Visualizzazione post con etichetta Ghost Movie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ghost Movie. Mostra tutti i post

venerdì 15 novembre 2019

Scary stories to tell in the dark


Titolo: Scary stories to tell in the dark
Regia: André Øvredal
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mill Valley, Pennsylvania, 1968. Si approssima la notte di Halloween. Stella, giovane studentessa solitaria con ambizioni di scrittrice, si lascia convincere dai suoi due soli amici, Auggie e Chuck, ad andare a fare pazzie durante la notte. Come prima cosa tirano un brutto scherzo al bulletto Tommy, che se lo merita, ma reagisce con vendicativa determinazione. In precipitosa fuga, i tre vengono salvati da Ramon, di passaggio in città. Fatta amicizia, Stella propone a Ramon e agli altri di andare nella vecchia casa infestata della famiglia Bellows, dove una volta viveva la leggendaria Sarah, una ragazza che, tenuta segregata dai familiari nello scantinato per motivi misteriosi, raccontava storie orrorifiche attraverso le pareti ai bambini che venivano ad ascoltarle e che poi, si dice, facevano una brutta fine. Stella trova il libro dei racconti di Sarah e le cose volgono subito al peggio.

Succedono tante cose in quello che sembrava un trittico di storie dell'orrore ma che invece ha mantenuto una base solida narrando una storia organica con svariate vicende, tante location diverse e piani narrativi che sembrano rincorrersi a mosca cieca.
Il film voluto da Del Toro non era affatto facile. Coniugare racconti dell'orrore per ragazzi, micro storie alcune lunghe un paio di pagine e inserirle in un contesto come quello del '68 in cui succedevano vicende complesse come la guerra del Vietnam mentre nella settima arte Romero scardinava le regole con il suo film più celebre. Un film che rientra perfettamente in un quadro di racconto di formazione fantastico con quella che viste le premesse sembrava una sorta di operazione nostalgica e che solo in parte possiamo dire sia stato così.
Ovredal dopo Troll Hunter e Autopsy of Jane Doe dimostra il suo incredibile talento, con il suo film più ambizioso, complesso, difficile da gestire vista la moltitudine di maestranze coinvolte, il cast allargato, un insolito cocktail di generi che mescola ghost stories, mostri, spauracchi, trasformazioni, enigmi, complotti e segreti da custodire nonchè il bisogno di gridare la verità e riscattare vittime innocenti.
L'aver coniugato tutto in un unico film dandogli un target che mettesse d'accordo diverse fasce d'età, senza lesinare sulla paura, rimanendo creepy al punto giusto e con un paio di scelte congeniali che per gli amanti del genere saranno difficili da dimenticare rimane un'operazione non facile e non alla portata di tutti.
Alvin Schwartz che ha scritto le storie da cui il film è tratto andrò subito a reperirlo.
Delle storie che sembrano strutturate in maniera diversa quando poi il fil rouge è lo stesso, assorbite da tutti i fruitori con effetti diversi, jump scared che però finalmente non sono gettati via giusto perchè la produzione lo impone, qui tutto è molto più articolato, curato in ogni singolo fotogramma, minimale quando deve e spaventoso quando ci regala alcuni mostri per fortuna abbastanza originali (l'ospedale e la cella).
Schwartz, Ovredal e Del Toro sembrano interessati alla scoperta dell'ignoto che per un ragazzino potrebbe davvero risultare molto più profondo di quanto sembri per un adulto, c'è poco sangue, ma l'orrore resta come un'ironia di fondo che in alcune scene smorza i toni senza trascurare un'atmosfera perfetta che piomba lo spettatore in alcuni incubi innocenti spostandoli da una parte all'altra muovendoli sulle corde dei suoi giovani protagonisti, facendogli vivere alcuni dei più importanti scenari che da sempre il cinema horror si è impegnato a farci scoprire.



lunedì 21 ottobre 2019

Jigoku-Inferno

Titolo: Jigoku-Inferno
Regia: Nobuo Nakagawa
Anno: 1960
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Un liceale stringe amicizia con un suo coetaneo che rappresenta il male assoluto. Una notte lui e il ragazzo sono in auto ed investono un ubriaco, ma lo lasciano morire senza soccorrerlo. Da quella notte la loro vita sarà una discesa all'inferno...

Capita spesso che alcuni grandi maestri soprattutto in Oriente e soprattutto in Giappone, in un preciso contesto storico e politico, non vengano distribuiti ma messi ad invecchiare in un luogo sconosciuto.
Gli artisti in questione potevano e rischiavano davvero tanto, dalla prigione, ad altre spiacevoli traversie. Nakagawa per fortuna era molto famoso e il suo cinema, almeno una parte, commercialmente aveva degli ottimi risultati.
Dispiace ancor più che un film come Jigoku,  sia rimasto intrappolato in quel limbo dove risiedono migliaia di film scomparsi. Poi per fortuna grazie ad una serie di vicende il film è riuscito ad arrivare anche da noi, attraverso rassegne coraggiose e piccole distribuzioni.
L'opera in sè raggiunge dei fasti a cui pochi sono arrivati.
Dante ripreso per dare forma ad un dramma reale che prende le direzioni più allucinate e sofferte diventando un'epopea di disgrazie, di viaggi tra realtà e immaginazione, personaggi diabolici e intenti ancor più letali e mostruosi.
Uno dei padri assoluti del j-horror (ma quello serio che non deve parte della sua fortuna ai jump scared o ad alcune mosse commerciali) deve il suo talento a diversi fattori soprattutto quelli dell'avanguardia scenica e fotografica con le luci sparate sugli attori e il campo buio che occupa il resto dello schermo, che in Oriente lasciava spiazzati per i risultati ottimali, la resa e la continua voglia di sperimentare. Inferno è una ricerca continua, estrema, azzardata, che riesce a mettere a tacere lo spettatore colto che rimarrà esterrefatto contando l'epoca in cui ci troviamo e un certo coraggio ad approfondire alcuni temi e a promuovere un taglio gore di notevole impatto emotivo.
Jigoku è uno degli horror in assoluto più belli della storia del cinema mondiale, un film ancorato nei suoi retaggi avanguardistici, che osa continuamente senza nessuna paura della censura, dove gli ultimi '40 sono un vero e proprio teatro degli orrori, un film che sembra un'insieme di quadri profetici per quello che succederà nel proseguimento della storia e dove ancora una volta gli svistamenti psichedelici fanno il resto, regalando scene a profusione di una bellezza che ormai il cinema sembra aver dimenticato.
Il film fu l'ultima produzione degli studi Shin-Toho, che si trovavano in grosse difficoltà finanziarie; Jigoku fu girato velocemente, con un bassissimo budget e si narra che molti degli attori del film abbiano partecipato all'allestimento del set dell'Inferno, pur di completare il film. Il film venne portato a termine, ma non riuscì comunque a salvare gli Studios dalla bancarotta

lunedì 7 ottobre 2019

Marianne-Prima stagione

Titolo: Marianne-Prima stagione
Regia: Samuel Bodin
Anno: 2019
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Una famosa scrittrice horror torna nella sua città natale e scopre che lo spirito malvagio che la perseguita in sogno sta provocando il caos nel mondo reale

I francesi nell'horror hanno sempre fatto scintille.
Marianne è un compendio di così tanti elementi mischiati che ne sanciscono variazioni su generi ormai ampiamente abusati, una trama opprimente e allo stesso tempo per un mood claustrofobico infarcito di elementi.
Un'operazione commerciale con tanti obbiettivi tra cui sicuramente quello di spezzare una monotonia di scrittura e puntare tutto sull'azione e i jump scared (davvero..davvero troppi). Un prodotto dove il soprannaturale, il disagio reale, la città che richiama demoni e segreti con i suoi inquietanti sacrifici, i personaggi (pochi ma buoni) che cercano di divincolarsi da una caratterizzazione spesso accennata e confusa.
Marianne mischia spesso i piani temporali, regala tanto di quel sangue che si fatica a credere ma allo stesso tempo, pur essendo pensata per un pubblico giovane (vietata ai minori di 14 anni) non riesce mai a far paura e inquietare davvero a causa del suo ritmo troppo accelerato e di una protagonista sfacciata che non sembra mai avere paura di nulla (nonostante quello che le succeda ha dell'incredibile). Un canovaccio con troppi elementi, spesso sbilanciati, che non sembrano dare mai una calma per soffermarsi a pensare a cosa stia succedendo, una continua burrasca, come il mare e le onde che si infrangono sugli scogli di Elden.
Sembra la risposta europea, con i tocchi classici dell'horror americano, delle Terrificanti avventure di Sabrina-Season 1 con più sangue e il taglio ancor meno teen.
In fondo i parti mentali di una scrittrice che diventano reali si sono già viste. I richiami sono tanti come le citazioni all'interno della serie.
Streghe, possessioni, sedute spiritiche con cani indemoniati, demoni che escono dal grembo materno, personaggi che svaniscono nel nulla senza più tornare se non sotto forma di fantasmi, tremendi incubi d'infanzia, un manipolo di amici fedeli che diventano a loro insaputa vittime sacrificali e per finire forse una delle cose più belle, la cittadina di Elden, con i suoi grigi paesaggi marini.
Dal punto di vista tecnico il risultato è impeccabile. Marianne, per l'enorme quantità di dettagli e formule andrebbe visto tutto insieme senza lasciare grossi buchi per non perdersi in una trama che allo stesso tempo se si fosse presa più tempo, togliendo elementi e approfondendo ancora di più quanto chiamato in causa, poteva risultare ancora più accattivante. Il risultato finale è comunque buono, averne di serie di questo tipo, e messe in scena con coraggio e tante formule narrative.

mercoledì 6 febbraio 2019

Peliculas para no dormir-Habitacion del nino


Titolo: Peliculas para no dormir
Regia: Alex de la Iglesia
Anno: 2006
Paese: Spagna
Serie: 1
Episodio: 2
Giudizio: 4/5

Una giovane coppia con figlioletto al seguito va a vivere in una nuova casa, ma la loro tranquillità (soprattutto quella del marito) sarà presto insidiata da una misteriosa figura che sembra voler rapire il bambino…

Alex de la Iglesia è sempre adorabile per diversi motivi. Prendendo ad esempio questo progetto, probabilmente tra i migliori dei 6, il regista spagnolo inserisce tutti i suoi aspetti peculiari.
Ironia, grottesco, azione, sangue, conflitto, trappoloni, per arrivare al climax finale in cui lo spettatore è disperato quanto il protagonista e nonostante le scene assurde continua a empatizzare per e con lui. Il film parte prendendosi tutto il tempo rimanendo però sintetico quanto basta per non ripetersi mai. I doppi sensi e la possibilità di creare il dubbio dove non c'è da situazioni di apparente normalità è uno dei suoi strumenti più efficaci e in questo caso riesce in maniera molto disinvolta, soprattutto con il cast, a rendere questo fattore ancora più realistico.
La location, l'uso delle telecamere (ed era uno dei primi a sfruttare questo sistema di video sorveglianza sui bambini), l'amore e il rapporto di coppia, le paranoie e le allucinazioni e infine la chiave di svolta che chiude bene una storia che non butta via nulla, ma che anzi dimostra enorme padronanza dei mezzi e della narrazione.
In più Iglesia è uno sempre in grado di spiazzarti con continui colpi di scena, slittando tutte le facilonerie, per cercare di rendere la struttura complessa, ma realistica sotto gli aspetti che lo consentono.

Peliculas para no dormir-Regreso a Moira


Titolo: Peliculas para no dormir-Regreso a Moira
Regia: Matteo Gil
Anno: 2006
Paese: Spagna
Serie: 1
Episodio: 6
Giudizio: 3/5

Tomás, un uomo di mezza età, scrittore di successo, ha passato gli ultimi quarant’anni della sua vita vivendo all’estero: tornato a casa, dovrà fare i conti con i fantasmi del suo passato, tra cui Moira, la misteriosa donna della quale si innamorò quando era ragazzino…

Dei sei episodi, Regreso a Moira, pare quello che più si accosta al genere melò, trovando però una venatura tutta sul thriller che rischia di cadere nel tragico senza farsi mancare fantasmi, case abbandonate, etc.
In parte è così, in parte c'è un duo poi un trio a disegnare un triangolo amoroso dove per forza alla fine qualcuno patirà le conseguenze.
Gil, sceneggiatore di Amenabar, parte subito dalla ricostruzione, dall'ambientazione, la fotografia che sembra illuminare qualcosa di antico, una relazione proibita e che in quanto tale, genera fin da subito delle conseguenze inattese e degli effetti perversi.
Un episodio nostalgico basato sui ricordi, sulla memoria, sulle scelte sbagliate e i rimpianti.
Forse l'unico episodio a far vedere una scena di sesso e forse l'unico a non scegliere pedestremente l'horror, preferendo sviscerandone alcuni sotto temi, per creare una storia che appare come la più distante dalle altre, ma allo stesso tempo, forse tra le più misurate nel contenere i propri eccessi e lasciando così che la verosimiglianza di alcuni aspetti prenda vita su grande schermo.





mercoledì 23 gennaio 2019

House


Titolo: House
Regia: Nobuhiko Obayashi
Anno: 1977
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Dopo aver scoperto che il padre vedovo ha deciso di sposarsi nuovamente, una giovane studentessa decide di passare le vacanze estive nella spettrale casa in mezzo al bosco della zia insieme alle sue compagne di scuola. La ragazza ignora però la vera natura della zia, una strega che si nutre di giovani vergini allo scopo di diventare immortale…

House aka Hausu è uno dei più importanti film sulla casa stregata, ovvero uno dei topos narrativi fondanti per la letteratura dell’orrore, oltre che essere un cult a tutti gli effetti.
Per chi come me ama alla follia Miike, Sono e Tsukamoto, soprattutto i primi due da questa nuova onda di giovani e sorprendenti registi hanno preso molto soprattutto per lo stile e le innovazioni visive.
Nella lunga conoscenza di registi folli nipponici Obayashi era un nome che mi mancava, sapevo dell'esistenza di questo progetto folle e che dicono e io confermo sia il corrispettivo della CASA di Raimi con la differenza che se quello si prendeva sul serio in America, questo ribalta tutto in chiave trash, weird e grottesca nella terra del Sol levante.
House va visto mettendo da parte ogni tipo di presunzione, serietà narrativa, logica e tutto il resto. E'un film folle, pieno di invenzioni, in grado di spingere il trash oltre le soglie del ridicolo fino a sfiorare e oltrepassare i limiti del sublime. Dall'inizio alla fine dal momento che la trama è solo un pretesto, Obayashi ha l'unico compito di bombardare lo schermo con detonazioni ultra-pop surreali e un caleidoscopio di intuizioni visive davvero fuori dalla media.
Qui siamo di fronte ad un film che non nasconde nulla della sua ironia a volte forzata, la intreccia con gli intenti famelici della zia e infine devasta tutto con un colpo di scena finale che ribalta completamente la struttura e la circolarità del film.
Esagerato e spassoso, un film che riesce ad intrattenere, crea una buona atmosfera e infine ha una sound track con quelle note di piano, capace come una nenia, di incantarti dopo pochi minuti.

domenica 9 dicembre 2018

Hill House


Titolo: Hill House
Regia: Mike Flanagan
Anno: 2018
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 5/5

La serie racconta la storia di un gruppo di fratelli che, da bambini, sono cresciuti in quella che in seguito sarebbe diventata la casa infestata più famosa del paese. Ora adulti e costretti a stare di nuovo insieme di fronte alla tragedia, la famiglia deve finalmente affrontare i fantasmi del loro passato, alcuni dei quali sono ancora in agguato nelle loro menti, mentre altri potrebbero nascondersi nell'ombra.

Hill House è una delle più belle serie tv in circolazione nel prima, nell'oggi e nel domani.
Il perchè credo sia Mike Flanagan.
E a conti fatti credo che sia una delle uniche serie televisive che rivedrò più avanti.
I perchè sono molti. In dieci episodi c'è la dimostrazione di un impegno, una voglia e un amore per il cinema tali che hanno permesso un mezzo miracolo in tempi dove ormai le serie sono parecchio inflazionate e soprattutto per chi come me pur venerando l'horror non ama particolarmente i fantasmi ma ama alla follia i dettagli e qui c'è ne sono una valanga.
Il vangelo da cui è tratta la serie viene praticamente citato quasi sempre e lei Shirley Jackson diventa l'anima nel libro a cui hanno provato a cercare di omaggiarla nel cinema con risultati altalenanti dall'immenso film di Wise a quella mezza ciofeca di HAUNTING.
Per fare un esempio della differenza. HAUNTING era mainstream, commerciale e puntava sugli effetti visivi. Flanagan è indie, autore e cura i dialoghi.
Flanagan picchia duro e lo fa usando come un burattinaio la dose di dettagli e colpi di scena, i jump scared e i momenti in cui la nostra capacità di elaborare verrà meno perchè colpita sotto la cintura.
Mentre mi abbandonavo alla serie (guardatevela se riuscite nel giro di poco tempo, o se siete dei nerd, in due giorni di filato come il sottoscritto perchè altrimenti non ha senso che la vediate) ho cominciato a elencare quali universi gravitano nella testa di Flanagan (ma come mai poi mi ha ricordato così tanto IT per come mette insieme la famiglia da piccoli e poi da adulti, il romanzo e la mini serie del maestro del brivido che tra le altre cose è rimasto innamorato della serie e ha definito Flanagan un genio ) e partendo da alcuni suoi film ho notato le tracce e i fili invisibili che possono essere comparati tra il prima e il dopo e che qui trovano la loro essenza.
Certo che dopo un lavoro di scrittura enorme come questo e la saggezza di portare indizi e misteri in maniera ponderata e mai fuori percorso mi auguro tutto il meglio e che l'autore sappia e continui a gestire in maniera così meticolosa tutti gli ingranaggi di una storia dove il presente e il passato si intrecciano continuamente con un lavoro di flash back sublime e mai pedante o macchinoso.
La paura non aspetta e fa capolino quasi subito con pochi ma eccellenti personaggi dalla donna col collo storto all'uomo alto e senza non poter annoverare la stanza rossa o altri particolari che non starò a spoilerare. Entrambi non vengono quasi mai chiamati in causa, si sentono, si percepiscono sempre, ma l'ansia è data proprio dal centellinare per alcuni aspetti la loro presenza riuscendo il più delle volte a far assaporare la paura, imprigionandola per un istante, quando poi non viene nemmeno mostrata (una dote e una capacità rara nella settima arte) e anche e soprattutto perchè la vera paura è proprio Hill House.
Maschere nascoste, scatole contenenti "sorprese", libri mastri, ciondoli, chiavi, già solo per quanto concerne gli oggetti magici ci sarebbe da fare un discorso a parte e poi non si perdono i riferimenti per quanta roba ci viene consegnata e sbattuta in faccia, tutto elaborato con una cura che se non lo sapessi penserei addirittura che Flanagan è andato a viverci lì dentro per parlare con i suoi demoni e farsi dare dei suggerimenti.
E'stato fatto un lavoro di casting incredibile e il risultato diventa ovvio fin dal primo episodio.
La bellezza e la bravura delle donne (che rubano la scena a tutti gli uomini) in questo caso si supera e i nomi diventano un terno al lotto a meno che non vi segnate o non li impariate a memoria fin da subito. La location come gli attori diventa la vera protagonista riuscendo a far impallidire anche Crimson Peak.
Uno stile quello del regista che avanza lento e inesorabile senza fretta e senza mai essere invadente e soprattutto non cade nel facile tranello del jump scared quello tipicamente sfruttato negli horror americani fatto di volume e cazzate usato come concime quando non si hanno idee.
Qui certo che ci sono ma non hanno di certo quella funzione (basta vedere i film del regista per capire dove attacca maggiormente e come intende lui il rapporto e la vicinanza con l'orrore).
Ogni episodio poi è inquadrato su uno dei personaggi, particolarità che ho trovato funzionale per cercare di inquadrare un pezzo di storia alla volta e ambientandola nei vari passaggi temporali.
Senza parlare di come ad esempio il nome dei genitori dei bambini veniamo a scoprirlo quasi alla fine della serie, in particolare il nome della madre, elementi che hanno una loro precisa funzione.
Rimedierò alle lacune andandomi a recuperare i libri di Shirley Jackson, perchè dopo questa saga è doveroso e opportuno farlo come spesso il cinema riesce facendo collegamenti con le altre arti.
Spero non vi dimentichiate della dolcezza e della fragilità di Nell (quando torna nella casa si toccano vette molto alte), la furbizia e i poteri di Theo, la forza e la tenacia di Shirley, la paura e la freddezza di Steven, il sorriso e la sensibilità di Luke, il potere della dea madre Liv e la spericolata voglia di risolvere sempre tutto di Hugh.




giovedì 18 ottobre 2018

Ghost Stories


Titolo: Ghost Stories
Regia: Andy Nyman
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un docente di psicologia che non crede ai fenomeni soprannaturali. L'arrivo di una misteriosa lettera lo porterà a imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di ciò che non può essere spiegato razionalmente.

"La mente vede ciò che vuol vedere"
Ghost Stories è un bel film sui fantasmi. Forse il più bello degli ultimi anni.
Un ghost movie accattivante, girato molto bene con una messa in scena evocativa e misteriosa, un cast perfetto e una sceneggiatura che seppure con qualche strafalcione nel finale (alla fine si è scelta la modalità "Polanski") riesce nelle sue tre storie ha creare tante belle scene, un mood claustrofobico in alcuni casi, strizzando l'occhio alle leggende, ai bambini scomparsi ma anche alle creature che infestano i boschi e quanto anche un interno di una casa può creare un sistema di jump scared infinito.
Ghost Stories per quanto la storia lo preveda non è propriamente un film a episodi.
Ne ha bisogno per creare la storia e il filo conduttore, con un finale che come appunto dicevo da un lato sembra negare tutto in funzione o meglio in virtù di una verità o una lezione che viene sfruttata forse troppe volte nel cinema.
Dal canto suo avrei preferito un finale diverso dove soprattutto nei colpi di scena che arrivano uno dopo l'altro, l'interesse dei due registi, comprendesse la scoperta di altri misteri.
Ciò detto il film è compatto, solido, con delle musiche che senza mai distrarre consentono di entarre ancora di più nel cuore del brivido.
Di fantasmi come il cinema di solito ci mostra, il film prende le dovute distanze rivelandosi fin da subito ottimo nella costruzione dell'ansia e nel creare quella sensazione di orrore senza far troppo ricorso alla c.g
Come per molti altri film, la sfida dei due registi vince quasi subito, appena notiamo con quanta cura il duo ci tenga a confezionare al meglio la storia.
E poi parla di cacciatori di storie. Un investigatore che deve fare delle immagini per confermare se le testimonianze rese da quei tre personaggi sono vere.
Scoprirà ovviamente qualcosa che non avrebbe mai immaginato, ma di più non si può dire altrimenti si rischia di spoilerarlo, e questo è un film che fa dell'atmosfera la sua chiave magica.



mercoledì 9 maggio 2018

Marrowbone


Titolo: Marrowbone
Regia: Sergio G.Sanchez
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Dopo la morte della madre, quattro bambini decidono di nascondersi in una fattoria dove però accadono fatti misteriosi.

Marrowbone è quel tipico film che aspetti e che non vedi l'ora di gustarti con un'attenzione minimale sapendo di trovarti al cospetto di quel tipo di horror che cerca di trovare spunti nuovi e interessanti, essendo indipendente e soprattutto un esordio alla regia e quindi finendo immancabilmente per avere così tante aspettative da riuscire difficilmente a portare a casa tutti i risultati.
E alla fine non si può certo dire che delude le aspettative ma non si può neppure dire che diventa quell'istant cult horror che come di consueto ogni anno prevede una ristrettissima cinquina di film (e mi sono tenuto largo).
Tanti i temi e gli ingredienti di questa opera prima.
Ghost Story, dramma famigliare, casa maledetta,"mostro" nel finale. Il problema grosso della sceneggiatura è legato al cambio strutturale e soprattutto degli intenti che muovono l'antagonista nel terzo atto. Tutta la suspance che si viene a creare e che ricorda tanto cinema orientale, è supportata da alcune buone prove attoriali e soprattutto l'atmosfera riesce a raggiungere dei buoni momenti anche quando non si confronta propriamente con l'horror ma solo con il dramma famigliare (tutta la parte dove devono nascondere il cadavere della madre). Tutta questa suspance legata poi al segreto misterioso che finalmente apprendiamo, sembra sgretolarsi con il finale che mostra tutto e lo fa pure in maniera alquanto discutibile e mi spiace dirlo deludente anche se alcune scene d'azione sembrano costruite appunto per avere quei jump scare assenti nella parte precedente.




venerdì 10 febbraio 2017

Occhi del parco

Titolo: Occhi del parco
Regia: John Hough
Anno: 1980
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Gli occhi del parco racconta di una famiglia composta da padre, madre e due figlie che decidono di trasferirsi in un'immensa villa ai margini di un bosco, proprietà di un'anziana signora che, dopo un'accurata selezione, cerca i coinquilini più adatti con i quali vivere.

Anche la Disney ha avuto un suo momento "horror" anche se il termine migliore è fantasy o commedia nera o mistery. Pochi esempi come Ritorno a Oz, finora il migliore in assoluto e QUALCOSA DI SINISTRO STA PER ACCADERE. Infine ma di questo non ne sono assolutamente sicuro tale DESERTO ROSSO citato da Murakami in un libro che non ricordo bene quale sia e che tutt'ora l'esistenza di questo film rimane un mistero.
Il film di Hough parla di case ma non proprio infestate anche se lo spirito della bambina morta è presente e diventa a tutti gli effetti il motore centrale per creare suspance e tensione, purtroppo però assente, così senza bisogno di dover andare oltre viene da sè l'analisi di un "esperimento" venuto male dove i dialoghi diventano pedanti, il ritmo fa difficoltà ad ingranare per l'assenza di colpi di scena. Bette Davis non può da sola fare i miracoli e anche l'impiego di questo spirito risulta spesso ripetuto senza creare l'atmosfera e la suspance giusta.
Un tentativo fallito che ha il merito comunque di averci provato, contando che la Disney non è solita nel narrare questo tipo di storie.







domenica 27 novembre 2016

#Screamers

Titolo: #Screamers
Regia: Dean Matthew Ronalds
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF°34
Sezione: After Hours
Giudizio: 1/5

Tom Brennan e Chris Grabow sono i creatori di Gigaler, piattaforma di successo su cui vengono pubblicati gli Screamers, clip dall'alto contenuto di terrore. Un giorno ricevono un video con una ragazza in un cimitero e una presenza disturbante alle sue spalle, che diviene subito virale. Incuriositi dalla storia che si nasconde dietro il filmato, Tom e Chris scoprono che la protagonista potrebbe essere Tara Rogers, una giovane scomparsa da tempo.

#Screamers è l'esordio del giovane cineasta indipendente Dean Matthew Ronald.
Il regista sfrutta un sotto-genere dell'horror, il mockumentary, cercando di trovare un'idea funzionale come quella del sito Gigaler dove la gente può caricare ciò che vuole e tramite alcuni motori di ricerca il sito sceglie i video preferiti a seconda del gusto degli utenti.
L'idea del suicidio in diretta non è poi così originale ma poteva rivelarsi ottima come base di partenza per creare l'atmosfera giusta e immergere lo spettatore nella suspance. Invece il film parte in quarta mostrando i protagonisti, si perde in alcuni dialoghi troppo lunghi e fuori luogo e di fatto l'incidente scatenante arriva dopo troppo tempo (l'azione è condensata nei soli dieci minuti finali). Se poi contiamo che la sceneggiatura si perde diventando quasi un'improvvisazione di tutti con delle interpretazioni orrende e una maschera che ogni tanto fa capolino per cercare di spaventare gli spettatori, rimango davvero allibito di fronte ad uno horror privo di tutto in cui non c'è veramente nulla, confermando un brutto lavoro senza sangue, senza costruzione, un film senza senso e che ha un finale telefonato e pasticciato e poi, la cosa più importante, non fa mai paura ripetendo scene a caso e spaventi così allegri che perdono di consistenza e di efficacia già dall'inizio.
Qui si parla di video snuff ridicoli mischiati con una sorta di ghost story e un killer che appare e scompare e dalla storia su Wikipedia sembra addirittura uno dei serial killer ai tempi di Jack lo Squartatore.
Direi che non c'è bisogno di dire altro...il peggior film di questa edizione del TFF 34°




venerdì 30 ottobre 2015

Crimson Peak

Titolo: Crimson Peak
Regia: Guillermo del Toro
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Edith non si trova bene nell'alta società della New York di inizio '900, il trauma della madre deceduta, l'aspirazione ad essere una scrittrice e le strane allucinazioni di cui è vittima la rendono diversa dagli altri. Per questo quando tra gli spasimanti si palesa un carattere anticonformista come Thomas Sharpe, uno che sembra amarla per quello che è, Edith non ha dubbi e lo sposa in gran fretta. La morte del padre la costringerà a trasferirsi lontano da New York, a Crimson peak, dove Thomas vive con la sorella Lucille in una casa fatiscente e spaventosa. Là Edith incontrerà la realtà del loro rapporto.

Guillermo del Toro è un bravo autore. Pur non essendo un suo fan sfegatato, ho sempre trovato alquanto suggestivo il suo cinema e alcune sue opere in particolare.
Crimson Peak sembra l'opera fatta per soddisfare il palato delle major hollywoodiane e riuscire al contempo a soddisfare tutti i target.
E'un'opera che non manca di citazioni (Lovecraft e la Hammer con Fisher e Corman ma anche un certo tipo di neogotico italiano) e tecnicamente nonchè visivamente da tutto il meglio.
Il problema di questa storia old style gotica (in tutti i sensi) con sfumature horror che però riportano più ad un giallo, e che dall'inizio alla fine non c'è un vero e proprio colpo di scena.
La storia, scritta dal regista stesso assieme a Matthew Robbins, seppur facendo riferimento al paranormale e ad alcune tematiche care al regista, non affonda mai, diventando a tratti eccessivamente prevedibile e macchinoso.
Tutta la parte concernente l'argilla e la parentesi fantasmi, poteva e doveva dare di più senza esaurire sul nascere la sua carica immaginifica. Del Toro è sicuramente riuscito a rendere orrorifiche alcune atmosfere del film, in particolare la fotografia tutta virata sul rosso e sul nero oltre che la casa (forse vera protagonista del film), ma senza riuscire a dare enfasi e spessore ai fantasmi oltre che gli omicidi e prattutto il climax finale.
Purtroppo è negli intenti del film il maggior limite, tanti generi e tante tematiche implodono dando vita quasi ad una struggente storia d'amore con tanto di maledizione che nella prima parte esagera dilatando troppo i tempi.



giovedì 16 luglio 2015

We are still here

Titolo: We are still here
Regia: Ted Geoghan
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Paul e Anne si sono trasferiti nella tranquilla campagna del New England per provare a iniziare una nuova vita dopo la morte del figlio adolescente in un incidente d'auto. Ma la coppia in lutto diventa preda di una famiglia di spiriti vendicativi che risiede nella loro nuova casa. Presto scopriranno che la città apparentemente tranquilla in cui si sono trasferiti nasconde un oscuro e terrificante segreto.

Ma che bella sopresa. Un'opera prima di uno sconosciuto che seppur parlando di fantasmi, maledizioni, comunità chiusa, ed elaborazione di un lutto, riesce nonostante tutto ad avere un suo stile originale, citando infine dalla A alla Z gli horror più famosi, dalla vecchia scuola (italiani in testa) a quelli più moderni.
Un film che probabilmente messo in altre mani e con un regista meno astuto di Geoghan non avrebbe saputo dare quella linfa che il film possiede sin da subito, inciampando solo in alcuni passaggi un pò scontati (l'elettricista e la coppia di giovani) ma ritrovando nel finale una carneficina davvero sontuosa e indimenticabile.
Pur se con aria vintage, alcuni effetti superati e alcuni stereotipi abusati, riesce nell'arduo compito di mescolare i generi con precise identità, prendendosi molto sul serio sopratutto nella semina legati al primo atto, per poi lasciare spazio alla caricatura e al sosia di Nicholson, Fessenden, un pazzo che solo gli amanti del genere conoscono a menadito.
Il film di Geoghan soprattutto nel finale con la ghost-revenge, è di una violenza splatter incredibile, eppur mai gratuita ma molto funzionale all'aderenza della storia. Il finale poi è magnifico....


giovedì 4 dicembre 2014

Canal

Titolo: Canal
Regia: Ivan Kavanagh
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

L'archivista di film David e sua moglie sono perfettamente felici o almeno così egli crede. Quando infatti un incombente segreto frantuma il loro matrimonio nello stesso momento in cui un film che sta studiando rivela che la sua casa è stata sede di uno o più omicidi nel 1902, David si ritrova a far fronte alla minaccia del ripetersi di un passato inquietante e agghiacciante.

The Canal ha alcuni elementi davvero interessanti che mischiano casa degli orrori, serial killer psicopatico, tutta una struttura costruita sulla paranoia e la gelosia e alcuni richiami lovecraftiani.
Oltre al cocktail di elementi di genere per l'horror, recupera inoltre alcuni moduli del new J-Horror soprattutto nelle immagini montate come nella cassetta di THE RING che David vede nel suo lavoro su un proiettore.
Tanti i momenti notevoli del film tra cui il finale del bambino e alcuni momenti in cui è proprio Lovecraft a farla da padrone per l'atmosfera, forse l'unico vero elemento che il film centra, in una riuscitissima scena girata in un cesso tra i più sporchi al mondo.
Fantasmi, vecchi misfatti che vengono a galla dal canale della morte, entità dal passato, una casa stregata con muri che grondano sangue e celano orrori indicibili, sacrifici di bambini e per finire una seduta spiritica come vaso di Pandora da cui tutto si dipana.
Il punto di forza di questo horror, sono proprio i fattori ambigui giocati su David che gli fanno fare cose terribili a chiunque lo circonda. Proprio nel cercare forza e intrattenimento con l'horror forzato, il film mostra tutte le sue incertezze rimanendo vittima di una esagerata miriade di elementi in cui alla fine non prevale nessuno.

giovedì 27 dicembre 2012

Skjult


Titolo: Skjult
Regia: Pål Øie
Anno: 2009
Paese: Norvegia
Giudizio: 2/5

KK, un giovane e benestante uomo d'affari, prende possesso dell’eredità lasciatagli dall’anziana madre defunta, una donna crudele che da piccolo lo sottoponeva a sevizie e lo teneva a vivere segregato in una cantina. La dimora di cui KK si trova in possesso, quella che fu un tempo la sua prigione, è avvolta da qualcosa di inafferrabile, un’aura funesta che sembra ricollegarsi alla scomparsa di una ragazza nei boschi circostanti, sulla quale sta indagando una poliziotta compagna d?infanzia di KK. Il quale scava nei suoi ricordi, li distilla e comincia ad avere la percezione di una figura incappucciata che lui chiama Peter?

Ben lontani da TROLL HUNTER o DEAD SNOW, ci troviamo di fronte all’ennesimo horror costruito in tutta fretta e con delle ambizioni in termini di trama troppo discordanti con quello che invece realizza il regista di DARK WOOD. Se proprio il problema del suo primo film era legato al plot e all’intreccio narrativo che cercava continuamente di riavviarsi, qui il mistero legato al passato e una vaga ghost-stories diventano le noti dolenti di un parto malato che probabilmente non ha capito e digerito lo stesso regista.
La cosa più bella del film rimangono le location. Ogni tentativo di paragonarlo con altri film che per correttezza degli stessi film non starò a citare, è da eliminare fin da principio.
Rimane un’idea giostrata male, un cast non sempre convincente e una manciata di scene carine che non bastano a sollevarne le sorti come accade per altri film.

martedì 19 aprile 2011

Seamstress

Titolo: Seamstress
Regia: Jesse James Miller
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un gruppo di amici approda su un' isola alla ricerca del padre scomparso di Allie. L'isola però è infestata dallo spettro di una donna torturata a morte.

Opera spiacevole, nel senso che non è del tutto insulsa ma più la guardi e più ti fa girare i coglioni per i clichè ridondanti che scandiscono i 70'della pellicola.
Niente di nuovo, probabilmente la parte migliore è data dai primi dieci minuti in cui non vediamo la strega e l'insopportabile Lance Henriksen che si ri-cicla in un ruolo da macchietta che non si discosta da altri ruoli del passato.
Un cast inguardabile di giovani scelti ne più ne meno per le loro facce che sembrano assistere impotenti alla banalità assoluta della vicenda.
Segni sui muri,urla disperate a vuoto,una donna additata come strega e che poi diventa la cucitrice da cui il titolo del film.
Lo slasher non c'entra quasi nulla nel film così come l'elemento splatter centellinato e uan ricca cozzaglia di luoghi comuni.
Un prodotto indipendente che mostra tutti i suoi limiti e la sua difficoltà a partire dal plot della storia.
Uno degli elementi di maggior fastidio rimane comunque ilmontaggio da video-clip che sicuramente la dice lunga sul passato o il presente del regista che dovrebbe essere alla sua opera prima e spero ultima se questo è il risultato.
Indegno e già visto.

mercoledì 23 marzo 2011

Others

Titolo: Others
Regia: Alejandro Amenabar
Anno: 2001
Paese: Usa/Spagna/Francia
Giudizio: 3/5

1945, Isola di Jersey. Grace vive in una grande casa isolata assieme ai suoi due figli Anna e Nicholas. I figli soffrono di una grave allergia che non li consente di vedere la luce del giorno, così Grace vive chiudendo continuamente porte infinite dell’enorme abitazione attendendo l’arrivo del marito partito per la guerra ormai da un anno.
Un giorno arrivano tre persone che decidono di offrire, in cambio di un posto dove stare, il loro aiuto di domestici nella casa.
Da questo punto iniziano i problemi: i figli di Grace cominciano ad avvertire la presenza di un bambino di nome Victor e la stessa Grace, dapprima incredula, finisce a trovarsi invischiata completamente nella faccenda.

Amenabar, il cui talento si era già visto con le altre pellicole, confeziona un thriller che deve molto ai vecchi horror del passato. Il regista riesce sempre a mantenere la suspance senza uso di sangue(tanto per dirne una)regalandoci nel terzo atto una serie di colpi di scena che spiazzano lo spettatore con quello stile compatto e diretto che lo distingue.
Il tema non è sicuramente originale, una storia di fantasmi, ma convince per la giusta miscela d’indizi che andiamo mano a mano scoprendo, senza essere certi che in verità, la realtà non è quella che sembra.
Il mondo dei vivi che incontra quello dei morti è sempre argomento affascinante, come nel film “Beetlejuice”in cui la chiave è più demenziale e grottesca.
Insomma un buon film che si lascia vedere senza rimanere annoiati o senza, dopo 20 minuti, intuirne tutto lo svolgimento.
Brava la Kidman anche se sembra da parte sua un esercizio di stile più che un’interpretazione vera e propria.

lunedì 21 marzo 2011

Haunted Forest

Titolo: Haunted Forest
Regia: Mauro Borrelli
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Si ritiene in tutto il mondo che, quando una persona muore in modo orribile la loro anima manifesti una torturata esistenza in bilico tra cielo e inferno. Haunted Forest è solo il posto…
Un gruppo di amici entra nella foresta in cerca di prove per capire se si tratta di verità o leggenda. Un inqualificabile destino attende tutti coloro che attraversano la foresta…

Un italiano in America che gira un film sulla "revenge"indiana con tinte giapponesi?
Partendo dal fatto che Haunted Forest è una porcheria indigesta, girata male e confezionata peggio con la solita immagine da locandina con l'immancabile bambina dai capelli neri e lunghi con faccia spiritata che in questo caso prende il nome di Satinka, non serve citare le scene più inguardabili e sin dai primi minuti ci si accorge del "pacco"monumentale. In più Borrelli non si accontenta e ci butta pure un killer insieme allo spirito vendicativo.
E pensare che Borrelli è uno di quegli emigrati che in America sanno essere valutati. Ha collaborato con tim Burton e altri. In un'intervista parlando di Haunted Forest(in America è prodotto dalla Lionsgate)ha detto che è stato un divertissement low-budget 30.000 dollari per sperimentare la tecnologia digitale di questa nuova macchina da presa chiamata DVX 100 che filmava a 24 frame al secondo e per rimanere al passo con le nuove tecniche digitali.
Seppur commovente e interessante il movente il risultato rimane assolutamente brutto.

Dream Cruise

Titolo: Dream Cruise
Regia: Norio Tsuruta
Anno: 2005
Paese: Usa
Stagione: 2
Episodio: 13
Giudizio: 2/5

Jack, un avvocato americano che lavora a Tokyo, si è innamorato della moglie di Eiji, il suo cliente più ricco. Nonostante la sua paura per il mare, Jack accetta di andare con la coppia in un viaggetto per la baia di Tokyo. Ma il destino non sarà benevolo con nessuno dei tre.

Norio Tsuruta il regista di PREMONITION è l’unico regista del sollevante insieme a Miike che ha portato alla luce uno degli episodi.
E’ lo fa miscelando notevolmente un triangolo amoroso destinato ad affondare con una sapiente dose di ghost-movie a cui sembra che la maggior parte dei giapponesi non si riesca a schiodare.
All’inizio l’episodio sembra quasi ridicolo con un pretesto già visto e ri-visto in cui Jack non riesce a dimenticare la morte del fratello annegato a 20 cm di distanza!
Quando i tre salgono sulla barca la gelosia del marito non sarà niente a confronto degli spiriti che cercano vendetta.
Tra gli attori spicca il grandissimo Ryo Ishibashi attore noto nei film di Takashi.
Che dire, resta un episodio carino che poteva però avere dalla sua dei dialoghi meno imbarazzanti in alcuni punti contare meno sulla ghost-story e puntare su un triangolo grottesco sulla barca in mezzo al mare.

domenica 20 marzo 2011

Dark Water

Titolo: Dark Water
Regia: Nakata Hideo
Anno: 2002
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Yoshimi, giovane donna appena divorziata, si trasferisce nella sua nuova abitazione assieme alla figlia di sei anni Ikuko. Il condominio non sembra essere abitato da nessuno a parte il portinaio che non sembra accorgersi di nulla e qualche vecchietta silenziosa. Durante l’ispezione della casa che appare umida e tetra, l’agente immobiliare nasconde a Yoshimi una strana macchia d’umidità sul soffitto.
Ikuko si adatta velocemente al nuovo asilo, mentre Yoshimi è impegnata alla ricerca di un nuovo lavoro come correttrice di bozze.
Intanto in casa la strana macchia comincia a gocciolare sul pavimento e a nulla servono le bacinelle messe da Yoshimi. Così tra l’indifferenza generale del condominio e la macchia che inizia ad espandersi, evolve il mistero con la scomparsa, targata dieci anni prima, di una bambina di nome Mitsuko.
Mitsuko, una bambina piccola con i capelli scuri e uno sguardo impassibile, sembra essersela presa proprio con le due donne così, con annunci e apparizioni, comincia ad espandere la sua rabbia sotto forma d’acqua putrida.

Ci troviamo di fronte ad uno dei film horror giapponesi contemporanei meglio apprezzati dalla critica. Nell’insieme dei film horror che annoverano nella stessa serie, in cui può essere collocato un film come questo, pellicole come THE RING, JU-ON, THE GRUDGE e altri cento che forse non sono così famosi, certo non poteva mancare un elemento basilare come l’acqua a dare sfondo al tema.
Insomma niente di nuovo sul fronte orientale horror che introduce bambine con i capelli scuri, luoghi sempre inquietanti e claustrofobici, corpi in via di putrefazione, corpi che scendono dai soffitti, telefonate che arrivano con il telefono spento(mi spiace Miike).
Dark Water è un tipico esempio di thriller in cui si ha un crescendo di tensione tutto sommato convincente. L’annuncio del pericolo arriva comunque molto in fretta rispetto allo sviluppo del film creando così un processo d’ironia drammatica che aiuta lo spettatore durante tutto il primo atto in cui serve.
Le due protagoniste convincono e riescono a non annoiare in un film con ritmi molto lenti. Uno stile direi più che apprezzabile( la fotografia e le riprese nei film orientali di solito sono sempre eccellenti) un ritmo che a volte sbanda un po’ senza però uscire di tema e un finale classico.
I temi sono il rancore, la perdita di qualcuno di caro, la rabbia, l’angoscia, temi anch’essi classici e stra-adottati dal genere.