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mercoledì 22 gennaio 2020

Girl with balls


Titolo: Girl with balls
Regia: Olivier Afonso
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Dopo aver vinto una competizione, una squadra di pallavolo femminile sta tornando a casa a bordo di un minibus quando l'autista è costretto da un guasto a una deviazione, finendo nel territorio di caccia di un gruppo di degenerati. Ben presto, le ragazze dovranno lottare per salvare le loro vite e per testare il loro spirito di gruppo.

Quando ho scoperto che il villain di turno era Denis Lavant non ho potuto sottrarmi dall'ennesimo survival movie, una caccia spietata tra bifolchi cannibali assetati di sangue incappucciati aderenti ad un strana setta pagana e una squadra di pallavolo.
Girls with balls è un horror divertente che aggiunge poco al genere, tratta una storia più che abusata ma lo fa senza prendersi troppo sul serio e regalando scene d'azione, torture porn e ironia a gogò. Un film d'intrattenimento curato in vari aspetti con un cast dove lo stesso Lavant per quanto sia spettacolare, si ritrova a dover fare i conti con un personaggio per nulla caratterizzato a dovere come un po lo sono tutti i personaggi del film in particolare le final girls.
C'è la mattanza finale, scene splatter e slasher, tutti ma proprio tutti i clichè di genere, la caratterizzazione che come spiegavo prima è così lacunosa che non permette di empatizzare mai per nessuno, diventando mai credibile e di fatto non facendo nemmeno mai paura perchè tutto sa di gioco al massacro con il twist finale abbastanza scontato e banale.
Il film di Afonso decide di non prendersi mai sul serio giocando con gli stereotipi e promuovendo una visione divertente senza far mancare nulla nel panorama di genere spesso come in questo caso scontato e prevedibile ma allo stesso tempo ingenuo e divertente.



History of horror


Titolo: History of horror
Regia: Ely Roth
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 7
Giudizio: 3/5

E'un progetto complesso, didascalico, citazionista, un compendio di tutto quel vocabolario horror che i fan di genere conoscono a memoria e di cui questi episodi contengono quelle rare prelibatezza che in parte ci erano sfuggite.
Siamo di fronte a AMC Visionaries: Eli Roth’s History of Horror, docu-serie tv in 7 puntate facente parte di un nuovo show della AMC, che Roth ha voluto fare a tutti i costi come una sorta di banca della memoria di alcuni grandi maestri, delle loro testimonianze viventi con interviste ai più grandi rimasti e le loro storie, esperienze e curiosità e soprattutto retroscena.
Tanti gli ospiti, da quelli a lungo termine come alle comparse. Nomi sulla bocca di tutti che prevedono scrittori, registi, sceneggiatori, attori, produttori. King, Tarantino, Peele, Blum, Englund, Blair, Zombie, Nicotero, Curtis, Elijah Wood, Landis, Linda Blair, Jack Black, Hedren, etc.
7 episodi per sette tematiche differenti che vanno dallo slasher in due puntate, possessioni demoniache, mostri, vampiri e fantasmi.
History of horror è una sfida in parte vinta se contiamo che progetti di questo tipo sono atipici, quanto allo stesso tempo una carrellata di notizie che tutti i fanatici dell'horror conoscono quasi a memoria fatta eccezione per le curiosità legate a particolari sul set a detta degli autori.
Resta comunque una visione molto convincente, con tanti spezzoni di cult dell'horror, dell'analisi di un sotto genere che piace più alle donne che agli uomini, l'impatto che i singoli aspetti hanno avuto sulla società e sull'immaginario collettivo e che negli ultimi anni è diventato un fenomeno di massa con produttori assatanati e saghe interminabili e opinabili con tanto tempo rubato da saghe come TWILIGHT o THE WALKIND DEAD e in tutto questo, tantissimo cinema che rimane fuori, ai posteri, e che avrebbe dovuto chiamarsi forse History of American horror.
Se si pensa che proprio Roth che ama il cinema di genere italiano e avendo fatto dei remake molto discutibili tenga fuori Bava, Argento, Fulci, Deodato e tanti altri senza stare a pensare al cinema europeo come quello orientale, l'operazione fa storcere il naso sperando che se ci sarà un futuro, verrà analizzato anche un altro continente e il peso specifico che ha comportato in parte per la nascita del cinema horror americano.
Gli episodi hanno comunque un buon ritmo alternando sketch, frasi memorabili, scene indimenticabili e diventate cult per alcuni film, il tutto in una durata di 40'.


Città delle bestie incantatrici


Titolo: Città delle bestie incantatrici
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1989
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Da mille anni la razza umana e quelle dei mostri del lato Oscuro, combattono una guerra segreta ma fortunatamente alcuni soggetti definiti "illuminati" sono riusciti a stipulare un trattato di pace, tuttavia il trattato in questione sta per scadere ed una nuova guerra è alle porte...

Kawajiri di cui ho recensito tutte le opere è un regista straordinario, un precursore e un innovatore che ha saputo dare enfasi e prestigio all'animazione passando da un genere all'altro senza troppi problemi, regalando perle rare, cult di tutto rispetto che ancora oggi rimangono pietre miliari.
Noir, horror, fantasy, poliziesco, hard boiled, grottesco, erotico, thriller. Ci sono così tanti generi e sotto generi nelle sue opere che servono a dare sostanza, atmosfera, in un viaggio oscuro e decadente nei meandri della civiltà popolata da creature inquietanti e mostri sotto fattezze umane.
Ricco di azione e avventura, il film sbaraglia ogni tabù mostrando violenza a profusione con arti squartati e sangue in grosse quantità e scene erotiche fortemente esplicite.
La fotografia, i colori della notte, pervadono l'opera dandole sempre un equilibrio perfetto tra l'atmosfera opprimente che si respira, i continui colpi di scena e combattimenti, gli inseguimenti, i sacrifici e infine poi un'animazione tetra più che convincente.
Uno dei più bei film d'animazione horror per adulti che a trent'anni di distanza non fa una piega rimanendo spettacolare e incisivo sotto tutti i punti di vista.



venerdì 10 gennaio 2020

3 from hell


Titolo: 3 from hell
Regia: Rob Zombie
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo essere sopravvissuto a malapena a una brutale sparatoria della polizia, il clan Firefly demente scatenato scatena una nuova ondata di omicidi, follia e caos.

Davvero non capisco come mai ci sia stato un tale accanimento negativo sull'ultimo film di Rob Zombie che chiude una interessante trilogia dove Devil's Reject era la ciliegina ma questo sicuramente è più interessante della CASA DEI 1000 CORPI.
Gli ingredienti sono evidenti, senza Sid Haig (rip) che però nei pochi minuti regala un bel monologo, ma inserendo il buon Richard Brake del bellissimo 31.
La matrice è sempre la stessa, sporcizia in tutti i sensi, sudore, iper-violenza, un pò b-movie, molto grindhouse celebrando ancora una volta l'amore di Robert Bartleh Cummings per i fumetti porno-horror, l'industrial e tutta una serie di elementi squisitamente yankee senza stare a citare tutti i fim che sembra voler omaggiare.
E'vero che il finale del film precedente chiudeva in bellezza le danze, portando ai massimi livelli una lotta anarchica tra criminali e forze dell'ordine con tutte le dovute descrizioni del caso.
Qui si vede che la trama è flebile e l'omicidio di Danny Trejo per portare agli intenti e gli obbiettivi criminali è molto debole e flaccida ma funzionale a riportare tutto al confine messicano, mostrando una carneficina che sembra un horror girato da Rodriguez.
Maschere, rituali, puttane, alcool e sfide a lanciar coltelli, una scenografia ottima in grado di dare valore ad ogni location, con nani che si accingono a diventare partner inaspettati della family maledetta, traditori, famiglie innocenti che vengono fatte a pezzi, sono tutti gli elementi che come sempre fanno parte dell'orgia finale, prima del bagno di sangue dove i vilain altro non sono che criminali forse legati a qualche cartello del narcotraffico.
La mattanza finale è squisitamente girata bene con tanta azione e un finale molto prevedibile.
3 from Hell è il film più sanguinolento della filmografia del regista. Il primo e ultimo della saga sulla famiglia Firefly che immette pochi accenni di trama per concentrarsi solo sull'azione e alcuni dialoghi lasciati ai posteri giacchè i protagonisti sono tutti e tre pazzi furiosi.
Infatti dopo aver liberato Baby i tre riprendono la loro fuga verso territori inesplorati americani, vivendo di stenti e uccidendo chi gli capita a tiro.



Zombieland-Doppio colpo


Titolo: Zombieland-Doppio colpo
Regia: Ruben Fleischer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Da dieci anni Tallahassee, Columbus, Wichita e Little Rock affrontano zombie armati di fucili d'assalto. In dieci anni hanno imparato a intendersi e a condividere il quotidiano. Insieme formano una 'sacra famiglia' che vive alla Casa Bianca, bonificata dagli zombie e creativamente personalizzata. Tra lo studio ovale e la camera da letto di Lincoln, Columbus vorrebbe sposare Wichita, che esita, e Tallahassee trattenere Little Rock, che vuole lasciare il nido. Fuori intanto gli zombie evolvono per sopravvivere agli uomini. Ma sono i conflitti familiari la sfida più ardua da vincere.

Sono passati dieci anni e l'unico ad invecchiare bene è Bill Murray nel solito fantastico cameo.
Era davvero così atteso questo sequel di un film che mostrava gente che ammazza zombie cercando di far ridere? I sequel sono una sfida molto dura quando non si ha una storia solida tra le mani.
Non basta aggiungere una biondina sociopatica e ninfomane per aspettarsi che gli esiti cambino a favore del film. Certo qualche intuizione c'è, gli scontri sono sempre più terribili e con quel rallenty che li rende ancor più fastidiosi, e in tutto questo il meglio se lo portano a casa le scene di contrasti famigliari tra questo nucleo di persone improvvisato. Si aggiungono ancora al coro l'hyppie di turno che scappa con Little Rock sognando paradisi in cui cazzeggiare e ad un tratto esce fuori proprio senza nessun senso Rosario Dawson che si porta a letto Tallahassee. Una nuova grande famiglia per un viaggio on the road prevedibile e scontato con personaggi banali e superficiali e caratterizzati in maniera fin troppo macchiettistica.


Heretics


Titolo: Heretics
Regia: Chad Archibald
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una ragazza viene rapita da un uomo sconosciuto che sostiene di volerla proteggere, fino all’alba, da una pericolosa setta che le sta dando la caccia. Durante le ore con il suo rapitore però la giovane si ammala gravemente. Solo il trascorrere del tempo rivelerà la vera origine della sua malattia il cui ultimo stadio non è la morte ma la mutazione.

Con tutto il bene che voglio ad Archibald, alla sua coraggiosa filmografia, al suo amore per l'indie horror e al suo sodalizio con la Black Fawn Films, ho trovato il suo ultimo film una sorta di ripetizione su tante trame che vedono protagoniste sette sataniche o neo-pagane o come vogliono chiamarsi che hanno l'obbiettivo di far resuscitare un demone o il diavolo stesso (cambiano spesso i nomi ma la sostanza è la stessa in questo caso Abaddon). Di fatto deve esserci una predestinata che ha sogni e allucinazioni che non riesce a capire, un mentore che rapendola deve spiegarle qual'è lo scopo della sua vita e cosa vogliono da lei quelli della setta, per finire una persona a lei cara che in realtà rema contro.
I luoghi comuni per dirla tutta, sono gli elementi dominanti di una storia che a parte il climax finale è pienamente prevedibile sotto ogni punto di vista. Archibald e soci sono coraggiosi nello sfruttare alcuni personaggi, al di là della caratterizzazione, in modo molto funzionale come la ragazza di Gloria, Joan, che per arrivare al suo scopo uccide chiunque le si ponga davanti senza la benchè minima esitazione (poliziotti, la mamma della protagonista). Il problema grosso del film al di là di alcune scene d'effetto, ma che parlando di folk-horror è impossibile non annettere, è il vuoto cosmico che dalla seconda metà del secondo atto la sceneggiatura diventa veramente una sequela di luoghi comuni tutti indirizzati al rituale finale e alla scena della mattanza. Un body horror sulla possessione, un thriller esoterico, una lenta trasformazione verso il male assoluto con qualche ingenuità di troppo. Sembra esserci stata molta fretta per la pre-produzione del film e gli esiti sono dietro l'angolo senza nascondere qualche scena che si ripete dando quel senso di noia durante la visione.



martedì 7 gennaio 2020

Daim


Titolo: Daim
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il protagonista è un uomo che si trova ossessionato da una giacca di cervo comprata mentre sta fuggendo, forse, dalla sua vita.
Si isola in un piccolo paesino montano in cui finge di essere regista, ma la giacca comincia a occupargli la mente con un proposito: diventare l’unica giacca esistente al mondo e fare di lui l’unico proprietario di una giacca.

Quentin Dupieux alias Mr Oizo è un dj ma anche un grande regista indipendente alternativo.
Come per la musica, segue un suo percorso personale che lo porta a scelte spesso bizzarre che sembrano sfiorare il trash per quanto assomiglino a dei veri e propri quadri grotteschi.
Una commedia nera dove si ride anche e molto ma per quella scelta singolare di combinare l'azione che ormai l'artista ha saputo fare sua, creandosi una sua politica d'intenti personale, un suo linguaggio tutt'altro che banale come spesso potrebbe essere frainteso.
Wrong CopsWrongRubber, tutti avevano a loro modo qualche scena madre da ricordare, e l'ultimo Daim oltre ad essere un rientro in patria per l'autore che si stacca dagli Usa, nemmeno a farlo apposta è il film più maturo, esilarante, politico, assurdo, drammatico e violento.
In un paesino di montagna dove sembrano vivere solo persone sole e disilluse dalla vita, Georges sembra filtrare attraverso il suo sguardo perso e la sua nuova telecamera digitale, il ritratto realistico di come la solitudine possa tessere la tela della follia.
Attraverso paradossi e dialoghi assurdi, obblighi e verità, giochi sull'identità e una giacca che prende sempre più forma, il film fa un ritratto con la commedia di costume fino a generare disagio. Dupieux traccia un quadro molto espressivo della noia che regna nelle province francesi più remote e lo fa senza prendersi mai troppo sul serio, arrivando a fare un'evoluzione molto netta in termini di intenti e messaggi e riflessioni presenti nel film, ma al contempo riuscendo con tutti gli enigmi iniziali del primo atto a tessere un film brillante e raffinato, sempre al confine tra commedia assurda e dramma realistico sulla follia, interpretato dagli eccellenti Jean Dujardin e Adèle Haenel.
Un film che mescola i generi passando dalla commedia nera, al dramma sociale, al grottesco, allo slasher, allo splatter fino al mockumentary. Tutti ingredienti deliziosi che trovano un'ottima collocazione in una storia che non smette di stupire e di apparire così maledettamente assurda e affascinante.


Nest-Il nido


Titolo: Nest-Il nido
Regia: Roberto De Feo
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Un uomo nel cuore della notte cerca di lasciare una villa insieme a bambino poco più che neonato, ma un ostacolo lo manda fuori strada. L'uomo muore sul colpo mentre il bambino si salva e, dieci anni dopo, lo ritroviamo paraplegico, educato da una madre severissima e da un piccolo gruppo di borghesi che però si rifiutano di parlargli del mondo esterno. Le cose iniziano a cambiare quando una ragazzina viene presa a servizio come nuova domestica e Samuel si invaghisce di lei. La giovane lentamente sembra ricambiare e gli fa conoscere per esempio una musica diversa dalla classica che la madre gli ha sempre imposto di suonare. Questa educazione sentimentale si farà via via più dirompente...

The Nest è davvero una prova dell'ottimo stato di salute di un certo tipo di cinema nostrano.
Una favola gotica che gioca su diversi piani, come un meccanismo a orologeria che si prende il suo tempo per dipanare la storia, mettere alcuni paletti facendo intuire gli intenti e giocando sull'apparenza per cercare di non scoprire i suoi punti di forza.
Una regia quella di De Feo che irradia il cinema horror italiano, che rinforza il cinema di genere, facendo un salto in avanti molto importante e soprattutto per avere la deliziosa sfacciataggine di non sfigurare di fronte a pellicole straniere con budget altissimi.
The Nest è un'opera intima che sembra tracciare maledizioni, destini ormai segnati, rituali che non potranno mai cessare, case infestate da un malessere personale che come un virus ha contaminato tutto. A tratti sembra poter nascondere segreti come quelli di Society-The Horror altre volte risulta molto più fedele a prendere di mira i nostri maestri del cinema neogotico rinforzandolo con postille post-moderne. Un film che gioca con un'atmosfera impressionante su una sorta di oblio, lasciando il mondo esteriore lontano, come un nemico da cui prendere le distanze puntando tutto sulla magione e facendo molta attenzione a selezionare cosa entra e cosa esce, soprattutto la seconda.
Roberto De Feo alla sua opera prima compone un quadro famigliare destabilizzante, un microcosmo disturbato, paranoico e sinistro senza nasconderlo ma dandogli eros e thanatos, allo stesso tempo facendo un film moderno ma evitando facili sensazionalismi, giochi di volume, jump scared inutili ma rimanendo nel mood giusto di atmosfera e suspance.
Due parole poi sulla location, una villa costruita in un parco naturale vicino a Torino e caduta parzialmente in rovina, che la troupe ha risistemato facendone un luogo misterioso e suggestivo.


Vampyres (2015)


Titolo: Vampyres (2015)
Regia: Victor Matellano
Anno: 2015
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Due vampire molto affascinanti seducono dei turisti in una villa nella campagna inglese, costringendoli ad orge di sesso e sangue. Ma l'arrivo di tre giovani turisti scombussolerà la routine delle vampire e una di loro si innamorerà di un visitatore.

Quanto sesso, quante scene di nudo e saffiche in questo cruento horror che dona di nuovo il prestigio alle creature della notte. Non siamo di certo di fronte ad un capolavoro e il film più volte deraglia sull'autocompiacimento e un esercizio di stile nel mettere in scena due vampire davvero sexy. Ringraziando ora e per sempre la Midnight Factory di portarci film che senza ombra di dubbio sarebbero finiti nel dimenticatoio, Vampyres altro non è che un remake di un vecchio cult del 1974, OSSESSIONE CARNALE (in originale proprio Vampyres) dello spagnolo José Ramón Larraz.
Il film di fatto non ha una trama così squisitamente conturbante. E'una piccola macelleria la villa in cui vivono e godono dal mattino alla sera per non annoiarsi le due protagoniste, aspettando che qualcuno arrivi a bussare alla porta, qualcuno con cui divertirsi, una vittima sacrificale.
Matellano dispone di un budget risicato ma nonostante tutto concentra tutta la vicenda sulle torture, sui macabri rituali delle due donne, sul cercare di conoscere l'ospite senza farlo finire subito troppo male. Un film che nei suoi difetti di forma e tecnica concentra, e fa bene, tutto sulle scene di sesso e sangue, le quali oltre ad essere girate molto bene, risultano anche in termini di recitazione le più convincenti e per finire un climax finale che richiama i perversi rituali della contessa sanguinaria, Erzsébet Báthory. E poi bisogna riconoscere al regista che nonostante la trama che sembra più uno spunto per farsi i fatti suoi nella villa, tra orgie di eros e sangue, il regista di fatto rievoca tutto un immaginario legato alle pellicole del terrore spagnole di quegli anni (e ne uscirono davvero molte) basti pensare a Jesus Franco che Matellano avendolo già trattato, non smette di citare e provare a fare quasi una comparazione tra i due modi di fare cinema e di saper trattare le sanguinolente avventure delle sue vampire come d'altronde avevano fatto i suoi colleghi a quei tempi.

Big Legend


Titolo: Big Legend
Regia: Justin Lin
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo e una donna si concedono qualche giorno sperduti nelle più remote foreste della costa orientale. Grandi boschi, grandi cascate e grandi montagne sono lo scenario migliore per chiedere alla donna di sposarlo. Fino a quando una notte, la donna viene risucchiata nel buio della foresta da una bestia sconosciuta. Dopo un anno di ospedale psichiatrico, l'uomo, ex soldato, torna sul luogo della sparizione per cercare vendetta.

Con una locandina così sfacciata non potevo esimermi dal vedere l'ennesimo monster-movie sul Bigfoot.
Sin da subito è chiaro che c'è qualcosa che non funziona, che l'impegno più grosso è stato messo sulla locandina tale da attrarre i gonzi come me che basta che vedano un paio di elementi e una creatura strana e misteriosa e finiscono nella trappola. Trappola ma non trappolone, il film di Lin è un low budget che prova a cavarsela buttandola tutta sull'atmosfera e sul protagonista, facendo vedere la creatura col contagocce, portando a casa un survival horror con una pessima fotografia e recitato abbastanza maluccio da un cast che sicuramente ha provato a mettercela tutta.
A parte forse un paio di elementi nel terzo atto, il film è di una banalità sconcertante.
Potete provare a tratte le conclusioni già dopo i primi venti minuti e attenzione, vincerete di sicuro, dal momento che il film non ha un solo colpo di scena e quanto incontra l'azione diventa clamorosamente una trashata pazzesca. Un piccolo manuale degli errori da non commettere potrebbe essere la log-line che accompagna il film, di cui però per qualche strano disturbo nostalgico e amore per i mostri, non ho ripudiato anche se è dura mandare giù una galleria di escamotage per cercare di dare enfasi e incrementare la tensione abbastanza loffi.
Per alcune atmosfere stranamente mi ha ricordato un film che con questo c'entra ben poco, il bel Backcountry che testimoniava in poche parole con la trama medesima quanto un orso potesse fare molta più paura rispetto ad un Bigfoot.
La filmografia sui mostri della montagna comincia ad essere abbastanza assortita anche se i risultati spesso sono davvero scadenti quando non diventano trash a tutti gli effetti.
Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot (forse tra tutti pur non trattando solamente il mostro rimane il più decoroso) mentre invece arrivano le pellicole a cui non conviene avvicinarsi come Willow CreekAbominable e Exists.


Hell Fest


Titolo: Hell Fest
Regia: Gregory Plotkin
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

E' Halloween e per l’occasione arriva in città l’Hell Fest, un festival itinerante a tema horror, con labirinti, giostre e attori mascherati che spaventano i visitatori. Natalie, Brooke e i loro amici partecipano alla serata per assaporare la paura e vivere l’adrenalina con altre migliaia di persone. Ma per una mente deviata l’Hell Fest non è solo un’attrazione: è l’opportunità di uccidere liberamente e davanti agli occhi inebetiti dei visitatori, troppo presi dal macabro divertimento per capire che qualcosa di orribile sta accadendo davvero…

Alcuni film fanno schifo e basta. Te ne accorgi dalla locandina, dai produttori e le schifezze a cui hanno dato modo di esistere, al fatto che escano al cinema, al cast di sconosciuti cosmici e con facce da storditi cronici.
Hell Fest come il cugino BLOOD FEST veramente arrivano quasi assieme come a dirti che se sfuggi dalla maledizione di vederne uno, magari hai la sfiga di imbatterti nel secondo oppure fai come me è scegliendo il masochismo, guardandoli entrambi e non trovando particolari differenze.
Hell Fest principalmente è un film destinato ai teen-ager non un film per tutti, soprattutto per chi non ama quelle copiature grossolane e disfunzionali come in questo caso slasher/killer mascherato/halloween, elementi già visti in ogni dove e approfonditi da maestri del cinema che non meritano nemmeno di essere citati su un film così brutto.
E poi sprecare così una bella e suggestiva location che nonostante tutto ha ancora molto da dire è un peccato e gli inutili jump scared tutti pensati e telefonati per lo spettatore non fanno nemmeno paura.

lunedì 30 dicembre 2019

Ready or not


Titolo: Ready or not
Regia: Tyler Gillett & Matt Bettinelli-Olpin
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Grace, novella sposa, decide di rispettare una bizzarra tradizione della famiglia del neomarito Alex: la notte delle sue nozze, dovrà prendere parte a un gioco. Sfortunatamente, però, scoprirà che si tratta di una sorta di nascondino e che l'obiettivo è sacrificare un essere umano. Da qui, si troverà a lottare per la sua sopravvivenza fino all'alba.

La trama sembra semplice, una famiglia borghese che deve fare un gioco tipo nascondino ogni volta che arriva un nuovo membro della famiglia per sposarsi e ovviamente tutto lascia pensare che questo gioco punti al massacro. Dicevo una trama semplice quanto in realtà ha un paio di cosucce niente male come la caratterizzazione di alcuni membri della famiglia, sentimenti contrastanti per alcuni di loro che sembrano sopportarsi solo per mandare avanti la dinastia e poi quel patto col diavolo che genererà un climax finale splatter e gore, cosa buona che ho apprezzato molto se non fosse che rende tutta la narrazione realistica in precedenza, un guazzabuglio confuso con tante infiltrazioni di generi diversi.
Poi ci sono loro Gillet & Olpin che avevano girato il corto più interessante nell'antologico
Southbound e un meno rilevante episodio di V/H/S ma soprattutto il loro primo esordio quel dimenticabilissimo Stirpe del male ennesimo film sulle possessioni demoniache che hanno invaso il cinema horror regalando quasi sempre ciofeche assurde con inutili jump scared.
Ciò che rende Ready or not delizioso e che ad un certo punto decide di smettere di prendersi sul serio, diventando auto-ironico e destrutturalizzando in parte quell'aria così seria che il film sembrava voler mantenere a tutti i costi. Facendo in questo modo, possiamo accettare tutto dal demone che strizza l'occhio alla final girls, fino a Grace che comincia con toni da revenge-movie a incazzarsi sul serio con tanto di fucile a pallettoni e qualsiasi altra arma trovi in giro (asce, pistole, balestre).
Per cui come per Babysitter la nostra Weaving vede di nuovo questa sorta di sacrificio ad una divinità luciferina con l'aggiunta che qui tale sacrificio ha lo scopo di continuare la fortuna della ricca famiglia del futuro sposo.
Si ride e tanto in diversi momenti, una delle componenti della famiglia è così fatta e stordita che uccide per errore alcune domestiche, bambini mai così stronzi che prendono troppo sul serio i giochi, una location fotografata in ogni suo più piccolo nascondiglio e tanta, ma proprio tanta azione con alcuni dialoghi e qualche colpo di scena che non manca a rendere ancora più interessante la narrazione e la messa in scena.



Furies


Titolo: Furies
Regia: Tony D'Aquino
Anno: 2019
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di donne rapite lotta per la sopravvivenza contro degli psicopatici mascherati, in un gioco mortale diretto da misteriosi committenti.

The Furies è l'esordio alla regia di tale Tony D'Aquino, uno di quei nomi che sembra promettere bene a metà tra un boss italo-americano e un'amante del trash.
Furies combina tanti elementi, cerca sensazionalismi in ogni dove, prova a lanciarsi in una sfida nella sfida quando ad esempio si gioca con il metacinematografico e per tutto il primo atto fa quello che deve senza lesinare sul sangue, infilando elementi che sembrano assai funzionali ed inizia come potrebbe finire un tipico slasher con la final girls che scappa e il killer di turno che la rincorre.
Quasi un unico ambiente, effetti speciali tutti rigorosamente artigianali e con un audio che riesce bene a esprimere il disagio e la mattanza che si sta compiendo sullo schermo.
Il problema arriva diciamo verso la fine del secondo atto e tutto il terzo dove le lacune di scrittura sono larghe come buche dove potrebbe tranquillamente sprofondare la protagonista.
A questo punto forse D'Aquino avrebbe fatto meglio a lasciare la sospensione dell'incredulità senza poi spiegare di fatto nulla, perchè soprattutto le spiegazioni, le giustificazioni e il climax finale da revenge-movie sono un limite forte per un film che strizza l'occhio all'exploitation, a tutti i serial killer in celluloide che sono passati davanti ai nostri occhi dal ’78 in poi con delle maschere davvero suggestive e funzionali, così come il cast che a parte qualche sbaglio forse voluto (l'attrice orientale è impressionante nel peggiore dei termini) ha una buona protagonista.
Furies lo si ama, ma da un certo punto produce una smorfia nello spettatore amante dei generi che vede un'ottima occasione sprecata per un esercizio di stile e forma che sorpassa il fondamentale lavoro di scrittura

Beetlejuice-Spiritello porcello


Titolo: Beetlejuice-Spiritello porcello
Regia: Tim Burton
Anno: 1988
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una coppia di giovani sposi muore in un incidente stradale. Tornano come fantasmi nella loro vecchia casa che però è abitata da una famiglia di cialtroni di città. Dopo aver cercato di spaventarli, i due chiamano in aiuto uno spiritello simpatico, sboccato e pasticcione, a nome Beetlejuice, che, dopo alcune difficoltà iniziali, riuscirà nell'impresa

Beetlejuice è in assoluto uno dei miei film preferiti di Burton. Inquietante, colto, maturo, con tanto horror e tante risate, con un aldilà pressochè perfetto dove tra le tante cose ci viene mostrata una burocrazia assurda come succedeva in Brazil e per finire alcune canzoni e balletti indimenticabili.
Beetlejuice poi crea e distrugge, mondo normale e mondo straordinario, una casa che sembra infestata dove all'interno c'è un plastico della stessa città in cui è ambientata la vicenda e dove all'interno dimora il demone evocato. Un gioco di scatole congeniale e sempre perfetto che riesce a dare quel taglio particolareggiato alla storia, rendendolo un film indefinibile e una prova di riuscita coniugazione di generi.
Un cult assoluto dove a conti fatti non sembra mancare proprio niente e dove anzi Burton sembra inventarsene sempre una nuova senza mai smettere di aggiungere elementi nuovi e quasi sempre solidi per la narrazione. Di fatto crea forse involontariamente una sua piccola mitologia del soprannaturale con personaggi indimenticabili, libri esoterici e soprattutto la costruzione del ruolo narrativo di spirito. Tra i ghost-movie, tra le tante etichette che il film si porta a casa, sicuramente è uno dei più ambiziosi, originali, uno dei più ben fatti e divertenti anche se come dicevo con alcune scene grottesche che rimandano molto anche ad un certo espressionismo contaminato dalla pop art del regista. Una creatività fortissima che sembrava non avere confini, un esperimento fino ad allora che non si era mai visto in una commedia, diventando un unicum nel panorama cinematografico del periodo e un’autentica lezione di scrittura cinematografica moderna


Nightmare Cinema


Titolo: Nightmare Cinema
Regia: AA,VV
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cinque estranei convergono in un cinema infestato di proprietà di The Projectionist (Mickey Rourke). Una volta all'interno, i membri del pubblico assistono a una serie di proiezioni che mostrano le loro paure più profonde e i segreti più oscuri su cinque racconti.

Nightmare Cinema arriva come un piccolo tesoro da custodire, uno di quei tanti esperimenti per rilanciare gli horror antologici fortemente voluto da Mick Garris che a parte avere un problema nelle trasposizioni dei film di King e aver diretto due filmetti dimenticabili, ha fatto sì che nascesse Masters of Horror-Season 1 Masters of Horror-Season 2 e Fear it Self-Comunità-Season 1.
Il primo episodio inizia col botto in media res ed è firmato dal frizzante Brugues il quale aveva diretto un film bello originale sugli zombie Juan of the dead e un episodio di ABC OF DEATH 2. In questo caso The Thing in the Woods fa le cose per bene risultando splatter, trash e in parte gore con tanto umorismo macabro e una mattanza notevole contando che il pezzo forte rimane il finale.
Samantha è l'unica superstite di un gruppo d'amici riuniti in una baita per festeggiare. Un killer che indossa maschera da saldatore, ha letteralmente fatto una strage. Alla resa dei conti, Samantha si trova faccia a faccia con Fred, suo vicino di casa segretamente innamorato. Questa volta, però, la catena di delitti non è dovuta ai deliri di un folle, ma è legata ad un misterioso oggetto piovuto dal cielo.
Mirari di Joe Dante è una sorta di omaggio cronemberghiano e carpenteriano quando ci si lascia nelle mani del chirurgo amico del futuro sposo allora i danni o i colpi di scena possono assumere effetti esagerati quanto divertenti e inquietanti come la maschera della protagonista.
Anna porta sul viso una cicatrice, frutto di un incidente d'auto, sin dall'età di due anni. Dietro consiglio del compagno David decide di sottoporsi ad un delicato intervento di chirurgia estetica facciale, senza immaginarne le conseguenze.
I primi due episodi hanno un ritmo forsennato, ci pensa Mashit di Kitamura a cambiare decisamente i toni, l'ambiente, il ritmo e la narrazione con una storia di possessioni demoniache in un convento del Messico dove tra bambini che camminano come ragni sulle pareti abbiamo un grand gruignol finale d'effetto, simboli esoterico-satanici sparsi un po ovunque senza farsi mancare il prete locale che si scopa una delle suore.
Peter, un bambino ospite di una comunità religiosa, si uccide gettandosi dal tetto di una chiesa. Il tragico fatto è seguito da una serie di fenomeni demoniaci, che si manifestano con lacrimazione di statue, rapporti sessuali tra padre Benedict e le suore e bambini posseduti. Ospite indesiderato del sacro luogo è infatti Mashit, "una entità infernale, confinata a causa di perdizione e incesto al ruolo di demone, la cui missione è quella di torturare i bambini e spingerli al suicidio."
Penultimo abbiamo il buon Slade che è davvero un peccato che non lavori quanto dovrebbe visto il suo spiccato talento dimostrato un pò ovunque tra horror e serie tv. In questo caso se ne esce con questo This Way to Egress
Helen, moglie divorziata con due bambini di nove e undici anni a carico, si reca dal dott. Salvadore, psicologo che l'ha in cura. La donna, depressa e munita di pistola nella borsa, è afflitta da visioni inquietanti, durante le quali intravede alcune persone con aspetto deforme.
Probabilmente il segmento più interessante dove succedono cose in una specie di orrendo ospedale che sembra trasformarsi e dove le pareti così come le creature deformi che lo popolano non sembrano mai essere le stesse e in questo luogo che si aggira con l'aria spersa la nostra protagonista. Slade è bravo a creare molta tensione quasi citando tra le righe l'atmosfera di Silent Hill o Citadel.
Dead di Garris

Demon city Shinjuku


Titolo: Demon city Shinjuku
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Tokyo, un futuro molto prossimo. Shinjuku, un tempo uno dei quartieri più vitali, è diventato una landa oscura e abbandonata, preda di creature demoniache scese sulla Terrra attraverso un varco aperto dieci anni prima ad opera di un folle sanguinario. Lo stesso che oggi ha rapito un illuminato presidente, e intende precipitare il mondo intero nelle tenebre con un nuovo rituale. Dieci anni fa, il padre di Kyoya aveva tentato di fermarlo. Ora tocca a Kyoya scoprire i suoi poteri latenti e terminare la battaglia iniziata da suo padre, prima che l'umanità venga distrutta per sempre.

Il sequel non proprio accreditato di WICKED CITY-LA CITTA' DELLE BESTIE INCANTATRICI, continua la lezione del maestro nipponico disegnando mondi ormai saturi di violenza e ambiguità, dove i soprusi e gli omicidi sono all'ordine del giorno e i demoni come i mostri convivono con la nostra specie senza dover per forza essere più crudeli.
L'incipit della storia è l'aggancio a farci capire quali saranno gli intenti e gli obbiettivi del protagonista.
Avendo ormai visionato e recensito quasi tutti i film di Kawajiri devo ammettere che ci troviamo di fronte ad un maestro straordinario che ha saputo dare enfasi ed essere un piccolo precursore di alcune derive dell'horror ma soprattutto della sci-fi. Se è vero che i capolavori del maestro rimangono altri, il film come per il predecessore, ha il medesimo stile di disegno, le atmosfere macabre e cupe, le scene d'azione girate molto bene e il continuo scontro del protagonista con tutta la galleria di demoni che lo porteranno al boss finale.
Anche se la trama è fin troppo lineare e scontata ciò che conta spesso in film come questo è
l'aspetto molto dark, cupo, da vero e proprio film horror, che lo mette su un piano diverso e più maturo rispetto alle pellicole d'animazione di quel periodo, prendendosi rischi enormi ma allo stesso tempo dimostrando un enorme coraggio.


Mistero di Sleepy Hollow


Titolo: Mistero di Sleepy Hollow
Regia: Tim Burton
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

New York 1799. Ichabod Crane è un poliziotto bizzarro che ha un modo molto personale di risolvere i casi. Ha l’occasione di dimostrare la “scientificità” dei suoi mezzi, nel momento in cui i suoi superiori lo spediscono nel villaggio di Sleepy Hollow dove si sono verificati misteriosi delitti. Le vittime, tutte decapitate, sarebbero state uccise da un misterioso Cavaliere senza testa, terrore di tutti gli abitanti della cittadina. Crane che si rifiuta di credere a quella che giudica una sciocca leggenda popolare, inizia ad indagare sugli omicidi ritrovandosi ben presto catapultato in una specie di incubo che i suoi metodi “illuministi” non basteranno a spiegare. Aiutato da la bella e inquietante Katrina Van Tassel, il poliziotto, porterà alla luce misteri e segreti di un mondo incantato.

Burton non è il primo a rivisitare o riadattare il classico di Washington Irving (1819), portato sullo schermo dalla Disney nel 1949 e in altre tre occasioni nel 1912,1922,1980.
Un'altra fiaba con tutti gli ingredienti dell'autore in una prospettiva che ha il sapore del fantasy come in altri suoi film ma virato in chiave fantasy e horror.
Un confronto tra scienza illuministica e superstizione irrazionale, dove l'incanto e la magia fanno la loro importante parte, dove il talento visivo e l'abilità nel maneggiare la cinepresa non si discutono di certo, ma si evince e si appura una difficoltà nel saper gestire il comparto legato alla scrittura con alcune apatie narrative che influiscono soprattutto nel terzo atto in maniera negativa sull'opera senza darle quell'enfasi in più che serviva a farlo diventare uno dei suoi film più importanti.
Il fiabesco ottocentesco ha una visionarietà che non si discute, attori tutti in parte con una menzione speciale a Walken che riesce ad essere spaventoso pur con i suoi aspetti fragili e il suo passato tormentato, un cattivo indefinito per una storia misteriosa che se scritta meglio con meno sub-plot sentimentali, avrebbe avuto ancora più atmosfera e ritmo. Invece così a lungo andare e nei compromessi finali del climax, si rimane leggermente amareggiati nonostante comunque questo suo ottavo film dimostri ancora una volta, coraggio e amore e arte nel saper trattare quelle vicende che sembrano unire storia e leggenda.


giovedì 26 dicembre 2019

Terror train


Titolo: Terror train
Regia: Roger Spottiswoode
Anno: 1980
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di studenti organizza un party, durante il quale i nuovi iscritti al college dovranno pagare lo scotto della loro iniziazione. A farne le spese è un ragazzo fragile e timido, che diviene vittima di uno scherzo orribile. Qualche anno dopo, la stessa vivace comitiva noleggia un treno speciale, a bordo del quale viene organizzata una festa in maschera. Per rendere ancora più movimentata la serata è stato ingaggiato un mago con la sua assistente e entrambi dimostrano abilità strabilianti. Tutto sembra procedere per il meglio fino a quando un misterioso assassino inizia a seminare il panico tra le cuccette…

Slasher d'annata tutto ambientato all'interno di un treno con qualche maschera interessante, una strizzatina d'occhio alla magia, tanta voglia di sesso e una final girl che sconfiggerà l'antagonista.
Questi sono gli ingredienti del mediocre Terror Train, considerato da molti un cult quando in realtà non aggiunge nulla di nuovo (d'altronde è uno slasher) ma si lascia vedere senza sbadigli e con alcune scene d'effetto che per l'anno di uscita non erano cosa da poco. Il difetto più grosso rimane la mancanza di coraggio del regista che pur sapendo rendere bene l'atmosfera e soprattutto l'inquietudine e la disperazione dei ragazzi, non osa andare oltre magari con qualche omicidio più efferato e mettendo da parte qualche donnina nuda per dare più spazio al sangue.
Spoottiswoode crea a parte la giovanissima protagonista, una galleria di neofiti del college tutti sbruffoni per cui l'empatia non esiste e non vediamo l'ora di vederli morire male tutti quanti.
In più l'eco del revenge-movie e le maschere usate sapientemente dal killer per non lasciare traccia, rimangono due elementi che sembrano fare a braccio di ferro per tutto il film, con finale prevedibile ma allo stesso tempo condito da un buon ritmo. L'idea venne al soggettista praticamente mettendo un Michael Myers sfigatello che deve vendicarsi su un treno.

Sweeney Todd


Titolo: Sweeney Todd
Regia: Tim Burton
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ingiustamente arrestato ed esiliato ai lavori forzati dal giudice Turpin, interessato a sua moglie Lucy, il barbiere Benjamin Barker torna dopo 15 anni con il nome di Sweeney Todd e, scoperto che sua moglie si è avvelenata in seguito ad una violenza di Turpin, trama vendetta.

Sembra strizzare l'occhio al conte di Montecristo di Dumas il musical gotico e drammatico di Burton. Un'opera molto ambiziosa, un revenge movie dove ancora una volta il protagonista come gli anti-eroi burtoniani, non sono altro che personaggi fragili, spesso inadeguati, che non riescono mai a comunicare il loro stato d'animo se non attraverso dei gesti che spesso non vengono capiti.
Un film che si muove su poche location ma quelle che mostra del sempre presente Dante Ferretti sono vittoriane e oscure come se nascondessero orrori indicibili dietro ogni angolo della strada riuscendo al contempo a farlo diventare un thriller, un giallo, un horror passando per alcuni squarci del From Hell di Moore fino a citare senza velature Allan Poe e rendendo soprattutto la difficile gestione del musical in un palcoscenico macabro e funzionale, inquietante e profonda.
Sweeney Todd è pur sempre una fiaba gotica come ormai l'autore ci ha formati nel corso della sua importante filmografia, dove la vendetta finale si sposa con il lieto fine che tutti si aspettano.
Il film in assoluto con più sangue tra le sue opere, creando un'icona dell'insensatezza come protagonista, dove ancora una volta il discorso sulla pazzia e il concetto di normalità nella società lascia ampie riflessioni. E poi il protagonista Benjamin rappresenta il ritratto di un'anima disincantata che nasce dal buio, che torna all'oscurità, celando un incolmabile dolore espresso soltanto dai suoi straordinari occhi felini in cui è possibile scorgere, di tanto in tanto, un esile barlume riflesso dai suoi rasoi d'argento.


Matriarch


Titolo: Matriarch
Regia: Scott Vickers
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Una donna incinta e suo marito vengono accolti da un contadino e da sua moglie dopo che con la loro automobile hanno avuto un incidente nella remota campagna scozzese. Una volta all’interno, si rendono conto che la figlia dei loro benefattori è stata rapita e aveva fatto notizia sui giornali quando era scomparsa anni prima. Le cose cominciano a precipitare quando il contadino e sua moglie dicono alla coppia che vogliono prendersi il bambino una volta nato.

Matriarch poteva essere un indie delizioso giocandosela su diversi terreni come il fanatismo religioso, la famiglia-setta, i legami incestuosi, sfruttando suggestione, folk-horror e altro che di questi tempi sembrano tornati in auge per il pubblico mainstream ma che in realtà sono sempre rimasti. Invece, purtroppo, Matriarch diventa uno di quegli esempi su cosa non fare, dove non mostrare l'elemento x facendolo incontrare casualmente e in maniera scontata e palese con l'incognita y. Tanti errori, troppi, una scrittura in primis lacunosa che non cerca di prendersi sul serio sciorinando ogni elemento e senza mai dare enfasi, suspance o colpi di scena in una narrazione dove le incongruenze proliferano e dove i non sense la fanno da padrona, uno su tutti il marito che per tornare nella dimora dove è tenuta in ostaggio la moglie, minaccia due bifolchi della campagna rubando ad uno di essi i vestiti, lasciandolo legato nudo. Ecco queste scene per esempio ammazzano del tutto la tensione del film. E poi questa bambina di nuovo mostrata in modalità Sadako che appare e scompare come in altri mille film non si può più vedere..
Un reparto tecnico poi che nonostante il low budget poteva dare di più con una fotografia squallida e tutta incentrata sul bianco, cercando quasi inconsapevolmente di prendere in giro il film di Aster giocandolo tutto sulla luce del giorno.