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mercoledì 22 gennaio 2020

Girl with balls


Titolo: Girl with balls
Regia: Olivier Afonso
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Dopo aver vinto una competizione, una squadra di pallavolo femminile sta tornando a casa a bordo di un minibus quando l'autista è costretto da un guasto a una deviazione, finendo nel territorio di caccia di un gruppo di degenerati. Ben presto, le ragazze dovranno lottare per salvare le loro vite e per testare il loro spirito di gruppo.

Quando ho scoperto che il villain di turno era Denis Lavant non ho potuto sottrarmi dall'ennesimo survival movie, una caccia spietata tra bifolchi cannibali assetati di sangue incappucciati aderenti ad un strana setta pagana e una squadra di pallavolo.
Girls with balls è un horror divertente che aggiunge poco al genere, tratta una storia più che abusata ma lo fa senza prendersi troppo sul serio e regalando scene d'azione, torture porn e ironia a gogò. Un film d'intrattenimento curato in vari aspetti con un cast dove lo stesso Lavant per quanto sia spettacolare, si ritrova a dover fare i conti con un personaggio per nulla caratterizzato a dovere come un po lo sono tutti i personaggi del film in particolare le final girls.
C'è la mattanza finale, scene splatter e slasher, tutti ma proprio tutti i clichè di genere, la caratterizzazione che come spiegavo prima è così lacunosa che non permette di empatizzare mai per nessuno, diventando mai credibile e di fatto non facendo nemmeno mai paura perchè tutto sa di gioco al massacro con il twist finale abbastanza scontato e banale.
Il film di Afonso decide di non prendersi mai sul serio giocando con gli stereotipi e promuovendo una visione divertente senza far mancare nulla nel panorama di genere spesso come in questo caso scontato e prevedibile ma allo stesso tempo ingenuo e divertente.



martedì 7 gennaio 2020

Daim


Titolo: Daim
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il protagonista è un uomo che si trova ossessionato da una giacca di cervo comprata mentre sta fuggendo, forse, dalla sua vita.
Si isola in un piccolo paesino montano in cui finge di essere regista, ma la giacca comincia a occupargli la mente con un proposito: diventare l’unica giacca esistente al mondo e fare di lui l’unico proprietario di una giacca.

Quentin Dupieux alias Mr Oizo è un dj ma anche un grande regista indipendente alternativo.
Come per la musica, segue un suo percorso personale che lo porta a scelte spesso bizzarre che sembrano sfiorare il trash per quanto assomiglino a dei veri e propri quadri grotteschi.
Una commedia nera dove si ride anche e molto ma per quella scelta singolare di combinare l'azione che ormai l'artista ha saputo fare sua, creandosi una sua politica d'intenti personale, un suo linguaggio tutt'altro che banale come spesso potrebbe essere frainteso.
Wrong CopsWrongRubber, tutti avevano a loro modo qualche scena madre da ricordare, e l'ultimo Daim oltre ad essere un rientro in patria per l'autore che si stacca dagli Usa, nemmeno a farlo apposta è il film più maturo, esilarante, politico, assurdo, drammatico e violento.
In un paesino di montagna dove sembrano vivere solo persone sole e disilluse dalla vita, Georges sembra filtrare attraverso il suo sguardo perso e la sua nuova telecamera digitale, il ritratto realistico di come la solitudine possa tessere la tela della follia.
Attraverso paradossi e dialoghi assurdi, obblighi e verità, giochi sull'identità e una giacca che prende sempre più forma, il film fa un ritratto con la commedia di costume fino a generare disagio. Dupieux traccia un quadro molto espressivo della noia che regna nelle province francesi più remote e lo fa senza prendersi mai troppo sul serio, arrivando a fare un'evoluzione molto netta in termini di intenti e messaggi e riflessioni presenti nel film, ma al contempo riuscendo con tutti gli enigmi iniziali del primo atto a tessere un film brillante e raffinato, sempre al confine tra commedia assurda e dramma realistico sulla follia, interpretato dagli eccellenti Jean Dujardin e Adèle Haenel.
Un film che mescola i generi passando dalla commedia nera, al dramma sociale, al grottesco, allo slasher, allo splatter fino al mockumentary. Tutti ingredienti deliziosi che trovano un'ottima collocazione in una storia che non smette di stupire e di apparire così maledettamente assurda e affascinante.


lunedì 30 dicembre 2019

Chien


Titolo: Chien
Regia: Samuel Benchetrit
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Jacques Blanchot ha una moglie che lo allontana da casa perché soffre di un'allergia fisica nei suoi confronti. Il figlio è scarsamente interessato a lui e il lavoro, in un negozio dove tutto è in svendita, non gli dà molte soddisfazioni. Avendo deciso di acquistare un cane si iscrive a un corso di addestramento. Finirà con l'essere addestrato.

Accettare di essere dominati da qualcuno, fare in modo di essere prevaricati dall'altro.
La dominazione di un altro essere umano e allo stesso tempo l'incapacità di Jacques di non essere dominato dagli altri. Una piccola commedia grottesca, una parabola nera su come si possa involontariamente danneggiare i nostri affetti, quelli che più ci stanno vicino, arrivando a creare un'allergia stando solo a contatto con la moglie, come l'incipit ci fa subito capire quali potranno essere gli intenti tragici del film.
Una moglie bellissima e un protagonista che sembra abbastanza squallido, viscido è connotato da una tristezza e malinconia come se fosse un giovane adulto alle prese con lo strano senso di pusillanimità visto dagli altri.
Chien solo apparentemente potrebbe sembrare un film semplice quando in realtà è molto complesso e stratificato. Controllo e sottomissione, tutto il film vive di contrasti forti, dall'apparente innocenza di Jacques fino alle esplosioni di violenza bestiale.
Persone improvvisate (addestratori di cani) che vogliono controllare le masse, la trasformazione da uomo a bestia, l'essere costretti a vivere derisi da tutti, il nichilismo di vedere la società come uno strumento in grado di spremerti fino alle ossa e approfittare della tua ingenuità. Infine l'accettazione di un omologazione che ti porta a indossare il collare tutti i giorni andando a lavoro, mandando avanti un sistema di leggi che ci mette sempre a quattro zampe, che ci vuole tutti scodinzolanti felici nonostante continuiamo a fingere che non sia così.
Il regista sceglie poi dei meccanismi che portano dalle risate assicurate fino a momenti di pura bestialità, sottomissione, tortura dove si rimane reclusi nella gabbia, si indossa il collare, ci si prende una scossa di Tazer per punizione e si finisce a mangiare crocchette.
Il film riesce ad essere paradossale dall'inizio alla fine, una favola nera di umorismo cupissimo e spesso provocatorio finendo per essere volutamente fastidioso e insopportabile.


giovedì 26 dicembre 2019

Paradise Beach


Titolo: Paradise Beach
Regia: Xavier Durringer
Anno: 2019
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un gruppo di ex rapinatori si è stanziato in un vero paradiso terrestre a Phuket, nel sud della Thailandia. Divenuti commercianti, vivono giorni felici fino a quando sul posto non si palesa il diavolo in persona: Mehdi, condannato a quindici anni di carcere per la rapina, vuole la sua fetta di bottino. Il problema però è uno solo: non c'è più la torta da spartirsi...

Paradise Beach è un film davvero brutto e scontato. Belle location, un cast sprecatissimo, tante belle fanciulle, rapine, guerre tra gang, revenge-movie, esecuzioni a gogò e via dicendo tutto in un crescendo che anzichè risultare funzionale alla narrazione diventa la sua maledizione sbagliando tutto quello che poteva e giocandosela davvero male nel mettere in scena almeno un tentativo di provare a dire qualcosa che non fosse stato detto in tutti questi anni. Tutti gli elementi elencati parrebbero materia interessante anche se ormai abusata dalla settima arte. In altre mani avrebbe dato qualcosa di meritevole, ma Durringer sembra non avere polso e coraggio, perdendo ogni speranza e lasciando buchi enormi nella caratterizzazione dei personaggi.
Tutto è già visto, scontato, tanti elementi della storia non tornano, alcune scene sono così imbarazzanti che uno pensa che il film la voglia buttare sull'ironico quando invece si prende maledettamente sul serio.
Una galleria infinita di luoghi comuni, scene telefonate, clichè in ogni angolo di Phuket e dialoghi a volte così banali e sconclusionati che non ci si crede.
Il film pur essendo costato una caterva di soldi lascia dunque ancora più interdetti lasciando oltre l'amaro in bocca, la rabbia per aver perso così tante premesse che potevano almeno rimanere bilanciate senza sprofondare in maniera così eccessivamente idiota.




sabato 16 novembre 2019

Couteau dans le coeur


Titolo: Couteau dans le coeur
Regia: Yann Gonzalez
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Anne, dopo aver prodotto film porno, decide di cambiare registro ma gli attori del nuovo film sono al centro dell'obiettivo di un serial killer.

Una volta c'era Sconosciuto del Lago dove un killer sconvolgeva le vite di una comunità gay. Ora Gonzales senza attingere da Guiraudie, sembra lanciarsi in un omaggio citazionista a volte forzato anche se esteticamente molto interessante. Un thriller che esamina il mondo porno gay francese degli anni '70 puntando sul cromatismo, sugli eccessi della fotografia, delle gelatine, dei colori saturi, su un voyeurismo delirante e delle belle scenografie anni '70.
Un film dove al sangue si oppongono le scene di sesso, al delirio del killer le risate sui set dei film porno d'autore. Tutto questo attraverso gli occhi della bellissima Paradise, Anne, intenta a dare un senso alla sua vita, a ricongiungersi con la sua amata e a cercare di scovare l'assassino attraverso dei deliri e degli incubi premonitori.
Gonzales fa un film che cerca d'essere esageratamente d'effetto, marcato da una minimalità nel tentativo di rendere delizioso ogni piccolo dettaglio, insistendo sulla forma e rimanendo derivativo sulla sostanza. Il film procede con un ritmo notevole, il cast è ottimo, le musiche ipnotiche, lo stile impeccabile, eppure soprattutto nel finale tutto sembra procedere in maniera troppo lineare senza particolari incidenti o azioni che possano ribaltare l'effetto dei telefonati colpi di scena.
Tra pompini, cazzi che nascondono lame, pellicole, il sesso e la coazione a ripetere come le coltellate dell'omicida, la folla nel cinema porno che uccide la stessa essenza del male, i sogni altalenati alle allucinazioni e alle visioni di Anne e infine la famiglia allargata dove sembrano rifugiarsi tutti i membri della troupe Gonzales infarcisce inserendo davvero di tutto. Couteau dans le coeur esteticamente è molto bello colorato e acceso, però tutto questo appare quasi una lezione di stile, un esercizio di maniera per una storia in fondo estremamente già vista, cambiando solo il sotto genere e infilando tematica queer e tanti, tanti falli oltre che rimandi a profusione su un certo tipodi cinema thriller anni '70 in particolare quello italiano.

lunedì 7 ottobre 2019

Marianne-Prima stagione

Titolo: Marianne-Prima stagione
Regia: Samuel Bodin
Anno: 2019
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 4/5

Una famosa scrittrice horror torna nella sua città natale e scopre che lo spirito malvagio che la perseguita in sogno sta provocando il caos nel mondo reale

I francesi nell'horror hanno sempre fatto scintille.
Marianne è un compendio di così tanti elementi mischiati che ne sanciscono variazioni su generi ormai ampiamente abusati, una trama opprimente e allo stesso tempo per un mood claustrofobico infarcito di elementi.
Un'operazione commerciale con tanti obbiettivi tra cui sicuramente quello di spezzare una monotonia di scrittura e puntare tutto sull'azione e i jump scared (davvero..davvero troppi). Un prodotto dove il soprannaturale, il disagio reale, la città che richiama demoni e segreti con i suoi inquietanti sacrifici, i personaggi (pochi ma buoni) che cercano di divincolarsi da una caratterizzazione spesso accennata e confusa.
Marianne mischia spesso i piani temporali, regala tanto di quel sangue che si fatica a credere ma allo stesso tempo, pur essendo pensata per un pubblico giovane (vietata ai minori di 14 anni) non riesce mai a far paura e inquietare davvero a causa del suo ritmo troppo accelerato e di una protagonista sfacciata che non sembra mai avere paura di nulla (nonostante quello che le succeda ha dell'incredibile). Un canovaccio con troppi elementi, spesso sbilanciati, che non sembrano dare mai una calma per soffermarsi a pensare a cosa stia succedendo, una continua burrasca, come il mare e le onde che si infrangono sugli scogli di Elden.
Sembra la risposta europea, con i tocchi classici dell'horror americano, delle Terrificanti avventure di Sabrina-Season 1 con più sangue e il taglio ancor meno teen.
In fondo i parti mentali di una scrittrice che diventano reali si sono già viste. I richiami sono tanti come le citazioni all'interno della serie.
Streghe, possessioni, sedute spiritiche con cani indemoniati, demoni che escono dal grembo materno, personaggi che svaniscono nel nulla senza più tornare se non sotto forma di fantasmi, tremendi incubi d'infanzia, un manipolo di amici fedeli che diventano a loro insaputa vittime sacrificali e per finire forse una delle cose più belle, la cittadina di Elden, con i suoi grigi paesaggi marini.
Dal punto di vista tecnico il risultato è impeccabile. Marianne, per l'enorme quantità di dettagli e formule andrebbe visto tutto insieme senza lasciare grossi buchi per non perdersi in una trama che allo stesso tempo se si fosse presa più tempo, togliendo elementi e approfondendo ancora di più quanto chiamato in causa, poteva risultare ancora più accattivante. Il risultato finale è comunque buono, averne di serie di questo tipo, e messe in scena con coraggio e tante formule narrative.

venerdì 9 agosto 2019

Villeggianti


Titolo: Villeggianti
Regia: Valeria Bruni Tedeschi
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una villa sulla riviera francese. Un luogo che sembra fuori dal tempo e anche isolato dal resto del mondo. Anna la raggiunge con la figlia per alcuni giorni di vacanza. In mezzo ai familiari, agli amici e al personale di servizio, la donna deve riuscire a gestire la recente fine del suo matrimonio e la preparazione del suo prossimo film. Dietro alle risate, alle discussioni e ai segreti emergono paure, desideri e rapporti di potere.

I villeggianti è un film borghese, che non ha tanti motivi per esistere, vede la sua paladina ergersi a regina incontrastata nella modesta galleria di personaggi che popolano la villa.
Eppure pur essendo il primo film che vedo della Tedeschi come regista, stranamente viste le premesse è un film che alterna tanti stati d'animo diventando sempre di più un'antipatica riflessione sulla fragilità delle persone e delle coppie.
Un film viziato, che sembra un'autoanalisi della regista/attrice e dei mali e i vizi che la consumano, però si rimane a guardargli senza fare una piega, con l'incertezza di vedere dove vuole andare a parare, a volte da qualche parte a volte invece da nessuna in particolare.
Lo struggimento interiore, la crisi di nervi (ripetendo agli ospiti per l'ennesima volta di essere stata abusata da piccola), la rottura dei legami sentimentali, tutte queste coordinate vengono sparse durante il film in modo però molto attento e inusuale, cercando di citare un certo cinema colto, senza riuscirci ma senza nemmeno osare troppo rischiando di auto compiacersi.
Un film che sembra molto autobiografico che non annoia mai anche quando alcuni tratti sono davvero lenti e fine a se stessi. Tutti cercano di dare il loro meglio in questo film corale che come diceva qualcuno può sedurre o irritare. A tratti entrambi direi, in un rincorrersi drammatico ma poi ironico poi tragicomico peccando solo quando cerca di essere estremamente maturo.

venerdì 2 agosto 2019

Fratelli nemici


Titolo: Fratelli nemici
Regia: David Oelhoffen
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Manuel e Driss sono cresciuti come fratelli nelle banlieue parigine ma oggi tutto li oppone. Manuel gestisce traffici di droga, Driss è diventato un agente dell'antidroga. All'ombra di un assassinio che ha freddato in strada tre dei suoi compagni, Manuel è costretto a collaborare con Driss. Tra ostilità e risentimento e malgrado la loro diffidenza reciproca, i loro legami si riallacciano intorno alle radici comuni.

Il polar visto dagli occhi di un regista che finora si è confrontato con il western e il dramma della guerra. Pochi ingredienti: amicizia, spaccio, tradimenti e vendetta.
Oelhofen tratta una storia molto reale, che vede contrapposti due vecchi amici cresciuti assieme dai volti espressivi e intensi di Kateb e Schoenaerts (uno degli attori più in gamba della sua generazione). Guardia e ladri, poliziotti contro spacciatori e viceversa, bande criminali e signori della droga intoccabili che fanno il doppio gioco. Tutto sembra assumere i soliti clichè di genere portando a galla una vicenda già ampiamente nota nel cinema.
Quello che però il regista riesce bene a disegnare sono le traiettorie tra i personaggi, caratterizzati molto bene e con dei dialoghi che non risparmiano sofferenza e amarezze, scappando da vecchi errori e rincorrendo amori di una vita. Pochi momenti di action ma quando si presentano sono esplosivi, violenti, reali, come la strage iniziale dove Manuel come in Maryland vede tutto dalla sua prospettiva nascondendosi come può.
L'incidente scatenante, che arriva tardi, crea un cambiamento nella strategia dei contenuti del film, in cui il protagonista fugge, "è bruciato" come racconta a Driss e da lì in avanti il loro rapporto segue un parallelismo come quello di Costigan/Queenan.
Un film duro e marmoreo isolato in pochi spazi sfruttando e saltando da una location al'altra in un quartiere governato da regole e spacciatori tra marciapiedi che scottano, cemento armato, garage sotterranei che sembrano gallerie infinite, piazze e residence alveari, passando da un tetto all'altro sempre camminando con il viso coperto.
Nessuno sconto e la realtà dura di quartiere non potrà che portare a effetti perversi e conseguenze inattese.

giovedì 18 luglio 2019

Sauvage


Titolo: Sauvage
Regia: Camilla Vidal-Naquet
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Léo ha ventidue anni, batte sulla strada e non fa segreto dei suoi tesori coi clienti: bocca, lingua, muscoli, sesso, culo. Più corpo che persona, lo vende senza risparmiarsi, così come ama, senza ritorno. Gli uomini sfilano, lui resta là, aspettando l'amore. Perché Léo è un romantico, innamorato senza speranza di un altro ragazzo che risponde alla sua ossessione a colpi di baci e pugni. Tra le umiliazioni e le carezze, tra un cliente e una visita medica, Léo è affetto da tubercolosi, incontra un angelo borghese che gli offre l'America. Ma lui declina e corre via.

Era forse dai tempi di MYSTERIOUS SKIN che un film con tematiche queer non mi colpiva così profondamente e mettiamoci dentro anche alcune affascinanti scene lesbo di As boas maneiras
e la pedofilia di Desdè Allà.
Un film incredibile, molto stratificato, ricco di situazioni grottesche e curiose, un film selvaggio come la natura del protagonista qui in una performance totale nell'offrirsi e il brutale abuso che il suo corpo subisce da tutti gli strati sociali con cui entra in contatto.
Leò è un ingenuo, non nasconde la sua natura, ma anzi pur senza esaltarla, la accetta senza farsi tante domande come risponde alla dottoressa che vorrebbe sapere qualcosa di più della sua storia.
Il corpo di Lèo lo mette a disposizione di tutti, preferendo un abbraccio e un sorriso ad un conflitto o momenti di rabbia, cercando di scansare i pericoli e la violenza della strada tra sadici e malati che captano immediatamente la sua innocenza.
Il film ha una profonda metafora disperata e attuale, risultato di anni di inchiesta nel mondo della prostituzione maschile. Parla di chi come Lèo non pensa alle conseguenze esplorando ed essendo esplorato senza preoccuparsi delle malattie e dei pericoli, ingoiando tutto quello che trova senza fare distinzioni in una ricerca spasmodica del piacere senza mezzi termini.
Dall'inferno al paradiso. La regista non fa nessuno sconto, il risultato vince una sfida almeno per quanto concerne la realisticità delle scene e delle circostanze in cui Lèo viene catapultato.
Dalla piazza con i suoi "colleghi" di lavoro, dove non tutti come lui sono "froci" cercando un piccolo riscatto, magari trovando l'anziano che gli mantiene per tutta la vita.
Nel viale della miseria passano tutti, dai macellai, agli sprovveduti con cui Lèo sempre molto curioso e affascinato dal genere umano intrattiene rapporti, scene di sesso a tre girate benissimo con una ferocia in alcune scene e quel senso di libertà che lascia sempre paralizzati e scioccati, portando il ritmo del film da un eccesso all'altro, da una situazione di calma ad una di rabbia e mortificazione (la discoteca o il covo di tossici dove tutti vanno a farsi).
Non saprei cos'altro dire di un film meraviglioso che ti catapulta in una Francia sempre più abbandonata a se stessa, dove la gente è sola e cerca di trovare riparo alla disperazione anche solo con una carezza o facendosi "inculare".
La scena dei due arabi che sodomizzano il protagonista è di una potenza e di una crudeltà che non vedevo dai tempi di Doom Generation con la famosa scena finale censurata della madonnina.


Les demons


Titolo: Les demons
Regia: Philippe Lesage
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Félix ha dieci anni e ha appena finito la scuola a Old Longueuil, un anonimo sobborgo dall'apparenza pacifica. Il suo carattere non è tra i più semplici: ha paura di tutto e dentro di lui vivono dei demoni che, a poco a poco, cominciano a mescolarsi con i demoni reali che lo circondano. E che si fanno sempre più inquietanti.

L'esordio di Lesage offre uno squarcio su un cammino di formazione di un ragazzo di dieci anni davvero colto e raffinato. Ci sono alcune scene davvero forti e di notevole impatto emotivo giocate con due soldi come a confermare che quando ci sono le idee il resto conta poco.
Citerei il litigio tra i genitori che sfocia quasi in un conflitto fisico dove a fare da pacieri arrivano proprio i tre figli, oppure la scena del piccolo che chiede all'amico di vestirsi da donna per scoprire in questo modo la sessualità, oppure alcune scene di bullismo a danno dei coetanei di scuola .
Il film di Lesage racconta i primi passi della formazione di un bambino di dieci anni che intraprenderà una storia di turbamento e cambiamento (i demoni sono proprio quelli interiori al protagonista) senza però cedere mai ai luoghi comuni o ad alcuni stereotipi spesso abusati in tipologie di cinema di genere. Qui il contesto si prende molto sul serio, sembra di vedere Haneke e in alcuni casi persino Bunuel, in quel perfetto esempio di cinema autoriale scomodo.
Les demons colpisce allo stomaco perchè perfidamente realistico, potente, onesto e credibile che non sceglie mai strade semplici, cogliendo quegli aspetti perfidi ma in fondo pienamente possibili. 
Lesage tratteggia un mondo in cui gli adulti non sono mai stati così distanti a partire dal nucleo familiare, dinamiche relazionali che come dei triangoli, vedono venire avanti adulti che giocano senza sapere di essere visti e da figli che ne ripetono i gesti, gli errori, tutti incentrati in maniera ancora più grottesca fatta di ammiccamenti subdoli.





Mustang(2018)


Titolo: Mustang(2018)
Regia: Laure de Clermont-Tonnerre
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un prigioniero violento ha l'opportunità di partecipare ad un programma di riabilitazione che coinvolge cavalli selvaggi. Legherà con un cavallo particolarmente complesso, portando alla superficie ricordi pieni di emozioni.

Quando lasci a briglie sciolte un attore massiccio, un vero fisic du role del calibro di Matthias Schoenaerts (uno degli attori più in gamba del momento) il risultato vista tutta la sua filmografia precedente, non può che essere convincente.
Mustang sembra fin dall'inizio avere pochi elementi con cui giocarsela.
Il carcere, la redenzione, un mentore che gli fa scoprire un lato di sè che non conosceva, la horse terapy o meglio animal terapy che alle volte il cinema indaga e infine la consapevolezza di non diventare un gregario al soldo del boss della prigione e via dicendo.
Roman sente il richiamo della bestia in una scena emotivamente molto bella dove entrambi, l'uomo e la bestia, sentono di non poter essere contenuti dove il primo addirittura ammette fin dal dialogo iniziale con la psicologa del carcere di non essere bravo con le persone (una frase che riassume molti altri non detti).
Mustang è reale, pienamente convincente anche se alcuni sviluppi sono presto riassumibili e alcuni dialoghi molto didascalici ("Se vuoi controllare il cavallo, prima devi controllarti") ma si concentra sulla potenza e il carisma del protagonista che sempre di più dimostra un cammino di maturità e di scelta di film spesso anti commerciali.
Mustang poi vince una sfida tutt'altro che semplice per la regista di girare negli Stati Uniti e confrontarsi con due generi molto emblematici del grande West americano, il film di prigionia e l’immersione in un ambiente di cowboy, un'ambiente molto maschile tra detenuti e cow-boy in un connubio spesso anomalo ma che riesce ad avere un suo significato e una sua precisa collocazione.

venerdì 14 giugno 2019

Quinto Elemento

Titolo: Quinto Elemento
Regia: Luc Besson
Anno: 1997
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

New York, XXIII secolo: Korben Dallas è un ex soldato che ha abbandonato le armi e lavora come tassista. La sua banale esistenza subisce una svolta quando nella sua vettura piomba una giovane donna, Leeloo, che parla una lingua sconosciuta: la ragazza si rivelerà essere una pedina fondamentale per l'equilibrio e le sorti dell'universo.

Prima ancora dell'esistenza dei live action, quando si pensa al film che meglio ha sposato il fumetto e il cinema sci fi, la risposta per tutti coloro che vogliono godere appieno del cinema come mezzo di puro intrattenimento non può che essere IL QUINTO ELEMENTO
Un film decisamente esagerato, eccessivo, che non sembra fermarsi mai, anzi, spingendo il più possibile via via che la narrazione procede in una visione a tratti eccessiva con l'unica funzione di portarti al collasso. Un film che se ne frega di tutte le regole oltre l'ennesima potenza dove Willis poteva tornare ad essere il bad guy di sempre e la Jovovivh dimostrava di essere la Dea in terra più figa che il cinema avesse mai contemplato.
Un film che omaggia cinema e letteratura, musiche e mode, spazia tra universi differenti, sfoggia una galleria di personaggi fantastici e poi riesce al contempo a creare una storia d'amore e il messaggino furbo ed ecologista per salvare il pianeta e l'universo. In più abbiamo il Villain più forte e cazzuto dell'universo cinematografico (Il Nulla della STORIA INFINITA), un'entità imbattibile, scavalcando il buon lavoro condotto per l'ennesima volta da una delle maschere più geniali del cinema ovvero Gary Oldman che anche in questo caso come LEON ricicla un villain cattivo.
Un film che rispetto all'accozzaglia di mega blockbuster che stanno uscendo negli ultimi anni aveva delle pretenziosità e una spocchia niente male, banalmente per il semplice fatto che il cinema francese, uno da sempre dei più importanti al mondo, non aveva nessuna forte tradizione di cinema sci fi alle spalle, ma solo la voglia e il talento ma diciamolo pure, l'arroganza e l'orgoglio di un regista che ha creato un suo mondo fatto di numerosissimi accessori per lo più saccheggiati proprio dalla settima arte.
Besson dopo NIKITA e LEON non doveva dimostrare più nulla beccandosi 90 milioni che fino a quel momento in Europa erano il budget più alto mai visto. Breve storia felice. Alla Gaumont andò bene, il film incassò parecchio, praticamente ovunque nel mondo.
Besson ci ha messo davvero tutto in questa esplosiva forma d'arte e d'intrattenimento stupendo come meglio poteva e sforzandosi fino all'ultimo con invenzioni nuove, cimentandosi e andando al cuore del bisogno godereccio dello spettatore, ovvero promuovendo l'azione e l'atmosfera e lasciandosi alle spalle struttura e verosimiglianza che fin da subito sappiamo essere presi molto alla lontana con tanti dialoghi per fortuna non esageratamente epici, tanta ironia e per finire alcune metafore mica da ridere



Black Tide


Titolo: Black Tide
Regia: Eric Zonca
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Un adolescente sparisce e François Visconti è incaricato di indagare. Comandante di polizia con figlio a carico e il vizio del bere, Visconti sospetta di Yan Bellaile, un vicino di casa del ragazzo, e si invaghisce della madre del ragazzo. Tra una bottiglia di whisky e le intemperanze del figlio, coinvolto in un traffico di droga, seduce la donna e scopre che la vittima era allievo di Bellaile. Dietro la barba e dentro la cantina, l'enigmatico professore, troppo sospetto per essere colpevole, nasconde un segreto e probabilmente non è un cadavere.

Il poliziesco è un genere sempre molto interessante. Riuscire ad essere originale quando ormai sullo schermo sembrano essere state analizzate tutte le storie e le strutture che ci sembra di conoscere non è certo facile.
La prima impressione trovandomi a guardare l'indagine di Black Tide e di avere di fronte un film girato molto di fretta dove ancora una volta il talento di Vincent Cassel se non gestito a dovere porta a uscire dal personaggio, cosa che in questo film accade dall'inizio alla fine soprattutto se parliamo di un detective non proprio avvezzo alle regole che beve whiskey durante un interrogatorio.
Tratto dal best seller "The Missing File"di Dror Mishani, Black Tide è un thriller dalle atmosfere mystery che ricalca in maniera pigra e decisamente prevedibile tutte le prerogative del genere, ingurgitando stereotipi e girando troppo attorno ai suoi tre personaggi finendo per lasciare un climax finale abbastanza semplice da intuire. Di certo non aiuta una scansione degli eventi troppo didascalica, l'incapacità di rendere misteriose le atmosfere con il risultato che la suspance viene vanificata troppe volte. Un film che soprattutto nel primo atto mostra i suoi topoi più interessanti che poi sono quelli del sotto genere, vale a dire una comunità con alcuni nuclei familiari piuttosto bizzarri su cui la sceneggiatura soccombe troppe volte. Questo cercare dentro le loro caratterizzazioni tutti gli elementi da cui dovrebbe essere composta un'inchiesta, la dice lunga sulla brevitas e su una scarsa quantità di elementi che dovrebbero alternarsi con efficacia durante l'arco della narrazione.
Black Tide è stato definito un "roman de gare", un romanzo che si compra in stazione per passare il tempo e aspettare il treno, esattamente come la sua visione e il suo scopo. Intrattenere senza dare troppi pensieri e lasciare gli attori ad auto dirigersi.


sabato 8 giugno 2019

Goal of the dead


Titolo: Goal of the dead
Regia: Benjamin Rocher
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sabato 18 aprile 2012. A Caplongue - un piccolo villaggio nel nord-est della Francia con una centrale nucleare, un'agricoltura industrializzata, una chiesa e un basso tasso di disoccupazione - la squadra di calcio locale è riuscita a raggiungere con coraggio e talento i trentaduesimi di finale della Coppa di Francia. Tutti sono in fibrillazione per l'arrivo del Paris Olympic, formazione di massima serie con giocatori ricchi e famosi, ma allo stesso tempo non desiderano perdere la partita. L'incontro, più che una semplice formalità, rappresenta lo scontro tra la campagna e il mondo urbano, tra il calcio dilettante e quello professionista, tra una città di provincia e la capitale e tra i poveri e i ricchi. Mentre i dilettanti di Caplongue danno del filo da torcere ai professionisti, una strana epidemia trasforma lentamente giocatori, spettatori e abitanti del posto, in creature strane ed infuriate.

Ormai quando si parla di zombie movie bisognerebbe fare due precisazioni, almeno.
La prima concerne chi ancora cerca di dare originalità al genere provandoci senza per forza riuscirci ma almeno sforzandosi.
La seconda invece è quella di chi non ha bisogno di essere originale attingendo da almeno una decina di titoli che hanno a loro modo fatto la storia.
Goal of the dead fa parte della seconda precisazione.
Gli europei a volte hanno delle idee davvero bislacche. Amo Rocher e il suo Horde è stata quella perla splatter sugli zombie che tutti chiedevamo in ginocchio. Poi prima di passare a prodotti commerciali per il cinema Antigang ha pensato bene di fare un mezzo esperimento, per fortuna riuscito.
Unire gli zombie al calcio in una commedia grottesca nera e ironica che riuscisse a tenere alti entrambi gli elementi, e quindi far ridere e far schifo allo stesso tempo.
Ci è riuscito, come ci era riuscito (film con cui vedo delle profonde analogie) quella chicca british del 2009 Doghouse di West.
Come dicevo Rocher insieme ai suoi colleghi se ne frega delle regole puntando su un film difficile e stratificato, scritto da troppe persone e con una fase di gestazione complessa dove ad esempio il secondo tempo è stato diretto da un altro regista.
I francesi mostrano però ciò che vogliono come gli inglesi e parte di un cinema indipendente europeo, per cui non devono andare troppo per il sottile e se ne infischiano della censura.
Se prendiamo il manipolo di personaggi, ognuno deve prendersi da solo così tanto tempo che non abbiamo, tutti a loro modo interpretano un clichè senza però portarlo quasi mai all'eccesso che invece Rocher poteva far sperare.

Profeta


Titolo: Profeta
Regia: Jacques Audiard
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c'è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l'omicidio come rito d'iniziazione, l'ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità.

Audiard è un regista francese che potremmo definire quasi internazionale. Il suo cinema almeno le sue ultime opere dimostrano talento e soprattutto la capacità di girare qualsiasi cosa, di qualsiasi genere e con qualsiasi attore internazionale.
I risultati seppur molto distanti confermano un innegabile talento. Sapore di ruggine e ossa
, Deephan, sono storie d'azione, drammatiche e coraggiose che parlano di questioni attuali mischiandole con la criminalità organizzata o la crisi del lavoro e i protagonisti quasi sempre dei perdenti.
Su tutto un aderenza ai generi minimale, un aspetto tecnico sempre squisitamente formidabile, un cast che aderisce perfettamente alla causa e infine tante bellissime scene che come quadri diventano indimenticabili nella psiche dello spettatore.
Il profeta è il film da cui il regista segna un importante passaggio, entrando nel mondo adulto e maturo e da lì in seguito sarà solo una discesa negli inferi.
Prison movie, dramma contemporaneo, vita criminale, viaggio di formazione nella violenza.
Il film discute e approfondisce tanti passaggi, immergendosi fin da subito nella sub cultura che racconta, soprattutto quelli in carcere con alcuni dialoghi squisiti e che istantaneamente rendono il film molto realistico e decisamente esagerato sotto certi aspetti.
Un film che non vacilla mai, sospendendo il pregiudizio, di fatto essendo lungo quanto complesso, ma che grazie ad un uso sapiente del montaggio, non lascia mai momenti di vuoto ma relega ogni momento ad una scena ben precisa, diventando significativo nella sua continuità come l'exursus del protagonista scandito da didascalie che suddividono la sua epopea in capitoli


lunedì 3 giugno 2019

Cruel


Titolo: Cruel
Regia: Eric Cherrière
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Pierre Tardieu è un lavoratore part time che vive in una vecchia casa insieme al padre malato. Nessuno sembra accorgersi della sua esistenza ma Pierre è in realtà un serial killer, le cui vittime sono persone comuni dalla vita ordinaria: uomini e donne che vivono, lavorano e soffrono fianco a fianco nella grande città.

Cherriere al suo esordio punta su un film con una trama piuttosto abusata e i soliti dettami del genere (la routine di un serial killer) inserendo però all'interno delle dinamiche e dei rapporti con le vittime piuttosto insoliti e particolari dove Pierre anzichè accanirsi sulle vittime preferisce mantenere un profilo più elegante chiacchierando e offrendo loro la cena.
Partendo dal fatto che la messa in scena è pulita, precisa in ogni dettaglio riuscendo a dare importanti segnali anche solo illuminando un anfratto di una cantina grazie ad una sontuosa fotografia che trova alcuni momenti sublimi e di inusitata violenza come la strage nella villa a danno di un gruppo di borghesi e in particolare del giovane festeggiato e la sua passione per il bondage.
Innegabile e colta la citazione non solo al celebre dialogo tratto da "The Wild Bunch" di Sam Peckinpah, ma anche in altri squisiti momenti dove Pierre sembra tormentato dai dubbi e dalle angosce come un serial killer malinconico perseguitato dagli immancabili traumi infantili.
L'aspetto decisamente più interessante al di là dell'ottima caratterizzazione del personaggio di Pierre, interpretato da Jean-Jacques Lelté, è quello di interrogarsi continuamente e dare una caratterizzazione molto intimista e dal tipico folle che riesce però a gestire la sua pazzia con precisione senza mai lasciare una prova dietro di sè fino all'epilogo finale, colto ed emozionante.



Antigang


Titolo: Antigang
Regia: Benjamin Rocher
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Serge Buren è un poliziotto leggendario, circondato da un gruppo di giovani poliziotti che usano dei metodi non convenzionali. Sfruttano qualsiasi mezzo possibile, comprese le mazze da baseball e i risultati ci sono! Ma un gruppo di rapinatori assassini entra in scena, deruba le banche e le gioiellerie della capitale con una facilità sconcertante. Di fronte a questo ingegno e a questa brutalità, Buren e la sua unità si trovano ad affrontare una situazione difficile: i loro metodi saranno sufficienti a fermare questi criminali?

Antigang fa parte di quel filone action poliziesco con una squadra speciale intenta a trovare i criminali più incalliti sempre al confine tra il lecito e il proibito.
Lontani dalle regole comuni, dotati di privilegi e guardando dall'alto in basso i colleghi, la squadra capitanata da un Jean Reno imbolsito, si trova così a dover fronteggiare un terrorista feroce che manco a farlo apposta ucciderà proprio l'amante di Serge Buren nonchè moglie dell'ispettore capo.
Gli ingredienti ci sono tutti, pure un agente che mena le mani manco fosse Bruce Lee sconfiggendo nemici che sono il doppio se non il triplo di lui.
Ma l'elemento sicuramente che rende il film un action con un buon ritmo e i colpi di scena rapidi e telefonati è la regia di Rocher che si stacca dall'horror dopo due film notevolissimi di zombie, Horde
e GOAL OF THE DEAD per accettare un film su commissione decisamente commerciale.
Ad Antigang manca solo una struttura più complessa, personaggi che si prendano decisamente sul serio e magari un po di sangue in più. E'un action poliziesco, non un hard boiled, decisamente più comico e scontato rispetto ai suoi coetanei, come sembra ormai piacere sempre di più al pubblico main stream che ormai fa fatica a stare dietro ad un'indagine complessa con la quasi totale assenza di scene d'azione o centellinate a dovere.


Dellamorte dellamore


Titolo: Dellamorte dellamore
Regia: Michele Soavi
Anno: 1994
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Francesco Dellamorte lavora come custode al cimitero di Buffalora, un piccolo paesino lombardo. Il luogo però è infestato da una strana maledizione: la notte infatti le persone decedute negli ultimi sette giorni ritornano in vita, e a lui e al suo goffo aiutante Gnaghi tocca l'arduo compito di eliminare i morti viventi. Il tutto naturalmente all'oscuro di chiunque, pena il rischio di perdere il lavoro e passare per matto. Le cose però si complicano inesorabilmente quando Francesco viene sedotto da una giovane vedova. I due hanno un rapporto sessuale proprio sopra la tomba del marito appena scomparso, che inferocito si risveglia dalla tomba e uccide la ragazza. Da qui in poi per Francesco la vita diventerà un vero inferno, e oltre ad occuparsi dei "ritornanti", sempre più numerosi, dovrà fare i conti con la propria coscienza.

Fino ad oggi il miglior film su Dylan Dog.
Qualsiasi altro tentativo non è mai stato all'altezza nonostante gli sforzi interessanti di un indie come Dylan Dog-Vittima degli eventi oppure tentativi beceri e terribili come sempre ad opera degli americani girati in fretta e furia e senza rispecchiare nessuna poetica dell'autore con Dylan Dog-Dead of Night
Tratto da un romanzo di Tiziano Sclavi, il film funziona prima di tutto per l'atmosfera che riesce a confondere lo spettatore facendogli pensare di essere in una sorta di limbo (siamo a Boffalora vicino Milano) dove in mezzo alla nebbia e soprattutto tra la nebbia, tutto può succedere.
Sembra inoltre di uscire da un film di Fellini ed entrare nell'orrore di Fulci.
Tutto funziona perfettamente anche la presenza di una modella come Anna Falchi che rimane statuaria nella sua bellezza e nella sua iconografia che soprattutto all'inizio è ispirata alla Venere del Botticelli. E' un film che se a livello tecnico funziona molto bene, è soprattutto il ritmo e il linguaggio a farla da padrone dove il grottesco non manca, ma neppure il cinismo beffardo e la malinconia romantica di fondo con continui rimandi al cinema e alla letteratura e alcune scene indimenticabili. Oltre ad essere il miglior film su Dylan Dog e un ottimo horror zombie-movie, una interessante commedia nera e un dramma romantico girato con un decimo del budget del coetaneo americano con cui in comune ha solo il nome del protagonista.




venerdì 24 maggio 2019

Sale della terra

Titolo: Sale della Terra
Regia: Wim Wenders
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Il film racconta l’universo poetico e creativo di un grande artista del nostro tempo, il fotografo Sebastião Salgado. Dopo aver testimoniato alcuni tra i fatti più sconvolgenti della nostra storia contemporanea, Salgado si lancia alla scoperta di territori inesplorati e grandiosi, per incontrare la fauna e la flora selvagge in un grande progetto fotografico, omaggio alla bellezza del pianeta che abitiamo. La sua vita e il suo lavoro ci vengono rivelati dallo sguardo del figlio Juliano Ribeiro Salgado, che l’ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi, e da quello di Wenders, fotografo egli stesso.

Wenders è un po come Herzog.                                                                                                                  Due nomi che hanno fatto la storia. Due registi a 360° che soprattutto negli ultimi anni hanno saputo sposare e incanalare bene la tecnologia nella settima arte.                                           
Dalla fotografia, al 3d, alla capacità di ottenere fondi e permessi quando sarebbero negati a qualsiasi altro essere umano. Questi sono solo alcuni degli aspetti per cui le loro “opere” suscitano e lasciano basiti per l’interesse e i temi che vanno a trattare oltre la delicatezza con cui toccano i sentimenti del pubblico. Il Sale della Terra di cui ci parla Sebastiao Salgado, è un’esperienza durata tutta una vita.    Un percorso e un dovere sociale, dinamico, variopinto, necessario, pericoloso e invidiabile.                  Così, anche se andrebbe scritto un saggio solo sul fotografo e il suo pensiero, è davvero toccante poter avvicinarsi alle mille avventure che lo hanno portato nel momento giusto in alcune parti del mondo in cui la natura e l’uomo continuano a combattere uno scontro che forse non finirà mai.            Dalla violenza, ai volti, al modernismo, fino ad arrivare agli emigrati e poi agli animali, queste sono solo alcune delle tematiche su cui Salgado, con l’aiuto del figlio e con alcuni racconti del padre, crea il suo universo e ci da la possibilità di ammirarlo come quando guardiamo una fotografia e rimaniamo esterrefatti.
Ci si commuove, si spalanca la bocca, si fa fatica ad accettare quello che l’obbiettivo cattura e tutto questo dura il tempo di un film, strutturato, bilanciato e montato in modo semplicemente squisito, come un’opera d’arte che risulterà precisa in tutti i suoi meccanismi.
Salgado diceva che l'uomo è l'animale più crudele, ma capace anche di elevarsi al di sopra di se stesso.

martedì 30 aprile 2019

Mazeppa


Titolo: Mazeppa
Regia: Jonathan Lago Lago
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest
Giudizio: 3/5

Johan, un talentuoso e insicuro giovane pianista, sta per esibirsi in un importante concorso musicale. Sopraffatto dallo stress, inizia però a temere il palco…

Cosa fare quando avvicinandoti al palco comincia a sanguinarti il naso facendoti diventare nel giro di pochi minuti quasi una vittima di un film horror.
Lago Lago, dal cognome insolito, sembra divertirsi molto con questo interessante cortometraggio tutto girato all'interno di un'accademia musicale popolata da rampolli di una certa aristocrazia francese. Con uno stile invidiabile, il regista e soprattutto il cast tecnico promuove un uso della luce naturale, campi lunghi e carrelli per girare intorno alla personalità schizzata e travolgente di Johan.
Alla fine basta ricongiungersi con la persona amata, salire sul palco, sedersi, prendere un respiro e appoggiare le mani sui tasti del pianoforte. Fine