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venerdì 27 marzo 2020

Doctor Sleep


Titolo: Doctor Sleep
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Danny Torrance, il bambino con la luccicanza, è cresciuto. Adesso è un uomo che deve fare i conti con la sua particolarità e cercare di conviverci. Nel farlo, si è ridotto a una sorta di relitto umano: alcolizzato e spiantato, senza presente né futuro. Toccato il fondo, Dan decide che è abbastanza e si riposiziona in una serena cittadina, trova l’amicizia del fraterno Bill, si disintossica dall’alcool e si mette a lavorare di buona lena.

Mike Flanagan sta dimostrando di essere una sorta di Re Mida di Hollywood. Tutto quello con cui entra in contatto brilla di luce propria. Quando ho sentito che avrebbe diretto il seguito di Shining avevo una certa paura di fondo, sapevo che il budget era consistente, che il libro di King veniva bocciato da tutti e tanti altri elementi che potevano far storcere il naso.
Poi tralasciando tutto, come sempre, mi sono sparato il film che non lo sapevo ma dura 151 minuti.
Il risultato è ancora una volta una sfida vinta per aver creato quell’atmosfera che sembra seguire le coordinate kinghiane sullo sposare il dramma senza lasciar perdere l’azione, portandola a dei livelli molto alti. Vampiri di anime (Vero Nodo), luccicanza, Overlook, Abra, c’erano così tanti elementi da dover dosare nell’intricato labirinto che probabilmente qualsiasi altro avrebbe fatto una porcheria. Flanagan restituisce al romanzo di King tutta la sua atmosfera, si confronta con le colpe dei padri e porta in terapia il figlio, sceglie la vita e di proteggere anziché soffocare nell’isolamento e lasciare che altre voci si facciano strada dentro di lui. Sembra tutta la struttura un sofisticato gioco di rimandi e ammissioni di colpe, di confrontarsi con il passato accettandolo ma prendendone le distanze.
Doctor Sleep è prima di tutto un viaggio terapeutico. I villain, gli antagonisti, sono gitani superdotati che agiscono in gruppo e ricordano molto per come si pongono con i bambini ai Vacui bartoniani (luccicanza vs occhi).
Flanagan dimostra ancora una volta di saper districare una matassa complessissima, con il suo talento che riesce a dimostrare ancora una volta di essere personale, passionale e quasi mai derivativo.
Doctor Sleep è un viaggio on the road, un film di formazione, una favola su come ritrovare se stessi grazie agli altri, di come il potere e la sue essenza sia una maledizione immortale in particolare per la bellissima Rose the Hat, riuscendo in una sfida che sembrava persa ovvero confrontarsi e continuare alcune scene topiche del cult di Kubrick come se fossero già collegate come un filo e toccava a Mike unire e sciogliere i nodi.


Villains


Titolo: Villains
Regia: Dan Berk, Robert Olsen
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una coppia di ladri inesperti decide di rapinare una casa di periferia ma non sa a cosa sta andando incontro.

Villains è una dark comedy, un home-invasion al contrario che non cerca di prendersi troppo sul serio. Fa il suo dovere intrattenendo senza colpi di scena importanti (il meglio avviene nell’ultimo atto) e con una struttura di fatto già vista innumerevoli volte. E’ un esercizio di stile di una coppia di registi che aveva per qualche inspiegabile ragione diretto il sequel di uno dei più importanti film di vampiri visti negli ultimi anni ovvero Stake Land.
Il problema più grosso del film rimane la scrittura, con una sequenza di eventi davvero scontati e prevedibili nonché marginali e già visti e sentiti a profusione. La messa in scena invece di quello che non è un indie, è molto curata, quasi tutto in interni in un’unica location che è la casa e le apprezzabili interpretazioni del cast con la coppia di villain psicopatici ampiamente sopra le righe. Purtroppo avrebbe giovato di più una lezioncina su come alzare di più il livello (il bambino che Gloria porta in braccio all’inizio è scontato che sia finto, la bambina rinchiusa in cantina con tanto di catene, la droga peggio utilizzata in un film e via dicendo) però ci sono anche momenti interessanti soprattutto tra i due protagonisti e la loro chimica (la scena di Jules che copre Mickey con i capelli è il momento più alto del film ed è una scena romantica)
Villains non fa mai paura, nemmeno qualche brivido, ma ha un buon ritmo e poggia perlopiù sulle interpretazioni e su eventi tragicomici.

Hunt


Titolo: Hunt
Regia: Craig Zobel
Anno: 2020
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dodici sconosciuti si risvegliano all'interno di un parco appartenente alla cosiddetta Tenuta (the Manor), scoprendo di lì a poco di essere stati scelti per essere cacciati in un gioco ideato da un gruppo di persone della ricca. Per rendere il gioco più interessante alle prede vengono concesse delle armi che recuperano da un'enorme cassa posizionata nel bel mezzo di una radura del parco

Zobel all’attivo ha diretto l’interessante Compliance, un film che faceva luce su un fatto insolito negli Usa. Hunt sembra tante cose e ne scopiazza molte altre, un survival-movie con catfight finale senza esclusione di colpi.
Persone sconosciute che partecipano ad un gioco in cui una certa elite borghese gode nel farli fuori “perché deplorevoli” ovvero chi per la caccia, chi perché ha commesso non si sa bene cosa, chi per altri motivi. Tutti vengono scelti come vittime sacrificali per finire massacrati. Abbiamo la final girl cazzutissima che dalla scena della stazione di servizio capisce di non essere in Arkansas ma vicino alla Croazia.
Insomma un film che parte su un aereo, continua in un bosco e finisce in un campo rifugiati e infine in una villa per lo scontro finale.
Hunt di certo non annoia, ma è una tale galleria di luoghi comuni e idee prese da altri film cercando di dargli una parvenza di autorialità imbarazzante. I dialoghi sono così privi di carattere, i personaggi scontatissimi (forse l’unico aspetto positivo e che prima dell’arrivo di Crystal chiunque possa sembrare il protagonista muore malamente) e la trama come il disegno e l’intento da parte dell’elite davvero telefonata all’ennesima potenza. Tra le tante idiozie del film il piano segreto di Crystal che confida ad Athena nel dialogo finale (un gioco degli equivoci che sembra una presa in giro) il massacro della tana dove tutti i membri dell’elite si nascondono per venire sgominati dalla stessa Crystal e tanti altri fattori che cercano di dare spessore al film senza riuscirvi. L’unico motivo per cui non lo boccio completamente è perché non si prende sul serio e regala qualche timido sorriso.

Blood Bags


Titolo: Blood Bags
Regia: Emiliano Ranzani
Anno: 2019
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mostro si aggira per i corridoi di una casa abbandonata, prendendo di mira i curiosi che vi entrano. Due amiche vi si avventurano solo per scoprire poco dopo che tutte le uscite sono state bloccate. La creatura le insegue, sempre più affamata e assetata del loro sangue. Non c'è via d'uscita.

A volte alcuni film stupiscono più per la forma, per la costruzione, per la tecnica, per come impreziosiscono i dettagli che non per la storia in sé che trattandosi di uno splatter/slasher diventa spesso e volentieri marginale.
Blood Bags nel mondo dell’indie italiano, del cinema autoriale diciamolo subito è una piacevole sorpresa.
I perché sono tanti e portano sulle spalle citazioni che non diventano mai opprimenti ma che sanno dare il giusto tono, una squisita ricerca di colori di impostazione della mdp (con alcune sequenze sofisticate e oniriche davvero funzionali) e un amore profondo per Bava in primis e Argento al secondo posto (e tutti gli altri rimangono iconici nel sotto filone). Blood Bags gioca bene le carte individuando da subito i vettori forti su cui un prodotto di questo tipo deve fare i conti, ma allo stesso tempo non punta a quella bramosa ricerca di dover fare il salto in avanti cercando sensazionalismi originali, ma preferendo una strada più artigianale fatta di iconografe in parte già ammesse, un’ottima fotografia che nell’atto finale in quella grotta fumosa trova il suo apice, cercando un mix di elementi che riescano a inserire più richiami dei generi in particolar modo il poliziesco, l’indagine, il serial-thriller cercando in più di non lasciare tutta la responsabilità a Tracy ma appoggiandosi anche sui co-protagonisti e cercando così di espandere il filone in maniera classica e mai scontata.

Tocco del male


Titolo: Tocco del male
Regia: Gregory Hoblit
Anno: 1998
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un poliziotto riesce a far giustiziare sulla sedia elettrica un pericoloso serial killer che, però, minaccia di tornare. In seguito, infatti, qualcuno commette omicidi con lo stesso modus operandi. C’è sotto qualcosa di demoniaco.

Se inizi un film con un flash forward significa che sai cosa vuoi fare e poggi tutto su uno script assolutamente perfetto. Il tocco del male è il bignami dell’imperfezione, del mischio tutto e frullo assieme ogni tipo di atmosfera, riferimento, genere e poi speriamo che la faccia di Denzel faccia il resto.
Hoblit è solito trattare il thriller e il poliziesco. Qui ci sono entrambi ma con tanto soprannaturale, il che è un bene, ma che deve essere scritto in maniera convincente che la sceneggiatura non riesce.
Il risultato è una bella via di mezzo. Il film parte benissimo con una scena in cui vediamo il pregevole Elias Koteas che sta per essere giustiziato e farà una rivelazione al protagonista che diventerà il francobollo per tutto il film. Poi abbiamo il passaggio di mano, il tocco del male e il cambio dei testimoni che porteranno ad un’indagine che nel secondo atto perde molto, traballando e non riuscendo sempre ad avere quel ritmo che ci si aspetta e delude in particolare nel finale, purtroppo a causa della struttura narrativa già di fatto intuibile. Hoblit ha un budget incredibile, un cast decisamente perfetto ma è il paranormale a non riuscire mai a stupire e ad andare oltre le solite profezie da quattro soldi (Azazel) possessione demoniaca, thriller parapsicologico, teologia banalotta che sconfina nei soliti dictat del vecchio testamento e molto altro ancora Gregory Widen tiri fuori dal calderone (tra tutte le sceneggiature questa è di fatto la più confusa)


lunedì 23 marzo 2020

Hail Satan


Titolo: Hail Satan
Regia: Penny Lane
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La controversa influenza dei satanisti sulla politica USA

Essere satanisti ai nostri giorni non significa sacrificare cose, o fare atti osceni in luogo pubblico o dover per forza provocare qualcosa nell’altro culturale. Satanisti al giorno d’oggi come si interroga l’attenta Penny Lane può voler dire semplicemente aderire ad un altro culto (che non per questo va condannato).
Siamo in un’epoca in cui il dio delle guerre è la religione e ad oggi ne contiamo qualcosa come più di 4600.
Ora che male può fare un culto che si interroga partendo dalle intuizioni di Milton e il suo profetico Paradiso Perduto sulle origini del dio della materia e del re dei disobbedienti.
In breve, il Satanic Temple o la Chiesa di Satana è un’organizzazione composta da attivisti nonteisti che, pur non credendo nell’esistenza di Satana, almeno una buona parte, prendono la figura di Lucifero come simbolo di un’eterna lotta al sistema opprimente, alla tirannia, alla sovranità arbitraria religiosa che prevede la sottomissione a Dio.
I membri del Satanic Temple si descrivono come pacifisti, convinti sostenitori dei diritti umani (come quelli della comunità LGBTQ) e del pluralismo religioso, a scapito di poche religioni che controllano il mondo.
Se è pur vero che a parte mettere da parte Jex Blackmore e tutti coloro che usano manifestazioni violente per circoscrivere il loro credo, dall’altra parte il documentario traccia alcuni dati di fatto importanti per sostenere la continuità e la fidelizzazione cristiana in America come ad esempio combattere i comunisti visti come il male maggiore in tempo di guerra, oppure sempre per i cristiani alcuni esperimenti nati con il solo obbiettivo di accrescere il numero degli adepti,  come il film i Dieci Comandamenti e altre operazioni semi-reazionarie.
Si ride, non ci si prende troppo sul serio, sentiamo buona parte dei benpensanti e scopriamo tutta la galleria di fesserie prodotte e volute dai media negli anni per avere un nemico in comune: Satana e i loro seguaci.
In realtà il più grande nemico del pensiero libero e delle donne come dimostrano i fatti e sempre stato il Cristianesimo e gli altri monoteismi.
I sette fondamentali “comandamenti” su cui si basa il Satanic Temple sono:
1-One should strive to act with compassion and empathy towards all creatures in accordance with reason.
2-The struggle for justice is an ongoing and necessary pursuit that should prevail over laws and institutions.
3-One’s body is inviolable, subject to one’s own will alone.
4-The freedoms of others should be respected, including the freedom to offend. To willfully and unjustly encroach upon the freedoms of another is to forgo your own.
5-Beliefs should conform to our best scientific understanding of the world. We should take care never to distort scientific facts to fit our beliefs.
6-People are fallible. If we make a mistake, we should do our best to rectify it and resolve any harm that may have been caused.
7-Every tenet is a guiding principle designed to inspire nobility in action and thought. The spirit of compassion, wisdom, and justice should always prevail over the written or spoken word.
Alla faccia dei 10 comandamenti cristiani!

Why Don't You Just Die


Titolo: Why Don't You Just Die
Regia: Kirill Sokolov
Anno: 2018
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Una casa in cui tutti hanno un buon motivo per vendicarsi.

L’esordio di Sokolov è un esercizio disimpegnato e divertente quasi tutto girato all’interno di una stanza (one room) dove il sangue, il noir, il crime-splatter e la tortura fanno da padroni.
Un mood grottesco tra ironia drammatica e venature pulp per cercare di dare enfasi, tono e ritmo ad un film in cui gli attori cercano di mettercela davvero tutta con un meccanismo nella messa in scena a orologeria che prova a non incepparsi mai. Certo è tutto decisamente sopra le righe, i colpi di scena, se non forse il climax finale, sono scontati e il sangue a volte esagera nel coprire scivoloni di trama e di messa in scena, ma alla fine è un prodotto gustoso e valido, visto da noi solo al THFF, in cui a farla da padrona ancora una volta è la violenza esagerata, stilizzata e coreografata in maniera incredibile con tutta una galleria di colori forti a rendere ancora più fumettoso il contesto. Dialoghi tagliati con l’accetta e momenti anche molto ironici dove forse una delle scene migliori è quella del lancio del televisore che si deflagra sulla testa e sul viso del protagonista, una sorta di Highlander perché con gambe trapanate, coltellate, e tutto il resto non muore mai, ma anzi sorride vedendo i destini degli altri personaggi

Outsider


Titolo: Outsider
Regia: AA,VV
Anno: 2020
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

The Outsider inizia seguendo un'indagine apparentemente semplice sull'omicidio raccapricciante di un ragazzo. Ma quando un'insidiosa forza soprannaturale si fa strada nel caso, un poliziotto esperto e un investigatore poco ortodosso sono portati a mettere in discussione tutto ciò in cui credono.

Strappo un 3/5 al pelo con un più no che sì. Una serie tv abbastanza fiacca, dell’onnipresente King ancora una volta riadattato per un pubblico di fan che vuole incessantemente che i lavori del maestro del brivido vengano sdoganati nella settima arte. Il cinema ha più volte dimostrato, a seconda anche dei talenti posti alla regia e alla scrittura, quali si siano salvati e quali no e sono tanti da entrambe le parti.
Parto con una premessa. Di solito quando scrivo le recensioni dei film di King leggo sempre anche i libri.
Si millanta tanto questa serie come se fosse finalmente quella via di mezzo che riadatta il folk-horror e la narrativa fiabesca e mitologica con funzioni apotropaiche, mischiando elementi di It e i Vampiri di Salem, Dracula di Stoker, godendo di un budget faraonico e mettendo insieme un crew di attori tutti, o quasi, in parte. Capitanati da Mendelsohn, un attore che adoro che riesce a comunicare ed essere espressivo pure con gli occhi chiusi, si scoperchiava un vaso di Pandora con elementi horror, drama, sci-fi, poliziesco, mistery e tanto altro ancora. I drammi per bambini scomparsi erano solo il segmento finale per costruire una analisi complessa sul dolore e farci finire dentro la maggior parte dei personaggi in una comunità marcia dove l’irrazionale strisciante assume diverse forme e identità. La stessa comunità divisa da una purulenta e potenziale malvagità insita in ognuno di noi dove infine il soprannaturale convive sullo stesso piano della nostra realtà e sembra questo il tema su cui la serie Hbo si concentra maggiormente ma a differenza di serie intoccabili come True Detective-Season 1 (e qui le similitudini non vanno nemmeno prese in considerazione) il bello del lavoro di Pizzolato era puntare ad un impianto di semina e raccolta dove il personaggio arrivava prima dell’evento in sé agendo in un ambiente definito da regole precise e subito individuabili mentre qui l’impianto è stato ribaltato con effetti nefasti.
Outsider parte molto bene (i primi due episodi), ha una parte centrale noiosissima e riempitiva (4-5-6) in cui i dettagli delle sotto storie vengono ampiamente sottolineate ed evidenziate da Holly nel monologo in cui mostra a tutti con cosa avranno a che fare (forse uno dei momenti più alti della serie) e finisce maluccio, mettendo l’acceleratore all’interno di quella caverna dove credo tutti si aspettassero qualcosa di più.
Outsider inquadra molto bene alcuni problemi legati alla serialità, alla mancanza di riuscire a trasformare quei non detti del romanzo, a dover spesso ripetere formule e dettagli già ampiamente trasmessi al pubblico se non in maniera palese, come dovrebbe essere il cinema, con dei dettagli per stuzzicare l’attenzione e la voglia di coinvolgersi magari prendendo qualche appunto.
La divisione bene e male non è mai stata divisa in maniera così netta, lo stesso ruolo della comunità che con maestranze diverse si stringerà al dramma successo per combattere lo straniero, questa strana calamità che chiede nutrimento prendendo le sembianze umane. “Perché i bambini?” chiede nel finale uno dei protagonisti al vampiro aka l’uomo nero aka El Cuco e la creatura risponderà “perché sono più buoni”
Fate attenzione perché il vero colpo di scena arriverà dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio.


sabato 14 marzo 2020

Daniel isn’t real


Titolo: Daniel isn’t real
Regia: Adam Egypt Mortimer
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Luke, studente universitario dal passato difficile e disturbato, subisce un violento trauma familiare che lo spinge a riportare ‘in vita’ Daniel, il pericoloso amico immaginario che aveva da bambino e che da tempo ormai aveva obliato. Carismatico e pieno d’energia, Daniel torna così subdolamente nella sua quotidianità, deciso più che mai ad aiutare Luke nel realizzare i suoi sogni, guidandolo però inesorabilmente ai limiti della sua sanità mentale, in una disperata lotta per mantenere il controllo della sua mente e della sua anima.

Daniel isn’t real ha un primo atto incredibile dove dosando gli ingredienti Mortimer riesce ad intrappolare diversi temi e scene da manuale come quella in cui rinchiude Daniel nella casa di bambole con quelle luci e quell’atmosfera molto suggestiva e originale. Il tema del doppio è stato affrontato in varie maniere nel cinema con risultati altalenanti ma diverse pillole indimenticabili e alcuni cult indiscutibili.
Questo film non è nessuno dei due. E’un pregevolissimo horror che fa perdonare al regista Some kind of hate il suo esordio che mi aveva davvero convinto poco. Qui gli effetti fanno molto, la vivida realizzazione visiva e sonora, le gelatine che sparano colori a profusione quali il rosso e il viola ad annunciare l’arrivo di qualcosa di brutto, l’uso della c.g in maniera quasi mai debordante, mostri e creature che sembrano risvegliare l’abisso del male. Il film alterna thriller psicologico con body horror, dove il sangue e le scene di violenza non mancano, la patologia come si è appresa (la madre forse..)rimane la grande incognita soprattutto contando come è stato giocato male il ruolo dello psicologo che dovrebbe aiutare il protagonista e noi del pubblico ad avere qualche elemento in più. Trauma, malattia mentale, realtà di un opposto che non potrà morire mai ma come un alieno cambia di corpo in corpo scegliendo identità fragili da eludere e controllare. E poi c’è l’entrata a straforo proprio nel corpo di Luke, il quale coincide con il secondo atto (verso la fine) e pone altri dubbi e perplessità spostando le interpretazioni verso viaggi della follia poco comuni anche se a volte pasticciati.
Il ritmo vola senza fare guizzi particolari, solo verso il finale, prima del climax comunque interessante, il film svela le sue carte diventando a tutti gli effetti un horror viscerale dove secchiate di sangue e colori tingono la scena infilando mostri e trasformazioni corporee a profusione. Buona la prova di Patrick Schwarzenegger, meno quella di Miles Robbins.
Speriamo comunque che la SpectreVision di Frodo continui a regalarci buoni prodotti

Head hunter


Titolo: Head hunter


Regia: Jordan Downey
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Nel Medioevo, un guerriero che protegge il regno dai mostri e dall’occulto, ha una raccapricciante collezione di teste. Ma per essere completa, alla collezione ne manca una, quella del mostro che ha ucciso sua figlia tanti anni prima. L’uomo ricorrerà alla stregoneria per raggiungere il suo obiettivo, con conseguenze terrificanti.

Head hunter è un film coraggiosissimo che ho saputo apprezzare e di cui sarò fan sperando prima o poi che riesca a farsi strada come produzione indipendente low budget autoriale per un pazzo folle come Jordan Downey e la sua festa del Ringraziamento (perché il suo amore per i tacchini merita una menzione a parte).
Un medieval horror, un film fatto di atmosfera, di momenti mai mostrati ma che fanno da contorno e in alcuni momenti in uno scenario ormai costipato di creature e mostri giganti in c.g, si apprezza per quello sforzo in più di lasciarli all’immaginazione, teste esibite come trofei per un Predator umano che si rispetti.
Grotte, armature pesantissime, un protagonista enorme come deve essere un pari di Conan per sconfiggere mostri che apprendiamo subito essere giganteschi in un mondo dove i sentimenti non esistono più, dove la voglia di vendetta diventa l’unico stimolo per andare avanti in una solitudine disarmante.
Un film muto quasi, dove il viaggio dell’eroe è una continua prova di sangue tra tormenti e ferite incredibili, un Gatsu che non smette mai di voler punire e stanare le forze del male e dove tutto sembra uscito dal peggiore degli incubi attaccandolo e lasciandolo preda dei suoi stessi fantasmi in maniera opprimente.
La prima parte, quasi i primi due atti, sono sanciti da un ritmo che non è mai quello che si potrebbe pensare, tutto appartiene ad una routine fatta di rituali, tutto l'excursus magico ed eretico sull'armamentario d'alchimista. Un film di mostri senza mostri, con una cura maniacale per ogni frame e suppelletto utilizzato con un'attenta ricerca delle location e un climax finale dove per tanti finalmente verrà, a suo modo, appagata o ripagata l'attesa.


Rabid(2019)


Titolo: Rabid(2019)
Regia: Soska
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film è il remake del film di Cronenberg che racconta la storia di una donna gravemente ferita dopo un incidente motociclistico. L'intervento chirurgico effettuato per salvarla cambierà il suo corpo irrimediabilmente, trasformandola in una specie di vampiro.

Più che ispirarsi al modello del regista canadese, le sorelle Soska, che spero da oggi in avanti vanteranno una carriera più prolifica, immettono toni alla Refn di Neon Demon, protagonista bellissima, competizione ai massimi livelli, mondo della moda e via dicendo per finire su cartelloni pubblicitari e stare alle regole di squilibrati maschi alfa. Il make-up mostra dopo un primo atto di semina, un volto deturpato in maniera oscena, l’incidente dopo un altro incidente che aveva già di fatto colpito Rose nel profondo trasformandola almeno psicologicamente annichilendo la sua autostima.
Rabid parte decorosamente, dopo il secondo atto esplode in un fiume di sangue lasciando lievemente la protagonista in secondo piano e concentrandosi sull’epidemia.
Transumanesimo, postumanesimo, ormai il mondo sta cercando di aprire nuovi orizzonti non soltanto per quanto concerne la chirurgia estetica ma nel modo di arrivare a pensare e trasformare in primis le menti indirizzandole verso un binario comune con i medicin man e i guru dell’immagine.
Il film delle sorelle Soska, veneratrici di Cronemberg, non è perfetto, prende molto dall’originale pur riuscendo ad allargarne gli intenti puntando più in alto, rischiando e mettendoci la faccia arrivando a porre delle risposte a dei concetti che l’ateo canadese non si è mai posto o forse non gli è mai interessato indagare. Si và oltre la mera concezione dell’horror per portare alcune riflessioni sulla scienza, sulle metodologie spesso conosciute e d’avanguardia, degli effetti perversi e le conseguenze inattese che possono avvenire e diventare virali nel giro di poco tempo senza dimenticare però la vera natura del film fatta di sangue ed epidemia.

Black Christmas(2019)


Titolo: Black Christmas(2019)
Regia: Sophia Takal
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il college di Hawthorne è da sempre un posto tranquillo. Tuttavia, con l'avvicinarsi delle feste natalizie, Riley Stone e le consorelle della Mu Kappa Epsilon dovranno vedersele con uno stalker mascherato che comincia a uccidere le ragazze una dopo l'altra. Man mano che i cadaveri aumentano, Riley e le amiche metteranno in discussione tutti gli uomini che le circondano.

Ricordo un BLACK CHRISTMAS in passato decisamente più splatter dove l’assassino non si vedeva mai.
La versione prodotta dalla Blumhouse mi ha fatto per un attimo pensare al bellissimo esordio di Oz Perkins February, dove alcuni elementi erano parecchio simili come parte dell’isolamento nel college privato (lì era di matrice cattolica) e le protagoniste. Ora mentre l’esordio di Perkins portava al sovrannaturale giocato in maniera davvero ottima e ispirata, la deriva in cui ci conduce Takal ovvero stregoneria+confraternita=liquido nero che rende catatonici e spietati i neo-membri della confraternità sembra quasi una barzelletta. In un film vietato ai minori di 13 anni dove il sangue non compare quasi mai e dove i dialoghi insistono nel ripetere cose che già sappiamo da tempo con tanto bene che posso volere alla nuova spinta di registe donne (che spesso dimostrano di avere più palle della controparte).
Se da un lato le ispirazioni, il messaggio, la carica con cui vengono montate le protagoniste, i tabù da sciogliere, il mistero da celare, poteva essere dosato con più elementi sforzandosi in fase di scrittura e nell’osare idee superiori, la confraternita viene ancora una volta ridicolizzata (come è bene che sia) ma in maniera patetica dove alla fine, mi spiace, il film sembra un poster che si scaglia contro la mascolinità difesa dalle istituzioni, dove il maschio cattivo riesce a vincere sempre e alla ragazza pura di cuore tocca diventare una vittima sacrificale o un capro espiatorio. In alcune scene che hanno quasi del patetico (il balletto dove Riley vede arrivare il suo aguzzino) questo pamphlet femminista che vuole ricordarci come alcune cose accadano e non vengano prese in considerazione purtroppo sprofonda sotto tutte le leggerezze lanciate e raccolte in un finale, un climax dove arriva questa vendetta del manipolo di fanciulle rimaste in vita (sembrava di vedere Avengers-Endgame quando il gruppo di eroine femmine combatte Thanos, ma lì almeno aveva un senso).
Un peccato perché la messa in scena, la recitazione e parte dell’atmosfera erano davvero interessati.
Ho un’idea da vendere alla Blumhouse che vale cento mila volte questa scontatissima trama ed è cazzuta all’inverosimile però trattasi di Pg 18


Blind King


Titolo: Blind King
Regia: Raffaele Picchio
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Craig si è appena trasferito in una nuova casa insieme a sua figlia, cercando di riprendere le redini della sua vita dopo l'improvviso suicidio della sua compagna. Sua figlia, che dall'accaduto ha smesso di parlare, è tormentata da incubi e da una inquietante figura nera che la chiama a se. Purtroppo il trasloco non solo non sembra risolvere il problema, ma addirittura lo stesso Craig inizia a fare strani sogni in cui quella figura sembra minacciarlo di volersi prendere sua figlia. Mentre la linea che divide sogno e realtà si fa sempre più esile, la sensazione che qualcosa di spaventoso stia concretamente per scatenarsi diventa sempre più palpabile per Craig. L'unico modo per impedire la tragedia sarà cercare l’essere oscuro e affrontarlo nel suo "regno", i suoi sogni.

Nel mio bisogno personale di dover visionare cinema e horror a 360° torna l’appuntamento con l’indie italiano, quello che cerca nel low budget e nella formula della scrittura di portare a casa se non altro un risultato dignitoso che mette da parte gli effetti speciali per concentrarsi sulla scrittura e le idee.
Picchio aveva esordito con Morituris un film in fondo fedele alla sua natura quella di essere uno slasher convincente. Qui il regista deraglia completamente, il gore viene messo da parte come lo splatter (se non in qualche scena) per creare un’atmosfera decisamente più intimista e spostando i fantasmi del protagonista in un dramma famigliare padre-figlia. Tanti sono i richiami con un cinema certo più conosciuto e la camera del Re Cieco e il concetto del trapasso verso un purgatorio di espiazione e sofferenza porta inevitabilmente a scontrarsi con alcune tematiche barkiane. Anche se il film in alcuni momenti ha problemi di ritmo, la recitazione non è sempre rigorosa e alcuni minuti in meno avrebbero di certo giovato, Blind King è la speranza da parte di un autore poco conosciuto di cercare di accostarsi alle grandi produzioni hollywoodiane prendendo tante intuizioni in comune e cercando di limitarle per il piccolo schermo e per delle risorse che con i loro limiti cercano di mettercela tutta. Peccato però che proprio gli sforzi di scrittura non siano sufficienti, il film diventa telefonato dal secondo atto in avanti, tutto risulta chiaro senza mai un vero colpo di scena finale e poi il climax diventa quasi ridicolo distruggendo quel poco di buono che il film stava cercando di mantenere. Sembra una sceneggiatura scritta di fretta mettendosi troppo in contatto con outsider e cult che non andavano toccati o risvegliati.


domenica 8 marzo 2020

Tous les dieux du ciel


Titolo: Tous les dieux du ciel
Regia: Quarxx
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Un ragazzo, che si occupa della sorella handicappata, perde il contatto con la realtà.

Il cinema francese non smette mai di stupire e godere di ottima forma in qualsiasi genere lo si ponga.
Nell’horror poi mettendo da parte gli anni di un certo tipo di cinema estremo tutto votato sula pura violenza, sembra trovare la via di mezzo, sorprendere in un film che sembra un dramma sociale ma ha qualcosa nelle radici che puzza e crea quell’impianto per cui chi è avvezzo al genere intuirà subito che una tragedia ancora più macabra è dietro le porte.
Un dramma sociale, un film di derelitti e sconfitti, di chi porta avanti una vita che spera solo che possa finire da un momento all’altro come se fosse un’agonia a cui staccare la spina. Da qui i problemi e disagi personali, un passato turbolento, un’infanzia da dimenticare per i sensi di colpa. I protagonisti del film sono freaks con enormi disagi alle spalle e nel presente, vittime di un disagio sociale che non ha saputo difenderli al tempo lasciandoli soli a procacciarsi i problemi e vedendo in faccia la morte e lo squallore. Il talento del regista, Quarxx nome d’arte eccentrico, è di mischiare ancora una volta registri e generi diversi rimanendo in questa comunità rurale perché di fatto il film rimane sempre lì tra bifolchi in un confine tra sogno e realtà, dove predomina quel lato surreale mai chiaro del tutto almeno fino al climax finale. Ma è il linguaggio, la gestualità, il fatto che anche una bambina piccola riesce ad essere maledettamente interessante facendo i conti con una manica di adulti inetti, dove i dialoghi non sono mai banali e al tempo stesso il ritmo alterna sequenze tragiche e profonde, l’incidente scatenante iniziale, con gesti folli del protagonista e momenti comici con una galleria di personaggi assurdi con delle facce mai viste.
Difficile definire in una parola il film, forse spiazzante, controverso, atipico. Un horror che prende dal sotto genere tutto il marcio che assale lo spettatore, quelle diversità che agli occhi di una bambina non esistono come la bellissima scena in cui incontra la sorella di Simon. Esteticamente è un film molto interessante dove Quarxx cura ogni oggetto, ogni scena e location preparando il lutto finale e imbastendo una cerimonia di scelte e di fatti mai banali e soprattutto inaspettati.

Color out of space

Titolo: Color out of space
Regia: Richard Stanley
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La famiglia Gardner si è appena trasferita nella campagna del New England quando un meteorite si schianta nel loro giardino. Tutto ciò che li circonda si tinge di strani colori che nascondono inquietanti misteri.

Negli ultimi anni Lovecraft è sulla bocca di tutti. In un certo qual modo viene citato e omaggiato in svariati horror quando si accenna anche solo ad un tentacolo o ad una vaga allusione circa l’orrore cosmico.
Mancava nell’ultima decade un film che si confrontasse direttamente e apertamente con lo scrittore di Providence. Per cui ci troviamo tre nomi Whalen, Noah e Wood di cui l’ultimo è il famoso attore che negli ultimi anni sta ritrovando una spiccata voglia di investire su progetti horror indipendenti e complessi.
I primi due invece negli ultimi anni hanno prodotto film molto anarchici e grotteschi come MandyCootiesGreasy Strangler. David Keith aveva già provato nel 1987 con Fattoria Maledetta a cimentarsi con l’opera complessa sviluppando un film sofisticato per l’epoca dove “Vermi, putrefazioni, bubboni e ogni tipo di elemento rivoltante facevano da contraltare a un inizio che scorre apprezzabilmente pur con qualche sbando alla regia”. Era un esperimento interessante con un budget abbastanza limitato e uno studio meno accurato per quanto concerne la fotografia e l’atmosfera che invece in questa pellicola fanno da padroni infarcendo il film con tinte violacee e fucsia ed esseri purulenti e tutto il sangue nero dello spazio possibile.
Trasformazioni fisiche ed esterne, una natura che diventa extraterrestre, corpi deturpati e con escrescenze che si insinuano dappertutto, una cometa che infetta un pozzo che infetta l’acqua che trasforma una famiglia e la loro casa in una tana di presenze immonde e orrori indicibili.
Color out of space si dipana ovunque accresce le sue radici del male verso un finale estremo e splatter dove gli umani perdono e il male ottiene i suoi frutti facendoli implodere nei corpi devastati di ognuno dei presenti. Un film sulla trasformazione che avviene dall’esterno ma che contamina tutto ciò che può esserci di buono e allo stesso tempo sprigiona e rende manifesti sentimenti repressi e una voglia incontenibile di esplodere. Stanley che ho sempre apprezzato anche nei primi lavori e in tutto ciò che ha fatto (assolutamente sì anche Isola perduta nonostante l’abbiano cacciato dopo una settimana) ha creato b-movie a gogò di cui questa è la parte più putrida, la vera radice da cui speriamo che rinasca con una nuova filmografia votata all’horror puro e a quell’indicibile, quella scommessa che si pensava già persa, ovvero di riuscire a trasporre l’opera come se fosse una sorta di maledizione a cui tutti erano condannati. Stanley ci è riuscito addirittura infilando un attore come Cage che non ha cercato di mettersi in prima linea ma ha saputo rimanere in disparte e dare modo all’atmosfera di essere l’unica protagonista.

Come to daddy


Titolo: Come to daddy
Regia: Ant Timpson
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Durante una visita nella casa del padre, con cui non ha più molti rapporti, il trentenne Norval si ritrova suo malgrado intrappolato in un micidiale complotto. La scomparsa improvvisa del padre lo costringerà a portare a termine ciò che l'uomo ha lasciato incompiuto.

Come to daddy entra di default nell’universo degli indie horror che al cinema non vedremo mai contando che a parte rari casi dobbiamo arrenderci a cagate mostruose come Annabelle 2 e tutti i suoi simili.
Di nuovo una menzione speciale bisogna farla verso il reparto produttivo che in questi casi conta davvero molto. Ant Timpson il regista, è il produttore di film folli e pazzeschi come Turbo KidGreasy StranglerDeathgasm e ABC OF DEATH tutte pillole che un cultore del cinema di genere deve per forza aver visto. Wood è sempre stato un attore mediocre e il film in questione più che un horror è un thriller legato tutto ad un colpo di scena che purtroppo è abbastanza telefonato prima che arrivi (Visit da questo punto di vista aveva fatto molto meglio). Però Timson inserisce elementi sporchi e grotteschi, strapazza il suo protagonista fino a farlo diventare una macchina letale, infarcisce tutto in uno strano sogno o son desto (basta vedere la lama nel viso di Norval nel climax finale) e poi in quello strano hotel inserisce corpi nudi, orge e donne che sodomizzano i loro clienti. Insomma non avendo molto da dire inserisce tanti wtf che da un lato fanno sorridere ed empatizzare sempre più per Norval, dall’altro fanno storcere la bocca intuendo dove tutto andrà a finire. Menzione speciale a come vengono cestinati i cellulari (ha uno smartphone fatto d’oro e disegnato da Lorde, ne esistono solo 20 esemplari al mondo) e alle cazzate mostruose di Norval che nel primo atto dove vengono seminati svariati elementi se ne esce dicendo che conosce Elton John e Kendrick Lamar. Nel cast bisogna sottolineare la presenza di un outsider indiscusso come Michael Smiley che spesso si abbandona a ruoli e film atipici confermando un grande talento e per finire a tanti elementi che sanciscono una messa in scena e un’atmosfera condita da colori e presenze accattivanti.

Deep Rising


Titolo: Deep Rising
Regia: Stephen Sommers
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un gruppo di mercenari raggiunge, in alto mare, la nave da crociera Argonautica, messa in avaria da un complice per permettere loro di derubare i passeggeri, ma trova solo cadaveri ed un orrendo mostro marino.

Amo i b-movie. I film poi con i mostri e soprattutto quelli acquatici sono sempre in prima linea anche quando sai benissimo che ad attenderti sarà una trashata.
Quando però ti rendi conto che tra i tanti difetti di Sommers (il quale era pure partito bene poi si è perso) il pregio in questo caso è stato riuscire a mettere in scena creature tentacolose che ti succhiano i liquidi del corpo bevendoti vivo e quindi non stavo nella pelle soprattutto contando che mostra le creature solo a metà film per creare un po’ di atmosfera prima e far conoscere i personaggi e la trama scontatissima.
Deep Rising è la perfetta via di mezzo. Un film con budget, attori dignitosi, una buona messa in scena, mostri tentacolari che fanno quello che possono per l’anno di uscita (Rob Bottin era sul pezzo ormai da tempo) e dialoghi cazzari e situazioni stereotipate che aderiscono pienamente all’action d’assedio.
Un film che mostra una sola scena se vogliamo di paura, trova l’intesa tra la Bella (Famke Jansenn) e la Bestia (Treat Williams) due attori che mi stanno simpatici perché protagonisti di due cult Faculty (ad oggi secondo me il miglior film di Rodriguez) e Sbirri oltre la vita.
A quel tempo andava molto di moda la trama per cui mercenari cattivi alla fine trovassero un male indecifrabile e si schierassero con i buoni per combattere i mostri.
Sommers che non è mai da prendere sul serio, è riuscito a creare quel miscuglio dove si spara, ci si azzuffa, molti inseguimenti, storiella d’amore, massacri a volontà, toni da maschio alfa e dialoghi scritti da un bimbo o improvvisati, zero colpi di scena e un finale che si difende bene esagerando come sempre troppo.
Deep Rising è uno di quei film che guardi mentre ti leggi Dead Sea di Tim Curran, contando che il primo è puro intrattenimento, un giocattolone, mentre il romanzo sulle creature tentacolari è di una serietà mostruosa.

Perfect


Titolo: Perfect
Regia: Eddie Alcazar
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un giovane con un passato violento entra in una misteriosa clinica dove i pazienti trasformano selvaggiamente il loro corpo e la loro mente con l'ingegneria genetica.

Perfect è un film imperfetto ma interessante che parla di ingegneria genetica rimanendo praticamente in un’unica location con attori e attrici affascinanti, piscine, modelle, una villa high tech e uno strano macchinario che sostituisce letteralmente pezzi del corpo cambiandoli a seconda dei gusti. Una madre ambivalente, un protagonista che non sembra del tutto consapevole di quello che vuole e come ottenerlo e un pianeta che si infiamma sempre di più come una sorta di scenario desolato che preannuncia qualcosa di brutto e apocalittico.
Il film punta tutto sul fascino estetico, su una grafica che si interfaccia e strizza l’occhio ai film anni ’80 con sequenze in un 3d discutibile. Purtroppo il limite più grosso del film è quello di non avere un obbiettivo chiaro avanzando con una narrazione che fagocita elementi senza indirizzarli mai verso una direzione definita e i sogni, le allucinazioni e tutto quanto il resto esondano e diventano solo un mero pretesto per mettere in scena una galleria di immagini, certo affascinanti e curate, ma a volte prive di senso.
Più che un horror è uno sci-fi che cerca di inquietare proprio nel fattore che più di tutti poteva rivelarsi interessante ovvero le parti intercambiabili del corpo e le conseguenze che poteva generare una psiche instabile come quella di Vessel 13.

mercoledì 22 gennaio 2020

Girl with balls


Titolo: Girl with balls
Regia: Olivier Afonso
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Dopo aver vinto una competizione, una squadra di pallavolo femminile sta tornando a casa a bordo di un minibus quando l'autista è costretto da un guasto a una deviazione, finendo nel territorio di caccia di un gruppo di degenerati. Ben presto, le ragazze dovranno lottare per salvare le loro vite e per testare il loro spirito di gruppo.

Quando ho scoperto che il villain di turno era Denis Lavant non ho potuto sottrarmi dall'ennesimo survival movie, una caccia spietata tra bifolchi cannibali assetati di sangue incappucciati aderenti ad un strana setta pagana e una squadra di pallavolo.
Girls with balls è un horror divertente che aggiunge poco al genere, tratta una storia più che abusata ma lo fa senza prendersi troppo sul serio e regalando scene d'azione, torture porn e ironia a gogò. Un film d'intrattenimento curato in vari aspetti con un cast dove lo stesso Lavant per quanto sia spettacolare, si ritrova a dover fare i conti con un personaggio per nulla caratterizzato a dovere come un po lo sono tutti i personaggi del film in particolare le final girls.
C'è la mattanza finale, scene splatter e slasher, tutti ma proprio tutti i clichè di genere, la caratterizzazione che come spiegavo prima è così lacunosa che non permette di empatizzare mai per nessuno, diventando mai credibile e di fatto non facendo nemmeno mai paura perchè tutto sa di gioco al massacro con il twist finale abbastanza scontato e banale.
Il film di Afonso decide di non prendersi mai sul serio giocando con gli stereotipi e promuovendo una visione divertente senza far mancare nulla nel panorama di genere spesso come in questo caso scontato e prevedibile ma allo stesso tempo ingenuo e divertente.



History of horror


Titolo: History of horror
Regia: Ely Roth
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 7
Giudizio: 3/5

E'un progetto complesso, didascalico, citazionista, un compendio di tutto quel vocabolario horror che i fan di genere conoscono a memoria e di cui questi episodi contengono quelle rare prelibatezza che in parte ci erano sfuggite.
Siamo di fronte a AMC Visionaries: Eli Roth’s History of Horror, docu-serie tv in 7 puntate facente parte di un nuovo show della AMC, che Roth ha voluto fare a tutti i costi come una sorta di banca della memoria di alcuni grandi maestri, delle loro testimonianze viventi con interviste ai più grandi rimasti e le loro storie, esperienze e curiosità e soprattutto retroscena.
Tanti gli ospiti, da quelli a lungo termine come alle comparse. Nomi sulla bocca di tutti che prevedono scrittori, registi, sceneggiatori, attori, produttori. King, Tarantino, Peele, Blum, Englund, Blair, Zombie, Nicotero, Curtis, Elijah Wood, Landis, Linda Blair, Jack Black, Hedren, etc.
7 episodi per sette tematiche differenti che vanno dallo slasher in due puntate, possessioni demoniache, mostri, vampiri e fantasmi.
History of horror è una sfida in parte vinta se contiamo che progetti di questo tipo sono atipici, quanto allo stesso tempo una carrellata di notizie che tutti i fanatici dell'horror conoscono quasi a memoria fatta eccezione per le curiosità legate a particolari sul set a detta degli autori.
Resta comunque una visione molto convincente, con tanti spezzoni di cult dell'horror, dell'analisi di un sotto genere che piace più alle donne che agli uomini, l'impatto che i singoli aspetti hanno avuto sulla società e sull'immaginario collettivo e che negli ultimi anni è diventato un fenomeno di massa con produttori assatanati e saghe interminabili e opinabili con tanto tempo rubato da saghe come TWILIGHT o THE WALKIND DEAD e in tutto questo, tantissimo cinema che rimane fuori, ai posteri, e che avrebbe dovuto chiamarsi forse History of American horror.
Se si pensa che proprio Roth che ama il cinema di genere italiano e avendo fatto dei remake molto discutibili tenga fuori Bava, Argento, Fulci, Deodato e tanti altri senza stare a pensare al cinema europeo come quello orientale, l'operazione fa storcere il naso sperando che se ci sarà un futuro, verrà analizzato anche un altro continente e il peso specifico che ha comportato in parte per la nascita del cinema horror americano.
Gli episodi hanno comunque un buon ritmo alternando sketch, frasi memorabili, scene indimenticabili e diventate cult per alcuni film, il tutto in una durata di 40'.