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sabato 15 dicembre 2018

Calibre


Titolo: Calibre
Regia: Matt Palmer
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia narra le vicende di Vaughn, prossimo a divenire padre, che si dirige con l’amico Marcus verso un isolato villaggio tra le colline scozzesi per un fine settimana di caccia. Dopo una prima sera passata a bere pesantemente con gli abitanti del posto, i due si addentreranno nella vasta foresta ma, credendo di sparare a un cervo, Vaughn compie un gesto involontario. Decidendo di insabbiare il tragico incidente, finiranno lentamente risucchiati in un incubo senza fine fatto di scelte morali sempre più insopportabili e impossibili.

Calibre fa parte di quel genere di film che aveva uno dei suoi caposaldi post contemporanei nel bellissimo e inquietante KILL LIST, pietra miliare del sotto genere.
Un film che aveva di nuovo fatto emergere l'interesse per un certo tipo di paganesimo, i rituali, l'esoterismo e infine tanta, tanta violenza.
Dopo di lui hanno cominciato ad uscirne diversi, molti inglesi ma la maggior parte americani.
Alcuni di loro hanno saputo difendersi bene attaccandosi con forza al folklore locale o chiamando in cattedra leggende antiche che non devono essere dimenticate.
Palmer decide di girare un film tosto e duro, dove preferisce rimanere ancorato alla realtà parlando di persone e scelte, senza andare a chiamare in cattedra niente che non si possa trovare in un pub scozzese. Il tema dei bifolchi locali, qui con una piega diversa, riesce ad essere e rappresentare quello scontro contro due cittadini che in fondo, in particolare uno, sono solo alla ricerca di svago approfittando del fatto di essere dei perfetti sconosciuti e forestieri in terra straniera e dunque di poter approfittare della debolezza umana esercitata da un paio di donne che nemmeno a farlo apposta, come in una tragedia greca, sono alle basi dell'incidente scatenante.
Di nuovo un'indefinita e impalpabile minaccia colpisce lo sventurato turista che si avventura in una comunità liminale e isolata che arriva però alle orecchie dei due stranieri grazie ai preziosi consigli del boss locale interpretato da un Tony Curran sempre sul punto di esplodere.
Una festa locale, una battuta di caccia, l'errore che non si dovrebbe mai commettere.
Il grosso problema di Calibre è che non ha un vero colpo di scena e in fondo tutte le azioni prendono la strada che ci si aspetta. Certo rimane duro e impalcabile nella messa in scena e nelle prove attoriali funzionali e mai sopra le righe, ma se si è un fan del genere, abituati a cibarsi con queste storie e queste atmsofere, sinceramente a differenza di quasi tutta la critica che ha parlato di un quasi capolavoro, ho trovato in alcuni momenti il film anche decisamente fiacco.

Terrificanti avventure di Sabrina


Titolo: Terrificanti avventure di Sabrina
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Studentessa di liceo nella città di Greendale, la sedicenne Sabrina Spellman vive la quotidianità di una teenager come tante, divisa tra primi amori, amicizie di banco e piccole rivalità scolastiche. Solo che Sabrina non è una teenager come le altre: è una strega, o meglio un'apprendista strega, alle prese con poteri non ancora perfettamente controllabili. E tutto il mondo intorno a lei, fatta eccezione per l'ignaro fidanzatino Harvey Kinkle, appartiene al mondo dell'occulto: suo padre è uno stregone, le zie Hilda e Zelda sono streghe e anche il gatto nero di casa, Salem, non è propriamente un felino normale. Nata nel 1962 dalla penna del fumettista Dan Decarlo, su soggetto di George Gladir, la bionda Sabrina è stata uno dei personaggi di punta dei fumetti Archie Comics, prima di diventare, nel corso degli anni Novanta, un grande successo in tv.

Ormai Netflix è una potenza difficile da contrastare.
Anno dopo anno, il livello di serie e film, nonchè prodotti rivolti ad altre categorie e target di qualsivoglia genere è quasi illimitato con sorprese e delusioni di cui la serie in questione rimane una bella via di mezzo.
In realtà il peso specifico di questa serie è rivolto al target con cui entra in comunione, per cui verrà amato alla follia da un certo tipo di pubblico, quello teen con l'amore per le Wicca e limitato nella sua sete di sapere e su cosa dovrebbe prendere le distanze. I fan del genere come me, rimarranno colpiti dalla messa in scena, da qualche scena splatter, da Satana mostrato col contagocce in forma caprina pieno di sangue e simboli sul corpo, ma in poche parole in qualcosa che potremmo montare in tre minuti contro le quasi dieci ore della piccola mini-serie.
Per il resto è una cozzaglia di elementi che unisce, SABRINA VITA DA STREGA, BUFFY e STREGHE.
Decisa a soddisfare un pubblico più smaliziato del precedente, i millenial sono affamati nonchè saturi e allo stesso tempo lacunosi nell'essere piombati nell'era Netflix che io ribattezzo supermercato dove puoi trovare quello che vuoi ma devi saper scegliere.
I millenial non sanno scegliere. Fagocitano ciò che gli viene dato e ciò che loro vogliono vedere rompendo una regola sacra del cinema.
Roberto Aguirre-Sacasa, unica vera new entry della serie, cerca nel suo di infilare squarci dark e i dialoghi sembrano molto moderni anche quando risultano esagerare nella loro vena citazionista che parla per l'appunto di un mondo che la serie in questione non conosce (Cronemberg, Aleister Crowley, solo per fare due importanti esempi) rendendo la scelta discutibile a meno che non sia un tentativo di far emergere un interesse per i sopra citati dai millenial (che non credo funzioni)
Un altro aspetto che ho trovato disfunzionale nella narrazione e legato alla causa effetto che qui è giocata malissimo nel senso che qualsiasi mistero o dubbio viene immediatamente risolto senza enigmi o senza quella suspance che ci si potrebbe aspettare.
Il finale è troppo spiccio con l'arrivo delle 12 streghe che dovrebbero sconvolgere tutto e l'unica nota positiva è che Sabrina alla fine sceglie il male, come dimostrazione che nonostante l'happy ending che non manca, alla fine una strega (come qui viene intesa secondo la tradizione delle streghe "cattive") sceglie consapevolmente la sua vera natura.




domenica 9 dicembre 2018

Hill House


Titolo: Hill House
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 5/5

La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli che, da bambini, sono cresciuti in quella che in seguito sarebbe diventata la casa infestata più famosa del paese. Ora adulti e costretti a stare di nuovo insieme di fronte alla tragedia, la famiglia deve finalmente affrontare i fantasmi del loro passato, alcuni dei quali sono ancora in agguato nelle loro menti, mentre altri potrebbero nascondersi nell'ombra.

Hill House è una delle più belle serie tv in circolazione nel prima, nell'oggi e nel domani.
Il perchè credo sia Mike Flanagan.
E a conti fatti credo che sia una delle uniche serie televisive che rivedrò più avanti.
I perchè sono molti. In dieci episodi c'è la dimostrazione di un impegno, una voglia e un amore per il cinema tali che hanno permesso un mezzo miracolo in tempi dove ormai le serie sono parecchio inflazionate e soprattutto per chi come me pur venerando l'horror non ama particolarmente i fantasmi ma ama alla follia i dettagli e qui c'è ne sono una valanga.
Il vangelo da cui è tratta la serie viene praticamente citato quasi sempre e lei Shirley Jackson diventa l'anima nel libro a cui hanno provato a cercare di omaggiarla nel cinema con risultati altalenanti dall'immenso film di Wise a quella mezza ciofeca di HAUNTING.
Per fare un esempio della differenza. HAUNTING era mainstream, commerciale e puntava sugli effetti visivi. Flanagan è indie, autore e cura i dialoghi.
Flanagan picchia duro e lo fa usando come un burattinaio la dose di dettagli e colpi di scena, i jump scared e i momenti in cui la nostra capacità di elaborare verrà meno perchè colpita sotto la cintura.
Mentre mi abbandonavo alla serie (guardatevela se riuscite nel giro di poco tempo, o se siete dei nerd, in due giorni di filato come il sottoscritto perchè altrimenti non ha senso che la vediate) ho cominciato a elencare quali universi gravitano nella testa di Flanagan (ma come mai poi mi ha ricordato così tanto IT per come mette insieme la famiglia da piccoli e poi da adulti, il romanzo e la mini serie del maestro del brivido che tra le altre cose è rimasto innamorato della serie e ha definito Flanagan un genio ) e partendo da alcuni suoi film ho notato le tracce e i fili invisibili che possono essere comparati tra il prima e il dopo e che qui trovano la loro essenza.
Certo che dopo un lavoro di scrittura enorme come questo e la saggezza di portare indizi e misteri in maniera ponderata e mai fuori percorso mi auguro tutto il meglio e che l'autore sappia e continui a gestire in maniera così meticolosa tutti gli ingranaggi di una storia dove il presente e il passato si intrecciano continuamente con un lavoro di flash back sublime e mai pedante o macchinoso.
La paura non aspetta e fa capolino quasi subito con pochi ma eccellenti personaggi dalla donna col collo storto all'uomo alto e senza non poter annoverare la stanza rossa o altri particolari che non starò a spoilerare. Entrambi non vengono quasi mai chiamati in causa, si sentono, si percepiscono sempre, ma l'ansia è data proprio dal centellinare per alcuni aspetti la loro presenza riuscendo il più delle volte a far assaporare la paura, imprigionandola per un istante, quando poi non viene nemmeno mostrata (una dote e una capacità rara nella settima arte) e anche e soprattutto perchè la vera paura è proprio Hill House.
Maschere nascoste, scatole contenenti "sorprese", libri mastri, ciondoli, chiavi, già solo per quanto concerne gli oggetti magici ci sarebbe da fare un discorso a parte e poi non si perdono i riferimenti per quanta roba ci viene consegnata e sbattuta in faccia, tutto elaborato con una cura che se non lo sapessi penserei addirittura che Flanagan è andato a viverci lì dentro per parlare con i suoi demoni e farsi dare dei suggerimenti.
E'stato fatto un lavoro di casting incredibile e il risultato diventa ovvio fin dal primo episodio.
La bellezza e la bravura delle donne (che rubano la scena a tutti gli uomini) in questo caso si supera e i nomi diventano un terno al lotto a meno che non vi segnate o non li impariate a memoria fin da subito. La location come gli attori diventa la vera protagonista riuscendo a far impallidire anche Crimson Peak.
Uno stile quello del regista che avanza lento e inesorabile senza fretta e senza mai essere invadente e soprattutto non cade nel facile tranello del jump scared quello tipicamente sfruttato negli horror americani fatto di volume e cazzate usato come concime quando non si hanno idee.
Qui certo che ci sono ma non hanno di certo quella funzione (basta vedere i film del regista per capire dove attacca maggiormente e come intende lui il rapporto e la vicinanza con l'orrore).
Ogni episodio poi è inquadrato su uno dei personaggi, particolarità che ho trovato funzionale per cercare di inquadrare un pezzo di storia alla volta e ambientandola nei vari passaggi temporali.
Senza parlare di come ad esempio il nome dei genitori dei bambini veniamo a scoprirlo quasi alla fine della serie, in particolare il nome della madre, elementi che hanno una loro precisa funzione.
Rimedierò alle lacune andandomi a recuperare i libri di Shirley Jackson, perchè dopo questa saga è doveroso e opportuno farlo come spesso il cinema riesce facendo collegamenti con le altre arti.
Spero non vi dimentichiate della dolcezza e della fragilità di Nell (quando torna nella casa si toccano vette molto alte), la furbizia e i poteri di Theo, la forza e la tenacia di Shirley, la paura e la freddezza di Steven, il sorriso e la sensibilità di Luke, il potere della dea madre Liv e la spericolata voglia di risolvere sempre tutto di Hugh.




Mowgli


Titolo: Mowgli
Regia: Andy Serkis
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Mowgli è un cucciolo d'uomo cresciuto da un branco di lupi nella giungla indiana. Il bimbo impara le dure regole della giungla grazie agli insegnamenti dell'orso Baloo e di una pantera di nome Bagheera. In questo modo si fa accettare da tutti, o quasi tutti. La tigre Shere Khan non lo ha mai visto di buon occhio. Ma non è l'unico pericolo che dovrà affrontare Mowgli: presto si troverà faccia a faccia con le sue origini umane.

Che Serkis volesse a tutti i costi girare l'ennesimo remake de Il libro della giungla sinceramente mi ha sorpreso. Il risultato mi ha convinto più di quanto mi aspettassi per un semplice motivo che secondo me sancisce la riuscita del film.
Sporcarlo. Rendere gli animali goffi e pieni di ferite con l'orso mezzo cieco e per certi versi sempre ubriaco e altri animali che non sembrano passarsela molto bene. Una vione più cupa e dark, meno fantastica ma più grezza come se la vita e le scelte portino davvero a scenari drastici. E infine renderli più animali di quanto non abbia mai fatto nessuno (Bagheera che esita prima di mangiarsi il cucciolo d'uomo) e non è poco.
Per il resto la storia non cambia ma rimane la stessa che al tempo che ci raccontò la Disney e che tutti in un modo o nell'altro conosciamo.
Kipling è il suo celebre racconto tornano per l'ennesima volta sfoggiando una natura e una foresta che seppur ricostruita in parte in c.g è forse la cosa più bella e riuscita del film unita ad un protagonista quanto mai perfetto nella parte e alcuni colpi di scena non così banali.
Il racconto sembra tessuto più per gli adulti che non per i bambini e alcune scene di combattimento riescono dove al tempo bisognava bloccarsi per trasformare tutto in petali di rosa.
L'unico eccesso ho trovato sia l'uso del capture motion, di cui ovviamente Serkis è tra i più bravi, che a lungo andare appesantisce la naturalezza degli animali trasformandoli in brutti effetti speciali.

How it ends


Titolo: How it ends
Regia: David M.Rosenthal
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo una pessima serata segnata da accese discussioni a casa dei genitori della sua fidanzata Sam a Chicago, Will si sveglia nella sua stanza d'albergo pronto a prendere il prossimo volo per Seattle sollevato di poter tornare a casa e raggiungere la sua bella in dolce attesa, ma qualcosa di strano inizia ad accadere: comunicazioni interrotte e voli cancellati in tutto il paese causano l'allarme generale costringendo lui e il padre dell'amata ad intraprendere un pericoloso viaggio attraverso l'America e l'apocalisse.

Rosenthal aveva diretto qul thriller carino che credo abbiamo visto forse io e il regista.
A SINGLE SHOT aveva una bella atmosfera e Sam Rockwell in ottima forma.
Ecco a proposito dell'atmosfera in questo dramma post-apocalittico o come viene anche definito disaster-survival movie, il regista sembra riprendere quell'ispirazione ma purtroppo è un attimo quando invece deraglia su percorsi già presi e verso lidi e spiagge affollate già viste e che danno solo quella sensazione di non avere originalità con il risultato di buttare tutto alla rinfusa con una continua galleria di situazioni abbozzate e scenari già visti e sentiti.
In questa storia in un viaggio on the road con il suocero che proprio sembra non farcela a sopportare il compagno della figlia, non sembrano esserci segnali per qualcosa che riesca davvero a mantenere ritmo e attenzione e forse il fatto che la sceneggiatura sia passata di mano in mano per ben otto anni potrebbe essere una risposta.
Perchè la posta in palio è lei, la moglie, la figlia, colei che in un messaggio video al cellulare ha fatto capire che cercherà di fare in modo di mandare avanti la gravidanza.
State of emergency dove mano a mano che procediamo dobbiamo cercare di mettere da parte i buoni sentimenti e pensare solo ad andare avanti essendo più egoisti che mai perchè solo in questo modo si può sopravvivere.
E'sempre così. La regressione sembra essere l'unica condizione che spinge uomini e donne ad azioni crudeli e folli in questo caso mettendo a dura prova la psiche in fondo salvifica di Will a differenza di Tom, interpretato da un sempre bravo Forest Whitaker, che non regala niente a nessuno per via del suo passato militare e la sua abilità a premere il grilletto prima di aspettare la risposta.
Eppure proprio la regressione che negli ultimi anni ha aperto scenari come quelli distopici, ma nemmeno poi molto di LA NOTTE DEL GIUDIZIO o nei fumetti con la saga fantastica e iper violenta di Crossed. Peccato con l'aggiunta di qualche sbadiglio.

mercoledì 5 dicembre 2018

End of fucking world


Titolo: End of fucking world
Regia: Jonathan Entwistle, Lucy Tcherniak
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Due ragazzi diciassettenni, James, che è abbastanza sicuro di essere uno psicopatico e Alyssa, che è una ragazza ribelle, lunatica e insoddisfatta della sua vita, decidono insieme di scappare, intraprendendo un viaggio sfortunato per sfuggire dagli schemi delle loro noiosissime vite

Al di là di Netflix o meno un buon cinefilo sarebbe comunque entrato in contatto con il mondo di Charles S.Forman. Il suo cinismo per alcuni aspetti mi ha ricordato alcuni personaggi dei romanzi di Palahniuk.
Deliziosamente fantastica. Ebbene sì la mini serie di otto episodi dalla durata di venti minuti (yeah) già mi sembrava un elemento meritevole di attenzione per quanto ormai sempre più le serie tendano a dilatarsi anche quando non c'è ne bisogno in modo ridondante ed eccessivo.
Quindi cercare di attenersi solo agli eventi macro e ad un montaggio che imbastisce quanto di più sintetico il regista voglia raccontare mi sembrava un ottimo punto di partenza.
Se ci mettiamo poi che come per MISFITS i talenti adolescenziali non mancano e il coprotagonista di GHOST STORIES ci da la prova di essere davvero un attore giovane e folle assieme alla fanciulla, decisamente una spalla in meno, entrambi sembrano fin dal primo episodio indossare quello sguardo o quelle lenti attraverso cui affrontare la realtà e il concetto di "normalità".
Ironia, cinismo, violenza, non sense, dialoghi parecchio sbottati e infine un bisogno di dire ciò che si prova e si pensa in qualsiasi momento senza aver paura delle conseguenze.
Bonnie and Clyde in salsa post-contemporanea. Un duo che rischia di mettere a ferro e fuoco qualsiasi adulto volenteroso di ricoprire un ruolo paterno o materno mancato...
Perchè il processo di riconoscimento in questi due protagonisti avviene in maniera così subitanea? Ma è molto semplice perchè mantenendo un setting molto realistico i due protagonisti, così strambi altro non fanno che rappresentare i nostri istinti primordiali quando vorremmo farla pagare ai nostri vicini o a qualsiasi scimmia per i più futili motivi.
Loro sembrano farlo per davvero per poi scappare e cercare di nascondere il misfatto.
La fine dell'adolescenza diventa quel deserto fatto di un percorso alternativo di scelte non sempre volute e legate all'impulsività soprattutto di James che più di Alyssa non sa stare nel suo ruolo di adolescente, quando lei invece ha quella paura che lui riesce diametralmente a demolire prima che la faccia entrare in crisi.
Un manifesto che potrà far non piacere ad un pubblico benpensante che vuole prodotti che siano gli stessi figli ad inneggiare a manifesto scegliendo loro i personaggi, come devono essere e quando fargli morire, in base ai loro pessimi canoni estetici. Qui invece abbiamo due fragilità che si sposano a pennello con una società sempre più alienante, competitiva e spoglia di qualsiasi valore.

Castlevania


Titolo: Castlevania
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

La prima stagione si conclude con il figlio di Dracula, Alucard, che decide di unire le forze con l’ex nemico Trevor per abbattere il padre. La giovane ma potente maga Sypha fa già parte della banda, si unirà qualche altro personaggio alla squadra anti-Dracula?

Diciamolo subito. La prima stagione, che non era affatto male, anche se sembrava più una necessità impellente dei nerd, lasciava la bava alla bocca nella speranza di vedere cosa poteva capitare in futuro e non era sicura fino all'ultimo una seconda stagione con ben 4 episodi in più che potesse portare avanti la storia e i personaggi.
Mi ci sono ritrovato quasi per caso e così andandomi a leggere la trama della prima stagione per avere almeno un'idea chiara dove riprendere la narrazione, me la sono sparata tutta di filato per non perdermi colpi di scena o elementi importanti della storia.
E sono rimasto parecchio deluso da questa seconda stagione. Se il livello tecnico e qualitativo è ottimo senza sbavature o impiego vergognoso della c.g, è proprio la storia a diventare invece noiosa fin da subito. Sono stati in grado di sbagliare pur avendo nel trio dei personaggi principali del bene assi come Alucard, Trevor e Sypha abbastanza tosti e cazzuti.
Nell'esagerazione dei personaggi buttati a caso nei vari episodi si perde completamente un aspetto che invece giocava bene nella prima serie ovvero la caratterizzazione dei personaggi.
Infatti nessuno di loro soddisfa per il suo carisma risultando tronfio proprio a causa di una mancanza di approfondimento delle loro personalità, facendoli risultare come semplice contorno per la corte di Dracula che invece sembra forse l'unico ad avere il margine di imprevedibilità maggiore.
Il trio dalla sua non sembra avere quell'affiatamento che ci si poteva immaginare e mi è sembrato che spesso e volentieri i combattimenti, alcuni proprio a caso, servano proprio da deterrente per coprire vuoti o momenti imbarazzanti.
L'ultimo episodio lacrimuccia è da arresto.

sabato 10 novembre 2018

Night comes for us


Titolo: Night comes for us
Regia: Timo Tjahjanto
Anno: 2018
Paese: Indonesia
Giudizio: 4/5

Ito, un ex scagnozzo della Triade, al suo ritorno a casa dopo un periodo all'estero deve proteggere una giovane ragazza. Dovrà tentare così di tenersi lontano dal mondo criminale di cui faceva parte e dalla violenta guerra che si sta combattendo tra le strade di Giacarta.

Quando ci si trova di fronte ai film action di arti marziali, in particolare indonesiani, bisogna subito aprire una parentesi. Come in questo caso e in tutti gli altri ci troviamo di fronte a qualcosa di superiore a tutto ciò che ci è capitato di vedere finora. Nemmeno se Miike Takashi si facesse aiutare dai coreografi dei film cinesi wuxia si arriverebbe mai a fasti simili.
Il perchè è semplice. Gli attori. La grandezza degli stunt man. La preparazione fisica degli attori.
La follia e non in ultimo, la potenza delle immagini che distruggono quasi tutto ciò che è stato fatto fino ad oggi.
Ora il film in questione dimostra pure come non sia nemmeno l'effetto del regista a dare così tanto valore aggiunto, da Evans si è passati a Tjahjanto, è di fatto a noi ciò che importa è il risultato, le mazzate e anche ogni tanto magari qualche dialogo non proprio così buttato in un recinto di maiali.
La storia è sempre bene o male la stessa. Che sia vendetta o redenzione, di solito sono sempre questi i due elementi principali attorno a cui si dipana la storia.
In più anche la cerchia di attori è sempre la stessa con qualche aggiunta, ma la squadra diciamo che è composta dalla maggior parte degli attori già visti in AKNEYO, HEADSHOT, KILLERS, RAID e compagnia varia.
Night comes for us è un action come quelli citati prima con un ritmo ancora più devastante, violentissimo, a volte splatter, con palle da biliardo che spaccano i crani e coltelli che eviscerano budella come se niente fosse. Un'iperbolica corsa sfrenata viscerale, che come dicevo, mette al primo posto gli indonesiani per come hanno saputo riscrivere i canoni degli scontri corpo a corpo in un turbine che non può che far esaltare lo spettatore.
Ancora a differenza degli altri, qui il livello di violenza è davvero a dei livelli quasi mai visti per il sotto genere in questione. Chissà cosa si inventeranno.




giovedì 18 ottobre 2018

Hold the dark


Titolo: Hold the dark
Regia: Jeremy Saulnier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il cacciatore Russell Core viene chiamato presso un piccolo paese dell'Alaska dove i bambini scompaiono catturati dai lupi. A contattarlo è stata Medora, che ha letto un suo libro di memorie in cui, tra le altre cose, raccontava di aver ucciso un lupo. Anche il figlio di Medora è del resto tra le persone scomparse, mentre il marito di lei, Vernon, è in missione militare in Medioriente, dove oltre a una spiccata propensione per la guerra dimostra anche un particolare senso dell'onore.

“C’è qualcosa di strano, qualcosa di sbagliato nel cielo di questo posto“
Questa è una delle prime importanti frasi che viene proferita da uno dei personaggi del film.
Diciamo che a livello simbolico apre tutta una serie di strani eventi, poco spiegati, per il mood atipico e impressionante con cui il buon Saulnier gira e ambienta il suo ultimo film.
Siamo in mezzo ai ghiacci, in un posto dove la vita e dura e difficile e il rapporto con i lupi sembra sempre sul piede di guerra come due specie che devono trovare un compromesso.
Proprio da questi ultimi nascono leggende come quella della possessione del demone lupo chiamato Tournaq.
Rispetto ai precedenti BLUE RUIN e GREEN ROOM il film è molto lento e minimale, prendendosi i suoi tempi, soprattutto nel primo atto, per mostrare senza dire nulla o meglio spargendo così pochi indizi che ci vuole la giusta concentrazione per non perdersi in mezzo ai ghiacci come chi finisce nelle mani di Vernon. Il rischio potrebbe essere quello di additare il film come il solito revenge-movie, quando invece la posta in palio è più complessa e tra rapporti tra consanguinei, leggende folkloristiche, maledizioni e stragi senza senso (quella ai danni della polizia è forse dai tempi di HEAT-LA SFIDA che non si vedeva una tale carneficina) il film dopo la prima mezz'ora esplode in maniera feroce come da sempre è il cinema di Saulnier.
Un film sempre molto drammatico e tragico dove a Saulnier non interessa mostrare i vincitori perchè non esistono, ma tutti devono come sempre perdere qualcosa dentro e fuori ed espiare le loro colpe come capita nel bel finale con i due gemelli.

Devil and father Amorth


Titolo: Devil and father Amorth
Regia: William Friedkin
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il regista William Friedkin ha ripreso il celebre sacerdote Padre Amorth in occasione della pratica di uno dei suoi esorcismi, eseguito su una donna che aveva manifestato comportamenti terrficanti e inspiegabili a livello psichiatrico.

Dura poco più di un'ora il documentario di Friedkin su padre Amorth.
Nasce da un bisogno, quello del regista che aveva diretto il cult L'ESORCISTA, film che scosse profondamente Amorth che anni e anni dopo (circa 40) decide di permettere al regista americano di filmare un esorcismo. Solo per quello dunque documentare un esorcismo perchè in realtà altri motivi non sembrano esserci e appare piuttosto chiaro.
In realtà quello che filma, senza troupe, da solo e con una piccola telecamera, è il nono tentativo di esorcizzare Cristina, una ragazza che abita vicino Roma e che fino al momento, in cui non vediamo realmente che succede, non possiamo renderci conto di cosa abbiamo di fronte.
Partiamo da un piccolo presupposto per quello che è un lavoro senza dubbio interessante ma con molti limiti e un'estetica troppo sensazionalistica.
Friedkin filma un quarto d’ora di questa poveretta seduta su una sedia con il vecchio prete che mugugna preghiere e benedizioni e parla col presunto Diavolo in compagnia di altre persone tra cui tre uomini oltre Amorth che cercano di bloccare la ragazza (uno di questi è il suo ragazzo forse uno dei personaggi più inquietanti del documentario, su cui però non viene fatta luce).
Sospendendo il giudizio, in quanto ateo che non crede in queste cose, ma ne rimane profondamente affascinato, in quanto fatti sociali umani e creati dall'uomo, un paio di momenti in cui mi sono davvero chiesto, come il regista, se quello a cui stavo assistendo fosse del tutto reale sono capitati.
Il problema è che anche la scena di sofferenza in sè risulta per certi versi tragicomica.
In particolare per un effetto anche se poi ho scoperto che è stato modificato in post produzione, almeno lo spero, che riguarda lo sdoppiamento della voce di Cristina.
Friedkin subito dopo l'intervista, fece vedere le immagini a neuropsichiatri, compagnie di psichiatri e altri esperti del settore come anche un vescovo che vedendo le immagini, ci crede, ma dice di aver troppa paura per prendere atto ad un esorcismo o farne uno oppure un'intervista alla buon'anima di William Peter Blatty che non sembra avere molta attinenza.
La comunità scientifica, seppur basita, parla come del resto non poteva non fare, di come alcuni disturbi vengano citati nel Dsm e che hanno dei nomi ben precisi come la trance dissociativa, il delirio e altri stati alterati della percezione. Cristina poi è posseduta da 89 demoni.
Il finale è forse l'artificio che Friedkin per cercare di spiazzare e di lasciare con il fiato sospeso filma una brutta ricostruzione trash dove lui e un assistente di Amorth, che nel frattempo è morto, scappano dalla chiesa dove avrebbero incontrato Cristina con il uomo che per giunta minaccia i familiari del regista.

Terribile il finale ma mai come la figura che è stata di padre Amorth che ha sempre criticato quasi tutto uscendosene con delle frasi memorabili che resteranno come monito per fare chiarezza su un altro personaggio religioso misterioso senza dubbio e di cui a differenza di Friedkin mi è sempre sembrato un altro servo della Chiesa senza particolare verve.

domenica 14 ottobre 2018

Apostolo


Titolo: Apostolo
Regia: Gareth Evans
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo cerca di salvare la sorella rapita da una setta religiosa. Ma il riscatto da pagare è molto alto.

L'ultima opera di Evans si distacca completamente dalla sua precedente filmografia dove aveva dato nuova enfasi al cinema action in particolare sulle arti marziali.
Apostolo è un film completo, lungo, che si prende il suo tempo per raccontare una storia tutto sommato gradevole anche se inflazionata da troppe citazioni tra le righe e un amore cosmico nei confronti del capolavoro THE WICKER MAN.
Apostolo è ambientato nei primi anni del '900 mette insieme molti elementi interessanti, l’isolazionismo deciso dalla comunità, il fanatismo religioso, la radicalizzazione della violenza, creature che per "proteggere" l'isola hanno bisogno di sangue (in questo caso la dea) e il declino ambientale visto sotto una chiave piuttosto originale e prendendo qualche spunto da Barker.
Gli elementi non mancano, i toni e l'atmosfera soprattutto nei due primi atti sono la parte migliore contando che verso il finale, vista la moltitudine di eventi da chiarire e da chiudere il film tende ad ingarbugliarsi un po con alcune sotto vicende destinate a concludersi troppo velocemente contando che il film dura più di due ore e su questo elemento si poteva fare di più.
Un horror di natura fanatico-religiosa dove Evans ha voluto cercare di inserire il più possibile con atmosfere venefiche un taglio soprannaturale, culti misterici e una divinità che sembra rimandare al paganesimo con una fame che da secoli sta distruggendo il mondo e le sue floride bellezze e questo forse è l'elemento più interessante del film che cerca una metafora ambientale ma anche politica per inserire i suoi codici eretici.
La location Welsh Island poi appare come una terra ormai morente grigia e scura dove tre fratelli, i primi arrivati, detengono un potere attraverso delle cerimonie in alcuni casi raccapriccianti e dove a differenza dei combattimenti qui vengono mostrate diverse volte e senza mascherare nulla scene di tortura e momenti sanguinolenti senza nessun risparmio.




martedì 25 settembre 2018

Sulla mia pelle


Titolo: Sulla mia pelle
Regia: Alessio Cremonini
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

L'ultima settimana nella vita di Stefano Cucchi è un'odissea fra caserme dei carabinieri e ospedali, un incubo in cui un giovane uomo di 31 anni entra sulle sue gambe ed esce come uno straccio sporco abbandonato su un tavolo di marmo. Alessio Cremonini ha scelto di raccontare una delle vicende più discusse dell'Italia contemporanea come una discesa agli inferi cui lo stesso Cucchi ha partecipato con quieta rassegnazione, sapendo bene che alzare la voce e raccontare la verità, all'interno di istituzioni talvolta più concentrate sulla propria autodifesa che sulla tutela dei diritti dei cittadini, sarebbe stato inutile e forse anche pericoloso.

Sulla mia pelle è un film che andava fatto e che speriamo che possa aiutare dalla sua a velocizzare l'iter legale ancora in corso.
Il risultato è un film di denuncia. Il film di fatto narra senza prendere posizioni, con il suo taglio indie e la sua messa in scena solida e risoluta riuscendo dove altri film hanno finito per essere troppo esagerati e in fondo non così potenti e d'impegno civile come questo (DIAZ ad esempio).
Gli ultimi sette giorni con un flash forward iniziale descrivono senza mezzi termini e senza scontare nulla ma riportando a galla i verbali e le testimonianze e descrivendo quel microcosmo togliendo le botte ma facendo star male con una violenza psicologica e una claustrofobia carceraria davvero notevole e di forte impatto.
La disperazione, la rabbia, la debolezza, l'arroganza del protagonista (con un ottimo Borghi) riescono a trasmettere quell'ansia e quella perdita di valori nei confronti di un ragazzo che sapeva di sbagliare ma che non meritava di finire in un buco, una cosa da posare nell'angolo e dimenticare.
Nove anni sono passati dall'arresto e dalla successiva incredibile morte di Stefano Cucchi, nel 2009 deceduto all'ospedale Sandro Pertini dopo sette giorni di indicibili sofferenze fisiche. Nove anni in cui la giustizia non ha ancora trovato un vero colpevole, con una sentenza di primo grado, un processo d'appello, un intervento della Cassazione, un secondo appello e una nuova inchiesta ad aver delineato realtà discordanti.


sabato 14 luglio 2018

Ladies First


Titolo: Ladies First
Regia: Uraaz Bahl
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 4/5

Nata nel villaggio di Ratu, in India, tra povertà e pochi diritti per le donne, Deepika Kumari a 18 anni è diventata l'arciere donna migliore del mondo.

Emozionante. Davvero in 40' Bahl riesce a cogliere i passaggi fondamentali di questa storia che come per altre spesso nel contesto indiano sa di miracolo.
Il miracolo però non sta nella fortuna ma nella continua lotta per voler a tutti i costi ottenere qualcosa per se stessi e perchè dia per la protgonista una ragione di vita. Che siano uomini o donne, spesso gli emarginati nei paesi del terzo mondo, devono tirare fuori una forza d'animo che dovrebbe scuotere tutte le nostre fragilità e capire che si può ottenere quello che si vuole lottando dal basso con gli strumenti che si hanno grazie ad una profonda forza d'animo.
Deepika racconta un'altra lotta con cui lei si è vista chiudere quasi ogni porta per poi raggiungere i fasti in quello che è un documentario sportivo e anche biografico molto bello dove anche la tematica del tiro con l'arco è originale e poco vissuta nel cinema come nei documentari.

martedì 1 maggio 2018

Outsider


Titolo: Outsider
Regia: Martin Zandvliet
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Prigioniero durante la seconda guerra mondiale, un soldato americano riesce a tornare libero solo grazie all'aiuto di un componente dell'organizzazione criminale Yakuza. Una volta uscito dalla prigione dovrà fare in modo di ripagare il debito e conquistare i favori della mafia giapponese.

Lo yakuza movie è un po come i J-horror, sono quei cavalli di battaglia orientali e che solo come tali dovrebbero e avrebbe senso farli andare avanti. I risultati sui remake, reboot, sequel e prequel fatti dagli americani hanno quasi sempre regalato risultati contrastanti ma quasi mai appaganti.
Questo Outsider è un film con polso. Lento, minimale, accurato, elegante, senza mai esagerare ma invece mostrando quel codice morale e tutti i significati che regolano l'appartenenza ad un clan.
Al di là del fatto di quali siano i veri intenti che muovano Nick Lowell a diventare un appartenente della yakuza (un particolare della trama che non viene sviluppato a dovere), per tutto il resto del film viene quasi tutto fatto intuire senza di fatto avere mai quelle esplosioni di violenza tipiche del genere che connotano tanti registi come Miike Takashi o Sion Sono (solo per fare due nomi a caso).
Il fatto che ci siano state molte polemiche sul Whitewashing, mosse alla pellicola per aver utilizzato un attore bianco in una storia sulla mafia giapponese, trovo che non abbia ragion d'essere sul nascere.
Se la scelta non funziona il film o il protagonista pagheranno con il fatto che il film o l'attore faranno schifo in quel caso. In questo caso invece Jared Leto è così inquietante e fuori di testa che offre una recitazione e un personaggio che seppur centellinato in tutte le mosse e i movimenti ha due occhi di ghiaccio che fanno quasi impallidire i capi yakuza.
La scena del giuramento così come alcune sequenze sono davvero girate con quella precisione e quella tecnica che fanno sì che Zandvliet riesca a portare a casa il suo film migliore.
Con un finale abbastanza telefonato che poteva dare di più in termini di climax e di scrittura, è uno dei rari film decenti distribuiti da Netflix.

martedì 20 marzo 2018

Seven sisters


Titolo: Seven sisters
Regia: Tommy Wirkola
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un futuro tetro, la sovrappopolazione obbliga il governo a misure estreme. Il piano di Nicolette Cayman prevede di obbligare le famiglie ad avere un solo figlio: fratelli e sorelle saranno ibernati in attesa di tempi migliori. Ma Terrence riesce ad aggirare i controlli del Child Allocation Bureau, facendo assumere alle sue sette nipotine gemelle la medesima identità. Ognuna si chiamerà come un giorno della settimana e in quello stesso giorno potrà uscire di casa. Per il mondo le sette sorelle corrispondono a un'unica persona: Karen Settman.

Seven sisters è un altro di quei film pasticciati ma piacevoli che parla di un problema che sta facendo discutere da anni ovvero la sovrappopolazione. Le stesse regole vigenti in Cina vengono usate dal resto del mondo, dove una multinazionale controlla le nascite e mette in ibernazione tutti i bimbi o le bimbe che nascono dopo il primo figlio.
Ovviamente c'è chi si ribella.
C'era un film cinese che parlava di come una coppia cerchi di eludere i controlli in Cina tenendo nascosto in casa il figlio o la figlia in più. Purtroppo non ricordo il nome ma il concetto era simile, non distopico e faceva luce su un reale problema.
C'è da dire per difendere il regista che gli intenti del film sono cambiati, così come la sceneggiatura e la regia. Progetti di questo tipo che devono per forza vedere la luce entro time line senza i tempi giusti e la riflessione che alcune scelte impongono significa rischiare di essere derivativi oppure di portare a casa quello che si può come in questo caso un finale troppo telefonato e rpevedibile.
Seven sisters è un pò così. L'attrice cerca di fare il possibile per dare carattere ed enfasi alle 7 personalità, la detective story su dove finiscono le altre sorelle inciampa alle volte ma riesce ad essere interessante.
Un film zoppicante, con alcuni spunti interessanti, una nota dolente che non vuole strizzare l'occhio all'happy ending (le gemelle muoiono...) e la solita critica alle multinazionali corrotte che nascondono le vere ambizioni.


lunedì 19 marzo 2018

Annihilation


Titolo: Annihilation
Regia: Alex Garland
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una biologa, il cui marito partecipa a missioni militari segrete, è disperata per il suo mancato rientro. L'uomo finalmente torna a casa ma non sa però spiegare cosa gli sia successo, non ricorda niente e sta misteriosamente male. La biologa verrà così a conoscenza di un'anomalia verificatasi anni fa e tenuta segreta: un'area da cui nessuno ha mai fatto ritorno tranne appunto suo marito, che sembra però prossimo a morire. Decide così di affrontare questo enigma e partecipa alla prossima spedizione, insieme ad altre quattro donne, ognuna esperta in un diverso campo scientifico.

Annihilation è uno di quei film che per forza di cose farà discutere. I motivi sono tanti a partire dal fatto che è tratto dalla trilogia di uno scrittore schizzato e originale che spero arrivi tradotto da noi per quanto concerne il resto della sua bibliografia.
Un film Netflix pubblicizzato, almeno qui a Torino, in maniera inquietante facendoti quasi passare la voglia di vederlo.
Un film che porta la Portman su un palmo della mano come a dire che effettivamente nel film esiste solo lei e Oscar Isaac che recita Isaac Oscar.
Un film molto lento con un ritmo che spesso frena ogni tensione e atmosfera soprattutto per le pedanti scene di coppia tra i due protagonisti.
Questi e altri motivi rendono difficile il giudizio per un film che probabilmente avrà due sequel ammesso che la macchina funzioni a livello di botteghino.
Ci sono stati alcuni cambiamenti drastici come la scelta delle protagoniste che nel libro non sono bianche ma di etnia differente e altri motivi che il regista di EX MACHINA ha voluto subito rivelare quasi per non essere attaccato da critiche di ogni sorta.
Rimane un film frammentato da una realizzazione che definirei veloce e sbrigativa come quando cerchiamo di capire che cosa sia realmente questa entità che prende forma. La parte filosofica del film in alcuni momenti cerca di scavalcare la narrazione diventando un esercizio di stile coadiuvato da un importante lavoro col sonoro (ma Garland non è Villeneuve) e la stessa minaccia che mi ha fatto pensare al nulla della storia infinita per quanto potente e suggestiva come idea viene messa da parte come se da un momento all'altro ci si aspettasse una reazione che di fatto avviene solo nel climax finale dalla biologa spaventata che non può o non vuole accettare questa entità.
Un film che nella parte tecnica attinge a una messa in scena senza passi falsi e con alcune scelte estetiche e una fotografia molto costosa e in alcuni momenti, quando l'azione centellinata fa capolino, qualche cosa di buono il film soprattutto con le bestie cerca di portarlo a casa (anche se il lupo parlante che chiede aiuto è sul filo del rasoio tra l'horror e la trashata dell'anno).
Forse è una di quelle operazioni complesse che il cinema per fretta e bisogno di soldi vuole veder crescere troppo in fretta senza aspettare o rispettare alcune fasi fondamentali.
Annihilation è così, ha tante cose che non funzionano ma non si può dire che è proprio brutto.

martedì 27 febbraio 2018

Ritual


Titolo: Ritual
Regia: David Bruckner
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

The Ritual parla delle vicende di Phil, Dom, Hutch e Luke, un gruppo di amici che decidono di fare un viaggio in Svezia per onorare la morte di Rob, amico del gruppo rimasto ucciso durante una rapina sei mesi prima e con il quale stavano organizzando questa vacanza. Il viaggio, per quanto faticoso, procede bene finché Dom non si fa male al ginocchio e, per cercare di tornare al rifugio di montagna più vicino, optano per prendere una scorciatoia che farebbe risparmiare al gruppo parecchio tempo. Una scelta che ovviamente catapulterà il gruppo in un vortice di orrore, mettendo alla prova tanto il loro istinto di sopravvivenza quanto l’amicizia che li lega.

Ritual fa parte di quelle orbite nell'universo Netflix che dopo una prima occhiata non capisci se ti è piaciuto, cosa Netflix abbia visto nel film e perchè potesse piacere al suo pubblico e infine che cosa vuole realmente essere il lavoro di Bruckner.
Di certo non è un brutto film ma nemmeno comparabile con alcuni horror robusti e strazianti che abbiamo visto ultimamente.
Un film che sembra più un horror psicologico dove il montaggio riesce a ritagliarsi anche alcuni momenti ben riusciti come lo stacco sul supermercato in mezzo al bosco (un bel flash) e un intrattenimento che di certo non manca soprattutto quando vediamo alcuni segnali che potrebbero far pensare a rituali magici, sette o altri meccanismi ben oliati dalla cinematografia.
Qui invece arriva un mostro enorme che spalanca le braccia in segno di preghiera verso la grande madre.
La scena pù bella rimane quella nel bosco (tra l'altro tutte le scene sono girate in Transilvania) dove ad un tratto il protagonista osserva in mezzo agli alberi e fa la scioccante scoperta, mentre a mio avviso il finale andava lasciato aperto mentre questa sorta di revenge che poi proprio così non è lascia quell'amaro in bocca come ad aver scelto la strada più semplice e funzionale soprattutto in termini di happy ending.


martedì 20 febbraio 2018

Cloverfield Paradox


Titolo: Cloverfield Paradox
Regia: Julius Onah
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un team internazionale di astronauti, cercando di risolvere una disperata crisi energetica in atto sulla Terra, tenta un esperimento che si spinge ben oltre i confini. Il terrificante e contorto risultato diventerà una minaccia per le loro vite.

Forse le trilogie stanno davvero esagerando nel cercare a tutti i costi di trovare frammenti anche sconclusionati per cercare di riassumere la propria politica in tre film totalmente differenti e distanti anni luce sotto il profilo della continuità.
Cloverfield Paradox proprio come 10 CLOVERFIELD LANE sembra di nuovo stravolgere i piani narrativi. Un primo capitolo in città con incursione del mostro, una sorta di home invasion che sembra indurci ad aver paura di ciò che sta fuori e infine questo film tutto virato sulla fantascienza con l'immancabile mostro finale che potrebbe far pensare ad un ennesimo sequel.
Apocalisse o post-apocalisse, scenario distopico, sci-fi. Tutto sembra convergere in questa diversissima trilogia di film in cui è forse proprio il primo ad essere allo stesso tempo originale per quanto fosse una specie di found footage (filone che negli ultimi anni ha esagerato con prodotti spesso e volentieri amatoriali).
A parte quindi la parola Paradox il film poteva essere uno dei soliti film sul genere capitanati da Netflix come a proliferare con il viral marketing in un'opera derivativa che esagera troppo nel finale senza riuscire a trovare quel climax avvincente e funzionale alla narrazione (il mostro sì c'è ma non basta perchè dobbiamo rosicare fino al prossimo capitolo).




After porn ends


Titolo: After porn ends
Regia: Bryce Wagoner
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La vita fuori dagli schermi degli attori pornografici contemporanei più famosi d'America. Cosa li ha spinti a intraprendere la carriera nell'hard? Cosa succede quando abbandonano quel percorso per vivere una vita ordinaria?

Alcuni documentari trattano temi che aiutano a comprendere meglio un fenomeno o meglio cosa ci sia dietro e con quali interessi e con quale posta in gioco.
After porn ends tratta il tema di quelle attrici, quasi tutte donne a parte tre attori, che dopo la carriera si domandano cosa possono fare e come la società intende trattarle appendendo di fatto il sesso al chiodo.
La risposta non è a lieto fine, anzi. Diciamo che chi ha raccimulato tanti soldi e ha un buon marito vive in questa fortunata condizione. Poi ci sono tutte quelle che nonostante le difficoltà sono riuscite a trovare un altro lavoro, o infine chi ha perso tutto e vive di ricordi del passato come reduce dell'industria del sesso con diversi problemi legati al fisico o alle dipendenze da sostanze.
Dalle 10 interviste alle milf emergono diversi dati tutti strutturati secondo storie di vita diverse.
C'è chi per compensare un passato segnato dagli abusi sceglie il porno proprio come bisogno per, a sua volta, continuare ad essere uno strumento magari annebbiato da alcool e droga.
Chi semplicemente ha inizialmente deciso di smettere all'arrivo dei figli per poi rendersi conto che non è in grado di accettare altri lavori e il porno in due guiorni di lavoro la settimana soddisfa il fabbisogno.
Dalle interviste emerge netto un fattore di differenza: le donne assomigliano chi in un modo chi in un altro a delle reduci, persone che hanno dovuto affrontare e superare il momento dell'abbandono delle scene (in media se non sono famose durano 3 o max 4 anni)mentre gli uomini invece sembrano rimasti fondamentalmente uguali a loro stessi, praticando in prevalenza hobbies ed avendo una memoria soprattutto aneddotica di quel periodo (alcuni parlano di masturbazione assistita come a far comprendere che quello che fanno non è nemmeno sesso ma consumazione di corpi)


domenica 24 dicembre 2017

Suburra

Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.

Suburra, la serie, è il prequel del film SUBURRA diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come GOMORRA (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.

10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.