Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post

lunedì 7 ottobre 2019

Campione

Titolo: Campione
Regia: Leonardo D'Agostini
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Christian Ferro sembra avere tutto dalla vita: a vent'anni, vive in una megavilla con più Lamborghini in garage, ha una fidanzata influencer, migliaia di fan adoranti e un contratto multimilionario con la AS Roma. Ma la sua brillante carriera di attaccante è messa a rischio dal carattere iracondo e dalla bravate cui si abbandona, istigato da tre amici che lo provocano accusandolo di essersi "ripulito". Il campione infatti viene dal Trullo, quartiere periferico della Capitale, e ha alle spalle anni di miseria e degrado, un padre assente e una madre scomparsa troppo presto. Non c'è personal trainer, psicologo o life coach che tenga: Christian continua a comportarsi come un asociale, coperto dall'impunità che accompagna quei campioni cui il pubblico perdona (quasi) tutto. È a questo punto che il presidente della Roma decide di far affrontare a Christian l'esame di maturità, per inculcargli un po' di disciplina e migliorarne la pessima reputazione. Al fine di preparare il ragazzo all'esame il presidente ingaggia Valerio Fioretti, un professore di liceo che dà lezioni private dopo aver lasciato l'insegnamento in classe. Valerio non sa nemmeno chi sia Christian Ferro (difficile da credere, per uno che abita a Roma....) e accetta l'incarico a fronte di un compenso mensile che è tre volte il suo ex stipendio. Ma anche lui ha qualche esame esistenziale da superare.

Il gioco del calcio si è visto poco nel cinema, in particolare in quello italiano.
La storia dell'esordio di D'Agostini prodotto da Matteo Rovere e Sibilia è un classico escamotage per parlare di drammi quotidiani, la fuga dalla realtà, i disagi sociali, cercare di mettere la testa a posto, insomma i classici ingredienti che parlano di storie di successo e solitudine. A fare la differenza nonostante una trama abbastanza prevedibile, è la sinergia tra gli attori, la messa in scena, qualche momento divertente e una recitazione che cerca di puntare in alto dove in fondo l'unico vero protagonista è Accorsi.
La relazione tra il professore e il campione della Roma ha tutte le carte in regola, partendo basso per poi cercare di far emergere tutte le difficoltà e i piedi per terra di una persona semplice che si rapporta con un ragazzo pieno di problemi con i suoi pregi e i suoi difetti, con l'obbiettivo di fargli passare gli esami cercando un sistema per fargli apprendere i concetti e qui gli schemi del calcio diventano una bella trovata per trovare l'alleanza che mancava. Quello che funziona e che da brio alla storia è proprio quella di aver caratterizzato due personaggi uno molto demotivato e con un dramma alle spalle e l'altro il tipico viziato e indisciplinato che ha ottenuto tutto troppo in fretta. La loro amicizia diventa così l'escamotage che porta avanti tutto il film cercando di renderlo autentico per quanto possibile e per quanto pu fare la commedia italiana spesso finendo per arsi autogol. Non è questo il caso per fortuna.

Bianco rosso e Verdone

Titolo: Bianco rosso e Verdone
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1981
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Il film è un comico road movie ambientato in Italia, nei primi anni ottanta, durante un fine settimana elettorale. I protagonisti, le cui storie si intrecciano ripetutamente durante il film, sono tre uomini in viaggio per raggiungere i rispettivi seggi elettorali, tutti e tre interpretati da Carlo Verdone: Furio, un funzionario statale estremamente logorroico e morbosamente pignolo, Mimmo, un giovane ingenuo e goffo ma allo stesso tempo premuroso con sua nonna e Pasquale, un emigrato del Sud Italia residente a Monaco di Baviera, che in Italia trova una accoglienza tutt'altro che calorosa.

Verdone è un regista che ho conosciuto e ho potuto amare tardi sempre avvezzo a scegliere un altro cinema d'autore italiano e relegandolo ad essere una semplice macchietta in un panorama vastissimo di cinema che approfondiva i generi e giocava molto con la commedia all'italiana.
Il film in questione è una bella riflessione di tanti elementi squisiti della nostra cultura, una cartina impazzita per l'Italia, mode, linguaggi, fobie, disagi, limiti e tutto quello che poteva essere il nostro paese di quegli anni.
La lente di Verdone è in grado di approfondire e analizzare in maniera splendida e molto psicologica, se vogliamo anche antropologica, le squisite faccende nostrane, ritagliandosi dei ruoli quasi grotteschi e indimenticabili, giocando in una commedia che tocca momenti molto drammatici e situazioni comiche e tragicomiche.
Deve tanto a Leone e Sordi, suoi maestri di cui soprattutto dal secondo prende tanti spunti recitativi. Verdone riesce dopo UN SACCO BELLO a smarcarsi bene da una situazione all'altra passando dal dramma alla comicità e allo stesso tempo miscela il grottesco, la comicità, la farsa, con un'ombra di sotterranea malinconia, che dà alle sue macchiette consistenza e verità umane

Caffè

Titolo: Caffè
Regia: Cristiano Bortone
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

In Belgio l'iracheno Ahmed ha un piccolo negozio in cui conserva una preziosa caffettiera d'argento. Durante una manifestazione dei teppisti fanno irruzione nell'esercizio e la rubano. Uno di loro però perde i documenti e Ahmed lo rintraccia con il desiderio di farsi restituire il maltolto. A Roma Renzo, un barista appassionato di aromi di caffè, viene licenziato e va a cercare lavoro a Trieste presso un'importante industria che importa il prezioso prodotto e in cui spera che le sue competenze vengano valorizzate. Ciò però non accade e il giovane, la cui compagna attende un figlio, è tentato dall'idea di compiere un furto. In Cina Fei è un manager di successo che sta per sposare la figlia del proprietario di una grande industria del settore chimico. Un giorno viene incaricato di far ripartire una fabbrica che è stata bloccata da un guasto nello Yunnan che è la sua regione di origine. Fei si accorge dei rischi che corrono la popolazione e le piantagioni di caffè che aveva abbandonato da giovane per cercare fortuna a Pechino. Deve ora decidere quale posizione prendere.

Bortone dopo alcune commedie cerca di dare più consistenza al suo cinema con un dramma corale con tre storie e ovviamente il fil rouge che le attraversa, in questo caso, il caffè.
Riesce grazie ad un cast dove spiccano alcuni attori e personaggi tra cui Ahmed e il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini qui in una delle sue ultime prove.
Tre storie apparentemente diverse, dove la fatica a tirare avanti facendo una vita di stenti colpisce in maniera dolorosa ma con disagi spesso comuni. L'insoddisfazione è un altro elemento comune dove pur sondando diversi target generazionali e location, nonchè paesi diversi, a ognuno sembra sempre mancare qualcosa, quasi sempre la felicità, cercando un sogno per sentirsi qualcuno o attaccandosi ad un ggetto del passato o pensare di fare un passo in avanti dando alla luce un bambino.
Sono storie piccole, drammi quotidiani che riescono ad essere sentiti in un pubblico che non deve sforzarsi a creare una sorta di immedesimazione, sono intimamente vissute dai suoi protagonisti chi in cerca di speranze e salvezza o cercando di riscattarsi in qualche modo facendo una scelta avventata e pericolosa. Bortone tecnicamente riesce a comporre un bel puzzle dove il ritmo riesce ad essere costante senza mai annoiare e cercando di riscattarsi con dei climax in alcuni casi forti e inaspettati.

mercoledì 2 ottobre 2019

Non sono un assassino

Titolo: Non sono un assassino
Regia: Andrea Zaccariello
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Francesco Prencipe è vicequestore e amico fraterno del giudice Giovanni Mastropaolo, oltre che dell'avvocato Giorgio, di ricca famiglia ma che ha smesso di esercitare dopo una delusione d'amore e una caduta nell'alcolismo. Quando il giudice Mastropaolo viene trovato ucciso, Francesco, che è l'ultimo ad averlo visto, è il principale indiziato dell'indagine. Lui si dichiara innocente e si affida per la propria difesa a Giorgio, inoltre cerca di ricongiungersi con la figlia, che non gli perdona di aver lasciato la famiglia per un'altra donna. Tutti, inclusi i colleghi in polizia, accusano Francesco di essere una persona orribile e solo Giorgio sembra essere dalla sua parte, anche se da ragazzini Francesco finì per escluderlo e preferirgli Giovanni come amico del cuore. I tre strinsero anche un misterioso patto: non aprire mai un cassetto segreto della scrivania di Giovanni, dove lui aveva nascosto qualcosa che non ha mai voluto rivelare.

Zaccariello è un regista che dopo alcuni sfortunati film arriva ad una grossa produzione con un cast che nel cinema italiano vanta tra i nomi migliori e un soggetto tratto dal libro omonimo di Francesco Caringella, che mischia tanti elementi, strizzando l'occhio al cinema di genere tra noir, mèlo e troppi flashback da romanzo di formazione che incidono sul ritmo della pellicola finendo per farla diventare l'ennesima indagine soporifera e con pochi colpi di scena e un finale molto discutibile.
E'una prova di attori dove l'onnipresente Scamarcio cerca di fare quanto di meglio, Pesce non viene utilizzato a dovere come anche Boni con un trucco davvero discutibile.
E'un film complesso da gestire come tanti registi italiani stanno dimostrando, chi riuscendoci a metà e chi come in questo caso non riuscendo a mantenere viva la suspance.
Il film dura decisamente troppo, e quando non vediamo alcuni interminabili flashback, assistiamo a piani temporali confusi inseriti in maniera macchinosa dando l'idea di essere una fuga dal non riuscire a gestire tutta la macchina produttiva.
Per finire il climax finale su cui si concentra tutta la sinossi del film ha un epilogo fulmineo scandito da poche battute. Una scelta voluta oppure ancora una volta una difficoltà a decifrare tutta l'indagine e l'ambiguità del suo protagonista.
Zaccariello non è Soavi, le scene d'azione e di tensione praticamente non esistono e siamo ben lungi da pellicole come Arrivederci amore ciao ma anche rispetto a pellicole indie e sconosciute e con molto meno budget e attori di spicco come il Codice del babbuinoMalarazzaContagio o per certi versi più simile Ragazza nella nebbia.

venerdì 9 agosto 2019

Scappo a casa


Titolo: Scappo a casa
Regia: Enrico Lando
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 1/5

Michele è, per sua stessa orgogliosa definizione, "uno stronzetto viziato egoista" il cui unico obbligo è "rendersi la vita spensierata a profusione". L'uomo ha "la pretesa di decidere del suo destino: mica posso essere me stesso": infatti è un meccanico calvo e senza un soldo, ma si reinventa sui social ricco seduttore grazie ad un vistoso parrucchino e ad alcune auto di lusso prese a prestito dai clienti della sua officina, naturalmente a loro insaputa. Il suo motto è "I don't give a fuck" e si dichiara favorevole "alla disuguaglianza ingiustificabile", discriminando praticamente tutti, in particolare ne(g)ri e immigrati. Ma il destino cospira contro di lui, e un viaggio di lavoro a Budapest si trasforma da gita di piacere in incubo: Michele si ritrova senza documenti, smartphone e auto di lusso, e viene scambiato per un clandestino. Inizia così il suo calvario fra centri di respingimento più che di accoglienza e distretti di polizia programmaticamente ostili allo straniero. I suoi unici alleati saranno un medico e una bellissima donna africani che vanno in cerca di una vita migliore, invece che "spensierata a profusione".

Ormai se pensiamo alle commedie siamo sempre più allo sbaraglio capitanati da una cerchia di attori/registi/sceneggiatori che andrebbero messi in riformatorio a guardare i classici del cinema italiano.
Scappo a casa è un film inutile, difficilmente sopportabile, con un tasso di idiozia e demenza inarrivabile (certo esiste di peggio nel nostro cinema) e non arriva mai a dire nulla di valido, sostenere qualcosa che non sia banale e condito solo da stereotipi (e pure quelli più brutti).
Enrico Lando entra nella top ten dei registi italiani più immaturi che si siano mai visti nel nostro cinema, lavorando per cercare di deformare ancora di più la commedia all'italiana trasformandola in una galleria di volgarità, pretenziosità e dialoghi di indubbio gusto.
Il tema del razzismo trattato in maniera inusuale? Scappo a casa di cui si salva forse solo l'ultimo minuto che non è proprio un happy ending, lascia un comico esperto come Aldo Baglio senza collare e il risultato e un susseguirsi di situazioni e mimiche imbarazzanti che stufano dopo pochi minuti. Il resto degli attori sono squallidi a parte i figuranti di colore che almeno rimangono se stessi, ma vedere la Finocchiaro stufa e annoiata probabilmente per l'inconsistenza del suo ruolo non è che la ciliegina sulla torta di un film che si trascina sforzandosi solo di avere un montaggio a tratti adeguato.
La parte migliore, se ne possiamo trovare una, è certamente il primo atto dove scopriamo gli eccessi, le nuove mode, gli hobby, la solitudine dei social e altri elementi di certo attuali e sempre più inquietanti nella nostra società per dare monito di come siamo sempre più popolati da giovani/adulti immaturi con una scala di valori discutibili. Ancora una volta si cerca di trattare un tema importante ridicolizzandolo senza mai dargli sostanza e drammaticità. Quando si cerca di mettere una toppa lo si fa con qualche momento sdolcinato dove i buoni sentimenti cercano di sopraffare lo spettatore, il quale ormai dovrebbe essere stanco di questi trucchetti da quattro soldi.

Addio fottutissimi musi verdi


Titolo: Addio fottutissimi musi verdi
Regia: Francesco Capaldo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Ciro è un grafico che non riesce a trovare impiego stabile e ospita spesso in casa gli amici Fabio e Matilda, i quali litigano così costantemente che Ciro non riesce a dichiarare a Matilda i suoi sentimenti, nemmeno mentre lei sta per partire per l'estero in cerca di fortuna. Ciro è inoltre il dirimpettaio di sua madre, che lo controlla dalla finestra di fronte e lo rifornisce di manicaretti perché non diventi "sciupato". Tutto cambia quando, per accontentare Fabio, manda il curriculum a un sito che promette di diffonderlo nello spazio. La notte stessa viene rapito dagli alieni e, superato lo shock iniziale, scopre che questi hanno davvero bisogno di un grafico. Gli extraterrestri hanno però anche una ragione più sinistra per stazione così in prossimità al nostro pianeta...

Il cinema si sà è una forma d'arte complessa, diversa dai video virali su youtube o sul web.
Spesso chi si inoltra in questo impervio cammino si trova a dover fare i conti con una materia e una sostanza che devono intrattenere per un lungo arco di tempo cercando coerenza e originalità.
Pur trovando esagerato il successo dei the jackal, il film è davvero una commedia di indubbio gusto inguardabile, sfiancante e priva di ritmo, idee e originalità.
Continue allusioni che non portano da nessuna parte rimanendo dei non detti che servono solo a prendere tempo, battute vecchie e riciclate, citazioni a profusione ma di quelle brutte, effetti speciali esagerati e una recitazione che porta tutti sopra le righe.
Dispiace veder rovinato così l'esordio di un gruppo di youtuber, un film gonfio di aspettative che sul pressbok veniva definito “la carica surreale e lo spirito dissacrante del gruppo creativo”, quando non solo non si ride ma la noia si deposita e si dipana troppo presto nello spettatore che si aspettava almeno qualcosa che non fosse una lunga galleria di stereotipi, auto citazioni, e un Ciro Capriello davvero inguardabile e fastidioso con tutte quelle sue smorfiette che reggono per la durata di un paio di minuti. Speriamo che operazioni di questo tipo non si vedano più, dando soldi e possibilità a coloro che fanno cinema e non intrattenimento spiccio sul web.

venerdì 2 agosto 2019

Grande rabbia


Titolo: Grande rabbia
Regia: Claudio Fragasso
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Nell'arco di una giornata si consolida l'amicizia tra due giovani: Benny e Matteo, che in ventiquattr'ore ambieranno per sempre la loro vita. Benny ha la pelle nera, adottato in fasce da una coppia di veneti poi trasferitasi a Roma, rimasto orfano e solo è diventato un campione di fighting per incontri clandestini, dove con le scommesse in un colpo solo si possono guadagnare cifre a tanti zeri. Benny decide d'investire tutti i suoi risparmi in un ultimo incontro, quello che gli permetterà d'iniziare una nuova esistenza, nonostante la sua passione gli sia già costata il carcere. Matteo è bianco, lavora in un pub ed è nato a Roma, dove vive con il padre pensionato e il fratello minore che lo mantengono.

Fragasso è un regista con una storia e una filmografia alle spalle complessa e contorta.
Partito nel migliore dei modi è finito qualche anno fa a dirigere commedie becere con Jerry Calà e soci. Finalmente messi insieme un pò di quattrini, pochi e si vede, filma un film duro e compatto.
Una sorta di punto di vista sui fanatici fascisti a Roma in una periferia marcia vissuta dalle minoranze e teatro di stati di emarginazione e continui scontri tra etnie.
Un film che però prende subito le distanze da un film reazionario, puntando il dito sulle scelte e le conseguenze di due piccoli delinquenti accomunati dalla frustrazione per una vita avara di soddisfazioni che faranno un vero e proprio viaggio all'inferno tra combattimenti clandestini tra rom, per finire nel finale, nelle gabbie in uno scenario molto pericoloso.
La loro, come quella dei cittadini della periferia e delle fasce deboli, è una lotta contro un nemico invisibile dove a dettare legge sono i risultati di una ideologia post contemporanea quanto mai confusa che sfocia sempre in una guerra tra poveri.
Un film per alcuni aspetti amatoriale senza nessun volto noto, con delle facce da schiaffi e i risultati sono abbastanza imparziali. Sicuramente si nota fin da subito la capacità di coinvolgere diverse maestranze, fare un buon lavoro con centinaia di comparse (l'attacco alle case popolari finali dove si nascondono gli extracomunitari criminali quando la realtà è ben altra).
Fragasso cerca di inquadrare un fatto sociale, un dramma cittadino complesso, senza risparmiare critiche da tutti i lati (forze dell'ordine e case dei fasci) mettendo i giudizi e le scelte in mano a due teste calde che sanno solo picchiare uniti da un legame insondabile.
Un film discontinuo, imperfetto, con tanti errori tecnici, ma alla fine mettendo da parte i moralismi non è affatto male se si pensa al resto degli indie low budget italiani provenienti dalla capitale.



DolceRoma


Titolo: DolceRoma
Regia: Fabio Resinaro
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Andrea Serrano ha 29 anni, sa di essere uno scrittore, ma al momento campa lavando i pavimenti di un obitorio: difficile dare un senso alla propria esistenza quando ci si sente una comparsa nella vita degli altri, invece che il protagonista nel proprio storytelling personale. Tutto cambia quando Andrea pubblica il suo primo romanzo, "Non finisce qui", e un produttore, Oscar Martello, se ne dichiara così entusiasta da volerlo trasformare in film. In una Roma dove "nessuno dice quello che pensa e nessuno fa quello che dice", Martello non ha peli sulla lingua e si dimostra di parola, affiancando ad Andrea un regista e una protagonista, Jacaranda Ponti, che guarda caso è la donna dei sogni dello scrittore. Peccato che il regista si riveli un "Tarkovsky dei poveri" e trasformi "Non finisce qui" in un film inguardabile: la carriera di Andrea rischia di naufragare, così come quella della bella Jacaranda. Riusciranno i due a recuperare dignità, umana e professionale?

DolceRoma è l'ennesimo ritratto della capitale in un film che sembra rincorrere un'idea di cinema stratificato e complesso quando invece risulta a tratti estremamente già visto e infantile.
Non sembra proprio di vedere alla regia lo stesso di Mine film molto più riuscito forse anche grazie al fatto di non essere così ambizioso. DolceRoma è a briglie sciolte, sembra una farsa nemmeno poi così ironica, mostrando un altro aspetto di Roma dopo pellicole che in maniera molto più matura e funzionale ne hanno descritto gli eccessi e tutto il resto.
Si passa dalla commedia al noir, dalla satira al thriller, passando per il film d'azione, il crime e il "camorra movie" arrivando anche ad aggiungere un momento musical.
Senza mai azzeccarne uno in particolare bisognerebbe aggiungere... ma risultando un pasticcio coloratissimo che deve quasi tutto alla color correction e alla post produzione (aspetti che rendono il film con un'idea di cinema molto simile agli americani, facendone però un uso eccessivo e stracolmo che a lungo andare annoia o sembra una scelta radicale per districarsi da un impianto che fa acqua da tutte le parti).
Barbareschi troppo sopra le righe anche se affascinante e forse il più riuscito di tutti, Richelmy che sembra con lo sguardo volutamente perso per tutto il film, Montanari inguardabile, De Rienzo in un ruolo che non è il suo, l'unica che sembra quasi fare una bella figura, pur non piacendomi come attrice, è la Gerini che nella scena di nudo quando esce dalla vasca di miele risulta ancora molto bella e affascinante. Lo stesso non si può dire per la Bellè, femme fatale purtroppo stereotipata eccessivamente. A tratti davvero sconclusionato e fuori dai binari, sembra guardare proprio una certa idea di cinema pulp risultando però insufficiente in quasi tutti i momenti in cui cerca il parallelismo. Con una retoricità delle battute, il film sbanda continuamente risultando confuso e
sprecando purtroppo quel potenziale che sembrava avere fin dall'inizio.
Un montaggio troppo frenetico, una direzione degli attori lasciati ad auto gestirsi con i risultati spiacevoli descritti prima, parti meta cinematografiche a caso, intere sequenze delegate a montaggio e voce narrante, in più sembra iniziare come una commedia intellettuale per poi sfociare in troppe cose, dal thriller investigativo fino ad un finale telefonato ed un climax imbarazzante e tanti ma proprio tanti momenti che sconfinano nel trash.


mercoledì 10 luglio 2019

Paranza dei bambini


Titolo: Paranza dei bambini
Regia: Claudio Giovannesi
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Napoli 2018. Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O'Russ, Briatò vogliono diventare ricchi alla svelta, comprare abiti firmati e motorini nuovi. In particolare Nicola, la cui madre gestisce una piccola tintoria non resiste alla tentazione di entrare a far parte di una 'famiglia' camorrista. Il furto di una pistola lo fa sentire più uomo anche nei confronti di Letizia che gli è entrata nel cuore al primo incontro. In poco tempo diventa il capo del suo gruppo. Nicola ha 15 anni.

"Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza"
E'vero qualcuno forse dirà che il miglior cinema italiano, quello main stream, ruota spesso attorno ai temi della criminalità organizzata. In questo caso il filone cerca di inserire un connotato leggermente atipico dove ad essere protagonisti sono i ragazzini, quelli stessi visti nella serie di GOMORRA.
Il risultato supera le aspettative e sfiora quasi il capolavoro.
Neo realismo post-contemporaneo del cinema italiano? Sicuramente Giovannesi e Saviano hanno saputo fare un ottimo lavoro di squadra.
La miglioria apportata al film è da scovare nella sua messa in scena, nella mai banalità della sceneggiatura, di uno script e di un'idea che insegue e si muove a cavallo della realtà e infine un manipolo di attori più che in parte forse addirittura esaltati dall'idea di poter inscenare piccoli boss scelti tutti non professionisti direttamente dal Rione Sanità.
A differenza però della serie resa famosa o di alcuni piccoli protagonisti di Ostia, qui il tratteggio è proprio sulla formazione del manipolo di ragazzi, in particolare Nicola, della sua ascesa, tra richieste di pizzo, una ragazza da mantenere e a cui non far mancare niente, ad una madre che pur intuendo la scelta del figlio preferisce tacere per una casa di lusso, al sentirsi uomo con un arma tra le mani e infine gli omicidi, che dopo la prima esecuzione diventano normale routine.
Nel film di Giovannesi i ragazzini sfidano i boss minacciandoli senza mostrare paura o esitazione
Proprio per uscire però dal racconto di genere criminale di noir come appunto GOMORRA faceva, il film sceglie e adotta una soluzione per certi versi nuova, lavorando più su cosa succedeva agli adolescenti e i loro sentimenti quando sceglievano una vita criminale.

giovedì 4 luglio 2019

Nome della Rosa(2019)


Titolo: Nome della Rosa(2019)
Regia: Giacomo Battiato
Anno: 2019
Paese: Italia
Serie: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Alpi piemontesi, fine novembre del 1327. Il frate francescano Guglielmo da Baskerville, seguito dal giovane novizio benedettino Adso da Melk, raggiunge un'isolata abbazia benedettina per partecipare ad una disputa sulla povertà apostolica tra rappresentanti dell'Ordine francescano e del papato avignonese. All'arrivo nell'abbazia i due si trovano coinvolti in una catena di morti misteriose.

Il nome dell rosa è un classico senza tempo inserito tra i 100 libri più importanti al mondo.
L'opera immortale di Eco si è aggiudicata col tempo così tanti meriti oltre la capacità di mischiare i generi superandosi con una rigorosa descrizione del medioevo oltre che delle trame degli uomini di Chiesa. Un romanzo così dettagliato era stato già materia di un film importante e inarrivabile come quello di Annaud del '86.
Per prima cosa spenderò una parola sul cast. In un'opera del genere, probabilmente è l'elemento chiamato a fare la differenza. La versione del'87 era diabolica, nel senso che aveva tirato fuori dalle tenebre alcuni caratteristi che rimarranno indimenticabili con il risultato che l'abbruttimento, la sporcizia e i segni particolari indelebili creavano un'atmosfera e una galleria di "mostri" perfetti.
Il cast della serie da questo punto di vista, pur avendo centrato appieno alcuni personaggi, nel quadro generale, non riesce ad essere così "sporco" preferendo una pulizia generale meno funzionale a chi era rimasto affascinato da uno stile meno morbido e più spaventosamente incisivo.
Il personaggio di Guglielmo è stato pensato in due maniere molto distinte.
Da ambo le parti il personaggio è orgogliosamente fiero di sè per il suo acume e il talento a risolvere l'indagine. Nel film di Annaud, Connery mostrava quello spirito francescano più da monaco che non invece da ex inquisitore come promuove invece la caratterizzazione del nuovo Guglielmo interpretato da Turturro.
Nella serie avendo 400 minuti a disposizione per otto puntate viene dato molto più spazio alle questioni teologiche e i dibattiti politico religiosi tra monaci francescani e domenicani oltre che impero e chiesa, facendolo diventare più un thriller politico per alcuni aspetti rispetto al giallo grottesco di Annaud.
Un'altra differenza riguarda la storia d'amore di Adso che mentre nel romanzo e nel film avviene in un'unica scena di notte dentro le cucine dell'abbazia, qui viene descritta e narrata allungandola e dandole maggiori informazioni oltre che incrociarla con alcune sotto storie legate ai dolciniani.
Ed è proprio per questi ultimi che la serie ha fatto un saltino in più prendendosi un bel rischio tant'è che il risultato infatti è stato molto, ahimè lacunoso. Decidere di descrivere e mettere in scena i dolciniani era un elemento che speravo di vedere dal momento che tutta la loro parte all'interno del romanzo della setta eretica rimane uno degli aspetti più interessanti e allo stesso tempo tristi della vicenda per l'epilogo che ebbero i suoi componenti.
Fra Dolcino, Margherita e tutto il seguito qui vengono qui appena accennati messi come figure a far da sfondo quando c'era il tempo per descriverli meglio sfruttando il talento di un attore come Boni a dispetto della Scarano per Anna su cui si è insistito troppo senza peraltro far nulla di buono.
I paragoni tra il film cult e la serie sono per forza di cose insensati e improponibili: due media troppo diversi, con regole e linguaggi propri ma soprattutto intenti completamente diversi e commercialmente pensati su regole differenti a dividere pubblico e critica.
Il progetto Rai cerca fin da subito di omologare il target facendo un lavoro commerciale per tutti i gusti e preferendo l'opinione e i gusti del pubblico. Annaud di tutte queste "regole" sembra essersene fregato fin da subito e il risultato è evidente.
Un conto è avere a disposizione 132 minuti e un altro averne 400 per sviluppare la storia e i personaggi e inserire anche altre parti, essenziali al libro come lo è la parte più ludica (ma sempre colta) dedicata alla detection.


martedì 2 luglio 2019

Non ci resta che il crimine


Titolo: Non ci resta che il crimine
Regia: Massimiliano Bruno
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Moreno e Sebastiano sono due sfaccendati, anzi, come li definisce l'amico Gianfranco che invece è diventato un uomo di successo, due "poracci". Ma i tre sono cresciuti insieme, e Moreno e Sebastiano da bambini bullizzavano il piccolo Gianfranco, soprannominandolo "il Ventosa". Con loro c'era anche Giuseppe, che ora fa il commercialista precario e subisce le angherie del suocero, che lo paga solo quando gli pare. Sebastiano peraltro è intrappolato in un matrimonio infelice e Moreno, pur cercando da sempre il modo di "fare i soldi con la pala", non riesce neppure a pagare gli alimenti arretrati alla ex moglie. Nel tentativo di sfuggire a Gianfranco, Moreno, Sebastiano e Giuseppe si infilano in un cunicolo spaziotemporale che li catapulta all'epoca in cui erano bambini: il giugno 1982, per la precisione.

Ultimamente nel cinema italiano le più grandi soddisfazioni stanno arrivando dalle produzioni indipendenti a parte alcune serie tv con importanti nomi alle spalle (SUBURRA, MIRACOLO)
Al di là del titolo fessacchiotto che strizza l'occhio quando invece dovrebbe chiuderlo e basta, questa evidente operazione commerciale che dovrebbe omaggiare i polizieschi e le commedie del passato, risulta una delle ignominie a livello di scrittura più brutte che mi sia capitato ultimamente di vedere. Ci sono dei buchi di sceneggiatura grandi come bruciature di sigarette
Se poi contiamo che ormai gli attori sono sempre loro, che il romanaccio è diventato l'unico gergo italico, che la Pastorelli non dovrebbe recitare e che l'ironia qui cede il passo a qualcosa di grottesco che irrita anzichè far ridere, il risultato è un evidente fallimento confezionato e colorato il meglio possibile con una locandina farlocca che cerca di attirare i gonzi un po dappertutto
Inserire troppe mani nel reparto della sceneggiatura a conti fatti non produce nulla di buono (in questo caso otto mani); Bruno dovrebbe cambiare lavoro o mettersi al soldo delle serie tv italiane più becere televisive facendo invece lavorare gente come Soavi o i Manetti o altri ancora...
Sì è voluto fare qualcosa di insolito omaggiando cose a caso con il risultato che il film è l'ennesima commedia banale e senza profondità che esaurisce tutto il suo repertorio con dialoghi che sembrano persino improvvisati. Un nulla di fatto che ho paura che in fondo sia pure piaciuto per un pubblico sempre più paralizzato e in grado di non saper fare nessunissima critica.

Moschettieri del re-La penultima missione


Titolo: Moschettieri del re-La penultima missione
Regia: Giovanni Veronesi
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

1650 (o suppergiù). Dopo trent'anni di onorata attività al servizio della casa reale i quattro moschettieri hanno abbandonato il moschetto e sono invecchiati: D'Artagnan fa il maialaro e ha il gomito dello spadaccino, più un ginocchio fesso; Athos si diletta con incontri erotici bisex ma ha un braccio arrugginito e un alluce valgo; Aramis fa l'abate in un monastero e non tocca più le armi; e Porthos, dimagrito e depresso (ma lui precisa: "Triste e infelice"), è schiavo dell'oppio e del vino. Ciò nonostante quando la regina Anna d'Austria, che governa una Francia devastata dalle guerre di religione al posto del dissennato figlio Luigi XIV, li convoca per affidare loro un'ultima missione, i moschettieri risalgono a cavallo, di nuovo tutti per uno, e uno per tutti.

E ora di stendere un velo pietoso anche sull'ennesimo adattamento, in chiave elementare, del romanzo immortale di Dumas. La commedia all'italiana post contemporanea degli ultimi vent'anni (quella per intenderci spocchiosa e tamarra) vs la commedia all'italiana che ci ha fatto conoscere in tutto il mondo.
Questa nuova tendenza, quasi come un marketing del remake, sta facendo ancora una volta conoscere gli aspetti peggiori del nostro paese e del nostro cinema senza però inquadrarli con una lente che ne colga paradossi e limiti e corruzione ma bensì una tendenza a stravolgere quanto di meglio abbiamo dandone una maschera ignorante con un'ironia volgare e inutile che manca l'obbiettivo principale: coinvolgere e far ridere senza risultare troppo stupido.
Veronesi purtroppo è stato uno dei registi che ha distrutto maggiormente il nostro cinema relegandolo ad effimero accessorio con stupide storie d'amore e manuali di come non si dovrebbe girare un film.
Spiace. In primis per il cast che a parte Mastrandrea vedeva tutti perfettamente in parte anche se per quanto concerne la parlata e i dialoghi, Favino, con questo suo bisogno di ritagliarsi dialetti di ogni tipo ha grattato il fondo in più scene risultando e riciclando la maschera del rifugiato nel monologo a Sanremo.
Qualcuno poi ha provato a compararla all'Armata Brancaleone del passato. Stendiamo un altro velo pietoso. Nel film e nel regista manca prima di tutto il pathos quello che in una storia del genere per quanto la si voglia rendere fantasma di se stessa come un'auto parodia con il risultato che lo spirito dissacrante non riesce mai a graffiare a dovere e dove le scene rocambolesche di combattimento costantemente sospese tra azione e comicità, non convincono mai risultando quasi dei tentativi amatoriali così come la scenografia palesemente finta e che nemmeno per un istante riesce a catapultarci in quel periodo.


sabato 8 giugno 2019

Chiesa


Titolo: Chiesa
Regia: Michele Soavi
Anno: 1986
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In una cattedrale gotica nella Germania dei nostri giorni accadono fatti misteriosi. I sotterranei, aperti incautamente da un bibliotecario troppo curioso, fanno uscire un'orda di creature maligne che possiedono e contaminano tutti i visitatori. La porta della chiesa si chiude misteriosamente. Tutti gli occupanti sono uccisi o invasati. L'unico che resiste è un prete di colore che, a prezzo della vita, fa crollare la cattedrale seppellendo nuovamente tutti i suoi terribili segreti.

Soavi era l'unico erede al trono di Dario Argento. Peccato che la scarsa filmografia, i problemi con le major e altri interrogativi hanno fatto sì che del regista milanese ci rimanga meno di un pugno di film, per fortuna diversi dei quali da ricordare.
Sul filone del genere neo gotico italiano, dopo i maestri che al tempo dettarono le regole indiscusse del genere, toccò a Soavi regalarci almeno due film molto importanti per l'horror, il sottoscritto e il successivo Setta. La Chiesa ha una struttura molto più complessa, si avvale delle maestranze più in voga di allora, punta su un cast internazionale e strizza l'occhio alle opere del suo mentore.
Doveva essere diretto da Lamberto Bava e uscire come terzo capitolo della saga “Demoni”, invece Bava, già in accordi con la Fininvest per dirigere la miniserie televisiva Fantaghirò, fu rimpiazzato dal suo aiuto regista Michele Soavi.
Un film molto complesso e discusso dove il tema principale, che ritroveremo in altre opere dell'autore, sembra coincidere con la geografia di un luogo (in questo caso la chiesa) che racchiude tutto il male del mondo ed è pronto a diffonderlo come riprenderà anni più tardi Carpenter con alcune sue opere.
Soavi dimostra un talento che la maggior parte dei registi odierni si sognano e tutto passa da un'accurata cura formale di ogni singolo frame e dettaglio del film dove nulla è riposto a caso.
Come per Inferno(1980) di Argento anche in questo caso il confine tra fantasy e horror e labile aprendo le porte a diversi spunti. Dai cavalieri teutonici, il medioevo, le streghe, le rune celtiche, passaggi segreti, creature orrende, trabocchetti nascosti nella chiesa nemmeno fosse una piramide egizia.
La chiesa rappresenta uno dei migliori esempi dell’ultimo periodo del cinema horror italiano.
Seppur con qualche strafalcione nel secondo atto che ammorba un po il ritmo e il susseguirsi delle azioni, tutta la parte del gruppo di personaggi bloccata nella chiesa alle prese con le entità demoniache è perfetta, fino ad arrivare alle fosse comuni dove venivano gettati gli eretici e dove alcuni si risvegliano decisamente furibondi con la santa madre chiesa.



mercoledì 5 giugno 2019

Edhel


Titolo: Edhel
Regia: Marco Renda
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Edhel è una bambina nata con una malformazione del padiglione auricolare che fa apparire le sue orecchie "a punta". Affronta il disagio chiudendosi in se stessa e cercando di evitare qualunque rapporto umano che non sia strettamente necessario. La scuola e i compagni, per lei, sono un incubo. L'incontro con Silvano, il bizzarro bidello che inizia Edhel al mondo del fantasy, convince la ragazza della possibilità che quelle orecchie siano il chiaro segno della sua appartenenza alla nobile stirpe degli Elfi.

Al suo esordio Marco Renda centra l'obbiettivo costruendo una favola post contemporanea attuale e piena di significati e sotto testi.
Un film coraggioso che con il suo limitatissimo budget cerca di fare luce sul tema della diversità, sul cambiamento interiore, sulle paure e le ansie che dominano una bambina in una difficile situazione familiare (un lutto paterno) e infine dare voce e usare in modo significativo e mai esagerato alcuni elementi fantasy, dove quest'ultimo diventa conseguenza e mezzo per apporre nuovi stilemi che riescano a risultare realistici e funzionali.
Con una sapiente scelta di cast di nomi poco conosciuti ma già avvezzi al grande schermo, Renda non vacilla mai, intraprendendo questa dura sfida su un genere da noi scomodo e ostico.
Il risultato è un film che parla come dicevo di tante cose senza mai snaturarle come il disagio provato da chi è vittima di una malformazione, la crudeltà e la cattiveria dei bambini che a volte sembra coincidere con quella degli adulti, infine l'uso sapiente dei danni arrecati dai cellulari in un epoca dove fotografare chiunque e farsi selfie sembrano diventati ormai un'abitudine.
Renda pur fagocitato da una piccola trappola in cui avrebbe potuto fare ricorso spesso alla lacrimuccia facile, sceglie il percorso meno scontato dimostrando coraggio e un'amore sconfinato per il cinema e per le favole.

lunedì 3 giugno 2019

Arrivederci amore ciao


Titolo: Arrivederci amore ciao
Regia: Michele Soavi
Anno: 2006
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Giorgio è un terrorista di sinistra condannato all'ergastolo e rifugiato in un avamposto guerrigliero nel Centro America. Nel 1989, col crollo del muro di Berlino e successive smobilitazioni, Giorgio decide di rientrare in Italia ma soltanto per tornare ad essere un uomo normale. Consegnatosi alla polizia italiana, come da copione e su suggerimento del vice questore della Digos, Anedda, l'ex-terrorista "canta", rivelando i tanti nomi dei suoi vecchi compagni. Scontata una pena minima in carcere, il Codice Penale prevede cinque anni di buona condotta per ottenere la riabilitazione e Giorgio la vuole ad ogni costo e con ogni mezzo. La strada verso la reintegrazione sociale abbatterà vite colpevoli e innocenti. Giorgio non ripara, non risarcisce, non si pone interrogativi morali e i suoi delitti restano senza castigo

Soavi è uno dei registi contemporanei più interessati e capaci sul territorio.
Bastano pochi film per capire che il regista nostrano abbia i numeri come Dellamorte dellamore
In questo caso particolare parliamo di un film molto complesso che deve dalla sua una scrittura che ha avuto diverse mani da cui trarre materiale del romanzo di Massimo Carlotto che non ho letto.
Mi ha ricordato per certi versi nella messa in scena il film di Incerti Complici del silenzio
Soavi continua a prediligere il cinema di genere inserendo tutto il suo cinismo e la sua violenza all'interno della pellicola, facendo fare i salti mortali ad un cast funzionale dove Boni può togliersi le catene e urlare tutto il suo disagio espresso con la sua carica fisica ed emotiva.
La volontà e il bisogno di fare cinema per Soavi si vede fin dalle prime inquadrature per un autore purtroppo relegato ad essere un mestierante per fiction italiane imbarazzanti dove l'esperienza si nota subito. Qui gli esiti estetici sono per fortuna meno televisivi rispetto alla porcheria che gli tocca girare per la Rai, come addetto ai lavori, cercando di andare oltre, sovvertendo le regole dell'appiattimento stilistico e cercando di osare qualcosa di nuovo che il nostro cinema sembra aver dimenticato.



domenica 28 aprile 2019

Spietato


Titolo: Spietato
Regia: Renato de Maria
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Santo Russo, è un giovane calabrese che finisce ancora adolescente a Buccinasco, dopo che il padre è caduto in disgrazia con la 'ndrangheta. Qui cerca di mimetizzarsi, impara l'idioma locale e, trascorso ingiustamente un periodo in carcere, inizia a farsi strada nella criminalità. Le cose gli vanno bene, ma solo fino a un certo punto, tanto che si reinventerà come imprenditore, ovviamente con le mani in pasta in affari sporchi e pure coinvolto nel traffico di eroina. Santo sembra avere tutto, compresa un'artista come amante che lo circonda della bella società, ma la moglie molto cattolica inizia a capire chi ha sposato davvero...

De Maria dopo anni torna a collaborare con Scamarcio (un attore che negli ultimi anni ha dimostrato margini di miglioramento) con il risultato di omaggiare il crime movie/polizziottesco all'italiana (Lenzi e Fernando Di Leo) in un film godibile ma che lascia l'amaro in bocca.
Sembra una tipica prova di stile ad effetto con tanti accessori interessanti ma che si dimentica presto senza far luce o riflettendo su nulla, ma lasciando il crime movie come immagine di copertina e basta, lasciando così ai posteri temi come quelli della nevrosi della società contemporanea, lo stress della vita moderna, l'alienazione e il lavoro, tutti mali che andavano già delineandosi tra la classe operaia e esponenti di un ceto medio logorato di cui ancora non si parlava tanto e in cui Santo si sente di doverne far parte. Qui è tutto molto più semplice. Santo sceglie la vita criminale perchè più redditizia e perchè non vuole fare la fine del padre (visto come il fallimento da cui prendere esempio)
Santo Russo è solo l'ultimo di una galleria di criminali a cui il cinema ha saputo regalare volto e performance, intenti e progetti nonchè stili di vita e tutto quanto il resto.
Due ore di azione, dialoghi che vengono masticati velocemente senza lasciare alcuna riflessione, un divertissement ovvio, con una scenografia che fa da padrona e una buona prova attoriale.
Altro non c'è da dire. Lo spietato conferma la fretta e il bisogno di Netflix di impossessarsi di un nutrito stuolo di prodotti per abbellire un catalogo che ogni mese deve essere il più appetibile possibile.
La metafora del supermercato per me rimarrà sempre la più funzionale per spiegare Netflix.
Viene doverosa la domanda o il confronto se rispetto al cinema anni '70, che ripeto De Maria omaggia in primis con la colonna sonora, lì almeno veniva denunciato un certo abuso di potere, la mano dura delle istituzioni, la lotta criminale, qui invece sembra tutto eccessivamente tirato, la sceneggiatura è piatta e si vede che nella fretta si è cercato di sopperire a tanti limiti della pellicola.
L'intrattenimento, quello c'è, ma tutto il resto è lasciato alle smorfie di Santo/Scamarcio che sembra essere diventato dopo la collaborazione con Sorrentino e l'aiuto della Golino e della Tedeschi l'attore di punta italiano assieme a Borghi (il quale immeritatamente gli ha soffiato il David di Donatello).



Principe libero


Titolo: Principe libero
Regia: Luca Facchini
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Il 27 agosto 1979 Fabrizio De André e la sua compagna, la cantante Dori Ghezzi, vengono sequestrati nella loro tenuta agricola nei pressi di Tempio Pausania, in Sardegna. Verranno liberati quasi quattro mesi dopo. Da quel fatto si innesca un lungo flashback che racconta l'adolescenza e l'età adulta del cantautore, tra incontri, folgorazioni, vita privata e attività musicale, fino a tornare al rapimento e chiudersi sul matrimonio tra i due, nel 1989.

De Andrè è e rimarrà sempre materia sensibile per lo stuolo di fan che negli anni non accenna a frenarsi. Film che abbiano parlato della sua vita e delle sue opere finora non ci sono a parte i documentari Effedia-sulla mia cattiva strada.
Scegliere la fiction con due film che narrassero i fatti principali senza edulcorare nessun passaggio poteva essere una buona occasione per fare luce su alcuni momenti peculiari della sua vita non proprio chiari come la gestazione del rapimento in Sardegna, il rapporto con Tenco, e altre vicende interessanti dell'autore.
Facchini deve aver avuto tanto materiale da raccontare, forse troppo. Uno dei limiti maggiori del film è stato quello di dividere per comparti stagni gli stessi capitoli della sua vita in maniera troppo affrettata e macchinosa.
Durando, entrambi i film, quasi quattro ore mi aspettavo davvero una descrizione di Faber molto più elaborata dove l'artista potesse narrarsi raccontando la sua vita mentre qui la musica, i suoi testi, vengono sfruttati in maniera disfunzionale richiamando la canzone a descrivere la situazione senza peraltro connotarla e lasciandola così come sfondo senza mai entrarci dentro.
Il cast. Se la scelta di Marinelli, attore che dimostra di saperci fare in alcuni ruoli, è stata a mio avviso imperfetta (un attore romano con accento romano che interpreta un artista genovese che parla genovese, anche se la famiglia De Andrè era piemontese) dimostra il limite di un certo tipo di produzione a non avere il coraggio di fare un lavoro di casting opportuno e allo stesso tempo fallisce miseramente nella scelta di Valentina Bellè come Dory Ghezzi.
La scena iniziale del rapimento in Sardegna è da arresto alla troupe per quanto sia pessimo in tutte le scelte adottate.
Principe libero andava preso molto più sul serio come progetto. Funziona come racconto di 40 anni di vita privata di Faber, dalla prima adolescenza tra i caruggi al sequestro in Sardegna, ma non va oltre una descrizione televisiva senza quella ricerca o la voglia di scavare dentro Faber. L'aspetto migliore dei due film è di certo nella prima parte quando viene mostrato il rapporto tra Faber e suo padre, vera croce e delizia della vita dell'artista, interpretato in maniera eccellente da Ennio Fantastichini.



lunedì 22 aprile 2019

Suffering Bible



Titolo: Suffering Bible
Regia: Davide Pesca
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Il film è diviso in 5 atti (dedicati, ognuno, a un comandamento). A questi si aggiunge un sesto segmento che fungerà da introduzione e anche da epilogo.

Il cinema di Davide Pesca ha evidenti limiti di budget il che comporta una messa in scena piuttosto amatoriale ma curata nei dettagli come solo un regista che ama i suoi progetti è in grado di fare.
L'autore del progetto vanta i meriti migliori sicuramente negli aspetti tecnici a dispetto di una scrittura che riserva diverse lacune e non riesce sempre ad essere pungente o funzionale alla vicenda narrata. C'è da dire che quando si intraprendono gli estremi percorsi del gore e dello splatter è difficile cercare di ritagliarsi una sceneggiatura valida dal momento che è altra la materia da promuovere. Pochi in passato ci sono riusciti e parlo di maestri come Buttgereit nel bellissimo Schramm o Der Todesking con cui il film di Pesca ha alcuni elementi in comune col secondo citato e non parlo solo della divisione in capitoli.
E'la prima volta che mi avvicino al cinema di questo outsider italiano, diversamente il cinema indipendente amatoriale italiano continua a profusione a ritagliarsi produzioni, purtroppo auto finanziate, con progetti che rischiano di non essere mai distribuiti.
All'interno del progetto non mancano alcune citazioni come quelle ad un certo tipo di cinema sempre indipendente e grottesco come quello di Cipri e Maresco oltre al già citato Buttgereit. Difficile non notare la somiglianza in un cristo grasso e laido. Poche location, ambienti malsani con una scenografia ridotta all'osso che in un qualche modo serve ad aumentare lo smarrimento fisico dei personaggi. C'è tanta voglia e ricerca di promuovere una visione dell'estasi mistica, in questo caso la tortura, il sangue e la carne diventano simboli importanti di un'ideologia religiosa malata.
Martiri ma senza chiamare in causa il capolavoro di Laugier (vi prego) qui siamo in altri territori, in lande desolate dove l'avvicinamento alla santità, alla salvezza e al divino passa attraverso il sacrificio, ma senza quella ricerca che ha portato Anna a scoprire quel passaggio segreto nel sotterraneo.



sabato 20 aprile 2019

Euforia


Titolo: Euforia
Regia: Valeria Golino
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Matteo è un giovane imprenditore di successo, spregiudicato, affascinante e dinamico. Suo fratello Ettore vive ancora nella piccola cittadina di provincia dove entrambi sono nati e dove insegna alle scuole medie. È un uomo cauto, integro, che per non sbagliare si è sempre tenuto un passo indietro, nell'ombra. La scoperta di una malattia grave che ha colpito Ettore (della quale lo si vuole tenere all'oscuro) spinge Matteo a tornare a frequentarlo e ad occuparsi di lui.
Nelle note di regia è la stessa Golino ad offrire una definizione del termine che dà il titolo al film: "Si tratta di quella bella e pericolosa sensazione sperimentata dai subacquei nelle grandi profondità: un sentimento di assoluta felicità e di libertà totale".

Al suo secondo film la Golino fa centro con un film solido, maturo e carico di sentimenti ed emozioni.
Pur non essendo un estimatore della commedia italiana degli ultimi anni, non posso esimermi dal definire questo dramma un importante segnale di vita e di cinema del nostro paese.
Euforia parla di ricongiungimenti, dolore, malattia, rapporti frivoli e una sorta di malessere generazionale. Tutto attraverso lo sguardo di due fratelli, uno in particolare Matteo e la sua famiglia borghese romana cercando di tenere tutto sotto controllo socialmente ed economicamente in un precario equilibrio tra auto giustificazioni professionali (i nuovi campi profughi) e un'insoddisfazione di fondo tacitata con sesso e droghe.
Il film della Golino è infarcito di empatia, di sguardi, di smorfie, sorrisi, tristezza, malinconia e solitudine. Sembrano voler vincere l'angoscia e lo smarrimento ma alla fine quello che più si apprezza e la volontà nonostante le difficoltà da parte di tutti di andare avanti. L'affiatamento tra Scamarcio e Mastrandrea strano a credere ma funziona, coinvolge e a volte fa pure sorridere.
Euforia è un toccasana per i malati, per gli indomiti depressi. La scelta delle scene e dei momenti sono semplici senza troppe costruzioni o scenografie gratuite per mostrare come spendere i soldi del budget. Le poche scene madri presenti nel film, che vedono sempre faccia a faccia Matteo ed Ettore riescono a mantenersi credibili. L'aspetto che ho apprezzato di più essendo un diario del dolore e dell'attesa, è stata la scelta della Golino di fare a meno del pietismo o della commozione come invece capita in tantissime altre commedie nostrane.
In più l'amicizia con la Tedeschi e il film I VILLEGGIANTI deve aver contribuito nel saper gestire l'improvvisazione degli attori e creare tanti momenti involontariamente ironici.

giovedì 18 aprile 2019

New city maps


Titolo: New City Maps
Regia: Giorgia Dal Bianco
Anno: 2018
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Nel documentario gli spostamenti delle persone migranti ridisegnano e trasformano le coordinate del paesaggio urbano di Roma a partire dalle relazioni che stabiliscono con lo spazio pubblico

Giorgia Dal Bianco non è una regista, tanto meno una documentarista. E'un'architetta che si è trovata in mezzo a questo notevole e sperimentale progetto a Roma contribuendo a renderla un'opera video. In questo modo è riuscita a far diffondere questo esperimento condotto da lei e l'equipe, con l'intento di fare in modo che magari altri possano prendere spunto da questo progetto e adoperarsi per aiutare a rendere la capitale un posto migliore per i migranti.
Il breve documentario racconta dello spostamento dei profughi di diversi paesi monitorando il fenomeno dei rifugiati e altre tipologie in transito da Roma e le relazioni che questi stabiliscono con lo spazio pubblico.
L’obiettivo è quello di attivare un percorso di riflessione sul fenomeno e diffondere tramite una app e altre tipologie la possibilità di usufruire di un servizio gratuito e fondamentale soprattutto per i nuovi arrivati che muovono i primi passi nella capitale italiana.
New city maps analizza e descrive una geografia dei luoghi frequentati per soddisfare i bisogni primari. Questo flusso, anche attraverso la proliferazione di insediamenti informali nei luoghi dismessi di Roma, genera per forza di cose pratiche adattati (ovviamente va sempre aggiornato), New city maps ci mostra ancora una volta i mezzi e le risorse di chi non smette di mettersi al servizio dei cittadini.