Visualizzazione post con etichetta Locarno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Locarno. Mostra tutti i post

mercoledì 5 dicembre 2018

Blackkklansman


Titolo: Blackkklansman
Regia: Spike Lee
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.

L'ultimo joint di uno dei maestri del cinema americano non smette di perdere la sua carica eversiva e ironica.
Un film grottesco, parecchio crudo e razzista, che senza celare nulla della sua facciata iniziale, manda avanti un'indagine, un caso che sembra qualcosa di assurdo quando poi invece scopriamo che è esistito eccome e che come forse vorrebbe dire Lee potrebbe risuccedere anche oggi.
Un film diverso dai soliti che sceglie sempre una narrazione secondo i suoi canoni e legato ad una poetica iconoclasta che punta a dissacrare i luoghi comuni della società bianca o gli errori del passato che per tanti diciamo che errori non sono stati e ora più che mai vorrebbero tornare in auge.
Senza avere quei voli pindarici su un'azione e alcune scene di violenza efferata come capitava in altri suoi film, il regista si confronta proprio con aspetti più controversi burocratici e amministrativi che altro, mettendo tutto in mano ad una coppia di attori che riescono nella loro semplicità ad essere quanto più diretti possibili.
Lee da sempre coglie degli aspetti nel suo cinema che ne fanno un artista in grado di evidenziare quei particolari che non sembrano interessare a tutti.
E lo fa sempre di più andando controcorrente dai tempi di FA LA COSA GIUSTA nel suo immaginario dove bianchi e neri vivono assieme odiandosi fortemente.
Nel 2018 anche se la vicenda è ambientata negli anni '70, Lee ci dice che il razzismo non è mai finito anzi, sembra essere l'incipit di ogni suo film e il suo immaginario negli anni è stato fortemente diviso e diverso dagli altri che si misuravano sui film con tematiche razziali.
La sua politica è sempre stata antagonista ad un certo tipo di sogno americano radicale ed esteticamente dirompente, scegliendo e spesso mostrando invece la semplicità con cui la comunità afro sembra non solo averci fatto l'abitudine, ma sbeffeggiandola e deridendola al contempo stesso.

venerdì 12 ottobre 2018

Capsule


Titolo: Capsule
Regia: Athina Rachel Tsangari
Anno: 2012
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Sette ragazze. Una villa abbarbicata su un costone roccioso nelle Cicladi. Una serie di lezioni su disciplina, desiderio e sottomissione.

Ma che bella scoperta il cinema videoarte della Tsangari. Figlia anch'essa di tanto cinema e di tante citazioni e forme d'arte diverse che riescono in questo caso ha unirsi tutte come in un girotondo dark ed esoterico per una galleria di immagini evocative e dalla innegabile grazia.
Un fascino e una ricerca della moda, della bellezza, del desiderio in cui la regista ellenica sembra voler sancire i suoi temi più personali dalla competizione al desiderio, il dominio e non ultima la sottomissione. Lo fa confezionando una pellicola di grandissimo fascino visivo e di bellezza estetica in cui nessuna componente è lasciata al caso: tutto è molto curato e controllato dai costumi alle immagini.
Un certo simbolismo potrebbe far storcere il naso dal momento che alcuni contenuti possono risultare criptici e di certo la regista non esclude una certa ricerca non solo dell'estetismo a tutti i costi ma anche di una sotto chiave narrativa e intellettuale che inserisce toni da fiaba gotica e un certo horror che cerca di rifarsi al mito del vampirismo
Un'opera ambiziosa e criptica che in fondo tratta la magia, il rituale, la cerimonia grazie a sei discepole (o replicanti) alla corte di una dominatrice matriarcale che, costituito un'ordine improntato su un'insolita dottrina iniziatica alla (ri)scoperta della natura femminile, finisce per stabilirne i rispettivi e brevissimi cicli esistenziali.

Tunnel


Titolo: Tunnel
Regia: Seong-Hun Kim
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Un uomo rimane intrappolato all'interno di un tunnel. Dovrà far ricorso a tutte le sue capacità per salvarsi la vita.

Un altro esempio di buon cinema e scrittura.
Una sfida per nulla semplice lanciata al regista al suo secondo lungometraggio.
Un protagonista che rimane per quasi due ore incastrato tra le lamiere all'interno di un tunnel non è una scelta convenzionale anzi molto temeraria contando gli inevitabili rischi o trappoloni dove si rischia di andarsi a impantanare.
Invece il regista ancora una volta vince una sfida ambiziosa che nel suo essere un disaster-movie con un taglio drammatico ma mai soporifero riesce a dare preziose sfumature al suo personaggio e sfrutta una metafora politica come il cinismo e l'indifferenza del proprio paese portando a casa un film che riesce a non essere mai lento caratterizzando molto bene il protagonista e il suo aiutante un piccolo e insopportabile cane.
35 giorni è rimasto intrappolato sotto il tunnel in cui a parte due bottigliette d'acqua e una torta alla panna non c'è nient'altro (evito spoiler) ma solo scosse sismiche e il cellulare caricato a forza con la batteria rimanente della macchina.
E poi c'è l'altra parte. Ovviamente per cercare di dare ritmo e forza al film c'è tutta la difficile battaglia del direttore delle forze della protezione civile che assieme alla moglie del protagonista sembra essere l'unico a credere fino alla fine di poter salvare Jung-Su.
Un film che piano piano si allarga come tecnica e come forma di racconto passando dalla metafora politica alla pericolosità dei media, pronti a tutto pur di proporre il loro scoop del secolo anche a costo di ostacolare le operazioni di salvataggio, per poi passare all'avidita delle multinazionali.
Alcune scene sono girate come un documentario d'inchiesta dove vengono intervistati alcuni lavorati edili, i quali sottolineano le degligenze delle ditte appaltatrici, inoltre ci viene comunicato come su 121 Tunnel, 78 non rispettano lo standard di sicurezza.

domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


martedì 16 maggio 2017

Moka

Titolo: Moka
Regia: Frederic Mermoud
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Diane Kramer ha un'unica ossessione: trovare il conducente della Mercedes color moka che ha investito suo figlio e devastato la sua vita. Con una valigia, pochi soldi e una pistola, si trasferisce a Evian, dove scopre vivere il conducente dell'auto. Ma a volte, la strada della vendetta è molto più tortuosa di quello che sembra... Diane si troverà a fronteggiare un'altra donna, affascinante e misteriosa.

Per mio figlio è un revenge-movie atipico e con una struttura che fa lentamente emergere il disegno insolito che sta dietro questa farsa e questa recita con cui la protagonista crea e distrugge una falsa identità. Mermoud disegna lentamente senza troppi dialoghi soprattutto all'inizio, un dramma che si dipana tra la Francia e la Svizzera in alcune meravigliose location tra Parigi e Losanna che adempiono alla loro funzione di cercare di mettere sempre tutto in ordine quando invece la nostra mente, o meglio quella di Diane, è un groviglio in cui non sembra riuscire a prendere una scelta iniziando un percorso che la porta ad attimi di non-sense, paure e angosce e maschere che la nostra eroina non ha mai avuto e conosciuto e la timidezza nonchè l'inesperienza in queste faccende diventa l'arma a doppio taglio del film tra momenti suoi di inarrestabile ascesa e attimi di puro caso che la devastano.
L'elaborazione del lutto che diventa ossessione per un tema che soprattutto negli ultimi anni sta riscuotendo un certo interesse muovendosi tra thriller, poliziesco, noir dramma e horror.
Mermoud sceglie una narrazione e un punto di vista rigoroso con uno sviluppo naturale che accresce la sua morbosità e cerca di inquadrare quanto può essere dolorosa la morte di un figlio senza conoscerne i carnefici e soprattutto arrivando ad un climax finale disturbante ma in fondo abbastanza scontato. La disperata ricerca della verità e della giustizia della protagonista rivela trappole, paure e un'impossibilità di fondo che la rende impotente e sterile arrivando a comprendere quanto la vendetta risulti impossibile a volte e soprattutto inutile per cercare di tornare ad avere una vita "normale"..

Quello che ad un certo punto lo spettatore si chiede e questo: Diane capirà che tutto quello che sta facendo non ha nessun senso ma rischia di catapultarla in un orrore ancor maggiore?

martedì 17 gennaio 2017

L’étrange couleur des larmes de ton corps

Titolo: L’étrange couleur des larmes de ton corps
Regia: Helene Cattet
Anno: 2013
Paese: Belgio
Giudizio: 4/5

Una donna scompare. Il marito indaga sulle circostanze della sua sparizione…

All'apparenza leggendo questa sorta di log-line sembrerebbe la storia e la struttura narrativa più semplice del mondo. Però stiamo parlando del duo Cattet/Forzani, due nomi che forse ai più non diranno molto, ma che nel cinema indipendente e sperimentale hanno un certo peso dopo AMER.
Film particolarissimo con atmosfere e stili di regia complessi e in disuso. Una galleria di citazioni che faranno godere gli amanti del neo-gotico italiano e dei vari Fulci e Argento.
L'indagine che fa da sfondo in questo thriller psichedelico è assurda quanto impossibile da decifrare del tutto e ancor più da raccontare. Il viaggio allucinato all'interno di questo palazzo, l'inferno, dove personaggi si alternano in un vortice sempre più angosciante e stralunato, sembra uscire dalle menti e dagli incubi malati di Polanski e Lynch. Sicuramente L’étrange couleur des larmes de ton corps ha una sorta di orizzonte più lineare rispetto alla pellicola precedente, infatti pur non negando la narrativa classica, ci riporta continuamente in un mondo surreale e straniante concentrato quasi del tutto sull’aspetto visivo, la fotografia, i frame particolareggiati e il montaggio.
Il problema è quando si inizia a mettere assieme i pezzi dopo un ora abbondante, in cui cominci, preso dal fascino delle inquadrature, a non capire più nulla di chi è l'assassino, dei dubbi dell'investigatore e della tenacia del marito.
Alla fine quello che lo spettatore si domanda rapito dalle immagini e proprio l'interesse a sapere chi è il colpevole, a svelare le trame del rapimento o del delitto. L'incidente scatenante comunque ricorda tantissimo il primo racconto poliziesco di Edgar Allan Poe "I delitti della Rue Morge" che al tempo fu una novità assoluta per tempi, modi e idee. E sì perchè come nel racconto del maestro del brivido, anche lì l'appartamento era chiuso dall'interno creando immediatamente un'ambientazione e un interrogativo di immediato interesse.



venerdì 18 novembre 2016

Io, Daniel Blake

Titolo: Io, Daniel Blake
Regia: Ken Loach
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Newcastle. Daniel Blake è sulla soglia dei sessant'anni e, dopo aver lavorato per tutta la vita, ora per la prima volta ha bisogno, in seguito a un attacco cardiaco, dell'assistenza dello Stato. Infatti i medici che lo seguono certificano un deficit che gli impedisce di avere un'occupazione stabile. Fa quindi richiesta del riconoscimento dell'invalidità con il relativo sussidio ma questa viene respinta. Nel frattempo Daniel ha conosciuto una giovane donna, Daisy, madre di due figli che, senza lavoro, ha dovuto accettare l'offerta di un piccolo appartamento dovendo però lasciare Londra e trovandosi così in un ambiente e una città sconosciuti. Tra i due scatta una reciproca solidarietà che deve però fare i conti con delle scelte politiche che di sociale non hanno nulla.

Commovente. Io, Daniel Blake parla di Dignità e di diritti, di rispetto, empatia, amore per la vita e tanto altro ancora.
L'ultimo film di Loach, paladino del cinema sociale inglese, è la summa della critica ad un sistema burocratico ormai inetto e superato, un inno di ribellione ai tagli alla spesa sociale, dove gli stessi funzionari che debbono applicarli si rendono conto della crudeltà e delle regole che debbono applicare schierandosi anche loro dalla parte delle istituzioni dimenticando la componente umana e lasciando nuclei e persone anziane in mezzo ad una strada.
Un altro film manifesto, per certi versi anarchico e potente che come un termometro misura la complessità del welfare (o ciò che ne è rimasto) diventando un inno alla ribellione allora dal basso, da un anziano che non si arrende ma che capisce come la pazienza e allo stesso tempo la rabbia diventano gli unici strumenti per farsi avanti e chiedere aiuto senza vergogna.

L'io del cittadino non si può mettere a tacere in nessuno modo. Solo con la morte. Si può provare con la burocrazia, con la chiusura mentale e politica, con le forze dell'ordine, con le minacce e le ritorsioni ma qui un'altra lezione che il regista ci insegna e quella proprio di non sottovalutare la componente umana. Allora quell'io cittadino quando diventa il grido di tanti, organizzati e con le idee chiare riesce a diventare uno strumento nelle mani del popolo. Un grande messaggio in una società capitalista e consumista che sembra aver perso la maggior parte dei valori.

giovedì 4 agosto 2016

Cosmos

Titolo: Cosmos
Regia: Andrzej Żuławski
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Witold non ha superato gli esami di diritto e Fuchs si è appena licenziato da una società di moda parigina. I due vanno a trascorrere qualche giorno in una pensione familiare dove si imbattono in un inquietante presagio: un passerotto impiccato nel bosco. Witold si innamora della giovane proprietaria che però si scopre essere da poco sposata con un rispettabile architetto. Un’altra impiccagione, quella del gatto, è opera di Witold. Perché? E soprattutto: la prossima vittima sarà un essere umano?

"Cosmos è una notevole metafora atemporale sulla confusione dei segni che incrociamo ‘lungo la selva oscura’ di questo nostro mondo "
Sicuramente non è semplice l'ultimo film di Zulawski dopo quindici anni di inattività.
Sono tanti i motivi al di là di una messa in scena impeccabile che spesso e volentieri distrae dalla trama, che rendono il film complesso e con una mancanza di linearità narrativa che inserisce il film in quei filoni filosofici costellati da monologhi e una cascata di citazioni.
Da Bunuel a Polanski passando per Bertolucci e continuando con la letteratura inserendo Dante e Sartre, Chaplin e Pasolini, Star Wars e Shakespeare, il fantasma di Amleto, Tintin e naturalmente lo stesso Gombrowicz autore del romanzo da cui è tratto il film, sono davvero tanti gli spunti e i riferimenti che vengono rispolverati.
Un film enormemente complesso quanto affascinante, in cui la realtà si trasforma, gli stessi avvenimenti sembrano succedersi e rincorrersi in una dimensione onirica e grottesca in cui l'atmosfera che si viene a creare diventa uno dei punti chiave della riuscita del film.
Un film che si costruisce a fasi come la sceneggiatura che alla fine Wintold compone dopo aver messo da parte i libri per poi passare al racconto e infine al romanzo da cui trarrà il testo.
Un film nel film, quasi una testimonianza del regista, un suo guardarsi al passato, a tutto ciò che lo ha ispirato partendo proprio dal dialogo inziale con la citazione della Divina Commedia.

Un film che per forza di cose va rivisto svariate volte per comprenderne appieno il senso e tutte le sue sfaccettature.

lunedì 18 luglio 2016

A Blast

Titolo: A Blast
Regia: Syllas Tzoumerkas
Anno: 2014
Paese: Grecia
Giudizio: 3/5

Maria è madre di tre bambini, avuti da un marinaio di cui è sinceramente innamorata, sorella di una donna con problemi mentali sposata ad un simpatizzante dell'estrema destra, figlia di un'anziana paraplegica e di un padre con poco polso. I problemi finanziari della famiglia, proprietaria di un'attività commerciale e di pochi immobili, vanno di pari passo con il suo crollo psicologico. Ancora meglio, potrebbero esserne la causa.

Dalla crisi greca in avanti il cinema non ha potuto per fortuna non esprimersi su un tumore così grande e diffuso che si è espanso per tutto il paese legato alla crisi prima morale poi europea.
I registi e il cinema (neo)realista greco hanno prodotto svariati film tutti in un qualche modo riconducibili con lo scopo di registrare la temperatura del paese, chi a 360°, chi invece concentrandosi su un nucleo familiare.
Tzoumerkas si cimenta anche lui portando un ritratto di una famiglia medio borghese ormai caduta in disgrazia. Il dramma è ovviamente quello della recessione, dello strozzamento fiscale, della peste nera economica che ha mietuto vittime di ogni genere e che andrà ad intaccare l’impresa di famiglia. Dunque puntando il dito verso i mali del paese il film si concentra su Maria spostando su di lei e mettendole sulle spalle una croce enorme, una metafora della "questione" greca, raccontando la storia attraverso lei di una crisi familiare in cui pubblico e privato si confondono in un malessere esistenziale che diventa tragedia e in cui per la protagonista la fame di sesso, che è quasi ribellione e voglia di sentirsi viva, diventa uno degli unici elementi in cui rifugiarsi nel privato come nel pubblico come la scena nell'internet caffè, in cui Maria guarda video porno circondata dallo sguardo esterafatto della congrega maschile.
Significativa di un individualismo sfrenato, che alla luce di quanto sembra dirci il regista, rimane l'unica forma di difesa nei confronti dell'orrore del tempo presente.
A livello tecnico il film è molto interessante, la struttura narrativa procede in maniera sincopata, e con inversioni temporali tra passato e presente che destabilizzano il pubblico.




giovedì 21 aprile 2016

Pulsar

Titolo: Pulsar
Regia: Alex Stockman
Anno: 2010
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Samuel vive a Bruxelles, dove esegue consegne di prodotti farmaceutici. La sua ragazza, Mireille, parte per assolvere uno stage a New York, in un prestigioso studio di architettura. Poco dopo la sua partenza, il computer di Sam viene preso di mira da un hacker. Tutti i tentativi per proteggere la sua rete wireless falliscono, l'hacker misterioso sembra intenzionato a mandare a rotoli la sua vita e la sua relazione con la bella Mireille. Scatta la mania persecutoria. Sam comincia a sospettare di tutti i vicini, le onde WiFi diventano la sua ossessione... Amore, paranoia e una coppia di innamorati divisi da un oceano e persi nella rete.

Il film di Stockman è un indie di pregevole fattura che si occupa di parlare di un problema noto a tutti ma che il cinema ha mostrato poco.
Il mondo della rete può fare paura e costringere a sviluppare una lenta paranoia e angoscia che può arrivare a chiuderti tra le quattro mura di casa.
I pericoli della rete come l’attacco degli hacker, le invasioni della privacy, sono ancora più terribili per il semplice fatto che non si sa chi sia il nemico o colui che sta agendo contro di noi.
Samuel cerca di mantenere la calma e il sangue freddo ma quando i messaggi rivolti a Mireille cominciano ad essere inopportuni e volgari, Samuel prenderà una decisione.

Pulsar è molto attuale e tratta un problema che potrebbe capitare a chiunque in quest'epoca post-contemporanea super hi-tech in cui si rimane incollati agli schermi senza guardare in faccia chi si ha di fronte. Ed è anche una bella prova di regia che senza spettacolizzare la materia e i contenuti riesce in modo moderato e minimale a creare lo stesso effetto claustrofobico dentro le mura di casa e sfruttando pochi elementi in modo più che mai funzionale.

sabato 9 gennaio 2016

Keeper

Titolo: Keeper
Regia: Guillaume Senez
Anno: 2015
Paese: Belgio
Festival: TFF 33°
Giudizio: 4/5

Maxime è un adolescente di quindici anni, figlio di genitori separati conduce una vita simile a quella dei suoi coetanei ed è innamorato di Mélanie. La gravidanza della ragazza complicherà il rapporto tra i due, ma il modo in cui Senez si avvicina al loro cambiamento segue il movimento della scoperta senza ricorrere alle forzature di un racconto che deve spiegarci ogni snodo.

Keeper è un portiere ma anche colui che sa custodire.
Il film vincitore del 33°TFF è un'opera intensa, potente, con una tema abusato ma attuale, capace come sempre di dimostrare come basti avere i numeri e saper descrivere in modo approfondito un concetto per confezionare un'opera realistica e drammatica.
Speranze e illusioni sembrano le frasi di fondo che emergono dalla differenza tra sogno e realtà dei due protagonisti. Illusioni in una società in cui i calciatori e i portieri godono di fama mondiale e il grande sogno sembra apparentemente alla portata di tutti per dare una vita adagiata e senza nesusn tipo di problema.
Ma la realtà è un'altra e allora Maxime, complice una famiglia sensibile che accoglie e si interessa ai problemi dei figli, cerca di trovare un'ancora di salvezza ad un disagio che sembra colpire in particolar modo Melanie e una madre che come lei ha commesso gli stessi "errori".
Poprio quegli errori e i dubbi impediscono purtroppo di tener fede ai propri intenti, soprattutto il lavaggio del cervello della madre di Melanie alla figlia, diventando ad un certo punto molto frustrante.
Keeper è privo di morale e non cerca minimamente di darne una, smarcandosi continuamente e intessendo tutta una serie di dubbi e scelte morali che appartengono al pubblico come ai genitori e gli stessi protagonisti.
Un film molto autoriale con un reparto tecnico e alcune inquadrature che sembrano quel cinema veritè dei fratelli Dardenne e di tutto un neorealismo belga moderno e mai stucchevole che non cerca mai di stupire ma in grado invece di regalare uno spaccato di realtà intenso.
Keeper abbandona la retorica della finzione e del linguaggio fasullo per diventare uno spaccato del presente e di come realmente non esistono happy-ending forzati ma anzi una spinta verso quell'insicurezza e paura, da entrambe le parti, che alle volte porta alla scelta più dolorosa ma necessaria.



lunedì 17 novembre 2014

Monsieur Lazhar

Titolo: Monsieur Lazhar
Regia: Philippe Falardeau
Anno: 2011
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

In una scuola elementare di Montreal un'insegnante muore tragicamente. Avendo letto la notizia sul giornale, Bachir Lazhar, un immigrato algerino di 55 anni, si presenta nella scuola per offrirsi come supplente. Immediatamente assunto per sostituire la maestra scomparsa, si ritrova in una scuola in crisi mentre è costretto ad affrontare un dramma personale. Poco a poco Bachir impara a conoscere il suo gruppo di bambini scossi ma attenti. Mentre la classe inizia il processo di guarigione, nessuno nella scuola è a conoscenza del passato doloroso di Bachir; nessuno sospetta che è a rischio espulsione dal paese in qualsiasi momento...

L'elemento che ho molto apprezzato del secondo film del giovane e promettente Falardeau, è lo sguardo diverso e raffinato con cui coglie il rapporto tra un professore e i suoi studenti, elemento evidenziato dalle diverse connotazioni culturali, e la personalità davvero insolita e nuova del suo intenso protagonista.
Bachir sembra quasi un filosofo, attento alla natura umana dei rapporti sociali e a domandare e domandarsi, proprio ponendo riflessioni morali su temi spesso angosciosi, come l'incidente scatenante del film o a scoprire le componenti del bullismo o delle tensioni che emergono nelle aule anche per i più futili motivi.
La solitudine familiare, l'approccio autorevole nei confronti degli studenti, senza mai dimostrare esitazione, l'attenta presa in carico del suo lavoro e le nutrite relazioni del professore, delinenano anche quell'importanza cruciale che sembra spesso svanire nelle nostre scuole, il più delle volte perchè non vi è la possibilità, e i professori sommersi dalla burocrazia e dagli impegni molteplici non riescono a gestire.
L'empatia con cui Bachir cerca di portare una cura al dolore e alla sofferenza della perdita, resta una delle scene più commoventi e importanti del film.


giovedì 22 maggio 2014

Wrong Cops

Titolo: Wrong Cops
Regia: Quentin Dupiex aka Mr Oizo
Anno: 2013
Paese: Usa
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

In una Los Angeles immaginaria un gruppo di poliziotti si concede ogni tipo di licenza, spacciando droga o estorcendo prestazioni sessuali attraverso il ricatto. In un mondo in cui la legge non esiste e le regole del buonsenso sono ribaltate, è possibile trovare una borsa di denaro in cortile o incontrare un poliziotto che cerca disperatamente di sfondare nel mondo della musica elettronica.

Ci sono due elementi davvero emblematici nell'ultimo film del dj Mr Oizo.
Il primo è la musica. Totale. Assoluta.Travolgente, malata, disturbante e in parte angosciante. Dall'altra lo humor nero e alcuni dialoghi che sembrano usciti da qualcosa che sembrava essersi perso nel tempo, un ritmo allucinato e suggestivo, mai pacchiano ma weird in toto.
Devo dire che alla prima visione al Tff rimasi in parte deluso, soprattutto contando che non amavo particolarmente Mr Oizo dopo il deludente RUBBER, ma qui ci troviamo di fronte a tutt'altra cosa, un film che sembra unire la Troma a Meyer e Waters e altri richiami che non sto a citare creando quasi un continuum con la tradizione dell'exploitation, in questo caso francese.
C'è una scena che basta da sola a determinare l'esito del film e la sua "serietà", ovvero quando la strana coppia formata da un poliziotto con una benda alla Lady Gaga e una passione insana per la techno e un moribondo interessato più al groove perfetto che a sopravvivere, tentano invano di farsi produrre un loro brano da un produttore discografico.
In quella scena è racchiusa tutta la summa del cinema di Dupiex, quindi prendere o lasciare.
Io pensavo di lasciare, ma dalle risate che mi sono fatto, direi che a questo punto prendo.