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venerdì 9 agosto 2019

Midsommar


Titolo: Midsommar
Regia: Ari Aster
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Dani ignora l'ennesima chiamata di aiuto della sorella bipolare, rassicurata in questo dal fidanzato Christian. Christian vorrebbe rompere con Dani, ma non sa come dirglielo. Quando purtroppo le peggiori paure sulla chiamata si rivelano fondate, è troppo tardi per intervenire. Christian decide quindi di invitare Dani a partecipare al viaggio organizzato dall'amico Pelle in un curioso villaggio svedese, per effettuare studi antropologici e insieme svagarsi nel festival che celebra il solstizio d'estate.

Ari Aster era atteso alla sua seconda prova dopo il successo di critica e di pubblico enorme e forse anche eccessivo del suo primo Hereditary-Le radici del male che a dire la verità non mi aveva fatto impazzire. Continua il suo discorso sul cammino del rituale quasi legato al finale della sua opera prima con quella corona depositata sulla testa del prescelto, il neo re, che qui ha diversi punti in comune con la neo regina che non andrò a svelare.
Essendo un appassionatissimo di folk horror (d'altronde alcuni degli horror più belli di sempre, Hardy e Weir, appartengono a questo sotto filone) cercavo di non avere aspettative, sperando però che fosse una spanna sopra il predecessore prendendo le distanze da tutto ciò che avevo già visto.
Così è stato confermando tanti buoni elementi, una maturità consolidata da una ricca prova di scrittura e soprattutto di psicoanalisi dei personaggi (il fattore in assoluto migliore che riesce in questo a staccarsi da tanti altri film già visti che prendevano però solo in analisi il contesto culturale lasciando in secondo piano i protagonisti).
Un film che parla di setta ma senza condirla di luoghi comuni ma anzi cercando di entrare nel fenomeno come campo di scoperta e di rivelazione che possa creare sentimenti ed emozioni contrastanti dove anche l'antropologia di nome e di fatto ha un evolversi importante nella struttura del film e in alcune lotte tra i personaggi. Un film che inizia con un incidente scatenante che non concerne con la setta (e si parte già col botto) dimostrando come le relazioni umane ancora una volta stiano alla base di una sapiente descrizione del racconto, in questo caso mai tradizionale ma sempre scomodo e atipico per come articola la sua poetica d'autore.
Il rituale di Aster conferma come non sia un delizioso furbetto che con un buon budget cerca il disimpegno strizzando l'occhio dove gli pare. Il soggetto è originale, la setta sa il fatto suo, la luce è sempre onnipresente come i pianti del neonato che viene allevato da tutti e le bevande a base di erbe allucinogene e per finire le rune celtiche che vanno a sostituire i sigilli demoniaci.
Sono tanti i particolari, gli elementi con cui il film viene tenuto in piedi senza lasciare buchi o importanti scene senza una giusta risposta.
Chi lo sa se il film di Aster dopo tanti tentativi non così riusciti chiude una volta per tutte il filone sul paganesimo ancestrale. Speriamo di no, ma speriamo anche di poter vedere esempi così carichi di archetipi sfruttati al meglio con impianti originali e tutto il resto e un'aura disturbante per tutto l'arco narrativo.
E poi gli attori, tutti davvero bravi e mossi da domande angoscianti, egoiste, rapporti di coppia che fanno star male anche solo in poche battute, silenzi che gelano il sangue, pianti e risa continue.
Quando Aster si avvicina alle scene più drammatiche in assoluto può diventare estremamente scomodante (come lo è stato nel mio caso) o venir preso alla leggera da un pubblico che pensa alla parodia e ride non sapendo interpretare quello che succede.
Il film inizia con un crollo definitivo psicologico di Dani e così viene portato avanti per tutto il film senza mai spostare il fuoco dal suo dramma interiore che la logora ancor più dai danni arrecati da Christian e il suo gruppo di amici.
Ma se alla fine fosse tutto un trip? Il finale non è aperto sotto questo punto di vista ma se Dani si fosse svegliata dal viaggio in funghetto scoprendo come fosse tutto un incubo? Dove i riferimenti anche ad una simbologia tutta floreale ci sono e non mancano di creare inquietudine più di molte altre scene madri del film.



Observance


Titolo: Observance
Regia: Joseph Sims-Dennett
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Parker è sull'orlo del baratro da quando suo figlio è morto. Incapace di superare il dolore, vede il suo matrimonio sgretolarsi e i debiti accumularsi. Per rimettersi in piedi, ha bisogno di aiuto ma i soccorsi che riceve non sono proprio quelli che si sarebbe aspettato. Un anonimo datore di lavoro gli offre infatti la possibilità di guadagnare molti soldi spiando l'appartamento di una giovane donna. Le regole da rispettare sono semplici ma rigorose e, attirato dal denaro, Parker accetta. I primi giorni tutto scorre tranquillo ma ben presto la paranoia si impadronisce di lui.

Qualcuno ricorda il quasi sconosciuto Canal ecco unito al film del maestro del brivido Finestra sul cortile crea quell'ibrido non specifico di nome Observance.
Un'opera che sa adattarsi molto bene ai generi prendendoli e modellandoli come ritiene e senza alzare troppo la posta riuscendo in questo modo ad avere dei risultati davvero insperati almeno per buona parte del film.
Observance sembra un prototipo cambiando traiettoria su due questioni fondamentali ma lasciando la stessa atmosfera e suspance pur senza chiamare in causa i fan dello scrittore di Providence tornando a citare il film di Kavanagh
Un film molto intrigante, unisce tanti elementi forse già visti ma mischiandoli molto bene tra i territori inizialmente simbolici del film che piano piano diventano sempre più criptici.
La morte del figlio, la compagna forse lasciata da qualche parte sola che aspetta, il suocero che ancora crede in lui in alcune apparizioni sporadiche che poi assumono i contorni di un'allucinazione, la storia complottista, il lavoro inaspettato e misterioso, il barattolo nero, spruzzate di body horror, la casa che presto si trasforma e i personaggi che sono tutto l'opposto di quello che si poteva pensare.
Il tono claustrofobico dell'appartamento unito ad una fotografia attenta e pulita ed una certa indefinitezza della situazione crea delle buone aspettative, ma le svolte del film lo fanno presto diventare un incubo allucinato deragliando tutto in quella direzione quando cominciano ad esserci alcune indecisioni narrative.
Observance è sicuramente pretenzioso ma il risultato visto il budget risicatissimo va oltre le aspettative senza diventare però un cult per via di quel finale, davvero cattivo, che però scardina completamente alcuni presupposti che si pensava dovessero andare in un'altra direzione



Astral


Titolo: Astral
Regia: Chris Mul
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Studente di metafisica, Alex scopre la pratica della proiezione astrale e la possibilità di viaggiare in una dimensione diversa dalla nostra. Ancora alle prese con il dolore per la prematura scomparsa della madre quando era bambino, Alex decide allora di usare la proiezione astrale per tentare di entrare in contatto con lei. Mentre i suoi esperimenti aumentano di giorno in giorno, Alex inizia a isolarsi da tutti coloro che si prendono cura di lui, andando incontro a un continuo deterioramento delle sue condizioni mentali.

"La prima cosa da fare è trovare un posto comodo. Stare sdraiato sulla schiena e riposare gli occhi. Se senti il bisogno di spostarli, ignoralo. Concentrati sul tuo respiro. Inganna il cervello come che il corpo stesse sognando: questo attiva la paralisi del corpo, uno stato di transizione tra veglia e sonno. Quando succede questo, puoi separarti dal tuo corpo fisico paralizzato. Concentrati sulle parole: sono in totale pace, connesso a tutto ciò che esiste. Ho il potere di viaggiare dove voglio andare. Sarò protetto mentalmente, fisicamente e spiritualmente."
Astral è un indie passato inosservato pressochè ovunque, senza l'ombra di una distribuzione e tutto questo è un gran peccato perchè l'esordio di Mul andrebbe tenuto d'occhio proprio per il suo declinarsi sull'occulto e il soprannaturale senza rovinarlo con effetti in c.g e creature che servono solo da maschera per il vuoto della scrittura.
Mul probabilmente come il protagonista o l'insegnante dell'università, sembra particolarmente attratto dall'occulto, riuscendo a sondarlo in maniera atipica, mai scontata, tranne qualche scena nel finale che proprio per regalare intrattenimento e azione mostra una possessione facendo vedere i demoni, riuscendo a non risultare ridicolo ma coerente con il resto del film.
Dopo una prima parte interessante dove il regista si prende tutto il tempo per raccontarci cos'è un viaggio astrale e come poterci entrare, non senza i rischi che uno psichiatra e una medium gli fanno presente, Astral persegue un percorso da omnibus dell'horror mettendo in campo demoni, uomini ombra e pure appunto la possessione demoniaca in una scena che sembra citare Raimi.
Con un cast di giovani che riescono a risultare maturi e interessanti, Astral non è certamente esente da difetti, ma riesce molto bene a fare quello che dimostra di saper fare senza fare ricorso a troppi elementi esterni rimanendo sempre focalizzato sul punto di partenza.
La scena finale poi è crudelmente perfetta girata con due lire come tutto il resto del film, dimostrando ancora una volta come anche nel low budget sia possibile dimostrare di saperci fare con idee brillanti e poco abusate

Tumbbad


Titolo: Tumbbad
Regia: Rahi Anil Barve & Adesh Prasad
Anno: 2018
Paese: India
Giudizio: 3/5

India, XIX secolo: ai margini del fatiscente villaggio di Tumbbad vive Vinayak, testardo figlio illegittimo del signore locale, ossessionato dal mitico tesoro dei suoi antenati. Il ragazzino sospetta che la bisnonna, strega vittima di una maledizione, ne conosca il segreto ed è da lei che scoprirà dell’esistenza di una divinità malvagia posta a guardia del tesoro. Quella che inizia con una manciata di monete d’oro, si trasforma in una brama vertiginosa che crescerà per decenni, un’avidità irrefrenabile che trascinerà Vinayak sino ad un epico regolamento di conti…

Tumbbad è l'horror folkloristico indiano co prodotto dalla Svezia che non ti aspetti in una mega produzione che si vedono purtroppo sempre più di rado.
Parte bene, forse troppo, infila così tanti elementi da farti gongolare estasiato, cresce di intensità, decollando per poi finire dritto dritto contro una montagna imprevista con un finale molto discutibile.
Horror folkloristico ma anche dramma storico e sulle classi sociali (l'emancipazione del paese e della donna) oltre che ovvi rimandi al fantasy.
L'esordio alla regia dei due registi tra le fonti di ispirazione, cita anche l’opera di Narayan Dharap, autore prolifico di letteratura horror.
La storia si muove aprendo e scandagliando varie tematiche dove la principale citata anche nei titoli di testa è l'egoismo umano che crescerà nel film di generazione in generazione, arrivando all'apice con la scelta e il bisogno di varcare la soglia dell'inferno per rubare monete d'oro al dio confinato dalle altre divinità nel grembo materno della grande dea.
Inoltre quello che fin da subito stupisce ancora una volta è l'altissimo livello tecnico con una qualità produttiva incredibile dove tutto sembra studiato e confezionato perfettamente dalle ambientazioni suggestive, la colonna sonora epica ma non troppo, effetti visivi a tratti esagerati (la nonna/strega maledetta incatenata all'inizio, Hastar e le creature mostruose e sanguinarie, il ventre venoso teatro dell’orrore) e ben utilizzati in un crescendo di gore, cura dei dettagli e altissima definizione fotografica.



Dead end


Titolo: Dead end
Regia: Jean-Baptiste Andre & Fabrice Canepa
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il Natale dovrebbe essere un giorno di festa da passare coi propri cari, come è sempre stato negli ultimi vent'anni, per la famiglia Harrington, ma quest'anno qualcosa cambierà...
In viaggio con la famiglia per raggiungere la suocera, Frank Harrington decide di prendere una scorciatoia. L'incubo inizia. Una misteriosa donna in bianco vaga nel bosco, lasciando un alone di terrore al suo passaggio. Una strana auto scura, con un conducente invisibile, porta gli Harrington in una spirale di morte e follia verso una inquietante destinazione...

Dead end è un piccolo cult che purtroppo ho scoperto tardi. Una favola nera condita da humor, dialoghi taglienti, insoliti e sboccati, falcia ogni luogo comune solito dell'horror e riesce a fare un mezzo miracolo con il limitato budget messo tutto come cachet della coppia di genitori, infatti le prove di Lin Shaye e Ray Wise fanno il braccio di ferro per chi è più bravo.
Deliziosamente girato da una coppia di registi che poi non si è più vista lavorare, il film si prende tutto il tempo, ma nemmeno molto, per lasciar intuire quali potrebbero essere i pericoli facendo quasi e solo ricorso alle interpretazioni (quasi tutte all'interno di una macchina) e al contesto narrativo che seppur abbastanza abusato (le riprese notturne, la strada deserta, gli angoscianti rumori e le strane presenze che vengono dai boschi) riesce ad ottenere risultati insperati.
L'incubo familiare, i personaggi misteriosi, la macchina infernale e poi la scia di morti porta a galla, nella disperazione più totale dei componenti del nucleo, segreti che forse dovevano rimanere tali e con questo il film riesce dove tanti hanno fallito spiazzando fino al climax finale delizioso.
Tra i migliori horror natalizi di sempre.

Night Watchmen


Titolo: Night Watchmen
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre inetti guardiani notturni, aiutati da una giovane e bellissima giornalista senza paura, combattono una battaglia epica per salvare le loro vite. Una ronda sbagliata scatena infatti un'orda di vampiri affamati e all'improbabile gruppo spetterà il compito di fermare un flagello che non minaccia solo loro ma l'intera città di Baltimora

Night Watchmen esce direttamente dal panorama indie e distribuito grazie all'onnipresente Midnight factory. Tanto gore e tanta azione per un risultato tuttavia deludente e noioso nonchè ripetitivo come non si vedeva da un pezzo. Troppo facile giocare a carte scoperte come in questo caso dove horror + clown + vampiri + splatter e gore + ironia voleva o poteva portare ad un buon risultato.
L'ultimo film di Altieri non riesce a far ridere, i personaggi scimmiottano tante cose già viste, i dialoghi sono molto superficiali e sempre privi di un minimo di spessore drammatico e infine alcune riprese sembrano quasi amatoriali per quanto facciano venire le vertigini.
E'un peccato perchè gli indie vanno difesi quasi sempre. Il film è certamente una spanna sopra tanti altri film distanti da una piena maturità, Altieri rimane un buon mestierante che ha già dato prova con l'horror con alcuni risultati altalenanti ma ripeto tutti da vedere come Violent Kind e Holy ghost people o Hamiltons.
Mancano però quei particolari, chessò una scintilla di originalità, qualche scena che non sia scontata, trattare il tema in maniera atipica senza fare i doverosi ricorsi a citare numerosissimi film.


venerdì 2 agosto 2019

Axiom


Titolo: Axiom
Regia: Nicolas Woods
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Grazie a Leonard,conosciuto via internet, McKenzie, accompagnata dal fratello e altri tre amici, decide di raggiungere il Cinder Pak, un parco nazionale chiuso al pubblico, all'interno del quale è scomparsa la sorella Marylyn. Ottenuto da Leonard indicazioni sul percorso e un pass per accedere all'interno della enorme foresta, il gruppo procede in direzione dell'avamposto del viaggiatore: una baita abbandonata con un registro degli ospiti, fermo al 1957. Quando, giunta la mezzanotte, il sole è ancora alto, i ragazzi impauriti decidono di tornare indietro ma uno di loro, Edgar, manifesta un comportamento aggressivo ed assale brutalmente Darcy. È l'inizio di un incubo in una realtà sfuggente, animata da creature (i Pallidi) impressionanti, in grado di giocare con la percezione sensoriale degli ospiti nel parco.

Axiom aveva tutte le carte in regola per regalare intrattenimento, paura e soprattutto mostri.
Perchè di questo parla, aprendo porte per mondi paralleli dominati da creature inquietanti e spaventose e forze oscure non meglio precisate. Peccato perchè di mostri in tutto il film se ne vedono solo due, i Pallidi e una creatura verso il finale se non contiamo le solite ragazzine dai lunghi capelli neri modello Sadako (in quanto a make up, costruzione e fattezze siamo purtroppo in un deserto di miseria).
Woods però gira bene ed è un peccato vedere una tecnica così sprecata. La parte iniziale, quella nel bosco, i riferimenti a Raimi e l'intero cast composto perlopiù da quel manipolo di giovani che vogliamo vedere morti subito, sono a tratti convincenti.
Anche un paio di scene come l'uccisione tra fratelli e un paio di jumped scared funzionano benino.
Per il resto purtroppo a differenza di un impianto tecnico valido e gradevole, il film inciampa in dei colossali e madornali errori dal secondo atto in avanti con un finale piuttosto approssimativo e buttato lì alla veloce.
Woods meritava di insistere di più su uno script che diventa disarticolato proprio per il continuo rimandare a promesse che poi il film, per motivi di budget, non riesce a mantenere.

giovedì 18 luglio 2019

Noi


Titolo: Noi
Regia: Jordan Peele
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In Tv uno spot pubblicizza l'iniziativa di beneficenza "Hands Across America", siamo infatti nel 1986, quando sei milioni e mezzo di americani si tennero per mano e fecero donazioni per combattere fame e miseria. Un'immagine che colpisce la piccola Adelaide e che colpirà anche il suo doppio, incontrato una notte in una casa degli specchi in un Luna Park. Ai giorni nostri Adelaide è cresciuta, ha più o meno superato il trauma, e ha una famiglia, ma di nuovo una vacanza alla spiaggia scatena minacciosi doppi e questa volta non solo suoi, bensì di tutta la sua famiglia.

Peele è sicuramente un nome ormai conosciuto tra i seguaci dell'horror per la sua astuzia, la sua maturità nello scrivere e nel dirigere, nell'essere assolutamente al passo coi tempi e per riuscire a coniugare spirito indie e main stream con risultati finora molto convincenti.
Certo la metafora sociale di Get Out rimane un binario a parte, che forse il regista non riuscirà più a ripetere. Noi è un film molto maturo che a differenza dell'esordio infila una quantità di elementi di genere che rischiavano di creare quel caos o quel cocktail mal dosato.
Invece grazie ad un cast di tutto rispetto (come lo era anche il film precedente) Lupita Nyong'o strepitosa con una mimica facciale e un uso della voce davvero inquietante, dove dai traumi senza parole vissuti sin dall'incidente scatenante iniziale, si arriva ad un uso della voce lugubre e deforme, passando poi da un registro all'altro in tempi molto veloci pur senza perdere di vista gli elementi importanti della storia.
Anche Noi è un horror politico sulle disparità e le specularità americane (“Ma voi cosa siete?”
– “Siamo americani”) dove ad un certo punto viene fatto riferimento a quest'anomala invasione da da parte di un’indefinita massa di persone, vestite di rosso e armate di forbici affilate… (“Si dice che provengano dalle fogne”) essendo di fatto più ambizioso e allegorico, appunto più stratificato e complesso per cui vale la pena riguardarlo più volte per coglierne tutte le sfaccettature e le complessità.
Doppelgänger e home-invasion, svirgolate di violino ed espressioni di pura paura.
Noi di diritto entra nella cerchia dei migliori e più intelligenti horror del 2019, ancora una volta a dimostrare come il genere possa servire a far luce in alcuni inquietanti misteri come quello scambio
iniziale della piccola Adelaide.




Morti non muoiono


Titolo: Morti non muoiono
Regia: Jim Jarmush
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film è ambientato nella tranquilla cittadina di Centreville, dove qualcosa non va come dovrebbe. La luna splende grande e bassa nel cielo, le ore di luce del giorno diventano imprevedibili e gli animali iniziano a mostrare comportamenti insoliti. Nessuno sa bene perché. Le notizie che circolano sono spaventose e gli scienziati sono preoccupati. Ma nessuno prevede la conseguenza più strana e più pericolosa che inizierà presto a tormentare Centerville: I morti non muoiono - escono dalle loro tombe e iniziano a nutrirsi di esseri viventi, e gli abitanti della cittadina dovranno combattere per la loro sopravvivenza.

Dopo la parentesi vampiri riuscita perfettamente, uno dei maestri della nuova Hollywood ci riprova con gli zombie inserendo alcune critiche alla società e a tante altre cose come aveva fatto in passato il padre dei non morti.
Si ride, ci si prende anche sul serio, si muore, ci sono alieni, astronavi, momenti splatter, un cast corale da far venire la bava alla bocca, una recitazione che sembra quella a scenette di COFFEE AND CIGARETTES e poi tanti altri particolari per gli amanti del cinema horror e del cinema politico di Jarmush.
Una commedia molto più semplice del previsto anche se poi analizzandola bene l'intento più grosso è proprio quello di mostrare dopo il film manifesto del '68, come tutto da allora sia persino peggiorato, a partire dalle mode, dai giovani, dalla futilità della vita, dall'egoismo, dalle regole e infine dalla coscienza di ognuno di noi sempre più radicata nel profondo malessere dell'egoismo (l'incidente iniziale della gallina scomparsa è perfetta così come il capro espiatorio interpretato da uno stralunato Waits).
Qui gli zombie potevano essere tranquillamente sostituiti da un'invasione aliena, da una minaccia incombente, dagli effetti del riscaldamento globale, invece l'autore ha voluto dire la sua in un film che omaggia più di quanto si pensi e sceglie in maniera accurata le location delle vittime e dei sopravvissuti. Infine i dialoghi sono intrisi di un cinismo e di una visione così limitata della vita che porta la Swinton aliena (in tutti i sensi) ad andarsene lasciando il genere umano a morire decimato dagli zombie. Boom!



I'll take your dad


Titolo: I'll take your dad
Regia: Chad Archibald
Anno: 2018
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un uomo, William, incaricato di far scomparire i cadaveri, scopre che una delle vittime è ancora viva.

Il quinto film di Archibald dimostra il talento e le idee di un regista che sempre di più va tenuto sott'occhio e che dovrebbe girare almeno tre film l'anno visti i risultati e gli spunti narrativi originali.
La storia di I'll take your dad, dal titolo non così entusiasmante è incredibile.
Un uomo tranquillissimo che vive con la figlia e che ha da poco perso la moglie si occupa di far sparire i cadaveri. Praticamente tutti i criminali lo conoscono e ne hanno paura perchè dietro di lui c'è una leggenda misteriosa come di qualcuno davvero pericoloso da temere a tutti i costi.
Con tutta la tranquillità e prendendosi i suoi tempi, l'uomo che vive in una casetta ai margini di tutto, scioglie le vittime, che i criminali vogliono far sparire, dentro vasche d'acido.
William però ha un suo codice morale e non uccide nessuno che sia ancora vivo.
Questo naturalmente creerà tutta una serie di incidenti incredibili.
Archibald però è molto abile ancora una volta ad inquadrare una vicenda che seppur folle denuncia sempre più la drammaticità della vita che dietro l'apparente situazione macabra, vede la coppia padre-figlia (stupendo il rapporto) ritratti dal cuore enorme ed un animo nobile, costretto lui e costretta lei, a scendere in compromessi con le avversità della vita.
Se è pur vero che la prima parte è quella che fa da padrona dove alcuni rimandi al cinema dei Coen non possono mancare e vero che Archibald con pochi attori e una location riesce a dare sempre enfasi e carattere alla storia senza farle perdere mai il suo fascino. Tutto questo vale per i primi due atti spaccati con l'accetta a differenza della carneficina finale, forse un po scontata e forse no, ma visto il tale insieme di elementi gestito così bene, senza ricorrere alla violenza, forse si poteva provare qualcosa di diverso.
Rimane un film interessante, con un ritmo straordinario, ottimi attori dove il protagonista è l'esatta copia di Rocco Siffredi tale Aidan Devine, davvero è difficile guardare il film senza pensare che non sia la stessa persona e anche in parte le espressioni sembrano le stesse.
Un film purtroppo sconosciuto che forse non avrà mai, come quasi tutto il cinema indie interessante, una valida distribuzione.
Di nuovo la coppia di fuoco Jayme LaForest (sceneggiatore) e Archibald tornano a lavorare insieme, e speriamo continuino, dopo Bite, HERETICS e DROWNSMAN

Jennifer's Body


Titolo: Jennifer's Body
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rinchiusa nella cella d'isolamento di un istituto psichiatrico, la giovane Needy, ricorda come tutto è cominciato, a Devil's Kettle, la cittadina di provincia dove abitava. Si parte quindi con un lungo flashback che costituisce il corpo del film: Needy è amicissima di Jennifer, la bomba sexy della scuola. Benché fidanzata con Chip, il classico bravo ragazzo, la poco appariscente Needy è preda di una sconfinata ammirazione per Jennifer, tanto da esserne sostanzialmente succube. Al Melody Lane, un localaccio, Jennifer è attratta da Nikolai, cantante di una sconosciuta rock band, i Low Shoulder. Uno strano e furibondo incendio si sviluppa mentre la band suona: è un massacro, ma Needy conduce in salvo Jennifer. Per poco, però. Sotto lo sguardo sconcertato di Needy, Jennifer se la svigna col disinvolto Nikolai. Quando Needy, tornata a casa, si ritrova di fronte l'amica coperta di sangue e affamata di carne cruda, sospetta che qualcosa di brutto sia successo. Quando Jennifer le vomita addosso un geyser di sangue, ne ha la certezza. Il giorno dopo tutto sembra normale, compresa Jennifer, ma Needy sa che non è così. Gli omicidi cominciano: a commetterli è Jennifer, che prima seduce e poi, in versione mostruosa, ammazza.

Jennifer's body ha tutti gli elementi per sembrare un tipico teen-movie con la solita Megan Fox che alza il livello ormonale maschile. Definito dai critici il "Twilight" maschile, questa perfida commedia di Kusama ha diversi elementi interessanti oltre a colpire duro in alcune scene come quella del sacrificio di Jennifer da parte della band che la carica sul furgone.
Insieme racchiude tanti stilemi e stereotipi del genere cercando però di aumentarne il contenuto e gli effetti (verso l'inizio nella cittadina scopriamo esserci un buco nero in cui scompaiono le acque) elemento purtroppo buttato lì senza poi essere opportunamente ripreso.
Il film della Kusama travestito da black comedy che sfocia nel gore dopo la trasformazione della protagonista, parla fondamentalmente di uno stupro in cui gli aggressori sono gli unici a scamparla senza conseguenze, lasciando impuniti stupri e sacrifici che la ragazza riverserà non sugli aggressori ma sugli innocenti.
In un contesto politico odierno in cui il film forse anticipava temi che il cinema ha poi ripreso con voga che dimostra nonostante difetti palesi e alcuni elementi soltanto abbozzati (i buchi neri) un buon film d'intrattenimento che rientra in quel catalogo di film horror che sempre di più si stanno allontanando dallo schema main stream per esplorare tematiche sociali più scomode e attuali.



mercoledì 10 luglio 2019

Brightburn


Titolo: Brightburn

Regia: David Yarovesky
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Brightburn, Kansas. Tori e Kyle Breyer sono una coppia che cerca invano di avere un figlio, pur dedicandosi al tentativo con impegno e convinzione. Una notte, qualcosa precipita nei pressi della loro fattoria. Detto fatto, i Breyer hanno un figlio, al quale danno il nome di Brandon. Anni dopo, Brandon ha dodici anni ed è un bambino introverso e particolare. A scuola è bravo, ma non proprio popolare tra i compagni. Inoltre, Brandon sembra attirato da qualcosa che si trova nel sotterraneo di una rimessa della fattoria di famiglia. Ma sembra anche avere una forza insospettata, di cui lui stesso si sorprende per primo. Tori comincia a preoccuparsi e cerca supporto psicologico per Brandon. In realtà, le cose sono molto più complesse: Brandon prende coscienza dei suoi super poteri e di non essere per niente normale. Comincia perciò ad agire come un super eroe, ma da ciò conseguono problemi seri per tutti.

Brightburn è lo strano caso di un film per il cinema con un super eroe votato al male violentissimo che non si farà nessuno scrupolo ad uccidere i suoi "genitori".
Anomalo, tutt'altro che scontato e soprattutto un film che non fa sconti a nessuno.
Semplicemente Brandon nel momento in cui scopre il male ne diventa succube senza provare nessun tipo di sentimento o emozione ma agendo seguendo un impulso irrefrenabile che lo porterà a stanare chiunque provi anche solo a redarguirlo.
Ci sono tante scene violentissime, il torture e lo splatter non mancano e alcune scene nelle esecuzioni del bambino fanno proprio pensare a Chronicle quando incontra Superman malvagio.
La messa in scena di Yarovesky è ottima sfruttando una fotografia molto calda e accesa dove i rossi sembrano illuminare lo schermo come luci al neon. A differenza però proprio di Chronicle dove i ragazzi usavano i poteri contro la società, qui la storia si focalizza molto di più sull'importante legame familiare. La disgraziata coppia che trova il bambino in un astronave, dovrà fare i conti con la mente malata e violenta più pericolosa degli ultimi vent'anni del cinema se contiamo l'età del suo protagonista.
Brandon diventa a tutti gli effetti il villain, l'antagonista, il super eroe del male, più tosto, cazzuto e spietato del momento. Contro ogni spoiler uccide: compagna di classe (gli spezza solo la mano), la madre della compagna (attenzione alle scena del vetro nell'occhio), il patrigno, la matrigna, la zia, lo zio, due poliziotti e poi chi lo sa...il film finisce mentre fa schiantare un aereo di linea pieno di passeggeri (ovviamente tutti morti) contro casa sua.
C'è però qualcosa nell'esordio di Yarovesky che non funziona...tutto è sparato a mille dalla regia, al montaggio che non lascia respirare un secondo e alla psicologia soprattutto della madre del ragazzino davvero troppo stereotipata dove i dialoghi alle volte appaiono per lo meno ridicoli.
E'un vero peccato. Brightburn ha uno scorrimento così veloce da far perdere d'occhio alcuni particolari e buchi di sceneggiatura abbastanza importanti.



Pledge


Titolo: Pledge
Regia: Daniel Robbins
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Justin, Ethan e David sono tre sgraziati studenti costantemente respinti dalle varie confraternite del college, finché accettano l'invito ad un party da parte dell'attraente Rachel (Erica Boozer). Convinti di essere stati presi in giro, anche per via dell'insolito indirizzo, i tre giungono invece in una splendida villa riuscendo a trascorrere una vivace nottata tra alcol, ragazze bellissime e disinibite. Al mattino non rifiutano quindi l'ulteriore invito, per quella sera stessa, fatto da Max (Aaron Dalla Villa), il padrone di casa. Questa volta, però, all'appuntamento non trovano sexy fanciulle ma un gruppo di affiliati alla Crypteia, un club elitario dal quale -a seguito di prove durissime- escono solo i migliori. Quelli cioè destinati a posti di rilievo in ogni settore socialmente significativo. Un marchio a fuoco vivo sulla pelle, intrugli disgustosi fatti ingerire a forza ed altri indicibili prove, sono solo il preambolo a torture e sevizie sempre in crescendo, e sconfinanti sino alla morte.

I film sul bullismo o meglio sulle confraternite da sempre sono una tematica cara agli americani nel thriller e nell'horror cercando di raccontare come le pratiche per diventare membri esclusivi possano essere di una violenza e di una barbarie incontrollata.
Robbins firma un teen movie dove a differenza di GOAT giusto per fare un esempio, la cattiveria gratuita porta ad una violenza anch'essa gratuita, che purtroppo svanisce ogni minima premessa o speranza per la continuità del film, sacrificando ogni azione e ogni gesto ad un'opera che diventa di un'ipocrisia fine a se stessa.
Pledge vorrebbe diventare un horror ma non lo diventa mai, cerca nell'incidente scatenante una scusa che non regge, un impianto assurdo (la villa esclusiva nascosta in mezzo al bosco pieno di modelle che fino a prova contraria sono pure abbastanza inutili nella storia tolta una scena) diversi buchi di sceneggiatura e alcune azioni che non portano a nulla di buono.
L'unico elemento positivo è dato dalla fretta con cui muoiono i protagonisti, una mattanza in fondo necessaria, infine il climax finale che non poteva che mostrare il disgraziato nerd sfigato e grassottello vincere a mazzate, in un fight club tra i più brutti mai visti, contro il leader dei bulli.



Ombra dello scorpione


Titolo: Ombra dello scorpione
Regia: Mick Garris
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La classica lotta tra il bene e il male scaturita da una mortale epidemia. Il pianeta è in pericolo e due personaggi rappresentano il bene e il male: la buona Abigail e il cattivo signor Flagg.

L'Ombra dello scorpione è una piccola serie televisiva che come per It(1990) o TOMMYKNOCKERS (la prima sì la seconda decisamente no) cercava a dispetto di un budget limitato di creare un prodotto che non sfigurasse di fronte al romanzo cult del maestro del brivido.
Seppur con tante buche e alcuni difetti innegabili, a parte scene tagliate di netto in un montaggio piuttosto complesso e travagliato, la mini sere televisiva riesce comunque a regalare o far assaporare quel clima post apocalittico creato da King e mostrare per la prima volta il villain più cattivo dei suoi romanzi quel Randall Flagg che tutti conosciamo.
L'adattamento di the Stand è stato odiato da tutti come odiato è il mestierante Garris che purtroppo con tutto il suo amore per King non ha fatto altro che danni con gli adattamenti delle sue opere (SHINING poi è qualcosa di mostruoso, nonostante abbia seguito a menadito il romanzo a differenza del capolavoro di Kubrick)
Eppure funziona. Funzionano i personaggi, alcune loro psicologie, l'atmosfera davvero spaventosa soprattutto quella ricreata nella Los Angeles dove il prezzo del potere si paga a caro prezzo.
Le situazioni, alcune delle quali davvero inaspettate che riescono a regalare alcuni interessanti colpi di scena, delle stesse deviazioni e debolezze dei personaggi in fondo votati a dover scegliere tra il bene e il male, in una sfida che per quanto sembri scontata qui è segmentata in modo mai banale ma con interessanti cambi di rotta.
Purtroppo alcuni limiti nella messa in scena rendono la visione alle volte quasi trash, in particolar modo gli effetti speciali, la regia piatta e banale priva di mordente e a tratti ridicola, senza contare l'effetto finale con un'esplosione che sembra una sorta di incubo per gli addetti alla c.g






giovedì 4 luglio 2019

It(1990)


Titolo: It(1990)
Regia: Tommy Lee Wallace
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

In una piccola città di provincia, sette ragazzini, esplorando le fogne, risvegliano una forza malefica sotto le sembianze di un clown che semina morte e distruzione. Quando trent'anni dopo la forza si sveglia di nuovo, quegli stessi sette amici, diventati ormai adulti e disseminati in diversi stati, abbandonano famiglia e lavoro e si rimettono insieme nella città natia per affrontare per la seconda volta le loro devastanti paure.

A conti fatti le versioni tratte dai libri di King negli anni '90 sono state decisamente le migliori rispetto a questi remake moderni troppo patinati e pieni di c.g.
IT e L'OMBRA DELLO SCORPIONE come mini serie televisive seppur con i limiti del caso, riuscivano a infondere l'atmosfera giusta che si respirava nei romanzi.
Wallace poi aveva esordito con uno degli horror più interessanti degli anni '80, Halloween 3, purtroppo demolito da critica e pubblico.
IT conserva come dicevo nei suoi limiti di budget un'aura mistica e magica che sembra far rivivere come l'album di fotografie di Mike Hanlon i tragici eventi di Derry grazie alla fortuna di aver un manipolo di giovani attori in stato di grazia a differenza dei giovani/adulti della seconda parte (sempre funzionali ma non indimenticabili).
Questo adattamento tiene conto di molti aspetti suggestivi del romanzo mettendone purtroppo da parte altri come quelli che ancora una volta andavano a rompere dei tabù importanti per uno scrittore che demoliva le regole del lecito e proibito. In questo caso la comparazione con Pet Sematary, il libro ovviamente, sembra doveroso ( nel romanzo quando Gage diventa quello che deve diventare, trasformato dal cimitero, e parla con la voce di Norma prima di uccidere Jud, scopriamo che l'anziana moglie malata in passato era solita farsi sodomizzare dagli abitanti del posto ridendo durante l'amplesso ai danni del povero marito. In IT nel romanzo Beverly prima di affrontare il mostro, quando sono piccoli, decide di darsi a ognuno dei membri del Club dei perdenti in una sorta di gang bang) come se l'aspetto sessuale fosse stato ignorato in entrambi i casi.
IT poi ebbi la fortuna/sfortuna di vederlo negli anni giusti tra infanzia ed adolescenza come per l'horror cult di Coppola e il terrore che entrambi mi generarono servì a farmi capire di cosa avrei avuto bisogno di cibarmi per il resto della mia vita.
IT faceva leva nelle paure ancora di più rispetto ai colleghi come Freddy Krueger (altro mostro leggendario e importantissimo per il cinema e per il contributo al genere) ma senza averne le stesse disposizioni slasher più tendenti al massacro e alla carneficina e questa assenza in IT era ancora più funzionale proprio perchè ti terrorizzava senza darti il colpo finale.
Pennywise è diventato leggenda grazie alla Leggenda performativa di Curry (Legend, ROCKY HORROR PICTURE SHOW) riuscendo ad essere mostro, lupo mannaro, ragno, mummia, ma soprattutto e più di tutto un clown distruggendo così un altra figura che avrebbe dovuto migliorare l'infanzia dei piccoli anzichè distruggerla (discorso analogo per Santa Claus che come per Bob Gray mangiava i bambini).
Superando la parentesi del clown, il mostro più grosso descritto da King è però la comunità di Derry che come Krueger nasce dall'odio degli abitanti della città. In quel caso veniva ucciso per vendetta dai suoi stessi concittadini e ottenne, dopo la morte, la capacità di manifestarsi nei sogni altrui, che sfruttò per tormentare ed uccidere i figli dei responsabili della sua morte, mentre nel romanzo di King agisce nella realtà in carne e ossa prima di andare in letargo.
Sempre di società ostile si parla, di quegli adulti che anzichè proteggere preferivano nascondere sacrificando quasi per un patto invisibile i loro stessi figli alla bestia piuttosto che affrontarla.
Da questo punto di vista le colpe sui padri e il senso di responsabilità diventano nel lavoro di Wallace fondamentali per descrivere il microcosmo di efferati delitti e le precise ragioni che portano un manipolo di ragazzini a combattere qualcosa di spaventoso e più grande di loro.
Pennywise, Bob Gray, non è diventato il villain principale di King, quello sarà sempre Randall Flagg, ma ha costruito un personaggio immortale e ancora oggi in grado di spaventare intere generazioni senza ricorrere come nella recente versione di Muschietti a un ritmo iper veloce e tanta c.g. Ancora una volta la maschera di Curry conferma che il terrore più alto e ispirato arriva sempre dalla mimica facciale e dalle azioni degli esseri umani che fanno più paura di qualsiasi mostro.
La produzione al tempo fu molto complicata e travagliata: tre mesi di riprese, il passaggio di testimone da George A. Romero a Tommy Lee Wallace e tagli decisi alla sceneggiatura (si passò da otto ore di durata, a sei per finire poi con due episodi che dureranno, nel complesso, poco più di tre ore)
Peccato per quel ragno finale...



Hole in the ground


Titolo: Hole in the ground
Regia: Lee Cronin
Anno: 2019
Paese: Irlanda
Giudizio: 3/5

Sarah sta costruendo una nuova vita con suo figlio ai margini di una piccola cittadina rurale. Un incontro terrificante con un vicino misterioso frantuma la sua già fragile anima, gettandola in una spirale paranoica sempre più disturbante. Dovrà scoprire se i cambiamenti inquietanti del suo bambino sono collegati a una minuscola buca nella foresta che confina con la loro casa.

E'difficile non amare alla follia le fiabe nere e gli horror rurali. I perchè sono tanti e nascono da presupposti che coincidono con le mille facce di madre natura, della selva oscura e di tutto ciò che è confinato fuori dalle nostre grigie città.
Negli ultimi anni sono arrivate diverse opere accattivanti e affascinanti unite dal bisogno di narrare quel folklore locale che appartiene di norma a ogni paese.
Hole in the ground ha tutti gli elementi per entrare a far parte di questo piccolo universo se non fosse che i rimandi e le somiglianze con Hallow che ho semplicemente adorato, sono davvero tante, tali da far perdere parte del fascino dell'opera dell'esordiente Lee Cronin.
Tanti i sotto testi e le metafore del film a partire da una vena ecologista a delineare l'intero intento dell'opera: stiamo distruggendo così tanto la natura che la risposta è una forza oscura rigurgitata dalle viscere della terra che si prenderà la sua rivincita sacrificando ciò che pensiamo di amare di più, i nostri affetti, la nostra famiglia e tutto il resto.
Due attori, una location e solo qualche sparuta immagine della creatura di turno.
Il resto sono pensieri e parole, suggestioni e giochi d'atmosfera.
Cronin nel cappello magico non mette molti elementi ma riesce a inquadrarli molto bene grazie ad una fotografia e degli effetti sonori che meritano una standing ovation
Uniche pecche l'aver esagerato e tirato un po troppo per le lunghe la "possessione" del piccolo Chris



Perfection


Titolo: Perfection
Regia: Richard Shepard
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Charlotte, fenomenale ma problematica strumentista ossessionata dalla ricerca della perfezione, si mette sulle tracce del suo mentore avvicinandosi a Elizabeth, la sua nuova pupilla, per uno scopo tanto enigmatico quanto sinistro. L'incontro farà scivolare i due prodigi della musica in una sinistra spirale con conseguenze scioccanti.

Perfection è il thriller che non ti aspetti. Un film sfacciato con le palle.
Un paio di attrici di cui una è la protagonista dell'esordio di Peele e dunque la bella e indimenticabile Allison Williams.
Musica, revenge movie, thriller psicologico, individui talentuosi, saffismo a profusione, rivalità striscianti, arti mozzati, salti temporali, doppelanger e una chiusura prevedibile ma decisamente efficace.
Il problema dei thriller d'oggi a differenza dei maestri della nuova Hollywood che hanno saputo ridare enfasi al genere, è quello di mettere troppa carne al fuoco con il risultato che spesso il finale soffre di lacune e sotto trame che non venivano risolte a dovere il che però non significa non regalare finali aperti o libere interpretazioni.
Perfection prima di tutto sceglie una storia originale dove il climax finale ovviamente non potrà esimersi dall'aver puntato anche lui sull'inverosimilità nelle mosse finali e nel tentativo di incastrare perfettamente tutti i tasselli su un paio di tematiche abusatissime come lo stupro e l'omosessualità. Rimane invece davvero d'effetto e con una profondità negli intenti che in questo caso possiamo citare Aronosfky nel devastare fisicamente e psicologicamente le sue protagoniste e la mutilazione in questo rimane un'arma infallibile.
Qui l'occhiatina è proprio su uno dei maestri della nuova Hollywood, De Palma su tutti, dove però Shepard sembra aver messo una marcia più veloce e più spinta per unire sotto generi apparentemente inconciliabili e esplodere con tanti elementi e non accessori di decoro che aiutano a rendere dominante il conto finale.
Perfection disturba, ha un ritmo fondamentale per la sua riuscita, non perde mai un minuto ma rimane sempre sui binari giusti per l'intrattenimento e riesce a far ragionare ponendo dubbi e colpendo forte allo stomaco con alcune scene indimenticabili.



martedì 2 luglio 2019

47 metri


Titolo: 47 metri
Regia: Johannes Roberts
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.

Che lo shark movie sia un sotto genere ormai abusato è un dato di fatto.
Prove di sopravvivenza, cloni di squali, esperimenti genetici, sotto prodotti amatoriali o virati sul trash e poi i blockbuster.
47 metri del mestierante Roberts, una filmografia abbastanza sfortunata, riesce nonostante una regia molto tecnica a portare a casa il suo film di genere migliore.
Qui lo sport estremo gioca un bel connubio con il survival movie e un'atmosfera davvero claustrofobica dove il gioco forza delle due sorelle produrrà tutta la materia drammatica dovuta e necessaria per dare pathos e atmosfera al film.
47 metri come Open Water cerca la soluzione più faticosa ed estrema, senza mettere troppa carne al fuoco, con un ritmo abbastanza soporifero per un finale e un ritmo tutto sommato centellinato come le risorse e le aspettative di vita delle ragazze che riescono a non far cadere mai troppo o sbilanciare il binomio del ritmo claustrofobico. Un film che negli intenti riesce sicuramente a far meglio di PARADISE BEACH trovando nello schema corale un maggior ritmo e giocando sulle differenze e le diversità delle due sorelle entrambe destinate a doversi scontrare con l'orrore vero dove lo squalo per assurdo passa pure in secondo piano.
Ottimo il finale che non concede soluzioni facili e il tipico happy ending facile da trovare negli horror destinati al cinema che qui se così fosse stato ne avrebbe distrutto tutti gli intenti.
47 metri è composto soprattutto di tensione, regalando molto tempo con uno sguardo profondo ai difficili rapporti e agli aspetti umani, la solitudine e la disperazione che prevaricano giocando un bel braccio di ferro tra le due complesse psicologie delle protagoniste e poi tanta, tanta suspance che dimostra ancora una volta come l'abisso e l'ambientazione marina rimangono sempre sinonimo di una minaccia incombente più forte di noi
Pochissime le pecche, se vogliamo proprio trovarne qualcuna diciamo la tipica vittima sacrificale e la corda ormai consumata dalla salsedine. Potevano trovare degli espedienti un pò più originali.



Husk


Titolo: Husk
Regia: Brett Simmons
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di amici si trova in difficoltà proprio vicino a un campo di grano e cerca riparo nella fattoria che si trova nei pressi. Presto si accorgeranno che la dimora è il centro di un rito soprannaturale.

Tutto comincia nel 2005, quando Brett Simmons presenta al Sundance un cortometraggio di circa venticinque minuti (disponibile su Vimeo) che, pur offrendo attori diversi, tra cui lo stesso regista nella parte del protagonista Brian, condivide con questo Husk del 2011 sia il titolo sia il soggetto.
Sono tanti gli spauracchi che popolano e infestano la nutrita galleria di mostri e quant'altro nell'horror. Simmons che non è il primo e non sarà di certo l'ultimo parla di spaventapasseri, quelle figure inquietanti che da sempre hanno spaventato più le persone dei corvi.
In passato alcuni esempi ci sono stati anche se sfruttavano più la location dei campi e l'atmosfera che non lo spaventapasseri in sè che forse per evidenti ragioni non sembrava poter reggere sulle spalle tutto il film. Anche in questo caso per fortuna non viene inscenato come un semplice mostro che uccide senza pietà. Nella sua ora e venti il film, pensato a tutti gli effetti come l'opera artigianale a cui l'autore riserva tutta la pazienza del mondo, Simmons riesce a condensare paure e suggestioni che il cinema horror non ha mai approfondimento veramente mostrando il solito gruppetto di ragazzetti scemi che amiamo vedere uccisi ma dandogli un movente, una ragione per essere uccisi, non trovandosi solo lì e basta, ma violando un cerchio magico, un rituale che seppur con tutti i suoi limiti riesce a coinvolgere e dare aspetti più interessanti alla storia.


Pet Sematary(1989)


Titolo: Pet Sematary(1989)
Regia: Mary Lambert
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Da un romanzo di Stephen King. La famigliola di un dottore si stabilisce in un villaggio del Maine. Poco dopo l'arrivo, il gatto di casa è ucciso da un camion. L'animale è sepolto nel locale cimitero che tutti ritengono stregato. La notte seguente infatti, il gatto ritorna, trasformato in malevola creatura.

Ancora una volta come lettore e fruitore del cinema del maestro del brivido mi ritrovo a dover fare i conti con le vecchie e le nuove trasposizioni
Sostengo che il film di Lambert così come la versione di Wallace e la mini serie di Garris abbiano in comune il fatto che tutte cerchino di essere il più verosimili possibili con i romanzi a dispetto di scelte e capolavori come quelli che hanno portato Kubrick a dirigere SHINING e che confermano di come anche la libera trasposizione sia sinonimo di ottimo risultato quando alla base ci sono le idee giuste.
Il film di Lambert pur essendo molto più televisivo, rispetto al remake del 2019 non perde e non trasfigura le regole principali, cercando di dare importanza al tema della morte e del lutto e non cercando di trovare facili sentieri per avere più carne al fuoco possibile come nella recente versione.
Pur non potendo contare su un cast brillante, il film dalla sua riesce a mantenere un equilibrio tra atmosfera e colpi di scena proprio nel suo cercare di smarcarsi da trappoloni eccessivi che come nel remake del 2019 ne hanno sancito uno dei limiti principali.
Senza stare a fare l'ennesima comparazione tra romanzo e i due diversi film, Pet Sematary non potrà mai disturbare come il romanzo toccando quei fasti che le parole e l'immaginazione pesano più di qualsiasi immagine, quel grandissimo trattato sulla morte, sul dolore, sull'elaborazione del lutto che dalle pagine del maestro del brivido prendeva vita nella nostra immaginazione,
ma di certo il coraggio con cui con i limiti del tempo si è cercato di rendere il film malato e disturbante non possono che aggiungere pregi all'opera che proprio per l'adattamento del 1989 la sceneggiatura venne curata dallo stesso King che qui si ritaglia un cameo nel funerale.