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giovedì 18 ottobre 2018

Gutland


Titolo: Gutland
Regia: Govinda Van Maele
Anno: 2017
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Un vagabondo di nome Jens arriva nei pressi di un villaggio lussemburghese. È di origine tedesca e non parla la lingua del posto, pertanto viene trattato con freddezza, finché non incontra la figlia del sindaco, Lucy, che se lo porta a letto. Il mattino dopo il padre della giovane accompagna Jens in giro per il villaggio, gli trova lavoro presso un fattore e presto lo invita anche a cena. La comunità sembra accoglierlo senza fare domande e fin troppo calorosamente, anche perché Jens trova nel camper dove alloggia oggetti lasciati da qualcuno prima di lui. Si tratta dello scomparso Georges, che viveva in una casa vicina e forse aveva fotografato nude le donne sposate del paese.

Gutland è l'interessante opera prima che come ormai sappiamo circola solo nei festival cinematografici. Un esordio che parla di confini, identità, integrazione, adattamento, comunità rurali, omologazione, manipolazione, regole, segreti e tante altre squisite componenti che danno un'aria da favola nera, un thriller misterioso dove il film si prende una prima parte per raccontare la location in cui Jens viene catapultato e i suoi strani personaggi.
Il film è sostenuto praticamente tutto sulle spalle da una buona prova del suo protagonista, Frederick Lau, uno degli attori più in forma della sua generazione e qui coadiuvato da un buon cast.
Cosa nasconde Schandelsmillen? Da subito sembrerebbe un luogo perfettamente naturale, ma potrebbe benissimo essere tutta una finzione.
Lo spazio occupato da questa "buona terra" è vasto, ma è difficile o impossibile per chiunque fuggire. Il villaggio sembra una prigione molto grande, seppur chiusa. E perchè Jens è l'unico che riesce a svelare il lato d'ombra della cittadina? E naturalmente gli abitanti cominceranno a scoprire qualcosa legato al suo oscuro passato.
Gutland è un film da vedere più che da scriverci, perchè in quanto thriller è studiato attentamente con gli indizi che vengono svelati piano piano e in cui lo spettatore deve fare molta attenzione. Come noir funziona per la sua atmosfera che non dice nulla, ma mostra più di quanto dovrebbe.
La scelta finale che dovrà fare il protagonista, sembra una delle scelte più attuali dei tempi i cui ci troviamo a vivere.

venerdì 12 ottobre 2018

Cord


Titolo: Cord
Regia: Pablo Gonzales
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

In un mondo post -apocalittico, dove l'inverno non ha mai fine, alcuni superstiti della razza umana vivono sottoterra. A causa delle insalubri condizioni dell'ambiente in cui vivono, il contatto sessuale è diventato pericoloso. La masturbazione è quindi divenuta l'unica esperienza sessuale possibile grazie al perfezionamento di una serie di dispositivi low-tech creati appositamente a questo scopo. In questa desolante realtà, Czuperski (uno dei commercianti di questi dispositivi) e Tania (una sesso dipendente) fanno un patto: lei gli permetterà di sperimentare nuovi dispositivi sul suo corpo in cambio del piacere. Ben presto però, il loro rapporto finirà fuori dal loro controllo.

Sci-fi. Un'unica location. Tre attori. Idee. Stop
L'esordio di Gonzalez è un fantahorror post-apocalittico (sotto genere predominante negli ultimi anni nel cinema di genere anche solo per aver lanciato la possibilità di rinchiudere persone in location isolate dove al di fuori c'è qualcosa che uccide e questa semplice idea ha prodotto migliaia di pellicole spesso e volentieri grazie a budget miseri)
Dovendo dare a Gibson ciò che è di Gibson, qui ritroviamo molti elementi già scandagliati e usati a dovere che rientrano in quella fornace dove sono i dispositivi low-tech a fare da padroni e gli umani sono schiavi della realtà virtuale (scenario che in parte stiamo andando a concretizzare)
L'alienazione, vivere in spazi claustrofobici, il sesso come esperienza virtuale, l'accoppiamento come baratto, il sacrificio, la trasformazione, ci sono ovviamente tutta una serie di elementi squisitamente utilizzati e scandagliati da registi più famosi come Cronmberg e Tsukamoto ma qui il regista utilizza proprio e insisite su questo elemento quello della cavia e le apparecchiature utilizzate con cavi e liquidi che fuoriescono dalla pelle e dalla materia e dove soprattutto si sviluppa un'inquietante rapporto ossessivo tra vittima e carnefice.
Con l'accomunante che come per STRANGE DAYS dava prova che ormai l'umanità per provare esperienze che l'appaghino cerca sempre di più qualcosa di estremo dove diventiamo proprio cavie di qualcosa a cui ci sottoponiamo e che prende il sopravvento su e dentro di noi.
Qui è di nuovo il sesso alla base dove non resta che farsi aiutare da cavi elettrici tatuati nel corpo, strumenti freddi e impersonali (ma efficaci) con cui titillare le zone del cervello responsabili del piacere orgasmico. Mi ha ricordato anche se con intenti del tutto diversi I.K.U e tante altre cose. Drammatico, violento, la ricerca di toccare confini estremamente pericolosi porterà vittima e carnefice ad un epilogo che andrà e sarà del tutto fuori controllo.



sabato 1 settembre 2018

Hagazussa


Titolo: Hagazussa
Regia: Lukas Feigelfeld
Anno: 2017
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Nel XV secolo, Albrun vive nelle Alpi prendendosi cura di una mandria di capre da quando sua madre è morta, vent'anni prima. Un giorno, però, Albrun si rende conto di come nelle profondità del bosco si nasconda una presenza sinuosa che trasformerà la sua realtà in un incubo.

Torniamo al folklore, all'Europa e alle sue leggende.
Hagazussa è la risposta europea al THE WITCH americano decisamente più minimale e con meno azione. Un film magnetico che fin dalla prima scena ti catapulta in questa dimensione geografica quasi abbandonata dal mondo e dai suoi abitanti. Due donne, madre e figlia, che in quanto eremite vengono confinate e giudicate streghe.
Espressionismo tedesco che torna in maniera volutamente funzionale scardinando la quotidinità di Albrun e trasmettendo quel senso di impotenza e solitudine di chi cerca conforto quando può proprio dagli animali che alleva.
Strega si traduce in tedesco con hexe e in svedese con häxan, termini che derivano dall’arcaico hagazussa, in uso durante il tardo medioevo.
Hagazussa, da quell'abbraccio iniziale della madre alla figlia prima di scoprire l'incidente scatenante, una scena molto forte e disturbante, ribattezza un periodo felice del cinema di genere che sembra riscoprire la sua vera forza attraverso paesaggi e recitazione con una buona storia dietro dimenticandosi effetti speciali e jump scared in favore di tutto ciò che sa creare stupore come le suggestive atmosfere pagane e le superstizioni di un'epoca mai così buia e pericolosa in particolare per la donna.
Ancora una volta è lei, Albrun, la figura femminile, lo snodo centrale per lo sviluppo della storia.
Il film del giovane Feigelfeld pur essendo particolarmente lento e senza quasi dialoghi crea fin da subito una grossa dose di empatia e inquietudine nell'ottica esoterica ponendosi come uno dei più importanti film sulla stregoneria.
Resta difficile credere che Hagazussa: A Heathen’s Curse sia il lavoro di uno studente.
Eppure si tratta davvero della prova finale del cineasta emergente Lukas Feigelfeld, austriaco di nascita, ma residente a Berlino. Hagazussa, che è stato in parte finanziato con il crowdfunding, non è solo un azzeccato debutto, ma un film d'autore con una chiara visione che potrebbe rivelarsi una pietra miliare dell'horror folk d'essai.

lunedì 7 maggio 2018

MMF


Titolo: MMF
Regia: Leonard Garner
Anno: 2017
Paese: Germania
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 4/5

Una coppia di trentenni rimorchia un giovane e attraente ragazzo di colore per un menage a trois.
Mentre esaminano l'esperienza, si esplorano a vicenda mascherando le proprie insicurezze con ironia hipster e provocazioni, includendo battute omofobiche e razziste. In breve la situazione diventa per loro molto imbarazzante.

Davvero una figata questo corto sconosciutissimo per cui ancora una volta bisogna ringraziare questo piccolo ma succulento festival.
MMF in dieci minuti sembra dire proprio tutto e rispondere a tante domande sul sesso, sui pregiudizi sugli uomini di colore e le loro dimensioni, su cosa piaccia ad una donna dell'uomo di colore e soprattutto di cosa possa piacere anche all'uomo che gli venga fatto dal tipo di colore.
Insomma non si vede nessuna scena di sesso ma è come se dai dialoghi intelligenti e taglienti fossimo lì a seguirli nella loro maratona sotto le coperte.
Vengono davvero sfatati diversi miti e le risate sono d'obbligo così come qualche momento davvero imbarazzante sulla scelta dei ruoli e le prestazioni.
Questo corto fa capire ancora una volta come l'universo femminile sia qualcosa di dinamico, sempre in movimento e troppo avanti rispetto a quello maschile.



domenica 25 marzo 2018

Masks


Titolo: Masks
Regia: Andreas Marschall
Anno: 2011
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Dopo essere stata respinta da numerose accademie d"arte drammatica Stella, aspirante giovane attrice di Berlino, viene accettata alla scuola Matteusz Gdula fondata negli anni 70 da una insegnante dai metodi poco ortodossi. L"ambiente è piuttosto ostile e l"unica amica di Stella sembra essere Cecile un"allieva che non abbandona mai l"edificio in cui si trova la scuola. Stella assiste inoltre a strani avvenimenti come sparizioni, rumori inquietanti e un"ala della scuola che rimane chiusa sempre a chiave.

Masks deve molto al nostro cinema neogotico nonchè ad alcuni maestri come Fulci e Argento.
Il perchè è chiaro e il regista non lo nasconde neppure. Diventa tutto il marchingegno che porta avanti i tasselli del film, gli omicidi in particolare, abbastanza sanguinolenti e una soundtrack dalle sonorità elettroniche sempre presente e potente che conferisce maggior atmosfera e ritmo nelle scene d'azione.
Un'opera giocata in poche location e con una fotografia cupa che cerca di conferire maggior risalto all'atmosfera generale tutta giocata come dicevo su degli omicidi comunque abbastanza feroci.
Il solo limite del film tedesco è quello di richiamare troppo appunto i gialli anni '70, diventando presto un esercizio di stile che cita il nostro cinema di genere senza però riuscire a dare una sua anima e originalità al film, un pericolo sempre più presente nel cinema di genere.




mercoledì 20 dicembre 2017

Casting

Titolo: Casting
Regia: Nicolas Wackerbarth
Anno: 2017
Paese: Germania
Festival: 35°Torino film Festival
Giudizio: 4/5

Nell'anniversario della nascita di Fassbinder, la televisione tedesca decide di realizzare il remake di Le lacrime amare di Petra von Kant e le candidate al ruolo della protagonista si succedono davanti a una regista inflessibile, che continua a scartarle tutte nonostante manchino pochi giorni all'inizio delle riprese. Speranze e inadeguatezze, isterismi e illusioni del dietro le quinte, con al centro la frustrazione dell'attore di secondo piano che ha accettato di far da spalla alle candidate per i provini.

Ci sono film che riescono ad essere sorretti da alcune grandi prove attoriali.
In questo caso recitazione e improvvisazione per dirla con le parole del regista presente in sala.
Un regista/attore che ha scritto e diretto questo ammirevole film che cerca di raccontare il dietro le quinte muovendosi su piani emotivi e fragilità da entrambe le parti (regista, attrici, maestranze, produzione). Attori ma soprattutto attrici, donne che riempiono la scena mettendo a volte il povero Gerwin in difficoltà tra la vergogna e la sua totale esposizione e flessibilità alle richieste di Vera.
Un film che mano a mano che prosegue diventa sempre più stimolante nel mostrare la tensione e i gradi di potere (la scena con l'attrice famosissima che minaccia la regista è pura estasi chiià se sarebbe piaciuta a Fassbinder), la rabbia e poi il perdono, la voglia di credere in un progetto al di là delle incomprensioni e del proprio orgoglio che sembra essere alla base di quasi tutte le scelte delle protagoniste. Tutti temi, plot e dialoghi che Wackerbarth riesce a mescolare al meglio rimanendo tra l'altro per quasi tutto il film in un unico interno sfruttando lo stesso spazio che di solito viene adottato per i provini anche quelli "improvvisati".
Andreas Lust, dopo il bellissimo e intenso THE ROBBER torna a dare un interpretazione forte e celebrale, una caratterizzazione e un personaggio complesso e importante, che pur sembrando marginale diventa testata d'angolo per far intuire tutte quelle problematiche che stanno alla base di un attore e una natura quanto meno incline a cercare di fare sempre la differenza come in questo caso.


mercoledì 15 novembre 2017

Fuck you prof 2

Titolo: Fuck you prof 2
Regia: Bora Dagtekin
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 2/5

Zeki Müller, rude ed eccentrico insegnate presso il liceo Goethe, si offre di portare i suoi studenti in viaggio d'istruzione in Thailandia quando scopre che la compagna e collega Lisi Schnabelstedt vi ha spedito in beneficenza un orsacchiotto di peluche al cui interno egli ha occultato una partita di diamanti, eredità del suo passato criminale. Partecipano alla spedizione anche i pupilli dell'istituto rivale Schiller capitanati dallo sprezzante professor Hauke, vecchia fiamma di Lisi.

Diciamo che l'ironia, le battute ad effetto, il gioco forza tra gli attori, un trama che seppur parlando di scuola e istituzioni riusciva ad essere divertente erano il corollario di fattori che hanno fatto sì che il primo capitolo diventasse un successone al botteghino.
Un film comico ed esilarante sul tema della commedia adolescenziale con qualche lezione di vita.
Tutto questo era il primo capitolo di FUCK YOU PROF!
Era purtroppo intuibile già dai limiti del primo film, aspettarsi un secondo capitolo più scialbo e meno d'impatto.
Se nel primo capitolo tutte le carte dovevano scoprirsi, qui sappiamo già tutto e il film sin dall'inizio non ha quel ritmo e quella carica che consente un'altra visione di più di due ore.
Purtroppo anche quella piccolissima premessa sul sociale che il primo capitolo aveva, qui diventa quasi una trashata (ma senza stile) per provare una comparazione.

Il primo capitolo con 60 milioni di euro al box-office aveva sbancato il botteghino tedesco puntando senza mezzi termini al formato politicamente scorretto e al linguaggio esplicito di tanta commedia americana che va dai fratelli Farrelli a Paul Feig e all'ambientazione scolastica con strizzatine d'occhio a diversi film. Purtroppo non si può dire lo stesso del secondo e una trasferta estiva non basta a far decollare una scrittura che sembra fatta appunto da dementi.

domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


venerdì 18 novembre 2016

Bunker

Titolo: Bunker
Regia: Nikias Chryssos
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Un giovane studente alla ricerca di quiete e solitudine si concentra su un lavoro importante ma finisce per imbattersi in una strana famiglia e per far da insegnante al piccolo Klaus, educato in casa dai genitori che vivono in una villa bunker isolata.

Ci sono alcune premesse e situazioni perlopiù bizzarre e degne di nota all'interno dell'opera prima del regista tedesco. Ad esempio come mai uno studente dovrebbe scegliere un bunker in mezzo alla neve in un posto desolato per trovare concentrazione. Tutto il film è pervaso da una connotazione grottesca, uno humor nero efficace in una famiglia disfunzionale.
Un film che procede lentamente, conosciamo dallo sguardo del protagonista le varie situazioni e le regole rigide che intercorrono in questa forzata convivenza. Non ci vuole molto a far scattare la scintilla e minare così la psiche e violentare il suo equilibrio psicologico.
Diventa un viaggio all'inferno dove a parte un luciferino Klaus che nella sua apparente fanciullezza e un lieve ritardo mentale gode nel provare piacere delle situazioni più depravate, per arrivare poi a lei, alla madre, assoluta protagonista, la quale tiene in scacco la famiglia obbedendo lei come gli altri a questa grossa ferita parlante sulla gamba di nome Heinrich.
E'un film fuori dall'ordinario, folle, malato, a tratti geniale e con alcune buone trovate che non cade mai nell'essere un horror vero e proprio ma confermando di essere un tesissimo film di genere riuscendo a rendere ogni scena oppressiva e claustrofobica. Purtroppo l'unico problema è legato ad uno script che dalla seconda metà in avanti sembra abbastanza chiaro dove voglia andare a parare senza guizzi narrativi o colpi di scena.


martedì 8 novembre 2016

Tore Tanzt

Titolo: Tore Tanzt
Regia: Katrin Gebbe
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Il giovane Tore cerca una nuova vita ad Amburgo e entra a far parte di un gruppo religioso chiamato The Jesus Freaks. Quando per caso incontra una famiglia e li aiuta a riparare la propria auto, ritiene che una meraviglia celeste lo abbia aiutato. Inizia una profonda amicizia con il padre della famiglia, Benno. Ben presto si trasferisce con loro al loro orto, non sapendo cosa lo aspetta.

La violenza che incontra il sacro. Tore facente parte di un gruppo di punk cristiani fanatici, senza famiglia e senza affetti, si ritroverà catapultato in una spirale di violenza dove di fatto un nucleo familiare disadattato come tanti lo tratterà come l'agnello sacrificale, il capro espiatorio per eccellenza. Non è un torture porn e non ha neanche quella esagerata dose di sangue e violenza come capita per gli horror odierni. Eppure Nothing Bad Can Happen riesce a fare, per alcuni aspetti, ancora più male degli altri perchè realistico e perchè indaga una realtà e scava dentro una psiche complessa e timorosa.
Se fosse una metafora potrebbe essere quella di Gesù Cristo che si sacrifica e si fa mettere in croce per salvare le sorti di un gruppo di persone a cui lui sembra essere molto legato. Ci sono alcuni momenti che riescono a mischiare ironia assurda (i punk cristiani che benedicono l'auto che poi riparte) alternati a stupri e mamme che schiacciano coi tacchi i coglioni del protagonista.
Vale sempre la regola di Matheson sul concetto di normalità. In questo caso Gebbe, alla sua opera prima, riesce a intuire l'assurdità di entrambe le parti, fanatici contro psicopatici, cercando di raccontarli assieme facendoli esplodere e implodere allo stesso tempo.


venerdì 23 settembre 2016

Lui è tornato

Titolo: Lui è tornato
Regia: David Wnendt
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

2014. In un preciso luogo della città (quale sia verrà esplicitato nel corso del film) Adolf Hitler ritorna in vita. La sua presenza viene casualmente registrata da un reporter di una televisione il quale, dopo aver subito il licenziamento, se ne accorge e decide di andarlo a cercare per utilizzarlo come attrazione che gli consenta di farsi riassumere. L'imitazione (così crede lui e credono anche alla tv) è perfetta e il Führer inizia a fare audience e ad attrarre consensi.

Il cinema europeo finalmente ha scoperto l'anfetamina. Dopo DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES , bellissimo e memorabile, arriva un'altra perla che mischia la satira con la fantascienza. Un concentrato di idee, non così cattive e mefistoteliche come il film olandese, ma assolutamente delizioso, irriverente, pungente, attuale e molto drammatico con tante idee originali e di gusto. Nell'epoca in cui l'Europa non è mai stata così tanto di destra (Le Pen in Francia, Haider e il muro in Austria, Salvini in Italia, etc) questo film come dicevo non solo è tremendamente al passo coi tempi ma addirittura conferma in parte come i leader carismatici rimangano sempre gli eroi.
Leader di una società che ha smesso di combattere e si è arresa prima del dovuto, soprattutto a causa del capitalismo che ha fatto sì che spegnessimo il cervello pensando a cose che non ci servono e non guardare nella direzione che desta più preoccupazioni.
In una crisi globale il pericolo che qualcosa possa riaccadere con altri nomi, ma con la stessa forma dovrebbe far aprire gli occhi.
In una società complessa come la nostra, il film coglie gli aspetti moderni ironizzandoci su ma allo stesso tempo criticandoli a dovere, come le interviste stile candid dei passanti, i selfie e i saluti nazisti e poi tutto ciò che rappresenta i mass-media è una dura e importante critica indirizzando l'opinione pubblica e influenzandola come gli pare.
La scena topica da questo punto di vista è quando Adolf scopre internet. E'immediata la sua reazione di sorpresa e di stupore. Così come è immediata la sua critica nei confronti del popolo tedesco, aizzandolo a tornare ad essere una potenza sbarazzandosi degli immigrati.
Forse l'unica pecca del film è che nella seconda parte rimane meno incisivo dell'inizio, dando troppo spazio ad alcuni attori secondari e ogni tanto puntando su alcune scene che poteva risparmiarsi come quando la nonna del protagonista, ebrea che ha vissuto l'Olocausto vede Hitler arrivare in casa.


giovedì 4 agosto 2016

Colonia

Titolo: Colonia
Regia: Florian Gallenberger
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Lena e Daniel sono una coppia di giovani tedeschi innamorati. Lei è una hostess della Lufthansa, lui un grafico e un fotografo, che si è messo a servizio delle speranze rivoluzionarie del Cile di Salvador Allende. Daniel ha appena deciso di tornare in Europa con lei, quando rimane bloccato dal colpo di stato del 1973. Segnalato come collaboratore dei comunisti, viene rapito dalla polizia segreta di Pinochet, torturato orrendamente, e segregato nella cosiddetta Colonia Dignidad, nel sud del paese: una missione guidata dal carismatico Pius, alias Paul Schafer, dalla quale nessuno è mai riuscito a fuggire. Abbandonata dai compagni di Daniel, che hanno preso la via della clandestinità, Lena decide di entrare sola e volontaria a far parte della setta, per ritrovare il suo fidanzato e cercare di portarlo in salvo.

Non è mai facile attraversare alcuni momenti bui della storia.
Il cinema ci prova spesso con risultati contraddittori a seconda di quanto vengano premiati gli intenti e la storicità del fenomeno storico.
In questo caso Colonia Dignidad con il suo leader a dir poco carismatico ma autoritario Schafer è un'altra di quelle storie malate e inquietanti che il cinema si è preso la briga di raccontare e mostrare attraverso le immagini.
Quando però si punta troppo sull'azione esasperando un dramma e spettacolarizzandolo, si rischia di finire su un terreno poco fertile e irto di spine. Per fortuna il film tedesco riesce nonostante alcuni momenti traballanti, quasi tutti nella seconda parte, ha scampare da questo problema ma purtroppo senza focalizzarsi mai troppo bene sul dramma, preferendo una improbabile storia d'amore assai stereotipata e con alcuni eccessi davvero poco convincenti.

Se poi all'espressività enigmatica di Bruhl poniamo accanto la tipica mono espressione della Watson, davvero poco credibile come scelta e come recitazione, allora alcuni sforzi sembrano vani.

lunedì 18 luglio 2016

Stereo

Titolo: Stereo
Regia: Maximilian Erlenwein
Anno: 2014
Paese: Germania
Giudizio: 2/5

Erik ha un negozio di riparazioni di moto in una piccola e tranquilla cittadina. Tutto nella sua vita sembra filare liscio e il rapporto con la nuova fidanzata Julia lo rende felice. Anche la piccola figlia Linda si sente a sua agio fino al giorno in cui l'arrivo del misterioso Henry spezza ogni idillio.
Erik tenta di sbarazzarsi di Henry ma senza riuscirvi, quando la minaccia di un gangster che mette in pericolo la vita di Julia lo costringe a provare a fidarsi del nemico.

E'un peccato che Stereo nonostante alcune trovate interessanti sia un film così limitato e scontato.
Un vero e proprio delirio che sembra per certi versi accompagnare la filmografia tedesca spaccata da alcuni film straordinari e altri che lasciano increduli e perplessi.
Stereo non sembra avere mai una coerenza narrativa per più di venti minuti con una trama dettata da scelte incomprensibili e quasi autolesioniste piena di dialoghi stereotipati che traumatizzano lo spettatore per i primi dieci minuti, poi come sempre il rischio diventa quello di essere assuefatti per notarli. Un plot che scivola rapidamente in un crescendo di scelte che sfuggono e non trovano mai una coerenza, virando nell’assurdo e nel già visto che, unita alla sovrabbondanza di cliché di cui sopra, rende il film da dimenticare.
L'incidente scatenante dell'incubo che si rivela una vera ossessione poi andava combinato meglio altrimenti sembra un'altra copiatura da film ben più strutturati e famosi.
Poi tra l'altro le prime manifestazioni di Henry sopra i camper in campi deserti sembra l'apologia del non-sense.


domenica 24 aprile 2016

German Angst

Titolo: German Angst
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Tre storie tedesche di amore, sesso e morte a Berlino.

Era da parecchio che non sentivo parlare di Buttgereit. Un regista che ho avuto modo di conoscere numerosi anni fa, grazie a pellicole con un alto tasso di gore come NEKROMANTIK, DER TODESKING e il malatissimo SCHRAMM.
Kosakowski e Marschall invece quasi non gli conoscevo. L'ultimo ha diretto un paio di pellicole interessanti LE LACRIME DI KALI e MASKS.
A differenza di quasi tutto il pubblico che ha preferito il Guinea Pig di Buttgereit, mi schiero invece dalla parte del buon Marschall con la sua Mandragora e la ricerca della scopata perfetta.
Due parole sulle trame. Il primo episodio, racconta la storia di una giovane ragazza che vive sola con il suo porcellino d'India in uno sporco appartamento a Berlino, scopriamo che nella camera da letto si trova un uomo, legato e imbavagliato e quello che succederà saranno torture silenziose.
Il secondo episodio racconta di una giovane coppia sordomuta che viene attaccata da un gruppo di teppisti.
Nell'ultimo episodio, un uomo si imbatte in un sex club segreto gestito da un elite di feticisti che promette la miglior esperienza sessuale di sempre usando un farmaco fatto con le radici della leggendaria pianta della Mandragora.
Diciamo che il primo episodio è quello più ad effetto, silenzioso, un torture di quelli difficilmente dimenticabili, in più senza dover stare a spiegare nulla, lascia lo spettatore a farsi seghe mentali su chi o cosa potrebbe aver fatto la vittima.
Il secondo poteva davvero dare tanto, invece scade diventando quasi ironico e puntando ad una violenza in parte gratuita con medaglioni dai poteri strani capaci di entrare nel corpo di chi si ha di fronte. Il terzo è semplicemente il meglio riuscito perchè in fondo ha la storia più simpatica. E'violento ma non esagera mai e in alcuni punti è decisamente folle osando e puntando su una suspance e alcuni elementi davvero interessanti.
Purtroppo bisogna dire che di soldi il film non ne ha ottenuti molti, la produzione e i costi sono stati interamente realizzati con fondi privati e con il crowdfunding e il terzo episodio quello di Marschall, anche produttore, è stato di certo il più costoso.

Finalmente un horror a episodi europeo che seppur con alcuni limiti, ha dalla sua una pregevole fattura, alcuni registi che non sentivamo più da un pezzo e la speranza di vedere altri lavori simili.

domenica 10 gennaio 2016

Fuck you Prof!

Titolo: Fuck you Prof!
Regia: Bora Dagtekin
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Il rapinatore Zeki Müller ha scontato l'ultima pena in prigione e ora non vede l'ora di andare a riprendersi il bottino che aveva fatto nascondere per tempo. Peccato che la sua amichetta l'abbia sotterrato nei pressi di un cantiere poi rimosso e che ora i soldi si trovino murati sotto la palestra di un liceo. Costretto dai debiti e dagli eventi, Zeki riesce a spacciarsi per supplente per avere libero accesso ai sotterranei, e non gli importa che gli venga affidata la classe più intrattabile, infatti non gli importa un bel niente di niente, ma le cose si complicano quando gli studenti cominciano ad apprezzarlo e a farlo sentire utile, per non dire indispensabile.

Fuck you Prof! è una commedia scanzonata, piena di umorismo e abbastanza volgare. In grado di coinvolgere velocemente, destruttura tutti i clichè del perbenismo e delle norme scolastiche portando alla ribalta la tamarria e la spregiudicatezza.
In tempi dove nella settima arte, soprattutto sulla scuola, si cerca di essere il più autoriali possibili, il film di Dagtekin, sembra staccarsi da tutto esplodendo in un'anarchia fine a se stessa ma comunque coinvolgente.
Tutto il film nella sua struttura è di una banalità e prevedibilità incredibile.
Eppure sono le gag, alcuni dialoghi, l'azione continua e il ritmo incessante a creare quella scoppiettante ed energica commedia che ogni tanto si apprezza di buon gusto.
Pur essendo trash, sboccato e divertente, il film di Dagtekin riesce comunque a sondare alcuni mali e tendenze post-contemporanee dei giovani e degli insegnanti più che mai reali.
Il problema a parte la recita finale che se da un lato da una cornice e un finale telefonatissimo, dall'altro ha il contro altarino nella messa in scena di Romeo e Giulietta in una versione tossica e che si rischia di non prendere mai nulla sul serio.
Il film è così, quasi inqualificabile, nel senso che alterna momenti godutissimi e con gag amabili e divertenti, ad altri momenti morti, quasi patetici e incredibilmente falsi e ridondanti.
Buona l'alchimia tra i due protagonisti.



mercoledì 30 dicembre 2015

Victoria

Titolo: Victoria
Regia: Sebastian Schipper
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Victoria, una ventenne spagnola che vive da qualche tempo a Berlino, incontra fuori da un locale notturno Sonne e i suoi amici. Sono berlinesi 'veri', così si definiscono e possono mostrarle la città ignota agli stranieri. Victoria li segue divertita fino a quando qualcuno si fa vivo per esigere dal gruppo un credito

Le riprese della copia definitiva sono iniziate alle 4.30 del mattino e sono terminate alle 6.54 senza soluzione di continuità.
Sturla Brandth Grǿvlen è un operatore probabilmente importante quanto Schipper alla sua opera prima. Sfide come queste non sono tante e non passano inosservate soprattutto quando si ha il sentore che possano essere dei fiaschi e che non riescano a vincere la scommessa.
Victoria e il gruppo di berlinesi ci sono riusciti.
Ovvio alcuni momenti sono dilatati troppo, alcune forzature sembrano accendere troppo velocemente alcuni cambiamenti della pellicola che possono sembrare esagerati. Ci sono dei discutibilissimi vuoti e delle incronguenze incredibili forse dovute ad una drammaturgia carente che non ha puntato molto sulla sceneggiatura.
Nel complesso però ci sono tanti e squisiti elementi di questo film passato inosservato presso molti festival che faranno girare la testa agli amanti di cinema come un girotondo di generi capace di travolgere per l'estrema fluidità con cui è stato progettato.
Un cast in cui alcuni giovani volti sono noti solo per indie autoriali apparsi in sporadici festival come KING SURRENDER o WE ARE FINE.
Victoria perde forse parte della sua preziosità della sua incredibile ingenuità e freschezza proprio quanto si trasforma in un action tirando fuori troppo le palle e volendo diventare straordinariamente drammatico.
Nella sua notte di incontri Victoria travolge e lascia sempre in una strana atmosfera, proprio perchè nella sua ingenuità sembra sempre essere sul punto di diventare la vittima sacrificale di questo gruppo di ragazzi affamati di vita e di illusioni.
Schipper dimostra di saper giocare bene con la suspance, regalando un film che in un piano sequenza di più di due ore non perde mai di vista l'obbiettivo e crea una miscela di elementi e empatia verso tutta la "banda" davvero irresistibile.
Victoria proprio in questo blocco unico diventa un gioco forza di incredibile impatto e realisticità.



domenica 13 dicembre 2015

We are fine

Titolo: We are fine
Regia: Henri Steinmetz
Anno: 2015
Paese: Germania
Festival: TFF 33°
Giudizio: 2/5

In un tempo storico misterioso, la vita di Tubbie, Tim, Jojo, Birdie e Marie ha preso una piega imprevedibile, come se le vacanze estive non fossero mai terminate. Stretti in un gruppo molto coeso, i cinque ragazzi si aggirano apparentemente senza uno scopo, come cani randagi, in una città anonima che non si cura di loro; nel caldo soffocante di una estate interminabile, vivono momenti di inattesa beatitudine. Ma ben presto questo gioco a nascondino con la realtà, questa fuga dal mondo mostrerà le sue conseguenze e le prime crepe inizieranno a minare l’unità del clan.

«Il film non spiega perché esista un gruppo come quello di cui fanno parte i cinque protagonisti. Mi sembrava più interessante studiare e osservare cosa succede proprio a causa della sua esistenza.
Che effetti ha l’appartenenza a questa vera e propria costellazione, sia per il gruppo nella sua totalità sia per il singolo? A quali cambiamenti vanno incontro i suoi membri? Come si comportano l’uno con l’altro, fino a dove riescono a spingersi e in quale momento l’unione si sfalderà?» dice il regista presentando la sua opera prima.
We are fine è un film sull'alienazione giovanile.
Minimale, barocco, con pochissimi dialoghi e composto per lo più di sguardi.
Alcuni hanno provato ad azzardare un paragone con il film manifesto di Kubrick sulla violenza, anche se completamente diverso, soprattuto negli intenti, mentre invece per la questione legata al branco, la divisione e la scansione in capitoli, la musica classica e per finire un' estetica elegantissima e mai volgare, forse qualche paragone può esserci ma qui di violenza ce n'è veramente poca.
Le scene di violenza sono sporadiche e quasi sempre esterne al branco.
L'assalto alle ville borghesi, i rallenty nella piscina, l'aggressività che emerge quando viene messo alla prova il leader Tubbie e un diverbio con un cameriere in un ristorrante.
Romantico, come nella scena in cui Tubbie osserva da dietro uno specchio, durante una festa, l'avvicinamento e le pulsioni sessuali di Marie e Tim. Dovrebbe arrabbiarsi, ma non ci riesce. Alla fine con un accendino apre una finestra per mostrarsi a loro. Però non basta e piccole soluzioni estetiche e visive non bastano a portare a galla una sommaria lenta routine che sembra non prendere mai una direzione.
We are fine si apre con una scena nel bosco catartica e davvero poetica, continua in un appartamento scarno composto per lo più da foglie e da strani passaggi segreti che conducono nelle altre stanze, con scatole di cartone.
Purtroppo però il film cade vittima del suo stesso esasperato estetismo che finisce con il diventare noioso e senza un vero obbiettivo.
Mostrare l'appartenenza è importante e si può farlo usando svariati stili di linguaggio.
Steinmetz sa sicuramente girare molto bene, fotografia e stile tecnico sono impeccabili.

Purtroppo però non riesce a costruire un'analisi vera e propria, bloccandosi su troppi elementi futili e bloccato infine da implosioni di cui spesso non si colgono i sensi.

lunedì 16 novembre 2015

Station of the Cross

Titolo: Station of the Cross
Regia: Dietrich Brüggemann
Anno: 2014
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Maria è una quattordicenne figlia di una famiglia devota alla Società di S. Pio XII, organizzazione religiosa ortodossa che rinnega le innovazioni del Concilio Vaticano II e rivendica una dimensione stretta e oscurantista del cristianesimo. L'adolescente si trova quindi intrappolata tra le pulsioni della sua età, i corteggiamenti di alcuni ragazzi a scuola e i duri insegnamenti familiari che l'hanno convinta a mantenersi pura nel cuore per il signore. Serve a poco la presenza di una ragazza alla pari, anch'essa religiosa ma in maniera più ragionevole, Maria è convinta che i durissimi rimproveri della madre siano giusti e che il peccato sia ovunque, ad ogni angolo, in ogni parola, in ogni uomo. In armonia con tutto ciò ha infatti preso una decisione che non ha confessato ancora a nessuno.

Cosa succede in una famiglia quando domina l'ideologia.
Una domanda e una scelta di intenti così interessante e affascinante da poter creare un insieme di elementi e simboli maturi e realistici per tutto l'arco del film.
Scandito in quattordici diversi capitoli che hanno come titolo le diverse stazioni della via crucis, Kreuzweg adotta una linea minimale e statica, un quadro dopo l'altro di eventi e scelte, puntando su alcuni dialoghi di intenso spessore come ad esempio l'incipit iniziale con il gruppo di catechismo in vista del sacramento della Confermazione in un piano sequenza a camera fissa di diciassette minuti.
La tragicità della sopportazione, il fanatismo ideologico, il prete che crea dei modellini, dei soldatini di Dio è un tema che non poteva non essere affrontato, soprattutto in tempi come questi dove i monoteismi stanno vivendo momenti di crisi, modernità, rivoluzione culturale e purtroppo anche vendetta spietata.
Sono molti e complessi i temi che il regista affronta.
Il sacrificio più di tutti che può portare alla santificazione crea un filo conduttore tra tutte le stazioni diventando una componente fondamentale per intuire dove gli intenti vogliano arrivare.
Si rimane attoniti di fronte ai gesti di Maria, alla sua forza, alle spaventose reazioni del nucleo familiare, con alcuni dialoghi spirituali che creano una tensione sempre crescente.
Quando ogni piacere diventa una colpa, allora ogni sistema che non accetta altra verità che la propria… è la negazione stessa della vita, citando le parole di Anna Brüggemann, sorella del regista che ha contribuito alla stesura della sceneggiatura.

Kreuzweg non attacca la religione, porta alla riflessione il sistema iper razionale della fede cattolica, con un'ironia crudele e criticando la cultura reazionaria dell'apoteosi religiosa in questo caso cattolica.

giovedì 22 ottobre 2015

Stung

Titolo: Stung
Regia: Benni Diez
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Per due addetti al catering, Paul e Julia, l'elegante festa in giardino della signora Perch, nella sua remota villa di campagna, non è nulla di straordinario. Un contrattempo con un tossico fertilizzante per le piante apre le porte ai commensali più sgraditi: delle vespe giganti assassine.

Stung è una piacevolissima opera prima, un horror fluido, ritmato e citazionista.
Un omaggio, verrebbe da dire, se non altro per tutta la mole di citazioni cinematografiche e omaggi che fagocita dall'inizio alla fine del film.
Con un budget modesto, una co-produzione e tanto amore per gli effetti speciali, Diez, cerca di alimentare il film più che può, con una brevissima semina e poi subito una festa con la mattanza e tanto body-horror.
Ironico, per certi versi prevedibilissimo, con una storia d'amore vacillante e canonica, il film entrerà di sicuro nell'universo dei tanti film dimenticati, con una spiacevolissima distribuzione, pubblicizzato solo dai tanti blogger che scrivono di cinema.

Diciamo che rispetto alla mole di film di genere che escono tutti gli anni, le api assassine e giganti, sono un diversivo niente male, che alza sicuramente il livello rispetto ad altri prodotti confezionati e ridicoli e almeno se non ingegnosissimo, ha un buon ritmo e non mancano le scene turbolente.

martedì 29 settembre 2015

Der Samurai

Titolo: Der Samurai
Regia: Till Kleinert
Anno: 2014
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Un lupo si muove tra i boschi intorno a un isolato villaggio tedesco. Il giovane agente di polizia Jacob è sui suoi passi ma quello che scopre è inaspettato. Di fronte a sé si ritrova un uomo nerboruto che porta una katana, un'antica spada samurai. Quando il samurai lo esorta a seguirlo nella sua crociata contro il paese, Jakob realizza di essere davanti a un pazzo da fermare prima che porti a termine la sua indiscriminata distruzione. La notte che lo aspetta risveglierà in Jakob i suoi più nascosti demoni.

Der Samurai è un film malato, pasticciato e confuso, ipnotico e sfuggente, diabolico e misterioso, una fiaba nera che in poco tempo sprofonda lo spettatore nell'incubo, nel panico e nel delirio del protagonista Jacob.
Un body horror molto splatter e in salsa queer che mostra un personaggio davvero indimenticabile come il Der Samurai del titolo.
E'un film che non si riesce bene a capire se non vuole o non può spiegare, garantendo un enorme spettacolo visivo e con alcune idee davvero interessanti e originali, ma rimanendo in un limbo particolare da descrivere. Soprattutto nella prima parte del film, sicuramente più riuscita a differenza della seconda che sguaina tutti i suoi difetti esplodendo in modo anarchico e disequilibrato senza mai centrare esattamente il bersaglio.

Tuttavia rimane anomalo quanto affascinante. Inutili e pretenziose tutti i paragoni fatti al film come le citazioni che parlano di echi lynchiani e altro.