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martedì 2 luglio 2019

Escape Room


Titolo: Escape Room
Regia: Adam Robitel
Anno: 2019
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sei persone di diversa provenienza si vedono recapitare un misterioso pacchetto, che contiene un ancora più misterioso puzzle a forma di cubo. Una volta risolto, questo produce un biglietto d'ingresso per l'esclusivo complesso di escape room della Minos, stanze chiuse da cui si può uscire solo risolvendo un enigma. La Minos, mette inoltre in palio un premio di 10mila dollari per chi riuscirà a venirne a capo. C'è il maniaco delle escape room che parteciperebbe anche gratis, c'è la reduce delle guerre in medio Oriente segnata dalle cicatrici, il ragazzo che non capisce perché sia finito a partecipare, il genio della fisica timida al punto da sfiorare l'autismo, il camionista che teme di essere sostituito in futuro da IA dedicate alla guida e il broker egoista, narcisista e arrogante: chi tra loro sopravvivrà a un gioco molto più mortale del previsto?

Escape Room è uno di quei film fatti a tavolino per sfruttare un'idea nemmeno tanto male.
Siamo in tempi duri per l'horror commerciale dove ogni idea diventa una facile scappatoia per un manipolo di sceneggiatori col fiuto per gli affari e il marketing a discapito di una storia che parte bene ma già dal secondo atto si arena sui dei buchi di sceneggiatura che lei stessa a fatto così tanta fatica a costruirsi.
Un gruppo di persone completamente diverse che per qualche strana e immotivata ragione (questa poi è ridicola) hanno un elemento o un fatto singolare che le rende complici.
Robitel aveva diretto un horror anch'esso commerciale ma indubbiamente interessante con un'atmosfera coinvolgente e un'attrice di tutto rispetto Taking of Deborah Logan.
Un film che parlava di malattia diventando una specie di provocazione ai film sulle possessioni con il risultato che aveva brividi da vendere e un paio di scene davvero inquietanti.
Poi c'è stata la parentesi INSIDIOUS e infine questo ESCAPE ROOM.
L'idea di un thriller con venature horror dove per andare avanti bisogna risolvere intricati indovinelli è interessante e il cinema da questo punto di vista a fatto certamente di meglio (CUBE, Exam, Circle, IDENTITA). Qui dal secondo atto ad esempio è proprio il ritmo a non seguire più una logica. I personaggi sembrano tutti impazziti e dei mezzi geni come McGuyver oppure cercando di essere misteriosi con il risultato opposto, le location cambiano troppo di fretta e non hanno neppure molto senso se non quello di inseguire una linea estetica a cui ultimamente il cinema in mancanza di idee offre così in maniera del tutto gratuita. In più il perchè alla base della scelta delle vittime è da arresto e il climax finale chiude facendo peggio di quanto ci si poteva aspettare. Rimane comunque la mano di un regista che tecnicamente dimostra un certo talento e ripeto anche nel suo esordio aveva dato prova di saper costruire un horror con un'interessante atmosfera. I due film successivi sembrano aver creato quel mestierante al soldo delle major sostituendolo invece con quel'autore ispirato che al suo esordio sembrava dotato di un certo talento.

giovedì 11 aprile 2019

Onyricon


Titolo: Onyricon
Regia: Joe Massot
Anno: 1968
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La vita del professor Collins è piuttosto grigia e solitaria, perciò quando lo scienziato si accorge che la sua vicina di casa è giovane e graziosa comincia a fantasticare su di lei. Non osa proporle nulla di concreto e si accontenta di imbastire storie incredibili con la propria immaginazione.

Onyricon è un film folle e bizzarro, oggetto d’arte deliziosamente di serie B, figlio di una cultura yippie e in fondo un esercizio di stile di Massot che trovando l'espediente della storia si butta in un caleidoscopico viaggio psichedelico di colori e forme.
Il linguaggio è forse il mezzo più semplice. Sulle note del sitar e di mistici strumenti indiani percossi, soffiati, agitati da un George Harrison ispirato tutto di trip cosmici e sensoriali la fruizione del film prima di tutto passa dall'udito. Anche se sembra ruotare su se stesso (il muro come metafora di una divisione politica e ideologica) il regista inglese cattura alcuni fotogrammi che sembrano riportare alla pop art, al Morrisey dei primi anni, una Jane Birkin che sfoggia tutto il suo fascino e la sua bellezza e un finale dove il nostro scienziato dovrà mettere da parte gli intenti sessuali per salvarle la vita, dal momento che la povera Penny Lane, il nome è profetico come quasi tutte le scelte nel film, incinta è stata abbandonata dal ragazzo e sta pensando di togliersi la vita.
Un film assolutamente da vedere per tutti gli amanti di un movimento psichedelico in cui la cinematografia si è imposta in maniera solida, dando alla luce centinaia di film sorprendenti come questi che seppur non hanno ottenuto successo di critica e pubblico, hanno l'obbiettivo di creare linguaggi, dare vita a forme, fotografia, scenari nuovi e in grado di ampliare il nostro immaginario.

Uuquchiing


Titolo: Uuquchiing
Regia: Kevin Nogues
Anno: 2018
Paese: Francia
Festival: Torino Undergound Cinefest
Giudizio: 3/5

Camille è totalmente smarrito. I giorni sono seguiti da altri giorni in un tempo metronomico, che trascorre tra il suo lavoro in fabbrica e le visite regolari ai suoi nonni. Una sera, mentre sta cenando a casa loro, viene trasportato nel suo futuro, a poche ore di distanza dal presente. Camille, però, non ricorda nulla.

Nogues in sala spiegava che il titolo del suo corto gli era venuto in mente guardando un documentario sulle volpi e la citata sembra essere una delle più rare da vedere.
Più o meno è quello che succede nella vita di Camille.
Provate a immaginare come può essere svegliarsi in un posto senza sapere come ci si è arrivati, vuoti di memoria anticipati da una scossa fastidiosissima (causato da problemi neurologici forse), un padre che sta morendo di Alzheimer e la difficoltà nel non capire cosa sta succedendo nella propria vita. In tutto questo tra un lavoro alienante, una ragazza affascinante e un gruppo di amici che sembrano non prendere sul serio il problema, Camille per non impazzire dovrà prendere una scelta. Poco da dire su un corto realizzato con un incredibile attenzione tecnica, un lavoro sul sonoro in grado di ampliare la sensibilità nostra e di Camille su quanto stia succedendo e in 22' muoversi da una parte all'altra spiazzando e ribaltando luoghi e geografie e rimanendo con un espressione incredula di chi ha paura di svegliarsi magari nel luogo che meno si aspetta o con la paura di poter fare qualche gesto inusitato.


mercoledì 23 gennaio 2019

Felt



Titolo: Felt
Regia: Jason Bunker
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Amy è una giovane donna che sta provando a superare sia un trauma passato sia le aggressioni che subisce quotidianamente dagli uomini che la circondano. L’unica via di fuga sono per lei un progetto artistico sempre più scandaloso e degli alter ego che la isolano dai pochi amici rimasti ma che almeno le placano il dolore. L’incontro con Kenny, un ragazzo dolce e premuroso, le darà per un po’ l’illusione di un futuro migliore.

Non ho mai visto così tanti cazzi come in questo film. O meglio uno su cui gravita tutta la storia e su cui si concentra parte del trauma della protagonista.
L’attrice e co-sceneggiatrice sembra abbia riversato nel film la sua esperienza di vita e il suo modo di elaborare il trauma dovuto ad una violenza sessuale avuta in precedenza.
Il mio amore per il cinema indie non finirà mai. Aspettavo, certo non trepidante, il secondo film di Bunker dopo il già recensito Toad Road.
Di nuovo l'incubo e di nuovo l'orrore, qui nella sua quotidianità spostandosi da caverne dove assaggiare droghe sintetiche, a parchi, case sugli alberi e una città dove ormai non si ha più vergogna di nulla.
Bunker racconta l'orrore del mondo giovanile ormai privo di valori e completamente allo sbando. Le azioni e i comportamenti anti sociali di Amy fanno davvero impressione durante la visione diventando al limite dell'eccesso e al confine con ciò che è lecito mostrare.
Bunker avvezzo al genere, regala forma e dimensione con un budget molto ridotto e facendo ricorso a pochi elementi, ma studiati alla perfezione, tantissimi dialoghi che ad una prima impressione sembrano improvvisati ma solo in parte, i diversi e grotteschi costumi di Amy e infine la sua passione per l'arte fetish (ma è azzardato definirla così).
Un film che nell'ultimo atto, il rapporto con Kenny, colpisce meno duro ma Bunker è uno tosto e il finale non potrà che distruggere in senso positivo quanto seminato da Kenny.

lunedì 24 dicembre 2018

Nuraghes – S’arena


Titolo: Nuraghes – S’arena
Regia: Mauro Aragoni
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Gli incubi perseguitano Arduè, qualcosa dall’inferno cerca di comunicare con lui. Il ricordo di sua figlia si fa vivo ogni notte e il rimorso per non averla salvata lo tormenta da troppo ormai. Una volta scoperto il nome dell’assassino, il guerriero Arduè, accompagnato dal maestro Bachis, affronta un lungo viaggio per poter partecipare a un segreto e sanguinario torneo in un’arcaica arena di sabbia in mezzo al verde, dove il bronzo si mischia alla carne e gli sciamani reclutano i migliori guerrieri dell’isola. Sarà li che Arduè affronterà ogni singolo combattente per arrivare in cima e sfidare l’uomo che gli ha tolto tutto.

“Nuraghes ci conduce in un viaggio visionario” spiega il regista “che reinterpreta alcune leggende sarde creando però una nuova mitologia. Sulla pellicola mostreremo una Sardegna come non si è mai vista. Il film prende spunto dalle nostre origini, certo, ma non sarà un documentario, non racconterà nel dettaglio la storia della nostra terra. Vogliamo, con questo lavoro, raccontare una nuova mitologia, il declino di un’epoca oscura dove gli uomini possono diventare immortali, dove gli dei esistono e i demoni possono corromperti”.
Il corto diretto da Aragoni fa tanto parlare delle scene nell'arena quando secondo me sono l'elemento più convenzionale e meno interessante della storia.
Il contorno è curioso dove sembra risorgere una mitologia, un folklore popolato da demoni, giganti e guerrieri. Un action fantasy che in 24' riesce a condensare tanti elementi, con uno spirito tamarro alla base che riesce tuttavia a non farlo mai sembrare ridicolo (mi ha ricordato il corto teaser di MORTAL KOMBAT)
Una storia di vendetta caratterizzata da location impressionanti come i nuraghi per quanto pulsano di una potente carica evocativa resa al contempo speciale proprio dai ruderi e dall'archeologia di superficie.



Ant Head


Titolo: Ant Head
Regia: David Lynch
Anno: 2018
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

David Lynch. Dopo la terza stagione di TWIN PEAKS sembra che l'unica passione a parte il cinema sia la musica con le collaborazioni con il compositore Angelo Badalamenti.
In tutto questo si ritaglia però un suo personale continuum legato alla sperimentazione in particolare legata ai cortometraggi.
Ant Head è l'ultima "malata", complessa e delirante opera che ci mostra per tredici minuti un pezzo di formaggio tutto in bianco e nero divorato da alcune instancabili formiche.
Per sua stessa ammissione «un video corto con le mie amiche formiche con del formaggio, etc..»
in cui a fare da sfondo alle immagini, due brani altamente disturbanti anch'essi, tratti dall'album Thought Gang.
Che dire. Un altro parto malato, una camera fissa che sembra avere l'unico scopo di comunicare sensazioni disturbanti ponendosi come un prodotto audiovisivo con l'unico intento di comunicare sensazioni, emozioni diverse e reazioni molteplici.
A mio avviso uno dei lavori meno interessanti dell'artista che ha saputo regalare soprattutto con il cinema, un nuovo linguaggio e una filmografia che a distanza di anni, riesce ad essere sempre più innovativa e ricca di sfumature e significati nascosti.


domenica 9 dicembre 2018

One i love


Titolo: One i love
Regia: Charlie McDowell
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ethan e Sophie non sono una coppia felicissima, perché lui una volta l’ha tradita; ma ce la mettono tutta per ricostruire il loro rapporto: per questo vanno da uno strano psicologo, che non trova di meglio che spedirli in una villa isolata per un rigenerante weekend.
Inutile dire che ci sarà ben poco di rigenerante, e che la villa isolata è l’archetipo cinematografico dei guai paranormali. Nello specifico: un altro Ethan, un’altra Sophie.

One i love è l'ennesima dimostrazione che si possono girare dei bei film con un budget limitato e con una storia interessante e abbastanza originale senza dimenticare due attori affiatati.
Cosa fareste se per risolvere i vostri problemi coniugali aveste la possibilità di andare nella casa di fronte e trovare un sosia del vostro partner ma più divertente ed energico nel sesso? ( ovviamente vale sia per l'uno che per l'altra) E se poi questa fatidica coppia decidesse di incontrarvi per parlare dei vostri problemi in uno strano menage?
Diciamo che McDowell la gioca sporca e il climax finale del film come altri macro dubbi sappiate che non vuole rivelarli (un particolare che i registi devono saper sfruttare molto bene).
Potete scervellarvi in ambito psicologico magari cercando di riflettere sul dialogo iniziale, oppure potrete fare tutte le considerazioni possibili e anche in quel caso non avrete risolto il mistero perchè in fondo è proprio nel non rivelare che il film riesce a trasmettere quell'ansia e quell'atmosfera restando comunque perfettamente bilanciato fra il lato divertente, ironico e quello misteriosamente inquietante.
Una commedia psicologica con riferimenti fantascientifici e una buona coppia di attori. Praticamente tutto girato in un'unica location.


sabato 10 novembre 2018

Invocation of my demon brother


Titolo: Invocation of my demon brother
Regia: Kenneth Anger
Anno: 1969
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Cortometraggio sperimentale sull'immaginario omoerotico. Contiene alcune scene di performances dei Rolling Stones

Anger da sempre ha cercato di imporsi con una sua precisa e sperimentale idea di cinema.
O meglio una sorta di arte delirante e ossessiva che sembra essere la nota costante della maggior parte dei suoi cortometraggi, con il compito di impressionare, provocare e perchè no, buttare pure qualche seme trattando la magia nera e l'occultismo come tratterebbe Andy Warhol la nuova pubblicità del 21°secolo.
Il risultato ancora una volta mostra gli sforzi, l'eccesso e a volte la deriva attraverso cui l'artista cerca di dare forma ai suoi demoni personali investendoli e caricandoli di significato per impressionare il pubblico come in questo caso Lucifero e Sua Satanica Maestà.
Da sempre fan e succubo di Aleister Crowley che cita e omaggia in diversi lavori, cerca ancora una volta nel suo linguaggio sperimentale, quella misteriosa simbologia esoterica appartenuta al Gran Maestro. In 12' è concentrato tutto il suo universo che mescola musica, Rolling Stones, religione magica, il fondatore della Chiesa di Satana californiana Anton LaVey e il criminale Bobby Beausoleil, complice del pluriomicida americano Charles Manson.
Il corto in sè seppur con un ritmo incredibile e alcuni suoni e mescolanze suggestive soffre come spesso accade nei lavori di Anger di essere troppo confusionario.
Anger appare nei panni di un officiante chiaramente ispirato ad Aleister Crowley




giovedì 18 ottobre 2018

Nights eats the world


Titolo: Nights eats the world
Regia: Dominique Rocher
Anno: 2018
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Sam si sveglia una mattina e si ritrova a vivere in un incubo: un esercito di zombie ha invaso le strade di Parigi e lui è l'unico sopravvissuto. Mentre contempla il suo triste futuro e come sopravvivere, apprende che potrebbe non essere l'unico sopravvissuto in città.

Il sotto filone horror sugli zombie o gli zombie movie sono ormai abbastanza abusati, per alcuni un fenomeno fatto e finito, per me fonte inesauribile di idee purchè scritte bene e con tante metafore ancora da scandagliare.
Bisogna ammettere che nonostante tutto negli ultimi anni qualche eccezione c'è stata confermando come per altri sotto filoni, di come alla fine siano sempre le storie e la realizzazione a renderle forti e interessanti.
Dicevo appunto che qualche caso c'è stato come Night of the something strange o Les Affames o ancora bisogna andare in Oriente.
I francesi di solito hanno la fama di essere abbastanza originali e spesso e volentieri sanno spiazzare senza lesinare sullo splatter o sul gore.
La ricerca di Rocher è partita da un assunto piuttosto discutibile, ma interessante, ovvero quello di limitare l'uso dei mezzi e di ogni sorta di atmosfera accattivante o di ritmo frenetico.
Nel film molte scene sembrano essere pensate e studiate quando invece sono dei topoi di non sense eppure questa continua prolissità del film e delle azioni wtf di Sam creano degli assurdi così grossi che tutto il film assume intenti che non ci è mai dato di sapere, salvo la sopravvivenza come macro tema, da sempre di questo genere.
La minaccia zombie o meglio di un'invasione è pressochè assente o inesistente come se a deciderlo fosse proprio il protagonista a partire dal suo palazzo o dall'ascensore dove uno di questi è nascosto.
Diciamo che anche i co protagonisti non aiutano molto anzi disorientano ancora di più su quali scelte intraprendere
Un film che non mi è dispiaciuto, è strano, a tratti bizzarro, ma si chiama fuori da tutti i film di recente sul filone che invece sono inclini agli inseguimenti, le lotte e la violenza.






domenica 14 ottobre 2018

Scorpio Rising


Titolo: Scorpio Rising
Regia: Kenneth Anger
Anno: 1964
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un party di giovani ribelli degli anni Sessanta. Giovani che fanno del simbolismo il loro stile di vita. T-shirt, jeans attillatissimo, borchie, giubbotti di pelle nera e la immancabile motocicletta scattante e rumorosa. L'abbigliamento rivela un forte feticismo, soprattutto se in presenza di catene e simboli nazisti che spesso sono legati ad una perversa omosessualità.

"Ho sempre ritenuto il cinema un male. Il giorno in cui il cinema è stato inventato è stata una giornata nera per l'umanità."
Che dire quando ci si trova davanti agli spiazzanti corti di un artista icona della nuova Hollywood come Anger e il suo bisogno fisico di provocare lo spettatore con un suo linguaggio cinematografico contemporaneo colto e mai banale dove il bisogno di scatenarsi nel vero senso della parola con ironia e irriverenza riesce a non cadere mai in nulla di gratuito ma invece risulta una sorta di manifestazione dell'ego e della libertà soprattutto sessuale.
Anger sfrutta e in Scorpio Rising più che mai un suo simbolismo e i suoi rituali che servono a scandire e narrare l'ascesa dei "bikers" e di tutto quello che questa sub cultura ha generato nel bene e nel male come gli Hell's Angels esaltandone le vicende e i gesti quotidiani come rituali pagani.
Scorpio Rising in 30' fagocita simboli, accessori, mode, linguaggi, personaggi e facendolo sforzandosi di mostrare quello che Anger voleva mostrare e diventato un cult praticamente saccheggiato da numerosissimi registi che non hanno potuto trattenersi dal citarlo e omaggiarlo in tanti film a partire da Scorsese, Lynch, Hopper, etc.
Un piccolo gioiello, a suo tempo accusato di oscenità per i brevissimi inserti hard.
Anger tenterà poi di realizzarne una sorta di seguito,di cui ci resta un frammento di soli 3 minuti dal titolo "Kustom Kar Kommandos".

venerdì 12 ottobre 2018

Capsule


Titolo: Capsule
Regia: Athina Rachel Tsangari
Anno: 2012
Paese: Grecia
Giudizio: 4/5

Sette ragazze. Una villa abbarbicata su un costone roccioso nelle Cicladi. Una serie di lezioni su disciplina, desiderio e sottomissione.

Ma che bella scoperta il cinema videoarte della Tsangari. Figlia anch'essa di tanto cinema e di tante citazioni e forme d'arte diverse che riescono in questo caso ha unirsi tutte come in un girotondo dark ed esoterico per una galleria di immagini evocative e dalla innegabile grazia.
Un fascino e una ricerca della moda, della bellezza, del desiderio in cui la regista ellenica sembra voler sancire i suoi temi più personali dalla competizione al desiderio, il dominio e non ultima la sottomissione. Lo fa confezionando una pellicola di grandissimo fascino visivo e di bellezza estetica in cui nessuna componente è lasciata al caso: tutto è molto curato e controllato dai costumi alle immagini.
Un certo simbolismo potrebbe far storcere il naso dal momento che alcuni contenuti possono risultare criptici e di certo la regista non esclude una certa ricerca non solo dell'estetismo a tutti i costi ma anche di una sotto chiave narrativa e intellettuale che inserisce toni da fiaba gotica e un certo horror che cerca di rifarsi al mito del vampirismo
Un'opera ambiziosa e criptica che in fondo tratta la magia, il rituale, la cerimonia grazie a sei discepole (o replicanti) alla corte di una dominatrice matriarcale che, costituito un'ordine improntato su un'insolita dottrina iniziatica alla (ri)scoperta della natura femminile, finisce per stabilirne i rispettivi e brevissimi cicli esistenziali.

When black birds fly



Titolo: When black birds fly
Regia: Jimmy ScreamerClauz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

When Black Birds Fly racconta un’unica storia, ambientata in una città fittizia, una società distopica dominata da un certo Caino, considerato come una divinità, un novello Messia, che ha costruito attorno alla città di Heaven un muro, al quale è severamente vietato anche solo avvicinarsi. Cosa si nasconde al di là di questo confine? Cosa c’è di così terribile dall’altro lato? Perché i cittadini di Heaven, un paese in bianco e nero, nel quale l’unica nota di colore sono i cartelli quasi propagandistici di Caino e poco altro, devono tenersi lontano da questo orribile muro? A scoprirlo saranno due bambini, il piccolo Marius e la sua compagna di scuola Eden, che per aiutare un gatto in difficoltà raggiungeranno questo territorio misterioso, attraverso un buco, ritrovandosi in un mondo delirante e disgustoso.

Dopo l'efferato Where the dead go to die che definivo un trip allucinato, qui l'effetto delle sostanze continua diventando più politicamente scorretto, prende come chiave escatologica la religione cristiana fondendola con alcuni miti pagani e con una importante anche se eccessivamente malata lo ripeto metafora politica.
Un film difficile da guardare fino alla fine, vuoi le musiche disturbanti, il montaggio che a volte sembra un viaggio in funghetto oppure i colori e lo stile d'animazione che rischiano di far venire una crisi epilettica.
Dio, Caino, Eva, il Paradiso, l'Inferno. A questo giro ScreamerClauz sembra essersi proprio incazzato chiamando in cattedra tutti per un suo giudizio finale direi esageratamente nichilista.
Un film dove succede di tutto, perversioni, gore, scene splatter e grottesche, momenti onirici a profusione, personaggi inquietanti, animali che prendono droghe e si trasformano, allo stesso tempo però risulta indubbiamente meglio strutturato soprattutto grazie ad una struttura unitaria e non antologica che riesce ad interessare maggiormente e riesce a regalare, a sorpresa direi, dei colpi di scena niente male soprattutto nella mattanza finale.
E soprattutto la simbologia, la scenografia a compiere i maggiori passi in avanti a cominciare dal bianco e nero che viene usato per il Paradiso, un luogo fatto di ombre ed incubi, in cui tutti sono castrati dove gli sposi non possono nemmeno guardarsi nudi e per ottenere un figlio devono far parte di una grottesco rituale di auto-mutilazione da parte dei genitori in onore del dittatore Caine facendo manifestare un figlio già parzialmente cresciuto a partire da una strana larva psichedelica. 
All’interno del Paradiso le uniche cose colorate sono i poster di Caino e pochissimi altri elementi.
I colori fluo, d’altro canto, appartengono all’Inferno, un mix di psichedelia che si sposano alla perfezione con l’atmosfera dionisiaca e violenta del luogo.
Tutto il film si pone come un’allegoria del totalitarismo e soprattutto della corruzione e dell’incoerenza nella religione cristiana.
Tutto il film continua con parti mostruosi dove a sentir dire dal regista tutto il film è stato creato e composto sotto l'effetto di sostanze e nessuno stenta a crederlo contando che andando avanti nelle creazioni malate abbiamo Dio rappresentato come un uomo tra le nuvole, con una grossa corona ed al posto del volto una sfera di vetro, un Dio incazzato che non ci metterà molto a fare stragi appena si impossessano della sua donna e poi il frutto del peccato, una bacca che crea allucinazioni a chi la mangia.
Dunque fede bigotta con conseguente senso di colpa inculcato negli esseri umani servi in più una religione estremista assieme al potere tirannico che viene esercitato sul popolo, spesso senza che questo se ne accorga. Caino sottomette il popolo senza alcun rispetto e cela a tutti la verità, mentre gli abitanti del paradiso lo reputano un salvatore e credono in lui ciecamente, senza la benchè minima ombra di dubbio.
E'una favola malata ma che ai giorni nostri assurge quasi a verità.

Cord


Titolo: Cord
Regia: Pablo Gonzales
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

In un mondo post -apocalittico, dove l'inverno non ha mai fine, alcuni superstiti della razza umana vivono sottoterra. A causa delle insalubri condizioni dell'ambiente in cui vivono, il contatto sessuale è diventato pericoloso. La masturbazione è quindi divenuta l'unica esperienza sessuale possibile grazie al perfezionamento di una serie di dispositivi low-tech creati appositamente a questo scopo. In questa desolante realtà, Czuperski (uno dei commercianti di questi dispositivi) e Tania (una sesso dipendente) fanno un patto: lei gli permetterà di sperimentare nuovi dispositivi sul suo corpo in cambio del piacere. Ben presto però, il loro rapporto finirà fuori dal loro controllo.

Sci-fi. Un'unica location. Tre attori. Idee. Stop
L'esordio di Gonzalez è un fantahorror post-apocalittico (sotto genere predominante negli ultimi anni nel cinema di genere anche solo per aver lanciato la possibilità di rinchiudere persone in location isolate dove al di fuori c'è qualcosa che uccide e questa semplice idea ha prodotto migliaia di pellicole spesso e volentieri grazie a budget miseri)
Dovendo dare a Gibson ciò che è di Gibson, qui ritroviamo molti elementi già scandagliati e usati a dovere che rientrano in quella fornace dove sono i dispositivi low-tech a fare da padroni e gli umani sono schiavi della realtà virtuale (scenario che in parte stiamo andando a concretizzare)
L'alienazione, vivere in spazi claustrofobici, il sesso come esperienza virtuale, l'accoppiamento come baratto, il sacrificio, la trasformazione, ci sono ovviamente tutta una serie di elementi squisitamente utilizzati e scandagliati da registi più famosi come Cronmberg e Tsukamoto ma qui il regista utilizza proprio e insisite su questo elemento quello della cavia e le apparecchiature utilizzate con cavi e liquidi che fuoriescono dalla pelle e dalla materia e dove soprattutto si sviluppa un'inquietante rapporto ossessivo tra vittima e carnefice.
Con l'accomunante che come per STRANGE DAYS dava prova che ormai l'umanità per provare esperienze che l'appaghino cerca sempre di più qualcosa di estremo dove diventiamo proprio cavie di qualcosa a cui ci sottoponiamo e che prende il sopravvento su e dentro di noi.
Qui è di nuovo il sesso alla base dove non resta che farsi aiutare da cavi elettrici tatuati nel corpo, strumenti freddi e impersonali (ma efficaci) con cui titillare le zone del cervello responsabili del piacere orgasmico. Mi ha ricordato anche se con intenti del tutto diversi I.K.U e tante altre cose. Drammatico, violento, la ricerca di toccare confini estremamente pericolosi porterà vittima e carnefice ad un epilogo che andrà e sarà del tutto fuori controllo.



martedì 25 settembre 2018

Trench 11


Titolo: Trench 11
Regia: Leo Sherman
Anno: 2017
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Negli ultimi giorni della Prima Guerra Mondiale, un esperto di tunnel colpito da psicosi traumatica deve guidare una squadra alleata in una base tedesca nascosta … 100 metri sotto le trincee. I tedeschi hanno perso il controllo di un’arma biologica altamente contagiosa che trasforma le vittime in feroci assassini. Gli Alleati si ritrovano intrappolati sotterranei con orde di infetti, un’epidemia che si sta rapidamente diffondendo e una squadra di Assalitori tedeschi spediti lì per ripulire il disordine.

L'orrore della guerra ha ispirato nel corso degli anni diversi registi.
La metafora dell'orrore che si cela dentro bunker o a causa di esperimenti quasi sempre da parte dell'esercito tedesco è una peculiarità di questo sotto genere dell'horror.
Come nel film di Basset, Deathwatch, stessa epoca e stesse forze alleate, ma anche di Rob Green, Bunker(2001), Sherman cerca di fare qualcosa dove l'horror a differenza dei demoni interiori o delle suggestioni, diventa l'araldo su cui creare l'ennesima soluzione finale.
Il risultato è un esperimento terrificante e anche piuttosto originale quando penso all'orda dei soldati usati come una sorta di non-morti o infetti ma con connotati diversi grazie ad un'idea come dicevo piuttosto innovativa che strizza l'occhio a Cronemberg ma soprattutto al body horror con alcune scene splatter decisamente gustose e un'autopsia estemporanea visceralmente stimolante.
Un film che dopo una decina di minuti e giusto il tempo per elaborare il piano e trovare il gruppo di soldati ci catapulta verso un'intensità claustrofobica dove anche noi diventiamo bestie sotterranee. Un film che mischia tanti elementi, che ha visto molto cinema citando diverse pellicole e andandosi a piazzare tra le opere più interessanti degli ultimi anni sul tema war movie-horror-body horror-nazisti. Un film che a differenza di altri usciti negli ultimi anni che seguono più il filone d'intrattenimento, si prende maledettamente sul serio nella ricostruzione storica, nella scenografia e nel make-up, e le creature sembrano uscire proprio da uno di quei parti malati alla Cronemberg o compagnia simile.







sabato 9 dicembre 2017

Kuso

Titolo: Kuso
Regia: Flying Lotus
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Flying Lotus, musicista e rapper californiano, debutta con un film che non mancherà di far scalpore. In una Los Angeles post-Big One, seguiamo le vite parallele di alcuni sopravvissuti, tra insetti giganteschi e da incubo, decomposizioni organiche, ossessioni scatologiche, mutilazioni genitali. Un body horror ossessionato dalla pop art, che cita, ingloba, digerisce ed espelle il cinema di Cronenberg, Tsukamoto, Korine, Švankmajer, i Quay Brothers.

Notte horror al Torino Film Festival.
Quello che avviene in Kuso si può riassumere più o meno così: Los Angeles. Una ragazza afroamericana strozza il proprio fidanzato ricoperto di pustole e poi gli spalma lo sperma sul viso. Un uomo deforme affetto da una grave patologia gastrointestinale viene umiliato a scuola, scappa e incontra una creatura boschiva composta da un ano e una lingua. La nutre con le proprie feci, facendole crescere una testa. Una bionda con dermatite seborroica scopre di essere incinta, ma i suoi due amici a forma di televisori pelosi le strappano il feto (e se lo fumano). Una donna orientale striscia in una fogna cibandosi di insetti quando viene risucchiata in un universo psichedelico. Il dottor George Clinton alias il cantante dei Funkadelic defeca una scolopendra grande come un’astice su un paziente del suo studio medico. Tutto ciò è la conseguenza di un terremoto che si è abbattuto sulla California, a quanto pare.
Kuso sin dalle prime inquadrature e dall'orrore (anche se è più lo schifo che genera) mi ha ricordato un altro film malato agli stessi livelli se non di più ovvero Where the dead go to die.
Di nuovo un artista come nel film sopracitato che si interessa alla settima arte con un susseguirsi di scene, gag, vignette, tutte molto sinistre e macabre finalizzate a dare peso e consistenza a tutto lo schifo e lo squallore che cerchiamo di non vedere. Mascheroni, tute, make-up esageratissimo, scene raccapriccianti e grottesche con guizzi gore e una visceralità di fondo che da quell'inquietudine finale ad un film strano, complesso, singolare, sperimentale, scomodo e politicamente scorretto, ma più di tutto fine a se stesso, un esercizio di stile auto celebrativo come nuovo maniaco della psiche.
Un film per pochi disegnato da chi non vuole piacere alla massa (direi che su questo non c'è bisogno di stare a dilungarsi) sapendo bene di rischiare di essere mal interpretato soprattutto nel senso e negli intenti con si muovono alcuni personaggi e nella fattispecie alcuni intenti.
Kuso è un contenitore di immagini estremamente sgradevoli”, una schifezza che striscia nei liquami più infetti e purulenti e gratta tutto il marcio peggiore che si possa trovare.

Al Sundance il pubblico è scappato via...

venerdì 8 dicembre 2017

Games of Death


Titolo: Games of Death
Regia: Sebastien Landry E Laurence Morais-Lagace
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35°Torino film Festival
Giudizio: 3/5

Un gioco da tavolo, il Game of Death, ha un’unica regola: se non uccidi qualcuno, ti esplode la testa, entro 20 minuti. Sette ragazzi vi partecipano ignari, a loro spese.

Notte horror al Tff tra cornetti e caffè bollente.
Games of Death è un'opera divertente, eccentrica e con tanto splatter che sostanzialmente porta avanti un'idea di carneficina che negli ultimi anni sta partorendo tanti ibridi con l'idea di fondo che poi è sempre la stessa.
Siamo quest'anno, con tutte le opere visionate, in toni decisamente eighties, dove la stragrande maggioranza dei film si rifà ai videogiochi e a quell'aspetto ludico, spensierato, con in alcuni casi rimandi alla sci-fi e con le musiche fatte col sinth che tanto piacciono.
Games of Death dura 75', la trama è praticamente un escamotage per mostrare questo branco di buoni a nulla e tutti straordinariamente cazzoni e antipatici alle prese con questo strano gioco.
Cronemberg e Carpenter su tutti nella miriade di citazioni ma anche Battle Royale 2, Belko Experiment
e via dicendo.
Un film con un ritmo incredibile, splatter al massimo, senza guizzi di sceneggiatura ma con l'unico scopo di arrivare a far esplodere e ammazzare tutti l'uno con l'altro nel minor tempo possibile.
Da questo punto di vista il film fa centro divertendo e mostrando frattaglie in tutte le forme e maniere nonchè teste che piano piano si ingrandiscono assomigliando in alcuni casi alle deformazioni di Rob Bottin. Puro divertissement senza bisogno di spiegazioni e soprattutto di nessun tipo di background ad esempio da dove provenga il gioco, sul finale telefonatissimo e alcune scelte che muovono le azioni dei personaggi davvero lasciate al non sense totale.
Per chi vuole staccare il cervello, ridere e divertirsi prego avvicinare il dito al tasto, una piccola puntura, il sangue che arriva al nucleo del gioco e il ghigno del malefico display, in una narrazione veloce, scatenata e sgangheratissima.

giovedì 3 agosto 2017

Belko Experiment

Titolo: Belko Experiment
Regia: Greg McLean
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una compagnia americana in Sud America viene misteriosamente isolata e i suoi impiegati cominciano a mostrare la loro vera natura quando gli viene ordinato di uccidersi a vicenda o di farsi uccidere.

Belko Experimet aveva diversi motivi per interessare. La trama, un esperimento sul sociale dove possano incontrarsi sci fi e horror, un cast di serie b dove spuntano tanti antagonisti visti in passato e una sorta di atmosfera da corporation che lascia pochi spazi dove fuggire ma che facilmente lascia intravedere gli spiragli di conseguenze inattese ed effetti perversi che porteranno ad un bagno di sangue. Lo spunto quindi seppur non così originale è interessante partendo proprio dall'idea del microchip e di queste corporation in cui gli stessi dipendenti e impiegati non sembrano mai sapere fino in fondo cosa stanno realizzando. La vicenda infatti è ambientata in Colombia, a Bogotà, uno di quei paesi del terzo mondo che manco a farlo apposta sta vivendo un clima politico teso e disperato con una sorta di guerriglia che sancisce la disuguaglianza in questi paesi come il caso e la vicenda amara di ciò che sta succedendo in Venezuela. Qui all’interno di un’azienda di recruiting americana con il compito di aiutare i suoi dipendenti ad inserirsi perfettamente nella società colombiana, le giornata sembrano trascorrere come tutte le altre, in cui i dipendenti sorridono e vestono sempre in modo impeccabile fino a quando una voce misteriosa proveniente dall’interfono rilascia una inquietante comunicazione:
A tutti i dipendenti: qualunque cosa stiate facendo, per favore fermatevi e prestate la massima attenzione. Attualmente ci sono ottanta dipendenti nell’edificio. Nelle prossime ore la maggior parte di voi morirà. La vostra possibilità di sopravvivere aumenterà solo se seguirete i miei ordini. Il primo test è molto semplice: uccidete due dei vostri colleghi nei prossimi 30 minuti. Se non ci sono due cadaveri nell’edificio nella prossima mezz’ora subirete delle conseguenze.
“L’esperimento” a Greg McLean è riuscito, sarà particolarmente apprezzato dai fans del gore contando che non mancano teste esplose, sparatorie, scazzottate e traumi vari (a un ragazzo, la testa verrà fatta a pezzi con una grande pinzatrice). Il film altro non è che una brutale e sanguinosa battaglia che scorre molto bene.

Tutto bello soprattutto nel primo atto, poi il film esaurisce tutto molto in fretta, il problema grosso è stato seminare la suspance invece di liberarla senza troppi convenevoli con l'effetto del tutto subito e un veloce climax che non sembra nemmeno chiudere la vicenda ma lasciando le briciole per altri possibili sequel.

martedì 7 marzo 2017

Frankenstein

Titolo: Frankenstein
Regia: Bernard Rose
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri - il film è raccontato interamente dal punto di vista del mostro. Dopo essere stato creato artificialmente e essere stato abbandonato al suo destino da una coppia di eccentrici coniugi scienziati, Adam - questo è il suo nome - viene aggredito e diventa oggetto di violenza da parte del mondo che lo circonda. Questa creatura inizialmente perfetta, diventata in poco tempo mostro sfigurato, si trova presto a dover fare i conti con il lato più brutto dell'essere umano.

Sinceramente non riesco a capire il motivo di mettere in scena così tanta inusitata violenza e sofferenza. Questa ennesima rappresentazione della creatura di Shelley oltre ad essere post contemporanea e iper moderna (che potevano essere elementi interessanti da riscoprire) crea un contorno di fatto costituito da umiliazioni e vessazioni per l'intero arco del film.
La realtà per Adam è solo violenza e sopraffazione usato come cavia e come mostro.
Ricorda per alcuni aspetti l'opera bizzarra e malata 964 Pinocchio di Shozin Fukui.
Mi ha colpito non solo la linea d'intenti limitata e volta solo ad inquadrare l'incubo in cui viene gettato Adam, ma non riesco proprio a cogliere il senso e il perchè di questa operazione che tra l'altro a parte essere di una violenza spesso gratuita, non lascia proprio spazio alla speranza e alla redenzione portando Adam ad una sola e unica scelta.
Ci sono pochi personaggi che "empatizzano" con il mostro restituendogli da un lato l'affettività che non ha mai avuto e dall'altra rendendolo una maschera di sangue e tumori, una cavia perfetta per i loro esperimenti.
Come tutti i giocattoli fabbricati velocemente e senza coglierne la logica scientifica che si sostituisce a quella divina, Rose che non è solo regista ma anche montatore e tutto il resto, ha provato un esperimento secondo me troppo autodistruttivo e pesante, trovando l'unica possibile rimedio medico per un esperimento ovvero scaricarlo in quanto imperfetto in mezzo ad una società che non può far altro che condannarlo.
Inoltre l'errore più grosso che Rose commette è quello di raccontare in prima persona dal punto di vista del mostro gli eventi e quant'altro, rendendolo una specie di intellettuale che mastica frasi apprese chissà dove. Quando poi lo conosciamo invece è l'esatto opposto, un automa senza la minima capacità di mentalizzare o avere una struttura del pensiero.





martedì 27 dicembre 2016

Los Decentes

Titolo: Los Decentes
Regia: Lukas Valenta Rinner
Anno: 2016
Paese: Austria
Festival: TFF 34°
Sezione: Torino 34°
Giudizio: 3/5

Una donna si presenta ad un casting per essere assunta come cameriera in una casa di lusso in una zona residenziale nella periferia di Buenos Aires, abitata da famiglie dell'alta borghesia, vale a dire, da persone "decenti". Ma dall'altra parte della barricata, c'è un'altra comunità dai precetti radicalmente diversi: una congregazione di nudisti, che si dimentica dei canoni sociali quanto a classe e, soprattutto, a "decenza", per abbracciare la liberazione mentale e sessuale in comunione con la natura. E la donna viene, naturalmente, rapidamente attratta dal richiamo di quest'oasi.

Il secondo film del giovane regista argentino è un film che racconta sotto certi aspetti una lotta di classe, ancora argomento pregnante in Argentina, sfruttando un paradosso molto interessante che riesce a diventare durante l'arco della narrazione il vero motore che riesce a conferire atmosfera e mistero al film. Un paradosso, il passaggio segreto dove Belen vive entrambi i mondi entrando in contatto da un lato con la borghesia di un nucleo familiare particolarmente fastidioso, dall'altro una comunità di nudisti che si sdraiano al sole, fanno bagni solitari o collettivi, praticano il sesso tantrico, a due, in ammucchiata, eterosessualmente, omosessualmente, come capita, con chi capita. Una di quelle comunità neopagane tra movimenti nudisti tedeschi del primo Novecento e frikkettonismi californiani anni Settanta, chissà come incistatatasi in quella parte di Argentina.
Dunque nudisti contro borghesi in questa nuova lotta di classe che sembra interessare al regista con messaggio anarcoide-ribellistico da vecchio cinema di contestazione e sovversione anni Settanta
(un surreal-latinoamericana) e le atmosfere di una imminente distopia, la violenza che può scoppiare anche dove il livello di sicurezza è più alto, la segmentazione delle città in zone chiuse e non comunicanti. Purtroppo tutta l'ansia e il nervoso che Belen trattiene sembra evolversi e allargarsi anche al resto della comunità per la preparazione molto grottesca di un climax finale un po troppo veloce in questo gioco al massacro che ricorda la caccia alla volpe.
Un film che volutamente non è mai inquietante ma grazie all'uso delle inquadrature fisse e di queste composizioni simmetriche che passano da un estremo all'altro risulta seppur lento e con dei dialoghi ridotti all'osso, visivamente molto curato e con diversi riferimenti letterari e cinematografici.
Un film che forse girato dallo stesso regista con più esperienza e maturità avrebbe giovato all'opera e a tutta la contestazione, che seppur datata, poteva provocare e smuovere di più.


sabato 10 settembre 2016

Rebirth

Titolo: Rebirth
Regia: Karl Mueller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Durante un seminario sulla rinascita, un padre di famiglia viene catapultato in un turbine di violenza e seduzione.

Rebirth aveva tutte le carte in tavola per essere un thriller psicologico affascinante che tratta un tema molto attuale come quello delle new-religion.
Il cammino di auto-realizzazione per alcuni aspetti sembra avere qualche analogia con i concetti di Scientology e altre pratiche che soprattutto in questo periodo di reincanto stanno tornando di moda.
Il fatto poi di scegliere un protagonista, Kyle, come un padre di fatto tranquillo senza molta identità e senza troppe aspirazioni, funziona fino ad un certo punto per cercare di equilibrare i suoi stati emotivi e le sue reazioni di fronte al gruppo e alla "setta" che diventano mano a mano sempre più intenzionati a far parte della quotidianità di Kyle.
Quindi anche nel suo caso il percorso per cercare di scardinarne la tranquillità è per certi versi anomalo, con qualche intuizione, che però scade soprattutto nel finale troppo esagerato e che per certi versi distrugge quanto di buono era stato creato prima.
Proprio la log-line "sei libero di andartene ma non di evitarne le conseguenze" sembra profetica per quella disfatta che andrà ad assorbire la vita del protagonista e che entrerà in modo invasivo a casa sua sconvolgendo la sua vita.

Il problema grosso alla base del film è che sembra volerti far riflettere su tanti temi e situazioni che possono entrare nelle nostre vite, per curiosità, scoperta, bisogno di avere qualcuno che ci ispiri, e via dicendo, ma al contempo essere freddo e distaccato proprio da tutte le strade che vuole percorrere. Un film disordinato e caotico, che volendo muovere troppe pedine finisce con l'essere schiacciato proprio dai suoi intenti. Intenzioni che nella prima parte funzionano bene poichè portatrici di un'atmosfera e una suspance che fino alla "rivelazione" ha tutti gli elementi per tenere lo spettatore incollato allo schermo.