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sabato 1 agosto 2020

A Sun


Titolo: A Sun
Regia: Chung Mong-hong
Anno: 2019
Paese: Taiwan
Giudizio: 4/5

Una famiglia di quattro persone viene distrutta quando il figlio più giovane viene mandato in un centro di detenzione minorile. Il figlio maggiore, che è sempre stato considerato la speranza della famiglia, prende una decisione che devasta i genitori.

Il quinto film di Mong-hong fa centro appieno rivelandosi un dramma famigliare, un noir che parte depistando lo spettatore con un paio di scene di amara vendetta davvero crudeli per poi rallentare e moderare i toni diventando un film che dalla strada, passa al carcere minorile, fino al cammino di redenzione, il revenge-movie e molto altro ancora.
In due ore e mezza il film si dipana su sentieri molto diversi ma tutti perfettamente collegati, rivelando parte degli intenti dei protagonisti e raccontando senza mezze misure una vicenda molto cruda e umana, un viaggio realistico di come si cerchi con tutte le difficoltà del caso di risorgere dalle ceneri senza aver fatto i conti con i debiti del passato e tutti i suoi aguzzini pronti a vendicarsi.
Le colpe che ricadono in primis sui genitori, la responsabilità di ritrovarsi ad aver messo alla luce un bambino senza saperlo, Mong-hong non abbassa mai i toni, anzi il dramma si dipana sempre in crescendo, fino ad impazzire verso il finale e dovendo trovare un climax potente per chiudere una faccenda che rischiava di far esplodere tutto. In più è incredibile notare come tutti i personaggi vengano caratterizzati e sondati fino alla radice, tra paure, invidia fraterna, scelte difficili, ricordi (la scena del figlio morto che appare al padre è commovente, oppure la rivelazione del marito nel finale a sua moglie) rendendo il film un'opera fortemente riflessiva ed emotivamente sconvolgente senza mai perdere i binari ma dimostrando una naturalezza impressionante.


mercoledì 1 luglio 2020

22 Luglio


Titolo: 22 Luglio
Regia: Paul Greengrass
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La strage di Utoya avvenuta nel 2011 per mano del terrorista Anders Breivik, in cui morirono 69 giovani tra i 14 e i 20 anni.

Greengrass è un mestierante particolarmente preso sul serio nell'action americano.
Jason BourneBourne UltimatumCaptain Phillips-Attacco in mare aperto, erano film sempre in un qualche modo inflazionati da una scrittura e una messa dove gli intenti e la politica d'autore rimanevano in secondo piano, piazzando l'estetica e la macchina da presa come unici punti di riferimento.
La strage di Utoya è una questione complessa, un vero incubo a cui un paese come la Norvegia non avrebbe mai potuto credere e che ancora oggi è una ferita aperta e un trauma senza parole.
Lasciare dunque ad un americano che accetta la sfida di Netflix di approfondire il dramma, di per sè era già un'operazione discutibile e delicata. Il film dura due ore e mezza, di cui i primi 24' sono legati alla strage vista dal punto di vista di Breivik e una delle vittime. Il resto del film è tutto sulla ricostruzione del processo, degli interrogatori, della riabilitazione da parte delle vittime, dell'importanza degli affetti e della famiglia in una comunità che non si arrende e infine con accenni politici sparpagliati tra gruppi di estrema destra e decisioni del primo ministro, un film corale con troppi rimandi confusi.
La questione è che il film seppur confezionato molto bene, assimila in maniera feroce il dramma iniziale per poi sciogliersi su se stesso, diventando a tratti addirittura patetico soprattutto nella descrizione della famiglia di Viljar e il suo bisogno di "vendetta". Allo stesso tempo la descrizione di Breivik quando viene arrestato, sembra quasi involontariamente comico per quanto gli venga dato importanza e su quanto la stessa opinione pubblica sembra aver paura chiedendosi se veramente possa esserci un qualche disegno terroristico dietro.

sabato 16 maggio 2020

Extraction


Titolo: Extraction
Regia: Sam Hergrave
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo assolda un mercenario per far ritrovare suo figlio

Chris Hemsworth & company sono come i Baldwin. Un'insieme di fratelli che ci tocca sopportare nonostante il contributo sia assai discutibile. Ora Chris manco a farlo apposta è il migliore ma è un fisic du role, che recita di mascella e spesso ha dato modo di rendere al meglio le sue prodezze in film discutibili e reazionari. Fino ad oggi Thor è la cosa migliore che abbia fatto e penso di aver detto tutto.
Ora Extraction è un film che cerca di fare meno sforzi possibili nella creazione di una storia per puntare tutto sui combattimenti e le roboanti scene d'azione (poi c'è pure il piano sequenza che blah blah blah). Un film incredibilmente stupido che per fortuna non si prende mai seriamente, che sposta i nemici in India confinando col Pakistan e che mette all'interno tante scene di botte da orbi funzionali quanto scoppiettanti (il perchè è uno solo e ci riporta al nome in questione Sam Hergrave, praticamente il dio del tuono degli stunt man che prima o poi dovrà vedersela con il suo acerrimo rivale il dio della forza Chad Stahelski).
Un film che nelle sue due ore però non riesce ad annoiare mai nonostante i cambi continui di location e alcune prove attoriali che fanno sembrare tutto una sorta di circo bollywoodiano che mette le radici nell'ignoranza eroica di Hemsworth e l'inutilizzatissimo David Harbour.
Un film che ad un certo punto smette di raccontare per far sparare più o meno tutti, in testa i bambini, ognuno sacrificando e cercando di essere cazzuto il più possibile passando dal lato oscuro alla luce bianca o viceversa. Un b movie con un budget alto, esplosioni a quintalate, elicotteri che si sfracellano, il protagonista caratterizzato così male che nel primo atto ti viene solo da ridere.
Un film di quelli che non si può prendere sul serio, ma ci si diverte, contando che per fortuna non è reazionario, è solo ignorante e regala tanto intrattenimento anche se telefonato e con i non colpi di scena pronti a minare ogni tentativo di provare a credere di avercela fatta.


lunedì 20 aprile 2020

Diamanti Grezzi


Titolo: Diamanti Grezzi
Regia: Safdie
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Howard Ratner è un gioielliere che gestisce un negozio nel Diamond District di Manhattan. Incallito giocatore d'azzardo, marito e padre di famiglia con villa nei sobborghi, adultero con l'amante in città, Howard vive perennemente braccato dai debitori, in particolare dal cognato affiliato alla mafia italoamericana. Maneggione e bugiardo, ripone le sue speranze in un opale proveniente dall'Etiopia: ma qualche giorno prima dell'asta che dovrebbe fruttargli una somma milionaria, si fa convincere dal giocatore di basket Kevin Garnett, venuto in visita al suo negozio, a scambiare la pietra con un anello, dando così inizio a una serie infinita di traffici che segneranno il suo destino.

Attenti a quei due, già lo presagivo dal loro esordio. I Safdie stanno dimostrando di essere quei riformatori, quei distruttori di regole, forme, messe in scena, dialoghi, trame assurde e molto altro ancora.
Tre film tutti in crescendo, tutti con un tasso adrenalinico scoppiettante, in particolare con quest’ultima opera ci troviamo di fronte al film più complesso, ambizioso, monumentale, frenetico.
Mai e poi mai avrei detto che Adam Sandler mi sarebbe piaciuto così tanto. Un attore detestabile sempre legato a film penosi e inclassificabili qui incarna l’ebreo “malefico” doppiogiochista perfetto che in fondo molti odiano ma che è riuscito a diventare ciò che è, senza farsi mai mettere i piedi in testa da nessuno, ma costantemente alla ricerca del compromesso ideale soprattutto per lui.
Howard Ratner diventa così il centro nevralgico nel nuovo mondo, da cui tutto nasce e dove sembra che tutto debba confluire, senza mai perdere la continuità di una serie incontrollata di affari che si intrecciano in maniera formidabile e non riuscendo mai a prendersi una pausa in un crescendo patologico di mischiare tutto a partire dalla sua incasinata vita privata.
Uno dei film più belli di questa annata cinematografica, un film che guarderò e riguarderò per l’assoluta e irrefrenabile astuzia e capacità nel tenere un ritmo diabolico, a tratti eccessivo, spesso incontrollato nello spettatore che dovrà mettercela tutta per collegare tutti gli impianti di semina che sembrano un campo sterminato.


Altered Carbon-Resleeved


Titolo: Altered Carbon-Resleeved
Regia: Takeru Nakajima, Yoshiyuki Okada
Anno: 2020
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Takeshi Kovacs è in una differente ‘custodia’, con il compito di proteggere una tatuatrice di nome Holly mentre investiga sulla morte di un boss della potente e pericolosa Yakuza. Ad accompagnarlo in questo compito c’è Gena, una agente dai modi bruschi e risoluti CTAC che ha a sua volta una missione personale. Sul pianeta Latimer, dall’aspetto squisitamente cyberpunk, tra le strade illuminate dai neon e i vicoli brulicanti, i tre si ritroveranno a combattere contro formidabili ninja, versare sangue e, alla fine, scontrarsi nel classico duello con il grande antagonista.

Resleeved è il mio primo approccio con la serie televisiva Altered Carbon che sembra abbia avuto un considerevole successo in due stagioni della nota serie tv. Uno spin off decisamente incalzante tutto architettato sull’azione, sui combattimenti e gli inseguimenti. Trame, complotti, personaggi diventano secondari a quello che appare come un divertissement in cui giocano numerosi personaggi e la trama viene spesso lasciata da parte per dare ritmo ed enfasi all’atmosfera cyberpunk. Un prodotto valido e innovativo con uno stile d’animazione abbastanza originale e ingredienti splatter e iper violenti a cui ormai soprattutto nel sotto genere siamo sempre più esigenti.
Quello su cui si poteva puntare di più, e che appare davvero una brevitas in una dimensione a parte tra il protagonista e il suo mentore, è il taglio legato alla parte sci fi sull’immortalità ormai alla portata di tutti i ricchi, alla pila corticale immaginando il pianeta come un supermercato dove scegliersi il proprio corpo a piacimento e per finire la distopia legata ai viaggi sugli altri mondi colonizzando qualsiasi cosa e cercando un proprio paradiso personale.

lunedì 23 marzo 2020

Ultras


Titolo: Ultras
Regia: Francesco Lettieri
Anno: 2020
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La storia di un'amicizia, di una fede e di un amore scanditi dalle ultime settimane di un campionato di calcio. E dell'inevitabile incontro con il proprio destino.

Il dato più impressionante non è di come Lettieri abbia inquadrato le tifoserie e gli ultras napoletani, i fittizzi Apache (in realtà su uno degli striscione compare Wes Studi aka Magua che in realtà era un Urone).
Il dato significativo è il rapporto generazionale tra adulti e ragazzini, in cui i giovani-adulti ormai cinquantenni e diffidati vengano rappresentati come dei tamarri tutto muscoli, canne e vendetta.
Sandro quando sbotta con il suo socio e amico, che come lui è costretto ad andare a firmare in questura dopo il daspo, gli grida face to face di come dovrebbero forse vergognarsi e ragionare sulla loro attuale posizione e di quanto sia inutile prendersela con i ragazzini quando loro per primi hanno fatto le stesse cose. Per quanto riguarda la storia, la struttura è la parte che viene meno con il climax finale da lacrimuccia facile e in fondo abbastanza scontato se non il dubbio tra Sandro e il ciccione (che richiama drasticamente il finale di Hooligans). Lettieri però come Giovannesi e Sollima o pochi altri riesce a girare molto bene per le strade di Napoli inquadrando tutti i fenomeni connessi e i rapporti tra i personaggi che diventano l’analisi sociale più bella del film, passando dalla frattura generazionale ad una caratterizzazione dei personaggi interessante, in cui ancora una volta sondiamo queste famiglie disfunzionali e surrogate dove il bisogno di mantenere dei rapporti e non rimanere da soli porta all’accettazione di un chiunque che venga posto di fronte (come per la madre di Angelo). Cinema neorealista urbano contemporaneo con tutti gli annessi e i connessi del territorio campano, dal porto, ai bar inaccessibili, i quartieri, la periferia, Ischia.
Condito da interessanti scene d’azione il film poteva avvalersi di una scrittura che soprattutto nello sciorinare gli eventi si rendesse più complessa e meno marginale.

sabato 14 marzo 2020

Occhio per occhio


Titolo: Occhio per occhio
Regia: Paco Plaza
Anno: 2019
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Il leggendario spacciatore gallicano Antonio Padín viene graziato dal carcere per motivi umanitari, dato che ha contratto una malattia terminale. Invecchiato, debole e malato, Antonio entra di sua spontanea volontà in una residenza per anziani invece di andare a casa sua dai due figli, Toño e Kiko che lui disprezza apertamente e sospetta che saranno la rovina dell'azienda di famiglia

Plaza è uno dei miei registi spagnoli preferiti che nell’arco di vent’anni prediligendo l’horror, ha saputo confrontarsi con altri generi rimanendo nel cinema di genere puro. Occhio per occhio è il suo primo thriller e lo fa scegliendo uno degli attori più malleabili sulla piazza Luis Tozar. C’è qualcosa nella struttura e nel mostrare il personaggio che mi ha fatto ricordare l’eccellente BED TIME, vuoi la semplicità del soggetto oppure il modus operandi del protagonista.
Qui c’è un rapporto che deve reggersi sulla fiducia e non sull’interesse (come invece capita per i figli delinquenti di Padin), cercare da parte di Mario di mantenere una sorta di normalità garantendo la sua professionalità millantata dai colleghi e infine iniziare la sua lenta vendetta fatta di iniezioni, la droga per inibire i sensi della vittima e un ascolto costante per cercare di avere la sua massima fiducia.
Se la struttura mostra per certi versi la lunga operazione di Mario per cercare di evitare di destare sospetti e facendo in modo che la morte arrivi senza che lui possa essere dichiarato colpevole, i gregari di Antonio comprenderanno presto l’interesse morboso di Mario. Tutto il film sembra puntare su un climax finale sempre drammatico dove il destino inevitabile e la mancanza di redenzione dei personaggi porta verso un destino segnato ma allo stesso tempo reale e mai con il dovere di regalare quello che il pubblico si aspetta. Pagherà caro Mario (o meglio ciò che ama di più), pagheranno i figli di Antonio, soprattutto uno in carcere.
Plaza senza Balaguerò, ma i tratti comuni dopo anni di complicità si vedono, conferma dando prova di sapersi cimentare perfettamente con un genere che sembra aver esaurito le idee peraltro senza scene d’azione ma studiando lentamente la mossa dei personaggi caratterizzati in maniera complessa e articolata. L’imprevedibilità di trovarsi la propria vittima tra le mani ha contorni di kinghiana memoria (MISERY) ma qui i co-protagonisti sono fondamentali anche se ancora una volta tutto è sulle spalle del semplice quanto immenso Tozar


domenica 8 marzo 2020

Dov’è il mio corpo


Titolo: Dov’è il mio corpo
Regia: Jeremy Caplin
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

A Parigi, la mano recisa di un giovane uomo evade da un laboratorio di dissezione anatomica decisa a ritrovare il corpo a cui appartiene. Il viaggio sarà funambolico e impervio ma sostenuto dalla presenza persistente di Naoufel, con cui la mano è cresciuta e a cui ripensa costantemente risalendo il tempo fino alla sua infanzia felice. Un'infanzia bruscamente interrotta da un incidente che lo ha reso orfano e lo ha affidato a un anaffettivo parente prossimo. La mano avanza lungo la strada e dentro il tempo fino a incontrare Naoufel e Gabrielle, una cliente a cui il ragazzo consegna la pizza e il cuore. Perché suo malgrado Naoufel è un corriere, impiegato in una misera pizzeria da cui vorrebbe fuggire per esistere. Ad accarezzarne il sonno e a favorirne il destino sarà la sua mano, ostinata nella ricerca e nel 'legame'.

Jeremy Caplin è un regista da tenere d’occhio. Riesce a costruire una fiaba moderna e paranormale che osa mettere in scena e rischiare in uno spartito di generi dove i sentimenti emergono in tutta la loro complessità e armonia.
Due storie parallele in tre piani temporali differenti attraversano Parigi nel caos frenetico e nel sottosuolo. Una mano e un ragazzo, due storie che si intrecciano e un obbiettivo comune: ritrovarsi e mettersi in contatto.
Il titolo del film allude ad un cammino di scoperta, un viaggio alla ricerca di se stessi e di un’anima gemella che può essere una parte del corpo come una ragazza di cui si è sentita solo la voce al citofono.
Un film di speranze per mostrare il dolore della perdita, di angosce che trovano una breccia tra le tante insidie del mondo per superare la tragedia, i pericoli che possono arrivare inaspettati, la resilienza verso una società ostica che distrugge ogni speranza e ogni sogno nel cassetto.
Alla fine il film di Caplin volge verso un finale delicato e prezioso, affascinante e condito da una colonna sonora semplicemente straordinaria da ascoltare in loop dove il bisogno di ritrovare ciò che si è perso supera ogni ostacolo.

mercoledì 22 gennaio 2020

Girl with balls


Titolo: Girl with balls
Regia: Olivier Afonso
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Dopo aver vinto una competizione, una squadra di pallavolo femminile sta tornando a casa a bordo di un minibus quando l'autista è costretto da un guasto a una deviazione, finendo nel territorio di caccia di un gruppo di degenerati. Ben presto, le ragazze dovranno lottare per salvare le loro vite e per testare il loro spirito di gruppo.

Quando ho scoperto che il villain di turno era Denis Lavant non ho potuto sottrarmi dall'ennesimo survival movie, una caccia spietata tra bifolchi cannibali assetati di sangue incappucciati aderenti ad un strana setta pagana e una squadra di pallavolo.
Girls with balls è un horror divertente che aggiunge poco al genere, tratta una storia più che abusata ma lo fa senza prendersi troppo sul serio e regalando scene d'azione, torture porn e ironia a gogò. Un film d'intrattenimento curato in vari aspetti con un cast dove lo stesso Lavant per quanto sia spettacolare, si ritrova a dover fare i conti con un personaggio per nulla caratterizzato a dovere come un po lo sono tutti i personaggi del film in particolare le final girls.
C'è la mattanza finale, scene splatter e slasher, tutti ma proprio tutti i clichè di genere, la caratterizzazione che come spiegavo prima è così lacunosa che non permette di empatizzare mai per nessuno, diventando mai credibile e di fatto non facendo nemmeno mai paura perchè tutto sa di gioco al massacro con il twist finale abbastanza scontato e banale.
Il film di Afonso decide di non prendersi mai sul serio giocando con gli stereotipi e promuovendo una visione divertente senza far mancare nulla nel panorama di genere spesso come in questo caso scontato e prevedibile ma allo stesso tempo ingenuo e divertente.



venerdì 10 gennaio 2020

Marriage story


Titolo: Marriage story
Regia: Noah Baumbach
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Charlie Barber è un regista teatrale d'avanguardia di New York e Nicole è stata negli ultimi dieci anni la sua compagna, la sua musa e la sua prima attrice. Insieme hanno un bambino di otto anni, Henry. La donna, nativa di Los Angeles, ha abbandonato una carriera appena avviata grazie a una teen-comedy di successo, stabilendosi nella Grande Mela per amore e, avendo ora l’opportunità di interpretare il pilot di una serie tv, decide di ritornare a casa portando con sé il figlio, mentre Charlie prepara il suo debutto a Broadway.

Con questa interpretazione la Johansson per me si è aggiudicata il premio come miglior attrice del 2019. Marriage story mi ha fatto venire in mente un altro film molto simile che mi aveva commosso Blue Valentine ma anche KRAMER CONTRO KRAMER. Anche in quel caso c'era un matrimonio che si stava sgretolando con tutti i problemi e le conseguenze che ne derivano. 
Baumbach è uno che i drammi riesce a renderli molto bene in scena. Non a caso tra il palco teatrale e il palco di casa c'è un confine molto labile come se spesso i dialoghi tra la coppia non avessero muri entrambi troppo egoisticamente concentrati su se stessi e i loro impegni. C'è la casa con il figlio, il teatro dove lavorano assieme, le sedute dal terapeuta che non sembrano funzionare, almeno per Nicole, e poi la famiglia, i nonni che cercano come lo spettatore di capirci qualcosa spesso senza riuscirci e pensando esclusivamente a limitare i danni.
La scena con cui il film si apre è da applausi dimostrando in poche battute quanto pathos riesce a trasmettere, un'apocalisse di sentimenti e lacrime che vedremo scorrere in un uragano emotivo che non accenna a fermarsi mai. Il tutto raccontato attraverso un'empatia straziante che dimostra quanto i personaggi di questa storia, fatta eccezione per alcuni avvocati, siano vivi e abbiano bisogno di essere continuamente stimolati. Anche il finale come l'inizio riesce davvero ad essere molto bello, insistendo sul concetto che Charlie e Nicole si vogliono troppo bene per arrivare a farsi male l'uno con l'altra.



lunedì 30 dicembre 2019

Irishman


Titolo: Irishman
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Frank Sheeran è un veterano della Seconda Guerra Mondiale e un autista di camion quando incontra l'uomo del destino, Russell Bufalino, boss della mafia a Filadelfia, che vede in lui il tratto principale di un buon ufficiale: l'affidabilità. Le famiglie di Frank e Russell stringono un'amicizia che va al di là (ma non al di sopra, come vedremo) del business. Russell è così fiero di Frank che lo presenta a Jimmy Hoffa, il capo del sindacato dei camionisti, più popolare di Elvis e dei Beatles messi insieme. Hoffa è vulcanico e brillante, calcolatore e stratega, ma anche affettuoso e seducente. Frank non è immune al suo carisma e diventa il suo guardiaspalle, il suo consigliere e, forse, il suo miglior amico. Il viaggio di questi tre personaggi attraverso gli Stati Uniti e la Storia americana è la stoffa di cui è fatto il cinema.

Per fortuna ho avuto la fortuna di vedere l'ultimo film di Scorsese al cinema in lingua originale sottotitolato. Dovrei soffermarmi molto sulla bellezza che il cinema riesce a restituire alle pellicole, di come lo streaming e gli apparecchi che siano cellulari o televisori non potranno per ovvie ragioni reggere il confronto. Alla fine l'opera che l'autore ci mostra è una sorta di personale testamento su una parte della sua cinematografia (chiude la quadrilogia) mostrandoci un affettuoso quanto intimo sguardo sulla terza età, il tutto alternato da momenti di vita di alcuni personaggi quasi come se fosse un film corale. Il film si apre con un piano sequenza dove il protagonista racconterà tutta la lunga epopea gangster malinconica ed elegiaca che ci condurrà alle prese di un politico molto importante, la crew dei boss malavitosi, la nascita e la rapida crescita di fenomeni politici e sociali di quel periodo, lasciando da parte l'azione per tessere invece trame con sotto-testi psicologici e di ampia risonanza sociale come a far vedere quali siano le complesse strutture anzichè smantellarle brutalmente. Sembra più codificato con un suo preciso linguaggio, regole, simbologie e codici.
L'alfabeto del crimine che ci viene insegnato fin dall'inizio quando Frank dice di dipingere le case
ovvero imbrattare di sangue le pareti dove uccide le sue vittime. E' solo l'inizio di quel percorso di adesione e obbedienza ai sommi capi, tutto il film è in fondo una personale ascesa di Frank ma allo stesso tempo il suo conflitto interiore con Bufalino, Hoffa e Bruno.
The Irishman è la risposta al PADRINO di Coppola, dove non è Corleone a parlare ma uno qualsiasi come Frank, quasi uno sconosciuto e del suo rapporto con uno dei più importanti esponenti di spicco di Cosa Nostra. Una favola intrisa di disincanto e dell'umore malinconico di chi ha scelto una strada di sofferenza, dove non si può mai stare veramente in pace se non con la morte, riflettendo sugli scheletri del passato, dovendo portare segreti nella tomba e guardando indietro vedendo solo una scia di sangue, esecuzioni, lutti e perdite.
Senza stare a chiamare in ballo gli attori che qui fanno qualcosa di più, alcuni dialoghi durante la merenda tra Sheeran e Bufalino in italiano al ristorante sono da storia del cinema per quanto riescano a toccare quegli stati di grazia, facendoti capire quando in fondo anche questi mercenari abbiano una loro semplicità che gli contraddistingue, tutta virata verso il concetto di onore e rispetto ma anche sottile come in alcuni momenti di vita famigliare.

Dolemite is my name


Titolo: Dolemite is my name
Regia: Craig Brewer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rudy Ray Moore non è sempre stato Dolemite. Ci ha messo un po' a decidere di diventarlo. E quando poteva concentrarsi solo sulla carriera di stand-up comedian, ha pensato bene di creare un film attorno al suo personaggio. Quasi senza soldi, senza un vero e proprio cast, con una sceneggiatura raffazzonata e tutto il nudo possibile

Sinceramente non so dove fosse finito Eddie Murphy. Il padre della risata che tra gli anni '80 e '90 ha dato ruoli indimenticabili, il Bambino d’oro su tutti, ritorna notevolmente invecchiato ma sempre con quella faccia da culo pronta a dirne una più del solito.
Dolemite è praticamente tutto sulle sue spalle, sul suo potere comico, sulla sua espressività che non conosce limiti, ma anche su un personaggio per fortuna meno tagliato con l'accetta come lo erano i suoi ruoli del passato, con una forza drammatica che dimostra ancora una volta il suo talento.
Un biopic sulla storia vera del comico, musicista, cantante, attore e produttore cinematografico Rudy Ray Moore ormai al capolinea e bisognoso di cercare una soluzione per continuare ad avere successo. Il film è una commedia velata da un dramma interiore del protagonista, un'opera carismatica e valida, dove l'idea supera la forma e il film ancora una volta ci ripete quanto siano importanti le storie, lo storytelling e quindi registrare canzonette sporche di senzatetto riadattandole intelligentemente per il grande pubblico. Questo stratagemma può essere un'arma infallibile per conquistarsi di nuovo un meritato posto da leader sul palcoscenico.
L'opera di Brewer che finalmente filma il suo miglior film, cerca però, quando ormai la trama è sdoganata, di aggiungere ancora elementi preziosi e importanti per farci capire quanto in quel periodo quel mondo e la cultura afro stesse cambiando rapidamente, dall'hip-hop, alla blaxploitation mostrando un paesaggio rappresentativo in cui gli afroamericani vivono in contesti poveri, popolati da prostitute e spacciatori e dove Dolemite, visto quello che lo circonda, riesce nel bene e nel male a sfruttarlo a suo piacimento per mostrare il doppio lato della società all'interno dei suoi monologhi.

giovedì 26 dicembre 2019

Paradise Beach


Titolo: Paradise Beach
Regia: Xavier Durringer
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un gruppo di ex rapinatori si è stanziato in un vero paradiso terrestre a Phuket, nel sud della Thailandia. Divenuti commercianti, vivono giorni felici fino a quando sul posto non si palesa il diavolo in persona: Mehdi, condannato a quindici anni di carcere per la rapina, vuole la sua fetta di bottino. Il problema però è uno solo: non c'è più la torta da spartirsi...

Paradise Beach è un film davvero brutto e scontato. Belle location, un cast sprecatissimo, tante belle fanciulle, rapine, guerre tra gang, revenge-movie, esecuzioni a gogò e via dicendo tutto in un crescendo che anzichè risultare funzionale alla narrazione diventa la sua maledizione sbagliando tutto quello che poteva e giocandosela davvero male nel mettere in scena almeno un tentativo di provare a dire qualcosa che non fosse stato detto in tutti questi anni. Tutti gli elementi elencati parrebbero materia interessante anche se ormai abusata dalla settima arte. In altre mani avrebbe dato qualcosa di meritevole, ma Durringer sembra non avere polso e coraggio, perdendo ogni speranza e lasciando buchi enormi nella caratterizzazione dei personaggi.
Tutto è già visto, scontato, tanti elementi della storia non tornano, alcune scene sono così imbarazzanti che uno pensa che il film la voglia buttare sull'ironico quando invece si prende maledettamente sul serio.
Una galleria infinita di luoghi comuni, scene telefonate, clichè in ogni angolo di Phuket e dialoghi a volte così banali e sconclusionati che non ci si crede.
Il film pur essendo costato una caterva di soldi lascia dunque ancora più interdetti lasciando oltre l'amaro in bocca, la rabbia per aver perso così tante premesse che potevano almeno rimanere bilanciate senza sprofondare in maniera così eccessivamente idiota.




domenica 15 dicembre 2019

Serpente a sonagli


Titolo: Serpente a sonagli
Regia: Zak Hilditch
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo che sua figlia viene morsa da un serpente a sonagli, una mamma single accetta l'aiuto di una donna misteriosa e si ritrova a stringere un patto impensabile per ripagare il suo debito.

Serpente a sonagli parte da un assunto molto in voga nel cinema, una sorta di log-line sempre funzionale che richiede però, ad oggi sempre di più, una capacità di scrittura per niente scontata.
Cosa saresti disposta a fare per salvare la vita a tuo figlio?
Zak Hilditch aveva esordito con quella piccola chicca post-apocalittica di These Final Hours.
Passano gli anni, nel mentre adatta una storiella di King e poi si lascia contaminare da questo nuovo dramma, in alcuni casi teso e con alcune scene decisamente interessanti, ma che perde presto i binari per diventare una via di mezzo tra un thriller e un horror senza di fatto bucare mai lo schermo e diventando in alcuni casi anche abbastanza scontato e noiosetto dal momento che soprattutto dal secondo atto in avanti, si perdono completamente i colpi di scena, il ritmo cala drasticamente e gli intenti dei personaggi appaiono inconsistenti e deboli.
Un film che almeno nella prima parte ci prova con quella sorta di leggenda su quella donna che strizza l'occhio anche al bellissimo Mothman Prophecies–Voci dall'ombra. Un'opera che sembra fatta di fretta, una corsa contro il tempo, in cui come dicevo le scene iniziali sono molto efficaci nello stabilire l’atmosfera e la tensione nonchè a prefigurare tutto ciò che accadrà. Peccato che poi tutto questo venga snaturato da un'atmosfera che non raggiunge mai il livello di suspense che cerca.
Nel terzo atto poi diventa frenetico, trovando di fatto l'ostacolo maggiore, tralasciando tanti particolari che non fanno altro che lasciare così che la paura di fondo della protagonista e la nostra non è mai abbastanza forte da ispirare davvero empatia e suggerire il pericolo e il timore che abitano la protagonista.

sabato 23 novembre 2019

King(2019)


Titolo: King(2019)
Regia: David Michod
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Inghilterra, inizi del XV secolo. Enrico IV, dopo aver seminato attraverso il suo regno il malcontento, si ritrova a combattere continue aggressioni dalla Scozia e dal Galles. Ma la salute lo sta abbandonando ed è giunto il momento di passare il testimone. Il designato però non sarà il suo primogenito Hal, principe di Galles, che ha scelto di vivere fra la gente comune abbandonandosi all'alcool e alle donne, ma suo fratello minore Thomas, che non vede l'ora di prendere il posto riservato dalla tradizione al maggiore. Purtroppo Thomas viene ucciso in battaglia e ad Hal non resta che indossare suo malgrado la corona, assumendo il nome di Enrico V. La sua riluttanza è dovuta ad una avversione viscerale alla guerra, vista come uno spargimento di sangue fratricida: filosofia che il giovane Hal ha sempre condiviso con il suo più anziano amico, John Falstaff, compagno di bevute e scorribande.

L'anno dei ritorni in cattedra di alcuni tra i miei registi contemporanei preferiti. Ben Weathley, Jim Mickle e ora David Michod sperando ne arrivino altri.
The King è bello perchè puzza, è sporco, violento, grottesco, paradossale, distruggendo quel mito per cui spesso assistiamo ai film storici tutti impettiti e con corazze e armature eleganti e sinuose aspettandoci gesta eroiche, combattimenti inverosimili e tutto il resto.
Qui si scivola nel fango e nella melma, si muore male (molto direi), si prendono malattie con una facilità che risalta uno degli aspetti di quel periodo storico, non è elegante e buono per nulla, anzi.
Tutti a modo loro sono confinati in un loro limbo, aspettando di morire, rassegnati da un contesto storico dove il potere e il controllo sono i veri tasselli su cui scandire i propri intenti.
Shakespeare sapeva cosa faceva e questo Enrico IV è una poesia cruenta, il film più ambizioso di Michod, fatta di girandole d'intrighi, lotte di potere, inganni, soprusi e violenza, che crea un suo linguaggio nella pellicola sfruttando a dovere il cast che brilla nella sua crudeltà e dove solo alcuni personaggi cercano di vivere regalandosi qualche battuta e risata come Falstaff interpretato da Edgerton anche in veste di co-sceneggiatore con lo stesso Michod ( i due si conoscono molto bene viste anche le collaborazioni precedenti).
La Battaglia di Azincourt diventa il perno centrale del film, tutto nei due atti prima viene seminato per portare ad un raccolto di sangue dove le morti avverranno in maniera spesso atipica, raccapricciante come doveva essere e su cui Michod ha fatto un lavoro minuzioso e di ricerca storica pressochè perfetto. Dal punto di vista tecnico, i giochi di luce, l'atmosfera, i costumi, il cast, tutto aderisce al meglio, dando ancora più spessore ad un film peraltro molto complesso e prolisso, dove può capitare di annoiarsi e dove l'azione non è sparata come forse ci si potrebbe aspettare.
Personaggi tormentati come Hal, mentori speciali come Falstaff, ridicoli buffoni come Luigi di Francia, malati cronici e ormai derelitti impazziti come Enrico IV.
The King dipende da che direzione lo guardi, sinceramente l'ho trovato uno dei film storici più belli degli ultimi anni, lasciando da parte eccentricità ed eroi, scavando a fondo nei personaggi e tratteggiando quella che forse è una delle vicende più realistiche di quei tempi.


Ma


Titolo: Ma
Regia: Tate Taylor
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Maggie e sua mamma Erica si trasferiscono in una cittadina dell'Ohio. Le aspettano rispettivamente una nuova scuola e un nuovo lavoro. Maggie si fa subito degli amici a scuola e con loro, a bordo di un furgoncino, si ferma a un supermercato per comperare degli alcolici in modo da fare festa la sera. Ma sono tutti minorenni e perciò hanno bisogno di un adulto che li comperi per loro. Tutte le persone interpellate rifiutano sin quando proprio Maggie riesce a impietosire una donna di mezza età, Sue Ann. I ragazzi contenti se ne vanno con i liquori a fare baldoria. Ma Sue Ann, al lavoro (è l'assistente di una veterinaria), studia i loro profili su Facebook. La volta successiva, invece di limitarsi a comperare gli alcolici, Sue Ann offre ai ragazzi la possibilità di fare baldoria nello scantinato di casa sua, così staranno comodi e non rischieranno niente. I ragazzi accettano. Sue Ann spiega che ci sono solo poche regole da osservare, tra cui non andare mai al piano superiore. I ragazzi se la spassano e sembra tutto perfetto, ma ben presto si devono accorgere che le cose sono ben lontane dalla perfezione.

"Ma" ho scoperto da poco che è stato praticamente distrutto da critica e pubblico. Il perchè sinceramente non mi è chiaro dato che ci troviamo di fronte ad un thriller con alcune cadute di stile, un finale prevedibile e dei momenti che non sempre tornano ma che porta a casa numerose scene malsane e disturbanti, di quelle che sono così a stretto contatto con la realtà da farti vivere una sorta di disagio intuendo subito che non è affatto così distante dalla realtà (almeno quella americana).
Era da anni che non vedevo un così strano e perverso rapporto tra un'adulta e un gruppo di stronzetti antipatici. "Ma" scopre le carte in maniera abbastanza grossolana e fin qui, se uno pensava di trovarsi di fronte ad un film che facesse della scrittura il suo baluardo, si sbaglia di grosso.
Convince invece in maniera atipica e profonda quando indaga sui rapporti personali, sulla complicità, sul saper comprendere i disagi e andare oltre il confine del lecito, sull'effetto perverso dei social, sul disturbo generato dall'invasività dei messaggi, dei video, di tutti quelli che sono gli strumenti moderni per fare anche del male se usati a tale fine.
Un psycho-thriller che vira nell'horror psicopatologico così è stato definito l'ultimo film di un regista per niente capace come Taylor che qui aveva budget e un cast di attori funzionali per riuscire a fare quel qualcosa di più che invece non avviene.
Un revenge-movie, un capovolgimento del plot alla Craven dove i figli devono pagare per le colpe dei padri, dove il disagio dilaga, la voglia di sballarsi è sempre più consolidata, dove il sotto testo sociale di denuncia al bullismo non sempre convince, ma alla fine forse uno dei meriti più grossi del film. Forse è uno degli unici che a parte regalare alcune buone scene ha tanto ritmo e l'atmosfera all'interno della casa tra cantina e aria di festa dove è lecito andare ed è quasi impossibile resistere aggiungerei e i piani superiori, dove è proibito inoltrarsi si crea quell'alchimia degli opposti funzionale, almeno a non sbadigliare mai e questo, visto l'enorme tasso di horror adolescenziali idioti e ingenui è un passo in avanti.


sabato 16 novembre 2019

All'ombra della luna


Titolo: All'ombra della luna
Regia: Jim Mickle
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nel 2024 una devastante esplosione colpisce Philadelphia. Giusto il tempo di assistere a scene di tragedia, che veniamo portati nel 1988, dove incontriamo due agenti di polizia,Lockhart e Maddo alle prese con una serie di misteriose morti che stanno devastando la notte di Philadelphia. I due piedipiatti si mettono sulle tracce della misteriosa assassina, riuscendo a intrappolarla in una fermata della metro. Nel momento topico, la donna affronta uno dei due poliziotti,Lockhart, sconvolgendolo, sin ad un tragico epilogo.

Torna Mickle, uno dei registi più interessanti del cinema di genere della sua generazione.
All'ombra della luna è il film finora più ambizioso, un poliziesco, un thriller psicologico che si intreccia con una storia di sci-fi sui viaggi del tempo e una minaccia da sventare con trame e sotto trame spesso complicate e complesse. Il concetto di convenzione del tempo apparteneva già ai salti temporali di Looper con cui il film in questione ha alcuni retaggi in comune.
E'un film procedurale che mischia tantissimi elementi, generi, smarcandosi come il regista ha sempre dimostrato nelle sue precedenti opere, con una singolare astuzia cercando di non cadere in alcuni buchi sempre dietro l'angolo che avrebbero decretato un netto appesantimento dei toni della pellicola. Parliamo di un film decisamente complesso, una caccia alla presunta assassina del futuro con un arma che come nell'incidente scatenante iniziale, fa letteralmente morire tra atroci sofferenze con fiumi di sangue che escono da ogni dove. Mickle trattiene ogni singola situazione per farla poi esplodere nel terzo atto, ti crea un'antagonista, se così possiamo chiamarla, di cui è impossibile non provare empatia con una notevole scena di inseguimento nel primo atto che finisce nella metro.
Cinque anni ci ha fatto aspettare prima di portare a casa un traguardo non esente da difetti, da intrecci e complicazioni non sempre facili da gestire, da un mix di elementi e suggestioni narrative difficili da raccordare dove non sempre viene percepito un bilanciamento e infine un'arco della storia dipanato in trentasei anni, dove un attore sempre legato a piccoli e sofferti ruoli come Boyd Holbrook cerca di mettercela tutta anche se per quanto concerne il reparto del make-up e le fasi di invecchiamento si poteva fare di più.
L'atmosfera quasi da noir è uno degli aspetti deliziosi del film sui cui la regia da sempre ha cercato di puntare in tutti i suoi film precedenti, un ritmo adeguato che riesce almeno a rendere avvincente una storia non proprio originale ma con un coro di attori che provano a mettercela tutta, alcune scene decisamente forti e un amore smisurato per la settima arte.
Il merito di Mickle ancora una volta e di non schiacciare il pedale sull'azione come quasi tutti avrebbero fatto, si prende i suoi tempi, parla di tante cose e merita un discorso a parte sull'importanza dei legami sociali e della famiglia, mischia tante carte, dosa bene i dialoghi e proprio con uno di questi termina il suo climax finale per fortuna rimanendo ancorato con i piedi per terra per non sprofondare nella sabbia come il sogno premonitore della moglie di Lockart in una fantastica scena di vita di coppia proprio all'inizio del film prima dell'incidente scatenante.



Wounds


Titolo: Wounds
Regia: Babak Anvari
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un telefono in un bar porterà a sconcertanti conseguenze

Finalmente dopo tre anni torna uno dei registi emergenti più interessanti in circolazione.
Dopo la fiaba iraniana sui Djin, Under the shadow, Anvari torna con un soggetto molto più ambizioso. Un film complesso e stratificato che mette nello script tanti elementi, i portali, lo gnosticismo, le allucinazioni, visioni, tutto in un contesto che sembra molto normale, un locale con la sua solita clientela, per poi far affiorare da questo cellulare abbandonato un vero e proprio caos che aumenta vertiginosamente per trasformarsi in orrore puro.
Devo dire che il talento del regista non si discute, un film scomodo che ho addirittura preferito al precedente, per quanto il folk horror sia uno dei miei sotto generi preferiti, dove il talento di Hammer e il personaggio scomodo di Will, detestabile per tanti fattori, emerge in tutta la sua virulenza. Eppure diventa uno di quei protagonisti con cui l'empatia per quanto scomoda c'è.
Will vorrebbe a tutti i costi violare la sua monotonia senza farsi scrupoli a provarci con una cliente con tanto di fidanzato appresso. L'idea del cellulare è funzionale in parte nel film, creando anche in questo caso un attacco contro i media e l'intrusività massiccia ed effettiva nelle nostre vite.
Da qui poi il discorso si allunga in maniera cronemberghiana facendo diventare il telefono un vero e proprio mostro che sembra diffondere un male assoluto che non tutti possono percepire, sempre se si sceglie di percorrere questa trama.
Dai clienti che perdono pian piano la faccia, eserciti di scarafaggi, rapporti tormentati e video assurdi, macchine che inseguono e in tutto questo l'alcool a fare da padrone e il suo peso specifico, le magliette che preferiamo non cambiare mai e ferite che crescono senza capirne il perchè.
Wounds letteralmente ferite, è micidiale, proprio in quei colpi sotto la cintura che ci propina ogni manciata di secondi, un horror psicologico come ormai in questi anni è pieno, con tanti difetti ma con una messa in scena e un ritmo devastante per come porta tutto agli eccessi, anche eccessivi, ma mai fuori luogo, dove tutto per quanto possa sembrare assurdo mantiene una sua coerenza narrativa, un braccio di ferro tra l'inspiegabile e il reale o quello che noi presupponiamo che sia. Anvari spinge il pedale sull'atmosfera, sul disagio, sulla paranoia, su come Will perda proprio tutto e infine un'analisi mica da ridere sui rapporti di coppia e su quel vuoto che come una caverna nera e statica sembra uscire dagli smartphone, dai pc, rendendo ancora più grigie le nostre vite.







Panama Papers


Titolo: Panama Papers
Regia: Steven Soderbergh
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una vedova indaga su una frode assicurativa inseguendo a Panama City due soci in affari che strumentalizzano il sistema finanziario mondiale.

Laundromat letteralmente è la pratica di pulire i soldi illegalmente.
Soderbergh ovunque lo metti è quasi sempre sinonimo di garanzia. Balla da un genere all'altro girando film thriller con uno smartphone, intessendo trame corali, parlando di narcotraffico, banche, rapine, truffe, il tutto con una nutrita e solida filmografia e infine la particolarità di infilare spesso una quantità di star impressionanti.
Panama Papers in parte ha tanti di questi fattori espressi però in maniera più consolidata, seria e matura come il tema sta ad indicare. Anche in questo l'outsider americano considera un gioco l'analisi di un fenomeno tanto discusso quanto anomalo per certi versi e soprattutto attuale più che mai. Partendo proprio dalle storie, agendo come una metafora nell'affrontare alcuni dibattiti, prendendo i due protagonisti e facendoli traghettare da un paese all'altro con dei monologhi che affrontano in maniera radicale la vicenda, cercando senza moralismi e prese di posizione di analizzare quello che il potere della finanza e delle leggi di mercato ha sempre permesso ai danni di qualcun altro. Soderbergh ragiona su quanto alcune scelte, una parte del marcio del sistema fiscale americano, possa generare conseguenze impreviste, effetti perversi e inattesi ai danni di una parte di mondo che semplicemente non sa chi trama sopra di loro o per loro.
Messo in scena con un'eleganza degna del profilo e della filmografia del regista, aiutato in questo da una galleria di attori semplicemente straordinari dove ognuno riesce a cogliere al meglio le sfumature delle vittime e dei carnefici e di chi non si rende conto a cosa sta andando incontro o quale animale più grosso di lui sta ingrassando a dovere.
Con toni a volte quasi da favola, l'operazione dell'autore svela facendo voli pindarici da un paese all'altro la storia vera del 2016 dei cosiddetti Panama Papers, i dossier confidenziali creati dalla Mossack Fonseca nei quali figuravano tutti i nomi degli azionisti - capi di stato e di governo, funzionari, parenti e collaboratori di ogni sorta - che nascondevano i loro beni al controllo statale. Ancora una volta vengono esaminati anche i contorni agendo in maniera ancora più dettagliata, minuziosa e minimale andando fino in fondo per dare un'identità alla fonte anonima che ha rivelato al mondo l'archivio segreto dello studio, nella fattispecie una delle attrici più interessanti della storia del cinema

venerdì 15 novembre 2019

Stranger Things-Terza stagione


Titolo: Stranger Things-Terza stagione
Regia: Duff brothers
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 3
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

È il 1985 a Hawkins, Indiana, e il caldo estivo si fa sentire. La scuola è finita e c’è un nuovissimo centro commerciale in città. I ragazzi di Hawkins stanno crescendo e le dinamiche amorose incrinano i rapporti del gruppo, che deve imparare a crescere senza allontanarsi. Nel frattempo il pericolo si avvicina. Quando la città viene minacciata da nemici nuovi e vecchi, Undici e i suoi amici si ricordano che la minaccia è sempre dietro l’angolo e sta crescendo. Ora si dovranno unire e cercare di sopravvivere, ricordandosi che l’amicizia è più forte della paura.

E fu così che ci scappò anche la lacrimuccia. Forse era pure uno degli intenti di questa roboante terza stagione, un fulmine a ciel sereno, un arcobaleno di atmosfere e colori, un passo in avanti rispetto a tutto quello che finora era stato fatto e partorito già comunque con ottimi risultati e intenti.
In otto episodi è così tanta la carne al fuoco, gli eventi, l'azione concitata, i personaggi ancora più complessi e portatori di misteri e forse la stagione che meglio di tutte nella storia del cinema ha saputo riaffondare le sue radici sul concetto di amicizia e riassumere alcuni stereotipi e archetipi rendendoli squisitamente appetibili e deliziosi per tutti i target d'età mettendo d'accordo genitori e figli, coppie, adolescenti, amanti del cinema di genere, nostalgici e tanto altro ancora. Quanto sono importanti i legami, quanto la famiglia, il senso di sacrificio che raggiunge fasti immensi come l'ultimo episodio dimostra. La saga che dalla prima stagione mi aveva lasciato quei dubbi e quelle perplessità sul fatto che fosse così esageratamente nostalgica e fondata unicamente sul gioco cinefilo dei rimandi all’immaginario nerd e cinematografico degli anni Ottanta, lasciandomi interdetto su come potessero andare avanti misurandosi su terreni già intrapresi, luoghi comuni e immaginari già masticati mi ha colpito portandomi a riesaminare tutto l'esperimento della coppia di registi. Eppure se forse gridare al miracolo potrebbe sembrare esagerato, sospendendo l'incredulità lasciando scorrere numerose riflessioni, scene d'azione e non-sense a bizzeffe, l'atmosfera di quest'ultima stagione dimostra di regnare sovrana, creando ancora di più misteri, suggestioni, unioni, rivalità, scontri, misurandosi con personaggi a cui è impossibile non affezionarsi e che crescono in tutto e per tutto con una caratterizzazione sempre più impressionante e umanamente viva, reale e toccante. ST3 è universale per usare un termine che sappia dare senso e provare a toccare tutti i punti, in un mondo ludico dove si passa con incredibile facilità da un estremo all'altro, da una risata ad uno squartamento, da una location all'altra, misurandosi con universi paralleli, creature orrorifiche, possessioni, personaggi indimenticabili, sacrifici e tenendo i sentimenti e le emozioni sempre come capisaldi sapendo toccare importanti fasti per quanto concerne l'empatia e la potenza narrativa.
ST3 è forte quanto sincero, introduce russi simpatici quanto portatori anch'essi di segreti nel sottosuolo, di esperimenti cosmici e diventando altalenanti con la galleria di creature e mostri che non mancano di saper esprimere anche quella parte creepy e nascosta, quell'horror viscerale che tutti i fan giustamente esigono.
Sembra strano ma è una di quelle saghe che potrebbe non finire mai, continuando all'infinito, allargando quella fase di giochi che non vorremmo mai abbattere, quel muro che ci ricorda l'infanzia e con cui questa saga ci ricongiunge, quell'essere al passo coi tempi esprimendosi nel passato, senza dimenticare la crew di attori emergenti funzionalissimi, dove però i più grandi emergono con ancora più spessore, Hopper su tutti, sapendo "uscire di scena" in maniera più che memorabile.