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giovedì 11 aprile 2019

Onyricon


Titolo: Onyricon
Regia: Joe Massot
Anno: 1968
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La vita del professor Collins è piuttosto grigia e solitaria, perciò quando lo scienziato si accorge che la sua vicina di casa è giovane e graziosa comincia a fantasticare su di lei. Non osa proporle nulla di concreto e si accontenta di imbastire storie incredibili con la propria immaginazione.

Onyricon è un film folle e bizzarro, oggetto d’arte deliziosamente di serie B, figlio di una cultura yippie e in fondo un esercizio di stile di Massot che trovando l'espediente della storia si butta in un caleidoscopico viaggio psichedelico di colori e forme.
Il linguaggio è forse il mezzo più semplice. Sulle note del sitar e di mistici strumenti indiani percossi, soffiati, agitati da un George Harrison ispirato tutto di trip cosmici e sensoriali la fruizione del film prima di tutto passa dall'udito. Anche se sembra ruotare su se stesso (il muro come metafora di una divisione politica e ideologica) il regista inglese cattura alcuni fotogrammi che sembrano riportare alla pop art, al Morrisey dei primi anni, una Jane Birkin che sfoggia tutto il suo fascino e la sua bellezza e un finale dove il nostro scienziato dovrà mettere da parte gli intenti sessuali per salvarle la vita, dal momento che la povera Penny Lane, il nome è profetico come quasi tutte le scelte nel film, incinta è stata abbandonata dal ragazzo e sta pensando di togliersi la vita.
Un film assolutamente da vedere per tutti gli amanti di un movimento psichedelico in cui la cinematografia si è imposta in maniera solida, dando alla luce centinaia di film sorprendenti come questi che seppur non hanno ottenuto successo di critica e pubblico, hanno l'obbiettivo di creare linguaggi, dare vita a forme, fotografia, scenari nuovi e in grado di ampliare il nostro immaginario.

Dirty Shame


Titolo: Dirty Shame
Regia: John Waters
Anno: 2004
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Sylvia è una donna di mezza età, sposata e totalmente assorbita dalle faccende di casa, che si nega alle gioie del sesso. L'incontro con Ray-Ray Perkins muterà radicalmente la sua apertura nei confronti della carnalità.

John Waters è uno dei registi che mi ha regalato più sensazioni e adrenalina per quanto concerne la settima arte. Facente parte della vecchia scuola, diciamo che lui, l'esercito della Troma e pochi altri registi hanno saputo essere così sfacciatamente in grado di regalare tutto ciò per cui il pubblico adora il trash. Quando da noi si parlava o aveva successo la commedia scollacciata, che non ho mai amato, non facevo che prendere le distanze per appiopparmi quelle che considero le vere commedie scollacciate dove tette, sesso e tutto il resto diventano le vere protagoniste distruggendo ogni tabù e puritanesimo e facendo incetta di eccessi e contraddizioni.
Un film divertentissimo, con un ritmo straordinario e un cast al suo meglio nel non prendersi sul serio e nel cercare pur esagerandone i toni e le maniere di continuare una battaglia che in quasi tutto il suo cinema diventa una regola e una missione, ovvero la battaglia tra puritani e sessuomani, metafora di una società che Waters da questo punto di vista ha sempre definito preistorica e dove la religione ha sempre assunto un ruolo decisivo.
Spesso la critica maggiore mossa all'autore è quella di essere esagerato nelle scelte e nella messa in scena, ma d'altronde in un paese che pone il massimo divieto, come la censura americana, il fatto che Waters sia tornato alla sua vena più dissacratoria con un'insistenza esplicita che da tempo mancava non può che aumentare e di nuovo provocare la sua idea di cinema in un America sempre più bigotta, conservatrice e moralista.


lunedì 11 marzo 2019

Barbarella


Titolo: Barbarella
Regia: Robert Vadim
Anno: 1967
Paese: Francia
Giudizio: 5/5

Nell’anno 40.000 d.C., in un’epoca di amore universale senza più bisogno di guerre e armi, la terrestre Barbarella è convocata per scoprire che fine ha fatto lo scienziato Durand Durand, inventore del raggio positronico. È l’inizio di una serie d’avventure interplanetarie all’insegna del piacere.

Non c'è un perché razionale quando ci si innamora.
Barbarella è un cult assoluto. Un film multiforme. Exploitation, weird, trash (alle volte), grottesco. Un immenso film di genere che mette nel calderone scifi e azione, avventura e scenari favolosi.
L'idea nasce da un fumetto del 1962 di Jean-Claude Forest che di fatto lanciava una sexy eroina del futuro, troppo bella, leggermente ingenua e sempre pronta a spogliarsi.
Una icona alternativa figlia di una cultura anni Sessanta, nascendo da un contesto amniotico come la nuova donna liberata, sfidando il buon costume e la censura di quegli anni che preferivano il sesso "vecchia scuola" allo "psicosessogramma" che in un qualche modo anticipa "l'orgasmatic" di Allen sostituendo la pratica sessuale.
Un film voluto da De Laurentis (probabilmente già sapendo che sarebbe divenuto un flop) che in quel periodo approdava a sfide e produzioni straniere con il risultato di sfondare, questo è il caso, fantasie e contaminazioni, coniugando erotismo e fantascienza con una marcata vena autoironica.
La colonna sonora, la fotografia, la scenografia e il montaggio. Tutto fila liscio e psichedelico come un omaggio alla cultura dei figli dei fiori, l'uomo nella sue essenza che viene fumato e assaggiato attraverso un enorme narghilè, per arrivare alle bambole che mordono per davvero e gli angeli che non possono vedere e per finire scienziati, barbari e regine nere.
L'obbiettivo della protagonista, del film e dei suoi intenti è quello di ristabilire la pace facendo finire le guerre e abbandonandosi alle fantasie. In tutto questo nonostante la sua indole libertina, Barbarella è curiosa, pulita e mai morbosa diventando un'icona proprio per la libertà nel fare le scelte che più la appagano e con chi ne abbia voglia, senza mai morbosità.
In origine il personaggio di Barbarella doveva essere interpretato da Virna Lisi, che però decise di abbandonare l’offerta e di tornare in Italia. Il ruolo poi venne proposto a Brigitte Bardot (che aveva ispirato il personaggio originale del fumetto), la quale però rifiutò perché stanca di ruoli sexy, quindi a Sophia Loren che, allora incinta, rifiutò a sua volta ritenendosi non adatta al ruolo.
Infine venne proposta a una giovane Jane Fonda, tentata inizialmente di rifiutare; cambiò idea quando il marito, Roger Vadim, le sottolineò quali possibilità si stavano aprendo con il cinema di fantascienza.
Le citazioni o gli elementi che verranno ripresi dal cinema grazie a questo film sono troppi ci infilerei quasi tutti i nomi della nuova Hollywood.



Chillerama



Titolo: Chillerama
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anche l’ultimo drive-in americano sta per chiudere i battenti. Durante la serata di chiusura, milioni di coppiette parcheggiano le loro numerose auto per assistere alla maratona cinematografica di pellicole dell’orrore talmente rare da non essere mai state proiettate. Ma se, improvvisamente, un pazzo riesumasse il corpo di una sposa cadavere e rimanesse infetto trasformandosi in zombie?

Con tutto il bene che gli voglio e per tutta la libertà e il coraggio di fregarsene altamente di tutto, Chillerama anche se mi sono divertito a vederlo, mi ha lasciato schierato tra i moderati soprattutto contando che tra i diversi episodi, nonostante il fil rouge, ci siano delle importantissime differenze.
Prima di tutto la standing ovation alla location. Il drive-in. Dimora incontrastata di Lansdale.
Poi c'è il virus e infine il trash e tante tette e cazzi che volano.
Detta così dovrebbe essere una sorta di droga per i fan di genere, una vera e propria antologia horror sulla scia di Creepshow 2, e almeno così appariva prima di veder modificate alcune regole e godere da parte dei registi di una totale libertà che in alcuni casi è stata provvidenziale ma in altri ha siglato un totale imbarazzo.
L'omaggio ai b movie del secolo scorso può essere una possibilità enorme per cambiare le regole dei vecchi classici.
Il migliore in assoluto è il primo, quello girato dal regista del divertentissimo 2001 maniacs
remake di TWO THOUSAND MANIACS. In questo caso l'omaggio è riferito al sotto genere dei monster movie che arrivavano come missili dal Sol Levante.
Wadzilla infatti parla brevemente di un giovane che si sottopone ad una cura per incrementare la forza del proprio sperma che, ben presto, diventerà un mostro che mangia le persone.
"Lo sperma che uccide" è una log line simpatica per un corto divertente che al di là dello stile tecnico, assolutamente senza prendersi mai sul serio, esagera senza mezzi fini per arrivare al climax finale. Infine l'ultimo episodio Zom-b- movie, una parodia di tutti gli stereotipi dei film di zombie degli anni ’70 e ‘80 non esalta, ma strappa qualche risata.
Quelli che pur avendo delle idee godibili, a mio avviso, non hanno alzato la bandierina dell'ok sono stati I was a teenager werebear, orsi omosessuali sulla scia di GREASE, RAGAZZI PERDUTI e HAPPY DAYS e The diary of Anne Frankenstein dove Hitler è il dottor Frankenstein e la Cosa è un rabbino ebreo nerboruto che uccide tutti i nazisti.


mercoledì 23 gennaio 2019

House


Titolo: House
Regia: Nobuhiko Obayashi
Anno: 1977
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Dopo aver scoperto che il padre vedovo ha deciso di sposarsi nuovamente, una giovane studentessa decide di passare le vacanze estive nella spettrale casa in mezzo al bosco della zia insieme alle sue compagne di scuola. La ragazza ignora però la vera natura della zia, una strega che si nutre di giovani vergini allo scopo di diventare immortale…

House aka Hausu è uno dei più importanti film sulla casa stregata, ovvero uno dei topos narrativi fondanti per la letteratura dell’orrore, oltre che essere un cult a tutti gli effetti.
Per chi come me ama alla follia Miike, Sono e Tsukamoto, soprattutto i primi due da questa nuova onda di giovani e sorprendenti registi hanno preso molto soprattutto per lo stile e le innovazioni visive.
Nella lunga conoscenza di registi folli nipponici Obayashi era un nome che mi mancava, sapevo dell'esistenza di questo progetto folle e che dicono e io confermo sia il corrispettivo della CASA di Raimi con la differenza che se quello si prendeva sul serio in America, questo ribalta tutto in chiave trash, weird e grottesca nella terra del Sol levante.
House va visto mettendo da parte ogni tipo di presunzione, serietà narrativa, logica e tutto il resto. E'un film folle, pieno di invenzioni, in grado di spingere il trash oltre le soglie del ridicolo fino a sfiorare e oltrepassare i limiti del sublime. Dall'inizio alla fine dal momento che la trama è solo un pretesto, Obayashi ha l'unico compito di bombardare lo schermo con detonazioni ultra-pop surreali e un caleidoscopio di intuizioni visive davvero fuori dalla media.
Qui siamo di fronte ad un film che non nasconde nulla della sua ironia a volte forzata, la intreccia con gli intenti famelici della zia e infine devasta tutto con un colpo di scena finale che ribalta completamente la struttura e la circolarità del film.
Esagerato e spassoso, un film che riesce ad intrattenere, crea una buona atmosfera e infine ha una sound track con quelle note di piano, capace come una nenia, di incantarti dopo pochi minuti.

giovedì 18 ottobre 2018

Grass Labyrinth


Titolo: Grass Labyrinth
Regia: Shuji Terayama
Anno: 1983
Paese: Giappone
Giudizio: 5/5

Akira è un giovane ragazzo che deve sfuggire alle mire di una ninfomane tentatrice. Il suo unico modo sarà quello di dare ascolto a sua madre per non lasciarsi catturare

Nell'anno della sua morte Terayama, uno degli esponenti maggiori del surrealismo cinematografico giapponese, ci lascia questo mediometraggio di una potenza visiva indimenticabile.
L'exploitaion giapponese. Un mediometraggio che registi come Miike Takashi conosceranno a memoria.
Uno scenario esteticamente delizioso e grottesco, dove le creature della mitologia nipponica, emergono in una galleria che alterna pulsioni di vita e di morte.
Una strega, una ninfomane che invece cerca con le sue armi, una melodia che rischia di far impazzire, di strappare l'umile Akira, ancora vergine, dall'unica donna in grado di salvarlo, appunto sua madre, in un rapporto dai risvolti edipici molto complessi.
Un piccolo e delizioso cult, completamente assurdo, senza una vera e propria trama, ma lasciando anche parte del cast nelle roccambolesche scene da teatro kabuki a trovare una loro complicità e forza che non manca mai di risultare visivamente estremamente complessa e affascinante.
Dal punto di vista tecnico poi la scenografia e la fotografia cercano di aumentare soprattutto i colori passando per forme naturali e artificiali che si mescolano puntando in particolare al rosso e al giallo.
C'è davvero tanta musica che insieme alle scene di sesso, folli anch'esse, aumentano quella sorta di oniricità tra sogni immersi nella confusione temporale, dove tutto accade in un'atmosfera che non viene e non deve essere mai chiarita.
Un'esperienza ancora una volta non convenzionale per un cinema anarchico fino al midollo come solo quello di alcuni artisti giapponesi.





venerdì 12 ottobre 2018

When black birds fly



Titolo: When black birds fly
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

When Black Birds Fly racconta un’unica storia, ambientata in una città fittizia, una società distopica dominata da un certo Caino, considerato come una divinità, un novello Messia, che ha costruito attorno alla città di Heaven un muro, al quale è severamente vietato anche solo avvicinarsi. Cosa si nasconde al di là di questo confine? Cosa c’è di così terribile dall’altro lato? Perché i cittadini di Heaven, un paese in bianco e nero, nel quale l’unica nota di colore sono i cartelli quasi propagandistici di Caino e poco altro, devono tenersi lontano da questo orribile muro? A scoprirlo saranno due bambini, il piccolo Marius e la sua compagna di scuola Eden, che per aiutare un gatto in difficoltà raggiungeranno questo territorio misterioso, attraverso un buco, ritrovandosi in un mondo delirante e disgustoso.

Dopo l'efferato Where the dead go to die che definivo un trip allucinato, qui l'effetto delle sostanze continua diventando più politicamente scorretto, prende come chiave escatologica la religione cristiana fondendola con alcuni miti pagani e con una importante anche se eccessivamente malata lo ripeto metafora politica.
Un film difficile da guardare fino alla fine, vuoi le musiche disturbanti, il montaggio che a volte sembra un viaggio in funghetto oppure i colori e lo stile d'animazione che rischiano di far venire una crisi epilettica.
Dio, Caino, Eva, il Paradiso, l'Inferno. A questo giro ScreamerClauz sembra essersi proprio incazzato chiamando in cattedra tutti per un suo giudizio finale direi esageratamente nichilista.
Un film dove succede di tutto, perversioni, gore, scene splatter e grottesche, momenti onirici a profusione, personaggi inquietanti, animali che prendono droghe e si trasformano, allo stesso tempo però risulta indubbiamente meglio strutturato soprattutto grazie ad una struttura unitaria e non antologica che riesce ad interessare maggiormente e riesce a regalare, a sorpresa direi, dei colpi di scena niente male soprattutto nella mattanza finale.
E soprattutto la simbologia, la scenografia a compiere i maggiori passi in avanti a cominciare dal bianco e nero che viene usato per il Paradiso, un luogo fatto di ombre ed incubi, in cui tutti sono castrati dove gli sposi non possono nemmeno guardarsi nudi e per ottenere un figlio devono far parte di una grottesco rituale di auto-mutilazione da parte dei genitori in onore del dittatore Caine facendo manifestare un figlio già parzialmente cresciuto a partire da una strana larva psichedelica. 
All’interno del Paradiso le uniche cose colorate sono i poster di Caino e pochissimi altri elementi.
I colori fluo, d’altro canto, appartengono all’Inferno, un mix di psichedelia che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dionisiaca e violenta del luogo.
Tutto il film si pone come un’allegoria del totalitarismo e soprattutto della corruzione e dell’incoerenza nella religione cristiana.
Tutto il film continua con parti mostruosi dove a sentir dire dal regista tutto il film è stato creato e composto sotto l'effetto di sostanze e nessuno stenta a crederlo contando che andando avanti nelle creazioni malate abbiamo Dio rappresentato come un uomo tra le nuvole, con una grossa corona ed al posto del volto una sfera di vetro, un Dio incazzato che non ci metterà molto a fare stragi appena si impossessano della sua donna e poi il frutto del peccato, una bacca che crea allucinazioni a chi la mangia.
Dunque fede bigotta con conseguente senso di colpa inculcato negli esseri umani servi in più una religione estremista assieme al potere tirannico che viene esercitato sul popolo, spesso senza che questo se ne accorga. Caino sottomette il popolo senza alcun rispetto e cela a tutti la verità, mentre gli abitanti del paradiso lo reputano un salvatore e credono in lui ciecamente, senza la benchè minima ombra di dubbio.
E'una favola malata ma che ai giorni nostri assurge quasi a verità.

giovedì 19 luglio 2018

Body Melt



Titolo: Body Melt
Regia: Philip Brophy
Anno: 1993
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Più vicende che vedono protagonisti alcuni personaggi legati fra loro da un unico filo conduttore: la vitamina Vimuville. Si tratta di un prodotto realizzato da un'omonima industria farmaceutica, mirato alla cura e al mantenimento del fisico. Una volta entrato in circolo nel nostro corpo, il Vimuville crea dapprima allucinazioni, per poi culminare con uno spaventoso effetto a catena che si sviluppa rabbiosamente all'interno dell'organismo, sciogliendo i corpi di chi ne ha fatto uso.

Tra i film che hanno reso interessante il sotto filone dell'horror Body bags è sicuramente il Melt Movie (film dove sono presenti liquefazioni di corpi) e figlio di quel Body Horror che tutti amiamo.
Un genere bizzarro e weird che sempre con sangue a profusione ha avuto una sua piccola filmografia dopo i successi dei primi due film di Jackson evidenti caposaldi del genere e dopo altre incursioni da parte per esempio degli orientali su tematiche simili come gli esperimenti sul corpo ad esempio in NAKED BLOOD dopo essere passati dalla lente di Tsukamoto per i suoi Body Horror.
Body Melt è un po Troma, soprattutto la parte dei bifolchi, è un po tante cose che ci raccontavano la vita e la "quotidianità" degli australiani.
Multinazionale farmaceutica, trasformazioni, palestrati impasticcati, nella galleria di elementi con cui Brophy farcisce il suo film per farlo diventare quella schifezza purulenta che tutti aspettavamo non si è davvero risparmiato niente cercando però fino all'ultimo di portare avanti anche la sua critica e la sua politica su quanto queste pasticche e gli interessi da parte di dottori e squali delle grosse aziende pensino solo ai profitti senza avere nessun tipo di riguardo nei confronti dei pazienti (la scena della donna incinta con il feto/poltiglia che attacca il marito è incredibile).
Le scene cult sono davvero troppe è inutile provare ad elencarle tutte.
Un cult con una messa in scena che ha dell'incredibile a partire dalla fotografia e dai colori sgargianti senza mai arrestare il ritmo del film ma anzi passando da uno scenario all'altro in cui le situazioni tragicomiche, quelle poche che ci sono, si susseguono senza sosta .
Un horror trash favoloso che a distanza di anni non perde nessun colpo, anzi e in cui le fantasiose scene splatter sono montate in maniera rapida e convulsa, con vorticosi ed improvvisi movimenti di macchina per sottolineare gli effetti letali della vitamina come succedeva in Baby Blood prodotto anch'esso anarchico e splatter uscito in Francia tre anni prima.

Laissez bronzer les cadavres


Titolo: Laissez bronzer les cadavres
Regia: Hélène Cattet, Bruno Forzani
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

L'estate mediterranea: mare blu, sole cocente e... 250 kg di oro rubato da Rhino e la sua banda! Invitati da Luce, una pittrice cinquantenne, in un borgo remoto e abbandonato, riconoscono nel luogo idilliaco un nascondiglio perfetto. A mettere a rischio il loro piano arrivano due poliziotti: il paradisiaco luogo celeste si trasforma ben presto in un campo di battaglia raccapricciante.

E' vero che l'ultimo film della coppia sembra una costola maledetta di Antonioni girata sotto effetto di lsd, un deserto rosso fotografato dal protagonista di blow-up sotto funghetti.
Il risultato rimane come sempre a livello visivo e simbolico un film affascinante e caratterizzato da alcune scelte estetiche e lavori di fotografia che esaltano ancora di più il curriculum della coppia di registi francesi di cui invito a vedere tutti i loro precedenti film. La loro visione come sempre è articolata su esercizi spericolati di cinema sul tempo, dentro il tempo e fuori dal tempo.
Siamo di fronte a due pionieri del montaggio, dello studio minimale di ogni singolo frame, di una logica e una geometria delle immagini minuziosamente studiate una per una con la personale ricerca di espressione sperimentando con i limiti e le potenzialità del cinema di genere.
Rimane un film con un linguaggio personale e non proprio immediato per quanto riguarda il fluire della narrazione e rimane un lavoro che cerca ostentatamente, quando riuscendovi quando meno, un’idea di originalità o di eccentricità . Insomma un lavoro che come sempre non passa inosservato. Arriva la loro terza opera dopo due film molto belli e soprattutto confermando l'amore per il cinema di genere e il bisogno di sperimentarsi come in questo caso in una sorta di western psichedelico dove durante vari spezzoni con una musica che ricorda Morricone vediamo una venere legata e quasi crocifissa che viene presa a frustate da un gruppo di uomini prima di urinare sulle loro teste.
Sin da L’étrange couleur des larmes de ton corps eravamo di fronte a due outsider.
Quelli che prendono la settima arte e ne scrivono un loro alfabeto preciso composto da una magia potente e la forza primigenia delle cose elementari che fondano e scoprono con il loro gusto soggettivo e molto personale fatto di un amore smodato per il cinema.
Degli stregoni quasi. Un cinema maledetto ma soprattutto con alcuni rimandi esoterici fatta quasi esclusione per quest'ultimo film che è tratto da un romanzo omonimo di Jean Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid che in Italia è stato tradotto con il titolo Che i cadaveri si abbronzino.
Il loro terzo film è sicuramente il meno complesso e simbolico, il più digeribile e fuibile da parte di un pubblico medio non abituato a questo tipo di sperimentazione.






domenica 22 aprile 2018

I will crush you & go to hell


Titolo: I will crush you & go to hell
Regia: Fabio Soares
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: Torino Underground Cinefest 5°edizione
Giudizio: 3/5

Durante il funerale del padre, colorado e Louise Fox scoprono l'esistenza di una sola e misteriosa ereditiera: Apple Pie. Decidono così di scoprire insieme di chi si tratti intraprendono un viaggio per riappropriarsi del denaro...

Il progetto di Soares prevede di riuscire a racimolare denaro per poter continuar a finanziare il suo progetto. Per ora il corto uscito è abbastanza una bomba. Colorato, molto pulp e con evidenti richiami all'exploitation e a quel cult che ha ispirato tanto cinema con protagoniste femminili THELMA &LOUISE.
Al di là del fatto che il regista abbia scelto alcune femme fatali come Petra Silander e Lise Gardo ovvero due modelle da urlo, la storia è molto convenzionale e gli intenti non sembrano voler smuovere chissà cosa o ergersi a raccontare qualcosa che non sia già stato detto in tutte le varie forme e i vari stilemi cinematografici.
E'molto kitsh se vogliamo, elegante, stiloso, eccessivamente edulcorato con dei dialoghi tagliati con l'accetta e la scena con il poliziotto che per quanto potesse sembrare macchinosa o prevedibile in fondo dalla sua ha un cinismo che connota tutta l'atmosfera e gli intenti delle protagoniste piuttosto agguerrito.
Rimane un prodotto confezionato in maniera inattaccabile, affascinante, che lascerà impressa negli occhi dello spettatore la bellezza faraonica della Silander.

mercoledì 20 dicembre 2017

Night of the something strange

Titolo: Night of the something strange
Regia: Jonathan Straiton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cinque amici adolescenti partono per le vacanze di primavera. I bei momenti però finiscono quando Carrie, una di loro, contrae una malattia mortale sessualmente trasmissibile durante una sosta in un bagno. Fermatisi per la notte in un motel, i cinque vivranno un vero incubo quando il virus inizierà a trasformare gli infetti in morti viventi.

Ci sono film che arrivano ad un livello tale di disgusto da lasciarti basito oppure farti morire dalle risate o farti vomitare o spruzzare merda dal culo. Questo film fa parte di quelli che vanno ridere e vomitare assieme con due o tre momenti weird decisamente top e dove neppure in alcune scene il trash della Troma sembra poter arrivare (e non sto esagerando).
Qui siamo di fronte al puro eccesso con badilate di sangue distillata attraverso litri di orrori e un piacere perverso che Straiton annusa dall'inizio alla fine del film immergendolo tra smembramenti, gore e umorismo demenziale che non stona mai e in questo film riesce addirittura a far ridere più che altro perchè tocca livelli di bassezza e volgarità quasi mai visti.
Virus che tolgono ogni freno inibitore, un uso esagerato di qualsiasi liquido corporeo, necrofilia, stupri, tampax ingeriti, parti intime strappate a morsi, calci alla vagina, etc.
Straiton e la banda di pazzi che hanno dato vita a questo film devono essersi divertiti un mondo e più che altro ci hanno creduto perchè il film riesce nel suo compito ovvero divertire per novanta minuti, dove gli ingredienti maggiori (splatter, trash, weird, gore) che regia e sceneggiatura combinano meglio è proprio quella di creare un turbine di cattiveria, efferatezza e disturbanti provocazioni tra il folle e il malato piacere visivo di chi ama questo sotto genere low budget.


sabato 9 dicembre 2017

Kuso

Titolo: Kuso
Regia: Flying Lotus
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Flying Lotus, musicista e rapper californiano, debutta con un film che non mancherà di far scalpore. In una Los Angeles post-Big One, seguiamo le vite parallele di alcuni sopravvissuti, tra insetti giganteschi e da incubo, decomposizioni organiche, ossessioni scatologiche, mutilazioni genitali. Un body horror ossessionato dalla pop art, che cita, ingloba, digerisce ed espelle il cinema di Cronenberg, Tsukamoto, Korine, Švankmajer, i Quay Brothers.

Notte horror al Torino Film Festival.
Quello che avviene in Kuso si può riassumere più o meno così: Los Angeles. Una ragazza afroamericana strozza il proprio fidanzato ricoperto di pustole e poi gli spalma lo sperma sul viso. Un uomo deforme affetto da una grave patologia gastrointestinale viene umiliato a scuola, scappa e incontra una creatura boschiva composta da un ano e una lingua. La nutre con le proprie feci, facendole crescere una testa. Una bionda con dermatite seborroica scopre di essere incinta, ma i suoi due amici a forma di televisori pelosi le strappano il feto (e se lo fumano). Una donna orientale striscia in una fogna cibandosi di insetti quando viene risucchiata in un universo psichedelico. Il dottor George Clinton alias il cantante dei Funkadelic defeca una scolopendra grande come un’astice su un paziente del suo studio medico. Tutto ciò è la conseguenza di un terremoto che si è abbattuto sulla California, a quanto pare.
Kuso sin dalle prime inquadrature e dall'orrore (anche se è più lo schifo che genera) mi ha ricordato un altro film malato agli stessi livelli se non di più ovvero Where the dead go to die.
Di nuovo un artista come nel film sopracitato che si interessa alla settima arte con un susseguirsi di scene, gag, vignette, tutte molto sinistre e macabre finalizzate a dare peso e consistenza a tutto lo schifo e lo squallore che cerchiamo di non vedere. Mascheroni, tute, make-up esageratissimo, scene raccapriccianti e grottesche con guizzi gore e una visceralità di fondo che da quell'inquietudine finale ad un film strano, complesso, singolare, sperimentale, scomodo e politicamente scorretto, ma più di tutto fine a se stesso, un esercizio di stile auto celebrativo come nuovo maniaco della psiche.
Un film per pochi disegnato da chi non vuole piacere alla massa (direi che su questo non c'è bisogno di stare a dilungarsi) sapendo bene di rischiare di essere mal interpretato soprattutto nel senso e negli intenti con si muovono alcuni personaggi e nella fattispecie alcuni intenti.
Kuso è un contenitore di immagini estremamente sgradevoli”, una schifezza che striscia nei liquami più infetti e purulenti e gratta tutto il marcio peggiore che si possa trovare.

Al Sundance il pubblico è scappato via...

venerdì 8 dicembre 2017

Tokyo Vampire Hotel-Season 1

Titolo: Tokyo Vampire Hotel-Season 1
Regia: Sion Sono
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35° Torino Film Festival
Serie: 1
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

Tokyo, 2021. Manami vorrebbe festeggiare il suo compleanno, ma la celebrazione si trasforma in una carneficina. Quel che Manami non sa è che è l'unica sopravvissuta a recare in corpo sangue dei discendenti di Dracula, estromessi dal mondo secoli prima da un'altra casata di vampiri rumeni

L'incipit della serie tv di Siono sui vampiri voluta e prodotta ad alto budget da Amazon prime Giappone risulta un compendio di svariate tematiche del regista nipponico che ovviamente vanno sempre nelle direzioni preferite dal divario tra nuove e vecchie generazioni, alla religione vista attraverso le sue diverse forme e strutture, l'identità di genere femminile, la mattanza finale e l'esagerazione gore nonchè il mondo yakuza sminuito o esageratamente pompato (al pari del cinema di Miike Takashi).
In 142' Sono prova, senza riuscirci sempre, ad omaggiare i signori delle tenebre contando che nel sollevante non sono mai andati così di moda. Dopo un recente passaggio in Romania, l'outsider ha voluto intraprendere questa ennesima sfida vincendola anche se con immancabili esagerazioni e dilungamenti nella trama che sanciscono alcuni limiti soprattutto di trama.
L'incipit è un surplus di citazioni da i J-Horror a Cronemberg a piene mani (BROOD su tutti).
Unire dunque vampiri orientali e rumeni dalla sua ha sicuramente decretato alcune scelte di fatto funzionali che hanno contribuito a rendere ancora più suggestivo il casting ma in alcuni momenti mostra le sue perle derivative soprattutto nel finale che sembra esageratamente tirato via per chiudere una mattanza che sembrava non aver fine (i vampiri non muoiono facilmente soprattutto quando gli scarichi addosso una scarica di pallottole...) e ad un certo punto liberata la vera anima della protagonista, l'unica soprtavvissuta, il film diventa exploitation puro al cento per cento.
Ancora una volta protagoniste sono loro, il genere femminile a 360°.
Le sexy teenager sono ancora una volta al centro dell'inquadratura: tartassate, desiderate, a(r)mate, mutilate, vilipese e ricoperte di sangue.
Dovevano dargli più tempo. Sono come dicevo in questa fruizione spensierata non riese purtroppo a caratterizzare molto bene i personaggi (la protagonista ad un certo punto sembra soppiantata dal suo mentore K intenta a dividersi tra i discendenti di Dracula e le origini degli Yamada del clan Corvin).
Rimane come sempre un’idea visiva molto nipponica che l'autore e la sua politica non ammette tagli e censure esagerando e mostrando tutto senza problemi e senza badare alla censura con fusioni di mitologie e look diversi , mostrando lotte di vampiri di diverse dinastie è uno scontro senza senso, che trae la sua vitalità proprio dall’esibizione della morte e dal suo annullamento (si muore e si ritorna senza troppi problemi).
TVH segna la quarantottesima regia di Sion Sono in soli trent'anni in un twist che non accenna ad esaurire la vena artistica e grandguignolesca del regista che tra massacri seriali, decapitazioni, sgozzamenti, sventramenti, amputazioni e fiumi di sangue, sembra continuare a divertirsi molto e a fare ovviamente di testa sua mischiando carte, regole clan di vampiri e clan di yakuza vampirizzati.

Ancora una volta quando ci si trova di fronte ad esperimenti simili, la sospensione d'incredulità deve andare a farsi fottere, spegnendo il cervello ma nemmeno così tanto come mi aspettavo dal momento che la metaforona politica non è affatto male come quella della Dieta e di un certo governo e politica giapponese fine a se stessa e ad auto sostenersi che è la prima ad essere odiata dai signori della notte.

domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


giovedì 3 agosto 2017

Bad Batch


Titolo: Bad Batch
Regia: Ana Lily Amirpour
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Arlen viene espulsa dai confini del Texas, abbandonata a se stessa in un deserto senza fine, che è solo l'anticamera del vero inferno: il lotto degli ultimi dell'umanità, gli esiliati, quelli che cercano soltanto di sopravvivere, dopo aver perso il diritto alla cittadinanza. Qui la ragazza incappa subito in un gruppo di persone che non si fa scrupolo di mangiare carne umana, un pezzo alla volta, e diventa lei stessa carne da macello. Ormai senza una gamba e un braccio, riesce a scappare e a raggiungere un altro assembramento, nell'area detta di Comfort, abitato da gente disperata ma se non altro più mite, che pende dalle labbra di un ricco guru che incarna e promette il raggiungimento del "sogno".

Quanta carne al fuoco ha messo Amirpour nel suo ultimo film. Questa giovane regista si era già fatta conoscere grazie al bellissimo e sottovalutato A girl walks home alone at night, un film semplice e modesto che raccontava con diverse metafore una situazione abbastanza controversa. In questo caso l'aspetto che più colpisce è la metafora con i rifugiati, qui rifiuti sociali da gettare nel gabinetto del mondo che dopo aver superato una sorta di cancellata che divide il deserto del Texas dal resto degli Stati Uniti entra/no nelle terre di nessuno, nel ventre torrido e arido deserto dove non puoi sapere cosa ti aspetta e dove ovviamente l'America nasconde i suoi nei.
Bad Batch è tante cose assieme: deserto, violenza, mondo post-atomico, la distopia, i cannibali, pulp ed exploitation e qualche riferimento steampunk a caso qua e là...il grosso problema è che viaggia confuso senza una metà vera e propria, diventando così tante cose da non saperne scegliere bene nessuna. Film distopico, post-apocalittico, un western steampunk? Il fatto poi di inserire una comunità di cannibali (la scena della seghetta al braccio e alla gamba è notevole) fanno solo parte come tante bellissime scene di una sorta di continui eccessi psichedelici dove come ciliegina sulla torta troviamo una comunità guidata da un santone che sogna la nascita di una nuova era ingravidando ogni giovane a disposizione.
Dal punto di vista della messa in scena , del budget e del cast le possibilità erano davvero ghiotte e facevano pensare a qualcosa di innovativo, sperimentale e tanto altro ancora.
Forse bisognerebbe iniziare ad abbassare le aspettative con i giovani talenti altrimenti si rischia di farsi del male.
La morale in fondo è semplice quanto chiara: spazzatura siamo ma spazzatura non vogliano essere.
Il finale è imbarazzante, speriamo che Amirpour abbia imparato la lezione.


lunedì 1 maggio 2017

Gang dell'arancia meccanica

Titolo: Gang dell'arancia meccanica
Regia: Osman F.Seden
Anno: 1974
Paese: Turchia
Giudizio: 2/5

Tre psicopatici criminali vanno in giro per Istanbul a uccidere e stuprare ragazze. Col fiato della polizia sul collo, i tre irrompono in una villa e la occupano, sottoponendo gli abitanti a ogni genere di cattiveria. Il padrone di casa è un ricco medico con moglie e figlio piccolo a carico e comincia così una serie inaudita di brutalità: l'uomo viene umiliato ripetutamente, la donna picchiata e palpeggiata. Il bambino piccolo inizialmente non capisce bene la situazione e prende tutto come un gioco, ma quando i criminali lo affogano in piscina la mamma impazzisce definitivamente. I tre finiranno in galera ma la pena che riceveranno sarà breve e, all'uscita dal carcere, anche per loro ci sarà una brutta sorpresa...

Purtroppo visionato in un'edizione tagliata nel finale di almeno una quindicina di minuti, il film maledetto di Seden rimane uno dei caposaldi del sotto genere horror rape & revenge. Un titolo importante quasi quanto Spit on you grave(1978) ovvero quelle pellicole che hanno aperto le porta al tema anche se in questo caso i riferimenti paiono più spingersi verso Craven e Kubrick.
A differenza del film del '78 di Zarchi, il film di Sedem per fortuna gioca meno sulla tortura fisica e sullo stupro per concentrarsi maggiormente sul lavoro di violenza psicologica simile per certi versi al capolavoro che Haneke disegnerà nel 97'..
Questa operetta qui sembra semplicemente l'opera più sciocca senza concentrarsi sulla natura e l'origine del male, ma mettendo in scena sevizie e soprusi del trio ai danni del nucleo familiare.
In particolare per l'epoca ha fatto discutere l'impiego del bambino nelle scene di violenza per arrivare all'annegamento. Anche se nelle scene della piscina è chiaro che sia un bambolotto, per l'anno di uscita una tale idea di violenza non era ancora così abusata come oggi. I picchi comunque arrivano nella scena madre e forse anche la più forte e lunga dell'intero film dove la mamma del bambino viene presa a schiaffi per dieci minuti di seguito, gettata a terra, fatta rialzare e colpita nuovamente
Il leader della band poi Savas Basar con quel sorriso serafico riesce a dare davvero una grande prova attoriale ricordando il Noe Hernandez di Tenemos la carne.
"Cirkin dunya" il titolo originale che in realtà dovrebbe suonare come "Mondo Cattivo" è un home invasion con un ritmo forsennato che non si ferma mai, senza smettere mai di gridare e di mostrare un certo compiacimento tipico dei film anni ’70.



martedì 25 aprile 2017

Void


Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per Baskin.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di Cabal, Baskin e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno Editor, Father's day ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: Extraterrestrial e VVitch.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


mercoledì 15 febbraio 2017

Greasy Strangler

Titolo: Greasy Strangler
Regia: Jim Hosking
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film racconta la storia di Ronnie, un uomo che gestisce un tour di Disco Walking assieme al figlio Brayden. Quando una donna sexy e affascinante prende parte al tour, comincia una competizione tra il padre e il figlio per attirare le attenzioni della donna. Nel frattempo un maniaco viscido e disumano soprannominato ''The Greasy Strangler'' si aggira per le strade di notte a strangolare innocenti.

Esercizio di stile, hipsterata doc, viaggio di nozze weird, trashata mega galattica? Innanzitutto bisogna fare una premessa su coloro che hanno reso possibile questo film che altrimenti non avrebbe mai preso vita (sono sicuro che qualcuno sperava che non si facesse). Infatti dietro a questa produzione troviamo Tim League di Drafthouse Pictures, il regista di culto Ben Wheatley e l'attore Elijah Wood.
Greasy Strangler è un po di tutto e niente di tutto questo. Un film che da spiegare non si può, bisogna vederlo apprezzarlo o detestarlo senza esitazioni.
Un indie disgustoso e offensivo, maniacalmente divertente, anomalo e strano come il regista alla sua opera prima che confeziona qualcosa di non solo bizzarro ma una prova d'amore per John Waters e Lloyd Kaufman e tanta altra scuola.
Abbiamo padre e figlio che fanno schifo oltre ogni modo, forma e misura. Il loro bisogno di provocare e inondare lo spettatore con dei dialoghi che sembrano un'ammissione di negligenza e omosessualità repressa è sintomatico per un film che proprio non riesce ad essere preso sul serio.
Allo stesso tempo è così confezionato bene che ogni accessorio è studiato così ad hoc e impreziosito con dei colori sgargianti e dei contrasti che bilanciano tutto lo scenario che non è mai improvvisato come potrebbe sembrare.
Greasy Strangler oltre ad essere una commedia horror è un'esperienza da fare sobri, vomitando scemenze e depositando resti fecali di un abominio alimentare trattato senza nessun riguardo e con uno schifo cosmico che non vedevo da un pezzo. Il film comunque non è affatto stupido ma si traveste in questo modo per cercare nei suoi silenzi e nelle espressioni luciferine e autistiche dei suoi personaggi, un'alienazione dalla società post-contemporanea e un inno all'anarchia più pura e dura dove padre e figlio combattono per chi ha il cazzo più duro e si fa valere a letto.
Il finale forse è la parte peggiore in cui il regista vuole dare con una metafora un significato alla lotta di questo improbabile duo inserendo un paio di scene che non giovano come dovrebbero e che sembrano dare complessità e intenti politici a un prodotto che vale la pena che voli basso per non rovinare quella componente grassa e cangerogena di cui Ronnie è succube e dipendente.



venerdì 10 febbraio 2017

Ragazza del vagone letto

Titolo: Ragazza del vagone letto
Regia: Ferdinando Baldi
Anno: 1979
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre teppisti si scatenano su un treno. L'unico che saprà opporsi alla loro aggressione sarà un detenuto politico.

Exploitation d'annata? Per certi versi sì. Il film di Baldi conosciuto all'estero con nomi tipo "Terror Express" (che comunque è ancora più suggestivo) ci porta ad ampliare con più azione e meno caratterizzazione dei personaggi un altro esperimento di film di genere particolarmente violento e provocatorio . Le ghigne dei personaggi qui sono tutte perfette, la location si sposa a pannello (il treno è sempre suggestivo) e non mancano le perversioni e le devianze sociali che qui però hanno il pregio di non essere tutte addossate sugli antagonisti ma dal momento in cui i tre teppisti prendono il sopravvento scopriamo una galleria di elementi davvero degni di nota.
Dal politico perverso e vigliacco che fa rifornimento di riviste porno prima di salire sul treno, al padre apparentemente premuroso che ha desideri erotici nei confronti della figlia adolescente, una prostituta che batte in accordo con il capotreno, una signora borghese che non disdegna una sveltina con uno degli stupratori, una ragazzina che si innamora del suo carnefice e persino il terrorista politico che alla fine è l'unico a ribellarsi sul serio.
Tutti hanno un loro perchè, tutti se vuoi anticipano come andranno le cose nel nostro paese e soprattutto il film come l'anno in cui è uscito, meritano un discorso a parte sul politicamente scorretto. Mentre alcune scene sono davvero troppo lunghe come la scena di sesso tra uno dei tre teppisti e la ragazzina che come diceva un critico per l'anno di uscita serviva come biglietto da visita per i feticisti delle nostre nazionali starlettes del tempo che fu, dall'altra alcuni passaggi, come nel finale, sono velocissimi soprattutto quando muoiono alcuni personaggi principali.
Luigi Montefiori, noto ai più come protagonista del malatissimo ANTROPOPHAGUS, firma la sceneggiatura, divertendosi ma allo stesso tempo senza andare veramente a fondo nella natura del disagio ma lasciando lo spettatore irritato per il semplice fatto che personaggi così esistono mossi spesso senza una logica ma semplicemente per soddifare i propri bisogni fisici. Punto.




domenica 23 ottobre 2016

31


Titolo: 31
Regia: Rob Zombie
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il 30 ottobre 1975, durante la notte di Halloween, cinque persone vengono rapite e tenute in ostaggio in un luogo infernale chiamato "Murder World", dove sono costretti a partecipare ad un gioco violento, il cui obiettivo è quello di sopravvivere dodici ore contro una banda di pagliacci sadici.

Il settimo film di Zombie era la prova che tutti aspettavano dopo i remake di Halloween 2(2009) che mi avevano fatto annoiare non poco e scavavano troppo nel passato di Miers, elemento che ha fatto peraltro arrabbiare il grande Carpenter.
Con questo slasher grindhouse e vintage Zombie ritorna alle origini. Torna ad un film da lui scritto e diretto. Un surviror movie, una caccia all'uomo che trova nell'azione e in una buona galleria di personaggi i punti di forza. Sembra che l’idea per 31 sia venuta in mente leggendo una statistica secondo la quale, il giorno di Halloween è la giornata dell’anno in cui per qualche “inspiegabile” ragione scompaiono più persone. Dunque da un pretesto esce fuori questa piccola scheggia di follia, un film pieno di ambienti sporchi e violenti con viscidi villain (nano nazista ma soprattutto Doom Head) e bifolchi ad ogni angolo, un vero concentrato di idee pur mantenendo uno script all'osso per cercare di concentrarsi solo su scontri e fughe in questo inferno malatissimo dove alcuni psicopatici sembrano indossare le maschere di Crossed, godere dei fan come Running Man-L’implacabile e riuscire a divertire come ormai non capita spesso negli horror post-moderni.
Un'opera come quelle del passato, carico ed esplosivo, girato con l'estetica forte che contraddistingue il cinema di Zombie, un b-movie in piena regola anarchico a ancora capace di rievocare, senza particolari sforzi, quelle atmosfere tipiche del cinema horror 70’s ed 80’s