Visualizzazione post con etichetta India. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta India. Mostra tutti i post

venerdì 9 agosto 2019

Tumbbad


Titolo: Tumbbad
Regia: Rahi Anil Barve & Adesh Prasad
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 3/5

India, XIX secolo: ai margini del fatiscente villaggio di Tumbbad vive Vinayak, testardo figlio illegittimo del signore locale, ossessionato dal mitico tesoro dei suoi antenati. Il ragazzino sospetta che la bisnonna, strega vittima di una maledizione, ne conosca il segreto ed è da lei che scoprirà dell’esistenza di una divinità malvagia posta a guardia del tesoro. Quella che inizia con una manciata di monete d’oro, si trasforma in una brama vertiginosa che crescerà per decenni, un’avidità irrefrenabile che trascinerà Vinayak sino ad un epico regolamento di conti…

Tumbbad è l'horror folkloristico indiano co prodotto dalla Svezia che non ti aspetti in una mega produzione che si vedono purtroppo sempre più di rado.
Parte bene, forse troppo, infila così tanti elementi da farti gongolare estasiato, cresce di intensità, decollando per poi finire dritto dritto contro una montagna imprevista con un finale molto discutibile.
Horror folkloristico ma anche dramma storico e sulle classi sociali (l'emancipazione del paese e della donna) oltre che ovvi rimandi al fantasy.
L'esordio alla regia dei due registi tra le fonti di ispirazione, cita anche l’opera di Narayan Dharap, autore prolifico di letteratura horror.
La storia si muove aprendo e scandagliando varie tematiche dove la principale citata anche nei titoli di testa è l'egoismo umano che crescerà nel film di generazione in generazione, arrivando all'apice con la scelta e il bisogno di varcare la soglia dell'inferno per rubare monete d'oro al dio confinato dalle altre divinità nel grembo materno della grande dea.
Inoltre quello che fin da subito stupisce ancora una volta è l'altissimo livello tecnico con una qualità produttiva incredibile dove tutto sembra studiato e confezionato perfettamente dalle ambientazioni suggestive, la colonna sonora epica ma non troppo, effetti visivi a tratti esagerati (la nonna/strega maledetta incatenata all'inizio, Hastar e le creature mostruose e sanguinarie, il ventre venoso teatro dell’orrore) e ben utilizzati in un crescendo di gore, cura dei dettagli e altissima definizione fotografica.



lunedì 11 marzo 2019

Khailauna


Titolo: Khailauna
Regia: Sriramm Dude
Anno: 2018
Paese: India
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

In un quartiere popolare indiano, un ragazzino musulmano subisce la fascinazione di Ganesh sotto forma di giocattolo. Lo scontro fra culture religiose e la delicatezza poetica del mondo dell’infanzia.

Khailauna è un corto molto interessante senza trattare di preciso tematiche gbl.
Il protagonista è un giovane ragazzino che corre per le strade di Mumbay e si innamora dell'immagine di Ganesh vedendolo prima come statua per le strade e poi successivamente trovando una statuetta che il bambino colora a piacimento offendendo così la divinità secondo il parere dei genitori in particolare della madre che rombe la statuetta del figlio.
Da un lato parlando di perdita casca a pennello la scelta di una divinità come Ganesh e della sua storia che nasce proprio da una ferita e dall'amputazione della testa mentre dall'altro l'elemento a farla da padrone del corto di 12' sono, come quasi sempre si ha a che fare col territorio indiano, i colori, il fascino e le musiche che rimandano a danze e rituali indù.


mercoledì 6 febbraio 2019

Ghoul


Titolo: Ghoul
Regia: Patrick Graham
Anno: 2018
Paese: India
Stagione: 1
Episodi: 3
Giudizio: 3/5

In una remota prigione militare arriva un nuovo detenuto che il governo ritiene molto pericoloso: è il temuto terrorista Ali Saeed Al Yacoub. Per condurre il suo interrogatorio viene inviata sul posto una donna soldato, Nida Rahim, che ha dimostrato in precedenza abilità e senso del dovere al di fuori della norma, tanto da aiutare le autorità ad arrestare il proprio padre. La giovane agente, però, si renderà conto che il criminale nasconde delle abilità soprannaturali di matrice demoniaca che gli consentono di conoscere i segreti più intimi di tutti i militari nel carcere e di utilizzarli contro di loro. Il terrorista prenderà il controllo dell'intero carcere, ma Nida riuscirà ad affrontare questa nuova missione?

Le mini serie quando hanno temi accattivanti sono le benvenute a dispetto di serie infinite con ad esempio 20 episodi a stagione.
Il tempo è importante. Ghoul si trova tra Netflix e Blumhouse (che stimo sempre di più per il loro coraggio). Il risultato è un prodotto d'intrattenimento interessante sotto certi aspetti, che cattura un taglio internazionale pur essendo un prodotto indiano, una cinematografia, che tolta Bollywood da noi non è ancora molto conosciuta quando invece dovrebbe vista l'enorme capacità di avvicinarsi e indagare il noir, il poliziesco e l'horror.
In questo caso ci sono diversi aspetti che decretano un significativo passo avanti per le produzioni e per cercare di sfruttare il tema della possessione, che andrà sempre di moda, e mischiarlo con un futuro distopico ( che poteva anche non esserci dal momento che risulta slegato in parte dalla vicenda), una scenografia quasi interamente in una prigione e il folklore locale legato alla storia dei demoni Ghoul o Jiin onnipresente anche in Medio Oriente.
Diciamo pure che Graham aspetta un po prima di concedere azione e ritmo in abbondanza.
Il primo episodio parte in sordina facendo incetta di particolari, alcuni utili, altri trascurabili per andare subito a raccontare i personaggi e la piramide sociale presente nella prigione, con tutte le regole e i ruoli che la donna piano piano comincia a ricoprire. In questo caso anche il tema del terrorismo per quanto ultimamente risulti abbastanza abusato è funzionale, come scusa per lo stato ad usare qualsiasi mezzo contro i prigionieri o presunti complici, facendo soprattutto leva sui parenti e sulle minacce.
L'aspetto su cui ruota meglio la vicenda legata proprio alla caratterizzazione della protagonista, una poliziotta cazzuta che pur di aiutare la giustizia arriva a denunciare il proprio padre.
Ci sono diverse sotto storie, alcune delle quali ho trovato macchinose o abbastanza inutili al ritmo della vicenda, che quando parte, sa sicuramente avere un ottimo ritmo, senza mai essere pretenziosa, cercando invece di restare incatenato alle sue radici.
Sinceramente mi aspettavo qualche jump scared maggiore, contando che dalla metà del secondo episodio è quello l'obbiettivo del regista.
La mattanza avviene con alcuni twist finali abbastanza telefonati a parte l'epilogo che ho trovato interessante, crudo e spietato nella sua logica perversa a danno di un'altra logica legata alla corruzione e all'abuso di potere del governo indiano.


lunedì 3 settembre 2018

U Turn


Titolo: U Turn
Regia: Pawan Kumar
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Dopo avere conosciuto un giovane poliziotto ed essere diventata la sospettata principale di uno strano omicidio, una giornalista si ritrova a dover investigare sul caso.

I thriller indiani che passano in sordina da noi sono davvero tanti e molti di essi sono prodotti molto validi con storie che spesso ci aiutano a capire le problematiche della stratificata e complessa società indiana. U Turn come tanti altri sfrutta l'impianto del poliziesco e del thriller dramma per regalare un'indagine mai scontata ma con una bella escalation di eventi che aumentano l'atmosfera e la suspance del film.
Spesso come per Ugly o Talvar si parte sempre da episodi di cronaca abbastanza semplici come in questo caso o eventi strazianti come negli altri due film.
I protagonisti o la protagonista sono sempre portatori di una morale e dei valori più liberi e tolleranti rispetto alla cultura molto chiusa e rigida del resto del paese. Se poi come in questo caso la protagonista è una donna, non ancora sposata, che conduce una ricerca che diventerà spesso indagine, allora tutto il plot narrativo e la chiusura culturale della società porterà la protagonista a dover lottare contro il sistema per riuscire a dimostrare la sua innocenza. In questo caso a differenza di Ugly le forze dell'ordine non sono tutte corrotte o disoneste (in realtà qualcuno sempre si salva) ma cercano di comprendere il dramma e aiutare la protagonista a fermare gli omicidi del killer della curva a U, aiutata da una galleria di personaggi che non esclude gli "esclusi" come il vecchietto che segna i numeri di targa in cambio di 100 rupie.

In questo caso la pellicola non esplode mai in scene di violenza efferate ma punta tutto sul disegno che c'è dietro la bizzarra scelta di dover sfruttare un assurdità come quella dello spostamento dei mattoni per passare sull'altra corsia che come motore scatenante sembra quasi ridicolo mentre invece nasconde una sua importanza incredibile a cui addirittura una giornalista vuole montare su un servizio.


sabato 14 luglio 2018

Ladies First


Titolo: Ladies First
Regia: Uraaz Bahl
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 4/5

Nata nel villaggio di Ratu, in India, tra povertà e pochi diritti per le donne, Deepika Kumari a 18 anni è diventata l'arciere donna migliore del mondo.

Emozionante. Davvero in 40' Bahl riesce a cogliere i passaggi fondamentali di questa storia che come per altre spesso nel contesto indiano sa di miracolo.
Il miracolo però non sta nella fortuna ma nella continua lotta per voler a tutti i costi ottenere qualcosa per se stessi e perchè dia per la protgonista una ragione di vita. Che siano uomini o donne, spesso gli emarginati nei paesi del terzo mondo, devono tirare fuori una forza d'animo che dovrebbe scuotere tutte le nostre fragilità e capire che si può ottenere quello che si vuole lottando dal basso con gli strumenti che si hanno grazie ad una profonda forza d'animo.
Deepika racconta un'altra lotta con cui lei si è vista chiudere quasi ogni porta per poi raggiungere i fasti in quello che è un documentario sportivo e anche biografico molto bello dove anche la tematica del tiro con l'arco è originale e poco vissuta nel cinema come nei documentari.

martedì 5 dicembre 2017

Goonga Pehelwan

Titolo: Goonga Pehelwan
Regia: Vivek Chaudhary and Prateek Gupta
Anno: 2013
Paese: India
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Un documentario che segue l’atleta sordo più bravo dell’India sulla sua improbabile ricerca per raggiungere le Olimpiadi di Rio 2016 e diventa il secondo lottatore sordo nella storia delle Olimpiadi a farlo.

Davvero sorprendente questo mediometraggio indiano.
Il wrestler muto Virender Singh Yadav a parte essere un attore nato e una persona che buca la quarta parete mostrando la sua semplicità, la sua voglia di vivere e soprattutto il suo straordinario talento da lottatore. Virender però è sordo.
Proprio questo "limite" lo porta all'interno di questo documentario ad analizzare le cause per le quali l'atleta non ha mai potuto partecipare alle Olimpiadi per i normododati mentre invece ha solo partecpato alle Paraolimpiadi. Il perchè dal puto di vista burocratico è che l'atleta non sentendo il suono del fischietto non può competere. L'altra versione è che Virender è così forte che avrebbe sicuramente battuto gli atleti normodtati e questa particolarità forse non era ben accetta dal comitato olimpico.
Ancora una volta vengono analizzate diverse tematiche tra cui le disparità di trattamento e le opportunità o gli svantaggi che gli atleti disabili hanno ricevuto dal governo e dalla società.
Virender con il suo appello chiede e vorrebbe giustamente un cambiamento che ossa giovare e sostenere gli atleti disabili attraverso l'inclusione e a vincita di premi in denaro.
L'ispirazione alla base di questo documentario era un articolo di giornale che uno dei registi, Vivek Chaudhary, aveva letto. L'articolo parlava di Virender Singh, un wrestler sordo e muto che, nonostante fosse un Campione del Mondo e Deaflympics Gold Medalist tra le altre cose, non è riconosciuto e non è celebrato dal Paese e dal Governo. Il sogno più grande di Virender e uno degli obbiettivi del documentario è quello di raccogliere supporto e rendere possibile il desiderio di Virender Singh di rappresentare l'India alle Olimpiadi di Rio 2016 possa esaudirsi. Speriamo!


sabato 2 settembre 2017

Raman Raghav 2.0

Titolo: Raman Raghav 2.0
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Raman è un serial killer che vive a Mumbai e che trova, per così dire, ispirazione nelle gesta di un suo predecessore, l'omicida seriale Raman Raghav, che operava in India negli anni Sessanta. Oltre a quella per il suo mentore, ha una seconda grande ossessione: quella per il giovane poliziotto Raghav. Fa di tutto per trovarsi faccia a faccia con lui. Ma se il killer non è del tutto normale, anche il poliziotto non è un esempio di stabilità mentale...

"Raman Raghav 2.0" è ispirato alla figura del serial killer omonimo, attivo a Bombay verso la fine degli anni ’60, la cui identità non era nel nome, ma nei pesanti oggetti contundenti con cui spaccò la testa a decine di persone per un decennio, avvolgendo nel panico l’enorme popolazione indifesa e priva di protezione. Raman è anche uno di quei film indiani che tocca vedere solo grazie a Netflix a meno di non averlo visionato all'interno di qualche sconosciuto festival. E'strano lodare una piattaforma on line che mai avrei pensato di sfruttare. Rimane pur vero che la maggior parte di film indiani cercati a lungo e per anni sul web o sulle piattaforme on-line con risultati deludenti finalmente mi da la possibilità di guardarmeli con i dovuti anni di distanza.
E'questo è un dato di fatto.
Il film di Kashyap è di una violenza straziante. E non parlo solo di quella sulle donne come spesso i film indiani non risparmiano, ma di un'atmosfera sporca e corrotta, una Mumbai soffocata e straziante, marcia fino al midollo come la natura ipercinetica del soggetto, le due diverse tonalità di cattiveria dei due protagonisti, i cambi di scena repentini e senza soluzioni di continuità e infine la dilatettica e l'assenza di morale tra un bene ormai sempre più inesistente e un male che non possiamo più fare a meno di nascondere.
Un film cupo, lungo ma non lento, tenuto assieme da capitoli che contraddistinguono un viaggio nella paura con un attore davvero sttraordinario in grado di restituire ferocia e sofferenza al suo personaggio.
Due facce della stessa medaglia che il cinema spesso sfrutta e confonde. In questo caso la cattiveria degenerata in crimine ed il male assoluto e fine a se stesso di entrambi generano conseguenze inattese ed effetti perversi come capitava nel film diretto dai Mo Brothers.
Kashyap non è nuovo alle storie violente e scabrose, infatti con il ben più conosciuto GANGS OF WASSEYPUR, non aveva ancora raggiunto l'apice della violenza che qui trova un segnale inequivocabile e un cambio di timone.


giovedì 3 agosto 2017

Ugly

Titolo: Ugly
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2013
Paese: India
Giudizio: 4/5

Shalini è sposata con Shoumik, violento e autoritario capo della polizia, che detesta il precedente marito Rahul, attore squattrinato. Un giorno in cui la piccola Kali, figlia di Shalini e Rahul, è con il padre, questi la lascia da sola in macchina; quando torna la bambina è scomparsa. Si scatena la caccia al rapitore, ma rispetto alla volontà di ritrovare Kali sembrano prevalere le vendette personali e i conti in sospeso da risolvere.

Ugly è un thriller indiano passato in sordina alcuni anni fa e proiettato infine al TFF.
Un film controverso e disturbante che parla del lato nascosto dell'India, o meglio di alcuni lati oscuri e del livello ormai inquietante di corruzione che attanaglia la città ponendo in primis l'inefficenza delle forze dell'ordine indiane.
Proprio le istituzioni vengono criticate in una galleria di personaggi tutti in fondo meschini, scelte e ambientazioni degradate quanto lussuose ponendo come fatto sociale rilevante la disuguaglianza che affligge questo paese.
Un thriller vitale e dinamico che nelle sue due ore di durata non si ferma mai, in un viaggio alla scoperta di se stessi, di un paese che finalmente racconta anche storie cruente abbandonando per un attimo il contesto e l'ironia bollywoodiana. Kashyap va ancora oltre con una messa in scena ottima, un gran ritmo, un montaggio attento e delle buone scelte di camera oltre che prediligere il cinema di genere in un crime story che non si vedeva da tempo. Lo stesso cast vede alcuni attori affermati nel vasto panorama delle produzioni indiane. La critica come dicevo non si limita solo ai rapimenti di bambini (una realtà scioccante se qualcuno ha voglia di interessarsi alla vicenda) trattando però tutte quelle dinamiche che sembrano proprio nascere dal contesto culturale, in cui vediamo le forze dell'ordine che sembrano alimentate da una profonda diffidenza per i cittadini, le donne lasciate in casa a bere che non sanno come passare le giornate, una cultura in fondo sempre più misogina e in tutto questo amici che rischiano la propria vita e la propria dignità per aiutare il prossimo e un finale davvero pesante che conferma l'ottimo lavoro di sceneggiatura, nonostante alcune piccole defezioni durante l'arco temporale della storia.



Talvar

Titolo: Talvar
Regia: Meghna Gulzar
Anno: 2015
Paese: India
Giudizio: 4/5

Drammatizzazione del doppio omicidio di Noida, avvenuto nel 2008 e balzato agli onori della cronaca. Vittime furono una quattordicenne e la domestica che lavorava per conto della sua famiglia.

Ispirato ad un reale caso di cronaca, un film indiano che racconta un indagine sull'omicidio di un'adolescente e del suo servitore. Talvar si inserisce nel filone dei film di genere indiani che trovano spesso e volentieri spazio e distribuzione su piattaforme on line senza quasi mai riuscire ad essere distribuiti nei cinema ma trovando di rado qualche festival internazionale.
Guilty altro titolo con cui il film è uscito, sembra mantenere inalterato lo schema e il lavoro di scrittura. Attingendo da un caso di cronaca che ha fatto molto discutere l'opinione pubblica, è un film che Gulznar riempie di particolari, in cui la caratterizzazione dei personaggi è curatissima consentendo appunto di approfondire gli usi e costumi di un paese remoto, la cui cinematografia drammatica è quasi sconosciuta in Occidente dal momento che in molti pensano che l'India sia solo Bollywood e limitando così la diversità di una cinematografia molto variegata e complessa.
Un'altra opera in cui non c'è un personaggio trainante, o meglio c'è un protagonista principale ma il lavoro corale sviluppato dal regista è ottimo tale da mantenere una buona alternanza tra momenti concitati ed altri più riflessivi, che mettono in evidenza i paradossi della giustizia con momenti decisamente surreali.

Da uno spunto di cronaca, Talvar è una radiografia impietosa che fa male, denunciando la mentalità dominante all'interno degli apparati di polizia indiani, fra cialtronaggine, meschine rivalità professionali, stupidità, carrierismo e sete di potere. Un bel film di "denuncia civile" con un epilogo che coinvolge anche il sistema giudiziario, lasciando l'amaro in bocca come si evince da quel problema che "il 90% delle prove presenti nella scena del crimine vennero di fatto distrutte a causa della negligenza della polizia" come disse il CBI nella realtà. Perché la polizia, che per prima venne sul posto, non si occupò di non fare avvicinare nessuno nella scena del crimine, giornalisti, visitatori, amici, parenti, vicini, tutti circolavano nella scena del crimine come se fosse parco giochi. Sembra fantascienza ma è tutto reale e nel film acquista un penso ancora più sconvolgente.

martedì 27 giugno 2017

Machines

Titolo: Machines
Regia: Rahul Jain
Anno: 2017
Paese: India
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 5/5

Attraverso i corridoi e gli spazi di un'enorme e disorientante struttura, il regista Rahul Jain ci conduce in una discesa verso un luogo di stenti e di lavoro fisico disumanizzante. Si tratta di una delle maggiori fabbriche tessili dello stato indiano di Gujarat, la cui area di Sachin fin dagli anni Sessanta è stata oggetto di un'industrializzazione senza precedenti e non regolamentata.

Machines è un'esperienza unica e dolorosa. Il film più impressionante dell'ultima edizione del Festival di Cinemambiente. Un'opera solida e matura. Un urlo disperato verso quello che è l'ennesimo esempio di super industrializzazione, di lavoro fuori da ogni schema e comprensione. Orari che vanno oltre la logica umana e la disumanizzazione della forza lavoro e di qualsivoglia tipo di diritto.
Machines è l'opera prima di Rahul Jain, cresciuto in India e laureato al California Institute of The Arts in Film and Video. Sempre al CalArts studia estetica e politica. Machines, primo lungometraggio, è presentato all'IDFA e al Sundance Film Festival, dove riceve il premio speciale della Giuria per la miglior fotografia.
All'interno del documentario e delle aziende la camera procede scovando operai che dormono tra una pausa e l'altra, fumi che rendono nebulosa la vista di ogni minimo dettaglio, macchinari che sembrabno logorati dal tempo e di una pericolosità incredibile. Uomini, donne,bambini, disabili, tutti lavorano in queste immense fabbriche della morte dove scopriamo il lavoro incessante che sta dietro i vestiti che spesso indossiamo. Conosciamo l'esperienza di un lavoratore che per fare tre lavori a stento riesce a dar da mangiare alla famiglia spostandosi da una zona all'altra del paese e che per lui ha solo qualche rupia per comprarsi del tabacco da masticare per sopravvivere a dei turni infiniti. Facciamo anche la conoscenza dei suddetti padroni e della loro burocrazia e la loro spiegazione di come loro stessi diventano padroni e carnefici e del perchè non esiste nessun sindacato dal momento che forse nessuno lo vorrebbe.
Machines mostra la complessità della dura e spietata macchina capitalista, una storia di disuguaglianza che purtroppo anche la globalizzazione ha ampliato portandola in alcuni casi, come questo ma gli esempi sarebbero tanti e doverosi, di sfruttamento, di oppressione e di incapacità di un paese e di un sistema di potersi ribellare in cui ancora ad oggi tutto sembra sempre più immutabile e senza speranza con un divario purtroppo ancora più incolmabile tra poveri e ricchi.
Ad un tratto parla un bambino. Il suo obbiettivo è imparare in fretta a saper usare più macchinari possibili. Se da piccolo impara senza fare errori allora da grande diventerà un responsabile o un operaio specializzato. Questo è il sogno indiano della maggior parte dei bambini senza rendersi conto o domandarsi se è giusto o meno un modello economico e di sviluppo di questo tipo.

In tutto questo ovviamente le famiglie non esistono o sono una diretta conseguenza delle scelte dei figli che devono mantenere il nucleo.

lunedì 16 giugno 2014

My name is Salt

Titolo: My name is Salt
Regia: Farida Pacha
Anno: 2013
Paese: India
Festival: Cinemambiente
Giudizio: 4/5

Per otto infiniti mesi all'anno, Sanabhai e la sua famiglia lavorano nel deserto di Little Raan nell'estrazione del sale dalle aride terre. Facendo parte degli addetti a una lavorazione tradizionale del sale che si tramanda di generazione in generazione, Sanabhai svolge un lavoro impegnativo, ricercando i delicati cristalli di sale per una raccolta che diventa sempre più faticosa.

"Il prossimo anno vogliamo essere pagati di più" è con questa frase che si chiude il documentario dell'ultimo festival del Cinemambiente di Torino, quest'anno sempre rigoroso nella scelta dei documentari che trattano temi ambientali.
Vincitore della menzione speciale Iren, questo documentario puro e girato meravigliosamente, ci porta in un tempo e in uno spazio altro (chi non è mai stato in India e nel deserto farebbe difficoltà a comprendere i silenzi e i tempi morti perfettamente espressi dagli sguardi dei famigliari) e in più permettendogli di immedesimarsi, soffrire ed essere fiero insieme ai personaggi, imparando da loro come estrarre il sale più bianco della Terra e la cura maniacale con cui questa operazione và condotta.
My name is salt infine ci porta nel deserto salino della regione indiana di Gujarat, che insegna come portare avanti, con orgoglio e tenacia, il proprio lavoro in condizioni climatiche proibitive e senza l'aiuto di tecnologie di sorta.