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martedì 20 marzo 2018

Seven sisters


Titolo: Seven sisters
Regia: Tommy Wirkola
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un futuro tetro, la sovrappopolazione obbliga il governo a misure estreme. Il piano di Nicolette Cayman prevede di obbligare le famiglie ad avere un solo figlio: fratelli e sorelle saranno ibernati in attesa di tempi migliori. Ma Terrence riesce ad aggirare i controlli del Child Allocation Bureau, facendo assumere alle sue sette nipotine gemelle la medesima identità. Ognuna si chiamerà come un giorno della settimana e in quello stesso giorno potrà uscire di casa. Per il mondo le sette sorelle corrispondono a un'unica persona: Karen Settman.

Seven sisters è un altro di quei film pasticciati ma piacevoli che parla di un problema che sta facendo discutere da anni ovvero la sovrappopolazione. Le stesse regole vigenti in Cina vengono usate dal resto del mondo, dove una multinazionale controlla le nascite e mette in ibernazione tutti i bimbi o le bimbe che nascono dopo il primo figlio.
Ovviamente c'è chi si ribella.
C'era un film cinese che parlava di come una coppia cerchi di eludere i controlli in Cina tenendo nascosto in casa il figlio o la figlia in più. Purtroppo non ricordo il nome ma il concetto era simile, non distopico e faceva luce su un reale problema.
C'è da dire per difendere il regista che gli intenti del film sono cambiati, così come la sceneggiatura e la regia. Progetti di questo tipo che devono per forza vedere la luce entro time line senza i tempi giusti e la riflessione che alcune scelte impongono significa rischiare di essere derivativi oppure di portare a casa quello che si può come in questo caso un finale troppo telefonato e rpevedibile.
Seven sisters è un pò così. L'attrice cerca di fare il possibile per dare carattere ed enfasi alle 7 personalità, la detective story su dove finiscono le altre sorelle inciampa alle volte ma riesce ad essere interessante.
Un film zoppicante, con alcuni spunti interessanti, una nota dolente che non vuole strizzare l'occhio all'happy ending (le gemelle muoiono...) e la solita critica alle multinazionali corrotte che nascondono le vere ambizioni.


lunedì 19 marzo 2018

Annihilation


Titolo: Annihilation
Regia: Alex Garland
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una biologa, il cui marito partecipa a missioni militari segrete, è disperata per il suo mancato rientro. L'uomo finalmente torna a casa ma non sa però spiegare cosa gli sia successo, non ricorda niente e sta misteriosamente male. La biologa verrà così a conoscenza di un'anomalia verificatasi anni fa e tenuta segreta: un'area da cui nessuno ha mai fatto ritorno tranne appunto suo marito, che sembra però prossimo a morire. Decide così di affrontare questo enigma e partecipa alla prossima spedizione, insieme ad altre quattro donne, ognuna esperta in un diverso campo scientifico.

Annihilation è uno di quei film che per forza di cose farà discutere. I motivi sono tanti a partire dal fatto che è tratto dalla trilogia di uno scrittore schizzato e originale che spero arrivi tradotto da noi per quanto concerne il resto della sua bibliografia.
Un film Netflix pubblicizzato, almeno qui a Torino, in maniera inquietante facendoti quasi passare la voglia di vederlo.
Un film che porta la Portman su un palmo della mano come a dire che effettivamente nel film esiste solo lei e Oscar Isaac che recita Isaac Oscar.
Un film molto lento con un ritmo che spesso frena ogni tensione e atmosfera soprattutto per le pedanti scene di coppia tra i due protagonisti.
Questi e altri motivi rendono difficile il giudizio per un film che probabilmente avrà due sequel ammesso che la macchina funzioni a livello di botteghino.
Ci sono stati alcuni cambiamenti drastici come la scelta delle protagoniste che nel libro non sono bianche ma di etnia differente e altri motivi che il regista di EX MACHINA ha voluto subito rivelare quasi per non essere attaccato da critiche di ogni sorta.
Rimane un film frammentato da una realizzazione che definirei veloce e sbrigativa come quando cerchiamo di capire che cosa sia realmente questa entità che prende forma. La parte filosofica del film in alcuni momenti cerca di scavalcare la narrazione diventando un esercizio di stile coadiuvato da un importante lavoro col sonoro (ma Garland non è Villeneuve) e la stessa minaccia che mi ha fatto pensare al nulla della storia infinita per quanto potente e suggestiva come idea viene messa da parte come se da un momento all'altro ci si aspettasse una reazione che di fatto avviene solo nel climax finale dalla biologa spaventata che non può o non vuole accettare questa entità.
Un film che nella parte tecnica attinge a una messa in scena senza passi falsi e con alcune scelte estetiche e una fotografia molto costosa e in alcuni momenti, quando l'azione centellinata fa capolino, qualche cosa di buono il film soprattutto con le bestie cerca di portarlo a casa (anche se il lupo parlante che chiede aiuto è sul filo del rasoio tra l'horror e la trashata dell'anno).
Forse è una di quelle operazioni complesse che il cinema per fretta e bisogno di soldi vuole veder crescere troppo in fretta senza aspettare o rispettare alcune fasi fondamentali.
Annihilation è così, ha tante cose che non funzionano ma non si può dire che è proprio brutto.

martedì 27 febbraio 2018

Ritual


Titolo: Ritual
Regia: David Bruckner
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

The Ritual parla delle vicende di Phil, Dom, Hutch e Luke, un gruppo di amici che decidono di fare un viaggio in Svezia per onorare la morte di Rob, amico del gruppo rimasto ucciso durante una rapina sei mesi prima e con il quale stavano organizzando questa vacanza. Il viaggio, per quanto faticoso, procede bene finché Dom non si fa male al ginocchio e, per cercare di tornare al rifugio di montagna più vicino, optano per prendere una scorciatoia che farebbe risparmiare al gruppo parecchio tempo. Una scelta che ovviamente catapulterà il gruppo in un vortice di orrore, mettendo alla prova tanto il loro istinto di sopravvivenza quanto l’amicizia che li lega.

Ritual fa parte di quelle orbite nell'universo Netflix che dopo una prima occhiata non capisci se ti è piaciuto, cosa Netflix abbia visto nel film e perchè potesse piacere al suo pubblico e infine che cosa vuole realmente essere il lavoro di Bruckner.
Di certo non è un brutto film ma nemmeno comparabile con alcuni horror robusti e strazianti che abbiamo visto ultimamente.
Un film che sembra più un horror psicologico dove il montaggio riesce a ritagliarsi anche alcuni momenti ben riusciti come lo stacco sul supermercato in mezzo al bosco (un bel flash) e un intrattenimento che di certo non manca soprattutto quando vediamo alcuni segnali che potrebbero far pensare a rituali magici, sette o altri meccanismi ben oliati dalla cinematografia.
Qui invece arriva un mostro enorme che spalanca le braccia in segno di preghiera verso la grande madre.
La scena pù bella rimane quella nel bosco (tra l'altro tutte le scene sono girate in Transilvania) dove ad un tratto il protagonista osserva in mezzo agli alberi e fa la scioccante scoperta, mentre a mio avviso il finale andava lasciato aperto mentre questa sorta di revenge che poi proprio così non è lascia quell'amaro in bocca come ad aver scelto la strada più semplice e funzionale soprattutto in termini di happy ending.


martedì 20 febbraio 2018

Cloverfield Paradox


Titolo: Cloverfield Paradox
Regia: Julius Onah
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un team internazionale di astronauti, cercando di risolvere una disperata crisi energetica in atto sulla Terra, tenta un esperimento che si spinge ben oltre i confini. Il terrificante e contorto risultato diventerà una minaccia per le loro vite.

Forse le trilogie stanno davvero esagerando nel cercare a tutti i costi di trovare frammenti anche sconclusionati per cercare di riassumere la propria politica in tre film totalmente differenti e distanti anni luce sotto il profilo della continuità.
Cloverfield Paradox proprio come 10 CLOVERFIELD LANE sembra di nuovo stravolgere i piani narrativi. Un primo capitolo in città con incursione del mostro, una sorta di home invasion che sembra indurci ad aver paura di ciò che sta fuori e infine questo film tutto virato sulla fantascienza con l'immancabile mostro finale che potrebbe far pensare ad un ennesimo sequel.
Apocalisse o post-apocalisse, scenario distopico, sci-fi. Tutto sembra convergere in questa diversissima trilogia di film in cui è forse proprio il primo ad essere allo stesso tempo originale per quanto fosse una specie di found footage (filone che negli ultimi anni ha esagerato con prodotti spesso e volentieri amatoriali).
A parte quindi la parola Paradox il film poteva essere uno dei soliti film sul genere capitanati da Netflix come a proliferare con il viral marketing in un'opera derivativa che esagera troppo nel finale senza riuscire a trovare quel climax avvincente e funzionale alla narrazione (il mostro sì c'è ma non basta perchè dobbiamo rosicare fino al prossimo capitolo).




After porn ends


Titolo: After porn ends
Regia: Bryce Wagoner
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La vita fuori dagli schermi degli attori pornografici contemporanei più famosi d'America. Cosa li ha spinti a intraprendere la carriera nell'hard? Cosa succede quando abbandonano quel percorso per vivere una vita ordinaria?

Alcuni documentari trattano temi che aiutano a comprendere meglio un fenomeno o meglio cosa ci sia dietro e con quali interessi e con quale posta in gioco.
After porn ends tratta il tema di quelle attrici, quasi tutte donne a parte tre attori, che dopo la carriera si domandano cosa possono fare e come la società intende trattarle appendendo di fatto il sesso al chiodo.
La risposta non è a lieto fine, anzi. Diciamo che chi ha raccimulato tanti soldi e ha un buon marito vive in questa fortunata condizione. Poi ci sono tutte quelle che nonostante le difficoltà sono riuscite a trovare un altro lavoro, o infine chi ha perso tutto e vive di ricordi del passato come reduce dell'industria del sesso con diversi problemi legati al fisico o alle dipendenze da sostanze.
Dalle 10 interviste alle milf emergono diversi dati tutti strutturati secondo storie di vita diverse.
C'è chi per compensare un passato segnato dagli abusi sceglie il porno proprio come bisogno per, a sua volta, continuare ad essere uno strumento magari annebbiato da alcool e droga.
Chi semplicemente ha inizialmente deciso di smettere all'arrivo dei figli per poi rendersi conto che non è in grado di accettare altri lavori e il porno in due guiorni di lavoro la settimana soddisfa il fabbisogno.
Dalle interviste emerge netto un fattore di differenza: le donne assomigliano chi in un modo chi in un altro a delle reduci, persone che hanno dovuto affrontare e superare il momento dell'abbandono delle scene (in media se non sono famose durano 3 o max 4 anni)mentre gli uomini invece sembrano rimasti fondamentalmente uguali a loro stessi, praticando in prevalenza hobbies ed avendo una memoria soprattutto aneddotica di quel periodo (alcuni parlano di masturbazione assistita come a far comprendere che quello che fanno non è nemmeno sesso ma consumazione di corpi)


domenica 24 dicembre 2017

Suburra

Titolo: Suburra
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

La serie segue le vicende di alcuni personaggi tra politici, criminali e persone comuni, che rimangono coinvolti negli affari malavitosi della città di Roma.
Febbraio 2008: dopo l'annuncio delle dimissioni da parte del sindaco di Roma, il criminale noto come Samurai ha solo 21 giorni per terminare l'acquisto di alcuni terreni del lungomare di Ostia e far approvare alcuni piani edilizi dal comune. Tali terreni sono infatti nelle mire delle mafie del sud Italia, che vogliono costruirvi un 'porto' utile al traffico di droga (principale attivitá delle famiglie di Aureliano e Spadino) e cominciare a fare affari nella capitale.
Aureliano vive con il padre, che mal sopporta, e con la sorella Livia, e sogna di costruire uno chalet sui terreni di Ostia di appartenenza della madre, morta molti anni prima. La famiglia Adami si oppone fermamente al progetto di Aureliano; infatti sia Livia che il padre non informano Aureliano del progetto in porto. Spadino appartiene ad una famiglia di etnia sinti. Nonostante sia omosessuale, viene costretto a sposare una ragazza tramite un matrimonio combinato organizzato dal fratello maggiore e dalla madre. È disinteressato completamente alle attività criminali organizzate dalla sua comunità e non accetta il ruolo attributogli dalla famiglia. Entrambi fanno parte di due famiglie nemiche nelle quali non hanno spazio per realizzarsi, pur diventando amici durante lo svolgimento della serie.
Gabriele sembra il classico bravo ragazzo, è il figlio di un poliziotto. Vive con il padre, ma all'insaputa di questi si destreggia tra l'università e lo spaccio di cocaina, rifornendo tutte le feste della Roma benestante, durante le quali in genere partecipano personalità politiche, clericali e criminali. Egli viene usato come pedina da Samurai per i suoi interessi. Sara è un revisore di conti spregiudicata, lavora in Vaticano e insieme al marito gestisce una società interessata ai terreni di Ostia, mirati da Samurai. Amedeo Cinaglia è invece un politico, consigliere comunale del comune di Roma, onesto e idealista, sente fortemente il senso di dovere nei confronti dell'elettore ma è pieno di rancore nei confronti del partito in cui non si sente rappresentato, anzi sottovalutato nonostante il suo lavoro in commissione e la sua integrità. Vive un conflitto interno legato alla sua morale, ma sarà costretto a scendere a compromessi con Samurai per raggiungere i suoi obiettivi, passando dall'altra parte. Entrambi sono coinvolti loro malgrado nell'affare dei terreni di Ostia, la prima come antagonista di Samurai, l'altro come pedina.

Suburra, la serie, è il prequel del film SUBURRA diretto da Sollima nel 2015.
Dopo la Banda della Magliana e dopo una serie di film su tematiche analoghe, l'Italia "scopre" in massa l'esistenza dell'intricata rete criminale della capitale e che la serialità e il crime movie sono i due ingredienti che il pubblico di nuova generazione per ora sembra apprezzare di più.
L'Italia c'è poi da dire non è stata mai avvezza al fenomeno delle serie tv come in America o anche in alcuni paesi europei. In più quelle poche apparse negli anni vanno davvero dimenticate o meglio hanno il limite di poter piacere quasi solo al nostro pubblico senza il valore commerciale di venderle all'estero e quindi poterci investire.
Suburra non è una serie a mio avviso scritta così bene come GOMORRA (la produzione è la stessa, Cattleya, e la cosa più vicina ad uno showrunner) ma sicuramente ha vinto la sfida di riuscire a regalare pathos, azione, sentimenti ed emozioni, tantissimo ritmo e una messa in scena come si deve e al pari degli altri paesi. Questo è commercialmente importante.
Avevo tantissimi dubbi, paure e perplessità sul fatto che fosse la prima serie televisiva italiana prodotta da Netflix. Come con i cugini di Scampia, anche in questa prima stagione i giovani sono i protagonisti. Un trio davvero eterogeneo che racchiude tutto il meglio e il peggio di Roma su tre esempi di famiglie e modi di intendere la politica, la giustizia, la corruzione e gli affetti.
Da questo punto di vista la scrittura si prende il suo tempo, ma non troppo, per raccontarci i nostri protagonisti, alleanze e famiglie.
L'orgoglio alla base di Aureliano, l'irruenza di Spadino, l'ambiguità di Gabriele. Tutto sembra ribadire come una cartina quali facce e contorni conosceremo per l'intera stagione.
E i temi vanno dall'impossibilità di governare Roma, a detta del Samurai (uno dei personaggi più riusciti anche come attore dopo l'insopportabile Amendola anche se parla troppo) potendola solo amministrare grazie agli accordi e le larghe intese con lo stato qui interpretato dal politico incorruttibile quello che poi diventerà Favino nel film, rappresentato dal presiedente del consiglio comunale di Roma, così come il personaggio complesso, ambizioso e con uno switch a metà stagione inaspettato del revisore dei conti del Vaticano.
Suburra trascorre piacevolmente per tutti i suoi dieci episodi portando però mano a mano che le vicende prendono una piega ormai abbastanza scontata che si potesse cercare di fare qualcosa di più aggiungendo altro e/o agitando di più le acque su una capitale che sta letteralmente precipitando.
Soprattutto il Vaticano con la storia del ricatto al prete che poteva essere molto più accattivante prende subito un'altra piega allontanandosi dal triangolo Stato-Mafia-Chiesa ma mirando gli intenti solo sulle prime due.

10 episodi per 7 giorni che raccontano come nel bel brano di Piotta i 7 vizi della capitale.

mercoledì 15 novembre 2017

Wheelman

Titolo: Wheelman
Regia: Jeremy Rush
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ex detenuto sfrutta le sue abilità di autista da rapine per ripagare un debito in denaro maturato con la malavita. Durante un lavoro apparentemente facile, tutto va a rotoli quando un uomo misterioso gli intima di abbandonare i suoi complici e scappare con i soldi. Da quel momento tutto si complica, l’autista finisce infatti nel bel mezzo di una disputa tra bande rivali. La sua vita e quella dei suoi familiari sono minacciate.

Per chi non conoscesse Frank Grillo, attore fisico che non vanta titoli memorabili se non l'allenatore Frank Campana, ci troviamo di fronte al suo primo film come protagonista. Un film de facto scritto apposta su di lui con uno sguardo intimista che ricorda per certi versi LOCKE, sposando però alcune tematiche su DRIVE e ibridi simili. Pochi inseguimenti ma diversi dialoghi concernenti le regole criminali e i doppi giochi che possono arrivare nel peggiore dei modi.
La tecnica anche qui di usare il cellulare, un iPhone che racconta in modalità vivavoce la vicenda risulta solo per alcuni aspetti funzionale alla vicenda mentre, già su una trama intricata, diventa lacunosa e macchinosa in alcune sue parti.
Wheelman è un altro prodotto Netflix.
L'autista è un paradossale e adrenalinico kammerspiel automobilistico, nella forma di un action–thriller quasi interamente ambientato nell’angusto abitacolo di una vettura gettata a folle velocità nel mezzo di intrighi e sparatorie d’ogni sorta.
Il film comunque dopo il primo atto in cui conosciamo il nostro protagonista, diventa una vera e propria missione salvifica contando che l'autista, per tutto il film non sappiamo il suo nome, deve intervenire in prima persona nel mezzo di un’imminente guerra fra gang che minaccia da vicino i suoi affetti più cari ovvero moglie e soprattutto figlia.
Un altro uomo che in questa post-contemporanietà non riesce a sbrigarsela con un solo lavoro ma ha bisogno di ricorrere a soluzioni disperate e pericolose.


domenica 15 ottobre 2017

Babysitter

Titolo: Babysitter
Regia: Mcg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cole è un ragazzo timido ed emarginato, che sta attraversando una difficile fase della sua crescita, a causa della crisi matrimoniale dei genitori. Mentre il padre e la madre passano intere giornate in camere di hotel per ritrovare l’intimità perduta, Cole viene affidato all’avvenente e spigliata babysitter Bee. Fra i due si instaura un’immediata simpatia, basata sulla reciproca passione per la cultura pop. Cole comincia inoltre a nutrire anche un’attrazione fisica e sentimentale per la propria babysitter. Spronato dall’amica Melanie, Cole decide di spiare le azioni di Bee durante la notte, scoprendo la terribile verità: insieme agli amici, la babysitter mette in scena un macabro e sanguinario rito satanico.

Diciamolo pure. Mcg come regista è un mestierante chiamato a dirigere film abbastanza ridicoli di loro nonchè scialbi sequel. Babysitter è sicuramente il suo lavoro migliore prima di tutto perchè è furbo e sa cosa regalare ai fan del genere. I meriti quindi non sono di certo suoi ma di tutto il reparto che sta dietro, sceneggiatura in primis e produzione.
Babysitter è un horror sconclusionato e banale sotto certi aspetti che cavalca l'imperante moda degli anni '80. Una commedia di formazione in partenza che prende poi la piega della commedia nera a tinte splatter quando interviene la mattanza degli adepti in cui non si riesce più a contare le esagerazioni con cui vengono descritte e fagocitate le azioni. Il sangue predomina la scena comunque patinata e coloratissima creando una contaminazione tra sotto generi dell'horror come l'home invasion e gli slasher movie e tutto il tema sulle sette e i loro rituali.
Un film che vorrebbe ed è un viaggio di formazione sessuale e di autostima per il giovane adolescente con la babysitter troppo gnocca per essere vera.
Un piccolo viaggio dell'eroe di Cole dentro casa sua (modello MAMMA HO PERSO L'AEREO) ma con la differenza che all'interno c'è una setta satanica (o presunta tale dal momento che a parte Bee nessuno sembra così convinto) e da qui in poi il film prende la piega dell'horror a tutti gli effetti dimenticando quanto di buono prima era riuscito a mettere assieme.
La regia di Mcg impazza da ogni dove regalando movimenti di macchina fluidi e un montaggio frenetico che crea quel ritmo furibondo che non stanca mai. Anche i personaggi a loro modo, pur essendo macchiette, cercano di avere quella caratterizzazione che non gli rende così banali e cerca di giocare sui continui cambi di registro tra buoni e cattivi esterni o interni alla casa.
Alla fine è un film divertentissimo dove lo spettatore ha però u compito importante: spegnere completamente il cervello e sospendere l'incredulità come se non fosse mai realmente esistita.
Per alcuni aspetti ma con una trama che semplicemente è da invertire mi ha ricordato il film passato in sordina al TFF dell'anno scorso SAFE NEIGHBORHOOD


Little Evil

Titolo: Little Evil
Regia: Eli Craig
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gary si è da poco sposato con Samantha e tra loro tutto sembra andare a meraviglia, non fosse per il difficile rapporto con il figlio di lei, Lucas. Intorno al bambino, nato il sei giugno e prossimo a compiere sei anni, si verificano infatti disastri con una frequenza incredibile e crescente. Tanto che pure l'amorevole Gary inizierà a sospettare che la sua natura non sia esattamente mortale e indagherà sulle origini del bambino, aiutato da bizzarri personaggi a partire dalla collega maschiaccio Al. Nel mentre un prete che in Tv predica la prossima fine del mondo si trasferisce in un convento abbandonato proprio nella cittadina di Gary.

A volte tocca aspettare degli anni. A volte capita anche che alcuni registi scompaiano dopo aver dato luce al loro piccolo cult. E'curioso un personaggio come Craig che dopo il validissimo TUCKER AND DALE VS EVIL gira questa contaminazione di generi assurda e divertentissima. Per alcuni aspetti una prosecuzione della politica d'autore che già gli vedeva adoratori del diavolo nel primo film e manco a farlo apposta anche i toni e la comicità sono simili. Inutile stare ad elencare le miriadi di citazioni dai grandi classici ai film di serie b di cui il film è infarcito.
Little Evil spacca in modo adorabile con alcune battute che colpiscono il segno e personaggi assai godibili. Riesce ad essere grottesco laddove PICCOLA PESTE e MATILDA non potevano.
Riesce ad essere politicamente scorretto mostrando i modi garbati e spesso falsi dietro cui si nascondono alcuni personaggi delle istituzioni e poi sette sataniche e gruppi di neo-mamme che difendono i valori dei loro figli in sedute che ricordano gli alcolisti anonimi.
Il film poi ha un ritmo incredibile, pieno di gag, regalando alcuni momenti decisamente esilaranti ad altri quasi splatter.
Un film dove davvero non manca nulla. La sceneggiatura esagera, straborda, diventando alla fine un film sul rapporto figlio e patrigno e possiamo citare OMEN, KRAMER CONTRO KRAMER.
La domanda che forse ogni spettatore dovrebbe farsi è proprio questa: perchè Gary ha accettato tutto questo? Ma la risposta è immediata guardando Evangeline Lilly la gnoccca di LOST che ad un tratto spiega che Lucas è nato dopo essere stata violentata da una setta sotto sostanze e in mezzo ad una cerimonia con rituale e annessi vari.
Una trashata pazzesca ma che alla fine per il sottoscritto ci sta eccome.

Ovviamente non ci si deve aspettare una sceneggiatura che prenda anche solo minimamente in maniera seria gli eventi che tratta e di cui parla. Si ride tanto in questo film ed è una caratteristica spesso più unica che rara ma con quell'inizio in medias res il regista ha già risposto a tutte le domande.

domenica 10 settembre 2017

Defenders

Titolo: Defenders
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il ninja cieco Daredevil, la detective strafottente Jessica Jones, l'ex detenuto a prova di proiettile Luke Cage e il miliardario esperto di Kung Fu Iron Fist, quattro eroi tanto singolari quanto solitari, sono costretti a mettere da parte i problemi personali per allearsi contro la Mano, un'organizzazione criminale guidata da una figura enigmatica che si fa chiamare Alexandra, la quale minaccia di distruggere New York City, scoprendo di essere ancora più forti quando fanno squadra.

Non era facile fare qualcosa di così brutto. Alla fine DEFENDERS che dalla sua aveva tutti gli elementi, il budget e in parte il cast, ha fatto proprio quello che non doveva fare, diventando l'ennesima serie lenta, noiosa e inconcludente che anzichè svilupparsi e crescere, diminuisce mano a mano che prosegue nella narrazione diventando alla fine l'apoteosi del non sense ponendo Iron First come protagonista a cui tutti devono inchinarsi se vogliono salvare il mondo ognuno inseguendo il suo destino. Praticamente i primi episodi servono solo a far capire che Randal sarà l'obbiettivo di tutti i nemici e solo lui, dentro di sè, ma deve ancora scoprirlo, ha l'arma per abbattere il male.
Tutte le strade portano alla Mano, e la minaccia è costituita da un’organizzazione guidata dalla misteriosa Alexandra che a sua volta resuscita Elektra che al mercato mio padre comprò.
Ecco poi premetto di non essere un appassionato di questi eroi di serie b della Marvel eccezion fatta per DAREVEDIL di cui ho visto entrambe le stagioni cosa che ovviamente non ho fatto per LUKE CAGE e ancor meno per JESSICA JONES personaggio discutibilissimo e molto antipatico, mentre invece mi sono fatto molto male guardando la prima stagione di IRON FIRST sull'ennesimo rampollo borghese, che non accadrà dovessero fare una seconda stagione come per dire che la prima è bastata eccome.
Ora l'idea di metterli tutti assieme poteva rivelarsi un'occasione spettacolare per dare vita e azione ma sembra invece che l'intento sia stato quello di fare un prodotto in piena regola che attingendo da vari aspetti, nessuno particolarmente interessante, sembra riproporre come uno stampino tutti gli errori visti nelle serie precedenti.
A differenza di DAREVEVIL dove c'erano due nemici/amici importanti e caratterizzati molto bene, qui Alexandra che comanda tutti e tutti tiene nella Mano, comincia a sbiadire dopo alcuni episodi ovviamente effetto della monotonia che non aggiunge struttura e complessità al personaggio.
I nostri protagonisti invece quasi non si possono vedere per come sono stati scritti male. I dialoghi sono sempre posticci e sembrano ripetere e sottolineare sempre le stesse cose ( e guarda caso quelle in cui dovrebbe arrivarci proprio lo spettatore) e Murdock sembra messo da parte come se a livello di follower fosse il meno interessante dei quattro.


venerdì 8 settembre 2017

Message from the King

Titolo: Message from the King
Regia: Fabrice du Welz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jacob Kin arriva in città dal Sud Africa, alla ricerca della sorella minore. Ha solo poche centinaia di dollari in tasca e un biglietto di ritorno che scade dopo una settimana. In sole 24 ore, scopre che la ragazza è stata brutalmente assassinata. Il film parla di quello che avviene nei successivi sei giorni.

Du Welz è uno dei miei registi post-contemporanei preferiti. Ha girato una trilogia indimenticabile con CALVAIRE, VINYAN e ALLELUIA. Semplicemente sono tre film complessi e importantissimi, tre sguardi che richiamano l'horror per le loro atmosfere e le loro storie molto inquietanti e originali.
Poi sappiamo che il talento belga ha avuto diversi problemi con le produzioni, diventando un regista cult amato e beniamino dei festival, mentre dall'altra parte stava diventando sempre più difficile produrre le sue opere che seppur vero a livello di cinema di genere sono opere colte e complesse facendo incetta di premi, dall'altra a livello commerciale non hanno saputo vendere come e spesso il cinema ha bisogno essendo di fatto e prima di tutto un mercato.
COLT 45 è un poliziesco teso e spietato con una fotografia magnifica, uno script già meno originale e onirico oltre che ipnotico rispetto a i suoi precedenti film, ma con un finale devastante e un buon manipolo di attori. In questo caso la trama è ancora più asciutta con pochi ma potenti colpi di scena tra cui l'incidente scatenante e una giustizia privata abbastanza funzionale nel cercare percorsi nuovi soprattutto nella psicologia del protagonista, le sue strategie e il doppio gioco dei suoi stessi nemici. Una storia abbastanza scontata che gode di alcune buone prove attoriali con un nutrito cast che vede alcuni volti noti e lo stile sporco di camera e fotografia che il regista adotta al meglio nei bassifondi di Los Angeles lasciando da parte tutte quelle impressionanti location e atmosfere di VINYAN.
Qui come per COLT 45 la città non è un'isola selvaggia anche se in questo le bande di criminali e gli spietati affaristi che si nascondono nelle loro lussuose ville nascondo orrori a volte così indicibili che a confronto la natura per quanto selvaggia si rivela sempre in fondo meno contorta dell'animo umano. La sua prima regia yankee dunque non è stata così becera come si poteva pensare anche se si vede che il talento e la politica dell'autore nelle sue ultime ipere esce poco. Ma pur di vedere ancora il talento belga preferisco che continui a fare cinema in America magari dando coraggio e fiducia ad uno dei suoi progetti personali.

"Ho avuto però la possibilità di girare quanto mi ero prefissato nel modo in cui l’ho pensato e ho avuto un certo controllo sulla produzione. La post-produzione invece è stata più difficile, tutto un altro gioco, a causa delle molte voci che interferiscono, dai sindacati alla DGA (Directors Guild of America). Hai a disposizione 10 giorni per realizzare la tua directors’cut, dopodiché subentrano i produttori, che guardano il materiale e decidono. Inoltre devi occuparti del montaggio, comprensivo del suono e della colonna sonora, quindi non c’è modo di fare le cose con calma passo per passo … A un certo punto comunque, i produttori prendono il sopravvento e tutto diventa molto complicato. Questa cosa però va accettata, perchè funziona così da quelle parti. "

domenica 3 settembre 2017

City of Tiny Lights

Titolo: City of Tiny Lights
Regia: Pete Travis
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La pellicola è ambientata nella multiculturale e contemporanea Londra, dove niente è quello che sembra. Tommy Akhtar è un fan del cricket, un figlio devoto e un investigatore privato fannullone. Il suo ufficio si trova sopra una ditta taxi di taxi, gli piacciono l'alcol e le sigarette, ed è fortemente cinico. Tommy, una mattina, trova una prostituta di alta classe, Melody, in cerca di aiuto. Vuole che trovi la sua amica Natasha, che è stata vista l'ultima volta mentre incontrava un nuovo cliente al bar Mayfair. Non ha molta fortuna nella ricerca di Natascia, ma trova il cadavere di un uomo d'affari pakistano Usman Rana, e prima di rendersene conto, viene coinvolto nel pericoloso e sinistro mondo del fanatismo religioso e degli intrighi politici.

L'ultimo film di Travis dopo alcuni esordi non proprio gratificanti e un paio di film azzeccati, trova qui di nuovo nell'indi e nella produzione low-budget, i canoni e i criteri per sviluppare il suo ultimo poliziesco quasi tutto in esterni per i quartieri di Londra.
Un'opera artigianale, un noir con un'atmosfera cupa e contemporanea dove il nostro improvvisato investigatore deve in due ore di film risolvere un caso di quelli scomodi e con intenti politici alle spalle e una corruzione che come sempre abbraccia parte delle proprie amicizie.
Il risultato è una regia tecnicamente mediocre che cerca di inquadrare al meglio le mille sfumature in cui il film s'addentra quando più si avvicina al climax. Una fotografia che cerca di fare il possibile senza colpi di genio ma con quei rallenty forzati e cambi di luce repentini anche se lavora con due colori freddi molto accesi per quasi tutto l'arco della narrazione. Un finale abbastanza scontato e un manipolo di attori che cercano di fare il possibile con Riz Ahmed in un ruolo da protagonista, non facile, ma che cerca di convincere il più possibile.
Interessi, capitali, amicizie, tutto piano piano emerge nel film, con i flussi di ricordi e i tasselli che si incastrano con una facilità disarmante accompagnati da una colonna sonora a tratti interessante.
Basato sul romanzo omonimo del co-sceneggiatore Patrick Neate, il film è un ritratto unico di una Londra contemporanea narrata come una brulicante metropoli multiculturale dove nulla è come sembra. Nel finale pur avendo alti e bassi soprattutto legati al ritmo e alcuni dialoghi della sceneggiatura, avrebbe forse giovato qualche colpo di scena in più e un secondo atto più sintentico.


Mindhorn

Titolo: Mindhorn
Regia: Sean Foley
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Richard Thorncroft ha raggiunto l'apice del successo negli anni Ottanta lavorando come Mindhorn, un agente segreto con un occhio robotico in grado di "vedere la verità". Decenni dopo, quando uno squilibrato desidera scontrarsi con Mindhorn, Richard si vede costretto a ritornare sui suoi passi rivivendo i suoi giorni di gloria, riacquistando credibilità professionale e riallacciando la storia d'amore con l'ex amante Patricia Deville.

La parodia ha il compito di far ridere anche se non sempre ottiene l'effetto sperato nello spettatore.
L'ironia è uno degli strumenti più difficili da saper utilizzare soprattutto quando naviga su territori inesplorati o per rendere, come in questo caso, omaggio agli anni '80.
Mindhorn è un commedia britannica co-prodotta da Ridley Scott e disponibile in esclusiva su Netflix. Un film che coniuga spionaggio e commedia in cui bisogna amare e provare una certa empatia per il protagonista altrimenti si diventa istantaneamente distanti anni luce dalle gag e dalle splapstick che Foley, in quanto attore, cerca di trovare e di infarcire nel film.
Richard si perde nel personaggio e viceversa in un gioco degli equivoci che scatena gag e dialoghi esilaranti, con figure secondarie che ben si adattano all'improbabilità di una vicenda dalle diverse sfumature per un'operazione che nella sua magnetica leggerezza mostra tutti i suoi limiti o come molti invece sostengono i punti di forza e chiave che lo hanno reso un enorme succcesso.


sabato 2 settembre 2017

Raman Raghav 2.0

Titolo: Raman Raghav 2.0
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Raman è un serial killer che vive a Mumbai e che trova, per così dire, ispirazione nelle gesta di un suo predecessore, l'omicida seriale Raman Raghav, che operava in India negli anni Sessanta. Oltre a quella per il suo mentore, ha una seconda grande ossessione: quella per il giovane poliziotto Raghav. Fa di tutto per trovarsi faccia a faccia con lui. Ma se il killer non è del tutto normale, anche il poliziotto non è un esempio di stabilità mentale...

"Raman Raghav 2.0" è ispirato alla figura del serial killer omonimo, attivo a Bombay verso la fine degli anni ’60, la cui identità non era nel nome, ma nei pesanti oggetti contundenti con cui spaccò la testa a decine di persone per un decennio, avvolgendo nel panico l’enorme popolazione indifesa e priva di protezione. Raman è anche uno di quei film indiani che tocca vedere solo grazie a Netflix a meno di non averlo visionato all'interno di qualche sconosciuto festival. E'strano lodare una piattaforma on line che mai avrei pensato di sfruttare. Rimane pur vero che la maggior parte di film indiani cercati a lungo e per anni sul web o sulle piattaforme on-line con risultati deludenti finalmente mi da la possibilità di guardarmeli con i dovuti anni di distanza.
E'questo è un dato di fatto.
Il film di Kashyap è di una violenza straziante. E non parlo solo di quella sulle donne come spesso i film indiani non risparmiano, ma di un'atmosfera sporca e corrotta, una Mumbai soffocata e straziante, marcia fino al midollo come la natura ipercinetica del soggetto, le due diverse tonalità di cattiveria dei due protagonisti, i cambi di scena repentini e senza soluzioni di continuità e infine la dilatettica e l'assenza di morale tra un bene ormai sempre più inesistente e un male che non possiamo più fare a meno di nascondere.
Un film cupo, lungo ma non lento, tenuto assieme da capitoli che contraddistinguono un viaggio nella paura con un attore davvero sttraordinario in grado di restituire ferocia e sofferenza al suo personaggio.
Due facce della stessa medaglia che il cinema spesso sfrutta e confonde. In questo caso la cattiveria degenerata in crimine ed il male assoluto e fine a se stesso di entrambi generano conseguenze inattese ed effetti perversi come capitava nel film diretto dai Mo Brothers.
Kashyap non è nuovo alle storie violente e scabrose, infatti con il ben più conosciuto GANGS OF WASSEYPUR, non aveva ancora raggiunto l'apice della violenza che qui trova un segnale inequivocabile e un cambio di timone.


giovedì 3 agosto 2017

Ugly

Titolo: Ugly
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2013
Paese: India
Giudizio: 4/5

Shalini è sposata con Shoumik, violento e autoritario capo della polizia, che detesta il precedente marito Rahul, attore squattrinato. Un giorno in cui la piccola Kali, figlia di Shalini e Rahul, è con il padre, questi la lascia da sola in macchina; quando torna la bambina è scomparsa. Si scatena la caccia al rapitore, ma rispetto alla volontà di ritrovare Kali sembrano prevalere le vendette personali e i conti in sospeso da risolvere.

Ugly è un thriller indiano passato in sordina alcuni anni fa e proiettato infine al TFF.
Un film controverso e disturbante che parla del lato nascosto dell'India, o meglio di alcuni lati oscuri e del livello ormai inquietante di corruzione che attanaglia la città ponendo in primis l'inefficenza delle forze dell'ordine indiane.
Proprio le istituzioni vengono criticate in una galleria di personaggi tutti in fondo meschini, scelte e ambientazioni degradate quanto lussuose ponendo come fatto sociale rilevante la disuguaglianza che affligge questo paese.
Un thriller vitale e dinamico che nelle sue due ore di durata non si ferma mai, in un viaggio alla scoperta di se stessi, di un paese che finalmente racconta anche storie cruente abbandonando per un attimo il contesto e l'ironia bollywoodiana. Kashyap va ancora oltre con una messa in scena ottima, un gran ritmo, un montaggio attento e delle buone scelte di camera oltre che prediligere il cinema di genere in un crime story che non si vedeva da tempo. Lo stesso cast vede alcuni attori affermati nel vasto panorama delle produzioni indiane. La critica come dicevo non si limita solo ai rapimenti di bambini (una realtà scioccante se qualcuno ha voglia di interessarsi alla vicenda) trattando però tutte quelle dinamiche che sembrano proprio nascere dal contesto culturale, in cui vediamo le forze dell'ordine che sembrano alimentate da una profonda diffidenza per i cittadini, le donne lasciate in casa a bere che non sanno come passare le giornate, una cultura in fondo sempre più misogina e in tutto questo amici che rischiano la propria vita e la propria dignità per aiutare il prossimo e un finale davvero pesante che conferma l'ottimo lavoro di sceneggiatura, nonostante alcune piccole defezioni durante l'arco temporale della storia.



Zinzana

Titolo: Zinzana
Regia: Majid Al Ansari
Anno: 2015
Paese: Emirati Arabi
Giudizio: 4/5

Intrappolato in una cella senza luce, in una remota stazione della polizia, un uomo è tormentato dai ricordi della moglie e del figlio. Per poter uscire dalla prigione si trova costretto a fingersi pazzo.

Trovarsi estasiati di fronte all'ennesimo film sconosciuto proveniente dagli Emirati Arabi mi lascia come sempre sgomento per cosa mi sono perso, ma dall'altro la gioia di riuscire con il dovuto ritardo a guardare un film così maledettamente ispirato e di genere.
Zinzana conosciuto anche come Rattle the Cage, è il film che non ti aspetti. Un thriller teso e tutto d'atmosfera, girato in un'unica location (una prigione) e con due attori e una piccola galleria di personaggi secondari che entrano ed escono dalla stanza, ognuno con i propri segreti e misteri.
Il film è l'esordio di Majid Al Ansari, un regista molto in gamba che mette subito in chiaro cosa abbia in mente con un film pulito, tecnicamente di grande livello, teso, semplice, claustrofobico, folle e violento.
Anche se ci sono alcuni aspetti che non convincono e in cui la sospensione d'incredulità deve essere messa da parte con una certa difficoltà e mi riferisco all'intento che spinge l'antagonista a giocare a guardia e ladri con la vittima, così come la scena della coperta e altri stratagemmi che sembrano utilizzati per avere quel gioco forza di cui il regista ha bisogno per mandare avanti la storia.
Ali Suliman, il villain, sembra il sosia ebreo di Michael Fassbender e anche come mimica gli assomiglia molto. Guardando Zinzana ci si accorge come non siamo affatto distanti dal cinema europeo, orientale o americano. La pellicola pur non avendo una sceneggiatura memorabile e dei dialoghi che a volte risultano macchinosi, ha un ritmo incredibile e il cast così come la messa in scena ritorno a dire che fanno il resto.
Un film costato poco che ancora una volta rivela le mille facce della settima arte e i risultati ottimi che possono arrivare quando si hanno le idee chiare su ciò che si vuole fare.


Talvar

Titolo: Talvar
Regia: Meghna Gulzar
Anno: 2015
Paese: India
Giudizio: 4/5

Drammatizzazione del doppio omicidio di Noida, avvenuto nel 2008 e balzato agli onori della cronaca. Vittime furono una quattordicenne e la domestica che lavorava per conto della sua famiglia.

Ispirato ad un reale caso di cronaca, un film indiano che racconta un indagine sull'omicidio di un'adolescente e del suo servitore. Talvar si inserisce nel filone dei film di genere indiani che trovano spesso e volentieri spazio e distribuzione su piattaforme on line senza quasi mai riuscire ad essere distribuiti nei cinema ma trovando di rado qualche festival internazionale.
Guilty altro titolo con cui il film è uscito, sembra mantenere inalterato lo schema e il lavoro di scrittura. Attingendo da un caso di cronaca che ha fatto molto discutere l'opinione pubblica, è un film che Gulznar riempie di particolari, in cui la caratterizzazione dei personaggi è curatissima consentendo appunto di approfondire gli usi e costumi di un paese remoto, la cui cinematografia drammatica è quasi sconosciuta in Occidente dal momento che in molti pensano che l'India sia solo Bollywood e limitando così la diversità di una cinematografia molto variegata e complessa.
Un'altra opera in cui non c'è un personaggio trainante, o meglio c'è un protagonista principale ma il lavoro corale sviluppato dal regista è ottimo tale da mantenere una buona alternanza tra momenti concitati ed altri più riflessivi, che mettono in evidenza i paradossi della giustizia con momenti decisamente surreali.

Da uno spunto di cronaca, Talvar è una radiografia impietosa che fa male, denunciando la mentalità dominante all'interno degli apparati di polizia indiani, fra cialtronaggine, meschine rivalità professionali, stupidità, carrierismo e sete di potere. Un bel film di "denuncia civile" con un epilogo che coinvolge anche il sistema giudiziario, lasciando l'amaro in bocca come si evince da quel problema che "il 90% delle prove presenti nella scena del crimine vennero di fatto distrutte a causa della negligenza della polizia" come disse il CBI nella realtà. Perché la polizia, che per prima venne sul posto, non si occupò di non fare avvicinare nessuno nella scena del crimine, giornalisti, visitatori, amici, parenti, vicini, tutti circolavano nella scena del crimine come se fosse parco giochi. Sembra fantascienza ma è tutto reale e nel film acquista un penso ancora più sconvolgente.

domenica 2 luglio 2017

Okja

Titolo: Okja
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Il mondo sta esaurendo le sue scorte di cibo, e nessuno ne parla"; è questa la premessa con cui il CEO delle industrie Mirando, l'omonima Lucy annuncia al mondo il suo progetto legato al creare dei maiali enormi che possono sostentare famiglie in tutto il mondo. Un allevamento sostenibile, effettuato in luoghi specifici del pianeta, in cui questa nuova specie può crescere in natura e non in cattività. La Mirando però non si ferma qui e propone, alla fine, un premio per il migliore degli allevatori che riuscirà dopo dieci anni a crescere uno dei 26 esemplari nelle migliori condizioni possibili. Tra questi maiali c'è anche Okja, data in affidamento ad una famiglia di contadini in Korea e cresciuta con una bambina di nome Mija che fin dalla tenera età di quattro anni l'ha amata, coccolata e cresciuta come una sorella. Mija è un'anima pura, in contrapposizione a suo nonno che in Okja vede solo un'opportunità di guadagno, un piccolo maialino d'oro pronto solo per soddisfare la sua avidità. Sarà l'amore a spingere Mija a tentare in tutti i modi di salvare la sua compagna di vita, in un susseguirsi di difficoltà che riusciranno a mettere alla prova il loro legame.

Lunga vita agli adoratori dei mostri.
Bong Joon-ho per chi non lo conoscesse è una garanzia a tutti gli effetti. La sua filmografia per quanto il regista sia giovane è già straordinaria e vanta già alcuni indiscussi cult.
Praticamente sembra una scheggia impazzita tra i generi e i suoi due ultimi film, tra cui questo, ne sono l'esatta dimostrazione anche se il cinismo precedente qui sembra sconvolto da un film geneticamente modificato che rilascia qualche piccola perplessità su dove Hollywood voglia traghettare il talento del regista.
Ambiente, sicurezza, grandi corporation, multinazionali, complotti, ribelli animalisti, amore, amicizia, pubblico lobotomizzato, etc. Praticamente le storie del regista sud coreano sembrano sempre qualcosa di mastodontico e colossale. Storie semplici ma di un impatto emotivo gigante.
Già dai primi minuti al di là del discorso fantastico e politicamente post-contemporaneo di Lucy capiamo subito dove il film andrà a parare e un istante dopo in una natura meravigliosa scopriamo l'amore e l'amicizia tra Mija e Okja con tutta la sua filosofia intimista. Sembra tutto perfetto e per certi aspetti lo è pure. Poi avviene il "rapimento" e noi per un attimo prendiamo atto di una cosa.
Crescere con un animale, amarlo e nutrirlo, nonchè lavargli i denti e dormire assieme a lui diventa il leitmotiv per cui Mija, straordinaria Ahn Seo-hyun, già un volto indimenticabile dopo il bellissimo HOUSEMAID, appena scopre che il nonno ha venduto Okja, si trasforma e diventa un'adulta che rivuole ciò che è suo e che le è stato tolto senza nessun compromesso.
Detto così sembra banale e scontato ma il carisma, gli intenti e gli ideali che l'autore inserisce nelle sue opere e nei suoi personaggi sono di una trasparenza così naturale e senza mai complesse forzature che le scene e i fatti avvengono in modo disinvolto e con una coerenza e un senso magnetico nell'attaccare tutto con un aderenza perfetta che capita di rado nel cinema.
Soprattutto in queste mega produzioni con Netflix in testa e un cast che dopo SNOWPIERCER dimostra l'astuzia con cui l'autore dirige un cast internazionale che vanta alcune memorabili interpretazioni tra cui quella, forse leggermente esagerata ma straordinaria, di Gyllenhaal che sembra far scomparire Raoul Duke e senza dover stare a tessere le lodi di due veri mostri indiscussi come Tilda Swinton (che non credo sia umana) e Paul Dano.
Questa nuova incursione nella fantascienza e nel cinema di mostri è l'ennesima riprova che la metafora può adattarsi a tutto e con scopi e intenti nobili che condannano scandali agro-alimentari, che mostrano la presunzione e l'arroganza dei magnati della bersagliata "Monsanto" (il riferimento è palese) che tenta di eliminare la fame nel mondo inventando un nuovo tipo di bestiame.
Ancora una volta Bong Joon-ho riesce in un piccolo miracolo: umanizzare un mostro e trasformare gli umani in mostri o in ridicole marionette. Detto così potrebbe sembrare semplice ma la materia strutturata e messa in scena nel film e tanta, l'azione decolla senza ricorrere ad una messa in scena confusa e fracassona tenendo testa ad un virtuosismo sempre elegante, alcuni momenti sono davvero commoventi come le idee visive straordinarie mentre invece altri (come l'accoppiamento forzato tra le due creature) fa davvero venire i brividi e da una scossa di rabbia che non andrà via facilmente sapendo dunque dare risalto al lato drammatico dell'intera vicenda.
Okja si adatta a tutti i tipi di target ed è ancora una volta un universo di trovate e scene spettacolari. Tuttavia rimane un passo indietro rispetto al dramma girato all'interno del treno e della metafora distopica e post-apocalittica. Però come qualcuno scriveva forse è il momento che il regista torni a casa, in Corea, a realizzare dei film che gli corrispondano e gli permettano di esprimere con maggior evidenza e meno vincoli il suo immenso talento.
Okja è sincero, a volte banale ma semplice e in alcuni parti complesso nel cercare di dare visibilità e spessore a tutti i personaggi, nessuno dei quali viene messo da parte.
Okja poteva diventare la metafora perfetta per il panorama mediale contemporaneo, prendendo in giro tutti e mostrando come tutti ma proprio tutti a parte Mija e Okja giocano un ruolo da comparsa nel circo mediatico in cui viviamo. Vince chi è se stesso.



martedì 16 maggio 2017

Iron First

Titolo: Iron First
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.



martedì 25 aprile 2017

Imperial Dreams

Titolo: Imperial Dreams
Regia: Malik Vitthal
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Bambi vuole iniziare la sua carriera come ogni giovane scrittore vorrebbe. Ma per Bambi la normalità è un dilemma. “Normale” significa tornare a Watts, Los Angeles, dopo ventotto mesi in prigione, per trovare il suo giovane figlio giocare vicino alla sua nonna strafatta. È normale per il patriarca della famiglia dare il benvenuto a Bambi offrendogli pasticche, armi e un lavoro come spacciatore. Per Bambi e suo figlio, una normale visita del cugino significa dovergli estrarre un proiettile dal braccio. Bambi si relaziona a questa surreale normalità del ghetto con calma e compostezza, ma sa che questa quotidianità non potrà durare a lungo.

La Netflix si sa negli ultimi anni sta cercando di accaparrarsi quasi tutto dalle serie alle grandi produzioni per arrivare anche a piccole sorprese e film indipendenti come in questo caso.
Imperial Dreams analizza un altro sogno americano sfumato. Traccia la speranza e il cambiamento per un afroamericano dal futuro segnato e privo di speranze se non quelle legate alla criminalità. Un'opera che puntando a degli intenti nobili e attuali riesce ad essere commovente e intimista, delicata senza troppe esagerazioni.

Imperial Dreams riesce nel difficile compito di descrivere un'odissea di un giovane-padre (come capita sempre più spesso) disposto a opporsi con tutte le sue forze alle dure leggi del ghetto, pur di salvaguardare il benessere e la sicurezza del suo unico figlio. Il nostro (anti-)eroe, interpretato da John Boyega pre STAR WARS ha intenzione di fare ammenda per gli errori del passato, riscattando i suoi trascorsi da piccolo delinquente nella maniera più drastica e “indolore” cui riesce a pensare e che purtroppo sarà devastante e senza compromessi.