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lunedì 24 dicembre 2018

House of the devil


Titolo: House of the devil
Regia: Ti West
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Negli anni ottanta una studentessa del college, Samantha Hughes, ha preso uno strano lavoro da bambinaia che coincideva con un'eclissi lunare. Lentamente realizza che i suoi clienti nascondono un terribile segreto; pianificano di usarla in un rito satanico.

Ti West è un personaggio particolare nell'horror. Un autore capace fin da giovane di saper realizzare un film indipendente senza farsi mancare nulla e poi col tempo, in grado di alternare prodotti più autoriali ad altri più commerciali.
La sua filmografia rimane abbastanza solida sul genere a parte qualche deviazione con uno degli ultimi film, un western appunto.
Tanti omaggi ma non solo. Qui ci troviamo a mio parere di fronte al film più importante assieme a INNKEEPERS dove lo stile e asciutto ed essenziale, non c'è bisogno di ricorrere a jump scared, effetti speciali troppo abbondanti, mostri o qualsiasi altro artificio avvezzo al genere.
La narrazione, l'atmosfera claustrofobica, la casa, lo stile vintage, la fotografia calda e l'ampio ricorso a inquadrature strette e diversi dettaglia funzionali al climax finale sono gli elementi decisamente più suggestivi del film.
Fin da subito i rimandi a Polanski sono chiari e non fanno una piega così come altre citazioni colte e mai fine a se stesse, Kubrick immediatamente dopo, per trovare una formula che nella sua lenta esamina trova a mio giudizio il maggior punto di forza.
Condito con una musica sopraffina e delle ottime interretazioni, il primo asso nella manica di West ha l'unico depotenziamento nella chiusura finale abbastanza telefonata e senza quel guizzo che ci si poteva aspettare.
Ti West a differenza degli altri suoi film molto più improntati sull'action e sullo splatter, CABIN FEVER 2, ROOST, V/H/S, sceglie un'atmosfera che rimanda a lezioni di grande cinema dove l'ignoto, come i padri del sapere insegnano, sarà sempre lo strumento di maggior terrore se sfruttato con abilità e moderatezza. West in parte in questo film l'ha capito.



Monster party


Titolo: Monster party
Regia: Chris von Hoffmann
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre ladri indebitati fino al collo si infiltrano in una festa dentro una villa, con il progetto di rubare i soldi dalla cassaforte. Piano piano si rendono conto però che gli invitati alla festa non sono quello che sembrano.

Monster Party è un altro di quegli horror che sulla carta appaiono interessanti con una trama furba e d'effetto ma che per qualche strano motivo ti aspetti dietro l'angolo la solita fregatura che stanne certo, prima o poi arriverà.
E così manco a dirlo è stato.
Certo meno noioso di quello che mi sarei aspettato dal momento che il sangue non manca e dal secondo atto diventa una mattanza generale con un ritmo sostenuto.
L'incidente scatenante con il padre preso in ostaggio è ai limiti della denuncia (Hoffmann voleva fare il botto ma l'esagerazione costa sempre molto se non sei capace a dosarla) e l'unico altro elemento assurdo ma che diventa funzionale alla vicenda, sembra strizzare l'occhio a MAN IN THE DARK e SOCIETY , ovvero quello che la famiglia di pazzi relegata nella casa deve fare una sorta di cerimonia per festeggiare come con gli alcolisti anonimi, il fatto di non aver ucciso nessuno. Sono una famiglia di psicopatici serial killer che con il loro terapeuta stanno scontando questa sorta di accordo fino a che ovviamente i ladri di turno, teen ager con tanti sogni nel cassetto che andranno infranti per forza, fanno capolino...
Praticamente questa famiglia è tenuta sotto controllo da un uomo, l'unico a far davvero paura, il cui compito è placare la loro sete di sangue e la mancanza di un paio di giorni della settimana nella testa.
Non saprei che altro dire, se non che il finale non aggiunge molto e quello che fa lo aggiunge male, a questo punto era meglio rimanere nella casa a godersi la mattanza.

sabato 15 dicembre 2018

Possum


Titolo: Possum
Regia: Matthew Holness
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Philip è un problematico burattinaio per bambini che è costretto ad affrontare il suo malvagio patrigno e i segreti oscuri e surreali che lo hanno torturato per tutta la vita. Facendo i conti con il suo passato, dovrà affrontare anche Possum, l'orribile pupazzo che tiene in una custodia di pelle nera. Scoprirà suo malgrado che sfuggire alla volontà di Possum è difficile tanto quanto venire a patti con i propri demoni.

Sean Harris è uno dei quegli attori inglesi e caratteristi che riescono con la loro intensità a fare cose che molti altri attori non riescono a fare. Come ad esempio tenere sulle spalle un film intero. Trasmettere la paura, l'ansia, l'atmosfera. Il suo pari in America è il camaleontico Doug Jones. Entrambi sono due mostri e come tali spesso vengono chiamati proprio per i ruoli da antagonista o da freak.
Possum è magnifico, un horror psicologico enigmatico che in nemmeno novanta minuti racconta un dramma famigliare spesso, mostra un burattino che fa paura, durante il film non succede quasi niente (scordatevi omicidi o scene di violenza, scordatevi il sangue) e per tutta la durata sembra un incubo onirico e allucinato di Lynch e tante altre cose ancora che sono state create e pensate con l'unico scopo di togliervi il sonno.
Un film dove i dialoghi sono ridotti all'osso, c'è un attore e un co protagonista e basta.
Il resto è un racconto di evocazione che riesce ad impiegare esemplarmente i suoi mezzi.
Un altro esempio di come al budget si possono sostituire le idee, nemmeno così originali ma sapientemente dosate e messe in scena.

Terrificanti avventure di Sabrina


Titolo: Terrificanti avventure di Sabrina
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 2/5

Studentessa di liceo nella città di Greendale, la sedicenne Sabrina Spellman vive la quotidianità di una teenager come tante, divisa tra primi amori, amicizie di banco e piccole rivalità scolastiche. Solo che Sabrina non è una teenager come le altre: è una strega, o meglio un'apprendista strega, alle prese con poteri non ancora perfettamente controllabili. E tutto il mondo intorno a lei, fatta eccezione per l'ignaro fidanzatino Harvey Kinkle, appartiene al mondo dell'occulto: suo padre è uno stregone, le zie Hilda e Zelda sono streghe e anche il gatto nero di casa, Salem, non è propriamente un felino normale. Nata nel 1962 dalla penna del fumettista Dan Decarlo, su soggetto di George Gladir, la bionda Sabrina è stata uno dei personaggi di punta dei fumetti Archie Comics, prima di diventare, nel corso degli anni Novanta, un grande successo in tv.

Ormai Netflix è una potenza difficile da contrastare.
Anno dopo anno, il livello di serie e film, nonchè prodotti rivolti ad altre categorie e target di qualsivoglia genere è quasi illimitato con sorprese e delusioni di cui la serie in questione rimane una bella via di mezzo.
In realtà il peso specifico di questa serie è rivolto al target con cui entra in comunione, per cui verrà amato alla follia da un certo tipo di pubblico, quello teen con l'amore per le Wicca e limitato nella sua sete di sapere e su cosa dovrebbe prendere le distanze. I fan del genere come me, rimarranno colpiti dalla messa in scena, da qualche scena splatter, da Satana mostrato col contagocce in forma caprina pieno di sangue e simboli sul corpo, ma in poche parole in qualcosa che potremmo montare in tre minuti contro le quasi dieci ore della piccola mini-serie.
Per il resto è una cozzaglia di elementi che unisce, SABRINA VITA DA STREGA, BUFFY e STREGHE.
Decisa a soddisfare un pubblico più smaliziato del precedente, i millenial sono affamati nonchè saturi e allo stesso tempo lacunosi nell'essere piombati nell'era Netflix che io ribattezzo supermercato dove puoi trovare quello che vuoi ma devi saper scegliere.
I millenial non sanno scegliere. Fagocitano ciò che gli viene dato e ciò che loro vogliono vedere rompendo una regola sacra del cinema.
Roberto Aguirre-Sacasa, unica vera new entry della serie, cerca nel suo di infilare squarci dark e i dialoghi sembrano molto moderni anche quando risultano esagerare nella loro vena citazionista che parla per l'appunto di un mondo che la serie in questione non conosce (Cronemberg, Aleister Crowley, solo per fare due importanti esempi) rendendo la scelta discutibile a meno che non sia un tentativo di far emergere un interesse per i sopra citati dai millenial (che non credo funzioni)
Un altro aspetto che ho trovato disfunzionale nella narrazione e legato alla causa effetto che qui è giocata malissimo nel senso che qualsiasi mistero o dubbio viene immediatamente risolto senza enigmi o senza quella suspance che ci si potrebbe aspettare.
Il finale è troppo spiccio con l'arrivo delle 12 streghe che dovrebbero sconvolgere tutto e l'unica nota positiva è che Sabrina alla fine sceglie il male, come dimostrazione che nonostante l'happy ending che non manca, alla fine una strega (come qui viene intesa secondo la tradizione delle streghe "cattive") sceglie consapevolmente la sua vera natura.




domenica 9 dicembre 2018

Hill House


Titolo: Hill House
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 5/5

La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli che, da bambini, sono cresciuti in quella che in seguito sarebbe diventata la casa infestata più famosa del paese. Ora adulti e costretti a stare di nuovo insieme di fronte alla tragedia, la famiglia deve finalmente affrontare i fantasmi del loro passato, alcuni dei quali sono ancora in agguato nelle loro menti, mentre altri potrebbero nascondersi nell'ombra.

Hill House è una delle più belle serie tv in circolazione nel prima, nell'oggi e nel domani.
Il perchè credo sia Mike Flanagan.
E a conti fatti credo che sia una delle uniche serie televisive che rivedrò più avanti.
I perchè sono molti. In dieci episodi c'è la dimostrazione di un impegno, una voglia e un amore per il cinema tali che hanno permesso un mezzo miracolo in tempi dove ormai le serie sono parecchio inflazionate e soprattutto per chi come me pur venerando l'horror non ama particolarmente i fantasmi ma ama alla follia i dettagli e qui c'è ne sono una valanga.
Il vangelo da cui è tratta la serie viene praticamente citato quasi sempre e lei Shirley Jackson diventa l'anima nel libro a cui hanno provato a cercare di omaggiarla nel cinema con risultati altalenanti dall'immenso film di Wise a quella mezza ciofeca di HAUNTING.
Per fare un esempio della differenza. HAUNTING era mainstream, commerciale e puntava sugli effetti visivi. Flanagan è indie, autore e cura i dialoghi.
Flanagan picchia duro e lo fa usando come un burattinaio la dose di dettagli e colpi di scena, i jump scared e i momenti in cui la nostra capacità di elaborare verrà meno perchè colpita sotto la cintura.
Mentre mi abbandonavo alla serie (guardatevela se riuscite nel giro di poco tempo, o se siete dei nerd, in due giorni di filato come il sottoscritto perchè altrimenti non ha senso che la vediate) ho cominciato a elencare quali universi gravitano nella testa di Flanagan (ma come mai poi mi ha ricordato così tanto IT per come mette insieme la famiglia da piccoli e poi da adulti, il romanzo e la mini serie del maestro del brivido che tra le altre cose è rimasto innamorato della serie e ha definito Flanagan un genio ) e partendo da alcuni suoi film ho notato le tracce e i fili invisibili che possono essere comparati tra il prima e il dopo e che qui trovano la loro essenza.
Certo che dopo un lavoro di scrittura enorme come questo e la saggezza di portare indizi e misteri in maniera ponderata e mai fuori percorso mi auguro tutto il meglio e che l'autore sappia e continui a gestire in maniera così meticolosa tutti gli ingranaggi di una storia dove il presente e il passato si intrecciano continuamente con un lavoro di flash back sublime e mai pedante o macchinoso.
La paura non aspetta e fa capolino quasi subito con pochi ma eccellenti personaggi dalla donna col collo storto all'uomo alto e senza non poter annoverare la stanza rossa o altri particolari che non starò a spoilerare. Entrambi non vengono quasi mai chiamati in causa, si sentono, si percepiscono sempre, ma l'ansia è data proprio dal centellinare per alcuni aspetti la loro presenza riuscendo il più delle volte a far assaporare la paura, imprigionandola per un istante, quando poi non viene nemmeno mostrata (una dote e una capacità rara nella settima arte) e anche e soprattutto perchè la vera paura è proprio Hill House.
Maschere nascoste, scatole contenenti "sorprese", libri mastri, ciondoli, chiavi, già solo per quanto concerne gli oggetti magici ci sarebbe da fare un discorso a parte e poi non si perdono i riferimenti per quanta roba ci viene consegnata e sbattuta in faccia, tutto elaborato con una cura che se non lo sapessi penserei addirittura che Flanagan è andato a viverci lì dentro per parlare con i suoi demoni e farsi dare dei suggerimenti.
E'stato fatto un lavoro di casting incredibile e il risultato diventa ovvio fin dal primo episodio.
La bellezza e la bravura delle donne (che rubano la scena a tutti gli uomini) in questo caso si supera e i nomi diventano un terno al lotto a meno che non vi segnate o non li impariate a memoria fin da subito. La location come gli attori diventa la vera protagonista riuscendo a far impallidire anche Crimson Peak.
Uno stile quello del regista che avanza lento e inesorabile senza fretta e senza mai essere invadente e soprattutto non cade nel facile tranello del jump scared quello tipicamente sfruttato negli horror americani fatto di volume e cazzate usato come concime quando non si hanno idee.
Qui certo che ci sono ma non hanno di certo quella funzione (basta vedere i film del regista per capire dove attacca maggiormente e come intende lui il rapporto e la vicinanza con l'orrore).
Ogni episodio poi è inquadrato su uno dei personaggi, particolarità che ho trovato funzionale per cercare di inquadrare un pezzo di storia alla volta e ambientandola nei vari passaggi temporali.
Senza parlare di come ad esempio il nome dei genitori dei bambini veniamo a scoprirlo quasi alla fine della serie, in particolare il nome della madre, elementi che hanno una loro precisa funzione.
Rimedierò alle lacune andandomi a recuperare i libri di Shirley Jackson, perchè dopo questa saga è doveroso e opportuno farlo come spesso il cinema riesce facendo collegamenti con le altre arti.
Spero non vi dimentichiate della dolcezza e della fragilità di Nell (quando torna nella casa si toccano vette molto alte), la furbizia e i poteri di Theo, la forza e la tenacia di Shirley, la paura e la freddezza di Steven, il sorriso e la sensibilità di Luke, il potere della dea madre Liv e la spericolata voglia di risolvere sempre tutto di Hugh.




mercoledì 5 dicembre 2018

Priests


Titolo: Priests
Regia: Jang Jae-hyun
Anno: 2015
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 2/5

Dopo un incidente un'adolescente inizia a manifestare strani sintomi. Convinto che si tratti di un caso di possessione, un prete, con il beneplacito della Chiesa, inizia il rito d'esorcismo. Ad aiutarlo un decano che deve inoltre verificare che tutto proceda secondo le regole.

A parte alcune eccezioni il filone sulla possessione che in America vanta una prolificità senza senso, in Oriente per fortuna non è così saccheggiato.
In più basti pensare a perle di bellezza come WAILING e allora uno prega in cuor suo che continuino a fare film su questa tematica se si incappa in risultati spiazzanti come quello citato.
Priests a differenza di WAILING è un film che affronta proprio il tema dell'esorcismo, viene chiamata in cattedra anche Roma con il Vaticano, e in fondo la rima è quella per cui un giovane prete si ritrova alle prese con un caso di possessione così potente da dover chiedere aiuto ad un decano con più esperienza di lui e con tanti fantasmi nell'armadio.
Se dal punto di vista del comparto tecnico il film non fa una piega e anche il cast devo dire che risulta funzionalissimo all'intero processo, e proprio la storia su cui i coreani di solito non sbagliano, a regalare gli sbadigli più grossi.
L'esordio di Jae-hyun sembrava quell'azzardo perfetto come rielaborazione in forma di lungometraggio del suo stesso pluri premiato corto 12TH ASSISTANT DEACON.
Uno dei macro problemi della sceneggiatura è quando si perde diventando troppo macchinosa chiamando in causa antiche leggende cristiane, complotti, i Rosa Croce, i falsi idoli, tutti tra l'altro elementi che i due preti coreani sembrano conoscere molto bene.
Seppur vero che il climax della vicenda rappresentato dalla lunga sequenza del rito come scena madre è coinvolgente e appassionante, non basta a far digerire un film che parla troppo e mostra invece meno di quanto ci si aspetti.


What Keeps you alive


Film: What Keeps you alive
Regia Colin Minihan
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Montagne maestose, un lago tranquillo e tradimenti velenosi inghiottono una coppia sposata che tenta di celebrare l'anniversario di matrimonio.

Colin Minihan è un regista canadese con 5 o 6 film all'attivo e diverse collaborazioni.
Il primo film in cui mi ero imbattuto era qualcosa di quasi vergognoso di nome EXTRATTERESTRIAL uno dei quei film che lo guardi e ti fai il segno della croce sperando che il mestierante non metta più mano su una telecamera.
Così non è stato. Il film in questione è un indi per certi versi molto anomalo dove la trama seppur non così originale riesce ad entrare nella psiche dello spettatore e da lì in avanti il film riesce dalla sua a trovare diverse elementi d'interesse.
Una coppia di lesbiche, una casa nella montagna sperduta, una coppia di vicini che sembrano conoscere una di loro e tante domande e misteri che la scrittura riesce bene a dosare senza rivelare tutto se non nel climax finale, piazzando almeno due scene difficili da dimenticare ( per chi come me soffre di vertiggini dovrà fare molta attenzione).
Una carneficina che viene affrontata e messa in scena in modo atipico, dove l'azione e la violenza ci sono ma sembrano sempre secondari alla psicologia dei personaggi e al genere che il film sembra scegliere, un mix tra giallo e thriller.
Le protagoniste entrambe riescono a trasmettere quelle sensazioni che reggono per tutto il film e l'apoteosi di cattiveria messa in atto da una di loro non sembra poi così forzata di questi tempi, ma anzi ricalca diversi fatti di cronaca.
Un film molto lento, con tantissimi primi piani, dialoghi dosati e la macchina da presa sempre sul punto di farci vedere il crollo delle protagoniste in una storia che piano piano si intensifica mettendole faccia a faccia in un duello mortale.
Un film molto indipendente che come stile di narrazione e messa in scena mi ha ricordato un altro film sconosciuto e da vedere assolutamente per i fan del genere di nome BUTTER ON THE LATCH

Sonno profondo


Titolo: Sonno profondo
Regia: Luciano Onetti
Anno: 2013
Paese: Argentina
Giudizio: 3/5

Negli anni Settanta, dopo aver ucciso una giovane donna, un assassino traumatizzato dai ricordi della propria infanzia riceve una misteriosa busta sotto la porta. Improvvisamente, da cacciatore diventa preda quando scopre che la busta contiene immagini dell'omicidio da lui commesso.

Onetti è un nome che forse verrà ricordato più che altro per l'enorme potenziale come autore a tutto tondo. Scrive, dirige, interpreta, monta, fotografa, produce, crea addirittura le musiche.
Girato in Argentina ma ambientato in Italia, il giallo thriller in questione è un omaggio a due punti di riferimento dell'horror e del thriller moderno e datato, uno manco a doverlo ribadire è Argento mentre l'altra coppia invece, a parer mio, anche se in minor parte è quella composta da Cattet e Forzani, due outsider che negli ultimi anni hanno girato dei film bellissimi e assurdi.
Supportato dal fratello e dall'assistente, che recita al fianco del regista, Onetti gira un prodotto particolare con una lunghezza che supera di poco lo standard del lungometraggio e fin dalla prima sequenza e infarcita di un'atmosfera che sembra proprio realizzato nel pieno degli anni '70 con tutti quei toni sbiaditi, filtri di colore e gelatine sparate e un uso predominante della soggettiva.
Come per alcuni film di Argento non vediamo quasi mai il killer e in questo caso nemmeno le vittime con un azzeramento dei dialoghi dove è proprio la musica a scandire i tempi.
Potrebbe sembrare il tipico esercizio di stile di un autore che sa gestre i mezzi con un certo compiacimento e una consapevolezza abbastanza rara da vedere anche se credo che non sia così.
In più non manca una certa ricerca di una psicologia criminale alla base del protagonista.
Come spesso viene abusato anche in altri film, il killer sembra vittima di un morboso imprinting famigliare identificato a turbe sessuali che sembrano intrappolarlo in una delirante follia che cerca di mettere a tacere proprio scatenando la sua follia omicida.



Castlevania


Titolo: Castlevania
Regia: AA,VV
Anno: 2018
Paese: Usa
Serie: 2
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

La prima stagione si conclude con il figlio di Dracula, Alucard, che decide di unire le forze con l’ex nemico Trevor per abbattere il padre. La giovane ma potente maga Sypha fa già parte della banda, si unirà qualche altro personaggio alla squadra anti-Dracula?

Diciamolo subito. La prima stagione, che non era affatto male, anche se sembrava più una necessità impellente dei nerd, lasciava la bava alla bocca nella speranza di vedere cosa poteva capitare in futuro e non era sicura fino all'ultimo una seconda stagione con ben 4 episodi in più che potesse portare avanti la storia e i personaggi.
Mi ci sono ritrovato quasi per caso e così andandomi a leggere la trama della prima stagione per avere almeno un'idea chiara dove riprendere la narrazione, me la sono sparata tutta di filato per non perdermi colpi di scena o elementi importanti della storia.
E sono rimasto parecchio deluso da questa seconda stagione. Se il livello tecnico e qualitativo è ottimo senza sbavature o impiego vergognoso della c.g, è proprio la storia a diventare invece noiosa fin da subito. Sono stati in grado di sbagliare pur avendo nel trio dei personaggi principali del bene assi come Alucard, Trevor e Sypha abbastanza tosti e cazzuti.
Nell'esagerazione dei personaggi buttati a caso nei vari episodi si perde completamente un aspetto che invece giocava bene nella prima serie ovvero la caratterizzazione dei personaggi.
Infatti nessuno di loro soddisfa per il suo carisma risultando tronfio proprio a causa di una mancanza di approfondimento delle loro personalità, facendoli risultare come semplice contorno per la corte di Dracula che invece sembra forse l'unico ad avere il margine di imprevedibilità maggiore.
Il trio dalla sua non sembra avere quell'affiatamento che ci si poteva immaginare e mi è sembrato che spesso e volentieri i combattimenti, alcuni proprio a caso, servano proprio da deterrente per coprire vuoti o momenti imbarazzanti.
L'ultimo episodio lacrimuccia è da arresto.

sabato 10 novembre 2018

Overlord


Titolo: Overlord
Regia: Julius Avery
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

A poche ore dal D-Day, un battaglione americano di paracadutisti viene lanciato su un paesino della Francia occupata dai nazisti per una missione cruciale: far saltare una torre-radio, posizionata sopra una chiesa, per facilitare l'invasione alle truppe di terra. Sterminati dalla contraerea tedesca e dalla superiorità numerica delle forze naziste, i soldati americani rimangono in poche unità e trovano rifugio nella casa di una ragazza del posto, che vive sola col fratellino. Decisi a portare comunque a termine la missione, il soldato Boyce e i suoi compagni si fanno strada con uno stratagemma all'interno della torre, ma qui scoprono un vero e proprio laboratorio degli orrori e si ritrovano a combattere un nemico mostruoso, apparentemente invincibile.

Chissà come mai la scelta di Avery, il regista che aveva diretto un filmetto molto carino ma con tante imperfezioni di nome SONS OF A GUN. Diciamo che a differenza dell'esordio del 2014, qui Avery può contare su un budget faraonico, rispetto al precedente film, anche se per quanto concerne il cast ha sempre avuto una buona schiera di attori.
War-movie+Action+Horror+Nazisti ed esperimenti+Creature e mutazioni.
Gli ingredienti alla base sono questi e non sono pochi.
Una manciata di minuti per presentare lo squadra in aereo e poi il massacro dove si salvano in pochissimi e da lì il cambio strategico nella location principale, un paesino francese dove gli abitanti servono come cavie per gli esperimenti nazisti, e dove abbiamo tutto il tempo per conoscere i personaggi e respirare dopo il bombardamento iniziale.
Tempesta, silenzio e infine pioggia acida.
Diciamo che anche qui la carne al fuoco era molta. Anche su questo ci sono stati diversi film molto ma molto simili, primo tra tutti FRANKENSTEIN'S ARMY che diciamo era davvero una chicca e se prendiamo in esamina l'horror era proprio un'altra cosa molto più potente e paurosa.
Questa è la versione più edulcorata, commerciale, digeribile, con molti meno mostri e di una major celeberrima, per cui i rischi erano davvero tanti, ma Avery da buon mestierante con qualche punto in più è riuscito a salvare il comando della squadra, cercando di bilanciare intrattenimento e un minimo di sostenibilità della storia.
Funziona sotto molti aspetti che sono poi quelli che riguardano il reparto tecnico, il cast, alcuni accorgimenti e soprattutto le scene d'azione. Quello che non è che non funziona, ma ci si poteva aspettare di più sicuramente, erano gli infetti nella torre che gli alleati dovranno distruggere.
Alcune fesserie riguardanti cose che fanno i personaggi come se da un momento all'altro fossero tutti killer professionisti o abili ladri che riescono a nascondersi in una base nemica piena di guardie naziste tra cunicoli infiniti senza mai farsi vedere dal nemico, sono spesso esagerati, come la ragazza francese che ad un certo punto diventa quasi un'assassina nata rubando troppo la scena.
Un finale che poteva e doveva regalare di più, la resa dei conti tra l'antagonista e il protagonista è veramente scopiazzata da tantissimi film e diciamo anche che l'aspetto che doveva più di tutti far paura, e che il regista olandese aveva usato molto bene nel film citato prima, qui è appena abbozzato senza dargli forza, un punto debole che avrebbe accresciuto tensione e ansia, elementi di cui questo film soffre in dosi massicce in più parti.



Murder party


Titolo: Murder Party
Regia: Jeremy Saulnier
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una cena per festeggiare Halloween si trasforma in un bagno di sangue.

Facciamo un salto all'indietro. Jeremy Saulnier per gli amanti del cinema di genere è uno di quei nomi che non si può non conoscere.
Questo è il suo primo lungometraggio indie low-budget prima che il regista divenisse noto come almeno lo è ora, dal momento che comunque diversi suoi film sono indipendenti pur avendo avuto un discreto successo tra i festival e soprattutto tra il pubblico.
Questo Murder Party è una scheggia impazzita che Saulnier confeziona molto bene nella prima parte, per poi farla esplodere completamente nell'atto finale esagerato, splatter, gore e senza nessun limite. Un prodotto astuto tutto interamente girato in un magazzino e in giro per i tetti e le terrazze.
Un film nichilista dove l'alcool e le sostanze diventano ancora una volta il pretesto per combattere la noia della vita. Qui il gruppo di pazzi dove il protagonista finisce seguendo un volantino, sono davvero quanto di più assurdo possa trovarsi in una notte di Halloween, anche perchè non sono proprio cattivi, ma annoiati che non sanno come sfogare la propria frustrazione.
Nella prima parte ci viene mostrato il protagonista, questa sorta di nerd che accetta di recarsi ad una festa di cui non sa niente, ma lo capiamo fin dalle prime scene dove lo vediamo in casa depresso che parla col gatto e mangia schifezze a volontà. Insomma un personaggio patetico e abbastanza squallido come capita spesso per i nerd o gli anti-eroi che poi riescono a diventare simpatici o perchè sbottano o perchè fanno qualche azione che non ci si aspettava (ma quasi sempre negativa).
Qui diciamo che il climax finale è diverso e dovrete stabilire voi il livello di empatia con il protagonista che da una certa parte del film, nel magazzino, quasi scompare per dare spazio agli altri personaggi.
Un finale davvero truculento al massimo, dove dovete aspettarvi di tutto, e non mancherà di sorprendervi soprattutto per le frattaglie, motoseghe, linguaggio, e tante altri elementi.
Un esordio significativo, come poteva esserlo quello di Peter Jackson, dove infine passa anche un metaforone sull'arte che seppur non originale, mi rispecchia perfettamente per come anch'io forse come Saulnier, ho un'idea e un pensiero terribile riguardo la quasi totalità dell'arte contemporanea.

Halloween


Titolo: Halloween
Regia: David Gordon Green
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Da 40 anni Laurie Strode si prepara per il ritorno di Michael Myers, lo psicopatico che ha massacrato i suoi amici durante la notte di Halloween del 1978. E per tutti quegli anni Laurie è rimasta chiusa in casa, imponendo la stessa reclusione anche alla figlia Karen, con l'intento di proteggerla dall'inevitabile ricomparsa del mostro. Quando Myers viene trasferito dall'ospedale psichiatrico di Smith's Grove le paure di Laurie si rivelano fondate: il prigioniero infatti trova il modo di scappare e naturalmente si reca ad Haddonfield in cerca dell'unica preda sfuggitagli nel '78.

Solo due parole su Green, regista capace di intrattenere con film commerciali a volte particolarmente stupidi e insignificanti per spostarsi poi su territori inesplorati dell'indie con risultati più che piacevoli.
Halloween è una bestia difficile da trattare vuoi perchè alla base abbiamo uno dei maestri supremi della settima arte che è il buon Carpenter, vuoi perchè anche se a molti non sono piaciuti, ci ha messo la mano pure quel pazzo furioso che io stimo molto di Zombie che negli anni è riuscito a creare un suo stile di cinema ben definito e con Halloween ha picchiato davvero duro.
Questo poteva sembrare il classico sequel che nessuno voleva, fatto alla veloce, senza anima e senza prendere spunto dai film precedenti.
Invece Green mantiene lo scheletro dell'originale, 40 anni dopo, e mettendo tre donne di tre generazioni diverse a scontrarsi con Michael in uno scontro finale crudele ma quanto mai emblematico nel voler ancora una volta dimostrare come questa battaglia fino alla fine tocca alla famiglia Strode e tocca alle Donne.
Il cast è azzeccatissimo con alcune vecchie glorie che riescono a togliersi la polvere di dosso e mantenere quel polso duro fino alla fine, ognuno ovviamente schierato secondo il suo codice deontologico.
La violenza e il gore non manca anche se diventa secondario nel cercare di dipanare di più la suspance e i colpi di scena a differenza dei jump scared che rischiavano di incasellare il film verso litorali meno piacevoli.
Il ritmo, la colonna sonora, la fotografia, i colori sparati e quel senso di ritrovarsi in quelle lande desolate che Myers a colpi di slasher straziava senza nessun riguardo sono alcuni dei fattori che fanno da padrone.
Davvero il lavoro per quanto concerne la caratterizzazione dei personaggi è stato lodevole e inaspettato come il ruolo dello psichiatra, del poliziotto, e della famiglia Strode, ripeto tre generazioni diverse di donne che nel finale combattono Myers con tutto quello che hanno, la forza della disperazione e un odio di non voler più avere a che fare con un serial killer che ha distrutto l'anima della famiglia e ucciso gli amici più cari.

giovedì 18 ottobre 2018

Ghost Stories


Titolo: Ghost Stories
Regia: Andy Nyman
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un docente di psicologia che non crede ai fenomeni soprannaturali. L'arrivo di una misteriosa lettera lo porterà a imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di ciò che non può essere spiegato razionalmente.

"La mente vede ciò che vuol vedere"
Ghost Stories è un bel film sui fantasmi. Forse il più bello degli ultimi anni.
Un ghost movie accattivante, girato molto bene con una messa in scena evocativa e misteriosa, un cast perfetto e una sceneggiatura che seppure con qualche strafalcione nel finale (alla fine si è scelta la modalità "Polanski") riesce nelle sue tre storie ha creare tante belle scene, un mood claustrofobico in alcuni casi, strizzando l'occhio alle leggende, ai bambini scomparsi ma anche alle creature che infestano i boschi e quanto anche un interno di una casa può creare un sistema di jump scared infinito.
Ghost Stories per quanto la storia lo preveda non è propriamente un film a episodi.
Ne ha bisogno per creare la storia e il filo conduttore, con un finale che come appunto dicevo da un lato sembra negare tutto in funzione o meglio in virtù di una verità o una lezione che viene sfruttata forse troppe volte nel cinema.
Dal canto suo avrei preferito un finale diverso dove soprattutto nei colpi di scena che arrivano uno dopo l'altro, l'interesse dei due registi, comprendesse la scoperta di altri misteri.
Ciò detto il film è compatto, solido, con delle musiche che senza mai distrarre consentono di entarre ancora di più nel cuore del brivido.
Di fantasmi come il cinema di solito ci mostra, il film prende le dovute distanze rivelandosi fin da subito ottimo nella costruzione dell'ansia e nel creare quella sensazione di orrore senza far troppo ricorso alla c.g
Come per molti altri film, la sfida dei due registi vince quasi subito, appena notiamo con quanta cura il duo ci tenga a confezionare al meglio la storia.
E poi parla di cacciatori di storie. Un investigatore che deve fare delle immagini per confermare se le testimonianze rese da quei tre personaggi sono vere.
Scoprirà ovviamente qualcosa che non avrebbe mai immaginato, ma di più non si può dire altrimenti si rischia di spoilerarlo, e questo è un film che fa dell'atmosfera la sua chiave magica.



Nights eats the world


Titolo: Nights eats the world
Regia: Dominique Rocher
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sam si sveglia una mattina e si ritrova a vivere in un incubo: un esercito di zombie ha invaso le strade di Parigi e lui è l'unico sopravvissuto. Mentre contempla il suo triste futuro e come sopravvivere, apprende che potrebbe non essere l'unico sopravvissuto in città.

Il sotto filone horror sugli zombie o gli zombie movie sono ormai abbastanza abusati, per alcuni un fenomeno fatto e finito, per me fonte inesauribile di idee purchè scritte bene e con tante metafore ancora da scandagliare.
Bisogna ammettere che nonostante tutto negli ultimi anni qualche eccezione c'è stata confermando come per altri sotto filoni, di come alla fine siano sempre le storie e la realizzazione a renderle forti e interessanti.
Dicevo appunto che qualche caso c'è stato come NIGHT OF THE SOMETHING STRANGE o LES AFFAMES o ancora bisogna andare in Oriente.
I francesi di solito hanno la fama di essere abbastanza originali e spesso e volentieri sanno spiazzare senza lesinare sullo splatter o sul gore.
La ricerca di Rocher è partita da un assunto piuttosto discutibile, ma interessante, ovvero quello di limitare l'uso dei mezzi e di ogni sorta di atmosfera accattivante o di ritmo frenetico.
Nel film molte scene sembrano essere pensate e studiate quando invece sono dei topoi di non sense eppure questa continua prolissità del film e delle azioni wtf di Sam creano degli assurdi così grossi che tutto il film assume intenti che non ci è mai dato di sapere, salvo la sopravvivenza come macro tema, da sempre di questo genere.
La minaccia zombie o meglio di un'invasione è pressochè assente o inesistente come se a deciderlo fosse proprio il protagonista a partire dal suo palazzo o dall'ascensore dove uno di questi è nascosto.
Diciamo che anche i co protagonisti non aiutano molto anzi disorientano ancora di più su quali scelte intraprendere.
Un film che non mi è dispiaciuto, è strano, a tratti bizzarro, ma si chiama fuori da tutti i film di recente sul filone che invece sono inclini agli inseguimenti, le lotte e la violenza.





Boar


Titolo: Boar
Regia: Chris Sun
Anno: 2018
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

Il bestiame comincia a scomparire in una piccola città rurale e due contadini dediti all’alcol si ritrovano faccia a faccia con un gigantesco cinghiale. Dopo essersi imbattuti nei resti devastati di un camping, i due uomini – con abbondanza di bottiglie di whisky, ma con una scorta di munizioni insufficienti – devono così provare a respingere la bestia da soli, prima che questa torni a uccidere di nuovo. Nel frattempo, la famiglia Monroe arriva in città per far visita ad alcuni parenti e, mentre trascorre un idilliaco pomeriggio a nuotare nel vicino fiume, anche i suoi membri finiscono nel mirino della creatura predatrice selvatica dall’appetito insaziabile.

Boar entra a far parte di quel sotto filone creature film o monster movie.
Un b movie cresciuto nell'outback australiano figlio di un certo genere ozploitation che dalla terra dei canguri ogni tanto fa spuntare qualche pellicola di genere.
Boar però a differenza di RAZORBACK o chessò PIG HUNT, non ha proprio niente a che vedere. Sun purtroppo, non parliamo solo di limiti di budget, confeziona degli errori eclatanti in fase di montaggio e in alcuni punti della narrazione.
Mai cinghiale è stato visto così poco con dei pessimi effetti speciali e con un finale dove lo prendono a fucilate, da arresto.
La storia oltre essere infarcita di luoghi comuni continua il discorso che già aveva iniziato Kotcheff con il suo capolavoro esprimendo la sua impressione sugli australiani che sono dei redneck alcolizzati. I protagonisti a parte un nonnetto simpatico e sempre arrapato già visto in due horror che con questo non hanno nulla a che fare, sono fantasmi messi lì solo per dire assurdità e morire malamente. Quando ti rendi conto che uno dei personaggi meglio caratterizzati è un ex lottatore di wrestling che fa lo stunt man, beh siamo proprio arrivati alla frutta.
Si salva davvero poco. Il cinghiale compare sempre con il teletrasposrto di fronte alle sue vittime.
Alcuni, disarmati, provano anche a prenderlo a pugni con risultati direi piuttosto penosi.
Pensatela così. Campi sterminati dove non c'è nulla nemmeno un albero quindi diciamo che se non siete proprio ciechi risucireste a vedere anche il buco del culo di un canguro a miglia di distanza.
Eppure Sun, che in questo o è stato esageratamente stupido per buttarla sull'ironia, sbam, oppure ha proprio cannato tutto dove infatti dal nulla giacchè prima non c'era nulla compare il cinghiale tra l'altro con una velocità ancora più impressionante dei quella dei velociraptor

domenica 14 ottobre 2018

Apostolo


Titolo: Apostolo
Regia: Gareth Evans
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un uomo cerca di salvare la sorella rapita da una setta religiosa. Ma il riscatto da pagare è molto alto.

L'ultima opera di Evans si distacca completamente dalla sua precedente filmografia dove aveva dato nuova enfasi al cinema action in particolare sulle arti marziali.
Apostolo è un film completo, lungo, che si prende il suo tempo per raccontare una storia tutto sommato gradevole anche se inflazionata da troppe citazioni tra le righe e un amore cosmico nei confronti del capolavoro THE WICKER MAN.
Apostolo è ambientato nei primi anni del '900 mette insieme molti elementi interessanti, l’isolazionismo deciso dalla comunità, il fanatismo religioso, la radicalizzazione della violenza, creature che per "proteggere" l'isola hanno bisogno di sangue (in questo caso la dea) e il declino ambientale visto sotto una chiave piuttosto originale e prendendo qualche spunto da Barker.
Gli elementi non mancano, i toni e l'atmosfera soprattutto nei due primi atti sono la parte migliore contando che verso il finale, vista la moltitudine di eventi da chiarire e da chiudere il film tende ad ingarbugliarsi un po con alcune sotto vicende destinate a concludersi troppo velocemente contando che il film dura più di due ore e su questo elemento si poteva fare di più.
Un horror di natura fanatico-religiosa dove Evans ha voluto cercare di inserire il più possibile con atmosfere venefiche un taglio soprannaturale, culti misterici e una divinità che sembra rimandare al paganesimo con una fame che da secoli sta distruggendo il mondo e le sue floride bellezze e questo forse è l'elemento più interessante del film che cerca una metafora ambientale ma anche politica per inserire i suoi codici eretici.
La location Welsh Island poi appare come una terra ormai morente grigia e scura dove tre fratelli, i primi arrivati, detengono un potere attraverso delle cerimonie in alcuni casi raccapriccianti e dove a differenza dei combattimenti qui vengono mostrate diverse volte e senza mascherare nulla scene di tortura e momenti sanguinolenti senza nessun risparmio.




venerdì 12 ottobre 2018

When black birds fly


Titolo: When black birds fly
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

When Black Birds Fly racconta un’unica storia, ambientata in una città fittizia, una società distopica dominata da un certo Caino, considerato come una divinità, un novello Messia, che ha costruito attorno alla città di Heaven un muro, al quale è severamente vietato anche solo avvicinarsi. Cosa si nasconde al di là di questo confine? Cosa c’è di così terribile dall’altro lato? Perché i cittadini di Heaven, un paese in bianco e nero, nel quale l’unica nota di colore sono i cartelli quasi propagandistici di Caino e poco altro, devono tenersi lontano da questo orribile muro? A scoprirlo saranno due bambini, il piccolo Marius e la sua compagna di scuola Eden, che per aiutare un gatto in difficoltà raggiungeranno questo territorio misterioso, attraverso un buco, ritrovandosi in un mondo delirante e disgustoso.

Dopo l'efferato WHERE THE DEAD GO TO DIE che definivo un trip allucinato, qui l'effetto delle sostanze continua diventando più politicamente scorretto, prende come chiave escatologica la religione cristiana fondendola con alcuni miti pagani e con una importante anche se eccessivamente malata lo ripeto metafora politica.
Un film difficile da guardare fino alla fine, vuoi le musiche disturbanti, il montaggio che a volte sembra un viaggio in funghetto oppure i colori e lo stile d'animazione che rischiano di far venire una crisi epilettica.
Dio, Caino, Eva, il Paradiso, l'Inferno. A questo giro ScreamerClauz sembra essersi proprio incazzato chiamando in cattedra tutti per un suo giudizio finale direi esageratamente nichilista.
Un film dove succede di tutto, perversioni, gore, scene splatter e grottesche, momenti onirici a profusione, personaggi inquietanti, animali che prendono droghe e si trasformano, allo stesso tempo però risulta indubbiamente meglio strutturato soprattutto grazie ad una struttura unitaria e non antologica che riesce ad interessare maggiormente e riesce a regalare, a sorpresa direi, dei colpi di scena niente male soprattutto nella mattanza finale.
E soprattutto la simbologia, la scenografia a compiere i maggiori passi in avanti a cominciare dal bianco e nero che viene usato per il Paradiso, un luogo fatto di ombre ed incubi, in cui tutti sono castrati dove gli sposi non possono nemmeno guardarsi nudi e per ottenere un figlio devono far parte di una grottesco rituale di auto-mutilazione da parte dei genitori in onore del dittatore Caine facendo manifestare un figlio già parzialmente cresciuto a partire da una strana larva psichedelica. All’interno del Paradiso le uniche cose colorate sono i poster di Caino e pochissimi altri elementi.
I colori fluo, d’altro canto, appartengono all’Inferno, un mix di psichedelia che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dionisiaca e violenta del luogo.
Tutto il film si pone come un’allegoria del totalitarismo e soprattutto della corruzione e dell’incoerenza nella religione cristiana.
Tutto il film continua con parti mostruosi dove a sentir dire dal regista tutto il film è stato creato e composto sotto l'effetto di sostanze e nessuno stenta a crederlo contando che andando avanti nelle creazioni malate abbiamo Dio rappresentato come un uomo tra le nuvole, con una grossa corona ed al posto del volto una sfera di vetro, un Dio incazzato che non ci metterà molto a fare stragi appena si impossessano della sua donna e poi il frutto del peccato, una bacca che crea allucinazioni a chi la mangia.
Dunque fede bigotta con conseguente senso di colpa inculcato negli esseri umani servi in più una religione estremista assieme al potere tirannico che viene esercitato sul popolo, spesso senza che questo se ne accorga. Caino sottomette il popolo senza alcun rispetto e cela a tutti la verità, mentre gli abitanti del paradiso lo reputano un salvatore e credono in lui ciecamente, senza la benchè minima ombra di dubbio.
E'una favola malata ma che ai giorni nostri assurge quasi a verità.

Domestics


Titolo: Domestics
Regia: Mike P. Nelson
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un terrificante mondo post apocalittico abitato da violente gang divise in fazioni, Nina e Mike viaggiano attraverso il paese, desolato e senza legge, in cerca di salvezza. Dopo il cataclisma pochi sono sopravvissuti, le città sono state abbandonate e i gruppi di superstiti si sono organizzati in bande in lotta tra loro. Ogni fazione rappresenta una specie di "incubo americano" e i loro membri non si fermano davanti a nulla, con il predominio come unico obiettivo. Restare vivi non sarà facile.

Domestics è un curioso wtf sulla regressione del genere post-apocalittico nonchè survival on the road con un nutrito mix di film in parte ampiamente scopiazzati.
Il risultato però non è nocivo come il gas che sparano a profusione gli aerei del governo sulla civiltà all'inizio del film.
Lo sono forse tutte le gang diverse e con l'unico scopo di uccidere e fottere, una via di mezzo tra i bifolchi trasformati in Crossed e l'universo di Miller in chiave nichilista dove la donna serve solo come suppelletto. Forse a tal proposito una delle scene più belle è proprio quella nella casa anzi nell'arena dove marito e moglie, entrambi ex, devono uccidersi a vicenda con le pistole attaccate con tanto di trapano alle mani.
Un horror d'azione dove nell'apocalittica ricerca di una salvezza dove anche qui la voce fuori campo, un dj, ci aiuta e narra cosa è successo raccontando le nefandezze di questa Sodoma ma anche la strada da percorrere per trovare la salvezza.
La profonda amarezza di The Domestics è che ci si aspettava "qualcosa" mentre invece la storia procede spedita sì ma anche inflazionata dalle scene telefonate e dalla prevedibilità dei colpi di scena. Un enorme calderone del già visto con tanti accessori notevoli e affascinanti ma che alla fine non riescono nemmeno a farti venire quella sensazione come di essersi beccati in pieno da un cazzotto nello stomaco. Qui il colpo punta sotto la cintura e come si sà non si guadagna nessun punto.
Alla fine il film di Nelson è un'operazione che si affida in maniera genuina ad un'estetica di genere, con una violenza presente ma mai estrema e gratuita con una solida componente action che, soprattutto nel rocambolesco finale, si rivela accattivante e in grado di regalare le giuste dosi, ma che non appagano mai, di quell'adrenalina che necessitano i fan del genere.

Diggers


Titolo: Diggers
Regia: Tikhon Kornev
Anno: 2016
Paese: Russia
Giudizio: 2/5

Ogni giorno migliaia di persone usano la metropolitana. Sono tantissimi quelli che prendono come tante altre volte l'ultimo treno della sera che inaspettatamente scompare tra la paura generale. Le autorità segretano tutte le informazioni sulla vicenda ma pochi giorni dopo amici e familiari degli scomparsi iniziano le loro indagini private. I tunnel sotterranei sono luogo di terrificanti leggende ma la realtà sa a volte essere semplicemente impensabile...

Questa frase accattivante creata al solo scopo di acciuffare più spettatori possibili e quasi ironica come d'altronde andrebbe presa la pellicola di Kornev.
Il sotto genere del bunker o meglio dei sotterranei non è territorio inesplorato nel cinema.
Alcune cose inguardabili sono già state fatte come CATACOMBS a differenza invece di prodotti interessanti come il tedesco URBAN EXPLORER, NON PRENDETE QUEL METRO' o ancora END OF THE LINE .
I russi quando ci provano con l'horror sono in grado di confezionare o delle porcherie cosmiche come questo oppure dei film confezionati molto belli e con una "Storia" spesso folkloristica come BRIDE.
Qui si prova a mischiare di tutto con evidenti limiti nel risultato e nella scrittura priva di un minimo tocco personale e di suspance nonchè di sangue.
Abbiamo dei Blogger (e abbiamo la post-contemporaneità con i teenager bimbi minchia e una fastidiosissima e flaccida cosplay con il bastone per i selfie che speravo morisse in maniera lunga e atroce ma così non è stato), una galleria di personaggi che si ritrovano nel treno cercando di essere al tempo stesso seri e misteriosi senza peraltro mai riuscirci, una troupe televisive che crea programmi nel sottosuolo in maniera decisamente imbarazzante, personaggi stupidi e caratterizzati così male che tutta la narrazione si perde appunto nei sotterranei e in dialoghi lunghissimi e senza senso e per finire una guida se così possiamo definirla esperta di tunnel oltre a coppiette che dicono di amarsi veramente.
E poi se mi devi far vedere un mostro dammi qualcosa che almeno a livello visivo significhi qualcosa. Questa creatura che tra l'altro si vede col contagocce è una specie di creatura rettiloide di indefinita origine.
Il migliore e decisamente il più significativo sul genere rimane ancora MIDNIGHT MEAT TRAIN di Kitamura che deve tutto al racconto totale del maestro Barker.



martedì 25 settembre 2018

Mandy


Titolo: Mandy
Regia: Panos Cosmatos
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Red e Mandy vivono soli in una casa nel bosco. La loro tranquilla vita familiare viene sconvolta quando, durante una passeggiata nella foresta, Mandy viene notata da Jeremiah, l'inquietante leader di una setta deviata di cultisti. Deciso a trattenere la ragazza nella setta, l'uomo ne organizza il rapimento. Dopo aver provato inutilmente a resistere al brutale assalto dei rapitori, Red e Mandy si risvegliano legati e imbavagliati in mezzo agli adepti del culto. La situazione precipita quando ai due ostaggi viene iniettata una sostanza altamente allucinogena, che trasformerà la loro prigionia in un incubo.

Mandy è l'eccesso, la straripante colata di colori, frattaglie, sangue, musiche che predominano e che danno la possibilità al camaleontico Cage di esagerare in uno dei ruoli migliori di tutta la carriera.
Un film che se ne fotte della trama prendendola solo come pretesto per immergersi in una prima solitudine cosmica per arrivare a diventare un revenge movie assatanato con alcune creature che sembrano uscire dalle pagine di Barker e diventare una nuova squadra di cenobiti che fanno molta più paura del gruppo di satanisti presente nel film.
Una mattanza di insanità e sangue, l'equivalente cinematografico di uno strambissimo trip lisergico di due ore, di puro montaggio a base di heavy metal e satanismo ma anche citazioni letterarie come il libro e le strane e ambigue simbologie alla base, le doppie lune, etc.
Bisogna essere bravi a saper vendere fumo e questo gli americani e soprattutto Cosmatos lo sa benissimo vista la sua filmografia.
Il risultato è una fiaba nera, un horror indie e atipico dove l'esperienza e il modo di raccontare diventa l'essenza del film.
Soprattutto lo stile e ripeto gli eccessi risaltano e prendono le redini del film sin da subito intuendo bene che non ci troviamo di fronte a qualcosa di standard perlomeno nell'uso dei mezzi tecnici, di una fotografia coloratissima e sempre estrema con dei colori saturi che ci immergono nell'incubo vissuto da Red.
Una psichedelia a livelli bassi ma con un tasso di adrenalina molto alto e con una curiosa voglia di rompere alcuni schemi in un mix di generi dove sembra esserci quasi tutto e che sembra più che altro essere un concertone metal che non ha bisogno dal secondo atto in avanti di essere del tutto coerente.