Visualizzazione post con etichetta Francia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francia. Mostra tutti i post

sabato 8 agosto 2020

Mutafukaz


Titolo: Mutafukaz
Regia: Guillaume Renard, Shoujirou Nishimi
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Angelino è solo uno dei migliaia di fannulloni che vivono in Dark Meat City. Ma un irrilevante incidente in motorino causato da una bellissima e misteriosa straniera sta per trasformare la sua vita... in un incubo a occhi aperti! Comincia a vedere delle forme mostruose che si aggirano intorno a tutta la città... Angelino sta perdendo la testa, o si tratta di un'invasione aliena?

Mi stavo chiedendo cosa poteva succedere a mischiare il fumetto e il talento di un ispiratissimo autore francese con la chimica e l'estro di un maestro nipponico. Il risultato è un lungometraggio d'animazione folle, iperattivo, coinvolgente, violentemente ipercinetico e con un ritmo, un'azione, un'atmosfera efficace quanto grottesca e allo stesso tempo spassosa.
E' un turbine che non accenna mai a fermarsi, con un impatto travolgente e dinamico, un caleidoscopio di colori, formule, stili, tecniche, invenzioni per una distopia urbana che attinge dai videogiochi quanto dal cinema (uno su tutti il boss Carpenter).
La megalopoli di Dark Meat City è una scoperta continua con tanti clan e zone diverse in cui spacciatori controllano il territorio, il governo è tra i più crudeli mai visti, vivono assieme razze e forme di vita umane e meta umane e dove c'è la classica seppur funzionale divisione tagliata con l'accetta tra bene e male, umani e alieni conquistatori che come i VISITORS si sono ormai omologati nella nostra società ma che le doti risvegliate del meta umano Lino vedranno come ombre che rimandano a creature tentacolari decisamente non di questa Terra.
Sangue, inseguimenti, combattimenti, sparatorie, fughe, vendette, traboccanti invenzioni visive dove compare addirittura un manipolo di "super eroi" mascherati che da secoli difendono la Terra dai costanti pericoli in corso (addirittura i nazisti).
Mutafukaz è fresco, sperimentale, con una metropoli allo sbando dove i migliori amici possono diventare degli scarafaggi, dove fanciulle di rara bellezza fanno letteralmente perdere la testa, dove mano a mano che il film procede diventa sempre più folle e ambizioso e dove l'accompagnamento sonoro tra hip-hop e dubstep crea una soundtrack da urlo.




sabato 16 maggio 2020

Les Miserables


Titolo: Les Miserables
Regia: Ladj Ly
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Montfermeil, periferia di Parigi. L'agente Ruiz, appena trasferitosi in loco, prende servizio nella squadra mobile di polizia, nella pattuglia dei colleghi Chris e Gwada. Gli bastano poche ore per fare esperienza di un quartiere brulicante di tensioni tra le gang locali e tra gang e forze dell'ordine, per il potere di dettare legge sul territorio. Quello stesso giorno, il furto di un cucciolo di leone dalla gabbia di un circo innesca una caccia all'uomo che accende la miccia e mette tutti contro tutti.

Nel film HAINE del 95' erano protagonisti i giovani delle periferie con il loro disagio, i difficili rapporti sociali e il sentimento d'odio verso le forze dell'ordine. Ly al suo secondo film unisce tutti i protagonisti della strada, nordafricani musulmani, sinti, orde di bambini, poliziotti in parte corrotti, famiglie che nascondono dentro le mura di casa e poi ancora traffici e segreti. I miserabili, perchè lo sono le forze dell'ordine quanto i gregari e gli aitanti nel film, è un dramma post contemporaneo sconvolgente, attuale quanto adrenalinico, un documentario sociale per come vengono inquadrate e narrate alcune dinamiche e allo stesso tempo pieno di ritmo e momenti di riflessione dove in fondo tutti a loro modo sono vittime delle conseguenze di un sistema che non sa più cosa fare.
Un film incredibile per la messa in scena, le interpretazioni, la caratterizzazione dei personaggi, il finale e troppe scene indimenticabili. L'avvento della tecnologia, l'uso dei droni, i cellulari, gli interrogatori poco ortodossi, l'abuso di potere. Quasi un road movie, una caccia all'uomo, l'inseguimento di troppe persone in un circolo pericolosissimo dove ognuno è alla ricerca di qualcosa in una sorta di western moderno nelle terre selvagge di Les Bosquets a Montfermeil.
Uno dei grandissimi meriti del film a parte dal punto di vista tecnico che rasenta la perfezione è quello di mantenere un equilibrio di giudizio senza prendere mai veramente le parti di nessuno, ma cercando un difficile quadro corale dove gli intenti di ogni attore sociale coinvolto assumono contorni e pesi molto difficili da sostenere. Tutti sanno di essere in parte nel torto e nessuno ha mai veramente la coscienza pulita in un continuum di deflagrazioni, colpi di scena, scorribande, rivendicazioni. E poi vogliamo parlare dei bambini/adolescenti. Ci voleva qualcuno che finalmente filmasse il degrado a cui siamo arrivati, l'assenza di valori, vivere la giornata di espedienti e aderendo a regole del branco per mettere a tacere gli adulti.





lunedì 23 marzo 2020

Au poste


Titolo: Au poste
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un uomo viene convocato in un commissariato per spiegare la sua posizione dopo il ritrovamento di un cadavere di fronte alla sua abitazione.

Più vado avanti a scoprire le sue opere e più mi rendo conto che Quentin Dupieux aka Mr.Oizo di cui al momento mi manca solo Steak è un regista inclassificabile, il che è un bene visto il talento, il continuo viaggiare nei generi, spiazzando continuamente lo spettatore e regalando quel non-sense, quel realismo assurdo, un horror grottesco come è capitato per Daim che se penso ad alcune scene ancora mi viene da ridere. Ormai non si può più discutere il talento e la follia dell’autore francese.
Dopo alcune incursioni americane, comunque interessanti dal momento che ha sempre avuto carta libera, qui siamo nel teatro da salotto, nella commedia dell’assurdo, un Kafka ribaltato, un palcoscenico di vita che nel climax finale viene solo voglia di alzarsi e applaudire o mandare a stendere il regista.
Tutto giocato su una sceneggiatura scritta dallo stesso autore e affidata al talento di due attori che non hanno bisogno di presentazioni. Quello che ne esce ha il sapore di un talento nel saper scrivere i dialoghi e nell’approfondire gli aspetti più sconclusionati della quotidianità, dare valore a momenti che non sembrano avere nessun significato. Au poste è meno anarchico e demenziale rispetto ad alcuni dei suoi film precedenti, cercando e provando a mettere in discussione il principio di causa ed effetto capovolgendo sempre il piano del significato e cambiando discorso da un momento all’altro in base all’umore del commissario e dei suoi gregari, che come spesso nel cinema di Dupieux, sono mezzi menomati e non sembrano completamente a posto.
A mezza strada tra sogno e realtà, metacinema e demenzialità qui possiamo tranquillamente parlare di un esercizio di stile che per fortuna gli è venuto bene sapendo padroneggiare ormai abilmente tecnica e soprattutto recitazione e anche direi un po’ di improvvisazione. Un divertissement puro suo e degli attori che riesce comunque a regalare in alcuni momenti e dare sfogo ad alcuni sconclusionati ragionamenti delle forze dell’ordine durante gli interrogatori.

Steak


Titolo: Steak
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2007
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Nel 2016, la moda e i canoni di bellezza sono cambiati e una nuova tendenza si fa strada tra i giovani: il lifting facciale. Georges, un giovane laureato recentemente rifattosi, approfitta dell'estate per integrarsi in una banda di bulli. Blaise, un reietto perdente ed ex amico d'infanzia di Georges, amerebbe far parte del gruppo ma non è così semplice.

Steak e il tema dell’accettazione. Dupieux torna alle sue tematiche e il suo squisito non-sense, elementi che fanno sempre da padroni come alcune trovate davvero esilaranti e originali.
I Chievers, come la bella canzone elettronica, sono l’altro lato della medaglia dei Drughi (quelli più sfigati e meno pericolosi) che cercano di spadroneggiare facendo prove di forza che assumono contorni ridicoli, provocano senza un motivo in particolare bevendo latte colorato.
Omologazione, bullismo, fraintendimenti, loop temporali, battute inverosimili, il bisogno di apparire e di essere accettati per appartenere a qualcosa che in fondo non piace nemmeno.
La commedia grottesca di Dupieux non è così inverosimile, mostra un lato dei giovani e non solo e di come la totale mancanza di senso della vita porti alle soluzioni più patetiche e drammatiche, come spararsi delle graffette sui lati della faccia per avere un viso più tirato, oppure mascherarsi per farsi accettare e molto altro ancora.
Steak per certi versi è anche uno dei film marcatamente più politici che dietro gag e slapstick mostra una società che spersonalizza gli individui trasformandoli in automi e gregari perfetti come Georges e Blaise senza un minimo di autostima e portati a fare azioni sempre più pericolose a anticonservative.

domenica 8 marzo 2020

Les Garcons sauvages


Titolo: Les Garcons sauvages
Regia: Bertrand Mandico
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Un gruppo di ragazzi commette un orribile crimine. Un capitano si prende carico di loro ma il rapporto diventa sempre più difficile.

«Volevo provare a fare un film marittimo, con scene di tempesta, scene ambientate in una giungla con dei ragazzi. Scene difficili da filmare nell’ambito di un cinema d’autore che non è troppo fortunato, perché a basso budget. È il tipo di riprese che si può trovare nella grande produzione americana. Ma mi piaceva molto l’idea di riuscire a farcela.»
Les garcon sauvages è un film estremo per stomaci forti e per chi è avvezzo al cinema di genere, l’exploitation, il queer portato all’estremo. Una fiaba provocatoria e costipata di simbolismi fallici.
Un film gigantesco che al tempo stesso produce sentimenti ed emozioni contrastanti, con questi ragazzi alle prese con un mondo sconosciuto in cui la Natura comincia a trasformarli letteralmente in altro, nei loro opposti sciogliendo ogni tabù e travolgendoli tra amori allucinati e prove iniziatiche.
Un film perverso, volgare, romantico, che trova un suo registro specifico, una politica d’autore che verrà condannata per l’estrema libertà e provocazione di cui il film è costellato in ogni suo frame.
Un film fuori dal tempo, magico ed erotico come non capitava da tempo di vedere sullo stesso asse due elementi di questo tipo. Un film mutaforma che mi è rimasto così impresso forse perché innovativo, sperimentale ed estraneo a schemi e tendenze di tanto cinema indipendente con cui faccio i conti quotidianamente. L’opera di Mandico che dopo svariati cortometraggi presentati ai più prestigiosi festival internazionali, esplode come un vaso di Pandora tra suggestioni, scene ipnotiche e oniriche, diventando un sogno surrealista, una prova difficile da inquadrare e comprendere del tutto dopo una sola visione.
Un film che sembra un trip andato a male che genera turbolente allucinazioni visive e sensoriali, difficilissimo da catalogare per tutti i registri e i generi utilizzati soprattutto per questo immaginario sfrenato che coglie e cita così tanti universi letterari e cinematografici che bisognerebbe studiarlo a fondo per elencarli tutti.

Tous les dieux du ciel


Titolo: Tous les dieux du ciel
Regia: Quarxx
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Un ragazzo, che si occupa della sorella handicappata, perde il contatto con la realtà.

Il cinema francese non smette mai di stupire e godere di ottima forma in qualsiasi genere lo si ponga.
Nell’horror poi mettendo da parte gli anni di un certo tipo di cinema estremo tutto votato sula pura violenza, sembra trovare la via di mezzo, sorprendere in un film che sembra un dramma sociale ma ha qualcosa nelle radici che puzza e crea quell’impianto per cui chi è avvezzo al genere intuirà subito che una tragedia ancora più macabra è dietro le porte.
Un dramma sociale, un film di derelitti e sconfitti, di chi porta avanti una vita che spera solo che possa finire da un momento all’altro come se fosse un’agonia a cui staccare la spina. Da qui i problemi e disagi personali, un passato turbolento, un’infanzia da dimenticare per i sensi di colpa. I protagonisti del film sono freaks con enormi disagi alle spalle e nel presente, vittime di un disagio sociale che non ha saputo difenderli al tempo lasciandoli soli a procacciarsi i problemi e vedendo in faccia la morte e lo squallore. Il talento del regista, Quarxx nome d’arte eccentrico, è di mischiare ancora una volta registri e generi diversi rimanendo in questa comunità rurale perché di fatto il film rimane sempre lì tra bifolchi in un confine tra sogno e realtà, dove predomina quel lato surreale mai chiaro del tutto almeno fino al climax finale. Ma è il linguaggio, la gestualità, il fatto che anche una bambina piccola riesce ad essere maledettamente interessante facendo i conti con una manica di adulti inetti, dove i dialoghi non sono mai banali e al tempo stesso il ritmo alterna sequenze tragiche e profonde, l’incidente scatenante iniziale, con gesti folli del protagonista e momenti comici con una galleria di personaggi assurdi con delle facce mai viste.
Difficile definire in una parola il film, forse spiazzante, controverso, atipico. Un horror che prende dal sotto genere tutto il marcio che assale lo spettatore, quelle diversità che agli occhi di una bambina non esistono come la bellissima scena in cui incontra la sorella di Simon. Esteticamente è un film molto interessante dove Quarxx cura ogni oggetto, ogni scena e location preparando il lutto finale e imbastendo una cerimonia di scelte e di fatti mai banali e soprattutto inaspettati.

Dov’è il mio corpo


Titolo: Dov’è il mio corpo
Regia: Jeremy Caplin
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

A Parigi, la mano recisa di un giovane uomo evade da un laboratorio di dissezione anatomica decisa a ritrovare il corpo a cui appartiene. Il viaggio sarà funambolico e impervio ma sostenuto dalla presenza persistente di Naoufel, con cui la mano è cresciuta e a cui ripensa costantemente risalendo il tempo fino alla sua infanzia felice. Un'infanzia bruscamente interrotta da un incidente che lo ha reso orfano e lo ha affidato a un anaffettivo parente prossimo. La mano avanza lungo la strada e dentro il tempo fino a incontrare Naoufel e Gabrielle, una cliente a cui il ragazzo consegna la pizza e il cuore. Perché suo malgrado Naoufel è un corriere, impiegato in una misera pizzeria da cui vorrebbe fuggire per esistere. Ad accarezzarne il sonno e a favorirne il destino sarà la sua mano, ostinata nella ricerca e nel 'legame'.

Jeremy Caplin è un regista da tenere d’occhio. Riesce a costruire una fiaba moderna e paranormale che osa mettere in scena e rischiare in uno spartito di generi dove i sentimenti emergono in tutta la loro complessità e armonia.
Due storie parallele in tre piani temporali differenti attraversano Parigi nel caos frenetico e nel sottosuolo. Una mano e un ragazzo, due storie che si intrecciano e un obbiettivo comune: ritrovarsi e mettersi in contatto.
Il titolo del film allude ad un cammino di scoperta, un viaggio alla ricerca di se stessi e di un’anima gemella che può essere una parte del corpo come una ragazza di cui si è sentita solo la voce al citofono.
Un film di speranze per mostrare il dolore della perdita, di angosce che trovano una breccia tra le tante insidie del mondo per superare la tragedia, i pericoli che possono arrivare inaspettati, la resilienza verso una società ostica che distrugge ogni speranza e ogni sogno nel cassetto.
Alla fine il film di Caplin volge verso un finale delicato e prezioso, affascinante e condito da una colonna sonora semplicemente straordinaria da ascoltare in loop dove il bisogno di ritrovare ciò che si è perso supera ogni ostacolo.

mercoledì 22 gennaio 2020

Girl with balls


Titolo: Girl with balls
Regia: Olivier Afonso
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Dopo aver vinto una competizione, una squadra di pallavolo femminile sta tornando a casa a bordo di un minibus quando l'autista è costretto da un guasto a una deviazione, finendo nel territorio di caccia di un gruppo di degenerati. Ben presto, le ragazze dovranno lottare per salvare le loro vite e per testare il loro spirito di gruppo.

Quando ho scoperto che il villain di turno era Denis Lavant non ho potuto sottrarmi dall'ennesimo survival movie, una caccia spietata tra bifolchi cannibali assetati di sangue incappucciati aderenti ad un strana setta pagana e una squadra di pallavolo.
Girls with balls è un horror divertente che aggiunge poco al genere, tratta una storia più che abusata ma lo fa senza prendersi troppo sul serio e regalando scene d'azione, torture porn e ironia a gogò. Un film d'intrattenimento curato in vari aspetti con un cast dove lo stesso Lavant per quanto sia spettacolare, si ritrova a dover fare i conti con un personaggio per nulla caratterizzato a dovere come un po lo sono tutti i personaggi del film in particolare le final girls.
C'è la mattanza finale, scene splatter e slasher, tutti ma proprio tutti i clichè di genere, la caratterizzazione che come spiegavo prima è così lacunosa che non permette di empatizzare mai per nessuno, diventando mai credibile e di fatto non facendo nemmeno mai paura perchè tutto sa di gioco al massacro con il twist finale abbastanza scontato e banale.
Il film di Afonso decide di non prendersi mai sul serio giocando con gli stereotipi e promuovendo una visione divertente senza far mancare nulla nel panorama di genere spesso come in questo caso scontato e prevedibile ma allo stesso tempo ingenuo e divertente.



martedì 7 gennaio 2020

Daim


Titolo: Daim
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il protagonista è un uomo che si trova ossessionato da una giacca di cervo comprata mentre sta fuggendo, forse, dalla sua vita.
Si isola in un piccolo paesino montano in cui finge di essere regista, ma la giacca comincia a occupargli la mente con un proposito: diventare l’unica giacca esistente al mondo e fare di lui l’unico proprietario di una giacca.

Quentin Dupieux alias Mr Oizo è un dj ma anche un grande regista indipendente alternativo.
Come per la musica, segue un suo percorso personale che lo porta a scelte spesso bizzarre che sembrano sfiorare il trash per quanto assomiglino a dei veri e propri quadri grotteschi.
Una commedia nera dove si ride anche e molto ma per quella scelta singolare di combinare l'azione che ormai l'artista ha saputo fare sua, creandosi una sua politica d'intenti personale, un suo linguaggio tutt'altro che banale come spesso potrebbe essere frainteso.
Wrong CopsWrongRubber, tutti avevano a loro modo qualche scena madre da ricordare, e l'ultimo Daim oltre ad essere un rientro in patria per l'autore che si stacca dagli Usa, nemmeno a farlo apposta è il film più maturo, esilarante, politico, assurdo, drammatico e violento.
In un paesino di montagna dove sembrano vivere solo persone sole e disilluse dalla vita, Georges sembra filtrare attraverso il suo sguardo perso e la sua nuova telecamera digitale, il ritratto realistico di come la solitudine possa tessere la tela della follia.
Attraverso paradossi e dialoghi assurdi, obblighi e verità, giochi sull'identità e una giacca che prende sempre più forma, il film fa un ritratto con la commedia di costume fino a generare disagio. Dupieux traccia un quadro molto espressivo della noia che regna nelle province francesi più remote e lo fa senza prendersi mai troppo sul serio, arrivando a fare un'evoluzione molto netta in termini di intenti e messaggi e riflessioni presenti nel film, ma al contempo riuscendo con tutti gli enigmi iniziali del primo atto a tessere un film brillante e raffinato, sempre al confine tra commedia assurda e dramma realistico sulla follia, interpretato dagli eccellenti Jean Dujardin e Adèle Haenel.
Un film che mescola i generi passando dalla commedia nera, al dramma sociale, al grottesco, allo slasher, allo splatter fino al mockumentary. Tutti ingredienti deliziosi che trovano un'ottima collocazione in una storia che non smette di stupire e di apparire così maledettamente assurda e affascinante.


lunedì 30 dicembre 2019

Chien


Titolo: Chien
Regia: Samuel Benchetrit
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Jacques Blanchot ha una moglie che lo allontana da casa perché soffre di un'allergia fisica nei suoi confronti. Il figlio è scarsamente interessato a lui e il lavoro, in un negozio dove tutto è in svendita, non gli dà molte soddisfazioni. Avendo deciso di acquistare un cane si iscrive a un corso di addestramento. Finirà con l'essere addestrato.

Accettare di essere dominati da qualcuno, fare in modo di essere prevaricati dall'altro.
La dominazione di un altro essere umano e allo stesso tempo l'incapacità di Jacques di non essere dominato dagli altri. Una piccola commedia grottesca, una parabola nera su come si possa involontariamente danneggiare i nostri affetti, quelli che più ci stanno vicino, arrivando a creare un'allergia stando solo a contatto con la moglie, come l'incipit ci fa subito capire quali potranno essere gli intenti tragici del film.
Una moglie bellissima e un protagonista che sembra abbastanza squallido, viscido è connotato da una tristezza e malinconia come se fosse un giovane adulto alle prese con lo strano senso di pusillanimità visto dagli altri.
Chien solo apparentemente potrebbe sembrare un film semplice quando in realtà è molto complesso e stratificato. Controllo e sottomissione, tutto il film vive di contrasti forti, dall'apparente innocenza di Jacques fino alle esplosioni di violenza bestiale.
Persone improvvisate (addestratori di cani) che vogliono controllare le masse, la trasformazione da uomo a bestia, l'essere costretti a vivere derisi da tutti, il nichilismo di vedere la società come uno strumento in grado di spremerti fino alle ossa e approfittare della tua ingenuità. Infine l'accettazione di un omologazione che ti porta a indossare il collare tutti i giorni andando a lavoro, mandando avanti un sistema di leggi che ci mette sempre a quattro zampe, che ci vuole tutti scodinzolanti felici nonostante continuiamo a fingere che non sia così.
Il regista sceglie poi dei meccanismi che portano dalle risate assicurate fino a momenti di pura bestialità, sottomissione, tortura dove si rimane reclusi nella gabbia, si indossa il collare, ci si prende una scossa di Tazer per punizione e si finisce a mangiare crocchette.
Il film riesce ad essere paradossale dall'inizio alla fine, una favola nera di umorismo cupissimo e spesso provocatorio finendo per essere volutamente fastidioso e insopportabile.


giovedì 26 dicembre 2019

Paradise Beach


Titolo: Paradise Beach
Regia: Xavier Durringer
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un gruppo di ex rapinatori si è stanziato in un vero paradiso terrestre a Phuket, nel sud della Thailandia. Divenuti commercianti, vivono giorni felici fino a quando sul posto non si palesa il diavolo in persona: Mehdi, condannato a quindici anni di carcere per la rapina, vuole la sua fetta di bottino. Il problema però è uno solo: non c'è più la torta da spartirsi...

Paradise Beach è un film davvero brutto e scontato. Belle location, un cast sprecatissimo, tante belle fanciulle, rapine, guerre tra gang, revenge-movie, esecuzioni a gogò e via dicendo tutto in un crescendo che anzichè risultare funzionale alla narrazione diventa la sua maledizione sbagliando tutto quello che poteva e giocandosela davvero male nel mettere in scena almeno un tentativo di provare a dire qualcosa che non fosse stato detto in tutti questi anni. Tutti gli elementi elencati parrebbero materia interessante anche se ormai abusata dalla settima arte. In altre mani avrebbe dato qualcosa di meritevole, ma Durringer sembra non avere polso e coraggio, perdendo ogni speranza e lasciando buchi enormi nella caratterizzazione dei personaggi.
Tutto è già visto, scontato, tanti elementi della storia non tornano, alcune scene sono così imbarazzanti che uno pensa che il film la voglia buttare sull'ironico quando invece si prende maledettamente sul serio.
Una galleria infinita di luoghi comuni, scene telefonate, clichè in ogni angolo di Phuket e dialoghi a volte così banali e sconclusionati che non ci si crede.
Il film pur essendo costato una caterva di soldi lascia dunque ancora più interdetti lasciando oltre l'amaro in bocca, la rabbia per aver perso così tante premesse che potevano almeno rimanere bilanciate senza sprofondare in maniera così eccessivamente idiota.




sabato 16 novembre 2019

Couteau dans le coeur


Titolo: Couteau dans le coeur
Regia: Yann Gonzalez
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Anne, dopo aver prodotto film porno, decide di cambiare registro ma gli attori del nuovo film sono al centro dell'obiettivo di un serial killer.

Una volta c'era Sconosciuto del Lago dove un killer sconvolgeva le vite di una comunità gay. Ora Gonzales senza attingere da Guiraudie, sembra lanciarsi in un omaggio citazionista a volte forzato anche se esteticamente molto interessante. Un thriller che esamina il mondo porno gay francese degli anni '70 puntando sul cromatismo, sugli eccessi della fotografia, delle gelatine, dei colori saturi, su un voyeurismo delirante e delle belle scenografie anni '70.
Un film dove al sangue si oppongono le scene di sesso, al delirio del killer le risate sui set dei film porno d'autore. Tutto questo attraverso gli occhi della bellissima Paradise, Anne, intenta a dare un senso alla sua vita, a ricongiungersi con la sua amata e a cercare di scovare l'assassino attraverso dei deliri e degli incubi premonitori.
Gonzales fa un film che cerca d'essere esageratamente d'effetto, marcato da una minimalità nel tentativo di rendere delizioso ogni piccolo dettaglio, insistendo sulla forma e rimanendo derivativo sulla sostanza. Il film procede con un ritmo notevole, il cast è ottimo, le musiche ipnotiche, lo stile impeccabile, eppure soprattutto nel finale tutto sembra procedere in maniera troppo lineare senza particolari incidenti o azioni che possano ribaltare l'effetto dei telefonati colpi di scena.
Tra pompini, cazzi che nascondono lame, pellicole, il sesso e la coazione a ripetere come le coltellate dell'omicida, la folla nel cinema porno che uccide la stessa essenza del male, i sogni altalenati alle allucinazioni e alle visioni di Anne e infine la famiglia allargata dove sembrano rifugiarsi tutti i membri della troupe Gonzales infarcisce inserendo davvero di tutto. Couteau dans le coeur esteticamente è molto bello colorato e acceso, però tutto questo appare quasi una lezione di stile, un esercizio di maniera per una storia in fondo estremamente già vista, cambiando solo il sotto genere e infilando tematica queer e tanti, tanti falli oltre che rimandi a profusione su un certo tipodi cinema thriller anni '70 in particolare quello italiano.

lunedì 7 ottobre 2019

Marianne-Prima stagione

Titolo: Marianne-Prima stagione
Regia: Samuel Bodin
Anno: 2019
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Una famosa scrittrice horror torna nella sua città natale e scopre che lo spirito malvagio che la perseguita in sogno sta provocando il caos nel mondo reale

I francesi nell'horror hanno sempre fatto scintille.
Marianne è un compendio di così tanti elementi mischiati che ne sanciscono variazioni su generi ormai ampiamente abusati, una trama opprimente e allo stesso tempo per un mood claustrofobico infarcito di elementi.
Un'operazione commerciale con tanti obbiettivi tra cui sicuramente quello di spezzare una monotonia di scrittura e puntare tutto sull'azione e i jump scared (davvero..davvero troppi). Un prodotto dove il soprannaturale, il disagio reale, la città che richiama demoni e segreti con i suoi inquietanti sacrifici, i personaggi (pochi ma buoni) che cercano di divincolarsi da una caratterizzazione spesso accennata e confusa.
Marianne mischia spesso i piani temporali, regala tanto di quel sangue che si fatica a credere ma allo stesso tempo, pur essendo pensata per un pubblico giovane (vietata ai minori di 14 anni) non riesce mai a far paura e inquietare davvero a causa del suo ritmo troppo accelerato e di una protagonista sfacciata che non sembra mai avere paura di nulla (nonostante quello che le succeda ha dell'incredibile). Un canovaccio con troppi elementi, spesso sbilanciati, che non sembrano dare mai una calma per soffermarsi a pensare a cosa stia succedendo, una continua burrasca, come il mare e le onde che si infrangono sugli scogli di Elden.
Sembra la risposta europea, con i tocchi classici dell'horror americano, delle Terrificanti avventure di Sabrina-Season 1 con più sangue e il taglio ancor meno teen.
In fondo i parti mentali di una scrittrice che diventano reali si sono già viste. I richiami sono tanti come le citazioni all'interno della serie.
Streghe, possessioni, sedute spiritiche con cani indemoniati, demoni che escono dal grembo materno, personaggi che svaniscono nel nulla senza più tornare se non sotto forma di fantasmi, tremendi incubi d'infanzia, un manipolo di amici fedeli che diventano a loro insaputa vittime sacrificali e per finire forse una delle cose più belle, la cittadina di Elden, con i suoi grigi paesaggi marini.
Dal punto di vista tecnico il risultato è impeccabile. Marianne, per l'enorme quantità di dettagli e formule andrebbe visto tutto insieme senza lasciare grossi buchi per non perdersi in una trama che allo stesso tempo se si fosse presa più tempo, togliendo elementi e approfondendo ancora di più quanto chiamato in causa, poteva risultare ancora più accattivante. Il risultato finale è comunque buono, averne di serie di questo tipo, e messe in scena con coraggio e tante formule narrative.

venerdì 9 agosto 2019

Villeggianti


Titolo: Villeggianti
Regia: Valeria Bruni Tedeschi
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una villa sulla riviera francese. Un luogo che sembra fuori dal tempo e anche isolato dal resto del mondo. Anna la raggiunge con la figlia per alcuni giorni di vacanza. In mezzo ai familiari, agli amici e al personale di servizio, la donna deve riuscire a gestire la recente fine del suo matrimonio e la preparazione del suo prossimo film. Dietro alle risate, alle discussioni e ai segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere.

I villeggianti è un film borghese, che non ha tanti motivi per esistere, vede la sua paladina ergersi a regina incontrastata nella modesta galleria di personaggi che popolano la villa.
Eppure pur essendo il primo film che vedo della Tedeschi come regista, stranamente viste le premesse è un film che alterna tanti stati d'animo diventando sempre di più un'antipatica riflessione sulla fragilità delle persone e delle coppie.
Un film viziato, che sembra un'autoanalisi della regista/attrice e dei mali e i vizi che la consumano, però si rimane a guardargli senza fare una piega, con l'incertezza di vedere dove vuole andare a parare, a volte da qualche parte a volte invece da nessuna in particolare.
Lo struggimento interiore, la crisi di nervi (ripetendo agli ospiti per l'ennesima volta di essere stata abusata da piccola), la rottura dei legami sentimentali, tutte queste coordinate vengono sparse durante il film in modo però molto attento e inusuale, cercando di citare un certo cinema colto, senza riuscirci ma senza nemmeno osare troppo rischiando di auto compiacersi.
Un film che sembra molto autobiografico che non annoia mai anche quando alcuni tratti sono davvero lenti e fine a se stessi. Tutti cercano di dare il loro meglio in questo film corale che come diceva qualcuno può sedurre o irritare. A tratti entrambi direi, in un rincorrersi drammatico ma poi ironico poi tragicomico peccando solo quando cerca di essere estremamente maturo.

venerdì 2 agosto 2019

Fratelli nemici


Titolo: Fratelli nemici
Regia: David Oelhoffen
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Manuel e Driss sono cresciuti come fratelli nelle banlieue parigine ma oggi tutto li oppone. Manuel gestisce traffici di droga, Driss è diventato un agente dell'antidroga. All'ombra di un assassinio che ha freddato in strada tre dei suoi compagni, Manuel è costretto a collaborare con Driss. Tra ostilità e risentimento e malgrado la loro diffidenza reciproca, i loro legami si riallacciano intorno alle radici comuni.

Il polar visto dagli occhi di un regista che finora si è confrontato con il western e il dramma della guerra. Pochi ingredienti: amicizia, spaccio, tradimenti e vendetta.
Oelhofen tratta una storia molto reale, che vede contrapposti due vecchi amici cresciuti assieme dai volti espressivi e intensi di Kateb e Schoenaerts (uno degli attori più in gamba della sua generazione). Guardia e ladri, poliziotti contro spacciatori e viceversa, bande criminali e signori della droga intoccabili che fanno il doppio gioco. Tutto sembra assumere i soliti clichè di genere portando a galla una vicenda già ampiamente nota nel cinema.
Quello che però il regista riesce bene a disegnare sono le traiettorie tra i personaggi, caratterizzati molto bene e con dei dialoghi che non risparmiano sofferenza e amarezze, scappando da vecchi errori e rincorrendo amori di una vita. Pochi momenti di action ma quando si presentano sono esplosivi, violenti, reali, come la strage iniziale dove Manuel come in Maryland vede tutto dalla sua prospettiva nascondendosi come può.
L'incidente scatenante, che arriva tardi, crea un cambiamento nella strategia dei contenuti del film, in cui il protagonista fugge, "è bruciato" come racconta a Driss e da lì in avanti il loro rapporto segue un parallelismo come quello di Costigan/Queenan.
Un film duro e marmoreo isolato in pochi spazi sfruttando e saltando da una location al'altra in un quartiere governato da regole e spacciatori tra marciapiedi che scottano, cemento armato, garage sotterranei che sembrano gallerie infinite, piazze e residence alveari, passando da un tetto all'altro sempre camminando con il viso coperto.
Nessuno sconto e la realtà dura di quartiere non potrà che portare a effetti perversi e conseguenze inattese.

giovedì 18 luglio 2019

Sauvage


Titolo: Sauvage
Regia: Camilla Vidal-Naquet
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Léo ha ventidue anni, batte sulla strada e non fa segreto dei suoi tesori coi clienti: bocca, lingua, muscoli, sesso, culo. Più corpo che persona, lo vende senza risparmiarsi, così come ama, senza ritorno. Gli uomini sfilano, lui resta là, aspettando l'amore. Perché Léo è un romantico, innamorato senza speranza di un altro ragazzo che risponde alla sua ossessione a colpi di baci e pugni. Tra le umiliazioni e le carezze, tra un cliente e una visita medica, Léo è affetto da tubercolosi, incontra un angelo borghese che gli offre l'America. Ma lui declina e corre via.

Era forse dai tempi di MYSTERIOUS SKIN che un film con tematiche queer non mi colpiva così profondamente e mettiamoci dentro anche alcune affascinanti scene lesbo di As boas maneiras
e la pedofilia di Desdè Allà.
Un film incredibile, molto stratificato, ricco di situazioni grottesche e curiose, un film selvaggio come la natura del protagonista qui in una performance totale nell'offrirsi e il brutale abuso che il suo corpo subisce da tutti gli strati sociali con cui entra in contatto.
Leò è un ingenuo, non nasconde la sua natura, ma anzi pur senza esaltarla, la accetta senza farsi tante domande come risponde alla dottoressa che vorrebbe sapere qualcosa di più della sua storia.
Il corpo di Lèo lo mette a disposizione di tutti, preferendo un abbraccio e un sorriso ad un conflitto o momenti di rabbia, cercando di scansare i pericoli e la violenza della strada tra sadici e malati che captano immediatamente la sua innocenza.
Il film ha una profonda metafora disperata e attuale, risultato di anni di inchiesta nel mondo della prostituzione maschile. Parla di chi come Lèo non pensa alle conseguenze esplorando ed essendo esplorato senza preoccuparsi delle malattie e dei pericoli, ingoiando tutto quello che trova senza fare distinzioni in una ricerca spasmodica del piacere senza mezzi termini.
Dall'inferno al paradiso. La regista non fa nessuno sconto, il risultato vince una sfida almeno per quanto concerne la realisticità delle scene e delle circostanze in cui Lèo viene catapultato.
Dalla piazza con i suoi "colleghi" di lavoro, dove non tutti come lui sono "froci" cercando un piccolo riscatto, magari trovando l'anziano che gli mantiene per tutta la vita.
Nel viale della miseria passano tutti, dai macellai, agli sprovveduti con cui Lèo sempre molto curioso e affascinato dal genere umano intrattiene rapporti, scene di sesso a tre girate benissimo con una ferocia in alcune scene e quel senso di libertà che lascia sempre paralizzati e scioccati, portando il ritmo del film da un eccesso all'altro, da una situazione di calma ad una di rabbia e mortificazione (la discoteca o il covo di tossici dove tutti vanno a farsi).
Non saprei cos'altro dire di un film meraviglioso che ti catapulta in una Francia sempre più abbandonata a se stessa, dove la gente è sola e cerca di trovare riparo alla disperazione anche solo con una carezza o facendosi "inculare".
La scena dei due arabi che sodomizzano il protagonista è di una potenza e di una crudeltà che non vedevo dai tempi di Doom Generation con la famosa scena finale censurata della madonnina.


Les demons


Titolo: Les demons
Regia: Philippe Lesage
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Félix ha dieci anni e ha appena finito la scuola a Old Longueuil, un anonimo sobborgo dall'apparenza pacifica. Il suo carattere non è tra i più semplici: ha paura di tutto e dentro di lui vivono dei demoni che, a poco a poco, cominciano a mescolarsi con i demoni reali che lo circondano. E che si fanno sempre più inquietanti.

L'esordio di Lesage offre uno squarcio su un cammino di formazione di un ragazzo di dieci anni davvero colto e raffinato. Ci sono alcune scene davvero forti e di notevole impatto emotivo giocate con due soldi come a confermare che quando ci sono le idee il resto conta poco.
Citerei il litigio tra i genitori che sfocia quasi in un conflitto fisico dove a fare da pacieri arrivano proprio i tre figli, oppure la scena del piccolo che chiede all'amico di vestirsi da donna per scoprire in questo modo la sessualità, oppure alcune scene di bullismo a danno dei coetanei di scuola .
Il film di Lesage racconta i primi passi della formazione di un bambino di dieci anni che intraprenderà una storia di turbamento e cambiamento (i demoni sono proprio quelli interiori al protagonista) senza però cedere mai ai luoghi comuni o ad alcuni stereotipi spesso abusati in tipologie di cinema di genere. Qui il contesto si prende molto sul serio, sembra di vedere Haneke e in alcuni casi persino Bunuel, in quel perfetto esempio di cinema autoriale scomodo.
Les demons colpisce allo stomaco perchè perfidamente realistico, potente, onesto e credibile che non sceglie mai strade semplici, cogliendo quegli aspetti perfidi ma in fondo pienamente possibili. 
Lesage tratteggia un mondo in cui gli adulti non sono mai stati così distanti a partire dal nucleo familiare, dinamiche relazionali che come dei triangoli, vedono venire avanti adulti che giocano senza sapere di essere visti e da figli che ne ripetono i gesti, gli errori, tutti incentrati in maniera ancora più grottesca fatta di ammiccamenti subdoli.





Mustang(2018)


Titolo: Mustang(2018)
Regia: Laure de Clermont-Tonnerre
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un prigioniero violento ha l'opportunità di partecipare ad un programma di riabilitazione che coinvolge cavalli selvaggi. Legherà con un cavallo particolarmente complesso, portando alla superficie ricordi pieni di emozioni.

Quando lasci a briglie sciolte un attore massiccio, un vero fisic du role del calibro di Matthias Schoenaerts (uno degli attori più in gamba del momento) il risultato vista tutta la sua filmografia precedente, non può che essere convincente.
Mustang sembra fin dall'inizio avere pochi elementi con cui giocarsela.
Il carcere, la redenzione, un mentore che gli fa scoprire un lato di sè che non conosceva, la horse terapy o meglio animal terapy che alle volte il cinema indaga e infine la consapevolezza di non diventare un gregario al soldo del boss della prigione e via dicendo.
Roman sente il richiamo della bestia in una scena emotivamente molto bella dove entrambi, l'uomo e la bestia, sentono di non poter essere contenuti dove il primo addirittura ammette fin dal dialogo iniziale con la psicologa del carcere di non essere bravo con le persone (una frase che riassume molti altri non detti).
Mustang è reale, pienamente convincente anche se alcuni sviluppi sono presto riassumibili e alcuni dialoghi molto didascalici ("Se vuoi controllare il cavallo, prima devi controllarti") ma si concentra sulla potenza e il carisma del protagonista che sempre di più dimostra un cammino di maturità e di scelta di film spesso anti commerciali.
Mustang poi vince una sfida tutt'altro che semplice per la regista di girare negli Stati Uniti e confrontarsi con due generi molto emblematici del grande West americano, il film di prigionia e l’immersione in un ambiente di cowboy, un'ambiente molto maschile tra detenuti e cow-boy in un connubio spesso anomalo ma che riesce ad avere un suo significato e una sua precisa collocazione.

venerdì 14 giugno 2019

Quinto Elemento

Titolo: Quinto Elemento
Regia: Luc Besson
Anno: 1997
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

New York, XXIII secolo: Korben Dallas è un ex soldato che ha abbandonato le armi e lavora come tassista. La sua banale esistenza subisce una svolta quando nella sua vettura piomba una giovane donna, Leeloo, che parla una lingua sconosciuta: la ragazza si rivelerà essere una pedina fondamentale per l'equilibrio e le sorti dell'universo.

Prima ancora dell'esistenza dei live action, quando si pensa al film che meglio ha sposato il fumetto e il cinema sci fi, la risposta per tutti coloro che vogliono godere appieno del cinema come mezzo di puro intrattenimento non può che essere IL QUINTO ELEMENTO
Un film decisamente esagerato, eccessivo, che non sembra fermarsi mai, anzi, spingendo il più possibile via via che la narrazione procede in una visione a tratti eccessiva con l'unica funzione di portarti al collasso. Un film che se ne frega di tutte le regole oltre l'ennesima potenza dove Willis poteva tornare ad essere il bad guy di sempre e la Jovovivh dimostrava di essere la Dea in terra più figa che il cinema avesse mai contemplato.
Un film che omaggia cinema e letteratura, musiche e mode, spazia tra universi differenti, sfoggia una galleria di personaggi fantastici e poi riesce al contempo a creare una storia d'amore e il messaggino furbo ed ecologista per salvare il pianeta e l'universo. In più abbiamo il Villain più forte e cazzuto dell'universo cinematografico (Il Nulla della STORIA INFINITA), un'entità imbattibile, scavalcando il buon lavoro condotto per l'ennesima volta da una delle maschere più geniali del cinema ovvero Gary Oldman che anche in questo caso come LEON ricicla un villain cattivo.
Un film che rispetto all'accozzaglia di mega blockbuster che stanno uscendo negli ultimi anni aveva delle pretenziosità e una spocchia niente male, banalmente per il semplice fatto che il cinema francese, uno da sempre dei più importanti al mondo, non aveva nessuna forte tradizione di cinema sci fi alle spalle, ma solo la voglia e il talento ma diciamolo pure, l'arroganza e l'orgoglio di un regista che ha creato un suo mondo fatto di numerosissimi accessori per lo più saccheggiati proprio dalla settima arte.
Besson dopo NIKITA e LEON non doveva dimostrare più nulla beccandosi 90 milioni che fino a quel momento in Europa erano il budget più alto mai visto. Breve storia felice. Alla Gaumont andò bene, il film incassò parecchio, praticamente ovunque nel mondo.
Besson ci ha messo davvero tutto in questa esplosiva forma d'arte e d'intrattenimento stupendo come meglio poteva e sforzandosi fino all'ultimo con invenzioni nuove, cimentandosi e andando al cuore del bisogno godereccio dello spettatore, ovvero promuovendo l'azione e l'atmosfera e lasciandosi alle spalle struttura e verosimiglianza che fin da subito sappiamo essere presi molto alla lontana con tanti dialoghi per fortuna non esageratamente epici, tanta ironia e per finire alcune metafore mica da ridere



Black Tide


Titolo: Black Tide
Regia: Eric Zonca
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un adolescente sparisce e François Visconti è incaricato di indagare. Comandante di polizia con figlio a carico e il vizio del bere, Visconti sospetta di Yan Bellaile, un vicino di casa del ragazzo, e si invaghisce della madre del ragazzo. Tra una bottiglia di whisky e le intemperanze del figlio, coinvolto in un traffico di droga, seduce la donna e scopre che la vittima era allievo di Bellaile. Dietro la barba e dentro la cantina, l'enigmatico professore, troppo sospetto per essere colpevole, nasconde un segreto e probabilmente non è un cadavere.

Il poliziesco è un genere sempre molto interessante. Riuscire ad essere originale quando ormai sullo schermo sembrano essere state analizzate tutte le storie e le strutture che ci sembra di conoscere non è certo facile.
La prima impressione trovandomi a guardare l'indagine di Black Tide e di avere di fronte un film girato molto di fretta dove ancora una volta il talento di Vincent Cassel se non gestito a dovere porta a uscire dal personaggio, cosa che in questo film accade dall'inizio alla fine soprattutto se parliamo di un detective non proprio avvezzo alle regole che beve whiskey durante un interrogatorio.
Tratto dal best seller "The Missing File"di Dror Mishani, Black Tide è un thriller dalle atmosfere mystery che ricalca in maniera pigra e decisamente prevedibile tutte le prerogative del genere, ingurgitando stereotipi e girando troppo attorno ai suoi tre personaggi finendo per lasciare un climax finale abbastanza semplice da intuire. Di certo non aiuta una scansione degli eventi troppo didascalica, l'incapacità di rendere misteriose le atmosfere con il risultato che la suspance viene vanificata troppe volte. Un film che soprattutto nel primo atto mostra i suoi topoi più interessanti che poi sono quelli del sotto genere, vale a dire una comunità con alcuni nuclei familiari piuttosto bizzarri su cui la sceneggiatura soccombe troppe volte. Questo cercare dentro le loro caratterizzazioni tutti gli elementi da cui dovrebbe essere composta un'inchiesta, la dice lunga sulla brevitas e su una scarsa quantità di elementi che dovrebbero alternarsi con efficacia durante l'arco della narrazione.
Black Tide è stato definito un "roman de gare", un romanzo che si compra in stazione per passare il tempo e aspettare il treno, esattamente come la sua visione e il suo scopo. Intrattenere senza dare troppi pensieri e lasciare gli attori ad auto dirigersi.