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martedì 7 gennaio 2020

Pinocchio (2019)


Titolo: Pinocchio (2019)
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

Geppetto, minuto falegname senza famiglia, decide un giorno di fabbricare un burattino di legno per non sentirsi più solo. Mentre sta lavorando alla sua creazione il legno inizia a parlare e si accorge che il volto di Pinocchio si anima e prende vita. Preso da una gioia infinita, annuncia a tutto il suo paesello che adesso anche lui ha un figlio!
Pinocchio però ha un spirito libero e vivace ed andare a scuola, seguire le regole noiose del maestro lo annoia molto, così un giorno durante uno spettacolo di marionette messo in scena da Mangiafuoco, salta sul palco e finisce per diventare parte della compagnia ambulante convinto di aver finalmente trovato il suo posto.
Il naso di Pinocchio cresce a dismisura ogni volta che dice una bugia e farà molti incontri durante il suo cammino alla scoperta inconsapevole del mondo: Lucignolo, la Fata Turchina, i truffatori il Gatto e la Volpe e finirà per essere ingoiato da un’enorme balena dove ritroverà Geppetto, che per tutto questo tempo lo ha cercato disperatamente..

Garrone ha una dote indiscussa che nessun regista al mondo può comparare: saper maneggiare la fiaba.
Con Pinocchio, il regista nato con piccoli drammi indipendenti, fa semplicemente quel qualcosa in più che tutti ci aspettavamo, dando finalmente lustro e poesia ad una delle storie più belle e universali del mondo. D'altronde Pinocchio è come Gesù Cristo un figlio adottivo che scappa, muore e risorge. Garrone ha un budget enorme che gli consente di poter utilizzare tanto buon trucco e diversi effetti speciali in c.g senza mai però esagerare. Sceglie gli animali antropomorfi che abitano un regno inanimato come personaggi attivi come succedeva nel romanzo di Collodi a differenza di un'altra monumentale trasposizione, ovvero quella di Comencini, dove la scelta visto il tempo e la data di uscita, non permetteva di aggiornare tutta una serie di tecniche e scelte scegliendo e trasfigurando le vicende picaresche di Pinocchio nelle disavventure di un bambino che si trasformava in pezzo di legno quando si comportava male.
Il Pinocchio in questione, come quello di Comencini, non sembra saper discernere il bene dal male inizialmente, rimanendo indifferente a ciò che gli sta vicino e quanto gli viene detto. Allo stesso tempo è spietato e impulsivo nel correre via o lanciare un accetta in testa al grillo, in questo modo la sua educazione è episodica come le sequenze con cui il film è composto.
Entrambi sono film memorabili, quello di Garrone però si supera anche se il Geppetto di Manfredi rimane l'indiscusso numero. Peccato per lo stesso regista che qualche anno prima aveva regalato una perla del trash con la sua personale versione confusa e tremenda in più parti. Il film della Disney invece conserva sempre un certo fascino ma non si poteva azzardare a mostrare le crudeltà presenti nella storia.
Il regista si è ispirato alle prime illustrazioni che accompagnavano il testo di Collodi, quelle di Enrico Mazzanti, risalenti al 1883.
Pinocchio non dimentichiamolo mai, è un romanzo di formazione e di avventura, un viaggio dell'eroe che assembla tanti momenti diversi in tante location, paesaggi astorici diversi con altrettanti personaggi. Una galleria incredibile, difficile da riuscire a coniugare con tutte le parti del libro ecco perchè Garrone senza dimenticare nessuno dei due aspetti del romanzo, ha di fatto portato la narrazione più sull'avventura e le peripezie del burattino, che non sulla parte pedagogica del Grillo, anche se quelle con la Fatina rimangono.
Il film è poesia, sincero, commovente, straziante e doloroso in più parti, ancora una volta dopo IL Racconto dei Racconti che si confrontava con un'operazione anch'essa molto complessa ma avendo una narrazione corale e con diverse storie, il regista dimostra la sua vena naturale nel saper cogliere un immaginario fiabesco ricco di elementi fantastici e soprattutto senza dover fare compromessi come molti colleghi.
Il mondo ricreato crea un compendio di ciò che non era stato fatto in passato, riuscendo a bilanciare l'orrore di alcuni personaggi con i loro lati sensibili, giocando con lecito e il proibito, parti buffe e parti oscure più inquietanti che sembrano rincorrersi e poi cedersi il posto in maniera molto naturale.


Nest-Il nido


Titolo: Nest-Il nido
Regia: Roberto De Feo
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Un uomo nel cuore della notte cerca di lasciare una villa insieme a bambino poco più che neonato, ma un ostacolo lo manda fuori strada. L'uomo muore sul colpo mentre il bambino si salva e, dieci anni dopo, lo ritroviamo paraplegico, educato da una madre severissima e da un piccolo gruppo di borghesi che però si rifiutano di parlargli del mondo esterno. Le cose iniziano a cambiare quando una ragazzina viene presa a servizio come nuova domestica e Samuel si invaghisce di lei. La giovane lentamente sembra ricambiare e gli fa conoscere per esempio una musica diversa dalla classica che la madre gli ha sempre imposto di suonare. Questa educazione sentimentale si farà via via più dirompente...

The Nest è davvero una prova dell'ottimo stato di salute di un certo tipo di cinema nostrano.
Una favola gotica che gioca su diversi piani, come un meccanismo a orologeria che si prende il suo tempo per dipanare la storia, mettere alcuni paletti facendo intuire gli intenti e giocando sull'apparenza per cercare di non scoprire i suoi punti di forza.
Una regia quella di De Feo che irradia il cinema horror italiano, che rinforza il cinema di genere, facendo un salto in avanti molto importante e soprattutto per avere la deliziosa sfacciataggine di non sfigurare di fronte a pellicole straniere con budget altissimi.
The Nest è un'opera intima che sembra tracciare maledizioni, destini ormai segnati, rituali che non potranno mai cessare, case infestate da un malessere personale che come un virus ha contaminato tutto. A tratti sembra poter nascondere segreti come quelli di Society-The Horror altre volte risulta molto più fedele a prendere di mira i nostri maestri del cinema neogotico rinforzandolo con postille post-moderne. Un film che gioca con un'atmosfera impressionante su una sorta di oblio, lasciando il mondo esteriore lontano, come un nemico da cui prendere le distanze puntando tutto sulla magione e facendo molta attenzione a selezionare cosa entra e cosa esce, soprattutto la seconda.
Roberto De Feo alla sua opera prima compone un quadro famigliare destabilizzante, un microcosmo disturbato, paranoico e sinistro senza nasconderlo ma dandogli eros e thanatos, allo stesso tempo facendo un film moderno ma evitando facili sensazionalismi, giochi di volume, jump scared inutili ma rimanendo nel mood giusto di atmosfera e suspance.
Due parole poi sulla location, una villa costruita in un parco naturale vicino a Torino e caduta parzialmente in rovina, che la troupe ha risistemato facendone un luogo misterioso e suggestivo.


5 è il numero perfetto


Titolo: 5 è il numero perfetto
Regia: Igort
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Peppino Lo Cicero è un sicario di seconda classe della camorra in pensione, costretto a tornare in azione dopo l'omicidio di suo figlio. Questo avvenimento tragico innesca una serie di azioni e reazioni violente ma è anche la scintilla per cominciare una nuova vita.

Tra il 2017 e il 2019 ci sono stati importanti traguardi per gli esordi alla regia in Italia.
THE NEST, Go home-A casa loroCampioneEdhelMcBetterProfezia dell'armadilloKrokodyleTerra dell'abbastanzaFinchè c'è prosecco c'è speranzaMetti la nonna in freezerEnd-L'inferno fuori, tutti usciti in questi ultimi anni che confermano quasi sempre un cinema dalle idee chiare, tanti talenti e ottime maestranze e la voglia di puntare molto sul cinema di genere.
Il film di Igort, prima regia pur avendo già lavorato come sceneggiatore, è un film brillante, un noir scontato ma di lusso che a conti fatti mantiene un livello tecnico e attoriale indubbiamente sopra la media senza sfigurare di fronte ai film europei o americani.
Un noir che sembra uscito dal passato per sposare la modernità e raccontare una grapich novel senza mostrare l'ennesima storia drammatica di Camorra, cercando invece di sposare le mode visive della vignetta, mettendo tanta azione hard-boiled e cercando fino alla fine di non soffocare i ritmi action della storia con una struttura piuttosto lineare (tentativo meno riuscito).
Quindi l'azione come parodia, poche risate e toni molto seri, il bellissimo gioco di luci e ombre, i tratti fisici marcati per sottolineare alcuni personaggi e poi Toni Servillo ancora una volta immerso nel dare enfasi e caratterizzare un personaggio che si carica quasi tutto il peso del film sulle spalle.
5 è il numero perfetto fa delle sue imperfezioni i punti di forza, gioca col pubblico cercando di divertire, di regalare scene che potrebbero essere tutte delle tavole, senza avere quei fasti che hanno certi autori cinematografici, ma promuovendo comunque un tipo di cinema d'intrattenimento importante per il nostro paese in cui sempre più opere danno che la conferma che la salute generale, soprattutto nell'indie, è quella buona.

domenica 15 dicembre 2019

Last Heroes


Titolo: Last Heroes
Regia: Roberto D'Antona
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Nella tranquilla cittadina di Noara un profanatore di tombe appassionato di misteri, un venditore chiacchierone, una giornalista impertinente, un pigro nerd e la timida assistente di un misterioso bottegaio cieco e muto, si ritrovano insieme dopo che dove vent'anni prima avevano condiviso un terribile segreto. Ai giochi si uniscono anche due invasati di palestra e un poliziotto scettico che da tempo era sulle tracce del colpevole di un'inspiegabile mattanza di animali. Insieme, scopriranno l'antica maledizione di Kaisha e si ritroveranno a fronteggiare i demoni del passato.

A D'Antona bisogna voler bene e riconoscere gli sforzi fatti finora. Dopo i suoi spericolati primi lavori Wicked Gift e Fino all'inferno, arriva al suo horror main-stream possiamo definirlo, il progetto che per ora, vedi il budget e la messa in scena, rimane il lavoro più ambizioso, quello che si dice il passo in avanti.
Ora bisogna vedere che passo si vuole fare..
Last Heroes sceglie un titolo che strizza l'occhio al panorama estero, cerca di compiacere e auto-compiacersi, mette nel frullatore così tante simpatiche idee nonchè clichè e stereotipi che tutti i fruitori del cinema commerciale in fondo conoscono cercando così di mettere d'accordo tutti i target possibili.
E'un "Giocattolo" il suo ultimo film, che ha una certa durata, è recitato come può senza investire su attori noti o in gamba ma scegliendo e prediligendo la Big family della L/d production company.
Last Heroes ha sicuramente e indubbiamente fatto dei passi avanti, pur avendo preferito per i miei gusti personali Fino all'inferno che ho trovato più coraggioso, ed essendo un vero amante del cinema di genere più "volgare" e violento. Il problema del film è il suo essere così spielberghiano nel non inventare davvero nulla, mostrando streghe, maghi, infettati, il manipolo di eroi e i loro aiutanti presi dalla polizia o dalla palestra, senza scardinare nessun preconcetto o superare alcun modello drammaturgico consolidato nel settore ma diventando una telefonata galleria di luoghi comuni.
Un film classico, eccessivamente commerciale che piacerà tanto a chi cerca una favola semplice e attuale con tutti gli sforzi che comprende senza impegno o volendo applicarsi di vedere un decente lavoro di scrittura che di fatto non è avvenuto.
Chiunque volesse o cercasse quella sollecitazione in più che non è una battuta volgare o una scena di nudo, allora dovrà cercare altro, dovrà cercare "Il cinema di genere".



Io c'è


Titolo: Io c'è
Regia: Alessandro Aronadio
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Massimo Alberti è il proprietario del “Miracolo Italiano”, bed and breakfast un tempo di lusso ridotto ormai ad una fatiscente palazzina. La crisi che ha messo in ginocchio l’attività sembra non aver scalfito i suoi dirimpettai, un convento gestito da suore sempre pieno di turisti a cui le pie donne offrono rifugio in cambio di una spontanea donazione. Esentasse. Ecco l’illuminazione di cui Massimo aveva bisogno: se vuole sopravvivere deve trasformare il “Miracolo Italiano” in luogo di culto. Ma per farlo deve prima fondare una sua religione. È la genesi dello “Ionismo”, la prima fede che non mette Dio al centro dell’universo, ma l’Io. Ad accompagnare Massimo nella sua missione verso l’assoluzione da tasse e contributi la sorella Adriana, inquadrata commercialista, e Marco, scrittore senza lettori e ideologo perfetto del nuovo credo. Preparatevi a essere convertiti!

Io c'è è una commedia a tratti divertente, soprattutto nel primo atto dove riesce a dimostrare i contenuti migliori, abile nel saper trattare un argomento di solito abbastanza tabò per il cinema italiano, ma argomentandolo sui soliti clichè che lasciano purtroppo quel solito clima scanzonato da commedia all'italiana senza mai provare a osare quel qualcosa in più.
Il cast vede sempre i soliti noti, i quali cercano di dare man forte in un film spigliato con un buon ritmo e una decorosa messa in scena. Lo Ionismo, iper-moderno come qualsiasi altro culto che potevano scegliere si dimostra al passo coi tempi provando a lanciare una frecciatina alle religioni e al fatto che siano esen tasse, Imu e tutto il resto (almeno quelle note).
Il film finisce lì, diventando poi una storia d'amore, un siparietto con le solite scene che possiamo mettere a confronto in tutte le commedie recenti all'italiana, cambiando gli intenti dei protagonisti che si addolciscono, raggruppando in un assemblea tutti i disperati clochard e alte ingenuità di questo tipo senza peraltro aggiungere o insistere sulla critica.
La stessa religione si rivela molto meno simile ad un culto della personalità che ad un'assunzione individuale di responsabilità e un'accettazione delle proprie circostanze, d'altronde è un espediente travestita da una folla di fedeli che possa garantire lo sgravo finanziario alla struttura che ne ospita il ministero, ovvero il Bad&Breakfast romano di cui è proprietario Massimo Alberti.

sabato 23 novembre 2019

Gomorra-Quarta stagione


Titolo: Gomorra-Quarta stagione
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 4
Episodi: 12
Giudizio: 4/5

Genny Savastano, dopo la morte di Ciro, prova a cambiare vita, per il bene della sua famiglia, arrivando fino a Londra e inserendosi nel mondo dell’imprenditoria, per lasciare un futuro diverso al figlio Pietro. La moglie Azzurra inizia, a poco a poco, a conquistare un ruolo predominante nelle finanze familiari.
La guerra non è affatto finita. Il panorama si sposta così tra Scampia e Secondigliano, con Genny che convoca Nicola e Patrizia, esprime loro la sua preoccupazione sui fratelli Capaccio (ultimi due Confederati sopravvissuti) che non hanno intenzione di rispettare le condizioni poste loro da Savastano e Sangueblù e vogliono una nuova guerra.
Genny, però, spinto dalla moglie Azzurra che lo implora di sistemare le cose e di pensare al futuro del figlio Pietro, prova a cambiare vita, andando fino a Londra. Il suo regno resta nelle mani di Patrizia e Savastano riallaccia i rapporti con i Levante, un ramo della famiglia di Donna Imma.
E’ lo zio di Genny ad offrirsi di aiutarlo, ma potrà dargli fiducia e cosa chiederà in cambio?
A sostenere i fratelli Capaccio c'è Don Aniello, ma loro sembrano essere gli unici a volere la guerra. Enzo e il suo clan non la vogliono. E Genny approfitta di questo momento per lanciarsi nell’imprenditoria, per disegnare un futuro diverso al figlio a Londra.

A conti fatti non avrei mai pensato che una quarta stagione potesse essere non solo qualitativamente la migliore ma soprattutto la più matura, capovolgendo fronti, uscendo con idee e decisioni inaspettate, rifuggendo dai clichè, mostrando così tanti personaggi di spessore e finendo nell'ultimo episodio con un ritorno alle origini, tanta cattiveria e forse il monito più importante ovvero quello per cui in quei territori quando sei affiliato alla Camorra non puoi fuggire dal tuo destino.
Abbandonando l'insopportabile Ciro interpretato da Marco d'Amore un attore semplicemente detestabile oltre ogni limite, gli sceneggiatori hanno fatto una specie di ritorno alle origini muovendo tasselli nuovi, investendo sulle nuove dinamiche tra clan, aggiungendo importanti fattori contemporanei come l'importanza dell'imprenditoria, la politica, lasciando sempre aperta la porta degli inganni, dei compromessi e dei doppi giochi che in questa stagione diventando fondamentali.
Donna Patrizia che ottiene il controllo, una specie di tregua imposta da Genny nei primi episodi, le due famiglie che presto si sa come andranno a finire, quella dei Levante (vero colpo di scena) e i fratelli Capaccio.
Genny è però di nuovo il protagonista. Anche se la parentesi londinese lasciava qualche dubbio sulla velocità con cui si svolge l'atto, il nostro vero protagonista ha infine capito come dicevo che non si può fuggire dalle proprie origini diventando imprenditore e lasciando il caos a Secondigliano, scommettere su un aeroporto piuttosto che cercare di farsi amico il magistrato non è compito suo, almeno per ora. Genny Ha tradito il padre, ucciso il migliore amico e la boss di Secondigliano da lui stesso scelto. Finisce per chiudersi in un bunker, aspettando che le acque si calmino, senza poter vedere Pietro crescere e la moglie che sicuramente avrà un suo peso più avanti dal momento che in questa stagione ha deciso anche lei di avere un peso nelle trattative del marito. Mi sarei aspettato qualcosa di più da Sangue Blu che rimane il personaggio più in ombra della serie, cercando di mantenere un controllo a Forcella, intuendo compagni e traditori tra le sue stesse fila e in fondo mantenendo un codice morale che gli altri personaggi della serie sembrano aver cancellato per ovvi motivi.
Gomorra riparte più forte che mai, Saviano come gli sceneggiatori sanno bene dove aggredire il pubblico con scelte affinate dall'esperienza e una storia in fondo mai banale.
Il finale della stagione si apre con una delle faide più cruente che vedremo senza risparmiare nessuno, colpendo tutti e uccidendo alcuni protagonisti principali della stagione nell'ultimo episodio.



domenica 27 ottobre 2019

Troppo forte


Titolo: Troppo forte
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1986
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Oscar Pettinari fa la comparsa a Cinecittà anche se racconta di film di avventura di cui è stato il coraggioso protagonista. L'avvocato Giangiacomo Pignacorelli in Serci gli sente raccontare le sue imprese e gli propone una truffa nei confronti di un importante produttore americano. Dovrà fingere di essere investito dalla sua potente auto per poi spillargli denaro. Oscar, a cavallo della sua moto, esegue ma a investirlo è Nancy, la protagonista del film che il produttore stava per realizzare. La ragazza viene subito sostituita e si trova senza soldi ospite della trasandata abitazione periferica di Pettinari.

Al suo sesto film, Verdone abbassa leggermente i toni per una commedia molto divertente e girata molto bene grazie anche all'aiuto di Leone, ma sembra non avere quelle idee, quegli sprizzi e quell'originalità che lo aveva contraddistinto nelle opere precedenti.
Senza stare a usare di nuovo uno schema corale con più storie, il personaggio di Oscar è sempre lui, con le sue ansie e i suoi tormenti, il carattere da buono e la faccia angelica che non gli permette di essere un antagonista nel cinema come vorrebbe.
Ci sono alcune slapstick che seppur funzionano potevano essere scritte o girate meglio come quella ad esempio con Sordi. Rimangono comunque una galleria di trovate, dei soliti noti attori che ricompaiono, di alcune gag e battute coinvolgenti, la rimozione della milza dove Oscar s'è sempre vantato di aver perso durante una pericolosissima scena del film "La palude del caimano" o la natura mitomane schizofrenica del Pignacorellio o ancora la scena del flipper e l'incredibile sfida in moto col Murena.



Sacco bello


Titolo: Sacco bello
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1980
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Nella notte tra il 14 e il 15 agosto a Roma. Un bulletto sta per partire con la sua "sprint" in compagnia di un amico per la Polonia, in cerca di facili congressi carnali. Un capellone in tunica bianca distribuisce volantini dei Bambini di Dio ed è catturato dal padre, esuberante comunista, che lo trascina in un consiglio di famiglia. Un timido giovanotto mammone in partenza per Ladispoli è agganciato da una bella spagnola.

Uno dei migliori film di Verdone. In parte un film manifesto per quegli anni in cui di nuovo in uno schema corale in tre storie diverse, l'autore romano riflette sul nostro paese dandone un quadro veritiero, appassionante, al passo coi tempi, estremamente ansioso e disilluso.
Tre storie e contesti completamente differenti per cercare di indagare e studiare più elementi possibili cercando sempre di vivere di contrasti per quanto concerne le scelte di tre personaggi completamente diversi: Leo il timido impacciato, Enzo il burino e Ruggero il figlio dei fiori.
La Polonia e le donne facili, gli incontri con spagnole affascinanti, comunità hippie come quella dei figli dell'amore eterno. Verdone riesce a mantenere un ritmo per tutta la pellicola incredibile dove passiamo sempre da una situazione all'altra, dove la tensione e l'atmosfera sale fino alla tragedia che in maniera pacata attraversa tutti e lascia i personaggi in balia di se stessi continuando a inseguire i loro sogni e illudersi che tutto vada bene.
Sono tutti malinconici in fondo, loro e quelli attorno, i dialoghi e le scene riescono a diventare epocali e memorabili perchè tangibili e pieni di imperfezioni, con protagonisti illusi di poter cambiare il mondo o le persone attorno a loro. Il dialogo di Ruggero, Don Alfio, il professore e Anselmo è diventato forse il più famoso del film riuscendo a sistemare più questioni e vedere gli sguardi diversi delle istituzioni e della chiesa che si affacciano sui giovani di oggi, sulle mode, le tendenze, sfuggendo dal moralismo e rimanendo invece interessati da questi cambiamenti ideologici.

Verdone ha sdoganato nel suo cinema il modello del personaggio sfigato che col passare del tempo ci si affeziona per la sfortuna, il fatto di essere esageratamente impacciato e ansioso e il suo buon cuore.

Trevirgolaottantasette


Titolo: Trevirgolaottantasette
Regia: Valerio Mastrandrea
Anno: 2005
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Una giornata come tante in un comune cantiere romano rischia di finire in tragedia; una realtà, quella delle morti bianche, purtroppo confermata da dati statistici allarmanti.

Mastrandrea su sceneggiatura di Vicari e con Germano, Giallini e Trinca gira questo importante corto sulla tragedia delle morti sul lavoro, le "morti bianche" e il numero di 3,87, la media delle persone che ogni giorno in Italia muoiono in seguito a un incidente sul lavoro.
13' minuti dove l'incidente scatenante arriva quasi subito ma noi lo scopriamo come climax finale facendo in modo che tutta la storia che avviene dopo sia una specie di sogno o son desto, dove capita un po di tutto, dalla fanciulla dei propri sogni fino ad una festa.
Quelli che noi vediamo all'inizio nel cantiere non hanno il materiale necessario, non hanno caschetti, i ponteggi sembrano improvvisati e l'aria che tira è stagnante, come se ognuno di loro si trascinasse per fare uno sforzo e continuare il proprio lavoro.
Forse l'unica nota dolente e di averla buttata troppo nel sentimentale, con la scena con Trinca decisamente troppo lunga e inutile dal momento che aveva già detto quello che doveva (la scena del letto andava eliminata). Tra le riprese del making of che si trova su youtube alcuni momenti sono divertenti e mostrano il caro amico di Mastrandrea, Caligari sul set a dargli consigli. La loro è stata un'amicizia importante e a Valerio bisogna sempre dare merito di aver creduto e prodotto l'ultimo lavoro del regista romano scomparso pochi anni fa.

Guerrà degli Antò


Titolo: Guerrà degli Antò
Regia: Riccardo Milani
Anno: 1999
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Montesilvano, provincia di Pescara, ottobre 1990. Quattro giovani punk cercano di lottare contro il tran tran della vita di provincia. Per distinguersi, dato che si chiamano tutti Antò, si sono dati dei soprannomi. Antò detto Lo Purk vuole fuggire, decide di andare a studiare a Bologna, passa un po' di tempo nel capoluogo emiliano, cerca di seguire le lezioni ma non riesce a sentirsi coinvolto. Allora sceglie di recarsi ad Amsterdam, città di vera trasgressione. Antò Lo Zorru riceve la cartolina militare che lo destina in Iraq, dove è in corso la Guerra del Golfo. Vuole disertare, si fa fare a Bologna un passaporto falso, parte e raggiunge ad Amsterdam l'amico. Qui, in una stanzetta, Lo Zorru dice a Lo Purk di aver conosciuto una ragazza di cui si è innamorato, ma Lo Purk lo informa che si tratta di una ragazza chiacchierata per i molti rapporti che intrattiene. Lo Zorru si arrabbia, i due litigano, si incendia una tenda, la camera va a fuoco, la polizia rispedisce i due in Italia. Qui viene fuori lo scherzo: la cartolina-precetto era fasulla, una sorta di vendetta delle figlie di Treves, noto palazzinaro locale. Ancora una volta i quattro Antò si ritrovano sul lungomare, al bar Zagabria, a fare progetti di fuga per il futuro

Un po come per OVOSODO, si raccontano storie di disagio e inquietudine giovanile. Certo non siamo dalle parti dell''Ultimo Capodanno o PAZ, commedie che oltre ad intrattenere, riescono a far ridere di brutto ed essere anche in parte grottesche.
Nonostante il panorama abbastanza nuovo per la commedia italiana, i punk e i loro paesini d'origine, il problema grosso è sempre legato alle sceneggiature dei film di Milani, esageratamente sbilanciate dal punto di vista emotivo con il compito di cercare sempre la lacrimuccia facile, l'empatia a volte forzata con i personaggi, il fatto che debba sempre tutto risolversi nel migliore dei modi. Milani ha girato tanto rimanendo sempre nella commedia bonacciona  Come un gatto in tangenzialeBenvenuto presidente o il dramma il Posto dell’anima.
I protagonisti del film cercano di mettercela tutta, recitano se stessi in fondo, come tanti ragazzi di giù che appassivano nelle loro città deserte, cercando di rendersi degli outsider o dei diversi anche solo nei vestiti rispetto agli altri. In questo caso il clima disilluso, il fatto che i quattro ragazzi siano pure dei mezzi disadattati e sfigati aiuta, c'è li rende più reali e sinceri come il monologo di Lo Purk sul bisogno di scappare scoprendo però che andando via da un posto, non si scappa da se stessi o la scena di quando irrompono nel programma di Chi l'ha visto.
Per chi volesse un'altro sguardo sui punk deve recuperare il film migliore in circolazione fino ad ora Bomb city






Fratelli d'Italia



Titolo: Fratelli d'Italia
Regia: Claudio Giovannesi
Anno: 2009
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Uno sguardo alle vite di tre adolescenti di famiglie immigrate in Italia che frequentano un istituto tecnico di Ostia.

Come ti ambienti a Ostia quando sei cresciuto in un paese culturalmente molto diverso da quello d'origine. Tre storie diverse tutte di seconda generazione, dove ormai l'accento romano è sdoganato. La prima se vogliamo è quella che ha più elementi e spunti su cui riflettere. Tra i tanti ambienti ripresi, non solo uno, ma tutta la quotidianità che passa per le istituzioni, la casa, la strada, i ristoranti e le discoteche. Il lavoro è stato reso possibile sicuramente dagli ottimi rapporti che c'erano tra maestranze e i giovani coinvolti nel progetto tutti molto empatici e senza difficoltà a stare davanti alla telecamera, anzi.
La scuola nel rapporto con i compagni e soprattutto nella prima storia con l'insegnante, è quello che ha un valore pedagogico più importante perchè attraverso lo scontro tra docente e alunno capiamo subito un sacco di elementi e il distacco iniziale tra i due porta ad un rapporto di fiducia anche se a volte in maniera troppo banale e telefonata.
Fratelli d'Italia, che pensavo parlasse dei giovani fascisti, ha però degli evidenti limiti se non vogliamo chiamarli problemi. C'è qualcosa in quella quotidianità che emerge dai vissuti dei ragazzi e come si comportano che lascia intendere come il fatto di sentirsi delle star gli abbia sicuramente influenzati nella naturalezza dei gesti mentre dall'altro se il film voleva documentare efficacemente i problemi dell'integrazione e del retaggio culturale dei giovani che vivono, il forte dissidio di trovarsi accentrati fra due culture di fronte al quale reagiscono con la paura o con un atteggiamento ribelle, il risultato è un altro, filmando invece dei ragazzi che dal punto di vista dell'integrazione non hanno problemi, se non con i genitori che chi per la scuola, chi per i valori religiosi si oppongono a questa condotta, trovando nell'ambiente esterno altri collanti sociali.


giovedì 24 ottobre 2019

Traditore

Titolo: Traditore
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Sicilia, anni Ottanta. È guerra aperta fra le cosche mafiose: i Corleonesi, capitanati da Totò Riina, sono intenti a far fuori le vecchie famiglie. Mentre il numero dei morti ammazzati sale come un contatore impazzito, Tommaso Buscetta, capo della Cosa Nostra vecchio stile, è rifugiato in Brasile, dove la polizia federale lo stana e lo riconsegna allo Stato italiano. Ad aspettarlo c'è il giudice Giovanni Falcone che vuole da lui una testimonianza indispensabile per smontare l'apparato criminale mafioso. E Buscetta decide di diventare "la prima gola profonda della mafia". Il suo diretto avversario (almeno fino alla strage di Capaci) non è però Riina ma Pippo Calò, che è "passato al nemico" e non ha protetto i figli di Don Masino durante la sua assenza: è lui, secondo Buscetta, il vero traditore di questa storia di crimine e coscienza che ha segnato la Storia d'Italia e resta un dilemma etico senza univoca soluzione.

Mi sono sentito tradito da Cosa Nostra che ha abbandonato quel sistema di valori al quale avevo consacrato il mio giuramento. La mafia aveva dei suoi valori, non si uccidevano i bambini e gli anziani confessa nelle prime battute Buscetta a Falcone. Ma quali valori? risponde subito il giudice come a far immediatamente capire il muro che c'è tra i due, una barriera che solo il tempo farà sì che si venga a creare una solida e robusta collaborazione.
Il Traditore è un ottimo film di mafia, una sorta di sigla del nostro paese quando si tratta di crime-movie, che riesce, grazie ad un importante budget e una galleria di attori tutti in parte, ha delinea un fatto sociale che spero tutti conoscano e che il film ci tiene a documentare cercando di essere il più verosimile possibile.
E'un film da guardare con i sottotitoli, dalle prove attoriali intense, da alcune roboanti scene d'azione, gli arresti, le torture, i continui cambi di location e infine il tribunale.
Un'epopea di più due ore e mezza dove tutto sembra predestinato per arrivare in quell'aula dove qualcuno si aspettava di sentire il ruggito dei leoni mentre invece sembravano esserci  solo squittii.
C'è una storia di legami di famiglia, di omicidi, di condanne, un rapporto di lavoro e poi di amicizia tra il boss dei due mondi e Falcone fino al climax finale dove tra le condanne (366) e la morte del famoso giudice con cui il pentito ha passato ben 45 giorni, assistiamo a tanti pezzi di storia d'Italia, praticamente l'ultimo ventennio del '900, che si concludono in un momento che avrebbe potuto cambiare le sorti della mafia e del paese ovvero quando Buscetta prova ad attaccare quello che per lui è il vero male: la politica e dunque Andreotti.

Borotalco

Titolo: Borotalco
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1982
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Sergio, imbranato e grigio venditore porta a porta, assume l'identità di un affascinante viveur per far colpo sulla bella Nadia. Ma a poco a poco il vortice delle menzogne sulle quali ha costruito il suo rapporto con Nadia lo porta a non riuscire a liberarsi del personaggio che millanta di essere, con tragicomiche conseguenze. Verdone sceneggia e dirige un film molto divertente, originale e costruito in maniera eccellente.

Verdone ha avuto una fase come regista, sceneggiatore e attore molto intensa, viva e brillante. Con molta astuzia e avendo avuto alcuni maestri di rara importanza, l'autore romano ha saputo tradurre molto bene l'ansia e i paradossi di questo paese, in alcuni film che rimarranno delle commedie nostalgiche importantissime e molto divertenti, per certi versi dei veri e propri cult che non tramonteranno mai, avendo sempre quell'importanza storica di farci rivivere un'epoca passata.
Un personaggio tragicomico senza essere così demenziale come lo era Fantozzi.
In questa commedia sugli equivoci, sul ritratto spensierato di una generazione che credeva ancora nella musica come forma artistica e non puramente commerciale.
Borotalco è una ricostruzione realistica dei sentimenti dei giovani di allora un po come ECCE BOMBO di Moretti, di una certa epoca poi detta, della trasformazione tecnologica, degli evasori, dei sognatori che sperano di incontrare Lucio Dalla e di molte altre situazioni e questioni nostre nazionali con il montaggio, le gag, il ritmo e i dialoghi sempre calzanti.
Un film che narra della difficile barriera tra realtà e fantasia che investe i cialtroni come il simpatico e cazzaro Manuel Fantoni (cargo battente bandiera liberiana è storia..)alle fantasie della Vandelli che come Sergio frustrati dalla normalità e da amori di poco conto, reagiscono con una fuga verso un mondo che non è il loro e non corrisponde a quello reale.

Go home-A casa loro

Titolo: Go home-A casa loro
Regia: Luna Gualano
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Roma. Viene aperto un centro d’accoglienza per migranti, e come di consueto, manifestanti di estrema destra rivendicano quelli che credono essere i loro diritti, con un picchetto al di fuori dell’edificio. D’un tratto l’impossibile: un attacco zombie invade l’aria in cui è sito il centro d’accoglienza, morti o zombiezzati tutti i protestanti rimane solo Enrico, un fascistoide che in ultima istanza pensa bene di trovare rifugio anch’esso all’interno della casa d’accoglienza, nascondendo a tutti la sua vera identità.

Horror italiani indie low budget sugli zombie non sono stati tanti negli ultimi anni.
C'è stato End-L'inferno fuori di Misischia e poi più nulla se contiamo le opere che almeno dal punto di vista della produzione e della distribuzione possano definirsi decorose e non "troppo" amatoriali.
Portato a termine grazie ad un’operazione di crowdfunding, Go Home unisce intrattenimento e critica sociale, seguendo le orme di Romero e Peele, senza riuscire ad emergere come avrebbe potuto, prendendosi più sul serio e portando a casa qualche buona scena.
Come risultato non è male ma a livello tecnico i limiti del film sono evidenti così come gli sforzi di Gualano che però incappa in alcuni difetti e problemucci che non sono nemmeno solo tecnici.
Ci sono dei momenti di una banalità profonda e tanti stereotipi come il ragazzino che sogna di giocare al pallone sempre in silenzio con gli occhioni languidi, il gigante nero buono che viene dall'Africa, la madre (nonchè unica donna) sfuggita alla guerra che rincuora il figlio (sempre quello del pallone). Momenti dove nelle scene d'azione il vuoto è abissale come prova attoriale, per le scene horror che non provano nemmeno a fare paura e poi i pestaggi, soprattutto quello iniziale dove sembra che stiano dando dei passaggi alla palla e non prendendo a calci i manifestanti davanti al centro d'accoglienza. Senza stare a precisare un baio di battute davvero fuori luogo e imbarazzanti per dare ancora più consistenza al dramma dei migranti.
Zombie-movie in un centro d'accoglienza. Certo l'intuizione non è male, ma non lo era nemmeno Dead Set con gli zombie in Inghilterra che attaccavano i membri della casa del grande fratello. Quella piccola mini serie però era violenta, aveva tanto ritmo e gli zombie facevano paura. Qui la metafora dello zombie migrante funziona a tratti, i fasci fanno più paura, l'ansia non si avverte mai e Roma sta perdendo sempre di più se stessa e il film infine si aggrappa in troppi momenti a stereotipi rassicuranti.

Ride

Titolo: Ride
Regia: Valerio Mastrandrea
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Carolina è vedova da una settimana e non riesce a piangere. Seduta sul divano, assorta in cucina, in piedi alla finestra, scava alla ricerca delle lacrime che tutti si aspettano da lei. Anche Bruno, il figlio di pochi anni che sul terrazzo di casa 'mette in scena' i funerali del genitore. Nessuno, nemmeno il padre e il fratello di Mario Secondari, giovane operaio morto in fabbrica, sembra riuscire a fare i conti col lutto. Tra un occhio nero e una nuvola carica di pioggia, Carolina farà i conti con l'assenza.

Ride è l'esordio alla regia per Mastrandrea. Recita la compagna, la Martegiani, un'attrice che riesce in un difficile ruolo a dare una bella catarsi ad un personaggio complesso da mantenere per tutta la durata del film. Ride sembra il punto focale nella carriera di un attore che in questi anni si è confrontato diverse volte con il tema del dolore e della morte dopo aver dato vita nel 2005 ad un corto molto simpatico TREVIRGOLAOTTANTASETTE.
Il film della Golino del 2018 Euforia e poi lo stesso anno la serie tv LA LINEA VERTICALE.
Ride è un dramma sulle morti bianche, una denuncia sociale che presto però lascia il passo ad un quadro più intimista, un approfondimento psicologico sull'elaborazione del lutto, molto pacato, lento, minimale, un film che sembra un mosaico di sguardi lontani e bloccati dalla morsa della perdita, una morte prematura che il regista sgocciola poco alla volta concentrandosi sulle ultime 24 ore che precedono il funerale della vittima.
La galleria di personaggi che fanno visita a Carolina sembrano ancora più assenti della protagonista come se avessero loro per primi bisogno di essere sostenuti.
Il problema del film è legato ad un castrazione che sembra colpire e unire tutti in un pianto disperato e silenzioso che si cerca di non esternare, con il rischio e la sensazione che tutti siano stati troppo frenati e lasciati a fluttuare in una sorta di limbo.



lunedì 7 ottobre 2019

Campione

Titolo: Campione
Regia: Leonardo D'Agostini
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Christian Ferro sembra avere tutto dalla vita: a vent'anni, vive in una megavilla con più Lamborghini in garage, ha una fidanzata influencer, migliaia di fan adoranti e un contratto multimilionario con la AS Roma. Ma la sua brillante carriera di attaccante è messa a rischio dal carattere iracondo e dalla bravate cui si abbandona, istigato da tre amici che lo provocano accusandolo di essersi "ripulito". Il campione infatti viene dal Trullo, quartiere periferico della Capitale, e ha alle spalle anni di miseria e degrado, un padre assente e una madre scomparsa troppo presto. Non c'è personal trainer, psicologo o life coach che tenga: Christian continua a comportarsi come un asociale, coperto dall'impunità che accompagna quei campioni cui il pubblico perdona (quasi) tutto. È a questo punto che il presidente della Roma decide di far affrontare a Christian l'esame di maturità, per inculcargli un po' di disciplina e migliorarne la pessima reputazione. Al fine di preparare il ragazzo all'esame il presidente ingaggia Valerio Fioretti, un professore di liceo che dà lezioni private dopo aver lasciato l'insegnamento in classe. Valerio non sa nemmeno chi sia Christian Ferro (difficile da credere, per uno che abita a Roma....) e accetta l'incarico a fronte di un compenso mensile che è tre volte il suo ex stipendio. Ma anche lui ha qualche esame esistenziale da superare.

Il gioco del calcio si è visto poco nel cinema, in particolare in quello italiano.
La storia dell'esordio di D'Agostini prodotto da Matteo Rovere e Sibilia è un classico escamotage per parlare di drammi quotidiani, la fuga dalla realtà, i disagi sociali, cercare di mettere la testa a posto, insomma i classici ingredienti che parlano di storie di successo e solitudine. A fare la differenza nonostante una trama abbastanza prevedibile, è la sinergia tra gli attori, la messa in scena, qualche momento divertente e una recitazione che cerca di puntare in alto dove in fondo l'unico vero protagonista è Accorsi.
La relazione tra il professore e il campione della Roma ha tutte le carte in regola, partendo basso per poi cercare di far emergere tutte le difficoltà e i piedi per terra di una persona semplice che si rapporta con un ragazzo pieno di problemi con i suoi pregi e i suoi difetti, con l'obbiettivo di fargli passare gli esami cercando un sistema per fargli apprendere i concetti e qui gli schemi del calcio diventano una bella trovata per trovare l'alleanza che mancava. Quello che funziona e che da brio alla storia è proprio quella di aver caratterizzato due personaggi uno molto demotivato e con un dramma alle spalle e l'altro il tipico viziato e indisciplinato che ha ottenuto tutto troppo in fretta. La loro amicizia diventa così l'escamotage che porta avanti tutto il film cercando di renderlo autentico per quanto possibile e per quanto pu fare la commedia italiana spesso finendo per arsi autogol. Non è questo il caso per fortuna.

Bianco rosso e Verdone

Titolo: Bianco rosso e Verdone
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1981
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Il film è un comico road movie ambientato in Italia, nei primi anni ottanta, durante un fine settimana elettorale. I protagonisti, le cui storie si intrecciano ripetutamente durante il film, sono tre uomini in viaggio per raggiungere i rispettivi seggi elettorali, tutti e tre interpretati da Carlo Verdone: Furio, un funzionario statale estremamente logorroico e morbosamente pignolo, Mimmo, un giovane ingenuo e goffo ma allo stesso tempo premuroso con sua nonna e Pasquale, un emigrato del Sud Italia residente a Monaco di Baviera, che in Italia trova una accoglienza tutt'altro che calorosa.

Verdone è un regista che ho conosciuto e ho potuto amare tardi sempre avvezzo a scegliere un altro cinema d'autore italiano e relegandolo ad essere una semplice macchietta in un panorama vastissimo di cinema che approfondiva i generi e giocava molto con la commedia all'italiana.
Il film in questione è una bella riflessione di tanti elementi squisiti della nostra cultura, una cartina impazzita per l'Italia, mode, linguaggi, fobie, disagi, limiti e tutto quello che poteva essere il nostro paese di quegli anni.
La lente di Verdone è in grado di approfondire e analizzare in maniera splendida e molto psicologica, se vogliamo anche antropologica, le squisite faccende nostrane, ritagliandosi dei ruoli quasi grotteschi e indimenticabili, giocando in una commedia che tocca momenti molto drammatici e situazioni comiche e tragicomiche.
Deve tanto a Leone e Sordi, suoi maestri di cui soprattutto dal secondo prende tanti spunti recitativi. Verdone riesce dopo UN SACCO BELLO a smarcarsi bene da una situazione all'altra passando dal dramma alla comicità e allo stesso tempo miscela il grottesco, la comicità, la farsa, con un'ombra di sotterranea malinconia, che dà alle sue macchiette consistenza e verità umane

Caffè

Titolo: Caffè
Regia: Cristiano Bortone
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

In Belgio l'iracheno Ahmed ha un piccolo negozio in cui conserva una preziosa caffettiera d'argento. Durante una manifestazione dei teppisti fanno irruzione nell'esercizio e la rubano. Uno di loro però perde i documenti e Ahmed lo rintraccia con il desiderio di farsi restituire il maltolto. A Roma Renzo, un barista appassionato di aromi di caffè, viene licenziato e va a cercare lavoro a Trieste presso un'importante industria che importa il prezioso prodotto e in cui spera che le sue competenze vengano valorizzate. Ciò però non accade e il giovane, la cui compagna attende un figlio, è tentato dall'idea di compiere un furto. In Cina Fei è un manager di successo che sta per sposare la figlia del proprietario di una grande industria del settore chimico. Un giorno viene incaricato di far ripartire una fabbrica che è stata bloccata da un guasto nello Yunnan che è la sua regione di origine. Fei si accorge dei rischi che corrono la popolazione e le piantagioni di caffè che aveva abbandonato da giovane per cercare fortuna a Pechino. Deve ora decidere quale posizione prendere.

Bortone dopo alcune commedie cerca di dare più consistenza al suo cinema con un dramma corale con tre storie e ovviamente il fil rouge che le attraversa, in questo caso, il caffè.
Riesce grazie ad un cast dove spiccano alcuni attori e personaggi tra cui Ahmed e il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini qui in una delle sue ultime prove.
Tre storie apparentemente diverse, dove la fatica a tirare avanti facendo una vita di stenti colpisce in maniera dolorosa ma con disagi spesso comuni. L'insoddisfazione è un altro elemento comune dove pur sondando diversi target generazionali e location, nonchè paesi diversi, a ognuno sembra sempre mancare qualcosa, quasi sempre la felicità, cercando un sogno per sentirsi qualcuno o attaccandosi ad un ggetto del passato o pensare di fare un passo in avanti dando alla luce un bambino.
Sono storie piccole, drammi quotidiani che riescono ad essere sentiti in un pubblico che non deve sforzarsi a creare una sorta di immedesimazione, sono intimamente vissute dai suoi protagonisti chi in cerca di speranze e salvezza o cercando di riscattarsi in qualche modo facendo una scelta avventata e pericolosa. Bortone tecnicamente riesce a comporre un bel puzzle dove il ritmo riesce ad essere costante senza mai annoiare e cercando di riscattarsi con dei climax in alcuni casi forti e inaspettati.

mercoledì 2 ottobre 2019

Non sono un assassino

Titolo: Non sono un assassino
Regia: Andrea Zaccariello
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Francesco Prencipe è vicequestore e amico fraterno del giudice Giovanni Mastropaolo, oltre che dell'avvocato Giorgio, di ricca famiglia ma che ha smesso di esercitare dopo una delusione d'amore e una caduta nell'alcolismo. Quando il giudice Mastropaolo viene trovato ucciso, Francesco, che è l'ultimo ad averlo visto, è il principale indiziato dell'indagine. Lui si dichiara innocente e si affida per la propria difesa a Giorgio, inoltre cerca di ricongiungersi con la figlia, che non gli perdona di aver lasciato la famiglia per un'altra donna. Tutti, inclusi i colleghi in polizia, accusano Francesco di essere una persona orribile e solo Giorgio sembra essere dalla sua parte, anche se da ragazzini Francesco finì per escluderlo e preferirgli Giovanni come amico del cuore. I tre strinsero anche un misterioso patto: non aprire mai un cassetto segreto della scrivania di Giovanni, dove lui aveva nascosto qualcosa che non ha mai voluto rivelare.

Zaccariello è un regista che dopo alcuni sfortunati film arriva ad una grossa produzione con un cast che nel cinema italiano vanta tra i nomi migliori e un soggetto tratto dal libro omonimo di Francesco Caringella, che mischia tanti elementi, strizzando l'occhio al cinema di genere tra noir, mèlo e troppi flashback da romanzo di formazione che incidono sul ritmo della pellicola finendo per farla diventare l'ennesima indagine soporifera e con pochi colpi di scena e un finale molto discutibile.
E'una prova di attori dove l'onnipresente Scamarcio cerca di fare quanto di meglio, Pesce non viene utilizzato a dovere come anche Boni con un trucco davvero discutibile.
E'un film complesso da gestire come tanti registi italiani stanno dimostrando, chi riuscendoci a metà e chi come in questo caso non riuscendo a mantenere viva la suspance.
Il film dura decisamente troppo, e quando non vediamo alcuni interminabili flashback, assistiamo a piani temporali confusi inseriti in maniera macchinosa dando l'idea di essere una fuga dal non riuscire a gestire tutta la macchina produttiva.
Per finire il climax finale su cui si concentra tutta la sinossi del film ha un epilogo fulmineo scandito da poche battute. Una scelta voluta oppure ancora una volta una difficoltà a decifrare tutta l'indagine e l'ambiguità del suo protagonista.
Zaccariello non è Soavi, le scene d'azione e di tensione praticamente non esistono e siamo ben lungi da pellicole come Arrivederci amore ciao ma anche rispetto a pellicole indie e sconosciute e con molto meno budget e attori di spicco come il Codice del babbuinoMalarazzaContagio o per certi versi più simile Ragazza nella nebbia.

venerdì 9 agosto 2019

Scappo a casa


Titolo: Scappo a casa
Regia: Enrico Lando
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 1/5

Michele è, per sua stessa orgogliosa definizione, "uno stronzetto viziato egoista" il cui unico obbligo è "rendersi la vita spensierata a profusione". L'uomo ha "la pretesa di decidere del suo destino: mica posso essere me stesso": infatti è un meccanico calvo e senza un soldo, ma si reinventa sui social ricco seduttore grazie ad un vistoso parrucchino e ad alcune auto di lusso prese a prestito dai clienti della sua officina, naturalmente a loro insaputa. Il suo motto è "I don't give a fuck" e si dichiara favorevole "alla disuguaglianza ingiustificabile", discriminando praticamente tutti, in particolare ne(g)ri e immigrati. Ma il destino cospira contro di lui, e un viaggio di lavoro a Budapest si trasforma da gita di piacere in incubo: Michele si ritrova senza documenti, smartphone e auto di lusso, e viene scambiato per un clandestino. Inizia così il suo calvario fra centri di respingimento più che di accoglienza e distretti di polizia programmaticamente ostili allo straniero. I suoi unici alleati saranno un medico e una bellissima donna africani che vanno in cerca di una vita migliore, invece che "spensierata a profusione".

Ormai se pensiamo alle commedie siamo sempre più allo sbaraglio capitanati da una cerchia di attori/registi/sceneggiatori che andrebbero messi in riformatorio a guardare i classici del cinema italiano.
Scappo a casa è un film inutile, difficilmente sopportabile, con un tasso di idiozia e demenza inarrivabile (certo esiste di peggio nel nostro cinema) e non arriva mai a dire nulla di valido, sostenere qualcosa che non sia banale e condito solo da stereotipi (e pure quelli più brutti).
Enrico Lando entra nella top ten dei registi italiani più immaturi che si siano mai visti nel nostro cinema, lavorando per cercare di deformare ancora di più la commedia all'italiana trasformandola in una galleria di volgarità, pretenziosità e dialoghi di indubbio gusto.
Il tema del razzismo trattato in maniera inusuale? Scappo a casa di cui si salva forse solo l'ultimo minuto che non è proprio un happy ending, lascia un comico esperto come Aldo Baglio senza collare e il risultato e un susseguirsi di situazioni e mimiche imbarazzanti che stufano dopo pochi minuti. Il resto degli attori sono squallidi a parte i figuranti di colore che almeno rimangono se stessi, ma vedere la Finocchiaro stufa e annoiata probabilmente per l'inconsistenza del suo ruolo non è che la ciliegina sulla torta di un film che si trascina sforzandosi solo di avere un montaggio a tratti adeguato.
La parte migliore, se ne possiamo trovare una, è certamente il primo atto dove scopriamo gli eccessi, le nuove mode, gli hobby, la solitudine dei social e altri elementi di certo attuali e sempre più inquietanti nella nostra società per dare monito di come siamo sempre più popolati da giovani/adulti immaturi con una scala di valori discutibili. Ancora una volta si cerca di trattare un tema importante ridicolizzandolo senza mai dargli sostanza e drammaticità. Quando si cerca di mettere una toppa lo si fa con qualche momento sdolcinato dove i buoni sentimenti cercano di sopraffare lo spettatore, il quale ormai dovrebbe essere stanco di questi trucchetti da quattro soldi.