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mercoledì 1 agosto 2018

Inferno


Titolo: Inferno
Regia: Dario Argento
Anno: 1980
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Una ragazza di New York scopre che la casa dove abita è sede di una delle tre Madri degli inferi (le altre due si trovano in altre case rispettivamente a Roma e a Friburgo). La poverina muore orribilmente, ma fa in tempo ad avvertire il fratello che riuscirà a sventare l'orribile minaccia

Lasciando il giallo da parte e sposando il thriller horror Argento dopo SUSPIRIA continua a seguire il filone della trilogia delle Tre Madri, in cui si sarebbe narrato della triade di streghe tesa a governare il mondo: Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum e Mater Lacrimarum.
Lo fa con il suo secondo film proprio sul filone paranormale prima del disatro finale ovvero il terzo capitolo che non ha caso coincide con il periodo finale della filmografia di Argento quella più disgraziata e per alcuni aspetti dove manca proprio il genio del regista romano. Per anni ho sperato che la terza fase, la TERZA MADRE, potesse completare la grande opera argentiana con una nuova apoteosi e di fatto Inferno apriva e nello stesso tempo chiudeva il ciclo essendo un capitolo auto-concluso e auto-esplicativo, bastava a se stesso.
C'è una nuova formula non solo narrativa che non sempre convince soprattutto nella continuità di una trama quasi assente, per investire tutto invece sugli elementi estetici, di un modo di girare e studiare l'inquadratura che diventa manifesto per un espoca in cui l'horror era già pienamente sdoganato diventando il manifesto programmatico di una estetica della violenza senza necessità di raccontare una storia, di abbandono al virtuosismo puro senza trama musicale, si sente la mancanza dei Goblin ma il lavoro di Keith Emerson è molto più sperimentale
Come già in SUSPIRIA, ma in modo molto più accentuato, sono le singole scene, simili a quadri a se stanti, a essere piccoli capolavori.
Più ancora che in SUSPIRIA però i colori dominano cambiando di scena in scena.
Per ogni azione corrisponde un colore specifico, e questo ha lo strano effetto di accentuare la paura.
Espediente questo già usato da Mario Bava nei suoi primi capolavori.
Il secondo capitolo della trilogia delle Tre Madri riesce a essere più violento e più splatter di tutti i precedenti film e in alcuni casi tale violenza è gratuita, e non segue un filo molto logico.