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venerdì 14 giugno 2019

Quinto Elemento

Titolo: Quinto Elemento
Regia: Luc Besson
Anno: 1997
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

New York, XXIII secolo: Korben Dallas è un ex soldato che ha abbandonato le armi e lavora come tassista. La sua banale esistenza subisce una svolta quando nella sua vettura piomba una giovane donna, Leeloo, che parla una lingua sconosciuta: la ragazza si rivelerà essere una pedina fondamentale per l'equilibrio e le sorti dell'universo.

Prima ancora dell'esistenza dei live action, quando si pensa al film che meglio ha sposato il fumetto e il cinema sci fi, la risposta per tutti coloro che vogliono godere appieno del cinema come mezzo di puro intrattenimento non può che essere IL QUINTO ELEMENTO
Un film decisamente esagerato, eccessivo, che non sembra fermarsi mai, anzi, spingendo il più possibile via via che la narrazione procede in una visione a tratti eccessiva con l'unica funzione di portarti al collasso. Un film che se ne frega di tutte le regole oltre l'ennesima potenza dove Willis poteva tornare ad essere il bad guy di sempre e la Jovovivh dimostrava di essere la Dea in terra più figa che il cinema avesse mai contemplato.
Un film che omaggia cinema e letteratura, musiche e mode, spazia tra universi differenti, sfoggia una galleria di personaggi fantastici e poi riesce al contempo a creare una storia d'amore e il messaggino furbo ed ecologista per salvare il pianeta e l'universo. In più abbiamo il Villain più forte e cazzuto dell'universo cinematografico (Il Nulla della STORIA INFINITA), un'entità imbattibile, scavalcando il buon lavoro condotto per l'ennesima volta da una delle maschere più geniali del cinema ovvero Gary Oldman che anche in questo caso come LEON ricicla un villain cattivo.
Un film che rispetto all'accozzaglia di mega blockbuster che stanno uscendo negli ultimi anni aveva delle pretenziosità e una spocchia niente male, banalmente per il semplice fatto che il cinema francese, uno da sempre dei più importanti al mondo, non aveva nessuna forte tradizione di cinema sci fi alle spalle, ma solo la voglia e il talento ma diciamolo pure, l'arroganza e l'orgoglio di un regista che ha creato un suo mondo fatto di numerosissimi accessori per lo più saccheggiati proprio dalla settima arte.
Besson dopo NIKITA e LEON non doveva dimostrare più nulla beccandosi 90 milioni che fino a quel momento in Europa erano il budget più alto mai visto. Breve storia felice. Alla Gaumont andò bene, il film incassò parecchio, praticamente ovunque nel mondo.
Besson ci ha messo davvero tutto in questa esplosiva forma d'arte e d'intrattenimento stupendo come meglio poteva e sforzandosi fino all'ultimo con invenzioni nuove, cimentandosi e andando al cuore del bisogno godereccio dello spettatore, ovvero promuovendo l'azione e l'atmosfera e lasciandosi alle spalle struttura e verosimiglianza che fin da subito sappiamo essere presi molto alla lontana con tanti dialoghi per fortuna non esageratamente epici, tanta ironia e per finire alcune metafore mica da ridere



Black Tide


Titolo: Black Tide
Regia: Eric Zonca
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un adolescente sparisce e François Visconti è incaricato di indagare. Comandante di polizia con figlio a carico e il vizio del bere, Visconti sospetta di Yan Bellaile, un vicino di casa del ragazzo, e si invaghisce della madre del ragazzo. Tra una bottiglia di whisky e le intemperanze del figlio, coinvolto in un traffico di droga, seduce la donna e scopre che la vittima era allievo di Bellaile. Dietro la barba e dentro la cantina, l'enigmatico professore, troppo sospetto per essere colpevole, nasconde un segreto e probabilmente non è un cadavere.

Il poliziesco è un genere sempre molto interessante. Riuscire ad essere originale quando ormai sullo schermo sembrano essere state analizzate tutte le storie e le strutture che ci sembra di conoscere non è certo facile.
La prima impressione trovandomi a guardare l'indagine di Black Tide e di avere di fronte un film girato molto di fretta dove ancora una volta il talento di Vincent Cassel se non gestito a dovere porta a uscire dal personaggio, cosa che in questo film accade dall'inizio alla fine soprattutto se parliamo di un detective non proprio avvezzo alle regole che beve whiskey durante un interrogatorio.
Tratto dal best seller "The Missing File"di Dror Mishani, Black Tide è un thriller dalle atmosfere mystery che ricalca in maniera pigra e decisamente prevedibile tutte le prerogative del genere, ingurgitando stereotipi e girando troppo attorno ai suoi tre personaggi finendo per lasciare un climax finale abbastanza semplice da intuire. Di certo non aiuta una scansione degli eventi troppo didascalica, l'incapacità di rendere misteriose le atmosfere con il risultato che la suspance viene vanificata troppe volte. Un film che soprattutto nel primo atto mostra i suoi topoi più interessanti che poi sono quelli del sotto genere, vale a dire una comunità con alcuni nuclei familiari piuttosto bizzarri su cui la sceneggiatura soccombe troppe volte. Questo cercare dentro le loro caratterizzazioni tutti gli elementi da cui dovrebbe essere composta un'inchiesta, la dice lunga sulla brevitas e su una scarsa quantità di elementi che dovrebbero alternarsi con efficacia durante l'arco della narrazione.
Black Tide è stato definito un "roman de gare", un romanzo che si compra in stazione per passare il tempo e aspettare il treno, esattamente come la sua visione e il suo scopo. Intrattenere senza dare troppi pensieri e lasciare gli attori ad auto dirigersi.


sabato 8 giugno 2019

Goal of the dead


Titolo: Goal of the dead
Regia: Benjamin Rocher
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sabato 18 aprile 2012. A Caplongue - un piccolo villaggio nel nord-est della Francia con una centrale nucleare, un'agricoltura industrializzata, una chiesa e un basso tasso di disoccupazione - la squadra di calcio locale è riuscita a raggiungere con coraggio e talento i trentaduesimi di finale della Coppa di Francia. Tutti sono in fibrillazione per l'arrivo del Paris Olympic, formazione di massima serie con giocatori ricchi e famosi, ma allo stesso tempo non desiderano perdere la partita. L'incontro, più che una semplice formalità, rappresenta lo scontro tra la campagna e il mondo urbano, tra il calcio dilettante e quello professionista, tra una città di provincia e la capitale e tra i poveri e i ricchi. Mentre i dilettanti di Caplongue danno del filo da torcere ai professionisti, una strana epidemia trasforma lentamente giocatori, spettatori e abitanti del posto, in creature strane ed infuriate.

Ormai quando si parla di zombie movie bisognerebbe fare due precisazioni, almeno.
La prima concerne chi ancora cerca di dare originalità al genere provandoci senza per forza riuscirci ma almeno sforzandosi.
La seconda invece è quella di chi non ha bisogno di essere originale attingendo da almeno una decina di titoli che hanno a loro modo fatto la storia.
Goal of the dead fa parte della seconda precisazione.
Gli europei a volte hanno delle idee davvero bislacche. Amo Rocher e il suo Horde è stata quella perla splatter sugli zombie che tutti chiedevamo in ginocchio. Poi prima di passare a prodotti commerciali per il cinema Antigang ha pensato bene di fare un mezzo esperimento, per fortuna riuscito.
Unire gli zombie al calcio in una commedia grottesca nera e ironica che riuscisse a tenere alti entrambi gli elementi, e quindi far ridere e far schifo allo stesso tempo.
Ci è riuscito, come ci era riuscito (film con cui vedo delle profonde analogie) quella chicca british del 2009 Doghouse di West.
Come dicevo Rocher insieme ai suoi colleghi se ne frega delle regole puntando su un film difficile e stratificato, scritto da troppe persone e con una fase di gestazione complessa dove ad esempio il secondo tempo è stato diretto da un altro regista.
I francesi mostrano però ciò che vogliono come gli inglesi e parte di un cinema indipendente europeo, per cui non devono andare troppo per il sottile e se ne infischiano della censura.
Se prendiamo il manipolo di personaggi, ognuno deve prendersi da solo così tanto tempo che non abbiamo, tutti a loro modo interpretano un clichè senza però portarlo quasi mai all'eccesso che invece Rocher poteva far sperare.

Profeta


Titolo: Profeta
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c'è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l'omicidio come rito d'iniziazione, l'ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità.

Audiard è un regista francese che potremmo definire quasi internazionale. Il suo cinema almeno le sue ultime opere dimostrano talento e soprattutto la capacità di girare qualsiasi cosa, di qualsiasi genere e con qualsiasi attore internazionale.
I risultati seppur molto distanti confermano un innegabile talento. Sapore di ruggine e ossa
, Deephan, sono storie d'azione, drammatiche e coraggiose che parlano di questioni attuali mischiandole con la criminalità organizzata o la crisi del lavoro e i protagonisti quasi sempre dei perdenti.
Su tutto un aderenza ai generi minimale, un aspetto tecnico sempre squisitamente formidabile, un cast che aderisce perfettamente alla causa e infine tante bellissime scene che come quadri diventano indimenticabili nella psiche dello spettatore.
Il profeta è il film da cui il regista segna un importante passaggio, entrando nel mondo adulto e maturo e da lì in seguito sarà solo una discesa negli inferi.
Prison movie, dramma contemporaneo, vita criminale, viaggio di formazione nella violenza.
Il film discute e approfondisce tanti passaggi, immergendosi fin da subito nella sub cultura che racconta, soprattutto quelli in carcere con alcuni dialoghi squisiti e che istantaneamente rendono il film molto realistico e decisamente esagerato sotto certi aspetti.
Un film che non vacilla mai, sospendendo il pregiudizio, di fatto essendo lungo quanto complesso, ma che grazie ad un uso sapiente del montaggio, non lascia mai momenti di vuoto ma relega ogni momento ad una scena ben precisa, diventando significativo nella sua continuità come l'exursus del protagonista scandito da didascalie che suddividono la sua epopea in capitoli


lunedì 3 giugno 2019

Cruel


Titolo: Cruel
Regia: Eric Cherrière
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Pierre Tardieu è un lavoratore part time che vive in una vecchia casa insieme al padre malato. Nessuno sembra accorgersi della sua esistenza ma Pierre è in realtà un serial killer, le cui vittime sono persone comuni dalla vita ordinaria: uomini e donne che vivono, lavorano e soffrono fianco a fianco nella grande città.

Cherriere al suo esordio punta su un film con una trama piuttosto abusata e i soliti dettami del genere (la routine di un serial killer) inserendo però all'interno delle dinamiche e dei rapporti con le vittime piuttosto insoliti e particolari dove Pierre anzichè accanirsi sulle vittime preferisce mantenere un profilo più elegante chiacchierando e offrendo loro la cena.
Partendo dal fatto che la messa in scena è pulita, precisa in ogni dettaglio riuscendo a dare importanti segnali anche solo illuminando un anfratto di una cantina grazie ad una sontuosa fotografia che trova alcuni momenti sublimi e di inusitata violenza come la strage nella villa a danno di un gruppo di borghesi e in particolare del giovane festeggiato e la sua passione per il bondage.
Innegabile e colta la citazione non solo al celebre dialogo tratto da "The Wild Bunch" di Sam Peckinpah, ma anche in altri squisiti momenti dove Pierre sembra tormentato dai dubbi e dalle angosce come un serial killer malinconico perseguitato dagli immancabili traumi infantili.
L'aspetto decisamente più interessante al di là dell'ottima caratterizzazione del personaggio di Pierre, interpretato da Jean-Jacques Lelté, è quello di interrogarsi continuamente e dare una caratterizzazione molto intimista e dal tipico folle che riesce però a gestire la sua pazzia con precisione senza mai lasciare una prova dietro di sè fino all'epilogo finale, colto ed emozionante.



Antigang


Titolo: Antigang
Regia: Benjamin Rocher
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Serge Buren è un poliziotto leggendario, circondato da un gruppo di giovani poliziotti che usano dei metodi non convenzionali. Sfruttano qualsiasi mezzo possibile, comprese le mazze da baseball e i risultati ci sono! Ma un gruppo di rapinatori assassini entra in scena, deruba le banche e le gioiellerie della capitale con una facilità sconcertante. Di fronte a questo ingegno e a questa brutalità, Buren e la sua unità si trovano ad affrontare una situazione difficile: i loro metodi saranno sufficienti a fermare questi criminali?

Antigang fa parte di quel filone action poliziesco con una squadra speciale intenta a trovare i criminali più incalliti sempre al confine tra il lecito e il proibito.
Lontani dalle regole comuni, dotati di privilegi e guardando dall'alto in basso i colleghi, la squadra capitanata da un Jean Reno imbolsito, si trova così a dover fronteggiare un terrorista feroce che manco a farlo apposta ucciderà proprio l'amante di Serge Buren nonchè moglie dell'ispettore capo.
Gli ingredienti ci sono tutti, pure un agente che mena le mani manco fosse Bruce Lee sconfiggendo nemici che sono il doppio se non il triplo di lui.
Ma l'elemento sicuramente che rende il film un action con un buon ritmo e i colpi di scena rapidi e telefonati è la regia di Rocher che si stacca dall'horror dopo due film notevolissimi di zombie, Horde
e GOAL OF THE DEAD per accettare un film su commissione decisamente commerciale.
Ad Antigang manca solo una struttura più complessa, personaggi che si prendano decisamente sul serio e magari un po di sangue in più. E'un action poliziesco, non un hard boiled, decisamente più comico e scontato rispetto ai suoi coetanei, come sembra ormai piacere sempre di più al pubblico main stream che ormai fa fatica a stare dietro ad un'indagine complessa con la quasi totale assenza di scene d'azione o centellinate a dovere.


Dellamorte dellamore


Titolo: Dellamorte dellamore
Regia: Michele Soavi
Anno: 1994
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Francesco Dellamorte lavora come custode al cimitero di Buffalora, un piccolo paesino lombardo. Il luogo però è infestato da una strana maledizione: la notte infatti le persone decedute negli ultimi sette giorni ritornano in vita, e a lui e al suo goffo aiutante Gnaghi tocca l'arduo compito di eliminare i morti viventi. Il tutto naturalmente all'oscuro di chiunque, pena il rischio di perdere il lavoro e passare per matto. Le cose però si complicano inesorabilmente quando Francesco viene sedotto da una giovane vedova. I due hanno un rapporto sessuale proprio sopra la tomba del marito appena scomparso, che inferocito si risveglia dalla tomba e uccide la ragazza. Da qui in poi per Francesco la vita diventerà un vero inferno, e oltre ad occuparsi dei "ritornanti", sempre più numerosi, dovrà fare i conti con la propria coscienza.

Fino ad oggi il miglior film su Dylan Dog.
Qualsiasi altro tentativo non è mai stato all'altezza nonostante gli sforzi interessanti di un indie come Dylan Dog-Vittima degli eventi oppure tentativi beceri e terribili come sempre ad opera degli americani girati in fretta e furia e senza rispecchiare nessuna poetica dell'autore con Dylan Dog-Dead of Night
Tratto da un romanzo di Tiziano Sclavi, il film funziona prima di tutto per l'atmosfera che riesce a confondere lo spettatore facendogli pensare di essere in una sorta di limbo (siamo a Boffalora vicino Milano) dove in mezzo alla nebbia e soprattutto tra la nebbia, tutto può succedere.
Sembra inoltre di uscire da un film di Fellini ed entrare nell'orrore di Fulci.
Tutto funziona perfettamente anche la presenza di una modella come Anna Falchi che rimane statuaria nella sua bellezza e nella sua iconografia che soprattutto all'inizio è ispirata alla Venere del Botticelli. E' un film che se a livello tecnico funziona molto bene, è soprattutto il ritmo e il linguaggio a farla da padrone dove il grottesco non manca, ma neppure il cinismo beffardo e la malinconia romantica di fondo con continui rimandi al cinema e alla letteratura e alcune scene indimenticabili. Oltre ad essere il miglior film su Dylan Dog e un ottimo horror zombie-movie, una interessante commedia nera e un dramma romantico girato con un decimo del budget del coetaneo americano con cui in comune ha solo il nome del protagonista.




venerdì 24 maggio 2019

Sale della terra

Titolo: Sale della Terra
Regia: Wim Wenders
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Il film racconta l’universo poetico e creativo di un grande artista del nostro tempo, il fotografo Sebastião Salgado. Dopo aver testimoniato alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea, Salgado si lancia alla scoperta di territori inesplorati e grandiosi, per incontrare la fauna e la flora selvagge in un grande progetto fotografico, omaggio alla bellezza del pianeta che abitiamo. La sua vita e il suo lavoro ci vengono rivelati dallo sguardo del figlio Juliano Ribeiro Salgado, che l’ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi, e da quello di Wenders, fotografo egli stesso.

Wenders è un po come Herzog.                                                                                                                  Due nomi che hanno fatto la storia. Due registi a 360° che soprattutto negli ultimi anni hanno saputo sposare e incanalare bene la tecnologia nella settima arte.                                           
Dalla fotografia, al 3d, alla capacità di ottenere fondi e permessi quando sarebbero negati a qualsiasi altro essere umano. Questi sono solo alcuni degli aspetti per cui le loro “opere” suscitano e lasciano basiti per l’interesse e i temi che vanno a trattare oltre la delicatezza con cui toccano i sentimenti del pubblico. Il Sale della Terra di cui ci parla Sebastiao Salgado, è un’esperienza durata tutta una vita.    Un percorso e un dovere sociale, dinamico, variopinto, necessario, pericoloso e invidiabile.                  Così, anche se andrebbe scritto un saggio solo sul fotografo e il suo pensiero, è davvero toccante poter avvicinarsi alle mille avventure che lo hanno portato nel momento giusto in alcune parti del mondo in cui la natura e l’uomo continuano a combattere uno scontro che forse non finirà mai.            Dalla violenza, ai volti, al modernismo, fino ad arrivare agli emigrati e poi agli animali, queste sono solo alcune delle tematiche su cui Salgado, con l’aiuto del figlio e con alcuni racconti del padre, crea il suo universo e ci da la possibilità di ammirarlo come quando guardiamo una fotografia e rimaniamo esterrefatti.
Ci si commuove, si spalanca la bocca, si fa fatica ad accettare quello che l’obbiettivo cattura e tutto questo dura il tempo di un film, strutturato, bilanciato e montato in modo semplicemente squisito, come un’opera d’arte che risulterà precisa in tutti i suoi meccanismi.
Salgado diceva che l'uomo è l'animale più crudele, ma capace anche di elevarsi al di sopra di se stesso.

martedì 30 aprile 2019

Mazeppa


Titolo: Mazeppa
Regia: Jonathan Lago Lago
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Johan, un talentuoso e insicuro giovane pianista, sta per esibirsi in un importante concorso musicale. Sopraffatto dallo stress, inizia però a temere il palco…

Cosa fare quando avvicinandoti al palco comincia a sanguinarti il naso facendoti diventare nel giro di pochi minuti quasi una vittima di un film horror.
Lago Lago, dal cognome insolito, sembra divertirsi molto con questo interessante cortometraggio tutto girato all'interno di un'accademia musicale popolata da rampolli di una certa aristocrazia francese. Con uno stile invidiabile, il regista e soprattutto il cast tecnico promuove un uso della luce naturale, campi lunghi e carrelli per girare intorno alla personalità schizzata e travolgente di Johan.
Alla fine basta ricongiungersi con la persona amata, salire sul palco, sedersi, prendere un respiro e appoggiare le mani sui tasti del pianoforte. Fine


lunedì 22 aprile 2019

Logorama


Titolo: Logorama
Regia: AA,VV
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

La polizia insegue un criminale armato in una versione di Los Angeles composta interamente da loghi aziendali.

La critica al capitalismo, il modello economico che stanerà tutti, diventa il circuito perfetto dove il trio di registi francesi descrive il proprio microcosmo. Loghi, brand, multinazionali, tutto ormai sembra diventare status simbol con il preciso compito e dovere da parte degli autori di trasformare tutto in un enorme buco nero in grado di inglobare tutto e mettere fine alla civiltà.
Il collettivo H5 (François Alaux, Hervé de Crécy e Ludovic Houplain) ha già firmato videoclip per Alex Gopher, i Massive Attack, i Goldfrapp e i Röyksopp e conferma un acume attento e colto nel saper essere sintetici e al contempo ingranare la marcia e sfrecciare a tutta velocità.
16 minuti di pura azione da vedere rigorosamente in lingua originale, un lavoro enorme che ha comportato l'utilizzo di 2500 loghi e mascots, appartenenti a compagnie di tutto il mondo, per costruire l’intera architettura cittadina e per creare personaggi improbabili, come il cattivissimo Ronald MacDonald e ampliare così una critica feroce sugli intenti perversi della multinazionale del fast food.


giovedì 11 aprile 2019

Uuquchiing


Titolo: Uuquchiing
Regia: Kevin Nogues
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Undergound Cinefest
Giudizio: 3/5

Camille è totalmente smarrito. I giorni sono seguiti da altri giorni in un tempo metronomico, che trascorre tra il suo lavoro in fabbrica e le visite regolari ai suoi nonni. Una sera, mentre sta cenando a casa loro, viene trasportato nel suo futuro, a poche ore di distanza dal presente. Camille, però, non ricorda nulla.

Nogues in sala spiegava che il titolo del suo corto gli era venuto in mente guardando un documentario sulle volpi e la citata sembra essere una delle più rare da vedere.
Più o meno è quello che succede nella vita di Camille.
Provate a immaginare come può essere svegliarsi in un posto senza sapere come ci si è arrivati, vuoti di memoria anticipati da una scossa fastidiosissima (causato da problemi neurologici forse), un padre che sta morendo di Alzheimer e la difficoltà nel non capire cosa sta succedendo nella propria vita. In tutto questo tra un lavoro alienante, una ragazza affascinante e un gruppo di amici che sembrano non prendere sul serio il problema, Camille per non impazzire dovrà prendere una scelta. Poco da dire su un corto realizzato con un incredibile attenzione tecnica, un lavoro sul sonoro in grado di ampliare la sensibilità nostra e di Camille su quanto stia succedendo e in 22' muoversi da una parte all'altra spiazzando e ribaltando luoghi e geografie e rimanendo con un espressione incredula di chi ha paura di svegliarsi magari nel luogo che meno si aspetta o con la paura di poter fare qualche gesto inusitato.


lunedì 11 marzo 2019

Barbarella


Titolo: Barbarella
Regia: Robert Vadim
Anno: 1967
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Nell’anno 40.000 d.C., in un’epoca di amore universale senza più bisogno di guerre e armi, la terrestre Barbarella è convocata per scoprire che fine ha fatto lo scienziato Durand Durand, inventore del raggio positronico. È l’inizio di una serie d’avventure interplanetarie all’insegna del piacere.

Non c'è un perché razionale quando ci si innamora.
Barbarella è un cult assoluto. Un film multiforme. Exploitation, weird, trash (alle volte), grottesco. Un immenso film di genere che mette nel calderone scifi e azione, avventura e scenari favolosi.
L'idea nasce da un fumetto del 1962 di Jean-Claude Forest che di fatto lanciava una sexy eroina del futuro, troppo bella, leggermente ingenua e sempre pronta a spogliarsi.
Una icona alternativa figlia di una cultura anni Sessanta, nascendo da un contesto amniotico come la nuova donna liberata, sfidando il buon costume e la censura di quegli anni che preferivano il sesso "vecchia scuola" allo "psicosessogramma" che in un qualche modo anticipa "l'orgasmatic" di Allen sostituendo la pratica sessuale.
Un film voluto da De Laurentis (probabilmente già sapendo che sarebbe divenuto un flop) che in quel periodo approdava a sfide e produzioni straniere con il risultato di sfondare, questo è il caso, fantasie e contaminazioni, coniugando erotismo e fantascienza con una marcata vena autoironica.
La colonna sonora, la fotografia, la scenografia e il montaggio. Tutto fila liscio e psichedelico come un omaggio alla cultura dei figli dei fiori, l'uomo nella sue essenza che viene fumato e assaggiato attraverso un enorme narghilè, per arrivare alle bambole che mordono per davvero e gli angeli che non possono vedere e per finire scienziati, barbari e regine nere.
L'obbiettivo della protagonista, del film e dei suoi intenti è quello di ristabilire la pace facendo finire le guerre e abbandonandosi alle fantasie. In tutto questo nonostante la sua indole libertina, Barbarella è curiosa, pulita e mai morbosa diventando un'icona proprio per la libertà nel fare le scelte che più la appagano e con chi ne abbia voglia, senza mai morbosità.
In origine il personaggio di Barbarella doveva essere interpretato da Virna Lisi, che però decise di abbandonare l’offerta e di tornare in Italia. Il ruolo poi venne proposto a Brigitte Bardot (che aveva ispirato il personaggio originale del fumetto), la quale però rifiutò perché stanca di ruoli sexy, quindi a Sophia Loren che, allora incinta, rifiutò a sua volta ritenendosi non adatta al ruolo.
Infine venne proposta a una giovane Jane Fonda, tentata inizialmente di rifiutare; cambiò idea quando il marito, Roger Vadim, le sottolineò quali possibilità si stavano aprendo con il cinema di fantascienza.
Le citazioni o gli elementi che verranno ripresi dal cinema grazie a questo film sono troppi ci infilerei quasi tutti i nomi della nuova Hollywood.



Tombes & Manages



Titolo: Tombes & Manages
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel suo isolato cimitero, un becchino piuttosto rozzo cerca di divertire suo figlio in un modo piuttosto sciocco ...

Perché alcune delle migliori storie per bambini sono così deliziosamente macabre.
Sembra di continuare un discorso aperto nell'82 da Burton con il suo Vincent ma prima ancora di lui da tanta importante narrativa senza contare il peso della fiaba.
In sette minuti il Team di ISART Digital School composto da Nicolas Albrecht, Jérémie Auray, Alexandre Garnier, Antoine Giuliani, Sandrine Normand, Ambre Pochet, Marc Visintin, riesce a fare un mezzo miracolo.
Una storia drammatica di una perdita, quella di un figlio. La notte come un momento magico che in un parco divertimenti/circo, riesce a far rivivere come una benedizione/maledizione una piccola anima permettendole notte dopo notte di stare a fianco del padre e vivere come se fosse la prima una nuova entusiasmante avventura.
Straziante per certi versi. Muto e con dei colori fantastici, l'impiego dell'animazione digitale sembra in alcuni casi stop motion pura e semplice, usata dal team francese che si compone di tanti elementi e una maniacalità a far in modo che tutto converga verso la perfezione.
In particolar modo come nel lungometraggio capolavoro Coraline e la porta magica sono proprio i dettagli del corto a farla da padrona, dai paesaggi, alle giostre, alle impronte digitali negli stampi dei personaggi, fino alle scenografie gotiche e barocche su cui svetta un cimitero grigio macabro e inquietante come d'altronde dovrebbe essere una fiera di tombe.


Sun of a beach


Titolo: Sun of a beach
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Una delle più belle metafore sul riscaldamento globale.
Una spiaggia, un gruppo disomogeneo di persone e il sole che stermina tutti.
Semplice ed essenziale come i corti dovrebbero essere.
In sei minuti il team di registi e tecnici con un animazione marginale, riescono a cogliere l'obbiettivo riuscendo a regalare come dicevo una buona metafora ambientalista, azione, horror e ironia.
Famiglie e ombrelloni nonchè silicone dei seni. Tutto si scioglie. Persino i muscoli finti dei palestrati e così via..
Quando il sole scende, tutto prende fuoco e la via di scampo non sembra nemmeno essere il mare..

mercoledì 20 febbraio 2019

Climax


Titolo: Climax
Regia: Gaspar Noè
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un gruppo di giovani viene drogato senza apparente motivo ma non tutti reagiscono allo stesso modo.

Il cinema di Gaspar Noè è come una nuova droga chimica che arriva sul mercato. Se ti piace la droga non puoi che esserne affascinato. Prima c'era Araki ora c'è Noè.
Il risultato cambia come gli effetti della sostanza ma il processo è sempre lo stesso.
Cercare di provocare e stupire. Solo che da un lato c'è gente come Von Trier che riesce e regala anche arte e citazioni a profusione, dall'altra c'è Noè altro egomaniaco con degli intenti leggermente più bassi rispetto al collega danese.
Climax è un'altra esperienza doverosa, complessa, anarchica, schizzata e pompata come solo l'outsider argentino riesce ogni tanto a fare illuminandola d'immenso e facendoti venire voglia di ballare in qualsiasi luogo fruisci questa lisergica esperienza.
Cast di giovani, tante acrobazie e coreografie, musica strepitosa, luci e gelatine che regalano eccessi in sovrabbondanza e divertimento quasi assicurato, prima di entrare nel terzo atto che quasi sempre per i film del regista significa incubo, tunnel della privazione, fare i conti con se stessi e disperarsi e piangere.
Si inizia ridendo e scopando e si finisce a terra paralizzati dall'Lsd o per aver scoperto che in fondo non siamo speciali e facciamo pure un po schifo.
Ecco Climax parlando di altre cose rispetto alle tematiche del regista (anche se poi le questioni quelle sono) ci dice ancora una volta di andarci piano con la droga se non sappiamo gestirla.
Il cinema di Noè rimane un'esperienza sempre visivamente molto affascinante, impossibile sfuggire a questo caleidoscopio allucinato, dove i giovani scherzano con il fuoco, le istituzioni non esistono e il fai da te rimane la scelta convenzionale a cui sembrano sottoporsi con rituali e pratiche i millenial di questa generazione.

sabato 15 dicembre 2018

Affido-Una storia di violenza


Titolo: Affido-Una storia di violenza
Regia: Xavier Legrand
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Miriam e Antoine Besson si sono separati malamente. Davanti al giudice discutono l'affidamento di Julien, il figlio undicenne deciso a restare con la madre. Ma Antoine, aggressivo e complessato, vuole partecipare alla vita del ragazzo. Ad ogni costo. Il desiderio, accordato dal giudice, diventa fonte di ansia per Julien, costretto a passare i fine settimana col genitore. Genitore che contesta col silenzio e combatte con determinazione. Julien vorrebbe soltanto proteggere la madre dalla violenza fisica e psicologia che l'ex coniuge le infligge. Invano, perché l'ossessione di Antoine è più forte di tutto e volge in furia cieca.

Affido-Una storia di violenza è un film che fin da subito prende una piega insolita. Decide di schierarsi, di prendere una posizione puntando il dito verso le responsabilità genitoriali, l'affido, materia sempre complessa, e due genitori profondamente afflitti e consumati dalla rabbia.
La Francia da sempre tratta temi sul sociale senza dover compiacere il pubblico ma prediligendo una linea dura, come d'altronde è la realtà, in questo caso facendoci scoprire fin dove può spingersi il controllo e il comportamento coercitivo di un padre che nella scena finale deraglia completamente ogni parvenza di normalità, facendo diventare l'esordio di Legrand, un incubo in cui solo la determinazione di Miriam può fare sì di proteggere i suoi figli.
"Facciam fatti" diceva Jacopone da Todi e sembra per certi versi la regola che il regista sviluppando il cortometraggio pluripremiato, ha cercato di mantenere costante per tutta la durata del film, facendo sì che le azioni predominassero sui dialoghi e le immagini mostrassero più delle parole.
Gli intenti del regista appaiono per certi versi con una marcia in più rispetto a tanti altri film che trattano temi sociali e in particolare la famiglia. Qui come dicevo tutto viene rappresentato, in particolar modo la violenza disperata e intenzionale come potrebbero essere i comportamenti di Antoine come conseguenza dell'aver perso ormai ogni contatto con la realtà.
Vincitore del premio come miglior regista alla Mostra di Venezia, Affido, alza la posta, mostrando una violenza ancora più inesorabile e cruda rispetto ad altre manifestazioni viste in passato.
Nel climax finale la furia di Antoine sembra quella di Jack Torrance.


mercoledì 5 dicembre 2018

Quand on est amoureux c'est merveilleux


Titolo: Quand on est amoureux c'est merveilleux
Regia: Fabrice Du Welz
Anno: 1999
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Lara, una bruttina stagionata, pensava di aver bisogno di qualcuno, a qualunque costo, anche che non la amasse, ma che le stesse seduta accanto sul tavolo a mangiare lingue di bue, o sul divano a guardare film (porno?)…

In soli 23' Du Welz (uno dei miei registi post-contemporanei preferiti) riassume quasi tutti i temi del suo cinema che andremo a vedere in seguito.
In questo caso mi ritrovo a fruire il corto dopo aver visto tutti i suoi film, particolarità non così strana dal momento che era quasi impossibile entrarne in possesso.
La solitudine e la deformità. Come questi due aspetti possono convergere trovando un lieto fine?
La metafora sotto cui il regista mette a punto la routine di Lara sembra basata proprio sull'alienazione dalla realtà in una società che potrebbe sembrare distopica senza esserlo per forza ma parlando della solitudine che sembra divorare tutti senza esclusione di colpi.
I deformati in questa operazione rappresentano il culmine dell'ultima ruota del carro, individui che per forza di cose come in una macelleria devono rimanere nascosti perchè brutti e perchè i clienti potrebbero spaventarsi.
Scegliere lo "scarto"diventa una missione salvifica.
Tutto è inquadrato in modo da far prevalere il senso di squallore e il degrado urbano che ci circonda fotografato da un rosso che rimane impresso.



giovedì 18 ottobre 2018

Nights eats the world


Titolo: Nights eats the world
Regia: Dominique Rocher
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sam si sveglia una mattina e si ritrova a vivere in un incubo: un esercito di zombie ha invaso le strade di Parigi e lui è l'unico sopravvissuto. Mentre contempla il suo triste futuro e come sopravvivere, apprende che potrebbe non essere l'unico sopravvissuto in città.

Il sotto filone horror sugli zombie o gli zombie movie sono ormai abbastanza abusati, per alcuni un fenomeno fatto e finito, per me fonte inesauribile di idee purchè scritte bene e con tante metafore ancora da scandagliare.
Bisogna ammettere che nonostante tutto negli ultimi anni qualche eccezione c'è stata confermando come per altri sotto filoni, di come alla fine siano sempre le storie e la realizzazione a renderle forti e interessanti.
Dicevo appunto che qualche caso c'è stato come Night of the something strange o Les Affames o ancora bisogna andare in Oriente.
I francesi di solito hanno la fama di essere abbastanza originali e spesso e volentieri sanno spiazzare senza lesinare sullo splatter o sul gore.
La ricerca di Rocher è partita da un assunto piuttosto discutibile, ma interessante, ovvero quello di limitare l'uso dei mezzi e di ogni sorta di atmosfera accattivante o di ritmo frenetico.
Nel film molte scene sembrano essere pensate e studiate quando invece sono dei topoi di non sense eppure questa continua prolissità del film e delle azioni wtf di Sam creano degli assurdi così grossi che tutto il film assume intenti che non ci è mai dato di sapere, salvo la sopravvivenza come macro tema, da sempre di questo genere.
La minaccia zombie o meglio di un'invasione è pressochè assente o inesistente come se a deciderlo fosse proprio il protagonista a partire dal suo palazzo o dall'ascensore dove uno di questi è nascosto.
Diciamo che anche i co protagonisti non aiutano molto anzi disorientano ancora di più su quali scelte intraprendere
Un film che non mi è dispiaciuto, è strano, a tratti bizzarro, ma si chiama fuori da tutti i film di recente sul filone che invece sono inclini agli inseguimenti, le lotte e la violenza.






giovedì 13 settembre 2018

Black Moon


Titolo: Black Moon
Regia: Louis Malle
Anno: 1975
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Alla guida della sua auto, Lily investe un tasso, resta coinvolta in una guerra tra eserciti di sessi opposti, avvista un unicorno e giunge a una fattoria. Qui incontra una vecchia signora forse moribonda, convinta che le sue esperienze siano frutto dell'immaginazione. Con qualche difficoltà, si integrerà nella strana vita della casa.

Capita spesso che i più grandi registi facciano delle incursioni in quello che potrebbe essere definito una sorta di trip, un sogno allucinato, un'esperienza onirica, un viaggio nel paese delle meraviglie.
Black Moon dalla sua ha alcune analogie con due capolavori assoluti che sono CHE di Polanski, uscito nel '72, e la CITTA'DELLE DONNE del'80 di Fellini.
Il background è assurdo quanto molto interessante per creare gli intenti che l'opera ricerca nei suoi continui rimandi filosofici e psicologici.
Una guerra tra i sessi dove a farne le spese sono in particolar modo le donne, prese e fucilate tutte in fila come nella peggiore delle esecuzioni che si possa immaginare.
Il perchè ci è sconosciuto ma Malle porta subito Lily in questa villa abbandonata dal tempo, con un unicorno parlante, la natura che vive, un gatto che suona il pianoforte, bambini nudi che corrono dietro ad un maiale enorme e un bicchiere di latte sempre pieno nel salone di casa.
Demolito dalla critica il film del noto autore in realtà ha dei meriti singolari e si spinge attraverso una metafora politica su un'amara e personalissima allegoria di come pensiamo di essere visti all'interno di una comunità quando scopriamo di non essere al centro dell'attenzione e che spesso e volentieri le parole non hanno alcun significato ma le azioni e i gesti hanno una grossa importanza.
Quando l'unicorno sentenzia a Lily di essere cattiva perchè ha strappato dei fiori che altro non erano che dei bambini, la stessa risponde all'unicorno dicendogli che lui deve cibarsi proprio degli stessi.
Tra psicoanalisi, sogno e realtà, visioni oniriche di cosa in realtà si crede e cosa no e una vecchia malata che deve essere allattata dalle proprie figlie o presunte tali.
Un film che seppur non perfetto è affascianante sotto il piano visivo ed estetico fotografato spendidamente e in grado di riassumere nella sua durata e nel fatto che tutto il film a parte i primi dieci minuti è ambientato nella villa, una satira sociopolitica forte e suggestiva dove i richiami all'opera di Carrol sono evidenti ma non così importanti, mentre invece lo sono a tutti quegli elementi legati all'esposizione enigmatica dei fatti che si prestano a varie letture psicoanalitiche ma soprattutto metaforiche per una favola senza morale, un incubo tutto sommato tranquillo, finchè si rimane nell'aura magica della villa e non si pensa che là fuori il mondo ha raggiunto ormai la fine.



lunedì 10 settembre 2018

Ava


Titolo: Ava
Regia: Léa Mysius
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Ava, tredici anni. Durante l’estate, in vacanza al mare, scopre che sta perdendo la vista sempre più rapidamente. La madre ha deciso che questa dovrà essere l’estate più bella della vita di sua figlia, ma Ava affronta il problema, la vita e l’estate a modo suo. Un giorno, Ava ruba un grosso cane nero a un ragazzo gitano…

Vincitore del Grand Prix della Giuria e del premio SACD alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2017, Ava segna l'esordio di Mysius dietro la macchina da presa portando di fatto l'ingresso nella settima arte di un artista molto eclettica, colorata e con una sua personalissima idea di cinema.
Un'opera densa e complessa ricca di sfaccettature e significati, metafore e interpretazioni, disegnando un ritratto realista dell'adolescenza e tutti i suoi numerosi problemi volando verso visioni oniriche (come il segno di lei abbastanza inquietante) senza mai distaccarsi troppo dalla realtà.
Con una protagonista semplicemnete fantastica, una venere d'argilla, la regista ci mostra il suo mondo quello intrappolato da una malattia che sembra rubarle quello sguardo sul mondo e sul futuro che lei ancora tredicenne vuole scoprire in questo viaggio d'iniziazione e soprattutto emancipazione dagli adulti (rapporto spesso di competizione con la madre, le forze dell'ordine da attaccare e i nudisti ricchi da derubare in spiaggia)
E allora è proprio dalla paura di una disgrazia imminente che Ava trova la forza per mettersi in viaggio con un insolito compagno che vive di espedienti e il suo cane nero che svolge un ruolo da mediatore famigliare tra i due giovani protagonisti.
Tra furti sulla spiaggia, matrimoni clandestini, scontri con la madre ancora in cerca di gigolò che la possano sorpendere, Ana è tutto, un'idea di cinema che va oltre la semplice narrazione e capace di saper narrare tante tappe con moltissime scene e monmenti originali ricchi di quella freschezza di chi ha dalla sua una miriade di idee da sviluppare. E poi i suoni, le musiche straordinarie capaci di farti mettere in pausa la pellicola e metterti a ballare intorno alla stanza "Sabali"di Amaduo & Mariam, una canzone capace rimane in testa e poi la scoperta della sessualità in modo molto dolce e innocente come spesso nei film di formazione i francesi sanno descrivere molto bene.