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lunedì 23 marzo 2020

Why Don't You Just Die


Titolo: Why Don't You Just Die
Regia: Kirill Sokolov
Anno: 2018
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Una casa in cui tutti hanno un buon motivo per vendicarsi.

L’esordio di Sokolov è un esercizio disimpegnato e divertente quasi tutto girato all’interno di una stanza (one room) dove il sangue, il noir, il crime-splatter e la tortura fanno da padroni.
Un mood grottesco tra ironia drammatica e venature pulp per cercare di dare enfasi, tono e ritmo ad un film in cui gli attori cercano di mettercela davvero tutta con un meccanismo nella messa in scena a orologeria che prova a non incepparsi mai. Certo è tutto decisamente sopra le righe, i colpi di scena, se non forse il climax finale, sono scontati e il sangue a volte esagera nel coprire scivoloni di trama e di messa in scena, ma alla fine è un prodotto gustoso e valido, visto da noi solo al THFF, in cui a farla da padrona ancora una volta è la violenza esagerata, stilizzata e coreografata in maniera incredibile con tutta una galleria di colori forti a rendere ancora più fumettoso il contesto. Dialoghi tagliati con l’accetta e momenti anche molto ironici dove forse una delle scene migliori è quella del lancio del televisore che si deflagra sulla testa e sul viso del protagonista, una sorta di Highlander perché con gambe trapanate, coltellate, e tutto il resto non muore mai, ma anzi sorride vedendo i destini degli altri personaggi

Au poste


Titolo: Au poste
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un uomo viene convocato in un commissariato per spiegare la sua posizione dopo il ritrovamento di un cadavere di fronte alla sua abitazione.

Più vado avanti a scoprire le sue opere e più mi rendo conto che Quentin Dupieux aka Mr.Oizo di cui al momento mi manca solo STEAK è un regista inclassificabile, il che è un bene visto il talento, il continuo viaggiare nei generi, spiazzando continuamente lo spettatore e regalando quel non-sense, quel realismo assurdo, quell’horror grottesco come è capitato per Daim che se penso ad alcune scene ancora mi viene da ridere. Ormai non si può più discutere il talento e la follia dell’autore francese.
Dopo alcune incursioni americane, comunque interessanti dal momento che ha sempre avuto carta libera, qui siamo nel teatro da salotto, nella commedia dell’assurdo, un Kafka ribaltato, un palcoscenico di vita che nel climax finale viene solo voglia di alzarsi e applaudire o mandare a stendere il regista.
Tutto giocato su una sceneggiatura scritta dallo stesso autore e affidata al talento di due attori che non hanno bisogno di presentazioni. Quello che ne esce ha il sapore di un talento nel saper scrivere i dialoghi e nell’approfondire gli aspetti più sconclusionati della quotidianità, dare valore a momenti che non sembrano avere nessun significato. Au poste è meno anarchico e demenziale rispetto ad alcuni dei suoi film precedenti, cercando e provando a mettere in discussione il principio di causa ed effetto capovolgendo sempre il piano del significato e cambiando discorso da un momento all’altro in base all’umore del commissario e dei suoi gregari, che come spesso nel cinema di Dupieux, sono mezzi menomati e non sembrano completamente a posto.
A mezza strada tra sogno e realtà, metacinema e demenzialità qui possiamo tranquillamente parlare di un esercizio di stile che per fortuna gli è venuto bene sapendo padroneggiare ormai abilmente tecnica e soprattutto recitazione e anche direi un po’ di improvvisazione. Un divertissement puro suo e degli attori che riesce comunque a regalare in alcuni momenti e dare sfogo ad alcuni sconclusionati ragionamenti delle forze dell’ordine durante gli interrogatori.

Steak


Titolo: Steak
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2007
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Nel 2016, la moda e i canoni di bellezza sono cambiati e una nuova tendenza si fa strada tra i giovani: il lifting facciale. Georges, un giovane laureato recentemente rifattosi, approfitta dell'estate per integrarsi in una banda di bulli. Blaise, un reietto perdente ed ex amico d'infanzia di Georges, amerebbe far parte del gruppo ma non è così semplice.

Steak e il tema dell’accettazione. Dupieux torna alle sue tematiche e il suo squisito non-sense, elementi che fanno sempre da padroni come alcune trovate davvero esilaranti e originali.
I Chievers, come la bella canzone elettronica, sono l’altro lato della medaglia dei Drughi (quelli più sfigati e meno pericolosi) che cercano di spadroneggiare facendo prove di forza che assumono contorni ridicoli, provocano senza un motivo in particolare bevendo latte colorato.
Omologazione, bullismo, fraintendimenti, loop temporali, battute inverosimili, il bisogno di apparire e di essere accettati per appartenere a qualcosa che in fondo non piace nemmeno.
La commedia grottesca di Dupieux non è così inverosimile, mostra un lato dei giovani e non solo e di come la totale mancanza di senso della vita porti alle soluzioni più patetiche e drammatiche, come spararsi delle graffette sui lati della faccia per avere un viso più tirato, oppure mascherarsi per farsi accettare e molto altro ancora.
Steak per certi versi è anche uno dei film marcatamente più politici che dietro gag e slapstick mostra una società che spersonalizza gli individui trasformandoli in automi e gregari perfetti come Georges e Blaise senza un minimo di autostima e portati a fare azioni sempre più pericolose a anticonservative.

domenica 8 marzo 2020

Les Garcons sauvages


Titolo: Les Garcons sauvages
Regia: Bertrand Mandico
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Un gruppo di ragazzi commette un orribile crimine. Un capitano si prende carico di loro ma il rapporto diventa sempre più difficile.

«Volevo provare a fare un film marittimo, con scene di tempesta, scene ambientate in una giungla con dei ragazzi. Scene difficili da filmare nell’ambito di un cinema d’autore che non è troppo fortunato, perché a basso budget. È il tipo di riprese che si può trovare nella grande produzione americana. Ma mi piaceva molto l’idea di riuscire a farcela.»
Les garcon sauvages è un film estremo per stomaci forti e per chi è avvezzo al cinema di genere, l’exploitation, il queer portato all’estremo. Una fiaba provocatoria e costipata di simbolismi fallici.
Un film gigantesco che al tempo stesso produce sentimenti ed emozioni contrastanti, con questi ragazzi alle prese con un mondo sconosciuto in cui la Natura comincia a trasformarli letteralmente in altro, nei loro opposti sciogliendo ogni tabù e travolgendoli tra amori allucinati e prove iniziatiche.
Un film perverso, volgare, romantico, che trova un suo registro specifico, una politica d’autore che verrà condannata per l’estrema libertà e provocazione di cui il film è costellato in ogni suo frame.
Un film fuori dal tempo, magico ed erotico come non capitava da tempo di vedere sullo stesso asse due elementi di questo tipo. Un film mutaforma che mi è rimasto così impresso forse perché innovativo, sperimentale ed estraneo a schemi e tendenze di tanto cinema indipendente con cui faccio i conti quotidianamente. L’opera di Mandico che dopo svariati cortometraggi presentati ai più prestigiosi festival internazionali, esplode come un vaso di Pandora tra suggestioni, scene ipnotiche e oniriche, diventando un sogno surrealista, una prova difficile da inquadrare e comprendere del tutto dopo una sola visione.
Un film che sembra un trip andato a male che genera turbolente allucinazioni visive e sensoriali, difficilissimo da catalogare per tutti i registri e i generi utilizzati soprattutto per questo immaginario sfrenato che coglie e cita così tanti universi letterari e cinematografici che bisognerebbe studiarlo a fondo per elencarli tutti.

mercoledì 22 gennaio 2020

Lighthouse


Titolo: Lighthouse
Regia: Robert Eggers
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Thomas Wake è il guardiano stagionale di un faro sperduto nel nulla, su un'isola battuta da venti e tempeste, nella Nuova Scozia di fine Ottocento, mentre Ephraim Winslow è il suo giovane aiutante, propostosi volontario per le quattro settimane del turno. L'accanirsi del maltempo costringerà i due uomini ad una permanenza ben più lunga del previsto e ad una convivenza forzata che porterà in superficie demoni personali, timori ancestrali e nuove, tormentate pulsioni, in un crescendo di follia e claustrofobia.

Eggers dopo il bellissimo VVitch sceglie un'altra storia insolita, condita da alcuni ingredienti che cominciano a diventare la sua politica di genere, ovvero unire e stravolgere miti, usanze, religioni, profezie, rituali e culti fino a portarci con la bellissima scena iniziale dove i due protagonisti guardano in camera come ad invitarci nel loro personale delirio. Un film completamente allucinato, stratificato e complesso in grado di alzare le vele e dimostrare l'incredibile talento dell'autore coadiuvato da due attori che ci mettono l'anima.
Dafoe come la Swinton d'altronde sono i due attori più poliedrici e camaleontici sulla piazza.
Lighthouse è un horror psichico sulla crescente paranoia che si impossessa dell'animo umano con rimandi kubrickiani sulla solitudine (Shining su tutti), un dramma grottesco che alza sempre di più la posta complice anche l'isolamento e l'alcool che scorre a fiumi e a cui è impossibile sottrarsi, che deraglia, assorbe, limita, esagera, un film pieno e ricco di elementi, di riferimenti letterari (Melville, Woolf, Poe, Lovecraft, Coleridge) di ambienti, suggestioni e luoghi che nella loro solitudine nascondono segreti e significati.
Un film in b/n che sembra bisognoso di citare tantissimi autori che hanno fatto la storia del cinema, nel suo ergersi ad un'estetica d'epoca, espressionista, minimale, in cui la scelta anti-moderna di utilizzare per le riprese il formato 35 mm in b/n accentua ancora di più le somiglianze con il cinema espressionista muto di inizio '900.
Faro come visione, ossessione, ricerca della luce, scontro tra due maschi alfa di cui si sente il bisogno di dominare ed essere dominati, dove in questo scontro avviene una lucida e drammatica analisi delle parti più nere dell'animo umano, della meschinità, dei segreti non detti, e soprattutto dell'impossibilità di redimersi o di salvarsi
Il linguaggio poi assume risonanze molto particolari, suoni misteriosi, accenti che sembravano affondati negli abissi del tempo con un dialetto da contadino canadese nel caso di Ephraim e una pronuncia ed un lessico marinareschi per Tom.
La solitudine, l'alcool, la stretta vicinanza ad un uomo più anziano che detiene il potere portano
Ephraim ad impazzire lentamente in una parabola discendente scegliendo come vittime sacrificali i gabbiani con le dovute conseguenze che diventano visioni mostruose (sirene, tentacoli lovecraftiani, Nettuno) che ad un certo punto diventano quasi caleidoscopiche intrappolando il personaggio in deliranti complotti cercando una via di fuga peraltro impossibile.



venerdì 10 gennaio 2020

Under the silver lake


Titolo: Under the silver lake
Regia: David Gordon Mitchell
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sam è una delle tante anime perse di Los Angeles: non ha un lavoro, non ha un quattrino, sta per essere sfrattato dal suo appartamento e passa il tempo a fare sesso distratto con un'aspirante attrice che si presenta a casa sua abbigliata come i ruoli che interpreta. L'altro suo passatempo è spiare dal balcone le vicine con il canocchiale: è così che intercetta lo sguardo di Sarah, una bella ragazza bionda che sembra disposta ad intraprendere con lui una relazione. "Ci vediamo domani", promette lei, ma il giorno dopo scompare. Lungo la sua ricerca della ragazza scomparsa Sam scoprirà molti altri misteri metropolitani, con la guida di un autore di graphic novel che sembra saperne molto più di lui.

David Gordon Mitchell ha diretto quell'horror atipico di nome It Follows, un vero traguardo per un genere che cerca sempre di evolversi e cercare di apportare quella spinta in più captando tutti i mali di questo mondo malato.
Under the silver lake è un thriller, un noir urbano, un giallo dove un ragazzo qualsiasi si improvvisa detective dopo aver perso la testa per l'ennesima bionda di turno.
Partendo da un'idea che il protagonista Sam è uno che vive nel lusso senza però pagare l'affitto al proprietario che minaccia di sfrattarlo, non si capisce che lavoro faccia eppure i soldi non gli mancano e ad ogni occasione buona si imbuca a feste e party di lusso incontrando vecchi amici e collezionando figure di merda.
Passa il tempo a fare cose tra cui guardare col binocolo le vicine di casa hyppie che escono nude in balcone. Sembra sempre in attesa Sam come se dovesse succedere qualcosa da un momento all'altro e scegliere proprio lui come una sorta di predestinato.
L'arrivo di Sarah è una brutta scottatura soprattutto quando lei sparisce nel nulla e da quel momento il film per ben 140' si riproduce all'infinito, senza seguire una pista precisa ma mostrando una processione interminabile di sotto trame, alcune per nulla funzionali, portando Sam ovunque anche in mezzo al deserto se necessario. Verso il finale finalmente veniamo a sapere cosa sta succedendo e il messaggio è davvero allucinante parlando di poteri forti e di quell'1% dei veri ricchi che si nascondo in ville iper lusso sottoterra dove si portano belle ragazze da scopare fino alla morte.
Qualche indizio prima c'era ma era subliminale, con questa ossessione di Sam per provare a risolvere grattacapi con strumenti ai limiti della follia e del non-sense.
Il vero mandante e ideatore finale con cui si confronta Sam, quello che controlla tutto e ha sempre avuto l'ultima parola, per certi versi è una metafora di Weinstein, in una scena memorabile che da sola basta a far perdonare almeno 90' precedenti di seghe mentali ma fatte bene.



Knives and Skin


Titolo: Knives and Skin
Regia: Jennifer Reeder
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

La storia della scomparsa di una ragazza e le conseguenze che ne derivano.

C'è tanto e nulla dentro il secondo film della Reeder che ha mandato in delirio svariati festival. 
Un po del Mendes di American Beauty e poi Kelly che incontra Refn.
Un film minimale, un coming of age con una tecnica che rasenta un livello di perfezione estetica in particolare per quanto concerne le luci e alcuni dettaglia della mdp. Peccato che lo stesso non si evinca da una storia tutto sommato interessante ma che sembra sciogliersi mano a mano che il film procede annullando i colpi di scena. Un film affascinante, lento, morboso, sessuale, anarchico.
Il ritratto di questa piccola città americana suggerisce che di fatto abbiano preso il sopravvento le famiglie disfunzionali e i figli fanno come possono per imparare da se o facendo le esperienze più disparate ed eccentriche. Presentato come un horror, il film è un dramma interiore di una generazione, un film corale che si prende tutti i suoi tempi fregandosene del pubblico ma disquisendo di ciò che più gli piace fare. Sicuramente qualche strizzatina d'occhio ad Araki e Clark per quel bisogno di mostrare la distruzione di ogni tabù, mostrando cose che i ragazzi fanno che gli adulti nemmeno immaginano, come ad esempio vendere la biancheria intima sporca della propria madre ad un professore in cambio di soldi, oppure per due ragazze che scoprono di amarsi, passano il tempo in bagno a scambiarsi regali una all'altra togliendoseli dalla figa.
Ad un tratto sembra che tutto il film cerchi in assoluto di disturbare e ammaliare lo spettatore.
Il risultato è interessante almeno per diverse scene e svolgimenti abbastanza originali, ma il film è tutto così, una galleria di immagini senza una storia solida alla base.

martedì 7 gennaio 2020

Daim


Titolo: Daim
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il protagonista è un uomo che si trova ossessionato da una giacca di cervo comprata mentre sta fuggendo, forse, dalla sua vita.
Si isola in un piccolo paesino montano in cui finge di essere regista, ma la giacca comincia a occupargli la mente con un proposito: diventare l’unica giacca esistente al mondo e fare di lui l’unico proprietario di una giacca.

Quentin Dupieux alias Mr Oizo è un dj ma anche un grande regista indipendente alternativo.
Come per la musica, segue un suo percorso personale che lo porta a scelte spesso bizzarre che sembrano sfiorare il trash per quanto assomiglino a dei veri e propri quadri grotteschi.
Una commedia nera dove si ride anche e molto ma per quella scelta singolare di combinare l'azione che ormai l'artista ha saputo fare sua, creandosi una sua politica d'intenti personale, un suo linguaggio tutt'altro che banale come spesso potrebbe essere frainteso.
Wrong CopsWrongRubber, tutti avevano a loro modo qualche scena madre da ricordare, e l'ultimo Daim oltre ad essere un rientro in patria per l'autore che si stacca dagli Usa, nemmeno a farlo apposta è il film più maturo, esilarante, politico, assurdo, drammatico e violento.
In un paesino di montagna dove sembrano vivere solo persone sole e disilluse dalla vita, Georges sembra filtrare attraverso il suo sguardo perso e la sua nuova telecamera digitale, il ritratto realistico di come la solitudine possa tessere la tela della follia.
Attraverso paradossi e dialoghi assurdi, obblighi e verità, giochi sull'identità e una giacca che prende sempre più forma, il film fa un ritratto con la commedia di costume fino a generare disagio. Dupieux traccia un quadro molto espressivo della noia che regna nelle province francesi più remote e lo fa senza prendersi mai troppo sul serio, arrivando a fare un'evoluzione molto netta in termini di intenti e messaggi e riflessioni presenti nel film, ma al contempo riuscendo con tutti gli enigmi iniziali del primo atto a tessere un film brillante e raffinato, sempre al confine tra commedia assurda e dramma realistico sulla follia, interpretato dagli eccellenti Jean Dujardin e Adèle Haenel.
Un film che mescola i generi passando dalla commedia nera, al dramma sociale, al grottesco, allo slasher, allo splatter fino al mockumentary. Tutti ingredienti deliziosi che trovano un'ottima collocazione in una storia che non smette di stupire e di apparire così maledettamente assurda e affascinante.


lunedì 30 dicembre 2019

Chien


Titolo: Chien
Regia: Samuel Benchetrit
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Jacques Blanchot ha una moglie che lo allontana da casa perché soffre di un'allergia fisica nei suoi confronti. Il figlio è scarsamente interessato a lui e il lavoro, in un negozio dove tutto è in svendita, non gli dà molte soddisfazioni. Avendo deciso di acquistare un cane si iscrive a un corso di addestramento. Finirà con l'essere addestrato.

Accettare di essere dominati da qualcuno, fare in modo di essere prevaricati dall'altro.
La dominazione di un altro essere umano e allo stesso tempo l'incapacità di Jacques di non essere dominato dagli altri. Una piccola commedia grottesca, una parabola nera su come si possa involontariamente danneggiare i nostri affetti, quelli che più ci stanno vicino, arrivando a creare un'allergia stando solo a contatto con la moglie, come l'incipit ci fa subito capire quali potranno essere gli intenti tragici del film.
Una moglie bellissima e un protagonista che sembra abbastanza squallido, viscido è connotato da una tristezza e malinconia come se fosse un giovane adulto alle prese con lo strano senso di pusillanimità visto dagli altri.
Chien solo apparentemente potrebbe sembrare un film semplice quando in realtà è molto complesso e stratificato. Controllo e sottomissione, tutto il film vive di contrasti forti, dall'apparente innocenza di Jacques fino alle esplosioni di violenza bestiale.
Persone improvvisate (addestratori di cani) che vogliono controllare le masse, la trasformazione da uomo a bestia, l'essere costretti a vivere derisi da tutti, il nichilismo di vedere la società come uno strumento in grado di spremerti fino alle ossa e approfittare della tua ingenuità. Infine l'accettazione di un omologazione che ti porta a indossare il collare tutti i giorni andando a lavoro, mandando avanti un sistema di leggi che ci mette sempre a quattro zampe, che ci vuole tutti scodinzolanti felici nonostante continuiamo a fingere che non sia così.
Il regista sceglie poi dei meccanismi che portano dalle risate assicurate fino a momenti di pura bestialità, sottomissione, tortura dove si rimane reclusi nella gabbia, si indossa il collare, ci si prende una scossa di Tazer per punizione e si finisce a mangiare crocchette.
Il film riesce ad essere paradossale dall'inizio alla fine, una favola nera di umorismo cupissimo e spesso provocatorio finendo per essere volutamente fastidioso e insopportabile.


giovedì 26 dicembre 2019

Art of self defence


Titolo: Art of self defence
Regia: Riley Stearns
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un uomo viene aggredito per caso per strada. Decide allora di allenarsi in un dojo locale, allenato da un Sensei carismatico e misterioso, nel tentativo di imparare come difendersi.

Eisenberg sta proprio bene nel cinema indipendente. Ultimamente poi se escludiamo il cacciatore di zombie e il nemico di Superman, non ha praticamente sbagliato nulla, prendendosi anche dei bei rischi e dando vita a personaggi indimenticabili per la loro insicurezza e fragilità, un pò come accadeva per il defunto Anton Yelchin, in ruoli come American UltraDoubleCalamaro e la balenaNight MovesEnd of the tour.
Stearns è un regista da tenere occhio. Aveva esordito con un indie sconosciuto sui fanatismi religiosi di nome Faults, imperfetto quanto irresistibile. In questo caso dal momento che ci troviamo di fronte ad un amante dei percorsi disarticolati e apparentemente semplici, alza ancora di più l'asticella del grottesco, sua peculiarità e connotazione, per esasperare ancora di più il contesto che dal secondo atto del film, diventerà davvero assurdo e per certi versi brutale nel suo prendersi così sul serio e allo stesso tempo autodistruggendosi con tanta auto-ironia.
Un film per pochi da amare o odiare. Un film che prende a calci sui coglioni alcuni rituali delle arti marziali, una certa filosofia spiccia, buttando tutto alla malora e facendo della scorrettezza la sua pietra miliare, lasciando ai posteri il concetto di onore e obbedienza.
Un film disperato, divertente quanto violento, con una storia che solo nel finale puzza troppo di prevedibilità, ma dall'altra parte piazza dei clamorosi colpi di scena lasciandoci sempre col fiato sospeso su quale altra disgrazia possa succedere al protagonista o quale bizzarra idea si faccia venire in mente.

sabato 16 novembre 2019

De Noorderlingen


Titolo: De Noorderlingen
Regia: Alex van Warmerdam
Anno: 1992
Paese: Olanda
Giudizio: 4/5

In una cittadina olandese degli anni '60, che sembra un villaggio western, brulicano personaggi inquietanti: dal postino che legge la corrispondenza di tutti all'autorità pubblica che gira armata con un fucile da caccia, fino al macellaio erotomane. L'insieme viene osservato attraverso lo sguardo del figlio adolescente di quest'ultimo, un adolescente che si identifica con Lumumba, figura di primo piano della rivolta indipendentista del Congo Belga.

Alcuni registi o sarebbe meglio definirli autori a tutto tondo con il loro insolito modo di porsi di fronte al cinema e alla narrazione rimangono schegge impazzite che per fortuna abbiamo la possibilità di visionare e comprendere in tutti quelli che sembrano essere strane raffigurazioni e analisi spietate dei rapporti umani e di vicinato.
De Noorderlingen è una commedia surreale, poco convenzionale, grottesca, spiazzante, stramba, cinica e bizzarra. Uno scenario che sembra da far west in un lembo di deserto su una scenografia assoluta dove poche case e pochi elementi costituiscono le traiettorie dove i personaggi e le vicende si mescolano. Il film è caratterizzato da una messa in scena minimale, esteticamente molto forte, ridotta all'osso per avere più vicinanza possibile tra i personaggi e farli implodere ed esplodere secondo un contesto ai limiti del lecito, dell'irreale, in cui i protagonisti della vicenda, in uno schema corale che esamina tanti personaggi, rappresentano/rappresenta la middle class olandese, sordida e meschina, con i suoi piccoli e grandi scheletri nell'armadio.
A parte il giovane e innocente che rincorre i propri amori, una donna più grande che lo inizia al sesso e che deve rimanere nascosta in un bosco, altro elemento come a segnare un confine, una violazione di territorio, una rivelazione tragica, una landa desolata dove tutto può succedere e tutto riesce ad essere opportunamente nascosto mentre invece i pochi palazzi della città rappresentano per la regola degli opposti per tutto quanto il resto.
Questo sganciarsi dalle regole prestabilite, in un cinema anarchico che diventa quasi una fiaba nera composta con uno schema corale dove ogni personaggio è marcio, assatanato, folle criminale, diverso e temuto e quindi ricercato dalla comunità razzista che non lo accetta.
Una scelta attenta dei protagonisti che svolgono ruoli pazzeschi, fondamentalmente marci e privi di una morale inseguendo i propri scopi e bisogni primari spesso senza vergogna e senza paura di venir tacciati dalla comunità sempre più slegata. Donne malate che diventano sante, statue di S.Francesco che prendono vita indicando il martirio ai propri fedeli, macellai maniaci sessuali che violentano le proprie commesse dentro il negozio, spioni, postini che vanno controcorrente, impiccioni e tanto altro ancora.
L'Olanda come l'Austria non hanno paura di affrontare i propri spauracchi dotati di personaggi che come nella vita reale possono essere spietati, sordidi e infingardi.
Un film autoriale, non semplice, poco avvezzo ai soliti schemi narrativi, spiazzante quanto portatore di verità, elucubrazioni, riflessioni sulla società, sulle regole, un'analisi sociologica e psicologica, con una esamina del contesto sociale che merita davvero analisi approfondite per venir riconosciuto come un patrimonio per quanto concerne un paese che cinematograficamente è povero e poco avvezzo al cinema controcorrente come le opere ambiziose di Warmerdamhanno finora hanno sempre dimostrato.

domenica 27 ottobre 2019

Parasite


Titolo: Parasite
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2019
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 5/5

Ki-woo vive in un modesto appartamento sotto il livello della strada. La presenza dei genitori, Ki-taek e Chung-sook, e della sorella Ki-jung rende le condizioni abitative difficoltose, ma l'affetto familiare li unisce nonostante tutto. Insieme si prodigano in lavoretti umili per sbarcare il lunario, senza una vera e propria strategia ma sempre con orgoglio e una punta di furbizia. La svolta arriva con un amico di Ki-woo, che offre al ragazzo l'opportunità di sostituirlo come insegnante d'inglese per la figlia di una famiglia ricca: il lavoro è ben pagato, e la villa del signor Park, dirigente di un'azienda informatica, è un capolavoro architettonico. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, parlando con la signora Park dei disegni del figlio più piccolo, intravede un'opportunità da cogliere al volo, creando un'identità segreta per la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica e insinuandosi ancor più in profondità nella vita degli ignari sconosciuti

Il talento indiscusso di Bong Joon-ho è cosa nota a tutti.
La sua filmografia è per ora costellata di capolavori e film che giocano su generi diversi.
HostSnowpiercerOkjia, tutti andavano oltre il genere per diventare spesso film politici e di denuncia con temi e sotto trame decisamente più complesse del normale.
Se ci mettiamo poi un incredibile talento nel saper dare i tempi giusti alla drammaturgia, in cui i coreani sono dei maestri come direi gli orientali in generale, il risultato si evolve film dopo film, o meglio opera dopo opera.
Parasite è finora il suo capolavoro. Un film che mette da parte creature e ambientazioni post-apocalittiche per tracciare una vicenda umana molto realistica, assurda in tutte le sue componenti approfondendo la riflessione sociopolitica, un grido smisurato sulla differenza di classe e sul rapporto tra i ricchi e i poveri, forse ad oggi uno dei film che meglio parlano di un capitalismo ormai sempre più sfrenato e che ha raggiunto tutti nel mondo.
Da vedere rigorosamente in lingua originale, Parasite mostra la vera faccia della borghesia, entrando proprio nella villa lussuosa dei ricchi e mettendoci a tavola con loro o girando facendo gli autisti in macchine di lusso, aiutando i figli nei compiti, diventando donna delle pulizie e molto altro ancora.
Tutti i membri della famiglia povera trovano un legame con la parte debole della famiglia ricca. Allo stesso tempo il legame in alcune situazioni si ribalta dove apprendiamo scena dopo scena, minuto dopo minuto, come un meccanismo ad orologeria, il pessimismo che investe sempre di più i personaggi, il fatto che tutti nascondano qualcosa, loro, ma gli stessi ambienti, la stessa lussuosa villa (e quello che scopriremo sarà tragicamente grottesco).
Parasite ha il cast migliore che potesse avere, una recitazione che non va nemmeno commentata per quanto sfiori la meraviglia, una scenografia che rasenta la perfezione riuscendo a dare spessore e importanza ad ogni suppelletto nella casa.
Uno dei film grotteschi più belli della storia del cinema. Bong riesce a superarsi atto dopo atto, arrivando alla tragedia finale (quella tosta che lascerà basiti) e aumentando sempre di più i toni comici e drammatici con un climax che lascerà a bocca aperta.
Tutto è così perfettamente equilibrato che lascia basiti di fronte a tanta perfezione, alla maestria di saper condurre tutta la banda senza mai stonare di una virgola, di trovare spunti deliziosi e di far esplodere la lotta di classe come non si vedeva da tempo.
Un capolavoro straordinario, finalmente posso dirlo.



lunedì 7 ottobre 2019

C'era una volta...a Hollywood

Titolo: C'era una volta...a Hollywood
Regia: Quentin Tarantino
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Rick Dalton, attore televisivo di telefilm western in declino, e la sua controfigura Cliff Booth cercano di ottenere ingaggi e fortuna nell’industria cinematografica al tramonto dell’età dell’oro di Hollywood.

Il nono film del regista americano, sempre sulla bocca di tutti, ci regala il film più ambizioso e meno cinematografico della sua carriera ma anzi metacinematografico.
Un film che sembra un testamento di un regista ancora in forma che racconta e si racconta omaggiando uno dei suoi generi preferiti e alcuni dei nostri autori italiani dello spaghetti western. Un genere che proprio in quegli anni ormai saturo  stava cedendo il posto alla nuova Hollywood, agli hippy riscrivendo così una generazione odiata e schifata dal protagonista, quell'anno zero della società. In quel microcosmo dove tutti cercano lo sballo bevendo e fumando, il totale disfacimento diventa uno dei simboli chiave del film, che ruota attorno a Rick come ai fantasmi nel'armadio di Booth guardando alla totale distruzione della società dove tutto è lecito e dove dietro la bellezza c'è tanto smarrimento e solitudine.
Un'opera da un lato ambiziosa, la tragedia di Sharon Tate, dall'altro nostalgica e per alcuni aspetti in più punti anche difficile da sopportare (i deliri e i monologhi di Rick Dalton sul set). L'ultimo film di Tarantino a differenza di tutto il resto del suo cinema, non sembra avere una trama vera e propria, dura moltissimo, si prende i suoi tempi allargandoli, dilatandoli e deformandoli, divertendosi a ricostruire con spirito più o meno filologico la Hollywood degli anni Sessanta e i suoi prediletti film di serie B ed è il terzo film della sua filmografia che riscrive la storia come succedeva per INGLORIOUS BASTARD e Django Unchained perchè solo in questo modo può avvenire il suo riscatto.
Tuttavia ci sono alcuni momenti che non possono essere definiti solo deliziosi ma di più, riescono a far andar fuori di testa qualsiasi amante del grande cinema e parlo ovviamente di quel finale riscritto, quell'ultima mezz'ora dove finalmente si arriva al dunque, con Cliff vero protagonista e forse del vero finale (la scena in cui Dalton viene invitato ad entrare nella Hollywood che conta) dove per un attimo ho pensato che potesse e volesse rimanere aperto per farci credere che forse accantonato un nemico, quello vero sta per arrivare.
Un regista che da sempre ha fatto quello che ha voluto ( in pochi ci sono riusciti) uccidendo il cinema, i suoi protagonisti, i suoi eroi, a volte arrivando ad uccidere il cinema che lui stesso ama e glorifica. E'forse l'opera più anomala di tutte che si distacca dai suoi precedenti lavori dove il sangue è centellinato, ma la scena finale è pregna di sanguinolenti minuti dove di nuovo le fanciulle non fanno una bella fine, così come le scene di combattimento e le linee temporali sfasate, qui tutto coincide pienamente è viene riassunto in quel fatidico '69 da febbraio ad agosto.
Se pensiamo che la parte più bella dura mezz'ora e coincide con il climax rimangono davvero tanti dubbi e forse una pretenziosità in altri momenti ormai sfuggita di mano.
L'aver preso a pugni in faccia e spappolato le facce dei componenti della Manson family è cosa grata di cui sarò sempre felice, Polanski forse per questo, trattandosi di un gioco non ha detto nulla, Tate sprecatissima dove il culmine arriva laddove lei entra in un cinema per guardarsi e lasciando tutti sgomenti per l'assoluta inconsistenza della scena, e un Brad Pitt immenso, il vero cuore pulsante del film, uno psicopatico che non si vedeva da tempo che quando entra nel covo della bestia mette tutti in riga come dei morti viventi di romeriana memoria.

Lord of Chaos

Titolo: Lord of Chaos
Regia: Jonas Åkerlund
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il diciassettenne Euronymous è determinato a sfuggire all'educazione tradizionale nella Oslo degli anni ottanta. Ossessionato dal voler creare la vera musica norvegese black metal, con la sua band Mayhem, crea un fenomeno utilizzando acrobazie scioccanti che attirano l'attenzione sulla band. Ma, come i confini tra sogno e realtà iniziano a confondersi, cominciano incendi dolosi, violenza e un omicidio che scuoteranno profondamente la nazione.

Lord of Chaos è un'opera pretenziosa che vorrebbe dire e fare e mostrare tante cose, forse troppe finendo, come tante opere simili, con il mischiare tutto in enorme bolla che esplode nel finale nella maniera più telefonata possibile.
E'quasi inopportuno definirlo un brutto film, perchè la regia nella messa in scena è solida con il compito di coinvolgere lo spettatore ma soprattutto scioccarlo, elemento sempre più difficile, soprattutto quando viene spiattellato in faccia allo spettatore ogni possibile scena di crudeltà che non riesce mai ad essere pienamente credibile eccetto forse il suicidio del cantante nel primo atto.
Omicidi, suicidi, automutilazioni, culto del diavolo, atti di cannibalismo, chiese incendiate, omicidi di omosessuali, sesso a profusione, accoltellamenti, neo-nazisti, rese dei conti, ritorno alla normalità dopo aver conosciuto l'altro sesso, il metal come forma di ribellione e diversità e infine la Norvegia che rimarrà pure un paradiso naturale, ma dove il tasso di suicidi con i paesi limitrofi è sempre tra i più alti al mondo.
Documentario, mockumentary, dramma, storia di competizione tra tardo adolescenti, ci sono troppi ingredienti nel film, alcuni decisamente riusciti e ottimi da digerire, altri invece sanno di esercizio di stile, di esagerazione fine a se stessa per diventare una sorta di cult negli amanti del metal. Alla fine la risposta è che Lord of Chaos è un film di finzione dove Akerlung prova a mettercela davvero tutta con la sua opera prima e avendo avuto modo di mettersi alla prova con videoclip musicali.
I Mayhem non li conosco, mentre guardavo il film, ho letto su Wikipedia cosa fosse successo e sembra che le libertà prese da regista e sceneggiatore ne abbiano colorato parecchie dando una loro visione con le loro ipotesi su quanto accaduto edulcorando con molti eccessi diversi passaggi e prove iniziatiche della band (Euronymous che mangia pezzi di cervello del cantante della band che si suicida).

domenica 29 settembre 2019

Housewife

Titolo: Housewife
Regia: Can Evrenol
Anno: 2017
Paese: Turchia
Giudizio: 3/5

Una vecchia amica trascina Holly sotto l'influenza di una setta il cui leader sostiene di poter "navigare" nei sogni altrui. Violenti traumi infantili riemergono, realtà e fantasia si intrecciano, fino alla rivelazione di una verità sconvolgente e, forse, all'avvento dell'Apocalisse.

Evrenol ha girato uno degli horror più belli degli ultimi anni Baskin.
Il regista turco ha però un problema che non nasconde anzi sembra quasi essere un'arma a doppio taglio nel suo cinema. I suoi film, il suo cinema non deve avere per forza un percorso di significazione. Housewife, il suo secondo film ne è una prova lampante, aprendo porte senza doversi preoccupare di richiuderle. Come il film precedente Housewife è infarcito di tanti elementi, alcuni davvero molto interessanti, carichi di una violenza di matrice gore che non accenna a spegnersi.
Tante strade che portano ad un finale visivamente molto bello che cita come ormai fanno in troppi il maestro di Providence. Ci sono di nuovo le sette, ma meno interessanti rispetto a quella mostrata nel film precedente. Una sorta di Anticristo, e un universo scioccante fatto di madri isteriche che uccidono le proprie figlie, bambini incappucciati, percorsi iniziatici, la progenie maledetta dei Visitatori, il Male assoluto che emerge in tutte le sue forze, i traumi infantili e l’oscura paura latente nell’uomo che non ha una forma definita risultando inquietante.
Housewife è un film composto perlopiù da quadri molto stilizzati, dove i colori e le luci fanno da padroni infarcendo il film e facendolo di nuovo risultare scioccante sotto certi aspetti.
Evrenol dopo uno stuolo maschile predilige una protagonista caratterizzandola, lei e gli altri, a dovere senza lasciare tutto ai posteri ma scegliendo una strada per certi versi dove il sogno e l'incubo diventano i simboli di una narrazione con risvolti psicoanalitici e dove la tripartizione e lo schema matrilineare siglano un passo importante in avanti per il regista. Evrenol dimostra di saper scrivere anche se non padroneggia ancora bene alcuni risvolti come buttarla spesso nella suggestione come a sconvolgere la psiche dello spettatore e fare un passo indietro rispetto ai fasti e la furia dell'opera prima che con molte meno pretese raccontava una storiella pura e semplice.
Adottando strategie narrative non sempre funzionali come il continuo spostamento dei piani di narrazione paralleli, fra sogno e realtà, passato e presente, Housewife sancisce il talento di un regista che citando tanto cinema e letteratura non nasconde che la sua voglia di fare cinema è merito di un nostro caro regista avvezzo ai generi e alla sperimentazione: Lucio Fulci.

venerdì 9 agosto 2019

Men & chicken


Titolo: Men & chicken
Regia: Anders Thomas Jensen
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Il film ruota attorno a due fratelli, Elias e Gabriel. Alla morte del padre, i due che non sono mai stati molto legati, scoprono dal testamento di essere stati adottati. Malgrado il loro disappunto, Elias e Gabriel sono decisi a scoprire chi sia il loro vero padre e a raggiungerlo sull'isola in cui vive. Ma sull'isola li attenderà una sorpresa. Circondati dagli strani abitanti dell'isola, scoprono uno sconvolgente quanto liberante verità che riguarda loro e le proprie famiglie

A dieci anni di distanza dopo Mele di Adamo Jensen, regista atipico a cui piacciono le storie anormali, spiazza con un mezzo cult destinato ad entrare col botto nella classifica dei più bei film grotteschi degli ultimi anni.
Il perchè è dato dalla storia straordinaria (figli incrociati con rospi, tori e topi nonchè cani) ex mogli lasciate a morire dentro gabbie, un covo di bifolchi su un'isola mai così squallido e interessante e una crew di attori che sanno dare carattere ai personaggi, facendo ridere e lasciando basiti allo stesso tempo. Si ride e molto, è una visione oscena repellente e volgare, si rimane spiazzati e in alcuni casi inebetiti. Ci sono una miriade di elementi interessanti e originali e ancora una volta non ci si capacita di come questo film non sia stato distribuito da noi o se è passato nei cinema sarà stato in sordina per qualche giorno.
Cinema indipendente, atipico, grottesco, che viaggia e spazia tra i generi riuscendo ancora una volta a dimostrare come il bisogno e la capacità di saper scrivere una storia, siano di fatto gli elementi essenziali in un film.
Sembra di vedere l'isola del dottor Muroe o Isola perduta, ma qui gli esperimenti trovati in cantina, cercando di far accoppiare più specie possibili, hanno un che di reale senza mai entrare nella fantascienza ma portando a galla dilemmi di ordine etico.




venerdì 2 agosto 2019

Suburbicon


Titolo: Suburbicon
Regia: George Clooney
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gardner Lodge vive nella ridente Suburbicon con la moglie Rose, rimasta paralizzata in seguito ad un incidente, e il figlio Nicky. La sorella gemella di Rose, Margaret, è sempre con loro, per aiutare in casa. L'apparente tranquillità della cittadina entra in crisi quando una coppia di colore, i Meyers, con un bambino dell'età di Nicky, si trasferisce nella villetta accanto ai Gardner. L'intera comunità di Suburbicon s'infiamma e si adopra per ricacciare indietro "i negri" con ogni mezzo. Intanto, due delinquenti, irrompono nottetempo nell'abitazione dei Lodge e li stordiscono con il cloroformio, uccidendo Rose.

Le commedie grottesche quando colpiscono, sanno farlo in maniera incisiva, dura e potente.
Il film di Clooney scritto dai Coen (e si vede eccome) è un perfetto esempio di ibrido che mischia i generi sposando temi ancora oggi attuali e mostrando ancora una volta il lato "nascosto" della middle class americana.
Razzismo, sangue, violenza, soprusi, minacce, complotti, ricatti, e soprattutto la parte più spaventosa, quella che avviene tra le mura di casa con un bambino costretto ad assistere ad episodi di inusitata violenza con gli stessi genitori pronti ad ucciderlo all'occorrenza per difendere i propri interessi. Ancora una volta è la descrizione dell'America a far paura, feroce, istericamente ossessionata dalla paura di un nemico esterno (possibilmente con la pelle di un altro colore) senza farsi problemi a ricorrere alla violenza più bieca, l'isterismo collettivo in fondo che porta alla rivolta contro l'unica famiglia di colore è il devastante culmine della vicenda.
Suburbicon pur essendo volutamente patinato, risulta estremamente attuale e coinvolgente, con un ritmo serrato, un cast di tutto rispetto e una caratterizzazione dei personaggi molto funzionale.
Gli ingredienti ci sono tutti: umorismo nerissimo, situazioni vomitevoli ai limiti dello splatter (la scena dell'omicidio in casa con la soda caustica su tutte), scatti di violenza estremi ed improvvisi per un film che non scopre mai le sue carte, risultando originale e con un finale imprevedibile e alcuni colpi di scena notevoli e mai scontati.
Un film maturo, importante e deliziosamente condito con tutti gli ingredienti dei Coen alla Fargo e che dimostra ancora una volta l'interesse di Clooney per scegliere soggetti scomodi e ambiziosi.


giovedì 18 luglio 2019

Relaxer


Titolo: Relaxer
Regia: Joel Potrykus
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Con l'arrivo imminente dell'apocalisse, Abbie si trova di fronte all'ultima sfida: l'imbattibile livello 256 su Pac-Man. Non riesce quindi a muoversi dal divano e cerca di sopravvivere dal salotto

Potrykus (ALCHEMIST COOKBOOK, BUZZARD, APE) è un pazzo. Appena ha due lire ne approfitta per fare un film. Anche quando non ne ha come in questo caso.
Due attori, un salotto e un divano e poi lo schifo cosmico.
Altri ingredienti nella sua ultima opera non sembrano esserci. E'stato distrutto da critica e pubblico ancora una volta perchè secondo me il film nel suo incessante bisogno di crederci e darsi forza a tutti i costi diventa sempre più surreale e onirico, a tratti grottesco e con un finale exploitation a tutti gli effetti che alza il ritmo e il valore del film, anche se come un tallone d'Achille ne rivela i suoi innegabili buchi o momenti di non sense in una sceneggiatura molto bizzarra che va opportunamente presa per quello che è.
Si parte da un dialogo che sembra infinito tra due fratelli di cui il protagonista spacca letteralmente lo schermo, non la quarta parete, con una ghigna incredibile che lo relega ad essere uno dei nerd floccidi più interessanti della storia del cinema.
Si vomita tanto in questo film, si bevono urine, litri e litri di latte rancido, esplodono teste, avvengono incontri inusuali, il divano diventa sempre più protagonista, ma più di tutto ci sono regole incontrovertibili da rispettare.
L’ultima e definitiva, per la quale Abbie è disposto a tutto: raggiungere e superare il 256º livello di Pac-Man, ottenendo il record mondiale e 100.000$ (somma realmente messa in palio da Billy Mitchell, campione dei videogiochi arcade, ma che per un assurdo una delle persone che fanno capolino a casa sua gli dice con molta pena che in realtà non si può raggiungere, che è stato ancora una volta preso in giro dal fratello).
Il finale è una delle cose più belle viste negli ultimi anni




Morti non muoiono


Titolo: Morti non muoiono
Regia: Jim Jarmush
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film è ambientato nella tranquilla cittadina di Centreville, dove qualcosa non va come dovrebbe. La luna splende grande e bassa nel cielo, le ore di luce del giorno diventano imprevedibili e gli animali iniziano a mostrare comportamenti insoliti. Nessuno sa bene perché. Le notizie che circolano sono spaventose e gli scienziati sono preoccupati. Ma nessuno prevede la conseguenza più strana e più pericolosa che inizierà presto a tormentare Centerville: I morti non muoiono - escono dalle loro tombe e iniziano a nutrirsi di esseri viventi, e gli abitanti della cittadina dovranno combattere per la loro sopravvivenza.

Dopo la parentesi vampiri riuscita perfettamente, uno dei maestri della nuova Hollywood ci riprova con gli zombie inserendo alcune critiche alla società e a tante altre cose come aveva fatto in passato il padre dei non morti.
Si ride, ci si prende anche sul serio, si muore, ci sono alieni, astronavi, momenti splatter, un cast corale da far venire la bava alla bocca, una recitazione che sembra quella a scenette di COFFEE AND CIGARETTES e poi tanti altri particolari per gli amanti del cinema horror e del cinema politico di Jarmush.
Una commedia molto più semplice del previsto anche se poi analizzandola bene l'intento più grosso è proprio quello di mostrare dopo il film manifesto del '68, come tutto da allora sia persino peggiorato, a partire dalle mode, dai giovani, dalla futilità della vita, dall'egoismo, dalle regole e infine dalla coscienza di ognuno di noi sempre più radicata nel profondo malessere dell'egoismo (l'incidente iniziale della gallina scomparsa è perfetta così come il capro espiatorio interpretato da uno stralunato Waits).
Qui gli zombie potevano essere tranquillamente sostituiti da un'invasione aliena, da una minaccia incombente, dagli effetti del riscaldamento globale, invece l'autore ha voluto dire la sua in un film che omaggia più di quanto si pensi e sceglie in maniera accurata le location delle vittime e dei sopravvissuti. Infine i dialoghi sono intrisi di un cinismo e di una visione così limitata della vita che porta la Swinton aliena (in tutti i sensi) ad andarsene lasciando il genere umano a morire decimato dagli zombie. Boom!



mercoledì 10 luglio 2019

Edmond


Titolo: Edmond
Regia: Stuart Gordon
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Edmun Burke è un tipico uomo d'affari di mezza età: giacca e cravatta, posato, costantemente insoddisfatto e convinto che la vita non abbia più nulla in serbo per lui.
Una sera, però, di ritorno a casa dal lavoro, scambia per una coincidenza la somiglianza tra l'orario per un appuntamento di lavoro (11:05) con il numero civico di una sedicente cartomante (115), che lo convince che la sua insoddisfazione sia dovuta al fatto di trovarsi nel posto sbagliato e che farebbe meglio a cambiare vita.
Edmond non se lo fa ripetere due volte: lascia la moglie, che comunque non amava più da tanto tempo, e parte per una grande città, in cerca di emozioni forti.

Stuart Gordon e William H.Macy in un film low budget scritto proprio a misura del talentuoso attore. Il risultato è un film che parte benissimo, sembra il cugino arrabbiato del film di Schumacher Giorno di ordinaria follia e come nella peggiore delle ipotesi diventa un viaggio all'inferno fuori dall'ordinario e con un terzo atto violentissimo e splatter.
Un viaggio tutto in una notte con grottesche situazioni che precipitano sempre nella più drammatica delle soluzioni. Edmund da sfogo ai suoi istinti repressi e al razzismo a lungo taciuto, concludendo il suo viaggio notturno nel letto di un carcere, accanto a un energumeno afroamericano che lo ha appena sodomizzato, dopo aver passato più della metà del film ad insultare le minoranze.
Una sorta di viaggio iniziatico verso l'ironica ed esorcizzante scoperta di un'omosessualità fino ad allora repressa perché temuta, e quindi – secondo Mamet, che ha scritto la piece teatrale da cui il film è tratto- desiderata e accettata.