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sabato 10 novembre 2018

Overlord


Titolo: Overlord
Regia: Julius Avery
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

A poche ore dal D-Day, un battaglione americano di paracadutisti viene lanciato su un paesino della Francia occupata dai nazisti per una missione cruciale: far saltare una torre-radio, posizionata sopra una chiesa, per facilitare l'invasione alle truppe di terra. Sterminati dalla contraerea tedesca e dalla superiorità numerica delle forze naziste, i soldati americani rimangono in poche unità e trovano rifugio nella casa di una ragazza del posto, che vive sola col fratellino. Decisi a portare comunque a termine la missione, il soldato Boyce e i suoi compagni si fanno strada con uno stratagemma all'interno della torre, ma qui scoprono un vero e proprio laboratorio degli orrori e si ritrovano a combattere un nemico mostruoso, apparentemente invincibile.

Chissà come mai la scelta di Avery, il regista che aveva diretto un filmetto molto carino ma con tante imperfezioni di nome SONS OF A GUN. Diciamo che a differenza dell'esordio del 2014, qui Avery può contare su un budget faraonico, rispetto al precedente film, anche se per quanto concerne il cast ha sempre avuto una buona schiera di attori.
War-movie+Action+Horror+Nazisti ed esperimenti+Creature e mutazioni.
Gli ingredienti alla base sono questi e non sono pochi.
Una manciata di minuti per presentare lo squadra in aereo e poi il massacro dove si salvano in pochissimi e da lì il cambio strategico nella location principale, un paesino francese dove gli abitanti servono come cavie per gli esperimenti nazisti, e dove abbiamo tutto il tempo per conoscere i personaggi e respirare dopo il bombardamento iniziale.
Tempesta, silenzio e infine pioggia acida.
Diciamo che anche qui la carne al fuoco era molta. Anche su questo ci sono stati diversi film molto ma molto simili, primo tra tutti FRANKENSTEIN'S ARMY che diciamo era davvero una chicca e se prendiamo in esamina l'horror era proprio un'altra cosa molto più potente e paurosa.
Questa è la versione più edulcorata, commerciale, digeribile, con molti meno mostri e di una major celeberrima, per cui i rischi erano davvero tanti, ma Avery da buon mestierante con qualche punto in più è riuscito a salvare il comando della squadra, cercando di bilanciare intrattenimento e un minimo di sostenibilità della storia.
Funziona sotto molti aspetti che sono poi quelli che riguardano il reparto tecnico, il cast, alcuni accorgimenti e soprattutto le scene d'azione. Quello che non è che non funziona, ma ci si poteva aspettare di più sicuramente, erano gli infetti nella torre che gli alleati dovranno distruggere.
Alcune fesserie riguardanti cose che fanno i personaggi come se da un momento all'altro fossero tutti killer professionisti o abili ladri che riescono a nascondersi in una base nemica piena di guardie naziste tra cunicoli infiniti senza mai farsi vedere dal nemico, sono spesso esagerati, come la ragazza francese che ad un certo punto diventa quasi un'assassina nata rubando troppo la scena.
Un finale che poteva e doveva regalare di più, la resa dei conti tra l'antagonista e il protagonista è veramente scopiazzata da tantissimi film e diciamo anche che l'aspetto che doveva più di tutti far paura, e che il regista olandese aveva usato molto bene nel film citato prima, qui è appena abbozzato senza dargli forza, un punto debole che avrebbe accresciuto tensione e ansia, elementi di cui questo film soffre in dosi massicce in più parti.



Murder party


Titolo: Murder Party
Regia: Jeremy Saulnier
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una cena per festeggiare Halloween si trasforma in un bagno di sangue.

Facciamo un salto all'indietro. Jeremy Saulnier per gli amanti del cinema di genere è uno di quei nomi che non si può non conoscere.
Questo è il suo primo lungometraggio indie low-budget prima che il regista divenisse noto come almeno lo è ora, dal momento che comunque diversi suoi film sono indipendenti pur avendo avuto un discreto successo tra i festival e soprattutto tra il pubblico.
Questo Murder Party è una scheggia impazzita che Saulnier confeziona molto bene nella prima parte, per poi farla esplodere completamente nell'atto finale esagerato, splatter, gore e senza nessun limite. Un prodotto astuto tutto interamente girato in un magazzino e in giro per i tetti e le terrazze.
Un film nichilista dove l'alcool e le sostanze diventano ancora una volta il pretesto per combattere la noia della vita. Qui il gruppo di pazzi dove il protagonista finisce seguendo un volantino, sono davvero quanto di più assurdo possa trovarsi in una notte di Halloween, anche perchè non sono proprio cattivi, ma annoiati che non sanno come sfogare la propria frustrazione.
Nella prima parte ci viene mostrato il protagonista, questa sorta di nerd che accetta di recarsi ad una festa di cui non sa niente, ma lo capiamo fin dalle prime scene dove lo vediamo in casa depresso che parla col gatto e mangia schifezze a volontà. Insomma un personaggio patetico e abbastanza squallido come capita spesso per i nerd o gli anti-eroi che poi riescono a diventare simpatici o perchè sbottano o perchè fanno qualche azione che non ci si aspettava (ma quasi sempre negativa).
Qui diciamo che il climax finale è diverso e dovrete stabilire voi il livello di empatia con il protagonista che da una certa parte del film, nel magazzino, quasi scompare per dare spazio agli altri personaggi.
Un finale davvero truculento al massimo, dove dovete aspettarvi di tutto, e non mancherà di sorprendervi soprattutto per le frattaglie, motoseghe, linguaggio, e tante altri elementi.
Un esordio significativo, come poteva esserlo quello di Peter Jackson, dove infine passa anche un metaforone sull'arte che seppur non originale, mi rispecchia perfettamente per come anch'io forse come Saulnier, ho un'idea e un pensiero terribile riguardo la quasi totalità dell'arte contemporanea.

Halloween


Titolo: Halloween
Regia: David Gordon Green
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Da 40 anni Laurie Strode si prepara per il ritorno di Michael Myers, lo psicopatico che ha massacrato i suoi amici durante la notte di Halloween del 1978. E per tutti quegli anni Laurie è rimasta chiusa in casa, imponendo la stessa reclusione anche alla figlia Karen, con l'intento di proteggerla dall'inevitabile ricomparsa del mostro. Quando Myers viene trasferito dall'ospedale psichiatrico di Smith's Grove le paure di Laurie si rivelano fondate: il prigioniero infatti trova il modo di scappare e naturalmente si reca ad Haddonfield in cerca dell'unica preda sfuggitagli nel '78.

Solo due parole su Green, regista capace di intrattenere con film commerciali a volte particolarmente stupidi e insignificanti per spostarsi poi su territori inesplorati dell'indie con risultati più che piacevoli.
Halloween è una bestia difficile da trattare vuoi perchè alla base abbiamo uno dei maestri supremi della settima arte che è il buon Carpenter, vuoi perchè anche se a molti non sono piaciuti, ci ha messo la mano pure quel pazzo furioso che io stimo molto di Zombie che negli anni è riuscito a creare un suo stile di cinema ben definito e con Halloween ha picchiato davvero duro.
Questo poteva sembrare il classico sequel che nessuno voleva, fatto alla veloce, senza anima e senza prendere spunto dai film precedenti.
Invece Green mantiene lo scheletro dell'originale, 40 anni dopo, e mettendo tre donne di tre generazioni diverse a scontrarsi con Michael in uno scontro finale crudele ma quanto mai emblematico nel voler ancora una volta dimostrare come questa battaglia fino alla fine tocca alla famiglia Strode e tocca alle Donne.
Il cast è azzeccatissimo con alcune vecchie glorie che riescono a togliersi la polvere di dosso e mantenere quel polso duro fino alla fine, ognuno ovviamente schierato secondo il suo codice deontologico.
La violenza e il gore non manca anche se diventa secondario nel cercare di dipanare di più la suspance e i colpi di scena a differenza dei jump scared che rischiavano di incasellare il film verso litorali meno piacevoli.
Il ritmo, la colonna sonora, la fotografia, i colori sparati e quel senso di ritrovarsi in quelle lande desolate che Myers a colpi di slasher straziava senza nessun riguardo sono alcuni dei fattori che fanno da padrone.
Davvero il lavoro per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi è stato lodevole e inaspettato come il ruolo dello psichiatra, del poliziotto, e della famiglia Strode, ripeto tre generazioni diverse di donne che nel finale combattono Myers con tutto quello che hanno, la forza della disperazione e un odio di non voler più avere a che fare con un serial killer che ha distrutto l'anima della famiglia e ucciso gli amici più cari.

giovedì 18 ottobre 2018

Ghost Stories


Titolo: Ghost Stories
Regia: Andy Nyman
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un docente di psicologia che non crede ai fenomeni soprannaturali. L'arrivo di una misteriosa lettera lo porterà a imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di ciò che non può essere spiegato razionalmente.

"La mente vede ciò che vuol vedere"
Ghost Stories è un bel film sui fantasmi. Forse il più bello degli ultimi anni.
Un ghost movie accattivante, girato molto bene con una messa in scena evocativa e misteriosa, un cast perfetto e una sceneggiatura che seppure con qualche strafalcione nel finale (alla fine si è scelta la modalità "Polanski") riesce nelle sue tre storie ha creare tante belle scene, un mood claustrofobico in alcuni casi, strizzando l'occhio alle leggende, ai bambini scomparsi ma anche alle creature che infestano i boschi e quanto anche un interno di una casa può creare un sistema di jump scared infinito.
Ghost Stories per quanto la storia lo preveda non è propriamente un film a episodi.
Ne ha bisogno per creare la storia e il filo conduttore, con un finale che come appunto dicevo da un lato sembra negare tutto in funzione o meglio in virtù di una verità o una lezione che viene sfruttata forse troppe volte nel cinema.
Dal canto suo avrei preferito un finale diverso dove soprattutto nei colpi di scena che arrivano uno dopo l'altro, l'interesse dei due registi, comprendesse la scoperta di altri misteri.
Ciò detto il film è compatto, solido, con delle musiche che senza mai distrarre consentono di entarre ancora di più nel cuore del brivido.
Di fantasmi come il cinema di solito ci mostra, il film prende le dovute distanze rivelandosi fin da subito ottimo nella costruzione dell'ansia e nel creare quella sensazione di orrore senza far troppo ricorso alla c.g
Come per molti altri film, la sfida dei due registi vince quasi subito, appena notiamo con quanta cura il duo ci tenga a confezionare al meglio la storia.
E poi parla di cacciatori di storie. Un investigatore che deve fare delle immagini per confermare se le testimonianze rese da quei tre personaggi sono vere.
Scoprirà ovviamente qualcosa che non avrebbe mai immaginato, ma di più non si può dire altrimenti si rischia di spoilerarlo, e questo è un film che fa dell'atmosfera la sua chiave magica.



Nights eats the world


Titolo: Nights eats the world
Regia: Dominique Rocher
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sam si sveglia una mattina e si ritrova a vivere in un incubo: un esercito di zombie ha invaso le strade di Parigi e lui è l'unico sopravvissuto. Mentre contempla il suo triste futuro e come sopravvivere, apprende che potrebbe non essere l'unico sopravvissuto in città.

Il sotto filone horror sugli zombie o gli zombie movie sono ormai abbastanza abusati, per alcuni un fenomeno fatto e finito, per me fonte inesauribile di idee purchè scritte bene e con tante metafore ancora da scandagliare.
Bisogna ammettere che nonostante tutto negli ultimi anni qualche eccezione c'è stata confermando come per altri sotto filoni, di come alla fine siano sempre le storie e la realizzazione a renderle forti e interessanti.
Dicevo appunto che qualche caso c'è stato come NIGHT OF THE SOMETHING STRANGE o LES AFFAMES o ancora bisogna andare in Oriente.
I francesi di solito hanno la fama di essere abbastanza originali e spesso e volentieri sanno spiazzare senza lesinare sullo splatter o sul gore.
La ricerca di Rocher è partita da un assunto piuttosto discutibile, ma interessante, ovvero quello di limitare l'uso dei mezzi e di ogni sorta di atmosfera accattivante o di ritmo frenetico.
Nel film molte scene sembrano essere pensate e studiate quando invece sono dei topoi di non sense eppure questa continua prolissità del film e delle azioni wtf di Sam creano degli assurdi così grossi che tutto il film assume intenti che non ci è mai dato di sapere, salvo la sopravvivenza come macro tema, da sempre di questo genere.
La minaccia zombie o meglio di un'invasione è pressochè assente o inesistente come se a deciderlo fosse proprio il protagonista a partire dal suo palazzo o dall'ascensore dove uno di questi è nascosto.
Diciamo che anche i co protagonisti non aiutano molto anzi disorientano ancora di più su quali scelte intraprendere.
Un film che non mi è dispiaciuto, è strano, a tratti bizzarro, ma si chiama fuori da tutti i film di recente sul filone che invece sono inclini agli inseguimenti, le lotte e la violenza.





Boar


Titolo: Boar
Regia: Chris Sun
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

Il bestiame comincia a scomparire in una piccola città rurale e due contadini dediti all’alcol si ritrovano faccia a faccia con un gigantesco cinghiale. Dopo essersi imbattuti nei resti devastati di un camping, i due uomini – con abbondanza di bottiglie di whisky, ma con una scorta di munizioni insufficienti – devono così provare a respingere la bestia da soli, prima che questa torni a uccidere di nuovo. Nel frattempo, la famiglia Monroe arriva in città per far visita ad alcuni parenti e, mentre trascorre un idilliaco pomeriggio a nuotare nel vicino fiume, anche i suoi membri finiscono nel mirino della creatura predatrice selvatica dall’appetito insaziabile.

Boar entra a far parte di quel sotto filone creature film o monster movie.
Un b movie cresciuto nell'outback australiano figlio di un certo genere ozploitation che dalla terra dei canguri ogni tanto fa spuntare qualche pellicola di genere.
Boar però a differenza di RAZORBACK o chessò PIG HUNT, non ha proprio niente a che vedere. Sun purtroppo, non parliamo solo di limiti di budget, confeziona degli errori eclatanti in fase di montaggio e in alcuni punti della narrazione.
Mai cinghiale è stato visto così poco con dei pessimi effetti speciali e con un finale dove lo prendono a fucilate, da arresto.
La storia oltre essere infarcita di luoghi comuni continua il discorso che già aveva iniziato Kotcheff con il suo capolavoro esprimendo la sua impressione sugli australiani che sono dei redneck alcolizzati. I protagonisti a parte un nonnetto simpatico e sempre arrapato già visto in due horror che con questo non hanno nulla a che fare, sono fantasmi messi lì solo per dire assurdità e morire malamente. Quando ti rendi conto che uno dei personaggi meglio caratterizzati è un ex lottatore di wrestling che fa lo stunt man, beh siamo proprio arrivati alla frutta.
Si salva davvero poco. Il cinghiale compare sempre con il teletrasposrto di fronte alle sue vittime.
Alcuni, disarmati, provano anche a prenderlo a pugni con risultati direi piuttosto penosi.
Pensatela così. Campi sterminati dove non c'è nulla nemmeno un albero quindi diciamo che se non siete proprio ciechi risucireste a vedere anche il buco del culo di un canguro a miglia di distanza.
Eppure Sun, che in questo o è stato esageratamente stupido per buttarla sull'ironia, sbam, oppure ha proprio cannato tutto dove infatti dal nulla giacchè prima non c'era nulla compare il cinghiale tra l'altro con una velocità ancora più impressionante dei quella dei velociraptor

domenica 14 ottobre 2018

Apostolo


Titolo: Apostolo
Regia: Gareth Evans
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo cerca di salvare la sorella rapita da una setta religiosa. Ma il riscatto da pagare è molto alto.

L'ultima opera di Evans si distacca completamente dalla sua precedente filmografia dove aveva dato nuova enfasi al cinema action in particolare sulle arti marziali.
Apostolo è un film completo, lungo, che si prende il suo tempo per raccontare una storia tutto sommato gradevole anche se inflazionata da troppe citazioni tra le righe e un amore cosmico nei confronti del capolavoro THE WICKER MAN.
Apostolo è ambientato nei primi anni del '900 mette insieme molti elementi interessanti, l’isolazionismo deciso dalla comunità, il fanatismo religioso, la radicalizzazione della violenza, creature che per "proteggere" l'isola hanno bisogno di sangue (in questo caso la dea) e il declino ambientale visto sotto una chiave piuttosto originale e prendendo qualche spunto da Barker.
Gli elementi non mancano, i toni e l'atmosfera soprattutto nei due primi atti sono la parte migliore contando che verso il finale, vista la moltitudine di eventi da chiarire e da chiudere il film tende ad ingarbugliarsi un po con alcune sotto vicende destinate a concludersi troppo velocemente contando che il film dura più di due ore e su questo elemento si poteva fare di più.
Un horror di natura fanatico-religiosa dove Evans ha voluto cercare di inserire il più possibile con atmosfere venefiche un taglio soprannaturale, culti misterici e una divinità che sembra rimandare al paganesimo con una fame che da secoli sta distruggendo il mondo e le sue floride bellezze e questo forse è l'elemento più interessante del film che cerca una metafora ambientale ma anche politica per inserire i suoi codici eretici.
La location Welsh Island poi appare come una terra ormai morente grigia e scura dove tre fratelli, i primi arrivati, detengono un potere attraverso delle cerimonie in alcuni casi raccapriccianti e dove a differenza dei combattimenti qui vengono mostrate diverse volte e senza mascherare nulla scene di tortura e momenti sanguinolenti senza nessun risparmio.




venerdì 12 ottobre 2018

When black birds fly


Titolo: When black birds fly
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

When Black Birds Fly racconta un’unica storia, ambientata in una città fittizia, una società distopica dominata da un certo Caino, considerato come una divinità, un novello Messia, che ha costruito attorno alla città di Heaven un muro, al quale è severamente vietato anche solo avvicinarsi. Cosa si nasconde al di là di questo confine? Cosa c’è di così terribile dall’altro lato? Perché i cittadini di Heaven, un paese in bianco e nero, nel quale l’unica nota di colore sono i cartelli quasi propagandistici di Caino e poco altro, devono tenersi lontano da questo orribile muro? A scoprirlo saranno due bambini, il piccolo Marius e la sua compagna di scuola Eden, che per aiutare un gatto in difficoltà raggiungeranno questo territorio misterioso, attraverso un buco, ritrovandosi in un mondo delirante e disgustoso.

Dopo l'efferato WHERE THE DEAD GO TO DIE che definivo un trip allucinato, qui l'effetto delle sostanze continua diventando più politicamente scorretto, prende come chiave escatologica la religione cristiana fondendola con alcuni miti pagani e con una importante anche se eccessivamente malata lo ripeto metafora politica.
Un film difficile da guardare fino alla fine, vuoi le musiche disturbanti, il montaggio che a volte sembra un viaggio in funghetto oppure i colori e lo stile d'animazione che rischiano di far venire una crisi epilettica.
Dio, Caino, Eva, il Paradiso, l'Inferno. A questo giro ScreamerClauz sembra essersi proprio incazzato chiamando in cattedra tutti per un suo giudizio finale direi esageratamente nichilista.
Un film dove succede di tutto, perversioni, gore, scene splatter e grottesche, momenti onirici a profusione, personaggi inquietanti, animali che prendono droghe e si trasformano, allo stesso tempo però risulta indubbiamente meglio strutturato soprattutto grazie ad una struttura unitaria e non antologica che riesce ad interessare maggiormente e riesce a regalare, a sorpresa direi, dei colpi di scena niente male soprattutto nella mattanza finale.
E soprattutto la simbologia, la scenografia a compiere i maggiori passi in avanti a cominciare dal bianco e nero che viene usato per il Paradiso, un luogo fatto di ombre ed incubi, in cui tutti sono castrati dove gli sposi non possono nemmeno guardarsi nudi e per ottenere un figlio devono far parte di una grottesco rituale di auto-mutilazione da parte dei genitori in onore del dittatore Caine facendo manifestare un figlio già parzialmente cresciuto a partire da una strana larva psichedelica. All’interno del Paradiso le uniche cose colorate sono i poster di Caino e pochissimi altri elementi.
I colori fluo, d’altro canto, appartengono all’Inferno, un mix di psichedelia che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dionisiaca e violenta del luogo.
Tutto il film si pone come un’allegoria del totalitarismo e soprattutto della corruzione e dell’incoerenza nella religione cristiana.
Tutto il film continua con parti mostruosi dove a sentir dire dal regista tutto il film è stato creato e composto sotto l'effetto di sostanze e nessuno stenta a crederlo contando che andando avanti nelle creazioni malate abbiamo Dio rappresentato come un uomo tra le nuvole, con una grossa corona ed al posto del volto una sfera di vetro, un Dio incazzato che non ci metterà molto a fare stragi appena si impossessano della sua donna e poi il frutto del peccato, una bacca che crea allucinazioni a chi la mangia.
Dunque fede bigotta con conseguente senso di colpa inculcato negli esseri umani servi in più una religione estremista assieme al potere tirannico che viene esercitato sul popolo, spesso senza che questo se ne accorga. Caino sottomette il popolo senza alcun rispetto e cela a tutti la verità, mentre gli abitanti del paradiso lo reputano un salvatore e credono in lui ciecamente, senza la benchè minima ombra di dubbio.
E'una favola malata ma che ai giorni nostri assurge quasi a verità.

Domestics


Titolo: Domestics
Regia: Mike P. Nelson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un terrificante mondo post apocalittico abitato da violente gang divise in fazioni, Nina e Mike viaggiano attraverso il paese, desolato e senza legge, in cerca di salvezza. Dopo il cataclisma pochi sono sopravvissuti, le città sono state abbandonate e i gruppi di superstiti si sono organizzati in bande in lotta tra loro. Ogni fazione rappresenta una specie di "incubo americano" e i loro membri non si fermano davanti a nulla, con il predominio come unico obiettivo. Restare vivi non sarà facile.

Domestics è un curioso wtf sulla regressione del genere post-apocalittico nonchè survival on the road con un nutrito mix di film in parte ampiamente scopiazzati.
Il risultato però non è nocivo come il gas che sparano a profusione gli aerei del governo sulla civiltà all'inizio del film.
Lo sono forse tutte le gang diverse e con l'unico scopo di uccidere e fottere, una via di mezzo tra i bifolchi trasformati in Crossed e l'universo di Miller in chiave nichilista dove la donna serve solo come suppelletto. Forse a tal proposito una delle scene più belle è proprio quella nella casa anzi nell'arena dove marito e moglie, entrambi ex, devono uccidersi a vicenda con le pistole attaccate con tanto di trapano alle mani.
Un horror d'azione dove nell'apocalittica ricerca di una salvezza dove anche qui la voce fuori campo, un dj, ci aiuta e narra cosa è successo raccontando le nefandezze di questa Sodoma ma anche la strada da percorrere per trovare la salvezza.
La profonda amarezza di The Domestics è che ci si aspettava "qualcosa" mentre invece la storia procede spedita sì ma anche inflazionata dalle scene telefonate e dalla prevedibilità dei colpi di scena. Un enorme calderone del già visto con tanti accessori notevoli e affascinanti ma che alla fine non riescono nemmeno a farti venire quella sensazione come di essersi beccati in pieno da un cazzotto nello stomaco. Qui il colpo punta sotto la cintura e come si sà non si guadagna nessun punto.
Alla fine il film di Nelson è un'operazione che si affida in maniera genuina ad un'estetica di genere, con una violenza presente ma mai estrema e gratuita con una solida componente action che, soprattutto nel rocambolesco finale, si rivela accattivante e in grado di regalare le giuste dosi, ma che non appagano mai, di quell'adrenalina che necessitano i fan del genere.

Diggers


Titolo: Diggers
Regia: Tikhon Kornev
Anno: 2016
Paese: Russia
Giudizio: 2/5

Ogni giorno migliaia di persone usano la metropolitana. Sono tantissimi quelli che prendono come tante altre volte l'ultimo treno della sera che inaspettatamente scompare tra la paura generale. Le autorità segretano tutte le informazioni sulla vicenda ma pochi giorni dopo amici e familiari degli scomparsi iniziano le loro indagini private. I tunnel sotterranei sono luogo di terrificanti leggende ma la realtà sa a volte essere semplicemente impensabile...

Questa frase accattivante creata al solo scopo di acciuffare più spettatori possibili e quasi ironica come d'altronde andrebbe presa la pellicola di Kornev.
Il sotto genere del bunker o meglio dei sotterranei non è territorio inesplorato nel cinema.
Alcune cose inguardabili sono già state fatte come CATACOMBS a differenza invece di prodotti interessanti come il tedesco URBAN EXPLORER, NON PRENDETE QUEL METRO' o ancora END OF THE LINE .
I russi quando ci provano con l'horror sono in grado di confezionare o delle porcherie cosmiche come questo oppure dei film confezionati molto belli e con una "Storia" spesso folkloristica come BRIDE.
Qui si prova a mischiare di tutto con evidenti limiti nel risultato e nella scrittura priva di un minimo tocco personale e di suspance nonchè di sangue.
Abbiamo dei Blogger (e abbiamo la post-contemporaneità con i teenager bimbi minchia e una fastidiosissima e flaccida cosplay con il bastone per i selfie che speravo morisse in maniera lunga e atroce ma così non è stato), una galleria di personaggi che si ritrovano nel treno cercando di essere al tempo stesso seri e misteriosi senza peraltro mai riuscirci, una troupe televisive che crea programmi nel sottosuolo in maniera decisamente imbarazzante, personaggi stupidi e caratterizzati così male che tutta la narrazione si perde appunto nei sotterranei e in dialoghi lunghissimi e senza senso e per finire una guida se così possiamo definirla esperta di tunnel oltre a coppiette che dicono di amarsi veramente.
E poi se mi devi far vedere un mostro dammi qualcosa che almeno a livello visivo significhi qualcosa. Questa creatura che tra l'altro si vede col contagocce è una specie di creatura rettiloide di indefinita origine.
Il migliore e decisamente il più significativo sul genere rimane ancora MIDNIGHT MEAT TRAIN di Kitamura che deve tutto al racconto totale del maestro Barker.



martedì 25 settembre 2018

Mandy


Titolo: Mandy
Regia: Panos Cosmatos
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Red e Mandy vivono soli in una casa nel bosco. La loro tranquilla vita familiare viene sconvolta quando, durante una passeggiata nella foresta, Mandy viene notata da Jeremiah, l'inquietante leader di una setta deviata di cultisti. Deciso a trattenere la ragazza nella setta, l'uomo ne organizza il rapimento. Dopo aver provato inutilmente a resistere al brutale assalto dei rapitori, Red e Mandy si risvegliano legati e imbavagliati in mezzo agli adepti del culto. La situazione precipita quando ai due ostaggi viene iniettata una sostanza altamente allucinogena, che trasformerà la loro prigionia in un incubo.

Mandy è l'eccesso, la straripante colata di colori, frattaglie, sangue, musiche che predominano e che danno la possibilità al camaleontico Cage di esagerare in uno dei ruoli migliori di tutta la carriera.
Un film che se ne fotte della trama prendendola solo come pretesto per immergersi in una prima solitudine cosmica per arrivare a diventare un revenge movie assatanato con alcune creature che sembrano uscire dalle pagine di Barker e diventare una nuova squadra di cenobiti che fanno molta più paura del gruppo di satanisti presente nel film.
Una mattanza di insanità e sangue, l'equivalente cinematografico di uno strambissimo trip lisergico di due ore, di puro montaggio a base di heavy metal e satanismo ma anche citazioni letterarie come il libro e le strane e ambigue simbologie alla base, le doppie lune, etc.
Bisogna essere bravi a saper vendere fumo e questo gli americani e soprattutto Cosmatos lo sa benissimo vista la sua filmografia.
Il risultato è una fiaba nera, un horror indie e atipico dove l'esperienza e il modo di raccontare diventa l'essenza del film.
Soprattutto lo stile e ripeto gli eccessi risaltano e prendono le redini del film sin da subito intuendo bene che non ci troviamo di fronte a qualcosa di standard perlomeno nell'uso dei mezzi tecnici, di una fotografia coloratissima e sempre estrema con dei colori saturi che ci immergono nell'incubo vissuto da Red.
Una psichedelia a livelli bassi ma con un tasso di adrenalina molto alto e con una curiosa voglia di rompere alcuni schemi in un mix di generi dove sembra esserci quasi tutto e che sembra più che altro essere un concertone metal che non ha bisogno dal secondo atto in avanti di essere del tutto coerente.

Corbin Nash


Titolo: Corbin Nash
Regia: Ben Jagger
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un investigatore corrotto cerca i responsabili della distruzione della sua famiglia ma viene ucciso anche lui. Rinascerà ancora più forte e con una grande sete di vendetta.

Mettiamo nel calderone una locandina che sembra quella di VENERDI 13, la performance di Corey Feldman che sembra essersi ispirata al look di una drag queen uscito da un film di Russ Meyer, il sotto filone vampiresco, un'atmosfera noir, McDowell e Hauer per dare quel tocco di ispirazione e senso nostalgico e per finire tanto sangue, tanta voce fuori campo, un protagonista che recita con la mascella e combattimenti a gogò.
Corbin Nash se pensiamo o cerchiamo di trovare qualcosa di stimolante nella trama non è assolutamente così dal momento che il plot non è che uno spunto per arrivare subito ad un action minimale e composto dove l'indagine poliziesca viene da subito soppiantata da un revenge movie dove i signori della notte vengono descritti in modo piuttosto ambiguo ma interessante e con alcune scene piuttosto intriganti.
Un b-movie in piena regola. Una specie di DETECTIVE STONE che incontra BLADE per sposare IL CORVO dal momento che le analogie con i tre film o meglio le similitudini sono enormi e vanno ricollocate sui punti principali della storia.
Indagine, morte, rinascita, vendetta.
Un film confezionato molto bene con una scoppiettante messa in scena e una fotografia molto calda e scura dove predominana il rosso cercando di citare i vecchi action anni '80 e dove anche il background metropolitano, forse uno degli elementi più interessanti del film, riesce a conferire quel senso di tensione che però non colpisce mai veramente rimanendo un film che di certo non fa paura e forse non vuole, togliendo subito le catene per mostrare il suo vero volto, la sua vera anima di un revenge movie abbastanza scontato e prevedibile.

Trench 11


Titolo: Trench 11
Regia: Leo Sherman
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Negli ultimi giorni della Prima Guerra Mondiale, un esperto di tunnel colpito da psicosi traumatica deve guidare una squadra alleata in una base tedesca nascosta … 100 metri sotto le trincee. I tedeschi hanno perso il controllo di un’arma biologica altamente contagiosa che trasforma le vittime in feroci assassini. Gli Alleati si ritrovano intrappolati sotterranei con orde di infetti, un’epidemia che si sta rapidamente diffondendo e una squadra di Assalitori tedeschi spediti lì per ripulire il disordine.

L'orrore della guerra ha ispirato nel corso degli anni diversi registi.
La metafora dell'orrore che si cela dentro bunker o a causa di esperimenti quasi sempre da parte dell'esercito tedesco è una peculiarità di questo sotto genere dell'horror.
Come nel film di Basset, DEATHWATCH, stessa epoca e stesse forze alleate, ma anche di Rob Green, BUNKER, Sherman cerca di fare qualcosa dove l'horror a differenza dei demoni interiori o delle suggestioni, diventa l'araldo su cui creare l'ennesima soluzione finale.
Il risultato è un esperimento terrificante e anche piuttosto originale quando penso all'orda dei soldati usati come una sorta di non-morti o infetti ma con connotati diversi grazie ad un'idea come dicevo piuttosto innovativa che strizza l'occhio a Cronemberg ma soprattutto al body horror con alcune scene splatter decisamente gustose e un'autopsia estemporanea visceralmente stimolante.
Un film che dopo una decina di minuti e giusto il tempo per elaborare il piano e trovare il gruppo di soldati ci catapulta verso un'intensità claustrofobica dove anche noi diventiamo bestie sotterranee. Un film che mischia tanti elementi, che ha visto molto cinema citando diverse pellicole e andandosi a piazzare tra le opere più interessanti degli ultimi anni sul tema war movie-horror-body horror-nazisti. Un film che a differenza di altri usciti negli ultimi anni che seguono più il filone d'intrattenimento, si prende maledettamente sul serio nella ricostruzione storica, nella scenografia e nel make-up, e le creature sembrano uscire proprio da uno di quei parti malati alla BROOD o compagnia simile.




Desolation


Titolo: Desolation
Regia: Sam Patton
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Abby decide di spargere le ceneri del marito defunto in un bosco dove sembra trovare una pace interiore. Fino a quando incontra un uomo misterioso.

Il sotto filone del backwoods-horror è sempre stata una peculiarità americana anche se qui prende una deviazione quantomeno diversa rispetto ad altre pellicole.
Il bosco o la foresta sono location suggestive dove possono spuntare dal nulla bifolchi o serial killer pronti come sempre in America a volerti uccidere mentre da noi in Europa magari riesci pure a farti qualche amico. In questo caso la seconda scelta.
I serial killer ma di quelli caratterizzati così male che se questo era lo scopo, ovvero renderlo misterioso ma anche nel non-sense di fondo, allora il regista ci è proprio riuscito.
Il grosso problema del film di Patton che gira un indie con una buona messa in scena anche se dalla sua ha evidenti lacune per quanto concerne la fotografia, è l'intento o meglio come tutta una serie di azioni accadono assolutamente ingiustificate e gratuite oltre che senza senso.
A partire dall'arrivo dell'escursionista che viene visto dal bambino e che per tutta la durata del film risulta davvero imbarazzante con un rape e revenge finale piuttosto fiacco e assolutamente senza senso. In particolar modo nemmeno alla fine ci viene svelato il perchè di tanta voglia di uccidere chiunque si incroci durante il cammino e soprattutto c'è una scena abbastanza ironica, quasi trash, dove l'escursionista cammina trenta metri dietro le protagoniste senza un obbiettivo e con i dialoghi delle stesse veramente assurdi (si finisce con il gas urticante per orsi).
Con un primo atto descrittivo che già pone i suoi dubbi sul perchè evadere dopo la morte del marito proprio in un bosco e portando un ragazzino che sembra ancora nel mondo dei sogni per non aver elaborato il lutto.
L'amica poi molto carina che cerca di far rilassare la protagonista con erba e vino e dei dialoghi che servono a prendersi il giusto tempo per arrivare ad un ritmo soporifero, una totale mancanza di colpi di scena, sparizioni che avvengono dal nulla e ripeto una difficoltà nel mettere insieme degli elementi disordinati, piuttosto scontati e con un finale happy ending veramente brutto e senza senso.


Summer of '84


Titolo: Summer of '84
Regia: Francois Simard, Anouk Whissell, Yoann-Karl Whissell
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ogni serial killer è il vicino di qualcuno. Per il quindicenne Davey, il pensiero di avere un serial killer nella sua città è una prospettiva spaventosa ma entusiasmante allo stesso tempo. In preda agli sconvolgimenti ormonali tipici dell'adolescenza, Davey e i suoi amici sognano eccezionali conquiste sessuali. Almeno finché non arrivano alle loro orecchie le notizie sul killer di Cape May. Davey convince i suoi amici a indagare per inchiodare il vicino di casa, convinto che sia il colpevole. Potrebbe aver ragione o è la sua immaginazione iperattiva?

Summer of '84 è la risposta che READ PLAYER ONE di Spielberg non è stato l'ultimo film a segnare la fine delle pellicole nostalgiche degli anni '80.
In questo caso a rinfarcire il genere con un film che dalla sua elementi interessanti solo nella messa in scena e in una colonna sonora affidata a Le Matos. Alla regia mi aspettavo molto di più dal trio di registi che hanno partorito quella piccola chicca deliziosa di TURBO KID.
Un thriller fino a prova contraria che sfrutta un'idea ormai abusata fino al midollo dove nel corso degli anni chi più chi meno si è cimentato nell'esplorare il tema molto americano del vicinato e di cosa si può nascondere quando l'evidenza viene negata e tutto sembra raccontare l'inverso.
Scegliere poi il vicino amico che perlopiù è una forza dell'ordine entra fin da subito nel creare uno scontro tra il giovane determinato e alle prime prese con il sesso femminile, Davey, è una ciurma di amici nerd dal cuore tenero, e per finire una comunità di cui fanno parte i genitori del protagonista che non possono davvero accettare che un serial killer, di cui sono amici e di cui si fidano, possa abitare nella villa affianco alla loro.
Ci sono alcuni elementi interessanti quando carnefice e vittima si trovano faccia a faccia e il primo gli confessa di volerlo uccidere a tutti i costi e il film avanza con un mood morbido in cui si prende tanto tempo, troppo, per descrivere la comunità e caratterizzare i personaggi.
A differenza di TURBO KID che mescolava tutte le etichette dandogli un ritmo forsennato, qui tutta la gestione del ritmo e dei colpi di scena avviene ma in maniera abbastanza noiosa e senza quei guizzi o quei colpi di scena che riescono ad essere funzionali. Diciamo che tutto è chiaro fin da subito e anche il climax finale, seppur ben confezionato, non aggiunge molto a quello che noi già sapevamo.
Un film nostalgico che poteva e doveva fare di più almeno sotto il piano dell'intrattenimento, sembrando un esercizio di stile e mescolando tante cose già viste come nella serie furbetta e abbastanza banalotta che ha stregato tutti come STRANGER THINGS

lunedì 17 settembre 2018

Motivational Growth


Titolo: Motivational Growth
Regia: Don Thacker
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Ian Folivor, un depresso e solitario trentenne, si ritrova a prendere consigli da una muffa che cresce nel suo bagno dopo un fallito tentativo di suicidio. La muffa, un morbido fungo parlante nato della sporcizia raccolta in un angolo del bagno trascurato, lavora per conquistare la fiducia di Ian aiutandolo a ripulirsi e a rimodellare il suo stile di vita. Con l'aiuto della muffa, Ian attira l'attenzione di una vicina di casa, Leah, e riesce a trovare un po' di felicità nonostante le sue condizioni innaturali. Improvvisamente, però, comincia a ricevere strani messaggi dal suo vecchio e rotto televisore, il quale mette in discussione la buona fede della muffa. Ha così inizio una battaglia epica tra il bene e il male di cui Ian è solo parzialmente a conoscenza.

Un protagonista molto brutto, squallido, brufoloso e mezzo chiatto che vive rinchiuso in casa, non esce da molti mesi, compra il cibo on line facendoselo portare a casa senza ricordare l'identità del fattorino e facendo sempre la stessa lista della spesa e passando tutto il giorno di fronte al tubo catodico (perchè il plasma non sa nemmeno cosa sia). Poi c'è la deliranza piena dove Ian (o forse Jack) parla e ubbidisce ai consigli della muffa parlante che fa capolino dal bagno mentre il nostro protagonista cerca di suicidarsi. Una muffa senziente che vorrebbe fornirgli cibo attraverso spore e funghi che a sua volta Ian (o forse Jack) rigetta per nutrire la muffa stessa, e gli disgrega lentamente ogni tassello del reale, uccidendo a seconda di chi si trova davanti sciogliendo proprio con gli stessi liquami.
Questi e tanti altri sono gli elementi di questo film molto bizzarro e contro corrente di Thacker che sembra un film per coplottisti dove scegliere di chi fidarsi se il Dio dal tubo catodico o la muffa parlante che genera delle escrescenze che se le mangi raggiungi il Nirvana.
Un film indie, assurdo e delirante dove la narrazione fa letteralmente quello che vuole con flash back e flash forward continui, mischiando le realtà come quando Ian (o forse Jack) entra nei canali televisivi e si confronta con i personaggi degli show, e nel modo più disparato, dove il protagonista è un nerd che non si vedeva da tempo e dove anche qui le trovate sono un continuum e tante parecchio suggestive (dal tema della crescita, l'adattamento con il mondo, l'agorafobia) per come vengono tratteggiate in maniera assolutamente anarchico e imprevisto.
Un film che finisce per immergersi nell'horror e soprattutto nello splatter dove tutto sembra e vuole essere assurdo trovando però una certa coerenza anche se qualche salto temporale deve essere sfuggito al regista.
Cinema per pochi, di genere, eccessivo ma sicuramente con la A maiuscola che tiene il suo protagonista per quasi due ore sempre nello stesso salone, le scene in esterno sono due o tre al massimo rimanendo appena fuori dalla porta, più precisamente sullo zerbino, e condendo le atmosfere con musiche 8 bit e sequenze animate stile vecchi videogiochi e dialoghi in forma teatrale.

One eyed monster


Titolo: One eyed monster
Regia: Adam Fields
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una troupe si reca a girare un film porno in un posto sperduto tra le montagne americane. Tra gli attori c’è Ron Jeremy, celebre attore hard americano famoso per le dimensioni del suo pene ma che, assieme alla sua donna, è ormai giunto a fine carriera. Se però la donna è ancora capace di dare il meglio di se sul set, lo stesso non si può dire per il povero Ron che ad un certo punto è costretto a fermare le riprese. Esce fuori dalla piccola casetta di legno dove si sta girando per prendere aria ma un bagliore improvviso lo colpisce Ron si staccherà iniziando a seminare il panico tra i membri della troupe!

Una perla del trash. Sembra assurdo che sia uscito lo stesso anno di un altro film che promuoveva le gesta di un cazzo killer che si stacca dal corpo per andare a uccidere o riprodursi.
Chissà se Henenlotter e Fields si conoscono ma di certo la scuola è simile così come il taglio horror, parodistico e demenziale nonchè grottesco, weird e ironico che caratterizza la trama e tutto il resto.
Un film piacevole che si muove a cavallo tra i generi (commedia, sci-fi, drammatico, horror) promuovendo una recitazione semplice di non professionisti, se non nel ramo del porno, e montando una struttura sui dialoghi divertente, molto sboccata ma mai volgarmente fastidiosa.
Le scene indimenticabili non si contano così come le morti portate sempre all'irriverenza con le battute che vengono pronunciate subito dopo gli omicidi "Angel ha un cazzo in bocca!" "E allora?" "Sì, ma non è attaccato a nessun uomo!" o il cacciatore che arriva per ultimo e che sembra aver avuto a che fare con la stessa "creatura" in Vietnam oppure una specie di orgasmatic, un simulatore neuro-tattile che permette di ovviare all'assenza di un partner dove dentro sono salvate le caratteristiche di più di duemila attrici con cui poter "interagire".
Un film che parte in modo dichiaratamente prevedibile e sboccato per tutta la durata vivendo di colpi di scena che seppur telefonati sono così originali, vista la tematica, che faranno ridere come non capitava da tempo per chi ama questi esperimenti sul genere.
One Eyed Monster a differenza di BAD BIOLOGY essendo un horror racchiuso nel mondo del porno, prende di mira proprio le convenzioni e le modalità di entrambi, così sia uno che l'altro sbeffeggiati nel migliore dei modi portano a delle battute memorabili e alcune scene cult che difficilmente potranno essere dimenticate.

Aterrados


Titolo: Aterrados
Regia: Demian Rugna
Anno: 2017
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

Le esistenze di tre persone sono sconvolte a seguito di una serie di violente morti che si registra nella loro zona. Per Funes, ispettore di polizia in procinto di ritirarsi in pensione, quello che doveva essere un caso facile prende improvvisamente una strana piega e lui si ritrova a gestire qualcosa di più grosso di ciò che pensava. Per capire cosa accade, si chiede l'intervento di esperti del paranormale, che vengono messi alla prova da un'entità maligna mai incontrata prima.

E'abbastanza atipico l'approccio col genere horror argentino per il semplice fatto che noi non arriva molto e quello che c'è spesso e volentieri fa parte di qualche grossa produzione a stampo commerciale.
Terrified parla di fenomeni paranormali e possessione demoniaca, temi piuttosto abusati dal genere. Un film furbo che riesce ad ingranare fin dall'incidente scatenante con una scena riuscitissima e molto disturbante con lei che fluttua e si spiaccica contro le pareti.
Un film che diventa sempre più coinvolgente e asserragliato grazie all'atmosfera e all'accumulo di situazioni bizzarre e grottesche riuscendo in più nonostante un make up e alcuni effetti speciali ben riusciti a tirar fuori un gruppetto di protagonisti e caratterizzandoli molto bene.
Rugna affronta il genere in modo piuttosto originale fuggendo dai soliti cliches o i luoghi comuni che spesso vediamo nella lunghissima galleria di prodotti commerciali americani che escono e che sembrano spesso fatti tutti con lo stampino.
Qui la storia se non del tutto originale ha davvero dei buoni momenti trattando in maniera mai ingenua i temi sopracitati e riuscendo a raccontarne più di una storia, sono tre, tutte tenute assieme dal collante della casa che riesce a soprendere quasi fino alla fine.
Un film peraltro abbastanza tetro e scuro che riesce per quasi tutta la durata ad avere un'unica location diventando in alcuni punti un home invasion da parte di queste forze del male che fanno davvero del male proprio quello fisico e in alcuni casi paura senza esagerare con i jump scare.
Aterrados riesce dove molti al giorno d'oggi falliscono o si ripetono instancabilmente ovvero combinando alcune suggestioni piuttosto in voga nel genere per mischiarle e rielaborarle in un contesto abbastanza innovativo o meglio inedito e portando appunto a soluzioni o invenzioni funzionali che fanno sperare per questi giovani registi ispirati


Genesis


Titolo: Genesis
Regia: Nacho Cerda
Anno: 1998
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Uno scultore perde sua moglie in un incidente.
Come un Pigmalione addolorato risveglia dalla pietra il corpo del suo amore perduto, ma nello stesso istante in cui questo prende vita l'uomo si trasforma a sua volta in una statua.

Romantico, inquietante e allo stesso tempo molto coinvolgente l'ultimo dei tre mediometraggi girati da Cerda per la sua trilogia sulla morte.
Qui la trasformazione, il bisogno di credere in un miracolo possibile, la resurrezione sono tutti elementi importanti che portano qui al macro tema ovvero quello della metamorfosi. A differenza dei precedenti lavori qui la regia non è per niente sanguinolenta o truculenta lavorando quasi di sottrazione e puntando tutto sull'atmosfera (per tutti i trenta minuti siamo all'interno del laboratorio con una fotografia che verte quasi solo sul bianco e l'azzurro), dove la colonna sonora è la musica classica, dove non ci sono ancora una volta dialoghi ma invece sono proprio le sonorità a dare quel senso di tensione e ansia per qualcosa che lentamente scopriamo ma che solo nel climax finale vediamo manifesta.
La genesi della statua, la sua nascita, i continui e nuovi tentativi, la capacità di non mollare portano lo scultore nel bellissimo finale a poter vedere la creazione un istante prima di trasformarsi interamente in pietra inerte.

giovedì 13 settembre 2018

As boas maneiras


Titolo: As boas maneiras
Regia: Marco Dutra E Juliana Rojas
Anno: 2017
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Clara, infermiera dalla periferia di São Paulo, viene assunta dalla misteriosa e ricca Ana come bambinaia, ancor prima che nasca il suo bambino. Presto le due donne sviluppano un forte legame, ma una notte fatale cambia i loro piani

In Brasile esiste una tradizione di storie legate alla licantropia, che di villaggio in villaggio si tramandano e si trasformano (come gli zombi ad Haiti).
Ma che bella sorpresa questo dramma con venature horror sui licantropi.
Il duo del collettivo "Film to caixote" hanno avuto sicuramente tanta voglia e tanto coraggio per scoperchiare una bella metafora politica attraverso un film di genere.
Dramma, horror, musical e in parte fantasy. Con una netta divisione in tre atti che ne sancisce una narrazione mai banale ma anzi continuamente supportata da una costruzione e alcuni colpi di scena e passaggi di testimone molto colti e funzionali, passando da un primo atto più intimista ed erotico agli ultimi due decisamente più ritmati e violenti per finire con un esplosione di fatti che riescono ad essere essenziali nella loro descrizione di un fenomeno tutt'altro che conosciuto.
I registi riescono a farcire il film di un'eroticità molto potente con diverse scene lesbo davvero tenere e molto dolci, presentando due protagoniste assolute che riescono nella loro diversità e situazione economica, ha convolare in una storia d'amore che vive di contrasti e di spaccature legate al misterioso passato di Ana.
Il merito essenziale è quello di scardinare i generi cambiando registro narrativo di atto in atto con un crescendo nell'ultimo e un climax finale esplosivo che riescono a mantenere una grande coerenza narrativa alternando stupore paura e pathos
Un film profondamente politico e in alcune scene volutamente sanguinolento senza mai eccedere che per alcuni versi potrebbe essere ricondotto ad una sorta di ROSEMARY'S BABY ambientato a San Paolo con pochissime scene in esterno e un'ottimo impianto tecnico con dei dialoghi che riescono a non essere mai banali ma invece profondamente incisivi.