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giovedì 14 dicembre 2017

Bamy

Titolo: Bamy
Regia: Jun Tanaka
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 2/5

È da tempo che Ryoa vede con i propri occhi degli oscuri fantasmi: sul posto di lavoro, nelle stanze della propria casa, alle spalle della sua preoccupata ragazza. Fumiko, compagna del giovane Ryota e presto sua sposa, non riesce a comprendere l’atteggiamento distratto di quell’inquieto fidanzato, sempre con la mente volta da un’altra parte e in grado di discolparsi solamente attraverso incomprensibili scuse. Le cose per il ragazzo sembrano però cambiare grazie all’incontro con Sea Kiruma, anche lei afflitta dall’incomprensibile sciagura legata ai fantasmi e per questo occasione per Ryota di sentirsi meno incompreso. Ma i rapporti tendono ad essere fragili, e un destino superiore sembra intento a disegnare per il protagonista percorsi differenti.

L'immagine che più mi è rimasta impressa di questo film è quella d'apertura.
Per un attimo ho avuto le vertigini sperando di trovarmi di fronte a qualcosa di nuovo, un autore che nei suoi silenzi sapesse comunicare meglio di molti altri registi mischiando thriller, dramma psicologico e j-horror. Così non è stato.
Saliamo su un ascensore che sembra arrivare fino in cima al cielo. Qui sale una persona e poi l'ascensore scende e il film è un po tutto così.
A parte questo breve intro, il film del regista nipponico e alquanto strano o meglio singolare nel girare su se stesso con queste visioni che non fanno neppure paura ma anzi sembrano una sorta di strana convivenza tra fantasma e protagonista per non si sa quale strana ragione.
Ad un certo punto i personaggi attorno a lui e la ragazza cominciano a preoccuparsi...ed era ora forse...è così anche il pubblico che sembra assolutamente distante da questo film indipendente e senza degli intenti precisi o degli obbiettivi che possano risultare almeno interessanti comincia a chiedersi se non sia tutto un sogno del regista ma il piano metacinematografico qui non c'entra proprio nulla (purtroppo).
Qui predomina il vuoto in una sorta di film personale, un esercizio di stile, anche se la tecnica (ottimi alcuni movimenti di macchina) sembrano in alcuni casi amatoriali.

L'ascensore iniziale non sembra salire da nessuna parte. Ombrelli che volano da soli, poteri sovrannaturali che avvengono senza nessun motivo, la capacità di vedere i fantasmi che rischia di diventare quasi tragicomica o trash come in alcune scene (quelle sul posto di lavoro per cui Ryoa si rifiuta di salire sui container perchè lì seduto c'è il fantasma che lo fissa). Con pochissimi soldi, circa seimila euro, Tanaka ha voluto realizzare questo film molto personale, troppo forse, sul legame fra amanti predestinati in un percorso lento e noioso che non rimarrà impresso a nessuno.

venerdì 8 dicembre 2017

Tokyo Vampire Hotel

Titolo: Tokyo Vampire Hotel
Regia: Sion Sono
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35° Torino Film Festival
Serie: 1
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

Tokyo, 2021. Manami vorrebbe festeggiare il suo compleanno, ma la celebrazione si trasforma in una carneficina. Quel che Manami non sa è che è l'unica sopravvissuta a recare in corpo sangue dei discendenti di Dracula, estromessi dal mondo secoli prima da un'altra casata di vampiri rumeni

L'incipit della serie tv di Siono sui vampiri voluta e prodotta ad alto budget da Amazon prime Giappone risulta un compendio di svariate tematiche del regista nipponico che ovviamente vanno sempre nelle direzioni preferite dal divario tra nuove e vecchie generazioni, alla religione vista attraverso le sue diverse forme e strutture, l'identità di genere femminile, la mattanza finale e l'esagerazione gore nonchè il mondo yakuza sminuito o esageratamente pompato (al pari del cinema di Miike Takashi).
In 142' Sono prova, senza riuscirci sempre, ad omaggiare i signori delle tenebre contando che nel sollevante non sono mai andati così di moda. Dopo un recente passaggio in Romania, l'outsider ha voluto intraprendere questa ennesima sfida vincendola anche se con immancabili esagerazioni e dilungamenti nella trama che sanciscono alcuni limiti soprattutto di trama.
L'incipit è un surplus di citazioni da i J-Horror a Cronemberg a piene mani (BROOD su tutti).
Unire dunque vampiri orientali e rumeni dalla sua ha sicuramente decretato alcune scelte di fatto funzionali che hanno contribuito a rendere ancora più suggestivo il casting ma in alcuni momenti mostra le sue perle derivative soprattutto nel finale che sembra esageratamente tirato via per chiudere una mattanza che sembrava non aver fine (i vampiri non muoiono facilmente soprattutto quando gli scarichi addosso una scarica di pallottole...) e ad un certo punto liberata la vera anima della protagonista, l'unica soprtavvissuta, il film diventa exploitation puro al cento per cento.
Ancora una volta protagoniste sono loro, il genere femminile a 360°.
Le sexy teenager sono ancora una volta al centro dell'inquadratura: tartassate, desiderate, a(r)mate, mutilate, vilipese e ricoperte di sangue.
Dovevano dargli più tempo. Sono come dicevo in questa fruizione spensierata non riese purtroppo a caratterizzare molto bene i personaggi (la protagonista ad un certo punto sembra soppiantata dal suo mentore K intenta a dividersi tra i discendenti di Dracula e le origini degli Yamada del clan Corvin).
Rimane come sempre un’idea visiva molto nipponica che l'autore e la sua politica non ammette tagli e censure esagerando e mostrando tutto senza problemi e senza badare alla censura con fusioni di mitologie e look diversi , mostrando lotte di vampiri di diverse dinastie è uno scontro senza senso, che trae la sua vitalità proprio dall’esibizione della morte e dal suo annullamento (si muore e si ritorna senza troppi problemi).
TVH segna la quarantottesima regia di Sion Sono in soli trent'anni in un twist che non accenna ad esaurire la vena artistica e grandguignolesca del regista che tra massacri seriali, decapitazioni, sgozzamenti, sventramenti, amputazioni e fiumi di sangue, sembra continuare a divertirsi molto e a fare ovviamente di testa sua mischiando carte, regole clan di vampiri e clan di yakuza vampirizzati.

Ancora una volta quando ci si trova di fronte ad esperimenti simili, la sospensione d'incredulità deve andare a farsi fottere, spegnendo il cervello ma nemmeno così tanto come mi aspettavo dal momento che la metaforona politica non è affatto male come quella della Dieta e di un certo governo e politica giapponese fine a se stessa e ad auto sostenersi che è la prima ad essere odiata dai signori della notte.

domenica 15 ottobre 2017

Starship Troopers: Attacco su Marte

Titolo: Starship Troopers: Attacco su Marte
Regia: Shinji Aramaki
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Dopo gli eventi di Invasion, Johnny Rico è stato degradato a colonnello e trasferito in un satellite marziano per addestrare un nuovo gruppo di soldati. Tuttavia, questi trooper sono i peggiori che Rico abbia mai addestrato, non mostrando alcuno spirito bellico dato che Marte non è ancora stato coinvolto nella guerra contro gli insetti e anzi spinge per la pacificazione. A causa del loro atteggiamento rilassato, gli abitanti di Marte vengono quindi colti di sorpresa dall'attacco degli insetti. Intanto, in gran segreto, Sky Marshall Amy Snapp manda avanti i suoi piani per prendere il potere

L'animazione giapponese viaggia e non si ferma. Spesso poi videogiochi o fumetti riescono ad avere più libero accesso nei contesti irreali dove animatori appassionati possono dar luce al massimo degli effetti speciali spendendo meno che per un lungometraggio.
Come RESIDENT EVIL, JUSTICE LEAGUE, ONE PIECE, etc. i risultati non sono pochi nel corso dei questi ultimi anni, come a dire che le produzioni sono sempre in moto per cercare di captare tutte le nuove mode mediatiche che più fanno presa sui giovani e sugli adulti e scommettere su di esse.
STARSHIP TROOPERS è stato senza dubbio un classico. I motivi sono i più disparati. Per prima cosa Verhoeven. Come secondo elemento direi la fantasia, il genio e la creatività sempre di Verhoeven. Infine l'aver dato vita ad un piccolo cult di sci-fi, con abbondanti dosi horror e splatter, combattimenti a non finire, mostri cattivi e protagonisti idioti che non vedi l'ora di veder ammazzati.
Questo sequel d'animazione dopo INVASION manco a farlo apposta dimentica del tutto l'ironia grottesca del film del 1997 per buttarsi in cielo e dar vita ad un film che si prende molto sul serio con un'atmosfera apocalittica e mostri ancora più incazzati. Anche i protagonisti sono gli stessi doppiati addirittura dagli stessi personaggi dell'originale.

Il risultato è un film potente che deflagra nel finale con un attacco inaspettato da parte della popolazione che non sembra convinta del pericolo e un Rico devastato nel corpo e nell'anima dalla lotta con questi esseri. La sua diventa una vera e propria missione nel dare la caccia a questi insetti per tutta la vita e non è detto che non ne vedremo di altri sequel.

sabato 2 settembre 2017

Resident Evil -Vendetta

Titolo: Resident Evil -Vendetta
Regia: Takanori Tsujimoto
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Chris Redfield, agente dell’anti-bioterrorismo, chiede aiuto alla professoressa ed ex-collega Rebecca Chambers e all’agente governativo Leon S. Kennedy per trovare Glenn Arias, trafficante d’armi biorganiche che intende scatenare un nuovo letale virus su New York. Arias vuole vendicarsi del governo per aver attaccato la sua abitazione nel giorno delle sue nozze uccidendo sua moglie e tutti i suoi cari.

Pur non avendo mai gradito la saga infinita di film dalla coppia Anderson-Jovovich, ho sempre preferito e trovato più stilosi, liberi e d'atmosfera i film in computer grafica fin'ora usciti.
Dei tre questo "Vendetta" uscito quest'anno, ha sicuramente alcuni elementi interessanti pur non riuscendo come molti sostengono ad essere il migliore della saga.
Il titolo diretto da Takanori Tsujimoto non è certo un capolavoro, sia chiaro, ma resta lo stesso un lungometraggio d'azione e d'avventura piacevole da guardare per i fan della serie grazie alle ambientazioni vicine e a quella della saga videoludica, alla "grafica" e alla spettacolarità di molte sequenze, tutti elementi che a nostro parere lo rendono superiore a qualsiasi pellicola girata dal vivo. DEGENERATION e DAMNATION sono stati due prodotti qualitativamente incostanti, ma hanno soddisfatto la fascia di pubblico che segue la serie in ogni sua ramificazione, anche al di fuori del mercato dei videogiochi. Azione, sparatorie, inseguimenti, jumpscare. Tutto sembra confezionato al meglio in questo prodotto ludico con un ritmo forsennato e il ritorno di tanti personaggi principali e secondari della storia.

In questo ultimo capitolo l'horror vacilla e poi evapora per lasciare spazio ad una serie di elementi più simili alla saga cinematografica che ha definitivamente distrutto quanto di interessante i virus e la Umbrella corporation avevano partorito.

sabato 8 aprile 2017

Bodyguard Kiba

Titolo: Bodyguard Kiba
Regia: Takashi Miike
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Junpei, uno Yakuza di basso livello, ruba 500 milioni di yen al suo capo. Mentre viene interrogato, un colpo di fortuna gli salva la vita facendolo restare in prigione per cinque anni. Al rilascio, assume l'invincibile guardia del corpo professionista Kiba per scortarlo a recupeare i soldi prima nascosti, in modo che possa egli possa ritrovare la sua ragazza e fuggire per sempre. Ad ogni passo del lor cammino i due sono vittime di imboscate da parte dell'ex capo di Junpei, e dagli studenti di un Dojo rivale di Kiba, arrabbiati dal fatto che il Dojo di Kiba sia migliore del loro.

Era uno dei pochissimi film di Miike ha inizio carriera che non avevo ancora visto, contando la fortuna di aver partecipato ad una rassegna a Torino anni fa al Cinema Massimo dove partecipava anche il regista e in cui noi italiani sfortunati abbiamo potuto gustarciu quasi tutte le sue opere inedite o mai arrivate nel nostro paese.

Bodyguard Kiba è fondamentale nel curriculum di uno dei registi più interessanti della settima arte. Già erano presenti in questo film tutti gli ingredienti che Takashi avrebbe usato e ingigantito nei prossimi film. Il genere yakuza, l'appartenenza al clan, l'azione quasi sempre esplosiva e impulsiva che sembra deflagrare da un momento all'altro. Il sesso, la tortura, gli inseguimenti, i dialoghi e soprattutto l'onore. Kiba rappresenta il totem di tutti questi elementi che spalmati su una trama piuttosto convenzionale riescono ad avere quei guizzi di genio e dare conferma anche solo per la disposizione delle luci e alcune inquadrature che confermano il talento di un regista inesauribile.

mercoledì 15 febbraio 2017

I am an hero

Titolo: I am an hero
Regia: Shinsuke Sato
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Hideo Suzuki è un trentacinquenne assistente di un mangaka: il suo sogno di sfondare nell'ambiente cozza con fallimenti e sogni distrutti, strane delusioni e con la strana storia con la sua ragazza Tetsuko.
Un giorno, una misteriosa epidemia infetta una parte ingente della popolazione giapponese, rendendoli zombie pronti ad addentare e divorare gli umani. Hideo, non ancora certo della situazione, fugge dalla sua casa e dalla sua ragazza ormai zombie, armato con il suo amato fucile ma mantenendo la sua morale e inizia il suo solitario viaggio, finché non conosce prima la liceale Hiromi e poi l'infermiera Yabu.

Prima il Giappone e poi la Corea. Lo zombie è stato sdoganato anche se in realtà non sono gli unici esempi ma solo i più recenti. Quasi dei blockbuster con un sontuosissimo budget, se guardiamo la cinematografia di genere sull'argomento, in cui soprattutto gli orientali ne hanno fatta di strada spesso cercando di apportare qualche piccolo cambiamento come ad esempio JUNK o TOKIO ZOMBIE ma sono davvero tanti i casi in cui il mix di generi si è rivelato funzionale e senza dover chiamare in cattedra le pellicola dnotomista.
La parabola dell'uomo comune pronto a improvvisarsi eroe della situazione caratterizza le due ore di evasione in un film dal ritmo irrefrenabile, pieno di sparatorie e combattimenti con ogni tipo di arma possibile (davvero ogni tipo). Tratto da un manga, il film è pura azione exploitation cercando di mantenere coerenza con il fumetto e allo stesso tempo evitando di alimentare trame particolari ma basando su un insieme di elementi semplici quanto funzionali. Se però ci divertiamo e godiamo allegramente per questa carneficina di quasi due ore dall'altra parte suona quasi doveroso un piccolo paragone con THE WAILING e TRAIN TO BUSAN dove la narrazione aveva un peso decisamente più importante.
Il sangue scorre copioso in un'apoteosi d'azione avvincente che sfrutta un ottimo look splatter davvero ben fatto e molto inquietante cercando di fare un ottimo lavoro valorizzando e differenziando ogni creatura dall'altra. Il risultato è una galleria di mostri che non si vedeva da tempo con un più solido realismo, evitando scene eccessivamente crude ma dando vita ad un paio di roboanti carneficine e scene apocalittiche che non verranno dimenticate facilmente.
C'è un'imbarazzante storia d'amore contando che il protagonista è un nerd che ha più paura a dover parlare con una fanciulla che a uccidere un non morto.
"Molto normale essere umano" sembra essere la log-line del film in cui Hideo si affaccia con personalità diverse e sfuggevoli come l'amichetta zombie (abbastanza innovativo) e senza contare il difficile e noioso rapporto con una donna che non lo ama
Anche qui come per la nuova ondata di new-zombie, corrono e sanno muoversi abbastanza bene.
In I am an hero in più c'è uno zombie diverso dagli altri che sembra possedere alcune risorse cognitive che gli altri non hanno. Infatti diventa il leader dell'orda di non morti e in alcune scene riesce a fare davvero paura.
Hideo scappa per tutto il film alzandosi in piedi da un sedia e da un ufficio che lo sta uccidendo e che rende abbastanza bene la routine noiosa di questi mangaka e della loro alienazione nei confronti della società. Quando poi l'incubo incontra la realtà...allora si può rimanere spiazzati piangendo o affrontando una nuova rinascita.



martedì 14 febbraio 2017

Shin Godzilla

Titolo: Shin Godzilla
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Il Giappone precipita anel caso a seguito della comparsa di un mostruoso lucertolone gigante.

A ogni paese spetta la sua leggenda e il suo fantasma del passato.
Ridiamo dunque Godzilla ai suoi legittimi proprietari senza bisogno di doverlo più estradare in occidente. Siamo infine arrivati al 31° film dal '54 ad oggi (il 29°prodotto dalla Toho), contando che purtroppo la stessa casa giapponese aveva messo da parte alcuni progetti e trilogie sul re dei mostri che purtroppo dopo i fallimentari predecessori, parlo in particolare del vergognoso film di Emmerich, si erano tutti arenati.
Mettendo da parte il danno e la beffa di un paese che oltre ad aver creato le basi perchè si generasse il mito (le bombe su Hiroshima e Nagasaki), troviamo qui una coppia di registi talentuosi in ottima forma.
Il risultato è davvero una piccola chicca che chiude in maniera ottimale un anno peraltro che ha saputo regalare diverse opere importanti.
Resurgence (tit internazionale) sembra ripartire da zero cancellando la filmografia precedente o meglio inserendosi in quel filone che apparteneva ai monster-movie ma anche ai film di denuncia con diverse chiavi ideologiche che rispecchiano la politica e i limiti burocratici del paese.
Complesso, dinamico, puntuale nella sua critica. Questo ultimo Godzilla richiama gran parte delle paure e del vecchio cinema sci-fi nipponico. C'è il concetto della mutazione ed evoluzione della creatura, c'è il ruolo chiave dell'opinione pubblica che salvaguarda i suoi interessi.
I registi fanno subito in modo che dopo nemmeno venti minuti si arrivi ad empatizzare con il lucertolone mischiando al di là del perfetto connubio di generi, cg, motion-capture e miniature alla vecchia maniera che si produce più volte nel suo famoso ‘grido’ e nell’altrettanto noto raggio atomico con scene lunghissime in cui il lucertolone spara raggi dalla bocca e dalla schiena distruggendo qualsiasi cosa per poi scaricare le energie e addormentarsi accanto ad un grattacielo. Shin sbaraglia nel giro di pochi istanti tutta la concorrenza yankee riuscendo al contempo ad essere nostalgico, innovativo, sperimentale e sapendo unire generi e sottotesti.
Ipnotico quanto straordinario e suggestivo, il nuovo Godzilla spacca e distrugge.


martedì 13 dicembre 2016

One Piece Gold

Titolo: One Piece Gold
Regia: Hiroaki Miyamoto
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Luffy e la sua ciurma di pirati incappa nella nave-città di Gran Tesoro, un luogo dominato dal colore oro, dai casinò e dalla adorazione per il gioco d'azzardo. Il capitano-proprietario, Guild Tesoro, lancia una sfida dal prezzo altissimo a Luffy: se quest'ultimo perde la scommessa sarà alla sua mercè.

E'la prima volta che mi imbatto in un lungo d'animazione su One Piece. Ho scoperto che sono arrivati al tredicesimo lungometraggio animato della saga, che ha incassato più di 5 miliardi di yen in patria. Devo dire che come film senza prequel o sequel ma come capitolo autoconclusivo non è assolutamente male contando l'immaginazione dell'autore e tutti gli elementi originali all'interno dell'opera che ecciteranno svariati fan della saga (i quali cercheranno di fare tutti i collegamenti possibili) che tra le altre cose è stata inserita nel libro dei Guinness dei Primati come "il fumetto disegnato da un singolo autore con il maggior numero di copie vendute" ovvero 340 milioni totali solo in Giappone.
Si ride, ci si prende sul serio, c'è azione in grossissime quantità con scontri a profusione e poi non mancano le sfide con un'inventiva sorprendente e alcuni personaggi nuovi e ben studiati senza contare la storia che verso la metà cita palesemente gli stilemi dell'heist movie.
Dalla lussuosa e incredibile location, Grantesoro, una sorta di nave/casinò che solca i mari per intrattenere il pubblico di tutto il mondo per arrivare ad una delle tante metafore e messaggi che il film lancia dalla morale fortemente incentrata sul denaro come sterco del demonio e radice di ogni male quindi il collegamento con le slot machine e i danni che stanno producendo non è affatto male fino ad arrivare all'esercizio del potere politico attraverso quello economico per controllare le masse. Grantesoro non è altro che la metafora di quei paesi industrializzati nelle cui pieghe del tessuto sociale soccombono le vittime della disparità economica. Tutto questo all'interno di un film d'azione e avventura non è cosa da poco.


martedì 15 novembre 2016

Tokyo Tribe

Titolo: Tokyo Tribe
Regia: Sion Sono
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

In un futuro imprecisato Tokyo è un territorio diviso tra gang rivali, con la polizia inerme a osservare le gesta dei delinquenti. Signore e padrone della rete malavitosa è il disgustoso Lord Buppa, dedito al cannibalismo e a sordide pratiche sessuali. Quando la figlia di una gang straniera, a Tokyo in incognito, finisce prigioniera di Buppa, tra le bande rivali si scatena la guerra, a colpi di mazze da baseball e rime hip hop.

Tokyo Tribe è l'ennesima prova che Sono è uno sperimentatore che non ha intenzione di fermarsi nel suo viaggio di nozze con il cinema di genere. Tratto da un manga, in questo caso un mix coinvolgente di più di due ore che mischia, musical, azione mimando il combattimento fisico detto up-rock e fronteggiandosi a colpi di dissing, dramma, virate pulp e tanto tanto ritmo scandito dagli ottimi brani hip hop cantati dai protagonisti.
Tokyo è il caos amplificato e messo a ferro e fuoco da band locali che con le dovute divisioni dovranno trovare un accordo per combattere un nemico più grande.
Un film travolgente e anarchico, un live-action che tra pianisequenza e cambi di ritmo impressionanti conferma l'amore per il cinema e proprio la prolificità del regista riesce a dare successo e un'attenzione meticolosa al gusto corrente in fatto di mode, tendenze, stili e tutto il resto.
Tokyo Tribe è un film in realtà molto complesso da girare con tanti personaggi e gang, tutte al contempo caratterizzate a dovere e tutte che cercando di ritagliarsi una propria fetta di fama.
Un film che molto probabilmente dato in mano ad un altro regista che non lo sentiva come qualcosa di importante avrebbe comportato un sicuro fiasco. Qui è sprigionata la follia e la creatività e sono proprio questo insieme di elementi uniti ad un corollario di scelte originali e spesso anche politicamente scorrette (la poliziotta svestita per strada che finisce tra le mani di Mera unita alle scene sado-mado e quelle di cannibalismo).
Visivamente folle, sembra ironizzare su tanto hip hop moderno e l'esagerazione del fenomeno che sta dietro, dando risalto e forma a personaggi improbabili che pur non diventando mai del tutto delle macchiette funzionano proprio nella maniera in cui esagerano un fenomeno di massa che ha ripreso forma e successo.



Mole Song

Titolo: Mole Song
Regia: Takashi Miike
Anno: 2013
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Reiji è un poliziotto incapace, col chiodo fisso del sesso ma con un’incrollabile determinazione. I suoi superiori decidono così di utilizzarlo come agente sotto copertura da infiltrare nella yakuza. Reiji si troverà alle prese con due organizzazioni criminali dalle opposte filosofie e composte da personaggi singolari. Tra mille disavventure, il protagonista farà la differenza nella guerra tra le due gang.

Takashi Miike ha girato così tanti film che quasi nessun sito è riuscito finora ad elencare tutta la Mole dei suoi film. Dal canto mio credo di averne visti almeno una sessantina dopo importanti retrospettive con il regista presente in sala ed essendo diventato scemo sul web a cercare di essere sempre aggiornato sulle sue ultime fatiche.
Che siano film di formazione, yakuza movie, manga, romanzi, horror e quant'altro, il fuoriclasse giapponese insieme a Sion Sono siedono sull'olimpo nipponico del cinema di genere. Mole Song sono 130' minuti di puro intrattenimento in perfetto equilibrio tra commedia ed action. Una parodia demenziale che non vuole prendersi sul serio mischiando ironia e dramma e contaminando sotto generi e qualità tecniche che non sembrano mai venir meno.
Reiji è l'imbranato sfruttato dai suoi superiori per toglierlo di mezzo senza pensare nemmeno per un attimo che il ragazzo possa farcela. Un esercizio di stile che dato in mano a qualsiasi altro regista sarebbe molto probabilmente finito nel dimenticatoio mentre qui l'inarrestabile sequela di invenzioni visive reggono un impianto narrativo surreale e sopra le righe.

Di nuovo un film completamente anarchico che si prende tutte le libertà che vuole senza limiti e imposizioni (d'altronde Miike è diventato famoso per questo da quando in passato scelse di chiamarsi fuori dalle logiche di marketing con il potente DEAD OR ALIVE) ridisegnando un suo universo pop colorato, esagerato, popolato di richiami al mondo animale e ricolmo di idee grafiche.

domenica 18 settembre 2016

Over your dead body

Titolo: Over your dead body
Regia: Miike Takashi
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Una compagnia teatrale sta per mettere in scena Yotsuya Kaidan, celebre testo ottocentesco su un samurai senza padrone e soprattutto senza coscienza che non esita a distruggere tutto e tutti pur di acquisire una posizione di rilievo nella società. La coppia di attori protagonisti è anche coppia nella vita, ma il loro rapporto si incrinerà con il prosieguo delle prove, finchè risulterà difficile separare la realtà dalla finzione, e i due saranno trascinati negli abissi del delirio.

Uno degli ultimi film del prolifico, insaziabile e trasformista dei generi Miike, è un thriller psicologico con richiami horror, fantasmi, e alla base il desiderio di confrontarsi con un classico e una storia davvero inconsueta e complessa.
E'un film per certi versi molto più lineare e narrativo senza il solito e congeniale montaggio che smorza le immagini e rende ancora più frenetico il ritmo (caratteristica assolutamente infallibile che Takashi riesce a trasformare sempre in oro). Siamo più dalle parti di 13 ASSASSINI, HARA-KIRI:DEATH OF A SAMURAI e in alcuni momenti GOZU e IMPRINT per cercare di sondare una filmografia che vanta quasi cento film.
Miike adatta un'opera teatrale kabuki mischiandolo con le marionette Bunraku e crea un gioco di messa in scena tra moderno e storico, suggestivo e impressionante, portando avanti un'opera complessa con un climax finale degno della sua fama, una messa in scena invidiabile e alcune scene profondamente disturbanti come quella dei farmaci, etc.
Forse ci troviamo di fronte ad una delle sfide più complesse del regista, matura e difficile, ma che grazie al talento e una preparazione minimale per ogni singola inquadratura, riesce anche questa volta a raggiungere il suo obbiettivo. Quando dalle singole storie dei personaggi che si delineano fuori da un palco che non smette mai di girare, cominciano ad arrivare le bambole e le mutazioni del corpo, allora si entra a tutti gli effetti in quell'incubo malato e misurato che grazie ad una colonna sonora eccellente riesce a farti piombare in un vero incubo.



lunedì 18 luglio 2016

Gun Woman

Titolo: Gun Woman
Regia: Kurando Mitsutake
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Due mercenari stanno attraversando il deserto quando per ingannare l'attesa uno racconta all'altro la storia di un individuo noto come Mastermind, che è riuscito a trasformare una prostituta tossicodipendente in una macchina per uccidere. In cerca di vendetta nei confronti del miliardario sadico che ha ucciso la sua amorevole moglie, Mastermind, un medico giapponese, ha "modificato" la prostituta con l'intento di farla entrare nella struttura sotterranea in cui il miliardario soddisfa i suoi desideri sessuali.

L'exploitation, il genere dnotomista, il trash e lo splatter sono tutti gli ingredienti previsti per questa pellicola molto pulp e con alcuni momenti esilaranti ma anche di spessore.
Ritorna Asami, l’attrice porno nonchè protagonista di numerosi film trash nipponici degli ultimi anni.
Gun woman è pieno d'azione e di sangue. Seguiamo questa piccola fiammiferaia schiava della droga in un Giappone allucinato popolato da individui sempre più ambiziosi ed egoisti in cui la vita umana vale meno di zero e ciò che conta è soddisfare i propri istinti.
Senza inutili pedanterie e dei dialoghi d'effetto, sembra prendere i recenti LUCY e EVERLY e buttarli in un tritacarne, come se fossero passati sotto il vigile occhio di Miike Takashi.
La chirurgia portata agli eccessi con parti meccaniche di una pistola da montare introdotte nel corpo sembrano citare il cinema di Tsukamoto anche se con alcune varianti differenti.
Forse solo il finale con alcuni colpi di scena un po tirati per le lunghe e senza troppa logica, in realtà servono a ben poco contando che gli intenti del film sono ben altri.

Gun Woman è un revenge-movie dove una donna gira nuda vendicandosi e usando il corpo come magazzino in cui nasconde una pistola da assemblare e qualcuno che vigili su di lei per farle ad hoc una trasfusione.

mercoledì 8 giugno 2016

Sword of the stranger

Titolo: Sword of the stranger
Regia: Masahiro Ando
Anno: 2007
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Film incentrato sulla storia di un elisir di vita eterna e di un'antica profezia, è anche il racconto dell'amicizia tra due persone con un passato tragico: un fiero e potente samurai senza nome, che ha fatto voto di non sguainare più la spada, e Kotaro, un orfano che ha come unico amico il suo fedele cane Tobimarou.

L'animazione pur con meno titoli rispetto a una volta è sempre in grado di regalare pellicole affascinanti. Anche dopo l'addio del maestro dello studio Ghibli, i nipponici continuano ad essere tra i massimi esperti in assoluto sul genere e sulle trame che la compongono.
Sword of the stranger nella sua semplicità, nella sua apparente semplicità riesce ad essere un viaggio di formazione e di crescita importante e mai troppo prevedibile.
Un viaggio nel giappone feudale con arie da western, quelle arie che già incuriosirono Leone guardando i film sui samurai di Kurosawa interpretati dallo straordinario Mifune.
Rispetto ad alcuni suoi coetanei come NINJA SCROLL eliminandone però qualsiasi componente favolistica o sovrannaturale, per storicità è più lineare con KENSHIN, dimostra di essere un solidissimo anime-action di ambientazione storica, strutturando continuamente i paradossi di un'amicizia tra adulto e bambino in maniera elementare quanto strettamente funzionale e avvincente oltre che commovente in alcuni passaggi.
Gli ingredienti della storia poi sono quelli abbastanza ricorrenti nei racconti di genere: un samurai solitario con un passato da dimenticare, un bambino in fuga da qualcosa che ne minaccia l’incolumità, un animale-totem, nemici -spesso sadici- a profusione , in cui per il concetto di onore e per quello di voler conoscere i propri limiti, solo uno potrà scontrarsi con il protagonista-eroe.
L'animazione nipponica come sempre si distingue per il suo impatto visivo, per il suo bisogno di sottintendere il sacrificio e quindi allo spettatore non vengono risparmiati ettolitri di sangue sparati dalle arterie ad altissima pressione, teste mozzate, spade conficcate nei crani, frecce capaci di passare un corpo da parte a parte e infine arti staccati di netto dai corpi.



domenica 22 maggio 2016

Boy and the Beast

Titolo: Boy and the Beast
Regia: Mamoru Hosoda
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Ren perde la madre per un incidente dopo aver perso il padre in seguito al divorzio dei genitori. Di fronte alla prospettiva di essere affidato agli odiati zii, il ragazzo fugge per le strade di Shibuya finché non attira l'attenzione di un animale bipede, misterioso e parlante. Il suo nome è Kumatetsu ed è una delle Bestie (bakemono) più potenti di Jutenkai, un mondo parallelo a Shibuya e popolato solo da animali antropomorfi. Senza rimpianti per il mondo degli uomini, Ren sceglie di crescere tra le creature, imparando l'arte della lotta dal formidabile Kumatetsu.

In The Boy and The Beast esistono due mondi, o per meglio dire, dimensioni.
In una vi abitano gli esseri umani, nell’altra le bestie. È pericoloso che gli abitanti della prima varchino i confini della seconda, poiché l’uomo, a differenza della bestia, può essere colto dal potere delle tenebre, che è un modo come un altro per dire che può commettere azioni turpi.
Una verità che tutti conoscono lì dove non ci sono uomini, i quali perciò vengono visti come portatori di squilibrio.
Boy and the beast è finora il film più bello della già interessantissima filmografia del maestro dell'animazione Mamoru Hosoda. Un film che pur costellato da numerosi limiti e scelte che si rivelano disfunzionali riesce e cresce diventando una parabola di vita, un film di formazione e di nuovo una galleria di personaggi e intuizioni originali.
Gli archetipi trattati all'interno dell'opera sono abbastanza abusati ma riescono ad essere tanti e miscelati in modo funzionale anche se ogni tanto si rischia di annegare nelle emozioni umane e il sentimentalismo fa capolino come in molte opere d'animazioni nipponiche e che trattano il percorso di formazione che prevede un'educazione attraverso le arti marziali (cosa che nel mondo asiatico coincide con un’educazione morale ed spirituale) fino all’adolescenza.

Come per Miyazaki anche qui la sceneggiatura e il soggetto vanno al di là del classico film per bambini, trattando temi decisamente adulti, e mascherandoli con un velo di comicità  

lunedì 11 aprile 2016

Tag

Titolo: Tag
Regia: Sion Sono
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Un’improvvisa folata di vento e uno scuolabus con quaranta studentesse viene tagliato a metà. L’unica sopravvissuta è Mitsuko che, chinatasi per caso, rimane miracolosamente illesa. Non le resta che scappare, correndo il più lontano possibile da quel vento omicida. Quando si ritrova a scuola, Mitsuko è assalita dal dubbio che l’incidente sia stato solo un incubo: ma poco dopo l’insegnante imbraccia un mitragliatore e stermina tutte le presenti. Tranne lei, Mitsuko, che si ritrova a scappare di nuovo. Al termine della corsa qualcuno la chiama Keiko, sostenendo sia il giorno del suo matrimonio. Un maiale in smoking la minaccia, inseguendola: non le rimane che scappare ancora. Mitsuko è allora vittima di un brutto sogno o forse di un gioco il cui premio finale è la sua vita?

Sono, come Miike Takashi, appartengono a quella limitatissima cerchia di registi nipponici che riescono nella difficilissima impresa di girare cinque, sei, sette film nello stesso anno, renderli completamente diversi per tematiche, generi e messa in scena e dotandole sempre di un ritmo e di un estetica affascinante.
Peccato che soprattutto per Siono ancor più che per Miike, la reperibilità di questi titoli siano sempre più difficili e complessi soprattutto se i festival sono limitati.
Tag è un horror anomalo, quasi un eco-vengeance con protagonista una folata di vento assassina e un complotto alla base molto più grosso di quanto si possa immaginare.
Soprattutto dalla seconda metà in poi, diventa vano qualsiasi tentativo di seguire il flusso narrativo degli eventi o di dare un senso logico a tutto quello che succede e il movente che sta alla base.
Quella che emerge del regista ancora una volta in un film, quasi del tutto femminile e con una sequenza iniziale esplosiva e super splatter, è proprio una follia liberatoria che non accenna ad abbandonare. Trattando e riuscendo, nel solo 2015, ad uscirsene con bei sei titoli di cui grazie al TFF sono riuscito a vedere anche LOVE & PEACE, in cui Sono riesce ad equilibrare Kaijū Eiga, fantasy, i christmas movie yankee e l’animazione stop motion e SHINJUKU SWAN, uno yakuza inteso come gangster movie, tragicommedia, melo e fiaba dai toni grotteschi
“La vita è surreale” ripete più volte una delle scolarette protagoniste in TAG.
E se la vita è surreale, questo film lo è ancora di più, circondandosi di un surrealismo smodato, assolutamente non circoscrivibile entro canoni estetici preconcetti.
Il film dell'outsider giapponese è una vera e propria fuga dalla realtà attraverso la porta del cinema e strizzando l'occhio all'exploitation e al dnotomista nipponico.



Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers

Titolo: Girls Rebel Force Of Competitive Swimmers
Regia: Koji Kawano
Anno: 2007
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Aki è una nuova studentessa di un liceo giapponese, che vuole partecipare ad una gara di nuoto. Qui conosce le altre ragazze che si allenano per la gara e stringe con loro amicizia. Contemporaneamente, nella scuola si stanno compiendo dei vaccini per cercare di rendere immuni alunni e professori da un virus che dilaga in tutto il Giappone. Questo virus, però, riesce comunque a dilagare come un’epidemia e trasforma studenti ed insegnanti in zombie, che uccidono e divorano i superstiti. La squadra femminile di nuoto, però, sembra immune dal virus e, proprio per questo, decidono di combattere l’armata di zombie che si avvicina…

Kawano lavora molto nell'indie e questo film ne è una prova inconfondibile.
L'autore infatti sfrutta lo zombie movie infarcendolo di attrici/pornostar sempre inquadrate raso e sotto la marinaretta, puntando a qualche seno gigante siliconato, sequenze saffiche in abbondanza, spruzzatine di sesso, un pizzico di azione e fiumi di sangue e il virus di fondo che trasforma in zombie.
Arriva alla fine a chiudere in 78' farciti di frattaglie ricamando uno sterile pastone composto da suggestioni baracconesche dal vago retrogusto fumettistico e sangue a litri.
Una sciocchezza gore ben diretta che soffre e stride solo nelle goffe sequenze action in cui ovviamente una pin up maggiorata nulla può rispetto ad una reale e necessaria atleta
L'elemento che lo discosta da altri esperimenti nel settore è quello per cui il film è nato e concepito per l’otaku e il voyeur nipponico, non per il nerd statunitense o europeo diventando sexploitativo di alcune dimestichezze ed esagerazioni tipiche del Dnotomista come il laser-vagineo finale.

Sembra poi che i nipponici abbiano addirittura come per il J-horror coniato il“Nihombie” come per altri titoli come ZOMBIE SELF DEFENCE FORCE, HIGH SCHOOL GIRL RIKA:ZOMBIE HUNTER o lo stesso predecessore JUNK.

giovedì 24 marzo 2016

Baoh

Titolo: Baoh
Regia: Hiroyuki Yokoyama
Anno: 1989
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Il gruppo DRES, un'organizzazione criminale che si occupa di bioingegnerie applicate a scopi bellici, sviluppa in segreto, attraverso numerosi esperimenti su cavie animali e umane, una potentissima arma biologica, un letale parassita vermiforme da impiantare nel corpo di una sfortunata cavia. Quando avrà compiuto il suo ciclo evolutivo, il parassita deporrà le uova nel corpo dell'ospite, che sarà veicolo del contagio prima di essere ucciso dalle secrezioni acide delle larve. Durante il suo sviluppo all'interno del corpo colonizzato, il verme conferisce all'ospite un potere di rigenerazione di organi e tessuti danneggiati virtualmente infinito oltre a una incredibile serie di abilità sovrumane che lo trasfigurano anche nell’aspetto. L'unica possibilità di uccidere il portatore infetto è distruggergli la testa e il cervello.

La cosa interessante e per certi versi originale di un certo tipo di animazione nipponica è quello di non concedere mezze misure quando si trattano alcuni temi e un'animazione possiamo dire adulta.
Baoh continua un discorso che ai giapponesi è sempre stato a cuore come quello degli esperimenti, della bomba atomica, delle conseguenze impreviste e delle mutazioni.
Tratto da un fumetto e dallo stesso autore di "Le bizzarre avventure di Jojo", Hirohiko Araki.
Per essere una storia di orrore e fantascienza con un uso massiccio della violenza con squartamenti e altro e avendo come protagonisti una bambina e un minore, Yokoyama non si è davvero risparmiato. In un'ora sono concentrati molti elementi e tanta azione e da quando Baoh si trasforma ed esplode sembra di essere tornati a quella ferocia che contraddistingueva OAV come Devilman o altro, siglando di fatto come i giapponesi fossero ai vertici della violenza animata, allora come mai.


Lupin 3

Titolo: Lupin 3
Regia: Ryuhei Kitamura
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Lupin III, nipote del celebre Arsenio Lupin, è universalmente riconosciuto come uno dei ladri più famosi del mondo, tanto da far parte dell’organizzazione The Works. A capo di questo gruppo di ladri, c'è il veterano Dawson, che viene ucciso da una banda di criminali nel corso di una rapina, che ha come obiettivo un'antica collana, che a sua volta un tempo conteneva la preziosa pietra "Cuore rosso cremisi di Cleopatra". A breve, il rubino e la collana si ricongiungeranno, per formare un unico gioiello dal valore inestimabile. Lupin e i suoi amici - l'infallibile pistolero Jigen, il maestro della spada Goemon e l'affascinante Fujiko - dovranno espugnare "L’Arca di Navarone", la gigantesca cassaforte di massima sicurezza in cui il gioiello è custodito. Il loro ingegnoso piano sarà ostacolato dall’instancabile ispettore Zenigata, pronto a tutto pur di arrestare Lupin, che continua a prendersi gioco di lui e dei suoi sforzi per consegnarlo alla giustizia.

Kitamura è un regista che seppur folle e non sempre consapevole del risultato, si butta su alcuni delicati esperimenti talvolta con successo, talvolta no.
Ecco Lupin 3 nella sua impressionante durata sfiora troppi eccessi senza avere mai una coerenza per tutto il film, mancando più volte il bersaglio e il bottino che viste le aspettative di critica e pubblico dovevano essere molte.
Sembra un film girato troppo velocemente, scegliendo una trama che poteva essere molto più ambiziosa e invece è parte del fallimento del film che tra scene d’azione super cinetiche e un montaggio ultra frenetico finisce per essere uno di quei live-action persino noiosi.
Il doppiaggio e le voci dei protagonisti, poi, sono le stesse che siamo abituati a sentire nei cartoni animati. Tadanobu Asano per quanto risulti sempre carismatico diventa una macchietta e alla fine non viene da empatizzare con nessuno dei personaggi soprattutto il protagonista.
Alla fine rimane un film leggero e poco incisivo.

Nonostante la presenza di tutti gli stilemi del film d’azione, regia e sceneggiatura sono più che mai dimenticabili. Più un film per nuovi adepti, forse, che per gli aficionados storici del ladro gentiluomo. Ma è di scarso valore e soprattutto sembra fatto apposta per accontentare e soddisfare il palato di pochi nerd insaziabili.

mercoledì 3 febbraio 2016

Ricette della signora Toku

Titolo: Ricette della signora Toku
Regia: Naomi Kawase
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Sentaro cucina dolci tipici in un chiosco di città, per ripagare un debito a vita. La sola compagnia che tollera è quella di una ragazzina senza mezzi, cui regala i pancakes non perfettamente riusciti. Un giorno, una vecchia signora di nome Toku si presenta da lui in cerca di un lavoro. La sua confettura di fagioli rossi è la più deliziosa che Sentaro abbia mai assaggiato, ma le sue mani sono sfigurate da una vecchia malattia, che l'ha tenuta lontana dalle altre persone per tutta la vita. Nello spazio di pochi metri e pochi giorni, i tre si regalano a vicenda la prospettiva che era stata loro negata fino a quel momento.

Il film della Kawase, tradotto anche da noi in modo bestiale, è un inno alla generosità dei sentimenti, alla passione per la raffinatezza e il rispetto per gli anziani.
Un film che nella sua semplicità si struttura ed evolve in modo complesso e critico, con alcune svolte tematiche, soprattutto dalla seconda parte, che sentono il bisogno di non appartenere solo alla cucina ma soprattutto al rispetto per le tradizioni.
E' un lungo poema filosofico se vogliamo, in cui l'avvicinamento alla morte, diventa una commovente riflessione della vecchiaia e il bisogno di riflettere sui dettagli e quei piccoli particolari che per Toku sono carichi di importanza e significato.
In una società frenetica come quella giapponese, la dilatazione dei tempi imposta da Toku per ottenere i risultati, diventa il modus operandi di una generazione e di come senza fretta, ma ascoltando il borbottio dei fagioli, parlando con la luna e accostandosi agli alberi di ciliegio che servono a scandire le stagioni, viene narrata la contraddizione tra modernità e tradizione che diventa un'affascinate incontro e convivenza in cui nessuno riuscirà a fare a meno dell'altro.
Un film che insegna come il concetto stesso di felicità sia onnipresente in ogni piccola cosa.


mercoledì 30 dicembre 2015

Love & Peace

Titolo: Love & Peace
Regia: Sion Sono
Anno: 2015
Paese: Giappone
Festival: TFF 33°
Giudizio: 3/5

Un uomo che in passato aveva sognato di diventare un cantante punk rock, sta lavorando come impiegato per una compagnia di strumenti musicali. È segretamente innamorato di una sua collega. Un giorno trova una piccola tartaruga sul tetto, e la chiama Pikadon...

Nel senso buono e metaforico del termine, Siono, che ha girato qualcosa come 5 film solo nel 2015,trova in questo ultimo delirante racconto di formazione, la possibilità di contaminare al massimo due dei temi che più lo appassionano come le mutazioni repentine della realtà sociale del Giappone e la vessazione della società sull'individuo, trovandone una buona alchimia.
Love & Peace, il titolo è già profetico, è un film che procede per accumulo infarcendolo di elementi, simboli, trasformazioni, tutto in perfetta sintonia e riuscendo ad equilibrare Kaijū Eiga, fantasy, i christmas movie yankee e l’animazione stop motion tutto con fantasia e una trasversalità di generi cinematografici incredibile, ludica e originale.
Il tutto poi sapendo sottolineare la tragedia di Fukushima e Hiroshima, il peso della società, la cronaca del dopobomba, l'alienazione dei giapponesi, le multinazionali e più di tutto l'affermazione dell'ego in una società turbo capitalista che ha dimenticato la propria storia e parte dei valori.
Love & Peace è prima di tutto esagerato e sfrontato, infatti non per altro ma come per la prolificità dei film, spesso il regista viene paragonato al maestro Miike Takashi per quell'esplosione pop, quella anarchia di fondo che lo vede come un autore libero di poter creare l'opera che preferisce e con i toni e l'ironia che più lo ispirano.
Una ricompensa che non viene data proprio a tutti e che se come in questo film viene esplosa a 360° rischia di poter diventare anche un flop incredibile.
Eppure come tutti gli outsider che si rispettino, Sono sa quello che vuole e dunque dietro una maschera che contamina cultura e altro, riesce a levigare il suo cinema dandogli una sorta di riflessione che continua a mettersi in gioco e far riflettere sui temi più disparati.

Il problema di queste pellicole, in particolar modo della tradizione nipponica è quello che proprio avendo così tante libertà e un umorismo molto diverso dal nostro, rischia di esagerare proprio lì nell'esasperazione, sconfinando prepotentemente e lasciando più volte basiti e di stucco per la mole incredibile di potenza buttata via.