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sabato 10 novembre 2018

I am not a witch


Titolo: I am not a witch
Regia: Rungano Nyoni
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

A seguito di un banale incidente nel suo villaggio, la piccola Shula, di 8 anni, viene accusata di stregoneria. Dopo un breve processo e la successiva condanna, la bambina verrà presa in custodia ed esiliata in un campo di streghe nel mezzo di un deserto. Giunta all'accampamento prenderà parte ad una cerimonia di iniziazione dove le viene mostrato il regolamento che scandirà la sua nuova vita da strega. Come le altre residenti, Shula è costretta a vivere legata ad un grande albero dal quale è impossibile staccarsi. La pena per chi disobbedisce sarà una maledizione orribile, che trasformerà chiunque tagli la corda in una capra.

Per chi avesse ancora dei dubbi su come la settima arte riesca a osservare e inquadrare il mondo sotto prospettive e analisi diverse, beh questo come tanti altri documentari dovrebbe per lo meno far riflettere. Sembra una fiaba, un racconto nero, di sicuro un calvario che come a Shula, capita a numerosissime donne e bambine (senza dimenticarci di cosa succede agli albini in Africa) e dove tutto in fondo appartiene alla cultura locale, alla magia, alla potenza della stregoneria e di altri strumenti per legare le masse attorno a un sistema simbolico organizzatore di senso.
Quella che Nyoni racconta o denuncia è una storia straziante che vede questa piccola e straordinaria, nonchè coraggiosissima bambina, diventare la vittima sacrificale, il capro espiatorio, per risolvere dispute e problemi locali legati a tutta una serie di motivazioni che stanno alla base di eventi climatici, mal gestione del paese e un odio spropositato verso ciò che potrebbe cambiare le sorti della comunità.
Bambina o donna, anziana o albina, chiunque si trovi in una situazione di pericolo, in un clima che sembra parossistico dovrebbe aver paura.
Nyoni, pur confezionando un horror per certi versi, ricorre in modo formidabile ad un'ironia impertinente come solo il coro di donne sanno fare, che assume dei tratti da favola surreale e tragicomici sotto vari aspetti.
La burocrazia e le regole delle forze dell'ordine che si scontrano con le regole inossidabili della tribù che è Lei a decidere cosa bisogna e cosa deve essere fatto e come soprattutto "estirpare il male alla radice" della bambina.
Shula appunto accusata di stregoneria, viene nel vero senso della parola “internata” in un campo dove sottili nastri bianchi svolazzanti vengono attaccati come una specie di giogo alla schiena delle donne, come conseguenza di superstizioni troppo ancorate alla cultura locale.
Shula diventa la piccola Giovanna D'arco dello Zambia, come monito di un martirio senza alcuna traccia o intenzione di compassione, con un’inumanità resa ancora più aberrante dal sorriso di chi è convinto della propria legittimità.

giovedì 18 ottobre 2018

Ghost Stories


Titolo: Ghost Stories
Regia: Andy Nyman
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un docente di psicologia che non crede ai fenomeni soprannaturali. L'arrivo di una misteriosa lettera lo porterà a imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di ciò che non può essere spiegato razionalmente.

"La mente vede ciò che vuol vedere"
Ghost Stories è un bel film sui fantasmi. Forse il più bello degli ultimi anni.
Un ghost movie accattivante, girato molto bene con una messa in scena evocativa e misteriosa, un cast perfetto e una sceneggiatura che seppure con qualche strafalcione nel finale (alla fine si è scelta la modalità "Polanski") riesce nelle sue tre storie ha creare tante belle scene, un mood claustrofobico in alcuni casi, strizzando l'occhio alle leggende, ai bambini scomparsi ma anche alle creature che infestano i boschi e quanto anche un interno di una casa può creare un sistema di jump scared infinito.
Ghost Stories per quanto la storia lo preveda non è propriamente un film a episodi.
Ne ha bisogno per creare la storia e il filo conduttore, con un finale che come appunto dicevo da un lato sembra negare tutto in funzione o meglio in virtù di una verità o una lezione che viene sfruttata forse troppe volte nel cinema.
Dal canto suo avrei preferito un finale diverso dove soprattutto nei colpi di scena che arrivano uno dopo l'altro, l'interesse dei due registi, comprendesse la scoperta di altri misteri.
Ciò detto il film è compatto, solido, con delle musiche che senza mai distrarre consentono di entarre ancora di più nel cuore del brivido.
Di fantasmi come il cinema di solito ci mostra, il film prende le dovute distanze rivelandosi fin da subito ottimo nella costruzione dell'ansia e nel creare quella sensazione di orrore senza far troppo ricorso alla c.g
Come per molti altri film, la sfida dei due registi vince quasi subito, appena notiamo con quanta cura il duo ci tenga a confezionare al meglio la storia.
E poi parla di cacciatori di storie. Un investigatore che deve fare delle immagini per confermare se le testimonianze rese da quei tre personaggi sono vere.
Scoprirà ovviamente qualcosa che non avrebbe mai immaginato, ma di più non si può dire altrimenti si rischia di spoilerarlo, e questo è un film che fa dell'atmosfera la sua chiave magica.



giovedì 13 settembre 2018

Bunny and the bull


Titolo: Bunny and the bull
Regia: Paul King
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Stephen Turnbull non esce dal proprio appartamento da mesi e vive all'interno di una routine protettiva ma asfissiante. Sconvolto costretto a cambiare il ritmo della sua vita vagando all'interno della propria mente per cercare le ragioni della propria alienazione. Ripercorre così, nel suo labrintico archivio mentale, il folle viaggio in Europa fatto con Bunny, il suo amico più caro interamente dipendente da sesso, alcol e gioco d'azzardo.

Bunny and the bull è sicuramente l'opera migliore di King contando le sue ultime commedie commerciali e poco ispirate. Qui invece il regista che ha scritto anche la sceneggiatura sembra essersi preso una pausa per far viaggiare i suoi trip mentali dandogli un nome, una storia e un ritmo.
Il risultato è notevole ma senza dover per forza fare paragoni con Gondry, più di tutti, e qualcosina di Gilliam o addirittura per le scene iniziali WILLARD IL PARANOICO.
Da un'unica location, la casa di lui da cui non può/vuole uscire, fino alle intuizioni legate al sogno e agli ospiti che entrano in casa sua senza voler più uscire fino alle continue cerniere che aprono porte e varchi da casa sua per immergersi in altri luoghi inesplorati dove lo stesso Stephen sembra riuscire ad adattarsi sono solo alcuni degli aspetti più onirici e divertenti del film.
Un film per certi versi riesce ad essere anche intimista, con un menage a trois, una bella storia d'amore, un protagonista nerd e forse un po sfigato che riesce nonostante tutto a raggiungere il suo obbiettivo e Bunny, il suo amico, che rappresenta l'eccesso in tutto e per tutto che con la sua mania di diventare torero andrà incontro ad un fatalismo annunciato.
Una commedia fresca, leggera ma profonda, che come sempre prevede l'inserimento di una donna come simbolo del cambiamento e dell'uscita da quella caverna dove Stephen sembrava essersi incatenato da solo per paura di far visita al mondo.

giovedì 30 agosto 2018

Streets of Crocodile


Titolo: Streets of Crocodile
Regia: Quay brothers
Anno: 1986
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Un uomo si rinchiude in una grande sala di lettura, appartandosi con una misteriosa scatola. Taglia il nastro che la chiude, liberando il pupazzo conservato al suo interno: silenziosamente, il pupazzo inizia ad esplorare le stanze buie confinanti con la grande sala.

I maestri della stop motion aggiungono questa coppia di fratelli dal talento più che mai consolidato.
Una galleria d'immagini perfette, in cui i fratelli danno vita ad un mondo di sfumature, aspetti grotteschi, un'atmosfera a tratti claustrofobica quasi kafkiana con poche luci e suggestivi colori.
Un film che sa di oscuro, un viaggio dentro se stessi in cui l'uomo sembra quasi sul punto di essere stravolto da un'alterazione psicofisica
Tratto da uno dei capolavori della letteratura polacca, Le botteghe color cannella di Bruno Schulz, i fratelli Quay si appoggiano a uno dei capitoli centrali del libro in questione, in cui viene descritta una singolare quanto misteriosa strada della vecchia Drohobycz, chiamata la Via dei Coccodrilli, piena di vecchie botteghe ricolme di meraviglie di ogni genere e di singolari sartorie nel cui retrobottega avvengono strani, nonché ambigui, traffici.
Non saprei cos'altro aggiungere contando che in soli 20 minuti ci sono così tanti dettagli e suggestioni che vederlo e rivederlo più volte non fa altro che unire come dei puntini in una geometria perfetta di immagini dove gli artisti catapultano pubblico e protagonista.




domenica 24 giugno 2018

Terraform


Titolo: Terraform
Regia: Sil Van Der Woerd e Jorik Dozy
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Cinemambiente 21°
Giudizio: 5/5

Le difficoltà e i sacrifici che i minatori di zolfo di KawahIjen in Indonesia devono affrontare quotidianamente per provvedere alle loro famiglie.

Pur essendo per lo più un lavoro di fotografia che sembra uscito da IL SALE DELLA TERRA fotografato da Mallick, il lavoro della coppia di registi inglesi, grazie ad un budget stratoferico, hanno davvero fotografato qualcosa di unico.
Il sacrificio di un padre che pur di far sopravvivere la famiglia, rischia ogni giorno la sua vita in un ambiente che ha dell'incredibile.
Cosa davvero lascia basiti? Che nonostante si sappia, nonostante sia stata denunciata tale schiavitù ( e parlo soprattutto per le condizioni di lavoro) questa realtà continui ad esistere.



domenica 22 aprile 2018

Transmission


Titolo: Transmission
Regia: Varun Raman, Tom Hancock
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Girato su pellicola 35mm, il film è un'astrazione delle nostre paure riguardo al futuro dopo la Brexit. Las Gran Bretagna e molti altri paesi occidentali stanno adottando misure protezionistiche e isolazioniste ricorrendo alla manipolazione e al disprezzo.

Transmission è dichiaratamente, già negli intenti, una sorta di metafora che cerca di essere accattivante usando lo sfondo fantascientifico per raccontare una questione politica spinosa e attuale.
Quasi un'unica location, due attori, vittima e carnefice e infine un montaggio spericolato per un quadro, una tortura e infine quasi un esperimento sociale che procede come un botta e risposta tra il carnefice e una vittima quasi per tutto il tempo legata che rimane nel suo silenzio a cercare di commentare come può il succedersi di strane e inquietanti scelte e azioni da parte di questo mefistotelico personaggio.



domenica 25 marzo 2018

Mute


Titolo: Mute
Regia: Duncan Jones
Anno: 2018
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel 2046, in una Berlino carica di immigrati e dove si incontrano e si scontrano Oriente e Occidente, come in una sorta di fantascientifica Casablanca, Leo Beiler è un barista muto disperatamente alla ricerca della sua amata. La donna è scomparsa e la ricerca nei bassifondi della città porta Leo in contatto con una coppia di chirurghi americani, che sembrano in qualche modo collegati al caso e di cui lui non sa se può fidarsi o meno.

Mute è un film che è stato distrutto praticamente da tutti critica e pubblico.
Invece ho trovato tantissimo pathos in questo film, un concentrato di sentimenti, senza essere melenso e banale, che soprattutto lascia un finale amaro e profondo (anche se non originale ma non è questo il punto). Il film certo non è scritto benissimo e alle volte scivola in malo modo o si dimentica nel tracciato pedine e indizi importanti.
Mute è un film d'amore molto drammatico e con alcune trovate e una messa in scena calibrata, funzionale e suggestiva. A farla da padrone nel film sono alcune caratterizzazioni e la messa in scena, tutta, dalla fotografia viola e blu, ai costumi e allo stile scenografico e stilistico.
Paul Rudd è forse la cosa che rimarrà più impressa del film. Un personaggio border che riesce a dare una svolta interessante al film diventando il vero protagonista nel senso che subisce il cambiamento più forte pur rimandendo un villain.
Jones è un regista strano e dinamico che passa da un estremo all'altro amando e prediligendo comunque la fantascienza. Questo noir sporco e difettoso è come un sistema che regala forti emozioni ma va velocemente in corto circuito.
Il regista infine cita e forse omaggia suo padre, richiamando direttamente in causa il difficile tema del rapporto padre-figlio e dedicando l’intera opera a Maron, la donna che lo ha cresciuto come un figlio pur non essendone la madre biologica.

Party


Titolo: Party
Regia: Sally Potter
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un appartamento, sette persone e mille segreti con altrettante bugie: il tutto nell'arco di una serata. È quanto accade a casa di Janet e Bill, pronti a ricevere gli amici più stretti per un party celebrativo: la donna è stata nominata ministro-ombra della salute per i laburisti. Mentre la moglie sembra pregustare la vittoria maneggiando tra i fornelli, il marito appare preoccupato e distratto. È sufficiente una sua confessione a scatenare fra gli ospiti un dirompente effetto domino.

The party è quel film che sembra subito divertente, british come non mai e con una durata striminzita e la sobrietànonchè la scelta del b/n. Potrebbe sembrare una tragicommedia scritta da un Pinter che vuole destreggiarsi con qualcosa che a tratti è grottesco, a tratti malinconico, a tratti invece ricorda il malessere esistenziale.
Ora dopo tutte queste considerazioni arriva il conto amaro del l'ultimo film della Potter.
The Party non decolla mai se non nel trailer e in tutto il suo cocktail sulle ipocrisie e falsità della classe medio-alta, ma oltre le sue fisse e la girandola di bugie, non c'è mai un vero e proprio colpo di scena.
Anche il climax finale appare per certi versi annebbiato da una serie di intenti che esauriscono presto, troppo presto, la loro aria da dramma da camera.
L'ultima opera della Potter avrebbe funzionato meglio a teatro senza dover fare i conti con quello che sembra essere un puro esercizio di stile naif e annoiato.

martedì 20 marzo 2018

Seven sisters


Titolo: Seven sisters
Regia: Tommy Wirkola
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un futuro tetro, la sovrappopolazione obbliga il governo a misure estreme. Il piano di Nicolette Cayman prevede di obbligare le famiglie ad avere un solo figlio: fratelli e sorelle saranno ibernati in attesa di tempi migliori. Ma Terrence riesce ad aggirare i controlli del Child Allocation Bureau, facendo assumere alle sue sette nipotine gemelle la medesima identità. Ognuna si chiamerà come un giorno della settimana e in quello stesso giorno potrà uscire di casa. Per il mondo le sette sorelle corrispondono a un'unica persona: Karen Settman.

Seven sisters è un altro di quei film pasticciati ma piacevoli che parla di un problema che sta facendo discutere da anni ovvero la sovrappopolazione. Le stesse regole vigenti in Cina vengono usate dal resto del mondo, dove una multinazionale controlla le nascite e mette in ibernazione tutti i bimbi o le bimbe che nascono dopo il primo figlio.
Ovviamente c'è chi si ribella.
C'era un film cinese che parlava di come una coppia cerchi di eludere i controlli in Cina tenendo nascosto in casa il figlio o la figlia in più. Purtroppo non ricordo il nome ma il concetto era simile, non distopico e faceva luce su un reale problema.
C'è da dire per difendere il regista che gli intenti del film sono cambiati, così come la sceneggiatura e la regia. Progetti di questo tipo che devono per forza vedere la luce entro time line senza i tempi giusti e la riflessione che alcune scelte impongono significa rischiare di essere derivativi oppure di portare a casa quello che si può come in questo caso un finale troppo telefonato e rpevedibile.
Seven sisters è un pò così. L'attrice cerca di fare il possibile per dare carattere ed enfasi alle 7 personalità, la detective story su dove finiscono le altre sorelle inciampa alle volte ma riesce ad essere interessante.
Un film zoppicante, con alcuni spunti interessanti, una nota dolente che non vuole strizzare l'occhio all'happy ending (le gemelle muoiono...) e la solita critica alle multinazionali corrotte che nascondono le vere ambizioni.


mercoledì 7 marzo 2018

Lady Macbeth


Titolo: Lady Macbeth
Regia: William Oldroyd
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

La giovane Katherine vive reclusa in un gelido palazzo isolato nella campagna, inchiodata da un matrimonio di convenienza, evitata dal marito, disinteressato a lei, e tormentata dal suocero che vuole un erede. La noia estrema e la solitudine forzata spingono Katherine, durante una lunga assenza del marito, a avventurarsi tra i lavoratori al loro servizio e ad avviare una relazione appassionata con uno stalliere senza scrupoli. Decisa a non separarsi mai da lui, folle d'amore e non solo, Katherine è pronta a liberarsi di chiunque si frapponga tra lei e la sua libertà di amare chi vuole.

Lady Macbeth è un esordio squisitamente malvagio di uno stimato regista teatrale.
Lady Macbeth poi è uno dei personaggi femminili più completi e meglio delineati della drammaturgia shakespeariana.
Un dramma in costume potente in cui il bisogno principale non era certo quello di fare un film accomodante ma anzi rendere la natura umana il più controversa possibile alterando scenari che di fatto propongono al di là della sobria campagna inglese, quasi sempre la stessa location ovvero un maniero ottocentesco affascinante in cui la servitù viene addirittura appesa nuda ad un cappio come i maiali da parte degli stessi contadini poveri che non sanno come passare le giornate.
Crudo, minimalista, geometrico e astuto nonchè di un fascino e di una rara capacità di spostare e usare pochissimo la camera da presa grazie ad inquadrature perfette e quasi tutte ferme come a ribadirne tempi, dilatazioni e misure.
Un debutto impressionnate per un film crudele che mostra ancora una volta le differenze tra le classi sociali, la nascita dell'arroganza della dark lady ingenua che diventa perversa e di come la borghesia
non diventa solo il pretesto per il conflitto ma la rappresentazione di una battaglia tra i sessi che pone la mente algida e calcolatrice della protagonista la vera arma terribile capace di usare come pedine chiunque le capiti a tiro a partire dal sesso che quando viene finalmente sdoganato (contadino=vittima sacrificale che in quanto persona umile deve essere sacrificata e diventare il vero capro espiatorio) non diventa più un taboo ma una calamita, una droga inarrestabile che ha il solo compito per Katherine di riempire un vuoto profondo.


martedì 27 febbraio 2018

Ritual


Titolo: Ritual
Regia: David Bruckner
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

The Ritual parla delle vicende di Phil, Dom, Hutch e Luke, un gruppo di amici che decidono di fare un viaggio in Svezia per onorare la morte di Rob, amico del gruppo rimasto ucciso durante una rapina sei mesi prima e con il quale stavano organizzando questa vacanza. Il viaggio, per quanto faticoso, procede bene finché Dom non si fa male al ginocchio e, per cercare di tornare al rifugio di montagna più vicino, optano per prendere una scorciatoia che farebbe risparmiare al gruppo parecchio tempo. Una scelta che ovviamente catapulterà il gruppo in un vortice di orrore, mettendo alla prova tanto il loro istinto di sopravvivenza quanto l’amicizia che li lega.

Ritual fa parte di quelle orbite nell'universo Netflix che dopo una prima occhiata non capisci se ti è piaciuto, cosa Netflix abbia visto nel film e perchè potesse piacere al suo pubblico e infine che cosa vuole realmente essere il lavoro di Bruckner.
Di certo non è un brutto film ma nemmeno comparabile con alcuni horror robusti e strazianti che abbiamo visto ultimamente.
Un film che sembra più un horror psicologico dove il montaggio riesce a ritagliarsi anche alcuni momenti ben riusciti come lo stacco sul supermercato in mezzo al bosco (un bel flash) e un intrattenimento che di certo non manca soprattutto quando vediamo alcuni segnali che potrebbero far pensare a rituali magici, sette o altri meccanismi ben oliati dalla cinematografia.
Qui invece arriva un mostro enorme che spalanca le braccia in segno di preghiera verso la grande madre.
La scena pù bella rimane quella nel bosco (tra l'altro tutte le scene sono girate in Transilvania) dove ad un tratto il protagonista osserva in mezzo agli alberi e fa la scioccante scoperta, mentre a mio avviso il finale andava lasciato aperto mentre questa sorta di revenge che poi proprio così non è lascia quell'amaro in bocca come ad aver scelto la strada più semplice e funzionale soprattutto in termini di happy ending.


martedì 20 febbraio 2018

Tana del serpente bianco


Titolo: Tana del serpente bianco
Regia: Ken Russel
Anno: 1988
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un enorme verme simile a un disgustoso serpente si nutre di vergini da circa mille anni. Lady Sylvia non gli fa mancare nulla. Un giovane pauroso dovrebbe trovare il coraggio di un suo avo che era un cacciatore di draghi.

Diciamolo subito The Lair of the White Worm ha numerosi parti trash.
Un aspetto del genere da il padre de I DIAVOLI nessuno osava aspettarselo anche se altri suoi film minori rischiano spesso di sconfinarci come GOTHIC o parte della sua ultima filmografia.
C'è tanto materiale in questo film. Stoker da cui è ripreso il racconto, diversi personaggi che servono come carne da macello, la milf che abbindola nuove vittime per renderli schiavi con i denti da vampiro e infine le allucinazioni che sono parte della politica d'autore del regista ritornando de facto in moltissimi suoi film e soprattutto tra i più famosi se poensiamo ad esempio ad ALLUCINAZIONE PERVERSA.
Qui il regista sembra andare oltre con la critica rispetto alla Cristianità che ha depredato il Paganesimo. Tutte le paranoie orgiastiche di Eve diventano quella trasfigurazione della realtà e del passato distorto tutto a causa di una sostanza viscosa che fuoriesce dalle ghiandole salivari dell'antagonista portando al delirio dei sensi con immagini che riportano la protagonista innanzi a Cristo in persona, crocifisso in un paesaggio lisergico alla David Lachapelle, tutto colori sgargianti e tonalità kitsch.
Il Cristo martoriato è subito avvolto dall’edenico serpente che se lo pappa in un boccone, mentre centurioni romani frustano delle povere suore accorse a pregare, le denudano e le violentano in gruppo. Su tutto imperversa la bella strega che si lecca soddisfatta un colossale godemiché (lo stesso con cui s’assicura dell’effettiva verginità della Oxenberg) e che nella scena finale non mancherà di attaccarselo al corpo come un fallo, in quel finale ripeto che è stato preso alla lettera da Gordon nel suo DAGON (finora uno degli omaggi più sentiti a Lovecraft) con il rituale finale e la bestia che emerge dal fondale marino.

mercoledì 31 gennaio 2018

Black Mirror


Titolo: Black Mirror
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Serie: 4
Episodi: 6
Giudizio: 3/5

Spesso le serie televisive quando durano troppo rischiano di diventare meno accattivanti.
Black Mirror, serie ditopica per chi non lo sapesse, riesce nonostante alcuni alti e bassi (in realtà molto più bassi che alti rispetto alle precedenti stagioni) a chiudere portando a casa secondo me almeno due episodi che lasciano il segno.
La serie che anticipa storie di fantascienza, ma di una realtà possibile e molto più vicina di quanto possiamo immaginare, continua se non altro ad avere tanti stimoli nuovi e conturbanti per quanto concerne l'universo tecnologico e alcuni strumenti che stanno arrivando e altri che sembrano usciti dalla fantascienza quando in realtà non sono poi così distanti.
A guardarla Black Mirror può apparire assurda ma alimenta e crea un pessimismo cosmico in cui la solitudine, i rapporti fluidi, l'alienazione e infine il cercare di diventare sempre più simili agli accessori che possediamo si sta rivelando niente affatto distopico.
Alcuni episodi fanno male e tanto.
Il perchè è semplice. Psicologicamente e umanamanete ci stanno facendo dimenticare i legami sociali che sono alla base della sopravvivenza, senza di essi l'essere umano muore e scompare.
E' così Pleamons il capitano che controlla e decide "virtualmente "sulla vita e le sorti del suo equipaggio, la madre di Arkangel che tiene sotto controllo la figlia con una tecnica digitale rivoluzionaria per arrivare poi a Crocodile, l'episodio più crudo ma non il più bello girato da un signor regista come John Hillcoat sembrano tutti comunicarci come i rischi non siano poi così distanti.
Per qualche strano motivo l'episodio che ho amato di più è certo uno dei più distopici ma allo stesso tempo il più romantico con un happy ending (che sembra uno scherzo in una serie come questa).
Hang the Dj è alle alle prese con una rivoluzionaria dating app dalle regole molto rigide, che sceglie lei il partner e il tempo da dedicare a quest'ultimo/a. Un episodio ironico e romantico con una riflessione importante su cosa voglia dire mettersi alla ricerca dell'anima gemella oggi.


Foreigner


Titolo: Foreigner
Regia: Martin Campbell
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

L'umile proprietario di un ristorante a Chinatown a Londra, è costretto a spingere agli estremi i suoi limiti fisici e morali per rintracciare un gruppo di malviventi irlandesi, dei terroristi responsabili della morte della sua amata figlia dopo il fallimento del sistema giudiziario.

Foreigner è il classico revenge movie dove a Chan muore la figlia e vuole a tutti i costi giustizia. Ciò che cambia in questo film rispetto alla miriade di cloni e quello di puntare sul cittadino straniero "umile" che cerca di risolvere il complotto occidentale.
Con venature da spy movie e quant'altro, il film mescola attentati e una specie di Bond cinese vista la scelta anche di far dirigere il film a Martin Campbell che ha diretto due capitoli proprio della saga di 007.
Alla fine la storia è sempre la stessa. Un uomo umile che non farebbe mai male a nessuno, appena gli viene attaccata la famiglia si scopre essere il giustiziere più forte del mondo che conosce, guardaa caso, tutte le tecniche militari, etc.
Se le scene d'azione sono intererssanti e quasi tutte a mani nude e Chan continua ad essere una garanzia sia nei movimenti che nella maschera drammatica che indossa per tutto il film, Brosnan dalla sua cerca di sfruttare al meglio un personaggio fatto su misura per lui.
Alcuni elementi politici non sono ben chiari e Campbell come dicevo ha sempre girato giocattolini e si perde tanto nella messa in scena stucchevole e particolarmente legata ad una certa estetica.
Visivamente il film non fa una pecca, c'è da dire che si poteva investire di più sul plot contando che non ha mai un vero colpo di scena e tutto è abbastanza telefonato fino al finale.
Foreigner è uno dei quei film che guardi e dimentichi molto presto ancora di più di 007.

venerdì 5 gennaio 2018

Killing of a sacred Deer

Titolo: Killing of a sacred Deer
Regia: Yorgos Lanthimos
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Steven è un cardiologo: ha una bellissima moglie, Anna, e due figli, Kim e Bob. All'insaputa di costoro, tuttavia, si incontra frequentemente con un ragazzo di nome Martin, come se tra i due ci fosse un legame, di natura ignota a chiunque altro. Quando Bob comincia a presentare degli strani sintomi psicosomatici, la verità su Steven e Martin sale a galla.

Lanthimos è un regista che ha un dono come Dumont e Haneke: disturbare facendolo molto bene.
Il suo ultimo film ne è la prova ultima che pone tra l'altro l'autore a livelli molto alti per quanto concerne la sceneggiatura tirando in ballo la tragedia greca, tanta psicologia e ogni frame che sembra appunto nascondere un'insidia psicologica.
Espiazione e vendetta sono questi i due temi della vicenda. Una storia che vive di non detti che lascia per tutto il film quella sensazione costante che qualcosa di terribile stia per accadere e la regia minimale con inquadrature fisse e molto gemometriche nello studio degli spazi e delle location utilizzate (in particolar modo la villa) aiuta ancora di più a rendere palese questo dramma e tutti i suoi risvolti.
Con un finale aperto e un cast ben misurato (Farrell e la Kidman vuol dire andare sul sicuro dopo la buona prova in INGANNO della Coppola a cui aiuta un'inquietante Barry Keoghan giovane e già visto in diverse pellicole) il thriller psicologico e home-invasion presentato in concorso al festival di Cannes 2017, vincitore ex-aequo del premio alla sceneggiatura, del regista della new-wave greca fa un altro passo in avanti regalando un'opera per certi versi indimenticabile soprattutto contando gli orrori che la famiglia vedrà a spese dei propri figli e un finale che sembra un urlo disperato di un padre che ha perso tutto e non sa più cosa fare. Il dubbio o ilmistero più grosso il regista fa attenzione a non svelarlo (ottimo dunque il finale aperto) facendosi strada tra paradossi, fatti inspiegabili e quintalate di sadismo che soprattutto dal secondo atto in avanti esplodono dopo la rivelazione e allora scopriamo le carte, la borghesia finalmente mostra il suo vero volto.



mercoledì 20 dicembre 2017

Beast

Titolo: Beast
Regia: Michael Pearce
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 4/5

Una giovane donna si innamora di un uomo con il quale spera di poter scappare dalla sua famiglia. Ma sull'isola avviene un omicidio.

"La sinfonia tragica di un’anima interessata a cambiare il proprio destino ma che non riesce a liberarsi da questa macchia che la segue ovunque"
Beast ha qualcosa di fresco e travolgente. Un'aura strana, che sembra unire una narrazione classica appartenente al passato con una nutrita serie di elementi originali e cambi di struttura che portano il film a ottenere alcuni importanti colpi di scena e un climax finale potente e incisivo.
Giovane il regista, come tanti altri anche quest'anno al Tff. Prima di uscire dalla sala ha detto di non confonderlo con il protagonista vista la somiglianza.
Il co protagonista di Beast è un "cacciatore" che arriva dal mare salvando la sua bella da un corteggiatore molesto e inizia una fuga d'amore dimenticandosi della realtà di una famiglia, quella di lei, ambiziosa e borghese. I sentimenti di lei e di lui proprio perchè selvaggi e incontrollabili ad un certo punto esplodono. Da quel punto in avanti l'elemento più bello e quello con cui il regista mescola le psicologie dei due protagonisti senza mai farci capire chi nasconde cosa e dove si trova davvero la natura selvaggia di ognuno di noi. In più proprio questo legame sembra ribadire cosa può succedere se lasciamo fuoriuscire la parte messa in ombra da un'immagine costruita su misura degli altri come in questo caso la rigida madre di Moll.
Un film semplice tutto ambientato nella selvaggia e claustrofobica isola di Jersey, un'opera prima vibrante che riesce a raccontare bene tante cose, con uno spirito libero e ambiziosamente anarchico per certi aspetti come le scelte e le azioni dei due bravi e giovani protagonisti.
Un esordio che vive di sentimenti ed emozioni arrivando ad un finale che quasi esplode nel terreno fertile dell'horror accendendo tutti quei toni cupi e ancestrali che Pearce ha aspettato e centellinato per far deflagrare in quella morsa finale.



sabato 9 dicembre 2017

Daphne

Titolo: Daphne
Regia: Peter Mackie Burns
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: 35°Torino film Festival
Giudizio: 3/5

Daphne ha capelli rossi e anni ardenti che spende facendo sesso con gli sconosciuti e bevendo troppo, di tutto. Una notte, durante una rapina in un drugstore, assiste all'aggressione di un uomo che soccorre e poi archivia come i bicchieri e gli amanti occasionali. Fatta la deposizione in centrale, una poliziotta la informa che ha diritto all'assistenza psicologica. Daphne ci pensa su e poi decide di incontrare un terapista. Ma rielaborare i traumi non fa per lei, il matto è lui e se ne va. Fuori, in giro a tirare coca, a insultare i colleghi, a respingere la madre, Joe che la ama e David che vorrebbe solo conoscerla.

Daphne è una lezione di cinema furbetta e che sembra non andare in nessun dove all'apparenza.
Un film che sottolinea la monotonia, la quotidianità del voler rimanere come si è perchè tanto è così che vanno le cose. Sotto un'apparente superficialità e mondanità, la protagonista in realtà è più sensibile e profonda di quanto non sembri e i suoi gesti e le sue espressioni danno conferma durante l'arco della narrazione.
Rapporti superficiali, il sesso al posto dell'amore, il sogno di non poter o non voler mai avere una relazione stabile, una mamma che sembra lo specchio della figlia e una fatica a prendersi le proprie responsabiluità scappando appena di fronte si trova uno specchio come le sedute dallo psicologo.
Infine per equilibrare tutto e mettere a tacere i demoni personali, l'alcool, vero farmaco capace di sedare ogni male interiore all'apparenza, diventa la soluzione al problema.
Per 90' è tutto così passando dalla tavola calda (il lavoro) al pub (incontri occasionali) lo studio (psicologo) la casa (la mamma come amica/vicina) poi l'incidente scatenante (l'accoltellamento) e infine il cambiamento (il buttafuori).
Alcune scelte che potrebbero essere intellettualmente stimolanti come la lettura di Slavoj Žižek appaiono abbastanza slegate e lasciate al caso dal momento che vediamo la protagonista leggere il libro dello psicoanalista sloveno nel letto mentre ride e citarlo con un amico che non riesce a pronunciarne bene il nome (mi aspettavo un'analisi maggiore).
In tutto questo come dicevo prima la sbronza colossale in pieno giorno e l'espressione corrucciata come di chi è cresciuta prima degli altri sono gli immacabili effetti che non possono mancare a dare tono e risalto alla commedia.
Il regista quando ha presentato il film in concorso al Torino Film Festival a parte essere molto giovane è parso molto divertito. Quello che è riuscito a descrivere e raccontare meglio è proprio la situazione di post-contemporaneità in cui vive Daphne ovvero "tempi di crisi economica, dove le personalità si sfrangiano, rasentano l’instabilità, vivendo così intensamente e allo stesso frammentati da affezionarsi a un modello-non modello di vita in cui tutto è fra parentesi, rinviabile, rivalutabile, soggetto ad accettazione e successiva, rapida fuga". In questo forse un regista appunto giovane ha trovato il modo più alla mano per descrivere una tappa dell'età che ci vede protagonisti e con il bisogno di comunicare a nostro modo le mille difficoltà quotidiane.

Ecco Daphne in questo, anche se frammentato, sembra esserci riuscito.

domenica 10 settembre 2017

Knuckle

Titolo: Knuckle
Regia: Ian Palmer
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un epico viaggio, di ben dodici anni, nel mondo brutale e misterioso dei viaggiatori irlandesi di combattimento a mani nude (Irish Traveler bare-knuckle fighting). Questo film racconta la storia di faide violente tra clan rivali.

Davvero suggestivo, originale, atipico e notevole questo documentario dello stesso Palmer, lottatore protagonista e regista della vicenda. Narra in poche parole una sorta di faida che continua ad andare avanti da dodici anni e che vede in mezzo tre clan e una sola guerra di fatto incentrata per la reputazione e l'onore della Famiglia.
Lo stile di Palmer è asciutto e sintetico. Ci sono tanti dialoghi e momenti di faide con veri e propri litigi per arrivare anche e soprattutto a mostrare gli scontri ed è a questo proposito interessante notare in questi casi come la velocità con cui si concluda un incontro a mani nude lascia basiti se si pensa a quanto invece il cinema e la tv ci mostrano combattimenti lunghissimi ma qui la realtà è ben altra, quella reale e senza trucchi e fronzoli.
Qui c'è sangue, sporco, onore, rispetto, regole, lividi, facce ingrugnite, fight club, tutto vissuto in prima persona dal regista e dalla tropue che stava con lui a seguirlo e riprendere nel corso dei dodici anni i fatti e le vicende più importanti.
Un documentario davvero pieno di ritmo e di risorse che non abbassa mai la testa ma pur ripetendosi in alcuni momenti con le presunte e velate minacce di Tizio nei confronti di Caio, riesce comunque sempre ad essere concitato e con una galleria di persone reali votate al combattimento che sembrano usciti da una westland primitiva e selvaggia.

Un documentario davvero fuori dagli schemi che passa in streaming e su Netflix come una scheggia impazzita per raccontare una storia che più vera non si può facendo capire come questo Palmer quando non si curava i taglie e le ferite, passava il resto del tempo a lavorare per dare al mondo prova di quanto stessero facendo in Irlanda. Ci ha messo dodici anni ma il risultato toglie il fiato.

If...

Titolo: If...
Regia: Lindsay Anderson
Anno: 1968
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un college inglese, dopo la pausa estiva, riapre le porte agli studenti. Tra il consueto svolgimento delle lezioni, le celebrazioni in chiesa e l'attività sportiva, il tempo libero è regolato dalle direttive di quattro "anziani" - detti le "fruste" - ai quali il consiglio degli studenti ha demandato il compito di educare i nuovi iscritti. Le reclute - dette la "feccia" - devono imparare un linguaggio gergale per far parte del gruppo; devono manifestare obbedienza e rispetto verso i "superiori" ed ogni trasgressione o manchevolezza è punita con umilianti sanzioni. Insofferenti della vita del college, Mick Travis ed altre due "fruste" evadono, ogni tanto, nella vicina cittadina in cerca di emozioni, e quando il corpo insegnante decide di intervenire per restaurare la disciplina e l'ordine interno, il loro rifiuto sfocia in aperta ribellione. Scoperto un deposito di armi in un magazzino che per punizione devono ripulire, il giorno della consegna dei diplomi, Mick e i suoi amici cominciano a sparare all'impazzata. Nel caos più completo ha inizio una vera e propria guerra.

Il genere fantapolitico, se poi così si può chiamare, anche se oggi sarebbe in disuso, ha avuto sicuramente la sua stagione d'oro e il suo bisogno di usare la settima arte per raccontare alcuni importanti questioni o temi scottanti che sorattutto in questo periodo politico e sociale stava cambiando. Il college come specchio della società borghese riflette molto bene il ruolo che possono avere le istituzioni, l'obbedienza e il potere nonchè il gioco forza sugli studenti, cavie o se vogliamo ancora "detenuti" che non possono fare altro che ubbidire a delle norme imposte dall'alto.
Il regista nato in India, non ha girato molti film ma è riuscito ad esempio a far diventare questo If...una sorta di cult britannico, un film che riesce ad essere politicamente scorreto, di contestazione, rivoluzionario e manifesto per alcuni cambiamenti che si stavano andando a creare.
Tutta l'azione viene poi scandita in otto parti (Il rientro, Il College, Tempo di scuola, Rito e avventura, Disciplina, Resistenza, Verso la guerra, I Crociati), descrivendo inoltre a parte "i superiori" (anche in toni paradossali e grotteschi) la sofferta ricerca di una identità, tra feccia e superiori, di una generazione lacerata all'interno da spinte irrazionali ma unita contro la chiusura mentale degli adulti e i meccanismi repressivi del potere.
Il film alla fine non è altro che un attacco frontale contro una delle istituzioni tradizionali dell'establishment britannico, il college, culla di una futura classe conformista, ossequiosa nei confronti dell'autorità, amante delle tradizioni e rispettosa di ogni tipo di convenzione.

Più che una semplice opera di denuncia (in cui si parla anche di omosessualità in maniera audace, almeno per l'epoca), rimane una pellicola inquietante e ben girata, perfettamente al passo con quei tempi e difficile da dimenticare. Valorizzato anche dalla notevole prova di Malcom McDowell, il film ha ottenuto una significativa Palma d'oro al Festival di Cannes.

domenica 3 settembre 2017

Let's be evil

Titolo: Let's be evil
Regia: Martin Owen
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Disperatamente alla ricerca di soldi, Jenny accetta un lavoro come supervisore presso un centro di apprendimento per studenti dotati. Quando però con altri due nuovi dipendenti ha accesso a un bunker sotterraneo di massima sicurezza in cui dei bambini robot vengono equipaggiati con occhiali per la realtà aumentata, Jenny si ritrova al centro di un inquietante esperimento tecnologico che la vede come giocatore inconsapevole di un gioco virtuale terrificante.

Let's be evil mi aveva colpito per l'atmosfera sci-fi, lo pensavo come una specie di episodio di BLACK MIRROR allungato magari con la possibilità, ma non il dovere, di doverne ampliare temi e struttura narrativa.
Questo è una locandina onesta erano i motivi oltre ad un amore spassionato per la fantascienza unita a temi post-contemporanei e alcune tecniche o strumenti digitali all'avanguardia.
Purtroppo pur sapendo che il film di Owen viaggiava su livelli low budget e con un cast di attori sconosciuti, immerso in un contesto claustrofobico di un bunker sotterraneo, avevo le mie buone riserve che ho cercato di mettere da parte sin dall'inizio del film. Ma poi mi hanno travolto...
Pur non avendo una cifra di soldi e una location ricompattata in c.g e in post produzione e after effects come se piovessero da una scena all'altra, è proprio la sceneggiatura ad essere mediocre e creare verosimilmente dei buchi nella storia che poi fino a prova contraria non vengono chiariti come la sequenza del prologo che ogni tanto si ripresenta o una caratterizzazione davvero scarsa dei tre protagonisti per altro antipatici e che lo spettatore immagina muoiano velocemente quando devono recarsi a dormire e spegnere "le luci".
Dal secondo atto la narrazione è macchinosa e noiosa trovando tanti elementi di disturbo che attaccano l'intelligenza artificale e gli apparecchi ma contaminano anche la nostra capacità di sopportazione e di prendere sul serio anche gli elementi più complessi.