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mercoledì 1 luglio 2020

Erik il vichingo


Titolo: Erik il vichingo
Regia: Terry Jones
Anno: 1989
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Il vichingo Erik organizza una spedizione verso il Valhalla, l'Olimpo degli dei finnici, per chiedere alle divinità di porre fine all'età di Ragnarok, dissipare l'oscurità e consentire al suo popolo di vedere nuovamente la luce del sole.

Indubbiamente i Monty Pyton hanno saputo fare di meglio nella loro limitata ma importante filmografia. Erik nasceva dal bisogno di confrontarsi con un universo completamente diverso, una mitologia e una simbologia che non appartenendo agli inglesi ha sempre saputo creare un certo interesse, parlando di Ragnarok, Inrama, Vichinghi, mostri, combattimenti, divinità e tutto il resto.
Jones ha perlomeno saputo scimmiottare bene parte della materia nordica inserendo sicuramente alcuni elementi e spunti interessanti (le divinità bambine) oracoli che sembrano creature mostruose, una comunità hippie che sembrano i diretti discendenti di Atlantide. Il tutto cercando di unire seriosità almeno nelle scene di combattimento (la morte di Thorfinn) riflessione (la morte iniziale di Helga e il dramma morale del protagonista) e ironia e parodia, gestendo come poteva ma non senza lesinare, effetti che sconfinano nel trash per quanto concerne la variopinta galleria di effetti speciali.
Un filmetto simpatico, leggero, che riesce nonostante i suoi enormi limiti a sforzarsi quantomeno di raccontare una storia sulla cultura norrena con rimandi mitologicamente validi, una recitazione spesso esagitata ma con alcune caratterizzazioni interessanti e un ritmo incessante.

Lesbian vampire killers


Titolo: Lesbian vampire killers
Regia: Phil Claydon
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Mentre tutte le donne della ridente cittadina di campagna Welsh vengono morse e rese schiave da un manipolo di vampire lesbiche risvegliate grazie ad un'antica maledizione, la popolazione maschile congiunge le proprie speranza in una coppia di due giovani smidollati, inviati come sacrificio nella brughiera.

Gli inglesi e le parodie di solito vanno sempre a braccetto. Lesbian vampire killers dal titolo molto accattivante cerca di infilare in un cocktail di sangue svariati ingredienti vampiri, lesbismo, satira, ultra gnocche, paesino sconosciuto e pieno di bifolchi e giovani protagonisti ingrifati che fuggono dalla realtà scegliendo il paesino in questione dove troveranno di tutto in pub affollati da redneck e cacciatori di vampiri con figlie vergini.
Il film in sè ha un buon ritmo, non si avvale di una storia corposa dove a metà del secondo atto diventa un film d'azione/horror tra combattimenti, preti che inseguono leggende millenarie e streghe che cercano di tornare in vita grazie alle loro adepte per conquistare il mondo.
Insomma un bel troiaio che però riesce a divertire e intrattenere senza nulla di originale ma dosando con astuzia un budget di certo non oneroso e l'idea di non prendersi mai davvero sul serio.



Beowulf


Titolo: Beowulf
Regia: Graham Baker
Anno: 1998
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La Bestia uccide chiunque trovi. Il difensore della Rocca è in difficoltà fino a quando non giunge il misterioso Beowulf (figlio di un'umana e del Dio delle tenebre e della menzogna) che decide di affrontare l'entita' che sta' uccidendo tutti gli abitanti della zona

Duole vedere trattato così male un personaggio epico così interessante che si muoveva in un'ambientazione composta da creature sovrannaturali e scontri tra titani.
Il film di Baker è una porcheria cosmica, dove l'azione è lenta, i combattimenti ridicoli, la performance di Lambert imbarazzante, il mostro fatto con una c.g disturbante (nel senso che si vede male per tutta la sua durata) e pacchiana e per finire i personaggi didascalici e senza nessun guizzo d'originalità a parte la femme fatale Rhona Mitra che riesce col suo fascino a rendere meno insopportabile la visione del film. Un tentativo davvero sprecato, anche l'idea dell'ambientazione post-atomica con armi rivoluzionarie e la scelta di girare tutto il film all'interno del castello potevano davvero trovare una scrittura in grado di valorizzarne gli aspetti. Invece finisce tutto in maniera telefonata con il climax finale scontato e il solito happy ending.

lunedì 4 maggio 2020

Slaughterhouse rulez


Titolo: Slaughterhouse rulez
Regia: Crispian Mills
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un illustre collegio inglese diventa un sanguinoso campo di battaglia quando una misteriosa buca appare in una zona vicina, scatenando orrori indicibili.

Ogni tanto la classe british torna a brillare e il film di Mills sembra aver avuto la benedizione da Wright portando tanto del suo spirito. Sembra una parodia, un omaggio semplice ed efficace a tanti sotto generi e ingredienti horror dosati con quella satira e ironia che contraddistingue l'equipe di Pegg, Frost e company.
Il mood di farsa e splatter, slasher e grottesco, azione e digressioni sulla crescita personale, l'iniziazione, la confraternità, segresti nascosti e riflessioni sull'eco vengeance più che funzionali.
Il film mischia così tanti target, vede protagonisti adulti, adolescenti, bambini, ognuno caratterizzato splendidamente, con un mix efficace di protagonismo infantile e pronto a dare il suo valido contributo al momento giusto.
Sembra Harry Potter sotto lsd.
Il film di Mills crea una sua geografia ben precisa con il collegio, il bosco con gli esperimenti e i militari e il campeggio degli sballoni e naturalmente sotto terra le creature che aspettano solo di uccidere tutto e tutti partendo dall'orgia Baccanale dei più anziani della confraternità.
Lo humor inglese ancora una volta riesce a spezzare la galleria di efferatezze e sangue facendo diventare tutto un gioco molto equilibrato e divertente con le dovute riflessioni e metafore, creando un intreccio convincente e non stonando mai se non in alcune parti del montaggio.
Un film con un ritmo bestiale capace di passare da una storia all'altra con una facilità impressionante.

Lodge


Titolo: Lodge
Regia: Severin Fiala, Veronika Franz
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Richard, dopo il suicidio della moglie, decide di trascorrere le vacanze di Natale nel suo chalet di montagna con i due bambini e la nuova giovanissima compagna.

Goodnight Mommy era un esperimento interessante in cui le analogie con questo film sono davvero molte. Lodge però riesce a fare molto di più, dando risalto e spessore ad un'atmosfera soprattutto nella casa in montagna inquietante al posto giusto. Ci sono anche qui due ragazzini che devono vedersela con le reazioni di un adulta come nel precedente film. Qui però c'è la figura molto importante del padre e a fare da sfondo, soprattutto nel primo atto, una setta che ha devastato la psiche di Grace lasciandola come unica sopravvissuta dal momento che il guru era proprio suo padre.
Insomma gli ingredienti sono quelli di una fiaba post contemporanea dark con una dimensione di home invasion che è forse la parte migliore contando la connotazione psicologica alla base, le suggestioni, le allucinazioni e gli psico farmaci.
Con un incidente scatenante di forte impatto, il viaggio nel delirio a cui si apprestano a entrare i giovani componenti della famiglia, non si fa certo mancare nulla neppure le fantasie di un adolescente per una donna particolarmente seducente (guardandola nuda sotto la doccia).
Purtroppo alcune incongruenze finali lasciano qualche strafalcione nella scrittura che appariva minuziosa almeno prima del climax, lasciando alcuni dubbi sugli elementi che lo spettatore metteva in ordine per una degna risoluzione nell'atto finale.
Senza esagerare con eccessi di violenza, la qualità migliore del film è legata proprio alle mosse dei personaggi, al fatto di far entrare questa strana e inquietante presenza che comincia a far sparire elementi dalla casa lasciando enigmi e paure.

sabato 14 marzo 2020

Bad day for the cut


Titolo: Bad day for the cut
Regia: Brendan Mullin
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Donal, un contadino di mezza età, vive una vita semplice a casa con la madre. Quando questa viene uccisa, Donal va a Belfast in cerca di risposte e di vendetta, ma trova un mondo violento e un segreto sulla sua famiglia

I revenge-movie si sa sembrano aver detto tutto soprattutto quando gli si analizza in chiave action. Quando invece il dramma, i colpi di scena, i segreti famigliari, vengono esplosi in tutta la loro virulenza possiamo aspettarci storie che se non del tutto originali, riescono ad essere maledettamente interessanti.
Il film di Mullin ci porta a Belfast mostrandocela come un luogo a prima occhiata tranquillo dove ormai l’Ira a lasciato perdere non esistendo più se non in una sub-cultura criminale di poco conto, ma traffici di esseri umani vengono portati alla luce senza nemmeno il bisogno di nasconderli più di tanto.
Il concetto è la vendetta spietata di un contadino che abbraccia un fucile, cambia il colore del suo camper e si lancia in una spirale di violenza senza battere ciglio come se aspettasse solo quel momento per uscire da una quotidianità fatta di dialoghi con la mamma e bevute al pub parlando con la barista.
Donal impersonifica il buon uomo con pancetta e barba e una certa età chiamato a sacrificarsi per un dovere che non può lasciare incompiuto. Un apologo morale che nell’ultimo atto diventa cupissimo e tristissimo per le scelte che protagonisti e antagonisti dovranno sostenere. Il colpo di scena è intuibile già nel secondo atto, ma lo sforzo degli attori rende tutto l’impianto più credibile e sincero con un’empatia che tocca tutti i personaggi anche la cattivissima Frankie Pierce, la vera sorpresa del film abile nel far capire alla figlia quanto è importante finire i compiti e comportarsi bene in uno strano paradiso artificiale per poi spaccare teste e giustiziare come se fosse l’angelo della morte scesa in terra.
Condito con un black humor accattivante, prendendosi sul serio ma mai troppo, cedendo ad alcune buche nella sceneggiatura ma riprendendosi sempre in fretta, il film di Mullin è british fino alla radice. Un impianto dove fondamentalmente Donal senza rendersene conto apre porte sempre più pericolose, si trova a dover fare coppia con personaggi umili e che non riescono a portare a termine i loro compiti (la coppia di fratelli polacchi). Un film a cui ho voluto molto bene perché ha saputo creare ancora una volta una complessa analisi dei personaggi anche quelli secondari e con un finale triste quando spietato.


lunedì 30 dicembre 2019

Sposa cadavere


Titolo: Sposa cadavere
Regia: Tim Burton
Anno: 2005
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Nell'Europa dell'Ottocento un giovane e talentuoso pianista, infila, senza saperlo, un anello di fidanzamento al dito di una donna morta. Quando questa si risveglia, conduce Victor nel mondo dell'aldilà.

La sposa cadavere è un'altra perla dell'animazione che il noto regista ci regala dopo aver già sfornato due piccoli capolavori e aspettando il 2012 con il bellissimo Frankenweenie(2012).
The Corpse bride sempre molto malinconico, prende la struttura di un'antica storia folkloristica ebrea del XVI secolo, aggiornandola e dandole uno spirito più auto-ironico in alcuni momenti e immettendone all'interno una suggestiva storia di fantasmi e l'immancabile storia d'amore.
Per essere il terzo film in stop-motion, il film ha una storia complessa essendo stato pensato inizialmente come un titolo in carne e ossa. All'ultimo minuto si pensò però di sperimentare una nuova tecnologia, rendendolo la prima produzione d'animazione ad essere girata tramite ripresa con camere fisse e in digitale.
L'atmosfera sempre malinconica e macabra con toni cupi, la presenza importante delle noti dolenti dell'immancabile Elfman, il romanticismo dark al massimo, rendono il film una vera e propria favola nera di cui il nostro regista e autore e un poeta riuscendo a creare il target perfetto per tutte le età.
Il film riesce divertendo e struggendo al tempo stesso, ad essere efficace sotto tutti i piani, con personaggi caratterizzati molto bene in grado e dotati di un'enorme umanità in alcuni casi soprattutto quando sono i morti (come succedeva per il cult Beetlejuice-Spiritello porcello) confermando di come Burton ami e tratti il mondo dei morti con una vena divertita e dandole una mitologia tutta sua, molto classica che per certi aspetti sembra aderire ad alcune simbologie religiose messicane o dell'America latina.

giovedì 26 dicembre 2019

Matriarch


Titolo: Matriarch
Regia: Scott Vickers
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Una donna incinta e suo marito vengono accolti da un contadino e da sua moglie dopo che con la loro automobile hanno avuto un incidente nella remota campagna scozzese. Una volta all’interno, si rendono conto che la figlia dei loro benefattori è stata rapita e aveva fatto notizia sui giornali quando era scomparsa anni prima. Le cose cominciano a precipitare quando il contadino e sua moglie dicono alla coppia che vogliono prendersi il bambino una volta nato.

Matriarch poteva essere un indie delizioso giocandosela su diversi terreni come il fanatismo religioso, la famiglia-setta, i legami incestuosi, sfruttando suggestione, folk-horror e altro che di questi tempi sembrano tornati in auge per il pubblico mainstream ma che in realtà sono sempre rimasti. Invece, purtroppo, Matriarch diventa uno di quegli esempi su cosa non fare, dove non mostrare l'elemento x facendolo incontrare casualmente e in maniera scontata e palese con l'incognita y. Tanti errori, troppi, una scrittura in primis lacunosa che non cerca di prendersi sul serio sciorinando ogni elemento e senza mai dare enfasi, suspance o colpi di scena in una narrazione dove le incongruenze proliferano e dove i non sense la fanno da padrona, uno su tutti il marito che per tornare nella dimora dove è tenuta in ostaggio la moglie, minaccia due bifolchi della campagna rubando ad uno di essi i vestiti, lasciandolo legato nudo. Ecco queste scene per esempio ammazzano del tutto la tensione del film. E poi questa bambina di nuovo mostrata in modalità Sadako che appare e scompare come in altri mille film non si può più vedere..
Un reparto tecnico poi che nonostante il low budget poteva dare di più con una fotografia squallida e tutta incentrata sul bianco, cercando quasi inconsapevolmente di prendere in giro il film di Aster giocandolo tutto sulla luce del giorno.





lunedì 7 ottobre 2019

Centurion

Titolo: Centurion
Regia: Neil Marschall
Anno: 2010
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un gruppetto di soldati Romani combatte per la propria vita dietro le linee nemiche dopo che la loro legione è stata decimata da un devastante attacco di guerriglieri.

Marschall è uno dei registi più interessanti nel panorama inglese. Un autore avvezzo a generi e modalità differenti di cinema da quello di genere, all'action, al dramma storico, il fantasy Hellboy(2019)il post-apocalittico Doomsday e l'horror Descent e Dog Soldiers.
Centurion è un dramma epico dove si racconta di un episodio storico reale, al tempo della occupazione romana di parte della Britannia, in una storia che ha dei buoni spunti e una componente folkloristica su alcune presunte leggende che stanno dietro la vicenda.
Maschall aveva le idee chiare sul fatto di non voler raccontare i personaggi in particolare, senza stare a caratterizzare e creare una psicologia e delle storie intricate.
Il suo muoversi in questo territorio, per certi versi inesplorato, ha i suoi pregi come quello di puntare quasi tutto sulla componente action realizzando un discreto film lontano e diverso dalle sue opere precedenti dove però non mancano alcuni stilemi del regista e la sua peculiarità di non essere mai gratuito ma facendo vedere la violenza per quello che è quindi di nuovo tanto sangue. Un film che riesce ad essere coinvolgente senza mai deludere da questo punto di vista le aspettative. La vicenda è per quasi tutta la durata una storia di fuga, che viaggia lontano da quel bisogno di alcuni registi di cimentarsi con veri e propri drammi storici adattati da qualche vicenda vera o libri di successo. Qui si è distanti dall'epicità e dalla retorica, ci sono tanti luoghi comuni e stereotipi che affiorano di continuo riuscendo a rimanere un discreto prodotto di genere.

mercoledì 2 ottobre 2019

Labyrinth

Titolo: Labyrinth
Regia: Jim Henson
Anno: 1986
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Sarah, adolescente sognatrice, una sera in cui rimane sola a casa con il fratellino e innervosita dai suoi pianti, invoca il re degli gnomi Jareth, pregandolo di portarlo via. Toby scompare. Sarah, pentita, corre a riprenderselo affrontando ogni sorta di pericoli: nani, paludi, porte magiche.

Labyrinth è uno dei quei cult che non sfigura mai. Passano gli anni e il film invecchia molto bene. Scritto da Terry Jones e diretto dal padre dei Muppets, il film è una storia d'avventura, una fiaba dark, un viaggio dell'eroina perfetto, una corsa contro il tempo, uno dei fantasy più interessanti della storia del cinema.
Si potrebbe parlare per ore dei meriti del film. Un labirinto spettrale e affascinante, cupo e misterioso, una galleria di personaggi che sono rimasti nel cuore dei cinefili, Jared interpretato dal trasformista Bowie che è diventato leggenda e per finire un semi musical che riesce dove tanti hanno fallito.
E'un film per bambini ma di quelli che consacrano la magia, l'animatronic, i pupazzi, le scelte narrative mai banali, le fiabe riproposte e adattate per un soggetto che riesce a fare meglio di tanti suoi simili, spostando la narrazione su temi adulti e riuscendo a far aderire tutte le componenti in maniera funzionale e divertente con un ritmo che riesce sempre a imporsi e alcune scene indimenticabili.
Tutti i mostriciattoli parlanti in cui s’imbatte Sarah sono stati realizzati partendo dai disegni di Brian Froud, che aveva già collaborato con Jim Henson e Terry Jones in DARK CRYSTAL, un film fantasy del 1982 tutto girato coi pupazzi e in cui nel film in questione tutto viene impreziosito dalla raffinatezza figurativa più europea che americana.
Progetto ambiziosissimo per le tecniche disponibili e realizzato con cura, ne pagò economicamente le conseguenze incassando al botteghino appena la metà dei 25 milioni di dollari spesi per metterlo a punto, per restare eternamente prezioso nella memoria degli amanti di genere.

venerdì 9 agosto 2019

Astral


Titolo: Astral
Regia: Chris Mul
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Studente di metafisica, Alex scopre la pratica della proiezione astrale e la possibilità di viaggiare in una dimensione diversa dalla nostra. Ancora alle prese con il dolore per la prematura scomparsa della madre quando era bambino, Alex decide allora di usare la proiezione astrale per tentare di entrare in contatto con lei. Mentre i suoi esperimenti aumentano di giorno in giorno, Alex inizia a isolarsi da tutti coloro che si prendono cura di lui, andando incontro a un continuo deterioramento delle sue condizioni mentali.

"La prima cosa da fare è trovare un posto comodo. Stare sdraiato sulla schiena e riposare gli occhi. Se senti il bisogno di spostarli, ignoralo. Concentrati sul tuo respiro. Inganna il cervello come che il corpo stesse sognando: questo attiva la paralisi del corpo, uno stato di transizione tra veglia e sonno. Quando succede questo, puoi separarti dal tuo corpo fisico paralizzato. Concentrati sulle parole: sono in totale pace, connesso a tutto ciò che esiste. Ho il potere di viaggiare dove voglio andare. Sarò protetto mentalmente, fisicamente e spiritualmente."
Astral è un indie passato inosservato pressochè ovunque, senza l'ombra di una distribuzione e tutto questo è un gran peccato perchè l'esordio di Mul andrebbe tenuto d'occhio proprio per il suo declinarsi sull'occulto e il soprannaturale senza rovinarlo con effetti in c.g e creature che servono solo da maschera per il vuoto della scrittura.
Mul probabilmente come il protagonista o l'insegnante dell'università, sembra particolarmente attratto dall'occulto, riuscendo a sondarlo in maniera atipica, mai scontata, tranne qualche scena nel finale che proprio per regalare intrattenimento e azione mostra una possessione facendo vedere i demoni, riuscendo a non risultare ridicolo ma coerente con il resto del film.
Dopo una prima parte interessante dove il regista si prende tutto il tempo per raccontarci cos'è un viaggio astrale e come poterci entrare, non senza i rischi che uno psichiatra e una medium gli fanno presente, Astral persegue un percorso da omnibus dell'horror mettendo in campo demoni, uomini ombra e pure appunto la possessione demoniaca in una scena che sembra citare Raimi.
Con un cast di giovani che riescono a risultare maturi e interessanti, Astral non è certamente esente da difetti, ma riesce molto bene a fare quello che dimostra di saper fare senza fare ricorso a troppi elementi esterni rimanendo sempre focalizzato sul punto di partenza.
La scena finale poi è crudelmente perfetta girata con due lire come tutto il resto del film, dimostrando ancora una volta come anche nel low budget sia possibile dimostrare di saperci fare con idee brillanti e poco abusate

Hotel Artemis


Titolo: Hotel Artemis
Regia: Drew Pearce
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

2028. Sherman e Lev rapinano una banca durante il giorno dell'annunciata rivolta di Los Angeles, scoppiata in seguito alla privatizzazione dell'acqua. Dopo una sparatoria con la polizia Lev rimane gravemente ferito e per salvargli la vita non resta che Hotel Artemis, la clinica segreta riservata a una ristretta cerchia di fuorilegge. Ben presto la collisione tra la tensione interna all'Artemis e quella sulle strade di Los Angeles porterà a una escalation di violenza.

La cosa più bella del film è lo sfondo esterno dove non si capisce bene cosa stia accadendo ma tutti ne hanno paura e vediamo aerei precipitare senza capire cosa gli abbia colpiti.
Tutto invece quello che capita dentro l'hotel, dopo 7 sconosciuti a El Royale, anche quello incasinato e sconclusionato ma meno peggio di questo, è di una noia e di una banalità che non pensavo davvero che con così tanti elementi a favore scadesse in un centrifugato di stereotipi.
L'elemento peggiore al di là della storia è proprio la profondità dei personaggi, tutti macchiette sopra le righe, che gigioneggiano con i personaggi rendendoli solo pretenziosi e fastidiosi.
Con dei buchi di sceneggiatura e dei dubbi grossi come una casa, il film purtroppo parte male per finire peggio, con un climax che rischia pure di essere ridicolo e un Goldblum che prende in giro il suo stesso personaggio.
E'davvero un peccato perchè gli elementi c'erano tutti forse avrei fatto delle scelte diverse su parte del cast che risulta confuso con combattimenti che non andavano fatti e dialoghi che sfiorano il ridicolo. Una premessa come film a tratti post apocalittico sfumata, che promette tanto e mantiene poco o nulla, dove il ritmo dal secondo atto in avanti rallenta vertiginosamente facendo così in modo che il film non riesca mai ad assumere nessun genere preciso confondendosi da solo senza avere mai un'identità chiara nello script.
La regia di Pearce è buona a livello tecnico, forse troppo, sbilanciato su una regia patinata e riprese colorate ed eleganti ed esteticamente perfette ma dimenticando tutto il resto.



martedì 2 luglio 2019

47 metri


Titolo: 47 metri
Regia: Johannes Roberts
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.

Che lo shark movie sia un sotto genere ormai abusato è un dato di fatto.
Prove di sopravvivenza, cloni di squali, esperimenti genetici, sotto prodotti amatoriali o virati sul trash e poi i blockbuster.
47 metri del mestierante Roberts, una filmografia abbastanza sfortunata, riesce nonostante una regia molto tecnica a portare a casa il suo film di genere migliore.
Qui lo sport estremo gioca un bel connubio con il survival movie e un'atmosfera davvero claustrofobica dove il gioco forza delle due sorelle produrrà tutta la materia drammatica dovuta e necessaria per dare pathos e atmosfera al film.
47 metri come Open Water cerca la soluzione più faticosa ed estrema, senza mettere troppa carne al fuoco, con un ritmo abbastanza soporifero per un finale e un ritmo tutto sommato centellinato come le risorse e le aspettative di vita delle ragazze che riescono a non far cadere mai troppo o sbilanciare il binomio del ritmo claustrofobico. Un film che negli intenti riesce sicuramente a far meglio di PARADISE BEACH trovando nello schema corale un maggior ritmo e giocando sulle differenze e le diversità delle due sorelle entrambe destinate a doversi scontrare con l'orrore vero dove lo squalo per assurdo passa pure in secondo piano.
Ottimo il finale che non concede soluzioni facili e il tipico happy ending facile da trovare negli horror destinati al cinema che qui se così fosse stato ne avrebbe distrutto tutti gli intenti.
47 metri è composto soprattutto di tensione, regalando molto tempo con uno sguardo profondo ai difficili rapporti e agli aspetti umani, la solitudine e la disperazione che prevaricano giocando un bel braccio di ferro tra le due complesse psicologie delle protagoniste e poi tanta, tanta suspance che dimostra ancora una volta come l'abisso e l'ambientazione marina rimangono sempre sinonimo di una minaccia incombente più forte di noi
Pochissime le pecche, se vogliamo proprio trovarne qualcuna diciamo la tipica vittima sacrificale e la corda ormai consumata dalla salsedine. Potevano trovare degli espedienti un pò più originali.



lunedì 17 giugno 2019

Black Mirror-Season 5


Titolo: Black Mirror-Season 5
Regia: Owen Harris, James Hawes, Anne Sewitsky
Anno: 2019
Paese: Gran Bretagna
Serie: 5
Episodi: 3
Giudizio: 3/5


3x01Striking Vipers
Storia di due vecchi amici che, nel provare un futuristico videogioco picchiaduro a immersione totale (cinque sensi compresi), lasciano presto perdere cazzotti e calci per iniziare ad accoppiarsi selvaggiamente, uno nei panni di un guerriero asiatico, l’altro in quelli di una gagliarda combattente in gonnella.
Forse nelle menti degli ideatori si palesava questa possibilità di vedere Ryu e Chun-Li scopare anzichè prendersi a botte, modificare o variare nel vero senso della parola l'intento di un videogioco opure pensandolo per uno scopo imprevisto.
Non c'è alcun dubbio che il primo episodio della serie sia il più originale, divertente e in grado di giocare su alcuni tabù mica da ridere. Molti si sono chiesti perchè dopo aver scoperto questo insolito legame o passione, la storia non sia andata avanti scegliendo invece di sedersi sugli allori. E'vero in parte, ma è anche giusto notare come anche in questo caso senza aggiungere altri elementi, l'atmosfera di fatto era perfetta giocando su tanti elementi diversi finendo per scegliere nel climax finale la formula che quasi tutte le coppie al giorno d'oggi scelgono: anzichè litigare, viene lasciato intercorrere un tacito accordo in grado di soddisfare gli appetiti sessuali da ambo le parti in qualsiasi forma.


3x02Smithereens
La storia è quella di un uomo che, dopo aver perso la moglie in un incidente di cui si sente responsabile perché era distratto dal cellulare, rapisce il giovane stagista di un social network simil-Facebook con lo scopo di arrivare a parlare con il simil-Zuckerberg della situazione.
Interessante. Poteva certo dare di più senza bloccarsi all'interno di un auto tra negoziatori, polizia, una vittima che alla fine si renderà conto di quanto è disperato l'uomo che lo ha preso in ostaggio e infine una sorta di guru che come per la parabola di Zuckerberg non si rende nemmeno più conto di cosa facciano i suoi assistenti e soprattutto di quali scelte approvino senza nemmeno prenderlo in considerazione. Forse tra tutti gli elementi all'interno dell'episodio, proprio questo del non essere incluso in qualcosa che abbiamo creato perchè ormai è andato troppo il là, dovrebbe far pensare in una società in cui sempre di più le grosse corporazioni e le multinazionali controllino paesi e l'economia. Il fatto però che un personaggio secondario prenda il sopravvento su quello principale dovrebbe dare da pensare.


3x03Rachel, Jack and Ashley Too
Miley Cyrus, nei panni di una cantante super colorata e super positiva che manda messaggi edificanti alle ragazzine pur covando dentro di sé una vena oscura e ribelle. Accanto a lei ci sono due sorelle, una delle quali super-fan della cantante suddetta, tanto da comprare avidamente una speciale bambola in cui è stata inserita un’intelligenza artificiale molto sofisticata, ricalcata sulla personalità della prorompente Ashely.
L'ultimo episodio con tanti limiti dalla sua e una scelta tecnica di indubbio gusto sotto la sua patina, è in assoluto il più spaventoso di tutti perchè è tristemente reale. Sembra prendersi gioco della Disney, per fare un esempio a caso di una multinazionale che controlla, sceglie e determina i gusti e i bisogni dei più giovani facendo perno sulla "prostituzione digitale", su come alcune pop star, o meglio celebrità 2.0, diventano meri oggetti a scopo di guadagnare denaro lanciando messaggi idioti alle loro fan con l'unico scopo di diventare influencer su tutto ciò che gravita attorno agli adolescenti avendo un peso enorme sulla capacità di scegliere.
Da questo punto di vista un altro esperimento nell'horror recente è stato fatto con la serie Into the dark-New year in un episodio che seppur non è proprio il massimo tratta un tema analogo e i suoi effetti collaterali e le conseguenze inattese.
L'idea di scegliere Miley Cirus non poteva che essere più accattivante come elemento che quasi nessuno ha compreso. Perchè altrimenti chiamare una non attrice a recitare in una delle saghe di sci fi più belle di sempre? Perchè il pubblico avrebbe partecipato a sciami senza nemmeno voler sapere o capire di cosa tratti l'argomento in questione, per il semplice fatto di vedere la loro icona pop legata a strettissime e rigide imposizioni da parte delle major e degli agenti.
La stessa Miley Cirus come è sempre stata condizionata a fare quello che lo star system le richiedeva, ha fatto la stessa cosa all'interno di questo episodio fantascientifico.
In questo la gabbia, la speciale bambola, è la metafora perfetta.

La quinta stagione riflette su questioni etiche post contemporanee senza andare a fare voli pindarici scegliendo scenari o accessori troppo fantascientifici. Questioni etiche vs il progresso tecnologico, preferendo appunto l'umanità e i drammi dei suoi protagonisti.
Seppur tra alti e bassi, ci viene molto difficile immaginare un'opera che ancora oggi sappia fotografare la realtà e la società attuale con altrettanta lucidità.
Charlie Brooker l'ideatore della serie ci aveva regalato in passato quella mini serie televisiva da urlo sul Grande Fratello che ospita gli zombie Dead Set


In Bruges


Titolo: In Bruges
Regia: Martin McDonagh
Anno: 2008
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Ray e Ken , due killer, sono costretti dal loro capo a riparare a Bruges. La loro ultima missione è andata storta: Ray ha ucciso per sbaglio un bambino.

In Bruges è un film particolare da definire come la carriera del regista che al suo attivo vanta tre pellicole che devo ammettere funzionano tutte e tre seppur molto diverse, trovando un paragone tra questo e il successivo. In Bruges adotta una strategia particolare e non è così facile da definire proprio per le vicende narrate e come vengono trattate. Una coppia di killer che si trova in terra straniera a doversi quasi scontrare in un bel finale (forse la parte più tesa e ritmata dell'intera pellicola) dopo aver passato tutto il resto del film a girare per le strade e i musei, incontrare brutti ceffi e ragionare su cosa è andato storto nella vita. E' un film che parla di killer che non vediamo quasi mai con una pistola in mano, un film malinconico che sembra voler interessarsi, come per la città, di troppe cose, perdendone di vista alcune e invece dall'altra parte avendo delle buone intuizioni quasi tutte rese al meglio dall'ottima scelta di cast.
Come per 7 psicopatici tutti cercano pace e riposo nella loro vita travagliata, tra redenzione, riposo e tranquillità. Elementi assurdi e in totale contrapposizione con le vite di chi ha deciso di privarne altre per soldi. Un film che mano a mano apre altri spiragli, alcuni tragici come il senso di colpa legato all'omicidio di un bambino, ma soprattutto inserisce una donna come metafora e simbolo della speranza e dell'amore. Per certi versi un noir che non è propriamente un noir e altri generi che soprattutto nel cinema di McDonagh sembrano rincorrersi e unirsi al contempo.


venerdì 14 giugno 2019

Termination Salvation


Titolo: Termination Salvation
Regia: McG
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Anno 2003. Marcus Wright è detenuto nel Braccio della Morte in attesa di ricevere l'iniezione letale. Ha ucciso suo fratello e due poliziotti e vuole soltanto farla finita ma la dottoressa Serena Kogan ha deciso per lui un altro destino. Firmato un documento legale che consegna il suo corpo alla scienza e gli promette una seconda opportunità, Marcus viene 'terminato'. Anno 2018. John Connor, leader ideale e carismatico del genere umano, partecipa alla Resistenza contro Skynet, il network di intelligenze artificiali, e il suo esercito di Terminator indistruttibili. Efficace e intraprendente, è deciso a sferrare un attacco mortale al nemico, a trovare suo padre Kyle Reese e a garantire un futuro all'umanità dopo l'apocalisse nucleare scatenata dalle macchine. Lo aiuterà Marcus, galeotto venuto dal passato e portatore di un segreto. Diffidenti ma determinati a vincere la loro battaglia, collaboreranno e troveranno la verità nel cuore.

Togliere il timone ha un importante saga che col tempo è diventata un business e un merchandising di successo ha dato i suoi effetti. Senza James Cameron, si è subito visto il binario diventato quasi subito ingestibile da tutta la sfilata di tecnici e sceneggiatori che si sono "appassionati" al progetto.
Il risultato ha raggiunto i livelli più bassi previsti, confezionando prodotti per il cinema, senza un filo conduttore, personaggi scialbi e una totale assenza di approfondimento nella psicologia dei protagonisti. In più usare come deterrente lo spazio tempo con viaggi avanti e indietro e catapultando la psiche dello spettatore in un vuoto cosmico è stato il colpo finale su una saga che nei primi due capitoli ha modificato sostanzialmente il livello del genere sci fi mischiandolo con una vendetta personale, trasformazioni come in Terminator 2 ancora di altissimo livello, robot dannatamente cattivi, un personaggio iconico come Sarah Connor, Schwarzenegger in uno dei suoi ruoli cult da sempre, e tanti altri elementi che spero porranno fine nel migliore dei modi con l'ultimo, si spera, capitolo della saga DARK FATE
McG è un mestierante con una carriera altalenante e tanti brutti film sui cui svetta il film che non ti aspetti Babysitter horror Netflix capace di far scorrere tanto sangue e al contempo farti rotolare a terra dalle risate.
Qui l'unico elemento che funziona è la scenografia, cupa e tutta ingrigita (d'altronde c'è stato l'ennesimo olocausto atomico, gli attori sono troppo distanti dal progetto e tutta l'azione sembra destinata più alle saghe spaziali come STAR TREK o STAR WARS.


sabato 8 giugno 2019

Lost in La Mancha


Titolo: Lost in La Mancha
Regia: Keith Fulton, Louis Pepe
Anno: 2001
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel settembre del 2000, Terry Gillian avrebbe dovuto iniziare le riprese del film "The man who killed Don Quixote", una mega-produzione europea che raccontava le disavventure di un pubblicitario americano capitato, chissà come, nella Spagna del XVII secolo, ed assoldato da Don Chisciotte come novello Sancho Panza. Il film ebbe problemi fin dalla pre-produzione, e naufragò dopo soli sei giorni di lavorazione grazie ad un'incredibile concomitanza di eventi: un uragano che semi-distrusse le apparecchiature, problemi logistici sottovalutati e soprattutto una grave malattia che costrinse il protagonista Jean Rochefort a rinunciare all'impresa. "Lost in La Mancha" è un documentario che testimonia le disavventure occorse al vulcanico regista inglese: nato come innocente "making of", è stato successivamente rimpolpato con interviste, disegni ad hoc ed inserti video (memorabili le poche scene del "Don Chisciotte" che anche Orson Welles provò a girare, ma senza successo); il film, da semplice curiosità sul dietro le quinte di una lavorazione, diventa quindi un importante mezzo per comprendere la magia del cinema, le fatiche della sua realizzazione ed anche quel pizzico di genio e sregolatezza che si nasconde dietro ogni grande impresa.

I making of che poi diventano documentari non sono moltissimi soprattutto quando si parla di grandi registi per progetti prestigiosi. Quando in un'unica parola si arriva ad annusare l'atmosfera che può celarsi dietro un film maledetto e soprattutto dietro il talento di un grande regista come Gilliam allora l'interesse ad avvicinarsi ad un esperimento simile non può risparmiare nessun cinefilo.
Un regista pazzo, per tanti mestieranti, colleghi, produttori. Un personaggio complesso e difficile dal talento naturale innegabile e grande sognatore. Come tanti però è sempre stato molto disturbato nella sua iperattività. Questo segmento montato e filmato da alcuni suoi collaboratori da degli sprazzi importanti per cercare di capire la complessità alla base di alcuni progetti, la sfortuna (che seppur non esiste andrebbe coniata anche solo per i progetti dell'autore), la difficoltà di far girare la macchina cinematografica come si deve e infine la rinuncia, quella che fino alla fine viene scongiurata.
Un viaggio tutt'altro che lezioso o noioso ma invece un dietro le quinte che ci insegna le tante difficoltà logistiche e produttive. Questo folle miscuglio di scene rende perfettamente l'idea di come il cinema non sia quella macchina sempre facile, piena di soldi, con gli attori tutti posati e pronti a mettersi in mostra
Tanti i motivi che hanno concorso al disastro finanziario (32 milioni di dollari) e creativo: la troupe sparsa in giro per il mondo, l'assenza di reale comunicazione tra i vari elementi del cast, un nubifragio a inizio lavorazione, il male alla prostata del protagonista Jean Rochefort, che ha dovuto abbandonare il set, ma su tutto l'incapacità del regista di circoscrivere il suo estro, di dare una forma alla sua potente visione, di sfogare in modo costruttivo il suo ego. Un'ambizione smisurata che coinciderà anche con i suoi film successivi.

mercoledì 5 giugno 2019

Dog Soldiers


Titolo: Dog Soldiers
Regia: Neil Marschall
Anno: 2002
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Durante un'esercitazione sulle Highlands scozzesi, un gruppo di soldati con armi caricate a salve, viene attaccato da un branco di lupi mannari. Aiutati da una ragazza si rifugiano in una casa, pronti a trascorrere una lunga notte sotto assedio.

Il sotto genere horror sulla licantropia è sempre stato saccheggiato e razziato nel corso degli anni da ieri a oggi con risultati altalenanti, ma con il merito di aver dato vita ad uno dei mostri più affascinanti di sempre.
Unire un film di lupi mannari all'action più esplosivo con una nota politica alla base e un'invasione con conseguente assedio che mettesse militari contro le bestie assetate mancava ancora all'appello e chi meglio di Marschall poteva mandare avanti la macchina.
Un film che funziona su più piani che non dimentica l'angoscia e la disperazione e il terrore dei soldati, sfruttando sapientemente la suspance e mostrando pochissimo le creature rese goffe e funzionali dallo scarso impiego di tecniche digitali rimanendo più fedele alle creature di Joe Dante.
Marschall si è subito fatto notare dal punto di vista tecnico per saper sfruttare molto bene il montaggio, unire ironia e scene splatter/gore e non lesinare sul sangue e sulla brutalità dei combattimenti
In più parlando della nuova corrente del british horror, Marschall come per gli infetti di Boyle integra le creature con tutti i canoni moderni con scene velocissime e montaggio serrato, estremismi orientali e sparatorie gratuite.


lunedì 3 giugno 2019

Hush(2008)


Titolo: Hush(2008)
Regia: Mark Tonderai
Anno: 2008
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Zakes sta guidando sulla superstrada di notte. Beth, la sua ragazza, dorme al suo fianco. Quando un grosso camion lo supera Zakes intravede tra le porte di dietro, che si sono aperte ad una curva, una donna legata e insanguinata. Pieno di dubbi su quello che ha visto si pone il problema di cosa fare.
Ma alla successiva area di sosta Beth scompare e lui ha una gomma a terra, quindi ruba un auto e si mette ad inseguire il camion...

Ancora una bella sorpresa dall'Inghilterra.
Un horror new-wave davvero interessante con una bella atmosfera, una tensione costante e un ritmo serrato che avvalendosi spesso di una telecamera a mano cerca di piazzarsi tra gli horror più interessanti della stagione british e soprattutto nel panorama indie.
Le poche pecche sicuramente sono la scarsa esperienza del regista che comunque ci crede e si vede, mettendoci dalla sua tutto l'impegno possibile nel cercare di dare realisticità alla storia.
Ed è proprio la sceneggiatura che alle volte subisce una brusca frenata oppure trascura alcuni particolari decisivi( ad esempio come fa Zack a salire sul camion, come fa Beth nel finale a togliersi le catene, e soprattutto qual'è lo scopo dei rapimenti delle ragazze...)
A parte questi elementi che proprio di poco conto non sono, il film ha dalla sua il buon Will Ash che regala una buona catarsi e delle scene interessanti e abbastanza originali.
Qualche citazione c'è trattandosi di un road-movie tuttavia uscendo dai normali stereotipi creando un buon intreccio narrativo e un finale che sicuramente si farà molto apprezzare.

Uomo che uccise Don Chiscotte


Titolo: Uomo che uccise Don Chiscotte
Regia: Terry Gilliam
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Toby è un geniale ma anche cinico regista di spot che si trova su un set spagnolo in cui sta lavorando su un soggetto legato a Don Chisciotte. L'incontro con un gitano che vende dvd pirata di film ambientati in Spagna gli fa ritrovare la copia di un'opera giovanile girata in un paesino poco distante e avente lo stesso tema. Con quel lavoro aveva creato numerose aspettative negli abitanti e non tutte sono andate a buon fine.

Terry Gilliam e i suoi fantasmi nell'armadio o meglio i mulini a vento che sembrano avergli portato in passato solo guai, resi celebri e documentati dal divertente making off nonchè documentario LOST IN LA MANCHA.
Ora finalmente l'autore, in grado di non arrendersi mai, ci riprova a tutti i costi dopo 25 anni, nel suo progetto più ambizioso, scegliendo il suo attore feticcio del passato, Jonathan Pryce, e puntando su uno degli attori indie del momento Adam Driver.
Il risultato è buono anche se parte della vena scoppiettante del regista si è placata finendo per fare alcuni scivoloni come in PARNASSUS dove non sempre la consecutio temporum funziona cercando alcuni allacci un po maldestri e non sempre funzionali (le scene in albergo, alcuni dialoghi con i protagonisti che Toby aveva scelto per il suo film di debutto del passato e in cui aveva conosciuto Don Chiscotte).
Il film si muove come un manifesto nostalgico di qualcosa che è già stato e che forse non potrà essere più. Il regista che cerca il suo Don Chiscotte, demoralizzato e diventato ormai un fenomeno da baraccone, racchiude diversi temi che il regista nella sua diversificata filmografia ha più volte trattato.
Il film a differenza di altre operazioni ha una vena polemica e politica che raramente il regista ha voluto trattare nel suo cinema, scegliendo di norma piani a cavallo tra la realtà e l'inverosimile, o entrambi i concetti mischiati secondo le regole del caso.
In questo film c'è tanto Gilliam, forse è il suo film, pur non dichiarato, più autobiografico di tutti, dove vediamo proprio le difficoltà produttive, gli intenti che giocano dietro una pellicola e che quasi mai coincidono con gli intenti dell'autore, i rapporti di potere da mantenere con personaggi poco chiari come il Boss o sadici senza scrupoli come Alexei Miiskin. Sembrano a tal punto convergere tra passato e presente metafore viste negli ultimi anni che hanno anche scosso il mondo del cinema parlando proprio di produttori.
Il problema più grosso dell'opera è che ad un certo punto dimentica chi è Cervantes e il suo capolavoro. Gilliam dimentica di parlare di Don Chisciotte lasciandolo dolente e rincoglionito per raccontare se stesso e la rabbia contro i produttori e le major.