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venerdì 27 marzo 2020

Blood Bags


Titolo: Blood Bags
Regia: Emiliano Ranzani
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mostro si aggira per i corridoi di una casa abbandonata, prendendo di mira i curiosi che vi entrano. Due amiche vi si avventurano solo per scoprire poco dopo che tutte le uscite sono state bloccate. La creatura le insegue, sempre più affamata e assetata del loro sangue. Non c'è via d'uscita.

A volte alcuni film stupiscono più per la forma, per la costruzione, per la tecnica, per come impreziosiscono i dettagli che non per la storia in sé che trattandosi di uno splatter/slasher diventa spesso e volentieri marginale.
Blood Bags nel mondo dell’indie italiano, del cinema autoriale diciamolo subito è una piacevole sorpresa.
I perché sono tanti e portano sulle spalle citazioni che non diventano mai opprimenti ma che sanno dare il giusto tono, una squisita ricerca di colori di impostazione della mdp (con alcune sequenze sofisticate e oniriche davvero funzionali) e un amore profondo per Bava in primis e Argento al secondo posto (e tutti gli altri rimangono iconici nel sotto filone). Blood Bags gioca bene le carte individuando da subito i vettori forti su cui un prodotto di questo tipo deve fare i conti, ma allo stesso tempo non punta a quella bramosa ricerca di dover fare il salto in avanti cercando sensazionalismi originali, ma preferendo una strada più artigianale fatta di iconografe in parte già ammesse, un’ottima fotografia che nell’atto finale in quella grotta fumosa trova il suo apice, cercando un mix di elementi che riescano a inserire più richiami dei generi in particolar modo il poliziesco, l’indagine, il serial-thriller cercando in più di non lasciare tutta la responsabilità a Tracy ma appoggiandosi anche sui co-protagonisti e cercando così di espandere il filone in maniera classica e mai scontata.

sabato 14 marzo 2020

O lobos atras da porta


Titolo: O lobos atras da porta
Regia: Fernando Coimbra
Anno: 2013
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Una bambina viene rapita. Alla stazione di polizia, Sylvia e Bernardo, i genitori della vittima, e Rosa, la principale indiziata del rapimento nonchè amante di Bernardo, forniscono testimonianze contraddittorie che rivelano un tenebroso triangolo amoroso fatto di desideri, bugie, e malvagità.

As boas maneiras e Bacurau sono state scintille in un cinema, quello brasiliano, davvero poco conosciuto e quasi senza distribuzione da noi. Entrambi prendevano tanto dal cinema di genere plasmandolo con metafore politiche e sociali attuali e interessanti.
Il film di Coimbra si accende però su un dramma davvero che lascia basiti per quanto il colpo di scena finale riveli una violenza senza eguali, un film che farà discutere, non piacerà, scioccherà senza mezzi termini.
Tra i tre però è quello più urbano, che tratta di gelosie e tradimenti portandoli quasi al paradosso e alzando l’asticella del dramma in alcune performance davvero esplosive sia per quanto concerne la violenza che nelle scene di sesso. Un film dove la disperazione della solitudine porta a fare azioni che non si credevano possibili. La gelosia, l’ambizione, il voler prendersi qualcosa a tutti i costi, sono le linee su cui il film si regge dove l’incidente scatenante lascia subito spazio ad un lungo flash back che si delinea durante tutto l’arco narrativo.
Rio de Janeiro nella sua povertà diventa lo scenario perfetto incarnando la perfetta metafora dove una macchina sportiva sembra un bene di lusso, dove il lavoro e i ritmi non lasciano tempo libero, dove tutto appare come un caos e dove il sogno di poter vivere una vita più felice e più appagante porta a sogni allucinati che straziano la realtà.
Un film con un ritmo incredibile, dove i dialoghi hanno il sopravvento, dove gli attori ci mettono quel qualcosa in più, dove è tutto un rincorrersi tra vittime e carnefici e dove la fiducia è il sentimento che paga il prezzo più forte di tutto il film.

Blind King


Titolo: Blind King
Regia: Raffaele Picchio
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Craig si è appena trasferito in una nuova casa insieme a sua figlia, cercando di riprendere le redini della sua vita dopo l'improvviso suicidio della sua compagna. Sua figlia, che dall'accaduto ha smesso di parlare, è tormentata da incubi e da una inquietante figura nera che la chiama a se. Purtroppo il trasloco non solo non sembra risolvere il problema, ma addirittura lo stesso Craig inizia a fare strani sogni in cui quella figura sembra minacciarlo di volersi prendere sua figlia. Mentre la linea che divide sogno e realtà si fa sempre più esile, la sensazione che qualcosa di spaventoso stia concretamente per scatenarsi diventa sempre più palpabile per Craig. L'unico modo per impedire la tragedia sarà cercare l’essere oscuro e affrontarlo nel suo "regno", i suoi sogni.

Nel mio bisogno personale di dover visionare cinema e horror a 360° torna l’appuntamento con l’indie italiano, quello che cerca nel low budget e nella formula della scrittura di portare a casa se non altro un risultato dignitoso che mette da parte gli effetti speciali per concentrarsi sulla scrittura e le idee.
Picchio aveva esordito con Morituris un film in fondo fedele alla sua natura quella di essere uno slasher convincente. Qui il regista deraglia completamente, il gore viene messo da parte come lo splatter (se non in qualche scena) per creare un’atmosfera decisamente più intimista e spostando i fantasmi del protagonista in un dramma famigliare padre-figlia. Tanti sono i richiami con un cinema certo più conosciuto e la camera del Re Cieco e il concetto del trapasso verso un purgatorio di espiazione e sofferenza porta inevitabilmente a scontrarsi con alcune tematiche barkiane. Anche se il film in alcuni momenti ha problemi di ritmo, la recitazione non è sempre rigorosa e alcuni minuti in meno avrebbero di certo giovato, Blind King è la speranza da parte di un autore poco conosciuto di cercare di accostarsi alle grandi produzioni hollywoodiane prendendo tante intuizioni in comune e cercando di limitarle per il piccolo schermo e per delle risorse che con i loro limiti cercano di mettercela tutta. Peccato però che proprio gli sforzi di scrittura non siano sufficienti, il film diventa telefonato dal secondo atto in avanti, tutto risulta chiaro senza mai un vero colpo di scena finale e poi il climax diventa quasi ridicolo distruggendo quel poco di buono che il film stava cercando di mantenere. Sembra una sceneggiatura scritta di fretta mettendosi troppo in contatto con outsider e cult che non andavano toccati o risvegliati.


domenica 8 marzo 2020

Gerontophilia


Titolo: Gerontophilia
Regia: Bruce LaBruce
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

l giovane Lake viene licenziato dalla piscina in cui lavora come bagnino perché durante un’operazione di salvataggio di un anziano cliente ha avuto un’erezione. Grazie alla madre trova un impiego come portantino in una casa di cura, dove fa amicizia con Melvin, un ex-attore di teatro abbandonato lì dal figlio. Lake, che ha una relazione con la coetanea Desirée, appassionata cultrice delle rivoluzionarie femministe, si innamora ben presto di Melvin, e vorrebbe esaudire il suo ultimo desiderio, quello di rivedere l’Oceano Pacifico

Spero tanto che il cinema di Bruce LaBruce cresca come questo film senza paralizzarsi troppo sul dover mostrare e cercare di scandalizzare in un epoca in cui non ci scandalizza più di nulla. Forse questo prematuro film è un inizio mettendo da parte i suoi primi indie dove zombie gay si inchiappettavano.
Vedere comunque un’ottantenne che si slingua con un adolescente non è un elemento da poco.
A volte l’omosessualità di alcuni registi non esita a mostrarsi in tutta la propria spregiudicatezza. Questo è un vantaggio e un’arma nel cinema quanto ti chiami Gregg Araki o Dolan. LaBruce deve affinare questa tecnica cercando di lavorare di più sul plot, sulla storia, quando invece dal punto di vista tecnico ormai è abile nel saper condurre una sua idea di cinema e inquadrarlo a dovere.
Sembra che il regista canadese in mancanza di idee o di storie affascinanti vada alla continua ricerca dei pochi tabù rimasti in un film che per fortuna ha una storia anche se prematura e asciutta che parte con lingue tra giovani per finire con quelle date ai vecchi. Per fortuna sembra e forse in questo l’età che avanza è un fattore importante che cominci a cercare di essere meno provocatorio almeno nel fatto di celare ciò che prima era orgogliosamente esibito. Se il protagonista del film è inesistente per espressività e coinvolgimento, è la sua curiosità prima intrappolata e poi sdoganata quando si rende conto di essere da sempre passivo e intrappolato tra due donne che decidono per lui e fanno di lui ciò che vogliono a venir fuori e sentire quel bisogno di rendersi autonomo e provare senza i consigli di nessuno.

Selfie

Titolo: Selfie
Regia: Agostino Ferrente
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Alessandro e Pietro sono due sedicenni che vivono nel Rione Traiano di Napoli dove, nell'estate del 2014 Davide Bifolco, anche lui sedicenne, morì ucciso da un carabiniere che lo inseguiva avendolo scambiato per un latitante. I due sono amici inseparabili. Alessandro ha trovato un lavoro da cameriere in un bar mentre Pietro, che ha studiato per diventarlo, cerca un posto da parrucchiere. I due hanno accettato la proposta del regista di riprendersi con un iPhone raccontando così la loro quotidianità di ragazzi come tanti altri nel mondo.

«Ho pure provato a spacciare ma non è cosa mia»
Selfie potrebbe sembrare un’operazione furba con lo scopo di inquadrare Napoli e usare due amici fraterni che si filmano tenendo il cellulare in mano senza avere un’idea precisa circa la trama o cosa vogliano dire e fare. Un’idea praticamente a costo zero, un low budget che cerca di trovare elementi e documentare lo stato dei giovani napoletani che ormai soprattutto il cinema identifica sempre più spesso con la delinquenza. Ecco a livello antropologico forse l’aspetto più interessante del film è quello di far vedere la bellezza di alcuni ragionamenti, dialoghi, monologhi degli attori improvvisati e delle numerose comparse che contano diversi minorenni mettendosi spesso in discussione e avendo ben chiaro che tutti dovranno fare una scelta .
Ne esce una descrizione mai banale, una quotidianità fatta di gesti e azioni semplici, dove a fare da sfondo certo c’è sempre una certa identificazione con un mondo marcio e infetto che ha messo le radici nella regione ma che in parte viene smorzato dalle parole degli attori che sanno benissimo cosa succede attorno a loro e come starne alla larga. Un documentario dove filmare vuol dire scegliere da che parte stare, come girare l‘iphone e cosa si vuol inquadrare e cosa invece no. Alessandro e Pietro vivono sempre a stretto contatto, li vediamo mangiare un anguria, camminare per le strade, filmare i propri parenti, ridere, scherzare, mai litigare rimanendo in un Rione dove il caldo imperversa e dove non basta rimanere attaccati in casa davanti ad un ventilatore.
Il film di Ferrente si piazza come un quadro neorealista, un documentario semplice ma originale e onesto nel dare forma e parole ad una città resa celebre solo e soltanto per i fatti di cronaca.

Perfect


Titolo: Perfect
Regia: Eddie Alcazar
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un giovane con un passato violento entra in una misteriosa clinica dove i pazienti trasformano selvaggiamente il loro corpo e la loro mente con l'ingegneria genetica.

Perfect è un film imperfetto ma interessante che parla di ingegneria genetica rimanendo praticamente in un’unica location con attori e attrici affascinanti, piscine, modelle, una villa high tech e uno strano macchinario che sostituisce letteralmente pezzi del corpo cambiandoli a seconda dei gusti. Una madre ambivalente, un protagonista che non sembra del tutto consapevole di quello che vuole e come ottenerlo e un pianeta che si infiamma sempre di più come una sorta di scenario desolato che preannuncia qualcosa di brutto e apocalittico.
Il film punta tutto sul fascino estetico, su una grafica che si interfaccia e strizza l’occhio ai film anni ’80 con sequenze in un 3d discutibile. Purtroppo il limite più grosso del film è quello di non avere un obbiettivo chiaro avanzando con una narrazione che fagocita elementi senza indirizzarli mai verso una direzione definita e i sogni, le allucinazioni e tutto quanto il resto esondano e diventano solo un mero pretesto per mettere in scena una galleria di immagini, certo affascinanti e curate, ma a volte prive di senso.
Più che un horror è uno sci-fi che cerca di inquietare proprio nel fattore che più di tutti poteva rivelarsi interessante ovvero le parti intercambiabili del corpo e le conseguenze che poteva generare una psiche instabile come quella di Vessel 13.

mercoledì 22 gennaio 2020

Them that follow


Titolo: Them that follow
Regia: Britt Poulton, Dan Madison Savage
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Immerso nelle terre selvagge degli Appalachi, dove i credenti uccidono i serpenti per mettersi alla prova davanti a Dio, il film racconta la storia della figlia di un pastore che detiene un segreto che minaccia di distruggere la sua comunità

Quando sento parlare di piccole comunità nascoste, di pastori, di credenze e rituali particolari quanto assurdi, immediatamente come una calamita ne vengo attratto.
Nell'esordio della coppia di registi ci sono poi due attori che meritano una menzione speciale.
Walton Goggins nel ruolo del pastore che seppur prendendo parte a film tremendi rimane un ottimo caratterista e poi lei Olivia Colman che non merita nemmeno presentazioni, trattandosi di una dea.
E bisogna subito ammettere che se non fosse stato per queste interessanti performance, il film sarebbe sprofondato ancora più in basso. Ci sono delle parti molto affascinanti soprattutto durante il rituale con i serpenti, strumenti del diavolo che decidono loro se punire o meno il fedele, mostrando così la propria prova di fede nei confronti della confraternita.
Un thriller drammatico con una difficile storia d'amore, con un segreto che non riesce a rimanere nascosto, dipanandosi e costruendo tutta una galleria di complici e non detti che porteranno ovviamente alla tragedia nel climax finale.
Un film che ha un difetto enorme legato al ritmo, alla narrazione, ai tempi troppo lunghi, ad alcune scene o schemi ripetuti. Una comunità che sembra avere diversi punti in comune con i Testimoni di Geova, staccandosi dalle regole comuni, sfidando la legge, decidendo che sia il corpo umano come prova di fede a sopravvivere dopo il morso del serpente senza andare in ospedale o scegliendo la medicina tradizionale. Un'ambientazione comunque post-moderna nella scenografia, nelle case, costumi, auto, che però allo stesso tempo sembra avere qualche analogia complessa le linee di sangue dei mormoni.
La coppia di registi sceglie di criticare apertamente il fanatismo religioso e una certa cultura patriarcale senza avere guizzi o colpi di scena d'affetto ma rimanendo sempre attento a non uscire fuori dai binari creando soprattutto dalla metà del secondo atto, un'atmosfera vagamente ipnotica che sembra trascinare tutti i membri della comunità verso un pozzo senza fondo.

Morris from America


Titolo: Morris from America
Regia: Chad Hartigan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Morris Gentry è un 13enne afroamericano che da poco si è trasferito con il padre Curtis nella città di Heidelberg, in Germania. Oltre ai normali disagi legati alla pubertà, il ragazzo ha problemi di sovrappeso e di ambientamento ma, appassionato di musica hip-hop, sogna di diventare il nuovo Notorious B.I.G. Grazie alla complicità di suo padre, con cui condivide la passione per la musica, e all'aiuto di Inka, la sua tutor di lingua tedesca, Morris riesce ad andare avanti fino all'arrivo dell'estate, quando viene mandato a frequentare delle lezioni in un centro estivo per ragazzi

Morris from America è un film leggero e smaliziato, un joint alla Lee, tutto afro che combina bene commedia e dramma in un coming of age pieno di battute ironiche e dialoghi che funzionano e trasmettono molto in termini di pathos e contenuti.
Due target d'età diversa, un padre e un figlio che ci provano, con il primo che nonostante le difficoltà di essere solo e di cambiare mondo passando dall'America all'Europa, a conti fatti non smette mai di darsi delle colpe, di stare sempre dietro alle vicissitudini e alle difficoltà di un figlio che cresce cercando dei valori e una rete a cui aggrapparsi.
La musica come legame per creare rapporti amicali e non, la voglia di continuare a credere di poter essere qualcuno. Hartigan alla sua seconda opera sceglie un film squisitamente complesso nella sua semplicità, toccando un tema caro al cinema, ma che riesce vista la perfetta empatia e alchimia tra gli attori, a non apparire mai scontato o superficiale, ma solido e ironico anche in alcuni momenti intensi dove prevale il dramma puro inteso come elaborazione del lutto e della perdita

venerdì 10 gennaio 2020

Monos


Titolo: Monos
Regia: Alejandro Landes
Anno: 2019
Paese: Colombia
Giudizio: 4/5

Patagrande, Ramo, Leidi, Sueca, Pitufo, Perro e Bum Bum sono i nomi in codice di sette adolescenti isolati dal mondo, sperduti sui monti della Colombia, che si allenano e combattono. A prima vista potrebbe sembrare una specie di campo estivo, un bizzarro ritrovo di ragazzini che giocano a fare i soldati. Invece si tratta dello scenario iniziale di una missione delicatissima: i sette adolescenti hanno con sé una prigioniera, una donna americana che chiamano semplicemente "la dottoressa". La debbono detenere per conto di una non meglio specificata Organizzazione. Debbono anche però mungere e trattare bene una mucca che si chiama Shakira. Quando quest'ultima muore i segnali di morte iniziano ad addensarsi sul gruppo.

Monos è un film complesso e ambizioso che ti catapulta fin dall'inizio in questa dimensione, in uno spazio astratto nascosto da qualche parte in Colombia e come tale deve rimanerlo per proteggere l'anonimato degli affiliati ovvero la schiera scelta di bambini soldato dall'Organizzazione. Fino al secondo atto non ci è dato sapere molto, i dialoghi sono pochi e quasi criptati dal linguaggio che usano questi adolescenti, giovani-adulti costretti a imparare l'arte della guerra e della sopravvivenza stando sempre a contatto con tutte le dovute difficoltà. Come in tutti i casi bastano alcuni piccoli imprevisti o incidenti a scoperchiare una normalità presunta e portare anarchia e ribaltamento delle regole.
Una mucca, uno di loro, un'amore, la dottoressa, la radio, il potere, l'obbedienza cieca, la sopravvivenza, sono questi gli elementi su cui il film da un certo punto muove le sue pedine scardinando l'apparente normalità e sistematicità degli eventi.
Questa allegra banda di giovani militarizzati è conosciuta come "Monos", scimmie, vivono sotto il crudele comando militare dell'immaginaria "Organizzazione", probabilmente una sostituta delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) in un contesto quello colombiano basato sulle azioni autonome, sui meccanismi para-militari, sulla nascita di nuovi contractors, sulla violenza in generale. Landes attraverso una fiaba che sembra avere pure dei connotati post-apocalittici ci mostra la crudeltà del suo Paese che non disdegna la schiavitù dei bambini. Vivono in uno stato perenne di combattimento, con uno scopo generale vago e l'obbiettivo del comando e di avere riconoscimenti in guerra da parte dell'Organizzazione.
Monos si muove come un manifesto di denuncia accattivante anche perchè di film su combattenti bambini e adolescenti ne sono stati fatti, ma questa pellicola ha qualcosa di speciale, soprattutto nel come viene sviluppato il rapporto tra gli adolescenti e la natura, i paesaggi e la fotografia che comunicano molto più di quello che si pensa e accecano per i loro colori così vivi e un verde che fatichiamo a percepirlo così selvaggio. La natura diventa fondamentale, un legame, un alchimia che i personaggi sembrano asservire come se il potere della terra servisse a renderli più forti. L'ambiente che dovrebbe e vorrebbe proteggerli diventa una gabbia con il risultato che prima o poi si dovrà cercare una via di fuga.

Under the silver lake


Titolo: Under the silver lake
Regia: David Gordon Mitchell
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sam è una delle tante anime perse di Los Angeles: non ha un lavoro, non ha un quattrino, sta per essere sfrattato dal suo appartamento e passa il tempo a fare sesso distratto con un'aspirante attrice che si presenta a casa sua abbigliata come i ruoli che interpreta. L'altro suo passatempo è spiare dal balcone le vicine con il canocchiale: è così che intercetta lo sguardo di Sarah, una bella ragazza bionda che sembra disposta ad intraprendere con lui una relazione. "Ci vediamo domani", promette lei, ma il giorno dopo scompare. Lungo la sua ricerca della ragazza scomparsa Sam scoprirà molti altri misteri metropolitani, con la guida di un autore di graphic novel che sembra saperne molto più di lui.

David Gordon Mitchell ha diretto quell'horror atipico di nome It Follows, un vero traguardo per un genere che cerca sempre di evolversi e cercare di apportare quella spinta in più captando tutti i mali di questo mondo malato.
Under the silver lake è un thriller, un noir urbano, un giallo dove un ragazzo qualsiasi si improvvisa detective dopo aver perso la testa per l'ennesima bionda di turno.
Partendo da un'idea che il protagonista Sam è uno che vive nel lusso senza però pagare l'affitto al proprietario che minaccia di sfrattarlo, non si capisce che lavoro faccia eppure i soldi non gli mancano e ad ogni occasione buona si imbuca a feste e party di lusso incontrando vecchi amici e collezionando figure di merda.
Passa il tempo a fare cose tra cui guardare col binocolo le vicine di casa hyppie che escono nude in balcone. Sembra sempre in attesa Sam come se dovesse succedere qualcosa da un momento all'altro e scegliere proprio lui come una sorta di predestinato.
L'arrivo di Sarah è una brutta scottatura soprattutto quando lei sparisce nel nulla e da quel momento il film per ben 140' si riproduce all'infinito, senza seguire una pista precisa ma mostrando una processione interminabile di sotto trame, alcune per nulla funzionali, portando Sam ovunque anche in mezzo al deserto se necessario. Verso il finale finalmente veniamo a sapere cosa sta succedendo e il messaggio è davvero allucinante parlando di poteri forti e di quell'1% dei veri ricchi che si nascondo in ville iper lusso sottoterra dove si portano belle ragazze da scopare fino alla morte.
Qualche indizio prima c'era ma era subliminale, con questa ossessione di Sam per provare a risolvere grattacapi con strumenti ai limiti della follia e del non-sense.
Il vero mandante e ideatore finale con cui si confronta Sam, quello che controlla tutto e ha sempre avuto l'ultima parola, per certi versi è una metafora di Weinstein, in una scena memorabile che da sola basta a far perdonare almeno 90' precedenti di seghe mentali ma fatte bene.



Knives and Skin


Titolo: Knives and Skin
Regia: Jennifer Reeder
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La storia della scomparsa di una ragazza e le conseguenze che ne derivano.

C'è tanto e nulla dentro il secondo film della Reeder che ha mandato in delirio svariati festival. 
Un po del Mendes di American Beauty e poi Kelly che incontra Refn.
Un film minimale, un coming of age con una tecnica che rasenta un livello di perfezione estetica in particolare per quanto concerne le luci e alcuni dettaglia della mdp. Peccato che lo stesso non si evinca da una storia tutto sommato interessante ma che sembra sciogliersi mano a mano che il film procede annullando i colpi di scena. Un film affascinante, lento, morboso, sessuale, anarchico.
Il ritratto di questa piccola città americana suggerisce che di fatto abbiano preso il sopravvento le famiglie disfunzionali e i figli fanno come possono per imparare da se o facendo le esperienze più disparate ed eccentriche. Presentato come un horror, il film è un dramma interiore di una generazione, un film corale che si prende tutti i suoi tempi fregandosene del pubblico ma disquisendo di ciò che più gli piace fare. Sicuramente qualche strizzatina d'occhio ad Araki e Clark per quel bisogno di mostrare la distruzione di ogni tabù, mostrando cose che i ragazzi fanno che gli adulti nemmeno immaginano, come ad esempio vendere la biancheria intima sporca della propria madre ad un professore in cambio di soldi, oppure per due ragazze che scoprono di amarsi, passano il tempo in bagno a scambiarsi regali una all'altra togliendoseli dalla figa.
Ad un tratto sembra che tutto il film cerchi in assoluto di disturbare e ammaliare lo spettatore.
Il risultato è interessante almeno per diverse scene e svolgimenti abbastanza originali, ma il film è tutto così, una galleria di immagini senza una storia solida alla base.

Freaks


Titolo: Freaks
Regia: Zach Lipovsky, Adam B. Stein
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il padre della piccola Chloe, una bambina di sette anni, non vuole che lei esca dalla loro casa in rovina, perché ritiene che il mondo esterno sia troppo pericoloso per loro e soprattutto per la bambina. Cerca di nasconderla anche ai vicini, ma lei vorrebbe fare come le altre ragazzine e andare almeno a prendere il gelato dal camioncino che passa per il loro vicinato e suona una musica quasi irresistibile. Il gelataio è un vecchio dal sorriso vagamente sinistro, ma questo non turba Chloe che anzi sempre più vuole conoscere il mondo di fuori. Nulla però è davvero quello che sembra...

Freaks è un indie interessante, un'opera che strizza l'occhio chiamando a sè diversi generi, thriller, sci-fi, super-eroi (meglio chiamarli Freaks), l'isolamento come paura di essere presi in quanto diversi. Tanti segnali sembrano poi i classici di tanti film usciti negli ultimi anni, ma il film dalla sua ha una storia semplice, nel primo atto non ci dice molto ma fa presagire che da quando la piccola "Chloe" dovrà uscire dalla porta si troverà preda o predatrice di un mondo che le è stato sempre nascosto. Ci sono sicuramente alcune intuizioni interessanti come il teletrasporto qui sfruttato in maniera davvero originale, il sangue non viene lesinato ma anzi serve a far comprendere alla innocente Chloe a cosa si debba andare incontro per salvare chi si ama.
Effetti speciali e scene d'azione ottime ma mai abusate, cercando sempre di mantenere quel'atmosfera che caratterizza tutto l'arco del film e alcuni dialoghi che rivelano interessanti colpi di scena. Bruce Dern poi con quel camioncino dei gelati è allo stesso tempo salvifico quanto inquietante. Tutto il cast capitanato dalla preziosa bambina e Emile Hirsch ci credono tutti molto e la loro caratterizzazione riesce a dare manforte alla psicologia dei personaggi e la sinergia con i colleghi. Qualche piccolo intoppo c'è, ma nel finale possiamo annoverarlo tra gli esperimenti più interessanti su persone dotate di super poteri con un budget modesto ma che sa lavorare bene su quello che ha regalando molto più di quanto riescano a fare i film Marvel.

martedì 7 gennaio 2020

Death of Dick Long


Titolo: Death of Dick Long
Regia: Daniel Scheinert
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dick è morto da poche ore, ma Zeke e Earl non vogliono che nessuno scopra come. Purtroppo in una piccola città dell'Alabama le notizie corrono veloci.

Death of Dick Long è quella chicca che non ti aspetti. Un raggio di luce nella via lattea della settima arte. Un film che con pochi e astuti mezzi, ma un grosso impiego e sforzo degli attori, riesce a fare un mezzo miracolo di fatto nascondendo un segreto per tutto il film e regalare un climax finale capace di farti brillare gli occhi.
Cinema indie, una commedia nera, grottesca, che rivela e nasconde pregi e difetti di persone qualsiasi, attaccate ad una quotidianità che ormai ci ha sfinito e allora di nascosto si cercano piaceri o divertimenti atipici e pericolosi, quelle bravate che si fanno solo tra amici di nascosto senza far sapere nulla alle mogli.
Scheinert parliamone è quello che tre anni fa ci ha regalato quel film meraviglioso che era Swiss Army Man ma con questa sua ultima opera si distacca completamente dalle scelte e soluzioni visive del suo primo film per racchiudersi in una piccola città dell'Alabama che per alcune atmosfere e scelte di come condurre le indagini strizza l'occhio ai Coen di FARGO.
Un film davvero capace di intrattenere alla grande, di voler sapere a tutti i costi cos'è successo a Dick e come sia potuto succedere con gli altri gregari attorno a lui che fino all'ultimo non ci si rende conto quanto siano stati complici.
Un thriller noir tutto di suspance, dialoghi, atmosfera, caratterizzazione dei personaggi davvero magnifici, una trama che seppur potrebbe sembrare così scarna, in realtà si concentra prettamente sui rapporti famigliari, le amicizie, il lecito e il proibito, la coerenza e la sincerità dei bambini che spaventa gli adulti perchè dicono sempre la verità.



Bacurau


Titolo: Bacurau
Regia: Juliano Dornelles, Kleber Mendonça Filho
Anno: 2019
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Una vicenda che accadrà tra pochi anni...Bacurau è un piccolo villaggio situato nel nordest del Brasile nello stato di Pernambuco. Vi si piange la morte della novantaquattrenne matriarca Carmelita. Qualche giorno dopo gli abitanti scoprono che il villaggio è scomparso dalle carte geografiche e che un misterioso gruppo di 'turisti' americani è arrivato nella zona.

Il bacurau è un uccello notturno molto abile nel mimetizzarsi e non farsi prendere dai predatori che invadono la sua terra.
Potente. Così può definirsi il film brasiliano passato a Cannes che ha saputo tradurre in termini post-contemporanei ma allo stesso tempo arcaici, un conflitto di classe, la metafora perfetta delle rapine culturali a danno di paesini deserti in paesi del terzo mondo. Un film che concentra così tante metafore e riflessioni politiche, socio-culturali, in cui pur di ottenere una manciata di voti si ha il coraggio di minacciare e mettere in ginocchio una comunità molto unita e profondamente segnata da perdite e da chi ha scelto la strada del banditismo non riconoscendosi più nei valori politico-sociali del suo paese. Bacurau sembra voler dare un segnale prima di tutto a coloro che vivono in questi villaggi, la sopraffazione di coloro, i politici, che si servono di contractors stranieri, che pensano di poter giocare con le vite altrui senza dimenticare che spesso queste popolazioni pur di rivendicare la propria identità sono capaci di spingersi ad azioni estreme e disperate.
Bacurau è ancor più interessante perchè gioca bene con il cinema di genere, inserendo storicità sulla vita del villaggio, il revenge-movie, lo sci-fi fatto di droni e di una sorta di Grande Fratello che cerca di mantenere il controllo mediatico del villaggio introducendo elementi che ne destrutturalizzino l'ordine (cancellare dalla mappa la città, togliere ogni tipo di segnale nella zona, fotografare con i droni, uccidere cominciando da chi vive ai margini del villaggio fino ad entrare dentro il centro), ma ancora a tratti il genere grottesco, lo splatter e lo slasher, il western e il cangaco.
Bacurau sembra senza tempo, rimane distante da ogni altra realtà cercandone una sua e diventando una favola politica che si svolge nel futuro, aderendo perfettamente all’attuale situazione del Brasile e alle profonde disuguaglianze sociali, etniche e culturali. Potrebbe sembrare una triste metafora di quello che Bolsonaro sta facendo con gli indios.


Big Legend


Titolo: Big Legend
Regia: Justin Lin
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo e una donna si concedono qualche giorno sperduti nelle più remote foreste della costa orientale. Grandi boschi, grandi cascate e grandi montagne sono lo scenario migliore per chiedere alla donna di sposarlo. Fino a quando una notte, la donna viene risucchiata nel buio della foresta da una bestia sconosciuta. Dopo un anno di ospedale psichiatrico, l'uomo, ex soldato, torna sul luogo della sparizione per cercare vendetta.

Con una locandina così sfacciata non potevo esimermi dal vedere l'ennesimo monster-movie sul Bigfoot.
Sin da subito è chiaro che c'è qualcosa che non funziona, che l'impegno più grosso è stato messo sulla locandina tale da attrarre i gonzi come me che basta che vedano un paio di elementi e una creatura strana e misteriosa e finiscono nella trappola. Trappola ma non trappolone, il film di Lin è un low budget che prova a cavarsela buttandola tutta sull'atmosfera e sul protagonista, facendo vedere la creatura col contagocce, portando a casa un survival horror con una pessima fotografia e recitato abbastanza maluccio da un cast che sicuramente ha provato a mettercela tutta.
A parte forse un paio di elementi nel terzo atto, il film è di una banalità sconcertante.
Potete provare a tratte le conclusioni già dopo i primi venti minuti e attenzione, vincerete di sicuro, dal momento che il film non ha un solo colpo di scena e quanto incontra l'azione diventa clamorosamente una trashata pazzesca. Un piccolo manuale degli errori da non commettere potrebbe essere la log-line che accompagna il film, di cui però per qualche strano disturbo nostalgico e amore per i mostri, non ho ripudiato anche se è dura mandare giù una galleria di escamotage per cercare di dare enfasi e incrementare la tensione abbastanza loffi.
Per alcune atmosfere stranamente mi ha ricordato un film che con questo c'entra ben poco, il bel Backcountry che testimoniava in poche parole con la trama medesima quanto un orso potesse fare molta più paura rispetto ad un Bigfoot.
La filmografia sui mostri della montagna comincia ad essere abbastanza assortita anche se i risultati spesso sono davvero scadenti quando non diventano trash a tutti gli effetti.
Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot (forse tra tutti pur non trattando solamente il mostro rimane il più decoroso) mentre invece arrivano le pellicole a cui non conviene avvicinarsi come Willow CreekAbominable e Exists.


lunedì 30 dicembre 2019

Furies


Titolo: Furies
Regia: Tony D'Aquino
Anno: 2019
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di donne rapite lotta per la sopravvivenza contro degli psicopatici mascherati, in un gioco mortale diretto da misteriosi committenti.

The Furies è l'esordio alla regia di tale Tony D'Aquino, uno di quei nomi che sembra promettere bene a metà tra un boss italo-americano e un'amante del trash.
Furies combina tanti elementi, cerca sensazionalismi in ogni dove, prova a lanciarsi in una sfida nella sfida quando ad esempio si gioca con il metacinematografico e per tutto il primo atto fa quello che deve senza lesinare sul sangue, infilando elementi che sembrano assai funzionali ed inizia come potrebbe finire un tipico slasher con la final girls che scappa e il killer di turno che la rincorre.
Quasi un unico ambiente, effetti speciali tutti rigorosamente artigianali e con un audio che riesce bene a esprimere il disagio e la mattanza che si sta compiendo sullo schermo.
Il problema arriva diciamo verso la fine del secondo atto e tutto il terzo dove le lacune di scrittura sono larghe come buche dove potrebbe tranquillamente sprofondare la protagonista.
A questo punto forse D'Aquino avrebbe fatto meglio a lasciare la sospensione dell'incredulità senza poi spiegare di fatto nulla, perchè soprattutto le spiegazioni, le giustificazioni e il climax finale da revenge-movie sono un limite forte per un film che strizza l'occhio all'exploitation, a tutti i serial killer in celluloide che sono passati davanti ai nostri occhi dal ’78 in poi con delle maschere davvero suggestive e funzionali, così come il cast che a parte qualche sbaglio forse voluto (l'attrice orientale è impressionante nel peggiore dei termini) ha una buona protagonista.
Furies lo si ama, ma da un certo punto produce una smorfia nello spettatore amante dei generi che vede un'ottima occasione sprecata per un esercizio di stile e forma che sorpassa il fondamentale lavoro di scrittura

giovedì 26 dicembre 2019

Untamed-Regiòn salvaje


Titolo: Untamed-Regiòn salvaje
Regia: Amat Escalante
Anno: 2016
Paese: Messico
Giudizio: 3/5

Guanajuato, Messico. L’incontro con la misteriosa Véronica ha ripercussioni inaspettate sulla vita dei fratelli Fabián e Alejandra, ed in particolare su quest’ultima, intrappolata in un matrimonio difficile e soffocata dal machismo ipocrita del marito Angél.

Regiòn salvaje ha almeno due scene indimenticabili. Tutte e due riguardano il sesso, tutte e due sono collegate tra loro, liberando i sensi e lasciandosi andare ad amplessi o altro.
In una vediamo tante specie diverse di animali in un unico luogo "magico", un angolo del mondo dove il selvaggio domina sul civilizzato, fare sesso senza problemi, di quale altro animale stia loro accanto (magari un predatore..). La seconda scena verso il finale, anche se viene già preannunciato all'inizio del film, l'amplesso tra Alejandra e la Cosa, una sorta di ibrido tentacolare sci-fi metafisico con tanto di tentacoli che si diramano in ogni dove che riaccende pulsioni antiche e primordiali.
Il film di Escalante è molto lento, ha una trama che poteva aggiungere molto di più in termini di scrittura, colpi di scena, fatti e avvenimenti che vengono presi in esame in maniera piuttosto mediocre senza andare oltre se non nel voler essere presuntuoso e provocatorio.
Una storia malsana dove alcuni messaggi di portata fantascientifica, per fortuna solo accennati, danno risalto a quella lotta tra eros e thanatos per tutta la durata del film, denunciando come dramma sociale l'ipocrisia dell'eterosessualità e in un qualche modo mostrata nella sua fragilità e debolezza.
Le donne sono le vere protagoniste alla ricerca di profondità oscure del piacere femminile che i maschi "alfa" non riescono a dar loro, dove subiscono passivamente il sesso e l'infedeltà del marito o il disinteresse del compagno e in cui ogni divergenza dal rigido canone sociale viene nascosto con vergogna, costrette così a rifarsi su una creatura aliena dalle sembianze multi-falliche, cui è attribuito il duplice compito freudiano di seminare piacere erotico e allo stesso tempo la distruzione mortale. Un film che più dei due incidenti e fati di cronaca successi in quegli anni in Messico che il film ricalca, sembra concentrarsi maggiormente sugli istinti, spesso frustrati, abbandonati, assopiti e dimenticati.
Quando si viene incontro con questa creatura, entrambi i sessi danno inizio ad un effetto domino inarrestabile in cui entrandone in contatto, in tutti i sensi, si diventa immediatamente succubi e vogliosi di ritornarci.



Aniara


Titolo: Aniara
Regia: Pella Kågerman e Hugo Lilja
Anno: 2018
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Un'astronave che trasporta dei coloni su Marte viene buttata fuori rotta, costringendo i passeggeri ossessionati dal consumo a prendere in considerazione il loro posto nell'universo.

Dalla Svezia arriva uno sci-fi low-budget di quelli che non si dimenticano. Un vero viaggio nell'orrore, un film di un enorme impatto emotivo in grado di metterci di fronte tutte le paure sopite di fronte allo spettacolo e le incognite dell'universo. Un film disturbante e inquietante, rivelatore di un dramma profetico per l'attuale situazione in cui stiamo vivendo fregandocene del domani ma insistendo a distruggere il presente.
Un film carico di incertezze e di pessimismo cosmico che non regala nulla, senza dover fare ricorso a sensazionalismi o happy ending astuti per mettere d'accordo il pubblico. Qui la profezia è quella dell'autodistruzione, di un universo in cui sguazzare dove perdiamo completamente le nostre coordinate, azzerandoci e costretti a reinventarci attraverso pratiche, filosofie, religioni, orge, esecuzioni. Dove basta un incidente improvviso, un cambio di rotta, una fuga dal nostro idilliaco paradiso per far sì che la situazione possa degenerare nella violenza, nella perdita dei valori e di ogni inibizione. Visto che bisogna morire in una zona remota da cui è impossibile tornare indietro tanto vale lasciarsi andare in una sfrenata ricerca del piacere passionale e di ogni gratificazione possibile.
Un astronave che si perde in una rotta che sembra non finire mai, un giro attorno ad un pianeta senza poter mai attraccare, una parabola della morte, della filosofia dell'ansia che non accenna mai a fermarsi facendoci sprofondare in un limbo di psicosi.
“Aniara” nome di un poema fantascientifico scritto nel 1956 dallo svedese Harry Martinson (futuro Premio Nobel per la letteratura) si divincola dagli altri film sci-fi moderni, scegliendo una rotta più estrema, azzardando un discorso molto realistico per un ipotetico futuro, scegliendo infine una deriva claustrofobica e nichilista che sembra sondare perfettamente lo stato d'animo di alcuni passeggeri, del capitano, della protagonista e della fuga dalla realtà dove le persone possono rivivere le esperienze avute sulla terra dimenticando così l'imminente morte sul'astronave.




Art of self defence


Titolo: Art of self defence
Regia: Riley Stearns
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un uomo viene aggredito per caso per strada. Decide allora di allenarsi in un dojo locale, allenato da un Sensei carismatico e misterioso, nel tentativo di imparare come difendersi.

Eisenberg sta proprio bene nel cinema indipendente. Ultimamente poi se escludiamo il cacciatore di zombie e il nemico di Superman, non ha praticamente sbagliato nulla, prendendosi anche dei bei rischi e dando vita a personaggi indimenticabili per la loro insicurezza e fragilità, un pò come accadeva per il defunto Anton Yelchin, in ruoli come American UltraDoubleCalamaro e la balenaNight MovesEnd of the tour.
Stearns è un regista da tenere occhio. Aveva esordito con un indie sconosciuto sui fanatismi religiosi di nome Faults, imperfetto quanto irresistibile. In questo caso dal momento che ci troviamo di fronte ad un amante dei percorsi disarticolati e apparentemente semplici, alza ancora di più l'asticella del grottesco, sua peculiarità e connotazione, per esasperare ancora di più il contesto che dal secondo atto del film, diventerà davvero assurdo e per certi versi brutale nel suo prendersi così sul serio e allo stesso tempo autodistruggendosi con tanta auto-ironia.
Un film per pochi da amare o odiare. Un film che prende a calci sui coglioni alcuni rituali delle arti marziali, una certa filosofia spiccia, buttando tutto alla malora e facendo della scorrettezza la sua pietra miliare, lasciando ai posteri il concetto di onore e obbedienza.
Un film disperato, divertente quanto violento, con una storia che solo nel finale puzza troppo di prevedibilità, ma dall'altra parte piazza dei clamorosi colpi di scena lasciandoci sempre col fiato sospeso su quale altra disgrazia possa succedere al protagonista o quale bizzarra idea si faccia venire in mente.

Matriarch


Titolo: Matriarch
Regia: Scott Vickers
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Una donna incinta e suo marito vengono accolti da un contadino e da sua moglie dopo che con la loro automobile hanno avuto un incidente nella remota campagna scozzese. Una volta all’interno, si rendono conto che la figlia dei loro benefattori è stata rapita e aveva fatto notizia sui giornali quando era scomparsa anni prima. Le cose cominciano a precipitare quando il contadino e sua moglie dicono alla coppia che vogliono prendersi il bambino una volta nato.

Matriarch poteva essere un indie delizioso giocandosela su diversi terreni come il fanatismo religioso, la famiglia-setta, i legami incestuosi, sfruttando suggestione, folk-horror e altro che di questi tempi sembrano tornati in auge per il pubblico mainstream ma che in realtà sono sempre rimasti. Invece, purtroppo, Matriarch diventa uno di quegli esempi su cosa non fare, dove non mostrare l'elemento x facendolo incontrare casualmente e in maniera scontata e palese con l'incognita y. Tanti errori, troppi, una scrittura in primis lacunosa che non cerca di prendersi sul serio sciorinando ogni elemento e senza mai dare enfasi, suspance o colpi di scena in una narrazione dove le incongruenze proliferano e dove i non sense la fanno da padrona, uno su tutti il marito che per tornare nella dimora dove è tenuta in ostaggio la moglie, minaccia due bifolchi della campagna rubando ad uno di essi i vestiti, lasciandolo legato nudo. Ecco queste scene per esempio ammazzano del tutto la tensione del film. E poi questa bambina di nuovo mostrata in modalità Sadako che appare e scompare come in altri mille film non si può più vedere..
Un reparto tecnico poi che nonostante il low budget poteva dare di più con una fotografia squallida e tutta incentrata sul bianco, cercando quasi inconsapevolmente di prendere in giro il film di Aster giocandolo tutto sulla luce del giorno.