Visualizzazione post con etichetta Netflix. Mostra tutti i post
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venerdì 2 agosto 2019

Point Blank


Titolo: Point Blank
Regia: Joe Lynch
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'infermiere Paul si trova in ospedale quando la moglie incinta viene rapita sotto i suoi occhi. Quando scopre che un pericoloso criminale, Mateo, è proprio il responsabile del crimine. Se vuole rivedere la moglie viva, l'infermiere dovrà sconfiggere il criminale nel suo perfido gioco.

Joe Lynch è il mestierante addetto all'ennesimo remake di un action che ha due film in questione entrambi validi e notevoli. La scelta non poteva che rivelarsi più funzionale dal momento che Lynch gira perfettamente le scene d'azione alternando montaggio e immagini in una formula già rassodata con i suoi precedenti film: Everly, Mayhem, Chillerama e Knight of Badassdom.
Il film poteva essere un unico piano sequenza action tra inseguimenti, sparatorie, scene d'azione, regolamenti di conti, doppio gioco, poliziotti corrotti e altro in un buddy dramedy d'azione.
Pochi elementi, una chiavetta usb, due fratelli delinquenti dal cuore tenero, un infermiere e una moglie incinta tenuta in ostaggio per tutto il film.
Fila via veloce, con un ritmo esagerato, tanta carne al fuoco, insegue stereotipi a gogò e infatti il talento e le scelte di script e una sceneggiatura molto stereotipata sono gli unici elementi deboli di un film che rimane puro intrattenimento ma è molto lontano dai film del regista in cui non opera per commissione.
Grillo è funzionale anche se in più riprese sembra Chev di Crank, meno forse Mackie, su tutto però pesa un particolare difficile da mettere da parte ovvero la scarsa caratterizzazione, gli obbiettivi e gli intenti soprattutto del protagonista che rendono piatti e inconsistenti i ruoli e il loro modus operandi a volte davvero anomalo come Paul che non sembra soffrire particolarmente per le sorti della moglie incinta. In più anche l'incidente scatenante con il fratello criminale che sceglie Paul sembra davvero senza senso.



giovedì 4 luglio 2019

Perfection


Titolo: Perfection
Regia: Richard Shepard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Charlotte, fenomenale ma problematica strumentista ossessionata dalla ricerca della perfezione, si mette sulle tracce del suo mentore avvicinandosi a Elizabeth, la sua nuova pupilla, per uno scopo tanto enigmatico quanto sinistro. L'incontro farà scivolare i due prodigi della musica in una sinistra spirale con conseguenze scioccanti.

Perfection è il thriller che non ti aspetti. Un film sfacciato con le palle.
Un paio di attrici di cui una è la protagonista dell'esordio di Peele e dunque la bella e indimenticabile Allison Williams.
Musica, revenge movie, thriller psicologico, individui talentuosi, saffismo a profusione, rivalità striscianti, arti mozzati, salti temporali, doppelanger e una chiusura prevedibile ma decisamente efficace.
Il problema dei thriller d'oggi a differenza dei maestri della nuova Hollywood che hanno saputo ridare enfasi al genere, è quello di mettere troppa carne al fuoco con il risultato che spesso il finale soffre di lacune e sotto trame che non venivano risolte a dovere il che però non significa non regalare finali aperti o libere interpretazioni.
Perfection prima di tutto sceglie una storia originale dove il climax finale ovviamente non potrà esimersi dall'aver puntato anche lui sull'inverosimilità nelle mosse finali e nel tentativo di incastrare perfettamente tutti i tasselli su un paio di tematiche abusatissime come lo stupro e l'omosessualità. Rimane invece davvero d'effetto e con una profondità negli intenti che in questo caso possiamo citare Aronosfky nel devastare fisicamente e psicologicamente le sue protagoniste e la mutilazione in questo rimane un'arma infallibile.
Qui l'occhiatina è proprio su uno dei maestri della nuova Hollywood, De Palma su tutti, dove però Shepard sembra aver messo una marcia più veloce e più spinta per unire sotto generi apparentemente inconciliabili e esplodere con tanti elementi e non accessori di decoro che aiutano a rendere dominante il conto finale.
Perfection disturba, ha un ritmo fondamentale per la sua riuscita, non perde mai un minuto ma rimane sempre sui binari giusti per l'intrattenimento e riesce a far ragionare ponendo dubbi e colpendo forte allo stomaco con alcune scene indimenticabili.



domenica 28 aprile 2019

Spietato


Titolo: Spietato
Regia: Renato de Maria
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Santo Russo, è un giovane calabrese che finisce ancora adolescente a Buccinasco, dopo che il padre è caduto in disgrazia con la 'ndrangheta. Qui cerca di mimetizzarsi, impara l'idioma locale e, trascorso ingiustamente un periodo in carcere, inizia a farsi strada nella criminalità. Le cose gli vanno bene, ma solo fino a un certo punto, tanto che si reinventerà come imprenditore, ovviamente con le mani in pasta in affari sporchi e pure coinvolto nel traffico di eroina. Santo sembra avere tutto, compresa un'artista come amante che lo circonda della bella società, ma la moglie molto cattolica inizia a capire chi ha sposato davvero...

De Maria dopo anni torna a collaborare con Scamarcio (un attore che negli ultimi anni ha dimostrato margini di miglioramento) con il risultato di omaggiare il crime movie/polizziottesco all'italiana (Lenzi e Fernando Di Leo) in un film godibile ma che lascia l'amaro in bocca.
Sembra una tipica prova di stile ad effetto con tanti accessori interessanti ma che si dimentica presto senza far luce o riflettendo su nulla, ma lasciando il crime movie come immagine di copertina e basta, lasciando così ai posteri temi come quelli della nevrosi della società contemporanea, lo stress della vita moderna, l'alienazione e il lavoro, tutti mali che andavano già delineandosi tra la classe operaia e esponenti di un ceto medio logorato di cui ancora non si parlava tanto e in cui Santo si sente di doverne far parte. Qui è tutto molto più semplice. Santo sceglie la vita criminale perchè più redditizia e perchè non vuole fare la fine del padre (visto come il fallimento da cui prendere esempio)
Santo Russo è solo l'ultimo di una galleria di criminali a cui il cinema ha saputo regalare volto e performance, intenti e progetti nonchè stili di vita e tutto quanto il resto.
Due ore di azione, dialoghi che vengono masticati velocemente senza lasciare alcuna riflessione, un divertissement ovvio, con una scenografia che fa da padrona e una buona prova attoriale.
Altro non c'è da dire. Lo spietato conferma la fretta e il bisogno di Netflix di impossessarsi di un nutrito stuolo di prodotti per abbellire un catalogo che ogni mese deve essere il più appetibile possibile.
La metafora del supermercato per me rimarrà sempre la più funzionale per spiegare Netflix.
Viene doverosa la domanda o il confronto se rispetto al cinema anni '70, che ripeto De Maria omaggia in primis con la colonna sonora, lì almeno veniva denunciato un certo abuso di potere, la mano dura delle istituzioni, la lotta criminale, qui invece sembra tutto eccessivamente tirato, la sceneggiatura è piatta e si vede che nella fretta si è cercato di sopperire a tanti limiti della pellicola.
L'intrattenimento, quello c'è, ma tutto il resto è lasciato alle smorfie di Santo/Scamarcio che sembra essere diventato dopo la collaborazione con Sorrentino e l'aiuto della Golino e della Tedeschi l'attore di punta italiano assieme a Borghi (il quale immeritatamente gli ha soffiato il David di Donatello).



lunedì 22 aprile 2019

Revenger


Titolo: Revenger
Regia: Lee Seung-Won
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Un ex detective determinato a vendicare il massacro della sua famiglia, si reca su un'isola sperduta che funge da carcere e si infiltra nel braccio della morte per pericolosi criminali.

E poi basta attraversare l'oceano finire in Oriente e fermarsi ad un modello di cinema che da noi culturalmente è sconosciuto. I film coreani in particolare hanno un che di spirituale anche quando incontrano il wuxia, le arti marziali o il kung fu movie.
Qui ci troviamo di fronte ad un'importante produzione distribuita da Netflix e firmata da quel talento di Lee-Seung Won che si approccia per la prima volta a questo cinema di genere.
Il risultato è potente almeno quanto quell'altra chicca che rispondeva al nome Aknyeo-The Villainess
Qui a differenza dell'eroina che avrebbe avuto tutti i numeri per prendere a calci nel culo Oh Dae-su, abbiamo un altro mostro delle arti marziali capace invece di prendere a calci nel culo Donnie Yen, e parliamo dell'ex stuntman cinquantenne Bruce Khan che a quanto pare si è prodigato a scrivere anche il plot.
La storia è di una banalità sconcertante e non starò a ripeterla, leggetevi la trama, ma è tutto il resto ancora una volta a regalare grande prova di intrattenimento e azione a gogò.
La location, una realtà distopica, i condannati più pericolosi che vengono confinati in un'isola al di fuori dal mondo dove vengono lasciati allo stato brado e senza alcun modo per far ritorno sulla terraferma. Anche se già vista, la trama e le aspettative conservano sempre una certa dose di fascino perchè sapremo che ne vedremo delle belle con tutti i villain e i bifolchi possibili e immaginabili.
Indonesia e Corea si aggiudicano il premio sugli action di arti marziali. Il primo per cattiveria, violenza e crudeltà, mentre il secondo per virtuosismi, inconfondibile stile e spiritualità.

sabato 20 aprile 2019

Triple Frontier


Titolo: Triple Frontier
Regia: J.C.Chandor
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Santiago è un militare americano con addestramento d'élite che lavora per una compagnia privata in Colombia, dove pianifica un assalto a un ricco narcotrafficante. Per realizzarlo collabora con la bella Yovanna, che svolge alcune consegne per il narcos ed è entrata nella sua villa. Inoltre, con la promessa di evitare vittime civili e di consegnare parte del bottino alla CIA, Santiago torna negli Stati Uniti per reclutare i suoi ex commilitoni, che non se la passano benissimo. William insegna alle reclute, suo fratello Ben combatte nel giro delle MMA, il pilota Francisco è nei guai con la legge e il loro leader, Tom, è divorziato e preoccupato di non poter garantire un futuro sicuro ai propri figli. Santiago avrà gioco facile nel convincerli a partecipare all'avventura.

Triple Frontier è il tipico film che ti piazza una smorfia sul viso prima di vederlo.
Partendo dagli attori: Oscar Isaac ormai è come il prezzemolo nei film (ovunque) funzionale ma nulla più, Affleck ormai è il fantasma di se stesso alcolizzato e gonfio come se lo avessero preso a cazzotti, Hunnam rimarrà sempre Jax nei cuori degli amanti della serie cult ( e finora l'unico ruolo davvero che gli è rimasto impresso), infine Hedlund che sta provando come biondino a ritagliarsi qualche ruolo importante e infine la regia di J.C.Chandor, che diciamolo pure, confeziona il suo film migliore dopo aver dato prova di saper fare del buon cinema con il survivor di All is lost
(Redford contro le forze della natura).
Qui cambia scenario, lo schema è corale, c'è tantissima azione, i cartelli, il mondo della droga, la corruzione, alcune location riprese con una fotografia splendida in grado di risaltarne i colori (parlo del confine tra Paraguay, Argentina e Brasile).
E poi quando ti aspetti l'aspetto perturbante reazionario dietro l'angolo, il film invece fa un rovescio della medaglia dimostrando come i veterani di guerra sono servi usati dal governo per i loro scopi e poi lasciati a invecchiare o morire dentro ospedali o a darsi alla droga o all'alcool.
In questo caso in mezzo ad una giungla senza aiuti e smarriti negli ideali come negli intenti e dove la bandiera a stelle e strisce non serve più, dovranno cavarsela da soli spesso scontrandosi e dovendo purtroppo sapere che mettersi contro un cartello significa morte certa.
Triple Frontier inoltre, altro elemento a favore del film, è stato scritto dallo sceneggiatore, nonchè il giornalista Mark Boal (ZERO DARK THIRTY, HURT LOCKER, DETROIT, NELLA VALLE DI ELAH) praticamente colui che ha reso possibili gli ultimi importanti film della Bigelow, la quale avrebbe dovuto dirigerlo lei inizialmente il film.




giovedì 11 aprile 2019

Bird Box



Titolo: Bird Box
Regia: Susanne Bier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Malorie, incinta al nono mese, è tra i pochi sopravvissuti a una serie di suicidi di massa che ha decimato la popolazione mondiale. Barricata in una casa insieme ad altre persone, la donna cerca di elaborare una strategia per sopravvivere in un mondo in cui basta tenere gli occhi aperti per morire. Una madre deve portare in salvo i suoi due bambini. Lo deve fare sapendo di non poter contare sulla vista, lo deve fare bendata. Anche i suoi bambini sono bendati ("Se ti levi la benda, muori. Se guardi, muori. Hai capito?"). Insieme, questi tre individui fragilissimi e ciechi devono navigare lungo un fiume, affrontarne le rapide, penetrare un bosco, combattere a colpi di remi, mazze, cazzotti, coltelli e oggetti di fortuna contro nemici naturali e sovrannaturali. Qualcos'altro? Volendo, sì. Anche se il cuore del film è tutto qui.

Negli ultimi anni il sotto genere post apocalittico è stato molto prolifico. Per gli ultimi anni intendo almeno dal 2010 ad oggi, in cui i rumori, i suoni, tutto poteva essere usato come deterrente, una reale minaccia e uccidere nel peggiore dei modi. In questo caso un virus che passa attraverso uno sguardo non è così banale come idea, come insegnava Palahniuk in Ninna Nanna, tutto può spaventare e far riflettere in fondo.
Susanne Bier, una regista che mi piace molto e di cui ho recensito diversi film, si ritrova anche lei a fare i conti con un sotto genere che diciamolo pure sta andando molto di moda ed è profetico per cercare soluzioni narrative originali. Grazie a Netflix esce Bird Box un film sicuramente non brutto, recitato bene, non amo la Bullock, che dura forse troppo scegliendo il lungo quando il materiale poteva portare anche ad una mini serie, altro espediente che negli ultimi anni va parecchio in voga.
La metafora, che non avendo letto il romanzo non posso sapere se è il punto focale, è interessante in un epoca ormai soppiantata dall'ego digitale. Guardare diventa impossibile. Questo elemento azzera i nostri ultimi processi di relazionarsi e di mostrarsi, come in parte avveniva nel Blindness tratto dal bellissimo romanzo di Saramago, portando ad un riflessione e una metafora che nella lunga durata poteva pungere di più senza limitarsi a cercare le solite sotto storie tra personaggi nemmeno così interessanti.





lunedì 11 marzo 2019

Suburra-Stagione 2




Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.
Suburra, la serie, è il prequel del film Suburra diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come Gomorra-Season 3 (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.
10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.


Punisher- Stagione 2


Titolo: Punisher- Stagione 2
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 13
Giudizio: 3/5

La seconda stagione di The Punisher racconterà del conflitto tra il sempre poco incline al dialogo Frank e il suo ex migliore amico Billy Russo. Russo indosserà la maschera che lo ha reso Jigsaw per coprire il suo volto, sfigurato dallo stesso Punitore al termine della prima stagione. Uno scontro tra due personalità fortemente borderline, entrambe disposte a perseguire i propri scopi senza indugiare granché nella clemenza: l’antieroe Frank nella sua battaglia ultra-violenta alla criminalità di qualunque genere e tipo, Jigsaw (da noi conosciuto anche come Mosaico) nei suoi propositi di vendetta proprio contro Castle.

Il sequel della prima serie tv targata Netflix dell'anti eroe stelle e strisce americano, probabilmente deve aver imparato dalla prima gli errori commessi è così riesce laddove quasi ogni speranza era andata persa.
Prima di tutto gli sceneggiatori hanno avuto una bella pensata. Aggiungere un villain.
In secondo luogo hanno fatto uscire completamente fuori di testa il vilain della prima stagione.
Il risultato è quello per cui abbiamo Castle che deve difendere una ragazza da una setta, una sorta di predicatore con un passato agguerrito e tantissima azione e sparatorie.
Non era difficile ma alla fine ci sono riusciti. Castle è un personaggio fisico, farlo parlare troppo mettendolo al centro di una "disputa" femminile in ospedale non segue la realtà dei fatti.
Al di là dell'azione, la stagione a livello di tematiche affrontate affonda maggiormente la lama su diversi intrecci narrativi e rapporti tra i personaggi senza riuscire però ad avere una psicologia dietro questi, così elementare e stereotipata da renderla volgarmente stupida.
Se The Punisher porta sul piccolo schermo personaggi femminili indipendenti, allo stesso tempo rinforza la dicotomia donna-intelligente e uomo-bruto. Tutti i personaggi maschili della serie reagiscono per istinto o morale, sparando, distruggendo cose o urlando, mentre gran parte delle azioni femminili prendono vita attraverso conversazioni e meditazioni su quanto avvenuto.
Le donne sono subdole, mentre gli uomini prendono la situazione in mano e l'affrontano senza fermarsi a riflettere. Tutto troppo deprimente e tagliato con l'accetta.

Punisher- Stagione 1



Titolo: Punisher- Stagione 1
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Episodi: 13
Serie: 1
Giudizio: 2/5

Dopo aver vendicato la morte della moglie e dei figli, uccidendo tutti i responsabili, il pluridecorato veterano del Colpo dei Marine Frank Castle - che a differenza degli altri vigilanti a Hell's Kitchen non ha super poteri ma può contare su una enorme forza fisica, una insormontabile forza di volontà, un'ampia conoscenza delle armi ed eccellenti doti tattiche - scopre un complotto che non coinvolge soltanto la malavita di New York, ma ha radici ben più profonde. Ormai noto nella Grande Mela con l'appellativo The Punisher, Frank deve scoprire la verità su ingiustizie che non riguardano solo la sua famiglia.

Frank Castle che non spara per più di un episodio o non prende a mazzate qualcuno è un peccato.
In più non rispecchia l'indole di questo anti eroe diventato una pietra miliare tra la galleria dei personaggi più cazzuti della Marvel. La fortuna è stata anche quella di indovinare un volto che desse enfasi e sostanza al personaggio con la scelta del buon Jon Bernthal, un attore molto fisico e istintivo che in questo caso aggiunge carattere e muscoli al personaggio.
Il problema di questa prima stagione che dura la bellezza di 13 episodi da un'ora è quella di faticare a ingranare. Manca quasi del tutto l'azione. I personaggi che entrano ed escono, anche se non sono molti, non sono poi così male in particolare Russo, il quale però come lo stesso Frank, ad un tratto sembrano arrivare al capolinea per quanto l'indagine sia inconsistente e i punti deboli siano sempre maggiori. L'antagonista fatica a prendere vita e quando lo fa viene alimentato per ben due stagioni, lasciando spazio a Jigsaw quando i villain del Punitore sono tanti e aspettano solo di essere tirati fuori dalle pagine dei fumetti.
Frank Castle è stato caratterizzato di più e meglio nella seconda stagione di Daredevil-Season 2 di cui questa è uno spin-off. Ho detto tutto.
The Punisher, si basa sul personaggio omonimo della Marvel Comics creato da Gerry Conway (testi), John Romita Sr. (disegni) e Ross Andru (disegni), e così battezzato grazie al contributo dalla leggenda dei fumetti Stan Lee, apparso per la prima volta nel 1974 sul numero 129 di The Amazing Spider-Man.

venerdì 8 febbraio 2019

Velvet Buzzsaw


Titolo: Velvet Buzzsaw
Regia: Dan Gilroy
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Morf Vandewalt è un critico d'arte tra i più temuti sulla scena delle gallerie californiane. Un giorno, quando ormai è convinto di non poter essere più sorpreso da nulla, si imbatte nei quadri di un artista sconosciuto, che la sua amica (e amante) Josephine, assistente della gallerista Rhodora, dice di aver trovato per caso abbandonati in strada. Si tratta di quadri bellissimi, ipnotici e originali, di cui Morf si innamora all'istante. Peccato che le cose non siano andate proprio come le ha raccontate Josephine: quei quadri appartengono a un artista morto, e per nessun motivo al mondo Rhodora li avrebbe dovuti mettere in commercio. Ma che senso ha l'arte, se nessuno la può vedere?

Film che criticano l'arte nel cinema ne abbiamo e non pochi anche se solo negli ultimi anni il cinema sembra aver scoperto questa nuova incursione.
Ci sono quelli più politici, quelli più fracassoni, quelli estetici fine a se stessi e quelli come il secondo film di Gilroy che cercano di essere tutto assieme: grotteschi, ironici, violenti, politici, dal momento che aderiscono perfettamente al cinema di genere.
Il risultato per tutti questi fattori sembra volersi sintetizzare grosso modo in una log line: gli artisti tra i loro tic e paradossi pur di vendere ricorrono a tutto e in quanto tali e ora che qualcuno faccia loro qualcosa. Quindi senza troppi preamboli Vetril Dease diventa il deus ex machina facendo sì che proprio questo egocentrismo e questa avidità porta per forza alla paranoia e al gioco al massacro.
E chi meglio delle stesse opere d'arte?
Strano, per certi aspetti confuso, non torna tutto in questo film. Eppure è assemblato bene, cambia completamente lo scenario come le opere dell'artista morto e maledetto che colpirà con la sua vendetta tutte le iene pronte a cibarsi dei suoi resti.
Con un buon cast, Gyllenhall gli voglio un mare di bene ma bisogna sapergli mettere dei paletti altrimenti esce fuori, riesce comunque a dare quel senso di squallido, immorale, libertino, elegante e sbruffone come la materia richiedeva soprattutto per inquadrare quell'elite borghese e annoiata.
Dal punto di vista tecnico Gilroy infarcisce tutto come deve, rendendolo hi tech e minimal ma allo stesso tempo rendendo molto suggestivo il set up della scena artistica californiana.




Polar


Titolo: Polar
Regia: Jonas Åkerlund
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Duncan, noto nell'ambiente dei sicari come l'infallibile Black Kaiser, è prossimo alla pensione, che vorrebbe godersi in una zona remota e innevata, lontano da tutto e da tutti. Accetta un ultimo incarico, congegnato come una trappola, ma sopravvive senza problemi e nel mentre conosce una giovane con cui inizia un'amicizia. Blut, a capo dell'organizzazione di sicari per cui Duncan ha lavorato per decenni, vuole eliminare gli agenti che come lui sono prossimi al ritiro e non hanno eredi, quindi assegna a una letale squadra il compito di farlo fuori. Ma il Black Kaiser non è affatto un bersaglio facile e lo guerra tra lui e Blut vivrà una continua escalation...

Ci sono film che vanno valorizzati per quello che sono. Prendere sul serio un film come Polar non ha molto senso dal momento che dalla locandina, dal primo frame, tutto è indirizzato verso il puro intrattenimento sdoganato a profusione.
Polar infatti è puro intrattenimento con protagonista il marmoreo Mads Mikkelesen.
Basato su un fumetto diventato poi graphic novel, Polar è un'opera abbastanza folle e affascinante che richiama tutti gli stereotipi e i luoghi comuni dell'action americano dichiarando il proprio amore per l'universo tamarro del cinema e della letteratura pulp, qui virati su una violenza colorata e sgargiante, piena di effetti kitch e tantissimo sangue.
Saturato dall'inizio alla fine con un bel gioco di colori e dei costumi bizzarri, poteva concedersi almeno qualche miglioria per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi.
Polar è così dichiaratamente di genere che fa in modo che l'ironia e l'auto ironia funzionino convivendo nel migliore dei modi, mettendo insieme dinamiche da killer professionista con tecniche più all'avanguardia e ai limiti del non sense, come ad esempio la scena in cui comanda digitalmente dei mitragliatori o dove a petto nudo in piena tundra si mette a fare il cecchino contro i nemici.



mercoledì 6 febbraio 2019

Ghoul


Titolo: Ghoul
Regia: Patrick Graham
Anno: 2018
Paese: India
Stagione: 1
Episodi: 3
Giudizio: 3/5

In una remota prigione militare arriva un nuovo detenuto che il governo ritiene molto pericoloso: è il temuto terrorista Ali Saeed Al Yacoub. Per condurre il suo interrogatorio viene inviata sul posto una donna soldato, Nida Rahim, che ha dimostrato in precedenza abilità e senso del dovere al di fuori della norma, tanto da aiutare le autorità ad arrestare il proprio padre. La giovane agente, però, si renderà conto che il criminale nasconde delle abilità soprannaturali di matrice demoniaca che gli consentono di conoscere i segreti più intimi di tutti i militari nel carcere e di utilizzarli contro di loro. Il terrorista prenderà il controllo dell'intero carcere, ma Nida riuscirà ad affrontare questa nuova missione?

Le mini serie quando hanno temi accattivanti sono le benvenute a dispetto di serie infinite con ad esempio 20 episodi a stagione.
Il tempo è importante. Ghoul si trova tra Netflix e Blumhouse (che stimo sempre di più per il loro coraggio). Il risultato è un prodotto d'intrattenimento interessante sotto certi aspetti, che cattura un taglio internazionale pur essendo un prodotto indiano, una cinematografia, che tolta Bollywood da noi non è ancora molto conosciuta quando invece dovrebbe vista l'enorme capacità di avvicinarsi e indagare il noir, il poliziesco e l'horror.
In questo caso ci sono diversi aspetti che decretano un significativo passo avanti per le produzioni e per cercare di sfruttare il tema della possessione, che andrà sempre di moda, e mischiarlo con un futuro distopico ( che poteva anche non esserci dal momento che risulta slegato in parte dalla vicenda), una scenografia quasi interamente in una prigione e il folklore locale legato alla storia dei demoni Ghoul o Jiin onnipresente anche in Medio Oriente.
Diciamo pure che Graham aspetta un po prima di concedere azione e ritmo in abbondanza.
Il primo episodio parte in sordina facendo incetta di particolari, alcuni utili, altri trascurabili per andare subito a raccontare i personaggi e la piramide sociale presente nella prigione, con tutte le regole e i ruoli che la donna piano piano comincia a ricoprire. In questo caso anche il tema del terrorismo per quanto ultimamente risulti abbastanza abusato è funzionale, come scusa per lo stato ad usare qualsiasi mezzo contro i prigionieri o presunti complici, facendo soprattutto leva sui parenti e sulle minacce.
L'aspetto su cui ruota meglio la vicenda legata proprio alla caratterizzazione della protagonista, una poliziotta cazzuta che pur di aiutare la giustizia arriva a denunciare il proprio padre.
Ci sono diverse sotto storie, alcune delle quali ho trovato macchinose o abbastanza inutili al ritmo della vicenda, che quando parte, sa sicuramente avere un ottimo ritmo, senza mai essere pretenziosa, cercando invece di restare incatenato alle sue radici.
Sinceramente mi aspettavo qualche jump scared maggiore, contando che dalla metà del secondo episodio è quello l'obbiettivo del regista.
La mattanza avviene con alcuni twist finali abbastanza telefonati a parte l'epilogo che ho trovato interessante, crudo e spietato nella sua logica perversa a danno di un'altra logica legata alla corruzione e all'abuso di potere del governo indiano.


Bandersnatch-Black Mirror


Titolo: Bandersnatch-Black Mirror
Regia: David Slade
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Stefan è un ragazzo che sogna di programmare videogiochi, il quale decide ben presto di dare vita a un gioco interattivo tratto da un libro game realmente particolare. Una volta preso coscienza che Bandersnatch è in realtà un prodotto in grado di portare lentamente alla follia (così come ha portato alla pazzia lo scrittore del romanzo originale, interpretato nientemeno che dal celebre sviluppatore britannico Jeff Minter), saremo a decidere alcune azioni di Stefan – non così tante in realtà – dal cosa fargli mangiare a colazione a quale musica ascoltare, fino a scelte che condizioneranno uno dei cinque finali differenti pensati per lo spettatore.

Diciamo pure che l'idea è favolosa ma la possibilità di aderirvi purtroppo è sfumata quella sera in cui bisognava fare di tutto e di più per essere sulla lista.
Spero che l'ultimo film non facente parte di una serie in particolare di Black Mirror, ma uscendo come una sorta di speciale, prepari colleghi e amici per fare questo salto interattivo di cui è ora finalmente di poter parlare.
Noi, generazione figli dei libri game, osserviamo con curiosità e interesse il tomo gigante che Stefan tiene in mano, quasi una Bibbia, dove all'interno ci sono tutte le diverse scelte che lo spettatore/protagonista/lettore dovrà fare.
Brooker a capo del progetto si è messo al timone scrivendo lui questo episodio che è un intreccio narrativo senza eguali, di questi tempi nella scifi, cercando congetture e finali complicatissimi ma allo stesso tempo di una semplicità disarmante per chi entra nella testa di Stefan.
Un episodio estremamente complesso che sposta i piani narrativi, le location, rimanda a flash back, sposta in forward, alterna realtà e fantasia e alla fine diventa un concentrato dove si rischia di non uscirne più o meglio non avere chiari tutti i passaggi. Da questo punto di vista l'estrema sofisticatezza della struttura narrativa rimanda a bug e codici che Stefan, come lo spettatore, deve abbattere e decifrare, se ne ha gli elementi altrimenti è meglio che si prenda una pillola e scopra cosa può nascondersi lanciandosi da un balcone molto in alto.
Schemi, porte, personaggi. Tutto viene mescolato e sbattuto in faccia senza avere il tempo di mettere pausa e poter pensare alla scelta successiva.
Per chi ha avuto occasione di provare l'interattività deve essere stata una esperienza favolosa, non certo facile, ma d'altronde Brooker se ne frega, giustamente, dei gusti del pubblico, decidendo lui cosa piace e come divertirsi e più di tutto a far uscire di testa lo spettatore che brancola nel buio.

sabato 15 dicembre 2018

Calibre



Titolo: Calibre
Regia: Matt Palmer
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia narra le vicende di Vaughn, prossimo a divenire padre, che si dirige con l’amico Marcus verso un isolato villaggio tra le colline scozzesi per un fine settimana di caccia. Dopo una prima sera passata a bere pesantemente con gli abitanti del posto, i due si addentreranno nella vasta foresta ma, credendo di sparare a un cervo, Vaughn compie un gesto involontario. Decidendo di insabbiare il tragico incidente, finiranno lentamente risucchiati in un incubo senza fine fatto di scelte morali sempre più insopportabili e impossibili.

Calibre fa parte di quel genere di film che aveva uno dei suoi caposaldi post contemporanei nel bellissimo e inquietante Kill List, pietra miliare del sotto genere.
Un film che aveva di nuovo fatto emergere l'interesse per un certo tipo di paganesimo, i rituali, l'esoterismo e infine tanta, tanta violenza.
Dopo di lui hanno cominciato ad uscirne diversi, molti inglesi ma la maggior parte americani.
Alcuni di loro hanno saputo difendersi bene attaccandosi con forza al folklore locale o chiamando in cattedra leggende antiche che non devono essere dimenticate.
Palmer decide di girare un film tosto e duro, dove preferisce rimanere ancorato alla realtà parlando di persone e scelte, senza andare a chiamare in cattedra niente che non si possa trovare in un pub scozzese. Il tema dei bifolchi locali, qui con una piega diversa, riesce ad essere e rappresentare quello scontro contro due cittadini che in fondo, in particolare uno, sono solo alla ricerca di svago approfittando del fatto di essere dei perfetti sconosciuti e forestieri in terra straniera e dunque di poter approfittare della debolezza umana esercitata da un paio di donne che nemmeno a farlo apposta, come in una tragedia greca, sono alle basi dell'incidente scatenante.
Di nuovo un'indefinita e impalpabile minaccia colpisce lo sventurato turista che si avventura in una comunità liminale e isolata che arriva però alle orecchie dei due stranieri grazie ai preziosi consigli del boss locale interpretato da un Tony Curran sempre sul punto di esplodere.
Una festa locale, una battuta di caccia, l'errore che non si dovrebbe mai commettere.
Il grosso problema di Calibre è che non ha un vero colpo di scena e in fondo tutte le azioni prendono la strada che ci si aspetta. Certo rimane duro nella messa in scena e nelle prove attoriali funzionali e mai sopra le righe, ma se si è un fan del genere, abituati a cibarsi con queste storie e queste atmosfere, sinceramente a differenza di quasi tutta la critica che ha parlato di un quasi capolavoro, ho trovato in alcuni momenti il film anche decisamente fiacco.

Terrificanti avventure di Sabrina


Titolo: Terrificanti avventure di Sabrina
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Studentessa di liceo nella città di Greendale, la sedicenne Sabrina Spellman vive la quotidianità di una teenager come tante, divisa tra primi amori, amicizie di banco e piccole rivalità scolastiche. Solo che Sabrina non è una teenager come le altre: è una strega, o meglio un'apprendista strega, alle prese con poteri non ancora perfettamente controllabili. E tutto il mondo intorno a lei, fatta eccezione per l'ignaro fidanzatino Harvey Kinkle, appartiene al mondo dell'occulto: suo padre è uno stregone, le zie Hilda e Zelda sono streghe e anche il gatto nero di casa, Salem, non è propriamente un felino normale. Nata nel 1962 dalla penna del fumettista Dan Decarlo, su soggetto di George Gladir, la bionda Sabrina è stata uno dei personaggi di punta dei fumetti Archie Comics, prima di diventare, nel corso degli anni Novanta, un grande successo in tv.

Ormai Netflix è una potenza difficile da contrastare.
Anno dopo anno, il livello di serie e film, nonchè prodotti rivolti ad altre categorie e target di qualsivoglia genere è quasi illimitato con sorprese e delusioni di cui la serie in questione rimane una bella via di mezzo.
In realtà il peso specifico di questa serie è rivolto al target con cui entra in comunione, per cui verrà amato alla follia da un certo tipo di pubblico, quello teen con l'amore per le Wicca e limitato nella sua sete di sapere e su cosa dovrebbe prendere le distanze. I fan del genere come me, rimarranno colpiti dalla messa in scena, da qualche scena splatter, da Satana mostrato col contagocce in forma caprina pieno di sangue e simboli sul corpo, ma in poche parole in qualcosa che potremmo montare in tre minuti contro le quasi dieci ore della piccola mini-serie.
Per il resto è una cozzaglia di elementi che unisce, SABRINA VITA DA STREGA, BUFFY e STREGHE.
Decisa a soddisfare un pubblico più smaliziato del precedente, i millenial sono affamati nonchè saturi e allo stesso tempo lacunosi nell'essere piombati nell'era Netflix che io ribattezzo supermercato dove puoi trovare quello che vuoi ma devi saper scegliere.
I millenial non sanno scegliere. Fagocitano ciò che gli viene dato e ciò che loro vogliono vedere rompendo una regola sacra del cinema.
Roberto Aguirre-Sacasa, unica vera new entry della serie, cerca nel suo di infilare squarci dark e i dialoghi sembrano molto moderni anche quando risultano esagerare nella loro vena citazionista che parla per l'appunto di un mondo che la serie in questione non conosce (Cronemberg, Aleister Crowley, solo per fare due importanti esempi) rendendo la scelta discutibile a meno che non sia un tentativo di far emergere un interesse per i sopra citati dai millenial (che non credo funzioni)
Un altro aspetto che ho trovato disfunzionale nella narrazione e legato alla causa effetto che qui è giocata malissimo nel senso che qualsiasi mistero o dubbio viene immediatamente risolto senza enigmi o senza quella suspance che ci si potrebbe aspettare.
Il finale è troppo spiccio con l'arrivo delle 12 streghe che dovrebbero sconvolgere tutto e l'unica nota positiva è che Sabrina alla fine sceglie il male, come dimostrazione che nonostante l'happy ending che non manca, alla fine una strega (come qui viene intesa secondo la tradizione delle streghe "cattive") sceglie consapevolmente la sua vera natura.




domenica 9 dicembre 2018

Hill House


Titolo: Hill House
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 5/5

La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli che, da bambini, sono cresciuti in quella che in seguito sarebbe diventata la casa infestata più famosa del paese. Ora adulti e costretti a stare di nuovo insieme di fronte alla tragedia, la famiglia deve finalmente affrontare i fantasmi del loro passato, alcuni dei quali sono ancora in agguato nelle loro menti, mentre altri potrebbero nascondersi nell'ombra.

Hill House è una delle più belle serie tv in circolazione nel prima, nell'oggi e nel domani.
Il perchè credo sia Mike Flanagan.
E a conti fatti credo che sia una delle uniche serie televisive che rivedrò più avanti.
I perchè sono molti. In dieci episodi c'è la dimostrazione di un impegno, una voglia e un amore per il cinema tali che hanno permesso un mezzo miracolo in tempi dove ormai le serie sono parecchio inflazionate e soprattutto per chi come me pur venerando l'horror non ama particolarmente i fantasmi ma ama alla follia i dettagli e qui c'è ne sono una valanga.
Il vangelo da cui è tratta la serie viene praticamente citato quasi sempre e lei Shirley Jackson diventa l'anima nel libro a cui hanno provato a cercare di omaggiarla nel cinema con risultati altalenanti dall'immenso film di Wise a quella mezza ciofeca di HAUNTING.
Per fare un esempio della differenza. HAUNTING era mainstream, commerciale e puntava sugli effetti visivi. Flanagan è indie, autore e cura i dialoghi.
Flanagan picchia duro e lo fa usando come un burattinaio la dose di dettagli e colpi di scena, i jump scared e i momenti in cui la nostra capacità di elaborare verrà meno perchè colpita sotto la cintura.
Mentre mi abbandonavo alla serie (guardatevela se riuscite nel giro di poco tempo, o se siete dei nerd, in due giorni di filato come il sottoscritto perchè altrimenti non ha senso che la vediate) ho cominciato a elencare quali universi gravitano nella testa di Flanagan (ma come mai poi mi ha ricordato così tanto IT per come mette insieme la famiglia da piccoli e poi da adulti, il romanzo e la mini serie del maestro del brivido che tra le altre cose è rimasto innamorato della serie e ha definito Flanagan un genio ) e partendo da alcuni suoi film ho notato le tracce e i fili invisibili che possono essere comparati tra il prima e il dopo e che qui trovano la loro essenza.
Certo che dopo un lavoro di scrittura enorme come questo e la saggezza di portare indizi e misteri in maniera ponderata e mai fuori percorso mi auguro tutto il meglio e che l'autore sappia e continui a gestire in maniera così meticolosa tutti gli ingranaggi di una storia dove il presente e il passato si intrecciano continuamente con un lavoro di flash back sublime e mai pedante o macchinoso.
La paura non aspetta e fa capolino quasi subito con pochi ma eccellenti personaggi dalla donna col collo storto all'uomo alto e senza non poter annoverare la stanza rossa o altri particolari che non starò a spoilerare. Entrambi non vengono quasi mai chiamati in causa, si sentono, si percepiscono sempre, ma l'ansia è data proprio dal centellinare per alcuni aspetti la loro presenza riuscendo il più delle volte a far assaporare la paura, imprigionandola per un istante, quando poi non viene nemmeno mostrata (una dote e una capacità rara nella settima arte) e anche e soprattutto perchè la vera paura è proprio Hill House.
Maschere nascoste, scatole contenenti "sorprese", libri mastri, ciondoli, chiavi, già solo per quanto concerne gli oggetti magici ci sarebbe da fare un discorso a parte e poi non si perdono i riferimenti per quanta roba ci viene consegnata e sbattuta in faccia, tutto elaborato con una cura che se non lo sapessi penserei addirittura che Flanagan è andato a viverci lì dentro per parlare con i suoi demoni e farsi dare dei suggerimenti.
E'stato fatto un lavoro di casting incredibile e il risultato diventa ovvio fin dal primo episodio.
La bellezza e la bravura delle donne (che rubano la scena a tutti gli uomini) in questo caso si supera e i nomi diventano un terno al lotto a meno che non vi segnate o non li impariate a memoria fin da subito. La location come gli attori diventa la vera protagonista riuscendo a far impallidire anche Crimson Peak.
Uno stile quello del regista che avanza lento e inesorabile senza fretta e senza mai essere invadente e soprattutto non cade nel facile tranello del jump scared quello tipicamente sfruttato negli horror americani fatto di volume e cazzate usato come concime quando non si hanno idee.
Qui certo che ci sono ma non hanno di certo quella funzione (basta vedere i film del regista per capire dove attacca maggiormente e come intende lui il rapporto e la vicinanza con l'orrore).
Ogni episodio poi è inquadrato su uno dei personaggi, particolarità che ho trovato funzionale per cercare di inquadrare un pezzo di storia alla volta e ambientandola nei vari passaggi temporali.
Senza parlare di come ad esempio il nome dei genitori dei bambini veniamo a scoprirlo quasi alla fine della serie, in particolare il nome della madre, elementi che hanno una loro precisa funzione.
Rimedierò alle lacune andandomi a recuperare i libri di Shirley Jackson, perchè dopo questa saga è doveroso e opportuno farlo come spesso il cinema riesce facendo collegamenti con le altre arti.
Spero non vi dimentichiate della dolcezza e della fragilità di Nell (quando torna nella casa si toccano vette molto alte), la furbizia e i poteri di Theo, la forza e la tenacia di Shirley, la paura e la freddezza di Steven, il sorriso e la sensibilità di Luke, il potere della dea madre Liv e la spericolata voglia di risolvere sempre tutto di Hugh.




Mowgli


Titolo: Mowgli
Regia: Andy Serkis
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Mowgli è un cucciolo d'uomo cresciuto da un branco di lupi nella giungla indiana. Il bimbo impara le dure regole della giungla grazie agli insegnamenti dell'orso Baloo e di una pantera di nome Bagheera. In questo modo si fa accettare da tutti, o quasi tutti. La tigre Shere Khan non lo ha mai visto di buon occhio. Ma non è l'unico pericolo che dovrà affrontare Mowgli: presto si troverà faccia a faccia con le sue origini umane.

Che Serkis volesse a tutti i costi girare l'ennesimo remake de Il libro della giungla sinceramente mi ha sorpreso. Il risultato mi ha convinto più di quanto mi aspettassi per un semplice motivo che secondo me sancisce la riuscita del film.
Sporcarlo. Rendere gli animali goffi e pieni di ferite con l'orso mezzo cieco e per certi versi sempre ubriaco e altri animali che non sembrano passarsela molto bene. Una vione più cupa e dark, meno fantastica ma più grezza come se la vita e le scelte portino davvero a scenari drastici. E infine renderli più animali di quanto non abbia mai fatto nessuno (Bagheera che esita prima di mangiarsi il cucciolo d'uomo) e non è poco.
Per il resto la storia non cambia ma rimane la stessa che al tempo che ci raccontò la Disney e che tutti in un modo o nell'altro conosciamo.
Kipling è il suo celebre racconto tornano per l'ennesima volta sfoggiando una natura e una foresta che seppur ricostruita in parte in c.g è forse la cosa più bella e riuscita del film unita ad un protagonista quanto mai perfetto nella parte e alcuni colpi di scena non così banali.
Il racconto sembra tessuto più per gli adulti che non per i bambini e alcune scene di combattimento riescono dove al tempo bisognava bloccarsi per trasformare tutto in petali di rosa.
L'unico eccesso ho trovato sia l'uso del capture motion, di cui ovviamente Serkis è tra i più bravi, che a lungo andare appesantisce la naturalezza degli animali trasformandoli in brutti effetti speciali.

How it ends



Titolo: How it ends
Regia: David M.Rosenthal
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo una pessima serata segnata da accese discussioni a casa dei genitori della sua fidanzata Sam a Chicago, Will si sveglia nella sua stanza d'albergo pronto a prendere il prossimo volo per Seattle sollevato di poter tornare a casa e raggiungere la sua bella in dolce attesa, ma qualcosa di strano inizia ad accadere: comunicazioni interrotte e voli cancellati in tutto il paese causano l'allarme generale costringendo lui e il padre dell'amata ad intraprendere un pericoloso viaggio attraverso l'America e l'apocalisse.

Rosenthal aveva diretto qul thriller carino che credo abbiamo visto forse io e il regista.
A Single Shot aveva una bella atmosfera e Sam Rockwell in ottima forma.Ecco a proposito dell'atmosfera in questo dramma post-apocalittico o come viene anche definito disaster-survival movie, il regista sembra riprendere quell'ispirazione ma purtroppo è un attimo quando invece deraglia su percorsi già presi e verso lidi e spiaggie affollate già viste e che danno solo quella sensazione di non avere originalità con il risultato di buttare tutto alla rinfusa con una continua galleria di situazioni abbozzate e scenari già visti e sentiti.
In questa storia in un viaggio on the road con il suocero che proprio sembra non farcela a sopportare il compagno della figlia, non sembrano esserci segnali per qualcosa che riesca davvero a mantenere ritmo e attenzione e forse il fatto che la sceneggiatura sia passata di mano in mano per ben otto anni potrebbe essere una risposta.
Perchè la posta in palio è lei, la moglie, la figlia, colei che in un messaggio video al cellulare ha fatto capire che cercherà di fare in modo di mandare avanti la gravidanza.
State of emergency dove mano a mano che procediamo dobbiamo cercare di mettere da parte i buoni sentimenti e pensare solo ad andare avanti essendo più egoisti che mai perchè solo in questo modo si può sopravvivere.
E'sempre così. La regressione sembra essere l'unica condizione che spinge uomini e donne ad azioni crudeli e folli in questo caso mettendo a dura prova la psiche in fondo salvifica di Will a differenza di Tom, interpretato da un sempre bravo Forest Whitaker, che non regala niente a nessuno per via del suo passato militare e la sua abilità a premere il grilletto prima di aspettare la risposta.
Eppure proprio la regressione che negli ultimi anni ha aperto scenari come quelli distopici, ma nemmeno poi molto di Anarchia-La notte del giudizio o nei fumetti con la saga fantastica e iper violenta di Crossed. Peccato con l'aggiunta di qualche sbadiglio.

mercoledì 5 dicembre 2018

End of fucking world



Titolo: End of fucking world
Regia: Jonathan Entwistle, Lucy Tcherniak
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Due ragazzi diciassettenni, James, che è abbastanza sicuro di essere uno psicopatico e Alyssa, che è una ragazza ribelle, lunatica e insoddisfatta della sua vita, decidono insieme di scappare, intraprendendo un viaggio sfortunato per sfuggire dagli schemi delle loro noiosissime vite

Al di là di Netflix o meno un buon cinefilo sarebbe comunque entrato in contatto con il mondo di Charles S.Forman. Il suo cinismo per alcuni aspetti mi ha ricordato alcuni personaggi dei romanzi di Palahniuk.
Deliziosamente fantastica. Ebbene sì la mini serie di otto episodi dalla durata di venti minuti (yeah) già mi sembrava un elemento meritevole di attenzione per quanto ormai sempre più le serie tendano a dilatarsi anche quando non c'è ne bisogno in modo ridondante ed eccessivo.
Quindi cercare di attenersi solo agli eventi macro e ad un montaggio che imbastisce quanto di più sintetico il regista voglia raccontare mi sembrava un ottimo punto di partenza.
Se ci mettiamo poi che come per MISFITS i talenti adolescenziali non mancano e il coprotagonista di Ghost Stories ci da la prova di essere davvero un attore giovane e folle assieme alla fanciulla, decisamente una spalla in meno, entrambi sembrano fin dal primo episodio indossare quello sguardo o quelle lenti attraverso cui affrontare la realtà e il concetto di "normalità".
Ironia, cinismo, violenza, non sense, dialoghi parecchio sbottati e infine un bisogno di dire ciò che si prova e si pensa in qualsiasi momento senza aver paura delle conseguenze.
Bonnie and Clyde in salsa post-contemporanea. Un duo che rischia di mettere a ferro e fuoco qualsiasi adulto volenteroso di ricoprire un ruolo paterno o materno mancato...
Perchè il processo di riconoscimento in questi due protagonisti avviene in maniera così subitanea? Ma è molto semplice perchè mantenendo un setting molto realistico i due protagonisti, così strambi altro non fanno che rappresentare i nostri istinti primordiali quando vorremmo farla pagare ai nostri vicini o a qualsiasi scimmia per i più futili motivi.
Loro sembrano farlo per davvero per poi scappare e cercare di nascondere il misfatto.
La fine dell'adolescenza diventa quel deserto fatto di un percorso alternativo di scelte non sempre volute e legate all'impulsività soprattutto di James che più di Alyssa non sa stare nel suo ruolo di adolescente, quando lei invece ha quella paura che lui riesce diametralmente a demolire prima che la faccia entrare in crisi.
Un manifesto che potrà far non piacere ad un pubblico benpensante che vuole prodotti che siano gli stessi figli ad inneggiare a manifesto scegliendo loro i personaggi, come devono essere e quando fargli morire, in base ai loro pessimi canoni estetici. Qui invece abbiamo due fragilità che si sposano a pennello con una società sempre più alienante, competitiva e spoglia di qualsiasi valore.


Castlevania-Season 2


Titolo: Castlevania-Season 2
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

La prima stagione si conclude con il figlio di Dracula, Alucard, che decide di unire le forze con l’ex nemico Trevor per abbattere il padre. La giovane ma potente maga Sypha fa già parte della banda, si unirà qualche altro personaggio alla squadra anti-Dracula?

Diciamolo subito. La prima stagione, che non era affatto male, anche se sembrava più una necessità impellente dei nerd, lasciava la bava alla bocca nella speranza di vedere cosa poteva capitare in futuro e non era sicura fino all'ultimo una seconda stagione con ben 4 episodi in più che potesse portare avanti la storia e i personaggi.
Mi ci sono ritrovato quasi per caso e così andandomi a leggere la trama della prima stagione per avere almeno un'idea chiara dove riprendere la narrazione, me la sono sparata tutta di filato per non perdermi colpi di scena o elementi importanti della storia.
E sono rimasto parecchio deluso da questa seconda stagione. Se il livello tecnico e qualitativo è ottimo senza sbavature o impiego vergognoso della c.g, è proprio la storia a diventare invece noiosa fin da subito. Sono stati in grado di sbagliare pur avendo nel trio dei personaggi principali del bene assi come Alucard, Trevor e Sypha abbastanza tosti e cazzuti.
Nell'esagerazione dei personaggi buttati a caso nei vari episodi si perde completamente un aspetto che invece giocava bene nella prima serie ovvero la caratterizzazione dei personaggi.
Infatti nessuno di loro soddisfa per il suo carisma risultando tronfio proprio a causa di una mancanza di approfondimento delle loro personalità, facendoli risultare come semplice contorno per la corte di Dracula che invece sembra forse l'unico ad avere il margine di imprevedibilità maggiore.
Il trio dalla sua non sembra avere quell'affiatamento che ci si poteva immaginare e mi è sembrato che spesso e volentieri i combattimenti, alcuni proprio a caso, servano proprio da deterrente per coprire vuoti o momenti imbarazzanti.
L'ultimo episodio lacrimuccia è da arresto.