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domenica 24 dicembre 2017

Suburra

Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.

Suburra, la serie, è il prequel del film SUBURRA diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come GOMORRA (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.

10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.

mercoledì 15 novembre 2017

Wheelman

Titolo: Wheelman
Regia: Jeremy Rush
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ex detenuto sfrutta le sue abilità di autista da rapine per ripagare un debito in denaro maturato con la malavita. Durante un lavoro apparentemente facile, tutto va a rotoli quando un uomo misterioso gli intima di abbandonare i suoi complici e scappare con i soldi. Da quel momento tutto si complica, l’autista finisce infatti nel bel mezzo di una disputa tra bande rivali. La sua vita e quella dei suoi familiari sono minacciate.

Per chi non conoscesse Frank Grillo, attore fisico che non vanta titoli memorabili se non l'allenatore Frank Campana, ci troviamo di fronte al suo primo film come protagonista. Un film de facto scritto apposta su di lui con uno sguardo intimista che ricorda per certi versi LOCKE, sposando però alcune tematiche su DRIVE e ibridi simili. Pochi inseguimenti ma diversi dialoghi concernenti le regole criminali e i doppi giochi che possono arrivare nel peggiore dei modi.
La tecnica anche qui di usare il cellulare, un iPhone che racconta in modalità vivavoce la vicenda risulta solo per alcuni aspetti funzionale alla vicenda mentre, già su una trama intricata, diventa lacunosa e macchinosa in alcune sue parti.
Wheelman è un altro prodotto Netflix.
L'autista è un paradossale e adrenalinico kammerspiel automobilistico, nella forma di un action–thriller quasi interamente ambientato nell’angusto abitacolo di una vettura gettata a folle velocità nel mezzo di intrighi e sparatorie d’ogni sorta.
Il film comunque dopo il primo atto in cui conosciamo il nostro protagonista, diventa una vera e propria missione salvifica contando che l'autista, per tutto il film non sappiamo il suo nome, deve intervenire in prima persona nel mezzo di un’imminente guerra fra gang che minaccia da vicino i suoi affetti più cari ovvero moglie e soprattutto figlia.
Un altro uomo che in questa post-contemporanietà non riesce a sbrigarsela con un solo lavoro ma ha bisogno di ricorrere a soluzioni disperate e pericolose.


domenica 15 ottobre 2017

Babysitter

Titolo: Babysitter
Regia: Mcg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cole è un ragazzo timido ed emarginato, che sta attraversando una difficile fase della sua crescita, a causa della crisi matrimoniale dei genitori. Mentre il padre e la madre passano intere giornate in camere di hotel per ritrovare l’intimità perduta, Cole viene affidato all’avvenente e spigliata babysitter Bee. Fra i due si instaura un’immediata simpatia, basata sulla reciproca passione per la cultura pop. Cole comincia inoltre a nutrire anche un’attrazione fisica e sentimentale per la propria babysitter. Spronato dall’amica Melanie, Cole decide di spiare le azioni di Bee durante la notte, scoprendo la terribile verità: insieme agli amici, la babysitter mette in scena un macabro e sanguinario rito satanico.

Diciamolo pure. Mcg come regista è un mestierante chiamato a dirigere film abbastanza ridicoli di loro nonchè scialbi sequel. Babysitter è sicuramente il suo lavoro migliore prima di tutto perchè è furbo e sa cosa regalare ai fan del genere. I meriti quindi non sono di certo suoi ma di tutto il reparto che sta dietro, sceneggiatura in primis e produzione.
Babysitter è un horror sconclusionato e banale sotto certi aspetti che cavalca l'imperante moda degli anni '80. Una commedia di formazione in partenza che prende poi la piega della commedia nera a tinte splatter quando interviene la mattanza degli adepti in cui non si riesce più a contare le esagerazioni con cui vengono descritte e fagocitate le azioni. Il sangue predomina la scena comunque patinata e coloratissima creando una contaminazione tra sotto generi dell'horror come l'home invasion e gli slasher movie e tutto il tema sulle sette e i loro rituali.
Un film che vorrebbe ed è un viaggio di formazione sessuale e di autostima per il giovane adolescente con la babysitter troppo gnocca per essere vera.
Un piccolo viaggio dell'eroe di Cole dentro casa sua (modello MAMMA HO PERSO L'AEREO) ma con la differenza che all'interno c'è una setta satanica (o presunta tale dal momento che a parte Bee nessuno sembra così convinto) e da qui in poi il film prende la piega dell'horror a tutti gli effetti dimenticando quanto di buono prima era riuscito a mettere assieme.
La regia di Mcg impazza da ogni dove regalando movimenti di macchina fluidi e un montaggio frenetico che crea quel ritmo furibondo che non stanca mai. Anche i personaggi a loro modo, pur essendo macchiette, cercano di avere quella caratterizzazione che non gli rende così banali e cerca di giocare sui continui cambi di registro tra buoni e cattivi esterni o interni alla casa.
Alla fine è un film divertentissimo dove lo spettatore ha però u compito importante: spegnere completamente il cervello e sospendere l'incredulità come se non fosse mai realmente esistita.
Per alcuni aspetti ma con una trama che semplicemente è da invertire mi ha ricordato il film passato in sordina al TFF dell'anno scorso SAFE NEIGHBORHOOD


Little Evil

Titolo: Little Evil
Regia: Eli Craig
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gary si è da poco sposato con Samantha e tra loro tutto sembra andare a meraviglia, non fosse per il difficile rapporto con il figlio di lei, Lucas. Intorno al bambino, nato il sei giugno e prossimo a compiere sei anni, si verificano infatti disastri con una frequenza incredibile e crescente. Tanto che pure l'amorevole Gary inizierà a sospettare che la sua natura non sia esattamente mortale e indagherà sulle origini del bambino, aiutato da bizzarri personaggi a partire dalla collega maschiaccio Al. Nel mentre un prete che in Tv predica la prossima fine del mondo si trasferisce in un convento abbandonato proprio nella cittadina di Gary.

A volte tocca aspettare degli anni. A volte capita anche che alcuni registi scompaiano dopo aver dato luce al loro piccolo cult. E'curioso un personaggio come Craig che dopo il validissimo TUCKER AND DALE VS EVIL gira questa contaminazione di generi assurda e divertentissima. Per alcuni aspetti una prosecuzione della politica d'autore che già gli vedeva adoratori del diavolo nel primo film e manco a farlo apposta anche i toni e la comicità sono simili. Inutile stare ad elencare le miriadi di citazioni dai grandi classici ai film di serie b di cui il film è infarcito.
Little Evil spacca in modo adorabile con alcune battute che colpiscono il segno e personaggi assai godibili. Riesce ad essere grottesco laddove PICCOLA PESTE e MATILDA non potevano.
Riesce ad essere politicamente scorretto mostrando i modi garbati e spesso falsi dietro cui si nascondono alcuni personaggi delle istituzioni e poi sette sataniche e gruppi di neo-mamme che difendono i valori dei loro figli in sedute che ricordano gli alcolisti anonimi.
Il film poi ha un ritmo incredibile, pieno di gag, regalando alcuni momenti decisamente esilaranti ad altri quasi splatter.
Un film dove davvero non manca nulla. La sceneggiatura esagera, straborda, diventando alla fine un film sul rapporto figlio e patrigno e possiamo citare OMEN, KRAMER CONTRO KRAMER.
La domanda che forse ogni spettatore dovrebbe farsi è proprio questa: perchè Gary ha accettato tutto questo? Ma la risposta è immediata guardando Evangeline Lilly la gnoccca di LOST che ad un tratto spiega che Lucas è nato dopo essere stata violentata da una setta sotto sostanze e in mezzo ad una cerimonia con rituale e annessi vari.
Una trashata pazzesca ma che alla fine per il sottoscritto ci sta eccome.

Ovviamente non ci si deve aspettare una sceneggiatura che prenda anche solo minimamente in maniera seria gli eventi che tratta e di cui parla. Si ride tanto in questo film ed è una caratteristica spesso più unica che rara ma con quell'inizio in medias res il regista ha già risposto a tutte le domande.

domenica 10 settembre 2017

Defenders

Titolo: Defenders
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il ninja cieco Daredevil, la detective strafottente Jessica Jones, l'ex detenuto a prova di proiettile Luke Cage e il miliardario esperto di Kung Fu Iron Fist, quattro eroi tanto singolari quanto solitari, sono costretti a mettere da parte i problemi personali per allearsi contro la Mano, un'organizzazione criminale guidata da una figura enigmatica che si fa chiamare Alexandra, la quale minaccia di distruggere New York City, scoprendo di essere ancora più forti quando fanno squadra.

Non era facile fare qualcosa di così brutto. Alla fine DEFENDERS che dalla sua aveva tutti gli elementi, il budget e in parte il cast, ha fatto proprio quello che non doveva fare, diventando l'ennesima serie lenta, noiosa e inconcludente che anzichè svilupparsi e crescere, diminuisce mano a mano che prosegue nella narrazione diventando alla fine l'apoteosi del non sense ponendo Iron First come protagonista a cui tutti devono inchinarsi se vogliono salvare il mondo ognuno inseguendo il suo destino. Praticamente i primi episodi servono solo a far capire che Randal sarà l'obbiettivo di tutti i nemici e solo lui, dentro di sè, ma deve ancora scoprirlo, ha l'arma per abbattere il male.
Tutte le strade portano alla Mano, e la minaccia è costituita da un’organizzazione guidata dalla misteriosa Alexandra che a sua volta resuscita Elektra che al mercato mio padre comprò.
Ecco poi premetto di non essere un appassionato di questi eroi di serie b della Marvel eccezion fatta per DAREVEDIL di cui ho visto entrambe le stagioni cosa che ovviamente non ho fatto per LUKE CAGE e ancor meno per JESSICA JONES personaggio discutibilissimo e molto antipatico, mentre invece mi sono fatto molto male guardando la prima stagione di IRON FIRST sull'ennesimo rampollo borghese, che non accadrà dovessero fare una seconda stagione come per dire che la prima è bastata eccome.
Ora l'idea di metterli tutti assieme poteva rivelarsi un'occasione spettacolare per dare vita e azione ma sembra invece che l'intento sia stato quello di fare un prodotto in piena regola che attingendo da vari aspetti, nessuno particolarmente interessante, sembra riproporre come uno stampino tutti gli errori visti nelle serie precedenti.
A differenza di DAREVEVIL dove c'erano due nemici/amici importanti e caratterizzati molto bene, qui Alexandra che comanda tutti e tutti tiene nella Mano, comincia a sbiadire dopo alcuni episodi ovviamente effetto della monotonia che non aggiunge struttura e complessità al personaggio.
I nostri protagonisti invece quasi non si possono vedere per come sono stati scritti male. I dialoghi sono sempre posticci e sembrano ripetere e sottolineare sempre le stesse cose ( e guarda caso quelle in cui dovrebbe arrivarci proprio lo spettatore) e Murdock sembra messo da parte come se a livello di follower fosse il meno interessante dei quattro.


venerdì 8 settembre 2017

Message from the King

Titolo: Message from the King
Regia: Fabrice du Welz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jacob Kin arriva in città dal Sud Africa, alla ricerca della sorella minore. Ha solo poche centinaia di dollari in tasca e un biglietto di ritorno che scade dopo una settimana. In sole 24 ore, scopre che la ragazza è stata brutalmente assassinata. Il film parla di quello che avviene nei successivi sei giorni.

Du Welz è uno dei miei registi post-contemporanei preferiti. Ha girato una trilogia indimenticabile con CALVAIRE, VINYAN e ALLELUIA. Semplicemente sono tre film complessi e importantissimi, tre sguardi che richiamano l'horror per le loro atmosfere e le loro storie molto inquietanti e originali.
Poi sappiamo che il talento belga ha avuto diversi problemi con le produzioni, diventando un regista cult amato e beniamino dei festival, mentre dall'altra parte stava diventando sempre più difficile produrre le sue opere che seppur vero a livello di cinema di genere sono opere colte e complesse facendo incetta di premi, dall'altra a livello commerciale non hanno saputo vendere come e spesso il cinema ha bisogno essendo di fatto e prima di tutto un mercato.
COLT 45 è un poliziesco teso e spietato con una fotografia magnifica, uno script già meno originale e onirico oltre che ipnotico rispetto a i suoi precedenti film, ma con un finale devastante e un buon manipolo di attori. In questo caso la trama è ancora più asciutta con pochi ma potenti colpi di scena tra cui l'incidente scatenante e una giustizia privata abbastanza funzionale nel cercare percorsi nuovi soprattutto nella psicologia del protagonista, le sue strategie e il doppio gioco dei suoi stessi nemici. Una storia abbastanza scontata che gode di alcune buone prove attoriali con un nutrito cast che vede alcuni volti noti e lo stile sporco di camera e fotografia che il regista adotta al meglio nei bassifondi di Los Angeles lasciando da parte tutte quelle impressionanti location e atmosfere di VINYAN.
Qui come per COLT 45 la città non è un'isola selvaggia anche se in questo le bande di criminali e gli spietati affaristi che si nascondono nelle loro lussuose ville nascondo orrori a volte così indicibili che a confronto la natura per quanto selvaggia si rivela sempre in fondo meno contorta dell'animo umano. La sua prima regia yankee dunque non è stata così becera come si poteva pensare anche se si vede che il talento e la politica dell'autore nelle sue ultime ipere esce poco. Ma pur di vedere ancora il talento belga preferisco che continui a fare cinema in America magari dando coraggio e fiducia ad uno dei suoi progetti personali.

"Ho avuto però la possibilità di girare quanto mi ero prefissato nel modo in cui l’ho pensato e ho avuto un certo controllo sulla produzione. La post-produzione invece è stata più difficile, tutto un altro gioco, a causa delle molte voci che interferiscono, dai sindacati alla DGA (Directors Guild of America). Hai a disposizione 10 giorni per realizzare la tua directors’cut, dopodiché subentrano i produttori, che guardano il materiale e decidono. Inoltre devi occuparti del montaggio, comprensivo del suono e della colonna sonora, quindi non c’è modo di fare le cose con calma passo per passo … A un certo punto comunque, i produttori prendono il sopravvento e tutto diventa molto complicato. Questa cosa però va accettata, perchè funziona così da quelle parti. "

domenica 3 settembre 2017

City of Tiny Lights

Titolo: City of Tiny Lights
Regia: Pete Travis
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La pellicola è ambientata nella multiculturale e contemporanea Londra, dove niente è quello che sembra. Tommy Akhtar è un fan del cricket, un figlio devoto e un investigatore privato fannullone. Il suo ufficio si trova sopra una ditta taxi di taxi, gli piacciono l'alcol e le sigarette, ed è fortemente cinico. Tommy, una mattina, trova una prostituta di alta classe, Melody, in cerca di aiuto. Vuole che trovi la sua amica Natasha, che è stata vista l'ultima volta mentre incontrava un nuovo cliente al bar Mayfair. Non ha molta fortuna nella ricerca di Natascia, ma trova il cadavere di un uomo d'affari pakistano Usman Rana, e prima di rendersene conto, viene coinvolto nel pericoloso e sinistro mondo del fanatismo religioso e degli intrighi politici.

L'ultimo film di Travis dopo alcuni esordi non proprio gratificanti e un paio di film azzeccati, trova qui di nuovo nell'indi e nella produzione low-budget, i canoni e i criteri per sviluppare il suo ultimo poliziesco quasi tutto in esterni per i quartieri di Londra.
Un'opera artigianale, un noir con un'atmosfera cupa e contemporanea dove il nostro improvvisato investigatore deve in due ore di film risolvere un caso di quelli scomodi e con intenti politici alle spalle e una corruzione che come sempre abbraccia parte delle proprie amicizie.
Il risultato è una regia tecnicamente mediocre che cerca di inquadrare al meglio le mille sfumature in cui il film s'addentra quando più si avvicina al climax. Una fotografia che cerca di fare il possibile senza colpi di genio ma con quei rallenty forzati e cambi di luce repentini anche se lavora con due colori freddi molto accesi per quasi tutto l'arco della narrazione. Un finale abbastanza scontato e un manipolo di attori che cercano di fare il possibile con Riz Ahmed in un ruolo da protagonista, non facile, ma che cerca di convincere il più possibile.
Interessi, capitali, amicizie, tutto piano piano emerge nel film, con i flussi di ricordi e i tasselli che si incastrano con una facilità disarmante accompagnati da una colonna sonora a tratti interessante.
Basato sul romanzo omonimo del co-sceneggiatore Patrick Neate, il film è un ritratto unico di una Londra contemporanea narrata come una brulicante metropoli multiculturale dove nulla è come sembra. Nel finale pur avendo alti e bassi soprattutto legati al ritmo e alcuni dialoghi della sceneggiatura, avrebbe forse giovato qualche colpo di scena in più e un secondo atto più sintentico.


Mindhorn

Titolo: Mindhorn
Regia: Sean Foley
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Richard Thorncroft ha raggiunto l'apice del successo negli anni Ottanta lavorando come Mindhorn, un agente segreto con un occhio robotico in grado di "vedere la verità". Decenni dopo, quando uno squilibrato desidera scontrarsi con Mindhorn, Richard si vede costretto a ritornare sui suoi passi rivivendo i suoi giorni di gloria, riacquistando credibilità professionale e riallacciando la storia d'amore con l'ex amante Patricia Deville.

La parodia ha il compito di far ridere anche se non sempre ottiene l'effetto sperato nello spettatore.
L'ironia è uno degli strumenti più difficili da saper utilizzare soprattutto quando naviga su territori inesplorati o per rendere, come in questo caso, omaggio agli anni '80.
Mindhorn è un commedia britannica co-prodotta da Ridley Scott e disponibile in esclusiva su Netflix. Un film che coniuga spionaggio e commedia in cui bisogna amare e provare una certa empatia per il protagonista altrimenti si diventa istantaneamente distanti anni luce dalle gag e dalle splapstick che Foley, in quanto attore, cerca di trovare e di infarcire nel film.
Richard si perde nel personaggio e viceversa in un gioco degli equivoci che scatena gag e dialoghi esilaranti, con figure secondarie che ben si adattano all'improbabilità di una vicenda dalle diverse sfumature per un'operazione che nella sua magnetica leggerezza mostra tutti i suoi limiti o come molti invece sostengono i punti di forza e chiave che lo hanno reso un enorme succcesso.


sabato 2 settembre 2017

Raman Raghav 2.0

Titolo: Raman Raghav 2.0
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Raman è un serial killer che vive a Mumbai e che trova, per così dire, ispirazione nelle gesta di un suo predecessore, l'omicida seriale Raman Raghav, che operava in India negli anni Sessanta. Oltre a quella per il suo mentore, ha una seconda grande ossessione: quella per il giovane poliziotto Raghav. Fa di tutto per trovarsi faccia a faccia con lui. Ma se il killer non è del tutto normale, anche il poliziotto non è un esempio di stabilità mentale...

"Raman Raghav 2.0" è ispirato alla figura del serial killer omonimo, attivo a Bombay verso la fine degli anni ’60, la cui identità non era nel nome, ma nei pesanti oggetti contundenti con cui spaccò la testa a decine di persone per un decennio, avvolgendo nel panico l’enorme popolazione indifesa e priva di protezione. Raman è anche uno di quei film indiani che tocca vedere solo grazie a Netflix a meno di non averlo visionato all'interno di qualche sconosciuto festival. E'strano lodare una piattaforma on line che mai avrei pensato di sfruttare. Rimane pur vero che la maggior parte di film indiani cercati a lungo e per anni sul web o sulle piattaforme on-line con risultati deludenti finalmente mi da la possibilità di guardarmeli con i dovuti anni di distanza.
E'questo è un dato di fatto.
Il film di Kashyap è di una violenza straziante. E non parlo solo di quella sulle donne come spesso i film indiani non risparmiano, ma di un'atmosfera sporca e corrotta, una Mumbai soffocata e straziante, marcia fino al midollo come la natura ipercinetica del soggetto, le due diverse tonalità di cattiveria dei due protagonisti, i cambi di scena repentini e senza soluzioni di continuità e infine la dilatettica e l'assenza di morale tra un bene ormai sempre più inesistente e un male che non possiamo più fare a meno di nascondere.
Un film cupo, lungo ma non lento, tenuto assieme da capitoli che contraddistinguono un viaggio nella paura con un attore davvero sttraordinario in grado di restituire ferocia e sofferenza al suo personaggio.
Due facce della stessa medaglia che il cinema spesso sfrutta e confonde. In questo caso la cattiveria degenerata in crimine ed il male assoluto e fine a se stesso di entrambi generano conseguenze inattese ed effetti perversi come capitava nel film diretto dai Mo Brothers.
Kashyap non è nuovo alle storie violente e scabrose, infatti con il ben più conosciuto GANGS OF WASSEYPUR, non aveva ancora raggiunto l'apice della violenza che qui trova un segnale inequivocabile e un cambio di timone.


giovedì 3 agosto 2017

Ugly

Titolo: Ugly
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2013
Paese: India
Giudizio: 4/5

Shalini è sposata con Shoumik, violento e autoritario capo della polizia, che detesta il precedente marito Rahul, attore squattrinato. Un giorno in cui la piccola Kali, figlia di Shalini e Rahul, è con il padre, questi la lascia da sola in macchina; quando torna la bambina è scomparsa. Si scatena la caccia al rapitore, ma rispetto alla volontà di ritrovare Kali sembrano prevalere le vendette personali e i conti in sospeso da risolvere.

Ugly è un thriller indiano passato in sordina alcuni anni fa e proiettato infine al TFF.
Un film controverso e disturbante che parla del lato nascosto dell'India, o meglio di alcuni lati oscuri e del livello ormai inquietante di corruzione che attanaglia la città ponendo in primis l'inefficenza delle forze dell'ordine indiane.
Proprio le istituzioni vengono criticate in una galleria di personaggi tutti in fondo meschini, scelte e ambientazioni degradate quanto lussuose ponendo come fatto sociale rilevante la disuguaglianza che affligge questo paese.
Un thriller vitale e dinamico che nelle sue due ore di durata non si ferma mai, in un viaggio alla scoperta di se stessi, di un paese che finalmente racconta anche storie cruente abbandonando per un attimo il contesto e l'ironia bollywoodiana. Kashyap va ancora oltre con una messa in scena ottima, un gran ritmo, un montaggio attento e delle buone scelte di camera oltre che prediligere il cinema di genere in un crime story che non si vedeva da tempo. Lo stesso cast vede alcuni attori affermati nel vasto panorama delle produzioni indiane. La critica come dicevo non si limita solo ai rapimenti di bambini (una realtà scioccante se qualcuno ha voglia di interessarsi alla vicenda) trattando però tutte quelle dinamiche che sembrano proprio nascere dal contesto culturale, in cui vediamo le forze dell'ordine che sembrano alimentate da una profonda diffidenza per i cittadini, le donne lasciate in casa a bere che non sanno come passare le giornate, una cultura in fondo sempre più misogina e in tutto questo amici che rischiano la propria vita e la propria dignità per aiutare il prossimo e un finale davvero pesante che conferma l'ottimo lavoro di sceneggiatura, nonostante alcune piccole defezioni durante l'arco temporale della storia.



Zinzana

Titolo: Zinzana
Regia: Majid Al Ansari
Anno: 2015
Paese: Emirati Arabi
Giudizio: 4/5

Intrappolato in una cella senza luce, in una remota stazione della polizia, un uomo è tormentato dai ricordi della moglie e del figlio. Per poter uscire dalla prigione si trova costretto a fingersi pazzo.

Trovarsi estasiati di fronte all'ennesimo film sconosciuto proveniente dagli Emirati Arabi mi lascia come sempre sgomento per cosa mi sono perso, ma dall'altro la gioia di riuscire con il dovuto ritardo a guardare un film così maledettamente ispirato e di genere.
Zinzana conosciuto anche come Rattle the Cage, è il film che non ti aspetti. Un thriller teso e tutto d'atmosfera, girato in un'unica location (una prigione) e con due attori e una piccola galleria di personaggi secondari che entrano ed escono dalla stanza, ognuno con i propri segreti e misteri.
Il film è l'esordio di Majid Al Ansari, un regista molto in gamba che mette subito in chiaro cosa abbia in mente con un film pulito, tecnicamente di grande livello, teso, semplice, claustrofobico, folle e violento.
Anche se ci sono alcuni aspetti che non convincono e in cui la sospensione d'incredulità deve essere messa da parte con una certa difficoltà e mi riferisco all'intento che spinge l'antagonista a giocare a guardia e ladri con la vittima, così come la scena della coperta e altri stratagemmi che sembrano utilizzati per avere quel gioco forza di cui il regista ha bisogno per mandare avanti la storia.
Ali Suliman, il villain, sembra il sosia ebreo di Michael Fassbender e anche come mimica gli assomiglia molto. Guardando Zinzana ci si accorge come non siamo affatto distanti dal cinema europeo, orientale o americano. La pellicola pur non avendo una sceneggiatura memorabile e dei dialoghi che a volte risultano macchinosi, ha un ritmo incredibile e il cast così come la messa in scena ritorno a dire che fanno il resto.
Un film costato poco che ancora una volta rivela le mille facce della settima arte e i risultati ottimi che possono arrivare quando si hanno le idee chiare su ciò che si vuole fare.


Talvar

Titolo: Talvar
Regia: Meghna Gulzar
Anno: 2015
Paese: India
Giudizio: 4/5

Drammatizzazione del doppio omicidio di Noida, avvenuto nel 2008 e balzato agli onori della cronaca. Vittime furono una quattordicenne e la domestica che lavorava per conto della sua famiglia.

Ispirato ad un reale caso di cronaca, un film indiano che racconta un indagine sull'omicidio di un'adolescente e del suo servitore. Talvar si inserisce nel filone dei film di genere indiani che trovano spesso e volentieri spazio e distribuzione su piattaforme on line senza quasi mai riuscire ad essere distribuiti nei cinema ma trovando di rado qualche festival internazionale.
Guilty altro titolo con cui il film è uscito, sembra mantenere inalterato lo schema e il lavoro di scrittura. Attingendo da un caso di cronaca che ha fatto molto discutere l'opinione pubblica, è un film che Gulznar riempie di particolari, in cui la caratterizzazione dei personaggi è curatissima consentendo appunto di approfondire gli usi e costumi di un paese remoto, la cui cinematografia drammatica è quasi sconosciuta in Occidente dal momento che in molti pensano che l'India sia solo Bollywood e limitando così la diversità di una cinematografia molto variegata e complessa.
Un'altra opera in cui non c'è un personaggio trainante, o meglio c'è un protagonista principale ma il lavoro corale sviluppato dal regista è ottimo tale da mantenere una buona alternanza tra momenti concitati ed altri più riflessivi, che mettono in evidenza i paradossi della giustizia con momenti decisamente surreali.

Da uno spunto di cronaca, Talvar è una radiografia impietosa che fa male, denunciando la mentalità dominante all'interno degli apparati di polizia indiani, fra cialtronaggine, meschine rivalità professionali, stupidità, carrierismo e sete di potere. Un bel film di "denuncia civile" con un epilogo che coinvolge anche il sistema giudiziario, lasciando l'amaro in bocca come si evince da quel problema che "il 90% delle prove presenti nella scena del crimine vennero di fatto distrutte a causa della negligenza della polizia" come disse il CBI nella realtà. Perché la polizia, che per prima venne sul posto, non si occupò di non fare avvicinare nessuno nella scena del crimine, giornalisti, visitatori, amici, parenti, vicini, tutti circolavano nella scena del crimine come se fosse parco giochi. Sembra fantascienza ma è tutto reale e nel film acquista un penso ancora più sconvolgente.

domenica 2 luglio 2017

Okja

Titolo: Okja
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Il mondo sta esaurendo le sue scorte di cibo, e nessuno ne parla"; è questa la premessa con cui il CEO delle industrie Mirando, l'omonima Lucy annuncia al mondo il suo progetto legato al creare dei maiali enormi che possono sostentare famiglie in tutto il mondo. Un allevamento sostenibile, effettuato in luoghi specifici del pianeta, in cui questa nuova specie può crescere in natura e non in cattività. La Mirando però non si ferma qui e propone, alla fine, un premio per il migliore degli allevatori che riuscirà dopo dieci anni a crescere uno dei 26 esemplari nelle migliori condizioni possibili. Tra questi maiali c'è anche Okja, data in affidamento ad una famiglia di contadini in Korea e cresciuta con una bambina di nome Mija che fin dalla tenera età di quattro anni l'ha amata, coccolata e cresciuta come una sorella. Mija è un'anima pura, in contrapposizione a suo nonno che in Okja vede solo un'opportunità di guadagno, un piccolo maialino d'oro pronto solo per soddisfare la sua avidità. Sarà l'amore a spingere Mija a tentare in tutti i modi di salvare la sua compagna di vita, in un susseguirsi di difficoltà che riusciranno a mettere alla prova il loro legame.

Lunga vita agli adoratori dei mostri.
Bong Joon-ho per chi non lo conoscesse è una garanzia a tutti gli effetti. La sua filmografia per quanto il regista sia giovane è già straordinaria e vanta già alcuni indiscussi cult.
Praticamente sembra una scheggia impazzita tra i generi e i suoi due ultimi film, tra cui questo, ne sono l'esatta dimostrazione anche se il cinismo precedente qui sembra sconvolto da un film geneticamente modificato che rilascia qualche piccola perplessità su dove Hollywood voglia traghettare il talento del regista.
Ambiente, sicurezza, grandi corporation, multinazionali, complotti, ribelli animalisti, amore, amicizia, pubblico lobotomizzato, etc. Praticamente le storie del regista sud coreano sembrano sempre qualcosa di mastodontico e colossale. Storie semplici ma di un impatto emotivo gigante.
Già dai primi minuti al di là del discorso fantastico e politicamente post-contemporaneo di Lucy capiamo subito dove il film andrà a parare e un istante dopo in una natura meravigliosa scopriamo l'amore e l'amicizia tra Mija e Okja con tutta la sua filosofia intimista. Sembra tutto perfetto e per certi aspetti lo è pure. Poi avviene il "rapimento" e noi per un attimo prendiamo atto di una cosa.
Crescere con un animale, amarlo e nutrirlo, nonchè lavargli i denti e dormire assieme a lui diventa il leitmotiv per cui Mija, straordinaria Ahn Seo-hyun, già un volto indimenticabile dopo il bellissimo HOUSEMAID, appena scopre che il nonno ha venduto Okja, si trasforma e diventa un'adulta che rivuole ciò che è suo e che le è stato tolto senza nessun compromesso.
Detto così sembra banale e scontato ma il carisma, gli intenti e gli ideali che l'autore inserisce nelle sue opere e nei suoi personaggi sono di una trasparenza così naturale e senza mai complesse forzature che le scene e i fatti avvengono in modo disinvolto e con una coerenza e un senso magnetico nell'attaccare tutto con un aderenza perfetta che capita di rado nel cinema.
Soprattutto in queste mega produzioni con Netflix in testa e un cast che dopo SNOWPIERCER dimostra l'astuzia con cui l'autore dirige un cast internazionale che vanta alcune memorabili interpretazioni tra cui quella, forse leggermente esagerata ma straordinaria, di Gyllenhaal che sembra far scomparire Raoul Duke e senza dover stare a tessere le lodi di due veri mostri indiscussi come Tilda Swinton (che non credo sia umana) e Paul Dano.
Questa nuova incursione nella fantascienza e nel cinema di mostri è l'ennesima riprova che la metafora può adattarsi a tutto e con scopi e intenti nobili che condannano scandali agro-alimentari, che mostrano la presunzione e l'arroganza dei magnati della bersagliata "Monsanto" (il riferimento è palese) che tenta di eliminare la fame nel mondo inventando un nuovo tipo di bestiame.
Ancora una volta Bong Joon-ho riesce in un piccolo miracolo: umanizzare un mostro e trasformare gli umani in mostri o in ridicole marionette. Detto così potrebbe sembrare semplice ma la materia strutturata e messa in scena nel film e tanta, l'azione decolla senza ricorrere ad una messa in scena confusa e fracassona tenendo testa ad un virtuosismo sempre elegante, alcuni momenti sono davvero commoventi come le idee visive straordinarie mentre invece altri (come l'accoppiamento forzato tra le due creature) fa davvero venire i brividi e da una scossa di rabbia che non andrà via facilmente sapendo dunque dare risalto al lato drammatico dell'intera vicenda.
Okja si adatta a tutti i tipi di target ed è ancora una volta un universo di trovate e scene spettacolari. Tuttavia rimane un passo indietro rispetto al dramma girato all'interno del treno e della metafora distopica e post-apocalittica. Però come qualcuno scriveva forse è il momento che il regista torni a casa, in Corea, a realizzare dei film che gli corrispondano e gli permettano di esprimere con maggior evidenza e meno vincoli il suo immenso talento.
Okja è sincero, a volte banale ma semplice e in alcuni parti complesso nel cercare di dare visibilità e spessore a tutti i personaggi, nessuno dei quali viene messo da parte.
Okja poteva diventare la metafora perfetta per il panorama mediale contemporaneo, prendendo in giro tutti e mostrando come tutti ma proprio tutti a parte Mija e Okja giocano un ruolo da comparsa nel circo mediatico in cui viviamo. Vince chi è se stesso.



martedì 16 maggio 2017

Iron First

Titolo: Iron First
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.



martedì 25 aprile 2017

Imperial Dreams

Titolo: Imperial Dreams
Regia: Malik Vitthal
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Bambi vuole iniziare la sua carriera come ogni giovane scrittore vorrebbe. Ma per Bambi la normalità è un dilemma. “Normale” significa tornare a Watts, Los Angeles, dopo ventotto mesi in prigione, per trovare il suo giovane figlio giocare vicino alla sua nonna strafatta. È normale per il patriarca della famiglia dare il benvenuto a Bambi offrendogli pasticche, armi e un lavoro come spacciatore. Per Bambi e suo figlio, una normale visita del cugino significa dovergli estrarre un proiettile dal braccio. Bambi si relaziona a questa surreale normalità del ghetto con calma e compostezza, ma sa che questa quotidianità non potrà durare a lungo.

La Netflix si sa negli ultimi anni sta cercando di accaparrarsi quasi tutto dalle serie alle grandi produzioni per arrivare anche a piccole sorprese e film indipendenti come in questo caso.
Imperial Dreams analizza un altro sogno americano sfumato. Traccia la speranza e il cambiamento per un afroamericano dal futuro segnato e privo di speranze se non quelle legate alla criminalità. Un'opera che puntando a degli intenti nobili e attuali riesce ad essere commovente e intimista, delicata senza troppe esagerazioni.

Imperial Dreams riesce nel difficile compito di descrivere un'odissea di un giovane-padre (come capita sempre più spesso) disposto a opporsi con tutte le sue forze alle dure leggi del ghetto, pur di salvaguardare il benessere e la sicurezza del suo unico figlio. Il nostro (anti-)eroe, interpretato da John Boyega pre STAR WARS ha intenzione di fare ammenda per gli errori del passato, riscattando i suoi trascorsi da piccolo delinquente nella maniera più drastica e “indolore” cui riesce a pensare e che purtroppo sarà devastante e senza compromessi.  

martedì 7 marzo 2017

I Don't Feel at Home in This World Anymore

Titolo: I Don't Feel at Home in This World Anymore
Regia: Macon Blair
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ruth un assistente sociale depressa, torna dal lavoro e trova la casa svaligiata, all'appello mancano l'argenteria e il computer portatile. Persa fiducia nella polizia (e forse nell'umanità intera), Ruth inizia a indagare da sola, unendo le forze con il suo vicino di casa squilibrato e il suo cane Tony. Dopo aver localizzato il computer portatile, i due risalgono a un negozio di spedizioni, arrivando a sgominare una banda di criminali degenerati e pericolosi che popola un bizzarro mondo sotterraneo da dove non sembra esserci via d'uscita.

Macon Blair per chi non lo conoscesse è un attore poliedrico che ha regalato alcune ottime performance in BLUE RUIN e GREEN ROOM.
E'difficile classificare quest'ultimo film della Netflix che sembra ricordare così tante cose e allo stesso tempo nessuna, una sorta di commedia nera con sprazzi di revenge-movie dalle tonalità pulp weird e un black humor efficace. Con l'andare avanti il film però prende una piega diversa come d'altronde capita per i film di Saulnier di cui appunto Blair è la musa ispiratrice.
Al di là delle interpretazioni che non esondano mai pur rimanendo al limite dell'assurdo il film ci mostra due nuovi anti eroi spassosissimi come Ruth e Toni interpretati da una convincente Melanie Lynskey e un ritrovato Elijah Wood, i quali giocano sull'auto ironia (soprattutto il secondo) riuscendo a creare un personaggio di contorno funzionale allo scopo, creando una coppia di protagonisti bizzarra e completamente diversa.
Questa scheggia impazzita tratta tanti temi della nostra sempre più complessa normalità rappresentando una riflessione proprio sulla società contemporanea americana come ad esempio passare ai fatti prima di anteporre un dialogo, dare per scontato le cose, un egoismo che incancrenisce giorno dopo giorno la civiltà, il malessere generale degli americani e via dicendo. Sembra partire da un'unica certezza per poi farla esplodere a suon di violenza e sparatorie.
Il mondo è folle, lo è sempre stato e chiunque abbia un barlume di sensibilità e empatia rischia di essere sepolto senza troppi convenevoli. Quindi è ora che coloro che mantenevano una sorta di calma apparente deflagrino senza farsi troppi sensi di colpa e in tutto questo spesso e volentieri il cinema indipendente si presta ad hoc.


iboy

Titolo: iboy
Regia: Adam Randall
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia di Tom, un adolescente il cui mondo viene capovolto da un violento incontro con dei delinquenti locali, durante il quale viene colpito da un iPhone, i cui frammenti s'integrano nel suo cervello. Tom conosce, vede, e può fare più di quello che potrebbe fare qualsiasi ragazzo. Con i suoi nuovi poteri si propone di vendicarsi della banda che ha aggredito Lucy, la ragazza che ama.

E se la tua realtà subisse un upgrade? iboy è la risposta girata in fretta e furia dalla Netflix, che cerca di mettere assieme giovani, nuove tendenze e tecnologie, una sorta di analisi che prendendo spunto dalla serie di BLACK MIRROR punta sui digital natives e il loro impatto coi media.
Il protagonista è un ragazzino con i poteri e il ritmo del film in alcuni momenti sembra voler ricordare quella dimensione ludica da comics contaminata con venature intelletuali sci-fi.
L'idea di partenza partendo proprio dagli spunti interessanti sul protagonista è buona.
Il problema è che viene sviluppata nel modo meno originale possibile.
Il risultato è un film che non è brutto ma sa di qualcosa di vago, inutile e poco sofisticato senza dimostrare di avere nessun guizzo intuitivo e ancor peggio nella narrazione che dal secondo atto si arrotola su se stesso senza dare continuità e regalare colpi di scena come nell'incidente scatenante.
Sembra proprio che la Netflix abbia bisogno di spendere più soldi e risorse possibili anche quando il film non è pronto così come la trama e il casting. Non lo dico per sentore ma perchè è la realtà che ci sta invadendo con prodotti che sembrano blockbuster in alcuni casi venuti pure peggio, mentre dall'altra parte ci sono titoli interessanti ma troppo "fracassoni". Iboy è un altro specchio per le allodole che promette tanto e mantiene poco senza riuscire ad approfondire tematiche distopiche.




mercoledì 15 febbraio 2017

Into the Inferno

Titolo: Into the Inferno
Regia: Werner Herzog
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Werner Herzog per i vulcani, cinematograficamente parlando, risale al documentario "La Soufriére" del lontano 1977, e non è mai diminuita. Into the inferno è una summa delle sue varie riprese attraverso il mondo - dall'Australia all'Indonesia, dalla Corea del Nord all'Islanda - alla ricerca dei vulcani più impressionanti del mondo, raccontati non solo nella loro valenza scientifica, ma soprattutto nella loro dimensione magica, e nella loro straordinaria capacità di informare la visione del mondo delle comunità circostanti.

Si tratta della cosiddetta catastrofe di Toba, l’esplosione di un supervulcano indonesiano avvenuta tra 70 e 80mila anni fa. Fu un evento davvero catastrofico, probabilmente il più potente degli ultimi 500mila anni, di cui è testimonianza diretta un enorme cratere di oltre 100 chilometri di diametro, visibile dallo Spazio, e i sedimenti di polvere e pomice con la stessa datazione rinvenuti in India e persino in Africa orientale. Le conseguenze dell’eruzione non sono state accertate con sicurezza: secondo alcuni, l’evento fu così forte da spazzare via quasi del tutto la specie umana, lasciando in vita solo poche centinaia di persone.
Comunque siano andate le cose, la nostra specie è ancora qui, ancora viva, il che la dice lunga sulla resilienza dell’essere umano e sulla nostra estrema adattabilità. Per quanto riguarda il futuro, è ipotizzabile pensare che un evento del genere, prima o poi, si ripeta. Naturalmente, la probabilità è molto bassa. Ed è difficile stimare quando succederà – potrebbero passare altri 100mila anni – e quali sono le zone vulcaniche che più probabilmente ne saranno coinvolte”. Oppenheimer
Clive Oppenheimer che però non c'entra nulla con il regista di ACT OF KILLING, è il narratore di questa nuova avventura del famoso e poliedrico artista tedesco.
Sono anni ormai che ringrazio Werner per darmi la possibilità di scoprire le più desolate e inimmaginabili aree geografiche nascoste al mondo e ai cittadini mortali per scoprire così qualcosa di nuovo e magico.
Ecco è proprio la magia quella che l'autore riesce sempre a far scaturire dai suoi lavori mettendo al centro la natura e le immagini e lasciando che siano loro a parlare senza interrompere questo straordinario disegno che piano piano si sta cancellando dalla nostra memoria per lasciare spazio a frame e pixel che mostrano una società e una natura sempre più "liquida".
In questo modo possiamo osservare assieme al regista come spettatori e scoprire così assieme a lui, una guida sacra in territori inesplorati, un Virgilio che riponde proprio al nome del famoso vulcanologo citato prima e che non a caso ci accompagna nel viaggio nell'inferno come il titolo.
I vulcani poi da sempre sono stati qualcosa che ha appassionato il documentarista e allo stesso modo la loro natura e la loro furia sono da sempre tra gli spettacoli più maestosi e imponenti che la natura ci abbia dato modo di osservare e temere. Il documentario si apre in chiave interpretativa ad un messaggio globale sempre attuale e importante. Negli ultimi anni le catastrofi e i disastri ambientali stanno diventando argomenti a cui non si presta quasi più attenzione. Da questo punto di vista i vulcani sono dei termometri perfetti misurando lo stato di salute del pianeta. L'opera diventa allora un percorso di spiritualità antropologicamente molto interessante come le leggende narrate dagli indigeni su cosa rappresenti nel loro immaginario il vulcano.
Se la lava "esprime la rabbia dei diavoli" diventando il sangue del pianeta allora la valenza simbolica attribuita a questi fenomeni può diventare un sistema simbolico organizzatore di senso,una cosmologia perfetta e allo stesso tempo un segnale con caratteri divini.
Immagini nitide, scioccanti, alcune di repertorio, di certo nessuna "modificata" con la cg, dimostrano la passione inesauribile di un ultrasettantenne che apparentemenete non sembra aver paura di niente.
Dai più strani, giganteschi e leggendari del mondo, veniamo catapultati in Indonesia, nella Corea del Nord, passando per le montagne di Islanda ed Etiopia. Ovviamente come tutti i lavori del regista non manca una parte che introduce e spiega l’aspetto scientifico della questione come dicevo raccontando l’antichissimo legame tra vulcani, mitologia e spiritualità.

"E sono tornato a occuparmi di vulcani, stavolta per sempre. Ma non solo in senso stretto: mi interessa come la vulcanologia si interfaccia con archeologia, matematica, fisica, biologia, storia”. Oppenheimer

domenica 23 ottobre 2016

Audrie and Daisy

Titolo: Audrie and Daisy
Regia: Cohen Bonni
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il documentario documenta le storie di Audrie Pott e Daisy Coleman, due ragazze che sono state violentate nel 2012, all'età di quindici anni, da parte di compagni delle scuole superiori. Il film analizza non solo i dettagli di entrambi i casi, ma si concentra anche sulle conseguenze brutali per entrambe le ragazze che successivamente sono divenute vittime di bullismo e di umiliazioni sia dagli altri studenti che dai membri della comunità.

La cultura del silenzio. Audrie and Daisy è un documentario interessante, incisivo, attuale e psicologicamente con diversi motivi per cui andrebbe valutato se usarlo come strumento per informare e cercare di coinvolgere gli adolescenti.
Sono storie dure, e purtroppo su cui non si cerca quasi mai di parlare preferendo rimuovere o credere di esserselo meritato. Le interviste sono dolorose e angoscianti soprattutto quando il fratello della vittima scopre che è stato proprio il suo miglior amico ad abusare della sorella assieme ad altri amici. In tutto questo i dialoghi sono incisivi, le storie drammatiche e dolorose, le quali insegnano a riprendere il mano il coraggio e di non mollare come capita spesso ricorrendo al suicidio.
Il documentario indaga e prende sotto esame anche un problema ancora più attuale che si spera trovi presto una soluzione come quello legato ad un sistema legale che fatica a perseguire questa tipologia di casi spesso per mancanza di prove evidenti o perchè non si riesce ad agganciare le vittime. Allo stesso tempo e con minor tenacia vengono attaccati anche i social media soprattutto per quanto concerne il cyber-bullismo e il rifiuto da parte di una comunità di credere che possano accadere fatti del genere dietro l'angolo di casa.



sabato 10 settembre 2016

Rebirth

Titolo: Rebirth
Regia: Karl Mueller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Durante un seminario sulla rinascita, un padre di famiglia viene catapultato in un turbine di violenza e seduzione.

Rebirth aveva tutte le carte in tavola per essere un thriller psicologico affascinante che tratta un tema molto attuale come quello delle new-religion.
Il cammino di auto-realizzazione per alcuni aspetti sembra avere qualche analogia con i concetti di Scientology e altre pratiche che soprattutto in questo periodo di reincanto stanno tornando di moda.
Il fatto poi di scegliere un protagonista, Kyle, come un padre di fatto tranquillo senza molta identità e senza troppe aspirazioni, funziona fino ad un certo punto per cercare di equilibrare i suoi stati emotivi e le sue reazioni di fronte al gruppo e alla "setta" che diventano mano a mano sempre più intenzionati a far parte della quotidianità di Kyle.
Quindi anche nel suo caso il percorso per cercare di scardinarne la tranquillità è per certi versi anomalo, con qualche intuizione, che però scade soprattutto nel finale troppo esagerato e che per certi versi distrugge quanto di buono era stato creato prima.
Proprio la log-line "sei libero di andartene ma non di evitarne le conseguenze" sembra profetica per quella disfatta che andrà ad assorbire la vita del protagonista e che entrerà in modo invasivo a casa sua sconvolgendo la sua vita.

Il problema grosso alla base del film è che sembra volerti far riflettere su tanti temi e situazioni che possono entrare nelle nostre vite, per curiosità, scoperta, bisogno di avere qualcuno che ci ispiri, e via dicendo, ma al contempo essere freddo e distaccato proprio da tutte le strade che vuole percorrere. Un film disordinato e caotico, che volendo muovere troppe pedine finisce con l'essere schiacciato proprio dai suoi intenti. Intenzioni che nella prima parte funzionano bene poichè portatrici di un'atmosfera e una suspance che fino alla "rivelazione" ha tutti gli elementi per tenere lo spettatore incollato allo schermo.