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venerdì 9 agosto 2019

Observance


Titolo: Observance
Regia: Joseph Sims-Dennett
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Parker è sull'orlo del baratro da quando suo figlio è morto. Incapace di superare il dolore, vede il suo matrimonio sgretolarsi e i debiti accumularsi. Per rimettersi in piedi, ha bisogno di aiuto ma i soccorsi che riceve non sono proprio quelli che si sarebbe aspettato. Un anonimo datore di lavoro gli offre infatti la possibilità di guadagnare molti soldi spiando l'appartamento di una giovane donna. Le regole da rispettare sono semplici ma rigorose e, attirato dal denaro, Parker accetta. I primi giorni tutto scorre tranquillo ma ben presto la paranoia si impadronisce di lui.

Qualcuno ricorda il quasi sconosciuto Canal ecco unito al film del maestro del brivido Finestra sul cortile crea quell'ibrido non specifico di nome Observance.
Un'opera che sa adattarsi molto bene ai generi prendendoli e modellandoli come ritiene e senza alzare troppo la posta riuscendo in questo modo ad avere dei risultati davvero insperati almeno per buona parte del film.
Observance sembra un prototipo cambiando traiettoria su due questioni fondamentali ma lasciando la stessa atmosfera e suspance pur senza chiamare in causa i fan dello scrittore di Providence tornando a citare il film di Kavanagh
Un film molto intrigante, unisce tanti elementi forse già visti ma mischiandoli molto bene tra i territori inizialmente simbolici del film che piano piano diventano sempre più criptici.
La morte del figlio, la compagna forse lasciata da qualche parte sola che aspetta, il suocero che ancora crede in lui in alcune apparizioni sporadiche che poi assumono i contorni di un'allucinazione, la storia complottista, il lavoro inaspettato e misterioso, il barattolo nero, spruzzate di body horror, la casa che presto si trasforma e i personaggi che sono tutto l'opposto di quello che si poteva pensare.
Il tono claustrofobico dell'appartamento unito ad una fotografia attenta e pulita ed una certa indefinitezza della situazione crea delle buone aspettative, ma le svolte del film lo fanno presto diventare un incubo allucinato deragliando tutto in quella direzione quando cominciano ad esserci alcune indecisioni narrative.
Observance è sicuramente pretenzioso ma il risultato visto il budget risicatissimo va oltre le aspettative senza diventare però un cult per via di quel finale, davvero cattivo, che però scardina completamente alcuni presupposti che si pensava dovessero andare in un'altra direzione



Astral


Titolo: Astral
Regia: Chris Mul
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Studente di metafisica, Alex scopre la pratica della proiezione astrale e la possibilità di viaggiare in una dimensione diversa dalla nostra. Ancora alle prese con il dolore per la prematura scomparsa della madre quando era bambino, Alex decide allora di usare la proiezione astrale per tentare di entrare in contatto con lei. Mentre i suoi esperimenti aumentano di giorno in giorno, Alex inizia a isolarsi da tutti coloro che si prendono cura di lui, andando incontro a un continuo deterioramento delle sue condizioni mentali.

"La prima cosa da fare è trovare un posto comodo. Stare sdraiato sulla schiena e riposare gli occhi. Se senti il bisogno di spostarli, ignoralo. Concentrati sul tuo respiro. Inganna il cervello come che il corpo stesse sognando: questo attiva la paralisi del corpo, uno stato di transizione tra veglia e sonno. Quando succede questo, puoi separarti dal tuo corpo fisico paralizzato. Concentrati sulle parole: sono in totale pace, connesso a tutto ciò che esiste. Ho il potere di viaggiare dove voglio andare. Sarò protetto mentalmente, fisicamente e spiritualmente."
Astral è un indie passato inosservato pressochè ovunque, senza l'ombra di una distribuzione e tutto questo è un gran peccato perchè l'esordio di Mul andrebbe tenuto d'occhio proprio per il suo declinarsi sull'occulto e il soprannaturale senza rovinarlo con effetti in c.g e creature che servono solo da maschera per il vuoto della scrittura.
Mul probabilmente come il protagonista o l'insegnante dell'università, sembra particolarmente attratto dall'occulto, riuscendo a sondarlo in maniera atipica, mai scontata, tranne qualche scena nel finale che proprio per regalare intrattenimento e azione mostra una possessione facendo vedere i demoni, riuscendo a non risultare ridicolo ma coerente con il resto del film.
Dopo una prima parte interessante dove il regista si prende tutto il tempo per raccontarci cos'è un viaggio astrale e come poterci entrare, non senza i rischi che uno psichiatra e una medium gli fanno presente, Astral persegue un percorso da omnibus dell'horror mettendo in campo demoni, uomini ombra e pure appunto la possessione demoniaca in una scena che sembra citare Raimi.
Con un cast di giovani che riescono a risultare maturi e interessanti, Astral non è certamente esente da difetti, ma riesce molto bene a fare quello che dimostra di saper fare senza fare ricorso a troppi elementi esterni rimanendo sempre focalizzato sul punto di partenza.
La scena finale poi è crudelmente perfetta girata con due lire come tutto il resto del film, dimostrando ancora una volta come anche nel low budget sia possibile dimostrare di saperci fare con idee brillanti e poco abusate

Night Watchmen


Titolo: Night Watchmen
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre inetti guardiani notturni, aiutati da una giovane e bellissima giornalista senza paura, combattono una battaglia epica per salvare le loro vite. Una ronda sbagliata scatena infatti un'orda di vampiri affamati e all'improbabile gruppo spetterà il compito di fermare un flagello che non minaccia solo loro ma l'intera città di Baltimora

Night Watchmen esce direttamente dal panorama indie e distribuito grazie all'onnipresente Midnight factory. Tanto gore e tanta azione per un risultato tuttavia deludente e noioso nonchè ripetitivo come non si vedeva da un pezzo. Troppo facile giocare a carte scoperte come in questo caso dove horror + clown + vampiri + splatter e gore + ironia voleva o poteva portare ad un buon risultato.
L'ultimo film di Altieri non riesce a far ridere, i personaggi scimmiottano tante cose già viste, i dialoghi sono molto superficiali e sempre privi di un minimo di spessore drammatico e infine alcune riprese sembrano quasi amatoriali per quanto facciano venire le vertigini.
E'un peccato perchè gli indie vanno difesi quasi sempre. Il film è certamente una spanna sopra tanti altri film distanti da una piena maturità, Altieri rimane un buon mestierante che ha già dato prova con l'horror con alcuni risultati altalenanti ma ripeto tutti da vedere come Violent Kind e Holy ghost people o Hamiltons.
Mancano però quei particolari, chessò una scintilla di originalità, qualche scena che non sia scontata, trattare il tema in maniera atipica senza fare i doverosi ricorsi a citare numerosissimi film.


venerdì 2 agosto 2019

Grande rabbia


Titolo: Grande rabbia
Regia: Claudio Fragasso
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Nell'arco di una giornata si consolida l'amicizia tra due giovani: Benny e Matteo, che in ventiquattr'ore ambieranno per sempre la loro vita. Benny ha la pelle nera, adottato in fasce da una coppia di veneti poi trasferitasi a Roma, rimasto orfano e solo è diventato un campione di fighting per incontri clandestini, dove con le scommesse in un colpo solo si possono guadagnare cifre a tanti zeri. Benny decide d'investire tutti i suoi risparmi in un ultimo incontro, quello che gli permetterà d'iniziare una nuova esistenza, nonostante la sua passione gli sia già costata il carcere. Matteo è bianco, lavora in un pub ed è nato a Roma, dove vive con il padre pensionato e il fratello minore che lo mantengono.

Fragasso è un regista con una storia e una filmografia alle spalle complessa e contorta.
Partito nel migliore dei modi è finito qualche anno fa a dirigere commedie becere con Jerry Calà e soci. Finalmente messi insieme un pò di quattrini, pochi e si vede, filma un film duro e compatto.
Una sorta di punto di vista sui fanatici fascisti a Roma in una periferia marcia vissuta dalle minoranze e teatro di stati di emarginazione e continui scontri tra etnie.
Un film che però prende subito le distanze da un film reazionario, puntando il dito sulle scelte e le conseguenze di due piccoli delinquenti accomunati dalla frustrazione per una vita avara di soddisfazioni che faranno un vero e proprio viaggio all'inferno tra combattimenti clandestini tra rom, per finire nel finale, nelle gabbie in uno scenario molto pericoloso.
La loro, come quella dei cittadini della periferia e delle fasce deboli, è una lotta contro un nemico invisibile dove a dettare legge sono i risultati di una ideologia post contemporanea quanto mai confusa che sfocia sempre in una guerra tra poveri.
Un film per alcuni aspetti amatoriale senza nessun volto noto, con delle facce da schiaffi e i risultati sono abbastanza imparziali. Sicuramente si nota fin da subito la capacità di coinvolgere diverse maestranze, fare un buon lavoro con centinaia di comparse (l'attacco alle case popolari finali dove si nascondono gli extracomunitari criminali quando la realtà è ben altra).
Fragasso cerca di inquadrare un fatto sociale, un dramma cittadino complesso, senza risparmiare critiche da tutti i lati (forze dell'ordine e case dei fasci) mettendo i giudizi e le scelte in mano a due teste calde che sanno solo picchiare uniti da un legame insondabile.
Un film discontinuo, imperfetto, con tanti errori tecnici, ma alla fine mettendo da parte i moralismi non è affatto male se si pensa al resto degli indie low budget italiani provenienti dalla capitale.



Axiom


Titolo: Axiom
Regia: Nicolas Woods
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Grazie a Leonard,conosciuto via internet, McKenzie, accompagnata dal fratello e altri tre amici, decide di raggiungere il Cinder Pak, un parco nazionale chiuso al pubblico, all'interno del quale è scomparsa la sorella Marylyn. Ottenuto da Leonard indicazioni sul percorso e un pass per accedere all'interno della enorme foresta, il gruppo procede in direzione dell'avamposto del viaggiatore: una baita abbandonata con un registro degli ospiti, fermo al 1957. Quando, giunta la mezzanotte, il sole è ancora alto, i ragazzi impauriti decidono di tornare indietro ma uno di loro, Edgar, manifesta un comportamento aggressivo ed assale brutalmente Darcy. È l'inizio di un incubo in una realtà sfuggente, animata da creature (i Pallidi) impressionanti, in grado di giocare con la percezione sensoriale degli ospiti nel parco.

Axiom aveva tutte le carte in regola per regalare intrattenimento, paura e soprattutto mostri.
Perchè di questo parla, aprendo porte per mondi paralleli dominati da creature inquietanti e spaventose e forze oscure non meglio precisate. Peccato perchè di mostri in tutto il film se ne vedono solo due, i Pallidi e una creatura verso il finale se non contiamo le solite ragazzine dai lunghi capelli neri modello Sadako (in quanto a make up, costruzione e fattezze siamo purtroppo in un deserto di miseria).
Woods però gira bene ed è un peccato vedere una tecnica così sprecata. La parte iniziale, quella nel bosco, i riferimenti a Raimi e l'intero cast composto perlopiù da quel manipolo di giovani che vogliamo vedere morti subito, sono a tratti convincenti.
Anche un paio di scene come l'uccisione tra fratelli e un paio di jumped scared funzionano benino.
Per il resto purtroppo a differenza di un impianto tecnico valido e gradevole, il film inciampa in dei colossali e madornali errori dal secondo atto in avanti con un finale piuttosto approssimativo e buttato lì alla veloce.
Woods meritava di insistere di più su uno script che diventa disarticolato proprio per il continuo rimandare a promesse che poi il film, per motivi di budget, non riesce a mantenere.

giovedì 18 luglio 2019

Relaxer


Titolo: Relaxer
Regia: Joel Potrykus
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Con l'arrivo imminente dell'apocalisse, Abbie si trova di fronte all'ultima sfida: l'imbattibile livello 256 su Pac-Man. Non riesce quindi a muoversi dal divano e cerca di sopravvivere dal salotto

Potrykus (ALCHEMIST COOKBOOK, BUZZARD, APE) è un pazzo. Appena ha due lire ne approfitta per fare un film. Anche quando non ne ha come in questo caso.
Due attori, un salotto e un divano e poi lo schifo cosmico.
Altri ingredienti nella sua ultima opera non sembrano esserci. E'stato distrutto da critica e pubblico ancora una volta perchè secondo me il film nel suo incessante bisogno di crederci e darsi forza a tutti i costi diventa sempre più surreale e onirico, a tratti grottesco e con un finale exploitation a tutti gli effetti che alza il ritmo e il valore del film, anche se come un tallone d'Achille ne rivela i suoi innegabili buchi o momenti di non sense in una sceneggiatura molto bizzarra che va opportunamente presa per quello che è.
Si parte da un dialogo che sembra infinito tra due fratelli di cui il protagonista spacca letteralmente lo schermo, non la quarta parete, con una ghigna incredibile che lo relega ad essere uno dei nerd floccidi più interessanti della storia del cinema.
Si vomita tanto in questo film, si bevono urine, litri e litri di latte rancido, esplodono teste, avvengono incontri inusuali, il divano diventa sempre più protagonista, ma più di tutto ci sono regole incontrovertibili da rispettare.
L’ultima e definitiva, per la quale Abbie è disposto a tutto: raggiungere e superare il 256º livello di Pac-Man, ottenendo il record mondiale e 100.000$ (somma realmente messa in palio da Billy Mitchell, campione dei videogiochi arcade, ma che per un assurdo una delle persone che fanno capolino a casa sua gli dice con molta pena che in realtà non si può raggiungere, che è stato ancora una volta preso in giro dal fratello).
Il finale è una delle cose più belle viste negli ultimi anni




Sauvage


Titolo: Sauvage
Regia: Camilla Vidal-Naquet
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Léo ha ventidue anni, batte sulla strada e non fa segreto dei suoi tesori coi clienti: bocca, lingua, muscoli, sesso, culo. Più corpo che persona, lo vende senza risparmiarsi, così come ama, senza ritorno. Gli uomini sfilano, lui resta là, aspettando l'amore. Perché Léo è un romantico, innamorato senza speranza di un altro ragazzo che risponde alla sua ossessione a colpi di baci e pugni. Tra le umiliazioni e le carezze, tra un cliente e una visita medica, Léo è affetto da tubercolosi, incontra un angelo borghese che gli offre l'America. Ma lui declina e corre via.

Era forse dai tempi di MYSTERIOUS SKIN che un film con tematiche queer non mi colpiva così profondamente e mettiamoci dentro anche alcune affascinanti scene lesbo di As boas maneiras
e la pedofilia di Desdè Allà.
Un film incredibile, molto stratificato, ricco di situazioni grottesche e curiose, un film selvaggio come la natura del protagonista qui in una performance totale nell'offrirsi e il brutale abuso che il suo corpo subisce da tutti gli strati sociali con cui entra in contatto.
Leò è un ingenuo, non nasconde la sua natura, ma anzi pur senza esaltarla, la accetta senza farsi tante domande come risponde alla dottoressa che vorrebbe sapere qualcosa di più della sua storia.
Il corpo di Lèo lo mette a disposizione di tutti, preferendo un abbraccio e un sorriso ad un conflitto o momenti di rabbia, cercando di scansare i pericoli e la violenza della strada tra sadici e malati che captano immediatamente la sua innocenza.
Il film ha una profonda metafora disperata e attuale, risultato di anni di inchiesta nel mondo della prostituzione maschile. Parla di chi come Lèo non pensa alle conseguenze esplorando ed essendo esplorato senza preoccuparsi delle malattie e dei pericoli, ingoiando tutto quello che trova senza fare distinzioni in una ricerca spasmodica del piacere senza mezzi termini.
Dall'inferno al paradiso. La regista non fa nessuno sconto, il risultato vince una sfida almeno per quanto concerne la realisticità delle scene e delle circostanze in cui Lèo viene catapultato.
Dalla piazza con i suoi "colleghi" di lavoro, dove non tutti come lui sono "froci" cercando un piccolo riscatto, magari trovando l'anziano che gli mantiene per tutta la vita.
Nel viale della miseria passano tutti, dai macellai, agli sprovveduti con cui Lèo sempre molto curioso e affascinato dal genere umano intrattiene rapporti, scene di sesso a tre girate benissimo con una ferocia in alcune scene e quel senso di libertà che lascia sempre paralizzati e scioccati, portando il ritmo del film da un eccesso all'altro, da una situazione di calma ad una di rabbia e mortificazione (la discoteca o il covo di tossici dove tutti vanno a farsi).
Non saprei cos'altro dire di un film meraviglioso che ti catapulta in una Francia sempre più abbandonata a se stessa, dove la gente è sola e cerca di trovare riparo alla disperazione anche solo con una carezza o facendosi "inculare".
La scena dei due arabi che sodomizzano il protagonista è di una potenza e di una crudeltà che non vedevo dai tempi di Doom Generation con la famosa scena finale censurata della madonnina.


Les demons


Titolo: Les demons
Regia: Philippe Lesage
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Félix ha dieci anni e ha appena finito la scuola a Old Longueuil, un anonimo sobborgo dall'apparenza pacifica. Il suo carattere non è tra i più semplici: ha paura di tutto e dentro di lui vivono dei demoni che, a poco a poco, cominciano a mescolarsi con i demoni reali che lo circondano. E che si fanno sempre più inquietanti.

L'esordio di Lesage offre uno squarcio su un cammino di formazione di un ragazzo di dieci anni davvero colto e raffinato. Ci sono alcune scene davvero forti e di notevole impatto emotivo giocate con due soldi come a confermare che quando ci sono le idee il resto conta poco.
Citerei il litigio tra i genitori che sfocia quasi in un conflitto fisico dove a fare da pacieri arrivano proprio i tre figli, oppure la scena del piccolo che chiede all'amico di vestirsi da donna per scoprire in questo modo la sessualità, oppure alcune scene di bullismo a danno dei coetanei di scuola .
Il film di Lesage racconta i primi passi della formazione di un bambino di dieci anni che intraprenderà una storia di turbamento e cambiamento (i demoni sono proprio quelli interiori al protagonista) senza però cedere mai ai luoghi comuni o ad alcuni stereotipi spesso abusati in tipologie di cinema di genere. Qui il contesto si prende molto sul serio, sembra di vedere Haneke e in alcuni casi persino Bunuel, in quel perfetto esempio di cinema autoriale scomodo.
Les demons colpisce allo stomaco perchè perfidamente realistico, potente, onesto e credibile che non sceglie mai strade semplici, cogliendo quegli aspetti perfidi ma in fondo pienamente possibili. 
Lesage tratteggia un mondo in cui gli adulti non sono mai stati così distanti a partire dal nucleo familiare, dinamiche relazionali che come dei triangoli, vedono venire avanti adulti che giocano senza sapere di essere visti e da figli che ne ripetono i gesti, gli errori, tutti incentrati in maniera ancora più grottesca fatta di ammiccamenti subdoli.





I'll take your dad


Titolo: I'll take your dad
Regia: Chad Archibald
Anno: 2018
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un uomo, William, incaricato di far scomparire i cadaveri, scopre che una delle vittime è ancora viva.

Il quinto film di Archibald dimostra il talento e le idee di un regista che sempre di più va tenuto sott'occhio e che dovrebbe girare almeno tre film l'anno visti i risultati e gli spunti narrativi originali.
La storia di I'll take your dad, dal titolo non così entusiasmante è incredibile.
Un uomo tranquillissimo che vive con la figlia e che ha da poco perso la moglie si occupa di far sparire i cadaveri. Praticamente tutti i criminali lo conoscono e ne hanno paura perchè dietro di lui c'è una leggenda misteriosa come di qualcuno davvero pericoloso da temere a tutti i costi.
Con tutta la tranquillità e prendendosi i suoi tempi, l'uomo che vive in una casetta ai margini di tutto, scioglie le vittime, che i criminali vogliono far sparire, dentro vasche d'acido.
William però ha un suo codice morale e non uccide nessuno che sia ancora vivo.
Questo naturalmente creerà tutta una serie di incidenti incredibili.
Archibald però è molto abile ancora una volta ad inquadrare una vicenda che seppur folle denuncia sempre più la drammaticità della vita che dietro l'apparente situazione macabra, vede la coppia padre-figlia (stupendo il rapporto) ritratti dal cuore enorme ed un animo nobile, costretto lui e costretta lei, a scendere in compromessi con le avversità della vita.
Se è pur vero che la prima parte è quella che fa da padrona dove alcuni rimandi al cinema dei Coen non possono mancare e vero che Archibald con pochi attori e una location riesce a dare sempre enfasi e carattere alla storia senza farle perdere mai il suo fascino. Tutto questo vale per i primi due atti spaccati con l'accetta a differenza della carneficina finale, forse un po scontata e forse no, ma visto il tale insieme di elementi gestito così bene, senza ricorrere alla violenza, forse si poteva provare qualcosa di diverso.
Rimane un film interessante, con un ritmo straordinario, ottimi attori dove il protagonista è l'esatta copia di Rocco Siffredi tale Aidan Devine, davvero è difficile guardare il film senza pensare che non sia la stessa persona e anche in parte le espressioni sembrano le stesse.
Un film purtroppo sconosciuto che forse non avrà mai, come quasi tutto il cinema indie interessante, una valida distribuzione.
Di nuovo la coppia di fuoco Jayme LaForest (sceneggiatore) e Archibald tornano a lavorare insieme, e speriamo continuino, dopo Bite, HERETICS e DROWNSMAN

Still


Titolo: Still
Regia: Takashi Doscher
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quando una giovane escursionista si imbatte in una fattoria isolata dopo aver perso la sua strada sull'Appalachian Trail, viene accolta da una strana ma bellissima coppia. I due ospiti nascondono però un terribile segreto.

Doscher arriva al suo secondo film dopo un esordio stranissimo ONLY su un'epidemia che uccide tutte le donne. Anche in questo piccolo indie sconosciuto e girato con pochi soldi, il regista ha le idee chiare su che tipo di storia raccontare. Un dramma visionario e spirituale, dove con una sola location e un terzetto di attori, a cavallo tra dramma e fantasy, la storia offre un mito già sdoganato nel cinema, ma centellinato con così tanta calma prendendosi il suo tempo e regalando una scena, il climax finale, che vale da solo la visione del film.
Ambientato tra le montagne della Giorgia rurale a cavallo di due epoche storiche (il paradosso spazio-tempo se da principio lascerà molte domande, alla fine trova la risposta che cerchiamo) riesce a dare prova di portare a casa un film dove di fatto gli incidenti scatenanti rimangono nebulosi, creando tutta quella suspance, atmosfera e domanda drammatica, di cosa nasconde la grotta e del perchè la coppia di protagonisti debba nascondere il segreto uccidendo chiunque cerchi di avvicinarsi.
Al suo secondo film Doscher rimane uno da tenere d'occhio, un piccolo illusionista capace di creare tensione e pathos, con un budget misero e senza di fatto creare mai momenti di tensione nel film, tranne in alcune scene, dove i silenzi vengono interrotti da spari di fucile, di un padre che vuole riprendersi una figlia con la forza e infine del bisogno della coppia di venire a contatto con il mondo esterno per rompere l'oblio in cui sono confinati




Loreak


Titolo: Loreak
Regia: Jon Garano, Jose Maria Goenaga
Anno: 2014
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

La vita di Ane cambia completamente quando, settimana dopo settimana, riceve un mazzo di fiori a casa. Sempre alla stessa ora e sempre senza mittente.

E'vero fin da subito Loreak (Flowers) ci porta all'interno di una storia che non sembra avere molti elementi d'intrattenimento, con uno stile molto lento, quasi minimale, che si prende i suoi tempi per poi arrivare ad alcuni passaggi districati in maniera geometricamente perfetta e portando a galla uno schema corale fatto di indizi e particolari che nel climax finale troveranno tutte le loro collocazioni.
In parte sembra di vedere Almodovar meno spigliato e meno preso da quella smania di dover comunicare e colpire lo spettatore. Il primo atto è sicuramente delizioso per come la coppia di registi indaga e osserva le dinamiche di una coppia che vive un rapporto passivo dove lei scopre nella scena iniziale di aver raggiunto la menopausa e di un marito che sembra preso da tutt'altro senza darle stimoli e apprezzamenti, se non la tipica gelosia di qualcosa (i fiori) che rompono l'abitudinarietà della monotonia di coppia.
Ed è proprio quel salto fuori dalla normalità, quell'apprezzamento da parte di uno sconosciuto che ogni giovedì le manda un mazzo di fiori, a farle riaccendere la voglia di vivere, la passione di essere desiderata, di una cinquantenne ancora molto bella che necessita di essere vista, amata e apprezzata (se non dal marito, allora dallo sconosciuto dei fiori). Il tutto però senza mai arrivare di fatto a nulla, senza mai far ricorso a scene di sesso o di violenza.
Questi indizi o questo giallo iniziale, sempre con toni da commedia senza mai intraprendere altri percorsi, o inserire un certo cinema di genere, si dipana incontrando altre storie in uno schema quasi corale, dove le traiettorie dei personaggi dovranno scontrarsi e avvicinarsi, senza però mai danneggiarsi come a confermare il bisogno del film di rimanere un dramma moderno complesso e stratificato.
Il punto di forza del film è di rendere interessante una storia che dalle prime scene potrebbe sembrare persino insignificante, mostrando con molta profondità e attenzione cosa può succedere quando ci mancano le parole per esprimere i nostri sentimenti.



martedì 2 luglio 2019

Husk


Titolo: Husk
Regia: Brett Simmons
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di amici si trova in difficoltà proprio vicino a un campo di grano e cerca riparo nella fattoria che si trova nei pressi. Presto si accorgeranno che la dimora è il centro di un rito soprannaturale.

Tutto comincia nel 2005, quando Brett Simmons presenta al Sundance un cortometraggio di circa venticinque minuti (disponibile su Vimeo) che, pur offrendo attori diversi, tra cui lo stesso regista nella parte del protagonista Brian, condivide con questo Husk del 2011 sia il titolo sia il soggetto.
Sono tanti gli spauracchi che popolano e infestano la nutrita galleria di mostri e quant'altro nell'horror. Simmons che non è il primo e non sarà di certo l'ultimo parla di spaventapasseri, quelle figure inquietanti che da sempre hanno spaventato più le persone dei corvi.
In passato alcuni esempi ci sono stati anche se sfruttavano più la location dei campi e l'atmosfera che non lo spaventapasseri in sè che forse per evidenti ragioni non sembrava poter reggere sulle spalle tutto il film. Anche in questo caso per fortuna non viene inscenato come un semplice mostro che uccide senza pietà. Nella sua ora e venti il film, pensato a tutti gli effetti come l'opera artigianale a cui l'autore riserva tutta la pazienza del mondo, Simmons riesce a condensare paure e suggestioni che il cinema horror non ha mai approfondimento veramente mostrando il solito gruppetto di ragazzetti scemi che amiamo vedere uccisi ma dandogli un movente, una ragione per essere uccisi, non trovandosi solo lì e basta, ma violando un cerchio magico, un rituale che seppur con tutti i suoi limiti riesce a coinvolgere e dare aspetti più interessanti alla storia.


lunedì 17 giugno 2019

Basket Case 3-Progeny


Titolo: Basket Case 3-Progeny
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il terzo capitolo della trilogia si apre con le sequenze finali di "Basket case 2", con particolare attenzione all’amplesso tra Belial e la donna mostruosa simile a lui. In seguito ci troviamo in una sorta di manicomio dove Duane, con indosso una camicia di forza, è rinchiuso in una stanza imbottita mentre è intento a mangiare da una ciotola per cani. La signora Ruth, beniamina dei mostri già vista nel film precedente, lo fa uscire. Liberato Duane, l’attenzione passa alla comunità dei mostri, all'interno della quale si trova la nuova compagna di Belial, attualmente incinta: quest’ultimo non parla con il fratello nemmeno mentalmente, perché offeso a causa del comportamento irrazionale tenuto nei suoi confronti. L’allegra brigata di mostri e Duane, capeggiati dalla signora Ruth, si reca verso la casa di un loro conoscente di vecchia data, per far partorire la mostruosa compagna di Belial.

Nel terzo capitolo della trilogia di Henenlotter su Belial, il livello trash e demenziale tocca le sfere più alte con alcune scene probabilmente indimenticabili per quanto concerne il duro braccio di ferro tra lo schifo e lo schifo cosmico.
A differenza del secondo capitolo, il mood è lo stesso, anche in questo caso viene sdoganato tutto in chiave ironica, con pochissime scene di sangue (la vendetta di Belial dopo l'uccisione della moglie) e di violenza in generale, contando che l'amore è arrivato nelle vite dei protagonisti portando una minore instabilità e un senso di responsabilità diversa.
Come nel secondo capitolo qui il concetto di violenza è più legato al clima di cattività, di nascondere ciò che è diverso dalla comunità per paura e vergogna che venga escluso o maltrattato.
Basket Case 3 come il 2 e tanto cinema della Troma potrebbe essere relegato più verso l'orrido che non l'horror, giocando e saltellando da una parte all'altra, divertendo ed esagerando al contempo e regalando parte di quello schifo cosmico che come accennavo prima è una importante costola di questo filone cinematografico.

Basket Case 2


Titolo: Basket Case 2
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sopravvissuti a un drammatico incidente, Duane Bradley e il deforme fratello Belial vengono accolti da Nonna Ruth, che si prende cura di alcuni esseri mostruosi e infelici insieme alla giovane Susan. Tutto sembra andare per il meglio, ma l'inquietudine di Duane e la curiosità di alcuni giornalisti scateneranno la tragedia.

E'curioso che il sequel del primo capitolo arrivi con ben otto anni di distanza mentre a livello temporale il film cominci esattamente da dove finiva il precedente. Basket Case 2 prende letteralmente un'altra piega diventando una commedia grottesca ironica e più commovente perdendo del tutto quella precisa vena splatter che contraddistingueva il primo
Una scuola di mostri buoni (Cabal tra le righe, tra l'altro uscito lo stesso anno), anche se le analogie sono più verso la scuola Kauffman della Troma con cui Henenlotter soprattutto in questo sequel e nel successivo omaggia o sceglie in particolare un mood trash e weird che non horror splatter.
Un film piacevole, che quasi trascende l'horror, per arrivare nel suo piccolo a parlare di esclusione, l'oasi dei mostri che devono rimanere nascosti e relegati, l'invidia ma più di tutto il concetto di normalità nel dover scegliere tra gli orridi e indifesi e fragili freaks o gli esseri umani crudeli e meschini
Se il primo Basket Case era piaciuto così tanto tra i b-movie era sicuramente per la sua storia eccessiva e gli effetti speciali artigianali.
Qui gli spunti per mandare avanti un soggetto molto più deboluccio faticano ad ingranare e alla lunga il film ne soffre, anche quando cerca di trovare delle soluzioni estreme per risultare interessante come la scena di sesso tra Belial e la futura compagna e moglie.

High School Girl Rika-Zombie Hunter


Titolo: High School Girl Rika-Zombie Hunter
Regia: Fujiwara Ken'ichi
Anno: 2008
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Una studentessa normale, Rika, salta un giorno di scuola per visitare il paese di suo nonno,Ryuhei, che se ne era andato da casa di Rika due anni prima. Ma scopre che tantissimi zombie stanno assediando la città!. Rika all'inizio raggiunge la casa di nonno Ryuhei facendosi largo attraverso di loro, ma alla fine viene attaccata. Senza riuscire a capire cosa sia accaduto di preciso alla nipote, Ryuhei utilizza le sue abilità di gran chirurgo sulla nipote,trasformandola in RIKA,la stupenda guerriera! Adesso,nella veste della più grande ragazza guerriera, RIKA si confronterà con il vile capo degli zombie, Glorian, assieme ai suoi amici Takashi and Yuji.

Siamo infine arrivati al terzo film che chiude una saga abbastanza trascurabile nella produzione del sotto genere Dnotomista e Nihozombie.
Dopo Zombie self defence force e Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers arriviamo forse al capitolo più brutto o meglio quello che a differenza dei primi due ha goduto di un budget ancora più risicato portando il regista a soluzioni quanto meno improbabili ma visto il genere il tentativo può starci. Fujiwara non avendo soldi ha cercato come da sempre insegna la tradizione dei b-movie di puntare a tutti quegli accessori secondari in grado di alzare l'hype dello spettatore con tette al vento, zombie tremendi, dialoghi improvvisati, un montaggio che sembra essersi perso dei pezzi per strada, recitazione ai minimi storici e scenografie da infarto dove a confronto la carta da parati dei film porno sembrava attaccata da Dante Ferretti.
Quello che mi ha stupito sono state soprattutto le soluzioni o gli espedienti usati.
Facendo un paragone con un b-movie che è diventato un mezzo cult e parlo di un film del maestro Takashi Miike, in FUDOH ad esempio metteva ragazze che sparavano palline dalla figa, facendo ridere e al contempo creando un precedente trash assoluto, mentre qui la ragazzetta a cui amputano un braccio e gliene saldano uno nuovo, maschile, da body builder, non vale nemmeno il paragone perchè non solo non è minimamente credibile il make up ma non ha fa ridere per nulla.
Ecco la fantasia e l'estro giapponese che speravo qui emergesse senza limiti e regole assume quasi l'aria da paradosso con la comparsa di una creatura mostruosa deforme di improbabile origine finale che lascia pensare che il regista stesse girando due brutti film sullo stesso set.




venerdì 14 giugno 2019

Basket Case


Titolo: Basket Case
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il giovane Duane Bradley si aggira per New York con un'enorme cesta di vimini, che contiene il deforme fratello siamese Belial. Decisi a vendicarsi della separazione subita per volere del padre, eliminano uno a uno i responsabili, ma quando Duane si innamora della giovane Sharon, qualcosa si spezza.

Basket Case oltre ad essere una chicca davvero insolita per gli ani '80 sembra quasi prendere alcuni esperimenti usciti dai film di Cronemberg e virarli verso lo splatter . Il film funziona molto bene proprio grazie al funzionale impiego della suspance per cui vediamo soprattutto nel primo atto il meno possibile il gemello di Duane, chiedendoci chi o cosa possa essere l'autore di tali massacri soprattutto contando il rapporto molto ambiguo, proprio da gemelli siamesi, che si crea tra i due.
L'opera artistica di Henenlotter è uno dei cult indiscussi tra gli horror anni '80 creando un body horror senza precedenti.
Creare pupazzoni in stop motion, unire all'assenza di budget idee e una creatività molto esplosiva (Henenlotter, Svank Majer, Herschell Gordon Lewis, Russ Meyer) in tempi d'oro dove soprattutto il cinema incassava parecchio e i registi potevano essere liberi di dare forma e sfogo alle proprie fantasie nella maniera più folle e accattivante. Mostri, assassini mascherati oppure il corpo femminile e l'exploitation.
Basket Case sulla carta aveva tutti gli elementi per finire davvero male (stile semi amatoriale, attori non professionisti, aspetti tecnici decisamente pessimi, ma il tutto anzichè apporre un giudizio negativo proprio per la sua demenzialità di fondo, si rivelò una spinta portandolo ad essere un lavoro d'artigianato con alcune pecche ma che quando ci mostra la rabbia di Belial e i suoi omicidi sembra prendersi tutte le rivincite possibili
Anche i temi a differenza di altri horror di genere sembrano mettere qualcosa in più sulla tavola provando a disegnare una situazione in cui il rapporto malato tra due gemelli siamesi ci porta a riflettere sul lato oscuro della natura umana e quanto spesso bastino poche distrazioni per farci dimenticare i nostri obbiettivi





Blair Witch Project


Titolo: Blair Witch Project
Regia: Daniel Myrick, Eduardo Sanchez
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ottobre 1994. Heather Donahue, Joshua Leonard e Michael Williams, tre studenti dell'Università di Cinema di Montgomery, si avventurano nei boschi attorno alla cittadina di Burkittsville (in passato chiamata Blair), nel Maryland, per girare un documentario sulla leggenda della strega di Blair. Armati di telecamera sedici millimetri in bianco e nero, destinata al racconto della storia, e di una piccola videocamera otto millimetri a colori, per le riprese di una sorta di backstage, i tre si mettono al lavoro, spinti dall'entusiasmo della ragazza, decisa a girare il suo primo film. Il soggetto è succulento: Elly Kedward, accusata di stregoneria, viene cacciata dalla città di Blair alla fine del 1700. Dopo la sua fuga nei boschi, molti ragazzini scompaiono in quelle stesse foreste e, negli anni '40, un serial killer uccide sette bambini e sostiene di averlo fatto su ordine del fantasma della strega. Dopo aver intervistato alcuni abitanti della cittadina, i tre aspiranti filmmakers si spingono nel bosco alla ricerca della chiave del mistero. Ma ben presto si perdono, pedinati da un'oscura e terrificante presenza.

Ricordo ancora la mia espressione basita di fronte al cinema in via po.
Avevo 17 anni amavo l'horror più di qualsiasi altra cosa e dentro di me si faceva sempre più spazio l'idea che il film in questione fosse una bufala commerciale.
Ricordo ancora i salti del pubblico e alcune ragazze che uscirono dalla sala terrorizzate mentre io vedevo solo immagini confuse senza capirci nulla e odiando profondamente i registi e il montatore.

Blair Witch Project è un film orrendo che ha sdoganato il mockumentary che tranne poche eccezioni, rimane uno strumento furbo e rozzo per cercare di fare soldi e procacciarsi un pubblico che ne rimanga colpito, magari sdoganando qualche teoria complottista, o dicendo che il film è tratto da una storia vera o bufalate simili.
L'idea venuta in mente ai due registi non era poi male, cercava di trovare soprattutto al di là dello schermo, degli elementi reali che potessero catturare l'attenzione e creare così mistero e suspance.
Il mockumentary a parte averci regalato dal punto di vista tecnico le peggiori inquadrature mai viste e un ritmo e un montaggio che rischiano di portare all'epilessia ha avuto nel suo nutrito numero di prodotti un successo che ancora stento a credere.
Il fulcro o l'espediente commerciale del sotto genere e di alcuni film che hanno incassato bene (questo più di tutti) stava proprio nel creare uno stato emotivo ansiogeno dei protagonisti persi nel bosco o come accadeva in OPEN WATER dentro un oceano.
Senza buttare tutto e dando i precisi meriti laddove esistano, questa peculiarità ha creato sicuramente un precedente che il cinema ancora non palesava così tanto, basti pensare a forse l'unico capolavoro, il film più importante, REC di Balaguero, dove un maestro delle atmosfere e della suspance ricorre in modo funzionale ad una tecnica come quella sopra citata.
Il risultato di questo film è aver creato una macchina che nel giro di pochi anni semplicemente ha esagerato creando film quasi tutti simili e dando la possibilità a milioni di improvvisati registi di farsi dei piccoli film artigianali inondando le sale con fenomeni appunto amatoriali di scarso interesse.


sabato 8 giugno 2019

Goal of the dead


Titolo: Goal of the dead
Regia: Benjamin Rocher
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sabato 18 aprile 2012. A Caplongue - un piccolo villaggio nel nord-est della Francia con una centrale nucleare, un'agricoltura industrializzata, una chiesa e un basso tasso di disoccupazione - la squadra di calcio locale è riuscita a raggiungere con coraggio e talento i trentaduesimi di finale della Coppa di Francia. Tutti sono in fibrillazione per l'arrivo del Paris Olympic, formazione di massima serie con giocatori ricchi e famosi, ma allo stesso tempo non desiderano perdere la partita. L'incontro, più che una semplice formalità, rappresenta lo scontro tra la campagna e il mondo urbano, tra il calcio dilettante e quello professionista, tra una città di provincia e la capitale e tra i poveri e i ricchi. Mentre i dilettanti di Caplongue danno del filo da torcere ai professionisti, una strana epidemia trasforma lentamente giocatori, spettatori e abitanti del posto, in creature strane ed infuriate.

Ormai quando si parla di zombie movie bisognerebbe fare due precisazioni, almeno.
La prima concerne chi ancora cerca di dare originalità al genere provandoci senza per forza riuscirci ma almeno sforzandosi.
La seconda invece è quella di chi non ha bisogno di essere originale attingendo da almeno una decina di titoli che hanno a loro modo fatto la storia.
Goal of the dead fa parte della seconda precisazione.
Gli europei a volte hanno delle idee davvero bislacche. Amo Rocher e il suo Horde è stata quella perla splatter sugli zombie che tutti chiedevamo in ginocchio. Poi prima di passare a prodotti commerciali per il cinema Antigang ha pensato bene di fare un mezzo esperimento, per fortuna riuscito.
Unire gli zombie al calcio in una commedia grottesca nera e ironica che riuscisse a tenere alti entrambi gli elementi, e quindi far ridere e far schifo allo stesso tempo.
Ci è riuscito, come ci era riuscito (film con cui vedo delle profonde analogie) quella chicca british del 2009 Doghouse di West.
Come dicevo Rocher insieme ai suoi colleghi se ne frega delle regole puntando su un film difficile e stratificato, scritto da troppe persone e con una fase di gestazione complessa dove ad esempio il secondo tempo è stato diretto da un altro regista.
I francesi mostrano però ciò che vogliono come gli inglesi e parte di un cinema indipendente europeo, per cui non devono andare troppo per il sottile e se ne infischiano della censura.
Se prendiamo il manipolo di personaggi, ognuno deve prendersi da solo così tanto tempo che non abbiamo, tutti a loro modo interpretano un clichè senza però portarlo quasi mai all'eccesso che invece Rocher poteva far sperare.

mercoledì 5 giugno 2019

Edhel


Titolo: Edhel
Regia: Marco Renda
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Edhel è una bambina nata con una malformazione del padiglione auricolare che fa apparire le sue orecchie "a punta". Affronta il disagio chiudendosi in se stessa e cercando di evitare qualunque rapporto umano che non sia strettamente necessario. La scuola e i compagni, per lei, sono un incubo. L'incontro con Silvano, il bizzarro bidello che inizia Edhel al mondo del fantasy, convince la ragazza della possibilità che quelle orecchie siano il chiaro segno della sua appartenenza alla nobile stirpe degli Elfi.

Al suo esordio Marco Renda centra l'obbiettivo costruendo una favola post contemporanea attuale e piena di significati e sotto testi.
Un film coraggioso che con il suo limitatissimo budget cerca di fare luce sul tema della diversità, sul cambiamento interiore, sulle paure e le ansie che dominano una bambina in una difficile situazione familiare (un lutto paterno) e infine dare voce e usare in modo significativo e mai esagerato alcuni elementi fantasy, dove quest'ultimo diventa conseguenza e mezzo per apporre nuovi stilemi che riescano a risultare realistici e funzionali.
Con una sapiente scelta di cast di nomi poco conosciuti ma già avvezzi al grande schermo, Renda non vacilla mai, intraprendendo questa dura sfida su un genere da noi scomodo e ostico.
Il risultato è un film che parla come dicevo di tante cose senza mai snaturarle come il disagio provato da chi è vittima di una malformazione, la crudeltà e la cattiveria dei bambini che a volte sembra coincidere con quella degli adulti, infine l'uso sapiente dei danni arrecati dai cellulari in un epoca dove fotografare chiunque e farsi selfie sembrano diventati ormai un'abitudine.
Renda pur fagocitato da una piccola trappola in cui avrebbe potuto fare ricorso spesso alla lacrimuccia facile, sceglie il percorso meno scontato dimostrando coraggio e un'amore sconfinato per il cinema e per le favole.

Fist of the North Star


Titolo: Fist of the North Star
Regia: Tony Randel
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo una catastrofe nucleare, il mondo è caduto nel caos e nell’anarchia. Shin, maestro della Croce del Sud, decide di assumere il potere, uccidendo sia i suoi colleghi, sia i maestri nemici del Pugno del Nord. Ma uno sopravvive, è Kenshiro, che vaga nel deserto, rifiutando però di vendicarsi, nonostante Shin tenga prigioniera la sua amata Julia.
Arriverà in un paese, Paradise Valley, che sta per essere invaso dalle truppe di Shin, e questa volte non potrà scappare dal suo destino…

Il film in questione è il primo e unico live action sulle gesta del famoso lottatore diventato famoso per la saga animata. Low budget, un mestierante con poca esperienza, un cast improvvisato dove spuntano alcuni attoroni, uno scenario post apocalittico anch'esso reso il più realistico possibile ma a guardar bene risulta tutto palesemente finto dove la credibilità dobbiamo sforzarci noi di ricrearla.
E poi botte da orbi, effetti in c.g dove grava l'assenza di soldi, trucco e costumi inguardabili a partire dal vestiario e dalle cicatrici di Ken, tanta voglia di crederci per un film che negli anni ha saputo diventare un piccolo cult trash tra gli amanti del genere e al contempo è stato uno dei pochi ad aver avuto il coraggio di inscenare le gesta di Ken almeno nella prima parte delle sue avventure.
Il problema di Randel era quello di credere in ciò che faceva senza rendersi conto che se almeno l'intento fosse stato quello di renderlo una parodia allora ci sarebbe riuscito, ma invece il film sin dall'inizio si prende maledettamente sul serio fino all'incontro con Shin altalenando momenti clamorosamente comici e girati malissimo come la morte di Bart o alcuni incontri dove la coreografia è ridicola soprattutto se pensiamo all'incontro finale tra Ken e Shin. (che finisce a calci nei maroni e testate) Per finire poi altri spiacevoli incontri dove anzichè usare le tecniche di Hokuto si passa direttamente alle armi da fuoco sparando ai nemici.