Visualizzazione post con etichetta Horror. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Horror. Mostra tutti i post

martedì 30 aprile 2019

Mientras duermes


Titolo: Mientras duermes
Regia: Jaume Balaguero
Anno: 2011
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Senza nessuno scopo nella vita e geneticamente incapace di essere felice, César prova piacere a far soffrire le persone che lo circondano. Nel palazzo di Barcellona in cui lavora come portiere appronta un gioco al massacro psicologico che ha come oggetto principale Clara, una giovane il cui atteggiamento gioioso verso la vita lo inorridisce, e come obiettivo quello di cancellarle per sempre il sorriso dalla faccia. Ogni sera, penetra nell'appartamento della donna e, dopo essersi assicurato una maggiore profondità del suo sonno col cloroformio, mette in atto il più spietato dei piani.

Quando si parla di regole del thriller, del giallo e di come dipanare la suspance per tutta la durata di un film non si può non pensare ad un outsider spagnolo come Balaguero.
Il suo cinema non ha bisogno di presentazioni e il curriculum dell'artista è costellato di film di riferimento per gli amanti del genere.
Mientras Duermes ha una storia molto malata che presenta però dei diktat squisiti come quello di usare un contesto reale esasperandolo al massimo (caratteristica ormai sempre più singolare anche se molto usata dagli spagnoli come Alex De La Iglesia) sfruttare al massimo il potenziale espressivo di un attore malleabile come Luis Tosar e trattare tematiche come la scelta tra bene e male, la fallibilità della giustizia e quell'impossibilità alla felicità che sta diventando un leitmotiv sempre più contemporaneo non solo nel cinema.
I riferimenti al giallo hitchcockiano con Cesar che parla con la madre malata come in parte Norman Bates faceva con l'altra "madre" servono solo ad aumentare la pluralità di riferimenti che il film non dimentica di citare sottotesto ma da cui prende le distanze dimostrando un ottimo lavoro di script per una sceneggiatura originale. La location straordinariamente riesce ad essere una sola (un condominio-microscosmo quasi a tenuta stagna) e spalmando così una galleria di personaggi che dimostra ancora una volta come Jaume ne abbia per tutti senza risparmiare nessuno (la bambina e quello che le succederà è davvero inquietante) ma mai come il dramma e l'agonia ai danni della bellissima Clara trovandoci forse per la prima volta a indagare così la sfera privata di ognuno durante l'oblio del sonno.
Vogliamo poi parlare di uno dei finali più belli, tragici, grotteschi e perfidi oltre che suisitamente malati.


domenica 28 aprile 2019

Schramm


Titolo: Schramm
Regia: Jorg Buttgereit
Anno: 1993
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Lothar Schramm sta imbiancando le mura del suo appartamento imbrattate di sangue per un omicidio appena compiuto, ma la scala sulla quale è salito cede e lo fa cadere. Prima di esalare l’ultimo respiro rivivremo con lui gli ultimi avvenimenti della sua vita malata e tormentata.

Schramm rappresenta per il gore un certo traguardo (detta così sembra un paradosso).
Nelle cerchie dei film malati o esageratamente estremi, che trasudano sofferenza e di una violenza inaudita, il film dell'artista tedesco tocca dei vertici a cui film di genere di questo tipo non sono mai arrivati. Slacciandosi dalla sola equazione per cui il gore significa solo torture, splatter e slasher, qui si compie a mio avviso in alcuni momenti un mezzo miracolo parlando anche di sentimenti e descrivendo una mente deviata un po come succedeva per Bad Boy Bubby e White Lightnin anche se in modi completamente diversi dove anche qui in comune c'è quel rinchiudersi nella follia pura.
Questo viaggio nella psiche criminale e deviata porta Buttgereit a esplorare ancor più le paure e le fobie di Lothar in un disagio angosciante e universale, inquadrato senza fronzoli e tecniche particolari ma rimanendo fissi con la camera e svuotando ogni forma di intrattenimento.
La scena in cui vede una vagina che lo tormenta e lo angoscia, nella sua malattia e nella sua messa in scena è profetica per mostrare quanto questo individuo voglia e tema allo stesso tempo l'amore e la donna potendo rifugiarsi solo in una masturbazione ossessiva e compulsiva.
Senza contare poi il suo complesso rapporto con una prostituta che vive vicino a lui che vorrebbe aiutare ma non sa in che modo, mostrando l'evidente limite e risultando patetico e allo steso tempo inquietante prima di arrivare al climax finale che non potrà che richiedere un tasso di violenza e sangue esagerato.


Der Todesking


Titolo: Der Todesking
Regia: Jorg Buttgereit
Anno: 1990
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Sette splendidi episodi che come filo conduttore hanno la morte:
1)La rappresentazione della vita di un uomo che conduce la sua esistenza nella totale banalità (lavoro,casa,faccende casalinghe...) ma si rende conto di trovarsi in una bolla di vetro, intrappolato, proprio come il suo pesce rosso, così renderà tremendamente e fatalmente simile il suo tipo di vita con quello del suo animale domestico
2)La visione di un film nazista (con tanto di shockante amputazione di pene ebreo!) distorce la mente di un giovane ragazzo, così quando torna la sua donna lui la uccide a sangue freddo incorniciando di materia cerebrale il muro
3)Sotto una pioggia scrosciante un uomo depresso, si sfoga di fronte ad una donna. Ella ,per commiserazione, decide di sparagli ma siccome non aveva caricato il colpo in canna fa cilecca. Lui prende la pistola e fa partire il colpo
4)Varie inquadrature e carrellate ci mostrano la struttura di un ponte, dove in ogni sequenza compaiono i nomi delle persone tuffatesi nel baratro
5)Una donna e la sua solitudine: dalla finestra riesce a vedere una felice giovane coppia che si scambia sorrisi e carezze,nella donna cresce una forte forma d'invidia e cosi' decide di tramortirli placando la visione di felicità che la tormentava nelle sue insulse giornate
6)Un ragazzo escogita una attrezzatura da ripresa per registrare in pellicola un concerto rock, quando entra nel locale(guardando sotto l'ottica soggettiva del protagonista) inizia a sparare all'impazzata sulla band e sul pubblico,poi , terminata la soggettiva, scopriamo che era il ragazzo del secondo episodio, quello influenzato dal film nazi;
7)Un forte mal di testa che stringe la sua terribile morsa sulle tempie indifese di un ragazzo. Il dolore ondeggia spinoso dentro la sua calotta cranica,lui deve placare tale martirio dando violente testate sul muro...forte...sempre più forte....

Esiste l'avanguardia nell'horror o meglio nella sub cultura del gore? Buttgereit a differenza di altri autori che in quegli anni sperimentavano questa forma di cinema, si è ritagliato una politica completamente diversa, dove l'horror rappresenta la punta più in alto dove al suo interno c'è così tanto materiale che il regista tedesco omaggia e mostra con incredibile destrezza, una visione nichilista dove la morte è liberazione da una vita insulsa e banale che non ha scopi e obbiettivi.
I personaggi dei suoi film riflettono molto questa condizione senza provare nemmeno a fare quel salto se non come nel capitolo 4 mostrandoci proprio il suicidio come scelta razionale e liberazione totale. Il fil rouge di tutto il film a episodi è proprio il corpo femminile che si sacrifica e si decompone. Un Cristo femminile inerte che si decompone agganciandosi così a tutto il sotto genere del body horror che negli anni 2000 ha avuto di nuovo un discreto successo con film ambiziosi e complessi e anch'essi d'avanguardia come Thanatomorphose

Nel suo essere brutale e a tratti eccessivo, Der Todesking alla fine si scopre agli occhi di una bambina (inquadratura conclusiva del film) strappando un candido sorriso, perchè nell'ottica fanciullesca tutto può sembrare magico e divertente come uno scheletro decomposto.




sabato 20 aprile 2019

Father's day


Titolo: Father's day
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ahab è ossessionato dalla vendetta, violenta, brutale e indomabile vendetta nei confronti dell'uomo che ha ucciso suo padre. A dargli una mano arriva John, un prete e Twink. Insieme partono per un'epica avventura per trovare questo mostro, Chris Funchman, noto anche come il Killer della Festa del Papà.

Gillespie. Ricordatevi questo nome. Per me era stato già in passato un talento e una sicurezza.
Poi sono arrivate tante cose un po della Troma e altri horror indipendenti notevoli per arrivare poi al top Void, uno degli horror migliori degli ultimi dieci anni.
Si fa tanto il nome di Adam Brook ma il suo contributo rispetto a quello del collega non vale il paragone.
Father's day è tanto Troma, è tanto trash, weird, grottesco, volgare, fratelli che scopano le sorelle e altri elementi che i fan di un certo tipo di cinema ma soprattutto di genere apprezzeranno.
Si ride tantissimo e di gusto. Astron-6, lo scrittore e regista di Father's Day , è in realtà un nome composito di cinque diversi ragazzi, che probabilmente sono cresciuti affittando quei nastri Troma, e sembra che abbiano cercato di assimilare ogni ispirazione che hanno mai avuto da loro in un film.
Qui si parte da un trauma, dal famigerato serial killer Chris Fuchman (sì, pronunciato "Fuck-Man"), che ha ucciso padri per qualcosa come trent'anni nei modi più efferati possibili (alcuni omicidi citano il nostro cinema neo gotico italiano) con un mascherone di gomma tremendo e tutta una serie di accessori che forse non vedrete in nessun altro film.
Father's Day fagocita tutto, motrando senza pudore e senza remore tutto quello che la censura vorrebbe toglierci ma che invece per gli autori della Troma sono diventati il leitmotiv del loro modo di fare cinema. La festa del papà ha l'unico scopo di intrattenere con rimandi a tanto cinema e citazioni (Ahab è la variante scemotta di Plissken) alcune delle quali davvero disgustose.



Vampires


Titolo: Vampires
Regia: John Carpenter
Anno: 1998
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Anche all'alba del terzo millennio, i vampiri continuano a sorgere dal fango delle loro tombe a caccia di preda umana. Solo pochi uomini sono in grado di affrontarli e Jack Crow è uno di questi, a capo di un gruppo chiamato Team Crow. In una fattoria Jack e l'amico Tony affrontano e distruggono un nido di vampiri, riducendoli in cenere con i raggi del sole. Ma la vittoria non può essere festeggiata, perché è mancato l'obiettivo più arduo, quello di uccidere il signore dei vampiri, il terribile Valek che ora promette una vendetta selvaggia.

Vampires non è tra i miei film preferiti di Carpenter nonostante sia sempre stato un fan dei signori della notte. In questo caso ho preferito il romanzo da cui è tratto.
L'elemento più interessante del film è sicuramente la location: l'arido deserto americano.
Così facendo l'autore trasporta la vicenda su terreni western on the road, sparatorie a gogò, i vampiri secondo il loro codice di regole (le croci non servono) e in un paio di scene di mattanza dove a farla da padrone è la strage ai danni dei cacciatori da parte del capo Jan Valek.
Vampires è decisamente più moderno, si slaccia completamente dalle atmosfere solite alla Dracula e altri, sceglie dialoghi sboccati e produce azione a tonnellate come qualche anno fa aveva fatto ancora meglio Rodriguez con DAL TRAMONTO ALL'ALBA.
E'un film dichiaratamente laico dove i preti forse non sono mai stati così malmenati come in questo film (viene pestato da Jack Crow almeno due volte), omaggia i generi, e il pessimismo sotto l'ironia sboccata e senza far mancare il legame tra vampiri e fede come a ribadire ancora una volta che i servi della chiesa servono anche altri padroni.
Nonostante sia stato ripudiato un po da tutti e annoverato tra i peggiori film di vampiri, mi sento onestamente di difenderlo a spada tratta (come tutte le opere di Carpenter) per tantissimi motivi alcuni dei quali sono riconducibili al coraggio di aver messo così tanti elementi e rimandi in questo film da farlo diventare tante cose messe assieme e tenute collegate da un'amore per il cinema assoluto volendo ridare ai vampiri i fasti che spettano senza farli sembrare dei dandy effeminati.



giovedì 18 aprile 2019

Hellboy


Titolo: Hellboy
Regia: Neil Marschall
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Giunto sulla Terra ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti prossimi alla sconfitta si sono rivolti al mago Rasputin per evocare forze infernali, Hellboy è destinato a portare la fine del mondo. Non la pensa però così il suo padre adottivo, il Professor Broom, che l'ha educato per fare di lui il principale agente del BPRD, l'organizzazione di ricerca e difesa contro le minacce soprannaturali. Eppure i presagi si accumulano e la potentissima strega Nimue, tradita da Re Artù secoli fa e ora assetata di vendetta, è prossima a tornare e per fare di Hellboy il proprio Re e regnare su un mondo invaso dai demoni.

Per Hellboy non vale provare a fare un'analisi. Conviene piuttosto dire cosa è piaciuto e cosa no.
Punti negativi: la storia di una banalità sconcertante, Re Artù e Mago Merlino in versione Transformer, i dialoghi e lo sviluppo del villain, i dialoghi in generale, la storia padre figlio e i flash back. Il cinese di Lost che continua ad avere un'espressione in tutto il film. Troppa musica.
Punti positivi: il look di Hellboy (quando prende Excalibur e diventa il signore degli inferi finalmente ci siamo), i mostri (il cinghiale), l'attacco dei mostri sul pianeta terra, la violenza e lo splatter in generale, la baba jaga e la scena in cui vediamo i cadaveri dei bambini, la Jovovich che man mano che il tempo passa si conferma una delle tope numero uno di Hollywood.
I reboot sono sempre una sfida dividendo fan e critica. Del Toro era marcatamente più fantasy e il sangue era centellinato. Ora Marschall per chi lo conosce è uno che non fa sconti.
E'abituato a maneggiare l'horror ma gestisce bene un po tutto quello che gli viene dato.
Ho letto che a livello produttivo ci sono state difficoltà importanti che hanno portato a litigi e scontri in cui si è arrivati anche alle mani. Praticamente i produttori hanno avuto molta più libertà decidendo laddove il regista avrebbe dovuto avere l'ultima parola.
Nell'insieme e soprattutto nel reparto scrittura (il peggiore del film) è palese con un risultato per niente appagante e con la nota dolente che tutto il processo sia stato concepito come una sorta di farsa ridicolizzando l'horror e il sovrannaturale. In realtà ci può anche stare ma qui i wtf superano gli aspetti ironici lasciando piuttosto basiti. Povera stirpe di Oannes!



Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot


Titolo: Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot
Regia: Robert D. Krzykowski
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Calvin Barr è un leggendario veterano della Seconda guerra mondiale che molti anni prima ha assassinato Adolf Hitler: un incredibile segreto che gli causa frustrazione e che non può condividere con il resto del mondo. Un giorno, mentre fa i conti con la sua vita, Calvin riceve la visita dell'Fbi e della polizia canadese. Hanno bisogno del suo aiuto per catturare l'altrettanto leggendario Bigfoot.

Dovrebbe essere un horror ma funziona al meglio nelle scene di rievocazione storica sull'attentato a Hitler, la storia d'amore e infine il suo lato auto ironico dove anzichè mostrare un super uomo a caccia di mostri descrive una persona umile, normale e abitudinaria.
Poi c'è Sam Elliot che tutti ricordano per tanti film ma per me, prima della voce nel film dei Coen, era il co protagonista di Swayze in il DURO DEL ROAD HOUSE con un grandissimo Ben Gazzara, filmetto abbastanza insulso che negli anni dell'adolescenza aveva il suo peso.
Titolo e nome del regista sono troppo lunghi, aggiungo che il film è davvero un esperimento fatto in fretta e furia. Alla fine ci sono così tanti buchi di sceneggiatura che si rimane basiti a vedere tale Calvin che passa da un estremo all'altro arrivando infine a cacciare una creatura che fino a prova contraria sembra essere pure particolarmente piccola per essere il mostro che tutti conosciamo (in realtà sembra un ominide fatto con dei penosi effetti speciali). Manca un filo conduttore e un senso preciso agli intenti del film. Altrimenti è un b movie tecnicamente eseguito bene ma che forse sperava di ritagliarsi un piccolo ruolo di film cult sui mostri, mischiando questo elemento con i nazi che vanno sempre di moda ma purtroppo tutto non fa che finire in un non sense incredibile che aumenta con lil susseguirsi degli atti e delle azioni improbabili del protagonista.



Border



Titolo: Border
Regia: Ali abbasi
Anno: 2018
Paese: Svezia
Giudizio: 4/5

Tina ha un fisico massiccio e un naso eccezionale per fiutare le emozioni degli altri. Impiegata alla dogana è infallibile con sostanze e sentimenti illeciti. Viaggiatore dopo viaggiatore, avverte la loro paura, la vergogna, la colpa. Tina sente tutto e non si sbaglia mai. Almeno fino al giorno in cui Vore non attraversa la frontiera e sposta i confini della sua conoscenza più in là. Vore sfugge al suo fiuto ed esercita su di lei un potere di attrazione che non riesce a comprendere. Sullo sfondo di un'inchiesta criminale, Tina lascia i freni e si abbandona a una relazione selvaggia che le rivela presto la sua vera natura. Uno choc esistenziale il suo che la costringerà a scegliere tra integrazione o esclusione.

Border è quel film che non ti aspetti. Un esperimento che attraversa più generi narrativi, il thriller, il fantasy, l'horror metafisico, cercando al tempo stesso di non perdere mai la sua forza e portando in scena diversi temi ( la diversità, il confine tra umano e sovrannaturale che si assottiglia a tal punto da non riuscire più a distinguere specie e genere, ma anche in parte il folklore locale) e diverse scene originali che visionando più di 4000 film non mi era mai capitato di vedere.
Siamo dalle parti di Alfredson ma anche della polacca Smoczyńska.
Esseri che dominavano questa terra, superstiti, una specie ormai in via d'estinzione che cerca di sopravvivere nascondendosi, una forza sovra umana, un olfatto in grado di sentire una micro sd contenente materiale pedo pornografico, i sessi ribaltati (la scena in cui lei ha un'erezione e penetra lui è assurda) e tanto altro ancora.
Trovare un film che riesca in quasi due ore a tenerti incollato allo schermo nel 2019 non è facile. Abbadi dopo Shelley ci riesce scommettendo su un film insolito, scomodo, con due protagonisti che sono in realtà due troll che scelgono per non vivere in solitudine di dividere appartamenti con bifolchi (Tina) o evitare proprio la specie umana perchè inferiore (Vore)
Verso la fine del secondo atto probabilmente si sono fatti prendere la mano perchè se è pur vero che un tema come quello del giro di pedofili risulta essere un espediente sempre efficace (vedi You Were Never Really Here) rischia come in questo caso di pagarne gli effetti su alcuni espedienti e scelte di scrittura poco efficaci (Vore che lavora per questa rete di pedofili e al contempo nasconde feti nel frigo di altre specie ancora) sembra voler essere troppo ambizioso.


giovedì 11 aprile 2019

Braid


Titolo: Braid
Regia: Mitzi Peirone
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Petula e Tilda sono due artiste che, trasferite a New York per inseguire i loro sogni, sono finite coinvolte nello spaccio e nella prostituzione. Una sera, perdono 80 mila dollari di stupefacenti e hanno solo 48 ore di tempo per ripagare il debito. Pianificano allora di mettere a segno una rapina ai danni di Daphne, una loro ricca amica d'infanzia agorafobica e schizofrenica che vive nel mondo fantastico che le tre hanno creato da bambine. Per rubarle i soldi, dovranno prendere parte al micidiale universo dell'amica, fatto di allucinazioni, giochi di ruolo, torture e omicidi.

Gli horror psicologici non vanno molto di moda, il perchè spesso è riconducibile alla trama, al modo di non essere chiari fino alla fine e non avere uno script adeguato. Braid incappa purtroppo in questo errore mostrandosi fin da subito voglioso di mostrare location e un manipolo di attrici che sembrano crederci fino in fondo. Un primo atto spavaldo, forse la parte migliore, in cui prima di rinchiuderci nella mansione abbiamo scorci delle vite delle due protagoniste tra fughe da appartamenti pieni di droga e viaggi in treno senza biglietto prostituendosi con il controllore (in realtà si fa solo leccare i piedi). Partendo dal principio vi dico che è più chiara la trama di tutto lo svolgimento del film.
I roccamboleschi switch finali per cercare di far tornare tutto in una parvenza di normalità, servono in realtà a rendere ancora più macchinoso tutto il palcoscenico. Nel terzo atto poi avviene ciò che non ti aspetti. Forse intuendo che diversi elementi non funzionano o non tornano, si punta tutto su un colpo di scena che rovina quel poco che poteva funzionare. Vi lascio con le parole di Peirone che credo non si renda forse bene conto del risultato finale della sua opera.
"Braid" rappresenta tutto ciò che temo. "Braid" è l'orribile abisso che si snoda tra realtà e sogni, tra chi siamo e chi vogliamo essere. L'oscura essenza ancestrale di noi stessi, di ciò che ci circonda, della nostra mente, delle nostre azioni e dei nostri desideri. Cosa succede quando la fantasia e la realtà diventano una cosa sola. Cosa succede quando ci rendiamo conto che tutto ciò che ci circonda è esattamente ciò che abbiamo immaginato. La realtà come estensione dei nostri pensieri, in un mondo in cui si inventa la maggior parte di tutto: società, nomi, lavoro, filosofie, religioni, confini geografici, tradizioni, tempo. Siamo adulti che giocano a fare finta. Siamo le ombre dei nostri stessi sogni. "Braid" è il viaggio metaforico da incubo di tre eroine che si avventurano nel mondo sotterraneo delle loro stesse paure, dubbi e ambizioni insoddisfatte. Questo paese delle meraviglie infernale le tiene intrappolate, proprio come lasciamo che i nostri fantasmi psicologici ci tengano prigionieri del mondo inventato che abbiamo creato strategicamente per noi stessi. Per stare al sicuro nelle nostre piccole macchinazioni. Per impedirci di immergerci nell'ignoto sconfinato, dove tutto dipende da noi. "Braid" è stato concepito per aiutare le persone a vivere meglio, cambiando la loro prospettiva sui propri sogni e il potere dell'immaginazione.



Burning



Titolo: Burning
Regia: Tony Maylam
Anno: 1981
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Uno scherzo goliardico, da parte di alcuni giovani campeggiatori ai danni di un poveraccio, si tramuta in tragedia poiché l’uomo rimane orrendamente ustionato. Ricoverato in clinica, anni dopo il disgraziato viene rimesso in libertà e, inutile dirlo, il suo primo pensiero è quello di macellare quanti più teenagers possibili in spensierata vacanza...

The Burning è quel piccolo gioiellino slasher inedito da noi con diversi elementi interessanti, tanto sangue inaspettato, alcune scene di carneficina cruenti, Tom Savini dietro tutto assieme ai Weinstein, è un'idea che sembra mescolare VENERDI'13 e NIGHTMARE
Maylam a tutti sembrerà uno sconosciuto e infatti quando girò questo slasher fu proprio così ma siete costretti a ricordarvi questo nome dal momento che anni dopo girerà quella perla di Detective Stone, b-movie che col tempo è diventato un importante film di genere.
Burning ha saputo guadagnarsi un certo successo tra gli appassionati se non altro per aver piazzato e rinsaldato alcune regole sul genere e averne cambiate altre come forse la scelta più importante di non avere una vera e propria final girl ma invece di giocare a mosca cieca con la mattanza dei protagonisti. Vengono tutti disegnati molto bene, aderiscono infatti ognuno ad uno stereotipo, il sesso non manca, le scene di nudo neppure, facendo sì che nella sua raccolta il film dimostri di aver seminato molto più di quello che per l'anno in cui è uscito ci si poteva aspettare.
Una vera sorpresa da andare a recuperare e analizzare con tutte le conoscenze soprattutto legate ad un nuovo millenio non esaltante per questa sotto categoria dell'horror.
Burning per essere del 1981 è ancora incredibilmente al passo coi tempi



Bird Box



Titolo: Bird Box
Regia: Susanne Bier
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Malorie, incinta al nono mese, è tra i pochi sopravvissuti a una serie di suicidi di massa che ha decimato la popolazione mondiale. Barricata in una casa insieme ad altre persone, la donna cerca di elaborare una strategia per sopravvivere in un mondo in cui basta tenere gli occhi aperti per morire. Una madre deve portare in salvo i suoi due bambini. Lo deve fare sapendo di non poter contare sulla vista, lo deve fare bendata. Anche i suoi bambini sono bendati ("Se ti levi la benda, muori. Se guardi, muori. Hai capito?"). Insieme, questi tre individui fragilissimi e ciechi devono navigare lungo un fiume, affrontarne le rapide, penetrare un bosco, combattere a colpi di remi, mazze, cazzotti, coltelli e oggetti di fortuna contro nemici naturali e sovrannaturali. Qualcos'altro? Volendo, sì. Anche se il cuore del film è tutto qui.

Negli ultimi anni il sotto genere post apocalittico è stato molto prolifico. Per gli ultimi anni intendo almeno dal 2010 ad oggi, in cui i rumori, i suoni, tutto poteva essere usato come deterrente, una reale minaccia e uccidere nel peggiore dei modi. In questo caso un virus che passa attraverso uno sguardo non è così banale come idea, come insegnava Palahniuk in Ninna Nanna, tutto può spaventare e far riflettere in fondo.
Susanne Bier, una regista che mi piace molto e di cui ho recensito diversi film, si ritrova anche lei a fare i conti con un sotto genere che diciamolo pure sta andando molto di moda ed è profetico per cercare soluzioni narrative originali. Grazie a Netflix esce Bird Box un film sicuramente non brutto, recitato bene, non amo la Bullock, che dura forse troppo scegliendo il lungo quando il materiale poteva portare anche ad una mini serie, altro espediente che negli ultimi anni va parecchio in voga.
La metafora, che non avendo letto il romanzo non posso sapere se è il punto focale, è interessante in un epoca ormai soppiantata dall'ego digitale. Guardare diventa impossibile. Questo elemento azzera i nostri ultimi processi di relazionarsi e di mostrarsi, come in parte avveniva nel Blindness tratto dal bellissimo romanzo di Saramago, portando ad un riflessione e una metafora che nella lunga durata poteva pungere di più senza limitarsi a cercare le solite sotto storie tra personaggi nemmeno così interessanti.





lunedì 11 marzo 2019

It stainds at the sands red



Titolo: It stainds at the sands red
Regia: Colin Minihan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Molly si ritrova persa nel deserto con uno zombie che le dà la caccia. La situazione si complica quando la ragazza si rende conto che il suo persecutore non ha l'esigenza di fermarsi. Lui non si stanca mai.

Anni fa uscì un film di nome Fido dove i non morti venivano usati dagli umani grazie a dei guinzagli come servi per fare lavori di manovalanza. Dall'altra parte una fonte di ispirazione per il film potrebbe essere stata data dal recente Swiss Army Man per la tematica dell'amicizia umano- non morto.
Ad un tratto, nel primo film, avverrà una ribellione contro i perbenisti aristocratici. Qui succede una cosa analoga.
Il non morto segue la protagonista per tutta la durata del film lungo un deserto per mangiarla fino a che i due non diventeranno "amici". Sicuramente Minihan ha coraggio a raccontare una storia che seppur facente parte del genere horror, è articolato in maniera diversa, quasi un survivor movie, dove vediamo alcune simpatiche scenette tra Molly e il suo inseguitore per non farsi prendere e alcune svolte hanno un'ironia drammatica di fondo.
Un film da un certo lato furbo, perchè autoriale e indipendente, costato poco avendo il deserto come location e due attori e pressochè nessun dialogo a parte i monologhi della protagonista.
It stainds at the sands red, carino il gioco di parole, è sicuramente uno dei film zombie più originali degli ultimi tempi disponendo di una storia semplice quanto funzionale.
Riesce ad essere insieme divertente, a tratti drammatico e quasi patetico (contando che si empatizzerà molto con lo zombie) per un primo atto e un finale che rimangono i momenti migliori.

Gutterballs


Titolo: Gutterballs
Regia: Ryan Nicholson
Anno: 2008
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un brutale e sadico stupro porta ad una serie di omicidi bizzarri e altamente violenti durante una festa da ballo organizzata in una sala da bowling. Uno dopo l'altro, i giocatori delle due squadre muoiono per mano di un misterioso killer…

Se dovessimo fare una classifica di tutte le maschere più imbarazzanti negli slasher, il carnefice di Gutterballs si aggiudica la menzione speciale.
Il film canadese di Nicholson è un palese omaggio agli anni 80, uno splatter di serie b e infatti non differisce molto da centinaia di altre pellicole sul torture porn, trash & revenge e rape & revenge (giusto per non farsi mancare nulla). Inserisce come location il campo da bowling, quasi tutto il film è in interni, la trama è campata in aria, infilando la solita galleria di personaggi patetici ed esemplarmente idioti. Due squadre che si affrontano, qualche fanciulla degna di nota, un certo sessismo in particolare sui trans e per finire uno stupro lunghissimo, tantissimo sangue e alcuni dialoghi inconsistenti e sboccati.
Per il resto non c'è molto al di là del fatto di perdersi per strada in più momenti, la regia poteva regalare più pathos tra i personaggi al posto di inscenare troppi dialoghi resi pesanti da campi e contro campi macchinosi come un partita di ping pong.



Who's watching Oliver


Titolo: Who's watching Oliver
Regia: Richie Moore
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il solitario Oliver vaga di notte senza meta per le strade della città. Intrappolato in una vita umiliante e frustrante in cui riesce a reagire solo con la violenza, Oliver trova nella dolce ed ingenua Sophia un’ancora di salvezza. Con lei il triste e squilibrato killer cercherà di mantenere il controllo…

Who's watching Oliver è un altro malato film che mostra un protagonista vittima di disturbi mentali con un rapporto ossessivo compulsivo nei confronti della madre che lo guarda da uno schermo consumare rapporti e affettare ragazze per cui prova dei sentimenti.
Uno slasher splatter in parte con scene davvero esplicite nei nudi e nel sangue quando mostra sopratutto le scene di torture ai danni delle povere malcapitate.
Il fatto che la pellicola sia indipendente oltre ad essere l'esordio di Moore, di sicuro apporta alcuni piacevoli accessori al film e riesce a metterlo in scena con alcune suggestive e originali momenti, come il rapporto di Oliver con le coetanee, cogliendo i suoi stati emotivi interni quando prende le "pillole" sondando il rapporto con i problemi mentali generati dagli abusi commessi dai genitori e la loro conseguente connessione con la sfera emozionale con cui Oliver ha molta difficoltà oltre ad apparire in pubblico come un semi ritardato.
Moore riempie immagini di sangue e frattaglie, usa tanta camera a mano oltre che seguire minuziosamente il suo protagonista con tanti primi piani e mezzi busti, rendendo la fotografia sporca dando così ancora più un senso di marcio e sporcizia all'intera pellicola.
Il film purtroppo non riesce ad essere, nonostante gli sforzi originale ad andare oltre quello che ciclicamente mostra senza affossare la critica o sviluppare qualcosa che non sia solo mattanza.
L'incipit e la trama in generale sono troppo debitrici ad altri film o classici di genere.
Oliver è un incrocio tra Bateman e Bates già visto troppe volte al cinema così come l'idea di riprenderlo sempre nella sua maniacalità osservando sempre la sua routine quotidiana, che consiste nell’alzarsi la mattina, lavarsi, prepararsi, fare colazione, infine compiere un giro al mercato e al parco giochi locale prima di selezionare le vittime impasticcarle, legarle e poi ucciderle con l'eco della mamma che incita il figlio a far peggio di quanto può.


Chillerama



Titolo: Chillerama
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anche l’ultimo drive-in americano sta per chiudere i battenti. Durante la serata di chiusura, milioni di coppiette parcheggiano le loro numerose auto per assistere alla maratona cinematografica di pellicole dell’orrore talmente rare da non essere mai state proiettate. Ma se, improvvisamente, un pazzo riesumasse il corpo di una sposa cadavere e rimanesse infetto trasformandosi in zombie?

Con tutto il bene che gli voglio e per tutta la libertà e il coraggio di fregarsene altamente di tutto, Chillerama anche se mi sono divertito a vederlo, mi ha lasciato schierato tra i moderati soprattutto contando che tra i diversi episodi, nonostante il fil rouge, ci siano delle importantissime differenze.
Prima di tutto la standing ovation alla location. Il drive-in. Dimora incontrastata di Lansdale.
Poi c'è il virus e infine il trash e tante tette e cazzi che volano.
Detta così dovrebbe essere una sorta di droga per i fan di genere, una vera e propria antologia horror sulla scia di Creepshow 2, e almeno così appariva prima di veder modificate alcune regole e godere da parte dei registi di una totale libertà che in alcuni casi è stata provvidenziale ma in altri ha siglato un totale imbarazzo.
L'omaggio ai b movie del secolo scorso può essere una possibilità enorme per cambiare le regole dei vecchi classici.
Il migliore in assoluto è il primo, quello girato dal regista del divertentissimo 2001 maniacs
remake di TWO THOUSAND MANIACS. In questo caso l'omaggio è riferito al sotto genere dei monster movie che arrivavano come missili dal Sol Levante.
Wadzilla infatti parla brevemente di un giovane che si sottopone ad una cura per incrementare la forza del proprio sperma che, ben presto, diventerà un mostro che mangia le persone.
"Lo sperma che uccide" è una log line simpatica per un corto divertente che al di là dello stile tecnico, assolutamente senza prendersi mai sul serio, esagera senza mezzi fini per arrivare al climax finale. Infine l'ultimo episodio Zom-b- movie, una parodia di tutti gli stereotipi dei film di zombie degli anni ’70 e ‘80 non esalta, ma strappa qualche risata.
Quelli che pur avendo delle idee godibili, a mio avviso, non hanno alzato la bandierina dell'ok sono stati I was a teenager werebear, orsi omosessuali sulla scia di GREASE, RAGAZZI PERDUTI e HAPPY DAYS e The diary of Anne Frankenstein dove Hitler è il dottor Frankenstein e la Cosa è un rabbino ebreo nerboruto che uccide tutti i nazisti.


mercoledì 20 febbraio 2019

House that Jack Built


Titolo: House that Jack Built
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2018
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Usa Anni '70. Jack è un serial killer dall'intelligenza elevata che seguiamo nel corso di quelli che lui definisce come 5 incidenti. La storia viene letta dal suo punto di vista che ritiene che ogni omicidio debba essere un'opera d'arte conclusa in se stessa. Jack espone le sue teorie e racconta i suoi atti allo sconosciuto Verge il quale non si astiene dal commentarli.

Sbaglio o Von Trier sta piano piano diminuendo il tasso di violenza presente nei suoi film.
Sembra un assurdo ma mi sembra proprio che le storie siano sempre più indirizzate sulla descrizione del microcosmo in cui vivono i personaggi e non invece il mondo esterno da cui è meglio stare alla larga. Allora è meglio costruirsi una sorta di tana, di caverna, di rifugio fatto con i corpi delle persone dove nascondersi e raggiungere l'Ade, il centro della terra, il paradiso che forse tutti venerano perchè dimostra di non essere poi così noioso.
Le opere di Lars Von Trier non lasciano scampo. Volente o no, sono esperienza che cambiano, che ti sconvolgono, che ti lasciano qualcosa prima di dilaniarti e poi quando hai smesso di vederle dopo giorni e giorni vengono a bussarti alla porta con l'espressione da pazzo furioso che solo un attore pazzo come Dillon può regalare in questo modo.
Un'opera che si prende i suoi tempi, racconta ciò che vuole come gli pare, non ha nessuna regola da seguire ma si sviluppa con l'umore variabile del suo indiscusso autore centrando il bersaglio.
In un'epoca sempre più promotrice del remake, della mancanza di originalità, dei film fatti per piacere agli stessi registi, per compiacere il pubblico, in anni dove l'estetica ha preso il posto della storia ovvero il cuore del film, abbiamo un Jack post contemporaneo che sfugge ad ogni sorta di decifrabilità per fare semplicemente ciò che gli pare seguendo un suo iter a tratti bizzarro.
I traumi sembrano essere il vaso di Pandora del regista da cui emerge sempre tutto e in quanto tali, bisogna soffermarsi inquadrarli, guardarli attentamente, dando nomi e cercando di analizzarli rimanendo però distanti per non farsi male.
Le opere dell'autore sono dei transfert psicoanalitici, in grado di generare dubbi e paure, di ampliare fenomeni complessi e ridicolizzare i buoni costumi o la morale di una società sempre più senza valori.
Lars Von Trier è uno dei registi più capaci, violenti e complessi della sua generazione. A parte qualche deviazione non sbaglia mai e la risposta è perchè ha molto da dire al di là di come venga recepito da pubblico e critica.
Dimenticavo l'addio di Bruno Ganz in questo film davvero fondamentale
Questo film è straordinario, rigoroso, essenziale, malato, ipnotico, celebrale, stralunato, folle, maniacale, ossessivo, perciò ancora una volta la risposta è: Sì.

You might be the killer



Titolo: You might be the killer
Regia: Brett Simmons
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il consigliere di un campo estivo, Sam (Kranz), deve fuggire da un killer mascherato che si aggira nel luogo in cui lavora. Invece di chiamare la polizia, chiama la sua amica Chuck (Hannigan), un’esperta di film slasher, per aiutarlo a sopravvivere alla notte. Sam e Chuck lavorano così fianco a fianco per riempire gradualmente le lacune per vedere come è arrivato al punto in cui si ritrova, solo per realizzare che, proprio come suggerisce il titolo del film, Sam stesso potrebbe essere il killer!

Vi ricordate Cabal il capolavoro letterario di Barker e girato poi dallo stesso Barker.
Beh al di là di essere un cult, il film ragionava molto sulla figura del serial killer e sull'importanza della maschera. In quel caso il villain era Cronemberg in un personaggio davvero caratterizzato molto bene. Per alcuni aspetti il bisogno e il voler indossare qualcosa che porterà a liberare una parte violenta e sadica, è uno dei perchè che l'ennesima baracconata di Simmons cerca di descrivere. Il suo è un cinema difficile da sopportare e digerire come i precedenti Animal(2014) e HUSK due porcherie da cui prendere subito le distanze.
In questo caso cercando di fare una satira degli slasher movie anni 80, il film cercava in primis l'ironia che fallisce malamente. Tutto il resto ha senso quasi come la collega del protagonista che dall'inizio alla fine rimane con lui al telefono a spiegargli passo per passo dove si trova e cosa sta per succedere...tremendo

lunedì 11 febbraio 2019

A dark song





Titolo: A dark song
Regia: Liam Gavin
Anno: 2016
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Sophia ha affittato una casa in mezzo al niente. Ha anche pagato una cifra extra affinché nessuno le chieda nulla. La sua unica compagnia sarà quella di Michael Solomon, un occultista che deve aiutarla con un rituale lungo e faticoso a mettersi in contatto con il figlio. Il problema è che Sophia non è stata del tutto chiara con Michael.

Negli ultimi anni soprattutto in Europa i film che trattano la magia in una forma quasi sconosciuta, primitiva e senza fronzoli cominciano a non essere così pochi. I risultati sono altalenanti, diciamo che la maggior parte di coloro che non ricorrono agli effetti speciali o alla c.g riescono ad avere i risultati più interessanti e con delle storie articolate e complesse. Una risposta a questo fenomeno potrebbe essere anche quella per cui siamo stufi e annoiati di vedere storie anche interessanti messe in scena con il solito compito di intrattenere
A dark song è uno di questi. Forse è l'indie con il budget più scarno e al contempo un film che ha tutto nella rigorosità nella messa in scena, l'obbiettivo e gli intenti più nobili e complessi.
Un esordio difficile, anti commerciale, anti modaiolo e tutto sembra interessare a Gavin purchè piacere ai gusti del pubblico. Un'esamina molto più dottrinale e intellettuale che non un film denso di colpi di scena, momenti artificialmente privi di un contesto dove collocarli o jump scared inutili.
Qui si entra, con sacrifici e tanto dolore, dentro un limbo dove all'interno si dimentica o si rimette in gioco tutto quello che si è sempre stati convinti di sapere accettando di diventare strumento per il volere di un'altra persona dato che quel potere è stato conferito dalla medesima e per la medesima ragione.
Un luogo che pur essendo una casa, perde quasi subito la sua connotazione geografia per condurti fuori dal tempo in un luogo irriconoscibile dove è possibile perdersi, morire, risorgere, annegare dentro una vasca e infine trovarsi in mezzo alla luce.
Un horror intimista, implicito, perfettamente supportato da un duo di attori che si immerge dentro i personaggi trasmettendogli dolori, sofferenze, allucinazioni, stati d'animo che sembrano lasciar aperta ogni porta e incontrare di fatto qualsiasi realtà (magica, religiosa, divina).
Stregoni, gran cerimonieri, cerchi magici, "sesso magico", libri magici, demoni, angeli custodi, grimori, invocazioni, rituali. Il film parla di tutto questo senza però renderlo mai bistrattato e più di ogni cosa, senza mai palesare allo spettatore quasi nessuna di queste realtà.
Il film è criptico da questo punto di vista facendo una ricerca attenta e minuziosa sugli studi esoterici, citandoli ma senza mostrargli, sfuggendo a tutti gli stereotipi uno dei quali ci ritrae il personaggio di Solomon come un eremita isolato e semi alcolizzato che sembra uscire del tutto dalla visione che abbiamo degli stregoni. Ricorda su diverse scelte e nel non comunicarci mai veramente quali siano gli intenti profondi un altro bellissimo film come quella perla rara di Kill List
da cui questo film attinge tanto soprattutto per quella che è la politica di un autore come Weathley.
E'un film dove il cerimoniere tratta argomenti profondi e inquietanti, che spesso mettono a nudo la purezza spirituale e l'anima del predestinato. Quando poi non si è davvero sinceri con quello che si vorrebbe andare a sondare, allora gli effetti perversi possono essere spaventosi.



Down-Into the dark


Titolo: Down-Into the dark
Regia: Daniel Stamm
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodio: 5
Giudizio: 2/5

Un paio di persone rimangono chiuse in un ascensore dentro l'edificio di lavoro

L'idea di far funzionare un lungometraggio all'interno di un'unica location è stato già uno degli intenti in questa antologia horror per la Hulu.
New year, new you, il quarto episodio, era ambientato tutto in una villa con piscina, riuscendo solo in parte a rendersi accattivante e stimolante. Down è più complesso, i due protagonisti a differenza delle ragazze della festa di Capodanno non si conoscono, sono in un ascensore dove il senso claustrofobico aumenta vertiginosamente, è sono costretti a dividere uno spazio ristretto senza niente che possa aiutarli.
Non ci vorrà molto prima che inizi una lenta carneficina che gioca tutto in un rapporto sadico e perverso tra vittima e carnefice dove vengono "scambiati" spesso i ruoli, e soprattutto nel secondo atto si cerca quel colpo di scena che in casi come questi deve essere molto incisivo e in linea con quanto prima mostrato per non risultare invece l'elemento che rischia di deflagrare tutto l'impianto costruito fino a quel momento.
In parte è così. 90' in un unico spazio risulta ancora una sfida ambiziosa. Stamm cambia completamente le carte in tavola mostrando il contrario di tutto e lasciando soprattutto il personaggio di Guy a cercare di essere carnefice, stalker, e infine un succubo che non riesce a cogliere la natura complessa e stratificata di Jennifer.
Un finale piuttosto campato in aria, dove ancora una volta si cerca di valorizzare il fatto che non esista bene o male ma un profondo egoismo di fondo.


One cut of the dead


Titolo: One cut of the dead
Regia: Shinichiro Ueda
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Una troupe sta girando uno zombie film indipendente quando viene assalita da veri zombie, risvegliati dal regista invasato per avere un effetto cinematografico più "reale". E se fosse tutto un making of?

Sono rimasto colpito dall'entusiasmo con cui è stato premiato e ha avuto incassi da capogiro l'ennesimo film di zombie con una virata strategicamente furba ma in fondo nemmeno così interessante come ci si poteva aspettare.
In un'epoca bombardata dai social, dalle serie tv, da film commerciali creati con lo stampino per essere a tutti gli effetti gregari post contemporanei di un'altra fetta di cinema, faccio davvero difficoltà a capire perchè questo film sia diventato quasi un cult soprattutto in Oriente.
L'idea di scardinare un concetto fatto e finito nel cinema di genere non è poi un elemento così raro di questi tempi. Basta saper cercare nei punti giusti ma l'universo cinematografico è onnivoro è pieno di opere bizzarre, con delle sceneggiature semplicemente aperte a cercare di essere mischiate o variegate con ciò che già si aveva.
Nel film di Ueda la struttura e il ribaltamento degli atti, aiuta a sconvolgere la psiche dello spettatore, ma essendo una tecnica di montaggio, bisogna tener conto che più di ciò non è, lasciando lo stesso i dubbi e le perplessità e la noia, di vedere in fondo la stessa azione giocata su piani e ambienti diversi, ma esasperata come solo gli orientali (o meglio i giapponesi) sanno fare.
Ho trovato il film una mossa commerciale astuta come poteva esserlo ai tempi BLAIR WITCH PROJECT, ma non per questo bello, interessante o che mi abbia trasmesso qualcosa di "originale".
Siamo di nuovo in tempi dove il genere essendo inflazionato ha bisogno di migliorie che ne cambino di poco l'assetto o la forma ma lasciando medesimo il risultato.
Tantissimo fumo a questo giro per un indie costato 20.000 dollari di budget e che (finora) ne ha incassati 27 milioni solo in patria.