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mercoledì 1 luglio 2020

Antrum


Titolo: Antrum
Regia: David Amito, Michael Laicini
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un breve documentario ci introduce alle leggende che circolano su questo Antrum, fantomatico film del 1979 che solo poche persone hanno avuto il (dis)piacere di visionare. Ogni spettatore è incappato in un tragico destino fatto di morte. La storia è pressoché basilare. Due bambini decidono di rivedere il loro cane per un’ultima volta e, in mezzo ad una foresta, attuano un rito demoniaco che li possa portare all’inferno. Luogo dove, a detta di una madre insensibile, si trova il loro cane.

L'inferno sulla terra è ben più disturbante di quello nelle sacre scritture, una coppia di redneck che sodomizza animali e ne cuoce le carni in un grosso e blasfemo forno metallico a forma di capro satanico può far molta più paura di una maledizione o della visita fugace di un mostro.
Antrum è un film indipendente furbetto che inciampa in diversi errori o tentativi irritanti e pretenziosi ormai più che abusati per incuriosire gli spettatori, partendo come un mockumentary e mostrando la maledizione legata al film per poi concentrarsi sulla storia vera e propria.
Scavare una buca per andare all'inferno, seguire i passi di un libro maledetto, tutto porta i due piccoli Hansel & Gretel a confrontarsi con una natura oscura e confusa, un labirinto metafisico dal quale è impossibile scappare lasciando nascoste tracce di degenerazione e apparizioni surreali con sembianze umane (il giapponese che cerca di fare harakiri) o creature nascoste dal buio o dalla nebbia. Il tutto in un crescendo che parte dalle fake news, continua con le prove iniziatiche dei due fratelli e finisce in pasto ai redneck. Antrum è un film che cerca di disorientare e disturbare il pubblico centellinando l'azione e puntando molto sull'aspetto tecnico con un'estetica retrò in 35mm con con graffi e puntinature vari, con una patina assai lontana dall’immagine digitale e asetticamente perfetta a cui siamo ora abituati, che riporta caratteri marcatamente esoterici e frammenti di quello che ha tutta l’aria di essere uno snuff movie. Antrum non cerca la narrazione o un'idea specifica di cosa voler mettere in mostra auto definendosi ad un concetto di esperienza visiva.



Underworld


Titolo: Underworld
Regia: George Pavlou
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il ricco e malavitoso Hugo Motherskille costringe Roy Bain, un tempo alle sue dipendenze, ad improvvisarsi detective privato per liberare l'affascinante Nicole - una prostituta d'alto bordo della quale entrambi sono innamorati - rapita da una banda di misteriosi individui che vivono rintanati nei tenebrosi cunicoli della rete fognaria londinese. Bain scopre che i sequestratori sono i sopravvissuti agli esperimenti condotti con una pericolosa droga che produce momenti di ineguagliabile estasi a prezzo di terribili e irreversibili deformazioni fisiche, inventata anni prima dal biochimico dottor Savory. Nicole stessa ha fatto uso della droga ma, per qualche ragione, non ne ha subito le tragiche conseguenze e, adesso, i mutanti credono che in lei sia la chiave per ottenere l'antidoto per la loro salvezza.

Amo alla follia Barker qualsiasi cosa faccia. Questo UNDERWORLD è stato un film molto sottovalutato con una miriade di problemi produttivi, i soliti che sembrano ombre malefiche all'inseguimento dello scrittore/regista/sceneggiatore/disegnatore/pittore.
Un film che purtroppo non ha saputo far brillare tutti gli spunti e i temi che già facevano parte del suo cult Cabal. Qui lo sci-fi prende più piega, il film fa meno paura e gli stessi mostri non hanno la stessa enfasi e il brio che li contraddistingueva nel suo capolavoro.
Un film che ancora una volta parla di quelle creature, abitanti del sottosuolo dimenticati dall'umanità, cavie, esseri allo stesso tempo così simili a noi, con una comunità, delle regole, un senso di onore e rispetto e infine personalità che cercano sempre di prevaricare l'una sull'altra.
Qui Barker nello scritto ancora una volta si era rivelato profetico nel suo sviluppare una critica sociale, una denuncia alle sperimentazioni e le conseguenze che alcune droghe possono avere sul nostro corpo. Assomiglia per alcune tematiche con il film Isola perduta, con questo scienziato/medico che sembra avere un controllo su tutto e riuscire a farsi rispettare e temere da creature ben più pericolose. Pavlou purtroppo non riesce con i suoi limitati strumenti a creare e dare risalto e continuità ad un ritmo smorzato in più parti e un'atmosfera che andava mantenuta e su cui bisognava riuscire a dare i fasti per far emergere tutta la complessità degli intenti del film. Sembra di vedere gli stessi problemi in parte che facevano parte anche de Signore delle illusioni diretto dallo stesso Barker nel 95'.

Howling


Titolo: Howling
Regia: Joe Dante
Anno: 1981
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un lupo mannaro imperversa per una città americana, finché la polizia non lo abbatte, con l'aiuto di una coraggiosa giornalista. La ragazza però riporta uno shock, da cui pensa di cavarsi con un breve soggiorno in una clinica sui monti, diretta da un simpatico dottore.

Dante al suo secondo film si cimenta con l'horror e in particolare sui licantropi scegliendo un'ambientazione metropolitana e al passo coi tempi. Il plot non è male, l'inizio è incredibile e originale e a pensarci bene anche la struttura della storia riesce a coinvolgere sempre lo spettatore alternando dramma, humor, scene morbose e poi forse quel momento cult dell'accoppiamento nella foresta.
A pensarci bene poi il licantropo qui in particolare sembra agire proprio come i vampiri contaminando velocemente la vittima, dove predomina una doppia identità e il magnetismo animale sembra fare il resto. Rob Bottin cerca di sperimentare al meglio regalando sicuramente alcuni make up originali al passo coi tempi e precursori di un'immaginario sulla bestia contagiando diversi film a venire anticipando Landis. Su Rob Bottin dal momento che questo risulta una sorta di battesimo del fuoco vi lascio un paio di info. Messo su un gruppo di venticinque tecnici – che per un film a basso budget è una cifra importante – Bottin comincia a sfornare materiale su materiale. Almeno quindici sculture di testa di lupo mannaro vengono create prima di trovare un risultato soddisfacente, mentre vengono prodotti meccanismi basculanti e ingranaggi mobili per creare una testa umana che si trasformi in canide peloso. I suoi tecnici fanno proposte che Bottin rifiuta: roba già vista, c’è bisogno di qualcosa di nuovo. Raccontano i suoi collaboratori che a volte arrivavano la mattina a studio e scoprivano che Rob aveva passato lì tutta la notte, a buttar giù idee ma soprattutto alla disperata ricerca della forma perfetta di lupo mannaro. Un lavoro duro che finisce con un apparato meccanico, protesico e addirittura dentario come nessun altro film simile ha mai mostrato. Tutto ciò che si vede su schermo è stato ideato da un giovane genio che è entrato in punta di piedi in una piccola produzione e ne è uscito seduto sul trono del re.
Dopo aver visto The Howling, Ridley Scott si dice che quello che ha curato gli effetti speciali è proprio il tizio giusto che gli serve per Legend(1985).

5150 rue des ormes


Titolo: 5150 rue des ormes
Regia: Eric Tessier
Anno: 2009
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

5150, Rue des Ormes è la via in cui il giovane Yannick Bèrubé cade dalla bicicletta per evitare un gatto. Yannick, partito da casa, perché ha vinto un concorso per diventare regista, ha fatto appena in tempo ad assaporare la libertà di stare lontano da un padre stronzo, che tra poco si troverà nei pasticci seri con un essere diabolico. Insomma, il gatto è salvo, ma per Yannick stanno per aprirsi le porte dell’inferno. A malincuore ha salutato la sua ragazza Cathérine, tra poco incontrerà un’altra ragazza, Michelle Beaulieu, poco rassicurante.

L'opera di Tessier nasce dal bisogno di misurarsi con la penna di Patrick Senécal, lo Stephen King franco-canadese. Ne esce fuori un film complesso, stratificato, con diversi elementi e sotto generi dell'horror all'interno, mischiando terribili segreti famigliari, un home-invasion al contrario, un torture movie per lo più psicologico e verso il finale una atipica maniera di trattare il gioco degli scacchi e tutto il suo fascino, un limbo dove staccarsi da tutti e tutto. Un film violento dove da subito Tessier decide di non lasciare Yannick come protagonista assoluto ma personalizza e lavora molto sulle psicologie di un nucleo familiare disfunzionale e una rete di non detti che porta ad un climax delirante e tragico e un duro scontro tra maschi alfa. La materia complessa, i tanti riferimenti e il voler credere di poter smuovere soprattutto nel finale anche una componente metafisica, portano il film a non partire certo benissimo, ad avere un ritmo alle volte sfiancante e ad avere alcuni difetti di forma e di intenti, eppure riesce proprio nella sua imperfezione a diventare un robusto film di genere.
Le prove attoriali riescono ad essere tutte convincenti, i personaggi oltre alla caratterizzazione cercano di spezzare i soliti schemi borghesi ormai abbastanza telefonati e quella partita di scacchi finale riesce a portare a casa una scena davvero indimenticabile.

Lesbian vampire killers


Titolo: Lesbian vampire killers
Regia: Phil Claydon
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Mentre tutte le donne della ridente cittadina di campagna Welsh vengono morse e rese schiave da un manipolo di vampire lesbiche risvegliate grazie ad un'antica maledizione, la popolazione maschile congiunge le proprie speranza in una coppia di due giovani smidollati, inviati come sacrificio nella brughiera.

Gli inglesi e le parodie di solito vanno sempre a braccetto. Lesbian vampire killers dal titolo molto accattivante cerca di infilare in un cocktail di sangue svariati ingredienti vampiri, lesbismo, satira, ultra gnocche, paesino sconosciuto e pieno di bifolchi e giovani protagonisti ingrifati che fuggono dalla realtà scegliendo il paesino in questione dove troveranno di tutto in pub affollati da redneck e cacciatori di vampiri con figlie vergini.
Il film in sè ha un buon ritmo, non si avvale di una storia corposa dove a metà del secondo atto diventa un film d'azione/horror tra combattimenti, preti che inseguono leggende millenarie e streghe che cercano di tornare in vita grazie alle loro adepte per conquistare il mondo.
Insomma un bel troiaio che però riesce a divertire e intrattenere senza nulla di originale ma dosando con astuzia un budget di certo non oneroso e l'idea di non prendersi mai davvero sul serio.



Wretched


Titolo: Wretched
Regia: Brett Pierce & Drew T. Pierce
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un ragazzo adolescente ribelle, alle prese con l'imminente divorzio dei suoi genitori, affronta una strega millenaria, che vive sottoforma della donna della porta accanto.

Il secondo film della coppia di registi dopo DEADHEADS nasce dal bisogno di confrontarsi con i caposaldi dell'horror, prima gli zombie e ora le streghe. In quella che dal 2015 possiamo chiamare la nuova "witch renaissance", si cerca di mischiare parte delle tematiche hollandiane di Fright Night immettendone possessione, luogo maledetto, presenze, vicinanza pericolosa, trasformazione mostruosa, omicidi, sacrifici e strega appunto. La diversità è giocata sulla casa del vicino che diventa un luogo da sondare e scoprire per i suoi orrori nascosti all'interno e il fatto che il giovane protagonista sarà l’unico a rendersi conto della gravità degli eventi, ovviamente senza essere creduto da amici e familiari. L'elemento da favola che colpisce per la sua semplicità e forse materia ormai inflazionata in questi ultimi anni come quello di far nascere ancora una volta la famelica fattucchiera dalle profondità brulicanti di un antico tronco d’albero alla ricerca di carne di fanciullo, mischiando folklore antico e post-moderno.
Da qui prende piega la scelta di buttarla sulla possessione di come i mariti siano incauti senza rendersi conto di chi o cosa ha preso il posto della loro moglie e prove iniziatiche fino al bisogno di confrontarsi con il sacrificio e un suggestivo climax finale.

Beowulf


Titolo: Beowulf
Regia: Graham Baker
Anno: 1998
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La Bestia uccide chiunque trovi. Il difensore della Rocca è in difficoltà fino a quando non giunge il misterioso Beowulf (figlio di un'umana e del Dio delle tenebre e della menzogna) che decide di affrontare l'entita' che sta' uccidendo tutti gli abitanti della zona

Duole vedere trattato così male un personaggio epico così interessante che si muoveva in un'ambientazione composta da creature sovrannaturali e scontri tra titani.
Il film di Baker è una porcheria cosmica, dove l'azione è lenta, i combattimenti ridicoli, la performance di Lambert imbarazzante, il mostro fatto con una c.g disturbante (nel senso che si vede male per tutta la sua durata) e pacchiana e per finire i personaggi didascalici e senza nessun guizzo d'originalità a parte la femme fatale Rhona Mitra che riesce col suo fascino a rendere meno insopportabile la visione del film. Un tentativo davvero sprecato, anche l'idea dell'ambientazione post-atomica con armi rivoluzionarie e la scelta di girare tutto il film all'interno del castello potevano davvero trovare una scrittura in grado di valorizzarne gli aspetti. Invece finisce tutto in maniera telefonata con il climax finale scontato e il solito happy ending.

Dead Ant


Titolo: Dead Ant
Regia: Ron Carlson
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una rock band oramai sulla via del tramonto vuole tentare un ritorno sulle scene grazie al Coachella, il festival che si svolge nel deserto californiano. A bordo del loro furgone, in compagnia del loro corrotto manager, i musicisti deviano per recuperare droghe e provare nuove sensazioni Ben presto, l'arrivo della notte e la loro mancanza di rispetto per la natura li renderà il bersaglio perfetto per delle gigantesche ed affamate formiche.

Dead Ant è un b-movie su insetti giganti quindi depone fin da subito le armi per diventare una trashata comica e demenziale. Con un intro in cui una ragazza piano piano si spoglia prima di essere divorata da una formica gigante (la scena migliore del film), il resto è una galleria di luoghi comuni, prove iniziatiche sulle sostanze, confessioni, amori ritrovati, quell'impossibilità a sentirsi adulti appieno e la voglia di continuare a combinare cazzate e inseguire un successo che semplicemente non è mai arrivato.
Il film ci mette davvero molto tempo a partire con alcuni dialoghi interminabili e noiosi senza appassionare mai, la deliranza di un manager che organizza un pit-stop notturno a base di peyote, affinché i musicisti ritrovino l’ispirazione per scrivere un nuovo pezzo che spacchi, ovviamente senza riuscirci.
I nativi americani post-contemporanei e globalizzati che si fanno pagare con la carta di credito e contestualmente lanciano un monito: durante l’assunzione del funghetto non dovranno molestare o uccidere nemmeno una piccola mosca, altrimenti la natura si vendicherà.
Purtroppo le risate sono il fattore più anomalo del film dal momento che suscitano ilarità solo in qualche patetico deficiente.


sabato 16 maggio 2020

Invisible man


Titolo: Invisible man
Regia: Leigh Whannell
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cecilia si sveglia nella notte e mette in atto la sua fuga dal compagno, il ricco Adrian Griffin, con cui ha una relazione abusiva. L'uomo la insegue persino nella foresta ma la sorella riesce a portare Cecilia in salvo. La donna, traumatizzata, continua a temere che Adrian si rifaccia vivo e l'incubo sembra finire solo quando arriva la notizia della morte di Adrian. La serenità però dura pochissimo, perché inspiegabili fatti avvengono in casa di Cecilia e lei si convince di essere ancora perseguitata da Adrian, divenuto misteriosamente invisibile.

Invisible Man dovrebbe ancora una volta far intuire la capacità della Blumhouse di riuscire a sistemare pasticci difficili e puntare su opere spesso complesse e controverse.
Che Blum abbia preso le redini dei già defunti orrori della Dark Universe è stato solo un bene per tutti e soprattutto per la Universal.
Ora che cosa fa del film di Leigh Whannell un dramma contemporaneo a sfondo sci fi che appoggia le sue radici nell'horror psicologico? Prima di tutto un lavoro meticoloso per quanto concerne la scrittura, un budget modesto come a dire che l'atmosfera e lo sviluppo della storia avranno un peso notevole, una regia che dopo averci regalato Upgrade, mettete pure Whannell a fare qualsiasi cosa e poi una Elisabeth Moss sempre più brava che forse qui comincia a studiare la parte di quando dovrà scappare da Scientology e verrà inseguita dai suoi adepti. Ma il vero colpo di scena, l'idea alla base, è stata quella di invertire il punto di vista facendo in modo che sia la vittima a scappare dal suo stalker invisibile.
Invisible man parte come non me lo sarei mai aspettato e solo verso la prima parte del primo atto ti rendi veramente conto di quale sia la lente con cui il film decide di ingrandire il suo problema.
Ovvero tutto quello che Cecilia denuncerà e a cui ovviamente nessuno crederà.
Due ore di dramma intensissimo con colpi di scena mozzafiato (la morte della sorella) il peso di alcuni personaggi e i loro veri intenti, maschere continue in una galleria dove ad un certo punto non sai dove girarti o nasconderti. Le ambizioni e gli obbiettivi del villain sempre in continua crescita in un viaggio delirante in cui Cecilia vivrà degli incubi di un impatto mai così sofferto e tragico.






Cannibal club


Titolo: Cannibal club
Regia: Guto Parente
Anno: 2018
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

Una coppia molto ricca organizza cene eleganti sul proprio yacht. Il menu di queste serate è composto dalla griglia di carne umana e da sesso sfrenato. Quando scoprono che il capo di questo club di cannibali nasconde un segreto ancora più scabroso, per loro le conseguenze saranno devastanti.

Negli ultimi anni il cinema brasiliano sta diventando sempre più interessante soprattutto quando punta sulla denuncia sociale, sulla politica, sul dramma dell'enorme divario economico e altri temi di attualità.
Nell'horror fino ad ora As boas maneiras rimane la summa di un cinema di genere in grado di essere multi variegato e consapevole di saper affondare la propria critica verso una pluralità di temi.
Cannibal club è un film con pochi intenti, molte scene di contorno discutibili nel loro essere state abusate nell'horror in troppe occasioni. Una sorta di Zona come il film fondamentale di Plà, dove i ricchi abitano in zone residenziali con tanto di guardie private per delle paure latenti legate a bande di poveri ragazzini disposti a tutti che possano minare la loro tranquillità. Dall'altro l'apatia, la noia quotidiana di chi ha scelto la reclusione e ingaggia agenzie interinali per portare carne fresca nel loro mattatoio.
Gli esponenti della classe dirigenziale brasiliana per il loro doversi auto conservare e auto proteggere inscenano banchetti snuff, si vantano delle loro acrobazie sessuali quando in realtà sono così frustrati da farsi sodomizzare dalle minoranze che loro stessi sacrificano.
Da questo punto di vista, il merito più grande del film è di scoperchiare lo squallore in maniera ciclica, come un cane che si insegue la coda e che finisce per fare del male a se stesso in primis.
Un film che soprattutto denuncia i rapporti liquidi, il non sense di alcune relazioni che pur di mantenere agli occhi del pubblico esterno una normalità sono costretti a pratiche fuori dal comune come quella della moglie che ama farsi possedere da sconosciuti mentre il marito, quando lei raggiunge l'orgasmo, ha l’abitudine di correre a uccidere con una grossa scure l’amante della moglie in un lago di sangue, prima di iniziare a fare a pezzi il malcapitato insieme al consorte, per poi condividerne le carni in un elegante pasto.
Ovviamente questo impianto non può durare in eterno e a furia di esagerare con le scorpacciate di vittime sacrificali e osservando ciò che non si deve, gli effetti non tarderanno ad arrivare..

Other lamb


Titolo: Other lamb
Regia: Malgorzata Szumowska
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 2/5

La vita con il Pastore è l’unica vita che Selah abbia mai conosciuto. La loro comunità auto-sufficiente non possiede tecnologia moderna ed è nascosta nei boschi, lontana dalla civiltà moderna. Il Pastore è il guardiano, maestro e amante del gruppo. Ciascuna delle molte donne che fanno parte del gruppo è o sua moglie o sua figlia. Selah è pura nella sua fede, ma anche pericolosamente risoluta. È stata cresciuta come figlia del Pastore, ma è solo questione di tempo prima che ne diventi anche moglie. Dopo che un incontro con le autorità ha costretto le donne e il Pastore a costruire un nuovo Eden ancora più in là nell’entroterra, Selah comincia a dubitare della sua fede, e ha delle visioni strane e sanguinose. L’arrivo della pubertà porta con sé nuovi e severi rituali, e un primo assaggio di cosa accada alle donne del Pastore a mano a mano che invecchiano.

Devo ammetere che non conosco il cinema di Malgorzata Szumowska. Da quel che ho letto mi sembra impegnata in temi sociali e drammi ambigui di qualsivoglia genere connotati dal sentimento religioso. Ora anche lei come molti altri autori ha deciso, in tempi in cui è ritornato in auge il sotto genere, di confrontarsi con il folk horror o potremmo anche definirlo un racconto di stampo rurale e pagano.
Religione, setta, iniziazione, fedeltà assoluta al proprio leader. Questi e altri temi sono alla base del dramma sociale che sfocia nell'horror della regista polacca. Un film che aspettavo e sui cui speravo di vedere all'interno qualcosa di nuovo, come lo è stato ma con esiti nefasti, arricchendo l'analisi e l'approfondimento sulle dinamiche presenti all'interno di una comunità con le proprie leggi e i propri rituali.
Ci sono senza dubbio dei meriti imprescindibili che prima di tutto emergono dal punto di vista tecnico e dei costumi, delle interpretazioni e di alcune scelte coraggiose di montaggio e di dialoghi.
Un film in cui l'elemento dei rapporti fisici e soprattutto spirituali assume contorni fondamentali in termini di relazioni incestuose e malsane. L'uomo scelto da Dio raccoglie le proprie discepole e ingravidandole ridà loro vita e speranza in un circolo vizioso in cui non vengono meno i legami tra consanguinei (le donne del gruppo sono sempre le stesse e così pure per le figlie). Poi c'è la terra promessa, la metafora sul popolo d'Israele, tutto negli intenti delle donne e nella loro assoluta obbedienza altrimenti tutto andrebbe in malora. Ovviamente imbevuto di un certo simbolismo a volte fine a se stesso come il peggiore degli esercizi di stile a cominciare dalla natura, gli animali morti, i corpi femminili che affondano nel "Giordano" dopo essere battezzati dal "Battista".
Il problema alla base a parte la lentezza disarmante e che non ci sono colpi di scena, l'azione è centellinata in uno stile minimale che anzichè lasciare a bocca aperta crea uno dopo l'altro sbadigli a raffica e cerca soprattutto, osando ma fallendo miseramente, di provare con il pretesto religioso di parlare di sfruttamento sessuale in una pseudo setta religiosa, in un mix che termina con un climax telefonatissimo e scontato.

lunedì 4 maggio 2020

Vfw


Titolo: Vfw
Regia: Joe Begos
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un gruppo di veterani deve difendere il proprio territorio da un esercito di mutanti punk trasformati a causa di una potente droga.

Per me Joe Begos sta diventando una potente droga che rischia di darmi sempre maggior assuefazione.
I suoi film sono marci e disperati. Dotati di un pessimismo cosmico, dipinti di ignominie a cui ormai dobbiamo arrenderci a vedere il mondo sempre più popolato da derelitti e sballoni, vittime sacrificali, alcolizzati e pazzi isterici.
Ora per me Vfw è la sua summa contando che ha 32 anni, è al suo sesto film e forse se continua così potrà essere giustamente venerato dagli amanti del cinema di genere.
Ho amato i suoi precedenti film tanto Bliss, abbastanza Almost Human e in parte minore ma non per il suo corto Tales of Halloween.
Vfw è riassumibile in una log line, ha pochi e cazzuti protagonisti, un'unica location, dialoghi da brivido e tagliati con l'accetta e tutto il resto è splatter puro, budella e frattaglie sparse in ogni dove con questo esercito di mutanti che sembrano zombie pure abbastanza cazzuti, delle vere e proprie bestie da macello. Tutto andrà come non deve andare e due soli locali sembrano sopravvissuti ad una pandemia post apocalittica, uno un ritrovo di veterani di guerra, l'altro una Sodoma più piccola.
Un gruppo di vecchi che fanno il culo a tutta la saga de i Mercenari messi assieme e non parliamo di fisic du role imbolsiti ma di veterani veri di alcuni pezzi rari di di cult del cinema che riescono a interpretare e dare spessore come Stephen Lang, William Sadler, Fred Williamson, Martin Kove e David Patrick Kelly
Un b movie dove Carpenter viene spremuto e venerato come una sorta di profeta dell'apocalisse, dove trash, weird, splatter, grottesco, ironia, azione, thriller, dramma, vengono dosati e miscelati in un cocktail di Pechino che chi ha il coraggio di pipparselo vedrà demolita ogni frontiera mentale.


Slaughterhouse rulez


Titolo: Slaughterhouse rulez
Regia: Crispian Mills
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un illustre collegio inglese diventa un sanguinoso campo di battaglia quando una misteriosa buca appare in una zona vicina, scatenando orrori indicibili.

Ogni tanto la classe british torna a brillare e il film di Mills sembra aver avuto la benedizione da Wright portando tanto del suo spirito. Sembra una parodia, un omaggio semplice ed efficace a tanti sotto generi e ingredienti horror dosati con quella satira e ironia che contraddistingue l'equipe di Pegg, Frost e company.
Il mood di farsa e splatter, slasher e grottesco, azione e digressioni sulla crescita personale, l'iniziazione, la confraternità, segresti nascosti e riflessioni sull'eco vengeance più che funzionali.
Il film mischia così tanti target, vede protagonisti adulti, adolescenti, bambini, ognuno caratterizzato splendidamente, con un mix efficace di protagonismo infantile e pronto a dare il suo valido contributo al momento giusto.
Sembra Harry Potter sotto lsd.
Il film di Mills crea una sua geografia ben precisa con il collegio, il bosco con gli esperimenti e i militari e il campeggio degli sballoni e naturalmente sotto terra le creature che aspettano solo di uccidere tutto e tutti partendo dall'orgia Baccanale dei più anziani della confraternità.
Lo humor inglese ancora una volta riesce a spezzare la galleria di efferatezze e sangue facendo diventare tutto un gioco molto equilibrato e divertente con le dovute riflessioni e metafore, creando un intreccio convincente e non stonando mai se non in alcune parti del montaggio.
Un film con un ritmo bestiale capace di passare da una storia all'altra con una facilità impressionante.

Lodge


Titolo: Lodge
Regia: Severin Fiala, Veronika Franz
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Richard, dopo il suicidio della moglie, decide di trascorrere le vacanze di Natale nel suo chalet di montagna con i due bambini e la nuova giovanissima compagna.

Goodnight Mommy era un esperimento interessante in cui le analogie con questo film sono davvero molte. Lodge però riesce a fare molto di più, dando risalto e spessore ad un'atmosfera soprattutto nella casa in montagna inquietante al posto giusto. Ci sono anche qui due ragazzini che devono vedersela con le reazioni di un adulta come nel precedente film. Qui però c'è la figura molto importante del padre e a fare da sfondo, soprattutto nel primo atto, una setta che ha devastato la psiche di Grace lasciandola come unica sopravvissuta dal momento che il guru era proprio suo padre.
Insomma gli ingredienti sono quelli di una fiaba post contemporanea dark con una dimensione di home invasion che è forse la parte migliore contando la connotazione psicologica alla base, le suggestioni, le allucinazioni e gli psico farmaci.
Con un incidente scatenante di forte impatto, il viaggio nel delirio a cui si apprestano a entrare i giovani componenti della famiglia, non si fa certo mancare nulla neppure le fantasie di un adolescente per una donna particolarmente seducente (guardandola nuda sotto la doccia).
Purtroppo alcune incongruenze finali lasciano qualche strafalcione nella scrittura che appariva minuziosa almeno prima del climax, lasciando alcuni dubbi sugli elementi che lo spettatore metteva in ordine per una degna risoluzione nell'atto finale.
Senza esagerare con eccessi di violenza, la qualità migliore del film è legata proprio alle mosse dei personaggi, al fatto di far entrare questa strana e inquietante presenza che comincia a far sparire elementi dalla casa lasciando enigmi e paure.

Field guide to evil


Titolo: Field guide to evil
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Field guide to evil in tempi di folk-horror e cicli antologici è una piacevolissima sorpresa per svariati motivi. Vuoi il suo essere passato inosservato, vuoi perché racchiude alcuni registi che amo molto (Evrenol, Strickland, Gebbe, Franz & Fiala, Smoczyńska) vuoi perchè tutte le storie si concentrano su leggende poco conosciute ognuna scandagliando un luogo diverso.
Sono dei corti dove il peso della narrazione si impone e di fatto riesce a far sì che alcuni lavori riescano a esercitare maggiori suggestioni rispetto ad altri, chi per gusti personali o chi perchè sembra andare ad approfondire antiche superstizioni. Favole nere tramandate nei villaggi, dove protagonisti sono mostri, elfi, demoni annidati nei boschi e miti malefici che prendono corpo. L’orrore insito nel folklore, che attraversa il tempo secolare e gli spazi geografici, condensato in un’antologia di otto racconti che esplora il lato più oscuro della tradizione ambientati in passati scaramantici e insidiosi.

The Sinful Women of Höllfall
I registi di Goodnight Mommy ci portano in Austria uno dei paesi più complessi al mondo al livello di cinema per parlarci dell'elfo Trud e di un amore omosessuale tra due donne che come tale deve essere punito perchè a quei tempi semplicemente non poteva essere accettato.
Haunted by Al Karisi – The Childbirth Djinn
Evrenol di Baskin e Housewife ci porta nella sua terra la Turchia per parlarci del demone Karisi, il demone del parto che si presenta con le sembianze di una donna ma anche di un gatto o di una capra. Uno dei corti più complessi, girato quasi tutto all'interno di una stanza e con questo alternare dialoghi e silenzi, dove gli stati della madre malata e il suo delirio in crescendo creano inquietudine e mistero. Come sempre il tocco del regista dimostra una scelta perfetta dei tempi narrativi, un montaggio eccellente e quella cattiveria innata nell'anima della politica d'intenti dell'autore che spesso e volentieri sfocia nel gore estremo.
The Kindler and the Virgin
La regista di Lure ci porta in Polonia un paese che amo alla follia per regalarci una delle storie più lente e minimali, giocata con una fotografia tetra tutta incentrata sui toni bluastri dove questa entità, una donna, sembra ammaliare questo giovane profanatore di tombe in cerca della saggezza.
Un corto molto complesso che tratta a differenza degli altri, assieme a Strickland la magia intessendola di suggestioni, inquietanti presenze, scene di cannibalismo e molto altro ancora.
Beware The Melonheads
Calvin Lee Reeder è uno dei pochi registi di cui non ho ancora potuto guardare nulla prima di questo corto. Ed è un peccato perchè pur non infilandosi come nei precedenti in una leggenda vera e propria mischia esperimenti nucleari alla Craven con protagonisti dei bambini malvagi e una sorta di potere psichico. Capitanati da un losco nano, gli umanoidi destabilizzeranno un simpatico equilibrio famigliare mordendo fisicamente con colpi bassi. Con uno stile molto sporco a tratti amatoriale e senza l'impiego massiccio di c.g, il corto di Reeder è il più bifolco tra i corti visti finora, quello che per assurdo sembra prendersi meno sul serio, un colpo alle costole che riesce a farsi portatore di una sua mitologia più cinematografica che altro, in fondo divertente.
What Ever Happened to Panagas the Pagan?
Yannis Veslemes ci porta in Grecia per una favola davvero disturbante che sfocia come contro altarino delle gioie natalizie ma a differenza del Krampus ci parla del Kallikantzaros,
creatura mostruosa che, secondo la tradizione, manifestandosi sotto stati alcolemici molto alti, vive sottoterra tutto l’anno fino al giorno di Natale, quando visita le case per arrecare οgni sorta di angherie alle persone
Palace of Horrors
Ashim Ahluwalia ci porta in India in un palazzo che sembra un incubo o una suggestione per farci entrare in un incubo in b/n dove una galleria di creature deformi sembra rappresentare e conciliare la metafora di un paese dilaniato dalle malattie e dallo sfruttamento
A Nocturnal Breath
Dalla Germania la regista di Tore Tanzt ci parla del Drude, uno spirito malevolo che lascia il corpo del posseduto per diffondere malattie sterminando greggi e bestiame lasciando la gente in povertà e vittima di ignominie e persecuzioni prima in assoluto la stregoneria. La persona come la bestia giace esanime fino a quando lo spirito non ritorna nel suo corpo
The Cobblers’ Lot
Dall'Ungheria l'ultimo segmento è di un regista fantastico che seguo da diversi anni, Strickland (Berberian Sound StudioDuke of BurgundyKatalin Varga) portandoci in una fiaba muta e onirica, suggestiva quanto ancestrale e magica, in una ricerca disperata per arrivare alla donna amata. The Princess’s Curse procede incalzante in questa rivalità fraterna in un eclatante manifesto funereo grazie ad immagini estremamente evocative e poetiche.

Squirm


Titolo: Squirm
Regia: Jeff Lieberman
Anno: 1976
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Fly Creek, piccola cittadina tra le foreste della Georgia, paludosa e dedita alla pesca. Quando una violenta tempesta la colpisce, causando il crollo di un grande generatore di corrente, un’enorme carica elettrica penetra il sottosuolo fangoso, causando la mutazione letale di tutti i vermi che popolano la zona.

Squirm come Bug-Insetto di fuoco, condividono gli stessi anni, il film di Swarc è di un anno prima ed entrambi affondano le radici nella sci fi per diventare poi robusti caposaldi di un sotto genere che coniuga horror e eco vengeance. Quando non sono gli esperimenti dell'uomo, rimangono comunque errori legati a qualcosa che semplicemente non doveva essere lì come nel caso dell'incidente a Fly Creek nel prezioso film di Lieberman.
Una storia peraltro complessa che segue parallelamente mutazione e orda malefica di quella stirpe di 250 mila vermi presenti in scena e allo stesso tempo uno spaccato sociale tra forestieri e contadini, città e provincia. Il film venne presentato a Cannes per sottolineare la complessità dell'opera e non relegarla solo a un b movie con insetti che uccidono e basta.
Più il contesto sociale, le paure che sfociano in odio, la caratterizzazione dei personaggi e molto altro ancora salgono di livello, più il resto sembra già fatto, facendo decollare il film in un thriller complesso e ambizioso. Attraverso interviste al regista Jeff Lieberman e all'attore protagonista Don Scardino, sono raccontati diversi retroscena della realizzazione del film, inizialmente pensato per il New England, per ricalcare le atmosfere dei racconti di Lovecraft, e poi girato invece nel Sud, in Georgia, con un budget molto basso e avvalendosi della gente del posto, spesso ignara d'essere ripresa, o invece felicemente scritturata, come i boy scout locali, impiegati per animare il mare di vermi visibile in una delle scene finali del film. Tra i tanti e divertenti aneddoti, si ricorda come a causa di Squirm: i Carnivori della Savana e del suo utilizzo di circa 250 mila vermi, per tutto l'anno successivo ci sia stata una carenza cronica di esche su tutta la costa orientale!

Girl on the third floor


Titolo: Girl on the third floor
Regia: Travis Stevens
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tubi scoppiati, muri crepati e materiali non meglio identificabili non era ciò che Don Koch si aspettava quando ha convinto la moglie Liz di poter rimettere in sesto da solo la nuova casa vittoriana che hanno preso. Sconvolto, sotto costrizione e tentato dalle sue vecchie debolezze, Don finirà presto per scoprire che la residenza ha alle spalle una storia tanto oscura quanto sordida per cui non sarà tanto facile restaurarla.

Girl on the third floor è la ciliegina sulla torta dove gli ingredienti horror sulle case infestate si danno appuntamento per organizzare una bella orgia di sangue. C'è così tanto assorbimento di opere cinematografiche in questo film che citarle tutte vorrebbe dire scrivere un'altra recensione (quindi fate questo bel giochetto quando lo guarderete).
Gli spunti iniziali sono pochi e quanto mai dei classici sul cinema di genere, ma il fattore predominante è quello per cui si prendono più direzioni, dalla vicina anonima che sembra una sorta di deus ex machina sapendo in fondo già tutto, alla famigliola americana che si appresta a cambiare vita (anche se il protagonista proprio non ci riesce) e poi incursioni che avvengono in maniera esagerata, alzando sempre di più la posta fino al capitolo finale dove ovviamente viene mischiato tutto (fantasmi, mostri, orge, palline che creano trasformazioni fisiche devastanti, la casa che potrebbe da sola definirsi il mostro per le nefandezze compiute al'interno) e molto altro ancora.
Un film che solo in alcuni momenti in cui Don costruisce la nuova dimora sembra allungare e rendere noiosetto il ritmo, ma per il resto c'è tanta e concitata azione, il film non è che un bignami di tante cose già viste mischiate e raffazzonate, ma alla fine non delude mai e tra cadaveri incollati male dentro le pareti e una bella Lolita che si nutre solo di cazzi per tormentare il malcapitato ci viene concesso un bell'intrattenimento.
Due parole sulla crew. Stevens sta nella produzione dell'horror come una sorta di Jason Blum. C.M. Punk (altro lottatore di wrestling impiantato nel cinema) sembra Bruce Campbell venuto male ma senza sfigurare e per finire Sarah Brooks è una topa mozzafiato


lunedì 20 aprile 2020

Muere monstruo muere


Titolo: Muere monstruo muere
Regia: Alejandro Fadel
Anno: 2018
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

L'ufficiale di polizia rurale Cruz indaga su di caso inquitante: un corpo di una donna è stato trovato senza testa in una regione remota dalle Ande. David, il marito dell'amante di Cruz, Francisca, diventa il primo sospettato e viene mandato in un ospedale psichiatrico locale. David incolpa un "Mostro" del crimine dall'aspetto inspiegabile e brutale. Cruz, nel frattempo, incappa in una misteriosa teoria che coinvolge paesaggi geometrici, motociclisti di montagna e una voce interiore, ossessionante, che si ripete come un mantra: "Muori, mostri, muori"...

Muere monstruo muere è un film ipnotico quanto surreale, folle e ambizioso. Una metafora sul femminicidio, un poliziesco, quasi un noir o un thriller fantastico. Una creatura (in Animatronic in assoluto la cosa più bella della pellicola come i paesaggi) si aggira per le Ande argentine (fotografate magnificamente) avendo una sorta di base in una grotta sotterranea, comparendo in piccoli e sperduti villaggi strozzando e decapitando le sue vittime lasciando morsi di denti innaturali e una strana sostanza verde/giallognola vischiosa che sembra interessare tutti finendo manco a farlo apposta con la voglia di annusarla e infine assaggiarla.
Il capro espiatorio, la vittima sacrificale scelgono non a caso il diverso, colui che simboleggia una sorta di ignaro succube per il mostro che sembra lasciargli una nenia in testa in un loop che lo lascia ammutolito e inerme condannato alle forze dell'ordine.
Come per Untamed-Regiòn salvaje il film mescola sogno e delirio, realtà e incubo, con diverse follie sessuali che se nel film della Escalante erano rappresentate da una sorta di ibrido tentacolare sci fi metafisico, una creatura aliena, qui è più o meno lo stesso soltanto che il mostro sembra una sorta di Jabba the hutt con fattezze antropomorfe e una testa senza occhi con al posto della bocca un enorme vagina dentata e come coda una lunga prominenza capace di allungarsi all’occorrenza, che finisce in un’equivocabile riproduzione dell’organo maschile.
Pur avendo una trama stratificata e che nell’ultimo atto diventa complessa e difficile da analizzare, il film ha proprio lo scopo nel suo muoversi lento e con gesti ed espressioni quasi minimali di proiettarci in un universo risolutamente allucinatorio, fatto da meandri mentali da cui sarebbe futile cercare l’uscita dove si perpetuano una volta che l’indagine sulle decapitazioni di massa femminili, che è il filo conduttore di questo labirinto atmosferico e psichico, trova una fine.


Slugs


Titolo: Slugs
Regia: Juan Piquer Simon
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Nei pressi della città di Ashton, uno stabilimento chimico si sbarazza delle scorie di lavorazione riversandole in un condotto fognario abbandonato. I rifiuti tossici innescano una spaventosa mutazione in comunissime lumache trasformandole in grosse predatrici, aggressive, assetate di sangue.

Slugs è uno di quei film che visti oggi sembrerebbero datati e fuori luogo visti i limiti di budget ed effetti speciali che cercano di fare come possono. La storia poi non ha quei fasti narrativi come ad esempio Bug-Insetto di fuoco, ma riesce ad intrattenere coinvolgendo lo spettatore e arrivando a tracciare una sorta di sci fi con eco vengeance e fanta ecologia.
Quegli stessi stabilimenti chimici responsabili della pandemia di lumache assassine rappresentano per il genere uno dei nemici di spicco, i quali “inconsapevolmente” decretano stragi a volontà. Slugs dalla sua però riesce a difendersi molto bene. Un prodotto artigianale curato dall’inizio alla fine ad opera di un autore, Simon, che si è sempre confrontato con il cinema di genere.
Alcune sequenze riescono ad essere davvero funzionali e inquietanti, l’elemento splatter non è mai troppo forzato ma riesce nel compito di creare il giusto disgusto dell’azione carnivora delle limacce che non essendo veloci, tentano agguati di nascosto alle loro vittime o agiscono in gruppi numerosissimi
Simon riesce a far apparire il film un b movie che si unisce alla galleria di film di genere su animali assassini o su insetti muta forma o qualsiasi altra etichetta possa essergli affibiata.


Stakelander


Titolo: Stakelander
Regia: Dan Berk e Robert Olsen
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quando la sua casa di New Eden viene distrutta da una fratellanza di vampiri rivitalizzata e dal suo nuovo leader, Martin si ritrova da solo nei calanchi americani. A fargli compagnia e da guida avrà solo il lontano ricordo del suo mentore, un leggendario cacciatore di vampiri.

Ho aspettato 4 anni prima di vedere il sequel di uno dei film indipendenti sui vampiri più belli della nuova generazione.
Stake Land è l’amore profondo per il cinema di genere sublimato da un duo di artisti che adoro e che come me amano uno degli scrittori di narrativa horror e noir più importanti di questi tempi Joe Lansdale.
Jim Mickle e Nick Damici sono la formula magica nell’horror moderno.
Qui in cattedra abbiamo però solo Mister Damici, in un prodotto che cerca di mettercela tutta con limiti e prove di ignoranza eroica che riescono a dare toni macabri e soluzioni visive interessanti.
I risultati e l’approssimarsi di una nuova era dopo l’Apocalisse vampiresca portano ad un road movie, un survival movie dove tra umani indecenti, vampiri sempre in fase di trasmutazione condannati a diventare qualcos’altro. Una specie nuova, un’orda selvaggia e matriarcale dove sempre più è la gerarchia della specie a dettare legge e formule di sopravvivenza.
La differenza più grossa tra i due film è la scrittura. Il primo era micidiale, cattivo, rassegnato, grottesco, con un’atmosfera e una solitudine spaventosa. I vampiri erano ancora più cattivi e facevano paura soprattutto quando erano preti e cadevano letteralmente dal cielo. La messa in scena poi era ben altra cosa mentre qui a tratti soprattutto per la fotografia sembra un prodotto televisivo. Qui l’aria è la sostanza è di un b movie che non è certo una critica, anzi, ma il film procede senza guizzi narrativi e colpi di scena, facendo il suo e mostrando alcune schiere di vampiri che sembrano non morti di qualche saga televisiva indecorosa.
Si guarda, il ritmo certo non manca, qualche volta morde come Damici impone nella sceneggiatura, ma sarà il faccino dolce del protagonista o l’assalto finale che mi è sembrato di vedere Fantasmi da Marte girato dalla Asylum.