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giovedì 14 dicembre 2017

Bamy

Titolo: Bamy
Regia: Jun Tanaka
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 2/5

È da tempo che Ryoa vede con i propri occhi degli oscuri fantasmi: sul posto di lavoro, nelle stanze della propria casa, alle spalle della sua preoccupata ragazza. Fumiko, compagna del giovane Ryota e presto sua sposa, non riesce a comprendere l’atteggiamento distratto di quell’inquieto fidanzato, sempre con la mente volta da un’altra parte e in grado di discolparsi solamente attraverso incomprensibili scuse. Le cose per il ragazzo sembrano però cambiare grazie all’incontro con Sea Kiruma, anche lei afflitta dall’incomprensibile sciagura legata ai fantasmi e per questo occasione per Ryota di sentirsi meno incompreso. Ma i rapporti tendono ad essere fragili, e un destino superiore sembra intento a disegnare per il protagonista percorsi differenti.

L'immagine che più mi è rimasta impressa di questo film è quella d'apertura.
Per un attimo ho avuto le vertigini sperando di trovarmi di fronte a qualcosa di nuovo, un autore che nei suoi silenzi sapesse comunicare meglio di molti altri registi mischiando thriller, dramma psicologico e j-horror. Così non è stato.
Saliamo su un ascensore che sembra arrivare fino in cima al cielo. Qui sale una persona e poi l'ascensore scende e il film è un po tutto così.
A parte questo breve intro, il film del regista nipponico e alquanto strano o meglio singolare nel girare su se stesso con queste visioni che non fanno neppure paura ma anzi sembrano una sorta di strana convivenza tra fantasma e protagonista per non si sa quale strana ragione.
Ad un certo punto i personaggi attorno a lui e la ragazza cominciano a preoccuparsi...ed era ora forse...è così anche il pubblico che sembra assolutamente distante da questo film indipendente e senza degli intenti precisi o degli obbiettivi che possano risultare almeno interessanti comincia a chiedersi se non sia tutto un sogno del regista ma il piano metacinematografico qui non c'entra proprio nulla (purtroppo).
Qui predomina il vuoto in una sorta di film personale, un esercizio di stile, anche se la tecnica (ottimi alcuni movimenti di macchina) sembrano in alcuni casi amatoriali.

L'ascensore iniziale non sembra salire da nessuna parte. Ombrelli che volano da soli, poteri sovrannaturali che avvengono senza nessun motivo, la capacità di vedere i fantasmi che rischia di diventare quasi tragicomica o trash come in alcune scene (quelle sul posto di lavoro per cui Ryoa si rifiuta di salire sui container perchè lì seduto c'è il fantasma che lo fissa). Con pochissimi soldi, circa seimila euro, Tanaka ha voluto realizzare questo film molto personale, troppo forse, sul legame fra amanti predestinati in un percorso lento e noioso che non rimarrà impresso a nessuno.

domenica 18 settembre 2016

Over your dead body

Titolo: Over your dead body
Regia: Miike Takashi
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Una compagnia teatrale sta per mettere in scena Yotsuya Kaidan, celebre testo ottocentesco su un samurai senza padrone e soprattutto senza coscienza che non esita a distruggere tutto e tutti pur di acquisire una posizione di rilievo nella società. La coppia di attori protagonisti è anche coppia nella vita, ma il loro rapporto si incrinerà con il prosieguo delle prove, finchè risulterà difficile separare la realtà dalla finzione, e i due saranno trascinati negli abissi del delirio.

Uno degli ultimi film del prolifico, insaziabile e trasformista dei generi Miike, è un thriller psicologico con richiami horror, fantasmi, e alla base il desiderio di confrontarsi con un classico e una storia davvero inconsueta e complessa.
E'un film per certi versi molto più lineare e narrativo senza il solito e congeniale montaggio che smorza le immagini e rende ancora più frenetico il ritmo (caratteristica assolutamente infallibile che Takashi riesce a trasformare sempre in oro). Siamo più dalle parti di 13 ASSASSINI, HARA-KIRI:DEATH OF A SAMURAI e in alcuni momenti GOZU e IMPRINT per cercare di sondare una filmografia che vanta quasi cento film.
Miike adatta un'opera teatrale kabuki mischiandolo con le marionette Bunraku e crea un gioco di messa in scena tra moderno e storico, suggestivo e impressionante, portando avanti un'opera complessa con un climax finale degno della sua fama, una messa in scena invidiabile e alcune scene profondamente disturbanti come quella dei farmaci, etc.
Forse ci troviamo di fronte ad una delle sfide più complesse del regista, matura e difficile, ma che grazie al talento e una preparazione minimale per ogni singola inquadratura, riesce anche questa volta a raggiungere il suo obbiettivo. Quando dalle singole storie dei personaggi che si delineano fuori da un palco che non smette mai di girare, cominciano ad arrivare le bambole e le mutazioni del corpo, allora si entra a tutti gli effetti in quell'incubo malato e misurato che grazie ad una colonna sonora eccellente riesce a farti piombare in un vero incubo.



giovedì 4 agosto 2016

Wailing

Titolo: Wailing
Regia: Na Hong-jin
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio:4/5

Un anziano forestiero compare nelle vicinanze di un villaggio coreano di montagna. Nessuno sa da dove venga. Si sa solo che è giapponese. In breve tempo però iniziano a verificarsi morti misteriose sulle quali indaga il poliziotto Jong-gu. Gli omicidi sembrano essere legati a ritualità demoniache. L’indagine del tutore dell’ordine si fa più pressante e carica di oscuri presagi quando è sua figlia ad essere posseduta.

La potenza evocativa di Wailing non passa inosservata.
In due ore e mezza di durata il regista riesce a mettere in scena un thriller poliziesco con un'atmosfera horror e tanti elementi estrappolati dal cinema di genere.
Lo straniero, il concetto di diversità, l'epidemia, gli zombie, le maledizioni, il folklore popolare, l'indagine, la possessione, i rituali, gli spiriti e infine i demoni.
Da subito emerge una messa in scena sublime con una fotografia capace di illuminare ogni singolo dettaglio della scena (particolare che avendo a che fare col mistery risulta molto importante).
Un film che piano piano diventa sempre più complesso con trame e personaggi che sembrano il contrario di quello che finora ci è sembrato di capire.
Poi non contento di tutto ciò, il regista si concede anche il lusso di scherzare in alcuni momenti riuscendo in alcune scene peraltro grottesche a fare pure ridere (il tipo colpito dal fulmine ad esempio...) come esempio di una struttura slapstick in salsa coreana non sempre funzionale ma che qui trova un suo gioco forza interessante.
E'proprio vero che negli ultimi anni per quanto concerne i gialli, i coreani e gli orientali in generale hanno saputo rilanciarsi nel migliore dei modi con alcune strutture e trame narrative davvero originali e in grado di appassionare il pubblico con continui colpi di scena e intrecci complessi e quasi sempre lasciati all'oscuro per fare in modo che lo spettatore faccia quello sforzo in più che spesso e volentieri il cinema dovrebbe richiedere.
Na Hong-jin rimane uno di quelli da tenere sott'occhio, soprattutto contando che questo suo terzo film è il migliore e il più complesso senza contare che i due film precedenti di certo non scherzavano.


mercoledì 19 novembre 2014

Shokuzai-Penance

Titolo: Shokuzai-Penance
Regia: Kiyoshy Kurosawa
Anno: 2012
Paese: Giappone
Stagione:1
Episodi:5
Giudizio: 4/5

Quindici anni prima una bambina viene assassinata da un misterioso personaggio mentre giocava nel cortile della scuola con le sue cinque amiche. La madre sconvolta promette alla ragazzine che non le perdonerà mai per non averla protetta. Quindici anni dopo le amiche non sono più amiche e ognuna di loro ha intrapreso una propria strada, ma il passato crudele torna a cercarle..

Qualche tempo fa mi domandavo se con tutte le serie, in particolare quelle americane, sembra esserci stata un'invasione su scala mondiale, dentro di me pensavo cosa ne pensassero gli orientali e soprattutto se alcuni di loro non si fossero già messi all'opera.
Sì qualcosa c'era stato ma poca roba contando la linfa vitale e l'exploit delle serie statunitensi e di alcuni canali come la HBO che sembrano essere resuscitate dalle ceneri.
MPD PSYCHO di Miike Takashi così come PARANOIA AGENT di Kon Satoshi, non hanno avuto molto successo e soprattutto la prima non sembrava nemmeno rispecchiare troppo la verve dell'outsider giapponese davvero poco convenzionale.
Kiyoshi per chi non lo conoscesse è un autore nipponico già affermato, co al suo attivo circa 54 film, ospite stabile di numerosi festival, dato il suo stile d cinema che spesso e volentieri non gode di una buona distribuzione, in particolare da noi, se non con alcuni film di impronta J-Horror anche se l'autore disegna più degli scenari che riportano al thriller metafisico, i bellissimi CURE e PULSE
A quattro anni dal suo ultimo lavoro cinematografico, TOKYO SONATA, Kurosawa torna con un nuovo lavoro, non finalizzato alla distribuzione su grande schermo, bensì un prodotto televisivo. Una miniserie di cinque puntate intitolata "Shokuzai" che rappresenta una delle tante produzioni orientali definite "Dorama" miniserie televisive appunto, generalmente di durata breve come numero di puntate e quasi sempre auto conclusive.
Un genere a sé stante nel quale registi cinematografici di un certo nome si cimentano per apportare la loro esperienza anche in campo televisivo e in cui in Europa ci sono già state importanti serie con questa particolare forma narrativa.
La struttura di "Shokuzai" è composta di cinque episodi.
I primi quattro sono rispettivamente dedicati alle quattro bambine, amiche di Emiri, nei momenti in cui quest'ultima veniva uccisa, e successivamente con uno spostamento temporale di quindici anni, analizzando le conseguenze di quella tragedia dentro di loro.
Il fortissimo shock dell'uccisione della loro piccola amica, l'apparente rimozione del volto dell'assassino, che tutte e quattro sembrano aver visto in maniera chiara, non è forse nulla in confronto alla vera e propria condanna che la madre di Emiri, Asako, pronuncia nei loro confronti. Non ci sarà nessun perdono finché l'assassino di sua figlia è ancora libero.
Nel quinto episodio, quello conclusivo, il personaggio centrale è Asako, la madre di Emiri, il trait d'union degli episodi precedenti. La presenza costante di Asako è come una colpa che riemerge nei confronti delle quattro donne che sono stati più o meno influenzate dall'assassinio di Emiri. Un fantasma che appare per ricordare il loro impegno nella cattura del mostro che ha ucciso la loro comune amica. Per ricordare che devono espiare il loro peccato.
Penance, alla fine è una sorta di psicosi collettiva, di malessere esistenziale e intolleranza esasperata, doverosamente sottolineata da ambienti asettici per persone mai così sole.
Con il suo solito attore feticcio e un grande lavoro sul sonoro che sancisce alcuni passaggi chiave mentre altri gli anticipa, con un primo episodio di vero spessore e con uno scenario che crea ancora più suspance che un qualsiasi horror, Kurosawa vince una sorta di scommessa molto difficile e meno che mai commerciale, confrontandosi con un altro settore e altri registi, riusucendo in parte ad ampliare la sua poetica e suggerire nuove forme e scelte tecniche essenziali, dall'altra forse può risultare troppo minimale nel suo impianto scenico e nel ritmo di alcune scene topiche.





lunedì 21 marzo 2011

Dream Cruise

Titolo: Dream Cruise
Regia: Norio Tsuruta
Anno: 2005
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodio: 13
Giudizio: 2/5

Jack, un avvocato americano che lavora a Tokyo, si è innamorato della moglie di Eiji, il suo cliente più ricco. Nonostante la sua paura per il mare, Jack accetta di andare con la coppia in un viaggetto per la baia di Tokyo. Ma il destino non sarà benevolo con nessuno dei tre.

Norio Tsuruta il regista di PREMONITION è l’unico regista del sollevante insieme a Miike che ha portato alla luce uno degli episodi.
E’ lo fa miscelando notevolmente un triangolo amoroso destinato ad affondare con una sapiente dose di ghost-movie a cui sembra che la maggior parte dei giapponesi non si riesca a schiodare.
All’inizio l’episodio sembra quasi ridicolo con un pretesto già visto e ri-visto in cui Jack non riesce a dimenticare la morte del fratello annegato a 20 cm di distanza!
Quando i tre salgono sulla barca la gelosia del marito non sarà niente a confronto degli spiriti che cercano vendetta.
Tra gli attori spicca il grandissimo Ryo Ishibashi attore noto nei film di Takashi.
Che dire, resta un episodio carino che poteva però avere dalla sua dei dialoghi meno imbarazzanti in alcuni punti contare meno sulla ghost-story e puntare su un triangolo grottesco sulla barca in mezzo al mare.

domenica 20 marzo 2011

Dark Water

Titolo: Dark Water
Regia: Nakata Hideo
Anno: 2002
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Yoshimi, giovane donna appena divorziata, si trasferisce nella sua nuova abitazione assieme alla figlia di sei anni Ikuko. Il condominio non sembra essere abitato da nessuno a parte il portinaio che non sembra accorgersi di nulla e qualche vecchietta silenziosa. Durante l’ispezione della casa che appare umida e tetra, l’agente immobiliare nasconde a Yoshimi una strana macchia d’umidità sul soffitto.
Ikuko si adatta velocemente al nuovo asilo, mentre Yoshimi è impegnata alla ricerca di un nuovo lavoro come correttrice di bozze.
Intanto in casa la strana macchia comincia a gocciolare sul pavimento e a nulla servono le bacinelle messe da Yoshimi. Così tra l’indifferenza generale del condominio e la macchia che inizia ad espandersi, evolve il mistero con la scomparsa, targata dieci anni prima, di una bambina di nome Mitsuko.
Mitsuko, una bambina piccola con i capelli scuri e uno sguardo impassibile, sembra essersela presa proprio con le due donne così, con annunci e apparizioni, comincia ad espandere la sua rabbia sotto forma d’acqua putrida.

Ci troviamo di fronte ad uno dei film horror giapponesi contemporanei meglio apprezzati dalla critica. Nell’insieme dei film horror che annoverano nella stessa serie, in cui può essere collocato un film come questo, pellicole come THE RING, JU-ON, THE GRUDGE e altri cento che forse non sono così famosi, certo non poteva mancare un elemento basilare come l’acqua a dare sfondo al tema.
Insomma niente di nuovo sul fronte orientale horror che introduce bambine con i capelli scuri, luoghi sempre inquietanti e claustrofobici, corpi in via di putrefazione, corpi che scendono dai soffitti, telefonate che arrivano con il telefono spento(mi spiace Miike).
Dark Water è un tipico esempio di thriller in cui si ha un crescendo di tensione tutto sommato convincente. L’annuncio del pericolo arriva comunque molto in fretta rispetto allo sviluppo del film creando così un processo d’ironia drammatica che aiuta lo spettatore durante tutto il primo atto in cui serve.
Le due protagoniste convincono e riescono a non annoiare in un film con ritmi molto lenti. Uno stile direi più che apprezzabile( la fotografia e le riprese nei film orientali di solito sono sempre eccellenti) un ritmo che a volte sbanda un po’ senza però uscire di tema e un finale classico.
I temi sono il rancore, la perdita di qualcuno di caro, la rabbia, l’angoscia, temi anch’essi classici e stra-adottati dal genere.