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lunedì 4 maggio 2020

Field guide to evil


Titolo: Field guide to evil
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Field guide to evil in tempi di folk-horror e cicli antologici è una piacevolissima sorpresa per svariati motivi. Vuoi il suo essere passato inosservato, vuoi perché racchiude alcuni registi che amo molto (Evrenol, Strickland, Gebbe, Franz & Fiala, Smoczyńska) vuoi perchè tutte le storie si concentrano su leggende poco conosciute ognuna scandagliando un luogo diverso.
Sono dei corti dove il peso della narrazione si impone e di fatto riesce a far sì che alcuni lavori riescano a esercitare maggiori suggestioni rispetto ad altri, chi per gusti personali o chi perchè sembra andare ad approfondire antiche superstizioni. Favole nere tramandate nei villaggi, dove protagonisti sono mostri, elfi, demoni annidati nei boschi e miti malefici che prendono corpo. L’orrore insito nel folklore, che attraversa il tempo secolare e gli spazi geografici, condensato in un’antologia di otto racconti che esplora il lato più oscuro della tradizione ambientati in passati scaramantici e insidiosi.

The Sinful Women of Höllfall
I registi di Goodnight Mommy ci portano in Austria uno dei paesi più complessi al mondo al livello di cinema per parlarci dell'elfo Trud e di un amore omosessuale tra due donne che come tale deve essere punito perchè a quei tempi semplicemente non poteva essere accettato.
Haunted by Al Karisi – The Childbirth Djinn
Evrenol di Baskin e Housewife ci porta nella sua terra la Turchia per parlarci del demone Karisi, il demone del parto che si presenta con le sembianze di una donna ma anche di un gatto o di una capra. Uno dei corti più complessi, girato quasi tutto all'interno di una stanza e con questo alternare dialoghi e silenzi, dove gli stati della madre malata e il suo delirio in crescendo creano inquietudine e mistero. Come sempre il tocco del regista dimostra una scelta perfetta dei tempi narrativi, un montaggio eccellente e quella cattiveria innata nell'anima della politica d'intenti dell'autore che spesso e volentieri sfocia nel gore estremo.
The Kindler and the Virgin
La regista di Lure ci porta in Polonia un paese che amo alla follia per regalarci una delle storie più lente e minimali, giocata con una fotografia tetra tutta incentrata sui toni bluastri dove questa entità, una donna, sembra ammaliare questo giovane profanatore di tombe in cerca della saggezza.
Un corto molto complesso che tratta a differenza degli altri, assieme a Strickland la magia intessendola di suggestioni, inquietanti presenze, scene di cannibalismo e molto altro ancora.
Beware The Melonheads
Calvin Lee Reeder è uno dei pochi registi di cui non ho ancora potuto guardare nulla prima di questo corto. Ed è un peccato perchè pur non infilandosi come nei precedenti in una leggenda vera e propria mischia esperimenti nucleari alla Craven con protagonisti dei bambini malvagi e una sorta di potere psichico. Capitanati da un losco nano, gli umanoidi destabilizzeranno un simpatico equilibrio famigliare mordendo fisicamente con colpi bassi. Con uno stile molto sporco a tratti amatoriale e senza l'impiego massiccio di c.g, il corto di Reeder è il più bifolco tra i corti visti finora, quello che per assurdo sembra prendersi meno sul serio, un colpo alle costole che riesce a farsi portatore di una sua mitologia più cinematografica che altro, in fondo divertente.
What Ever Happened to Panagas the Pagan?
Yannis Veslemes ci porta in Grecia per una favola davvero disturbante che sfocia come contro altarino delle gioie natalizie ma a differenza del Krampus ci parla del Kallikantzaros,
creatura mostruosa che, secondo la tradizione, manifestandosi sotto stati alcolemici molto alti, vive sottoterra tutto l’anno fino al giorno di Natale, quando visita le case per arrecare οgni sorta di angherie alle persone
Palace of Horrors
Ashim Ahluwalia ci porta in India in un palazzo che sembra un incubo o una suggestione per farci entrare in un incubo in b/n dove una galleria di creature deformi sembra rappresentare e conciliare la metafora di un paese dilaniato dalle malattie e dallo sfruttamento
A Nocturnal Breath
Dalla Germania la regista di Tore Tanzt ci parla del Drude, uno spirito malevolo che lascia il corpo del posseduto per diffondere malattie sterminando greggi e bestiame lasciando la gente in povertà e vittima di ignominie e persecuzioni prima in assoluto la stregoneria. La persona come la bestia giace esanime fino a quando lo spirito non ritorna nel suo corpo
The Cobblers’ Lot
Dall'Ungheria l'ultimo segmento è di un regista fantastico che seguo da diversi anni, Strickland (Berberian Sound StudioDuke of BurgundyKatalin Varga) portandoci in una fiaba muta e onirica, suggestiva quanto ancestrale e magica, in una ricerca disperata per arrivare alla donna amata. The Princess’s Curse procede incalzante in questa rivalità fraterna in un eclatante manifesto funereo grazie ad immagini estremamente evocative e poetiche.

Squirm


Titolo: Squirm
Regia: Jeff Lieberman
Anno: 1976
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Fly Creek, piccola cittadina tra le foreste della Georgia, paludosa e dedita alla pesca. Quando una violenta tempesta la colpisce, causando il crollo di un grande generatore di corrente, un’enorme carica elettrica penetra il sottosuolo fangoso, causando la mutazione letale di tutti i vermi che popolano la zona.

Squirm come Bug-Insetto di fuoco, condividono gli stessi anni, il film di Swarc è di un anno prima ed entrambi affondano le radici nella sci fi per diventare poi robusti caposaldi di un sotto genere che coniuga horror e eco vengeance. Quando non sono gli esperimenti dell'uomo, rimangono comunque errori legati a qualcosa che semplicemente non doveva essere lì come nel caso dell'incidente a Fly Creek nel prezioso film di Lieberman.
Una storia peraltro complessa che segue parallelamente mutazione e orda malefica di quella stirpe di 250 mila vermi presenti in scena e allo stesso tempo uno spaccato sociale tra forestieri e contadini, città e provincia. Il film venne presentato a Cannes per sottolineare la complessità dell'opera e non relegarla solo a un b movie con insetti che uccidono e basta.
Più il contesto sociale, le paure che sfociano in odio, la caratterizzazione dei personaggi e molto altro ancora salgono di livello, più il resto sembra già fatto, facendo decollare il film in un thriller complesso e ambizioso. Attraverso interviste al regista Jeff Lieberman e all'attore protagonista Don Scardino, sono raccontati diversi retroscena della realizzazione del film, inizialmente pensato per il New England, per ricalcare le atmosfere dei racconti di Lovecraft, e poi girato invece nel Sud, in Georgia, con un budget molto basso e avvalendosi della gente del posto, spesso ignara d'essere ripresa, o invece felicemente scritturata, come i boy scout locali, impiegati per animare il mare di vermi visibile in una delle scene finali del film. Tra i tanti e divertenti aneddoti, si ricorda come a causa di Squirm: i Carnivori della Savana e del suo utilizzo di circa 250 mila vermi, per tutto l'anno successivo ci sia stata una carenza cronica di esche su tutta la costa orientale!

mercoledì 22 gennaio 2020

History of horror


Titolo: History of horror
Regia: Ely Roth
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 7
Giudizio: 3/5

E'un progetto complesso, didascalico, citazionista, un compendio di tutto quel vocabolario horror che i fan di genere conoscono a memoria e di cui questi episodi contengono quelle rare prelibatezza che in parte ci erano sfuggite.
Siamo di fronte a AMC Visionaries: Eli Roth’s History of Horror, docu-serie tv in 7 puntate facente parte di un nuovo show della AMC, che Roth ha voluto fare a tutti i costi come una sorta di banca della memoria di alcuni grandi maestri, delle loro testimonianze viventi con interviste ai più grandi rimasti e le loro storie, esperienze e curiosità e soprattutto retroscena.
Tanti gli ospiti, da quelli a lungo termine come alle comparse. Nomi sulla bocca di tutti che prevedono scrittori, registi, sceneggiatori, attori, produttori. King, Tarantino, Peele, Blum, Englund, Blair, Zombie, Nicotero, Curtis, Elijah Wood, Landis, Linda Blair, Jack Black, Hedren, etc.
7 episodi per sette tematiche differenti che vanno dallo slasher in due puntate, possessioni demoniache, mostri, vampiri e fantasmi.
History of horror è una sfida in parte vinta se contiamo che progetti di questo tipo sono atipici, quanto allo stesso tempo una carrellata di notizie che tutti i fanatici dell'horror conoscono quasi a memoria fatta eccezione per le curiosità legate a particolari sul set a detta degli autori.
Resta comunque una visione molto convincente, con tanti spezzoni di cult dell'horror, dell'analisi di un sotto genere che piace più alle donne che agli uomini, l'impatto che i singoli aspetti hanno avuto sulla società e sull'immaginario collettivo e che negli ultimi anni è diventato un fenomeno di massa con produttori assatanati e saghe interminabili e opinabili con tanto tempo rubato da saghe come TWILIGHT o THE WALKIND DEAD e in tutto questo, tantissimo cinema che rimane fuori, ai posteri, e che avrebbe dovuto chiamarsi forse History of American horror.
Se si pensa che proprio Roth che ama il cinema di genere italiano e avendo fatto dei remake molto discutibili tenga fuori Bava, Argento, Fulci, Deodato e tanti altri senza stare a pensare al cinema europeo come quello orientale, l'operazione fa storcere il naso sperando che se ci sarà un futuro, verrà analizzato anche un altro continente e il peso specifico che ha comportato in parte per la nascita del cinema horror americano.
Gli episodi hanno comunque un buon ritmo alternando sketch, frasi memorabili, scene indimenticabili e diventate cult per alcuni film, il tutto in una durata di 40'.


venerdì 10 gennaio 2020

Heretics


Titolo: Heretics
Regia: Chad Archibald
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una ragazza viene rapita da un uomo sconosciuto che sostiene di volerla proteggere, fino all’alba, da una pericolosa setta che le sta dando la caccia. Durante le ore con il suo rapitore però la giovane si ammala gravemente. Solo il trascorrere del tempo rivelerà la vera origine della sua malattia il cui ultimo stadio non è la morte ma la mutazione.

Con tutto il bene che voglio ad Archibald, alla sua coraggiosa filmografia, al suo amore per l'indie horror e al suo sodalizio con la Black Fawn Films, ho trovato il suo ultimo film una sorta di ripetizione su tante trame che vedono protagoniste sette sataniche o neo-pagane o come vogliono chiamarsi che hanno l'obbiettivo di far resuscitare un demone o il diavolo stesso (cambiano spesso i nomi ma la sostanza è la stessa in questo caso Abaddon). Di fatto deve esserci una predestinata che ha sogni e allucinazioni che non riesce a capire, un mentore che rapendola deve spiegarle qual'è lo scopo della sua vita e cosa vogliono da lei quelli della setta, per finire una persona a lei cara che in realtà rema contro.
I luoghi comuni per dirla tutta, sono gli elementi dominanti di una storia che a parte il climax finale è pienamente prevedibile sotto ogni punto di vista. Archibald e soci sono coraggiosi nello sfruttare alcuni personaggi, al di là della caratterizzazione, in modo molto funzionale come la ragazza di Gloria, Joan, che per arrivare al suo scopo uccide chiunque le si ponga davanti senza la benchè minima esitazione (poliziotti, la mamma della protagonista). Il problema grosso del film al di là di alcune scene d'effetto, ma che parlando di folk-horror è impossibile non annettere, è il vuoto cosmico che dalla seconda metà del secondo atto la sceneggiatura diventa veramente una sequela di luoghi comuni tutti indirizzati al rituale finale e alla scena della mattanza. Un body horror sulla possessione, un thriller esoterico, una lenta trasformazione verso il male assoluto con qualche ingenuità di troppo. Sembra esserci stata molta fretta per la pre-produzione del film e gli esiti sono dietro l'angolo senza nascondere qualche scena che si ripete dando quel senso di noia durante la visione.



martedì 7 gennaio 2020

Vampyres (2015)


Titolo: Vampyres (2015)
Regia: Victor Matellano
Anno: 2015
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Due vampire molto affascinanti seducono dei turisti in una villa nella campagna inglese, costringendoli ad orge di sesso e sangue. Ma l'arrivo di tre giovani turisti scombussolerà la routine delle vampire e una di loro si innamorerà di un visitatore.

Quanto sesso, quante scene di nudo e saffiche in questo cruento horror che dona di nuovo il prestigio alle creature della notte. Non siamo di certo di fronte ad un capolavoro e il film più volte deraglia sull'autocompiacimento e un esercizio di stile nel mettere in scena due vampire davvero sexy. Ringraziando ora e per sempre la Midnight Factory di portarci film che senza ombra di dubbio sarebbero finiti nel dimenticatoio, Vampyres altro non è che un remake di un vecchio cult del 1974, OSSESSIONE CARNALE (in originale proprio Vampyres) dello spagnolo José Ramón Larraz.
Il film di fatto non ha una trama così squisitamente conturbante. E'una piccola macelleria la villa in cui vivono e godono dal mattino alla sera per non annoiarsi le due protagoniste, aspettando che qualcuno arrivi a bussare alla porta, qualcuno con cui divertirsi, una vittima sacrificale.
Matellano dispone di un budget risicato ma nonostante tutto concentra tutta la vicenda sulle torture, sui macabri rituali delle due donne, sul cercare di conoscere l'ospite senza farlo finire subito troppo male. Un film che nei suoi difetti di forma e tecnica concentra, e fa bene, tutto sulle scene di sesso e sangue, le quali oltre ad essere girate molto bene, risultano anche in termini di recitazione le più convincenti e per finire un climax finale che richiama i perversi rituali della contessa sanguinaria, Erzsébet Báthory. E poi bisogna riconoscere al regista che nonostante la trama che sembra più uno spunto per farsi i fatti suoi nella villa, tra orgie di eros e sangue, il regista di fatto rievoca tutto un immaginario legato alle pellicole del terrore spagnole di quegli anni (e ne uscirono davvero molte) basti pensare a Jesus Franco che Matellano avendolo già trattato, non smette di citare e provare a fare quasi una comparazione tra i due modi di fare cinema e di saper trattare le sanguinolente avventure delle sue vampire come d'altronde avevano fatto i suoi colleghi a quei tempi.

venerdì 9 agosto 2019

Night Watchmen


Titolo: Night Watchmen
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre inetti guardiani notturni, aiutati da una giovane e bellissima giornalista senza paura, combattono una battaglia epica per salvare le loro vite. Una ronda sbagliata scatena infatti un'orda di vampiri affamati e all'improbabile gruppo spetterà il compito di fermare un flagello che non minaccia solo loro ma l'intera città di Baltimora

Night Watchmen esce direttamente dal panorama indie e distribuito grazie all'onnipresente Midnight factory. Tanto gore e tanta azione per un risultato tuttavia deludente e noioso nonchè ripetitivo come non si vedeva da un pezzo. Troppo facile giocare a carte scoperte come in questo caso dove horror + clown + vampiri + splatter e gore + ironia voleva o poteva portare ad un buon risultato.
L'ultimo film di Altieri non riesce a far ridere, i personaggi scimmiottano tante cose già viste, i dialoghi sono molto superficiali e sempre privi di un minimo di spessore drammatico e infine alcune riprese sembrano quasi amatoriali per quanto facciano venire le vertigini.
E'un peccato perchè gli indie vanno difesi quasi sempre. Il film è certamente una spanna sopra tanti altri film distanti da una piena maturità, Altieri rimane un buon mestierante che ha già dato prova con l'horror con alcuni risultati altalenanti ma ripeto tutti da vedere come Violent Kind e Holy ghost people o Hamiltons.
Mancano però quei particolari, chessò una scintilla di originalità, qualche scena che non sia scontata, trattare il tema in maniera atipica senza fare i doverosi ricorsi a citare numerosissimi film.


mercoledì 5 dicembre 2018

What Keeps you alive



Film: What Keeps you alive
Regia Colin Minihan
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Montagne maestose, un lago tranquillo e tradimenti velenosi inghiottono una coppia sposata che tenta di celebrare l'anniversario di matrimonio.

Colin Minihan è un regista canadese con 5 o 6 film all'attivo e diverse collaborazioni.
Il primo film in cui mi ero imbattuto era qualcosa di quasi vergognoso di nome Extraterrestrial
uno dei quei film che lo guardi e ti fai il segno della croce sperando che il mestierante non metta più mano su una telecamera.
Così non è stato. Il film in questione è un indi per certi versi molto anomalo dove la trama seppur non così originale riesce ad entrare nella psiche dello spettatore e da lì in avanti il film riesce dalla sua a trovare diversi elementi d'interesse.
Una coppia di lesbiche, una casa nella montagna sperduta, una coppia di vicini che sembrano conoscere una di loro e tante domande e misteri che la scrittura riesce bene a dosare senza rivelare tutto se non nel climax finale, piazzando almeno due scene difficili da dimenticare ( per chi come me soffre di vertigini dovrà fare molta attenzione).
Una carneficina che viene affrontata e messa in scena in modo atipico, dove l'azione e la violenza ci sono, ma sembrano sempre secondari alla psicologia dei personaggi e al genere che il film sembra scegliere, un mix tra giallo e thriller.
Le protagoniste entrambe riescono a trasmettere con le loro paure e i disagi quelle sensazioni che reggono per tutto il film e l'apoteosi di cattiveria messa in atto da una di loro non sembra poi così forzata di questi tempi, ma anzi ricalca diversi fatti di cronaca recenti.
Un film molto lento, con tantissimi primi piani, dialoghi dosati e la macchina da presa sempre sul punto di farci vedere il crollo delle protagoniste, in una storia che piano piano s'intensifica mettendole faccia a faccia in un duello mortale.
Un film molto indipendente che come stile di narrazione e messa in scena mi ha ricordato un altro film sconosciuto e da vedere assolutamente per i fan del genere, ancora più bello, di nome Butter on the latch



giovedì 30 agosto 2018

Don't grow up


Titolo: Don't grow up
Regia: Thierry Poiraud
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Su un'isola sperduta, un gruppo di adolescenti delinquenti vive in un centro giovanile. Pian piano i ragazzi scoprono che nessuno vigila veramente su di loro e così iniziano a prendersi un po' della libertà che è stata loro sottratta. All'improvviso però il loro supervisore appare dal nulla, in stato di febbrile agitazione, e li attacca con violenza. Per difendersi, i ragazzi finiscono con l'ucciderlo e si allontanano. Realizzeranno presto che l'isola è stata quasi del tutto abbandonata e capiranno di essere rimasti in compagnia solo di un manipolo di adulti affetti da una misteriosa epidemia che li rende violenti e pericolosi. Poiché bambini e adolescenti sembrano immuni dal male, capiranno anche che per sopravvivere dovranno rispettare una sola regola: non crescere. Ma il tempo non è dalla loro parte.

Poiraud è bravo e in tanti anni purtroppo ha potuto girare pochi film.
Ultimamente dopo GOAL OF THE DEAD sembra volersi occupare del filone zombie.
Don't grow up è una piccola sorpresa passata purtroppo inosservata con anni di ritardo.
Un peccato perchè l'ultimo film di Poiraud è un indie che parte subito in quinta catapultandoci in quest'isola quasi disabitata e per un certo tempo complici i dialoghi taglienti con un ottimo ritmo, rimaniamo intrappolati a scoprire i nostri sei protagonisti, quattro ragazzi e due ragazze, che davanti a una videocamera sciorinano le loro aspettative di vita, sogni e illusioni per quel futuro da maggiorenni che li attende dietro l’angolo .
La tematica dell'uccisione degli adulti era già stata trattata in passato con il cult spagnolo da cui però il film francese prende le distanze. Tutti questi protagonisti giovani e con diversi problemi sociali, i dialoghi, una certa ironia sembra rimandare alla serie MISFITS fino alla mattanza finale.
Anche se può sembrare l’ennesimo film di zombie, questa coproduzione franco-spagnola si distacca dalla moda del momento per il suo legame sottile con il film spagnolo anche se non arriva al suo magistrale e audace livello di brivido.
Peccato che verso il finale il film sembra correre troppo alla svelta saltando alcuni pezzi di storia e regalando il solito sacrificio finale abbastanza scontato

giovedì 7 giugno 2018

Downrange


Titolo: Downrange
Regia: Ryuhei Kitamura
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sei studenti universitari devono andare ad una gara di cross-country. Ma la gomma della loro auto si buca e i ragazzi finiscono fuori strada, scoprendo in seguito che qualcuno ha sparato alla loro macchina. Capiranno presto di essere vittime di un essere invisibile che vuole tormentarli. Per quale scopo?

Kitamura è un regista insolito per il genere horror.
E'partito facendosi un discreto curriculum con alcuni film in Giappone tra cui VERSUS, AZUMI, ALIVE, ARAGAMI, insomma tutti con la A e tutti a loro modo abbastanza insoliti e folli.
Il passaggio in America ha siglato un cambio di rotta non soltanto nella scelta del cast occidentale ma cercando di essere meno "ironico", grottesco e per certi versi weird entrando invece più nel dramma vero e proprio. Nulla da dire infatti sui suoi film seppur ancora ad oggi abbastanza sconosciuti come Prossima fermata l'inferno e No One Lives.
Con Downrange ci troviamo di fronte ad un indie low-budget che mischia volti sconosciuti, mattanza e un'unica location, insomma le tipiche condizioni di chi seppur non ha una grossa produzione dietro vuole a tutti i costi realizzare la sua opera.
E il risultato si vede perchè una caratteristica del regista è quella di non perdere di vista mai nessun dettaglio, nessuna inquadratura, un autore attentissimo a cercare di migliorare scena dopo scena a cercare l'inquadratura insolita e ha portare sempre piccole migliorie al suo cinema e alla sua filmografia.
Downrange non ha tanto da dire in termini di trama, non regala nulla e di fatto è una lenta carneficina dove un pazzo comincia a sparare a gente a caso per divertimento.
La metafora dietro c'è sempre in questa America che fa sempre più paura per tutti gli orrori che non riesce più a nascondere o forse non ha mai voluto.




domenica 22 aprile 2018

Bride




Titolo: Bride
Regia: Svyatoslav Podgayevskiy
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Una giovane donna in procinto di sposarsi deve fare i conti con una famiglia che manifesta comportamenti molto strani e inquietanti.

Di solito i russi non prediligono l'horror o meglio non fanno parte di quei paesi così affezionati al genere. Tuttavia quando prova alcune incursioni sul tema riesce alle volte a sorprendere con alcuni film interessanti come il pasticciato remake Viy(2014), Cargo 200 e il pesantissimo Philosophy of a Knife
(tuttora una delle pellicole più pesanti mai viste).
Con Bride il taglio è decisamente più commerciale. Fantasmi+Casa "stregata"+Folklore popolare e antichi rituali cristiani. Il risultato è un film che nel primo atto ha una misuratissima atmosfera con un ritmo lento e una profondità di campo con il compito di immergere lo spettatore in quella che sembra una tradizione piuttosto desueta anche in Russia.
Dal secondo atto in avanti il film velocizza il ritmo, i jump scare sono tanti e abbastanza misurati e l'idea generale è di un buon film che non ha nulla da invidiare al confronto con altre produzioni coadiuvati da budget faraonici.
Alternando sequenze ambientate nell'ottocento con una messa in scena contemporanea (il film è ambientato ai nostri giorni) narra di questa strana pratica in cui venivano fotografati i cadaveri per ricordarli e perché i loro spiriti rimanessero a vegliare sui congiunti; essi però sono catturati dall’obbiettivo della macchina fotografica con le palpebre chiuse e, sopra, degli occhi disegnati.
The Bride grazie anche a delle buone prove attoriali e una messa in scena efficace è quella dark story tipicamente russa, abbastanza indipendente e sconosciuta (non avrà mai una distribuzione da noi) capace di sinistre suggestioni e di muovere qualcosa di nuovo a differenza della moltitudine di film sul genere che vantano numerosi sequel e prequel forse eccessivi che spesso sottolineano l'intento commerciale e non quello narrativo raccontando in fondo sempre le stesse cose.

martedì 20 marzo 2018

Sangue di Cristo


Titolo: Sangue di Cristo
Regia: Spike Lee
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quando al dottor Hess Green viene introdotto un misterioso artefatto maledetto da un curatore d'arte, Lafayette Hightower, viene incontrollabilmente attirato da una nuova sete per il sangue che travolge la sua anima. Tuttavia, non è un vampiro. Lafayette soccombe rapidamente alla natura vorace di questa sofferenza che trasforma Hess. Presto la moglie di Lafayette, Ganja Hightower, va in cerca del marito e viene coinvolta in una pericolosa storia d'amore con Hess che mette in discussione la natura stessa dell'amore, della dipendenza, del sesso, e dello stato della nostra società apparentemente sofisticata.

L'ultimo Spike Lee Joint è stranamente un horror. Un thriller, un dramma con risvolti erotici.
Un'opera abbastanza fuori dagli schemi per quanto concerne l'approccio che l'autore disegna e a cui fa sfondo la vicenda. Un altro film molto bello è uscito negli ultimi anni che parla di vampiri in salsa black, l'indie Transfiguration.
Un altro film black che tratta quindi il vampirismo come metafora dell'integrazione razziale. Mentre nell'altro film il protagonista era un ragazzino qui sono gli adulti.
GANJA & HESS è, infatti, un oscuro film horror della Blacksploitation datato 1973 che il nostro ha deciso di “rifare”, con il titolo Da Sweet Blood of Jesus (Il sangue di Cristo).
Film a bassissimo budget girato in due settimane e supportato dalla tecnica del crowdfunding.
Premetto che quando ho sentito parlare del pugnale di Ashanti non ho resistito a quella monumentale scena dove veniamo a conoscenza di questo coltello nel film Bambino d’oro e dove Eddie Murphy prendeva in giro la spiritualità tibetana.
Tantissima musica molto diversa e con temi e atmosfere che cambiano di scena in scena senza di fatto lasciare quasi mai il film senza qualche brano che lo caratterizzi. Una scelta singolare dal momento che diverse scene giocano sull'atmosfera e sulla suspence sospendendola così in alcuni casi o dandole un intento diverso proprio a causa di questo cocktail di generi musicali.
Elegante e raffinato, dai costumi alle scenografie, Lee dimostra una scelta estetica di ampio gusto che riesce ad essere funzionale in tutta quanta l'opera.
Un'opera che cerca di essere onirica, con rimandi per alcuni versi alla cultura e alcune profezie vodoo, l'ipnosi, cercando spesso di deviare sul surreale, riuscendoci, ma non sempre soprattutto nell'ultimo atto, leggermente approssimativo e chiudendosi come fa con il triangolo di personaggi in un circolo vizioso da cui ne uscirà trascinandosi in una pozza di sangue tra presunta disperazione e un’insistita vena erotica glamour che non riesce così bene a gestire.





domenica 10 settembre 2017

February

Titolo: February
Regia: Oz Perkins
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti..

Ci metti un po all'inizio a capire chi sono le protagoniste e quali sono i diversi nomi dal momento che sembrano essere inizialmente tre poi quattro nella storia o nelle varie storie tutte comunque collegate. Un film praticamente tutto votato al silenzio, una camera e una regia pulita e molto autoriale che cita e ricorda tanto nostro cinema del passato e un'amore sconfinato per i classici.
Perkins ci mette un po a partire lasciando dilatati i tempi, ma non troppo, per scoprire chi lo popola, mostrarci questo college isolato, spettrale e labirintico, e alcuni personaggi a partire da Bill questa sorta di prete che si prende cura del destino della protagonista visto che le ricorda la figlia standole sempre col fiato sul collo ed entrando nella sua stanza quasi di soppiatto, il direttore Gordon personaggio molto enigmatico e criptico e infine un altro tipo in una rimesssa inginocchiato davanti ad un forno enorme che si mette a pregare Satana.
Pur non scoprendo le carte e lavorando molto sulla suspance, Perkins lavora tutto di sguardi, di primi piani, segue queste ragazze anche abbastanza simili nell'aspetto, almeno le due bionde, per questi corridoi vuoti e bui con una fotografia di ghiaccio che aumenta ancora di più questa sorta di limbo temporale in cui sembrano trovarsi tutti.

I personaggi rappresentano una copertura di quello che invece è una sorta di disegno malvagio e satanico di chi abita vicino a questa struttura e forse controllano una delle tre protagoniste rivelando in realtà chi si nasconde dietro questi personaggi (donne che hanno parrucche senza sopracciglia e tutto il resto). Con un sotto filone satanico con rimandi alla possessione, il film di Perkins, figlio del celebre attore, è sicuramente tra gli horror più importanti della stagione. 

domenica 4 giugno 2017

Scare Campaign

Titolo: Scare Campaign
Regia: Cairnes
Anno: 2016
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Il popolare show televisivo Scare Campaign ha divertito il pubblico negli ultimi cinque anni grazie al suo mix di paure vecchio stampo e telecamere nascoste. Una volta entrati in una nuova era di tv on line, i produttori si ritrovano di fronte alla volontà di realizzare una serie web dal taglio molto più duro, che rende il loro show ancora più caratteristico e singolare. Per loro, è arrivato il momento di alzare la posta in gioco e di rendere il terrore ancora più tremendo, finendo però con lo scegliere come vittima la persona sbagliata.

Ogni tanto arrivano delle piacevoli sorprese in grado se non di spiazzare almeno di regalare qualche reale sorriso per quanto concerne alcuni colpi di scena inaspettati.
Ormai l'Australia sempre più si sta concentrando sull'horror in particolare lo splatter e i territori inospitali e le lande desolate dei nostri cari amici bifolchi in quel "redneck" che tutti conosciamo.
Ora questi fratelli Cairnes riescono in un'operazione interessante che riesce a portare a casa un traguardo soddisfacente in un'unica location. Dall'inizio fino al climax finale e se vogliamo all'ultima parte del terzo atto, purtroppo con un finale posticcio, il film funziona e regge proprio su un'atmosfera davvero ben studiata con un ritmo che riesce ad essere sempre travolgente e la tecnica di aprire un twist dopo l'altro, una matrioska perfetta che sembra non finire mai.

Il film apre poi un sipario interessante e politicamente necessario da inserire di questi tempi dopo alcuni recenti scandali e dati che germogliano sinonimo di quanto diventa sempre più possibile seguire tutto ciò che avviene in rete. Denuncia il peso di alcuni siti (e qui il passaggio di come si inserisce il filone snuff-movie nel film è purtroppo la parte meno originale e più scontata) e soprattutto quello dell'audience per cui si cerca di esagerare il più possibile con i contenuti per avere sempre la fascia dei consumatori giovani ovvero i nuovi adolescenti che fagocitano contenuti violenti sul web con una foga inquietante.

lunedì 1 maggio 2017

Xx

Titolo: Xx
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

XX è un’antologia horror presentata nella sezione Midnight del Sundance Film Festival 2017

Ormai di questi tempi le antologie sull'horror non si contano più.
Mancava quella al femminile con tutte registe donne alcune delle quali famose e altre meno da Kusama (Jennifer’s Body, Invitation) alla Vuckovic e la Benjamin (Southbound) senza contare le sequenze animate in stop motion di Sofia Carrillo.
XX non è certo una di quelle serie che possono competere con alcuni lavori che portano sicuramente firme più autorevoli ma riesce a destreggiarsi molto bene con alcuni alti e bassi.
Il primo episodio The Box è quello che racchiude più suspance per l'originalità della trovata.
The Birthday party è in assoluto il più grottesco e ironico per alcuni aspetti.
Don't fall è il più slasher mentre Her only living son è il più demoniaco.
Bisogna riconoscere a tutte le registe uno sforzo e un impegno tale per cui il senso di appartenenza al genere e la messa in scena trova sicuramente alcune buone trovate e interessanti spunti.
Tutte le storie a parte la penultima non hanno mai quel concentrato di violenza e sangue che in altre antologie si è abituati a vedere. Qui le storie partono da spunti in alcuni casi reali e tematiche come il senso d'isolamento e la reazione a questa condizione, i lutti improvvisi, i complotti familiari e diabolici. Problemi che nella vita di tutti i giorni se dovessero mai presentarsi ci costringerebbero a delle scelte rigorose (ad esempio il padre dei due figli in The Box o l'umiliazione a cui si sottopone la madre del ragazzo in only living son). La donna di nuovo è al centro, nel bene e nel male, scegliendo e dovendo lei ancora una volta lottare o scegliere di mostrare per salvare se stessa o i cari. Progetto dalla lunghissima gestazione, ha modificato la sua linea creativa un paio di volte dall’annuncio della sua produzione nel 2013, ma alla fine la pellicola è stata per fortuna ultimata.



sabato 8 aprile 2017

Devil's Candy


Titolo: Devil's Candy
Regia: Sean Byrne
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quella in cui si trasferisce Jesse con la moglie e la figlia Zooey è la casa dei sogni. Poco importa se il prezzo è stato abbassato per l’aura misteriosa che la circonda; meglio ancora, anzi, visto che Jesse, come artista, non se la passa molto bene. Strane forme iniziano però a dominare i suoi quadri, forme che evocano il mondo del satanismo. E poi c’è Ray, lo squilibrato figlio degli ex proprietari, che inizia a importunare Zooey chiedendole di aiutarlo a tornare a casa: una conferma che quella di Jesse non è la casa dei sogni, ma degli incubi.

Divertente. Questo è l'assunto con cui mi sono gustato l'ultimo horror del regista di LOVED ONES (un revenge movie violentissimo). Spostato in America il regista riesce a sfruttare un impianto molto abusato nell'horror ovvero quello della casa infestata più la possessione demoniaca e alcuni attimi di inaspettata ironia. La storia non sembra aver nulla di nuovo dal momento che il tema alla fine e poi sempre quello ma già dall'incipit, dall'incidente scatenante, si intuisce qualcosa soprattutto nella messa in scena di Byrne, un nostalgico che si ispira ad alcuni grandi maestri dell'horror senza però copiarli furbescamente ma rimanendo nella sua idea di cinema.
Ultimamente la musica metal, colonna sonora fantastica di questo film, sta facendo incetta di film con opere spesso bizzarre come Deathgasm e METALHEAD piazzandosi come una specie di mood che si affaccia quasi sempre al diabolico.
Byrne si vede che cura con precisione ogni dettaglio della messa in scena e studia attentamente le inquadrature riuscendo a regalare un'atmosfera importante che il film raramente perde.
Un horror atipico come vanno di moda negli ultimi anni prendendosi tante libertà e rischi ma cogliendo e riuscendo a misurare action, splatter e facendo un accurato uso del montaggio soprattutto in alcune scene fondamentali.
Nel film il sacrificio è sia metaforico (la famiglia rispetto alla carriera) sia letterale (i bambini sacrificati a Satana). Attingendo ai classici film sul tema (Rosemary’s Baby e Il presagio), volevo dare al film un’eleganza posata. Ma oltre che classico volevo anche essere audace, dando ai personaggi una loro ampiezza, in modo che il mondo stesso fosse straordinariamente interessante. I fratelli Coen e Tarantino sono stati riferimenti fondamentali in tal senso, perché rappresentano l’unione di maestria registica e sensibilità.
Sean Byrne - Regista

domenica 19 febbraio 2017

Last Showing

Titolo: Last Showing
Regia: Phil Hawkins
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La storia è incentrata sulla giovane coppia Martin e Allie che si dirige verso il cinema locale per vedere l'ultimo show horror notturno, inconsapevoli del fatto che diventeranno i protagonisti della storia dell'orrore. Englund interpreta l'ex proiezionista Stuart che è stato retrocesso dal progresso della tecnologia e che decide di vendicarsi su una generazione che non richiede più le sue abilità. Il film verrà realizzato con un budget di 2 milioni di dollari. Le riprese dureranno quattro settimane e si terranno nel nord ovest dell'Inghilterra.

Last Showing è un thriller vecchia maniera girato in unica affascinante location, un cinema, e con tre attori principali e poche comparse. Da un lato un proiezionista vecchia scuola che ama dirigere dalla cabina di proiezione e dall'altra parte una giovane coppia che vogliono guardarsi uno slasher e passare una piacevole serata prima di passare al dessert.
Niente di nuovo dunque. Hawkins però cerca fin da subito di dosare bene la tensione e non esagerare con morti e uccisioni telefonate che porterebbero subito ad un finale e un climax abbastanza scontato ma vira verso una storia più complessa e grottesca dove il nostro Robert Englund può divertirsi approfondendo un personaggio tutt'altro che prevedibile.
Una pellicola dove ci sono pochi ma buoni colpi di scena, il finale è piacevole e lascia una strada aperta, lavorando insistentemente sull'immedesimazione verso questo protagonista che si trova in una situazione quasi kafkiana e che mano a mano diventa sempre più realistico con dei tratti inquietanti giocati davvero bene.

Un indie british che con i suoi due milioni di dollari e alcune scelte poco scontate di sceneggiatura riesce ad essere mediocre senza nessun guizzo, una messa in scena che alterna alcuni colori molto accesi e un attore sempre in parte che cerca di salvare l'intera baracca dal resto del cast che punta su un protagonista purtroppo davvero inespressivo.

venerdì 18 novembre 2016

Under the Shadow


Titolo: Under the Shadow
Regia: Babak Anvari
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Teheran 1988. Shideh vive in mezzo al caos della guerra Iran-Iraq. Accusata di sovversione e registrata nella lista nera dal collegio medico, si ritrova in uno stato di malessere e confusione. Mentre il marito è in guerra un missile colpisce il loro condominio e da quel momento una forza soprannaturale cercherà di possedere Dorsa, la loro giovane figlia.

Under the Shadow è una piacevole sorpresa che arriva dall'Iran passando per la Gran Bretagna.
E'un altro di quegli horror intelligenti, che sposa leggende, folklore popolare e miti narrando del Djin e del loro potere, l'esoterismo che prende piede in una città afflitta dalla guerra dove tutti scappano e solo coloro che non credono, accettano di rimanere per sopravvivere.
L'esordio di Anvari però non si limita solo ad essere una fiaba moderna con una nuova demonologia (anche perchè i Djin non sono proprio nuovi nel cinema), ma è stratificato e ben più complesso parlando di legami familiari che sfociano in allucinazioni e paranoie, difficoltà madre/figlia, una società misogina che si rispecchia nel lavoro come nella vita pubblica (quando lei esce di casa terrorizzata con Dorsa senza velo e viene fermata dai poliziotti che vorrebbero frustarla) e infine il male come manifestazione della guerra (in questo caso il missile che diventa il tramite).
Dicevo c'è tanto è il film si delinea all'inizio come un dramma solo familiare (bisogna aspettare quasi un'ora per vedere il primo Djin ad esempio) e in tutto questo arco di tempo il regista caratterizza benissimo i suoi personaggi, destruttura l'ambiente e crea la suspance proprio facendo avvicinare Shideh e Dorsa all'orrore vero. Un film per alcuni aspetti claustrofobico che mi ha ricordato Citadel e Babadook.
Il film si apre con una scritta che ci ricorda i numeri della guerra Iran-Iraq combattuta tra il 1980 e il 1988. Proprio l'orrore della guerra e la scelta da parte del demone di entrare dalle crepe che si formano dopo i bombardamenti diventano gli spiragli che non riescono ad essere coperti e cancellati soprattutto con lo scotch, ma che metaforicamente sono ferite destinate a rimanere per sempre.

domenica 23 ottobre 2016

Train to Busan

Titolo: Train to Busan
Regia: Sang-ho Yeun
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 3/5

Seok-wu è un manager finanziario separato dalla moglie: la piccola Su-an spesso si sente trascurata da lui e preferisce la compagnia della madre. Sul treno su cui viaggiano i due, per portare Su-an dalla madre che vive a Busan, sale una ragazza che riporta delle ferite strane sul corpo, simili al morso di un animale. Presto si trasformerà in zombi e sul treno per Busan si scatenerà l'inferno.

Gli zombie ormai negli ultimi anni sono spesso e volentieri sinonimo di qualcosa di già visto.
I traguardi da ricordare negli ultimi anni sono davvero pochi e quindi imbattersi in uno zombie-movie orientale, in particolar modo coreano, non capita spesso.
Train to Busan è sicuramente un film che gioca benissimo per quanto concerne il ritmo, l'atmosfera e l'azione. Forse l'eccessiva lunghezza e un finale troppo telefonato e strappalacrime sono gli elementi che ne sanciscono un buon prodotto di genere ma senza quel salto in avanti che Yeun poteva permettersi contando che di certo una componente di pessimismo e crudeltà erano già presenti nel suo precedente KING OF PIGS un film d'animazione davvero teso e violento.
Seok porta avanti la sua corsa per la sopravvivenza con la figlia e un gruppo di persone che una dopo l'altra periranno in due tra le maggiori location dove il film decide di concentrare e dipanare la storia. Sicuramente per i fan di genere è un film da non perdere consigliato da quasi tutti i siti e i blog che ne capiscono un minimo di cinema.

E' una pellicola con un budget importante e un cast ben misurato. Un'opera che al contempo riesce a inquadrare qualcosa di originale e non banale o iper sfruttato, come capita sovente, e tante citazioni che non tolgono o rubano idee ma servono semplicemente a omaggiare la tipologia zombie che negli ultimi anni ha sdoganato: quella dei non morti che corrono e che vedono solo gli oggetti in movimento.

31


Titolo: 31
Regia: Rob Zombie
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il 30 ottobre 1975, durante la notte di Halloween, cinque persone vengono rapite e tenute in ostaggio in un luogo infernale chiamato "Murder World", dove sono costretti a partecipare ad un gioco violento, il cui obiettivo è quello di sopravvivere dodici ore contro una banda di pagliacci sadici.

Il settimo film di Zombie era la prova che tutti aspettavano dopo i remake di Halloween 2(2009) che mi avevano fatto annoiare non poco e scavavano troppo nel passato di Miers, elemento che ha fatto peraltro arrabbiare il grande Carpenter.
Con questo slasher grindhouse e vintage Zombie ritorna alle origini. Torna ad un film da lui scritto e diretto. Un surviror movie, una caccia all'uomo che trova nell'azione e in una buona galleria di personaggi i punti di forza. Sembra che l’idea per 31 sia venuta in mente leggendo una statistica secondo la quale, il giorno di Halloween è la giornata dell’anno in cui per qualche “inspiegabile” ragione scompaiono più persone. Dunque da un pretesto esce fuori questa piccola scheggia di follia, un film pieno di ambienti sporchi e violenti con viscidi villain (nano nazista ma soprattutto Doom Head) e bifolchi ad ogni angolo, un vero concentrato di idee pur mantenendo uno script all'osso per cercare di concentrarsi solo su scontri e fughe in questo inferno malatissimo dove alcuni psicopatici sembrano indossare le maschere di Crossed, godere dei fan come Running Man-L’implacabile e riuscire a divertire come ormai non capita spesso negli horror post-moderni.
Un'opera come quelle del passato, carico ed esplosivo, girato con l'estetica forte che contraddistingue il cinema di Zombie, un b-movie in piena regola anarchico a ancora capace di rievocare, senza particolari sforzi, quelle atmosfere tipiche del cinema horror 70’s ed 80’s


venerdì 23 settembre 2016

Invitation


Titolo: Invitation
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Will ed Eden un tempo si amavano. Dopo aver perso tragicamente il loro figlio, Eden è scomparsa prima di ripresentarsi due anni dopo, di punto in bianco, con un nuovo marito. Totalmente diversa da prima, Eden è stranamente cambiata e ha intenzione di riallacciare i rapporti con Will e con tutti coloro che si era lasciata alle spalle. Nel corso di una cena in una casa che una volta era sua, Will in preda ai tormenti si convince che Eden e i suoi nuovi amici hanno in mente un misterioso e terrificante piano.

Invitation è stato consacrato da molti come una piacevolissima sorpresa.
Mi spiace fare il bastian contrario, cioè la sufficienza se la merita per lo stile e l'arroganza e una messa in scena che prima del finale poteva significare qualcosa, pur vedendo il sosia di Tom Hardy che recita anche lui con la mascella. INVITATION come molti film che trattano le new-religion zoppica e vacilla dalla metà in avanti e gli esempi ultimamente ci sono come Faults e Rebirth solo per fare due nomi.
Questo poi ha un finale esagerato che distrugge quel poco che riusciva a garantire.
Con un inizio di una lunghezza rara (parlo della scena in macchina e della bestia che rimane incastrata negli ingranaggi) e uno sviluppo non proprio esaltante, Kusama la regista che finora ha fatto solo film orribili, riesce grazie ad astute e consolidate tecniche di furbizia ha salvarsi in corner.
Per farla breve: amori che si rincontrano ognuno con il nuovo partner, qualcosa nel clima sembra strano, l'ex di lui sta con uno stronzo che è svitato e pure con la faccia da culo, bagno di sangue.
Sarà che devo smetterla di partire facendomi prendere dall'entusiasmo, eppure la locandina, la trama, tutto mi ha fatto esaltare particolarmente. E ci casco ogni volta.
Tutto è scontato...ma non in modo che te ne accorgi solo alla fine...è palesato tutto fin dall'inizio con la completa assenza di colpi di scena.
Voleva essere una dark-comedy, invito a cena con delitto, come cerco di portare a casa un film furbacchione e modaiolo puntando su un'unica location.
Un consiglio alla "promettente" a detta di molti regista americana: licenzia Phil Hay e Matt Manfredi, gli sceneggiatori, altrimenti ti sputtani alla grande.
Qualcuno considera poi INVITATION uno degli horror più riusciti del 2015...
Qualche ancora di salvezza il film comunque la possiede. Amando alla follia questo genere, il tipo di atmosfera, il centellinare i ritmi e dare spazio ai dialoghi curando la forma all'ennesima potenza. Continuo dicendo che gli attori sono bravi a stare antipatici e questo è bene contando che dall'inizio alla fine scommetti solo l'ordine con cui verranno uccisi.
E'un film sulla perdita, sul lutto, sulla miseria a cui ci costringiamo a credere per tenerci aggrappati a qualcosa. Un film sulla persuasione e su una visione sociale apocalittica (il finale è assurdo quanto allucinante).
Guardatelo anche se non vi piace, questo è il mio consiglio.
Vi lascio un pezzo di monologo del guru di turno che mischia new-age, scemology, qualche elemento di testimonianza di Geova, e alcuni rimandi alle peggiori religioni orientali.
Il dolore è soltanto un’opzione. Tutte le emozioni negative, la rabbia, la depressione, sono solo reazioni chimiche. Si tratta di fisica, siamo tutti in grado di espellerle dal nostro corpo e cominciare a vivere la vita che desideriamo. Noi stiamo benissimo, siamo felici. Non pensate a noi come a una di quelle sette religiose strambe, siamo solo un gruppo di persone unite, che si aiutano a vicenda. Siamo in tanti, siamo individui brillanti, molti di noi vengono da Los Angeles. La nostra è comunione, connessione. Noi trascendiamo. Vi abbiamo invitati a cena, oggi, per comunicarvi il nostro benessere, per trasmettervi i nostri stati d’animo, la serenità, la sicurezza che non ci sia niente da temere.”