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domenica 19 febbraio 2017

Cueva aka In darkness we fall

Titolo: Cueva aka In darkness we fall
Regia: Alfredo Montero
Anno: 2014
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Tre ragazzi e due ragazze di città vanno in vacanza su un'isola paradisiaca. Dopo aver affittato delle motociclette, vanno in giro per i posti più belli e nascosti fino a fermarsi tra i boschi nei pressi di una scogliera, dove si ubriacano e fanno il bagno in mare. Il giorno dopo, però, entrano all'interno di una profonda e labirintica grotta da cui non riescono più ad uscire. Senza acqua e cibo, per sopravvivere soffriranno l'esperienza più estrema e disumana che una persona possa mai affrontare.

La Cueva è un mockumentary ansiogeno tutto giocato sull'atmosfera e la caratterizzazione degli attori. Un film che parte in modo semplice e come tale rimane, giocando sul senso di dispersione, l'ansia, la paura e i sentimenti umani senza dover ricorrere ad elementi esterni quasi sempre surreali.
Una bravata come un'altra che nasce con un intento nobile e comune, la curiosità e la sete di conoscenza, ma anche tecnologicamente moderna come caricare tutto il materiale sul proprio blog come fa uno dei protagonisti per finire nel più ovvio e intricato labirinto.
A parte la certezza di sapere bene o male quale piega prenderà il film e quale dei protagonisti riuscirà a salvarsi, purtroppo la scelta almeno sul secondo fattore si palesa dopo pochi minuti. Montero parte subito ingranando la marcia e dopo nemmeno un terzo del film siamo all'interno delle grotte. Poche luci, poca acqua, le difficoltà che aumentano e alcuni personaggi che rispecchiano degli stereotipi soliti e niente affatto originali ma abbastanza funzionali per la trama.
Un film girato con un budget ridottissimo e una tecnica che negli ultimi vent'anni dopo BLAIR WITCH PROJECT ha fatto scuola diventando commercialmente low budget e funzionale per tanti sotto-generi dell'horror.

Un found footage che gioca con le poche armi che fa e sceglie una narrazione adeguata alle circostanze cercando di trovare quella forma commerciale che possa dare qualche elemento originale come i titoli di testa e l'incidente scatenante e un finale che almeno non mostra, come quasi tutti farebbero, l'aspetto del revenge-movie e della carneficina fine a se stessa.

martedì 13 dicembre 2016

Solengo

Titolo: Solengo
Regia: Alessio Rigo De Righi, Matteo Zoppis
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In una località di campagna un gruppo di anziani evoca la vita di Mario de Marcella, un eremita che viveva nei boschi circostanti. Le vivaci discussioni che seguono sono spesso contrastanti. L’eremita, noto come “il solengo” il cinghiale solitario, ha deciso di vivere fuori dal branco.

Il solengo è da tutti paragonato al maschio del cinghiale che vive lontano dal gruppo in solitario.
Ed è proprio così. Mario è un uomo difficile, diffidente e scontroso che preferisce le bestie alle persone e non ama interagire con gli altri. Gli secca pure di salutare le persone e infatti non lo fa, attirando ire e sguardi diffidenti. E'interessante scoprire che esistono persone che decidono di vivere nella società e allo stesso tempo fuori dalla società. La coppia di registi italo-americana continua una ricerca grazie al documentario (tra l'altro vincitore come miglior documentario del TFF 32) in spazi e luoghi desolati come in questo caso la Tuscia, una zona un tempo popolata dagli Etruschi.
E proprio questa incantevole e ostica location, una terra senza tempo, arcaica e primitiva che sembra piano piano scomparire come coloro che la abitano, contadini e cacciatori sempre in gruppo e sempre a testimoniare la loro diffidenza con i forestieri pensando invece al Solengo come un tipo diverso e forse solo un po strambo.
Tutti dicono di aver visto e sentito storie come nella profetica battuta detta durante tutto il mockumentary da quasi tutte le comparse“così dicono, eh, io non lo so”
Figlio di fattucchiera che annunciava apocalissi, forse assassina forse no, la madre di Mario aveva ucciso il padre in un raptus perché questi era sempre ubriaco. Il bambino sembra forse nato in carcere dove la madre scontava la pena o comunque cresciuto in quell’ambiente nei suoi primi anni di vita, scorbutico e anche violento, asociale, ora folle ora incompreso, più a suo agio con la natura che con i suoi simili, sembra addirittura essere stato un figlio illegittimo.
La complessità dell'infanzia, dei traumi e dei ricordi, la gravidanza non voluta, la vita solitaria, l'amore per la natura e tanto altro ancora sono gli strumenti per cercare di comprendere la natura selvaggia e misteriosa di Mario de Marcella.



domenica 27 novembre 2016

#Screamers

Titolo: #Screamers
Regia: Dean Matthew Ronalds
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF°34
Sezione: After Hours
Giudizio: 1/5

Tom Brennan e Chris Grabow sono i creatori di Gigaler, piattaforma di successo su cui vengono pubblicati gli Screamers, clip dall'alto contenuto di terrore. Un giorno ricevono un video con una ragazza in un cimitero e una presenza disturbante alle sue spalle, che diviene subito virale. Incuriositi dalla storia che si nasconde dietro il filmato, Tom e Chris scoprono che la protagonista potrebbe essere Tara Rogers, una giovane scomparsa da tempo.

#Screamers è l'esordio del giovane cineasta indipendente Dean Matthew Ronald.
Il regista sfrutta un sotto-genere dell'horror, il mockumentary, cercando di trovare un'idea funzionale come quella del sito Gigaler dove la gente può caricare ciò che vuole e tramite alcuni motori di ricerca il sito sceglie i video preferiti a seconda del gusto degli utenti.
L'idea del suicidio in diretta non è poi così originale ma poteva rivelarsi ottima come base di partenza per creare l'atmosfera giusta e immergere lo spettatore nella suspance. Invece il film parte in quarta mostrando i protagonisti, si perde in alcuni dialoghi troppo lunghi e fuori luogo e di fatto l'incidente scatenante arriva dopo troppo tempo (l'azione è condensata nei soli dieci minuti finali). Se poi contiamo che la sceneggiatura si perde diventando quasi un'improvvisazione di tutti con delle interpretazioni orrende e una maschera che ogni tanto fa capolino per cercare di spaventare gli spettatori, rimango davvero allibito di fronte ad uno horror privo di tutto in cui non c'è veramente nulla, confermando un brutto lavoro senza sangue, senza costruzione, un film senza senso e che ha un finale telefonato e pasticciato e poi, la cosa più importante, non fa mai paura ripetendo scene a caso e spaventi così allegri che perdono di consistenza e di efficacia già dall'inizio.
Qui si parla di video snuff ridicoli mischiati con una sorta di ghost story e un killer che appare e scompare e dalla storia su Wikipedia sembra addirittura uno dei serial killer ai tempi di Jack lo Squartatore.
Direi che non c'è bisogno di dire altro...il peggior film di questa edizione del TFF 34°




mercoledì 25 maggio 2016

Jeruzalem

Titolo: Jeruzalem
Regia: Doron Paz, Joav Paz
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due ragazze americane in vacanza in Israele incontrano uno studente di antropologia e decidono di andare insieme a lui a Gerusalemme, durante lo Yom Kippur. La sera in cui arrivano nella città, si scatena l'apocalisse: alcune superstizioni e leggende ataviche si incrociano e innescano l'inferno.

Mancava come città tra il filone dei mockumentary Gerusalemme, una città di impressionante bellezza e costellata di minacce e tensioni. In questo caso anzichè telecamera a mano si passa ad occhiali del "futuro", Google glass, capaci di riprendere tutto al momento, scattare foto e chiamare paparino quando si vuole. Jeruzalem inizia copia e incolla come moltissimi suoi colleghi, infilando però una sorta di esorcismo che finisce male, per piombare in un apocalittico concentrato di atmosfere religiose e porte dell'inferno che si aprono facendo piombare mostri e creature nella città e dicendoci appunto che sotto la città santa come prevedeva il nostro caro Dante ci sia proprio l'inferno.
E'divertente, non cerca mai di prendersi sul serio ma alla fine mostra più di quanto deve...forse anche troppo, esagerando senza ritegno come nella scena del manicomio.
Eppure è uno dei pochi film che tratta un argomento davvero horror e seppur fagocitato di elementi ha un suo perchè.
Alla fine scorre veloce, non perde troppo tempo e arriva subito al dunque regalando qualche saltino dalla sedia.




martedì 28 luglio 2015

Digging up the Marrow

Titolo: Digging up the Marrow
Regia: Adam Green
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Green interpreta se stesso mentre lavora a un documentario sull'arte dei mostri fino a quando viene contattato da un uomo misterioso di nome William Dekker. Dekker sostiene di poter dimostrare che i mostri sono reali e insiste che queste grottesche creature sono degli umanoidi dimenticati e orribilmente deformi che abitano una vasta metropoli sotterranea dei dannati.

Adam Green non è un regista horror americano di quelli da far perdere la testa.
Nella manciata di film che ha fatto, le idee originali sono tiratissime e a parte una buona tecnica, non ha grossi pregi che lo facciano salire in cima nella rosa dei the best (di cui la maggior parte, ricordo bene, sono europei).
Però almeno cerca, direi che questo film in parte ne è la prova, di cercare di redimersi, dandosi da fare e spremendo le meningi per non creare il solito mostro di turno HATCHET o situazioni carine e nulla più FROZEN.
Per alcuni aspetti mi ha i nuovo fatto venir voglia di vedere quel cult di CABAL per altri mi è sembrato un esperimento solo in parte riuscito soprattutto perchè rivelando già tutto in partenza non permette mai allo spettatore di immedesimarsi nel regista o in Dekker (tra l'altro Ray Wise cosa si è fumato...), giocando con il meta-cinema, andandoci sotto e commettendo un sacco di errori oltre che autocitarsi continuamente come se fosse il migliore tra i registi horror americani contemporanei.
E'un film che parla troppo, Green non sa recitare, ha una moglie figa a cui dovrebbe pensare di più, è se è vero che dice che lavora anche ventidue ore al giorno, beh allora e buono che si faccia due domande. Quello che mi sembra è uno molto fortunato e raccomandato.
Questo suo ultimo film ha l'encomiabile pregio di citare i mostri, di credere nei mostri ( e giustamente non negli alieni come dice in un dialogo), ma allo stesso tempo il film poteva forse solo funzionare una decina di anni fa, in cui sotto certi aspetti, poteva quasi sembrare una scelta originale.
Il mockumentary spesso e volentieri, se non dato in mano a professionisti, è noioso.
Green cerca di superare tutti gli ostacoli provando ad essere più furbo del previsto ma senza riuscirci. Quindi non mostra quasi mai, suggerisce o fa intuire un orrore che però non arriva (le ultime due scene sono davvero patetiche) e crea il suo film più indie e low-budget pensando di aver fatto una mezza genialata.

Forse per qualcuno lo sarà, per me è la riprova di un regista enormemente pompato.

lunedì 22 giugno 2015

Taking of Deborah Logan

Titolo: Taking of Deborah Logan
Regia: Adam Robitel
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Deborah Logan è malata di Alzheimer ed è al centro di alcune riprese per un documentario che testimoni le sue sofferenze e gli sforzi della figlia nell'accudirla. Ciò che inizia come un semplice resoconto medico ben presto scivola nel ritratto esasperante della più spaventosa delle forme di demenza, minacciando la sanità mentale di tutti quanti.

Ormai mi viene spesso l'orticaria quando mi appresto a vedere un mockumentaries/found footage. Spesso per l'inconsistenza dei mezzi e volentieri per come vengono trattati i temi.
In questi ultimi anni sono stati un vero virus capace di attraversare ogni archetipo del genere, purtroppo il più delle volte risultando inadeguati.
Nel vaso di Pandora forse tra gli ultimi farei uscire WHAT WE DO IN THE SHADOWS per ovvi motivi che non starò a citare perchè in passato li ho già trattati.
Taking non parte bene, una brutta locandina in cui emerge il produttore come esponente ancora più importante della stessa pellicola, partorendo l'ennesima cazzata di turno per cui è tratto da una storia vera e un qualcosa di strano che mi aveva fatto storcere il naso ma che poi si è rivelato funzionale al genere e soprattutto al fatto di essere a tratti inquietante.
A dire la verità il vero punto di forza del dramma e dell'atmosfera si ha proprio in quel punto di coincidenza tra malattia e soprannaturale, nella perdità di identità di Deborah, a dispetto di altri elementi che presi da soli sembrano limitare il ritmo del film o sottraendo enfasi da un lato oppure esagerando dall'altra parte.
Taking parte dalla crisi economica come leitmotiv della vicenda per poi spostarsi in un'intervista infinita che non si capisce bene dove voglia arrivare a parare e infine cambiando rotta facendo "resuscitare" stregoni, vomitando vermi e cercando infine di ingoiare bambini per soddisfare rituali ancestrali.
Un horror che crea una buona suspance e coadiuvato da una scelta eccellente della protagonista, Jill Larson, in grado di tenere sulle spalle tutti i momenti di inquietudine.

martedì 9 giugno 2015

What we do in the shadows

Titolo: What we do in the shadows
Regia: Taika Waititi
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Festival: TFF
Giudizio: 4/5

Un gruppo di vampiri con sede in Nuova Zelanda lotta per capire la moderna società e per adattarsi al mutevole mondo che li circonda.

Negli ultimi anni sui vampiri si è mosso davvero poco di originale.
Possiamo annoverare STAKE LAND, WE ARE THE NIGHT e questa godibilissima, fresca, originale commedia e insieme mockumentary sui vampiri made in Nuova Zelanda.
Una maniera piuttosto ironica che riesce per quasi tutta la durata, tolta una mezz'ora un pò leziosa nella parte centrale, a uscirsene de-strutturando e facendo una sorta di parodia dei luoghi comuni dei vampiri.
Dai ghoul, alle banshee, ai lupi mannari, alla bestia, alla convivenza, tutto sembra possedere le carte per riuscire a trovare un buon intrattenimento low-budget.
Complice lo script, le interpretazioni intense, il film è stato diretto a quattro mani da Taika Waititi, qui alla sua opera terza, e Jemaine Clement, alla sua opera prima, anche protagonisti della pellicola.
Senza inventare nulla, ma lavorando sull'immagine del vampiro, i due autori prendendo spunti vari e citazioni a bizzeffe, sfruttano le difficoltà nell'era dei media, Skype e YouTube, sconsacrando con l'ennesimo giro di vite il terreno più sconsacrato di tutti, ma anche il più duro a morire e allo stesso tempo prendendo un ventaglio di situazioni su cui incentrare l'impianto ironico come l'omoerotismo, il non potersi specchiare, la maledizione di vivere in eterno e restare sempre della stessa età.

What we do in the shadows tenta di “dare risposte a quelle domande che nessuno ha il coraggio di porre” a volte in modo singolare, alle volte intrappolato in piccoli pantani da cui difficilmente riesce ad uscirne, sempre bilanciato, ma alla fine arrivando ad un traguardo, unendo due elementi molto abusati e confermando che le idee sono alla base di un buon risultato.

lunedì 27 aprile 2015

Den

Titolo: Den
Regia: Zachary Donohue
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Elizabeth, una giovane donna che studia le abitudini di coloro che usano le videochat per la sua tesi di laurea, è testimone dal chiuso del suo appartamento di un brutale omicidio online. Si ritroverà così al centro di incubo in cui lei e i suoi cari sembrano destinati alla stessa raccapricciante fine toccata alla prima vittima…

Ancora un found-footage o mockumentary (spesso i sotto-generi sembrano convergere), ma in questo caso, non su mostri e paure legate ad un mondo rurale ormai sempre meno sconosciuto, ma quella che a tutti gli effetti vuole essere un'indagine sui media in un "home Invasion" versione 2.0 in particolare sullo studio "tecno-antropologico" della chat Den rimanendo 24 ore al giorno connessa.
Se da un lato lo spunto di partenza e alcune intuizioni sulla gestazione del tema possono rivelarsi interessanti, il film crolla proprio nel momento in cui vuole cercare di diventare un thriller/splatter con omicidi seriali in rete, una poco convincente retromarcia delle forze dell'ordine e una Elizabeth che vuole vedere chiaro senza averne gli strumenti.
Quello che mi stupisce, è che ci si meraviglia di fronte ad una chat come questa, in una post-contemporaneità ormai risucchiata dai media, in cui ci prestiamo sempre di più come cavie pubblicitarie a tutti gli effetti.
Avrei indirizzato di più sulla critica e su quello che tramite l'uso del desktop del pc, poteva cercare di regalare.

La setta, i maniaci e tutto il resto, non fanno davvero più paura, sono spesso il risultato di una pornografia on-line sempre più consolidata e che genera conseguenze inattese ed effetti perversi.

venerdì 19 dicembre 2014

Hangar 10

Titolo: Hangar 10
Regia: Daniel Simpson
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Gus e Sally, cacciatori di tesori, invitano l'amico Jake a seguirli nella ricerca illegale di oro sassone in un pezzo di alcuni terreni privati. Inavvertitamente, finiscono su alcuni lotti di terra di proprietà del Ministero della difesa, incontrando strani fenomeni che si spiegano come di natura extraterrestre. Spaventato e smarrito, il gruppo si imbatte nell'Hangar 10, una struttura militare segreta abbandonata. Qui, scopriranno la verità dietro ad alcuni eventi verificatisi 30 anni prima mentre diventeranno a loro insaputa partecipi di una nuova terrificante invasione aliena.

Era iniziato con BLAIR WITCH PROJECT per poi continuare su binari che hanno attraversato quasi tutti i sotto-generi dell'horror.
A differenza degli ultimi film di matrice aliena, dalla violenza pura di EXTRATERRESTRIAL, alle telecamere e il vaso di pandora aperto in SKYNWALKER RANCH, fino a prodotti amatoriali che non starò a citare per il male che gratuitamente continuo a riversarmi addosso, quest'ultimo, purtroppo, non aggiunge nulla di nuovo e diventa, purtroppo, un malriuscito esempio soprattutto per come non deve essere usata una telecamera. Dal punto di vista tecnico è lampante il limite di budget a differenza dei film sopracitati.
Senza stare a rimarcare come alcuni passaggi siano del tutto privi di logica, assurdi e macchinosi, il film non sembra prendere mai una vera svolta, colpendo di striscio più volte lo spettatore ma quasi sempre e soltanto con inutili tecniche che alla lunga stufano. Parlo del sonoro nonchè del montaggio, e come da prassi, forse però dagli inglesi non me l'aspettavo, il solito dato per cui la pellicola trae spunto da uno dei casi più controversi di avvistamento UFO avvenuto in Inghilterra. Nel 1980, noto come l'incidente nella "foresta di Rendlesham", ovvero una pattuglia di militari della base aerea di Woodbridge, avvistò per ben due volte fra i boschi un oggetto di forma piramidale che emetteva delle strane luci.
A tutto c'è un limite, il finale di Hangar 10, non dicendo nulla e palesando ancora di meno entra istantaneamente nella lunga lista dei film pensati e girati troppo velocemente sulla scia del fenomeno del found footage e degli alieni.

Religious

Titolo: Religious
Regia: Larry Charles
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Già autore di Borat, Larry Charles, presenta un documentario dissacratore sulla religione e sulle sue implicazioni attraverso il mondo. Il titolo Religulous è la contrazione delle parole "Religion" e "Ridiculous"

Girare un mockumentary sulle religioni "in generale" è un pò come aprire il vaso di Pandora della rete e provare a prendere elementi a caso, paragonandoli e confrontandoli, senza una precisa direzione da seguire.
Bill Maher, comico americano, con quel suo sorriso sicuro e la parlata veloce, è il portavoce ideale di tale tipo di operazione.
Motivato da una saggezza epicurea e da una retorica voltairiana, il comico americano parte da un principio incontrovertibile: la ratio deve sempre dominare sulla religio, la saggezza immanente deve sempre risultare superiore ad ogni superstizione trascendente.
Maher quindi non relega di fatto il contesto ad un unica religione cercando di approfondire un dogma e cercando di analizzarlo in tutta la sua complessità, ma usa lo sfotto con cui sembra prendersi gioco dei fedeli trovando una facile risposta ad ogni domanda e senza argomentare più di tanto il fatto religioso.
Maher e Charles partono dal dato storico che le religioni non solo sono state per millenni "oppio dei popoli" per eccellenza, ma anche causa, supporto o giustificazione per guerre, eccidi, soprusi e morte indagando e cogliendo anche alcuni aspetti davvero inquietanti e contraddittori (il grassone nella tavola calda che ha messo tutto nelle mani di Dio dopo svariati anni come Satanista e pappone) in cui ogni fedele non dsi discosta mai dal primato religioso e politicamente, ma anche culturalmente e storicamente l'idea di religione come "religione di stato", punto di vista unico sulle cose e sulla natura che non permette divagazioni o eccezioni.
Seppur con alcuni dialoghi particolarmente riusciti e mostrando alcuni "assurdi" religiosi soprattutto nei territori inesplorati e sempre in aumento del fenomeno delle "new-religion" Religious come il titolo, scherzosamente anticipa, è pura propaganda mutuata sul linguaggio dell'infotainment televisivo, dunque nulla di intellettualmente stimolante, ma invece un night-show continuo che regala più di tutto ironia e assurdi, oltre circa l'85% di informazioni che qualsiasi persona che ha un minimo di preparazione religiosa già conosce.


Willow Creek

Titolo: Willow Creek
Regia: Bobcat Goldthwait
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Un film avente per protagonisti dei ragazzi che credono di aver visto il Bigfoot. Le versioni degli avvistamenti sono contraddittorie e alcuni litigheranno tra di loro su quella che considerano la versione corretta. Il progetto esplorerà l'idea dell'essere un testimone, la quale verrà usata per fare delle osservazioni sulla fede e sulla religione.

Ormai il quantitativo di horror "Found Footage" comincia ad essere preoccupante sopratutto per i gonzi come me a cui basta vedere una suggestiva locandina e qualche riga su un tema interessante e allora è la fine.
Anche il Bigfoot è stato ormai fonte di svariati film, quasi tutti brutti però, è soprattutto, una bruttissima seconda prova nel caso del regista che si era messo in luce con una commedia grottesca niente male come GOD BLESS AMERICA.
Partendo dai territori di Klamath River, fuori Orleans, California, dove il noto "Patterson-Gimlin" e dove il Bigfoot sembra essere stato colpito con un arma da fuoco nel 1967, in Wilow Creek non succede nulla nella prima ora e quasi nulla nel finale in cui qualche urla, ben 5' di inquadratura fissa su un filo d'erba e nemmeno l'ombra del mostro, diventano sinonimi del vuoto totale della pellicola.
La scena top è quando entrambi i piccioncini sono nella tenda assorti nel silenzio naturale aspettando che da un minuto all'altro arrivi il mostro. Trainterviste vuote e inutili a qualche bifolco, la videocamera mai usata così male e così tanto fastidiosa, Willow Creek sembra ben peggio della peggiore amatorialità con cui ci si possa confrontare.

giovedì 13 novembre 2014

Vhs Viral

Titolo: Vhs Viral
Regia: AA,VV
Anno: 2014
Paese: Usa
Festival: TFF 31°
Giudizio: 1/5

Marcel Sarmiento (“ABCs of Death”segment “D is for Dogfight”)
Un inseguimento della polizia che coinvolge un camion di gelati rubato da uno squilibrato ha catturato l'attenzione della grande area di Los Angeles. Decine di ragazzi ossessionati dalla fama affollano le strade con le loro videocamere e telefoni cellulari con fotocamera decisi a catturare il prossimo video virale. Ma c'è qualcosa di molto più sinistro che si sta verificando per le strade di Los Angeles di un semplice inseguimento della polizia. Qualcosa di inatteso colpisce tutti coloro che sono ossessionati dal riuscire ad acquisire filmati per nessun altro scopo che quello di divertire e intrattenere. Ben presto scopriranno che loro stessi sono i protagonisti del prossimo video, quello in cui si troveranno ad affrontare la propria morte.

Gregg Bishop (“The Birds of Anger”)
Bishop invece ci regala la storia di Dante the great un mago incapace,che diventa famoso grazie ad un mantello magico che permette di fare magie vere; ma ogni cosa ha un prezzo

Nacho Vigalondo (“Timecrimes”) Parallel Monsters di Nacho Vigalondo invece è la chicca ,un corto completo che narra di uno scienziato che riesce ad aprire una porta su un altro universo,dove troverà la sua controparte, quanto realmente saranno uguali i 2 universi

Justin Benson (“Wrecked”) and Todd Lincoln (“The Apparition”)
Per ultimo la coppia Justin Benson e Aaron Moorhead che ci regala la storia di un gruppo di skater che vogliono firmare le loro acrobazie in un acquedotto di Tijuana, finendo in mezzo ad un rito del culto dei non morti

Quando in uno schema corale di registi e di corti se ne salva solo uno, è sinonimo che questa triste saga ha forse già detto tutto, o come invece io credo, debba solamente puntare su registi più interessarti dando "totale" carta bianca.
Era da aspettarsi che da Vigalondo arrivasse l'episodio migliore, tra l'altro nemmeno così eccitante, ma rispetto agli altri apre un vaso di Pandora di pura originalità. Se pensiamo alle trashate della coppia Justin Benson e Aaron Moorhead, o alla palla senza senso di Sarmiento e infine il deludentissimo che poteva dare ben di più Bishop, con il suo mantello del male, allora si intuisce subito come Vigalondo prevalga su tutti.
La cosa che stupisce è da un lato la fretta delle produzoni di dover fare sempre più lavori sbrigativi, senza dare mai quella possibilità di concentrarsi su un soggetto ma invece di ripiegare su scelte convenzionali e che portino azione e soprattutto come in questo inseguimenti senza senso ed esplosioni a caso.
Vigalondo comunque è un furbetto che mischia Cronemberg a Barker e come ciliegina sulla torta, una macchina che porta ad un altra dimensione.
Non tutto però si salva del suo pregevole lavoro, verso il finale scade nella trashata più totale e l'atronave che compare sopra le loro teste, a forma di croce, sembra una mezza puttanata, ma comunque ci sta e il corto, ribadisco, è il migliore di tutti.



mercoledì 12 novembre 2014

Afflicted

Titolo: Afflicted
Regia: Derek Lee
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Il viaggio di due amici prende una brutta piega quando uno dei due cominca a soffrire di una misteriosa malattia che colpisce la pelle

Ormai sembra che le regole del genere horror vengano sempre più avvalorate quando ricalcano strutture e tecniche che funzionano dal punto di vista commerciale, in più sembrano strizzare l'occhio con idee abusate con qualche piccola modifica furbetta come in questo caso, mischiando qualche elemento e giocando molto sulla diversificazione delle location.
Afflicted non si risparmia da questa prassi che ormai sta germinando in tutti i vari paesi, portando poche volte dei contributi insoliti, sperimentali e originali.
Vincitore per il miglior film (Horror), migliore sceneggiatura (Horror), miglior regista (Horror) al Fantastic Fest 2013 e di altri riconoscimenti al Toronto International Film Festival e al Festival Internazionale del Film Fantastico di Sitges e in ultimo poassato da noi in sordina al ToHorror di Torino 2014, Afflicted sembra prendere in prestito l'idea di CHRONICLE e un qualsiasi horror che tratti temi di virus in stile mockumentary e in chiave found footage.
Purtroppo non c'è nessun valore aggiunto e non è nemmeno chiaro, ammesso che i registi che poi sono anche sceneggiatori e attori, quale sia il virus che colpisce l'amico. Forse vampirismo...
Purtroppo il plot dopo un quasi buon inizio, diventa di una prevedibilità incredibile e poco può fare la performance di Lee per cercare di infondere paura nello spettatore.

lunedì 22 settembre 2014

Ritual

Titolo: Ritual
Regia: Mickey Keating
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo aver ricevuto una concitata telefonata, un uomo arriva in un motel sull’autostrada per scoprire che sua moglie, affetta da disturbi psichici, ha appena ucciso un uomo collegato a una pericolosa setta.

Brutto e scollegato quest'ennesimo horror sulla scia del sotto-genere mockumentary.
L'incipit di maggior interesse, come specchio per le allodole, ancora una volta è la locandina.
E'difficile confrontarsi con un film anomalo e irrisolto che vola su se stesso come Ritual.
Situazioni già masticate, scene già viste e che non vorremmo rivedere, un misterioso video in cui vediamo cioè solo infiniti, estenuanti giri di pellicola in cui non si scorge nulla, per poi intravedere i soliti teschi di bovini defunti, i soliti (stracotti) coltellacci sacrificali, le solite (inutili) candele accese, e non ci é concesso neppure di assistere all'uccisione della vittima, quand'anche fosse al limite posta in un evocativo fuoricampo.
Era difficile pensare di fare qualcosa di così brutto e senza senso, quando i rimandi potevano esserci, così come il plot e il soggetto che per quanto abusati, forse messi in altre mani, avrebbero dato un differente esito.

venerdì 16 maggio 2014

Borderlands

Titolo: Borderlands
Regia: Elliot Goldner
Anno: 2013
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Una squadra di investigatori del Vaticano viene inviata nella British West Country per indagare su delle attività paranormali in una chiesa.

Ora ditemi voi se è realistico e soprattutto se ha un senso, mettersi a inseguire un prete, che nemmeno si vede, giù per cunicoli e passaggi segreti in stile THE DESCENT, fino a finire quasi al centro del mondo, con sostanze fossili che ti sciolgono il corpo.
Borderlands ha così tante falle da diventare uno dei nuovi casi di questa travolgente (solo per numero di titoli) scia di film in stile mockumentary o found footage che si ispirano ormai a qualsiasi evento, fatto di cronaca, religione o setta, leggende o cronache locali.
Borderlands tenta di parlare di Paganesimo, ovviamente mostrandolo per come non è, tentando un disperato collage di cose già viste, tra cui compare anche il film che di certo non si ricorda SKINWALKER RANCH sempre del 2013.
La differenza è che nel film succedevano un quantitativo impressionante di eventi paranormali, un vero "bestiario" sovrannaturale, unito alle leggende indiane dei "mutaforma"e Vimana, una figura mitologica del pantheon indiano.
Abduction, ovvero possessione o impossessati, o qualcosa che si è impossessato di un oggeto nella casa o della casa stessa, è un impianto che sembra ormai spianato per quanto è stato abusato, in buona o cattiva forma.
Il non sapere più da dove andare ad attingere, e sceneggiandolo pure male, sta diventando sempre più il manifesto di un genere che non ha più la forza di un tempo e non è più in grado di regalare quelle emozioni che al tempo avevano modo di comunicare qualcosa come BLAIR WITCH PROJECT o REC. In Borderlands l'azione vacilla ancor prima di decollare, i personaggi non conquistano e le vocine dei bambini di sottofondo e un prete che cade giù da una chiesa, creano forse più imbarazzo che suspance.

mercoledì 14 maggio 2014

Sacrament

Titolo: Sacrament
Regia: Ti West
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un giornalista e un video operatore di Vice Media, piattaforma di produzione e distribuzione alternativa di contributi video in rete, decidono di seguire un amico e collega fotografo alla ricerca della sorella, ritiratasi in una comunità rurale, fuori dagli Stati Uniti. Nel cuore di una foresta isolata, fuori dal controllo del governo e dei mezzi di comunicazione, i tre raggiungono la parrocchia Eden, dove circa duecento persone vivono secondo le regole di un capo carismatico che chiamano “Padre”, immersi in quella che appare come un’utopia realizzata di autarchia e non violenza. Ben presto, però, alcuni segnali inquietanti portano i tre a ricredersi sulla benevolenza del leader spirituale e sulle sue reali intenzioni.

“La mia intenzione era di analizzare gli ultimi giorni di vita di un culto religioso creando un film di genere che fosse di un tenore elevato. E’ raro trovare film di questo tipo che vadano oltre il brivido dozzinale regolato sul denominatore comune più basso. Per me era importante ritrarre questi personaggi non come insensati e psicotici adepti di un culto, bensì come persone reali con cui è possibile relazionarsi, ma che, per varie ragioni, hanno scelto di affrontare la vita seguendo un percorso alternativo e controverso. Spero di aver creato un film che susciti paura e che, nel contempo, abbia un valore sociale, un film che stimoli il pubblico a riflettere profondamente sul contenuto”.
Io spero solo che Eli Roth non diventi un nuovo Luc Besson, rovinando alcuni talentuosi registi horror. Il caso di Sacrament è abbastanza imbarazzante, rispetto ad un altro film invece molto più carino e di più facili intenti e spirito splatter come AFTERSHOCK sempre prodotto da Roth.
Lo splat pack comincia a mostrare alcune crepe mica da ridere se prendiamo ad esempio questo ennesimo found footage e cerchiamo di analizzarlo più da vicino.
Ci sono almeno due imbarazzantissimi vuoti di scrittura che bombardano lo spettatore che vorrebbe sapere, ma che invece, proprio nel finale, vede cancellare tutto con un suicidio di massa, che come spesso capita per le religioni o ibridi del genere, cancella tutto rivelando l'inconsistenza e le furbizie in campo di scrittura o forse l'unico vero intento del film.
Father è uno come tanti, un guru o forse semplicemente un pazzo che non da nemmeno l'idea di credere in quello che dice e di certo non ama il prossimo.
I protagonisti sono la solita manciata di agnelli sacrificali (purtroppo nemmeno quello) che ovviamente portano la luce della ragione in una comunità assemblata alla rinfusa, in cui quasi nulla viene spiegato, se non con un incidente scatenante davvero telefonato e per nulla originale.
Senza stare a insistere sui dialoghi imbarazzanti e sull'omologazione di massa dei membri, il film non decolla mai, anzi crolla sotto il macigno del climax finale.
Lasciava presagire qualcosa di diverso o forse leggermente più originale che si aspetta per tutto l'arco del film ma che non arriva e che riuscisse a cogliere alcune reali esigenze di questi persoanggi per poter scavare di più nell'anima del fanatismo religioso.
Il fatto che nel finale venga ricordato l'elemento reale a cui il film si ispira e le solite frasi per cercare un rinforzo, non serve più, è ridondante ed è diventata ormai la scusa dei fessi.



domenica 2 marzo 2014

Skinwalker Ranch

Titolo: Skinwalker Ranch
Regia: David McGinn
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un gruppo di ricercatori scientifici indaga sugli eventi soprannaturali che circondano la misteriosa scomparsa di un bambino di dieci anni, figlio di un allevatore di bestiame.

Skinwalker Ranch è uno di quei film che mi sfugge il motivo per cui l'abbia visto.
Il film aveva sicuramente dei buoni elementi di partenza, anche se il limitato budget e il limite tecnico, preludevano a una serie di limiti che il film, trattando di eventi sovrannaturali, non avrebbe permesso, cosa che invece stranamente non è così.
Dunque in questo caotico film sembra succedere davvero di tutto e la cosa che più mi ha colpito e che ad un tratto dal cilindro esce fuori pure Vimana, una figura mitologica del pantheon indiano. Dopo questo elemento, assolutamente atipico e senza nessun apparentemente nessun motivo logistico, si è acceso in me l'interesse di vederlo fino alla fine, se non altro perchè quello che McGinn crea, e che nessun altro aveva fatto a parte qualche pazzo, è proprio un "bestiario" sovrannaturale unito alle leggende indiane dei "mutaforma".
Un altro esempio di cinema simile a questo anche se tratta temi del tutto diversi è L'EVOCAZIONE. In entrambi i film, a parte le differenze di budget, tutti e due hanno tentato la carta dell'esagerazione più totale, infilando chi in un modo, chi in un altro, tutto quello che si poteva tirare giù.
Se Wang ha di certo molta più familiarità con la materia e con i mezzi tecnici, McGinn alla sua opera prima, tenta facendo come può, ma senza lesinare sulla messa in scena, un altro film di genere sul filone che tanto sta andando di moda, o forse sta ritornando di moda.
Tratto da fatti realmente accaduti, come ultimamente piace molto al genere, sembra essere di questi tempi l'equazione commerciale preferita.
In realtà tra fantascienza e horror, quando si crea questo accessorio produttivo, dei fatti realmente accaduti e filmati attraverso la lente e la messa in scena del found footage, proprio questa chiave di lettura appare ormai non più una tecnica sperimentale e d'avanguardia, ma solamente una tecnica sfruttata spesso e volentieri per sondare il già visto.
Abduction ovveri possessione o impossessati o qualcosa che si è impossessato di un oggeto nella casa o della casa stessa, è un impianto che sembra ormai spianato per quanto è stato abusato, in buona o cattiva forma.
McGinn costruisce la sua storia (scritta da Adam Ohler) intorno all’indagine di una squadra mista di esperti che, dopo una breve residenza nella fattoria, constatano la veridicità dei fatti andando loro stessi incontro ai pericoli dell’ultraspazio.
Innegabile uno dei punti che hanno fatto sì che il film, non avendo come dicevo i milioni, non se ne uscisse fuori con effetti in c.g che facessero storcere il naso e il contributo di Steve Berg, oltre alla presenza oscura ma tangibile, in fase di produzione esecutiva, di Ken Bretschneider, guru della Deep Studios e deus ex machina di grande carisma.



venerdì 21 febbraio 2014

Frankenstein's Army

Titolo: Frankenstein's Army
Regia: Richard Raaphorst
Anno: 2013
Paese: Olanda
Giudizio: 4/5

Ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, il film racconta la storia di Adolf Hitler che, ritrovati alcuni documenti relativi a degli studi ad opera dello scienziato Victor Frankenstein, vorrà metterli in pratica al fine di contrastare l'inarrestabile avanzata degli Alleati. Le truppe naziste saccheggeranno i cimiteri in cerca di cadaveri ancora freschi, che verranno sezionati e conservati in casse che saranno poi consegnate direttamente ai laboratori tedeschi: l'obiettivo è quello di usare questi corpi per dare vita ad un esercito di supersoldati non morti...e quindi invincibili.

Il supersoldato da sempre ha esercitato una sorta di fascino nella letteratura e infine nel cinema.
Chi prendendone la matrice fantastica, chi orrorifica, alla fine il messaggio e l'obbiettivo sembra essere lo stesso. Ora, che durante il nazismo ci fossero degli studi specifici sull'argomento non dovrebbe neanche stupire, dal momento che mi è bastato leggere il libro di Ledenda-Satana e svastica e altre storie sulle rune, per capire come i nazisti avessero una fantasia contorta e malata.
Questo horror è decisamente prelibato poichè attinge dalla old school, consolidandola con elementi nuovi e originali. Ha un buon cast dove già solo il nome di un caratterista come Karel Rodel basta per tranquillizzare gli scettici. Poi prima di tutto chi è questo olandese di nome Raaphorst?boh non ci è dato saperlo, ma comunque entra di fatto nella lista delle cose che ci piace.
E'lo stile tale da accomunarlo con altri esempi di ottimo cinema europeo e legato da una grande voglia di rivisitare miti, leggende,folklore e fatti storici.
Già il fatto che siano i russi e non gli americani a scoprire le barbarie naziste e gli scienziati che mischiano tessuto umano preso dai cimiteri unendolo a parti meccaniche, è una verità che mi è piaciuta dal momenti che non tutti sembrano essere fedeli ai fatti storici.
Questi zombie bio-meccanici, montati e assemblati come quando costruisco un mobile Ikea, hanno tutti i limiti e i difetti possibili, ma allo stesso tempo risultano figherrissimi, reali, dotati di difetti come dovrebbe sempre accadere e il film gli sottolinea proprio per connotarne questo fattore.
Possiamo dunque dire che tutto è sporco e rozzo e alle volte la telecamera a spalla sembra essere presa d'assalto, eppure il film non solo non vacilla, ma ti porta proprio quasi come un found footage ambientato ai tempi della seconda guerra mondiale, dentro questo laboratorio umano degenerante.
Sospendete l'incredulità e buona visione....


sabato 16 novembre 2013

Conspiracy

Titolo: The Conspiracy
Regia: Cristopher MacBride
Anno: 2013
Paese: Canada
Festival: TFF 31°
Giudizio: 2/5

Due registi stanno girando un documentario su Terrange G., un teorico della cospirazione convinto che tutti i più importanti eventi mondiali - dall'assassinio di Kennedy all'11 settembre, passando per la guerra in Vietnam e la crisi bancaria mondiale del Duemila - siano riconducibili a una società segreta che controlla il corso della storia a scopo di lucro. Improvvisamente, dopo quattro settimane di costante sorveglianza, Terrance scompare e i due registi cominciano ad essere seguiti da alcuni furgoni neri. Continuando ad indagare sulle ragioni di tale scomparsa, troveranno collegamenti con il misterioso Tarsus Club, un gruppo segreto che venera le antiche divinità Mitra, e decidono malauguratamente di infiltrarvisi.

E siamo infine giunti al culto di Mitra. Negli ultimi anni come vanno di moda le new-religion allora si ritorna anche ai culti pre-cristiani e dunque a tutti i riti pagani. Quest film cerca di descrivere da una parte ipotesi di complotto e quello che verso la fine si scoprirà il disegno per un nuovo "ordine mondiale",mentre dall'altro un'astuta ricerca per cercare di esaminare cosa fanno alcuni membri di un antichissima setta.
MacBride alla sua opera prima, sfrutta il mockumentary per cercare di dare ancora più realisticità alla vicenda e nella prima parte alcune scelte e impieghi di camera sono funzionali soprattutto descrivendo le gesta di Terrange. Il problema sta proprio nella materia che il regista descrive e alle numerosissime ipotesi di complotto che si alternano una dopo l'altra senza dare il tempo allo spettatore di riuscire a stare dietro a tutto quello che succede.
Il film inciampa del tutto nella seconda parte quando MacBride spinge sull'accelleratore e punta direttamente alla setta e alla sua cerimonia. Tutto sembra troppo semplice e proprio la suspance cala perchè lo spettatore più di tutti è cosciente grazie anche all'impiego del mockumentary che quello che sta succedendo accade troppo veloce e senza una coerenza che ne giustifichi lo svolgimento.
Peccato perchè il tema della cospirazione è sempre interessante e se accomunata con alcuni culti pagani allora il tutto acquista un certo fascino e mistero.Però bisogna saperci fare...

domenica 29 settembre 2013

Quarto tipo

Titolo: Quarto tipo
Regia: Olutunde Osunsanmi
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel 1972, fu stabilita una scala di misura per gli incontri con gli extraterrestri. Il semplice avvistamento di un UFO è chiamato incontro ravvicinato del 1° tipo, la raccolta di elementi di prova è del 2° tipo, il contatto diretto con gli extraterrestri è definito incontro ravvicinato del 3° tipo. Il livello successivo, quello del rapimento, è un incontro ravvicinato del 4° tipo.... Alaska, ai giorni nostri. Dagli anni 60 si sono verificati tantissimi casi di sparizioni misteriose. Nonostante le molteplici investigazioni del FBI, nessun caso è mai stato risolto. La dottoressa Abigail Tyler, psicologa, comincia a videoregistrare le sedute con pazienti traumatizzati e comincia a scoprire le più inquietanti prove di rapimenti alieni mai documentate...

Tutti i film di fantascienza che trattano la materia come se fosse una storia reale al cento per cento incappano in alcuni fatali errori. Quando la stessa protagonista del film diventa lei per prima giornalista e quindi prende le distanze dalla macchina da presa allora gli intenti del film diventano davvero difficili da equilibrare.
Il Quarto tipo però non è uno squallido prodotto di marketing come ultimamente Hollywood sputa come palline di bonza dalla bocca di uno spacciatore ma solo per alcuni aspetti riesce almeno nell'unico scopo che si vuole prefiggere: suspance e qualche salto dalla sedia.
La storia, infatti, parte dall'incontro del regista Olatunde Osunsanmi con la Dottoressa Abbey Tyler che, nei primi mesi del Duemila, mentre faceva l'amore con suo marito se l'è trovato accoltellato e morto nel letto…
Una situazione decisamente sconvolgente che non impedisce, però, alla donna di portare avanti gli studi del marito psicologo sui misteriosi casi di insonnia di uno sperduto centro abitato dello stato americano.
Diciamo che il punto forte e la preparazione con cui i casi vengono spiegati e mostrati. Il grosso limite del mockumentary è invece quello di associare gli alieni alla strana lingua che parlano i "rapiti"ovvero un idioma simile al Sumero.
Gli alieni che dovrebbero essere la metafora di un ordine sociale diverso, comunicano con simboli e animali(tipo gufi)che appaiono come segni di sventura a chi verrà preso di mira.
Di nuovo dunque l'alieno rappresenta una minaccia, qualcosa che un pò come diversi miti e leggende apparteneva a questa terra e chi lo sà, si spera che non faccia ritorno...