Visualizzazione post con etichetta Horror. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Horror. Mostra tutti i post

lunedì 11 marzo 2019

It stainds at the sands red


Titolo: It stainds at the sands red
Regia: Colin Minihan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Molly si ritrova persa nel deserto con uno zombie che le dà la caccia. La situazione si complica quando la ragazza si rende conto che il suo persecutore non ha l'esigenza di fermarsi. Lui non si stanca mai.

Anni fa uscì un film di nome FIDO dove i non morti venivano usati dagli umani grazie a dei guinzagli come servi per fare lavori di manovalanza. Dall'altra parte una fonte di ispirazione per il film potrebbe essere stata data dal recente SWISS ARMY MAN per la tematica dell'amicizia umano- non morto.
Ad un tratto, nel primo film, avverrà una ribellione contro i perbenisti aristocratici. Qui succede una cosa analoga.
Il non morto segue la protagonista per tutta la durata del film lungo un deserto per mangiarla fino a che i due non diventeranno "amici". Sicuramente Minihan ha coraggio a raccontare una storia che seppur facente parte del genere horror, è articolato in maniera diversa, quasi un survivor movie, dove vediamo alcune simpatiche scenette tra Molly e il suo inseguitore per non farsi prendere e alcune svolte hanno un'ironia drammatica di fondo.
Un film da un certo lato furbo, perchè autoriale e indipendente, costato poco avendo il deserto come location e due attori e pressochè nessun dialogo a parte i monologhi della protagonista.
It stainds at the sands red, carino il gioco di parole, è sicuramente uno dei film zombie più originali degli ultimi tempi disponendo di una storia semplice quanto funzionale.
Riesce ad essere insieme divertente, a tratti drammatico e quasi patetico (contando che si empatizzerà molto con lo zombie) per un primo atto e un finale che rimangono i momenti migliori.

Gutterballs


Titolo: Gutterballs
Regia: Ryan Nicholson
Anno: 2008
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un brutale e sadico stupro porta ad una serie di omicidi bizzarri e altamente violenti durante una festa da ballo organizzata in una sala da bowling. Uno dopo l'altro, i giocatori delle due squadre muoiono per mano di un misterioso killer…

Se dovessimo fare una classifica di tutte le maschere più imbarazzanti negli slasher, il carnefice di Gutterballs si aggiudica la menzione speciale.
Il film canadese di Nicholson è un palese omaggio agli anni 80, uno splatter di serie b e infatti non differisce molto da centinaia di altre pellicole sul torture porn, trash & revenge e rape & revenge (giusto per non farsi mancare nulla). Inserisce come location il campo da bowling, quasi tutto il film è in interni, la trama è campata in aria, infilando la solita galleria di personaggi patetici ed esemplarmente idioti. Due squadre che si affrontano, qualche fanciulla degna di nota, un certo sessismo in particolare sui trans e per finire uno stupro lunghissimo, tantissimo sangue e alcuni dialoghi inconsistenti e sboccati.
Per il resto non c'è molto al di là del fatto di perdersi per strada in più momenti, la regia poteva regalare più pathos tra i personaggi al posto di inscenare troppi dialoghi resi pesanti da campi e contro campi macchinosi come un partita di ping pong.



Who's watching Oliver


Titolo: Who's watching Oliver
Regia: Richie Moore
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il solitario Oliver vaga di notte senza meta per le strade della città. Intrappolato in una vita umiliante e frustrante in cui riesce a reagire solo con la violenza, Oliver trova nella dolce ed ingenua Sophia un’ancora di salvezza. Con lei il triste e squilibrato killer cercherà di mantenere il controllo…

Who's watching Oliver è un altro malato film che mostra un protagonista vittima di disturbi mentali con un rapporto ossessivo compulsivo nei confronti della madre che lo guarda da uno schermo consumare rapporti e affettare ragazze per cui prova dei sentimenti.
Uno slasher splatter in parte con scene davvero esplicite nei nudi e nel sangue quando mostra sopratutto le scene di torture ai danni delle povere malcapitate.
Il fatto che la pellicola sia indipendente oltre ad essere l'esordio di Moore, di sicuro apporta alcuni piacevoli accessori al film e riesce a metterlo in scena con alcune suggestive e originali momenti, come il rapporto di Oliver con le coetanee, cogliendo i suoi stati emotivi interni quando prende le "pillole" sondando il rapporto con i problemi mentali generati dagli abusi commessi dai genitori e la loro conseguente connessione con la sfera emozionale con cui Oliver ha molta difficoltà oltre ad apparire in pubblico come un semi ritardato.
Moore riempie immagini di sangue e frattaglie, usa tanta camera a mano oltre che seguire minuziosamente il suo protagonista con tanti primi piani e mezzi busti, rendendo la fotografia sporca dando così ancora più un senso di marcio e sporcizia all'intera pellicola.
Il film purtroppo non riesce ad essere, nonostante gli sforzi originale ad andare oltre quello che ciclicamente mostra senza affossare la critica o sviluppare qualcosa che non sia solo mattanza.
L'incipit e la trama in generale sono troppo debitrici ad altri film o classici di genere.
Oliver è un incrocio tra Bateman e Bates già visto troppe volte al cinema così come l'idea di riprenderlo sempre nella sua maniacalità osservando sempre la sua routine quotidiana, che consiste nell’alzarsi la mattina, lavarsi, prepararsi, fare colazione, infine compiere un giro al mercato e al parco giochi locale prima di selezionare le vittime impasticcarle, legarle e poi ucciderle con l'eco della mamma che incita il figlio a far peggio di quanto può.


Chillerama


Titolo: Chillerama
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anche l’ultimo drive-in americano sta per chiudere i battenti. Durante la serata di chiusura, milioni di coppiette parcheggiano le loro numerose auto per assistere alla maratona cinematografica di pellicole dell’orrore talmente rare da non essere mai state proiettate. Ma se, improvvisamente, un pazzo riesumasse il corpo di una sposa cadavere e rimanesse infetto trasformandosi in zombie?

Con tutto il bene che gli voglio e per tutta la libertà e il coraggio di fregarsene altamente di tutto, Chillerama anche se mi sono divertito a vederlo, mi ha lasciato schierato tra i moderati soprattutto contando che tra i diversi episodi, nonostante il fil rouge, ci siano delle importantissime differenze.
Prima di tutto la standing ovation alla location. Il drive-in. Dimora incontrastata di Lansdale.
Poi c'è il virus e infine il trash e tante tette e cazzi che volano.
Detta così dovrebbe essere una sorta di droga per i fan di genere, una vera e propria antologia horror sulla scia di CREEPSHOW, e almeno così appariva prima di veder modificate alcune regole e godere da parte dei registi di una totale libertà che in alcuni casi è stata provvidenziale ma in altri ha siglato un totale imbarazzo.
L'omaggio ai b movie del secolo scorso può essere una possibilità enorme per cambiare le regole dei vecchi classici.
Il migliore in assoluto è il primo, quello girato dal regista del divertentissimo 2001 MANIACS remake di TWO THOUSAND MANIACS. In questo caso l'omaggio è riferito al sotto genere dei monster movie che arrivavano come missili dal Sol Levante.
Wadzilla infatti parla brevemente di un giovane che si sottopone ad una cura per incrementare la forza del proprio sperma che, ben presto, diventerà un mostro che mangia le persone.
"Lo sperma che uccide" è una log line simpatica per un corto divertente che al di là dello stile tecnico, assolutamente senza prendersi mai sul serio, esagera senza mezzi fini per arrivare al climax finale. Infine l'ultimo episodio Zom-b- movie, una parodia di tutti gli stereotipi dei film di zombie degli anni ’70 e ‘80 non esalta, ma strappa qualche risata.
Quelli che pur avendo delle idee godibili, a mio avviso, non hanno alzato la bandierina dell'ok sono stati I was a teenager werebear, orsi omosessuali sulla scia di GREASE, RAGAZZI PERDUTI e HAPPY DAYS e The diary of Anne Frankenstein dove Hitler è il dottor Frankenstein e la Cosa è un rabbino ebreo nerboruto che uccide tutti i nazisti.


mercoledì 20 febbraio 2019

House that Jack Built


Titolo: House that Jack Built
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2018
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Usa Anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli.

Sbaglio o Von Trier sta piano piano diminuendo il tasso di violenza presente nei suoi film.
Sembra un assurdo ma mi sembra proprio che le storie siano sempre più indirizzate sulla descrizione del microcosmo in cui vivono i personaggi e non invece il mondo esterno da cui è meglio stare alla larga. Allora è meglio costruirsi una sorta di tana, di caverna, di rifugio fatto con i corpi delle persone dove nascondersi e raggiungere l'Ade, il centro della terra, il paradiso che forse tutti venerano perchè dimostra di non essere poi così noioso.
Le opere di Lars Von Trier non lasciano scampo. Volente o no, sono esperienza che cambiano, che ti sconvolgono, che ti lasciano qualcosa prima di dilaniarti e poi quando hai smesso di vederle dopo giorni e giorni vengono a bussarti alla porta con l'espressione da pazzo furioso che solo un attore pazzo come Dillon può regalare in questo modo.
Un'opera che si prende i suoi tempi, racconta ciò che vuole come gli pare, non ha nessuna regola da seguire ma si sviluppa con l'umore variabile del suo indiscusso autore centrando il bersaglio.
In un'epoca sempre più promotrice del remake, della mancanza di originalità, dei film fatti per piacere agli stessi registi, per compiacere il pubblico, in anni dove l'estetica ha preso il posto della storia ovvero il cuore del film, abbiamo un Jack post contemporaneo che sfugge ad ogni sorta di decifrabilità per fare semplicemente ciò che gli pare seguendo un suo iter a tratti bizzarro.
I traumi sembrano essere il vaso di Pandora del regista da cui emerge sempre tutto e in quanto tali, bisogna soffermarsi inquadrarli, guardarli attentamente, dando nomi e cercando di analizzarli rimanendo però distanti per non farsi male.
Le opere dell'autore sono dei transfert psicoanalitici, in grado di generare dubbi e paure, di ampliare fenomeni complessi e ridicolizzare i buoni costumi o la morale di una società sempre più senza valori.
Lars Von Trier è uno dei registi più capaci, violenti e complessi della sua generazione. A parte qualche deviazione non sbaglia mai e la risposta è perchè ha molto da dire al di là di come venga recepito da pubblico e critica.
Dimenticavo l'addio di Bruno Ganz in questo film davvero fondamentale
Questo film è straordinario, rigoroso, essenziale, malato, ipnotico, celebrale, stralunato, folle, maniacale, ossessivo, perciò ancora una volta la risposta è: Sì.

You might be the killer


Titolo: You might be the killer
Regia: Brett Simmons
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il consigliere di un campo estivo, Sam (Kranz), deve fuggire da un killer mascherato che si aggira nel luogo in cui lavora. Invece di chiamare la polizia, chiama la sua amica Chuck (Hannigan), un’esperta di film slasher, per aiutarlo a sopravvivere alla notte. Sam e Chuck lavorano così fianco a fianco per riempire gradualmente le lacune per vedere come è arrivato al punto in cui si ritrova, solo per realizzare che, proprio come suggerisce il titolo del film, Sam stesso potrebbe essere il killer!

Vi ricordate CABAL il capolavoro letterario di Barker e girato poi dallo stesso Barker.
Beh al di là di essere un cult, il film ragionava molto sulla figura del serial killer e sull'importanza della maschera. In quel caso il villain era Cronemberg in un personaggio davvero caratterizzato molto bene. Per alcuni aspetti il bisogno e il voler indossare qualcosa che porterà a liberare una parte violenta e sadica, è uno dei perchè che l'ennesima baracconata di Simmons cerca di descrivere. Il suo è un cinema difficile da sopportare e digerire come i precedenti ANIMAL e HUSK due porcherie da cui prendere subito le distanze.
In questo caso cercando di fare una satira degli slasher movie anni 80, il film cercava in primis l'ironia che fallisce malamente. Tutto il resto ha senso quasi come la collega del protagonista che dall'inizio alla fine rimane con lui al telefono a spiegargli passo per passo dove si trova e cosa sta per succedere...tremendo

lunedì 11 febbraio 2019

A dark song


Titolo: A dark song
Regia: Liam Gavin
Anno: 2016
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Sophia ha affittato una casa in mezzo al niente. Ha anche pagato una cifra extra affinché nessuno le chieda nulla. La sua unica compagnia sarà quella di Michael Solomon, un occultista che deve aiutarla con un rituale lungo e faticoso a mettersi in contatto con il figlio. Il problema è che Sophia non è stata del tutto chiara con Michael.

Negli ultimi anni soprattutto in Europa i film che trattano la magia in una forma quasi sconosciuta, primitiva e senza fronzoli cominciano a non essere così pochi. I risultati sono altalenanti, diciamo che la maggior parte di coloro che non ricorrono agli effetti speciali o alla c.g riescono ad avere i risultati più interessanti e con delle storie articolate e complesse. Una risposta a questo fenomeno potrebbe essere anche quella per cui siamo stufi e annoiati di vedere storie anche interessanti messe in scena con il solito compito di intrattenere
A dark song è uno di questi. Forse è l'indie con il budget più scarno e al contempo un film che ha tutto nella rigorosità nella messa in scena, l'obbiettivo e gli intenti più nobili e complessi.
Un esordio difficile, anti commerciale, anti modaiolo e tutto sembra interessare a Gavin purchè piacere ai gusti del pubblico. Un'esamina molto più dottrinale e intellettuale che non un film denso di colpi di scena, momenti artificialmente privi di un contesto dove collocarli o jump scared inutili.
Qui si entra, con sacrifici e tanto dolore, dentro un limbo dove all'interno si dimentica o si rimette in gioco tutto quello che si è sempre stati convinti di sapere accettando di diventare strumento per il volere di un'altra persona dato che quel potere è stato conferito dalla medesima e per la medesima ragione.
Un luogo che pur essendo una casa, perde quasi subito la sua connotazione geografia per condurti fuori dal tempo in un luogo irriconoscibile dove è possibile perdersi, morire, risorgere, annegare dentro una vasca e infine trovarsi in mezzo alla luce.
Un horror intimista, implicito, perfettamente supportato da un duo di attori che si immerge dentro i personaggi trasmettendogli dolori, sofferenze, allucinazioni, stati d'animo che sembrano lasciar aperta ogni porta e incontrare di fatto qualsiasi realtà (magica, religiosa, divina).
Stregoni, gran cerimonieri, cerchi magici, "sesso magico", libri magici, demoni, angeli custodi, grimori, invocazioni, rituali. Il film parla di tutto questo senza però renderlo mai bistrattato e più di ogni cosa, senza mai palesare allo spettatore quasi nessuna di queste realtà.
Il film è criptico da questo punto di vista facendo una ricerca attenta e minuziosa sugli studi esoterici, citandoli ma senza mostrargli, sfuggendo a tutti gli stereotipi uno dei quali ci ritrae il personaggio di Solomon come un eremita isolato e semi alcolizzato che sembra uscire del tutto dalla visione che abbiamo degli stregoni. Ricorda su diverse scelte e nel non comunicarci mai veramente quali siano gli intenti profondi un altro bellissimo film come quella perla rara di KILL LIST da cui questo film attinge tanto soprattutto per quella che è la politica di un autore come Weathley.
E'un film dove il cerimoniere tratta argomenti profondi e inquietanti, che spesso mettono a nudo la purezza spirituale e l'anima del predestinato. Quando poi non si è davvero sinceri con quello che si vorrebbe andare a sondare, allora gli effetti perversi possono essere spaventosi.



Down-Into the dark


Titolo: Down-Into the dark
Regia: Daniel Stamm
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 5
Giudizio: 2/5

Un paio di persone rimangono chiuse in un ascensore dentro l'edificio di lavoro

L'idea di far funzionare un lungometraggio all'interno di un'unica location è stato già uno degli intenti in questa antologia horror per la Hulu.
New year, new you, il quarto episodio, era ambientato tutto in una villa con piscina, riuscendo solo in parte a rendersi accattivante e stimolante. Down è più complesso, i due protagonisti a differenza delle ragazze della festa di Capodanno non si conoscono, sono in un ascensore dove il senso claustrofobico aumenta vertiginosamente, è sono costretti a dividere uno spazio ristretto senza niente che possa aiutarli.
Non ci vorrà molto prima che inizi una lenta carneficina che gioca tutto in un rapporto sadico e perverso tra vittima e carnefice dove vengono "scambiati" spesso i ruoli, e soprattutto nel secondo atto si cerca quel colpo di scena che in casi come questi deve essere molto incisivo e in linea con quanto prima mostrato per non risultare invece l'elemento che rischia di deflagrare tutto l'impianto costruito fino a quel momento.
In parte è così. 90' in un unico spazio risulta ancora una sfida ambiziosa. Stamm cambia completamente le carte in tavola mostrando il contrario di tutto e lasciando soprattutto il personaggio di Guy a cercare di essere carnefice, stalker, e infine un succubo che non riesce a cogliere la natura complessa e stratificata di Jennifer.
Un finale piuttosto campato in aria, dove ancora una volta si cerca di valorizzare il fatto che non esista bene o male ma un profondo egoismo di fondo.


One cut of the dead


Titolo: One cut of the dead
Regia: Shinichiro Ueda
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Una troupe sta girando uno zombie film indipendente quando viene assalita da veri zombie, risvegliati dal regista invasato per avere un effetto cinematografico più "reale". E se fosse tutto un making of?

Sono rimasto colpito dall'entusiasmo con cui è stato premiato e ha avuto incassi da capogiro l'ennesimo film di zombie con una virata strategicamente furba ma in fondo nemmeno così interessante come ci si poteva aspettare.
In un'epoca bombardata dai social, dalle serie tv, da film commerciali creati con lo stampino per essere a tutti gli effetti gregari post contemporanei di un'altra fetta di cinema, faccio davvero difficoltà a capire perchè questo film sia diventato quasi un cult soprattutto in Oriente.
L'idea di scardinare un concetto fatto e finito nel cinema di genere non è poi un elemento così raro di questi tempi. Basta saper cercare nei punti giusti ma l'universo cinematografico è onnivoro è pieno di opere bizzarre, con delle sceneggiature semplicemente aperte a cercare di essere mischiate o variegate con ciò che già si aveva.
Nel film di Ueda la struttura e il ribaltamento degli atti, aiuta a sconvolgere la psiche dello spettatore, ma essendo una tecnica di montaggio, bisogna tener conto che più di ciò non è, lasciando lo stesso i dubbi e le perplessità e la noia, di vedere in fondo la stessa azione giocata su piani e ambienti diversi, ma esasperata come solo gli orientali (o meglio i giapponesi) sanno fare.
Ho trovato il film una mossa commerciale astuta come poteva esserlo ai tempi BLAIR WITCH PROJECT, ma non per questo bello, interessante o che mi abbia trasmesso qualcosa di "originale".
Siamo di nuovo in tempi dove il genere essendo inflazionato ha bisogno di migliorie che ne cambino di poco l'assetto o la forma ma lasciando medesimo il risultato.
Tantissimo fumo a questo giro per un indie costato 20.000 dollari di budget e che (finora) ne ha incassati 27 milioni solo in patria.

Goosebumps 2


Titolo: Goosebumps 2
Regia: Ari Sandel
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sonny e il suo amico Sam sono stati affidati alla sorveglianza della sorella maggiore di Sonny, Sarah, ma la eludono abilmente per dedicarsi al loro progetto extra scolastico: svuotare cantine e solai con il nome di "fratelli Cassonetto". Ed è proprio in una casa da svuotare che trovano un vecchio baule contenente un vecchio libro. Liberato dalla prigione, torna a materializzarsi così il malvagio pupazzo ventriloquo Slappy. Permaloso e vendicativo, animerà dei peggiori intenti tutte le creature esposte nei cortili e nelle case della città in occasione di Halloween, facendo passare a Sarah, Sonny e Sam la notte più avventurosa della loro vita.

Non che il primo fosse proprio un bel film, ma almeno dalla sua aveva il merito di non annoiare grazie all'utilizzo della formula, non mi fermo mai infarcendo il film di action, così almeno il pubblico non ha il tempo di sbadigliare.
Questo sequel sbaglia tutto quello si poteva. Struttura difettosa sin dalle prime immagini, dove l'intento non è chiaro. Il ritmo, ovvero i mostri, arrivano dopo la prima ora, a siglare un buco cosmico nella prima parte che ci mostra rapporti cretini tra teen ager.
Cerca di sfruttare alcuni elementi copiati alla serie dei Duffer, che non finirò mai di dire che in realtà è poca cosa, con il solo risultato di creare ancora più non sense. In più quando nel sequel vengono fatti risorgere i mostri del primo capitolo, vuol dire che quelli nuovi sono particolarmente noiosi o assenti.
Per finire mettiamoci un ragno gigante fatto coi palloncini e il cinese fastidioso di UNA NOTTE DA LEONI.
Il risultato? Lo schifo cosmico con Black nell'atto finale, palesemente assente o imbarazzato per cercare di continuare a dar vita ad un personaggio che sulla carta poteva essere sfruttato meglio.
Goosebumps non fa paura e non fa nemmeno ridere. Sembra uno di quei film con Dwayne Johnson creati appositamente per le famiglie e per portare cassa la notte di Halloween, continuando in questo modo a dimostarre di fare una tabula rasa in termini di idee o di cercare di approfondire qualsiasi cosa e prendendo ancora una volta in giro gli spettatori.


venerdì 8 febbraio 2019

Piercing


Titolo: Piercing
Regia: Nicolas Pesce
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Reed, marito e padre finge con la moglie una trasferta di lavoro ma in realtà si prepara meticolosamente a una serata sadomaso, che prevede di concludere con l'eliminazione fisica della prostituta con cui ha appuntamento, Jackie, già dotata di spiccate tendenze autolesioniste. Nella camera d'albergo in cui si incontrano, infatti, il programma non procede come previsioni.

Piercing è il classico film indie che quando cominci a vederlo pensi alle furbizie del regista, al fatto che la storia in fondo non è così enigmatica come sembra e poi arrivi alla fine in cui qualcosa non torna, ma nel frattempo quello che hai visto ti è piaciuto. 
E'un film strano, un'opera che cerca di provocare e ci riesce, spiazzandoti proprio dove credi di essere particolarmente ferrato.
Pesce è un regista che sa fare il suo mestiere, lo ha dimostrato con la sua opera prima, un horror atipico e con questo film dimostrando di saperci fare, è stato rapito dalle lobby che lo vogliono per il remake di THE GRUDGE.
Ok sperando di non essercelo perso, questo film tratto da un'opera del malatissimo Ryu Murakami, ha dalla sua dei cliffangher clamorosi anche se rischiano di diventare macchinosi per l'uso che il regista ne fa, ricorrendo spesso allo spiazzamento (quello che sta succedendo è davvero reale?)
La particolarità dei personaggi è come per VENERE IN PELLICCIA di mostrare piano piano ognuno il loro reale potenziale, destrutturando in un attimo quanto abbiamo appena visto.
Il primo atto diciamo che è semplicemente perfetto. Abbott con la sua mimica centra perfettamente il protagonista e lo rende vittima e carnefice in un gioco sadomaso intenso e ironico pur mostrando tagli e tanto sangue
Piercing è un gioiellino squisito, che spero venga assorbito come deve dai fan del cinema di genere e spero infine che Pesce, a parte questa entrata nell'olimpo della merda, riesca a rimanere coi piedi per terra.
E'vero che nel film le citazioni sono tante e importanti ma al di là di questo fattore, la storia c'è, non ha bisogno di fronzoli per renderla funzionale, ma invece approfitta del pervasivo e poderoso contributo del music supervisor Randall Poster omaggiando tanti film degli anni '70, dove il film di Argento fa da padrone.



Velvet Buzzsaw


Titolo: Velvet Buzzsaw
Regia: Dan Gilroy
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Morf Vandewalt è un critico d'arte tra i più temuti sulla scena delle gallerie californiane. Un giorno, quando ormai è convinto di non poter essere più sorpreso da nulla, si imbatte nei quadri di un artista sconosciuto, che la sua amica (e amante) Josephine, assistente della gallerista Rhodora, dice di aver trovato per caso abbandonati in strada. Si tratta di quadri bellissimi, ipnotici e originali, di cui Morf si innamora all'istante. Peccato che le cose non siano andate proprio come le ha raccontate Josephine: quei quadri appartengono a un artista morto, e per nessun motivo al mondo Rhodora li avrebbe dovuti mettere in commercio. Ma che senso ha l'arte, se nessuno la può vedere?

Film che criticano l'arte nel cinema ne abbiamo e non pochi anche se solo negli ultimi anni il cinema sembra aver scoperto questa nuova incursione.
Ci sono quelli più politici, quelli più fracassoni, quelli estetici fine a se stessi e quelli come il secondo film di Gilroy che cercano di essere tutto assieme: grotteschi, ironici, violenti, politici, dal momento che aderiscono perfettamente al cinema di genere.
Il risultato per tutti questi fattori sembra volersi sintetizzare grosso modo in una log line: gli artisti tra i loro tic e paradossi pur di vendere ricorrono a tutto e in quanto tali e ora che qualcuno faccia loro qualcosa. Quindi senza troppi preamboli Vetril Dease diventa il deus ex machina facendo sì che proprio questo egocentrismo e questa avidità porta per forza alla paranoia e al gioco al massacro.
E chi meglio delle stesse opere d'arte?
Strano, per certi aspetti confuso, non torna tutto in questo film. Eppure è assemblato bene, cambia completamente lo scenario come le opere dell'artista morto e maledetto che colpirà con la sua vendetta tutte le iene pronte a cibarsi dei suoi resti.
Con un buon cast, Gyllenhall gli voglio un mare di bene ma bisogna sapergli mettere dei paletti altrimenti esce fuori, riesce comunque a dare quel senso di squallido, immorale, libertino, elegante e sbruffone come la materia richiedeva soprattutto per inquadrare quell'elite borghese e annoiata.
Dal punto di vista tecnico Gilroy infarcisce tutto come deve, rendendolo hi tech e minimal ma allo stesso tempo rendendo molto suggestivo il set up della scena artistica californiana.




Settima musa


Titolo: Settima musa
Regia: Jaume Balaguero
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Trinity College, Dublino. Il professor Samuel Solomon chiede ai suoi studenti una proposta alternativa poetica all'inferno di Dante, di cui sono stati letti dei brani in aula. Il professore è molto popolare tra gli studenti e ha anche una relazione segreta con una delle sue studentesse, Beatriz. La ragazza però soffre la clandestinità della relazione e si fa promettere da Solomon che lui l'amerà per sempre. Ottenuta la promessa, Beatriz va in bagno e si taglia le vene, suicidandosi. Un anno dopo, Solomon è ancora devastato da quanto è successo. Racconta alla collega Susan Gilard - l'unica che gli dimostra simpatia e comprensione - lo strano e terrificante incubo che ha da circa tre settimane. Solomon è convinto che l'incubo non abbia niente a che fare con il lutto che l'ha colpito. Susan è più dubbiosa.

Spendere menzioni particolari su Balaguero è inutile.
Attualmente non mi stancherò mai di dire che è uno dei maggiori registi europei horror contemporanei.
La settima musa sembra essere quella possibilità che seppur mi è piaciuto, ho trovato difettosa nella politica di intenti del regista. Un film con un plot molto bello che purtroppo sembra una versione mediocre di un libro di Dan Brown. Mi rammarico molto di ciò, ma il film che ha tanti aspetti travolgenti e funzionali, sembra da un lato distante rispetto all'occhio del regista, come se ci fosse entrato per metà e l'altra sia rimasta in un limbo ad osservare le muse predatrici che divoravano lentamente la sua opera.
Torniamo alle radici, ai rituali antichi, ad una parte di paganesimo mai riconosciuto, allo sposare aspetti folkloristici con una mitologia poco conosciuta che negli ultimi anni sta tornando in auge.
Unire le muse, darne sette esempi diversi di come la Grande Madre sembra vedere e sapere ogni cosa. Un film che parte con un bell'incidente scatenante, supportato da una fotografia e una soundtrack emozionante.
I dettagli sono importanti così come la narrazione che viene sviluppata in maniera lenta e adeguata portando lo spettatore quasi inconsciamente di fronte ad un uovo sacro e infine nella discesa agli inferi. Consistenti astrazioni filosofiche e letterarie servono a creare dubbi e a dare enfasi ad una trama molto articolata, per fortuna riesce ad essere quasi sempre chiara, pur avendo dei colpi di scena o degli sviluppi a volte piuttosto scontati.
Lasciando alcune porte aperte, come è giusto che questo genere alle volte faccia, per non dover raccontarci tutto, Balaguero dimostra come non abbia perso assolutamente il talento, la passione e il desiderio di narrare storie originali, qui che chiamano in cattedra diversi topoi narrativi e letterari, riuscendo però a far coincidere quasi tutto e dando un fascino alla storia e a queste muse che raggiungono i punti più alti proprio quando non si ricorre al sangue, alla tortura o alla violenza.

Terrifier


Titolo: Terrifier
Regia: Damien Leone
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il sadico Art the Clown non è morto. Gira ancora per le strade deserte di Miles County con il suo vestito da pagliaccio e il suo trucco inquietante, portandosi sulle spalle un grosso sacco nero della spazzatura pieno di chissà cosa. Ogni notte di Halloween si diverte come un matto a massacrare chi incontra per strada. Questa volta è il turno di due amiche appena uscite da una festa che si ritroveranno chiuse con Art the Clown in un vecchio edificio abbandonato.

Terrifier adempie al suo scopo. Uno slasher con tanto sangue, per fortuna pochi dialoghi, e una buona messa in scena senza fronzoli o accessori particolari.
Un clown che gira squartando tutti perchè non sa come passare il tempo.
Diciamo che Leone è da tempo che insegue questo personaggio facendolo vivere all'interno di corti , poi lunghi e infine quest'ultimo, decisamente il migliore, dal momento che il film come la trama avanza senza nessuna pretesa con il risultato di non richiedere nessuno sforzo mentale allo spettatore se non quello di seguire un pagliaccio che squarta tutto e tutti.
Il trucco del film è quello di vedere brutalizzare tutte le vittime ad opera del clown assassino dandogli quell'atmosfera vintage come un film anni'80 con la solita fotografia satura e patinata tutta tendente ai colori scuri con abbondanza di nero e rosso.
Un film che ha il solo compito di intrattenere, senza guizzi di sceneggiatura o particolari colpi di scena. Il climax finale seppur telefonato risulta funzionale come tutta una serie di efferatezze estreme molto succulente per gli amanti del genere.




Wolf Creek


Titolo: Wolf Creek
Regia: Peter Gawler
Anno: 2016
Paese: Australia
Stagione: 1
Episodi: 6
Giudizio: 2/5

Eve una turista diciannovenne americana è braccata dal serial killer Mick Taylor, e dopo essere sopravvissuta ad un primo attacco inizia una missione per vendicarsi.

Penso che non fosse necessario fare anche una mini serie di un dittico di slasher importanti come lo sono stati Wolf Creek. Di per sè non aggiungevano nulla al sotto genere, ma erano funzionali per mostrare i redneck nel loro territorio dediti all'anarchia più assoluta.
In parte lo spirito dei film di McLean qui viene ripreso e il messaggio sembra ribadire proprio quello. Redneck che escono dalle loro tane nell'outback arrabbiati uccidendo i turisti per il solo piacere di ucciderli. Fin qui niente di nuovo. La coppia di registi impelagati per questa serie non sembra aver avuto le idee così chiare. Il tema della mini serie sarebbe stato ottimo per un massimo 3 episodi.
La serie invece è eterna, ha un ritmo che ti sfianca peggio del sole australiano. La protagonista credo riesca a fare al massimo due espressioni e il poliziotto buono mi spiace ma era meglio quando faceva il tamarro Gannicus.
Mi ha lasciato davvero spiazzato. In alcuni casi credo che l'improvvisazione abbia preso il sopravvento. Ci sono corse per deserti inutili, momenti ripetuti in maniera indegna, personaggi assolutamente senza polso o carattere che fanno brevi comparsate in una nuvola di fumo.
Anche il villain Mick Taylor, che riesce per fortuna a fare la differenza, essendo divenuto famoso se non altro per essere la nemesi del male di Mr. Crocodile Dundee, dopo qualche episodio viene caratterizzato male senza dargli il giusto peso. Tanti elementi non tornano. L'idea è che sia stata fatta in fretta e furia per cercare di ottenere lo stesso successo dei due capitoli, del primo in particolare.
L'unico spunto ma nemmeno così interessante riguarda il passato di Mick Taylor, mai veramente preso in esame, in cui con un flashback ci viene svelato l’episodio shock che ha trasformato un ragazzino normale in uno psicopatico assassino. Nulla di originale ma almeno poteva dare qualche chance maggiore allo sviluppo.

mercoledì 6 febbraio 2019

Nomads


Titolo: Nomads
Regia: John McTiernan
Anno: 1986
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La dottoressa Eileen Flax si vede recapitare al pronto soccorso un uomo in preda a un delirio psicologico, che spira subito dopo averle trasmesso un messaggio incomprensibile. La donna realizza di avere i ricordi dello sconosciuto nella mente e scopre che questi era un antropologo francese, da poco trasferitosi a Los Angeles, perseguitato da una gang di teppisti che, in realtà, si riveleranno incarnazioni di spiriti maligni.

Nomads è uno dei quei film che mi hanno fatto innamorare ancora di più dell'horror.
I perchè sono diversi. Il suo taglio antropologico unito allo stile di ripresa ansioso e indagatore che rimanda a Weir, i richiami lovecraftiani qui piuttosto evidenti, il taglio soprannaturale che chiama in causa degli spiriti malevoli e infine l'elemento che sta alla base di tutto questo, ovvero un livello di realtà differente dal nostro, che si muove appena sotto la superficie delle cose, destinato a influenzare completamente la nostra percezione del mondo, sempre che siamo così fortunati da sopravvivere alla scoperta, dal momento che come diceva lo scrittore di Providence, l'atto del conoscere diventa sempre una sentenza definitiva di morte.
L'elemento che invece meno mi aveva convinto e che rimane per me macchinoso e non una tecnica che amo nel cinema, è quella per cui lo spettatore percepisce la storia di Pommier dal punto di vista di Eileen, dal momento che il professore prima di morire le ha passato la capacità di rivivere i suoi ricordi come una sorta di transfert.
A parte questo, ci troviamo di fronte ad un mezzo cult, per nulla inflazionato dagli anni, che rimane un prodotto capace di unire intrattenimento e tante idee e stimoli interessanti per andare ad indagare il fenomeno inuat e il suo adattarsi al mondo e alla post-contemporaneità.


Ghoul


Titolo: Ghoul
Regia: Patrick Graham
Anno: 2018
Paese: India
Stagione: 1
Episodi: 3
Giudizio: 3/5

In una remota prigione militare arriva un nuovo detenuto che il governo ritiene molto pericoloso: è il temuto terrorista Ali Saeed Al Yacoub. Per condurre il suo interrogatorio viene inviata sul posto una donna soldato, Nida Rahim, che ha dimostrato in precedenza abilità e senso del dovere al di fuori della norma, tanto da aiutare le autorità ad arrestare il proprio padre. La giovane agente, però, si renderà conto che il criminale nasconde delle abilità soprannaturali di matrice demoniaca che gli consentono di conoscere i segreti più intimi di tutti i militari nel carcere e di utilizzarli contro di loro. Il terrorista prenderà il controllo dell'intero carcere, ma Nida riuscirà ad affrontare questa nuova missione?

Le mini serie quando hanno temi accattivanti sono le benvenute a dispetto di serie infinite con ad esempio 20 episodi a stagione.
Il tempo è importante. Ghoul si trova tra Netflix e Blumhouse (che stimo sempre di più per il loro coraggio). Il risultato è un prodotto d'intrattenimento interessante sotto certi aspetti, che cattura un taglio internazionale pur essendo un prodotto indiano, una cinematografia, che tolta Bollywood da noi non è ancora molto conosciuta quando invece dovrebbe vista l'enorme capacità di avvicinarsi e indagare il noir, il poliziesco e l'horror.
In questo caso ci sono diversi aspetti che decretano un significativo passo avanti per le produzioni e per cercare di sfruttare il tema della possessione, che andrà sempre di moda, e mischiarlo con un futuro distopico ( che poteva anche non esserci dal momento che risulta slegato in parte dalla vicenda), una scenografia quasi interamente in una prigione e il folklore locale legato alla storia dei demoni Ghoul o Jiin onnipresente anche in Medio Oriente.
Diciamo pure che Graham aspetta un po prima di concedere azione e ritmo in abbondanza.
Il primo episodio parte in sordina facendo incetta di particolari, alcuni utili, altri trascurabili per andare subito a raccontare i personaggi e la piramide sociale presente nella prigione, con tutte le regole e i ruoli che la donna piano piano comincia a ricoprire. In questo caso anche il tema del terrorismo per quanto ultimamente risulti abbastanza abusato è funzionale, come scusa per lo stato ad usare qualsiasi mezzo contro i prigionieri o presunti complici, facendo soprattutto leva sui parenti e sulle minacce.
L'aspetto su cui ruota meglio la vicenda legata proprio alla caratterizzazione della protagonista, una poliziotta cazzuta che pur di aiutare la giustizia arriva a denunciare il proprio padre.
Ci sono diverse sotto storie, alcune delle quali ho trovato macchinose o abbastanza inutili al ritmo della vicenda, che quando parte, sa sicuramente avere un ottimo ritmo, senza mai essere pretenziosa, cercando invece di restare incatenato alle sue radici.
Sinceramente mi aspettavo qualche jump scared maggiore, contando che dalla metà del secondo episodio è quello l'obbiettivo del regista.
La mattanza avviene con alcuni twist finali abbastanza telefonati a parte l'epilogo che ho trovato interessante, crudo e spietato nella sua logica perversa a danno di un'altra logica legata alla corruzione e all'abuso di potere del governo indiano.


Devil's Reject


Titolo: Devil's Reject
Regia: Rob Zombie
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Assediati dai poliziotti nella loro fattoria, i Firefly accettano lo scontro a fuoco. La madre viene arrestata, mentre Otis e Baby riescono a scappare. I due, raggiunti da Captain Spaulding, cercano di fuggire dalla morsa dello sceriffo Wydell, che, nel frattempo, ha ingaggiato anche due brutali tagliagole.

A dimostrazione che Zombie è uno dei registi horror più interessanti e prolifici, capace di destreggiarsi abilmente tra i generi, come la pellicola in questione, una delle sue perle, sequel di un filmetto che si presta ad essere soltanto citazionista.
Devil's Reject è un western che parla di bifolchi, potere, corruzione e violenza.
Figlio di quella contaminazione estetica e musicale che riesce ad aggirare lo spettro della copiatura o del già visto per tessere ragnatele che portano il suo stile ormai pienamente riconoscibile.
L'America di Zombie è il male assoluto, costellato di personaggi di cui è difficile empatizzare non essendoci spaccature tra buoni e cattivi, mettendo sullo stesso piano e come nel caso dei protagonisti creando alleanze tra figlie e padri, rifiutando la morale dell'autorità, qui sotto il cappello di uno sceriffo spietato impossibile da dimenticare, forse uno dei villain più interessanti del cinema horror.
Con una colonna sonora in grado di creare l'effetto lacrimuccia (a questo giro si supera per immensità dei brani scelti) ci troviamo di fronte ad un film che andrebbe visto e rivisto più volte per quanto indaghi appieno l'animo umano in tutta la sua ferocia e bisogno di vendetta.
Il secondo film del regista è uno degli horror più disturbanti, esagerato in senso ampio del termine, funzionale a far salire quel senso di rabbia e stupore per come prenderanno vita gli eventi, di cui nessuno può portare a niente di buono. Nel cinema di Zombie sono sempre tutti condannati, non essendoci quasi mai, e in questo caso ancora di più, buoni e cattivi assoluti.



Flesh & Blood-Into the dark


Titolo: Flesh & Blood-Into the dark
Regia: Patrick Lussier
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 2
Giudizio: 2/5

Un’adolescente affetta da agorafobia, non ha mai lasciato la casa dopo l’omicidio di sua madre, che rimane irrisolto. Mentre è sotto la cura del suo adorabile padre alla vigilia del Ringraziamento, Kimberly inizia a sospettare di essere in pericolo e che sono sempre le persone che ami a ferirti di più

Dopo Halloween, stavolta si affonda la lama sulla ricorrenza all-american del Thanksgiving Day, anche se qui l'elemento viene praticamente ignorato.
Questa nuova saga horror, dopo il primo simpatico episodio, non riesce purtroppo, causa uno script troppo inflazionato, ad avere il giusto ritmo per tutti i suoi ottanta minuti.
Lussier anche se finisce spesso su sentieri sbagliati, aveva diretto il divertente DRIVE ANGRY, film odiato da tutti, riuscendo in quel caso a dimostrare di saper far funzionare due attori come Cage e la Heard. Qui per assurdo l'unica cosa che funzionano sono gli attori, ma i colpi di scena vengono praticamente intuiti durante il primo atto e il climax finale è ridicolo.
Purtroppo mancano tutti quegli strumenti legati all'inventiva e alla gestione della suspance che a parte il cast, Lussier prende una strada da cui non è possibile imboccare una deviazione, proseguendo in un continuo aprirsi e chiudersi dell’ipotesi principale, finendo per arrivare alla più ovvia delle conclusioni, senza aver mai veramente instillato il dubbio.

New Year, new you-Into the dark


Titolo: New Year, new you-Into the dark
Regia: Sophia Takal
Anno: 2019
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 4
Giudizio: 2/5

Nell’era della mania della “cura di sé”, un gruppo di amici millennials si riunisce per la riunione notturna delle ragazze a Capodanno per ricollegarsi e reminiscenza. Ma mentre iniziano a ripassare vecchi ricordi e rivisitare un vecchio gioco “Never, Have I Ever”, riemergono lagnanze e segreti che stanno nascondendo in modo nefasto e sorprendente.

Al di là di qualche twist finale, il quarto episodio della saga Into the dark, di nuovo si abbassa di livello, contando che l'episodio in questione, in 80 minuti, fatica decisamente a decollare.
Quando lo fa, oltre il secondo atto, la situazione è abbastanza chiara e palese.
Il tema della vendetta reciproca non è originale, sfruttare le app e i social per i millenials invece sì, elemento che Takal non sempre però riesce a seguire in maniera astuta, attingendo così da problemi reali alcuni buoni colpi di scena.
La carneficina arriva solo nell'ultimo atto, spostando la dicotomia vittima/carnefice, e lasciando così lo spettatore, che non empatizza con nessuno dei quattro personaggi, ad assistere a questo tira e molla purtroppo già visto.
C'è da dire che anche il cast non aiuta molto a parte la high-school friend Danielle che pur di avere like e conferme chiede alle amiche di rivelare ai suoi follower i loro segreti nascosti in modo da ottenere in questo modo ancora più visualizzazioni e popolarità.
A mio avviso se la scrittura si fosse concentrata maggiormente su questi tumori sociali che rischiano di creare importante ferite nei rapporti sociali e sulla percezione dell'identità, avrebbe giovato.
In più il fatto che sia tutto in un'unica location senza azione se non nel finale diventa davvero lento e noioso.