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sabato 15 dicembre 2018

Possum


Titolo: Possum
Regia: Matthew Holness
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Philip è un problematico burattinaio per bambini che è costretto ad affrontare il suo malvagio patrigno e i segreti oscuri e surreali che lo hanno torturato per tutta la vita. Facendo i conti con il suo passato, dovrà affrontare anche Possum, l'orribile pupazzo che tiene in una custodia di pelle nera. Scoprirà suo malgrado che sfuggire alla volontà di Possum è difficile tanto quanto venire a patti con i propri demoni.

Sean Harris è uno dei quegli attori inglesi e caratteristi che riescono con la loro intensità a fare cose che molti altri attori non riescono a fare. Come ad esempio tenere sulle spalle un film intero. Trasmettere la paura, l'ansia, l'atmosfera. Il suo pari in America è il camaleontico Doug Jones. Entrambi sono due mostri e come tali spesso vengono chiamati proprio per i ruoli da antagonista o da freak.
Possum è magnifico, un horror psicologico enigmatico che in nemmeno novanta minuti racconta un dramma famigliare spesso, mostra un burattino che fa paura, durante il film non succede quasi niente (scordatevi omicidi o scene di violenza, scordatevi il sangue) e per tutta la durata sembra un incubo onirico e allucinato di Lynch e tante altre cose ancora che sono state create e pensate con l'unico scopo di togliervi il sonno.
Un film dove i dialoghi sono ridotti all'osso, c'è un attore e un co protagonista e basta.
Il resto è un racconto di evocazione che riesce ad impiegare esemplarmente i suoi mezzi.
Un altro esempio di come al budget si possono sostituire le idee, nemmeno così originali ma sapientemente dosate e messe in scena.

Calibre


Titolo: Calibre
Regia: Matt Palmer
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia narra le vicende di Vaughn, prossimo a divenire padre, che si dirige con l’amico Marcus verso un isolato villaggio tra le colline scozzesi per un fine settimana di caccia. Dopo una prima sera passata a bere pesantemente con gli abitanti del posto, i due si addentreranno nella vasta foresta ma, credendo di sparare a un cervo, Vaughn compie un gesto involontario. Decidendo di insabbiare il tragico incidente, finiranno lentamente risucchiati in un incubo senza fine fatto di scelte morali sempre più insopportabili e impossibili.

Calibre fa parte di quel genere di film che aveva uno dei suoi caposaldi post contemporanei nel bellissimo e inquietante KILL LIST, pietra miliare del sotto genere.
Un film che aveva di nuovo fatto emergere l'interesse per un certo tipo di paganesimo, i rituali, l'esoterismo e infine tanta, tanta violenza.
Dopo di lui hanno cominciato ad uscirne diversi, molti inglesi ma la maggior parte americani.
Alcuni di loro hanno saputo difendersi bene attaccandosi con forza al folklore locale o chiamando in cattedra leggende antiche che non devono essere dimenticate.
Palmer decide di girare un film tosto e duro, dove preferisce rimanere ancorato alla realtà parlando di persone e scelte, senza andare a chiamare in cattedra niente che non si possa trovare in un pub scozzese. Il tema dei bifolchi locali, qui con una piega diversa, riesce ad essere e rappresentare quello scontro contro due cittadini che in fondo, in particolare uno, sono solo alla ricerca di svago approfittando del fatto di essere dei perfetti sconosciuti e forestieri in terra straniera e dunque di poter approfittare della debolezza umana esercitata da un paio di donne che nemmeno a farlo apposta, come in una tragedia greca, sono alle basi dell'incidente scatenante.
Di nuovo un'indefinita e impalpabile minaccia colpisce lo sventurato turista che si avventura in una comunità liminale e isolata che arriva però alle orecchie dei due stranieri grazie ai preziosi consigli del boss locale interpretato da un Tony Curran sempre sul punto di esplodere.
Una festa locale, una battuta di caccia, l'errore che non si dovrebbe mai commettere.
Il grosso problema di Calibre è che non ha un vero colpo di scena e in fondo tutte le azioni prendono la strada che ci si aspetta. Certo rimane duro e impalcabile nella messa in scena e nelle prove attoriali funzionali e mai sopra le righe, ma se si è un fan del genere, abituati a cibarsi con queste storie e queste atmsofere, sinceramente a differenza di quasi tutta la critica che ha parlato di un quasi capolavoro, ho trovato in alcuni momenti il film anche decisamente fiacco.

domenica 9 dicembre 2018

Mowgli


Titolo: Mowgli
Regia: Andy Serkis
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Mowgli è un cucciolo d'uomo cresciuto da un branco di lupi nella giungla indiana. Il bimbo impara le dure regole della giungla grazie agli insegnamenti dell'orso Baloo e di una pantera di nome Bagheera. In questo modo si fa accettare da tutti, o quasi tutti. La tigre Shere Khan non lo ha mai visto di buon occhio. Ma non è l'unico pericolo che dovrà affrontare Mowgli: presto si troverà faccia a faccia con le sue origini umane.

Che Serkis volesse a tutti i costi girare l'ennesimo remake de Il libro della giungla sinceramente mi ha sorpreso. Il risultato mi ha convinto più di quanto mi aspettassi per un semplice motivo che secondo me sancisce la riuscita del film.
Sporcarlo. Rendere gli animali goffi e pieni di ferite con l'orso mezzo cieco e per certi versi sempre ubriaco e altri animali che non sembrano passarsela molto bene. Una vione più cupa e dark, meno fantastica ma più grezza come se la vita e le scelte portino davvero a scenari drastici. E infine renderli più animali di quanto non abbia mai fatto nessuno (Bagheera che esita prima di mangiarsi il cucciolo d'uomo) e non è poco.
Per il resto la storia non cambia ma rimane la stessa che al tempo che ci raccontò la Disney e che tutti in un modo o nell'altro conosciamo.
Kipling è il suo celebre racconto tornano per l'ennesima volta sfoggiando una natura e una foresta che seppur ricostruita in parte in c.g è forse la cosa più bella e riuscita del film unita ad un protagonista quanto mai perfetto nella parte e alcuni colpi di scena non così banali.
Il racconto sembra tessuto più per gli adulti che non per i bambini e alcune scene di combattimento riescono dove al tempo bisognava bloccarsi per trasformare tutto in petali di rosa.
L'unico eccesso ho trovato sia l'uso del capture motion, di cui ovviamente Serkis è tra i più bravi, che a lungo andare appesantisce la naturalezza degli animali trasformandoli in brutti effetti speciali.

mercoledì 5 dicembre 2018

End of fucking world


Titolo: End of fucking world
Regia: Jonathan Entwistle, Lucy Tcherniak
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Due ragazzi diciassettenni, James, che è abbastanza sicuro di essere uno psicopatico e Alyssa, che è una ragazza ribelle, lunatica e insoddisfatta della sua vita, decidono insieme di scappare, intraprendendo un viaggio sfortunato per sfuggire dagli schemi delle loro noiosissime vite

Al di là di Netflix o meno un buon cinefilo sarebbe comunque entrato in contatto con il mondo di Charles S.Forman. Il suo cinismo per alcuni aspetti mi ha ricordato alcuni personaggi dei romanzi di Palahniuk.
Deliziosamente fantastica. Ebbene sì la mini serie di otto episodi dalla durata di venti minuti (yeah) già mi sembrava un elemento meritevole di attenzione per quanto ormai sempre più le serie tendano a dilatarsi anche quando non c'è ne bisogno in modo ridondante ed eccessivo.
Quindi cercare di attenersi solo agli eventi macro e ad un montaggio che imbastisce quanto di più sintetico il regista voglia raccontare mi sembrava un ottimo punto di partenza.
Se ci mettiamo poi che come per MISFITS i talenti adolescenziali non mancano e il coprotagonista di GHOST STORIES ci da la prova di essere davvero un attore giovane e folle assieme alla fanciulla, decisamente una spalla in meno, entrambi sembrano fin dal primo episodio indossare quello sguardo o quelle lenti attraverso cui affrontare la realtà e il concetto di "normalità".
Ironia, cinismo, violenza, non sense, dialoghi parecchio sbottati e infine un bisogno di dire ciò che si prova e si pensa in qualsiasi momento senza aver paura delle conseguenze.
Bonnie and Clyde in salsa post-contemporanea. Un duo che rischia di mettere a ferro e fuoco qualsiasi adulto volenteroso di ricoprire un ruolo paterno o materno mancato...
Perchè il processo di riconoscimento in questi due protagonisti avviene in maniera così subitanea? Ma è molto semplice perchè mantenendo un setting molto realistico i due protagonisti, così strambi altro non fanno che rappresentare i nostri istinti primordiali quando vorremmo farla pagare ai nostri vicini o a qualsiasi scimmia per i più futili motivi.
Loro sembrano farlo per davvero per poi scappare e cercare di nascondere il misfatto.
La fine dell'adolescenza diventa quel deserto fatto di un percorso alternativo di scelte non sempre volute e legate all'impulsività soprattutto di James che più di Alyssa non sa stare nel suo ruolo di adolescente, quando lei invece ha quella paura che lui riesce diametralmente a demolire prima che la faccia entrare in crisi.
Un manifesto che potrà far non piacere ad un pubblico benpensante che vuole prodotti che siano gli stessi figli ad inneggiare a manifesto scegliendo loro i personaggi, come devono essere e quando fargli morire, in base ai loro pessimi canoni estetici. Qui invece abbiamo due fragilità che si sposano a pennello con una società sempre più alienante, competitiva e spoglia di qualsiasi valore.

A prayer before dawn


Titolo: A prayer before dawn
Regia: Jean Stephane Sauvaire
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Billy Moore è un giovane boxer inglese che combatte incontri clandestini in Thailandia. Non sappiamo perché si trovi lì, né perché si sia dato alla boxe, ma lo vediamo combattere, bere e fumare crack in un crescendo autolesionista e trasgressivo che culmina inevitabilmente in un arresto da parte della polizia locale. Ed è il suo ingresso all'inferno: nel carcere la violenza si consuma nella totale indifferenza delle guardie, e brutalità di ogni tipo stabiliscono il sistema gerarchico alla cui sommità si trovano belve umane tatuate dalla testa ai piedi che torturano i loro sottoposti in tutti i modi possibili.

A prayer before dawn è un prison movie robusto e anti convenzionale che ci porta in lande sconosciute e ci abbandona come un sacco di rifiuti in mezzo a scorie radioattive.
A differenza di molti altri film, il regista è interessato a monitorare in modo piuttosto dilatato e quasi senza azione, il micro cosmo, la sub cultura che si è impossessata delle carceri thailandesi con tutte le loro regole e i codici criminali.
Una prova che non si basa sulle solite azioni o sul revenge movie o su rivolte (i temi spesso più abusati nel sotto genere) ma mostra la dipendenza e le regole all'interno delle mura carcerarie. L'annichilimento di uomini che per riuscire ad ottenere la dose diventano oggetti di altri uomini (la scena dove uno di loro viene sodomizzato da tre boss è raccapricciante).
In tutto questo panorama dove la salvezza, l'onestà e qualsiasi valore sembra ormai aver abbandonato chiunque, Billy cerca di sopravvivere a suo modo confrontandosi con l'altro culturale e cercando fino alla fine di mantenere alta la dignità, data la sua diversità che lo pone come l'unico fantasma bianco in mezzo alla massa.
Una preghiera prima dell'alba è tratto dall'autobiografia omonima di William "Billy" Moore che ha dato minuziosa contezza della sua odissea carceraria

sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

giovedì 18 ottobre 2018

Ghost Stories


Titolo: Ghost Stories
Regia: Andy Nyman
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un docente di psicologia che non crede ai fenomeni soprannaturali. L'arrivo di una misteriosa lettera lo porterà a imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di ciò che non può essere spiegato razionalmente.

"La mente vede ciò che vuol vedere"
Ghost Stories è un bel film sui fantasmi. Forse il più bello degli ultimi anni.
Un ghost movie accattivante, girato molto bene con una messa in scena evocativa e misteriosa, un cast perfetto e una sceneggiatura che seppure con qualche strafalcione nel finale (alla fine si è scelta la modalità "Polanski") riesce nelle sue tre storie ha creare tante belle scene, un mood claustrofobico in alcuni casi, strizzando l'occhio alle leggende, ai bambini scomparsi ma anche alle creature che infestano i boschi e quanto anche un interno di una casa può creare un sistema di jump scared infinito.
Ghost Stories per quanto la storia lo preveda non è propriamente un film a episodi.
Ne ha bisogno per creare la storia e il filo conduttore, con un finale che come appunto dicevo da un lato sembra negare tutto in funzione o meglio in virtù di una verità o una lezione che viene sfruttata forse troppe volte nel cinema.
Dal canto suo avrei preferito un finale diverso dove soprattutto nei colpi di scena che arrivano uno dopo l'altro, l'interesse dei due registi, comprendesse la scoperta di altri misteri.
Ciò detto il film è compatto, solido, con delle musiche che senza mai distrarre consentono di entarre ancora di più nel cuore del brivido.
Di fantasmi come il cinema di solito ci mostra, il film prende le dovute distanze rivelandosi fin da subito ottimo nella costruzione dell'ansia e nel creare quella sensazione di orrore senza far troppo ricorso alla c.g
Come per molti altri film, la sfida dei due registi vince quasi subito, appena notiamo con quanta cura il duo ci tenga a confezionare al meglio la storia.
E poi parla di cacciatori di storie. Un investigatore che deve fare delle immagini per confermare se le testimonianze rese da quei tre personaggi sono vere.
Scoprirà ovviamente qualcosa che non avrebbe mai immaginato, ma di più non si può dire altrimenti si rischia di spoilerarlo, e questo è un film che fa dell'atmosfera la sua chiave magica.



giovedì 13 settembre 2018

Bunny and the bull


Titolo: Bunny and the bull
Regia: Paul King
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Stephen Turnbull non esce dal proprio appartamento da mesi e vive all'interno di una routine protettiva ma asfissiante. Sconvolto costretto a cambiare il ritmo della sua vita vagando all'interno della propria mente per cercare le ragioni della propria alienazione. Ripercorre così, nel suo labrintico archivio mentale, il folle viaggio in Europa fatto con Bunny, il suo amico più caro interamente dipendente da sesso, alcol e gioco d'azzardo.

Bunny and the bull è sicuramente l'opera migliore di King contando le sue ultime commedie commerciali e poco ispirate. Qui invece il regista che ha scritto anche la sceneggiatura sembra essersi preso una pausa per far viaggiare i suoi trip mentali dandogli un nome, una storia e un ritmo.
Il risultato è notevole ma senza dover per forza fare paragoni con Gondry, più di tutti, e qualcosina di Gilliam o addirittura per le scene iniziali WILLARD IL PARANOICO.
Da un'unica location, la casa di lui da cui non può/vuole uscire, fino alle intuizioni legate al sogno e agli ospiti che entrano in casa sua senza voler più uscire fino alle continue cerniere che aprono porte e varchi da casa sua per immergersi in altri luoghi inesplorati dove lo stesso Stephen sembra riuscire ad adattarsi sono solo alcuni degli aspetti più onirici e divertenti del film.
Un film per certi versi riesce ad essere anche intimista, con un menage a trois, una bella storia d'amore, un protagonista nerd e forse un po sfigato che riesce nonostante tutto a raggiungere il suo obbiettivo e Bunny, il suo amico, che rappresenta l'eccesso in tutto e per tutto che con la sua mania di diventare torero andrà incontro ad un fatalismo annunciato.
Una commedia fresca, leggera ma profonda, che come sempre prevede l'inserimento di una donna come simbolo del cambiamento e dell'uscita da quella caverna dove Stephen sembrava essersi incatenato da solo per paura di far visita al mondo.

giovedì 30 agosto 2018

Streets of Crocodile


Titolo: Streets of Crocodile
Regia: Quay brothers
Anno: 1986
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Un uomo si rinchiude in una grande sala di lettura, appartandosi con una misteriosa scatola. Taglia il nastro che la chiude, liberando il pupazzo conservato al suo interno: silenziosamente, il pupazzo inizia ad esplorare le stanze buie confinanti con la grande sala.

I maestri della stop motion aggiungono questa coppia di fratelli dal talento più che mai consolidato.
Una galleria d'immagini perfette, in cui i fratelli danno vita ad un mondo di sfumature, aspetti grotteschi, un'atmosfera a tratti claustrofobica quasi kafkiana con poche luci e suggestivi colori.
Un film che sa di oscuro, un viaggio dentro se stessi in cui l'uomo sembra quasi sul punto di essere stravolto da un'alterazione psicofisica
Tratto da uno dei capolavori della letteratura polacca, Le botteghe color cannella di Bruno Schulz, i fratelli Quay si appoggiano a uno dei capitoli centrali del libro in questione, in cui viene descritta una singolare quanto misteriosa strada della vecchia Drohobycz, chiamata la Via dei Coccodrilli, piena di vecchie botteghe ricolme di meraviglie di ogni genere e di singolari sartorie nel cui retrobottega avvengono strani, nonché ambigui, traffici.
Non saprei cos'altro aggiungere contando che in soli 20 minuti ci sono così tanti dettagli e suggestioni che vederlo e rivederlo più volte non fa altro che unire come dei puntini in una geometria perfetta di immagini dove gli artisti catapultano pubblico e protagonista.




domenica 24 giugno 2018

Terraform


Titolo: Terraform
Regia: Sil Van Der Woerd e Jorik Dozy
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

Le difficoltà e i sacrifici che i minatori di zolfo di KawahIjen in Indonesia devono affrontare quotidianamente per provvedere alle loro famiglie.

Pur essendo per lo più un lavoro di fotografia che sembra uscito da IL SALE DELLA TERRA fotografato da Mallick, il lavoro della coppia di registi inglesi, grazie ad un budget stratoferico, hanno davvero fotografato qualcosa di unico.
Il sacrificio di un padre che pur di far sopravvivere la famiglia, rischia ogni giorno la sua vita in un ambiente che ha dell'incredibile.
Cosa davvero lascia basiti? Che nonostante si sappia, nonostante sia stata denunciata tale schiavitù ( e parlo soprattutto per le condizioni di lavoro) questa realtà continui ad esistere.



domenica 22 aprile 2018

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



domenica 25 marzo 2018

Mute


Titolo: Mute
Regia: Duncan Jones
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel 2046, in una Berlino carica di immigrati e dove si incontrano e si scontrano Oriente e Occidente, come in una sorta di fantascientifica Casablanca, Leo Beiler è un barista muto disperatamente alla ricerca della sua amata. La donna è scomparsa e la ricerca nei bassifondi della città porta Leo in contatto con una coppia di chirurghi americani, che sembrano in qualche modo collegati al caso e di cui lui non sa se può fidarsi o meno.

Mute è un film che è stato distrutto praticamente da tutti critica e pubblico.
Invece ho trovato tantissimo pathos in questo film, un concentrato di sentimenti, senza essere melenso e banale, che soprattutto lascia un finale amaro e profondo (anche se non originale ma non è questo il punto). Il film certo non è scritto benissimo e alle volte scivola in malo modo o si dimentica nel tracciato pedine e indizi importanti.
Mute è un film d'amore molto drammatico e con alcune trovate e una messa in scena calibrata, funzionale e suggestiva. A farla da padrone nel film sono alcune caratterizzazioni e la messa in scena, tutta, dalla fotografia viola e blu, ai costumi e allo stile scenografico e stilistico.
Paul Rudd è forse la cosa che rimarrà più impressa del film. Un personaggio border che riesce a dare una svolta interessante al film diventando il vero protagonista nel senso che subisce il cambiamento più forte pur rimandendo un villain.
Jones è un regista strano e dinamico che passa da un estremo all'altro amando e prediligendo comunque la fantascienza. Questo noir sporco e difettoso è come un sistema che regala forti emozioni ma va velocemente in corto circuito.
Il regista infine cita e forse omaggia suo padre, richiamando direttamente in causa il difficile tema del rapporto padre-figlio e dedicando l’intera opera a Maron, la donna che lo ha cresciuto come un figlio pur non essendone la madre biologica.

Party


Titolo: Party
Regia: Sally Potter
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un appartamento, sette persone e mille segreti con altrettante bugie: il tutto nell'arco di una serata. È quanto accade a casa di Janet e Bill, pronti a ricevere gli amici più stretti per un party celebrativo: la donna è stata nominata ministro-ombra della salute per i laburisti. Mentre la moglie sembra pregustare la vittoria maneggiando tra i fornelli, il marito appare preoccupato e distratto. È sufficiente una sua confessione a scatenare fra gli ospiti un dirompente effetto domino.

The party è quel film che sembra subito divertente, british come non mai e con una durata striminzita e la sobrietànonchè la scelta del b/n. Potrebbe sembrare una tragicommedia scritta da un Pinter che vuole destreggiarsi con qualcosa che a tratti è grottesco, a tratti malinconico, a tratti invece ricorda il malessere esistenziale.
Ora dopo tutte queste considerazioni arriva il conto amaro del l'ultimo film della Potter.
The Party non decolla mai se non nel trailer e in tutto il suo cocktail sulle ipocrisie e falsità della classe medio-alta, ma oltre le sue fisse e la girandola di bugie, non c'è mai un vero e proprio colpo di scena.
Anche il climax finale appare per certi versi annebbiato da una serie di intenti che esauriscono presto, troppo presto, la loro aria da dramma da camera.
L'ultima opera della Potter avrebbe funzionato meglio a teatro senza dover fare i conti con quello che sembra essere un puro esercizio di stile naif e annoiato.

martedì 20 marzo 2018

Seven sisters


Titolo: Seven sisters
Regia: Tommy Wirkola
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un futuro tetro, la sovrappopolazione obbliga il governo a misure estreme. Il piano di Nicolette Cayman prevede di obbligare le famiglie ad avere un solo figlio: fratelli e sorelle saranno ibernati in attesa di tempi migliori. Ma Terrence riesce ad aggirare i controlli del Child Allocation Bureau, facendo assumere alle sue sette nipotine gemelle la medesima identità. Ognuna si chiamerà come un giorno della settimana e in quello stesso giorno potrà uscire di casa. Per il mondo le sette sorelle corrispondono a un'unica persona: Karen Settman.

Seven sisters è un altro di quei film pasticciati ma piacevoli che parla di un problema che sta facendo discutere da anni ovvero la sovrappopolazione. Le stesse regole vigenti in Cina vengono usate dal resto del mondo, dove una multinazionale controlla le nascite e mette in ibernazione tutti i bimbi o le bimbe che nascono dopo il primo figlio.
Ovviamente c'è chi si ribella.
C'era un film cinese che parlava di come una coppia cerchi di eludere i controlli in Cina tenendo nascosto in casa il figlio o la figlia in più. Purtroppo non ricordo il nome ma il concetto era simile, non distopico e faceva luce su un reale problema.
C'è da dire per difendere il regista che gli intenti del film sono cambiati, così come la sceneggiatura e la regia. Progetti di questo tipo che devono per forza vedere la luce entro time line senza i tempi giusti e la riflessione che alcune scelte impongono significa rischiare di essere derivativi oppure di portare a casa quello che si può come in questo caso un finale troppo telefonato e rpevedibile.
Seven sisters è un pò così. L'attrice cerca di fare il possibile per dare carattere ed enfasi alle 7 personalità, la detective story su dove finiscono le altre sorelle inciampa alle volte ma riesce ad essere interessante.
Un film zoppicante, con alcuni spunti interessanti, una nota dolente che non vuole strizzare l'occhio all'happy ending (le gemelle muoiono...) e la solita critica alle multinazionali corrotte che nascondono le vere ambizioni.


mercoledì 7 marzo 2018

Lady Macbeth


Titolo: Lady Macbeth
Regia: William Oldroyd
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d'amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

Lady Macbeth è un esordio squisitamente malvagio di uno stimato regista teatrale.
Lady Macbeth poi è uno dei personaggi femminili più completi e meglio delineati della drammaturgia shakespeariana.
Un dramma in costume potente in cui il bisogno principale non era certo quello di fare un film accomodante ma anzi rendere la natura umana il più controversa possibile alterando scenari che di fatto propongono al di là della sobria campagna inglese, quasi sempre la stessa location ovvero un maniero ottocentesco affascinante in cui la servitù viene addirittura appesa nuda ad un cappio come i maiali da parte degli stessi contadini poveri che non sanno come passare le giornate.
Crudo, minimalista, geometrico e astuto nonchè di un fascino e di una rara capacità di spostare e usare pochissimo la camera da presa grazie ad inquadrature perfette e quasi tutte ferme come a ribadirne tempi, dilatazioni e misure.
Un debutto impressionnate per un film crudele che mostra ancora una volta le differenze tra le classi sociali, la nascita dell'arroganza della dark lady ingenua che diventa perversa e di come la borghesia
non diventa solo il pretesto per il conflitto ma la rappresentazione di una battaglia tra i sessi che pone la mente algida e calcolatrice della protagonista la vera arma terribile capace di usare come pedine chiunque le capiti a tiro a partire dal sesso che quando viene finalmente sdoganato (contadino=vittima sacrificale che in quanto persona umile deve essere sacrificata e diventare il vero capro espiatorio) non diventa più un taboo ma una calamita, una droga inarrestabile che ha il solo compito per Katherine di riempire un vuoto profondo.


martedì 27 febbraio 2018

Ritual


Titolo: Ritual
Regia: David Bruckner
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

The Ritual parla delle vicende di Phil, Dom, Hutch e Luke, un gruppo di amici che decidono di fare un viaggio in Svezia per onorare la morte di Rob, amico del gruppo rimasto ucciso durante una rapina sei mesi prima e con il quale stavano organizzando questa vacanza. Il viaggio, per quanto faticoso, procede bene finché Dom non si fa male al ginocchio e, per cercare di tornare al rifugio di montagna più vicino, optano per prendere una scorciatoia che farebbe risparmiare al gruppo parecchio tempo. Una scelta che ovviamente catapulterà il gruppo in un vortice di orrore, mettendo alla prova tanto il loro istinto di sopravvivenza quanto l’amicizia che li lega.

Ritual fa parte di quelle orbite nell'universo Netflix che dopo una prima occhiata non capisci se ti è piaciuto, cosa Netflix abbia visto nel film e perchè potesse piacere al suo pubblico e infine che cosa vuole realmente essere il lavoro di Bruckner.
Di certo non è un brutto film ma nemmeno comparabile con alcuni horror robusti e strazianti che abbiamo visto ultimamente.
Un film che sembra più un horror psicologico dove il montaggio riesce a ritagliarsi anche alcuni momenti ben riusciti come lo stacco sul supermercato in mezzo al bosco (un bel flash) e un intrattenimento che di certo non manca soprattutto quando vediamo alcuni segnali che potrebbero far pensare a rituali magici, sette o altri meccanismi ben oliati dalla cinematografia.
Qui invece arriva un mostro enorme che spalanca le braccia in segno di preghiera verso la grande madre.
La scena pù bella rimane quella nel bosco (tra l'altro tutte le scene sono girate in Transilvania) dove ad un tratto il protagonista osserva in mezzo agli alberi e fa la scioccante scoperta, mentre a mio avviso il finale andava lasciato aperto mentre questa sorta di revenge che poi proprio così non è lascia quell'amaro in bocca come ad aver scelto la strada più semplice e funzionale soprattutto in termini di happy ending.


martedì 20 febbraio 2018

Tana del serpente bianco


Titolo: Tana del serpente bianco
Regia: Ken Russel
Anno: 1988
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un enorme verme simile a un disgustoso serpente si nutre di vergini da circa mille anni. Lady Sylvia non gli fa mancare nulla. Un giovane pauroso dovrebbe trovare il coraggio di un suo avo che era un cacciatore di draghi.

Diciamolo subito The Lair of the White Worm ha numerosi parti trash.
Un aspetto del genere da il padre de I DIAVOLI nessuno osava aspettarselo anche se altri suoi film minori rischiano spesso di sconfinarci come GOTHIC o parte della sua ultima filmografia.
C'è tanto materiale in questo film. Stoker da cui è ripreso il racconto, diversi personaggi che servono come carne da macello, la milf che abbindola nuove vittime per renderli schiavi con i denti da vampiro e infine le allucinazioni che sono parte della politica d'autore del regista ritornando de facto in moltissimi suoi film e soprattutto tra i più famosi se poensiamo ad esempio ad ALLUCINAZIONE PERVERSA.
Qui il regista sembra andare oltre con la critica rispetto alla Cristianità che ha depredato il Paganesimo. Tutte le paranoie orgiastiche di Eve diventano quella trasfigurazione della realtà e del passato distorto tutto a causa di una sostanza viscosa che fuoriesce dalle ghiandole salivari dell'antagonista portando al delirio dei sensi con immagini che riportano la protagonista innanzi a Cristo in persona, crocifisso in un paesaggio lisergico alla David Lachapelle, tutto colori sgargianti e tonalità kitsch.
Il Cristo martoriato è subito avvolto dall’edenico serpente che se lo pappa in un boccone, mentre centurioni romani frustano delle povere suore accorse a pregare, le denudano e le violentano in gruppo. Su tutto imperversa la bella strega che si lecca soddisfatta un colossale godemiché (lo stesso con cui s’assicura dell’effettiva verginità della Oxenberg) e che nella scena finale non mancherà di attaccarselo al corpo come un fallo, in quel finale ripeto che è stato preso alla lettera da Gordon nel suo DAGON (finora uno degli omaggi più sentiti a Lovecraft) con il rituale finale e la bestia che emerge dal fondale marino.

mercoledì 31 gennaio 2018

Black Mirror


Titolo: Black Mirror
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Serie: 4
Episodi: 6
Giudizio: 3/5

Spesso le serie televisive quando durano troppo rischiano di diventare meno accattivanti.
Black Mirror, serie ditopica per chi non lo sapesse, riesce nonostante alcuni alti e bassi (in realtà molto più bassi che alti rispetto alle precedenti stagioni) a chiudere portando a casa secondo me almeno due episodi che lasciano il segno.
La serie che anticipa storie di fantascienza, ma di una realtà possibile e molto più vicina di quanto possiamo immaginare, continua se non altro ad avere tanti stimoli nuovi e conturbanti per quanto concerne l'universo tecnologico e alcuni strumenti che stanno arrivando e altri che sembrano usciti dalla fantascienza quando in realtà non sono poi così distanti.
A guardarla Black Mirror può apparire assurda ma alimenta e crea un pessimismo cosmico in cui la solitudine, i rapporti fluidi, l'alienazione e infine il cercare di diventare sempre più simili agli accessori che possediamo si sta rivelando niente affatto distopico.
Alcuni episodi fanno male e tanto.
Il perchè è semplice. Psicologicamente e umanamanete ci stanno facendo dimenticare i legami sociali che sono alla base della sopravvivenza, senza di essi l'essere umano muore e scompare.
E' così Pleamons il capitano che controlla e decide "virtualmente "sulla vita e le sorti del suo equipaggio, la madre di Arkangel che tiene sotto controllo la figlia con una tecnica digitale rivoluzionaria per arrivare poi a Crocodile, l'episodio più crudo ma non il più bello girato da un signor regista come John Hillcoat sembrano tutti comunicarci come i rischi non siano poi così distanti.
Per qualche strano motivo l'episodio che ho amato di più è certo uno dei più distopici ma allo stesso tempo il più romantico con un happy ending (che sembra uno scherzo in una serie come questa).
Hang the Dj è alle alle prese con una rivoluzionaria dating app dalle regole molto rigide, che sceglie lei il partner e il tempo da dedicare a quest'ultimo/a. Un episodio ironico e romantico con una riflessione importante su cosa voglia dire mettersi alla ricerca dell'anima gemella oggi.


Foreigner


Titolo: Foreigner
Regia: Martin Campbell
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

L'umile proprietario di un ristorante a Chinatown a Londra, è costretto a spingere agli estremi i suoi limiti fisici e morali per rintracciare un gruppo di malviventi irlandesi, dei terroristi responsabili della morte della sua amata figlia dopo il fallimento del sistema giudiziario.

Foreigner è il classico revenge movie dove a Chan muore la figlia e vuole a tutti i costi giustizia. Ciò che cambia in questo film rispetto alla miriade di cloni e quello di puntare sul cittadino straniero "umile" che cerca di risolvere il complotto occidentale.
Con venature da spy movie e quant'altro, il film mescola attentati e una specie di Bond cinese vista la scelta anche di far dirigere il film a Martin Campbell che ha diretto due capitoli proprio della saga di 007.
Alla fine la storia è sempre la stessa. Un uomo umile che non farebbe mai male a nessuno, appena gli viene attaccata la famiglia si scopre essere il giustiziere più forte del mondo che conosce, guardaa caso, tutte le tecniche militari, etc.
Se le scene d'azione sono intererssanti e quasi tutte a mani nude e Chan continua ad essere una garanzia sia nei movimenti che nella maschera drammatica che indossa per tutto il film, Brosnan dalla sua cerca di sfruttare al meglio un personaggio fatto su misura per lui.
Alcuni elementi politici non sono ben chiari e Campbell come dicevo ha sempre girato giocattolini e si perde tanto nella messa in scena stucchevole e particolarmente legata ad una certa estetica.
Visivamente il film non fa una pecca, c'è da dire che si poteva investire di più sul plot contando che non ha mai un vero colpo di scena e tutto è abbastanza telefonato fino al finale.
Foreigner è uno dei quei film che guardi e dimentichi molto presto ancora di più di 007.

venerdì 5 gennaio 2018

Killing of a sacred Deer

Titolo: Killing of a sacred Deer
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Steven è un cardiologo: ha una bellissima moglie, Anna, e due figli, Kim e Bob. All'insaputa di costoro, tuttavia, si incontra frequentemente con un ragazzo di nome Martin, come se tra i due ci fosse un legame, di natura ignota a chiunque altro. Quando Bob comincia a presentare degli strani sintomi psicosomatici, la verità su Steven e Martin sale a galla.

Lanthimos è un regista che ha un dono come Dumont e Haneke: disturbare facendolo molto bene.
Il suo ultimo film ne è la prova ultima che pone tra l'altro l'autore a livelli molto alti per quanto concerne la sceneggiatura tirando in ballo la tragedia greca, tanta psicologia e ogni frame che sembra appunto nascondere un'insidia psicologica.
Espiazione e vendetta sono questi i due temi della vicenda. Una storia che vive di non detti che lascia per tutto il film quella sensazione costante che qualcosa di terribile stia per accadere e la regia minimale con inquadrature fisse e molto gemometriche nello studio degli spazi e delle location utilizzate (in particolar modo la villa) aiuta ancora di più a rendere palese questo dramma e tutti i suoi risvolti.
Con un finale aperto e un cast ben misurato (Farrell e la Kidman vuol dire andare sul sicuro dopo la buona prova in INGANNO della Coppola a cui aiuta un'inquietante Barry Keoghan giovane e già visto in diverse pellicole) il thriller psicologico e home-invasion presentato in concorso al festival di Cannes 2017, vincitore ex-aequo del premio alla sceneggiatura, del regista della new-wave greca fa un altro passo in avanti regalando un'opera per certi versi indimenticabile soprattutto contando gli orrori che la famiglia vedrà a spese dei propri figli e un finale che sembra un urlo disperato di un padre che ha perso tutto e non sa più cosa fare. Il dubbio o ilmistero più grosso il regista fa attenzione a non svelarlo (ottimo dunque il finale aperto) facendosi strada tra paradossi, fatti inspiegabili e quintalate di sadismo che soprattutto dal secondo atto in avanti esplodono dopo la rivelazione e allora scopriamo le carte, la borghesia finalmente mostra il suo vero volto.