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sabato 23 novembre 2019

I trapped the devil


Titolo: I trapped the devil
Regia: Josh Lobo
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Natale è il simbolo di pace e di gioiose riunioni familiari. Questo è quello che pensano Matt e sua moglie Karen quando a sorpresa si palesano in casa di Steve, il fratello di lui, per le feste. Si ritrovano però di fronte a una spaventosa sorpresa: nella cantina Steve trattiene un uomo. Non si tratta di un tizio qualunque: Steve crede infatti di aver intrappolato il diavolo in persona.

Ho intrappolato il diavolo e adesso devo convincere tutti che non sono pazzo.
L'idea di per sè non è male, come d'altronde nel cinema di genere c'è ne sono tante, alcune poi condite come si deve, altre invece che sembrano crogiolarsi sull'idea e mandare a ramengo tutto il resto. Trattasi di un indie a costi bassissimi, un low-budget girato in soli nove giorni all'interno di un'unica location e con tre attori più qualche comparsa e una bambina che nel finale saltella felicemente.
Lobo gira il suo film d'esordio cercando di fare la furbata dell'anno, con una trama che praticamente impossibile da non amare fin da subito anche se come dicevo, bisogna poi saperla sceneggiare.
Ci sono tanti limiti in un film che doveva durare meno, cercare forse di essere più ambizioso, schiacciare di più il pedale sull'effetto paranoico e sull'alienazione nonchè il contagio morale del protagonista ai danni del fratello e della compagna.
Qualcosa di molto buono però il regista che ha scritto, prodotto, diretto e montato l'opera c'è, su quel senso di disagio e soprattutto quella discesa nella cantina dove sentiamo quel breve ma profetico dialogo con l'uomo rinchiuso. In quella scena è contenuta tutta la suspance, l'atmosfera di un film che sapendo di non avere altri strumenti punta tutto su questa specie di smarrimento che provoca effetti contrastanti e altalenanti per chi entra in contatto con quella voce e quel mistero.
Quella voce è come quella che Eggers ci ha fatto ascoltare, che abbiamo percepito dai suoni allucinati di West, che ripiomba con ancora meno elementi cercando di creare terrore dal nulla.
Una prova difficilissima, molto ripetitiva per quanto concerne alcune scene davvero inutili e che dovevano essere tagliate, nel voler cercare di creare un impianto claustrofobico nella casa con una sorta di malattia pervasiva che colpisce tutti, ma indugiando e prendendosi troppo tempo in alcune scene di una noia cosmica che se lasciava la camera ad inquadrare la parete nascosta nella cantina forse era meglio. Il cast cerca di mettercela tutta anche se a volte l'imbarazzo coglie pure loro nel non sapere cosa fare e dove aggrapparsi. Steve che cerca con una bella gigna di dare il peggio di sè per fortuna senza mai sfiorare il ridicolo e infine la scena finale, riassunta in parte già dall'incipit iniziale del film che lascerà basiti e sospesi, a qualcuno piacerà di brutto, altri, quelli che c'è l'hanno fatta, storceranno la bocca maledicendo Lobo e tutto quello che spero farà in futuro magari con qualche risorsa in più.



Meat Grinder


Titolo: Meat Grinder
Regia: Tiwa Moeithaisong
Anno: 2009
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Buss è una signora ridotta al lastrico e tormentata di continuo da un passato difficile: in seguito a una manifestazione poi sedata dalla polizia, la donna trova in un angolo nascosto del suo locale un uomo morto. Una volta fatto a pezzi il cadavere e macinato, Buss lo cucina e lo serve ai suoi clienti, con risultati sorprendenti che però la obbligano a cercare vittime fresche per portare avanti il suo nuovo business culinario.

Meat Grinder come DUMPLING e altri film orientali ci ricordano come i nostri parenti lontani sappiano essere cruenti in maniere a volte a noi sconosciute, infrangendo tabù, sovvertendo le regole, distruggendo il lecito e approfondendo il proibito, annegando bimbi in bacinelle d'acqua, torture come non si vedevano da tempo e tanta carne umana da sfondo e da usare come portate per i commensali ovviamente all'oscuro di tutto in un tripudio di sangue e violenza davvero d'effetto.
Senza essere mai eccessivamente forzato come invece altri film e registi sanno essere, Meat Grinder cerca la sua vena salvifica nel dramma famigliare, nella povertà, negli stratagemmi per sopravvivere, nell'isolamento e nella solitudine, nei silenzi e nella quotidianità degli orrori ormai divenuti una componente della vita reale e perciò accettati.
La Thailandia ha vissuto un suo piccolo momento idilliaco nel cinema, sapendo giostrarsi alcuni film interessanti per poi abbandonare la nave mettendo da parte la settima arte se non con horror adolescenziali abbastanza avvilenti.
Qui non c'è humor ma il livello di gore è furibondo come la maschera della sua protagonista sempre sull'orlo dell'esasperazione è costretta a vivere a stretto contatto con gli incubi dell'infanzia, l'incesto, le molestie, gli abusi e poi un rapporto strano, perverso e complesso con la figura maschile. Buss è perfino più violenta di Dae-su Oh, ormai sembra aver abbandonato la vita reale destinata a portare a termine una vita di orrori indicibili dove ormai sembra aver azzerato ogni emozione e sentimento, diventando una sorta di automa che tortura, uccide e sacrifica per sopravvivere senza stare a dare altri sensi come l'orgoglio, la vendetta, il piacere personale.
Buss uccide e basta, guardando le vittime dopo avergli mozzato gli arti, vedendoli sanguinare appesi ad una corda senza battere ciglio per poi forse provare un minimo senso di orgoglio nelle facce dei commensali quando si cibano dei resti umani.
Meat Grinder è viscerale, pieno di sangue, di frattaglie, pieno di liquidi e di sangue, mostrando crudeltà senza fronzoli e soprattutto riesce nel difficilissimo compito di farci provare empatia per Buss giustificando le orribili mattanze dopo quello che le è stato inflitto.




Haunt


Titolo: Haunt
Regia: Scott Beck, Bryan Woods
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5
Ad Halloween, un gruppo di amici convinti di partecipare ad un gioco "escape room" si ritrovano in intrappolati da un gruppo di assassini che metteranno in scena le loro paure più profonde. La notte si tinge di morte e gli incubi diventano realtà.

Haunt ha una locandina così bella che non potevo davvero esimermi dal non gustarmelo a dovere, magari proprio ad Halloween, quando il film è ambientato, sperando di vedere qualcosa di buono. Così non è stato. Haunt premetto, non è una ciofeca, ha un solo asso nella manica e riesce a gestirlo molto bene ma per il resto è tanta roba già vista almeno da chi come me e pochissimi altri è diventato una sorta di martire del cinema, facendosi male in molteplici occasioni, divorando e diventando un cinefilo patologico.
La casa degli orrori, un gruppo di ragazzi che speriamo di veder morire molto in fretta e alcuni psicopatici mascherati. Il jolly arriva a metà film, quando questi killer seriali si tolgono le maschere e sotto i volti riescono ad essere ancora più spaventosi. Punto.
Il resto gioca su alcuni momenti nemmeno così malvagi se non fosse che manca quel ritmo, quel gioco al massacro che bisognava mettere in scena, alcune scelte discutibili da parte di una certa morale di alcuni di questi mostri mascherati.
Una protagonista che fin da subito sapremo dove andrà a parare e che abbatterà praticamente senza esitazione durante l'arco narrativo (che praticamente accade anche per un'altra eroina in un film che ho visto subito dopo, la Kayla di FURIES)
La festa di Halloween, 31Escape Room, HELL FEST, BLOOD FEST, Haunt per attenzione è un po come quei film che non solo non hanno avuto distribuzione ma sono passati in sordina destinati a non essere visti o ad essere dimenticati troppo velocemente. Perchè in fondo anche gli arrangiamenti del film a parte qualche tortura convincente, qualche jump scared al punto giusto e quel non-sense nelle mosse degli aguzzini che potrebbe diventare un'arma a doppio taglio.
I due sceneggiatori di A quiet place indugiano ma allo stesso tempo fanno di necessità virtù lesinando sulle spiegazioni e lasciando tanta aria di mistero, senza stare a svelare alcuni perchè che in fondo avrebbero fatto peggio. La carta del non detto, della strada aperta, del non fornire una spiegazione diventa funzionale anche se in alcuni momenti puzza di furberia per smarcarsi da alcuni trappoloni dietro l'angolo.
Le maschere archetipiche poi hanno la loro importanza anche se mi sarei davvero aspettato qualcosa di più. Quello che c'è dietro ancora una volta fa molta più paura.

sabato 16 novembre 2019

Wounds


Titolo: Wounds
Regia: Babak Anvari
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un telefono in un bar porterà a sconcertanti conseguenze

Finalmente dopo tre anni torna uno dei registi emergenti più interessanti in circolazione.
Dopo la fiaba iraniana sui Djin, Under the shadow, Anvari torna con un soggetto molto più ambizioso. Un film complesso e stratificato che mette nello script tanti elementi, i portali, lo gnosticismo, le allucinazioni, visioni, tutto in un contesto che sembra molto normale, un locale con la sua solita clientela, per poi far affiorare da questo cellulare abbandonato un vero e proprio caos che aumenta vertiginosamente per trasformarsi in orrore puro.
Devo dire che il talento del regista non si discute, un film scomodo che ho addirittura preferito al precedente, per quanto il folk horror sia uno dei miei sotto generi preferiti, dove il talento di Hammer e il personaggio scomodo di Will, detestabile per tanti fattori, emerge in tutta la sua virulenza. Eppure diventa uno di quei protagonisti con cui l'empatia per quanto scomoda c'è.
Will vorrebbe a tutti i costi violare la sua monotonia senza farsi scrupoli a provarci con una cliente con tanto di fidanzato appresso. L'idea del cellulare è funzionale in parte nel film, creando anche in questo caso un attacco contro i media e l'intrusività massiccia ed effettiva nelle nostre vite.
Da qui poi il discorso si allunga in maniera cronemberghiana facendo diventare il telefono un vero e proprio mostro che sembra diffondere un male assoluto che non tutti possono percepire, sempre se si sceglie di percorrere questa trama.
Dai clienti che perdono pian piano la faccia, eserciti di scarafaggi, rapporti tormentati e video assurdi, macchine che inseguono e in tutto questo l'alcool a fare da padrone e il suo peso specifico, le magliette che preferiamo non cambiare mai e ferite che crescono senza capirne il perchè.
Wounds letteralmente ferite, è micidiale, proprio in quei colpi sotto la cintura che ci propina ogni manciata di secondi, un horror psicologico come ormai in questi anni è pieno, con tanti difetti ma con una messa in scena e un ritmo devastante per come porta tutto agli eccessi, anche eccessivi, ma mai fuori luogo, dove tutto per quanto possa sembrare assurdo mantiene una sua coerenza narrativa, un braccio di ferro tra l'inspiegabile e il reale o quello che noi presupponiamo che sia. Anvari spinge il pedale sull'atmosfera, sul disagio, sulla paranoia, su come Will perda proprio tutto e infine un'analisi mica da ridere sui rapporti di coppia e su quel vuoto che come una caverna nera e statica sembra uscire dagli smartphone, dai pc, rendendo ancora più grigie le nostre vite.







Wind(2018)


Titolo: Wind(2018)
Regia: Emma Tammi
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una donna si trasferisce in un luogo isolato in cerca di una nuova vita. Per lei la realtà si trasformerà in incubo.

Il fatto che negli ultimi anni l'horror abbia come protagoniste personaggi femminili è un fatto innegabile. Una fortuna direi..
La Tammi sembra volerci dire che l'orrore può arrivare dappertutto, anche in lande desolate dove non sembrano quasi esserci nemmeno alberi e anima viva, fatta eccezione per una coppia da poco arrivata, qualche animale della fattoria, un prete e un branco di lupi.
Tammi gira un western horror, un thriller psicologico sospeso tra allucinazioni e presenze soprannaturali, tra fobie e credenze, ritagliato su pochi personaggi portandoli all'isteria, in particolare le donne perchè loro sanno, credono e sentono mentre i maschi no.
Con una resa visiva coinvolgente e attenta, il film parte in maniera minimale cercando i dettagli e gli sguardi profondi di Lizzy vera protagonista della pellicola, su cui il film si concentra, la quale inizierà un vero e proprio calvario, un viaggio nell'orrore cercando di raccapezzarsi e cercando di capire chi sono veramente le persone che gli stanno attorno.
Demons of the Prayer, libri, entità oscure che poi diventano quattro tipologie di demoni differenti, tutto lascia ben sperare nell'inserire nuovamente questo calderone ai giorni nostri visto che la maggior parte degli horror moderni e commerciali trattano l'argomento come se fossero mele ad un bancone della frutta.
La Tammi deliziosamente non ci fa vedere quasi niente ma ci porta a comprendere il dramma che sta avvenendo. Porta a casa una scena squisita, nel primo atto, che ricorda il finale di VVitch dove presumiamo di vedere quella cosa anche quando la visione è coperta e celata. Il tempo, vero fattore che mette i bastoni tra le ruote, non segue un percorso lineare o razionale con salti temporali che però non sono nemmeno così complessi ma che incidono sul ritmo e sull'immedesimazione legata a quanto sta succedendo. Qualche elemento sconclusionato c'è, lo script per quanto accattivante compie alcune ingenuità, ma senza esagerare mai, tenendosi il fucile sempre vicino.
Wind abbatte alcune porte, cerca un sodalizio nel genere con protagoniste per lo più femminili e ha qualcosa, nel suo essere estremamente indipendente e autoriale che fa sempre piacere visionare.
Un film che parte molto lentamente concentrandosi sulle scene partorite come veri e propri quadri con pochissima e centellinata azione, puntando molto sulla suggestione con alcuni momenti decisamente notevoli e qualche colpo di scena abbastanza inaspettato.





venerdì 15 novembre 2019

Scary stories to tell in the dark


Titolo: Scary stories to tell in the dark
Regia: André Øvredal
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mill Valley, Pennsylvania, 1968. Si approssima la notte di Halloween. Stella, giovane studentessa solitaria con ambizioni di scrittrice, si lascia convincere dai suoi due soli amici, Auggie e Chuck, ad andare a fare pazzie durante la notte. Come prima cosa tirano un brutto scherzo al bulletto Tommy, che se lo merita, ma reagisce con vendicativa determinazione. In precipitosa fuga, i tre vengono salvati da Ramon, di passaggio in città. Fatta amicizia, Stella propone a Ramon e agli altri di andare nella vecchia casa infestata della famiglia Bellows, dove una volta viveva la leggendaria Sarah, una ragazza che, tenuta segregata dai familiari nello scantinato per motivi misteriosi, raccontava storie orrorifiche attraverso le pareti ai bambini che venivano ad ascoltarle e che poi, si dice, facevano una brutta fine. Stella trova il libro dei racconti di Sarah e le cose volgono subito al peggio.

Succedono tante cose in quello che sembrava un trittico di storie dell'orrore ma che invece ha mantenuto una base solida narrando una storia organica con svariate vicende, tante location diverse e piani narrativi che sembrano rincorrersi a mosca cieca.
Il film voluto da Del Toro non era affatto facile. Coniugare racconti dell'orrore per ragazzi, micro storie alcune lunghe un paio di pagine e inserirle in un contesto come quello del '68 in cui succedevano vicende complesse come la guerra del Vietnam mentre nella settima arte Romero scardinava le regole con il suo film più celebre. Un film che rientra perfettamente in un quadro di racconto di formazione fantastico con quella che viste le premesse sembrava una sorta di operazione nostalgica e che solo in parte possiamo dire sia stato così.
Ovredal dopo Troll Hunter e Autopsy of Jane Doe dimostra il suo incredibile talento, con il suo film più ambizioso, complesso, difficile da gestire vista la moltitudine di maestranze coinvolte, il cast allargato, un insolito cocktail di generi che mescola ghost stories, mostri, spauracchi, trasformazioni, enigmi, complotti e segreti da custodire nonchè il bisogno di gridare la verità e riscattare vittime innocenti.
L'aver coniugato tutto in un unico film dandogli un target che mettesse d'accordo diverse fasce d'età, senza lesinare sulla paura, rimanendo creepy al punto giusto e con un paio di scelte congeniali che per gli amanti del genere saranno difficili da dimenticare rimane un'operazione non facile e non alla portata di tutti.
Alvin Schwartz che ha scritto le storie da cui il film è tratto andrò subito a reperirlo.
Delle storie che sembrano strutturate in maniera diversa quando poi il fil rouge è lo stesso, assorbite da tutti i fruitori con effetti diversi, jump scared che però finalmente non sono gettati via giusto perchè la produzione lo impone, qui tutto è molto più articolato, curato in ogni singolo fotogramma, minimale quando deve e spaventoso quando ci regala alcuni mostri per fortuna abbastanza originali (l'ospedale e la cella).
Schwartz, Ovredal e Del Toro sembrano interessati alla scoperta dell'ignoto che per un ragazzino potrebbe davvero risultare molto più profondo di quanto sembri per un adulto, c'è poco sangue, ma l'orrore resta come un'ironia di fondo che in alcune scene smorza i toni senza trascurare un'atmosfera perfetta che piomba lo spettatore in alcuni incubi innocenti spostandoli da una parte all'altra muovendoli sulle corde dei suoi giovani protagonisti, facendogli vivere alcuni dei più importanti scenari che da sempre il cinema horror si è impegnato a farci scoprire.



domenica 27 ottobre 2019

Draug


Titolo: Draug
Regia: Karin Engman e Klas Persson
Anno: 2019
Paese: Svezia
Giudizio: 2/5

Trama: Svezia, XI° secolo. Un missionario è scomparso nella sinistra foresta di Ödmården e il re invia una squadra di soccorso per cercarlo. Tra i soldati c’è anche Nanna, una giovane donna alla sua prima missione che, rimasta orfana in tenera età, è stata allevata dalla guardia del sovrano. Una volta addentratasi nella fitta foresta insieme agli altri guerrieri, la donna scoprirà che il luogo è in realtà la casa di tenebrose presenze.

Folk horror o horror mitologici. Negli ultimi anni questa tipologia sta tornando in auge da un lato con grosse produzioni (Aster) dall'altro con tanti registi emergenti che provano a cimentarsi con il genere spesso narrando qualche leggenda locale.
Draug significa morto vivente, in questo caso donne, streghe, con in più poteri particolari.
Questo oscuro personaggio viene definito anche con la parola aptrgangr che, tradotto, significa "colui che cammina dopo la morte". Il significato originale del termine era "fantasma": queste creature - che, al plurale, assumono la denominazione di draugar - vivevano nelle tombe dei Vichinghi, diventandone il corpo, secondo quanto credevano i popoli scandinavi. Se un draug era presente in una nicchia, lo si poteva capire a causa di una luce che brillava proprio dal tumulo, una sorta di separatore tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Un Draug, dunque era una entità dalla forza incredibile e dotata di poteri magici che permettevano all'essere di ingrandirsi e rimpicciolirsi a sua discrezione: su di essi era impresso l'odore della decomposizione. Potevano cambiare forma, manipolare il meteo e predire il futuro.
Ora a me spiace per la coppia di registi ma Draug ha tanti difetti nonostante le premesse e alcuni sforzi siano palesi. Partiamo dalla fretta con cui il film è stato girato e si vede, l'improvvisazione di alcune scene, una c.g pessima che nei combattimenti e soprattutto nel trucco dei Draug e in particolare della strega che assale Nanna negli incubi è davvero tremenda senza contare tutti gli scatti con cui le Draug si muovono che ricordano parecchio i j-horror. Cercare a tutti i costi l'esagerazione comporta come in questo caso un abbrutimento soprattutto in quello che doveva essere il vero protagonista del film ovvero queste strane creature e tutta la mitologia che sta dietro.
Con un finale inaspettato e interessante, Draug purtroppo se non fosse per alcuni problemi di tecnica e realizzazione aveva dei buoni spunti vanificati purtroppo anche dagli stessi Draug che non vengono per niente valorizzati e su di loro non si sa quasi nulla.
Un film che come Hagazussa sembra girato con due lire, ma dove in quel caso la strega faceva davvero paura e il cast era decisamente migliore, qui gli attori cercano di mettercela tutta e infine anche il ruolo della protagonista passa in secondo piano, i suoi obbiettivi come altri punti della sceneggiatura sono piatti, relegando tutte le caratterizzazioni ad un accenno senza mai esplorare un po di più le storie.


Signore delle illusioni


Titolo: Signore delle illusioni
Regia: Clive Barker
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Philip Swann è considerato il più grande illusionista del mondo. Tuttavia pochi sanno che in realtà nei suoi spettacoli non utilizza dei trucchi, bensì vera magia. I suoi poteri derivano da una devastante esperienza di dodici anni prima, quando aveva cercato di cogliere l'autentica percezione della realtà da Caspar Quaid, un uomo con poteri ed abilità demoniache. Per costringere Swann a essere il suo braccio destro nella distruzione del mondo, Quaidd rapisce una ragazzina, Dorothea, e nelle vicende che portarono alla sua liberazione, Swann sembra esser riuscito a uccidere e sigillare l'anima di Quaid. Tuttavia, dodici anni dopo questi eventi, alcuni seguaci di Quaid iniziano a compiere dei massacri e si mettono alla ricerca di Swann, ora marito di Dorothea. Per impedire il risveglio del vecchio mentore, Swann inscena la sua morte. La cosa insospettisce Dorothea, all'oscuro dei piani del marito, e decide di ingaggiare il detective Harry D'Amour (perseguitato da visioni demoniache) per far luce sugli eventi.

Barker per me è una sorta di profeta. Un personaggio da adorare ancora più di Lansdale e King.
Un autore, scrittore, pittore, regista, sceneggiatore e molto altro ancora che mi ha fatto scoprire il male sotto un'altra forma.
Il suo terzo film sicuramente non ha i fasti e non è così semplice da tradurre su grande schermo come lo erano stati i due precedenti lavori per numerosi motivi.
In primis la storia, molto complessa, tantissimi personaggi, molta simbologia, tematiche e modalità che assomigliano moltissimo alla sua graphic novel Apocalypse - Il grande spettacolo segreto (The Great and Secret Show), un fumetto incredibile in due volumi da leggere e rileggere più volte, tant'è che pensavo inizialmente che fossero la stessa cosa ma poi sono andato a rileggermi il Libro di sangue visto che nel fumetto la sinossi parlava dell'infinita lotta tra il bene e il male, in una versione in cui si contrappone la fame di potere al semplice elevarsi dello spirito a essere cielo.
Il film poi merita un'importante considerazione ovvero i tagli che sempre di più piovono come meteore impazzite da parte della produzione che su talenti di questo tipo deve mettere sempre le mani.
Amputare Cabal è già di per se un dramma, ma non inficia troppo sulla storia, farlo con Lord of the illusions è un atto criminale perchè la storia è complessissima e nonostante tutti gli sforzi del caso, si rischia di trascurare od omettere particolari che servono a dare chiarezza su una buona parte dei misteri e dei colpi di scena.
A livello tecnico il film è sicuramente segnato da un sacco di soldi che necessitavano e gli effetti in c.g, alcuni sono davvero orribili come il mostro/fantasma, Swann che cerca di apparire con un tremendo 3d in versione triangoli del Tagliaerbe. Dall'altra parte invece alcuni effetti sono abbastanza impressionanti, Quaid nel finale quando si leva la maschera ha un make up funzionale così come l'indemoniato che all'inizio turba il sonno di Harry.
Il film con meno violenza e sangue in assoluto per essere di Barker. Un film che come il romanzo, Il mondo in un tappeto, che spero qualcuno prima o poi prenderà in considerazione, ha una valenza magica, meno orrorifica ma più mistica e legata se vogliamo a quell'orrore satanico che a Barker piace molto. Qui i rimandi sono più al soprannaturale, alle illusioni, a ciò che sembra ma non è, ad un investigatore privato che entra in una sub cultura che non conosce e di cui non sa nulla come noi del resto.



Ninja Scroll


Titolo: Ninja Scroll
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Per impossessarsi di un giacimento aurifero, uno dei signori del castello di Yamashiro ordina ai propri ninja, capitanati da Himuru Gemma, di assassinare i rivali. Gemma mette poi i suoi ninja l'uno contro l'altro, ma Jubei sopravvive e decapita il diabolico leader. Cinque anni dopo, Gemma si reincarna ed entra al servizio della casa di Toyotomi. Solo Jubei potrà fermarlo...

Ninja Scroll continua la fortunata carriera e filmografia di Kawajiri, regista nipponico d'animazione immenso, che riesce a fare ciò che gli piace senza avere paletti di censure da dover rispettare.
Il suo cinema infatti è pieno di violenza, scene splatter di squartamenti, scene di sesso, dialoghi feroci e tanta tanta atmosfera di morte che impregna sempre l'ambientazione delle sue opere.
Tutti i mondi da lui sdoganati fanno paura, nessuno ci vorrebbe mai vivere, gli stessi mostri metafore degli umani, ricalcano quella perfidia e corruzione che diventa il loro modus operandi per andare avanti nella società. Intrighi, complotti, mattanze, Ninja Scroll ha una storia molto semplice per affondare la sua katana in quello che interessa sempre a Yoshiaki ovvero non avere una visione troppo manichea, ma tracciando spietati i cattivi come i buoni, puntando sempre su racconti visionari dal carattere marcatamente erotico. Gli scontri qui si superano, spettacolari e cruenti con personaggi, protagonista e demoni, caratterizzati molto bene e con un design magnifico (un altro dei meriti dei suoi film).
Come sempre essendo autore a tutti gli effetti cura anche il soggetto, lo script, il character design imprimendo come dicevo il proprio stile personale con ampia libertà di manovra.
Ninja Scroll funziona anche perchè nonostante abbia già qualche annetto invecchia molto bene, rivederlo è sempre un toccasana e se qualcuno volesse approfondire di più la materia è stata fatta anche una serie di 13 episodi, interessante ma che non ha i fasti del film.

Perfect Creature


Titolo: Perfect Creature
Regia: Glenn Standring
Anno: 2006
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Siamo in "Nuovo Zelandia" un luogo in cui le ere (quella Vittoriana e una più recente) sembrano essere entrate in commistione. In questo mondo esistono i vampiri, creature originate 300 anni prima da una mutazione genetica. Essi però hanno stretto un patto con gli umani e si sono uniti in una comunità di "Fratelli".
I vampiri fanno uso delle loro superiori conoscenze e dei poteri attribuiti loro dalla particolare conformazione fisica per aiutare gli esseri umani. I quali li ricambiano con spontanee donazioni di sangue. Tutto è sempre andato per il meglio finché un giorno Edgar, un vampiro, ha iniziato a vedere gli umani come prede. Edgar è figlio del Grande Sacerdote della comunità e fratello di Silus il quale si allea con la polizia umana per metterlo in condizione di non nuocere

Standring al suo attivo ha due film, questo è il suo esordio, un film particolarmente brutto anche se con qualche trovata simpatica L'INCONFUTABILE VERITA'SUI DEMONI.
La prima volta che vidi il film non ne rimasi affascinato, anzi, mi era sembrato abbastanza privo di forza e non trovavo particolarmente stimolante la trama e la messa in scena.
Riguardandolo però ho avuto modo di ricredermi, certo non è uno dei miei cult tra i film di vampiri, ma mette tanta carne al fuoco, in maniera abbastanza approfondita e caratterizzando bene i personaggi, caratteristiche che nel cinema d'azione-horror non sempre trovano una buona gestazione. In questo caso invece la comunità dei Fratelli, il contesto di un'era o meglio un'ambientazione steampunk che non viene perfettamente decifrata, la creazione dei vampiri che avviene geneticamente e la comunione con gli umani e lo scontro tra i due fratelli crea un bel mix di elementi che si affacciano al cinema di genere in maniera se non altro originale che parlando di vampiri non è un elemento da poco.
Action, horror, dramma, noir, poliziesco, thriller. Standring crea un suo piccolo universo da cui potrebbero trarre numerose stagioni di una serie tv nel voler anche solo ampliare la storia e parlare di come tutto è stato creato e del perchè, elementi che nel film vengono esaminati con poche battute per dover riuscire a far convergere tutto fino alla fine.




Vampire Hunter D-Bloodlust


Titolo: Vampire Hunter D-Bloodlust
Regia: Yoshiaki Kawajiri
Anno: 2000
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Continuano le avventure di D, dampyr cacciatore di vampiri che, nelle lande desolate di un imprecisato futuro post-apocalittico, è stavolta assoldato dal ricco John Elbourne per salvare sua figlia, Charlotte, rapita dal vampiro Meier Link. Questa volta la missione sarà più difficile del solito, visto che deve rivaleggiare con un altro gruppo di ammazzavampiri incaricati dello stesso lavoro...

Il successo di D è legato a pochi ma squisiti fattori. Il primo è riconducibile alla regia di Kawajiri in assoluto uno degli artisti più funzionali e interessanti di quel periodo che con una piccola ma studiata filmografia è riuscito a far uscire alcune perle rare dell'animazione occupandosi spesso anche della sceneggiatura, dello storyboard e come supervisore degli effetti sonori. Opere complesse, molto violente e con scene di sesso, sci-fi, fantasy e horror.
Oltre al prestigioso artista di talento, un altro fattore è legato alla forma, all'estetica, all'aver trasformato il cacciatore di vampiri come lo conoscevamo, in groppa a un cavallo meccanico e con una lunga spada come arma mortale. Il Dampyr è stato portato al cinema nella famosa saga di BLADE con risultati discutibili fatta eccezione per il migliore che rimane il secondo capitolo diretto da Del Toro. I giapponesi per quanto concerne le ambientazioni, le epoche, riescono sempre a trovare delle immagini molto suggestive, a trovare un loro sincretismo mischiando mondi diversi, elementi antichi e tecnologici, come lo dimostra il mondo post-nucleare dove l'assetto geopolitico del pianeta è completamente cambiato, dando vita a un nuovo medioevo. Dal punto di vista tecnico è inutile stare a dire come questo lungometraggio abbia superato in tutte le fasi il suo predecessore, diventando graficamente eccellente, con dei combattimenti memorabili, scenari inquietanti e gotici e poi il castello di Carmilla che fa sempre il suo effetto.
Forse l'unica pecca, se così possiamo chiamarla, è quella ancora una volta di non aver caratterizzato in maniera un po più approfondita alcuni personaggi, anche se poi a pensarci bene D è sempre stato molto ambiguo e serrato nel suo caparbio mutismo.








giovedì 24 ottobre 2019

Bliss

Titolo: Bliss
Regia: Joe Begos
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dezzy una brillante pittrice attraversa la peggior crisi creativa della sua vita così fa di tutto per completare il suo capolavoro tuffandosi in una spirale di droghe, sesso e violenza nel sottobosco di Los Angeles.

Qui c'è una parte di factory dell'indie horror americano che è ora venga scoperto e sdoganato, dal momento che parliamo di Begos (sei giovane, troppo giovane hai solo due anni in più di Dolan) che aveva diretto Almost Human che con tutti i difetti del caso a me sinceramente era piaciuto dandogli stima totale per quanto concerne l'arrampicarsi sugli specchi pur di portare a casa il film. Con ordine poi abbiamo Jeremy Gardner che recita nel ruolo del compagno di Dezzy che aveva recitato in Like me (film da vedere a tutti i costi), in Spring e diretto Battery, un horror che non ha bisogno di presentazioni.
Bliss è la bile nera che ti esce dal corpo quando hai toccato il fondo pippandoti tanta di quella roba nera (non meglio precisata) che le allucinazioni potrebbero essere il male minore.
Bliss cresce in continuazione, si fa sempre più male in una lotta masochista per poi arrivare all'apoteosi di sangue che non ti aspetti. Un grand guignol di efferatezze, di schifo e marciume continuo, di uno stile ancora più rozzo rispetto ai film precedenti girato in 16 mm, con una grana sporca, luci rosse e scure che coprono quasi i volti dei personaggi, un'anima punk, anarchica, un sapore vintage, di nuovo muoversi tra i generi senza troppa difficoltà e con molta disinvoltura.
Bliss è caos, è disordine mentale e fisico dall'inizio alla fine, un film che ti rimane dentro, perchè da un lato potrebbe essere un tabù di qualcosa con cui si ha paura di entrare in contatto, dall'altro una forma di dipendenza nell'appurare che a parte succhiare il sangue quando ne abbiamo bisogno, una parte di noi è anche questo o potrebbe arrivare ad esserlo.
Un film spinto, un'opera di nuovo portata a casa con pochi soldi, ma con tante idee, alcune trovae davvero niente male, un ritmo che non accenna mai a fermarsi, una strizzata d'occhio a Devil's Candy e Driller killer per gli spunti sulla storia.
Alla fine per Dezzy diventa una sorta di bagno di sangue, un grido di dolore e piacere che sembra uscire dalla bocca della protagonista di Excision. Sembra un Only Lovers Left Alive drogato e sotto acido che incontra Streghe di Salem dopo aver mandato al creatore con la cocaina nera tutti i componenti della band di Mark Renton. Bliss è devastato dal suo essere in botta dall'inizio alla fine del film, un'unica grande allucinazione sospesa tra profusione di sangue, squartamenti, scene surreali, vomito, sesso in tutte le maniere possibili.
Dezzy è ancora lì...che cerca di smaltire la botta.

Decoder

Titolo: Decoder
Regia: Muscha
Anno: 1984
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

FM (componente del gruppo Einsturzende Neubauten) scopre che all’interno della catena di fast-food “H-Burger”, viene diffusa della musica (Muzak) che condiziona fortemente i comportamenti e i gusti dei giovani avventori. Sconcertato, registra e studia le caratteristiche di questa musica ma è solo dopo gli incontri con William Burroughs e i pirati della comunicazione guidati da Genesis P.Orridge, che FM riesce a “decodificarla” e a produrre un “anti-muzak” che induca la gente a ribellarsi al potere. I servizi segreti e la stessa multinazionale degli hamburger iniziano a braccare minacciosamente il fastidioso pirata, il quale nel frattempo diffonde, aiutato dalla sua posse, la “musica della rivolta”, producendo ovunque effetti devastanti per l’ordine e la morale pubblica. E alla fine la rivoluzione…

Il sogno dell’underground è quello di fare la rivoluzione. Si tratti di rivoluzioni violente o pacifiche, concrete o simboliche, collettive o individuali, ogni controcultura nella sua evoluzione, prima o poi, manifesta il desiderio di una trasformazione radicale del vissuto.
Decoder è uno di quei film a cui sono arrivato tardi purtroppo. Un film manifesto molto importante per l'epoca, per la commistione di generi (cyber punk, dramma, un certo tipo di horror) per le tematiche, per lo stile, la forma, le voci, la musica, l'impiego praticamente di qualsiasi maestranza in maniera sperimentale e in alcuni casi precursore di un certo tipo di stile e contro cultura.
Basato approssimativamente sugli scritti di William S. Burroughs, che recita anche nel film, sembra avere diversi elementi in comune con il film di Gillian uscito l'anno successivo BRAZIL, un film anarchico con un'idea originale e una messa in scena molto atipica e interessante. La rivoluzione arriva nell'underground proprio scoprendo una musica che diffonde una strana sinfonia confondendo e condizionando i giovani. Una generazione di nuovo controllata da un governo che sembra dover monitorare usando tutti gli strumenti che possiede ma che solo una parte di noi è in grado di captare, vedere e sgominare.
Il resto come negli incubi cronemberghiani che siano occhiali o come per Palahniuk una nenia, l'obbiettivo è sempre quello di captare un intero progetto di controllo delle menti e dei corpi, un processo ben più ampio, che vuole coinvolgere tutti partendo dai livelli più bassi (l'idea del "H-Burger" è geniale).
Potrebbe essere il film manifesto di ogni complottista sul controllo mediatico e il potere delle multinazionali dove se non altro pone anche qualche base su come è nato il cyber punk, per questo precursore come film, con il sodalizio tra punk e una sottocultura industriale che mixa idee anarchiche e hackeraggio

Mecanix

Titolo: Mecanix
Regia: Rémy M.Larochelle
Anno: 2003
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un mondo comandato da strane creature, pochi umani sono ancora in vita, ma ridotti in schiavitù. L’unica cosa temuta dalle “macchine” è l’embrione, l’origine di ogni cosa e l’unica cosa che può salvare gli esseri umani.

Mecanix è un mediometraggio molto malato e disturbante di un autore che sembra un braccio di ferro tra Jimmy ScreamerClauz e Flying Lotus, passando per Svankmajer, planando su Fukui strizzando l'occhio a Lynch e facendo ogni tanto tappa occasionale in quel capolavoro totale che è Blood tea and red string
Pochi soldi, tanta immaginazione e inventiva e l'uso sapiente nell'utilizzo dei mezzi, dalla stop-motion, alla fotografia fino alle note dolenti di una musica (se così possiamo chiamarla dal momento che è composta perlopiù da lamenti e voci distorte) disturbante e deleteria, in grado di mettere a dura prova la vostra resistenza parlando di un'opera che dura sessanta intensissimi minuti.
In realtà poi parte della storia e del ritmo sembrano essere come l'automazione e il lavoro in fabbrica, un girotondo caotico, un cerchio infernale dove le creature bio-meccaniche che lo controllano torturano gli ultimi umani rimasti in cerca dell'embrione dell'universo attraverso delle pene in gironi infernali che sembrano ripetersi all'infinito.
Movimenti che ritornano, umani reale che strisciano e creature in stop-motion, l'inferno, la vivisezione e gli esperimenti dello scienziato folle, in tutto questo il vero cuore pulsante dell'opera se per gli umani è l'embrione per i mostri sono gli ingranaggi che mandano avanti il mondo delle creature bio-meccaniche.
Un'opera complessa e molto straziante, che diventa un urlo disperato, un film per pochi, una metafora di dove stiamo andando per criticare un certo tipo di capitalismo ma anche la sovranità di alcuni esseri che pensano di poter fare ciò che vogliono con la massa dei più deboli che non hanno il coraggio di ribellarsi.
In fondo l'opera di Larochelle è pura estetica, si apre a così tante interpretazioni, metafore e altro che seppur un incubo allucinato alla fine lascia molto di più di quelli che non sembra.

Nell'erba alta

Titolo: Nell'erba alta
Regia: Vincenzo Natali
Anno: 2019
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Quando i fratelli Becky e Cal sentono le grida d'aiuto di un bambino provenire da un campo di erba alta, si addentrano per salvarlo, ma si ritrovano presto intrappolati da una misteriosa forza che li disorienta e li separa. Isolati dal mondo e incapaci di sottrarsi alla morsa del campo, presto scoprono che farsi trovare è forse l'unica cosa peggiore di perdersi.

Nell'erba alta è un racconto di 60 pagine di Joe Hill e suo padre.
Trovare spunti e storie per dipanare la storia in '90 non deve essere stato facile.
L'ultimo film del buon Natali che purtroppo negli ultimi anni è stato destinato come mestierante in serie tv di successo, ha tanti ottimi spunti, un primo atto intessuto di un'atmosfera molto accattivante, riprende alcuni buoni spunti già visti in altre storie di King, Grano rosso sangue, ma unendoli in maniera funzionale alla storia e aprendo a diverse chiavi di interpretazione.
Il problema del film è quando i suoi misteriosi protagonisti cominciano a trovarsi in mezzo all'erba con il colpo di scena del micidiale e tremendo momento dove sono tutti ai piedi della grande roccia a fare e dire cose che non hanno senso. Ad un certo punto il film si perde proprio nell'erba alta, in cui siamo continuamente catapultati da un loop temporale al'altro, con una mancanza evidente di un approfondimento dei protagonisti, un cast dove purtroppo non tutti riescono a dare il loro contributo, dove manca una caratterizzazione a volte importante per capire bene e individuare gli obbiettivi dei personaggi.
Questi fattori uniti ad un certo punto ad una certa confusione nella direzione da seguire del plot a livello narrativo e una narrazione fragile e disordinata, crea un girotondo di caos e delirio dove tutti si rincorrono e la tensione rischia in diversi momenti di essere smorzata dalla noia.


Specie Mortale

Titolo: Specie Mortale
Regia: Roger Donaldson
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Alcuni scienziati assemblano un Dna secondo le indicazioni di un extraterrestre. Pentiti, tentano di uccidere la bimba creata, che però fugge, cresce a vista d’occhio e cerca di riprodursi.

Specie Mortale è un b-movie, un film sci-fi con alcune cadute nel trash ma allo stesso tempo riesce ad essere stranamente oggetto di culto da parte di nobili nerd della fantascienza.
Quella a cui non manca l'action più spedito, alcune scene erotiche dal momento che bisogna sfruttare il fascino fuori dal comune di Natasha Henstridge, dialoghi a volte improbabili, scene truculente, Hans Ruedi Giger scomodato per creare il mostro è poi quel girotondo per cui il film cerca un equilibrio che non trova mai, diventando a ratti estremamente bizzarro, violento, e con alcune scene di sangue notevoli, mentre dall'altro sembra aver avuto una gestazione complessa a partire da un cast che vede un sacco di nomi noti quasi tutti sprecati fino ad alcuni momenti di non-sense molto forti che viste le premesse possono pure starci.
Una cazzatona divertente e che nella sua apparente ingenuità cerca di prendersi molto sul serio con una storia che aveva delle premesse se non proprio esaltanti, almeno all'altezza.
Sil è quell'esempio o quella metafora su cui il cinema di sci-fi negli anni continua a lavorare con risultati altalenanti, dalle invenzioni di SPLICE fino a MORGAN, che avverranno dopo, il film di Donaldson è un fanta-horror di puro intrattenimento, quel film che vogliamo poter pensare un ibrido malato tra ALIEN e DETECTIVE STONE, un po una baracconata fatta apposta per intrattenere e divertire.

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Go home-A casa loro

Titolo: Go home-A casa loro
Regia: Luna Gualano
Anno: 2018
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Roma. Viene aperto un centro d’accoglienza per migranti, e come di consueto, manifestanti di estrema destra rivendicano quelli che credono essere i loro diritti, con un picchetto al di fuori dell’edificio. D’un tratto l’impossibile: un attacco zombie invade l’aria in cui è sito il centro d’accoglienza, morti o zombiezzati tutti i protestanti rimane solo Enrico, un fascistoide che in ultima istanza pensa bene di trovare rifugio anch’esso all’interno della casa d’accoglienza, nascondendo a tutti la sua vera identità.

Horror italiani indie low budget sugli zombie non sono stati tanti negli ultimi anni.
C'è stato End-L'inferno fuori di Misischia e poi più nulla se contiamo le opere che almeno dal punto di vista della produzione e della distribuzione possano definirsi decorose e non "troppo" amatoriali.
Portato a termine grazie ad un’operazione di crowdfunding, Go Home unisce intrattenimento e critica sociale, seguendo le orme di Romero e Peele, senza riuscire ad emergere come avrebbe potuto, prendendosi più sul serio e portando a casa qualche buona scena.
Come risultato non è male ma a livello tecnico i limiti del film sono evidenti così come gli sforzi di Gualano che però incappa in alcuni difetti e problemucci che non sono nemmeno solo tecnici.
Ci sono dei momenti di una banalità profonda e tanti stereotipi come il ragazzino che sogna di giocare al pallone sempre in silenzio con gli occhioni languidi, il gigante nero buono che viene dall'Africa, la madre (nonchè unica donna) sfuggita alla guerra che rincuora il figlio (sempre quello del pallone). Momenti dove nelle scene d'azione il vuoto è abissale come prova attoriale, per le scene horror che non provano nemmeno a fare paura e poi i pestaggi, soprattutto quello iniziale dove sembra che stiano dando dei passaggi alla palla e non prendendo a calci i manifestanti davanti al centro d'accoglienza. Senza stare a precisare un baio di battute davvero fuori luogo e imbarazzanti per dare ancora più consistenza al dramma dei migranti.
Zombie-movie in un centro d'accoglienza. Certo l'intuizione non è male, ma non lo era nemmeno Dead Set con gli zombie in Inghilterra che attaccavano i membri della casa del grande fratello. Quella piccola mini serie però era violenta, aveva tanto ritmo e gli zombie facevano paura. Qui la metafora dello zombie migrante funziona a tratti, i fasci fanno più paura, l'ansia non si avverte mai e Roma sta perdendo sempre di più se stessa e il film infine si aggrappa in troppi momenti a stereotipi rassicuranti.

Gone-Passaggio per l'inferno

Titolo: Gone-Passaggio per l'inferno
Regia: Ringan Ledwidge
Anno: 2006
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Alex e Sophie, una giovane coppia inglese, si trovano in Australia per un viaggio. Lì incontrano Taylor che si offre per ospitarli nella sua macchina per un viaggio nell'entroterra australiano. Ma ben presto scopriranno che non ha buone intenzioni

In Australia puoi fare tanti spiacevoli incontri come insegna il cinema horror.
Puoi imbatterti nella cittadina di Paris, incontrare uno psicopatico come Mick, farti impiantare un chip sperimentale come Stem o ingollarti una vitamina Vimuville, avere la sfortuna di incrociare alcuni cinghiali enormi assassini come Boar o Razorback o finire nel popolare show televisivo Scare Campaign o ancora incrociare qualche epidemia, beccarsi un virus o finire in pasto ai non morti.
Il thriller on the road di Ledwidge cerca di approfondire tanto con pochi mezzi e tre giovani sconosciuti di indubbia resa. Il risultato è un film che si brucia abbastanza velocemente lasciando già grossi spiragli su come andranno gli avvenimenti (l'intento di Taylor quale potrà mai essere..), su quale potrà essere il colpo di scena e quali elementi verranno sfruttati per cercare di mantenere alta la tensione e l'atmosfera di un film che trova nella parte preparatoria, il primo atto, i momenti più interessanti e inaspettati.
Diventa troppo presto una variante di HARRY che incontra WITCHER, una guida su come prendere le distanze da un ipotetico buon samaritano con la passione di fare le foto nei momenti meno opportuni per poi ricattarti o una versione recitata molto peggio di ORE 10:CALMA PIATTA senza la barca ma in automobile.
Un deserto, tanta sabbia, sole e calore. Questi sono alcuni degli elementi topici per far impazzire qualcuno nel dannato outback, così che se non incontri qualche bifolco ci pensa l'ambiente a sistemarti, gli insetti, la natura minacciosa..qualche malato di figa

lunedì 21 ottobre 2019

Jigoku-Inferno

Titolo: Jigoku-Inferno
Regia: Nobuo Nakagawa
Anno: 1960
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Un liceale stringe amicizia con un suo coetaneo che rappresenta il male assoluto. Una notte lui e il ragazzo sono in auto ed investono un ubriaco, ma lo lasciano morire senza soccorrerlo. Da quella notte la loro vita sarà una discesa all'inferno...

Capita spesso che alcuni grandi maestri soprattutto in Oriente e soprattutto in Giappone, in un preciso contesto storico e politico, non vengano distribuiti ma messi ad invecchiare in un luogo sconosciuto.
Gli artisti in questione potevano e rischiavano davvero tanto, dalla prigione, ad altre spiacevoli traversie. Nakagawa per fortuna era molto famoso e il suo cinema, almeno una parte, commercialmente aveva degli ottimi risultati.
Dispiace ancor più che un film come Jigoku,  sia rimasto intrappolato in quel limbo dove risiedono migliaia di film scomparsi. Poi per fortuna grazie ad una serie di vicende il film è riuscito ad arrivare anche da noi, attraverso rassegne coraggiose e piccole distribuzioni.
L'opera in sè raggiunge dei fasti a cui pochi sono arrivati.
Dante ripreso per dare forma ad un dramma reale che prende le direzioni più allucinate e sofferte diventando un'epopea di disgrazie, di viaggi tra realtà e immaginazione, personaggi diabolici e intenti ancor più letali e mostruosi.
Uno dei padri assoluti del j-horror (ma quello serio che non deve parte della sua fortuna ai jump scared o ad alcune mosse commerciali) deve il suo talento a diversi fattori soprattutto quelli dell'avanguardia scenica e fotografica con le luci sparate sugli attori e il campo buio che occupa il resto dello schermo, che in Oriente lasciava spiazzati per i risultati ottimali, la resa e la continua voglia di sperimentare. Inferno è una ricerca continua, estrema, azzardata, che riesce a mettere a tacere lo spettatore colto che rimarrà esterrefatto contando l'epoca in cui ci troviamo e un certo coraggio ad approfondire alcuni temi e a promuovere un taglio gore di notevole impatto emotivo.
Jigoku è uno degli horror in assoluto più belli della storia del cinema mondiale, un film ancorato nei suoi retaggi avanguardistici, che osa continuamente senza nessuna paura della censura, dove gli ultimi '40 sono un vero e proprio teatro degli orrori, un film che sembra un'insieme di quadri profetici per quello che succederà nel proseguimento della storia e dove ancora una volta gli svistamenti psichedelici fanno il resto, regalando scene a profusione di una bellezza che ormai il cinema sembra aver dimenticato.
Il film fu l'ultima produzione degli studi Shin-Toho, che si trovavano in grosse difficoltà finanziarie; Jigoku fu girato velocemente, con un bassissimo budget e si narra che molti degli attori del film abbiano partecipato all'allestimento del set dell'Inferno, pur di completare il film. Il film venne portato a termine, ma non riuscì comunque a salvare gli Studios dalla bancarotta

Blue my mind

Titolo: Blue my mind
Regia: Lisa Brühlmann
Anno: 2017
Paese: Svizzera
Giudizio: 3/5

Mia ha quindici anni e si è appena trasferita con la famiglia a Zurigo, in una nuova casa e in una nuova scuola. Non è facile ambientarsi, e per Mia non lo è nemmeno nel proprio corpo, che sta cambiando rapidamente, spaventandola. Non controlla i suoi istinti, che le fanno fare cose strane, e comincia ad avere dei misteriosi problemi cutanei alle gambe. La frequentazione di Gianna e delle sue amiche, ragazze che passano il tempo a bere e a combinare incontri di sesso via smartphone, la porta a sedare con l’alcool le sue preoccupazioni, ma la trasformazione del suo corpo non si arresta e prende il sopravvento.

Le sirene al cinema negli ultimi anni hanno avuto alcuni adattamenti particolari, chi virato verso l'horror sanguinolento Siren, chi verso una forma ibrida di cinema mischiando tanti generi inserendo addirittura il musical come Lure in un perfetto film d'autore e chi cerca come in questo caso uno sguardo più terra a terra lasciando da parte una certa dimensione della paura esplorando l'horror per un'esamina più intimista e meno d'effetto.
Partendo dall'adolescenza, quel viaggio di formazione che apparentemente sembra l'ennesimo ritratto di una ragazza che inizia la sua spirale verso il degrado, scopre l'alcool, la droga, il sesso, in un quadro nemmeno così variopinto e colorato in un crescendo che impone cambiamenti implacabili come nuovi appetiti apparentemente insaziabili.
La parte del cinema sociale del film è povera, attingendo da una famiglia ambivalente nel decidere di essere onesta o no con la propria figlia circa le sue origini, un male che piano piano aumenta diventando un grido nascosto e disperato che la protagonista cerca di mettere a tacere con le sostanze o con la ricerca dello sballo a tutti i costi (la scena dove viene drogata e imbavagliata da un gruppo di ragazzi ha evidenti richiami al bellissimo Raw della Ducournau in cui anche l'elemento del corpo come luogo di cambiamento volontario/involontario viene reso in maniera abbastanza approfondita).
La malattia interna (se possiamo definirla tale) porta Mia ad essere vista come una diversa, peculiarità che la ragazza nel finale, davvero bellissimo, sposerà senza timore e paura, l'auto accettazione, come dice alla sua migliore amica nell'ultimo dialogo.
La Bruhlmann disegna così Mia nel suo disagio, nel non capire cosa stia succedendo, come lo stesso mondo attorno a lei dai medici agli psicologi, tutti increduli  senza riuscire a darle una risposta. Tutto il mondo degli adulti attorno a lei è muto, ma solo gli amici, quelli che valgono, come Gianna sanno capirla. La trasformazione finale nel terzo atto è un vero e proprio tributo alla diversità, senza mai edulcorarla o esagerarne la messa in scena, ma tratteggiandola come un essere prima di tutto umano che non vola, non ha i denti acuminati, non infila la sua delicatissima coda a punta nell'ano di qualcuno.
Mia entra nel suo mondo, esplorandolo e cercando in quella apparente diversità gli spunti per ergersi a diventare qualcosa di nuovo e molto profondo.