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mercoledì 10 luglio 2019

Ombra dello scorpione


Titolo: Ombra dello scorpione
Regia: Mick Garris
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La classica lotta tra il bene e il male scaturita da una mortale epidemia. Il pianeta è in pericolo e due personaggi rappresentano il bene e il male: la buona Abigail e il cattivo signor Flagg.

L'Ombra dello scorpione è una piccola serie televisiva che come per It(1990) o TOMMYKNOCKERS (la prima sì la seconda decisamente no) cercava a dispetto di un budget limitato di creare un prodotto che non sfigurasse di fronte al romanzo cult del maestro del brivido.
Seppur con tante buche e alcuni difetti innegabili, a parte scene tagliate di netto in un montaggio piuttosto complesso e travagliato, la mini sere televisiva riesce comunque a regalare o far assaporare quel clima post apocalittico creato da King e mostrare per la prima volta il villain più cattivo dei suoi romanzi quel Randall Flagg che tutti conosciamo.
L'adattamento di the Stand è stato odiato da tutti come odiato è il mestierante Garris che purtroppo con tutto il suo amore per King non ha fatto altro che danni con gli adattamenti delle sue opere (SHINING poi è qualcosa di mostruoso, nonostante abbia seguito a menadito il romanzo a differenza del capolavoro di Kubrick)
Eppure funziona. Funzionano i personaggi, alcune loro psicologie, l'atmosfera davvero spaventosa soprattutto quella ricreata nella Los Angeles dove il prezzo del potere si paga a caro prezzo.
Le situazioni, alcune delle quali davvero inaspettate che riescono a regalare alcuni interessanti colpi di scena, delle stesse deviazioni e debolezze dei personaggi in fondo votati a dover scegliere tra il bene e il male, in una sfida che per quanto sembri scontata qui è segmentata in modo mai banale ma con interessanti cambi di rotta.
Purtroppo alcuni limiti nella messa in scena rendono la visione alle volte quasi trash, in particolar modo gli effetti speciali, la regia piatta e banale priva di mordente e a tratti ridicola, senza contare l'effetto finale con un'esplosione che sembra una sorta di incubo per gli addetti alla c.g






giovedì 4 luglio 2019

It(1990)


Titolo: It(1990)
Regia: Tommy Lee Wallace
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In una piccola città di provincia, sette ragazzini, esplorando le fogne, risvegliano una forza malefica sotto le sembianze di un clown che semina morte e distruzione. Quando trent'anni dopo la forza si sveglia di nuovo, quegli stessi sette amici, diventati ormai adulti e disseminati in diversi stati, abbandonano famiglia e lavoro e si rimettono insieme nella città natia per affrontare per la seconda volta le loro devastanti paure.

A conti fatti le versioni tratte dai libri di King negli anni '90 sono state decisamente le migliori rispetto a questi remake moderni troppo patinati e pieni di c.g.
IT e L'OMBRA DELLO SCORPIONE come mini serie televisive seppur con i limiti del caso, riuscivano a infondere l'atmosfera giusta che si respirava nei romanzi.
Wallace poi aveva esordito con uno degli horror più interessanti degli anni '80, Halloween 3, purtroppo demolito da critica e pubblico.
IT conserva come dicevo nei suoi limiti di budget un'aura mistica e magica che sembra far rivivere come l'album di fotografie di Mike Hanlon i tragici eventi di Derry grazie alla fortuna di aver un manipolo di giovani attori in stato di grazia a differenza dei giovani/adulti della seconda parte (sempre funzionali ma non indimenticabili).
Questo adattamento tiene conto di molti aspetti suggestivi del romanzo mettendone purtroppo da parte altri come quelli che ancora una volta andavano a rompere dei tabù importanti per uno scrittore che demoliva le regole del lecito e proibito. In questo caso la comparazione con Pet Sematary, il libro ovviamente, sembra doveroso ( nel romanzo quando Gage diventa quello che deve diventare, trasformato dal cimitero, e parla con la voce di Norma prima di uccidere Jud, scopriamo che l'anziana moglie malata in passato era solita farsi sodomizzare dagli abitanti del posto ridendo durante l'amplesso ai danni del povero marito. In IT nel romanzo Beverly prima di affrontare il mostro, quando sono piccoli, decide di darsi a ognuno dei membri del Club dei perdenti in una sorta di gang bang) come se l'aspetto sessuale fosse stato ignorato in entrambi i casi.
IT poi ebbi la fortuna/sfortuna di vederlo negli anni giusti tra infanzia ed adolescenza come per l'horror cult di Coppola e il terrore che entrambi mi generarono servì a farmi capire di cosa avrei avuto bisogno di cibarmi per il resto della mia vita.
IT faceva leva nelle paure ancora di più rispetto ai colleghi come Freddy Krueger (altro mostro leggendario e importantissimo per il cinema e per il contributo al genere) ma senza averne le stesse disposizioni slasher più tendenti al massacro e alla carneficina e questa assenza in IT era ancora più funzionale proprio perchè ti terrorizzava senza darti il colpo finale.
Pennywise è diventato leggenda grazie alla Leggenda performativa di Curry (Legend, ROCKY HORROR PICTURE SHOW) riuscendo ad essere mostro, lupo mannaro, ragno, mummia, ma soprattutto e più di tutto un clown distruggendo così un altra figura che avrebbe dovuto migliorare l'infanzia dei piccoli anzichè distruggerla (discorso analogo per Santa Claus che come per Bob Gray mangiava i bambini).
Superando la parentesi del clown, il mostro più grosso descritto da King è però la comunità di Derry che come Krueger nasce dall'odio degli abitanti della città. In quel caso veniva ucciso per vendetta dai suoi stessi concittadini e ottenne, dopo la morte, la capacità di manifestarsi nei sogni altrui, che sfruttò per tormentare ed uccidere i figli dei responsabili della sua morte, mentre nel romanzo di King agisce nella realtà in carne e ossa prima di andare in letargo.
Sempre di società ostile si parla, di quegli adulti che anzichè proteggere preferivano nascondere sacrificando quasi per un patto invisibile i loro stessi figli alla bestia piuttosto che affrontarla.
Da questo punto di vista le colpe sui padri e il senso di responsabilità diventano nel lavoro di Wallace fondamentali per descrivere il microcosmo di efferati delitti e le precise ragioni che portano un manipolo di ragazzini a combattere qualcosa di spaventoso e più grande di loro.
Pennywise, Bob Gray, non è diventato il villain principale di King, quello sarà sempre Randall Flagg, ma ha costruito un personaggio immortale e ancora oggi in grado di spaventare intere generazioni senza ricorrere come nella recente versione di Muschietti a un ritmo iper veloce e tanta c.g. Ancora una volta la maschera di Curry conferma che il terrore più alto e ispirato arriva sempre dalla mimica facciale e dalle azioni degli esseri umani che fanno più paura di qualsiasi mostro.
La produzione al tempo fu molto complicata e travagliata: tre mesi di riprese, il passaggio di testimone da George A. Romero a Tommy Lee Wallace e tagli decisi alla sceneggiatura (si passò da otto ore di durata, a sei per finire poi con due episodi che dureranno, nel complesso, poco più di tre ore)
Peccato per quel ragno finale...



martedì 2 luglio 2019

Pet Sematary(1989)


Titolo: Pet Sematary(1989)
Regia: Mary Lambert
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Da un romanzo di Stephen King. La famigliola di un dottore si stabilisce in un villaggio del Maine. Poco dopo l'arrivo, il gatto di casa è ucciso da un camion. L'animale è sepolto nel locale cimitero che tutti ritengono stregato. La notte seguente infatti, il gatto ritorna, trasformato in malevola creatura.

Ancora una volta come lettore e fruitore del cinema del maestro del brivido mi ritrovo a dover fare i conti con le vecchie e le nuove trasposizioni
Sostengo che il film di Lambert così come la versione di Wallace e la mini serie di Garris abbiano in comune il fatto che tutte cerchino di essere il più verosimili possibili con i romanzi a dispetto di scelte e capolavori come quelli che hanno portato Kubrick a dirigere SHINING e che confermano di come anche la libera trasposizione sia sinonimo di ottimo risultato quando alla base ci sono le idee giuste.
Il film di Lambert pur essendo molto più televisivo, rispetto al remake del 2019 non perde e non trasfigura le regole principali, cercando di dare importanza al tema della morte e del lutto e non cercando di trovare facili sentieri per avere più carne al fuoco possibile come nella recente versione.
Pur non potendo contare su un cast brillante, il film dalla sua riesce a mantenere un equilibrio tra atmosfera e colpi di scena proprio nel suo cercare di smarcarsi da trappoloni eccessivi che come nel remake del 2019 ne hanno sancito uno dei limiti principali.
Senza stare a fare l'ennesima comparazione tra romanzo e i due diversi film, Pet Sematary non potrà mai disturbare come il romanzo toccando quei fasti che le parole e l'immaginazione pesano più di qualsiasi immagine, quel grandissimo trattato sulla morte, sul dolore, sull'elaborazione del lutto che dalle pagine del maestro del brivido prendeva vita nella nostra immaginazione,
ma di certo il coraggio con cui con i limiti del tempo si è cercato di rendere il film malato e disturbante non possono che aggiungere pregi all'opera che proprio per l'adattamento del 1989 la sceneggiatura venne curata dallo stesso King che qui si ritaglia un cameo nel funerale.


lunedì 3 giugno 2019

Pet Sematary(2019)


Titolo: Pet Sematary(2019)
Regia: Kevin Kölsch & Dennis Widmyer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Louis è un dottore in burnout, provato dal duro lavoro nel pronto soccorso di una grande città e dai continui traumi a cui ha assistito. Si trasferisce quindi con la moglie Rachel e i figli Ellie e Gage in un piccola cittadina del Maine, in una casa alle cui spalle sorge un grande bosco. Lì si trova un cimitero degli animali, ma oltre una cumulo di legname c'è un antico luogo sacro indiano dove chi viene seppellito non rimane sottoterra. È il vicino Jud a mostrare questo posto a Louis, per salvare dalla morte il gatto della piccola Ellie, che però torna con un carattere completamente diverso, molto più aggressivo...

Prima di vedere quest'ultima rivisitazione ho letto il romanzo che tratta il tema della morte e tutte le scelte legate alla possibilità proprio di riportare in "vita"ciò che abbiamo di più caro pagandone il giusto prezzo.
King distrugge con un lutto una classica famigliola per indagare e muovere proprio la carte del lecito e consentito, facendo un lavoro massacrante per quanto concerne la psicologia del marito e della moglie.
Sovvertendo alcune regole con cui si può essere d'accordo ma rimangono scelte e parlo ovviamente di Gage rispetto ad Ellie, la misteriosa scomparsa della signora Crandall, di aver fatto diventare Pascow un ragazzo di colore, e di aver praticamente messo una croce sul bel rapporto che si andava a creare tra Louis e Jud, queste possiamo annotarle tra le scelte che possono o non possono piacere ma che non alterano la struttura o meglio il cuore della storia.
Ciò che secondo me ha ammorbato e distrutto ciò che di buono c'era è stato il finale in primis, uno dei più brutti mai visti, una tale libertà di scrittura e di cambio così totale delle intenzioni ed intuizioni, scelta che si è rivelata di puro carattere commerciale facendo vedere dei non morti a dispetto dei traumi senza parole a danno dei protagonisti nel finale del libro (la scena finale con l'allarme della macchina che viene tolto ancora mi lascia senza parole).
Sembra quasi di aver girato un finale per collegarlo ad un ipotetico sequel come è stato CIMITERO VIVENTE 2 da cui conviene prendere le doverose distanze.
L'aver tolto o meno alcuni personaggi come la moglie di Jud ci può anche stare contando che la signora Crandall aveva diversi motivi che si rapportavano e sposavano bene con il dolore e i traumi vissuti da Rachel e dalla sorella Zelda. In più nel romanzo quando Gage diventa quello che deve diventare, trasformato dal cimitero, e parla con la voce di Norma prima di uccidere Jud, scopriamo che l'anziana moglie malata in passato era solita farsi sodomizzare dagli abitanti del posto ridendo durante l'amplesso ai danni del povero marito.
Manca completamente l'atmosfera che nel romanzo riesce ad essere la vera protagonista e quindi il cimitero, quel "muro"che blocca dal vero incubo a cielo aperto e poi i riferimenti con la leggendaria figura del Wendigo, qui per fortuna non mostrato se non in due momenti, uno in una foto di un libro e l'altro sapientemente sfruttato e per fortuna lasciato lì nella macchia senza palesarsi.
Il confine al di là del quale si apre un mondo e si sigla un patto da cui uscirne può essere fatale, diventando il leitmotiv e il pezzo forte del libro.
Il cast. La trama prevedeva che tanta psicologia, almeno di Louis e Rachel, fosse alla base degli scontri, delle scelte, del giusto/sbagliato, mentre qui è stata sacrificata creando così evidenti problemi per quanto concerne gli intenti dei protagonisti che in alcune scene sembrano vagare senza una meta, mentre nel libro non vediamo l'ora di capire quale scelta prenderanno e il perchè.
Jason Clarke e John Lithgow sono due buoni attori che potevano dare, se scritturati meglio, molto di più, mentre invece cavalcano (soprattutto il secondo) i soliti clichè che sempre più spesso siamo costretti a vedere con dei dialoghi mai veramente adeguati.
Per non parlare poi dell'impiego della c.g in particolare nella scena dell'incidente e poi almeno una scazzottata con il suocero di Louis i registi potevano concederla.
Che cosa si salva dunque? Le scene con Zelda (il fatto che faccia più paura la scena di lei che cade nel piccolo ascensore la dice lunga) e l'aggiunta dei bimbi mascherati che seppelliscono il cadavere del gatto.
La coppia di registi in questione aveva tutti gli elementi tecnici e di budget per fare un lavoro più che decente soprattutto se contiamo che prima di questa operazione dell'horror che finalmente raggiunge le sale (bisognerebbe fare un articolo sui requisiti che un horror commerciale deve avere o soddisfare per finire al cinema) avevano esordito con l'inquietante Starry Eyes , un robusto body horror e uno degli episodi del convincente horror a episodi Holidays



domenica 24 dicembre 2017

It

Titolo: It
Regia: Andy Muschietti
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Ottobre 1988, nella cittadina di Derry. Il piccolo Georgie esce di casa nella pioggia per far navigare la barchetta di carta preparatagli dal fratello maggiore Billy, costretto a casa dall'influenza. La barchetta scorre per i rivoli lungo i marciapiedi, ma finisce in uno scolo che conduce alla rete fognaria. Georgie, contrariato, si china a guardare nella feritoia e incontra lo sguardo del bizzarro clown che abita nelle fogne, Pennywise. Per quanto strano sia trovare un clown in quel luogo, Georgie si intrattiene con lui sin quando il clown non lo addenta e lo cattura portandolo giù con sé. Giugno 1989. A Derry vige il coprifuoco a causa delle numerose sparizioni di persone, soprattutto bambini.

E arriviamo ad uno dei film più attesi dell'anno destinato a dividere critica e pubblico.
Un altro remake o come sostengono in molti, la prima vera trasposizione del romanzo dopo trent'anni. Un'operazione che la mia generazione non voleva ma il marketing dello spettacolo sì ( la scelta di inserire tra i protagonisti Finn Wolfhard, STRANGER THINGS, per intenderci la dice lunga)
Cosa si può dire di un'opera che ha cambiato intenti e obbiettivi per cercare di dare visibilità pura ad uno dei mostri "cult" dell'horror: un alieno vestito da pagliaccio.
Visto ovviamente al cinema, ero curioso sapendo già che il film avrebbe avuto un sequel come per celebre miniserie.
Curioso vedere come Muschietti e soci (parliamo di un progetto che se lo sono trovati tra le mani in tanti con passaggi di regia e cambi all'ultimo e che dopo l'addio di Fukunaga faceva presagire qualcosa di non buono) avrebbero creato quel mondo mica così distante dalla realtà con protagonisti un gruppetto di fragili adolescenti.
Due errori sacrosanti sono stati commessi.
Pennywise rappresentava o meglio ha sempre rappresentato quell'orrore da cui non ci si poteva difendere che ti attaccava direttamente la psiche per rimanerci impresso come per Freddy Krueger. In questo caso il clown arriva sempre con dei jump scare che ancora ad oggi servono per il nuovo cinema horror a voler e dover essere spaventosi per pochi secondi a differenza invece di quelle espressioni di Curry che erano pura inquietudine. Con il primo intento si urla e poi si dimentica, con il secondo si prova paura, si rimane in silenzio e non si dimentica.
Questo It del 2017 spaventa facendo piombare il clown da un momento all'altro senza però stare a spiegare o approfondire alcuni intenti o alcune scelte ( avolte piomba così da un momento all'altro) e purtroppo tocca vedere Pennywise ne esce peggio di tutti pure dei ragazzini (mi spiace per l'ennesimo Skarsgard di turno).
La miniserie del '90 di Wallace era semplicemente disturbante, infatti il sangue e tanti elementi più horror erano centellinati per cercare di sforzarsi il più possibile sull'atmosfera e concentrarsi sulle storie e le paure reali dei bambini.
Il problema del romanzo (che non ho letto) è che è inadattabile per la nutrita serie di elementi e temi che lo scrittore racconta. La miniserie ci ha provato pur non riuscendoci del tutto ma almeno, soprattutto nella prima parte, qualcosa di veramente brutto sulla citta di Derry come per Twin Peaks c'è l'ha fatta annusare, oltre che regalarci la performance che ancora adesso non può conoscere rivali che è quella del mefistotelico Tim Curry segnando in maniera profonda l'immaginario collettivo della mia generazione.
It prima di tutto è il racconto di alcuni "losers", un gruppetto di ragazzini a cavallo tra l'infanzia e l'età adulta che si trovano di fronte a quella cosa indefinita che è il male del mondo dalle sue mille facce dal pagliaccio al ragno ai genitori e via dicendo. Qualcosa che a lungo hanno potuto ignorare ma che ora, che stan diventando grandi, devono affrontare e metabolizzare in qualche modo.
Vorrebbe essere un film di formazione, a tutti gli effetti, dove a differenza di Nightmare le colpe e il male erano generati dagli stessi genitori, qui anche se in forma meno diretta anche loro attraverso i bambini è come se non riuscissero a vedere i mali di Derry che sono poi i mali di ognuno di noi.
Il secondo errore sacrosanto è che in alcuni momenti Pennywise ha paura dei ragazzi, delle loro reazioni e allora in quel piccolo preciso punto, il film muore sotto ogni punto di vista.


lunedì 3 ottobre 2016

A good marriage

Titolo: A good marriage
Regia Peter Askin
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mentre il marito con cui è sposata da oltre vent'anni è lontano per uno dei suoi viaggi di lavoro, Darcy Anderson è alla ricerca di batterie nel garage quando si imbatte in qualcosa che le rivela il lato oscuro del consorte. Si tratta di una scoperta raccapricciante, destinata in un crescendo di intensità a porre fine a quello che per tutti era un buon matrimonio.

A good marriage è un thriller modesto, tratto da un racconto breve di Stephen King apparso nella sua raccolta Full Dark, No Stars del 2010.
Ormai i film tratti dalle opere dello scrittore non si contano. Questa ennesima trasposizione, da noi ancora senza distribuzione, trova alcuni punti di forza proprio nella costruzione della storia e nel fatto che la moglie Darcy sembra accettare il lato oscuro del marito.
Pur trovando alcune forzature e colpi di scena non allineati con il contesto della storia per buona parte riesce a mantenere un certo equilibrio cercando il più possibile di affinare la suspance.
Purtroppo dal secondo atto, non inserendo altri elementi (il detective arriva e si chiude in una parentesi sul finale che poteva dare molto di più) il ritmo vacilla creando alcune crepe non da poco, ma per fortuna ci pensa la buona alchimia tra i due protagonisti a non danneggiare troppo il film. Diciamo che riesce a smarcarsi rispetto ai soliti film che trattano i conflitti e i drammi tra coniugi, trovando una soluzione e alcuni momenti, come l'arrivo del marito in casa dopo la sorpresa che sancisce l'incidente scatenante, funzionali e quasi a metà tra il sogno e la realtà.






giovedì 4 agosto 2016

Cell

Titolo: Cell
Regia: Tod Williams
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Siamo a Boston, la vita scorre tranquilla fino al preciso istante in cui i cellulari iniziano a squillare e un misterioso impulso annienta la volontà di chi risponde al telefono, trasformando le persone in creature sanguinarie. Da Londra a Roma, da Sydney a Rio de Janeiro solo in pochi restano misteriosamente immuni alla più grande epidemia mai rappresentata sullo schermo.

Post-apocalisse, zombie, un virus che si diffonde tramite il cellulare.
Beh non è Ninna Nanna di Palahniuk ma uno dei tanti romanzi di King tradotti per il grande schermo.
Con una messa in scena che sembra strizzare l'occhio ai b-movie, l'ennesima trasposizione di King non riesce ad essere bilanciata e a suo agio come altri film hanno dimostrato, pur godendo di un ritmo apparentemente buono anche se dopo la prima parte si perde in alcune lungaggini che fanno perdere quell'efficacia e atmosfera iniziale.
La complicità tra la coppia di attori funziona come nel film precedente sempre tratto da un romanzo di King, il 1408 che non ha niente a che vedere con questa pellicola.
Il film purtroppo devia proprio quando smette di porsi delle domande, di cercare di arrivare alla radice del problema, di cercare un contatto o una causa scatenante, per lasciare il posto a pura azione fine a se stessa che non convince.
La scena più inquietante del film e anche la migliore è quella in cui i due protagonisti passano con un trattore sopra una sterminata vastità di creature sanguinarie mentre dormono. Da un lato sembra una sorta di genocidio dal momento che verranno bruciate e che non possono reagire, dall'altro la sensazione sembra quella di schiacciare migliaia di insetti che seppur morti o infettati rimangono comunque corpi umani.


lunedì 24 dicembre 2012

Grano rosso sangue


Titolo: Grano rosso sangue
Regia: Fritz Kiersch
Anno: 1984
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un viaggio di trasferimento sulle autostrade del Nebraska, Burt, un giovane medico con la sua compagna Vicki investono...il cadavere di un ragazzo. Burt accerta subito che l'infelice è stato assassinato a coltellate. Del criminale nessuna traccia nella sconfinata pianura coltivata a "mais". Sulla base delle reticenti e nebulose informazioni del gestore di una pompa di benzina, la coppia arriva attraverso i campi a una desolata e vuota cittadina, quella di Gatlin, dove regna un silenzio surreale. E' qui che, poco a poco, Burt e Vicki scopriranno un’orribile verità...

Una delle migliori trasposizioni di King insieme a IT,MISERY,THE MIST,L’OMBRA DELLO SCORPIONE. Affascinante, contenutisticamente molto valido e antropologicamente parlando pieno di simboli e significati rimanda per alcuni aspetti a IL SIGNORE DELLE MOSCHE trovando un totem completamente diverso ma che assume la stessa connotazione.
Da questo punto di vista il migliore come realizzazione rimane ancora MA COME SI PUO’UCCIDERE UN BAMBINO, ma personaggi come Malachia rimarranno per sempre stampati nella mente.
Tra l’altro è l’unico film che vale la pena di menzionare di Kiersch, quasi a voler dire che con un buon soggetto non è indispensabile un’altrettanta buona regia. Anche gli attori sono validi compresa la giovane Sarah Connor. Quello che prevale è l’originalità come nella scena iniziale o nell’ambientazione della cittadina di Gatlin e anche in alcune trovate rispetto al limite di budget. Certo lo smacco più grosso rimane il finale peraltro diverso dalla descrizione di King

lunedì 22 agosto 2011

Night Flier


Titolo Night Flier
Regia: Mark Pavia
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un aviatore notturno semina il panico lasciando una scia di cadaveri nei piccoli aeroporti nei dintorni di Washington. Un giornalista di "Inside View" viene incaricato di seguirne le gesta e scrivere un articolo su di lui. Ben presto però si accorgerà che non si tratta di un serial killer ma di un essere che sembra essere uscito dagli inferi.

Ricordo di aver visto il volatore notturno quando uscì al cinema quindici anni fa e forse era stato uno di quei momenti in cui capii subito che l’horror mi trasmetteva delle sensazioni e delle paure di cui non potevo fare a meno. Tralasciando i ricordi, menziono questo tra i film più riusciti delle trasposizioni dei libri dell’immenso King. Il perché si potrebbe semplicemente tradurre con l’atmosfera molto dark e cupa, notturna e piovosa che trasmetteva una suspance che potevi tranquillamente affettare con un coltello e degli attori che ci credevano ingaggiando una sfida tra giornalisti inquietante quanto morbosa, mostrando come alcuni di loro siano assolutamente senza scrupoli e quindi sviluppando una critica feroce verso un certo tipo di giornalismo spietato.
Un film che partiva come una sorta di thriller-giallo per poi svilupparsi, certo con i suoi tempi, verso l’horror con alcune pregevoli scene macabre.
L’idea poi di scomodare un signor vampiro brutto e deforme capace come Proteo di cambiare aspetto potrebbe fare storcere il naso a parecchi amanti di questa leggendaria figura che da sempre ha appassionato letteratura e cinema ma in questo caso è caratterizzato in maniera alquanto atipica,diventando  l’elemento mancante che chiude un puzzle di inaspettata bellezza.
Pochi dialoghi, fotografia cupa, un vampiro anomalo per i comportamenti che siamo abituati a vedere da parte di registi più estrosi e Miguel Ferrer che con quella sua faccia da cazzo riesce a rendere verosimile il suo giornalista che per mettere mano su una notizia calda non disdegna di scendere nell’inferno che in questo caso è una continua lista di morti che non resuscitano per diventare altri succhiasangue.
Un film su cui andrebbe spezzata una lancia a favore soprattutto scandagliando le derive psicologiche su cui il film ruota e su cui alla fine si arriva ad un passo dalla sintesi perfetta della follia umana.
Per essere stato il ’97 il film è passato in sordina e quasi nessuno al tempo se l’era lontanamente inculato a parte la classica sfilza di fan e appassionati del genere.

martedì 14 giugno 2011

Acchiappasogni


Titolo: Acchiappasogni
Regia: Lawrence Kasdan
Anno: 2003
Paese: Usa,Canada
Giudizio: 3/5

Jonesy, Henry, Pete e Beaver vent'anni fa erano solo dei ragazzini di una cittadina del Maine che avevano salvato un bambino di nome Duddits, aggiungendo inaspettatamente un quinto amico al loro gruppo. Ma questo atto eroico trasmise loro dei poteri soprannaturali, vincolandoli a qualcosa che andava al di là della normale amicizia. Ora i quattro sono diventati uomini, con vite diverse e problemi diversi, ma ancora ossessionati dal ricordo di quell'episodio, perché quei poteri sono più un peso che un dono.

Oramai i film tratti dai romanzi di Stephen King non si contano.
L’acchiappasogni è un buon risultato dalle traballanti trasposizioni su pellicola tra cui spiccano non a caso le firme di due grandi registi per film come LA ZONA MORTA e SHINING. Poi ci sono stati altri buon i risultati come ad esempio THE MIST,L’IMPLACABILE,IT,L’OMBRA DELLO SCORPIONE,MISERY,STAND BY ME e UNICO INDIZIO LA LUNA PIENA.
A cimentarsi con questo romanzo ci pensa Kasdan e fin da subito il regista riesce a dare luce ad un buon prodotto, con un’atmosfera intensa e delle musiche di sottofondo che danno ancora più pathos alla storia.
Il cast è buono in particolare Damian Lewis.
Alla sceneggiatura c’è William Goldman e si vede perché la storia non è poi così banale, i colpi di scena sono inseriti bene e per la durata del film che supera le due ore si è completamente catturati dalla narrazione.
Un buon film di fantascienza, incalzante che cerca di comunicare ipotetici fobie per quanto concerne le paure delle contaminazioni, le modalità governative quando si arriva ad uno stato d’allerta, l’amicizia di un gruoppo di amici(tema caro a King che ritorna ancora una volta),alieni e animali che sembrano scappati dall’ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE.
C’è di tutto ma condito bene

lunedì 21 marzo 2011

King

Titolo: King
Regia: James Marsch
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Elvis Sandow è un militare ventunenne. Uscito dalla Marina, decide di andare a cercare il padre che non ha mai conosciuto. Scopre ben presto che è David, il pastore di una chiesa Battista nel Texas. Ma l'uomo che si trova davanti non è disposto ad ascoltare la verità di Elvis, ad ammettere di essere suo padre e a guardarlo negli occhi. Ora ha un'altra famiglia: una moglie bellissima, Twyla e due bambini perfetti, Malerie e Paul. Elvis ricorda all'uomo il passato che ha tentato di seppellire...

La chiesa battista è uno dei temi che Lansdale ci tiene a denigrare ogni volta… e dopo aver visto questo film non si può che dargli ragione.
James Marsch è regista americano contemporaneo che dopo aver realizzato qualche film per la tv, introvabile il suo primo WINSCONSIN DEATH TRIP sforna questo thriller ambizioso che riempie un calderone di temi sfruttatissimi nel cinema analizzati solo in parte e sondati soprattutto grazie all’interpretazione nervosa e tenebrosa di Gael Garcia Bernal.
Si scontrano due generazioni e due fronti: uno militarista e l’altro religioso. Rapporto padre/Figlio con il primo che non accetta l’arrivo del secondo e quindi un’indagine sul passato che torna. La sceneggiatura inizia bene, ma rimane parzialmente limitata, quando esce fuori l’istinto primordiale di Elvis(che bel nome…)che quando scopre di non poter neanche amare la sorellastra decide di agire…
Drammatico sotto tutti quanti i versi da cui lo si voglia prendere, the King rimane comunque un lavoro interessante che deve anche molto a William Hurt nei panni del pastore, chissà come mai in America molti ex cazzonari diventano pastori…
Un quadro impietoso che si aggiunge a tutti quei film anti-americani solo che qui non è così ambizioso, ma comunque testimonia un'altra spiacevole realtà del paese dei balocchi.

Riding the Bullet

Titolo: Riding the Bullet
Regia: Mick Garris
Anno: 2004
Paese: Usa/Germania/Canada
Giudizio: 2/5

Riding the Bullet è uno dei film purtroppo meno belli tratti dagli infiniti libri di Stephen King. Un giovane prima di dirigersi ad un concerto riceve la chiamata da una vicina che lo informa che la madre sta morendo. Il giovane quindi decide di dirigersi dalla madre facendo l’autostop.
Lento, a tratti noioso, interpretato malissimo da tal Jonathan Jackson, uno degli attori più inespressivi della storia del cinema.
Garris non è la prima volta che si cimenta con un lavoro di King ma il risultato è ridicolo salvo qualche scena.
Nella sua lunga filmografia è passato da pellicole da mestierante come CRITTERS 2 e il quasi invedibile PSYCHO IV a i due interessanti episodi dei MOH al suo film più bello sempre tratto da King che è L’OMBRA DELLO SCORPIONE. Scontato e a tratti forzato Riding the bullet a causa della regia traballante e della recitazione poco efficace non riesce a trasportare la stessa enfasi del libro.

domenica 20 marzo 2011

Dolan’s Cadillac

Titolo: Dolan’s Cadillac
Regia: Jeff Beesley
Anno: 2009
Paese: Usa/Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

L'amata moglie di un'insegnate di una scuola media di Las Vegas, assiste ad una esecuzione nel deserto e viene condannata a morte dal gangster che ha commesso l'omicidio, il famoso signore del crimine di Vegas, Jimmy Dolan. L'immense ricchezze di Dolan sono il supporto per le sue operazioni di traffici umani. Dolan riesce a far uccidere Elisabeth prima che possa testimoniare contro di lui. Con nessun testimone per l'omicidio Dolan è libero e Robinson deve vendicare da solo la morte di Elisabeth.

Ennesimo tentativo di trasporre su pellicola un racconto di Stephen King. Peccato che a questo giro di giostra tutto sia sbiadito, decrepito, mal recitato e nel complesso noiosissimo.
Beesley al suo primo tentativo sbaglia completamente carreggiata avendo comunque un cast degno di nota e un soggetto che poteva essere meglio caratterizzato.
Il tema della vendetta è un archetipo che riesce sempre ad interessare a seconda di come venga messo in scena e adattato ma in questo caso è troppo altalenante e non appassiona mai contando che decolla troppo tardi.
La storia è scialba, la fotografia come la regia da prassi e scontatissima, Bentley che non è mai stato una cima, in questo caso è fuori luogo e scocciato, l’unico è Slater che nel ruolo del pappone che gira sempre in limousine assieme al suo bodyguard cerca di tenere testa da solo tutto il film.
Insomma un film come tanti che col tempo verrà adeguatamente messo nel dimenticatoio.