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venerdì 27 marzo 2020

Zerozerozero


Titolo: Zerozerozero
Regia: Stefano Sollima
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 5/5

Il traffico di droga e l'economia globale si intrecciano in tre storie del giorno d'oggi unite dal viaggio di una nave che trasporta un carico di cocaina. Sull'Aspromonte, l'anziano boss Don Minu acquista la partita di droga per rinsaldare la sua leadership, ma è tradito dal giovane e ambizioso nipote Stefano. A New Orleans, il broker dell'affare, Edward Lynwood, si ritrova nei guai quando dall'Italia non arriva il pagamento pattuito, mettendo a rischio la sua compagnia navale presso cui lavorano i figli Emma e Chris. In Messico, le forze dell'esercito cercano di fermare l'avvio della spedizione, ma al comando della squadra designata c'è il soldato 'Vampiro', anche lui al soldo del Cartello.

Sollima è il nostro Michael Mann italiano. Ormai non si può nascondere l’evidenza dei fatti. Un autore nato nel cinema e figlio del cinema che sapendo aspettare è diventato la nostra garanzia, la forza più importante nell’action nazionale e internazionale. Presentata a Venezia e ancora una volta resa così attuale e importante dalla firma di un outsider come Roberto Saviano e tutti i colleghi editor che lo hanno aiutato.
Zerozerozero è come se fosse la continuazione di un percorso intrapreso con la seconda filmografia di Sollima. Mentre la prima riguardava AcabSuburra e GOMORRA 2, la seconda più matura e definita da una politica d’autore ormai evidente nel suo modo di condurre le riprese e il ritmo ha saputo dare i suoi frutti con lo stupendo Soldado (raro caso in cui il sequel supera Sicario) e ora questa struggente serie di otto episodi che vorresti non finisse mai.
Poche storie ma con tanti intrecci e vie secondarie, scorciatoie, passaggi segreti che scelgono Italia, Messico e Usa con alcune incursioni in Africa (Marocco e Senegal)
Una messa in scena minimale, pulitissima, una scelta di cast che non poteva fare di meglio e parlo per tutte le parti coinvolte anche sugli attori secondari, che mostra la vera crudeltà e gli interessi che muovono le parti in causa e una violenza reale e mai nascosta inusitata e travolgente in grado di far abbassare la testa a tutti i precedenti lavori dell’autore e tanti film fantocci americani sul genere.
La serie spara molto in alto e in profondità, riesce ad essere sempre verosimile e reale, crea una storia che riesce a rendere interessanti e mai banali i flash forward con quel qualcosa in più nella scrittura che si faceva difficoltà a credere, incasella così tanti colpi di scena da rendere la trama un thriller, noir, giallo, dramma, poliziesco, una esamina del narcotraffico, della ndrangheta e dei nuovi imprenditori americani che vogliono inserirsi nel gioco del trasporto della droga senza sapere con cosa avranno a che fare ma imparando molto in fretta.
Emma, Manuel e Don Minu sono il triangolo della quintessenza di come vanno caratterizzati i personaggi con Emma che ha quel qualcosina in più rispetto a tutti gli altri nelle vesti di una Andrea Riseborough per cui bisogna solo godere di come riesce a dare peso e sostanza al personaggio femminile che riesce a eguagliare e superare tutti dimostrando una sofferta storia di perdite ma che riescono a farla diventare la più importante e pericolosa. Il carico, la nave e le sue mille peripezie, sono solo la traiettoria di fondo di una costosissima operazione commerciale e una lotta per il potere più che per la cocaina in sé che di fatto non vediamo mai. In questa ambiziosa operazione chi riuscirà ad uscirne vincitore e soprattutto vivo, avrà il potere assoluto. L’accordo finale tra Emma e Don Minu e poi Manuel tratteggia come le regole cambieranno perché una delle frasi che sanciscono meglio l’enorme arco narrativo è proprio che non contano le leggi (quelle sono per i deboli) ma contano solo le regole. Giochi di potere, cambi all’ultimo, personaggi sempre molto complessi e impegnativi ma mai sopra le righe che giocano sui meccanismi psicologici e umani facendo parte di un gioco gigantesco difficile da pensare che abbia portato a dei fasti e risultati di questo tipo.

Blood Bags


Titolo: Blood Bags
Regia: Emiliano Ranzani
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mostro si aggira per i corridoi di una casa abbandonata, prendendo di mira i curiosi che vi entrano. Due amiche vi si avventurano solo per scoprire poco dopo che tutte le uscite sono state bloccate. La creatura le insegue, sempre più affamata e assetata del loro sangue. Non c'è via d'uscita.

A volte alcuni film stupiscono più per la forma, per la costruzione, per la tecnica, per come impreziosiscono i dettagli che non per la storia in sé che trattandosi di uno splatter/slasher diventa spesso e volentieri marginale.
Blood Bags nel mondo dell’indie italiano, del cinema autoriale diciamolo subito è una piacevole sorpresa.
I perché sono tanti e portano sulle spalle citazioni che non diventano mai opprimenti ma che sanno dare il giusto tono, una squisita ricerca di colori di impostazione della mdp (con alcune sequenze sofisticate e oniriche davvero funzionali) e un amore profondo per Bava in primis e Argento al secondo posto (e tutti gli altri rimangono iconici nel sotto filone). Blood Bags gioca bene le carte individuando da subito i vettori forti su cui un prodotto di questo tipo deve fare i conti, ma allo stesso tempo non punta a quella bramosa ricerca di dover fare il salto in avanti cercando sensazionalismi originali, ma preferendo una strada più artigianale fatta di iconografe in parte già ammesse, un’ottima fotografia che nell’atto finale in quella grotta fumosa trova il suo apice, cercando un mix di elementi che riescano a inserire più richiami dei generi in particolar modo il poliziesco, l’indagine, il serial-thriller cercando in più di non lasciare tutta la responsabilità a Tracy ma appoggiandosi anche sui co-protagonisti e cercando così di espandere il filone in maniera classica e mai scontata.

Ultrà


Titolo: Ultrà
Regia: Ricky Tognazzi
Anno: 1991
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Luca, 25 anni, nome di battaglia Principe, è il capo degli ultrà romanisti. Ha passato due anni in galera, ma oggi esce e domani c'è Juve-Roma. La notte, sul treno per Torino scopre che la sua ex-ragazza e il suo migliore amico si sono messi assieme. All'arrivo in stazione, ci sono i primi scontri e poi lo stadio. La partita è già iniziata, ma che importa: nei gabinetti finalmente scoppia la battaglia.

Ultrà è un film che a rigor di logica poteva andare molto peggio. Ancora una volta come per Ultras le tifoserie non riconoscono i fatti in questione contestando le modalità e la messa in scena, in questo caso per Amendola significa lasciare la curva sud della tifoseria sancendo così una frattura.
La violenza, l’onore, il senso di appartenenza, la fratellanza, l’emarginazione, Ultrà 25 anni fa aveva i suoi perché, non poteva inventarsi una squadra e scelse così la Roma perché Amendola (attore insopportabile come Ricky Memphis e Gianmarco Tognazzi) era già stato scelto e in quegli anni per qualche strano motivo era uno degli attori italiani più in voga.
Ultrà ha i suoi pregi e i suoi difetti, una buona regia e una certa enfasi e alchimia tra gli attori. Se i colpi di scena non esistono è il racconto di vita, il mostrare la realtà quanto più da vicino possibile evitando di essere scontato all’inverosimile e puntando tutto sul dramma finale nel climax con appunto lo Smilzo, il migliore del film, che finisce per essere l’unica vittima innocente.
Il merito dei limiti di un autore come Ricky Tognazzi è stato quello di non approfondire, da un punto di vista sociologico e culturale, le cause e le implicazioni sociali del fenomeno della violenza negli stadi, limitandosi a descrivere, il gruppo della tifoseria e i loro rituali, un universo metropolitano di degrado e di ordinaria disperazione, rifiutando di assumere posizioni moralistiche e lasciando che siano le immagini a parlare da sé e alcune riescono ad essere molto convincenti.

lunedì 23 marzo 2020

Ultras


Titolo: Ultras
Regia: Francesco Lettieri
Anno: 2020
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La storia di un'amicizia, di una fede e di un amore scanditi dalle ultime settimane di un campionato di calcio. E dell'inevitabile incontro con il proprio destino.

Il dato più impressionante non è di come Lettieri abbia inquadrato le tifoserie e gli ultras napoletani, i fittizzi Apache (in realtà su uno degli striscione compare Wes Studi aka Magua che in realtà era un Urone).
Il dato significativo è il rapporto generazionale tra adulti e ragazzini, in cui i giovani-adulti ormai cinquantenni e diffidati vengano rappresentati come dei tamarri tutto muscoli, canne e vendetta.
Sandro quando sbotta con il suo socio e amico, che come lui è costretto ad andare a firmare in questura dopo il daspo, gli grida face to face di come dovrebbero forse vergognarsi e ragionare sulla loro attuale posizione e di quanto sia inutile prendersela con i ragazzini quando loro per primi hanno fatto le stesse cose. Per quanto riguarda la storia, la struttura è la parte che viene meno con il climax finale da lacrimuccia facile e in fondo abbastanza scontato se non il dubbio tra Sandro e il ciccione (che richiama drasticamente il finale di Hooligans). Lettieri però come Giovannesi e Sollima o pochi altri riesce a girare molto bene per le strade di Napoli inquadrando tutti i fenomeni connessi e i rapporti tra i personaggi che diventano l’analisi sociale più bella del film, passando dalla frattura generazionale ad una caratterizzazione dei personaggi interessante, in cui ancora una volta sondiamo queste famiglie disfunzionali e surrogate dove il bisogno di mantenere dei rapporti e non rimanere da soli porta all’accettazione di un chiunque che venga posto di fronte (come per la madre di Angelo). Cinema neorealista urbano contemporaneo con tutti gli annessi e i connessi del territorio campano, dal porto, ai bar inaccessibili, i quartieri, la periferia, Ischia.
Condito da interessanti scene d’azione il film poteva avvalersi di una scrittura che soprattutto nello sciorinare gli eventi si rendesse più complessa e meno marginale.

sabato 14 marzo 2020

Blind King


Titolo: Blind King
Regia: Raffaele Picchio
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Craig si è appena trasferito in una nuova casa insieme a sua figlia, cercando di riprendere le redini della sua vita dopo l'improvviso suicidio della sua compagna. Sua figlia, che dall'accaduto ha smesso di parlare, è tormentata da incubi e da una inquietante figura nera che la chiama a se. Purtroppo il trasloco non solo non sembra risolvere il problema, ma addirittura lo stesso Craig inizia a fare strani sogni in cui quella figura sembra minacciarlo di volersi prendere sua figlia. Mentre la linea che divide sogno e realtà si fa sempre più esile, la sensazione che qualcosa di spaventoso stia concretamente per scatenarsi diventa sempre più palpabile per Craig. L'unico modo per impedire la tragedia sarà cercare l’essere oscuro e affrontarlo nel suo "regno", i suoi sogni.

Nel mio bisogno personale di dover visionare cinema e horror a 360° torna l’appuntamento con l’indie italiano, quello che cerca nel low budget e nella formula della scrittura di portare a casa se non altro un risultato dignitoso che mette da parte gli effetti speciali per concentrarsi sulla scrittura e le idee.
Picchio aveva esordito con Morituris un film in fondo fedele alla sua natura quella di essere uno slasher convincente. Qui il regista deraglia completamente, il gore viene messo da parte come lo splatter (se non in qualche scena) per creare un’atmosfera decisamente più intimista e spostando i fantasmi del protagonista in un dramma famigliare padre-figlia. Tanti sono i richiami con un cinema certo più conosciuto e la camera del Re Cieco e il concetto del trapasso verso un purgatorio di espiazione e sofferenza porta inevitabilmente a scontrarsi con alcune tematiche barkiane. Anche se il film in alcuni momenti ha problemi di ritmo, la recitazione non è sempre rigorosa e alcuni minuti in meno avrebbero di certo giovato, Blind King è la speranza da parte di un autore poco conosciuto di cercare di accostarsi alle grandi produzioni hollywoodiane prendendo tante intuizioni in comune e cercando di limitarle per il piccolo schermo e per delle risorse che con i loro limiti cercano di mettercela tutta. Peccato però che proprio gli sforzi di scrittura non siano sufficienti, il film diventa telefonato dal secondo atto in avanti, tutto risulta chiaro senza mai un vero colpo di scena finale e poi il climax diventa quasi ridicolo distruggendo quel poco di buono che il film stava cercando di mantenere. Sembra una sceneggiatura scritta di fretta mettendosi troppo in contatto con outsider e cult che non andavano toccati o risvegliati.


domenica 8 marzo 2020

Selfie

Titolo: Selfie
Regia: Agostino Ferrente
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Alessandro e Pietro sono due sedicenni che vivono nel Rione Traiano di Napoli dove, nell'estate del 2014 Davide Bifolco, anche lui sedicenne, morì ucciso da un carabiniere che lo inseguiva avendolo scambiato per un latitante. I due sono amici inseparabili. Alessandro ha trovato un lavoro da cameriere in un bar mentre Pietro, che ha studiato per diventarlo, cerca un posto da parrucchiere. I due hanno accettato la proposta del regista di riprendersi con un iPhone raccontando così la loro quotidianità di ragazzi come tanti altri nel mondo.

«Ho pure provato a spacciare ma non è cosa mia»
Selfie potrebbe sembrare un’operazione furba con lo scopo di inquadrare Napoli e usare due amici fraterni che si filmano tenendo il cellulare in mano senza avere un’idea precisa circa la trama o cosa vogliano dire e fare. Un’idea praticamente a costo zero, un low budget che cerca di trovare elementi e documentare lo stato dei giovani napoletani che ormai soprattutto il cinema identifica sempre più spesso con la delinquenza. Ecco a livello antropologico forse l’aspetto più interessante del film è quello di far vedere la bellezza di alcuni ragionamenti, dialoghi, monologhi degli attori improvvisati e delle numerose comparse che contano diversi minorenni mettendosi spesso in discussione e avendo ben chiaro che tutti dovranno fare una scelta .
Ne esce una descrizione mai banale, una quotidianità fatta di gesti e azioni semplici, dove a fare da sfondo certo c’è sempre una certa identificazione con un mondo marcio e infetto che ha messo le radici nella regione ma che in parte viene smorzato dalle parole degli attori che sanno benissimo cosa succede attorno a loro e come starne alla larga. Un documentario dove filmare vuol dire scegliere da che parte stare, come girare l‘iphone e cosa si vuol inquadrare e cosa invece no. Alessandro e Pietro vivono sempre a stretto contatto, li vediamo mangiare un anguria, camminare per le strade, filmare i propri parenti, ridere, scherzare, mai litigare rimanendo in un Rione dove il caldo imperversa e dove non basta rimanere attaccati in casa davanti ad un ventilatore.
Il film di Ferrente si piazza come un quadro neorealista, un documentario semplice ma originale e onesto nel dare forma e parole ad una città resa celebre solo e soltanto per i fatti di cronaca.

Cari fottutissimi amici

Titolo: Cari fottutissimi amici
Regia: Mario Monicelli
Anno: 1994
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Siamo nel 1943, in Toscana. Un gruppo di pugilatori improvvisati va a far baldoria nelle sagre di paese.

Quanti elementi sono presenti nel capolavoro di Monicelli (uno dei tantissimi che per fortuna il grande maestro ci ha lasciato). Un film sulla guerra che si burla della guerra ma al contempo mostra gli orrori di ciò che ha creato nelle terre e nelle campagne distruggendo ambizioni e intere città. Una commedia che per toni e dialoghi e scenette sembra omaggiare le slapstick ma i risultati alternano divertimento e risate a importanti riflessioni. Un film sulla povertà e il bisogno di sopravvivere improvvisandosi come si può.
E poi ci troviamo ancora una volta con un ottimo Paolo Villaggio a fare da timoniere per un’altra Armata Brancaleone più o meno fracassata e fracassona come quella vista in precedenza.
Ed è un film estremamente drammatico, in cui ogni faccia che si mostra è segnata da una disgrazia o alla ricerca di vendetta e redenzione in una zona rossa dove troviamo ancora i soldati americani con i loro lussi e i loro vizi a fare da padroni in una terra che non sono stati loro a salvare in primis.
Un’avventura on the road con un finale abbastanza tragico e malinconico, una metafora su come l’Italia non è mai stata unita ma troverà modi e stili diversi per riprendersi.

martedì 7 gennaio 2020

Pinocchio (2019)


Titolo: Pinocchio (2019)
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

Geppetto, minuto falegname senza famiglia, decide un giorno di fabbricare un burattino di legno per non sentirsi più solo. Mentre sta lavorando alla sua creazione il legno inizia a parlare e si accorge che il volto di Pinocchio si anima e prende vita. Preso da una gioia infinita, annuncia a tutto il suo paesello che adesso anche lui ha un figlio!
Pinocchio però ha un spirito libero e vivace ed andare a scuola, seguire le regole noiose del maestro lo annoia molto, così un giorno durante uno spettacolo di marionette messo in scena da Mangiafuoco, salta sul palco e finisce per diventare parte della compagnia ambulante convinto di aver finalmente trovato il suo posto.
Il naso di Pinocchio cresce a dismisura ogni volta che dice una bugia e farà molti incontri durante il suo cammino alla scoperta inconsapevole del mondo: Lucignolo, la Fata Turchina, i truffatori il Gatto e la Volpe e finirà per essere ingoiato da un’enorme balena dove ritroverà Geppetto, che per tutto questo tempo lo ha cercato disperatamente..

Garrone ha una dote indiscussa che nessun regista al mondo può comparare: saper maneggiare la fiaba.
Con Pinocchio, il regista nato con piccoli drammi indipendenti, fa semplicemente quel qualcosa in più che tutti ci aspettavamo, dando finalmente lustro e poesia ad una delle storie più belle e universali del mondo. D'altronde Pinocchio è come Gesù Cristo un figlio adottivo che scappa, muore e risorge. Garrone ha un budget enorme che gli consente di poter utilizzare tanto buon trucco e diversi effetti speciali in c.g senza mai però esagerare. Sceglie gli animali antropomorfi che abitano un regno inanimato come personaggi attivi come succedeva nel romanzo di Collodi a differenza di un'altra monumentale trasposizione, ovvero quella di Comencini, dove la scelta visto il tempo e la data di uscita, non permetteva di aggiornare tutta una serie di tecniche e scelte scegliendo e trasfigurando le vicende picaresche di Pinocchio nelle disavventure di un bambino che si trasformava in pezzo di legno quando si comportava male.
Il Pinocchio in questione, come quello di Comencini, non sembra saper discernere il bene dal male inizialmente, rimanendo indifferente a ciò che gli sta vicino e quanto gli viene detto. Allo stesso tempo è spietato e impulsivo nel correre via o lanciare un accetta in testa al grillo, in questo modo la sua educazione è episodica come le sequenze con cui il film è composto.
Entrambi sono film memorabili, quello di Garrone però si supera anche se il Geppetto di Manfredi rimane l'indiscusso numero. Peccato per lo stesso regista che qualche anno prima aveva regalato una perla del trash con la sua personale versione confusa e tremenda in più parti. Il film della Disney invece conserva sempre un certo fascino ma non si poteva azzardare a mostrare le crudeltà presenti nella storia.
Il regista si è ispirato alle prime illustrazioni che accompagnavano il testo di Collodi, quelle di Enrico Mazzanti, risalenti al 1883.
Pinocchio non dimentichiamolo mai, è un romanzo di formazione e di avventura, un viaggio dell'eroe che assembla tanti momenti diversi in tante location, paesaggi astorici diversi con altrettanti personaggi. Una galleria incredibile, difficile da riuscire a coniugare con tutte le parti del libro ecco perchè Garrone senza dimenticare nessuno dei due aspetti del romanzo, ha di fatto portato la narrazione più sull'avventura e le peripezie del burattino, che non sulla parte pedagogica del Grillo, anche se quelle con la Fatina rimangono.
Il film è poesia, sincero, commovente, straziante e doloroso in più parti, ancora una volta dopo IL Racconto dei Racconti che si confrontava con un'operazione anch'essa molto complessa ma avendo una narrazione corale e con diverse storie, il regista dimostra la sua vena naturale nel saper cogliere un immaginario fiabesco ricco di elementi fantastici e soprattutto senza dover fare compromessi come molti colleghi.
Il mondo ricreato crea un compendio di ciò che non era stato fatto in passato, riuscendo a bilanciare l'orrore di alcuni personaggi con i loro lati sensibili, giocando con lecito e il proibito, parti buffe e parti oscure più inquietanti che sembrano rincorrersi e poi cedersi il posto in maniera molto naturale.


Nest-Il nido


Titolo: Nest-Il nido
Regia: Roberto De Feo
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Un uomo nel cuore della notte cerca di lasciare una villa insieme a bambino poco più che neonato, ma un ostacolo lo manda fuori strada. L'uomo muore sul colpo mentre il bambino si salva e, dieci anni dopo, lo ritroviamo paraplegico, educato da una madre severissima e da un piccolo gruppo di borghesi che però si rifiutano di parlargli del mondo esterno. Le cose iniziano a cambiare quando una ragazzina viene presa a servizio come nuova domestica e Samuel si invaghisce di lei. La giovane lentamente sembra ricambiare e gli fa conoscere per esempio una musica diversa dalla classica che la madre gli ha sempre imposto di suonare. Questa educazione sentimentale si farà via via più dirompente...

The Nest è davvero una prova dell'ottimo stato di salute di un certo tipo di cinema nostrano.
Una favola gotica che gioca su diversi piani, come un meccanismo a orologeria che si prende il suo tempo per dipanare la storia, mettere alcuni paletti facendo intuire gli intenti e giocando sull'apparenza per cercare di non scoprire i suoi punti di forza.
Una regia quella di De Feo che irradia il cinema horror italiano, che rinforza il cinema di genere, facendo un salto in avanti molto importante e soprattutto per avere la deliziosa sfacciataggine di non sfigurare di fronte a pellicole straniere con budget altissimi.
The Nest è un'opera intima che sembra tracciare maledizioni, destini ormai segnati, rituali che non potranno mai cessare, case infestate da un malessere personale che come un virus ha contaminato tutto. A tratti sembra poter nascondere segreti come quelli di Society-The Horror altre volte risulta molto più fedele a prendere di mira i nostri maestri del cinema neogotico rinforzandolo con postille post-moderne. Un film che gioca con un'atmosfera impressionante su una sorta di oblio, lasciando il mondo esteriore lontano, come un nemico da cui prendere le distanze puntando tutto sulla magione e facendo molta attenzione a selezionare cosa entra e cosa esce, soprattutto la seconda.
Roberto De Feo alla sua opera prima compone un quadro famigliare destabilizzante, un microcosmo disturbato, paranoico e sinistro senza nasconderlo ma dandogli eros e thanatos, allo stesso tempo facendo un film moderno ma evitando facili sensazionalismi, giochi di volume, jump scared inutili ma rimanendo nel mood giusto di atmosfera e suspance.
Due parole poi sulla location, una villa costruita in un parco naturale vicino a Torino e caduta parzialmente in rovina, che la troupe ha risistemato facendone un luogo misterioso e suggestivo.


5 è il numero perfetto


Titolo: 5 è il numero perfetto
Regia: Igort
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Peppino Lo Cicero è un sicario di seconda classe della camorra in pensione, costretto a tornare in azione dopo l'omicidio di suo figlio. Questo avvenimento tragico innesca una serie di azioni e reazioni violente ma è anche la scintilla per cominciare una nuova vita.

Tra il 2017 e il 2019 ci sono stati importanti traguardi per gli esordi alla regia in Italia.
THE NEST, Go home-A casa loroCampioneEdhelMcBetterProfezia dell'armadilloKrokodyleTerra dell'abbastanzaFinchè c'è prosecco c'è speranzaMetti la nonna in freezerEnd-L'inferno fuori, tutti usciti in questi ultimi anni che confermano quasi sempre un cinema dalle idee chiare, tanti talenti e ottime maestranze e la voglia di puntare molto sul cinema di genere.
Il film di Igort, prima regia pur avendo già lavorato come sceneggiatore, è un film brillante, un noir scontato ma di lusso che a conti fatti mantiene un livello tecnico e attoriale indubbiamente sopra la media senza sfigurare di fronte ai film europei o americani.
Un noir che sembra uscito dal passato per sposare la modernità e raccontare una grapich novel senza mostrare l'ennesima storia drammatica di Camorra, cercando invece di sposare le mode visive della vignetta, mettendo tanta azione hard-boiled e cercando fino alla fine di non soffocare i ritmi action della storia con una struttura piuttosto lineare (tentativo meno riuscito).
Quindi l'azione come parodia, poche risate e toni molto seri, il bellissimo gioco di luci e ombre, i tratti fisici marcati per sottolineare alcuni personaggi e poi Toni Servillo ancora una volta immerso nel dare enfasi e caratterizzare un personaggio che si carica quasi tutto il peso del film sulle spalle.
5 è il numero perfetto fa delle sue imperfezioni i punti di forza, gioca col pubblico cercando di divertire, di regalare scene che potrebbero essere tutte delle tavole, senza avere quei fasti che hanno certi autori cinematografici, ma promuovendo comunque un tipo di cinema d'intrattenimento importante per il nostro paese in cui sempre più opere danno che la conferma che la salute generale, soprattutto nell'indie, è quella buona.

domenica 15 dicembre 2019

Last Heroes


Titolo: Last Heroes
Regia: Roberto D'Antona
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Nella tranquilla cittadina di Noara un profanatore di tombe appassionato di misteri, un venditore chiacchierone, una giornalista impertinente, un pigro nerd e la timida assistente di un misterioso bottegaio cieco e muto, si ritrovano insieme dopo che dove vent'anni prima avevano condiviso un terribile segreto. Ai giochi si uniscono anche due invasati di palestra e un poliziotto scettico che da tempo era sulle tracce del colpevole di un'inspiegabile mattanza di animali. Insieme, scopriranno l'antica maledizione di Kaisha e si ritroveranno a fronteggiare i demoni del passato.

A D'Antona bisogna voler bene e riconoscere gli sforzi fatti finora. Dopo i suoi spericolati primi lavori Wicked Gift e Fino all'inferno, arriva al suo horror main-stream possiamo definirlo, il progetto che per ora, vedi il budget e la messa in scena, rimane il lavoro più ambizioso, quello che si dice il passo in avanti.
Ora bisogna vedere che passo si vuole fare..
Last Heroes sceglie un titolo che strizza l'occhio al panorama estero, cerca di compiacere e auto-compiacersi, mette nel frullatore così tante simpatiche idee nonchè clichè e stereotipi che tutti i fruitori del cinema commerciale in fondo conoscono cercando così di mettere d'accordo tutti i target possibili.
E'un "Giocattolo" il suo ultimo film, che ha una certa durata, è recitato come può senza investire su attori noti o in gamba ma scegliendo e prediligendo la Big family della L/d production company.
Last Heroes ha sicuramente e indubbiamente fatto dei passi avanti, pur avendo preferito per i miei gusti personali Fino all'inferno che ho trovato più coraggioso, ed essendo un vero amante del cinema di genere più "volgare" e violento. Il problema del film è il suo essere così spielberghiano nel non inventare davvero nulla, mostrando streghe, maghi, infettati, il manipolo di eroi e i loro aiutanti presi dalla polizia o dalla palestra, senza scardinare nessun preconcetto o superare alcun modello drammaturgico consolidato nel settore ma diventando una telefonata galleria di luoghi comuni.
Un film classico, eccessivamente commerciale che piacerà tanto a chi cerca una favola semplice e attuale con tutti gli sforzi che comprende senza impegno o volendo applicarsi di vedere un decente lavoro di scrittura che di fatto non è avvenuto.
Chiunque volesse o cercasse quella sollecitazione in più che non è una battuta volgare o una scena di nudo, allora dovrà cercare altro, dovrà cercare "Il cinema di genere".



Io c'è


Titolo: Io c'è
Regia: Alessandro Aronadio
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Massimo Alberti è il proprietario del “Miracolo Italiano”, bed and breakfast un tempo di lusso ridotto ormai ad una fatiscente palazzina. La crisi che ha messo in ginocchio l’attività sembra non aver scalfito i suoi dirimpettai, un convento gestito da suore sempre pieno di turisti a cui le pie donne offrono rifugio in cambio di una spontanea donazione. Esentasse. Ecco l’illuminazione di cui Massimo aveva bisogno: se vuole sopravvivere deve trasformare il “Miracolo Italiano” in luogo di culto. Ma per farlo deve prima fondare una sua religione. È la genesi dello “Ionismo”, la prima fede che non mette Dio al centro dell’universo, ma l’Io. Ad accompagnare Massimo nella sua missione verso l’assoluzione da tasse e contributi la sorella Adriana, inquadrata commercialista, e Marco, scrittore senza lettori e ideologo perfetto del nuovo credo. Preparatevi a essere convertiti!

Io c'è è una commedia a tratti divertente, soprattutto nel primo atto dove riesce a dimostrare i contenuti migliori, abile nel saper trattare un argomento di solito abbastanza tabò per il cinema italiano, ma argomentandolo sui soliti clichè che lasciano purtroppo quel solito clima scanzonato da commedia all'italiana senza mai provare a osare quel qualcosa in più.
Il cast vede sempre i soliti noti, i quali cercano di dare man forte in un film spigliato con un buon ritmo e una decorosa messa in scena. Lo Ionismo, iper-moderno come qualsiasi altro culto che potevano scegliere si dimostra al passo coi tempi provando a lanciare una frecciatina alle religioni e al fatto che siano esen tasse, Imu e tutto il resto (almeno quelle note).
Il film finisce lì, diventando poi una storia d'amore, un siparietto con le solite scene che possiamo mettere a confronto in tutte le commedie recenti all'italiana, cambiando gli intenti dei protagonisti che si addolciscono, raggruppando in un assemblea tutti i disperati clochard e alte ingenuità di questo tipo senza peraltro aggiungere o insistere sulla critica.
La stessa religione si rivela molto meno simile ad un culto della personalità che ad un'assunzione individuale di responsabilità e un'accettazione delle proprie circostanze, d'altronde è un espediente travestita da una folla di fedeli che possa garantire lo sgravo finanziario alla struttura che ne ospita il ministero, ovvero il Bad&Breakfast romano di cui è proprietario Massimo Alberti.

sabato 23 novembre 2019

Gomorra-Quarta stagione


Titolo: Gomorra-Quarta stagione
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Italia
Stagione: 4
Episodi: 12
Giudizio: 4/5

Genny Savastano, dopo la morte di Ciro, prova a cambiare vita, per il bene della sua famiglia, arrivando fino a Londra e inserendosi nel mondo dell’imprenditoria, per lasciare un futuro diverso al figlio Pietro. La moglie Azzurra inizia, a poco a poco, a conquistare un ruolo predominante nelle finanze familiari.
La guerra non è affatto finita. Il panorama si sposta così tra Scampia e Secondigliano, con Genny che convoca Nicola e Patrizia, esprime loro la sua preoccupazione sui fratelli Capaccio (ultimi due Confederati sopravvissuti) che non hanno intenzione di rispettare le condizioni poste loro da Savastano e Sangueblù e vogliono una nuova guerra.
Genny, però, spinto dalla moglie Azzurra che lo implora di sistemare le cose e di pensare al futuro del figlio Pietro, prova a cambiare vita, andando fino a Londra. Il suo regno resta nelle mani di Patrizia e Savastano riallaccia i rapporti con i Levante, un ramo della famiglia di Donna Imma.
E’ lo zio di Genny ad offrirsi di aiutarlo, ma potrà dargli fiducia e cosa chiederà in cambio?
A sostenere i fratelli Capaccio c'è Don Aniello, ma loro sembrano essere gli unici a volere la guerra. Enzo e il suo clan non la vogliono. E Genny approfitta di questo momento per lanciarsi nell’imprenditoria, per disegnare un futuro diverso al figlio a Londra.

A conti fatti non avrei mai pensato che una quarta stagione potesse essere non solo qualitativamente la migliore ma soprattutto la più matura, capovolgendo fronti, uscendo con idee e decisioni inaspettate, rifuggendo dai clichè, mostrando così tanti personaggi di spessore e finendo nell'ultimo episodio con un ritorno alle origini, tanta cattiveria e forse il monito più importante ovvero quello per cui in quei territori quando sei affiliato alla Camorra non puoi fuggire dal tuo destino.
Abbandonando l'insopportabile Ciro interpretato da Marco d'Amore un attore semplicemente detestabile oltre ogni limite, gli sceneggiatori hanno fatto una specie di ritorno alle origini muovendo tasselli nuovi, investendo sulle nuove dinamiche tra clan, aggiungendo importanti fattori contemporanei come l'importanza dell'imprenditoria, la politica, lasciando sempre aperta la porta degli inganni, dei compromessi e dei doppi giochi che in questa stagione diventando fondamentali.
Donna Patrizia che ottiene il controllo, una specie di tregua imposta da Genny nei primi episodi, le due famiglie che presto si sa come andranno a finire, quella dei Levante (vero colpo di scena) e i fratelli Capaccio.
Genny è però di nuovo il protagonista. Anche se la parentesi londinese lasciava qualche dubbio sulla velocità con cui si svolge l'atto, il nostro vero protagonista ha infine capito come dicevo che non si può fuggire dalle proprie origini diventando imprenditore e lasciando il caos a Secondigliano, scommettere su un aeroporto piuttosto che cercare di farsi amico il magistrato non è compito suo, almeno per ora. Genny Ha tradito il padre, ucciso il migliore amico e la boss di Secondigliano da lui stesso scelto. Finisce per chiudersi in un bunker, aspettando che le acque si calmino, senza poter vedere Pietro crescere e la moglie che sicuramente avrà un suo peso più avanti dal momento che in questa stagione ha deciso anche lei di avere un peso nelle trattative del marito. Mi sarei aspettato qualcosa di più da Sangue Blu che rimane il personaggio più in ombra della serie, cercando di mantenere un controllo a Forcella, intuendo compagni e traditori tra le sue stesse fila e in fondo mantenendo un codice morale che gli altri personaggi della serie sembrano aver cancellato per ovvi motivi.
Gomorra riparte più forte che mai, Saviano come gli sceneggiatori sanno bene dove aggredire il pubblico con scelte affinate dall'esperienza e una storia in fondo mai banale.
Il finale della stagione si apre con una delle faide più cruente che vedremo senza risparmiare nessuno, colpendo tutti e uccidendo alcuni protagonisti principali della stagione nell'ultimo episodio.



domenica 27 ottobre 2019

Troppo forte


Titolo: Troppo forte
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1986
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Oscar Pettinari fa la comparsa a Cinecittà anche se racconta di film di avventura di cui è stato il coraggioso protagonista. L'avvocato Giangiacomo Pignacorelli in Serci gli sente raccontare le sue imprese e gli propone una truffa nei confronti di un importante produttore americano. Dovrà fingere di essere investito dalla sua potente auto per poi spillargli denaro. Oscar, a cavallo della sua moto, esegue ma a investirlo è Nancy, la protagonista del film che il produttore stava per realizzare. La ragazza viene subito sostituita e si trova senza soldi ospite della trasandata abitazione periferica di Pettinari.

Al suo sesto film, Verdone abbassa leggermente i toni per una commedia molto divertente e girata molto bene grazie anche all'aiuto di Leone, ma sembra non avere quelle idee, quegli sprizzi e quell'originalità che lo aveva contraddistinto nelle opere precedenti.
Senza stare a usare di nuovo uno schema corale con più storie, il personaggio di Oscar è sempre lui, con le sue ansie e i suoi tormenti, il carattere da buono e la faccia angelica che non gli permette di essere un antagonista nel cinema come vorrebbe.
Ci sono alcune slapstick che seppur funzionano potevano essere scritte o girate meglio come quella ad esempio con Sordi. Rimangono comunque una galleria di trovate, dei soliti noti attori che ricompaiono, di alcune gag e battute coinvolgenti, la rimozione della milza dove Oscar s'è sempre vantato di aver perso durante una pericolosissima scena del film "La palude del caimano" o la natura mitomane schizofrenica del Pignacorellio o ancora la scena del flipper e l'incredibile sfida in moto col Murena.



Sacco bello


Titolo: Sacco bello
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1980
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Nella notte tra il 14 e il 15 agosto a Roma. Un bulletto sta per partire con la sua "sprint" in compagnia di un amico per la Polonia, in cerca di facili congressi carnali. Un capellone in tunica bianca distribuisce volantini dei Bambini di Dio ed è catturato dal padre, esuberante comunista, che lo trascina in un consiglio di famiglia. Un timido giovanotto mammone in partenza per Ladispoli è agganciato da una bella spagnola.

Uno dei migliori film di Verdone. In parte un film manifesto per quegli anni in cui di nuovo in uno schema corale in tre storie diverse, l'autore romano riflette sul nostro paese dandone un quadro veritiero, appassionante, al passo coi tempi, estremamente ansioso e disilluso.
Tre storie e contesti completamente differenti per cercare di indagare e studiare più elementi possibili cercando sempre di vivere di contrasti per quanto concerne le scelte di tre personaggi completamente diversi: Leo il timido impacciato, Enzo il burino e Ruggero il figlio dei fiori.
La Polonia e le donne facili, gli incontri con spagnole affascinanti, comunità hippie come quella dei figli dell'amore eterno. Verdone riesce a mantenere un ritmo per tutta la pellicola incredibile dove passiamo sempre da una situazione all'altra, dove la tensione e l'atmosfera sale fino alla tragedia che in maniera pacata attraversa tutti e lascia i personaggi in balia di se stessi continuando a inseguire i loro sogni e illudersi che tutto vada bene.
Sono tutti malinconici in fondo, loro e quelli attorno, i dialoghi e le scene riescono a diventare epocali e memorabili perchè tangibili e pieni di imperfezioni, con protagonisti illusi di poter cambiare il mondo o le persone attorno a loro. Il dialogo di Ruggero, Don Alfio, il professore e Anselmo è diventato forse il più famoso del film riuscendo a sistemare più questioni e vedere gli sguardi diversi delle istituzioni e della chiesa che si affacciano sui giovani di oggi, sulle mode, le tendenze, sfuggendo dal moralismo e rimanendo invece interessati da questi cambiamenti ideologici.

Verdone ha sdoganato nel suo cinema il modello del personaggio sfigato che col passare del tempo ci si affeziona per la sfortuna, il fatto di essere esageratamente impacciato e ansioso e il suo buon cuore.

Trevirgolaottantasette


Titolo: Trevirgolaottantasette
Regia: Valerio Mastrandrea
Anno: 2005
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Una giornata come tante in un comune cantiere romano rischia di finire in tragedia; una realtà, quella delle morti bianche, purtroppo confermata da dati statistici allarmanti.

Mastrandrea su sceneggiatura di Vicari e con Germano, Giallini e Trinca gira questo importante corto sulla tragedia delle morti sul lavoro, le "morti bianche" e il numero di 3,87, la media delle persone che ogni giorno in Italia muoiono in seguito a un incidente sul lavoro.
13' minuti dove l'incidente scatenante arriva quasi subito ma noi lo scopriamo come climax finale facendo in modo che tutta la storia che avviene dopo sia una specie di sogno o son desto, dove capita un po di tutto, dalla fanciulla dei propri sogni fino ad una festa.
Quelli che noi vediamo all'inizio nel cantiere non hanno il materiale necessario, non hanno caschetti, i ponteggi sembrano improvvisati e l'aria che tira è stagnante, come se ognuno di loro si trascinasse per fare uno sforzo e continuare il proprio lavoro.
Forse l'unica nota dolente e di averla buttata troppo nel sentimentale, con la scena con Trinca decisamente troppo lunga e inutile dal momento che aveva già detto quello che doveva (la scena del letto andava eliminata). Tra le riprese del making of che si trova su youtube alcuni momenti sono divertenti e mostrano il caro amico di Mastrandrea, Caligari sul set a dargli consigli. La loro è stata un'amicizia importante e a Valerio bisogna sempre dare merito di aver creduto e prodotto l'ultimo lavoro del regista romano scomparso pochi anni fa.

Guerrà degli Antò


Titolo: Guerrà degli Antò
Regia: Riccardo Milani
Anno: 1999
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Montesilvano, provincia di Pescara, ottobre 1990. Quattro giovani punk cercano di lottare contro il tran tran della vita di provincia. Per distinguersi, dato che si chiamano tutti Antò, si sono dati dei soprannomi. Antò detto Lo Purk vuole fuggire, decide di andare a studiare a Bologna, passa un po' di tempo nel capoluogo emiliano, cerca di seguire le lezioni ma non riesce a sentirsi coinvolto. Allora sceglie di recarsi ad Amsterdam, città di vera trasgressione. Antò Lo Zorru riceve la cartolina militare che lo destina in Iraq, dove è in corso la Guerra del Golfo. Vuole disertare, si fa fare a Bologna un passaporto falso, parte e raggiunge ad Amsterdam l'amico. Qui, in una stanzetta, Lo Zorru dice a Lo Purk di aver conosciuto una ragazza di cui si è innamorato, ma Lo Purk lo informa che si tratta di una ragazza chiacchierata per i molti rapporti che intrattiene. Lo Zorru si arrabbia, i due litigano, si incendia una tenda, la camera va a fuoco, la polizia rispedisce i due in Italia. Qui viene fuori lo scherzo: la cartolina-precetto era fasulla, una sorta di vendetta delle figlie di Treves, noto palazzinaro locale. Ancora una volta i quattro Antò si ritrovano sul lungomare, al bar Zagabria, a fare progetti di fuga per il futuro

Un po come per OVOSODO, si raccontano storie di disagio e inquietudine giovanile. Certo non siamo dalle parti dell''Ultimo Capodanno o PAZ, commedie che oltre ad intrattenere, riescono a far ridere di brutto ed essere anche in parte grottesche.
Nonostante il panorama abbastanza nuovo per la commedia italiana, i punk e i loro paesini d'origine, il problema grosso è sempre legato alle sceneggiature dei film di Milani, esageratamente sbilanciate dal punto di vista emotivo con il compito di cercare sempre la lacrimuccia facile, l'empatia a volte forzata con i personaggi, il fatto che debba sempre tutto risolversi nel migliore dei modi. Milani ha girato tanto rimanendo sempre nella commedia bonacciona  Come un gatto in tangenzialeBenvenuto presidente o il dramma il Posto dell’anima.
I protagonisti del film cercano di mettercela tutta, recitano se stessi in fondo, come tanti ragazzi di giù che appassivano nelle loro città deserte, cercando di rendersi degli outsider o dei diversi anche solo nei vestiti rispetto agli altri. In questo caso il clima disilluso, il fatto che i quattro ragazzi siano pure dei mezzi disadattati e sfigati aiuta, c'è li rende più reali e sinceri come il monologo di Lo Purk sul bisogno di scappare scoprendo però che andando via da un posto, non si scappa da se stessi o la scena di quando irrompono nel programma di Chi l'ha visto.
Per chi volesse un'altro sguardo sui punk deve recuperare il film migliore in circolazione fino ad ora Bomb city






Fratelli d'Italia



Titolo: Fratelli d'Italia
Regia: Claudio Giovannesi
Anno: 2009
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Uno sguardo alle vite di tre adolescenti di famiglie immigrate in Italia che frequentano un istituto tecnico di Ostia.

Come ti ambienti a Ostia quando sei cresciuto in un paese culturalmente molto diverso da quello d'origine. Tre storie diverse tutte di seconda generazione, dove ormai l'accento romano è sdoganato. La prima se vogliamo è quella che ha più elementi e spunti su cui riflettere. Tra i tanti ambienti ripresi, non solo uno, ma tutta la quotidianità che passa per le istituzioni, la casa, la strada, i ristoranti e le discoteche. Il lavoro è stato reso possibile sicuramente dagli ottimi rapporti che c'erano tra maestranze e i giovani coinvolti nel progetto tutti molto empatici e senza difficoltà a stare davanti alla telecamera, anzi.
La scuola nel rapporto con i compagni e soprattutto nella prima storia con l'insegnante, è quello che ha un valore pedagogico più importante perchè attraverso lo scontro tra docente e alunno capiamo subito un sacco di elementi e il distacco iniziale tra i due porta ad un rapporto di fiducia anche se a volte in maniera troppo banale e telefonata.
Fratelli d'Italia, che pensavo parlasse dei giovani fascisti, ha però degli evidenti limiti se non vogliamo chiamarli problemi. C'è qualcosa in quella quotidianità che emerge dai vissuti dei ragazzi e come si comportano che lascia intendere come il fatto di sentirsi delle star gli abbia sicuramente influenzati nella naturalezza dei gesti mentre dall'altro se il film voleva documentare efficacemente i problemi dell'integrazione e del retaggio culturale dei giovani che vivono, il forte dissidio di trovarsi accentrati fra due culture di fronte al quale reagiscono con la paura o con un atteggiamento ribelle, il risultato è un altro, filmando invece dei ragazzi che dal punto di vista dell'integrazione non hanno problemi, se non con i genitori che chi per la scuola, chi per i valori religiosi si oppongono a questa condotta, trovando nell'ambiente esterno altri collanti sociali.


giovedì 24 ottobre 2019

Traditore

Titolo: Traditore
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Sicilia, anni Ottanta. È guerra aperta fra le cosche mafiose: i Corleonesi, capitanati da Totò Riina, sono intenti a far fuori le vecchie famiglie. Mentre il numero dei morti ammazzati sale come un contatore impazzito, Tommaso Buscetta, capo della Cosa Nostra vecchio stile, è rifugiato in Brasile, dove la polizia federale lo stana e lo riconsegna allo Stato italiano. Ad aspettarlo c'è il giudice Giovanni Falcone che vuole da lui una testimonianza indispensabile per smontare l'apparato criminale mafioso. E Buscetta decide di diventare "la prima gola profonda della mafia". Il suo diretto avversario (almeno fino alla strage di Capaci) non è però Riina ma Pippo Calò, che è "passato al nemico" e non ha protetto i figli di Don Masino durante la sua assenza: è lui, secondo Buscetta, il vero traditore di questa storia di crimine e coscienza che ha segnato la Storia d'Italia e resta un dilemma etico senza univoca soluzione.

Mi sono sentito tradito da Cosa Nostra che ha abbandonato quel sistema di valori al quale avevo consacrato il mio giuramento. La mafia aveva dei suoi valori, non si uccidevano i bambini e gli anziani confessa nelle prime battute Buscetta a Falcone. Ma quali valori? risponde subito il giudice come a far immediatamente capire il muro che c'è tra i due, una barriera che solo il tempo farà sì che si venga a creare una solida e robusta collaborazione.
Il Traditore è un ottimo film di mafia, una sorta di sigla del nostro paese quando si tratta di crime-movie, che riesce, grazie ad un importante budget e una galleria di attori tutti in parte, ha delinea un fatto sociale che spero tutti conoscano e che il film ci tiene a documentare cercando di essere il più verosimile possibile.
E'un film da guardare con i sottotitoli, dalle prove attoriali intense, da alcune roboanti scene d'azione, gli arresti, le torture, i continui cambi di location e infine il tribunale.
Un'epopea di più due ore e mezza dove tutto sembra predestinato per arrivare in quell'aula dove qualcuno si aspettava di sentire il ruggito dei leoni mentre invece sembravano esserci  solo squittii.
C'è una storia di legami di famiglia, di omicidi, di condanne, un rapporto di lavoro e poi di amicizia tra il boss dei due mondi e Falcone fino al climax finale dove tra le condanne (366) e la morte del famoso giudice con cui il pentito ha passato ben 45 giorni, assistiamo a tanti pezzi di storia d'Italia, praticamente l'ultimo ventennio del '900, che si concludono in un momento che avrebbe potuto cambiare le sorti della mafia e del paese ovvero quando Buscetta prova ad attaccare quello che per lui è il vero male: la politica e dunque Andreotti.

Borotalco

Titolo: Borotalco
Regia: Carlo Verdone
Anno: 1982
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Sergio, imbranato e grigio venditore porta a porta, assume l'identità di un affascinante viveur per far colpo sulla bella Nadia. Ma a poco a poco il vortice delle menzogne sulle quali ha costruito il suo rapporto con Nadia lo porta a non riuscire a liberarsi del personaggio che millanta di essere, con tragicomiche conseguenze. Verdone sceneggia e dirige un film molto divertente, originale e costruito in maniera eccellente.

Verdone ha avuto una fase come regista, sceneggiatore e attore molto intensa, viva e brillante. Con molta astuzia e avendo avuto alcuni maestri di rara importanza, l'autore romano ha saputo tradurre molto bene l'ansia e i paradossi di questo paese, in alcuni film che rimarranno delle commedie nostalgiche importantissime e molto divertenti, per certi versi dei veri e propri cult che non tramonteranno mai, avendo sempre quell'importanza storica di farci rivivere un'epoca passata.
Un personaggio tragicomico senza essere così demenziale come lo era Fantozzi.
In questa commedia sugli equivoci, sul ritratto spensierato di una generazione che credeva ancora nella musica come forma artistica e non puramente commerciale.
Borotalco è una ricostruzione realistica dei sentimenti dei giovani di allora un po come ECCE BOMBO di Moretti, di una certa epoca poi detta, della trasformazione tecnologica, degli evasori, dei sognatori che sperano di incontrare Lucio Dalla e di molte altre situazioni e questioni nostre nazionali con il montaggio, le gag, il ritmo e i dialoghi sempre calzanti.
Un film che narra della difficile barriera tra realtà e fantasia che investe i cialtroni come il simpatico e cazzaro Manuel Fantoni (cargo battente bandiera liberiana è storia..)alle fantasie della Vandelli che come Sergio frustrati dalla normalità e da amori di poco conto, reagiscono con una fuga verso un mondo che non è il loro e non corrisponde a quello reale.