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sabato 23 novembre 2019

I trapped the devil


Titolo: I trapped the devil
Regia: Josh Lobo
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Natale è il simbolo di pace e di gioiose riunioni familiari. Questo è quello che pensano Matt e sua moglie Karen quando a sorpresa si palesano in casa di Steve, il fratello di lui, per le feste. Si ritrovano però di fronte a una spaventosa sorpresa: nella cantina Steve trattiene un uomo. Non si tratta di un tizio qualunque: Steve crede infatti di aver intrappolato il diavolo in persona.

Ho intrappolato il diavolo e adesso devo convincere tutti che non sono pazzo.
L'idea di per sè non è male, come d'altronde nel cinema di genere c'è ne sono tante, alcune poi condite come si deve, altre invece che sembrano crogiolarsi sull'idea e mandare a ramengo tutto il resto. Trattasi di un indie a costi bassissimi, un low-budget girato in soli nove giorni all'interno di un'unica location e con tre attori più qualche comparsa e una bambina che nel finale saltella felicemente.
Lobo gira il suo film d'esordio cercando di fare la furbata dell'anno, con una trama che praticamente impossibile da non amare fin da subito anche se come dicevo, bisogna poi saperla sceneggiare.
Ci sono tanti limiti in un film che doveva durare meno, cercare forse di essere più ambizioso, schiacciare di più il pedale sull'effetto paranoico e sull'alienazione nonchè il contagio morale del protagonista ai danni del fratello e della compagna.
Qualcosa di molto buono però il regista che ha scritto, prodotto, diretto e montato l'opera c'è, su quel senso di disagio e soprattutto quella discesa nella cantina dove sentiamo quel breve ma profetico dialogo con l'uomo rinchiuso. In quella scena è contenuta tutta la suspance, l'atmosfera di un film che sapendo di non avere altri strumenti punta tutto su questa specie di smarrimento che provoca effetti contrastanti e altalenanti per chi entra in contatto con quella voce e quel mistero.
Quella voce è come quella che Eggers ci ha fatto ascoltare, che abbiamo percepito dai suoni allucinati di West, che ripiomba con ancora meno elementi cercando di creare terrore dal nulla.
Una prova difficilissima, molto ripetitiva per quanto concerne alcune scene davvero inutili e che dovevano essere tagliate, nel voler cercare di creare un impianto claustrofobico nella casa con una sorta di malattia pervasiva che colpisce tutti, ma indugiando e prendendosi troppo tempo in alcune scene di una noia cosmica che se lasciava la camera ad inquadrare la parete nascosta nella cantina forse era meglio. Il cast cerca di mettercela tutta anche se a volte l'imbarazzo coglie pure loro nel non sapere cosa fare e dove aggrapparsi. Steve che cerca con una bella gigna di dare il peggio di sè per fortuna senza mai sfiorare il ridicolo e infine la scena finale, riassunta in parte già dall'incipit iniziale del film che lascerà basiti e sospesi, a qualcuno piacerà di brutto, altri, quelli che c'è l'hanno fatta, storceranno la bocca maledicendo Lobo e tutto quello che spero farà in futuro magari con qualche risorsa in più.



Meat Grinder


Titolo: Meat Grinder
Regia: Tiwa Moeithaisong
Anno: 2009
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Buss è una signora ridotta al lastrico e tormentata di continuo da un passato difficile: in seguito a una manifestazione poi sedata dalla polizia, la donna trova in un angolo nascosto del suo locale un uomo morto. Una volta fatto a pezzi il cadavere e macinato, Buss lo cucina e lo serve ai suoi clienti, con risultati sorprendenti che però la obbligano a cercare vittime fresche per portare avanti il suo nuovo business culinario.

Meat Grinder come DUMPLING e altri film orientali ci ricordano come i nostri parenti lontani sappiano essere cruenti in maniere a volte a noi sconosciute, infrangendo tabù, sovvertendo le regole, distruggendo il lecito e approfondendo il proibito, annegando bimbi in bacinelle d'acqua, torture come non si vedevano da tempo e tanta carne umana da sfondo e da usare come portate per i commensali ovviamente all'oscuro di tutto in un tripudio di sangue e violenza davvero d'effetto.
Senza essere mai eccessivamente forzato come invece altri film e registi sanno essere, Meat Grinder cerca la sua vena salvifica nel dramma famigliare, nella povertà, negli stratagemmi per sopravvivere, nell'isolamento e nella solitudine, nei silenzi e nella quotidianità degli orrori ormai divenuti una componente della vita reale e perciò accettati.
La Thailandia ha vissuto un suo piccolo momento idilliaco nel cinema, sapendo giostrarsi alcuni film interessanti per poi abbandonare la nave mettendo da parte la settima arte se non con horror adolescenziali abbastanza avvilenti.
Qui non c'è humor ma il livello di gore è furibondo come la maschera della sua protagonista sempre sull'orlo dell'esasperazione è costretta a vivere a stretto contatto con gli incubi dell'infanzia, l'incesto, le molestie, gli abusi e poi un rapporto strano, perverso e complesso con la figura maschile. Buss è perfino più violenta di Dae-su Oh, ormai sembra aver abbandonato la vita reale destinata a portare a termine una vita di orrori indicibili dove ormai sembra aver azzerato ogni emozione e sentimento, diventando una sorta di automa che tortura, uccide e sacrifica per sopravvivere senza stare a dare altri sensi come l'orgoglio, la vendetta, il piacere personale.
Buss uccide e basta, guardando le vittime dopo avergli mozzato gli arti, vedendoli sanguinare appesi ad una corda senza battere ciglio per poi forse provare un minimo senso di orgoglio nelle facce dei commensali quando si cibano dei resti umani.
Meat Grinder è viscerale, pieno di sangue, di frattaglie, pieno di liquidi e di sangue, mostrando crudeltà senza fronzoli e soprattutto riesce nel difficilissimo compito di farci provare empatia per Buss giustificando le orribili mattanze dopo quello che le è stato inflitto.




Haunt


Titolo: Haunt
Regia: Scott Beck, Bryan Woods
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5
Ad Halloween, un gruppo di amici convinti di partecipare ad un gioco "escape room" si ritrovano in intrappolati da un gruppo di assassini che metteranno in scena le loro paure più profonde. La notte si tinge di morte e gli incubi diventano realtà.

Haunt ha una locandina così bella che non potevo davvero esimermi dal non gustarmelo a dovere, magari proprio ad Halloween, quando il film è ambientato, sperando di vedere qualcosa di buono. Così non è stato. Haunt premetto, non è una ciofeca, ha un solo asso nella manica e riesce a gestirlo molto bene ma per il resto è tanta roba già vista almeno da chi come me e pochissimi altri è diventato una sorta di martire del cinema, facendosi male in molteplici occasioni, divorando e diventando un cinefilo patologico.
La casa degli orrori, un gruppo di ragazzi che speriamo di veder morire molto in fretta e alcuni psicopatici mascherati. Il jolly arriva a metà film, quando questi killer seriali si tolgono le maschere e sotto i volti riescono ad essere ancora più spaventosi. Punto.
Il resto gioca su alcuni momenti nemmeno così malvagi se non fosse che manca quel ritmo, quel gioco al massacro che bisognava mettere in scena, alcune scelte discutibili da parte di una certa morale di alcuni di questi mostri mascherati.
Una protagonista che fin da subito sapremo dove andrà a parare e che abbatterà praticamente senza esitazione durante l'arco narrativo (che praticamente accade anche per un'altra eroina in un film che ho visto subito dopo, la Kayla di FURIES)
La festa di Halloween, 31Escape Room, HELL FEST, BLOOD FEST, Haunt per attenzione è un po come quei film che non solo non hanno avuto distribuzione ma sono passati in sordina destinati a non essere visti o ad essere dimenticati troppo velocemente. Perchè in fondo anche gli arrangiamenti del film a parte qualche tortura convincente, qualche jump scared al punto giusto e quel non-sense nelle mosse degli aguzzini che potrebbe diventare un'arma a doppio taglio.
I due sceneggiatori di A quiet place indugiano ma allo stesso tempo fanno di necessità virtù lesinando sulle spiegazioni e lasciando tanta aria di mistero, senza stare a svelare alcuni perchè che in fondo avrebbero fatto peggio. La carta del non detto, della strada aperta, del non fornire una spiegazione diventa funzionale anche se in alcuni momenti puzza di furberia per smarcarsi da alcuni trappoloni dietro l'angolo.
Le maschere archetipiche poi hanno la loro importanza anche se mi sarei davvero aspettato qualcosa di più. Quello che c'è dietro ancora una volta fa molta più paura.

sabato 16 novembre 2019

De Noorderlingen


Titolo: De Noorderlingen
Regia: Alex van Warmerdam
Anno: 1992
Paese: Olanda
Giudizio: 4/5

In una cittadina olandese degli anni '60, che sembra un villaggio western, brulicano personaggi inquietanti: dal postino che legge la corrispondenza di tutti all'autorità pubblica che gira armata con un fucile da caccia, fino al macellaio erotomane. L'insieme viene osservato attraverso lo sguardo del figlio adolescente di quest'ultimo, un adolescente che si identifica con Lumumba, figura di primo piano della rivolta indipendentista del Congo Belga.

Alcuni registi o sarebbe meglio definirli autori a tutto tondo con il loro insolito modo di porsi di fronte al cinema e alla narrazione rimangono schegge impazzite che per fortuna abbiamo la possibilità di visionare e comprendere in tutti quelli che sembrano essere strane raffigurazioni e analisi spietate dei rapporti umani e di vicinato.
De Noorderlingen è una commedia surreale, poco convenzionale, grottesca, spiazzante, stramba, cinica e bizzarra. Uno scenario che sembra da far west in un lembo di deserto su una scenografia assoluta dove poche case e pochi elementi costituiscono le traiettorie dove i personaggi e le vicende si mescolano. Il film è caratterizzato da una messa in scena minimale, esteticamente molto forte, ridotta all'osso per avere più vicinanza possibile tra i personaggi e farli implodere ed esplodere secondo un contesto ai limiti del lecito, dell'irreale, in cui i protagonisti della vicenda, in uno schema corale che esamina tanti personaggi, rappresentano/rappresenta la middle class olandese, sordida e meschina, con i suoi piccoli e grandi scheletri nell'armadio.
A parte il giovane e innocente che rincorre i propri amori, una donna più grande che lo inizia al sesso e che deve rimanere nascosta in un bosco, altro elemento come a segnare un confine, una violazione di territorio, una rivelazione tragica, una landa desolata dove tutto può succedere e tutto riesce ad essere opportunamente nascosto mentre invece i pochi palazzi della città rappresentano per la regola degli opposti per tutto quanto il resto.
Questo sganciarsi dalle regole prestabilite, in un cinema anarchico che diventa quasi una fiaba nera composta con uno schema corale dove ogni personaggio è marcio, assatanato, folle criminale, diverso e temuto e quindi ricercato dalla comunità razzista che non lo accetta.
Una scelta attenta dei protagonisti che svolgono ruoli pazzeschi, fondamentalmente marci e privi di una morale inseguendo i propri scopi e bisogni primari spesso senza vergogna e senza paura di venir tacciati dalla comunità sempre più slegata. Donne malate che diventano sante, statue di S.Francesco che prendono vita indicando il martirio ai propri fedeli, macellai maniaci sessuali che violentano le proprie commesse dentro il negozio, spioni, postini che vanno controcorrente, impiccioni e tanto altro ancora.
L'Olanda come l'Austria non hanno paura di affrontare i propri spauracchi dotati di personaggi che come nella vita reale possono essere spietati, sordidi e infingardi.
Un film autoriale, non semplice, poco avvezzo ai soliti schemi narrativi, spiazzante quanto portatore di verità, elucubrazioni, riflessioni sulla società, sulle regole, un'analisi sociologica e psicologica, con una esamina del contesto sociale che merita davvero analisi approfondite per venir riconosciuto come un patrimonio per quanto concerne un paese che cinematograficamente è povero e poco avvezzo al cinema controcorrente come le opere ambiziose di Warmerdamhanno finora hanno sempre dimostrato.

domenica 27 ottobre 2019

Draug


Titolo: Draug
Regia: Karin Engman e Klas Persson
Anno: 2019
Paese: Svezia
Giudizio: 2/5

Trama: Svezia, XI° secolo. Un missionario è scomparso nella sinistra foresta di Ödmården e il re invia una squadra di soccorso per cercarlo. Tra i soldati c’è anche Nanna, una giovane donna alla sua prima missione che, rimasta orfana in tenera età, è stata allevata dalla guardia del sovrano. Una volta addentratasi nella fitta foresta insieme agli altri guerrieri, la donna scoprirà che il luogo è in realtà la casa di tenebrose presenze.

Folk horror o horror mitologici. Negli ultimi anni questa tipologia sta tornando in auge da un lato con grosse produzioni (Aster) dall'altro con tanti registi emergenti che provano a cimentarsi con il genere spesso narrando qualche leggenda locale.
Draug significa morto vivente, in questo caso donne, streghe, con in più poteri particolari.
Questo oscuro personaggio viene definito anche con la parola aptrgangr che, tradotto, significa "colui che cammina dopo la morte". Il significato originale del termine era "fantasma": queste creature - che, al plurale, assumono la denominazione di draugar - vivevano nelle tombe dei Vichinghi, diventandone il corpo, secondo quanto credevano i popoli scandinavi. Se un draug era presente in una nicchia, lo si poteva capire a causa di una luce che brillava proprio dal tumulo, una sorta di separatore tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Un Draug, dunque era una entità dalla forza incredibile e dotata di poteri magici che permettevano all'essere di ingrandirsi e rimpicciolirsi a sua discrezione: su di essi era impresso l'odore della decomposizione. Potevano cambiare forma, manipolare il meteo e predire il futuro.
Ora a me spiace per la coppia di registi ma Draug ha tanti difetti nonostante le premesse e alcuni sforzi siano palesi. Partiamo dalla fretta con cui il film è stato girato e si vede, l'improvvisazione di alcune scene, una c.g pessima che nei combattimenti e soprattutto nel trucco dei Draug e in particolare della strega che assale Nanna negli incubi è davvero tremenda senza contare tutti gli scatti con cui le Draug si muovono che ricordano parecchio i j-horror. Cercare a tutti i costi l'esagerazione comporta come in questo caso un abbrutimento soprattutto in quello che doveva essere il vero protagonista del film ovvero queste strane creature e tutta la mitologia che sta dietro.
Con un finale inaspettato e interessante, Draug purtroppo se non fosse per alcuni problemi di tecnica e realizzazione aveva dei buoni spunti vanificati purtroppo anche dagli stessi Draug che non vengono per niente valorizzati e su di loro non si sa quasi nulla.
Un film che come Hagazussa sembra girato con due lire, ma dove in quel caso la strega faceva davvero paura e il cast era decisamente migliore, qui gli attori cercano di mettercela tutta e infine anche il ruolo della protagonista passa in secondo piano, i suoi obbiettivi come altri punti della sceneggiatura sono piatti, relegando tutte le caratterizzazioni ad un accenno senza mai esplorare un po di più le storie.


giovedì 24 ottobre 2019

Bliss

Titolo: Bliss
Regia: Joe Begos
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dezzy una brillante pittrice attraversa la peggior crisi creativa della sua vita così fa di tutto per completare il suo capolavoro tuffandosi in una spirale di droghe, sesso e violenza nel sottobosco di Los Angeles.

Qui c'è una parte di factory dell'indie horror americano che è ora venga scoperto e sdoganato, dal momento che parliamo di Begos (sei giovane, troppo giovane hai solo due anni in più di Dolan) che aveva diretto Almost Human che con tutti i difetti del caso a me sinceramente era piaciuto dandogli stima totale per quanto concerne l'arrampicarsi sugli specchi pur di portare a casa il film. Con ordine poi abbiamo Jeremy Gardner che recita nel ruolo del compagno di Dezzy che aveva recitato in Like me (film da vedere a tutti i costi), in Spring e diretto Battery, un horror che non ha bisogno di presentazioni.
Bliss è la bile nera che ti esce dal corpo quando hai toccato il fondo pippandoti tanta di quella roba nera (non meglio precisata) che le allucinazioni potrebbero essere il male minore.
Bliss cresce in continuazione, si fa sempre più male in una lotta masochista per poi arrivare all'apoteosi di sangue che non ti aspetti. Un grand guignol di efferatezze, di schifo e marciume continuo, di uno stile ancora più rozzo rispetto ai film precedenti girato in 16 mm, con una grana sporca, luci rosse e scure che coprono quasi i volti dei personaggi, un'anima punk, anarchica, un sapore vintage, di nuovo muoversi tra i generi senza troppa difficoltà e con molta disinvoltura.
Bliss è caos, è disordine mentale e fisico dall'inizio alla fine, un film che ti rimane dentro, perchè da un lato potrebbe essere un tabù di qualcosa con cui si ha paura di entrare in contatto, dall'altro una forma di dipendenza nell'appurare che a parte succhiare il sangue quando ne abbiamo bisogno, una parte di noi è anche questo o potrebbe arrivare ad esserlo.
Un film spinto, un'opera di nuovo portata a casa con pochi soldi, ma con tante idee, alcune trovae davvero niente male, un ritmo che non accenna mai a fermarsi, una strizzata d'occhio a Devil's Candy e Driller killer per gli spunti sulla storia.
Alla fine per Dezzy diventa una sorta di bagno di sangue, un grido di dolore e piacere che sembra uscire dalla bocca della protagonista di Excision. Sembra un Only Lovers Left Alive drogato e sotto acido che incontra Streghe di Salem dopo aver mandato al creatore con la cocaina nera tutti i componenti della band di Mark Renton. Bliss è devastato dal suo essere in botta dall'inizio alla fine del film, un'unica grande allucinazione sospesa tra profusione di sangue, squartamenti, scene surreali, vomito, sesso in tutte le maniere possibili.
Dezzy è ancora lì...che cerca di smaltire la botta.

Mecanix

Titolo: Mecanix
Regia: Rémy M.Larochelle
Anno: 2003
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un mondo comandato da strane creature, pochi umani sono ancora in vita, ma ridotti in schiavitù. L’unica cosa temuta dalle “macchine” è l’embrione, l’origine di ogni cosa e l’unica cosa che può salvare gli esseri umani.

Mecanix è un mediometraggio molto malato e disturbante di un autore che sembra un braccio di ferro tra Jimmy ScreamerClauz e Flying Lotus, passando per Svankmajer, planando su Fukui strizzando l'occhio a Lynch e facendo ogni tanto tappa occasionale in quel capolavoro totale che è Blood tea and red string
Pochi soldi, tanta immaginazione e inventiva e l'uso sapiente nell'utilizzo dei mezzi, dalla stop-motion, alla fotografia fino alle note dolenti di una musica (se così possiamo chiamarla dal momento che è composta perlopiù da lamenti e voci distorte) disturbante e deleteria, in grado di mettere a dura prova la vostra resistenza parlando di un'opera che dura sessanta intensissimi minuti.
In realtà poi parte della storia e del ritmo sembrano essere come l'automazione e il lavoro in fabbrica, un girotondo caotico, un cerchio infernale dove le creature bio-meccaniche che lo controllano torturano gli ultimi umani rimasti in cerca dell'embrione dell'universo attraverso delle pene in gironi infernali che sembrano ripetersi all'infinito.
Movimenti che ritornano, umani reale che strisciano e creature in stop-motion, l'inferno, la vivisezione e gli esperimenti dello scienziato folle, in tutto questo il vero cuore pulsante dell'opera se per gli umani è l'embrione per i mostri sono gli ingranaggi che mandano avanti il mondo delle creature bio-meccaniche.
Un'opera complessa e molto straziante, che diventa un urlo disperato, un film per pochi, una metafora di dove stiamo andando per criticare un certo tipo di capitalismo ma anche la sovranità di alcuni esseri che pensano di poter fare ciò che vogliono con la massa dei più deboli che non hanno il coraggio di ribellarsi.
In fondo l'opera di Larochelle è pura estetica, si apre a così tante interpretazioni, metafore e altro che seppur un incubo allucinato alla fine lascia molto di più di quelli che non sembra.

Go home-A casa loro

Titolo: Go home-A casa loro
Regia: Luna Gualano
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Roma. Viene aperto un centro d’accoglienza per migranti, e come di consueto, manifestanti di estrema destra rivendicano quelli che credono essere i loro diritti, con un picchetto al di fuori dell’edificio. D’un tratto l’impossibile: un attacco zombie invade l’aria in cui è sito il centro d’accoglienza, morti o zombiezzati tutti i protestanti rimane solo Enrico, un fascistoide che in ultima istanza pensa bene di trovare rifugio anch’esso all’interno della casa d’accoglienza, nascondendo a tutti la sua vera identità.

Horror italiani indie low budget sugli zombie non sono stati tanti negli ultimi anni.
C'è stato End-L'inferno fuori di Misischia e poi più nulla se contiamo le opere che almeno dal punto di vista della produzione e della distribuzione possano definirsi decorose e non "troppo" amatoriali.
Portato a termine grazie ad un’operazione di crowdfunding, Go Home unisce intrattenimento e critica sociale, seguendo le orme di Romero e Peele, senza riuscire ad emergere come avrebbe potuto, prendendosi più sul serio e portando a casa qualche buona scena.
Come risultato non è male ma a livello tecnico i limiti del film sono evidenti così come gli sforzi di Gualano che però incappa in alcuni difetti e problemucci che non sono nemmeno solo tecnici.
Ci sono dei momenti di una banalità profonda e tanti stereotipi come il ragazzino che sogna di giocare al pallone sempre in silenzio con gli occhioni languidi, il gigante nero buono che viene dall'Africa, la madre (nonchè unica donna) sfuggita alla guerra che rincuora il figlio (sempre quello del pallone). Momenti dove nelle scene d'azione il vuoto è abissale come prova attoriale, per le scene horror che non provano nemmeno a fare paura e poi i pestaggi, soprattutto quello iniziale dove sembra che stiano dando dei passaggi alla palla e non prendendo a calci i manifestanti davanti al centro d'accoglienza. Senza stare a precisare un baio di battute davvero fuori luogo e imbarazzanti per dare ancora più consistenza al dramma dei migranti.
Zombie-movie in un centro d'accoglienza. Certo l'intuizione non è male, ma non lo era nemmeno Dead Set con gli zombie in Inghilterra che attaccavano i membri della casa del grande fratello. Quella piccola mini serie però era violenta, aveva tanto ritmo e gli zombie facevano paura. Qui la metafora dello zombie migrante funziona a tratti, i fasci fanno più paura, l'ansia non si avverte mai e Roma sta perdendo sempre di più se stessa e il film infine si aggrappa in troppi momenti a stereotipi rassicuranti.

lunedì 21 ottobre 2019

Blue my mind

Titolo: Blue my mind
Regia: Lisa Brühlmann
Anno: 2017
Paese: Svizzera
Giudizio: 3/5

Mia ha quindici anni e si è appena trasferita con la famiglia a Zurigo, in una nuova casa e in una nuova scuola. Non è facile ambientarsi, e per Mia non lo è nemmeno nel proprio corpo, che sta cambiando rapidamente, spaventandola. Non controlla i suoi istinti, che le fanno fare cose strane, e comincia ad avere dei misteriosi problemi cutanei alle gambe. La frequentazione di Gianna e delle sue amiche, ragazze che passano il tempo a bere e a combinare incontri di sesso via smartphone, la porta a sedare con l’alcool le sue preoccupazioni, ma la trasformazione del suo corpo non si arresta e prende il sopravvento.

Le sirene al cinema negli ultimi anni hanno avuto alcuni adattamenti particolari, chi virato verso l'horror sanguinolento Siren, chi verso una forma ibrida di cinema mischiando tanti generi inserendo addirittura il musical come Lure in un perfetto film d'autore e chi cerca come in questo caso uno sguardo più terra a terra lasciando da parte una certa dimensione della paura esplorando l'horror per un'esamina più intimista e meno d'effetto.
Partendo dall'adolescenza, quel viaggio di formazione che apparentemente sembra l'ennesimo ritratto di una ragazza che inizia la sua spirale verso il degrado, scopre l'alcool, la droga, il sesso, in un quadro nemmeno così variopinto e colorato in un crescendo che impone cambiamenti implacabili come nuovi appetiti apparentemente insaziabili.
La parte del cinema sociale del film è povera, attingendo da una famiglia ambivalente nel decidere di essere onesta o no con la propria figlia circa le sue origini, un male che piano piano aumenta diventando un grido nascosto e disperato che la protagonista cerca di mettere a tacere con le sostanze o con la ricerca dello sballo a tutti i costi (la scena dove viene drogata e imbavagliata da un gruppo di ragazzi ha evidenti richiami al bellissimo Raw della Ducournau in cui anche l'elemento del corpo come luogo di cambiamento volontario/involontario viene reso in maniera abbastanza approfondita).
La malattia interna (se possiamo definirla tale) porta Mia ad essere vista come una diversa, peculiarità che la ragazza nel finale, davvero bellissimo, sposerà senza timore e paura, l'auto accettazione, come dice alla sua migliore amica nell'ultimo dialogo.
La Bruhlmann disegna così Mia nel suo disagio, nel non capire cosa stia succedendo, come lo stesso mondo attorno a lei dai medici agli psicologi, tutti increduli  senza riuscire a darle una risposta. Tutto il mondo degli adulti attorno a lei è muto, ma solo gli amici, quelli che valgono, come Gianna sanno capirla. La trasformazione finale nel terzo atto è un vero e proprio tributo alla diversità, senza mai edulcorarla o esagerarne la messa in scena, ma tratteggiandola come un essere prima di tutto umano che non vola, non ha i denti acuminati, non infila la sua delicatissima coda a punta nell'ano di qualcuno.
Mia entra nel suo mondo, esplorandolo e cercando in quella apparente diversità gli spunti per ergersi a diventare qualcosa di nuovo e molto profondo.

lunedì 7 ottobre 2019

Comprame un revolver

Titolo: Comprame un revolver
Regia: Julio Hernandez Cordon
Anno: 2018
Paese: Messico
Giudizio: 4/5

In un mondo dove le donne vengono costrette a prostituirsi e uccise, una ragazza indossa una maschera di Hulk e una catena intorno alla caviglia per nascondere il fatto di essere una donna e aiutare suo padre a prendersi cura di un campo da baseball abbandonato dove giocano gli spacciatori. Tutto scorre finchè il padre viene invitato a suonare ad una festa e decide di portare la figlia con sé. Durante la festa avviene una sparatoria. Le conseguenze sono drammatiche e la ragazza deve fare di tutto per fuggire.

“Messico. Nessuna data precisa. Tutto, assolutamente tutto, è gestito dai cartelli. La popolazione è in diminuzione per la mancanza di donne”
Era dai tempi di Gillian che non vedevo di nuovo un rapporto per certi versi malato tra padre e figlia, quando quest'ultima lo aiuta a drogarsi e procurargli ciò che gli serve.
Il mondo è dominato dai narcotrafficanti e il film c'è lo dice subito mettendo in risalto un territorio completamente dominato da eccessi, soprusi, violenza, bambini lasciati a se stessi con arti mozzati e le donne sono disperse, o meglio sono costrette a prostituirsi o finiscono uccise.
Huckleberry Finn nel paese di Mad Max in un futuro distopico, lo ha definito Cordon, regista assai esplicito e particolare, avvezzo ai generi e i territori inesplorati dell'indie estremo a basso budget, qui di nuovo alle prese con un dramma sconvolgente in cui sembra impossibile non essere invischiati con la malavita locale.
Un regista cazzuto che mostra senza veli la realtà e i disagi senza edulcorare nulla ma lasciando basiti di fronte a dei personaggi che hanno perso l'umanità raffigurando un manifesto inquietante di un universo probabilmente non troppo distante dal presente pieno di pathos e di sguardi sofferti dove non ci sono eroi e sconti per nessuno.
Un braccio mancante, una sparatoria che lascia tutti a terra, i bambini costretti ad un viaggio dell'eroe e di sopravvivenza che gli porterà verso la libertà. Il film ha un bel ritmo si prende i suoi tempi, è minimalista ed è persuaso dall'inizio alla fine di un atmosfera dove quella che permane in assoluto soprattutto per gli adulti è la paura e il malessere e il disagio sembrano non staccarsi mai dalle difficoltà e le dipendenze dei suoi personaggi.

Caffè

Titolo: Caffè
Regia: Cristiano Bortone
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

In Belgio l'iracheno Ahmed ha un piccolo negozio in cui conserva una preziosa caffettiera d'argento. Durante una manifestazione dei teppisti fanno irruzione nell'esercizio e la rubano. Uno di loro però perde i documenti e Ahmed lo rintraccia con il desiderio di farsi restituire il maltolto. A Roma Renzo, un barista appassionato di aromi di caffè, viene licenziato e va a cercare lavoro a Trieste presso un'importante industria che importa il prezioso prodotto e in cui spera che le sue competenze vengano valorizzate. Ciò però non accade e il giovane, la cui compagna attende un figlio, è tentato dall'idea di compiere un furto. In Cina Fei è un manager di successo che sta per sposare la figlia del proprietario di una grande industria del settore chimico. Un giorno viene incaricato di far ripartire una fabbrica che è stata bloccata da un guasto nello Yunnan che è la sua regione di origine. Fei si accorge dei rischi che corrono la popolazione e le piantagioni di caffè che aveva abbandonato da giovane per cercare fortuna a Pechino. Deve ora decidere quale posizione prendere.

Bortone dopo alcune commedie cerca di dare più consistenza al suo cinema con un dramma corale con tre storie e ovviamente il fil rouge che le attraversa, in questo caso, il caffè.
Riesce grazie ad un cast dove spiccano alcuni attori e personaggi tra cui Ahmed e il personaggio interpretato da Ennio Fantastichini qui in una delle sue ultime prove.
Tre storie apparentemente diverse, dove la fatica a tirare avanti facendo una vita di stenti colpisce in maniera dolorosa ma con disagi spesso comuni. L'insoddisfazione è un altro elemento comune dove pur sondando diversi target generazionali e location, nonchè paesi diversi, a ognuno sembra sempre mancare qualcosa, quasi sempre la felicità, cercando un sogno per sentirsi qualcuno o attaccandosi ad un ggetto del passato o pensare di fare un passo in avanti dando alla luce un bambino.
Sono storie piccole, drammi quotidiani che riescono ad essere sentiti in un pubblico che non deve sforzarsi a creare una sorta di immedesimazione, sono intimamente vissute dai suoi protagonisti chi in cerca di speranze e salvezza o cercando di riscattarsi in qualche modo facendo una scelta avventata e pericolosa. Bortone tecnicamente riesce a comporre un bel puzzle dove il ritmo riesce ad essere costante senza mai annoiare e cercando di riscattarsi con dei climax in alcuni casi forti e inaspettati.

mercoledì 2 ottobre 2019

Tormenting the hen

Titolo: Tormenting the hen
Regia: Theodore Collatos
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una paranoia profonda si impossessa di Monica quando si unisce al suo fidanzato Claire in un ritiro di artisti in mezzo al nulla. La coppia non è preparata alle  conseguenze agghiaccianti di fronte ad un misterioso uomo, il guardiano del terreno, che li spinge in una spirale continua verso una rottura psicologica.

Tormenting the hen è quel film che probabilmente abbiamo visto solo io, il regista e qualcuno di Film per evolvere. Credo neppure il cast o la troupe c'è l'abbiano fatta.
Un film girato con due lire dove ci si immerge nell'indie estremo, composto di micro particelle, pochissime location, camera a mano, improvvisazione pura e un abbozzo di storia che devo dire poteva cercare di regalare qualcosa di più.
Un affresco di come il bisogno di fare cinema porta spesso quando ci si immerge in queste produzioni, a sposare scelte registiche e monologhi nonchè dialoghi senza curarsi del loro peso specifico, di come possano apparire eterni nella durata e nel pasticcio dove non sempre c'è sodalizio tra intenzioni e messa in scena.
Sulla carta la trama del film non è poi così male, certo non originale, ma per come si dipana almeno inizialmente nel primo atto lasciava ben sperare verso qualcosa di atipico dove alle volte la paranoia della protagonista viene espressa attraverso un montaggio furibondo di immagini slegate tra loro ma funzionali alla resa scenica.
Alla fine al di là delle scene saffiche, dei dialoghi che non sembrano mai finire, l'antagonista se così vogliamo chiamarlo, ha un epilogo per certi versi davvero strano, dove non ci sono climax o scene efferate, tutto sembra prendere la strada meno ovvia ma forse la più realistica, come a dire che in questa società ci si allarma davvero anche per delle situazioni che seppur strane sono del tutto normali senza per forza sfociare in qualcosa di macabro.

domenica 29 settembre 2019

Antiporno

Titolo: Antiporno
Regia: Sion Sono
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Kyoko è un'artista eccentrica che mette la sessualità al centro delle sue opere e maltratta i propri assistenti. Ma forse Kyoko è solo il personaggio di un film e l'attrice che la interpreta ne è l'esatto opposto, timida e complessata per una serie di traumi adolescenziali. O forse ancora...

Sion Sono è da sempre un regista fuori dalle righe ritagliandosi una certa nomea nel cinema di genere e non solo. Antiporno arriva ancora una volta in maniera inaspettata, stravolgendo le regole e dimostrando ancora una volta come l'outsider nipponico sappia gestire temi e forme inusuali di idee e di messa in scena. Il film fa parte di una serie di opere commissionate ad alcuni registi con il fine di omaggiare il pinku eiga, quel tipo di pellicola con all'interno scene erotiche di qualsiasi tipo, una sorta di manifestazione anarchica di un paese che fino agli anni '70 era costretto a censurare e reprimere ad ogni costo la sfera sessuale.
Kyoko così diventa promotrice di se stessa, del suo corpo, del suo fascino, della sua sessualità sfoggiandola e facendone perno per creare il suo personaggio, un attrice porno molto famosa con tanti fantasmi nell'armadio.
Attorno a lei prendono vita fotografe affascinate dalla sua carica eversiva, in una satira di fatto costruita tutta all'interno di una stanza, in un'unica location, che Siono sfrutta cospargendola di colori, quadri e immagini e dando molto risalto alla fotografia.
Proprio in alcuni personaggi, ma di fatto è sempre la protagonista il culmine della metafora e della critica alle istituzioni, come ad esempio l'assistente/serva Noriko, vediamo quella classe dominata e costretta a subire la crudeltà e il sadismo della sua padrona senza mai provare a ribellarsi ma accettando passivamente torture e prove iniziatiche.
Antiporno ha tanti dialoghi, molta improvvisazione, divertenti scenette e quadri che capovolgono sempre il ritmo e il tono della pellicola, a tratti soffocata e limitata da una pluralità di fattori che vogliono trovare un'alchimia alle volte forzata come la perversione ai danni della stessa Noriko.
Il film rimane un grido di liberazione di chi come Kyoko sceglie di vendicarsi dei propri traumi attraverso quella stessa liberazione del corpo che sembrava intrappolarla, diventando l'ennesimo messaggio di difesa di una femminilità che non riesce a trovare un posto nella società.

venerdì 9 agosto 2019

Observance


Titolo: Observance
Regia: Joseph Sims-Dennett
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Parker è sull'orlo del baratro da quando suo figlio è morto. Incapace di superare il dolore, vede il suo matrimonio sgretolarsi e i debiti accumularsi. Per rimettersi in piedi, ha bisogno di aiuto ma i soccorsi che riceve non sono proprio quelli che si sarebbe aspettato. Un anonimo datore di lavoro gli offre infatti la possibilità di guadagnare molti soldi spiando l'appartamento di una giovane donna. Le regole da rispettare sono semplici ma rigorose e, attirato dal denaro, Parker accetta. I primi giorni tutto scorre tranquillo ma ben presto la paranoia si impadronisce di lui.

Qualcuno ricorda il quasi sconosciuto Canal ecco unito al film del maestro del brivido Finestra sul cortile crea quell'ibrido non specifico di nome Observance.
Un'opera che sa adattarsi molto bene ai generi prendendoli e modellandoli come ritiene e senza alzare troppo la posta riuscendo in questo modo ad avere dei risultati davvero insperati almeno per buona parte del film.
Observance sembra un prototipo cambiando traiettoria su due questioni fondamentali ma lasciando la stessa atmosfera e suspance pur senza chiamare in causa i fan dello scrittore di Providence tornando a citare il film di Kavanagh
Un film molto intrigante, unisce tanti elementi forse già visti ma mischiandoli molto bene tra i territori inizialmente simbolici del film che piano piano diventano sempre più criptici.
La morte del figlio, la compagna forse lasciata da qualche parte sola che aspetta, il suocero che ancora crede in lui in alcune apparizioni sporadiche che poi assumono i contorni di un'allucinazione, la storia complottista, il lavoro inaspettato e misterioso, il barattolo nero, spruzzate di body horror, la casa che presto si trasforma e i personaggi che sono tutto l'opposto di quello che si poteva pensare.
Il tono claustrofobico dell'appartamento unito ad una fotografia attenta e pulita ed una certa indefinitezza della situazione crea delle buone aspettative, ma le svolte del film lo fanno presto diventare un incubo allucinato deragliando tutto in quella direzione quando cominciano ad esserci alcune indecisioni narrative.
Observance è sicuramente pretenzioso ma il risultato visto il budget risicatissimo va oltre le aspettative senza diventare però un cult per via di quel finale, davvero cattivo, che però scardina completamente alcuni presupposti che si pensava dovessero andare in un'altra direzione



Astral


Titolo: Astral
Regia: Chris Mul
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Studente di metafisica, Alex scopre la pratica della proiezione astrale e la possibilità di viaggiare in una dimensione diversa dalla nostra. Ancora alle prese con il dolore per la prematura scomparsa della madre quando era bambino, Alex decide allora di usare la proiezione astrale per tentare di entrare in contatto con lei. Mentre i suoi esperimenti aumentano di giorno in giorno, Alex inizia a isolarsi da tutti coloro che si prendono cura di lui, andando incontro a un continuo deterioramento delle sue condizioni mentali.

"La prima cosa da fare è trovare un posto comodo. Stare sdraiato sulla schiena e riposare gli occhi. Se senti il bisogno di spostarli, ignoralo. Concentrati sul tuo respiro. Inganna il cervello come che il corpo stesse sognando: questo attiva la paralisi del corpo, uno stato di transizione tra veglia e sonno. Quando succede questo, puoi separarti dal tuo corpo fisico paralizzato. Concentrati sulle parole: sono in totale pace, connesso a tutto ciò che esiste. Ho il potere di viaggiare dove voglio andare. Sarò protetto mentalmente, fisicamente e spiritualmente."
Astral è un indie passato inosservato pressochè ovunque, senza l'ombra di una distribuzione e tutto questo è un gran peccato perchè l'esordio di Mul andrebbe tenuto d'occhio proprio per il suo declinarsi sull'occulto e il soprannaturale senza rovinarlo con effetti in c.g e creature che servono solo da maschera per il vuoto della scrittura.
Mul probabilmente come il protagonista o l'insegnante dell'università, sembra particolarmente attratto dall'occulto, riuscendo a sondarlo in maniera atipica, mai scontata, tranne qualche scena nel finale che proprio per regalare intrattenimento e azione mostra una possessione facendo vedere i demoni, riuscendo a non risultare ridicolo ma coerente con il resto del film.
Dopo una prima parte interessante dove il regista si prende tutto il tempo per raccontarci cos'è un viaggio astrale e come poterci entrare, non senza i rischi che uno psichiatra e una medium gli fanno presente, Astral persegue un percorso da omnibus dell'horror mettendo in campo demoni, uomini ombra e pure appunto la possessione demoniaca in una scena che sembra citare Raimi.
Con un cast di giovani che riescono a risultare maturi e interessanti, Astral non è certamente esente da difetti, ma riesce molto bene a fare quello che dimostra di saper fare senza fare ricorso a troppi elementi esterni rimanendo sempre focalizzato sul punto di partenza.
La scena finale poi è crudelmente perfetta girata con due lire come tutto il resto del film, dimostrando ancora una volta come anche nel low budget sia possibile dimostrare di saperci fare con idee brillanti e poco abusate

Night Watchmen


Titolo: Night Watchmen
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre inetti guardiani notturni, aiutati da una giovane e bellissima giornalista senza paura, combattono una battaglia epica per salvare le loro vite. Una ronda sbagliata scatena infatti un'orda di vampiri affamati e all'improbabile gruppo spetterà il compito di fermare un flagello che non minaccia solo loro ma l'intera città di Baltimora

Night Watchmen esce direttamente dal panorama indie e distribuito grazie all'onnipresente Midnight factory. Tanto gore e tanta azione per un risultato tuttavia deludente e noioso nonchè ripetitivo come non si vedeva da un pezzo. Troppo facile giocare a carte scoperte come in questo caso dove horror + clown + vampiri + splatter e gore + ironia voleva o poteva portare ad un buon risultato.
L'ultimo film di Altieri non riesce a far ridere, i personaggi scimmiottano tante cose già viste, i dialoghi sono molto superficiali e sempre privi di un minimo di spessore drammatico e infine alcune riprese sembrano quasi amatoriali per quanto facciano venire le vertigini.
E'un peccato perchè gli indie vanno difesi quasi sempre. Il film è certamente una spanna sopra tanti altri film distanti da una piena maturità, Altieri rimane un buon mestierante che ha già dato prova con l'horror con alcuni risultati altalenanti ma ripeto tutti da vedere come Violent Kind e Holy ghost people o Hamiltons.
Mancano però quei particolari, chessò una scintilla di originalità, qualche scena che non sia scontata, trattare il tema in maniera atipica senza fare i doverosi ricorsi a citare numerosissimi film.


venerdì 2 agosto 2019

Grande rabbia


Titolo: Grande rabbia
Regia: Claudio Fragasso
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Nell'arco di una giornata si consolida l'amicizia tra due giovani: Benny e Matteo, che in ventiquattr'ore ambieranno per sempre la loro vita. Benny ha la pelle nera, adottato in fasce da una coppia di veneti poi trasferitasi a Roma, rimasto orfano e solo è diventato un campione di fighting per incontri clandestini, dove con le scommesse in un colpo solo si possono guadagnare cifre a tanti zeri. Benny decide d'investire tutti i suoi risparmi in un ultimo incontro, quello che gli permetterà d'iniziare una nuova esistenza, nonostante la sua passione gli sia già costata il carcere. Matteo è bianco, lavora in un pub ed è nato a Roma, dove vive con il padre pensionato e il fratello minore che lo mantengono.

Fragasso è un regista con una storia e una filmografia alle spalle complessa e contorta.
Partito nel migliore dei modi è finito qualche anno fa a dirigere commedie becere con Jerry Calà e soci. Finalmente messi insieme un pò di quattrini, pochi e si vede, filma un film duro e compatto.
Una sorta di punto di vista sui fanatici fascisti a Roma in una periferia marcia vissuta dalle minoranze e teatro di stati di emarginazione e continui scontri tra etnie.
Un film che però prende subito le distanze da un film reazionario, puntando il dito sulle scelte e le conseguenze di due piccoli delinquenti accomunati dalla frustrazione per una vita avara di soddisfazioni che faranno un vero e proprio viaggio all'inferno tra combattimenti clandestini tra rom, per finire nel finale, nelle gabbie in uno scenario molto pericoloso.
La loro, come quella dei cittadini della periferia e delle fasce deboli, è una lotta contro un nemico invisibile dove a dettare legge sono i risultati di una ideologia post contemporanea quanto mai confusa che sfocia sempre in una guerra tra poveri.
Un film per alcuni aspetti amatoriale senza nessun volto noto, con delle facce da schiaffi e i risultati sono abbastanza imparziali. Sicuramente si nota fin da subito la capacità di coinvolgere diverse maestranze, fare un buon lavoro con centinaia di comparse (l'attacco alle case popolari finali dove si nascondono gli extracomunitari criminali quando la realtà è ben altra).
Fragasso cerca di inquadrare un fatto sociale, un dramma cittadino complesso, senza risparmiare critiche da tutti i lati (forze dell'ordine e case dei fasci) mettendo i giudizi e le scelte in mano a due teste calde che sanno solo picchiare uniti da un legame insondabile.
Un film discontinuo, imperfetto, con tanti errori tecnici, ma alla fine mettendo da parte i moralismi non è affatto male se si pensa al resto degli indie low budget italiani provenienti dalla capitale.



Axiom


Titolo: Axiom
Regia: Nicolas Woods
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Grazie a Leonard,conosciuto via internet, McKenzie, accompagnata dal fratello e altri tre amici, decide di raggiungere il Cinder Pak, un parco nazionale chiuso al pubblico, all'interno del quale è scomparsa la sorella Marylyn. Ottenuto da Leonard indicazioni sul percorso e un pass per accedere all'interno della enorme foresta, il gruppo procede in direzione dell'avamposto del viaggiatore: una baita abbandonata con un registro degli ospiti, fermo al 1957. Quando, giunta la mezzanotte, il sole è ancora alto, i ragazzi impauriti decidono di tornare indietro ma uno di loro, Edgar, manifesta un comportamento aggressivo ed assale brutalmente Darcy. È l'inizio di un incubo in una realtà sfuggente, animata da creature (i Pallidi) impressionanti, in grado di giocare con la percezione sensoriale degli ospiti nel parco.

Axiom aveva tutte le carte in regola per regalare intrattenimento, paura e soprattutto mostri.
Perchè di questo parla, aprendo porte per mondi paralleli dominati da creature inquietanti e spaventose e forze oscure non meglio precisate. Peccato perchè di mostri in tutto il film se ne vedono solo due, i Pallidi e una creatura verso il finale se non contiamo le solite ragazzine dai lunghi capelli neri modello Sadako (in quanto a make up, costruzione e fattezze siamo purtroppo in un deserto di miseria).
Woods però gira bene ed è un peccato vedere una tecnica così sprecata. La parte iniziale, quella nel bosco, i riferimenti a Raimi e l'intero cast composto perlopiù da quel manipolo di giovani che vogliamo vedere morti subito, sono a tratti convincenti.
Anche un paio di scene come l'uccisione tra fratelli e un paio di jumped scared funzionano benino.
Per il resto purtroppo a differenza di un impianto tecnico valido e gradevole, il film inciampa in dei colossali e madornali errori dal secondo atto in avanti con un finale piuttosto approssimativo e buttato lì alla veloce.
Woods meritava di insistere di più su uno script che diventa disarticolato proprio per il continuo rimandare a promesse che poi il film, per motivi di budget, non riesce a mantenere.

giovedì 18 luglio 2019

Relaxer


Titolo: Relaxer
Regia: Joel Potrykus
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Con l'arrivo imminente dell'apocalisse, Abbie si trova di fronte all'ultima sfida: l'imbattibile livello 256 su Pac-Man. Non riesce quindi a muoversi dal divano e cerca di sopravvivere dal salotto

Potrykus (ALCHEMIST COOKBOOK, BUZZARD, APE) è un pazzo. Appena ha due lire ne approfitta per fare un film. Anche quando non ne ha come in questo caso.
Due attori, un salotto e un divano e poi lo schifo cosmico.
Altri ingredienti nella sua ultima opera non sembrano esserci. E'stato distrutto da critica e pubblico ancora una volta perchè secondo me il film nel suo incessante bisogno di crederci e darsi forza a tutti i costi diventa sempre più surreale e onirico, a tratti grottesco e con un finale exploitation a tutti gli effetti che alza il ritmo e il valore del film, anche se come un tallone d'Achille ne rivela i suoi innegabili buchi o momenti di non sense in una sceneggiatura molto bizzarra che va opportunamente presa per quello che è.
Si parte da un dialogo che sembra infinito tra due fratelli di cui il protagonista spacca letteralmente lo schermo, non la quarta parete, con una ghigna incredibile che lo relega ad essere uno dei nerd floccidi più interessanti della storia del cinema.
Si vomita tanto in questo film, si bevono urine, litri e litri di latte rancido, esplodono teste, avvengono incontri inusuali, il divano diventa sempre più protagonista, ma più di tutto ci sono regole incontrovertibili da rispettare.
L’ultima e definitiva, per la quale Abbie è disposto a tutto: raggiungere e superare il 256º livello di Pac-Man, ottenendo il record mondiale e 100.000$ (somma realmente messa in palio da Billy Mitchell, campione dei videogiochi arcade, ma che per un assurdo una delle persone che fanno capolino a casa sua gli dice con molta pena che in realtà non si può raggiungere, che è stato ancora una volta preso in giro dal fratello).
Il finale è una delle cose più belle viste negli ultimi anni




Sauvage


Titolo: Sauvage
Regia: Camilla Vidal-Naquet
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Léo ha ventidue anni, batte sulla strada e non fa segreto dei suoi tesori coi clienti: bocca, lingua, muscoli, sesso, culo. Più corpo che persona, lo vende senza risparmiarsi, così come ama, senza ritorno. Gli uomini sfilano, lui resta là, aspettando l'amore. Perché Léo è un romantico, innamorato senza speranza di un altro ragazzo che risponde alla sua ossessione a colpi di baci e pugni. Tra le umiliazioni e le carezze, tra un cliente e una visita medica, Léo è affetto da tubercolosi, incontra un angelo borghese che gli offre l'America. Ma lui declina e corre via.

Era forse dai tempi di MYSTERIOUS SKIN che un film con tematiche queer non mi colpiva così profondamente e mettiamoci dentro anche alcune affascinanti scene lesbo di As boas maneiras
e la pedofilia di Desdè Allà.
Un film incredibile, molto stratificato, ricco di situazioni grottesche e curiose, un film selvaggio come la natura del protagonista qui in una performance totale nell'offrirsi e il brutale abuso che il suo corpo subisce da tutti gli strati sociali con cui entra in contatto.
Leò è un ingenuo, non nasconde la sua natura, ma anzi pur senza esaltarla, la accetta senza farsi tante domande come risponde alla dottoressa che vorrebbe sapere qualcosa di più della sua storia.
Il corpo di Lèo lo mette a disposizione di tutti, preferendo un abbraccio e un sorriso ad un conflitto o momenti di rabbia, cercando di scansare i pericoli e la violenza della strada tra sadici e malati che captano immediatamente la sua innocenza.
Il film ha una profonda metafora disperata e attuale, risultato di anni di inchiesta nel mondo della prostituzione maschile. Parla di chi come Lèo non pensa alle conseguenze esplorando ed essendo esplorato senza preoccuparsi delle malattie e dei pericoli, ingoiando tutto quello che trova senza fare distinzioni in una ricerca spasmodica del piacere senza mezzi termini.
Dall'inferno al paradiso. La regista non fa nessuno sconto, il risultato vince una sfida almeno per quanto concerne la realisticità delle scene e delle circostanze in cui Lèo viene catapultato.
Dalla piazza con i suoi "colleghi" di lavoro, dove non tutti come lui sono "froci" cercando un piccolo riscatto, magari trovando l'anziano che gli mantiene per tutta la vita.
Nel viale della miseria passano tutti, dai macellai, agli sprovveduti con cui Lèo sempre molto curioso e affascinato dal genere umano intrattiene rapporti, scene di sesso a tre girate benissimo con una ferocia in alcune scene e quel senso di libertà che lascia sempre paralizzati e scioccati, portando il ritmo del film da un eccesso all'altro, da una situazione di calma ad una di rabbia e mortificazione (la discoteca o il covo di tossici dove tutti vanno a farsi).
Non saprei cos'altro dire di un film meraviglioso che ti catapulta in una Francia sempre più abbandonata a se stessa, dove la gente è sola e cerca di trovare riparo alla disperazione anche solo con una carezza o facendosi "inculare".
La scena dei due arabi che sodomizzano il protagonista è di una potenza e di una crudeltà che non vedevo dai tempi di Doom Generation con la famosa scena finale censurata della madonnina.