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mercoledì 10 luglio 2019

Brightburn


Titolo: Brightburn

Regia: David Yarovesky
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Brightburn, Kansas. Tori e Kyle Breyer sono una coppia che cerca invano di avere un figlio, pur dedicandosi al tentativo con impegno e convinzione. Una notte, qualcosa precipita nei pressi della loro fattoria. Detto fatto, i Breyer hanno un figlio, al quale danno il nome di Brandon. Anni dopo, Brandon ha dodici anni ed è un bambino introverso e particolare. A scuola è bravo, ma non proprio popolare tra i compagni. Inoltre, Brandon sembra attirato da qualcosa che si trova nel sotterraneo di una rimessa della fattoria di famiglia. Ma sembra anche avere una forza insospettata, di cui lui stesso si sorprende per primo. Tori comincia a preoccuparsi e cerca supporto psicologico per Brandon. In realtà, le cose sono molto più complesse: Brandon prende coscienza dei suoi super poteri e di non essere per niente normale. Comincia perciò ad agire come un super eroe, ma da ciò conseguono problemi seri per tutti.

Brightburn è lo strano caso di un film per il cinema con un super eroe votato al male violentissimo che non si farà nessuno scrupolo ad uccidere i suoi "genitori".
Anomalo, tutt'altro che scontato e soprattutto un film che non fa sconti a nessuno.
Semplicemente Brandon nel momento in cui scopre il male ne diventa succube senza provare nessun tipo di sentimento o emozione ma agendo seguendo un impulso irrefrenabile che lo porterà a stanare chiunque provi anche solo a redarguirlo.
Ci sono tante scene violentissime, il torture e lo splatter non mancano e alcune scene nelle esecuzioni del bambino fanno proprio pensare a Chronicle quando incontra Superman malvagio.
La messa in scena di Yarovesky è ottima sfruttando una fotografia molto calda e accesa dove i rossi sembrano illuminare lo schermo come luci al neon. A differenza però proprio di Chronicle dove i ragazzi usavano i poteri contro la società, qui la storia si focalizza molto di più sull'importante legame familiare. La disgraziata coppia che trova il bambino in un astronave, dovrà fare i conti con la mente malata e violenta più pericolosa degli ultimi vent'anni del cinema se contiamo l'età del suo protagonista.
Brandon diventa a tutti gli effetti il villain, l'antagonista, il super eroe del male, più tosto, cazzuto e spietato del momento. Contro ogni spoiler uccide: compagna di classe (gli spezza solo la mano), la madre della compagna (attenzione alle scena del vetro nell'occhio), il patrigno, la matrigna, la zia, lo zio, due poliziotti e poi chi lo sa...il film finisce mentre fa schiantare un aereo di linea pieno di passeggeri (ovviamente tutti morti) contro casa sua.
C'è però qualcosa nell'esordio di Yarovesky che non funziona...tutto è sparato a mille dalla regia, al montaggio che non lascia respirare un secondo e alla psicologia soprattutto della madre del ragazzino davvero troppo stereotipata dove i dialoghi alle volte appaiono per lo meno ridicoli.
E'un vero peccato. Brightburn ha uno scorrimento così veloce da far perdere d'occhio alcuni particolari e buchi di sceneggiatura abbastanza importanti.



Pledge


Titolo: Pledge
Regia: Daniel Robbins
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Justin, Ethan e David sono tre sgraziati studenti costantemente respinti dalle varie confraternite del college, finché accettano l'invito ad un party da parte dell'attraente Rachel (Erica Boozer). Convinti di essere stati presi in giro, anche per via dell'insolito indirizzo, i tre giungono invece in una splendida villa riuscendo a trascorrere una vivace nottata tra alcol, ragazze bellissime e disinibite. Al mattino non rifiutano quindi l'ulteriore invito, per quella sera stessa, fatto da Max (Aaron Dalla Villa), il padrone di casa. Questa volta, però, all'appuntamento non trovano sexy fanciulle ma un gruppo di affiliati alla Crypteia, un club elitario dal quale -a seguito di prove durissime- escono solo i migliori. Quelli cioè destinati a posti di rilievo in ogni settore socialmente significativo. Un marchio a fuoco vivo sulla pelle, intrugli disgustosi fatti ingerire a forza ed altri indicibili prove, sono solo il preambolo a torture e sevizie sempre in crescendo, e sconfinanti sino alla morte.

I film sul bullismo o meglio sulle confraternite da sempre sono una tematica cara agli americani nel thriller e nell'horror cercando di raccontare come le pratiche per diventare membri esclusivi possano essere di una violenza e di una barbarie incontrollata.
Robbins firma un teen movie dove a differenza di GOAT giusto per fare un esempio, la cattiveria gratuita porta ad una violenza anch'essa gratuita, che purtroppo svanisce ogni minima premessa o speranza per la continuità del film, sacrificando ogni azione e ogni gesto ad un'opera che diventa di un'ipocrisia fine a se stessa.
Pledge vorrebbe diventare un horror ma non lo diventa mai, cerca nell'incidente scatenante una scusa che non regge, un impianto assurdo (la villa esclusiva nascosta in mezzo al bosco pieno di modelle che fino a prova contraria sono pure abbastanza inutili nella storia tolta una scena) diversi buchi di sceneggiatura e alcune azioni che non portano a nulla di buono.
L'unico elemento positivo è dato dalla fretta con cui muoiono i protagonisti, una mattanza in fondo necessaria, infine il climax finale che non poteva che mostrare il disgraziato nerd sfigato e grassottello vincere a mazzate, in un fight club tra i più brutti mai visti, contro il leader dei bulli.



Ombra dello scorpione


Titolo: Ombra dello scorpione
Regia: Mick Garris
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La classica lotta tra il bene e il male scaturita da una mortale epidemia. Il pianeta è in pericolo e due personaggi rappresentano il bene e il male: la buona Abigail e il cattivo signor Flagg.

L'Ombra dello scorpione è una piccola serie televisiva che come per It(1990) o TOMMYKNOCKERS (la prima sì la seconda decisamente no) cercava a dispetto di un budget limitato di creare un prodotto che non sfigurasse di fronte al romanzo cult del maestro del brivido.
Seppur con tante buche e alcuni difetti innegabili, a parte scene tagliate di netto in un montaggio piuttosto complesso e travagliato, la mini sere televisiva riesce comunque a regalare o far assaporare quel clima post apocalittico creato da King e mostrare per la prima volta il villain più cattivo dei suoi romanzi quel Randall Flagg che tutti conosciamo.
L'adattamento di the Stand è stato odiato da tutti come odiato è il mestierante Garris che purtroppo con tutto il suo amore per King non ha fatto altro che danni con gli adattamenti delle sue opere (SHINING poi è qualcosa di mostruoso, nonostante abbia seguito a menadito il romanzo a differenza del capolavoro di Kubrick)
Eppure funziona. Funzionano i personaggi, alcune loro psicologie, l'atmosfera davvero spaventosa soprattutto quella ricreata nella Los Angeles dove il prezzo del potere si paga a caro prezzo.
Le situazioni, alcune delle quali davvero inaspettate che riescono a regalare alcuni interessanti colpi di scena, delle stesse deviazioni e debolezze dei personaggi in fondo votati a dover scegliere tra il bene e il male, in una sfida che per quanto sembri scontata qui è segmentata in modo mai banale ma con interessanti cambi di rotta.
Purtroppo alcuni limiti nella messa in scena rendono la visione alle volte quasi trash, in particolar modo gli effetti speciali, la regia piatta e banale priva di mordente e a tratti ridicola, senza contare l'effetto finale con un'esplosione che sembra una sorta di incubo per gli addetti alla c.g






giovedì 4 luglio 2019

It(1990)


Titolo: It(1990)
Regia: Tommy Lee Wallace
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In una piccola città di provincia, sette ragazzini, esplorando le fogne, risvegliano una forza malefica sotto le sembianze di un clown che semina morte e distruzione. Quando trent'anni dopo la forza si sveglia di nuovo, quegli stessi sette amici, diventati ormai adulti e disseminati in diversi stati, abbandonano famiglia e lavoro e si rimettono insieme nella città natia per affrontare per la seconda volta le loro devastanti paure.

A conti fatti le versioni tratte dai libri di King negli anni '90 sono state decisamente le migliori rispetto a questi remake moderni troppo patinati e pieni di c.g.
IT e L'OMBRA DELLO SCORPIONE come mini serie televisive seppur con i limiti del caso, riuscivano a infondere l'atmosfera giusta che si respirava nei romanzi.
Wallace poi aveva esordito con uno degli horror più interessanti degli anni '80, Halloween 3, purtroppo demolito da critica e pubblico.
IT conserva come dicevo nei suoi limiti di budget un'aura mistica e magica che sembra far rivivere come l'album di fotografie di Mike Hanlon i tragici eventi di Derry grazie alla fortuna di aver un manipolo di giovani attori in stato di grazia a differenza dei giovani/adulti della seconda parte (sempre funzionali ma non indimenticabili).
Questo adattamento tiene conto di molti aspetti suggestivi del romanzo mettendone purtroppo da parte altri come quelli che ancora una volta andavano a rompere dei tabù importanti per uno scrittore che demoliva le regole del lecito e proibito. In questo caso la comparazione con Pet Sematary, il libro ovviamente, sembra doveroso ( nel romanzo quando Gage diventa quello che deve diventare, trasformato dal cimitero, e parla con la voce di Norma prima di uccidere Jud, scopriamo che l'anziana moglie malata in passato era solita farsi sodomizzare dagli abitanti del posto ridendo durante l'amplesso ai danni del povero marito. In IT nel romanzo Beverly prima di affrontare il mostro, quando sono piccoli, decide di darsi a ognuno dei membri del Club dei perdenti in una sorta di gang bang) come se l'aspetto sessuale fosse stato ignorato in entrambi i casi.
IT poi ebbi la fortuna/sfortuna di vederlo negli anni giusti tra infanzia ed adolescenza come per l'horror cult di Coppola e il terrore che entrambi mi generarono servì a farmi capire di cosa avrei avuto bisogno di cibarmi per il resto della mia vita.
IT faceva leva nelle paure ancora di più rispetto ai colleghi come Freddy Krueger (altro mostro leggendario e importantissimo per il cinema e per il contributo al genere) ma senza averne le stesse disposizioni slasher più tendenti al massacro e alla carneficina e questa assenza in IT era ancora più funzionale proprio perchè ti terrorizzava senza darti il colpo finale.
Pennywise è diventato leggenda grazie alla Leggenda performativa di Curry (Legend, ROCKY HORROR PICTURE SHOW) riuscendo ad essere mostro, lupo mannaro, ragno, mummia, ma soprattutto e più di tutto un clown distruggendo così un altra figura che avrebbe dovuto migliorare l'infanzia dei piccoli anzichè distruggerla (discorso analogo per Santa Claus che come per Bob Gray mangiava i bambini).
Superando la parentesi del clown, il mostro più grosso descritto da King è però la comunità di Derry che come Krueger nasce dall'odio degli abitanti della città. In quel caso veniva ucciso per vendetta dai suoi stessi concittadini e ottenne, dopo la morte, la capacità di manifestarsi nei sogni altrui, che sfruttò per tormentare ed uccidere i figli dei responsabili della sua morte, mentre nel romanzo di King agisce nella realtà in carne e ossa prima di andare in letargo.
Sempre di società ostile si parla, di quegli adulti che anzichè proteggere preferivano nascondere sacrificando quasi per un patto invisibile i loro stessi figli alla bestia piuttosto che affrontarla.
Da questo punto di vista le colpe sui padri e il senso di responsabilità diventano nel lavoro di Wallace fondamentali per descrivere il microcosmo di efferati delitti e le precise ragioni che portano un manipolo di ragazzini a combattere qualcosa di spaventoso e più grande di loro.
Pennywise, Bob Gray, non è diventato il villain principale di King, quello sarà sempre Randall Flagg, ma ha costruito un personaggio immortale e ancora oggi in grado di spaventare intere generazioni senza ricorrere come nella recente versione di Muschietti a un ritmo iper veloce e tanta c.g. Ancora una volta la maschera di Curry conferma che il terrore più alto e ispirato arriva sempre dalla mimica facciale e dalle azioni degli esseri umani che fanno più paura di qualsiasi mostro.
La produzione al tempo fu molto complicata e travagliata: tre mesi di riprese, il passaggio di testimone da George A. Romero a Tommy Lee Wallace e tagli decisi alla sceneggiatura (si passò da otto ore di durata, a sei per finire poi con due episodi che dureranno, nel complesso, poco più di tre ore)
Peccato per quel ragno finale...



Hole in the ground


Titolo: Hole in the ground
Regia: Lee Cronin
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 3/5

Sarah sta costruendo una nuova vita con suo figlio ai margini di una piccola cittadina rurale. Un incontro terrificante con un vicino misterioso frantuma la sua già fragile anima, gettandola in una spirale paranoica sempre più disturbante. Dovrà scoprire se i cambiamenti inquietanti del suo bambino sono collegati a una minuscola buca nella foresta che confina con la loro casa.

E'difficile non amare alla follia le fiabe nere e gli horror rurali. I perchè sono tanti e nascono da presupposti che coincidono con le mille facce di madre natura, della selva oscura e di tutto ciò che è confinato fuori dalle nostre grigie città.
Negli ultimi anni sono arrivate diverse opere accattivanti e affascinanti unite dal bisogno di narrare quel folklore locale che appartiene di norma a ogni paese.
Hole in the ground ha tutti gli elementi per entrare a far parte di questo piccolo universo se non fosse che i rimandi e le somiglianze con Hallow che ho semplicemente adorato, sono davvero tante, tali da far perdere parte del fascino dell'opera dell'esordiente Lee Cronin.
Tanti i sotto testi e le metafore del film a partire da una vena ecologista a delineare l'intero intento dell'opera: stiamo distruggendo così tanto la natura che la risposta è una forza oscura rigurgitata dalle viscere della terra che si prenderà la sua rivincita sacrificando ciò che pensiamo di amare di più, i nostri affetti, la nostra famiglia e tutto il resto.
Due attori, una location e solo qualche sparuta immagine della creatura di turno.
Il resto sono pensieri e parole, suggestioni e giochi d'atmosfera.
Cronin nel cappello magico non mette molti elementi ma riesce a inquadrarli molto bene grazie ad una fotografia e degli effetti sonori che meritano una standing ovation
Uniche pecche l'aver esagerato e tirato un po troppo per le lunghe la "possessione" del piccolo Chris



Perfection


Titolo: Perfection
Regia: Richard Shepard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Charlotte, fenomenale ma problematica strumentista ossessionata dalla ricerca della perfezione, si mette sulle tracce del suo mentore avvicinandosi a Elizabeth, la sua nuova pupilla, per uno scopo tanto enigmatico quanto sinistro. L'incontro farà scivolare i due prodigi della musica in una sinistra spirale con conseguenze scioccanti.

Perfection è il thriller che non ti aspetti. Un film sfacciato con le palle.
Un paio di attrici di cui una è la protagonista dell'esordio di Peele e dunque la bella e indimenticabile Allison Williams.
Musica, revenge movie, thriller psicologico, individui talentuosi, saffismo a profusione, rivalità striscianti, arti mozzati, salti temporali, doppelanger e una chiusura prevedibile ma decisamente efficace.
Il problema dei thriller d'oggi a differenza dei maestri della nuova Hollywood che hanno saputo ridare enfasi al genere, è quello di mettere troppa carne al fuoco con il risultato che spesso il finale soffre di lacune e sotto trame che non venivano risolte a dovere il che però non significa non regalare finali aperti o libere interpretazioni.
Perfection prima di tutto sceglie una storia originale dove il climax finale ovviamente non potrà esimersi dall'aver puntato anche lui sull'inverosimilità nelle mosse finali e nel tentativo di incastrare perfettamente tutti i tasselli su un paio di tematiche abusatissime come lo stupro e l'omosessualità. Rimane invece davvero d'effetto e con una profondità negli intenti che in questo caso possiamo citare Aronosfky nel devastare fisicamente e psicologicamente le sue protagoniste e la mutilazione in questo rimane un'arma infallibile.
Qui l'occhiatina è proprio su uno dei maestri della nuova Hollywood, De Palma su tutti, dove però Shepard sembra aver messo una marcia più veloce e più spinta per unire sotto generi apparentemente inconciliabili e esplodere con tanti elementi e non accessori di decoro che aiutano a rendere dominante il conto finale.
Perfection disturba, ha un ritmo fondamentale per la sua riuscita, non perde mai un minuto ma rimane sempre sui binari giusti per l'intrattenimento e riesce a far ragionare ponendo dubbi e colpendo forte allo stomaco con alcune scene indimenticabili.



martedì 2 luglio 2019

47 metri


Titolo: 47 metri
Regia: Johannes Roberts
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.

Che lo shark movie sia un sotto genere ormai abusato è un dato di fatto.
Prove di sopravvivenza, cloni di squali, esperimenti genetici, sotto prodotti amatoriali o virati sul trash e poi i blockbuster.
47 metri del mestierante Roberts, una filmografia abbastanza sfortunata, riesce nonostante una regia molto tecnica a portare a casa il suo film di genere migliore.
Qui lo sport estremo gioca un bel connubio con il survival movie e un'atmosfera davvero claustrofobica dove il gioco forza delle due sorelle produrrà tutta la materia drammatica dovuta e necessaria per dare pathos e atmosfera al film.
47 metri come Open Water cerca la soluzione più faticosa ed estrema, senza mettere troppa carne al fuoco, con un ritmo abbastanza soporifero per un finale e un ritmo tutto sommato centellinato come le risorse e le aspettative di vita delle ragazze che riescono a non far cadere mai troppo o sbilanciare il binomio del ritmo claustrofobico. Un film che negli intenti riesce sicuramente a far meglio di PARADISE BEACH trovando nello schema corale un maggior ritmo e giocando sulle differenze e le diversità delle due sorelle entrambe destinate a doversi scontrare con l'orrore vero dove lo squalo per assurdo passa pure in secondo piano.
Ottimo il finale che non concede soluzioni facili e il tipico happy ending facile da trovare negli horror destinati al cinema che qui se così fosse stato ne avrebbe distrutto tutti gli intenti.
47 metri è composto soprattutto di tensione, regalando molto tempo con uno sguardo profondo ai difficili rapporti e agli aspetti umani, la solitudine e la disperazione che prevaricano giocando un bel braccio di ferro tra le due complesse psicologie delle protagoniste e poi tanta, tanta suspance che dimostra ancora una volta come l'abisso e l'ambientazione marina rimangono sempre sinonimo di una minaccia incombente più forte di noi
Pochissime le pecche, se vogliamo proprio trovarne qualcuna diciamo la tipica vittima sacrificale e la corda ormai consumata dalla salsedine. Potevano trovare degli espedienti un pò più originali.



Husk


Titolo: Husk
Regia: Brett Simmons
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di amici si trova in difficoltà proprio vicino a un campo di grano e cerca riparo nella fattoria che si trova nei pressi. Presto si accorgeranno che la dimora è il centro di un rito soprannaturale.

Tutto comincia nel 2005, quando Brett Simmons presenta al Sundance un cortometraggio di circa venticinque minuti (disponibile su Vimeo) che, pur offrendo attori diversi, tra cui lo stesso regista nella parte del protagonista Brian, condivide con questo Husk del 2011 sia il titolo sia il soggetto.
Sono tanti gli spauracchi che popolano e infestano la nutrita galleria di mostri e quant'altro nell'horror. Simmons che non è il primo e non sarà di certo l'ultimo parla di spaventapasseri, quelle figure inquietanti che da sempre hanno spaventato più le persone dei corvi.
In passato alcuni esempi ci sono stati anche se sfruttavano più la location dei campi e l'atmosfera che non lo spaventapasseri in sè che forse per evidenti ragioni non sembrava poter reggere sulle spalle tutto il film. Anche in questo caso per fortuna non viene inscenato come un semplice mostro che uccide senza pietà. Nella sua ora e venti il film, pensato a tutti gli effetti come l'opera artigianale a cui l'autore riserva tutta la pazienza del mondo, Simmons riesce a condensare paure e suggestioni che il cinema horror non ha mai approfondimento veramente mostrando il solito gruppetto di ragazzetti scemi che amiamo vedere uccisi ma dandogli un movente, una ragione per essere uccisi, non trovandosi solo lì e basta, ma violando un cerchio magico, un rituale che seppur con tutti i suoi limiti riesce a coinvolgere e dare aspetti più interessanti alla storia.


Pet Sematary(1989)


Titolo: Pet Sematary(1989)
Regia: Mary Lambert
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Da un romanzo di Stephen King. La famigliola di un dottore si stabilisce in un villaggio del Maine. Poco dopo l'arrivo, il gatto di casa è ucciso da un camion. L'animale è sepolto nel locale cimitero che tutti ritengono stregato. La notte seguente infatti, il gatto ritorna, trasformato in malevola creatura.

Ancora una volta come lettore e fruitore del cinema del maestro del brivido mi ritrovo a dover fare i conti con le vecchie e le nuove trasposizioni
Sostengo che il film di Lambert così come la versione di Wallace e la mini serie di Garris abbiano in comune il fatto che tutte cerchino di essere il più verosimili possibili con i romanzi a dispetto di scelte e capolavori come quelli che hanno portato Kubrick a dirigere SHINING e che confermano di come anche la libera trasposizione sia sinonimo di ottimo risultato quando alla base ci sono le idee giuste.
Il film di Lambert pur essendo molto più televisivo, rispetto al remake del 2019 non perde e non trasfigura le regole principali, cercando di dare importanza al tema della morte e del lutto e non cercando di trovare facili sentieri per avere più carne al fuoco possibile come nella recente versione.
Pur non potendo contare su un cast brillante, il film dalla sua riesce a mantenere un equilibrio tra atmosfera e colpi di scena proprio nel suo cercare di smarcarsi da trappoloni eccessivi che come nel remake del 2019 ne hanno sancito uno dei limiti principali.
Senza stare a fare l'ennesima comparazione tra romanzo e i due diversi film, Pet Sematary non potrà mai disturbare come il romanzo toccando quei fasti che le parole e l'immaginazione pesano più di qualsiasi immagine, quel grandissimo trattato sulla morte, sul dolore, sull'elaborazione del lutto che dalle pagine del maestro del brivido prendeva vita nella nostra immaginazione,
ma di certo il coraggio con cui con i limiti del tempo si è cercato di rendere il film malato e disturbante non possono che aggiungere pregi all'opera che proprio per l'adattamento del 1989 la sceneggiatura venne curata dallo stesso King che qui si ritaglia un cameo nel funerale.


Escape Room


Titolo: Escape Room
Regia: Adam Robitel
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sei persone di diversa provenienza si vedono recapitare un misterioso pacchetto, che contiene un ancora più misterioso puzzle a forma di cubo. Una volta risolto, questo produce un biglietto d'ingresso per l'esclusivo complesso di escape room della Minos, stanze chiuse da cui si può uscire solo risolvendo un enigma. La Minos, mette inoltre in palio un premio di 10mila dollari per chi riuscirà a venirne a capo. C'è il maniaco delle escape room che parteciperebbe anche gratis, c'è la reduce delle guerre in medio Oriente segnata dalle cicatrici, il ragazzo che non capisce perché sia finito a partecipare, il genio della fisica timida al punto da sfiorare l'autismo, il camionista che teme di essere sostituito in futuro da IA dedicate alla guida e il broker egoista, narcisista e arrogante: chi tra loro sopravvivrà a un gioco molto più mortale del previsto?

Escape Room è uno di quei film fatti a tavolino per sfruttare un'idea nemmeno tanto male.
Siamo in tempi duri per l'horror commerciale dove ogni idea diventa una facile scappatoia per un manipolo di sceneggiatori col fiuto per gli affari e il marketing a discapito di una storia che parte bene ma già dal secondo atto si arena sui dei buchi di sceneggiatura che lei stessa a fatto così tanta fatica a costruirsi.
Un gruppo di persone completamente diverse che per qualche strana e immotivata ragione (questa poi è ridicola) hanno un elemento o un fatto singolare che le rende complici.
Robitel aveva diretto un horror anch'esso commerciale ma indubbiamente interessante con un'atmosfera coinvolgente e un'attrice di tutto rispetto Taking of Deborah Logan.
Un film che parlava di malattia diventando una specie di provocazione ai film sulle possessioni con il risultato che aveva brividi da vendere e un paio di scene davvero inquietanti.
Poi c'è stata la parentesi INSIDIOUS e infine questo ESCAPE ROOM.
L'idea di un thriller con venature horror dove per andare avanti bisogna risolvere intricati indovinelli è interessante e il cinema da questo punto di vista a fatto certamente di meglio (CUBE, Exam, Circle, IDENTITA). Qui dal secondo atto ad esempio è proprio il ritmo a non seguire più una logica. I personaggi sembrano tutti impazziti e dei mezzi geni come McGuyver oppure cercando di essere misteriosi con il risultato opposto, le location cambiano troppo di fretta e non hanno neppure molto senso se non quello di inseguire una linea estetica a cui ultimamente il cinema in mancanza di idee offre così in maniera del tutto gratuita. In più il perchè alla base della scelta delle vittime è da arresto e il climax finale chiude facendo peggio di quanto ci si poteva aspettare. Rimane comunque la mano di un regista che tecnicamente dimostra un certo talento e ripeto anche nel suo esordio aveva dato prova di saper costruire un horror con un'interessante atmosfera. I due film successivi sembrano aver creato quel mestierante al soldo delle major sostituendolo invece con quel'autore ispirato che al suo esordio sembrava dotato di un certo talento.

Polaroid


Titolo: Polaroid
Regia: Lars Klevberg
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nella cittadina di Locust Harbor, Bird Fitcher è una studentessa liceale un po' complessata, con ancora le scorie di un grave trauma infantile. Appassionata di fotografia, riceve in regalo dall'amico Tyler una vecchia macchina fotografica Polaroid, che fa le foto a sviluppo istantaneo. Bird è entusiasta del regalo e per provare la macchina scatta una foto di Tyler. La sera, andando a una festa in costume, Bird nota che nella foto che ha scattato all'amico c'è qualcosa di strano.
Timida e rinunciataria, alla festa Bird se ne sta come sempre in disparte. A sorpresa, però, Connor, il ragazzo che le piace, le si avvicina e si dimostra amichevole. Bird scatta una polaroid a lui e ad altri amici. Ma l'arrivo della polizia getta un'ombra sulla festa: lo sceriffo Pembroke convoca Bird per comunicare che Tyler è stato trovato morto. Anche nella foto presa alla festa sembra esserci qualcosa di strano: un'ombra minacciosa. Bird comincia a capire che nella Polaroid alberga qualcosa di micidiale. Chi viene fotografato è destinato a una sorte orribile e per salvarsi Bird e i suoi amici fotografati dovranno cercare di capire da chi difendersi e come.

Polaroid è il tipico horror teen virato sule maledizioni e i fantasmi destinato ad ammorbare il pubblico horror nel periodo estivo.
Inventiva pari a zero. Sembra quel videogioco orientale del passato, Project Zero, dove nella foto compariva questa presenza destinata ovviamente a uccidere il malaugurato soggetto o i soggetti quando la foto non è singola ma di gruppo. Dalla maledizione non si può scappare, c'è una macchina fotografica maledetta e la solita tiritera andando a cercare di scoprire la biografia della presenza maledetta per poter placare la sua ira.
Pur essendo l'horror un genere a grande latitudine, non è solo la macchina fotografica posseduta a non funzionare (negli anni ci siamo adattati a tutto) ma il ritmo che a parte l'incidente scatenante che balza fin dalla prima inquadratura senza perdere troppo tempo ma arrivando subito al punto, sembra soporifero per tutto il tempo con una recitazione di giovani attori incompetenti che non aiuta a rendere l'atmosfera reale e coinvolgente.
La c.g del mostro finale è davvero tremenda per quanto risulti infima per qualità e per mancanza totale di idee e originalità.

Annabelle 2


Titolo: Annabelle 2
Regia: David S.Sandberg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nella remota provincia americana dei primi del novecento è tutto un dolly rassicurante, giochi di bimbi e genitori premurosi che sprizzano felicità all’interno di una magione isolata tra i campi. Almeno fino a che un incidente di rara assurdità e violenza non stronca la quiete familiare davanti alla tomba dell’unica figlia. Dodici anni dopo un gruppo di ragazze dal più classico istituto religioso si trasferisce in quella casa, per richiesta di quei genitori. Inutile dire che la casa non è abitata solo dai viventi.

Annabelle 2 è il manuale esatto di come non andrebbe girato un horror. Un sequel che vorrebbe essere un prequel di un horror con co protagonista una bambola posseduta. Un film destinato anch'esso al cinema e ad un pubblico ebete che crede che la maledizione alla base sia pure tratta da una storia vera.
Ormai per far soldi e audience saremmo in grado di vendere nostra madre in cambio di un pugno di like.
Il problema grosso di questa porcheria e che per evidenti ragioni di marketing fa parte di un processo produttivo già di per sè macchinoso dal momento che ci troviamo di fronte alla saga spin off prequel della saga di Conjuring 2-Caso Enfield(2016), Conjuring-L'evocazione(2013). E'questo forse l'elemento che più di tutti fa paura.
Una macchina da soldi ben oliata, una matassa così complessa che come soluzione finale spinge su un prodotto davvero incasinato e dove soprattutto per tutta la durata del film non succede quasi nulla e i primi omicidi avvengono quasi nel secondo atto.
Un film soporifero tutto ambientato dentro questa mansione per ragazze, una suora e un personaggio che di per sè è il classico stereotipo dell'horror da cui risulterà facilmente intuibile tutto il dipanarsi della vicenda dal momento che sin dalle prime scene sembra averlo stampato in faccia e non fa nulla per cercare di dare spessore risultando il peggiore e pure il più telefonato.
Un film che si è reso complesso da solo diventando un'altra di quelle centinaia di prodotti per tutti i nuovi appassionati dell'horror che sembrano aver dimenticato in cosa consista la paura.
Ridateci Chucky, quello vecchio please!
Sandberg poi non è uno sprovveduto. Come Gunn e altri simili ha un taglio ironico nella sua politica d'autore che ha sapientemente usato nel bellissimo Shazam uno dei migliori film di super eroi di sempre e che ha ridato lustro alla casa Dc devastata da Snyder

Open Water


Titolo: Open Water
Regia: Chris Kentis
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Susan e Daniel stanno attraversando un periodo di stress e nervosismo a causa del lavoro che porta via loro troppo tempo e di una scarsa comunicazione. Per sopperire a queste lacune, i due decidono di partire per una vacanza da sogno ai Caraibi, luogo magico e adatto alla loro passione atavica preferita, la subacquea. Giunti in quello che alcuni definiscono il paradiso terrestre, Susan e Daniel si prenotano con una compagnia locale per l’immersione tanto agognata. Quando la barca parte per il mare aperto, i due non sospettano nemmeno il loro sfortunato destino. Quella che doveva essere una gita di riappacificazione tra pesciolini colorati e variegati si tramuta immediatamente in un incubo dal momento che il mezzo riparte per la terraferma senza accorgersi che la coppia non è rientrata. Quando riemergono in superficie si rendono conto della gravità della situazione, soli, dispersi in mezzo all’oceano e trascinati per di più dalla corrente. Non ci vorrà molto prima che la situazione peggiori, Susan e Daniel, difatti, prendono coscienza di ciò che accade sotto di loro: un branco di squali è pronto ad attaccare.

L'elemento di forza di Open Water non credo sia che è tratto da una storia vera (d'altronde la drammaticità della cronaca mondana ci porta a pensare che possano essere successe situazioni ben più terrificanti di questa) bensì l'atmosfera in cui Kentis relega letteralmente la coppia in questione.
L'abbandono fa paura più degli squali e la paura di non sapere cosa accadrà, dell'ossigeno che sta terminando, della mancanza di viveri per sopravvivere, sono elementi che a conti fatti creano il terrore quello vero e puro che in mezzo all'oceano diventa ancora più terribile.
L'intento fa da padrone a dispetto purtroppo di una regia tremolante, anch'essa figlia del Parkinson effect dei registi figli di Blair Witch Project e del mockumentary o found footage, con riprese così mosse che sembra davvero di essere lì soffrendo il mar di mare al posto dei due protagonisti




lunedì 17 giugno 2019

Basket Case 3-Progeny


Titolo: Basket Case 3-Progeny
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il terzo capitolo della trilogia si apre con le sequenze finali di "Basket case 2", con particolare attenzione all’amplesso tra Belial e la donna mostruosa simile a lui. In seguito ci troviamo in una sorta di manicomio dove Duane, con indosso una camicia di forza, è rinchiuso in una stanza imbottita mentre è intento a mangiare da una ciotola per cani. La signora Ruth, beniamina dei mostri già vista nel film precedente, lo fa uscire. Liberato Duane, l’attenzione passa alla comunità dei mostri, all'interno della quale si trova la nuova compagna di Belial, attualmente incinta: quest’ultimo non parla con il fratello nemmeno mentalmente, perché offeso a causa del comportamento irrazionale tenuto nei suoi confronti. L’allegra brigata di mostri e Duane, capeggiati dalla signora Ruth, si reca verso la casa di un loro conoscente di vecchia data, per far partorire la mostruosa compagna di Belial.

Nel terzo capitolo della trilogia di Henenlotter su Belial, il livello trash e demenziale tocca le sfere più alte con alcune scene probabilmente indimenticabili per quanto concerne il duro braccio di ferro tra lo schifo e lo schifo cosmico.
A differenza del secondo capitolo, il mood è lo stesso, anche in questo caso viene sdoganato tutto in chiave ironica, con pochissime scene di sangue (la vendetta di Belial dopo l'uccisione della moglie) e di violenza in generale, contando che l'amore è arrivato nelle vite dei protagonisti portando una minore instabilità e un senso di responsabilità diversa.
Come nel secondo capitolo qui il concetto di violenza è più legato al clima di cattività, di nascondere ciò che è diverso dalla comunità per paura e vergogna che venga escluso o maltrattato.
Basket Case 3 come il 2 e tanto cinema della Troma potrebbe essere relegato più verso l'orrido che non l'horror, giocando e saltellando da una parte all'altra, divertendo ed esagerando al contempo e regalando parte di quello schifo cosmico che come accennavo prima è una importante costola di questo filone cinematografico.

Basket Case 2


Titolo: Basket Case 2
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sopravvissuti a un drammatico incidente, Duane Bradley e il deforme fratello Belial vengono accolti da Nonna Ruth, che si prende cura di alcuni esseri mostruosi e infelici insieme alla giovane Susan. Tutto sembra andare per il meglio, ma l'inquietudine di Duane e la curiosità di alcuni giornalisti scateneranno la tragedia.

E'curioso che il sequel del primo capitolo arrivi con ben otto anni di distanza mentre a livello temporale il film cominci esattamente da dove finiva il precedente. Basket Case 2 prende letteralmente un'altra piega diventando una commedia grottesca ironica e più commovente perdendo del tutto quella precisa vena splatter che contraddistingueva il primo
Una scuola di mostri buoni (Cabal tra le righe, tra l'altro uscito lo stesso anno), anche se le analogie sono più verso la scuola Kauffman della Troma con cui Henenlotter soprattutto in questo sequel e nel successivo omaggia o sceglie in particolare un mood trash e weird che non horror splatter.
Un film piacevole, che quasi trascende l'horror, per arrivare nel suo piccolo a parlare di esclusione, l'oasi dei mostri che devono rimanere nascosti e relegati, l'invidia ma più di tutto il concetto di normalità nel dover scegliere tra gli orridi e indifesi e fragili freaks o gli esseri umani crudeli e meschini
Se il primo Basket Case era piaciuto così tanto tra i b-movie era sicuramente per la sua storia eccessiva e gli effetti speciali artigianali.
Qui gli spunti per mandare avanti un soggetto molto più deboluccio faticano ad ingranare e alla lunga il film ne soffre, anche quando cerca di trovare delle soluzioni estreme per risultare interessante come la scena di sesso tra Belial e la futura compagna e moglie.

venerdì 14 giugno 2019

Basket Case


Titolo: Basket Case
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il giovane Duane Bradley si aggira per New York con un'enorme cesta di vimini, che contiene il deforme fratello siamese Belial. Decisi a vendicarsi della separazione subita per volere del padre, eliminano uno a uno i responsabili, ma quando Duane si innamora della giovane Sharon, qualcosa si spezza.

Basket Case oltre ad essere una chicca davvero insolita per gli ani '80 sembra quasi prendere alcuni esperimenti usciti dai film di Cronemberg e virarli verso lo splatter . Il film funziona molto bene proprio grazie al funzionale impiego della suspance per cui vediamo soprattutto nel primo atto il meno possibile il gemello di Duane, chiedendoci chi o cosa possa essere l'autore di tali massacri soprattutto contando il rapporto molto ambiguo, proprio da gemelli siamesi, che si crea tra i due.
L'opera artistica di Henenlotter è uno dei cult indiscussi tra gli horror anni '80 creando un body horror senza precedenti.
Creare pupazzoni in stop motion, unire all'assenza di budget idee e una creatività molto esplosiva (Henenlotter, Svank Majer, Herschell Gordon Lewis, Russ Meyer) in tempi d'oro dove soprattutto il cinema incassava parecchio e i registi potevano essere liberi di dare forma e sfogo alle proprie fantasie nella maniera più folle e accattivante. Mostri, assassini mascherati oppure il corpo femminile e l'exploitation.
Basket Case sulla carta aveva tutti gli elementi per finire davvero male (stile semi amatoriale, attori non professionisti, aspetti tecnici decisamente pessimi, ma il tutto anzichè apporre un giudizio negativo proprio per la sua demenzialità di fondo, si rivelò una spinta portandolo ad essere un lavoro d'artigianato con alcune pecche ma che quando ci mostra la rabbia di Belial e i suoi omicidi sembra prendersi tutte le rivincite possibili
Anche i temi a differenza di altri horror di genere sembrano mettere qualcosa in più sulla tavola provando a disegnare una situazione in cui il rapporto malato tra due gemelli siamesi ci porta a riflettere sul lato oscuro della natura umana e quanto spesso bastino poche distrazioni per farci dimenticare i nostri obbiettivi





Blair Witch Project


Titolo: Blair Witch Project
Regia: Daniel Myrick, Eduardo Sanchez
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ottobre 1994. Heather Donahue, Joshua Leonard e Michael Williams, tre studenti dell'Università di Cinema di Montgomery, si avventurano nei boschi attorno alla cittadina di Burkittsville (in passato chiamata Blair), nel Maryland, per girare un documentario sulla leggenda della strega di Blair. Armati di telecamera sedici millimetri in bianco e nero, destinata al racconto della storia, e di una piccola videocamera otto millimetri a colori, per le riprese di una sorta di backstage, i tre si mettono al lavoro, spinti dall'entusiasmo della ragazza, decisa a girare il suo primo film. Il soggetto è succulento: Elly Kedward, accusata di stregoneria, viene cacciata dalla città di Blair alla fine del 1700. Dopo la sua fuga nei boschi, molti ragazzini scompaiono in quelle stesse foreste e, negli anni '40, un serial killer uccide sette bambini e sostiene di averlo fatto su ordine del fantasma della strega. Dopo aver intervistato alcuni abitanti della cittadina, i tre aspiranti filmmakers si spingono nel bosco alla ricerca della chiave del mistero. Ma ben presto si perdono, pedinati da un'oscura e terrificante presenza.

Ricordo ancora la mia espressione basita di fronte al cinema in via po.
Avevo 17 anni amavo l'horror più di qualsiasi altra cosa e dentro di me si faceva sempre più spazio l'idea che il film in questione fosse una bufala commerciale.
Ricordo ancora i salti del pubblico e alcune ragazze che uscirono dalla sala terrorizzate mentre io vedevo solo immagini confuse senza capirci nulla e odiando profondamente i registi e il montatore.

Blair Witch Project è un film orrendo che ha sdoganato il mockumentary che tranne poche eccezioni, rimane uno strumento furbo e rozzo per cercare di fare soldi e procacciarsi un pubblico che ne rimanga colpito, magari sdoganando qualche teoria complottista, o dicendo che il film è tratto da una storia vera o bufalate simili.
L'idea venuta in mente ai due registi non era poi male, cercava di trovare soprattutto al di là dello schermo, degli elementi reali che potessero catturare l'attenzione e creare così mistero e suspance.
Il mockumentary a parte averci regalato dal punto di vista tecnico le peggiori inquadrature mai viste e un ritmo e un montaggio che rischiano di portare all'epilessia ha avuto nel suo nutrito numero di prodotti un successo che ancora stento a credere.
Il fulcro o l'espediente commerciale del sotto genere e di alcuni film che hanno incassato bene (questo più di tutti) stava proprio nel creare uno stato emotivo ansiogeno dei protagonisti persi nel bosco o come accadeva in OPEN WATER dentro un oceano.
Senza buttare tutto e dando i precisi meriti laddove esistano, questa peculiarità ha creato sicuramente un precedente che il cinema ancora non palesava così tanto, basti pensare a forse l'unico capolavoro, il film più importante, REC di Balaguero, dove un maestro delle atmosfere e della suspance ricorre in modo funzionale ad una tecnica come quella sopra citata.
Il risultato di questo film è aver creato una macchina che nel giro di pochi anni semplicemente ha esagerato creando film quasi tutti simili e dando la possibilità a milioni di improvvisati registi di farsi dei piccoli film artigianali inondando le sale con fenomeni appunto amatoriali di scarso interesse.


Wolf Creek


Titolo: Wolf Creek
Regia: Greg McLean
Anno: 2004
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Liz, Kristy e Ben sono in viaggio in auto alla scoperta dell'outback australiano. Dopo un'escursione nel parco nazionale di Wolf Creek, i tre scoprono che la loro auto non parte. Un aiuto inatteso arriva da un carro attrezzi guidato da Mick, che si offre di riparare la macchina, dopo averla condotta alla sua officina. Una volta lì i ragazzi si addormentano intorno a un falò, mentre il meccanico comincia a lavorare. Ma quando Liz si sveglia si trova legata e imbavagliata. È l'inizio dell'incubo.

Cosa ci sarà mai di così affascinante nel deserto australiano? E' la metà privilegiata per chi medita una morte rapida senza contare che i suoi resti probabilmente non verranno mai trovati.
Ci troviamo nell'outback australiano quello osannato da tanto cinema horror post contemporaneo, quello dove il tasso di persone scomparse è il più alto da sempre e dove sembrano vivere nella flora e nella fauna animali e insetti in grado di ucciderti in pochi secondi.
Un gruppo di baldi giovani, teen disposti a tutto pur di non lasciarsi scappare le bellezze della natura e un bifolco che non sa più cosa fare per intrattenere il tempo oltre ad uccidere la gente, in particolare i turisti.
McLean si è consacrato all'horror con questi due slasher cruenti e che se è pur vero che parlano del solito gruppo di ragazzi e di un killer spietato che gli segue, tra il panorama e alcuni aspetti culturali, Wolf Creek è diventata una piccola chicca non solo in patria. A fatto seguito uno slasher ancor più violento Wolf Creek 2 e una mini serie davvero brutta Wolf creek-Season 1
Senza infamia e senza gloria, il film procede co un buon ritmo, facendo incetta di stereotipi ma senza mancare l'obbiettivo ovvero l'atmosfera e la suspance che seppur con qualche scivolone, funziona alla grande. Wolf Creek poi divenne famoso per essersi basato sulle truci gesta di Ivan Milat, serial killer di saccopelisti che a quanto pare terrorizzò l'Australia negli anni '90.

Cabin Fever(2002)


Titolo: Cabin Fever(2002)
Regia: Eli Roth
Anno: 2002
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di studenti affittano un capanno nel bosco per organizzare una festa. Ma, all'improvviso, il party viene interrotto da un uomo delirante e devastato dalle piaghe. Dopo una cruenta lite l'uomo scompare, ma la misteriosa malattia da cui era affetto comincia a contagiare i ragazzi. L'arrivo degli abitanti della zona, lungi dal porre rimedio, farà precipitare la situazione.

Cabin Fever forse voleva omaggiare tanti slasher vecchia maniera unendo il tema del virus e della mattanza finale tra studenti in uno spazio buio e angusto modello Raimi.
Il risultato è stato peggio del previsto contando che Roth è stato da sempre un fan dell'horror cercando a modo suo di essere originale, forse qualcosina con HOSTEL, prima di buttarsi su film tremendi, sequel e prodotti reazionari oltre che il cinema per bambini.
Qualcuno erroneamente a parlato di enfant prodige dopo i due capitoli che omaggiavano il torture porn, ma a parte una grossa amicizia con tante personalità importanti, questo tanto atteso talento non c'è mai stato a parte l'amore sconfinato per l'horror
Un regista molto sfortunato che deve parte del suo successo alle amicizie influenti e soprattutto ultimamente per aver cercato di dare un contributo al genere con alcuni piccoli documentari dove perlomeno sentiamo parlare gente interessante come Rob Zombie, che di certo a livello cinematografico sa bene come disturbare il suo pubblico.
Qualcuno per cercare di salvare la pellicola ha sostenuto che fosse una metafora sui danni portati dall'Aids, niente di più lontano dalla realtà contando che l'idea venne in mente al regista dopo un incidente con un'infezione alla pelle.
Cabin Fever prende alcuni solidi elementi smarcatamente di genere senza riuscire a non essere palesemente prevedibile e confezionando come negli intenti del regista un prodotto commerciale che mostrasse il lato oscuro dei nerd imbranati che ci piace veder soffrire e morire nelle maniere più atroci. L'idea del regista con questa pellicola era forse quella di creare un punto di non ritorno per un certo horror teen che come una piaga stava invadendo le sale con prodotti terribili e che stavano cercando di portare il genere alla deriva.


Prodigy


Titolo: Prodigy
Regia: Nicolas McCarthy
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Montgomery County, Ohio. Una ragazza, Margaret, riesce a fuggire da una casa in cui era segregata. Viene soccorsa da una automobilista che, con orrore, si rende conto che la mano destra della ragazza è stata amputata. Fox Chapel, Pennsylvania. I coniugi John e Sarah si precipitano in ospedale perché è prossima la nascita del loro figlio. Intanto, in Ohio, la polizia arriva alla casa di Edward Scarka, l'uomo che aveva rapito Margaret. Edward esce tenendo qualcosa dietro la schiena. Quando la porta in avanti, la polizia gli spara temendo si tratti di un'arma, ma scoprendo che ciò che teneva era la mano amputata di Margaret. Pochi istanti dopo la morte di Edward, nasce il figlio dei Bloom, Miles. Sin dall'inizio Miles si mostra un bambino particolare: a parte il fatto di avere gli occhi di due diversi colori (che non è in sé preoccupante), è molto calmo e intelligente, schiaccia i ragni e parla ungherese nel sonno (il che è già più strano). Ma, come si accorgeranno ben presto i genitori, c'è di peggio.

Gli horror che navigano nel sotto genere dei bambini posseduti o di origine demoniaca sono uno dei soggetti più abusati e i risultati negli ultimi anni sono spesso deludenti come in questo caso.
Ormai parlare di film tecnicamente girato bene dovrebbe essere un dato assolto contando che le produzioni costano sempre meno e ci si è sempre più specializzati nelle scenografie, trucchi, effetti speciali, color correction e post produzione
Purtroppo lo stesso non si può dire per delle storie che seppur nascono bene, dimenticano dopo pochissimo tempo le loro origini per promuovere un ritmo ed un'azione più legata ai jump scared o all'audio che non invece al motore propulsivo del genere: puntare alle nostre paure quelle incontrovertibili che non meritano di durare solo una manciata di secondi.
Il pubblico dell'horror che sta uscendo in maniera sempre più massiccia nei cinema è fortemente influenzato da queste tecniche le quali si allontanano dal compito e l'intento ovvero far riflettere e disturbare al contempo.
Il figlio del male non ci riesce. Tutto è disarticolato come il dialetto ungherese che il protagonista enuncia nel letto sotto effetto di un attacco che sembrerebbe epilessia ma epilessia non è.
Banale e inutile il confronto con alcuni capisaldi del genere che non andrò nemmeno a citare e scomodare per quanto è grigia e apatica la regia di Nicholas McCarthy che è stato definito uno dei mestieranti più in gamba sul genere ma basta guardare come cresce questo film per capire che è un altro specchietto per le allodole.