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venerdì 27 marzo 2020

Burning(2018)


Titolo: Burning(2018)
Regia: Chang-dong Lee 
Anno: 2018
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Jongsu, che per tirare avanti fa lavoretti part-time, a Seoul incontra casualmente Haemi, ragazza che non vedeva dai tempi d’infanzia, all’epoca sua vicina di casa, in un villaggio rurale dove è possibile sentire la voce dagli altoparlanti della propaganda nordcoreana. Di lì a poco lei parte per l’Africa e chiede a Jongsu se può occuparsi del suo gatto mentre è via. Al suo ritorno, Haemi è in compagnia di Ben, uomo misterioso e facoltoso, che un giorno rivela a Jongsu di avere un hobby segreto: dare fuoco alle serre abbandonate, almeno una volta ogni due mesi. E da quel momento, Haemi scompare…

Burning è un’esperienza eterea, un viaggio lungo, lento e affascinante sulle relazioni umane.
Un’opera che riesce a trattare alcuni temi con un’attenta analisi lucida sulle classi sociali, sul perbenismo, sulle maniere delicate per distruggere quello che amiamo di più. Un film elegante con un sotto strato di nefandezze, orribili segreti, il bisogno di nascondersi e far sempre buon viso a cattivo gioco.
Un film che per qualche strano motivo non riesco a togliermi dalla testa vuoi per alcuni dialoghi, per la semplicità e la fluidità dei movimenti, per le pause, i silenzi e soprattutto le atmosfere.
Un thriller che non ingrana mai in termini di ritmo e azione riuscendo in questo modo ad essere ancora più enigmatico, ossessivo nel riprendere e ripetere alcuni passaggi, un doloroso sguardo dentro di sé e verso la vita che percorriamo in un mondo che è sempre più un labirinto. Ma è anche una perfetta matrioska dove Jongsu vuole essere uno scrittore omaggiando Faulkner che allo stesso tempo è stato omaggiato da Murakami nel suo racconto da cui è stata tratta la sceneggiatura del film. Ma anche una matrioska nelle relazioni e nell’indagine con Ben e i suoi misteri, la sua ricchezza preludio di un vuoto abissale e dei misteri della bellissima Haemi.
La vera forza del film è il suo sposare fin dalle prime scene un’atmosfera volta a rimanere per tutta la sua durata nell’ombra, dipanando gli eventi in maniera mai palese ma lasciando tutto velato nel mistero e nel non detto ma che noi presumiamo di sapere o di aver capito.
Ancora una volta una lezione su come ridare enfasi ad un genere intramontabile.


lunedì 23 marzo 2020

Knives out


Titolo: Knives out
Regia: Rian Johnson
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Harlan Thrombey, romanziere, editore e carismatico patriarca di una bizzarra famiglia allargata, è morto. Scoperto dalla giovane cameriera Marta la mattina dopo un'imponente festa di compleanno per i suoi 85 anni, il cadavere eccellente ha la gola tagliata ma sembra essere il frutto di un suicidio. La lussuosa villa di campagna di Thrombey vede l'arrivo di due ispettori di polizia, dell'investigatore privato Benoit Blanc, e dei familiari del ricco imprenditore, guidati dai figli Linda e Walter e dalla nuora Joni. Con un'eredità che fa gola a ognuno di loro, e con un'indagine che gratta sotto la superficie degli eventi, la costernazione lascia velocemente il posto al sotterfugio e al pregiudizio.

Knives Out è un altro di quei film che sotto sotto avevo paura che a lungo andare fosse deboluccio, non lo so forse le ambizioni, il cast stellare, il giallo che agli americani quando hanno troppi soldi non viene così bene e altri motivi tra cui Johnson che passa da un universo all’altro ma che qui diciamolo non ha sbagliato una virgola.
Il detective movie in questione è un film che guarderò sicuramente molte altre volte vuoi perché ha qualcosa di decisamente ipnotico, vuoi perché ha una struttura e una sceneggiatura finalmente perfetta per un giallo e poi con continui ribaltamenti di struttura, attori caratterizzati benissimo, colpi di scena a profusione, un climax finale perfetto e una messa in scena di rara bellezza.
Mi sono davvero divertito, facevo le mie puntate, pensavo qualcosa che poi cambiava quando meno me lo aspettavo, insomma nei suoi 130’ non stacchi la testa un solo momento e la scelta funzionale del cast con un Craig che ancora una volta dimostra di non essere solo un fisic du role, ma un attore dotato di un pathos e di una sensibilità che dimostra e mette al servizio di questo controcorrente ispettore privato.
Knives out è pieno di situazioni, momenti indimenticabili, dialoghi perfetti, recitazioni mai sopra le righe (Evans è al limite) diventando ironico e divertente, ma anche un thriller dove il peso dell’eredità darà modo alla parentela di tirare fuori le unghie e quant’altro pur di appropriarsi sui beni di un romanziere che è riuscito semplicemente a fare quello che voleva prendendosi in un certo senso gioco di tutti.
Whodunit, gialli come questo era da tempo che non venivano a galla riuscendo a dimostrare come mettere insieme così tanti attori e dare ad ognuno il proprio momento in cui brillare non era affatto semplice soprattutto contando che Johnson non è l’Altman di GOSFORD PARK ma il paragone potrebbe, in questo unicum, tranquillamente starci. Davvero chapeau!

Outsider


Titolo: Outsider
Regia: AA,VV
Anno: 2020
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 3/5

The Outsider inizia seguendo un'indagine apparentemente semplice sull'omicidio raccapricciante di un ragazzo. Ma quando un'insidiosa forza soprannaturale si fa strada nel caso, un poliziotto esperto e un investigatore poco ortodosso sono portati a mettere in discussione tutto ciò in cui credono.

Strappo un 3/5 al pelo con un più no che sì. Una serie tv abbastanza fiacca, dell’onnipresente King ancora una volta riadattato per un pubblico di fan che vuole incessantemente che i lavori del maestro del brivido vengano sdoganati nella settima arte. Il cinema ha più volte dimostrato, a seconda anche dei talenti posti alla regia e alla scrittura, quali si siano salvati e quali no e sono tanti da entrambe le parti.
Parto con una premessa. Di solito quando scrivo le recensioni dei film di King leggo sempre anche i libri.
Si millanta tanto questa serie come se fosse finalmente quella via di mezzo che riadatta il folk-horror e la narrativa fiabesca e mitologica con funzioni apotropaiche, mischiando elementi di It e i Vampiri di Salem, Dracula di Stoker, godendo di un budget faraonico e mettendo insieme un crew di attori tutti, o quasi, in parte. Capitanati da Mendelsohn, un attore che adoro che riesce a comunicare ed essere espressivo pure con gli occhi chiusi, si scoperchiava un vaso di Pandora con elementi horror, drama, sci-fi, poliziesco, mistery e tanto altro ancora. I drammi per bambini scomparsi erano solo il segmento finale per costruire una analisi complessa sul dolore e farci finire dentro la maggior parte dei personaggi in una comunità marcia dove l’irrazionale strisciante assume diverse forme e identità. La stessa comunità divisa da una purulenta e potenziale malvagità insita in ognuno di noi dove infine il soprannaturale convive sullo stesso piano della nostra realtà e sembra questo il tema su cui la serie Hbo si concentra maggiormente ma a differenza di serie intoccabili come True Detective-Season 1 (e qui le similitudini non vanno nemmeno prese in considerazione) il bello del lavoro di Pizzolato era puntare ad un impianto di semina e raccolta dove il personaggio arrivava prima dell’evento in sé agendo in un ambiente definito da regole precise e subito individuabili mentre qui l’impianto è stato ribaltato con effetti nefasti.
Outsider parte molto bene (i primi due episodi), ha una parte centrale noiosissima e riempitiva (4-5-6) in cui i dettagli delle sotto storie vengono ampiamente sottolineate ed evidenziate da Holly nel monologo in cui mostra a tutti con cosa avranno a che fare (forse uno dei momenti più alti della serie) e finisce maluccio, mettendo l’acceleratore all’interno di quella caverna dove credo tutti si aspettassero qualcosa di più.
Outsider inquadra molto bene alcuni problemi legati alla serialità, alla mancanza di riuscire a trasformare quei non detti del romanzo, a dover spesso ripetere formule e dettagli già ampiamente trasmessi al pubblico se non in maniera palese, come dovrebbe essere il cinema, con dei dettagli per stuzzicare l’attenzione e la voglia di coinvolgersi magari prendendo qualche appunto.
La divisione bene e male non è mai stata divisa in maniera così netta, lo stesso ruolo della comunità che con maestranze diverse si stringerà al dramma successo per combattere lo straniero, questa strana calamità che chiede nutrimento prendendo le sembianze umane. “Perché i bambini?” chiede nel finale uno dei protagonisti al vampiro aka l’uomo nero aka El Cuco e la creatura risponderà “perché sono più buoni”
Fate attenzione perché il vero colpo di scena arriverà dopo i titoli di coda dell’ultimo episodio.


giovedì 17 marzo 2011

Giallo

Titolo: Giallo
Regia: Dario Argento
Anno: 2009
Paese: Italia/Usa
Giudizio: 2/5

Il detective Enzo Avolfi si trova coinvolto in una folle corsa contro il tempo per trovare e bloccare un terribile serial killer, meglio noto come Giallo, che tortura e uccide giovani modelle. Ad aiutarlo Linda, la cui sorella è stata rapita da questo misterioso assassino.

Giallo è un thriller che non appassiona. Dario Argento dopo il successo con i due episodi dei MHO riesce ad avere dalla sua una casa di produzione americana con la possibilità quindi di poter regalare qualcosa di brillante. Non solo non ci riesce ma se la possibilità che può essere regalata viste le difficoltà produttive nel nostro paese è questa limita veramente le possibilità a registi emergenti che potrebbero dare una verve sicuramente meno noiosa. Purtroppo tutto il film è lento e privo di colpi di scena. I personaggi sono macchiette e gli attori nulla possono per cercare di dare forza ad una sceneggiatura troppo traballante. Brody oramai come il prezzemolo d'appertutto risulta quasi inespressivo avendo un personaggio "il lupo" caratterizzato malissimo.
La sceneggiatura è da ricovero con alcune trovate finali che fanno cadere le palle per la loro banalità.
Argento ha potuto sfoggiare tutto il centro e alcune location "magiche"assolutamente torinesi senza valorizzarne l'enfasi e la crepuscolarità.
Sull'attore che interpreta il killer preferisco tacere per non essere offensivo.
Peccato Dario, un altro flop coi fiocchi...