo dove Antonio De La Torre continua il suo periodo d'oro perfettamente equilibrato dal torello Roberto Alamo, un mix di emotività e rabbia inconscia.

Nel film di Sorogoyen tutti hanno l'animo lacerato di chi ha sofferto molto nella vita. Cerca di scontare la pena e redimersi come può cercando di dare la caccia a qualcosa che si pensa peggiore di noi. Il finale cerca di rispondere proprio a questa domanda.

domenica 26 febbraio 2017

Nona porta

Titolo: Nona porta
Regia: Roman Polanski
Anno: 1999
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Dean Corso svolge, con grande entusiasmo, un lavoro che esige pochi scrupoli, oltre ad una buona cultura e nervi d'acciaio. Cercatore di libri rari per collezionisti, viene ingaggiato del famoso bibliofilo Boris Balkan. La sua missione sarà scovare gli ultimi due esemplari del leggendario manuale d'invocazione satanica "Le nove porte del Regno delle Ombre", confrontarli con l'esemplare, ritenuto unico, di cui è in possesso Balkan, e giudicarne l'autenticità. Corso si dedica a tale ricerca facendo appello alle sue illimitate risorse: tutti i mezzi sono buoni perchè non è permesso fallire.

L'esoterismo, nel bene e nel male, è stato una costante nella vita, registica e non, di Roman Polanski. Dal brutale omicidio della moglie Sharon Tate ad opera degli adepti di Manson fino alla realizzazione di due capolavori, il regista polacco ha avuto a che fare con il diavolo e i suoi derivati in più occasioni.
Ma diciamo la verità. Un investigatore di libri in un contesto horror magico con richiami satanisti e un'atmosfera esoterica è quanto di meglio uno spettatore possa chiedere. In mano poi a uno dei più grandi registi della storia del cinema la risposta è ovvia.
Un cult, non un capolavoro.
The nine gate è un film complesso che cerca di prendersi leggermente meno sul serio rispetto ad altre opere del regista ma che poi controllando meglio, come nei simboli nascosti nel libro, regala più di quanto sembra.
I motivi futili e scenici per cui alcuni critici e una fetta di pubblico lo hanno cestinato è per il semplice fatto che ad un certo punto vediamo volare il demone che protegge Corso e altri momenti, chiamiamoli action, poco sfruttati nel cinema del regista polacco, ma che qui invece hanno una loro funzionalità e peculiarità di fondo.
La Nona porta parla di edizioni uniche e antiche, passate nei secoli di mano in mano, determinando tragedie immani, porte per aprire cancelli per l'inferno, l'inutilità di alcune sette, ricatti e vendette e infine un climax abbastanza avvincente se non fosse, e qui l'unica critica al film, un finale troppo sintetico come se bisognasse chiudere set e produzione da un giorno all'altro.
Deep è funzionale come in tutti i suoi film, è una maschera e nulla più, lottando a tutti i costi per essere scelto da Polanski che poi manco a farlo apposta si è trovato malissimo a lavorare con la star.
Langella e la Olin invece danno prova con personaggi potenti, ambigui e pieni di odio e potere, di dare quella inquietante impressione di come la sete di conoscenza generi mostri scambiandosi battute e infine scontrandosi proprio nel tempio dove si sta svolgendo la cerimonia di evocazione finale.
Il regno degli inferi e l'ossessione che ad un certo punto assale Corso (rapito anche lui dall'occultismo e dalla paranoia perchè il libro che custodisce venga rubato) crea diversi percorsi in cui il protagonista non sa più di chi fidarsi in questa estenuante corsa contro tutti.

Interessante anche se caratterizzato meno il personaggio della Ragazza, interpretato dalla Seigner, che potrebbe essere Lilith così come altri personaggi appartenenti a simbologie e interpretazioni delle più variegate che accompagnano l'uomo verso il suo destino, trovando prima l'estasi totale in una scena di sesso memorabile. Un'ultima nota va per le musiche sinistre di Wojciech Kilar.

mercoledì 15 febbraio 2017

Live Cargo

Titolo: Live Cargo
Regia: Logan Sandler
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: 34°TFF
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 2/5

Nadine e Lewis hanno appena perso il bambino che tanto aspettavano. Nel tentativo di guarire la ferita e ricucire lo strappo che si sta consumando, si concedono una vacanza in una remota isola delle Bahamas, dove la famiglia di Nadine possiede da anni una casa. Un luogo meraviglioso, e per la ragazza carico di ricordi. Ma dietro l'apparente quiete del paradiso tropicale, si nascondono conflitti insanabili e trame ignote: da un lato c'è Roy, l'anziano patriarca che governa l'isola, e dall'altro lo spietato Doughboy, boss del locale traffico di esseri umani, che vorrebbe espandere il proprio giro d'affari. In mezzo il giovane e ingenuo Myron, plagiato da Doughboy e attratto da Nadine. Per la coppia è una discesa all'inferno.

"Una volta c’erano solo la terra e l’oceano, oggi ci sono anche i live cargo (trasporto di esseri viventi), la cocaina e l’erba."
A metà tra Lansdale e Malick, incrociando sulla strada l'ombra di McCarty e i fantasmi di qualche imprecisato film di denuncia sociale, Live Cargo è quel tipico film che aveva tutti gli elementi alla base per conquistare pubblico e critica ma ha invece deluso quasi tutti.
Sandler era presente in sala con tutta la ciurma di amici e conoscenti, produttori e sostenitori. Praticamente la sala era composta per 3/4 dai Sandleriani. Ora al di là degli applausi meritati o meno, l'opera prima del regista bianco che parla di conflitti e dispute tra neri ha tanti bei momenti, una messa in scena cupa e con una fotografia eccellente in b/n che riesce a dare forma e sostanza dove la cinepresa non riesce aprendo verso spazi sconfinati di intensa bellezza.
Live Cargo ha due protagonisti tosti, freschi da un lutto e incazzati neri col mondo con la voglia di riprendere il controllo della vita sulla morte. Elaborando il lutto, conoscono un altro orrore e con tale scempio dovranno confrontarsi. Unire questa psicologia della perdita e della rabbia con i traffici loschi e la tratta di esseri umani è quanto di più ghiotto poteva esserci e il regista sembra crederci per poi farsi prendere la mano da una sorta dii esercizio di stile cambiando binario e spostando tanto sui non detti, sui primi piani, sull'insistenza a seguire compulsivamente i suoi personaggi e arenare la storia che subisce più battute d'arresto narrativamente parlando per finire lasciandoti l'amaro in bocca.




martedì 17 gennaio 2017

L’étrange couleur des larmes de ton corps

Titolo: L’étrange couleur des larmes de ton corps
Regia: Helene Cattet
Anno: 2013
Paese: Belgio
Giudizio: 4/5

Una donna scompare. Il marito indaga sulle circostanze della sua sparizione…

All'apparenza leggendo questa sorta di log-line sembrerebbe la storia e la struttura narrativa più semplice del mondo. Però stiamo parlando del duo Cattet/Forzani, due nomi che forse ai più non diranno molto, ma che nel cinema indipendente e sperimentale hanno un certo peso dopo AMER.
Film particolarissimo con atmosfere e stili di regia complessi e in disuso. Una galleria di citazioni che faranno godere gli amanti del neo-gotico italiano e dei vari Fulci e Argento.
L'indagine che fa da sfondo in questo thriller psichedelico è assurda quanto impossibile da decifrare del tutto e ancor più da raccontare. Il viaggio allucinato all'interno di questo palazzo, l'inferno, dove personaggi si alternano in un vortice sempre più angosciante e stralunato, sembra uscire dalle menti e dagli incubi malati di Polanski e Lynch. Sicuramente L’étrange couleur des larmes de ton corps ha una sorta di orizzonte più lineare rispetto alla pellicola precedente, infatti pur non negando la narrativa classica, ci riporta continuamente in un mondo surreale e straniante concentrato quasi del tutto sull’aspetto visivo, la fotografia, i frame particolareggiati e il montaggio.
Il problema è quando si inizia a mettere assieme i pezzi dopo un ora abbondante, in cui cominci, preso dal fascino delle inquadrature, a non capire più nulla di chi è l'assassino, dei dubbi dell'investigatore e della tenacia del marito.
Alla fine quello che lo spettatore si domanda rapito dalle immagini e proprio l'interesse a sapere chi è il colpevole, a svelare le trame del rapimento o del delitto. L'incidente scatenante comunque ricorda tantissimo il primo racconto poliziesco di Edgar Allan Poe "I delitti della Rue Morge" che al tempo fu una novità assoluta per tempi, modi e idee. E sì perchè come nel racconto del maestro del brivido, anche lì l'appartamento era chiuso dall'interno creando immediatamente un'ambientazione e un interrogativo di immediato interesse.



martedì 27 dicembre 2016

A Conspiracy of Faith-Il messaggio nella bottiglia

Titolo: A Conspiracy of Faith-Il messaggio nella bottiglia
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2016
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Carl Mørck, un ex detective della omicidi costretto a lavorare sui cold case del Dipartimento Q della polizia di Copenaghen, si ritrova a dover far luce sullo strano caso di un messaggio in una bottiglia a lungo dimenticato in una stazione di polizia nella più profonda Scozia. La prima parola del messaggio è "aiuto", scritta in danese e con il sangue. Mørck e la sua squadra realizzano che proveniva da parte di due fratelli, tenuti prigionieri in una darsena in riva al mare. Individuare chi siano i due, capire perché nessuno ne ha denunciato la scomparsa e scoprire se siano ancora vivi, diventeranno i principali obiettivi di Mørck.

Facendo qualche ricerca sono venuto a sapere che questo A Conspiracy of Faith non è l'unico capitolo bensì il terzo episodio della serie Department Q di Zentropa Entertainments, tratta dai thriller di Jussi Adler-Olsen – il quale ha registrato 207.669 presenze durante il suo weekend di apertura, diventando il primo film locale nella storia a superare le 200.000, ovvero a ottenere il record di incassi in Danimarca, una buona notizia sul cinema di genere e sul noir europeo che negli ultimi anni ha saputo consolidarsi ancor più con titoli scomodi e suggestivi come Treatment con cui questo A conspiracy of Faith ha diverse analogie.
E'un noir danese cupo e sofferto, in cui niente è lasciato al caso. Gli ingredienti del film anche se non del tutto originali riescono a coinvolgere grazie ad una buona scrittura, la rigorosa messa in scena e il cast azzeccato. Ingredienti che fanno sempre breccia nella psiche dello spettatore come i rapimenti di bambini, la corsa contro il tempo, i fanatismi religiosi, un killer che non è il classico stereotipo e via dicendo, fino fascinazioni diaboliche e le ambientazioni costiere contando anche che i paesaggi del nord della Danimarca sono piattissimi
Le atmosfere nordiche è l'ottima caratterizzazione dei personaggi, dalla rodata complementarietà fra la coppia protagonista fino a dei buoni colpi di scena, danno la prova di come questo thriller insolito e inedito in Italia, riesca ad andare al di là del tipico prodotto di genere.






giovedì 22 dicembre 2016

Animali Notturni

Titolo: Animali Notturni
Regia: Tom Ford
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Susan Morrow proprietaria di una prestigiosa galleria d'arte, riceve un manoscritto dal marito da cui la separano diciannove anni e un rimosso che emerge prepotente dalle pagine del suo romanzo. Un thriller che avanza nell'orizzonte piatto del Texas e dentro una notte mai così nera e profonda. Una notte che cattura Susan e la inchioda al suo letto, dietro gli occhiali e una vita di apparenze. Perché Susan molti anni prima ha divorziato crudelmente da Edward per sposare Walker, che non sopporta i fallimenti e la tradisce sulla East Coast, perché Susan vive una vita che scivola abulica sulla superficie delle opere che espone. Ma niente ora è più reale di quelle pagine che consuma con gli occhi, svolge col cuore, riorganizza nella testa, risalendo il tempo e la storia del suo matrimonio.

Tom Ford ritorna a occuparsi di solitudine e di storie parallele. A ben sei anni dal suo primo film, crea un'opera ambiziosa e complessa diramata su più piani temporali e storie, ben tre, che girando e rigirando possono sorpendere lo spettatore fino al climax finale.
Un'opera patinatissima, visivamente molto elegante e impeccabile, con un cast perfetto e alcuni protagonisti in ottima forma.
E'un film che colpisce duro, un mix fra David Lynch e Alfred Hitchcock, un sontuoso melodramma dalle forti tinte noir con il quale Ford conferma le eccezionali abilità di narratore e visionario, il quale attacca quella borghesia annoiata e stufa. Tutto questo viene inquadrato in modo da far sembrare tutte le inquadrature sobrie ed efficaci e allo stesso tempo esteticamente visionarie come a mostrare attraverso uno stile minimale il vuoto e la complessità dei suoi personaggi. A partire dalle donne obese vestite da majorette, la critica all'arte come fine a se stessa appartenente solo ai ceti alti e all'aristocrazia di Los Angeles, il regista riduce i movimenti di macchina allo stretto necessario trovando e modellando una trama che si sposa con la sua idea di cinema, che non è generosa ma vive di coerenza stilistica.
Il giudizio sul comportamento dei suoi personaggi viene condannato dal regista che di fatto gli relega a vittime di loro stessi, del loro gioco perverso e della loro furbizia fine a se stessa.
Animali notturni è di un cinismo tremendo, tutto studiato sulle doppie opposizioni, condanna la miseria della borghesia dall'inaugurazione delle mostre, la cena dolorosissima con una madre che non fa altro che criticare qualsiasi scelta della figlia (il marito di basso ceto), estendendo i problemi fino alla nevrosi metropolitana e la vanità intellettuale degli animali notturni Susan ed Edward.
Ford spinge la marcia su un film che ho trovato a volte sconnesso e in fondo una rilettura e un approfondimento su una struttura che non colpisce di certo per l'originalità ma invece per lo spessore interpretativo. Un horror vacui di chi, arrivato all’ultima pagina di una vita “altra”, infinitamente più interessante, deve infine rientrare nella propria.